20 luglio 2021 redazione
editoriale nr. 4

Intrighi internazionali
Scambi tra Italia, Usa e Francia per rafforzare l’imperialismo

A Bruxelles il 14 giugno si sono incontrati i potenti dei paesi che fanno parte della NATO per rafforzare il «legame transatlantico» tra Stati uniti ed Europa su tutti i piani: politico, economico, spaziale, tecnologico e, soprattutto, militare. Mentre gli Usa e la Gran Bretagna hanno assicurato gli alleati che la “NATO resterà un'alleanza nucleare” hanno deciso di aumentare la spesa militare. Per il 2021 l'Italia pagherà 30 miliardi di dollari che presto diventeranno 40. Una cifra che esclude le spese per il mantenimento delle basi militari sul territorio italiano - sedi appunto di armi nucleari - e delle missioni all'estero che non certo umanitarie come vogliono farci intendere, ma di addestramento delle forze locali e di difesa degli interessi economici delle grandi potenze nei vari territori occupati e saccheggiati.
Non c’è limite alle spese militari, però si specula sui lavoratori. I padroni devono recuperare il profitto perso con la crisi economica e in seguito alle misure prese per la Covid 19, il Governo - a guardia della borghesia nazionale ed europea - opera per diminuire la tensione sociale che teme si allarghi e diventi incontrollabile.
Dopo l’aumento dei ritmi che portano a continui incidenti e morti sul lavoro, dopo le delocalizzazioni, le cessazioni di attività nonostante il blocco Covid 19, Governo, Confindustria, Confapi, CNA, sindacati confederali si sono accordati per sbloccare i licenziamenti. Prime grandi vittime 152 operai della
Gianetti Ruote di Monza e 422 della GKN di Campi Bisenzio (leggi all’interno).
Il patto comprende
contratti di solidarietà, intese di riduzione e rimodulazione dell’orario di lavoro. La proroga riguarda solo i settori del tessile, calzaturiero e moda, un altro modo per dividere il fronte di classe.
L’accordo prevede che le aziende - che continuano ad aumentare lo sfruttamento - utilizzino gli ammortizzatori sociali prima di procedere ai licenziamenti. Libertà, quindi, di licenziare ma dopo avere usufruito di altre sovvenzioni statali e naturalmente dopo aver fatto “decantare” il malcontento dei lavoratori in altre 13 settimane di incertezza per il futuro e di
peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Non è certo una vittoria.
Sono bastate solo sei ore di trattativa e una finta manifestazione di piazza per siglare il patto, definito da Cgil, Cisl e Uil un “segnale importante e una risposta ai tanti lavoratori che in questi giorni hanno seguito con apprensione il processo decisionale sulla fine del blocco dei licenziamenti” e valutare positivo “l'impegno per avviare il confronto per la riforma degli ammortizzatori e delle politiche attive", come sostiene Landini della Cgil. Ci vuole proprio il coraggio di vertici sindacali venduti per fare certe dichiarazioni.

Confindustria e padroni di ogni risma sono alla ricerca del profitto perso: per farlo hanno bisogno, da una parte, della massima libertà di aumentare lo sfruttamento, i ritmi e i carichi di lavoro e, dall’altra, della possibilità di chiudere e delocalizzare, aumentando così disoccupazione e precarietà che colpirà maggiormente i
giovani e le donne nonostante tutte le chiacchiere con cui si riempiono la bocca i rappresentanti di tutti i partiti.
A tre anni dal crollo del ponte Moranti - a dispetto delle famiglie delle vittime che chiedono giustizia - lo Stato ripaga con gli interessi il riacquisto di una infrastruttura in condizioni molto peggiori di quando l’hanno assegnata, la cui rete viaria è invecchiata mostrando tutte le sue crepe. Pagherà per Aspi un prezzo di circa 9,1 miliardi di euro che equivalgono ai 6,8 miliardi incassati all'epoca della privatizzazione e si accollerà anche il debito contratto dai privati per finanziare l'acquisizione, che a fine 2020 sfiorava gli 11 miliardi, mentre nel 1999, anno di inizio della privatizzazione, era di appena 1,8 miliardi. I Benetton ci guadagnano e si liberano di una società che ha continuato ad aumentare i pedaggi realizzando profitti per 20 anni che hanno alimentato il pagamento di ricchi dividendi ai proprietari privati ed evitato le manutenzioni adeguate trascurate per anni.
Il Consiglio dei ministri ha varato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) con l’approvazione di tutto l’arco costituzionale. Si parla di riforme (compresa quella della giustizia favorevole alle richieste europee), di semplificazioni per il rilancio del sistema Italia. La strategia del Governo è “per uscire da questa crisi e per portare l’Italia sulla frontiera dello sviluppo europeo e mondiale occorrono un progetto chiaro, condiviso e coraggioso per il futuro del Paese, che permetta al nostro Paese di ripartire rimuovendo gli ostacoli che l’hanno frenata durante l’ultimo ventennio”.
“Vogliamo un Paese moderno, innovativo dotato di una pubblica amministrazione efficiente e moderna - dicono - in cui possano operare imprese innovative e sempre più competitive (quelle che da sempre si reggono su sfruttamento ed evasione - ndr), un Paese con infrastrutture sicure, tecnologicamente all’avanguardia, che sfruttino tutte le potenzialità offerte dalla rivoluzione digitale. In secondo luogo, vogliamo un Paese più verde, con sistemi di produzione e trasporto dell’energia compatibili con gli obiettivi di riduzione dei gas clima alteranti e più resiliente rispetto agli eventi climatici estremi”.
Energia “verde” per alimentare l’industria automobilistica, e via libera alle grandi e inutili opere con quella che viene definita semplificazione, ovvero appalti pubblici incontrollati per la gioia di speculatori e della mafia.
Il PNRR tratta anche la politica internazionale. Fa riferimento alla cooperazione e in primo piano decanta la nuova leadership statunitense per “la notevole apertura verso il multilateralismo” con la quale è stato avviato - in particolare, rispetto agli altri membri del G20 - un proficuo dialogo come presidenza di turno del G20.

Coerente con il PNRR ecco puntuali le lodi sperticate di Mattarella. In occasione della festa dell'Indipendenza statunitense ha ribadito che "Tra Italia e Usa il rapporto è eccezionale,
uniti da un'amicizia che ha radici antiche ma è capace di proiettarsi con fiducia verso il futuro, che costituisce la condivisione di un irrinunciabile patrimonio ideale che caratterizza, rendendole più dinamiche, le nostre società libere, democratiche, aperte al contributo di cittadini portatori di culture diverse". E che “solo insieme possiamo superare, la forza del parternariato tra Washington e Roma più importante che mai". E con questo si intende accrescere l’azione comune a favore di sicurezza e di un ordine internazionale “basato su regole, della tutela dei diritti umani (quelli Usa?) e di uno sviluppo globale autenticamente sostenibile". Nell’incontro con il Segretario di Stato USA il Presidente Mattarella ha discusso anche “dei nostri valori condivisi nel contesto dei diritti umani in Cina e nel mondo, nonché del nostro sostegno collettivo al piano della Libia di tenere le elezioni nel dicembre 2021”.
Ma c’è anche l’Europa. Ed ecco, come primo viaggio all’estero dopo la pandemia, la visita in Francia di Mattarella con al seguito il presidente di Confindustria Carlo Bonomi (gli affari sono affari, infatti ha incontrato anche Giorgio Armani, già a Parigi per la moda) per dire che “tra Italia e Francia c'è un legame unico” che si basa su valori condivisi, storia comune". Il Capo dello Stato ha parlato dell’esigenza di intensificare le relazioni con un trattato di collaborazione rafforzata anche con la proposta di servizio civile comune franco-italiano per i giovani". Per Macron con il presidente Mattarella c'è stato un “pieno coordinamento sulla solidarietà europea" . "L'anno appena trascorso - ha detto - ha messo in luce una volontà forte di Germania, Italia e Francia di lavorare insieme e costruire un'ambizione europea. Partnership italo-francese fondamentale per l'Europa”.
I due presidenti hanno parlato di Africa e del ruolo dei due paesi nella “vocazione alla pace”; della “questione libica” “abbiamo" con l'Italia convergenze e preoccupazioni comuni", dice Macron. Del Sahel, "l'Italia è un paese al quale rendiamo omaggio per l'impegno, in particolare con il contributo alla forza Takuba e il suo coinvolgimento nelle operazioni umanitarie".
Come dire: tutto il servilismo e la complicità di Mattarella per appoggiare l’imperialismo Usa e quello francese che
ha distrutto la Libia e continua a saccheggiare l’Africa. Intrighi internazionali per risollevare il capitalismo perché la borghesia sa come confermare il proprio potere sulla classe lavoratrice e sulle masse popolari che sono sempre più in affanno di fronte a disoccupazione e sfratti.
Di fronte alla disoccupazione dilagante ancora molti lavoratori pensano che abbassando la testa ed evitando la protesta si possa difendere l’occupazione. Non è così, la crisi si farà più acuta e non si fermerà con le soluzioni individuali. Senza l’unità e l’organizzazione di classe i proletari saranno sempre schiavi della borghesia che ha un unico scopo: realizzare il massimo profitto sulla loro pelle, con l’aumento dello sfruttamento, dei ritmi e dei carichi di lavoro senza le minime misure di sicurezza che continuano a causare infortuni e morti. Ancora di più ora che devono recuperare le cosiddette perdite dovute al lockdown, anche se la maggioranza delle fabbriche non ha mai chiuso neppure nelle fasi di maggiore isolamento, favorendo il contagio. 
Non è un caso se la
violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro è stata cancellata dalla Cassazione nella sentenza per la strage ferroviaria di Viareggio del 2009 (32 vittime e feriti gravissimi) condannando i sei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls) al pagamento di ben 80.000 euro che sono stati versati grazie ai sacrifici di chi ha contribuito alla raccolta di solidarietà che si è subito sviluppata. Non altrettanto solerte è la magistratura che, a distanza di 6 mesi, non ha ancora emesso le motivazioni della sentenza della Corte di cassazione.


19 luglio 2021 redazione
da nu nr. 4

Genova 2001: ricordare per continuare la lotta
A vent’anni dal G8, il nemico è sempre più organizzato, la repressione colpisce soprattutto le avanguardie di lotta, il movimento è frazionato. La classe operaia, attaccata su tutti i fronti dalla borghesia, tarda a capire che il capitalismo va abbattuto e che si può vivere e lavorare senza padroni
Sono passati 20 anni dalle grandi manifestazioni di massa che a Genova il 20 e 21 luglio 2001 denunciavano e protestavano contro le decisioni imperialiste che il G8 (gli 8 potenti della terra) avrebbero preso. Manifestazioni colorate con una forte partecipazione di giovani, molti anche ignari di cosa fosse la repressione poliziesca e di Stato, e che, imbevuti di una propaganda pacifista di un movimento in mano a piccolo borghesi, che poneva fiducia nelle istituzioni “democratiche” hanno alzato le mani nude di fronte alla polizia (reparti ben addestrati all’estero) che picchiava selvaggiamente.
Il 20 la polizia aveva ammazzato il giovane manifestante, Carlo Giuliani di 23 anni e il 21 completava la sua opera con cariche, lancio di lacrimogeni e il colpo finale con la mattanza alla scuola Diaz dove alcuni manifestanti dormivano.
Nel 1960, sempre a Genova, operai e portuali erano scesi in piazza contro il governo Tambroni per impedire il congresso del MSI (che appoggiava il governo DC). La classe operaia, in particolare i portuali insieme alle “magliette a strisce” come sono stati denominati i giovani proletari di allora, fronteggiavano le violente cariche della polizia che era arrivata a sparare a vista contro i manifestanti, riuscirono a far saltare il congresso fascista e dopo pochi giorni, grazie agli scioperi generali in tutto il paese ed una mobilitazione generale costata anche numerosi morti uccisi dalla polizia (Reggio Emilia), fecero cadere il famigerato governo Tambroni.
nuova unità” esce a cavallo delle iniziative, ma abbiamo voluto ricordare lo stesso questa esperienza dove ha perso la vita Carlo Giuliani e di macelleria messicana per fare alcune riflessioni.
La prima che salta agli occhi è la differenza del livello di mobilitazione e scontro tra il 1960 e il 2001 che rende evidente cosa significhino la presenza e l'egemonia della classe operaia, in lotta contro il fascismo nella prospettiva di una società diversa nella quale non c'è posto per i fascisti, per la polizia e per lo sfruttamento capitalista, dove il Partito Comunista ha il suo ruolo di organizzatore e propulsore alla testa della rivolta sociale verso una società socialista. La seconda è la differenza di mobilitazione di oggi rispetto a 20 anni fa.
Molta acqua è passata sotto i ponti - che nel frattempo sono anche crollati causando 43 vittime - ma il livello di mobilitazione e di lotta e andato via via calando grazie all'impegno profuso da partiti che non si possono definire neanche più riformisti, da movimenti sociali timorosi di rompere l'ordine costituito, da pacifisti e da sindacati collaborazionisti pronti a svendere gli interessi popolari per un “tavolo di concertazione”. Ma anche dalla mancata capacità da parte dei comunisti di mantenere e allargare un legame organico tra proletariato e organizzazione comunista. Una frantumazione che, sia sul piano politico con la nascita di piccoli gruppi e partiti, sia sul piano strettamente sindacale non ha fatto altro che indebolire il movimento proletario privandolo delle proprie organizzazioni e direzioni come un esercito battuto in una ritirata caotica e disordinata.
Oggi a Genova il sindaco detta le sue regole e indica chi e come può parlare e “democraticamente”. Dice che non ci sono problemi per le iniziative ma queste devono essere esaminate dal Comitato per l’ordine e la sicurezza. “Il nostro obiettivo – sostiene Bucci - è quello di evitare qualsiasi ferita a Genova”. Una vera e propria provocazione, Genova non si è ferita da sola, ma dalle cariche e dalle violenze fisiche e psicologiche della polizia, dall'assassinio di Carlo Giuliani e dalla provocazione alla Diaz.
Il governo Berlusconi - che si era insediato solo un mese prima – doveva mostrare i muscoli. Nel governo di centrodestra hanno giocato il ruolo di duri Gianfranco Fini (oggi sparito dalla circolazione sommerso dagli scandali) che all’epoca aveva contatti con la questura, e l’allora ministro Castelli. Ma tutti i vertici della polizia furono nominati dal precedente governo di centrosinistra, e furono gli stessi che hanno avuto modo di migliorare le proprie carriere sotto il governo di centro destra.
Va ricordato che Scajola (anche lui oggetto di scandali) diede l’ordine di sparare sui manifestanti se avessero superato la zona rossa. Che la tecnica usata a Genova di chiudere a tenaglia i manifestanti senza lasciar loro alcuna via di fuga dando luogo a vere e proprie tonnare, di aggredire e torturare come alla scuola Diaz era una pratica repressiva della polizia sperimentata anche nei maltrattamenti alla caserma Raniero nella precedente manifestazione “no global” a Napoli durante il governo Amato targato centrosinistra, con Enzo Bianco come ministro.
L'uccisione di Carlo Giuliani come le violenze alla scuola Diaz di Bolzaneto degli agenti del settimo reparto mobile guidato da Vincenzo Canterini, dove alloggiavano numerosi manifestanti (criminalizzati dai mass media), è stata orchestrata per stroncare sul nascere un movimento - che non poneva certo la presa del potere, ma metteva in luce le ingiustizie del capitalismo contro i lavoratori, le masse popolari, l’ambiente in tutti i Paesi e che riusciva anche a conquistare un consistente numero di persone, in particolare giovani - col chiaro scopo di terrorizzarli, dissuaderli e allontanarli dall'impegno politico e dalle proteste di piazza. Come oggi si tenta di fare contro il movimento No Tav in Val di Susa e contro il movimento dei lavoratori, in particolare nella logistica come alla Fedex, che lottano per difendere il proprio posto di lavoro e la propria sicurezza.

Lo Stato borghese premia i propri servitori favorendo con promozioni i più ligi al dovere. Al capo della polizia durante la mattanza dei manifestanti a Genova, De Gennaro, il governo Prodi bis assegnò la gestione dei rifiuti a Napoli che, naturalmente, fece militarizzando il territorio con l’impiego dell’esercito. In seguito, assolto dal processo, è salito al vertice dei servizi segreti, poi a Palazzo Chigi con Monti, fino ai vertici di Finmeccanica nominato da Letta e confermato da Renzi. Promosso proprio come Moretti dopo la strage di Viareggio.

Sono stati condannati 25 funzionari dello Stato con pene irrisorie tra i quali Fabio Ciccimarra commissario capo questura di Napoli oggi capo della Mobile de L’Aquila, Spartaco Mortola ex dirigente Digos Genova oggi alla guida della Polfer di Torino, Francesco Gratteri - il più noto fra i condannati per il verbale fasullo - diventa capo dell’antiterrorismo, poi Questore di Bari e, con il grado di prefetto, coordinatore del Dac (Divisione centrale anticrimine)”. Dopo il pronunciamento della Cassazione va in pensione. A Vincenzo Canterini, all’epoca del G8 comandante del Reparto mobile di Roma, la Corte di Cassazione ha ridotto la pena perché il reato di lesioni gravi è prescritto. Altri sono stati assolti o prescritti in appello o prosciolti per prescrizione. Praticamente nessuno ha pagato, anzi molti funzionari anche dopo l’interdizione hanno ricevuto l’offerta di incarichi da banche, aziende di Stato e persino da squadre di calcio.
A dimostrazione che non esiste differenza tra governi e che l'idea dell'alternanza non regge perché quando si tratta di difendere il proprio potere la borghesia, attraverso i propri comitati d'affari governativi, sa come usare i propri strumenti repressivi. Tant'è che anche il governo che si presenta difensore della democrazia e di “unità nazionale” come l’attuale Draghi non disdegna di usare la forza per fare colpire dalle proprie forze del “disordine” i lavoratori in lotta. Mentre usa la carota – complici i sindacati confederali – per evitare lo scontro di classe all'altezza dell'attuale situazione.

A vent’anni dal G8, il nemico è sempre più organizzato, la repressione colpisce soprattutto le avanguardie di lotta per spaventare e intimorire i meno politicizzati e organizzati, il movimento è frazionato e sono ben pochi coloro che sostengono prospettive rivoluzionarie. La classe operaia, attaccata su tutti i fronti dalla borghesia, tarda a capire che il capitalismo va abbattuto e che si può vivere e lavorare senza padroni.
Ricordare Genova significa preservare ed estendere il nostro odio di classe e continuare a lottare per seminare l'idea di rivolta contro le scelte e le strategie politiche ed economiche del capitalismo che oggi, più che mai, opprimono la classe lavoratrice e le masse popolari in Italia e nel mondo
.

25 maggio 2021 redazione
editoriale 3/2021

IL NEMICO È IN CASA NOSTRA
Una serie di fattori conferma l'avanzamento del processo di fascistizzazione dello Stato

A fine mandato il presidente si toglie i sassolini dalle scarpe e butta giù la maschera del finto democratico. L'occasione è stata il giorno dedicato alle vittime del terrorismo - dal 2008 giorno memoria vittime del terrorismo - dove, al grido di "La completa verità sugli anni di piombo è un'esigenza fondamentale per la Repubblica" - il capo dello Stato Sergio Mattarella ha rilasciato dichiarazioni e un'intervista a "La Repubblica".

La decisione di Macron, dopo aver parlato con Draghi, puntualmente ringraziato da Mattarella, ha ripuntato i riflettori sull'attività dei brigatisti, fatti emergere dalla loro vita francese alla vigilia della prescrizione dei reati per i quali erano stati condannati. Iniziativa di propaganda giunta al momento giusto per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dai veri problemi quotidiani e per nascondere che gli Stati capitalisti non fermano gli atti dei veri gruppi terroristici che la borghesia stessa costruisce per opportunità politica, per affermare il proprio dominio.

Mattarella consegna a Repubblica un esame dei terroristi rossi contro la Repubblica italiana, descrive quanto avvenne dall'inizio degli anni Settanta, quando "coloro che predicavano la morte...".
"Sono stati anni molto sofferti, in cui la tenuta istituzionale e sociale del nostro Paese, è stata messa a dura prova. Oltre quattrocento le vittime in Italia, di cui circa centosessanta per stragi. Cittadini inermi colpiti con violenza cieca, oltre cento gli uomini in divisa che hanno pagato con la morte la fedeltà alla Repubblica". E dice: "Il bersaglio era la giovane democrazia parlamentare, nata con la Costituzione repubblicana, per approdare a una dittatura, privando gli italiani delle libertà conquistate nella lotta di Liberazione". Il Capo dello stato sostiene: "Al di là delle storie personali di chi aderì alla lotta armata, c'era la contestazione radicale della democrazia parlamentare, così com'era stata delineata dai padri Costituenti e, a ben vedere, anche la mancata accettazione della volontà degli elettori in favore di forze centriste, atlantiche, riformatrici, di segno moderato. Un esercizio di democrazia che veniva definito regime".
Bontà sua ha dichiarato che "C'era in Italia anche chi, legittimamente, si sarebbe aspettato dei governi o delle politiche diverse. Ma fu grave e inaccettabile quel processo mentale, prima che ideologico, che portò alcuni italiani - pochi - a dire: questo Stato, questa condizione politica, non risponde ai miei sogni, è deludente e, visto che non siamo riusciti a cambiarlo con il voto, abbattiamolo. Uno dei pilastri su cui si fonda la Repubblica è il valore del pluralismo. La democrazia è libertà, uguaglianza, diritti. È anche un metodo. Un metodo che impone di rispettare le maggioranze e le opinioni altrui. Prescindere dal consenso e dalle opinioni diverse vuol dire negare, alla radice, la volontà popolare, l'essenza della democrazia. È quello che tentarono di fare i terroristi".

E ancora: "Esattamente il contrario di quanto proclamava il terrorismo rosso, quando parlava di Resistenza tradita. Il tradimento della Resistenza sarebbe stato, invece, quello di far ripiombare l'Italia sotto una nuova dittatura, quale che ne fosse il segno". Ma sono in molti che ancora oggi sostengono il tradimento della Resistenza e che non cambieranno idea per le sue esternazioni.

Mattarella, del quale conosciamo la sua manipolazione della storia, nega il suo stesso concetto del pluralismo. Per lui solo chi vota centro, condivide le scelte Usa, Nato e della UE e accetta il pensiero unico del potere è considerato democratico.

Il Presidente sorvola sulla strage di Piazza Fontana ordita da servizi segreti di Stato, dai fascisti, dai massoni della P2, sull'uccisione di Pinelli scaraventato dal 4° piano della questura di Milano perché non confessava ciò di cui era estraneo, i cui responsabili sono rimasti impuniti
. 
Ovviamente la stampa si adegua alle veline del Quirinale e calca la mano tralasciando le stragi fasciste che veramente hanno insanguinato il paese e insistono su quelle 368 vittime delle Br che hanno colpito con l'illusione di "alzare il tiro" pensando che quella fosse la via rivoluzionaria.
Da buon democristiano, Mattarella, si occupa del passato dell'Italia, ma tace sul marciume che emerge (solo in parte) nella magistratura che lui presiede. Un covo di vipere di magistrati e pennivendoli che, come nelle migliori tradizioni, si trasforma in una nuova loggia "Ungheria" che, con la complicità dei giornalisti, creano confusione tra chi dice che si tratta di montature e calunnie e tra chi dice che si deve indagare.

Nel frattempo, con un blitz a sorpresa, Draghi chiude l'era Vecchione-Conte e nomina Elisabetta Belloni, già segretario generale della Farnesina, già capo di gabinetto dell'allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni - ha gestito, tra le varie emergenze, i rapimenti di italiani in Iraq e in Afghanistan - alla guida del Dis (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza). 

Tra i primi a complimentarsi Franco Gabrielli che ha benedetto la sua nomina, il leader della Lega Matteo Salvini: "Buon lavoro a Elisabetta Belloni, donna di valore" e Matteo Renzi: "La nomina di Elisabetta Belloni alla guida del Dis è un’ottima scelta per le Istituzioni italiane".
Non facciamoci sviare dal fatto che a capo degli 007 ci sia una donna, forse sarano contenti settori del femminismo che non dividono il mondo in classi. In realtà, gli incarichi ai s
uperpoliziotti Gabrielli e Giannini (con formazione Digos, specializzati in antiterrorismo e antieversione, con esperienza di manifestazioni di piazza e di caccia ai cosiddetti terroristi), al generale in divisa per gestire le vaccinazioni, all'esercito per trasportare i vaccini, ai carabinieri per le vaccinazioni domiciliari, dopo la gestione del Copasir a Fratelli d'Italia e dopo le dichiarazioni di Mattarella in varie occasioni, rafforzano il processo di fascistizzazione dello Stato necessario alla borghesia e al capitale per far avanzare i propri progetti di sottomissione della classe operaia e del proletariato e impedire un eventuale scontro fra capitale e lavoro in quella lotta di classe dove si scontrano interessi antagonistici e due visioni del mondo e della società contrapposte.
Per meglio indorare la pillola per la batosta che si abbatterà sul mondo del lavoro con l'applicazione del documento programmatico, dopo mesi di segregazione e distanziamento, per rilanciare l'economia ed evitare di sborsare ristori e cassaintegrazione, ecco che arriva la decisione del governo di aprire tutto e ricevere i turisti senza obbligo di "quarantena". E, improvvisamente, calano i contagi, i ricoveri, i morti prima ancora di raggiungere la cosiddetta "immunità di gregge".
Nel frattempo aumentano le morti sul lavoro. Luana perché giovane e mamma diventa un caso emotivo, ma nessuno rileva che a 24 anni era ancora considerata apprendista e trascina il fatto che nella stessa settimana le vittime sono state ben 5. Le vittime successive non hanno ricevuto le stesse attenzioni. E n
uovi rischi per la salute si aprono per i 2,6milioni di lavoratori in smart working. Problemi legati alla postazione di lavoro, allo stress collegato ai tempi di lavoro dilatati e dall’ansia da prestazione (49,7%), all’indebolimento delle relazioni aziendali (49,7%), alla paura di marginalizzazione (47%) e alla disaffezione verso il lavoro (39,9%).
La mancanza di sicurezza sui posti di lavoro marcia di pari passo con la repressione verso quegli operai che si ribellano alle condizioni estreme di lavoro come alla Texprint di Prato. La salute è attentata quotidianamente e non aiuta la magistratura che assolve i potenti assassini dei lavoratori come nelle sentenze per le morti da amianto che sanciscono che uccidere i lavoratori per il profitto non è un reato o che la strage di Viareggio non è un incidente sul lavoro.
La sicurezza sul posto di lavoro obiettivo costante del nostro giornale, e al centro dell'attività del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio di Sesto S.Giovanni, del Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”, e del Coordinamento lavoratori autoconvocati per l'unità della classe (CLA) - è stata scippata per qualche giorno dalla stampa e dallo stesso Governo. Ipocriti in quanto coscienti che gli imprenditori non potranno mai garantire la sicurezza perché in contrasto con i propri profitti.
Ma l'argomento è stato presto accantonato e sostituito dalla difesa della famiglia, tema tanto caro al Vaticano, in occasione degli
Stati generali della Natalità. Esaltare la famiglia per riversarle addosso tutte le responsabilità e le carenze dello Stato e per convincere le donne a restare a casa, non cercare lavoro e lasciarlo... al "capofamiglia", così si riduce anche il tasso della disoccupazione.
Per Mattarella: "
Luogo di condivisione e trasmissione dei valori, segna il rapporto tra le generazioni ed è al centro dello sviluppo dei sentimenti della comunità, oltre a rappresentare elemento centrale della sua continuità". Per Draghi: "Un'Italia senza figli è un'Italia che non crede e non progetta. È un'Italia destinata lentamente a invecchiare e scomparire". Per il Papa: "Finalmente in Italia si è deciso di trasformare in legge un assegno, definito unico e universale, per ogni figlio che nasce. Esprimo apprezzamento alle autorità e auspico che questo assegno venga incontro ai bisogni concreti delle famiglie, che tanti sacrifici hanno fatto e stanno facendo, e segni l'avvio di riforme sociali che mettano al centro i figli e le famiglie. Se le famiglie non sono al centro del presente, non ci sarà futuro; ma se le famiglie ripartono, tutto riparte".
Non c'è futuro, invece, per le famiglie e i giovani palestinesi oppressi, incarcerati, torturati, privati di cure, del lavoro, della casa, bombardati (con caccia compresi gli F.35 e armi prodotte in Italia) a pochi giorni dal 15 maggio (commemorazione della nakba) dal regime di apartheid israeliano. Una vera e propria pulizia etnica che sta provocando una forte reazione nelle piazze - soprattutto di giovani - rispetto alle ridicole mobilitazioni dei parlamentari e capetti della destra che sostengono il sionismo per difendere i numerosi accordi economici e militari bilaterali.

Solo schierandosi, organizzandosi e lottando sempre più fermamente contro il nemico comune: capitalismo e imperialismo, a partire da quello interno, si potrà liberare l'Italia e dare concretamente un aiuto alle popolazioni che in tutto il mondo sono oppresse e sfruttate.


23 aprile 2021 redazione
25 Aprile

25 APRILE DI LOTTA ANTICAPITALISTA
Solidarietà militante con tutti i colpiti dalla repressione. La vera Liberazione arriverà solo quando gli ideali sociali che hanno guidato la Resistenza saranno realizzati e oppressione e sfruttamento cancellati definitivamente dalla storia

A 76 anni dal 25 Aprile 1945, ci troviamo in una società alle prese con una grave crisi economica, sociale e sanitaria dove la propaganda “fascioleghista” scava nei sentimenti più regressivi e reazionari di gruppi sociali, come i ceti medi impoveriti dalla crisi coinvolgendo anche settori popolari, alimenta il razzismo verso gli immigrati, il disprezzo verso le minoranze e gli emarginati dalla società capitalistica, contro chi si batte contro lo sfruttamento e soffia potentemente sul fuoco della “guerra tra poveri”. Mentre il grande capitale può presentarsi come garante dell'unità nazionale e del concetto che siamo tutti sulla stessa barca per uscire dalla crisi con il nuovo governo Draghi.

Il fascismo aveva costituito la forma di dittatura terroristica aperta con cui la borghesia capitalistica aveva deciso di schiacciare le aspirazioni rivoluzionarie e di giustizia sociale manifestate con l’occupazione delle fabbriche nel ‘Biennio Rosso’ 1919-1920 dal proletariato italiano. Un’opzione, peraltro, cui la borghesia non esita a ricorrere ogni volta che non è in grado di mantenere la sua supremazia con i rituali meccanismi di potere propri del sistema democratico-borghese.

Durante la Resistenza gran parte delle formazioni partigiane affrontavano fascisti e nazisti armi in pugno non solo per farla finita con la dittatura, ma per un mondo libero da ingiustizia, sfruttamento e guerra.
Dietro l'impulso della
mobilitazione operaia e gli scioperi del marzo ’43, incoraggiati dalla vittoria dell'Armata rossa contro le orde naziste a Stalingrado, le forze della Resistenza e della lotta armata partigiana si svilupparono contro fascisti, nazisti e tirapiedi prezzolati dei capitalisti grazie alla direzione dei comunisti, al sacrificio, alla preparazione militare e alla forza ideologica capace di risvegliare i valori del patrimonio di lotta proletaria fino alla vittoria.
Ma non esistono vittorie definitive nella lotta di classe e per l'emancipazione del proletariato, queste vanno difese ogni giorno.
Del resto i fascisti non sono mai scomparsi dal panorama politico del nostro Paese, e dal 1945 hanno continuato ad occupare posti chiave nello Stato, dalla magistratura, alla polizia, all'esercito, depistando, coprendo le bombe, gli omicidi, le aggressioni degli squadristi mai cessate contro lavoratori, immigrati, antifascisti e comunisti.
Oggi i fascisti
sia nella versione autoritaria del leghismo e del nazionalismo di Fratelli d’Italia (che sta raccogliendo parlamentari M5S), sia nella versione più triviale e squadristica di Casa Pound, Forza Nuova, Lealtà e Azione e altre formazioni, alzano il tiro perché si sentono legittimati da decenni di propaganda revisionista e dalla sistematica diffamazione della Resistenza alimentata da tutti i partiti istituzionali, ma anche dalle scelte riconciliative della cosiddetta sinistra.
Un proliferare di numerose sigle camuffate anche da associazioni ‘culturali’, librerie, gruppi musicali, per una più efficace penetrazione nel mondo giovanile che si richiamano apertamente al nazifascismo e che aprono covi neri in molti quartieri popolari, soprattutto quelli percorsi da gravi problematiche sociali. Da questi covi partono provocazioni, intimidazioni, aggressioni fisiche a militanti di sinistra, giovani antifascisti, immigrati, studenti e operai in prima fila nelle lotte nei propri ambienti di studio e di lavoro. Gruppi squadristici - utili elettoralmente ai fascisti in doppiopetto - protetti da importanti apparati dello Stato (servizi segreti, settori delle forze armate, vertici delle forze di polizia), finanziati attraverso i traffici di droga e di armi e collusi con mafie e massonerie, addestrati nelle basi militari della NATO, spediti a ‘farsi le ossa’ negli scontri tra le diverse tifoserie calcistiche o come mercenari sui fronti di guerra aperti in diverse parti del mondo (Ucraina, Bielorussia, Siria ecc.). Una riserva di tipo ‘militare’ pronta a essere utilizzata quando il potere borghese lo riterrà necessario.

A queste forze i cosiddetti democratici vogliono lasciare il diritto di parola, in nome della "libertà di espressione" (per i fascisti), oppure lanciano i loro strali contro gli “opposti estremismi” cioè che chi si oppone ai razzisti e alla libera circolazione dei fascisti si pone contro la legalità, deve essere represso da polizia e carabinieri e condannato dai tribunali.

Nonostante la Costituzione borghese sancisca - peraltro sempre più in linea teorica - diritti conquistati già con la Resistenza e poi, attraverso grandi lotte ed enormi sacrifici, nei decenni successivi dal proletariato italiano, ciò non ha impedito ai “padroni” di intervenire con mano pesante nella limitazione di tanti diritti politici, sindacali e sociali della classe operaia: dal diritto di sciopero e di manifestazione a quello di organizzazione e di rappresentanza sindacale, dal diritto ad una scuola per tutti a quello, oggi di triste attualità, di un'efficiente sanità pubblica.

Come nel passato, quando in nome di una ricostruzione nazionale avvenuta sulla base della difesa degli interessi di classe della borghesia,
oggi di fronte alla crisi aggravata dal coronavirus il potere strumentalizza la crisi e ripropone  l'unità nazionale attraverso il governo Draghi.
Subentrato
dopo la trovata di Renzi è presentato come il salvatore della Patria, forse è più salvatore delle banche, della UE, delle logge massoniche e del Club Bildenberg cui appartiene.
In realtà "per salvare il Paese" adotterà forzature istituzionali con lo svuotamento dei poteri del parlamento borghese, trasformerà lo Stato in senso reazionario accentrando le decisioni nelle mani dell’esecutivo, rifacendosi al "Piano di Rinascita Democratica” di Gelli e della sua Loggia P2, eversiva e filoatlantica. Probabilmente metterà mani sulla Costituzione sempre più a favore del potere politico ed economico della borghesia. Ricordiamo che Draghi sul disegno previsto e ordinato dalla banca J.P. Morgan il 21 giugno 2013 ha affermato: «Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo...».

Un ulteriore salto di qualità nell’involuzione in senso reazionario dello Stato potrebbe compiersi laddove venissero confermate - reiterando lo stato di emergenza sanitaria ed inasprendosi quella economica e sociale - le misure coercitive e repressive adottate per far fronte alla diffusione della pandemia da coronavirus.
La militarizzazione del territorio, il ricorso a più avanzate tecnologie di controllo sociale, le limitazioni al diritto di movimento e di riunione potrebbero trasformarsi in provvedimenti strutturali, utili - assieme all’armamentario repressivo già a disposizione (si pensi ai Decreti Sicurezza di salviniana memoria) - a criminalizzare e a soffocare sul nascere le future proteste dei lavoratori del nostro Paese. 
E le premesse si sono viste subito
, sia nel discorso del suo insediamento, sia negli incarichi di settori delicati affidati a superpoliziotti come Giannini e Gabrielli e il generale Figliuolo con esperienze di guerra in Afghanistan e Kosovo a gestire l'emergenza Covid 19, tanto per abituare e fare accettare la presenza militare sui territori.
Avanza, quindi, il processo di ampliamento della repressione per chi non si adegua alla campagna governativa cui aderiscono, in un modo o nell'altro, le varie forze fasciste.
Un attacco che marcia di pari passo con la risoluzione, approvata nel settembre 2019 - con il voto favorevole dei rappresentanti del PD - dal Parlamento europeo in cui si equipara il nazismo al comunismo, posti ignominiosamente sullo stesso piano come regimi entrambi totalitari. Con il rilancio del processo di revisione e falsificazione dei tragici accadimenti che sconvolsero l’Europa intera nella prima metà del ’900. A rendere ancor più grave questo atto è il non aver citato, nella condanna espressa dalla risoluzione, il fascismo come sistema totalitario. Una sorta di tacita assoluzione dei fascismi europei dalle terribili colpe di cui questi regimi reazionari si sono macchiati. Un evidente segnale della natura anticomunista della ‘democratica’ Europa, pronta a ricorrere se necessario, ai servigi che potrebbero offrire i nuovi fascisti di fronte all’inasprirsi dello scontro di classe. Una violenta campagna antipartigiana e anticomunista che sostiene il revanscismo nazionalista e la riabilitazione del fascismo di cui fu iniziatore l’ex parlamentare del PCI Luciano Violante, auspicando, nel discorso di insediamento a presidente della Camera nel ’96, una sorta di “maggiore comprensione” - e di conseguente attenuazione della condanna - verso la scelta di campo fatta nel ’43 da quei giovani passati alla storia come “ragazzi di Salò”.
Nel processo politico e culturale di sdoganamento di un tragico periodo della storia europea e nazionale non stupisce la crescita della destra in Italia. Per questo i comunisti devono prendere le distanze da movimenti di ‘sinistra’ e partitini sedicenti comunisti che, scivolando verso posizioni comunitariste o sovraniste, si avvicinano ambiguamente alla propaganda di forze neofasciste e nazionaliste interne allo schieramento imperialista (come si è potuto riscontrare in occasione delle guerre di aggressione contro Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria ecc.) e continuare ad affermare che l'unico antifascismo che realmente produce risultati è quello quotidiano, vissuto nei quartieri, che non conosce deleghe. Un antifascismo che non ha nulla a che spartire con chi nel giorno della Liberazione vorrebbe provocatoriamente sfilare accanto agli oppressori del popolo palestinese, sotto le bandiere sioniste responsabili dei massacri di Gaza; né con chi - dal governo all'opposizione - promuove e sostiene le aggressioni militari in Siria, Libia, come già in Jugoslavia, e appoggia i gruppi nazisti in Ucraina, Bielorussia ecc.
Viceversa uno dei compiti principali di un Antifascismo militante deve essere quello di contrastare queste posizioni rilanciando quell’Internazionalismo Proletario che costituì una componente ideologica fondamentale della parte più avanzata e di classe del movimento resistenziale.
Dinanzi all’avanzare, sotto diverse vesti del pericolo fascista, i comunisti hanno il dovere irrinunciabile di salvaguardare la memoria e l’esperienza della Resistenza di ieri per difendere le speranze di liberazione di oggi della classe operaia e delle masse popolari da un sistema capitalista.
Per questo il 25 Aprile - deve vederci impegnati contro le celebrazioni rituali delle istituzioni in nome dell'unità nazionale, sia contro probabili restrizioni imposte con il pretesto del contagio. Deve essere una giornata di solidarietà militante con tutti gli antifascisti e i lavoratori colpiti dalla repressione, una giornata di mobilitazione anticapitalista, perché la Liberazione arriverà veramente solo quando gli ideali sociali che hanno guidato la Resistenza saranno realizzati e oppressione e sfruttamento cancellati definitivamente dalla storia.

 

 


28 marzo 2021 redazione
editoriale 2/2021

UN IMPEGNO ARDUO MA INDISPENSABILE
I
lavoratori devono capire che è possibile una società diversa da quella fallimentare che propone il capitalismo. Un altro sistema sociale dove non c'è posto per padroni, sfruttamento, oppressione
Sul numero 1 abbiamo anticipato l'arrivo di Draghi, prima del suo insediamento. Ora il salvatore della patria sta governando un esecutivo di "unità nazionale". Draghi ha affidato i più importanti ministeri alla destra e accontentato - tra ministri e sottosegretari - tutti i partiti, riportato la Lega al governo, e reinserito la Gelmini che solo qualche anno fa tanto danno ha fatto come ministra dell'istruzione e ridato a Brunetta di finire il suo compito contro i fannulloni!
Si è anche circondato di uomini "forti": Gabrielli, Giannini, Figliuolo.
Superpoliziotti con formazione Digos, specializzati in antiterrorismo e antieversione, con esperienza di manifestazioni di piazza e di caccia ai cosiddetti terroristi, in buoni rapporti con l'intelligence.
A gestire l'emergenza Covid 19, ha chiamato il generale dell'esercito Figliuolo, già Comandante del contingente italiano in Afghanistan e delle forze NATO in Kosovo, tanto per abituare alla presenza militare sul territorio.
Sappiamo che tutti i governi rappresentano il comitato d'affari della borghesia, il compito di questo governo - gradito all'Europa, alla finanza internazionale, alle logge massoniche, alla Nato e, grazie all'appoggio servile dei mass media, approvato anche dall'opinione pubblica - è quello di gestire i finanziamenti stabiliti con l'UE. Per fare ciò, in fase di pandemia, dovrà ricorrere a misure sempre più vergognose su occupazione, sanità, istruzione, servizi sociali, trasporti ecc.
Un'ulteriore stretta economica, con peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle masse, può dare vita a movimenti sociali (è auspicabile!), che preoccupano il potere. Mentre i
decreti Salvini sono sempre in vigore c'è da aspettarsi una trasformazione dello Stato, un nuovo disegno repressivo e la preparazione del terreno su cui ogni repressione, ogni limitazione di libertà, ogni decreto sicurezza contro lavoratori in lotta e militanti, venga accolta dall'opinione pubblica come misura necessaria alla salvaguardia del “benessere comune” e in questo Covid 19 aiuta molto.
Questo governo, dopo aver annunciato la "novità" del condono (i furbetti ringraziano), ha dato il via alla missione militare come parte della
Task Force europea Takuba - approvata dal parlamento lo scorso giugno - nel Sahel. Un'altra missione "umanitaria" per la lotta contro il "terrorismo", per la "stabilità e sicurezza". In realtà è un territorio ricco di materie prime saccheggiato e impoverito dalle potenze imperialiste e rappresenta un passaggio decisivo dei migranti verso l'Europa da controllare e bloccare.
Probabilmente sarà il governo che metterà le mani sulla Costituzione indirizzato sempre
più a favore del potere politico ed economico della borghesia nel senso del "Piano di Rinascita Democratica” di Gelli e della sua Loggia P2.
La borghesia sa bene che quando ci sono le "strette" e le condizioni si aggravano incombe il "pericolo"comunista. Quel comunismo che faceva paura
quando uscì il "Manifesto del Partito comunista" di Marx ed Engels che iniziava con le parole “Uno spettro si aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo" che vide tutte le potenze della vecchia Europa alleate in una caccia spietata contro questo spettro e che fa paura perché continua a ricordare alla classe borghese il destino che la attende.
Anche se oggi la situazione è diversa. Non c'è più il PCI che, prima della sua involuzione, per molti anni ha prospettato una parvenza di società diversa dal capitalismo; non c'è più il campo "socialista" che - se pure criticabile - era un riferimento per la classe operaia che per anni hanno gridato "faremo come in Russia".

I lavoratori per molte ragioni, che affrontiamo spesso sulle nostre pagine, vedono soprattutto sconfitte, il movimento operaio è in una fase di resistenza non certo all'attacco (il contratto dei metalmeccanici è solo un esempio).
I comunisti incontrano mille difficoltà per organizzarsi, per
rendersi credibili e riuscire a fare capire alla classe lavoratrice che è possibile una società diversa, un altro sistema sociale senza padroni né sfruttamento, né oppressione.
Nonostante tutto la borghesia continua a temere che la propria sopravvivenza sia messa in pericolo e che fa?

Rafforza la denigrazione delle idee comuniste attraverso tutti gli strumenti che ha a disposizione: dai programmi scolastici e educativi, all'indottrinamento mediatico - da quello più becero a quello più raffinato -, dalla cultura all'industria del cinema (non c'è un telefilm senza attacchi verso Cuba, Venezuela, Cina, Russia, Corea del nord...). Ci sono i premi Nobel ai vari Pasternak, Sakharov, Solženitsyn, Gorbačëv, Aleksievič; al premio “Sakharov” ai vari “Memorial”, Oleg Sentsov o opposizione democratica” bielorussa.
La diffamazione è sottile e subdola e può passare inosservata, ma penetra nelle menti e nella coscienza delle persone. Sono tutte idee con le quali la borghesia condiziona perché venga accettato che i comunisti vanno messi fuori legge in quanto “criminali”, e che il comunismo deve essere abolito per legge per il “bene comune" quindi fare in modo che sia la massa a richiederlo, per la “propria sicurezza”.
Nei decenni, l'anticomunismo ha assunto varie forme, è ricorso agli interpreti e ai mezzi più diversi: dai più estremi e terroristici, ai più sofisticati. L'obiettivo è sempre quello di scongiurare la presa di coscienza delle condizioni di vita e di sfruttamento da parte delle classi sottomesse e, dunque, irretire la loro aspirazione a liberarsi.
A gennaio, in occasione del centenario della fondazione del Partito Comunista d'Italia, abbiamo visto tutti - dai reazionari alla cosiddetta sinistra - liberi di sentirsi in dovere di sproloquiare sulla decisione dei comunisti di rompere nel 1921 con l'opportunismo
per programmare un diverso tipo di società, di definire la società socialista condannata “alla dittatura e alle fucilazioni”, di accusarli di aver con la "sciagurata scissione" e le "lacerazioni profonde" di aver favorito il fascismo.
Quando il Presidente della Repubblica si batte il petto per foibe e “crimini dei comunisti slavi contro gli italiani”, falsificando la storia, tacendo sui crimini fascisti e le leggi razziali, accusando chi non è d'accordo di negazionismo. Quando celebra via Fani o l'anniversario della morte di Biagi ma non spende una parola per tutti i morti quasi giornalieri su e da lavoro, cosa fa?
Quando il Presidente del Consiglio (che ha ben imparato dai gesuiti), nel discorso del suo insediamento cita il Papa e il Signore (incurante che siamo una repubblica laica) si richiama al teologo anticomunista Karl Paul Reinhold e alla sua “preghiera per la serenità”, e si preoccupa che le
Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, cosa fa? Entrambi rispolverano il “pericolo comunista”.
L'ideale comunista è sotto attacco in tutto il mondo, la pianta “sempreverde” è quella della storia sovietica, con «le fucilazioni e le dittature proletarie». Si arriva a dire che i comunisti si erano macchiati dell'olocausto; che se Stalin “si è alleato con Hitler”, significa che è ugualmente responsabile non solo della “invasione della Polonia”, non solo della “spartizione dell'Europa”, ma anche degli stessi crimini del nazismo: anzi, se non fosse stato per Stalin, Hitler non avrebbe nemmeno cominciato la guerra e allora “non c'è da aspettarsi nulla di diverso dai comunisti di oggi”.
La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019, con l'equiparazione tra nazismo e comunismo e l'auspicio al divieto di “ideologia e simbologia comuniste”, è stata per ora l'ultima tappa nella “istituzionalizzazione” della tesi sulla pari responsabilità di Germania nazista e URSS nello scatenamento della guerra e su un fantomatico “retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo”.
Tutto il mondo capitalista inneggia alle rivoluzioni colorate, ai golpisti venezuelani, ai reazionari russi e bielorussi, plaudono alle tesi revisionistiche, vede ancora la Russia comunista e si spende per la liberazione di Navalny, un razzista e nazista mascherato da democratico.

In conclusione possiamo dire che l'anticomunismo è nato con il comunismo, è nato con la presa di coscienza della propria condizione da parte della classe operaia, sottoposta alla diretta oppressione della moderna classe dominante, la borghesia. Tutta la campagna della borghesia con la denigrazione delle idee comuniste è legata a mantenersi il potere e ai suoi obiettivi attuali che sono quelli di preparare il terreno agli ennesimi attacchi padronali sul lavoro e sulla vita delle masse.
È evidente che per far fronte all'attacco spietato della borghesia e dei suoi tirapiedi anticomunisti, sia necessario un autentico Partito comunista, strumento politico e organizzativo della classe lavoratrice. Ma per ricostituirlo si deve rafforzare il processo di unità dei comunisti, di organizzazione, di amplificazione della difesa degli ideali comunisti.

Un impegno arduo per propagandare le proprie idee e
rendersi credibili se si confronta la differenza di mezzi a disposizone tra i comunisti e il potere dominante, ma è indispensabile per far sì che i lavoratori maturino la convinzione che è possibile una società diversa da quella fallimentare che propone il capitalismo. Un altro sistema sociale dove non c'è posto per padroni, sfruttamento, oppressione.


10 febbraio 2021 redazione
editoriale

ANCORA PIÙ MARCATA LA DITTATURA DEL GRANDE CAPITALE
Improvvisamente... tutti insieme per mantenere l'egemonia della classe dominante
Nell'interesse della borghesia e delle logge massoniche Renzi fa cadere il governo e il Presidente della Repubblica ha subito pronto un candidato di "alto profilo", "alto livello": Draghi, uomo della Goldman Sachs, del Vaticano, del club Bielderberg, dell'austerità, delle privatizzazioni su larga scala. Ricordiamo che la
piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali (compresa l'acqua!) e dei servizi professionali era già richiesta nel 2011 con la famigerata lettera della BCE. E stretti legami con la finanza internazionale, tant'è che all'annuncio dell'incarico a Draghi la borsa è schizzata in alto e lo spread è sceso in caduta libera. Una garanzia per il capitalismo italiano, la finanza europea e anche per le alleanze internazionali, dagli Usa alla Nato, a Israele. Per lui, infatti, si sono spesi Lagarde ("è un'occasione d'oro"), Obama, Ursula Von der Leyen.
Significativo è il richiamo di Draghi al teologo anticomunista Karl Paul Reinhold Niebuhr lo scorso anno quando nel suo intervento al meeting CL di Rimini si è riferito alla “preghiera per la serenità”: “Signore, dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capire la differenza”. L'abbiamo riportata nel n. 5/2020 quando pensavamo che Draghi mirasse al Quirinale (ma c'è sempre tempo!). Un'altra volta si affida ad un tecnico il commissariamento del paese inculcando nell'opinione pubblica l'idea della validità di un uomo solo al comando, con pieni poteri, per far uscire il paese dalle secche confermando che l'economia prevale rispetto alla costruzione complessiva del paese. Il risultato l'abbiamo già visto nel 2012 con Monti.
La fine dell'era Conte ha accentuato lo spettacolo indecoroso delle forze politiche del paese. Un esercizio di protagonismo tra balletti opportunisti e populisti dei parlamentari che non vogliono perdere la poltrona.
Tutti hanno fatto a gara per meglio accreditarsi alle esigenze della borghesia e del padronato.
Sono bastati pochi giorni per vedere le piroette della pochezza politica e culturale della classe politica italiana. Il PD è passato dalla difesa del Conte ter ad assolutamente Draghi! Tengono famiglia e si adeguano anche i rappresentanti del M5S i cui padroni Grillo e Casaleggio si precipitano a Roma a impartire ordini. Penoso il tentativo del cosiddetto centrodestra che annuncia di presentarsi unito e alle consultazioni vanno divisi, ma uniti dallo stesso scopo: partecipare al potere e spartirsi il bottino per sistemare parenti, amici, amici degli amici ecc.
È davvero incredibile come i seguaci della Lega non si accorgano quanto le sparate dei vari leader non siano reali, ma rivolte all'aumento del consenso:
“l’unico Governo possibile è quello del centrodestra altrimenti si vada a votare”, l'importante è il programma, la salute (tacendo sugli investimenti necessari per far funzionare la sanità) e il bene del paese (ovvero i propri interessi di bottega). Ma appena si intravvede un posto nel governo cedono - persino sul progetto sovranista - accettando l'europeista Draghi. Berlusconi rivendica di averlo portato alla BCE ed esprime grande consenso, sempre nella speranza di arrivare al Quirinale. La Meloni non vuole perdere la faccia come Salvini e avanza una timida apertura. In realtà la guerra iniziata con la crisi e contro il Conte ter era solo una pressione per candidare nomi e appartenenze.
Tutti alla corte del taumaturgo. Tutti disposti a stare insieme in un governo di larghe intese.
La posta è troppo alta. Sul tavolo ci sono i miliardi Ue, vagonate di finanziamenti che arriveranno perché Draghi è la garanzia di una gestione "sapiente". Che prima di tutto si riverseranno nel complesso militare-industriale e aerospaziale per la realizzazione di nuovi sistemi d'arma destinati alle forze armate, e poi ricadranno alle imprese per il cosiddetto rilancio. Senza alcuna certezza di investimenti che garantiscano l'occupazione.
In ballo c'è anche la riforma della giustizia, compresa la non gradita cancellazione della prescrizione (oggi più attuale che mai dopo la sentenza della Cassazione sulla strage di Viareggio), che non piace ai politici disonesti e corrotti.
A chi importa degli operai che passano il Natale in fabbrica perché licenziati nonostante il blocco "Covid 19?
A chi importa se i
disoccupati sono già aumentati oltre 500mila e saliranno al milione con la fine ufficiale del blocco dei licenziamenti? Solo in dicembre si sono registrati 101mila disoccupati di cui 99mila donne. Ciononostate aumentano le morti sul lavoro e da lavoro che non fanno neppure notizia. Solo in Toscana in cinque giorni se ne sono contati quattro.
Gli imprenditori aggirano l'ostacolo e chiudono per cessata attività non perché in crisi, né per il lockdown, ma per delocalizzazione, tanto il governo glielo permette.
Whirlpool, AIR ITALY, Treofan (di proprietà Jindal, la multinazionale indiana che da anni dovrebbe subentrare alla Lucchini), ABB, TNT, Perini Navy, Testi cementi sono solo alcune delle ultime imprese che lasciano sul lastrico centinaia di operai.
Le poche forme di resistenza operaia continuano ad essere separate anche quando si tratta dello stesso gruppo o delle stesse categorie perché non si mette al primo posto l'unità di classe. Non aiutano gli "scioperi generali" di "bandiera". Escludendo i lavoratori della logistica in lotta per il loro rinnovo del contratto, la classe lavoratrice - soffocata dai sindacati collaborazionisti e dalle beghe del sindacalismo di base - non è pronta a perdere giornate di salario per scioperi che non intaccano minimamente il capitale né i governi che lo sostengono.
La borghesia sa il fatto suo. Draghi
taglierà i miseri aiuti come il reddito di sussistenza, eliminanerà il blocco dei licenziamenti. Le ultime dichiarazioni di Landini - che sta chiudendo al ribasso vari contratti, compreso quello scandaloso dei metalmeccanici che una volta era la categoria egemone e trainante - sono appiattite sulle capacità di Draghi. Per il movimento operaio si prospetta un nuovo massacro sociale.
In questo scenario, Covid 19 favorisce l’accelerazione del processo di militarizzazione che non sarebbe stato possibile in tempi di “normalità”. La libertà di manifestazione è limitata e si chiudono gli spazi di aggregazione sociale. Per le date storiche che movimento comunista e popolare è solito celebrare in piazza - 8 Marzo, 25 Aprile, 1 Maggio - già proibite lo scorso anno si ripresenta il problema.
Con grande complicità dei mezzi di informazione in questi giorni, più del solito, abbiamo sentito Lega e Fratelli d'Italia premere sulle elezioni per dare la parola al popolo e avere un governo stabile. Falsità e demagogia. Quando mai, con tutte le formazioni che si presentano, i cittadini decidono l'esecutivo di governo? I cittadini, influenzati da promesse illusorie, mandano in parlamento i parassiti che poi formano il governo secondo i propri interessi e di coloro che rappresentano, che non sono certo i bisogni degli elettori.
Il centrodestra ha già governato e... male. Non regge l'alternanza al governo. Non c'è centro destra o centrosinistra, né destra o pseudo sinistra - nonostante tutti i loro proclami - che sia veramente interessata alla comunità. Il loro vero interesse è farsi eleggere non per governare al meglio, ma garantirsi i lauti compensi parlamentari (più tutti i privilegi) e per ottenere il potere politico e finanziario, in particolare, oggi con l'arrivo dei miliardi UE. Molti hanno capito che la situazione non si risolve andando alle urne, ma non basta. Questa scelta deve trasformarsi in presa di coscienza, in attività politica, participazione, organizzazione - e ciò comporta lo sviluppo dell'unità dei comunisti - perché solo così si può affermare la possibilità di costruire un altro sistema, sociale, senza sfruttatori e, soprattutto senza padroni e politicanti.


14 dicembre redazione
editoriale n. 7

No all'offensiva capitalista
L'unità dei lavoratori e la lotta unitaria contro il nemico comune sono indispensabili per passare dalla resistenza al rovesciamento del regime di sfruttamento e dimostrare nella pratica che la classe lavoratrice può vivere senza padron
i
Un altro anno sta per finire, ci aspetta un anno nuovo - quello della ricorrenza del centenario della nascita del PCdI - sempre impegnati a proseguire nel percorso intrapreso che punta sulla difesa e sull'affermazione della validità del marxismo e del leninismo. E, ancora una volta ormai da 30 anni, chiediamo il sostegno dei comunisti. Siamo convinti che "nuova unità" sia uno strumento di controinformazione utile ai lavoratori - tant'è che siamo usciti anche durante il lockdown - e che dobbiamo fare ogni sforzo per migliorarlo, anche con i contributi dei lettori e non solo economici. Ma ancora dobbiamo fare appello a compagni e lettori - nonostante il duro periodo di crisi economica - di rinnovare l'abbonamento. Ai diffusori chiediamo di essere più solleciti nel versare il ricavato delle vendite, sebbene quest'anno la diffusione sia stata fortemente penalizzata dal lockdown. Sono le uniche entrate di cui disponiamo in un mondo, quello della stampa, in mano al monopolio borghese, reazionario e manipolatore al servizio dei padroni, per questo dovremo essere fiscali e sospendere l'invio a coloro (tranne per chi veramente vuole leggerlo ma non è in condizioni di abbonarsi) che, pur potendo, non provvederanno al rinnovo.
Stiamo preparando questo numero nuovamente in clima di segregazione.
Fino a maggio ci hanno imposto le regole più rigide d'Europa, poi è venuta l'estate e sembrava che il numero dei contagi fosse sparito; oggi abbiamo un tasso di mortalità superiore alla Germania, alla Francia e persino alla Spagna.
Da sempre i governi italiani non conoscono né prevenzione, né pianificazione, è ovvio che la carenza di operatori sanitari, posti letto (già nel 2018 la Campania aveva circa due posti letto pubblici per mille abitanti, l’Emilia Romagna era a 3,5 ecc.), terapie intensive e persino di bombole dell'ossigeno non permette un gran numero di ricoveri e allora la tendenza è a "curare a casa", con tutte le complicazioni del caso. Ma soprattutto si ricatta e si impaurisce per fare ricadere la responsabilità dei contagi sui comportamenti individuali delle persone. Se non state alle regole e vi contagiate è colpa vostra e si minacciano restrizioni peggiori in un'eventuale terza ondata. Ma si tampona a macchia di leopardo, non funziona il sistema rintracciamento e si ignora che chi va al lavoro (produzione, commercio e servizi non si sono mai fermati) e a scuola viaggia stipato nei mezzi di trasporto che, invece di raddoppiare le corse, le diminuiscono per non perdere i profitti.
L'Italia è divisa in zone colorate, salvo scolorirsi nel nome del business natalizio, e le parole d'ordine rimangono isolamento, distaccamento sociale, protocolli di protezione - che non vale per i mezzi di trasporto. Un sistema molto favorevole a
l potere. Infatti il governo, con la giustificazione della necessità dell'isolamento sanitario e sociale (ma anche con l'illusione che a tutti arriveranno i prestiti UE), e una certa capacità di coinvolgimento riesce ad ottenere il consenso ed evitare proteste e manifestazioni della classe lavoratrice. Più facile che applicare le leggi e i decreti Salvini orientati proprio a criminalizzare i lavoratori in lotta e colpire ogni tentativo di mobilitazione sociale.
Tutti sacrificati in casa per non intasare gli ospedali e bloccare altre patologie e in attesa del vaccino per una malattia di cui si conosce ben poco e per la quale si sottovaluta la ricerca di una terapia. Già il toccasana è il vaccino targato Pfizer. Un nome, un programma! Pfizer, già nota per aver condotto su 200 bambini nigeriani affetti da meningite un test clinico non autorizzato con l’antibiotico Trovan (che può danneggiare il fegato con esiti mortali) dei quali undici sono morti e altre decine hanno riportato danni permanenti. Nel 2012 Pfizer ha pagato un solo miliardo di dollari per risarcire diecimila donne che l'avevano denunciata in seguito agli effetti cancerogeni del farmaco Prempro. Altre denunce sono state fatte per i gravi disordini psicologici provocati da Chantix, e sotto accusa è anche il depo-testosterone nel viagra perché provocherebbe ictus e infarti. Pfizer ha anche rifiutato di rendere generici i propri farmaci contro l’Aids nei paesi più colpiti dalla malattia che li renderebbe meno costosi, ha violato brevetti, ha promosso farmaci per utilizzi non approvati, ha offerto a migliaia di medici ed esperti denaro e regali per la prescrizione di farmaci recanti gravi effetti collaterali.
È evidente la forza di questa multinazionale, che comprende la tedesca BioNtech), tanto da imporre all'Europa l'acquisto del vaccino già in produzione prima dell'autorizzazione (che non si sa se limita il contagio né la durata della copertura) - definito dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il più promettente finora -. Di conseguenza l'Italia segue e si adegua, nonostante mesi di entusiastiche e patriottiche affermazioni sulla validità del vaccino italo-inglese, la collaborazione tra l’Università di Oxford e l’italiana Irbm.
Quando agli stati generali di giugno il ministro Speranza annunciò l'acquisto di 1,7 milioni di dosi (disponibili da metà gennaio '21) si guadagnò l'applauso dei presenti. In questi giorni emergono altri numeri e la graduatoria delle categorie che hanno la precedenza, ma non sarà obbligatorio, ci dicono, probabilmente per nascondere la carenza di dosi. Si parla di 202 milioni che presumibilmente comprendono il richiamo (forse più di uno), la cui distribuzione è affidata all'esercito in piena continuità con la militarizzazione dei territori già in atto per i controlli delle zone colorate. Se per ottenere l'immunità di gregge, che varia a seconda dell'infezione, si può considerare al sicuro la popolazione quando almeno il 95% è vaccinata, i dati non tornano nonostante ministri, dottori, opinionisti ecc. si sgolino da mesi tutto il giorno in trasmissioni radiotelevisive per convincere la popolazione sui benefici del vaccino anticovid come se ce ne fosse per tutti. Nel frattempo scarseggia in tutta Italia il tanto raccomandato e "indispensabile" vaccino influenza, salvo... acquistarlo in farmacia.
Anche il vaccino - evidentemente più conveniente di una terapia - dimostra la voracità del capitalismo e degli accordi UE, a differenza di Cuba le cui brigate mediche combattono il coronavirus in oltre quaranta paesi con il vaccino "Soberana 01-02" che mostra lo sviluppo degli anticorpi, e con terapie farmaceutiche per soddisfare le necessità dei malati e non i profitti del capitale.
Tutti i governi passati negli ultimi decenni hanno volutamente distrutto la sanità pubblica (con continue riforme, spesso con speculazioni e corruzione) per orientarla verso quella privata, riducendo personale e posti letto nell'indifferenza degli stessi utenti, ma anche della maggioranza dei lavoratori del settore che ora sono stati travolti dall'emergenza e raggirati da istituzioni e sindacati. Tanto che in questa seconda ondata, pur continuando a morire e a sottoporsi a turni massacranti, è finito l'"innamoramento" degli "eroi".
La salute, come la sicurezza sui luoghi di lavoro (dove si continua a morire) -
il 6 dicembre è stato il 13° anniversario dell’incendio che uccise i sette lavoratori della ThyssenKrupp nel 2007 - continuerà ad essere al centro della nostra informazione e sostenute nella lotta dei lavoratori che si oppongono alla violenta offensiva capitalistica. Che si presenta con sempre maggiore chiarezza e perciò richiede un impegno e una partecipazione maggiore da parte del movimento operaio. L'unità dei lavoratori e la lotta unitaria contro il nemico comune sono indispensabili per passare dalla resistenza, spesso isolata, ad un efficace livello di attacco del nemico, fino al rovesciamento del regime di sfruttamento e dimostrare nella pratica che la classe lavoratrice può vivere senza padroni.
Ai comunisti, oltre alla lotta, si aggiunge il compito di portare avanti il percorso di ricomposizione delle frammentate forze comuniste e affermare la validità del socialismo scientifico. Ideologia criminalizzata dalla destra che avanza nei diversi paesi del mondo e che è anche la politica ufficiale dell'Unione europea, da socialdemocratici e revisionisti di ogni specie.


14 dicembre redazione
editoriale n. 7

No all'offensiva capitalista
L'unità dei lavoratori e la lotta unitaria contro il nemico comune sono indispensabili per passare dalla resistenza al rovesciamento del regime di sfruttamento e dimostrare nella pratica che la classe lavoratrice può vivere senza padron
i
Un altro anno sta per finire, ci aspetta un anno nuovo - quello della ricorrenza del centenario della nascita del PCdI - sempre impegnati a proseguire nel percorso intrapreso che punta sulla difesa e sull'affermazione della validità del marxismo e del leninismo. E, ancora una volta ormai da 30 anni, chiediamo il sostegno dei comunisti. Siamo convinti che "nuova unità" sia uno strumento di controinformazione utile ai lavoratori - tant'è che siamo usciti anche durante il lockdown - e che dobbiamo fare ogni sforzo per migliorarlo, anche con i contributi dei lettori e non solo economici. Ma ancora dobbiamo fare appello a compagni e lettori - nonostante il duro periodo di crisi economica - di rinnovare l'abbonamento. Ai diffusori chiediamo di essere più solleciti nel versare il ricavato delle vendite, sebbene quest'anno la diffusione sia stata fortemente penalizzata dal lockdown. Sono le uniche entrate di cui disponiamo in un mondo, quello della stampa, in mano al monopolio borghese, reazionario e manipolatore al servizio dei padroni, per questo dovremo essere fiscali e sospendere l'invio a coloro (tranne per chi veramente vuole leggerlo ma non è in condizioni di abbonarsi) che, pur potendo, non provvederanno al rinnovo.
Stiamo preparando questo numero nuovamente in clima di segregazione.
Fino a maggio ci hanno imposto le regole più rigide d'Europa, poi è venuta l'estate e sembrava che il numero dei contagi fosse sparito; oggi abbiamo un tasso di mortalità superiore alla Germania, alla Francia e persino alla Spagna.
Da sempre i governi italiani non conoscono né prevenzione, né pianificazione, è ovvio che la carenza di operatori sanitari, posti letto (già nel 2018 la Campania aveva circa due posti letto pubblici per mille abitanti, l’Emilia Romagna era a 3,5 ecc.), terapie intensive e persino di bombole dell'ossigeno non permette un gran numero di ricoveri e allora la tendenza è a "curare a casa", con tutte le complicazioni del caso. Ma soprattutto si ricatta e si impaurisce per fare ricadere la responsabilità dei contagi sui comportamenti individuali delle persone. Se non state alle regole e vi contagiate è colpa vostra e si minacciano restrizioni peggiori in un'eventuale terza ondata. Ma si tampona a macchia di leopardo, non funziona il sistema rintracciamento e si ignora che chi va al lavoro (produzione, commercio e servizi non si sono mai fermati) e a scuola viaggia stipato nei mezzi di trasporto che, invece di raddoppiare le corse, le diminuiscono per non perdere i profitti.
L'Italia è divisa in zone colorate, salvo scolorirsi nel nome del business natalizio, e le parole d'ordine rimangono isolamento, distaccamento sociale, protocolli di protezione - che non vale per i mezzi di trasporto. Un sistema molto favorevole a
l potere. Infatti il governo, con la giustificazione della necessità dell'isolamento sanitario e sociale (ma anche con l'illusione che a tutti arriveranno i prestiti UE), e una certa capacità di coinvolgimento riesce ad ottenere il consenso ed evitare proteste e manifestazioni della classe lavoratrice. Più facile che applicare le leggi e i decreti Salvini orientati proprio a criminalizzare i lavoratori in lotta e colpire ogni tentativo di mobilitazione sociale.
Tutti sacrificati in casa per non intasare gli ospedali e bloccare altre patologie e in attesa del vaccino per una malattia di cui si conosce ben poco e per la quale si sottovaluta la ricerca di una terapia. Già il toccasana è il vaccino targato Pfizer. Un nome, un programma! Pfizer, già nota per aver condotto su 200 bambini nigeriani affetti da meningite un test clinico non autorizzato con l’antibiotico Trovan (che può danneggiare il fegato con esiti mortali) dei quali undici sono morti e altre decine hanno riportato danni permanenti. Nel 2012 Pfizer ha pagato un solo miliardo di dollari per risarcire diecimila donne che l'avevano denunciata in seguito agli effetti cancerogeni del farmaco Prempro. Altre denunce sono state fatte per i gravi disordini psicologici provocati da Chantix, e sotto accusa è anche il depo-testosterone nel viagra perché provocherebbe ictus e infarti. Pfizer ha anche rifiutato di rendere generici i propri farmaci contro l’Aids nei paesi più colpiti dalla malattia che li renderebbe meno costosi, ha violato brevetti, ha promosso farmaci per utilizzi non approvati, ha offerto a migliaia di medici ed esperti denaro e regali per la prescrizione di farmaci recanti gravi effetti collaterali.
È evidente la forza di questa multinazionale, che comprende la tedesca BioNtech), tanto da imporre all'Europa l'acquisto del vaccino già in produzione prima dell'autorizzazione (che non si sa se limita il contagio né la durata della copertura) - definito dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il più promettente finora -. Di conseguenza l'Italia segue e si adegua, nonostante mesi di entusiastiche e patriottiche affermazioni sulla validità del vaccino italo-inglese, la collaborazione tra l’Università di Oxford e l’italiana Irbm.
Quando agli stati generali di giugno il ministro Speranza annunciò l'acquisto di 1,7 milioni di dosi (disponibili da metà gennaio '21) si guadagnò l'applauso dei presenti. In questi giorni emergono altri numeri e la graduatoria delle categorie che hanno la precedenza, ma non sarà obbligatorio, ci dicono, probabilmente per nascondere la carenza di dosi. Si parla di 202 milioni che presumibilmente comprendono il richiamo (forse più di uno), la cui distribuzione è affidata all'esercito in piena continuità con la militarizzazione dei territori già in atto per i controlli delle zone colorate. Se per ottenere l'immunità di gregge, che varia a seconda dell'infezione, si può considerare al sicuro la popolazione quando almeno il 95% è vaccinata, i dati non tornano nonostante ministri, dottori, opinionisti ecc. si sgolino da mesi tutto il giorno in trasmissioni radiotelevisive per convincere la popolazione sui benefici del vaccino anticovid come se ce ne fosse per tutti. Nel frattempo scarseggia in tutta Italia il tanto raccomandato e "indispensabile" vaccino influenza, salvo... acquistarlo in farmacia.
Anche il vaccino - evidentemente più conveniente di una terapia - dimostra la voracità del capitalismo e degli accordi UE, a differenza di Cuba le cui brigate mediche combattono il coronavirus in oltre quaranta paesi con il vaccino "Soberana 01-02" che mostra lo sviluppo degli anticorpi, e con terapie farmaceutiche per soddisfare le necessità dei malati e non i profitti del capitale.
Tutti i governi passati negli ultimi decenni hanno volutamente distrutto la sanità pubblica (con continue riforme, spesso con speculazioni e corruzione) per orientarla verso quella privata, riducendo personale e posti letto nell'indifferenza degli stessi utenti, ma anche della maggioranza dei lavoratori del settore che ora sono stati travolti dall'emergenza e raggirati da istituzioni e sindacati. Tanto che in questa seconda ondata, pur continuando a morire e a sottoporsi a turni massacranti, è finito l'"innamoramento" degli "eroi".
La salute, come la sicurezza sui luoghi di lavoro (dove si continua a morire) -
il 6 dicembre è stato il 13° anniversario dell’incendio che uccise i sette lavoratori della ThyssenKrupp nel 2007 - continuerà ad essere al centro della nostra informazione e sostenute nella lotta dei lavoratori che si oppongono alla violenta offensiva capitalistica. Che si presenta con sempre maggiore chiarezza e perciò richiede un impegno e una partecipazione maggiore da parte del movimento operaio. L'unità dei lavoratori e la lotta unitaria contro il nemico comune sono indispensabili per passare dalla resistenza, spesso isolata, ad un efficace livello di attacco del nemico, fino al rovesciamento del regime di sfruttamento e dimostrare nella pratica che la classe lavoratrice può vivere senza padroni.
Ai comunisti, oltre alla lotta, si aggiunge il compito di portare avanti il percorso di ricomposizione delle frammentate forze comuniste e affermare la validità del socialismo scientifico. Ideologia criminalizzata dalla destra che avanza nei diversi paesi del mondo e che è anche la politica ufficiale dell'Unione europea, da socialdemocratici e revisionisti di ogni specie.


9 novembre 2020 redazione
nu. 6/2020

Intensificare la lotta e l'unità del proletariato contro il capitale
IN UNA NUOVA EMERGENZA SANITARIA IL GOVERNO ITALIANO SI RIARMA COME DOVESSE SCATENARE UNA GUERRA. E DECIDE NUOVE MISSIONI MILITARI IN AFRICA
Al convegno dei giovani industriali il presidente Confindustria Carlo Bonomi si è lamentato che gli 88 miliardi stanziati dallo Stato agli industriali sono solo garanzie e che hanno dovuto anticipare i soldi della Cig.
dimenticando volutamente le oltre 2000 aziende che hanno approfittato dell'emergenza per ottenere i soldi della cassa integrazione senza averne bisogno né le condizioni previste. I capitalisti hanno mantenuto i loro profitti perché la produzione non si è fermata neppure nel periodo peggiore della Covid 19, non è un caso che le zone a maggior contagio sono state (oltre a quelle più inquinate) quelle dove la produzione industriale non ha mai cessato.
Chi è veramente in crisi sono la classe lavoratrice e le masse popolari. Che, fino a quando pagheranno con sacrifici e rinunce le scelte del sistema capitalista? A parte che molti non hanno ancora ricevuto la prevista Cig, si può vivere con un'elemosina statale?

Ammortizzatori sociali e divieto di licenziamento per ora hanno tamponato l'espandersi della disoccupazione, ma con la conferma della chiusura delle fabbriche, a partire da Whirlpool, e la fine degli strumenti assistenziali la situazione diventerà ancora più drammatica. Crescerà quell'esercito di disoccupati che ha la precisa funzione di ricattare gli occupati calpestandone i diritti, mantenere bassi i salari e aumentare precarietà e povertà.

Abbiamo assistito alle consuete promesse della recente campagna elettorale che hanno indorato la pillola
raccontando come la situazione in Italia sta migliorando, di come gli italiani siano andati in vacanza... scegliendo l'Italia. Tant'è che il voto ha rafforzato l'asse di governo garantendolo sino a fine legislatura, mentre la vittoria dei SI per la futura diminuzione dei parlamentari al referendum (cosa che ci riguardava poco), ha evidenziato l'egemonia delle forze di governo sulle masse popolari, soprattutto nelle periferie delle città. Ha rinsaldato PD e M5Stelle per mantenere il Parlamento fino alla scadenza naturale e, nel frattempo andare all'ennesima modifica della legge elettorale, in vista anche dell'elezione del Presidente della Repubblica.
Ora, dopo che il governo aveva aperto le stalle estive per far "riprendere l'economia", siamo nel ritorno del contagio e di nuovo vengono imposte restrizioni e divieti, tranne quello di... lavorare. Questa pandemia non è più grave di tutti i mali che affliggono nel mondo con milioni di morti e che non hanno mai interessato i governi capitalisti: dalle catastrofi ambientali alla denutrizione, ai vari tipi di malattie. Nel contenimento forzato c'è l'interesse di salvaguardare l'economia
e si è lasciata la sanità con i suoi enormi tagli: dal personale ai posti  letto, alla ricerca. Tagli effettuati in nome dell'austerità e del pareggio di bilancio imposto dalla UE - momentaneamente sospeso per arginare i danni pandemici - ma che oggi si pagano.
Le carenze ospedaliere sono frutto del capitalismo. I suoi governi, pur prevedendo un'ondata di ritorno del virus, non hanno posto rimedio né con assunzioni, né con l'organizzazione ospedaliera, portandoci a una nuova gestione criminale. Si sono vantati di aprire le scuole a settembre stipando gli studenti sugli autobus perché aumentare le corse... costa troppo!

Per il Governo italiano è prioritario acquistare (nel silenzio mediatico) elicotteri e aerei di attacco, produrre portaerei come se l'Italia dovesse scatenare una guerra. Un giro di miliardi nelle tasche di politici, manager, faccendieri che rendono di più della soluzione dei problemi di un paese come la scuola e la sanità, anche se per strutture private e assicurazioni sono due campi assai remunerativi.
Ma, come se non bastasse l'aumento del 6% delle spese in armi nel 2020, il governo rafforza la presenza militare (200 soldati e 20 mezzi terrestri) all'estero con altre due missioni: nel Sahel (un contingente militare era già in Niger) considerata "area strategica prioritaria per gli interessi nazionali", e nel Golfo di Guinea.
Anche nel mondo colpito dalla pandemia hanno continuato
ad aumentare le spese militari che nel 2019 hanno registrato un aumento del 3,6% rispetto al 2018 con una cifra record di 1.917 miliardi di dollari. Il solo bilancio militare della NATO arriva a 1.035 miliardi di dollari, cioè il 54% della spesa militare globale. Pensiamo che il bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità - che dovrebbe rispondere alle crisi di natura sanitaria - è di circa 4,5 miliardi di dollari ogni due anni.
Non siamo tutti nella stessa barca neppure nel contagio. I ricchi si salvano i proletari muoiono, tanto meno lo siamo nella crisi economica. Una crisi che ha concentrato e centralizzato il capitale sostenuto dalle banche centrali in una società dominata dai monopoli e dalle potenze imperialiste proiettate all'ottenimento del massimo profitto, alla militarizzazione dell'economia e della società. Situazione che non può soddisfare le esigenze della classe lavoratrice, né quelle sociali, né protegge la salute e l'ambiente.
La borghesia che mai rinuncia ai suoi profitti coglie l'occasione della Covid 19 per ristrutturare il modello produttivo. Un modello che peggiorerà le condizioni di vita e di lavoro del proletariato - in particolare per le donne -, imponendo l'uso della nuova tecnologia, lo smart working (ovvero il vecchio lavoro a domicilio), la didattica a distanza (che esclude 2milioni di studenti), la precarietà, il prolungamento dei rinnovi dei contratti, i ricatti continui ecc. Ciò comporta forme di limitazione delle libertà sociali e di controllo delle masse e, come in primavera, ci saranno ripercussioni su assemblee, presidi, scioperi, manifestazioni. L
a lotta contro l'emergenza sanitaria, quindi, è lotta contro il capitalismo.
Come risponde la classe lavoratrice alla situazione in cui ci troviamo? Ci sono lotte quotidiane, anche piccole forme di resistenza, alcune volutamente isolate perché condizionate dai sindacati confederali che non cercano la solidarietà di classe, anzi in quanto sostenitori del Governo agiscono per gestire la crisi. D'altro lato le divisioni tra i sindacati di base non danno strumenti adeguati alla gravità dell'attuale situazione, anzi proclamano scioperi generali per la visibilità della propria sigla che disorientano e scoraggiano i lavoratori.
Per combattere il nemico comune che non cambia e di cui bisogna prendere coscienza: capitalismo, Stato, governi borghesi c'è bisogno di unità, solidarietà di classe e dell'unificazione delle lotte
con licenziati, precari, disoccupati, sfrattati, lavoratori stranieri e con chi è colpito dalla repressione.
In questo periodo, a livello nazionale, ci sono alcune proposte. Una, espressa nell'assemblea dei "lavoratori combattivi" del 27 settembre a Bologna, organizzata da
Sicobas che, mentre ha avuto il pregio di fare intervenire tutti come lavoratori combattivi lasciando fuori dalla porta la propria appartenenza a gruppi e partiti, non ha sciolto l'ambiguità rispetto al cosiddetto Patto d'azione che invece vuole operare come un intergruppi politico di diversi orientamenti. Un fronte di forze con mire egemoniche e concorrenti tra di loro, unite più per il proprio interesse di singolo gruppo che di quello della classe operaia che esprime l'esigenza di unità nella lotta e per generalizzare il conflitto. Al di là delle dichiarazioni dei promotori, in questo tipo di fronte o patto d'azione se non vengono sciolte le ambiguità rischiano di ripercorrere strade già percorse destinate al fallimento.
L'altra è quella confermata nell'assemblea del CLA a Genova il 18 ottobre. Anche qui si sono confrontati lavoratori di vari sindacati e categorie e le loro
esperienze. Il CLA non è un nuovo sindacato, ma è nato con l’obiettivo di unire tutti i lavoratori e lavoratrici sui comuni interessi di classe, indipendentemente dalle sigle sindacali, con una coraggiosa parola d'ordine: “unità della classe nella lotta”. Una parola d’ordine che richiede coraggio e assunzioni di responsabilità con l'obiettivo di fare in modo che le forze più combattive anche se ancora piccole, contribuiscano - attraverso un’azione unitaria e organizzata - a valorizzare la necessità di indipendenza e autonomia rifiutando la delega e a rafforzare il movimento operaio, sviluppando le posizioni più conseguenti e classiste per abbattere le barriere alzate da borghesia, revisionisti e riformisti che impediscono ai lavoratori di affermare il proprio protagonismo organizzato.
Due esperienze organizzative che pongono al centro la difesa della salute, della sicurezza sui luoghi di lavoro e contro i decreti Salvini. Unite dalla solidarietà espressa anche nella manifestazione di Modena del 3 ottobre. Una mobilitazione (che poteva essere più incisiva) in risposta alle centinaia di denunce e multe, alle aggressioni poliziesche, dei crumiri, dei fascisti contro i lavoratori che si ribellano allo sfruttamento imposto dal padronato.
Di fronte alla crescente crisi economica e all'emergenza sanitaria causata da anni di continui tagli la borghesia aumenta la sua aggressività, il governo agisce con tutti i mezzi per convincere che la ripresa è possibile. Basta sottomettersi alle sue regole. Spende miliardi nel settore militare ma non risolve il problema Ilva né Lucchini, né quello del gravissimo aumento della disoccupazione. Invece è proprio di fronte all'aggravarsi della situazione che diventa sempre più pressante la lotta contro il capitale che è anche lotta contro l'emergenza sanitaria e contro i disastri ambientali. Per il proletariato e i lavoratori il nemico non cambia ed è in casa nostra. E per combatterlo è fondamentale respingere le divisioni volute da tutti gli opportunisti dei vari partiti e sindacati che impediscono la crescita della coscienza di classe e spezzano le mobilitazioni.


9 settembre 2020 redazione
editoriale n. 5

CONTRO LA PROPAGANDA BORGHESE. SEMPRE
Che fa la borghesia quando teme che la propria sopravvivenza sia messa in pericolo? Rafforza l'anticomunismo
L'estate sta finendo, Covid 19 continua a monopolizzare l'informazione, la scuola è al centro dello scontro tra governo e opposizioni che sono in piena campagna per le elezioni locali e regionali. E poi c'è il referendum sul taglio dei parlamentari, l'ennesima trovata del Movimento 5S
alla ricerca del recupero del consenso elettorale: ipocrita, populista, di trasformazione reazionaria dello Stato sempre più a favore del potere politico ed economico della borghesia e che si rifà al "Piano di Rinascita Democratica” di Gelli e della sua Loggia P2, eversiva e filoatlantica. Per lo Stato sprecone, che continua ad aumentare la spesa pubblica, il risparmio è veramente irrisorio - rappresenta lo 0,006% del totale della spesa - mentre nessuno, neppure e tantomeno gli sloganisti di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia avanzano proposte reali del tipo tagliamo retribuzioni, benefit, vitalizi che in questa Italia che piange miseria e si inginocchia alla UE hanno raggiunto cifre esagerate rispetto agli altri stessi paesi europei.
A Rimini tutti sono corsi alla corte di Comunione e Liberazione come fosse un appuntamento obbligato. Forse lo è, visto che quello che si
presenta come "Meeting per l'amicizia fra i popoli" non solo è curato dalla "Fondazione per la Sussidiarietà" in collaborazione con ASviS (Alleanza per lo sviluppo sostenibile), Fondazione Symbola ma... anche da Cassa Depositi e Prestiti che, detenendo l'83% del Ministero dell'economia e delle finanze, fa sì che questa iniziativa sia sostenuta con i soldi degli italiani che siano o no d'accordo con la politica spazzatura che ne emerge da questa passerella di politici, governanti, autocandidati alla presidenza della Repubblica come Draghi.
Nonostante la crisi non si segnalano ancora ribellioni del settore operaio, della ristorazione, alberghiero, sanitario, ma si sono aperte nella società sacche di protesta con il rifiuto e la perdita di fiducia nelle autorità. È successo a Genova in occasione dell'inaugurazione del ponte. Nonostante la "cerimonia sobria" dopo l'annunciata carnevalata, al taglio del nastro il 4 agosto parate di Conte, del sindaco e commissario, Marco Bucci, del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, dell'architetto e ideatore del progetto, Renzo Piano, di vescovi e cardinali per la benedizione e le Frecce Tricolore che hanno disegnato in cielo la bandiera di San Giorgio e la colonna sonora "Creuza de ma" di Fabrizio De Andrè (Dori Ghezzi non ha ritegno), e... mille ombrelloni pronti in caso di pioggia (ma quanto ci costano!) i parenti delle 43 vittime hanno disertato denunciando i mancati controlli che avrebbero evitato la tragedia, chiedendo la revoca della concessione ad Autostrade. I parenti erano invece sotto il ponte il 14 agosto - in una Genova blindata e bloccata da forze dell'ordine per la preoccupazione che qualcuno rovinasse la “festa” - chiedendo di non essere dimenticati dopo l'anniversario: "Non vogliamo che tutto finisca, con questa ubriacatura di felicità. È vero che il ponte è giusto che ci sia, ma le vittime non devono essere dimenticate, il Paese non può entrare in una voragine come quella del crollo, con questa vergogna". Con loro i familiari della strage di Viareggio, lavoratori, sindacati di Genova, il CLA (Coordinamento lavoratori/trici autoconvocati per l'unità della classe) con un suo volantino, e una delegazione di compagni del CCT (Coordinamento comunista toscano) impegnati alla Festa dei "Partigiani sempre" che era in corso a Viareggio.
Perdita di fiducia anche da parte dei terremotati di Amatrice e Accumuli, stanchi delle promesse non mantenute che il 24 agosto -
a quattro anni dal sisma - hanno lasciato le seggiole vuote alla funzione condotta dal vescovo di Rieti e alla presenza, tra gli altri, di Conte e Zingaretti, del commissario al sisma Giovanni Legnini e del capo della Protezione Civile Borrelli e hanno preferito partecipare alla celebrazione che si è svolta nella notte ad Amatrice. Una protesta per la mancata ricostruzione resa ancora più efficace dal meschino e inappropriato messaggio di Mattarella sulla ricostruzione incompiuta.
Che fa la borghesia quando teme che la propria sopravvivenza sia messa in pericolo? Rafforza l'anticomunismo. A Rimini Draghi cita la
“preghiera per la serenità” del teologo anticomunista Karl Paul Reinhold Niebuhr: “Signore, dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capire la differenza”. La disinformazione di massa riesuma Tito definendolo dittatore comunista e dittatore comunista, anzi stalinista, è anche Lukašenko, ma ignora volutamento tutti i dittatori reazionari, fascisti e monarchici che dominano nelle diverse parti del mondo. È "l'obiettività" della stampa che non ammette sistemi diversi dal capitalismo, anche se non si tratta di comunismo. Un esempio è il film in concorso a Venezia, “Cari compagni” del regista Andrej Konchalovsky. Una pellicola – dicono – che si basa su un fatto realmente accaduto e tenuto segreto per molto tempo: il massacro a Novocherkassk del 2 giugno del 1962. Si attaccano i principi sovietici e stalinisti,
a 9 anni dalla morte di Stalin e in piena nefasta gestione kruscioviana.

Nell'anticomunismo viscerale si rilanciano le foibe, una strumentalizzazione che non ha attecchito a livello di massa nonostante imposizioni nelle scuole e giornate del ricordo. Il presidente Mattarella è un buon complice in queste vicende. Così, col
suo omologo sloveno Borut Pahor - il primo presidente di uno dei Paesi nati dallo smembramento della Jugoslavia a commemorare le vittime italiane delle foibe - ha deposto una corona di fiori alla foiba di Basovizza tenendosi per mano: ipocrisia e falsa democrazia. Nell'occasione emerge che nel Kočevski rog hanno scoperto un'altra foiba con i resti di 250 persone.  Scende di nuovo in campo l’Unione degli istriani che dichiara: incrociando dati e testimonianze sull’attività partigiana in quella zona, la responsabilità dell’eccidio è da attribuire all’Ozna, la polizia segreta jugoslava, e in particolare al suo braccio operativo, il Knoj (Korpus narodne obrambe Jugoslavije) cioè il Corpo di difesa popolare della Jugoslavia, costituito da partigiani e incaricato della sicurezza interna dei territori ‘liberati’ durante la seconda guerra mondiale in Jugoslavia. Il senatore di Fratelli d'Italia, Massimo Ruspandini commenta: "A distanza di anni noi continuiamo a ricordare”, mentre Salvini parla di “furia sterminatrice del comunismo titino”.
Quello che non dimentichiamo noi, invece, sono gli orrori della guerra scatenata dai nazi-fascisti; che la Jugoslavia e tutta l’area dei Balcani, fu occupata in poco più di dieci giorni dai militari tedeschi con gli italiani che facevano gli “accompagnatori” buoni; che 400mila militari jugoslavi furono fatti prigionieri e molti finirono nei lager di sterminio. Che l’Italia fascista si annesse una parte di Slovenia e Croazia, consistenti aree del Kosovo, Macedonia, Montenegro - in aggiunta all’Albania, già occupata dall’Italia nell’aprile del 1939. Non dimentichiamo l'enorme sacrificio di sangue pagato dagli jugoslavi per cacciare gli invasori nazifascisti italo-tedeschi e gli ustascia che - come fecero i nazisti a Berlino, mandarono allo sbaraglio anche “i ragazzini” - e tutti coloro che si erano schierati con i promulgatori della “razza eletta”, nello sterminio di chi si batteva per la libertà in un contesto storico che vedeva l'Italia con la Rsi e la Francia con Petain.
E rientra nel disegno anticomunista il sostegno dei tutori della “democrazia” occidentale all'ennesima rivoluzione colorata in Bielorussia - l'ultimo paese ai confini con la Russia finora libero da basi USA e NATO - dove il 9 agosto oltre l'80% degli elettori ha confermato Alekslandr Lukašenko per la sesta volta alla presidenza. Per ora, una nuova “majdan”, come quella che produsse il golpe nazista del 2014 a Kiev, non è andata in porto. A differenza dell'Ucraina, a Minsk non si è puntato su un golpe violento apertamente nazista, bensì sulla tattica più blanda, dello “sciopero generale” e dell'uso di tre mogli - del tutto sconosciute alla politica - dei tre oppositori.
La Bielorussia è, in prospettiva, una piazzaforte troppo preziosa per le mosse USA e NATO nell'area Polonia-Baltico: piuttosto che rischiare di perderla del tutto a favore della Russia, meglio avere ora un po' di pazienza. In ogni caso, rimane l'obiettivo del suo inserimento in UE e NATO, per stravolgere l'intero equilibrio missilistico nucleare ai confini russi. Armate di tutto punto Romania, Polonia, Paesi baltici, la Bielorussia rimane l'unico spazio da cui Mosca può contrapporre a USA e NATO il proprio potenziale missilistico; e rimane anche il corridoio preferenziale da cui passare per arrivare a Mosca.
Su questo numero pubblichiamo un primo commento, ma ci sarà occasione di tornare sulla questione, sulle ispirazioni “democratiche”, europeiste, privatizzatrici dell'opposizione; sui nessi di classe della situazione bielorussa, su quale classe sia espressa nella figura dell'ultimo "dittatore d'Europa”; su quali forze stiano dietro alle azioni di determinate “masse di opposizione”; sulla comunanza di “idee” tra liberali, sinistre arcobaleno e anarco-trotskisti, tutti a inneggiare all'opposizione contro quello che viene fatto passare, a uso e consumo della propaganda borghese, per ultimo “feroce stalinista”.
Ci sarà modo di tornare sulla debolezza delle organizzazioni comuniste o di sinistra, anche perseguite da Lukašenko, nel suo continuo mercanteggiare tra est e ovest; sullo stato sociale andato via via scomparendo in quella che era la più prospera tra le ex Repubbliche sovietiche; su tutto ciò che ha provocato l'indignazione di tanta popolazione bielorussa, anche operaia. Un'indignazione su cui hanno lavorato a piene mani sia gli agenti esterni del capitale internazionale, che la “quinta colonna” della borghesia compradora interna, bramosa di accaparrarsi le proprie quote, dalla privatizzazione delle proprietà e dei grossi complessi industriali di Stato.


11 giugno 2020 redazione
editoriale n. 4

Fermiamo i progetti della borghesia
Se il movimento operaio - sotto continuo attacco - non si organizza per rovesciare e cambiare il sistema nell'interesse della maggioranza della popolazione, rimarrà schiavo, più o meno moderno, ma sempre schiavo.
Farida, un'infermiera francese di 50 anni (asmatica e post Covid19), tra gli eroi in corsia, viene massacrata dalla polizia - scaraventata a terra e trascinata per i capelli - e arrestata perché protesta, a Parigi, durante una manifestazione del personale ospedaliero. Migliaia di infermieri, operatori della sanità e impiegati sono scesi in piazza il 17 giugno per la valorizzazione del loro stipendio e per il riconoscimento del lavoro. Scene che rimandano alla morte dell'afroamericano George Floyd per mano della polizia a Minneapolis. Anche lei, sanguinante per i lacrimogeni ha chiesto il Ventolin perché asmatica e come risposta le hanno tirato i capelli e spinta in una macchina delle forze di polizia in assetto antisommossa che dimostrano non l'abuso della forza, ma la loro fedeltà agli interessi del potere borghese.
Giuste proteste e richieste - quelle degli ospedalieri in lotta con scioperi e rivendicazioni contro i tagli nella sanità pubblica - applauditi da finestre e balconi che per tre mesi hanno lavorato dalle 12 alle 14 ore al giorno. Eroi in corsia che ora rischiano di essere dimenticati, e umiliati. Una lotta nel momento giusto - che i sanitari in Italia non sanno cogliere - che pone al centro dell'attenzione la validità del settore sanitario, la difesa di una sanità pubblica ed efficiente, la rivalutazione del salario e il riconoscimento del lavoro degli operatori che non siano solo lodi. In una Francia infiammata da tempo, dopo 8 anni di indagine, arriva il processo a Ikea per aver costituito un sistema di spionaggio illegale: avrebbe organizzato un sistema di spionaggio generalizzato di sindacalisti, salariati, aspiranti impiegati, clienti lamentosi e, sottoposti a particolare sorveglianza (inutile dirlo) erano chi scioperava per ottenere condizioni di salario e di lavoro migliori. Nella maggior parte dei casi le informazioni erano fornite da poliziotti pagati sotto banco, spesso in cambio di mobili o buoni spesa.
Le violenze contro i lavoratori non sono solo prerogativa di Francia, Stati Uniti ecc. Basta guardare in casa nostra. Nella notte del 10 giugno cariche violente hanno colpito gli operai in presidio ai cancelli della TNT-FEDEX di Peschiera Borromeo per protestare contro il licenziamento di 66 compagni di lavoro. E dove non arrivano i manganelli arrivano i licenziamenti per infedeltà all'azienda e gli accordi. 
RSU e vertici sindacali (Fiom, Fim, Uilm) hanno sottoscritto l’ennesimo accordo con Confindustria e la multinazionale Marcegaglia di Ravenna per prolungare la cassintegrazione Covid19 i cui 180 dipendenti sono già in Cig dal 26 di marzo.
Nessun riferimento alle varie cooperative in appalto: su 500 solo 50 sono in cig e i loro capi li fanno lavorare a rotazione privi di controllo e sicurezza anche di fronte all'epidemia.
Violenza è anche la vicenda Thyssen. Non solo sono morti 7 operai in una fabbrica priva di misure di sicurezza per la voracità dei padroni, ma ai manager condannati per il rogo del 2007 che non sono mai entrati in carcere è stata concessa la semilibertà, cioè il rientro serale ma i week end in famiglia. Ci piacerebbe vedere in quale cella passano la notte! Lo temevano i familiari già nel mese di dicembre quando hanno partecipato all'assemblea organizzata dal CLA (coordinamento lavoratori autonomi per l'unità della classe) a Torino ed ora, giustamente sono sempre più agguerriti, soprattutto le mamme che hanno perso figli in giovane età a causa dello sfruttamento sul lavoro.
La strage silenziosa dei morti da e di lavoro continua ma non fa particolarmente notizia, soprattutto se si tratta di stranieri. Una malattia che miete più vittime del coronavirus. Ultimi in ordine di data, il 17 giugno, un operaio romeno di 64 anni, ha perso la vita in un incidente avvenuto in un cantiere stradale per il rifacimento dell'asfalto a San Felice sul Panaro (MO).  Alle 2 di notte del 18 giugno, a Verona, un operaio Rfi di 60 anni che stava lavorando sui cavi della linea ferroviaria che attraversa la zona, muore schiacciato sotto ad una motrice ferroviaria treno.
Solo a gennaio ben 52 persone hanno perso la vita in incidenti sul lavoro, dal 5 maggio al 15 maggio i morti passano da 2,21 al giorno a ben 3,82 al giorno con un aumento del 42 per cento. Un dato molto probabilmente influenzato dalle riaperture decise non in sicurezza proprio dopo il 4 maggio.
L’offensiva padronale, con la compiacenza dei vertici sindacali concertativi, darà il colpo di grazia agli ultimi rimasti. Dopo la cig si conteranno licenziamenti a catena, lo ha già preannunciato Confindustria, però avanza l'idea della cancellazione delle ferie come se i lavoratori fossero la causa Covid 19, come se la segregazione obbligatoria (spesso in alloggi piccoli e insalubri) fosse la stessa cosa che stare in vacanza, come se non ci avessero rimesso economicamente.
"È un obbligo morale non fermare la produzione", sostiene
Enrico Carraro della Confindustria veneta, ipotesi che sta prendendo piede tra le imprese nel Nord, il peggio è che la cancellazione delle ferie per il recupero della produttività - proposta lanciata dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi - non sia respinta dal segretario generale Cgil, Maurizio Landini.
In realtà al Nord la produzione non si è mai fermata, proprio per le enormi pressioni di Confindustria, nonostante già a febbraio fosse chiaro il pericolo di contagio di massa, e - se pure tutti i soloni della scienza non lo dicano -
le zone a maggior contagio sono state quelle dove la produzione industriale ha continuato.
Molti si chiedono cosa succederà in autunno quando cadrà il divieto di licenziamento, anche se nel frattempo è stato più che violato. Quando i fondi UE non arriveranno o saranno spesi male e, dopo la buffonata degli "Stati generali", rimpinguando le casse delle industrie, come FCA che per battere cassa ridiventa italiana.
I disoccupati si aggiungeranno agli attuali e a quelli del settore turismo-ristorazione, le masse popolari dovranno fare i conti con il crescente carovita, un terreno favorevole per il rafforzamento delle forze reazionarie. Che non sono la soluzione, anzi aggraveranno la condizione della vita sociale. Già la segregazione forzata di Covid 19 ha dimostrato la "prova tecnica" di subordinazione e condizionamento sociale nel caso in cui - in seguito alla guerra per l'egemonia mondiale - le varie potenze in campo decidessero di usare armi batteriologiche, anziché quelle tradizionali.
Una stangata, inoltre, si riverserà sulle pensioni. Ad essere penalizzate, già dal prossimo anno, saranno quelle considerate dai governanti (ogni parlamentare costa oltre 15mila euro al mese e ogni ministro oltre 20mila, ma non si toccano!) medie-alte, cioè dai 1500 ai 1700 euro al mese che nel triennio perderanno 467 euro e dal 2022 ben 267 euro al mese che aumenteranno con recessione e inflazione.
È il modo della borghesia per risolvere la crisi economica che investe tutto il mondo capitalista e non è solo causa Covid19: aumentare lo sfruttamento (anche con vecchie forme di lavoro, in veste moderna) e usare i manganelli dove c'è ribellione pur di salvaguardare i propri profitti, appoggiata dalle priorità dei vari governi. Su tutto incombe il pericolo di guerra. Non si ferma e non si converte l'industria delle armi, anzi si rafforza e aumentano le spese militari non per la difesa, ma da attacco. Nostalgia colonialista?
L’Esercito italiano, infatti, nell’ambito del programma di ammodernamento e approvvigionamento di nuovi sistemi d’arma “tecnologicamente avanzati”, sta facendo incetta di missili in Israele.
Molti non sono a conoscenza che sul territorio italiano stazionano 70 testate nucleari (Aviano e Ghedi Torre) che sono in via di sostituzione con modelli più efficaci e che non sono a beneficio della salute, ma il governo non firma, né ratifica il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN) approvato alle Nazioni Unite il 7 luglio 2017.
Il nemico è sempre lo stesso, è il sistema capitalista. Lo abbiamo verificato con l'emergenza sanitaria aggravata dai tagli e dal mancato investimento nella prevenzione e nella ricerca. Lo stesso vale per l'ambiente. Le riconversioni "ecologiche" come gli interventi in seguito ai disastri, sempre più frequenti, sono speculative e improntate ad aumentare sempre più i guadagni, non certo per gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari.
P
er questo l'ambiente non si difende con sterili quanto inutili obiettivi sostenuti da monopoli, nobili e vari intellettuali con la coscienza sporca, ma deve essere difeso con una lotta di carattere decisamente anticapitalista.
Non basteranno gli scioperi se non saranno generali e nell'unità della classe, e se non produrranno alcun danneggiamento. Fermo restando che, se non si costruisce la risposta allo strapotere della borghesia e dei politici, se il movimento operaio - sotto continuo attacco - non si organizza per rovesciare e cambiare il sistema nell'interesse della maggioranza della popolazione, rimarrà schiavo, più o meno moderno, ma sempre schiavo. Parallelemente i comunisti devono rafforzare l'unità ideologica, politica e d'azione affinché la classe operaia e il proletariato si organizzino con lo strumento essenziale per la propria liberazione dalle catene oppressive e repressive.


15 maggio 2020 redazione
editoriale nu. 3

CAPITALISMO INFETTO
Tutto andrà bene solo se la classe operaia e le masse popolari riescono a unirsi su posizioni di classe e se si organizzano contro le politiche imposte dalla borghesia e dai suoi governi
Covid 19 ha messo in ginocchio il sistema sanitario (nonostante il numero limitato dei contagi in rapporto alla popolazione) con tutte le debolezze delle decantate sanità di "eccellenza" (Lombardia in primis) e le gravissime mancanze create da una gestione politica di tagli su letti e personale, di chiusura e depotenziamento degli ospedali
 sempre più simili a reparti di una fabbrica, anziché sulla qualità dei servizi (nonostante i ticket), ma anche di ruberie, corruzioni e sperperi di partiti e amministratori. E, soprattutto, la linea nazionale - nonostante la regionalizzazione del settore - di abbandonare il pubblico, già trasformato in azienda che crea profitto, per avantaggiare il privato, il "volontariato" che fa capo ad associazioni e fondazioni e le assicurazioni.

Da decenni manca l'investimento nella ricerca sulla prevenzione delle malattie infettive, perché gli investimenti nella sanità pubblica e nella prevenzione non fanno business, anzi sono controproducenti e la scienza è al servizio del capitalismo e subordinata al profitto. Come lo sono le case farmaceutiche che oggi investono per un vaccino più conveniente di una cura terapeutica.
Il contagio è stato devastante: mancanza di letti di terapia intensiva, di strumenti di protezione per i lavoratori, di attrezzature per i colpiti, di sanificazione, il limitato uso dei tamponi - che
dovrebbero essere fatti a tappeto mentre la media nazionale è di 88 su centomila (evidentemente è più economico imporre sacrifici e isolamento a tutti) -, una situazione, gestita malissimo che ha costretto gli ospedali a sospendere interventi chirurgici, cure oncologiche e interruzioni di gravidanza e messo il personale sanitario in condizioni di lavoro disumano e pericoloso.
Chiusi musei, cinema, negozi, bar ecc. costretto la popolazione agli arresti domiciliari (tutti a casa... per chi ce l'ha), alla privazione dei rapporti sociali e obbligata a lunghe file ai supermercati (dopo i primi assalti). Provvedimenti mai presi precedentemente - ad esempio, nel 2003 per la Sars sempre coronavirus e ugualmente mortale - che non hanno impedito la diffusione del contagio in particolare nelle RSA - dove mancano geriatri, medici generali, infermieri - e dove si è registrata la maggioranza dei morti. Ora molte sono sotto inchiesta, ma come sempre si chiudono le stalle quando i buoi sono scappati.
In questo contesto i presidenti di regione - compresi quelli che vogliono l'autonomia (in particolare targati Lega), salvo invocare l'intervento dello Stato nei momenti di necessità - si sono resi conto delle carenze? Chi ha preso le decisioni? Chi ha nominato quei manager e quei dirigenti che negli ultimi anni hanno operato materialmente i tagli alla sanità pubblica? In Toscana, ad esempio, lo stesso Rossi si era vantato di aver ridotto il personale sanitario con l’obiettivo di risparmiare 100 milioni di euro, che sono andati a finanziare il bonus degli 80 euro di Renzi. A Firenze l'annunciato screening dei tamponi orofaringei si è arenato per la mancanza di reagenti e si ricorre ai laboratori privati, invece di confiscarli, stabilendo una convenzione per non superare il tetto di 25 euro a tampone. Come dire: chi ha i soldi se lo paghi.
Gli operatori sanitari sottovalutati e indifesi anche
quando gli utenti scaricano le colpe dei disservizi non certo imputabili a loro, anziché sulle direzioni. Infermieri lasciati senza contratto per 10 anni - l'ultimo firmato lo scorso anno copriva il triennio 2016-2018, quindi è già scaduto -, con carichi di lavoro insopportabili, con salari sempre più bassi, costretti a orari e turni devastanti già in condizioni pre Covid 19 e sottoposti alla famigerata legge Brunetta del taglio sulla busta paga nei primi dieci giorni di assenza, "assunti" con partita IVA, sono diventati eroi e... sono morti.
Non sono incidenti di percorso, ci sono precise cause che vanno addebitate alle scelte che hanno
mercificato e smantellato la sanità e che vanno ad alimentare il già pesante numero dei morti di e da lavoro, sempre per mancanza di sicurezza. I pochi lavoratori che coraggiosamente hanno denunciato la mancanza di DPI - all'ArcelorMittal, a Malpensa, a Scarperia, a Livorno, in una Rsa di Milano - alla Coop. Ampast che lavorano all’Istituto Palazzolo della Fondazione don Gnocchi (forse reintegrati) sono stati licenziati perché, come si sa, non è permesso che venga meno il rapporto di fiducia tra azienda e lavoratore neppure quando è a rischio la salute!
Le aziende agricole lamentano le perdite perché non possono avvalersi dei braccianti provenienti dall'estero, immigrati disprezzati e sottopagati, ma braccia utili che servono al padrone. Si potrebbero impiegare gli immigrati presenti in Italia se venissero regolarizzati, assunti con contratto, eliminando il caporalato, ma sono troppe le pressioni della destra, meglio lasciarli in sovraffollamento negli inumani centri in attesa di documenti che non arrivano mai o in vergognosi accampamenti. 
La chiusura delle scuole con lezioni on line ha obbligato le famiglie ad aumentare i costi telefonici per la connessione e ha tagliato fuori dalle attività educative quasi 2 milioni di alunni e studenti privi di strumenti tecnologici.

Ancora una volta l'incapacità di affrontare un problema serio è stata scaricata sui cittadini, prestando il fianco alle imprese che già avevano deciso la riduzione del personale con la restaurazione del famigerato lavoro a domicilio degli anni '70 nella versione moderna smart working. Secondo le statistiche lavorare a casa piace al 56% degli interessati, ma si accorgeranno presto dei suoi limiti.
Il Governo, avvezzo ai compromessi, ha dovuto mediare tra il terrorismo creato con l'adozione di misure repressive e le pressioni di istituzioni, imprenditori del Nord, Confindustria ecc. per la riapertura delle attività produttive e commerciali.
Dopo aver impedito di celebrare l'8 Marzo e il 25 Aprile in pochi giorni ha deciso la Fase 2 con partenza 4 maggio, sacrificando pure il 1° Maggio. Immediatamente sono calati i ricoveri (inutili gli ospedali da campo e quello da 21 milioni montato alla Fiera di Milano...), diminuiti i contagiati, aumentati i guariti. Si può uscire ma con la mascherina, che si deve pagare perché anche queste fanno business (e anche molti rifiuti!).
Per liberalizzare il commercio e l'industria che, comunque, è andata avanti in particolare in Lombardia e nelle zone di maggiore contagio per il 73%, si è dato via libera alla produzione mettendo in serio pericolo gli operai in fabbrica. Ritorno al lavoro 7 giorni su 7 per 4,4 milioni di lavoratori (2,7 milioni rimangono a casa) soprattutto over 50 rispetto ai giovani, cioè i più vulnerabili mentre le donne sono le più penalizzate perché devono rimanere a casa con i bambini che non vanno a scuola, aspettando il bonus baby sitter. Ridicola proposta quando nel paese sono i nonni a coprire questo ruolo e gli viene vietato come se le baby sitter (si trovano on line e tramite cooperative) fossero esenti dal rischio contagio.
Per la borghesia - che storicamente ha sempre utilizzato le epidemie a proprio vantaggio - anche Covid 19 sarà molto utile per mascherare la vera natura della crisi e accelerare il processo in corso da tempo di ritrutturazione della produzione e di limitazione dei diritti sociali in caso di ribellioni: da quello dello sciopero, di organizzazione, di riunione e di manifestazione - a vantaggio dell'economia e della politica.
Non siamo tutti nella stessa barca, non siamo in guerra - la guerra comporta un nemico armato –, con la metafora bellica il potere vuole giustificare le misure di segregazione e isolamento, assuefare ad una eventuale guerra batteriologica e legittimare derive autoritarie.  
Non dobbiamo essere uniti come ci stanno martellando con melensi spot pubblicitari e messaggi governativi, con i discorsi di Mattarella che si affida al "senso di responsabilità dei nostri concittadini", esalta il valore del lavoro ma accetta che la pandemia metta a rischio milioni di posti. Con i miserevoli interventi dei sindacati confederali, dei dirigenti dei partiti.
E non dobbiamo neppure essere disciplinati e responsabili in nome dell'unità nazionale e del patto sociale "per ripensare il lavoro", invocato dai vertici di Cgil-Cisl-Uil perché il paese riparta, che non si muovono neppure sui ritardi della Cig. Per "riprogettare" l'Italia magari rendendo permanenti le limitazioni liberticide aggravate dall'impiego delle forze di polizia, dall'uso di droni e dal controllo sociale con nuove tecnologie (peraltro provenienti da Israele) con tutto quello che ne consegue. Tutti richiami orientati a gestire meglio i "sudditi" e il governo Conte ha già dato dimostrazione di concentrazione del potere con l'uso indiscriminato dei DPCM scavalcando il parlamento (per quel che conta...) motivo che ha sollevato la reazione della destra che, attraverso la demagogia e il populismo (l’unica cui è permesso scendere in piazza), prepara un futuro ancora più reazionario. 

È davvero incredibile come l'epidemia e due mesi di segregazione siano bastati per fare emergere teorie - scontate per chi lotta contro il sistema capitalista - sulla devastazione dell'ambiente, sulla carenza dei servizi pubblici, sulla necessità di cambiare gli stili di vita, apprezzare la natura, vivere in tranquillità e lentezza... Ben vengano purché non si tratti di temporanee filosofie basate sull'individualismo e pertanto destinate a crollare.
Sicuramente la situazione generale, economica e sociale post emergenza, non ci porterà alla tanto decantata "normalità". Sarà diversa dalla precedente e non si può affrontare con soluzioni individualiste. Rincari dei servizi e dei trasporti, dei generi alimentari (già in atto in molti prodotti) per fare recuperare le perdite degli agricoltori, l'aumento della disoccupazione, in particolare nel settore turismo-ristorazione (riemergeranno i navigator?) e dei ritmi di lavoro per salvaguardare i profitti degli industriali (già ampiamente sostenuti dallo Stato), aumento di tasse per il recupero del debito pubblico, peggioreranno le condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari ed evidenzieranno ulteriormente la contraddizione insanabile tra l'esigenza della classe lavoratrice e del proletariato e l'esigenza della borghesia e della sua continua ricerca del massimo profitto. Covid 19 non ci porta al
capolinea del seppure fallimentare capitalismo, siamo ad una nuova fase di dominio del capitalismo monopolista e finanziario, di spartizione delle sfere d'influenza che preparano le condizioni anche per scontri maggiori e cruenti come la guerra. Non è un caso che tutti gli Stati aumentino le spese per il riarmo e il sostegno della Nato.
Questo periodo ha dimostrato la fragilità del capitalismo e il fatto che i lavoratori, a partire dalla sanità, sono indispensabili per questo è il momento per far valere la propria forza contrattuale e non farsi condizionare dai grilli parlanti.
Ci sono segnali di ribellione che vanno colti come alla Piaggio di Pontedera, alla Scai finance di Torino dove i lavoratori hanno reagito e scioperato contro la discriminazione per estendere a tutti 160 la Cig richiesta solo per 24 di loro. O alla Fruttital di Peschiera dove gli operai hanno lavorato e si sono ammalati prima della Fase 2 e ora, di fronte all'annuncio della chiusura, 66 interinali hanno risposto con un'assemblea (repressa dalla polizia) davanti ai cancelli e hanno occupato la fabbrica.
Non devono rimanere gli unici esempi. La classe lavoratrice non può cogestire i costi della crisi e può giocare un ruolo fondamentale. Tutto andrà bene solo se la classe operaia e le masse popolari riusciranno a unirsi su posizioni di classe per ottenere assunzioni e aumenti salariali, per abolire il precariato (che non dà neppure diritto alla Cig), respingere nuove forme di sfruttamento, e per salvaguardare la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro. E se si organizza contro le politiche imposte dalla borghesia e dai suoi governi che la sostengono e dallo Stato, identificando e riconoscendo i veri e comuni nemici di classe respingendo la risposta alla crisi del capitalismo e imponendo, invece, i propri bisogni e le proprie necessità.

 

 


27 aprile 2020 redazione
1° MAGGIO

VIVA IL PRIMO MAGGIO ROSSO!
Non c’è niente di più anacronistico che scrivere del Primo Maggio in questi tempi di coronavirus: tanto il primo celebra quanto il secondo incenerisce quel che resta di libertà, socialità e vivere collettivo. I tempi cupi non possono non riportare alla memoria le vecchie edizioni della Festa dei Lavoratori, quelle di gioventù, quando questa scadenza si presentava come una giornata di lotta e si andava, da militanti, a gonfiare di numero e di contraddizioni i cortei sindacali, destinati purtroppo a finire, con gli anni, a Piazza San Giovanni per il “tradizionale” concertone.
Ma prima di riempire queste righe di nostalgie fuori luogo è bene riprendere la storia del Primo Maggio, che è legata a quella per le otto ore di lavoro iniziata nei paesi industrialmente più progrediti alla fine del penultimo decennio de XIX secolo: “Sarà organizzata una grande manifestazione internazionale a data fissa, per modo che, in tutti i paesi e in tutte le città contemporaneamente, in uno stesso giorno prestabilito, i lavoratori pongano ai poteri pubblici la condizione di ridurre legalmente a otto ore la giornata di lavoro” . Così deliberò a Parigi nel 1889 il Congresso di fondazione della Seconda Internazionale. La pratica poi fece il resto, interpretando e integrando la deliberazione stessa e sviluppandone il contenuto, dalla protesta per le otto ore a quella di più ampie rivendicazioni economiche e sociali.
Il Primo Maggio dunque è una scadenza con un significato altamente simbolico dal punto di vista rivoluzionario e di classe e per molti anni ha dato luogo, in tutti i paesi, a violente repressioni poliziesche che tuttora perdurano laddove questa data viene organizzata nel suo significato più autentico. Ma, si sa, dove non arriva il bastone, arriva la politica di svuotamento progressivo del significato rivoluzionario originale, attraverso il riconoscimento, tacito od esplicito, e la normalizzazione da parte non solo dei governi borghesi (una festa civile), ma soprattutto da parte dei sindacati confederali e partiti di sinistra. Uno svuotamento, che è progredito a tappe il cui traguardo era, volta per volta, lo smantellamento della condizione di classe, della sua coscienza e centralità, per arrivare al concertone di Piazza San Giovanni. La storia della lotta di classe non può non coincidere con la storia del Primo Maggio.
A cosa dobbiamo l’indifferenza, la perdita di centralità e di protagonismo della classe operaia? Premettiamo che si tratta di una fase e non di un destino irreversibile.  Altrove (in Francia, America Latina, India ecc.) i lavoratori ne sono esenti. Al di là dell’attacco profondo portato dalla borghesia, scelte ed errori politici hanno svuotato lo spazio politico di classe.
Le lotte dei lavoratori (Biennio rosso, Resistenza, Autunno caldo) sono avvenute sotto l’insegna del marxismo e del comunismo ed erano concepite dai lavoratori stessi (o da molti di loro) come preparatorie all’abbattimento del sistema capitalista per costruire un nuovo modo di produrre e organizzare la società, il socialismo, appunto. Negli anni '60 e '70 (ma anche dopo) il marxismo è stato un punto di riferimento intellettuale fortissimo che ha influenzato anche molti piccolo borghesi. Anche chi era ostile al marxismo, o puntava a superarlo e rimpiazzarlo, si presentava, allora, attraverso idee socialisteggianti o usava un gergo ripreso dal marxismo e dal leninismo. Questo fenomeno è stato particolarmente evidente col proliferare delle teorie “postmarxiste”.
Intellettuali e artisti, “soggettività” di vario tipo, con una coscienza molto superficiale, che si facevano passare per comunisti o anticapitalisti, sono diventati, nel giro di pochi anni, qualunquisti o, peggio ancora, fedeli seguaci di qualche fede religiosa.
Il discredito, poi, in cui il socialismo è parzialmente caduto in alcune regioni del mondo dopo la caduta del muro di Berlino (1989-1991) è servito da trampolino di lancio per l’offensiva dell’armamentario ideologico borghese. Tante idee sbagliate sono penetrate nel campo della classe operaia, disorientandola. Ma c’è di più. La crisi ha esaurito i margini economici per politiche riformiste socialdemocratiche e questo è chiaramente visibile nelle liste elettorali, nelle quali la stessa parola sinistra è ormai quasi scomparsa.
Tutte queste macerie ideologiche pesano e non poco, soprattutto per chi fa di tutto per scrollarsele di dosso. Il principale argomento e il più devastante contro il marxismo riguarda la pretesa della scomparsa delle classi sociali, cioè che la classe operaia non esiste più. Questo mito del tramonto della classe operaia ha portato all’interclassismo e al populismo. Pregiudizi anticomunisti ritornano, diventano luoghi comuni e le stupidaggini dilagano.
L’invito quindi è riprendere i contenuti di lotta del Primo Maggio e farne un’autentica giornata di lotta dei lavoratori che metta al centro della giornata l'attacco sempre più virulento contro la condizione della classe lavoratrice, a partire dalla limitazione del diritto di sciopero.
Sempre che l’emergenza coronavirus finisca e ce lo lascino fare.


8 aprile 2020 redazione
25 APRILE

IL 25 APRILE HA IL COLORE ROSSO DEI COMUNISTI
Al momento di scrivere, non sappiamo a che livello sarà arrivato, il 25 Aprile, per il 75° anniversario della Liberazione, lo “stato d'emergenza” decretato per il coronavirus. I segnali non sono rassicuranti. Sul fronte sanitario: la crisi ha costretto molti a riconoscere e sussurrare sottovoce – non certo a correggere – gli effetti di anni e anni di tagli alla sanità pubblica e di foraggiamento di quella privata, presentata quale “ottimizzazione” delle risorse di fronte agli “sprechi del settore pubblico”. Sul fronte economico, mentre il padronato si è opposto a ogni misura che intacchi i profitti, come se il virus si arrestasse di fronte ai cancelli delle officine, la caduta industriale è accompagnata da un'accentuazione della disoccupazione, mascherata da “misura necessaria” contro un'epidemia che ci è stata raccontata in ogni maniera possibile, meno che scientifica. Nessuna certezza che il virus non sia uscito da qualche laboratorio militare (ad esempio, quelli della Nato in Georgia o nel Baltico?) e che la sua diffusione non sia stata del tutto accidentale, quantomeno nelle dimensioni.
Ma è soprattutto sul fronte delle contraddizioni di classe, che il virus ha trovato il proprio coronamento, con uno “stato d'emergenza permanente”, che la borghesia agogna da sempre di innalzare a “condizione normale” dello scontro sociale. Mentre si rinnova, ancora una volta, “l'epidemia” di obbligazioni finanziarie che lucrano sulle catastrofi, il virus epidemico tacita le voci sul virus informatico, con cui lo Stato si accinge a “captare” ogni qualsivoglia informazione passi attraverso i nostri apparecchi elettronici. “Prevenire è meglio che curare”: mai slogan è sembrato più appropriato, in tempi di virus; solo che, obiettivo degli apparati repressivi agli ordini della borghesia, è quello di prevenire e reprimere ogni accenno, anche solo verbale, al disagio sociale. Si è assistito a un'autentica prova generale di stato d'emergenza permanente e di controllo militare dell'intero territorio nazionale, con l'imposizione a rimanere in casa e la proibizione di ogni manifestazione pubblica.
Il 25 Aprile potrà rappresentare un banco di prova dell'esperimento poliziesco teso a “pacificare” lo scontro tra le classi.
Il terreno “ideologico” viene preparato da anni. Da decenni si inculca nelle menti una “unità della nazione” estranea a ogni contrasto di classe tra padroni e operai, tra borghesi e proletari, all'insegna di “cittadini”, “consumatori”, “famiglie”, “itagliani”, in cui scompare ogni differenza di classe.

Unione sacra nazionale

L'abbraccio interclassista di fronte al virus sembra essere caduto a proposito, in vista di un 25 Aprile che si vorrebbe “di tutti gli itagliani”, anche dei “ragazzi di Salò”: gli esponenti dei differenti settori della borghesia, travestiti da leghisti o democratici, hanno fatto a gara a invocare “unità della Nazione” e “Governi di salute pubblica”: ovviamente, la buona salute del capitale e l'unità dei profitti contro il lavoro salariato.
Si è rinverdita la predicazione di una unione sacra di quella “Itaglia” da sempre in lotta contro le “ingiustizie” perpetrate a suo danno dalle nazioni più forti e più ricche: il tutto, è stato dato in pasto alle coscienze, in nome del “dovere di unirsi per far fronte al nemico comune, senza distinzioni di ceto”, che si tratti di virus o di elementi “anti-sistema” che minaccino la tranquillità della borghesia di continuare a sfruttare i lavoratori.
L'unità nazionale di fronte al virus è andata a sposarsi con la perenne rievocazione delle “gesta eroiche” di coloro che sul Carso restituirono alla “nazione” le terre irredente, mandando operai e contadini al macello nella guerra imperialista. Da anni si celebrano le “terre itagliane” occupate dai fascisti ai confini orientali e si bestemmia con crescente sfacciataggine istituzionale su “profughi itagliani”, scacciati o infoibati “sol perché itagliani”. Da anni va ampliandosi il coro della parificazione delle “vittime dell'odio”, cadute non si sa bene come e perché, per mano “elementi di destra e di sinistra”, mentre assume aspetti vomitevoli il tentativo di parlare in maniera sempre più aleatoria, quasi mistica, ultraterrena, della guerra di liberazione, come se tutti i 45 milioni di italiani di allora avessero combattuto non si sa contro chi e per cosa... Di contro, le rare volte in cui si parla dei sanguinari “partigiani rossi”, lo si fa in modo da suscitare compassione per i “martiri”, che aspiravano solo al “bene della patria”, caduti per mano dei feroci comunisti, nemici della nazione.
In passato, nella vulgata televisiva, si cercava di ignorare il sacrificio dei militanti clandestini, specialmente comunisti, che, durante il ventennio fascista, rischiando la vita, avevano resistito in Italia per diffondere l'idea della trasformazione sociale e si era invece, da un lato, amplificato il “consenso di massa” al regime fascista e, dall'altro, si era accentuato in maniera quasi esclusiva, il racconto sugli emigrati cattolici e liberali che, dall'estero, tessevano la rete dei contatti con le “democrazie occidentali”, per il futuro ritorno della nazione nel consesso liberale.

Scompaiono i partigiani

Oggi si va ben oltre. Scompare ormai quasi del tutto quel grandioso movimento, non “di popolo”, ma della classe lavoratrice, che sfociò nella lotta armata di decine e decine di migliaia di giovani, operai e contadini, contro l'occupazione nazista e il rinato fascismo repubblichino, mentre assumono forma “angelica” quegli sparuti “oscuri funzionari” i quali, per vent'anni, avevano servito diligentemente il fascismo e poi, all'ultimo, erano diventati “giusti tra le nazioni”, nascondendo gli ebrei perseguitati dalle leggi volute dal nazismo, cui l'Italia fascista si era sì adeguata, ma solo “suo malgrado”, data la bontà innata degli “itagliani”.
Ma il discorso sarebbe molto più esteso e non abbiamo sufficiente spazio, per esprimere il voltastomaco che assale, allorché le più alte istituzioni della “patria”, anche all'ombra di gagliardetti della “X Mas”, tacciono patriotticamente sulle stragi di migliaia, e in qualche caso di decine di migliaia, di abissini, e di libici; sulle fucilazioni in massa e i villaggi dati alle fiamme in quelle “terre riconquistate alla patria” al di là dei confini orientali, mentre evocano il “sacro sangue innocente” di quelle decine di fascisti giustiziati “sol perché itagliani”.
Si dice che ciò avvenga a causa del mito degli “italiani brava gente” che, in giro per il mondo – in Africa, Grecia, Albania, Jugoslavia, Unione Sovietica... - avrebbero fatto solo opere di bene, e anche perché l'Italia “non ha fatto i conti col passato” fascista. In parte è vero: gli stessi anglo-americani salvarono la testa dei criminali Graziani, Roatta, Badoglio, Robotti ecc. Ma tale tesi è vera solo se si dimentica o si tace volutamente la natura del fascismo. Non del solo ventennio mussoliniano, ma del fascismo quale arma cui il capitale è sempre pronto a ricorrere ogni qualvolta non siano più sufficienti i metodi liberali di soggiogamento delle masse lavoratrici. Il capitale tiene sempre pronto il manganello, mentre cerca di far sì che sia sufficiente una ben curata e prolungata campagna “ideologica” affinché lo “stato d'emergenza” permanente sia percepito – e anche invocato – quale provvedimento dovuto e indispensabile, per “il bene di tutti”.

75° della vittoria sul nazismo

Quest'anno, a dispetto dello “stato d'emergenza”, si celebra il 75° anniversario della vittoria sul nazismo e della fine della Seconda guerra mondiale, costati ai popoli del mondo oltre cinquanta milioni di morti, di cui oltre la metà alla popolazione civile dell'Unione Sovietica e ai soldati dell'Esercito Rosso.
Prima dello scoppio della guerra, le “democrazie liberali” avevano cercato in ogni modo di utilizzare il nazismo tedesco per l'obiettivo cui non aveano mai rinunciato sino dal 1917, quello di soffocare il primo Stato socialista al mondo. Scoppiato il conflitto, si erano unite loro malgrado all'URSS nella lotta contro il nazifascismo. Oggi, cercano di appropriarsi di una vittoria cui, sul piano militare, contribuirono in parte secondaria; capovolgono così figure, avvenimenti, date, protagonisti. Già il 27 gennaio se ne è avuta un'anticipazione, con le celebrazioni per il 75° anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell'Esercito Rosso, allorché tra “sviste”, “refusi” e aperti travisamenti, si è fatto di tutto per tacere nome e ruolo dei veri protagonisti di quella liberazione.
Il tema, naturalmente, non è nuovo; ma, man mano che si avvicina il 9 maggio (la capitolazione tedesca divenne effettiva dalle ore 24.00 dell'8 maggio 1945) la campagna “alleata” assume aspetti grotteschi, con medaglie commemorative delle “tre potenze vincitrici” sul nazismo – USA, Gran Bretagna, Francia – e apoteosi di sbarchi trasformati nell'unico “evento storico” dell'intera guerra mondiale.

L'attacco al comunismo

Ma, il vero obiettivo della campagna sulla “memoria storica” è stato messo in chiaro dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019. L'obiettivo non è affatto storico. Non per nulla, a farsi promotori del documento di Strasburgo, sono stati designati quei paesi d'Europa orientale che, più di tutti, videro masse intere di Komplizen delle SS e che oggi, tra parate in uniformi naziste e celebrazioni di “eroi” autori di massacri contro civili, soldati sovietici, comunisti, tsigani, intendono dare lezioni al mondo su come “la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. All'insegna della “informazione” e della “Storia” servite al “largo pubblico”, si propagandano miti che, ripetuti migliaia di volte, alla maniera goebbelsiana, rimangono infissi nelle menti senza che i ricettori se ne rendano conto. La “unità della nazione” è uno di quei miti.
Si martellano quotidianamente le coscienze, cominciando col riscrivere la storia dei comunisti, in tutte le sue pagine, non solo in Unione Sovietica e non solo nel passato più lontano. Si spiana così la strada ai colpi decisivi contro i comunisti di oggi: l'obiettivo è quello di decretare per legge il bando del comunismo e dei comunisti, e fare in modo che la coscienza “di massa” accolga tale proscrizione come un “atto naturale” cui, per la “sicurezza”, cara alla destra come alla “sinistra”, si sarebbe dovuto ricorrere da tempo, al pari dello “stato d'emergenza” permanente.
L'attacco alla storia dell'URSS e dei comunisti, da parte del nemico di classe, non è un attacco “storico”: non è che un aspetto dell'attacco di classe cui i comunisti sono da sempre sottoposti. Lo scontro non è “storico” o “intellettuale”: è uno scontro di classe, in cui si usano anche armi “storiche” e “intellettuali”. Non è uno scontro “storico”, perché non è storico l'obiettivo di chi oggi vorrebbe presentare gli avvenimenti di settanta e ottanta anni fa, gli eventi legati alla lotta antifascista, guidata in prima linea dai comunisti, e alla Grande guerra patriottica dell'URSS contro gli invasori nazisti e i loro alleati di quasi tutta l'Europa, in una maniera tale da parificare “per legge” nazismo e comunismo, dando naturalmente la priorità ai “crimini dei regimi totalitari comunisti”, come si dice a Strasburgo.
È in corso da anni un attacco diretto ai comunisti in ogni parte del mondo; in Italia, l'attacco è diretto in primo luogo contro il movimento partigiano guidato dai comunisti. Tutto questo non è che il viatico per dare forma “legale” alla crociata moderna contro comunismo e comunisti, per “pacificare” per legge la resistenza di classe alla sopraffazione da parte del capitale.
La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 è stata solo una tappa nella “istituzionalizzazione” della pari responsabilità di Germania nazista e URSS nello scatenamento della guerra e di un fantomatico “retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo”.
Non si deve forse aver terrore dei sanguinari “comunisti slavi”, macchiatisi del sangue delle “vittime innocenti”, giustiziate “sol perché itagliane”? Non fa forse orrore la bandiera rossa, nemica di quel tricolore sotto cui sono riuniti tutti i “patrioti” in “lotta contro l'invasore”, un invasore solo casualmente vestito con le uniformi grigioverde della Wehrmacht, ma non certo assetato di sangue come i “barbari slavi” con in testa la bustina con la stella rossa? 
Questo dovrebbe essere il 25 Aprile di coloro che, forse ancora titubanti a mettere al bando l'antifascismo, intendono cominciare col proibire “per legge” il comunismo e i comunisti.
Ma, la liberazione dell'Italia dal fascismo e dal nazismo era coperta di quel colore rosso che era il sangue dei partigiani e che sarà sempre la bandiera dei comunisti. Se ne facciano una ragione.


13 marzo 2020 redazione
coronavirus

Covid-19. Chi pagherà i costi di questa “crisi”?
Dopo anni di mancato rinnovo dei contratti degli operatori sanitari, il Governo si è accorto che sono la "colonna portante"
Nel momento in cui scriviamo l'Italia è deserta e isolata, vige il coprifuoco con tanto di arresto da 3 mesi a 3 anni per chi trasgredisce alle norme imposte. Più della Covid 19 ne uccide il panico e la paura. Scuole, università, tribunali, musei, cinema, teatri chiusi, bar e ristoranti chiusi dalle 18, voli sospesi, trasporto diradato (che sarà più affollato). Si consiglia agli anziani di restare in casa senza pensare che spesso sono soli o privi di un supporto familiare efficace, per cui restano in balia delle reti televisive che per tutto il giorno non fanno altro che parlare del virus e in preda alla depressione.
Niente panico, niente allarmismo ci dice il Governo, ma Mattarella che si presenta in tv:
"Il momento che attraversiamo richiede coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti nell’impegno per sconfiggere il virus: nelle istituzioni, nella politica, nella vita quotidiana della società, nei mezzi di informazione", anziché rassicurare alimenta la preoccupazione e la popolazione assalta i supermercati.
Dai vari esperti giungono dichiarazioni contrastanti e altalenanti tra è poco più di un'influenza ad una pandemia mortale. Eppure da nessuna parte si sente parlare dei numeri di morti che si registrano ogni anno. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente l’Italia è il primo paese per morti premature da biossido di azoto: 14.600; da ozono sono 3000; per particolato fine: 58.600. In Italia muoiono in un anno per Hiv/Aids oltre 700 persone (in media 2 al giorno), su un totale mondiale di circa 770.000.
Completamente ignorati i morti
sul lavoro che sono oltre 1300 all’anno e da amianto che superano i 5000 all'anno. E per complicanze in seguito all'influenza stagionale e nonostante le vaccinazioni? Secondo l’Istituto superiore di sanità sono in media circa 220 decessi il giorno.
Ci sono ipotesi che non escludono che il virus sia stato "creato in laboratorio".  È noto che nel segreto più assoluto Stati Uniti, Russia, Cina e altre potenze abbiano laboratori dove si conducono ricerche su virus finalizzati all'uso di agenti in una guerra biologica anche su settori mirati di popolazione, magari per testarne la reazione.
Fatto è che le misure prese per arginare questo virus hanno un impatto distruttivo sull’economia (borse affondate, crollo del petrolio, aumento dello spread), sulla produzione e sul turismo, non solo cinesi, creano una reazione a catena che colpisce l'Italia e il resto d'Europa, l’Asia e la Russia, a tutto vantaggio degli Stati Uniti che, per ora, sembrano indenni economicamente. Ma lo stato di emergenza è arrivato anche qui, nonostante le rassicurazioni inziali di Trump in campagna elettorale. Quanto sia massiccio il contagio difficile capirlo. Negli Usa la sanità è privata e in mano alle assicurazioni che probabilmente non coprono questo genere di malattia e non avendo tutti diritto all'assistenza, molti vi rinunciano anche perché fare un tampone costa da 1000 a 3mila dollari.
A proposito di sanità stiamo verificando il risultato delle scelte e delle carenze che abbiamo sempre denunciato e che va avanti da anni: i tagli dei posti letto, la scarsità degli operatori sanitari, i medici costretti alle dimissioni precoci, la chiusura dei piccoli ospedali e dei presidi territoriali, i laboratori analisi accorpati, mense e pulizie esternalizzate, in nome di una gestione aziendalistica orientata alla privatizzazione che stringe il personale sanitario fra le decisioni dei vertici aziendali e i bisogni dell'utenza, ha portato al collasso e, di fronte all'emergenza, ha dimostrato tutta la sua debolezza.
È sempre più chiaro l'impatto negativo dell'autonomia regionale rivendicata in particolare da Lombardia e Veneto (salvo appellarsi allo Stato nel momento del bisogno!) che si sono sempre vantati di avere una sanità di eccellenza e che, al contrario, dimostra di essere fonte di inefficienze e disuguaglianze.
Ad esempio in Lombardia già due anni fa - di fronte al picco di influenza che si era verificato nella stagione invernale - era emersa l'insufficienza degli 850 posti disponibili in terapia intensiva, ma nulla è stato fatto.
Mancano gli specialisti, in particolare
gli pneumologi, si devono montare ospedali da campo, si richiamano i medici in pensione, si reclutano i neolaureati (sempre meno a causa del numero chiuso delle facoltà di medicina), con meno diritti, più ricattabili, magari retribuendoli a partita IVA e rimandandoli a casa passata l'emergenza. Chissà se richiamano anche i medici dell'intramoenia che continuano ad usare le strutture pubbliche a fini privati.
Un problema reale è quello delle prestazioni chirurgiche e i trattamenti oncologici in corso di riduzione negli ospedali prevalentemente dedicati al CoVid-19.  Per usufruire le strutture private,
nell'economia capitalista, bisogna negoziare e, sicuramente, a caro prezzo. Il privato può accogliere un certo numero di prestazioni chirurgiche, il rischio è che la programmazione si basi sulla selezione dei pazienti con patologie più convenienti dal punto di vista dei piani tariffari.
È una situazione che dovrebbe chiarirci l'importanza di salvaguardare la sanità pubblica, impedire con la lotta e l'organizzazione la sua distruzione e pretendere il giusto e sufficiente servizio che, peraltro, paghiamo con le tasse.
Su tutto pesa il vincolo di bilancio che l’Unione europea che raccomanda di non comprare e neppure affittare strutture, macchinari, medicinali ecc. perché costerebbero troppo. E di Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea che, con la sua frase "Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri attori per gestire quelle questioni" ha messo in chiaro gli interessi del FMI.
Ricordiamo che a fronte dei tagli sulla salute continuano ad aumentare le spese militari e di appartenenza alla NATO. Recentemente Salvini ha dichiarato:
“Quanto al disarmo, non è utile, sarebbe un suicidio economico, e poi il settore difesa è strategico per i prossimi cinquant’anni", in buona compagnia con il ministro PD Guerini di avviare la fase 2 difendono l'acquisto dei 131 F35 per oltre 14miliardi e le spese per i programmi militari. Con il costo di un solo cacciabombardiere si coprirebbero 5mila impianti di ventilazione assistita o un ospedale da mille posti. E con il coronavirus ci sarebbe stato posto per tutti: malati e personale medico-infermieristico.
Come è bello stare tutti a casa! Più siamo isolati, meglio è per la politica. Per inculcarcelo scomodano noti personaggi e ci martellano con spot e canzoncine. Stare a casa con il relativo disagio dei bambini che non vanno a scuola, ma... tranquilli arriva la baby sitter del governo!
Lo Stato riscrive le regole per il futuro con il consenso di tutti i partiti sensibili al richiamo di unità nazionale e a pagare sono i lavoratori costretti a stare in casa in cassa integrazione al 60%, a prendere ferie obbligate bruciandosi quelle estive, ad attrezzarsi per il telelavoro, mentre i precari e i dipendenti delle cooperative degli appalti rimangono senza stipendio. La sicurezza dei lavoratori non è per tutti. Tra gli infermieri - lasciati per anni senza contratto e oggi diventati "la colonna portante" - già il 12% è infetto). Operai, netturbini, commesse, postini, riders, non sono stati dotati subito di adeguate protezioni. Ci sono volute le proteste e scioperi in fabbrica per far emergere la loro condizione.
Il governo però si preoccupa delle imprese e stanzia miliardi per sostenerle. Alcune coglieranno l'occasione per chiudere definitivamente e c'è da aspettarsi che, una volta usciti da questa circostanza, aumenterà la disoccupazione e si verificherà un nuovo rincaro dei prezzi.
La destra - da Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia che vuole un blocco totale del Paese, anzi la Meloni (e anche Renzi) chiede il "rientro" dell'"uomo forte" Bertolaso, colui che prima del terremoto a L'Aquila rassicurava che nulla sarebbe accaduto. Quello della destra è un modo sicuro per mandare il Paese in default e poi, con il pretesto della bancarotta, poter intervenire con una soluzione autoritaria.
Tra tutte le misure restrittive previste c'è la multa e persino l'arresto, ma non si vedono provvedimenti "risanatori" di sterilizzazione di ospedali, strade, trasporti e luoghi vissuti. Né si conoscono quali sono le cure.  Si sa che i cinesi curano questo virus con un mix di farmaci tra i quali l'interferone cubano alfa 2B (IFRrec), farmaco prodotto a Cuba e disponibile e, com'è noto Cuba vanta un'elevata competenza, preparazione e specializzazione del personale medico cubano, così come l’esperienza nel campo delle malattie infettive ed epidemiologiche che hanno avuto importanti riconoscimenti a livello internazionale. La stessa OMS ha dichiarato che Cuba è stata esemplare nella lotta contro l’epidemia del virus Ebola in Africa. Si preferisce ignorarlo, continuare ad allinearsi al blocco economico, finanziario e commerciale cui Cuba è sottoposta da parte degli Stati Uniti? O si aspetta che la soluzione venga dall'amico Israele?
Intanto la cosa più grave è che, in nome della salute pubblica, il territorio è militarizzato da pattuglie di polizia ed esercito, e sono sospesi persino i diritti costituzionali come la libertà di riunione, di sciopero e di manifestazione e che questo, data la paura impressa, venga accettato senza sollevare troppi dubbi. Ricordiamocene quando la situazione tornerà normale e dovremo affrontare un mare di problemi che richiederanno tutto l'impegno per non farci coinvogere in una fantomatica ricostruzione che andrebbe solo a vantaggio di borghesia e capitalismo.


8 febbraio 2020 redazione
editoriale n. 1

Colpire alla radice
Se non si mette il capitalismo in discussione non c'è via d'uscita

Ci hanno martellato per anni con l'uso della plastica, che ha sostituito anche le bottiglie di vetro; con il rinnovamento dei mobili di legno, con l'usa e getta perché niente poteva essere riparato. Ci hanno portato sul mercato la frutta fuori stagione e abituati a mangiare carne tutti i giorni, ad usare l'auto per farcela comprare. Ora la plastica è criminalizzata e da più parti si esorta il recupero, il riciclo; tutti i super cuochi che invadono la TV consigliano di mangiare prodotti di stagione e di seguire la dieta mediterranea, i sindaci bloccano il traffico delle auto senza provvedere un efficiente trasporto pubblico.
In particolare la plastica sembra diventata il mostro dell'era moderna e tanti giovani ne fanno oggetto delle proprie proteste con il beneplacito delle industrie che si riconvertono per trarre nuovi profitti. Eppure viviamo nell'era della supertecnologia, dell'industria 4.0 e del G5 (i cui effetti nocivi sono già dimostrati), delle grandi opere, tutte modernizzazioni inquinanti e dannose per la salute sia dei lavoratori che della popolazione, lungi dalla sostenibilità di cui parlano i potenti e che non sono oggetto di protesta da parte della gran massa dei giovani.
Quando si toccano, invece, gli interessi di capitalisti e politici, come ha scelto di fare il movimento No Tav in val di Susa che da anni si batte per difendere l'ambiente da un'opera inutile e dannosa anche per il riscaldamento climatico come il Tav e propone un impiego razionale del denaro pubblico in favore dei tanti pendolari e non per i Tav per pochi ricchi è sempre pronta la repressione. Che è culminata proprio l'ultimo giorno del 2019 - mentre il presidente della Repubblica trasmetteva agli italiani il disegno di un paese che non esiste - con l'arresto di Nicoletta Dosio storica militante, da sempre impegnata contro il progetto dell'alta velocità Torino–Lione. Il reato contestato è quello di violenza privata e interruzione di pubblico servizio. Siccome la giustizia non è uguale per tutti, Nicoletta è in carcere e alla corrotta prefetta di Paola Galeone, colta mentre intascava una mazzetta a Cosenza, sono stati concessi i domiciliari.
I potenti del mondo si sono riuniti a Davos per il Wef (World Economic Forum) per discutere delle loro questioni economiche e... anche di clima, aperto agli ambientalisti (a nessun altro è permesso arrivare a Davos). E mentre Donald Trump, nel giorno dell'impeachment, col suo tono trionfalista parla di "rilancio spettacolare dell'economia" e di "grande boom come mai prima", Greta lancia i suoi soliti schematici strali - col risultato di un nulla di fatto. Si può veramente credere che i rappresentanti dell'imperialismo si interessino al cambiamento climatico?
Oltre la distruzione dell'Amazzonia, della Siberia, dell'Australia, dell'Africa, che dire dell'inquinamento dovuto alle conseguenze delle guerre passate (quante bombe giaccioni nell'Adriatico sganciate dagli aerei che hanno bombardato la Jugoslavia?) e in corso, degli esperimenti nucleari? Delle esercitazioni Nato?
Di tutto ciò che riguarda operazioni militari, produzione di armamenti, riarmo - il governo sta per avviare programmi militari del valore miliardario (21 miliardi, +3,4 per cento in un anno, l'1,2 % del Pil +8,2% dal 2015 più i contributi nascosti: gli "scivoli d'oro" agli alti ufficiali e al "caro pensioni" dei cappellani militari con grado di ufficiale)
, per l'acquisto non solo degli F35, ma di missili, blindati, droni, sommergibili - passano nel silenzio generale.
Se si esclude il blocco attuato dai portuali di Genova del carico sulla nave Bahri Yanbu e sulla Bahri Jazan dei generatori elettrici spediti alla Guardia nazionale Saudita - che è un corpo militare impegnato nella guerra civile in Yemen (già attuato dai portuali francesi sulla stessa nave a Le Havre) - rimasti isolati, sembra che il riarmo, il commercio di armi, la provenienza dei miliardi che si spendono per appartenere alla NATO, per le missioni cosiddette umanitarie ecc. non interessino a nessuno. Eppure sono miliardi pagati con le tasse dei lavoratori ai quali si chiedono sempre più sacrifici. E i lavoratori... pagano ma non collegano il fatto neppure quando affrontano le estenuanti vertenze.
I lavoratori italiani sono completamente soggiogati dall'influenza del "riformismo", della socialdemocrazia, e dei sindacati confederali che per anni hanno sostituito la lotta di classe con la delega e i "tavoli" delle trattative, accettate sempre più al ribasso. La classe lavoratrice nostrana è davvero il fanalino di coda del mondo dove invece si sviluppano lotte senza precedenti che la borghesia, attraverso i suoi servitori dell'informazione, cerca di tenere nascoste per paura del contagio. Che, di certo, per ora non c'è.
È vero che anche negli anni del grande movimento partito dalla Francia, il '68, c'è voluto più di un anno per lo sviluppo in Italia, ma non c'è nessun segnale di ripresa delle lotte se non le mobilitazioni dei lavoratori stranieri organizzati che rifiutano le forme di lavoro schiavizzato. Le altre, poche, riguardano i lavoratori di multinazionali che decidono da chiudere o delocalizzare da un giorno all'altro, lotte che - per volere dei confederali - restano isolate sia nel movimento operaio, sia nel paese. Se la classe lavoratrice non prende in mano la situazione e non fa pressioni sui sindacati accomodanti, com'è successo in Francia, saranno lotte e sacrifici disperanti quanto inutili.
Il nuovo anno è iniziato, oltre che con l'ennesimo intervento militare USA per destabilizzare l'Iran e con un famigerato “accordo del secolo”, sbandierato da Trump sotto il segno delle lobby sioniste, ancora una volta a danno della popolazione palestinese. Ma anche con uno sciopero unitario (208 diverse organizzazioni) in India che ha coinvolto 250 milioni di lavoratori ai quali si sono aggiunti molte organizzazioni studentesche da una sessantina di università del Paese. Operai e contadini che si sono stancati delle condizioni di lavoro umilianti, della mancanza di contratti e della sicurezza, dello sfruttamento, del carovita, della disoccupazione giovanile. E a difesa del diritto di sciopero che, anche in India come in tutto il mondo capitalista, Italia compresa, è messo in discussione. Un fatto senza precedenti sfuggito alla corrispondente dall'Asia, Giovanna Botteri, sempre così solerte ed empatica quando si tratta di raccontare gli scontri e la repressione a Hong Kong, strizzando l'occhio agli studenti che inneggiano agli Usa e alla Gran Bretagna!
Ed è arrivato il fatidico 26 gennaio! Dopo un'insopportabile, aggressiva e becera campagna elettorale di Salvini che ha oscurato la candidata alla regione Emilia-Romagna, il "voto utile", dovuto anche al movimento delle sardine, ha confermato il precedente presidente. In Calabria, dove i voti persi dal M5S sono confluiti nel cartello della destra, ha vinto la candidata del Popolo delle libertà che rappresenta il malaffare politico ed economico, il clero, la mafia ecc. tant'è che proprio nelle liste di questa coalizione la Commissione parlamentare antimafia ha rilevato candidati impresentabili e ineleggibili.
Per la classe operaia e i comunisti non cambia nulla. Tutti i problemi che attanagliano anche queste regioni, a partire dalla sanità che in Calabria è disastrosa, non troveranno soluzioni perché l'offensiva capitalista non si ferma se non la ferma un'organizzazione comunista che non ceda alle lusinghe elettoraliste (ben poco appaganti), ma che investa le proprie risorse per il rovesciamento del sistema sociale.


17 dicembre 2019 redazione
editoriale n. 7/2019

C'è odio e odio di classe
Il socialismo è l'unico sistema di emancipazione reale per il proletariato e le masse popolari

C'è odio e odio. Le sardine in piazza in tante città d'Italia, con metodi non proprio democratici (provare per credere) predicano la non violenza e attaccano l'odio e il comunismo e così mobilitano giovani sprovveduti e benpensanti - anche coloro che non si mobilitano per cause importanti che riguardano il movimento operaio o l'internazionalismo proletario - scendono in piazza con la sardina al collo per pulirsi la coscienza. Questo fenomeno, come il Friday for future, è possibile per l'assenza di un forte movimento operaio. Proprio l'anniversario del 50° della strage di piazza Fontana a Milano (l'abbiamo trattato sul numero scorso) ci ricorda la differenza tra ieri e oggi. Erano anni nel pieno della lotta di classe, contestazioni e rivendicazioni - costate denunce, arresti, morti, provocazioni fasciste, stragi - ma con le quali si sono ottenuti dei risultati a favore della classe operaia. Lo conferma l'ondata di informazione anticomunista scatenata su tutti i massmedia nella settimana del 12 dicembre.
Per questo stiamo dalla parte di chi rivendica l'odio di classe perché senza non si può abbattere nessun potere. Lo spettro del comunismo - ciò che avevano già individuato Marx ed Engels quando scrissero il Manifesto del Partito Comunista - e che perseguita la classe dominante - continua a perseguitare la borghesia, a distanza di oltre 150 anni.
Il capitalismo è invischiato da anni in una crisi inestricabile e senza fine. Nessuno Stato capitalista è riuscito a garantire sicurezza economica e giustizia sociale ai lavoratori. E non ci può riuscire perché la sua immensa ricchezza è concentrata in poche mani che aumentano sempre maggiori ricchezze per quei pochi, riservando alle popolazioni difficoltà economiche, disuguaglianza, distruzione dell'ambiente, guerre. Come si può credere nel capitalismo?
Le manifestazioni in tante parti del mondo - protestano persino gli insegnanti di Chicago -, i duri scioperi generali e ad oltranza in Francia sono la risposta all'attacco del capitalismo contro i lavoratori e le masse popolari, la prima e immediata risposta, importante anche se non sufficiente.
In Italia le cose languono. I lavoratori - condizionati da anni di revisionismo e collaborazionismo dei sindacati confederali - traccheggiano. L'esempio più eclatante è l'ex Ilva che produce il 70% dell'acciaio e lo esporta per il 60% in 8 Paesi europei. Un settore che chiude il 2019 con una crescita mondiale del 3,9% mentre nel 2020 è prevista una crescita ulteriore dell'1,7%.
Di fronte a motivazioni pretestuose, che porteranno al graduale spegnimento degli altiforni, il governo non arriva a soluzioni che evitino una scelta senza ritorno, se non accettare l'esubero di 5mila lavoratori o accettare la richiesta di Arcelor della Cig straordinaria. Richiesta sicuramente non estranea ai sindacati confederali che - per non creare disturbo al capitale - evitano uno sciopero generale unitario nazionale che coinvolga i lavoratori di tutte le vertenze lasciate separate e tutto il paese. Ciò comporta l'ulteriore indebolimento della classe operaia, la scarsa fiducia in se stessa e nella "sinistra" che, unita alla disorganizzazione, è causa della sconfitta che si trasferisce sul piano elettorale verso forze politiche di destra che intercettano la paura ormai generalizzata e, promettendo l'irrealizzabile, impongono a livello sociale e culturale, la concezione individualista, nazionalistica e fascistoide.
La Lega sostiene che le misure economiche impediscono gli investimenti. Ma quali investimenti? Gran parte degli stranieri che hanno investito in Italia lo hanno fatto per eliminare la concorrenza. Ai turchi Pernigotti interessava il marchio, la multinazionale Whirpool, della quale non si sente più parlare, viene chiusa non certo per le regole economiche ma, come per altre centinaia di fabbriche, per l'avidità del massimo profitto. La delocalizzazione che non viene impedita né dal Governo, nè dallo Stato, né dalle forze politiche è indirizzata nei paesi dove i salari sono più bassi e le leggi sul lavoro ancora più permissive che in Italia dove, comunque, morti e incidenti sul lavoro e malattie professionali sono in aumento. Com'è ben emerso dall'assemblea dei "Lavoratori autoconvocati per l'unità della classe" lo scorso 7 dicembre a Torino.

In questi ultimi giorni al centro della "politica" e in particolare della perenne campagna elettorale di Salvini c'è stato il Mes, che non spiega di che si tratta. Perché se lo avesse fatto, avrebbe detto che è
il meccanismo di stabilizzazione finanziaria, che è entrato in vigore nel 2012 per rispondere alle crisi del debito sovrano nell’Eurozona, per prestare assistenza agli Stati in difficoltà finanziaria, che è nato dalle modifiche al Trattato Europeo approvate il 23 marzo 2011 (quando al governo c'era Berlusconi con la Lega nord e con la Meloni e La Russa ministri) sostituendo il Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf), forse anche i suoi beceri elettori capirebbero che il Mes esisteva anche nei suoi 14 mesi di governo. Oggi Salvini si preoccupa di quanto ci costa il Mes. Costa molto è vero, è il costo imposto dall'Europa imperialista, parliamo di miliardi (pare che l'impegno sia di 125), ma non si è mai sentito lamentarsi dei miliardi che ci costano ogni anno per l'appartenenza alla Nato (70 milioni al giorno!) braccio armato degli Stati Uniti che, a differenza del Mes, vengono versati. Anzi - plaudendo alla decisione del ministro PD Guerini di avviare la fase 2 - difende l'acquisto dei 131 F35 e le spese per i programmi militari. Al forum di LaPresse a Milano ha detto: “Quanto al disarmo, non è utile, sarebbe un suicidio economico, e poi il settore difesa è strategico per i prossimi cinquant’anni. Un Paese disarmato è un Paese occupato e occupabile; noi abbiamo una diversa posizione su questo rispetto al Movimento 5 stelle”.
Lega e Salvini stiano sereni. L'Italia ha guadagnato due posizioni da 13 a 11 nella classifica delle spese per la difesa, pari all'1,5% (mentre si fanno le bucce su sanità, scuola, ricerca) e si impegna a spendere il 2% entro il 2024. Ricordiamo che per la difesa nel 2018 si sono spesi globalmente 1.822 miliardi di dollari, cioè il 2,6% in più rispetto al 2017.
Il sistema capitalistico non può dare risposte né al movimento operaio, né alle masse popolari. Il suo compito è quello di succhiare il sangue con lo sfruttamento, di reprimere, di tagliare i servizi, di discriminare per alimentare la guerra tra poveri, di inquinare e distruggere l'ambiente fino a portare alla terribile soluzione che è la guerra.
Da un recente sondaggio è emerso che il 48% degli italiani sono favorevoli ad un uomo forte al potere. Evidentemente sono coloro che cercano la via più breve, rifiutano impegno e partecipazione e non ricordano che un uomo solo al potere c'è già stato e ha portato l'Italia alla guerra. Nel sistema capitalista non c'è progresso, se non conquiste momentanee e ottenute con duri sacrifici e potenti lotte. Non si può realizzare il
socialismo all’interno della struttura della società capitalista. Il socialismo - l'unico sistema di emancipazione reale per il proletariato e le masse popolari - si realizza solo quando la classe lavoratrice prende il potere, socializza i beni di produzione ed elimina lo Stato capitalista e stabilisce un governo rivoluzionario.
"nuova unità" continua la sua informazione e propaganda. Un obiettivo immane se si paragona la differenza di mezzi tra noi e il monopolio borghese e reazionario della stampa, il cui scopo è manipolare le notizie pur di servire i padroni. Come ogni fine anno è aperta la campagna abbonamenti e sottoscrizione per permetterci di continuare e migliorare il nostro difficile compito: favorire la lotta di classe!


9 novembre 2019 redazione
Muro a 30 anni dalla caduta

LA “NUOVA EPOCA” DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
Per una bizzarra parziale coincidenza, l'anniversario della nascita del primo Stato socialista e quello dell'atto iconoclastico per eccellenza che da 30 anni raffigura la “fine del comunismo”, quasi si toccano. Il 7 novembre 1917, operai, soldati e marinai davano l'assalto al Palazzo d'Inverno; il 9 novembre 1989, al capitale si spalancavano definitivamente le porte del mercato esteuropeo e l'abbattimento del muro di Berlino doveva simboleggiare la vittoria irreversibile “della democrazia sulla dittatura e il totalitarismo” che, come ci è stato rivelato nell'anno di grazia 2019, “per mezzo secolo” hanno privato “della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico... altri paesi europei”.
Dopo il 9 novembre 1989, con la fine dell'URSS decretata a tavolino di lì a due anni, il circuito aperto nel 1917 si sarebbe richiuso. Essendo il mercato, per definizione, libero, il suo trionfo deve per forza significare, ancora per assunto, la vittoria della libertà sulle tenebre dell'illibertà. Il 9 novembre 1989 doveva saldare insieme i due mondi – quello del “controllo totalitario sull'uomo” da parte dello Stato, da un lato, e quello dell'intraprendenza individuale, della personalità gioiosamente estrinsecantesi, dall'altro – rimasti pericolosamente lontani fin dal 7 novembre 1917.
Non tutto sembra essere andato come volevasi: il “trionfo del mercato” non ha bisogno di troppi commenti, se si pensa anche soltanto alle decine di migliaia di morti sul lavoro, ai milioni di disoccupati, ai senza casa, senza assistenze ecc. Sul piano “ideologico”, poi, il capitale si sente obbligato non solo a stabilire per decreto la “superiorità della democrazia”, ma persino a mettere sullo stesso piano comunismo e nazismo: segno che il comunismo, come ha scritto "nuova unità" sul n.5, fa ancora paura e, nel tentativo di esorcizzarlo, lo si dipinge alla stregua delle infamie hitleriane.
Non è certo a beneficio dei reazionari, comunque agghindati da leghisti, fascisti o “democratici”, che ribadiamo l'attualità delle parole di Lenin, che il “regime sovietico significa massima democrazia per gli operai e i contadini e, al tempo stesso, rottura con la democrazia borghese e comparsa di un nuovo tipo di democrazia di importanza storica mondiale, e precisamente della democrazia proletaria o dittatura del proletariato”.

E dunque, il 9 novembre 1989 veniva abbattuto “il Muro” per eccellenza: si sanciva la fine della Repubblica Democratica Tedesca, sorta nel 1949, in contrapposizione a quella Repubblica federale tedesca, riarmata dalla NATO quale centro dell'anticomunismo e della penetrazione ideologica, politica e finanziaria occidentale nell'est delle democrazie popolari.
Dopo quarant'anni di vita, la DDR subiva la sorte comune ai Paesi dell'Europa orientale e, così come prima veniva definita la “vetrina del campo socialista”, così, dopo il 1989, veniva deputata a simboleggiare la “disfatta irrimediabile” di quel campo. Il trionfo della libertà, dunque!
Se le crepe scolpite dall'anticomunismo di Solidarność in Polonia, nel 1980, sembravano esser state rattoppate alla bell'e meglio, con le cricche revisioniste apparentemente sorde al campanello d'allarme; se a Timișoara, l'aggressione occidentale avrebbe mostrato tutto l'abominio di cui è capace (e che avrebbe poi ripetuto in Jugoslavia e aggravato oggi in Ucraina), è però l'assalto finale alla DDR che simboleggia ancor oggi, per i “democratici”, la chiusura, secondo loro definitiva, del circuito aperto nel 1917.
“Grandi valori di civiltà”

"Il giorno più bello per l'Europa. Addio muro di Berlino”, titolava a sette colonne l'Unità dell'11 novembre 1989, esultando per “uno di quei momenti che segnano e cambiano la storia di una nazione. In questo caso è qualcosa di più, è la storia di un continente... mai, come in questo momento, il rapido e tumultuoso rivolgimento politico dell'Est sta aiutando tutti noi in Occidente a riscoprire i grandi valori di civiltà”, così a lungo soffocati, come ci ricorda oggi il parlamento europeo!

Proclamata il 7 ottobre 1949, la nascita della DDR era stata la risposta alla decisione USA sulla creazione della RFT nelle zone di occupazione americana, britannica e francese, mentre l'URSS si era opposta alla divisione del paese. Dopo i primi due Volkskongress  nel 1947 e '48, in cui si chiede anche un referendum sull'unità tedesca, il III Volkskongress pubblica un manifesto al popolo tedesco, che auspica una “Costituzione per la Germania intera”.

Ma la Repubblica Democratica Tedesca non c'è più. Lo scorso 5 ottobre, il politologo Ekkehard Lieberam, ricordava su Die junge Welt le manifestazioni che,
ancora poco dopo la caduta del muro, si ripetevano a difesa della DDR, pur se, afferma, “si trattava di tardive azioni di retroguardia” e finivano per essere, “come aveva scritto Marx nel dicembre 1848, quella “mezza rivoluzione" cui doveva seguire la controrivoluzione". A dicembre '89 veniva eliminato il ruolo guida del partito alla Volkskammer, sancito dalla Costituzione; a febbraio 1990 l'URSS si ritirava dal Paese: “il resto era inevitabile”, dice Lieberam.
Il tradimento di Gorbačëv

Appena pochi giorni prima della fine,
a inizio novembre 1989, l'allora Presidente del Consiglio di Stato della DDR, Egon Krenz, si era incontrato a Mosca con Mikhail Gorbačëv. In un capitolo del suo libro “Noi e i russi”, Krenz racconta di come Gorbačëv lo avesse ricevuto non al Cremlino, ma nella sede del Comitato Centrale, a “sottolineare che ci incontravamo come segretari generali dei partiti guida nei nostri paesi. La leadership della classe operaia e il suo partito marxista-leninista erano ancora un principio costituzionale sia nella DDR che nell'Unione Sovietica”. Si vociferava che Mosca lavorasse per l'unità tedesca, ma alla domanda diretta di Krenz, Gorbačëv lo informò su un colloquio di Alexandr Jakovlev (l'ideologo della perestrojka) con Zbigniew Brzezinski: l'americano aveva detto che era inconcepibile una riunificazione dei due Stati tedeschi.
In un'intervista a Georgij Zotov, pubblicata il 19 settembre su Argumenty i Fakty, Krenz dice chiaro e tondo: “ci ha traditi Gorbačëv”. Alla domanda di Zotov: “Nel 30° anniversario delle manifestazioni a Berlino che portarono alla caduta di Erich Honecker e alla fine della DDR, la Germania orientale avrebbe potuto essere conservata?”, la risposta è netta: “Purtroppo no. La DDR non avrebbe potuto sussistere senza l'URSS, né economicamente né politicamente. Alla fine della Seconda guerra mondiale, l'URSS vedeva la Germania come un unico paese e non intendeva lacerarla a metà. Ma ci furono le liti con gli alleati, fu creata la NATO, e alla fine andò in un altro modo”.
Alla domanda: “si può  affermare che Gorbačëv abbia tradito la DDR?”, Krenz risponde: "Mi sono fidato di Gorbačëv troppo a lungo. Due settimane dopo il nostro incontro del 1° novembre 1989, alle nostre spalle, chiedeva all'Occidente quanto fosse disposto a pagare perché l'URSS accettasse l'unità tedesca. Mi dica: è amicizia o tradimento? Sì, la DDR è stata tradita”.
“Ho parlato con molti tedeschi dell'est e vedo delusione” dice Zotov; “tutti nutrivano forti speranze che dopo l'unificazione sarebbe arrivato il paradiso. Ma, di recente ho visitato l'ex Karl-Marx-Stadt, ora Chemnitz: l'industria della DDR è stata liquidata; fabbriche completamente abbandonate. Disoccupazione; molti se ne sono andati a ovest”.

La Germania “unita”

A proposito dell'enorme divario tuttora esistente tra est e ovest, nel marzo scorso Markus Drescher scriveva su Neues Deutschland che è sufficiente prendere un qualsiasi villaggio di Meclemburgo o Pomerania Anteriore: secondo le “coordinate di disuguaglianza”, essi riuniscono tutti i fattori negativi: come campagna, sono messi peggio delle città, trovandosi a nord stanno peggio che al sud e, stando a est... I tedeschi dell'ovest non amano la parola “annessione”; sta di fatto che, ancora nel 2016, 464 delle 500 top-aziende tedesche avessero la sede centrale a ovest. In Sassonia, due abitanti su tre si vedono, in quanto cittadini dell'ex DDR, come persone di “seconda classe”.
In un sondaggio della conservatrice Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), alla domanda "Pensa che la democrazia che abbiamo in Germania sia la migliore forma di governo?", ha risposto in maniera affermativa il 77% a ovest, ma solo il 42% a est, mentre il 23% a est e il 10% a ovest ritiene che esista una "alternativa superiore". Jana Frielinghaus nota su Neues Deutschland  come, nel sondaggio della FAZ, il termine "democrazia" sia bellamente usato quale “sinonimo di parlamentarismo borghese”; e continua: “Persino 30 anni dopo l'annessione della DDR alla RFT”, i tedeschi dell'ovest occupano “più del 90% dei posti nel sistema giudiziario e amministrativo. Nei nuovi Länder, sono dell'ovest tutti i presidenti delle Corti amministrative e dei Tribunali”.
L'attecchire degli slogan della destra a est, viene spesso sbrigativamente spiegato come conseguenza tardiva della "mancanza di libertà" nella DDR; ma non sarebbe fuor di luogo, osserva Frielinghaus, mettere nel conto gli sconvolgimenti economici degli ultimi decenni, primo fra tutti quanto fatto dalla Treuhandanstalt  (Ente per le privatizzazioni nella ex DDR) e le forti discriminazioni su salari, stipendi e pensioni.
Basti pensare che, se solo nei primi due anni dopo l'annessione, a est si erano persi (ufficialmente) oltre un milione di posti di lavoro, per il trasferimento a ovest non solo dei centri di direzione economica e amministrativa, ma delle stesse strutture produttive, oggi le cifre del Bundesagentur für Arbeit  (Ministero del Lavoro) indicano una differenza media di circa due punti nelle percentuali di disoccupazione tra est e ovest. Con un dato ufficiale del 4,6% di disoccupazione a ovest e 6,3% a est, la differenza vede estremi del 2,7% in Baviera e del 5,4% in Sassonia, 5,7% in Brandenburgo, 7,8% a Berlino, o 6,9% nel Mecklenburg-Vorpommern, nel quale ultimo ci sono distretti e circondari con medie del 8,5%: proprio come in Italia.
Un inferno capitalista, insomma: da est a ovest, da sud a nord. Perché meravigliarsi, dunque, se già alle elezioni federali del 2017, a ovest un elettore su otto aveva votato lo xenofobo Alternative für Deutschland, mentre in tutti i Länder annessi nel 1989 lo aveva fatto uno su cinque, dando a AfD una media federale del 12,6% e picchi del 30% in alcuni distretti della Sassonia.
Alle elezioni regionali, AfD ha avuto il 27,5% in Sassonia, il 23,5% in Brandeburgo. E anche lo scorso 27 ottobre, in Turingia, se Die Linke era salita dal 29% del 2014 al 31%, AfD è balzata di colpo dallo 0% al 23,4% decretando il tracollo di CDU (dal 33% al 21,8%) e SPD (da 13% a 8,2%).
Ovunque, AfD punta sullo spauracchio dell'immigrazione, quale causa per cui i tedeschi dell'Est non stanno ancora così bene come era stato loro promesso 30 anni fa.

L'Occidente e la Germania

Naturalmente, non si può riassumere tutto nel tradimento di Gorbačëv, Jakovlev & Co., nel ruolo assegnato dagli artefici della perestrojka al loro “beniamino” Hans Modrow, dimenticando l'opera della CIA, direttamente contro la DDR sin dalla sua fondazione, del lavorio del cosiddetto “bjuro est” della SPD e dei suoi contatti con la SED, come pure delle teorie revisioniste nella stessa DDR, su “alternativa socialista” o “tentativo di socialismo”, ricordati da
Ekkehard Lieberam.
A proposito di Gorbačëv, in un'intervista alle Izvestija dello scorso 18 ottobre, l'ex Presidente dell'URSS ribadiva che la “caduta del muro fu un grosso passo sulla strada della libertà. Le conseguenze della caduta del muro e dell'unificazione della Germania sono state positive per l'Europa e il mondo”.

Ecco quanto positive:
il 31 gennaio 1990, il Ministro degli esteri della RFT, Hans Dietrich Genscher, dichiara: “Ci siamo accordati per il non allargamento della NATO a est. Ciò non riguarda solo la DDR, che noi non vogliamo conquistare. L’allargamento non ci sarà in generale”.
Sempre nel 1990, il
Segretario generale NATO Manfred Wërner dichiara: “siamo pronti a non dislocare truppe NATO fuori del territorio della RFT” e il Segretario di Stato USA, James Baker, giura a Gorbačëv che la “sfera di influenza della NATO non si sposterà di un pollice verso Est”, mentre il Segretario alla difesa Robert McNamara dichiara che “gli USA si impegnano a non espandere mai la NATO a est, se Mosca sarà d’accordo per la riunificazione della Germania”.
Dopo il 1991
, ogni “promessa” svanisce: in cambio delle “garanzie” occidentali, 380mila soldati sovietici si ritirano dall’Europa orientale; nel 1999 entrano nella NATO Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca; poi nel 2004, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia e Paesi baltici.
Stalin e la DDR

In varie occasioni, tra il 1949 e il 1952, Stalin aveva parlato dell'unità tedesca, augurando alla DDR “... ulteriori successi nella costruzione di uno Stato tedesco unito, indipendente, democratico, pacifico”, auspicando “una prossima conclusione dell'accordo di pace e il ritiro delle truppe d'occupazione, negli interessi della Germania e della pace in tutto il mondo”. Nell'aprile 1952, in una nota al governo USA, scriveva: “Proprio oggi si decide la questione se la Germania verrà ricostituita come Stato unito, indipendente, pacifico... oppure rimarrà in vigore la divisione della Germania e la minaccia, a ciò connessa, di guerra in Europa”. Il 19 settembre successivo, conversando su vari temi con Chou En-Lai, osservava che Washington non voleva l'unità tedesca, perché ciò avrebbe posto termine al saccheggio USA della Germania.
Stalin, cioè, vedeva l'unità tedesca come garanzia contro ogni revanscismo bellico. Al contrario, proprio a questo miravano Washington e Bruxelles e, nel 1989, raggiungevano l'obiettivo con l'annessione della DDR a una Germania bastione avanzato di USA e NATO; un bastione che però, nel 2019, non è più così ligio ai dettami esterni. Di fronte alla rivalità (per ora, non armata) che oppone oggi USA e Germania, appaiono ancora una volta premonitrici le parole di Stalin: se Chou En-Lai notava come gli USA stessero ricostituendo gli eserciti di RFT e Giappone, sperando di servirsene, “ma quelle armi possono rivolgersi contro di loro”, Stalin conveniva che ciò era del tutto possibile, “addirittura, anche se a capo della Germania andassero nazionalisti o hitleriani”.
“Sono giorni entusiasmanti per noi europei”, scriveva l'Unità  dell'11 novembre 1989, riferendosi a Berlino, Varsavia, Budapest, Sofia, definite melodrammaticamente “Le Bastiglie del 1989”. Se Stalin, congratulandosi con Wilhelm Pieck il 13 ottobre 1949, scriveva che “la fondazione della Repubblica democratica tedesca amante della pace rappresenta un punto di svolta nella storia d'Europa”, quarant'anni dopo, l'Unità  auspicava per il PCI “un impegno comune con le forze del socialismo occidentale per costruire un nuovo ordine in Europa”, per “fare i conti non più soltanto con un modello politico che è franato, ma con un'epoca che si sta aprendo”.
Allora la si indovinava, quell'epoca. Oggi, purtroppo, la si conosce.

 

 

 

 


4 novembre 2019 redazione
editoriale n. 6

IL CAPITALISMO È LA SOCIETÀ DEL CRIMINE
Comprendere la demagogia populista e la strumentalizzazione delle forze politiche borghesi è fondamentale per capire che il movimento dei lavoratori deve rafforzarsi e organizzarsi sulla base dei propri interessi di classe

Sia Salvini che Meloni vengono fatti passare come grandi comunicatori e affabulatori grazie al loro modo di presentarsi caratterizzato dalla vuotezza di contenuti e dalla loro becera propaganda "nazionale" attraverso mezzi di informazione, incluso i social, con la complicità - in barba alla par condicio - dei prezzolati direttori e giornalisti di tutte le testate. Si sa che le folle possono essere trascinate dalle frasi ad effetto e che più slogan si lanciano, meno si fa ragionare e si colpisce la cosiddetta pancia, ma non i cervelli e in questo la storia ci aiuta con l'esempio di Mussolini, che è stato maestro.
Il risultato delle elezioni in Umbria lo testimonia. Salvini - dopo aver trovato la via di fuga dal Governo per passare all'opposizione - ha calcolato che avrebbe reso di più e così è stato e il PD - che non si può più definire neppure di generica sinistra - ci ha messo del suo, in particolare con lo scandalo della sanità.
A nulla sono servite le alleanze dell'ultimo momento con il M5S e persino con il PRC per rimanere in sella alla guida della Regione. Una Regione che a tre anni dal sisma sta ancora aspettando una soluzione definitiva ai tanti problemi dei terremotati.
La Lega di Salvini ha raggiunto il 36,9% è la prima forza politica in una regione, considerata rossa anche se non lo è più da tempo, ed ha espresso anche la governatrice della Lega, già sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della IV commissione permanente della Difesa.
Come per tutte le elezioni Salvini si vanta, imbrogliando, di aver avuto la maggioranza degli umbri. Visto che gli elettori erano poco più di 703mila (521mila nella provincia di Perugia, 181635 in quella di Terni) e che a votare è andato il 64,42% pari a 453.000 votanti; che il centrodestra Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia ha raggiunto il 57,55% pari a 260.000 voti, la percentuale della Lega del 36,9% è pari 167.000 voti. Altro che maggioranza! Ma è tipico di tutti i politici ingannare sul numero per creare l'effetto di correre sul carro vincente.
Nella logica elettoralista si è inserito il concetto del cambiamento, ma sempre facendosi condizionare dalla demagogia delle forze politiche guardando al quotidiano e non alla concezione generale della società e agli interessi che queste forze rappresentano. Di fronte al malessere della crisi aggravato dalla situazione post-terremoto, delusi dalla politica rinunciataria del centro-”sinistra” e dal M5S, allora la protesta si è orientata a destra, come se la destra potesse risolvere i problemi della classe lavoratrice e delle masse popolari.
È successo così anche nel caso del voto di Terni, città operaia. Non viene capito che, nonostante tutta la loro prosopopea candidati e capi partito sono al servizio del capitale e non degli elettori, che il loro sbandieramento su “legittima difesa” e “sicurezza" è funzionale solo agli interessi delle industrie di armi e, più avanza la crisi, più la borghesia chiede di attuare metodi autoritari per poter esercitare il proprio potere e fare i propri interessi, come i Decreti Salvini che non vengono aboliti neppure dal Conte 2 perché le misure che contengono sono volte a criminalizzare le azioni di protesta operaia e studentesca.
Anche il taglio del numero dei parlamentari - incostituzionale con la legge vigente - rientra nella restrizione della stessa democrazia borghese.
Se volessero effettivamente risparmiare sul bilancio perché non diminuire compensi e vitalizi a parlamentari e consiglieri regionali?
I parlamentari e i consiglieri non solo ricevono lo stipendio netto di 10mila euro, ma i costi aumentano con i supplementi per il portaborse, per il rimborso affitto, per l'indennità di carica (tutti esentasse!) e beneficiano gratuitamente di: telefono, autostrade, palestre, viaggi in aereo, cinema e teatro e... di assistenza sanitaria con medici e dentisti a disposizione (familiari compresi) che gravano per milioni sul bilancio statale e sono pagati in tasse dagli italiani.
Prima gli italiani urla Salvini per aizzarli contro gli immigrati e convincere sui vantaggi dell'autonomia regionale, ma non svela aglil elettori che quanto sborsano, mentre non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, serve a mantenere la macchina dei partiti nelle istituzioni, dell'apparato statale, delle forze di polizia e militari. Prima gli italiani, ma obbedienti ai piani dell'imperialismo Usa e della Nato (che costa 70 milioni al giorno). Quante opere pubbliche, interventi sociali e sanitari si potrebbero sostenere dirottando tutte queste spese!
Il capitalismo è la società del crimine non è possibile eliminare la delinquenza organizzata (che in molti casi gode di agganci politici e statali) se non si elimina il capitale finanziario, il riciclaggio, il traffico di droga, i paradisi fiscali, la mafia, segreti bancari ecc. Le leggi e le misure reazionarie sono utilizzate per soffocare le lotte operaie, perché non si combatte la piccola delinquenza se non si abbatte la disoccupazione, la povertà, l’emarginazione, l'ingiustizia. Se non c'è il lavoro per tutti. Significativo è ciò che da settimane sta succedendo in molte parti dell'America Latina - sopite da anni dal riformismo e dalla repressione - segna la frattura tra potere e masse oppresse dalla politica capitalista/imperialista e dai suoi strumenti
come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che strangolano l'intero continente (e non solo).
Ora ci aspetta una nuova manovra finanziaria che si prospetta a favore delle imprese e delle banche. L'uso della moneta elettronica è un'idiozia in un Paese dove gli anziani ritirano ancora in contanti la pensione e per i molti che non avendo un conto corrente non la possono possedere.
Comprendere la demagogia populista e la strumentalizzazione delle forze politiche borghesi è fondamentale per capire che bisogna rafforzare il movimento dei lavoratori, che ci si deve unire sui propri interessi di classe e non scegliere elettoralmente l'alternanza tra destra e “sinistra”, ma per dare vita ad una organizzazione autonoma e indipendente che risponda agli attacchi padronali - vediamo quello che sta succedendo all'Ilva, alla Lucchini, alla Whirpool, alla Pernigotti ecc. - e, al tempo stesso, metta al centro la necessità della socializzazione dei mezzi di produzione, eliminando la proprietà  privata e il profitto, in un sistema socialista in contrapposizione al sistema democratico-borghese basato sulla dittatura del capitale e dei loro servi.


10 ottobre 2019 redazione
editoriale n. 5

IL COMUNISMO CONTINUA A FARE PAURA
Il vero problema è il sistema capitalista,
per questo deve essere abbattuto e sostituito con un sistema socialista, l'unico che può eliminare padroni e sfruttamento ed emancipare la classe lavoratrice e tutta la società
Abbiamo chiuso il numero scorso con l'autogol di Salvini, la presentazione di una mozione di sfiducia - che poi ha ritirato alle ore 20 mentre era in corso il dibattito in Senato. Salvini - che sosteneva che questo governo avrebbe durato una legislatura - ha rotto il contratto della convivenza populista pensando di ottenere pieni poteri e avanzare nella sua politica sempre più reazionaria al servizio del capitale e dell’imperialismo Usa. Invece la scelta del Quirinale di non indire elezioni e la manovra M5S e PD (che si accolla una bella eredità debitoria, la manovra finanziaria, le vertenze operaie, l'aumento IVA) ci hanno portato ad un governo Conte 2, che rifiutiamo di definire giallo rosso come molti lo chiamano perché il PD di rosso non ha proprio nulla. S
arà un altro governo antioperaio e antipopolare, delle autonomie differenziate, del proseguimento dei decreti sulla sicurezza, delle privatizzazioni dei servizi e, soprattutto, gradito alla UE.
La crisi era nell'aria, ma Salvini - che dice di non badare alle poltrone - a due giorni dal dibattito in Senato, dopo averne dette di cotte e di crude sul M5S, prima ha tentato un riavvicinamento ai 5Stelle per un rimpasto, poi accusa il PD di aver sempre sostenuto mai con i 5stelle, proprio lui che ha basato la sua campagna elettorale a suon di “mai con i 5 Stelle!". Ora ci troviamo con un governo Conte 2 e con Gentiloni commissario UE.
Artefice di questa alleanza è stato il rottamatore rottamato Matteo Renzi (reduce dall'incontro con il più potente circolo finanziario para-massonico mondiale, il Bilderberg) che - dopo soli pochi giorni - ha fatto la sua scissione portandosi via onorevoli e senatori, ha formato il nuovo gruppo "Italia viva" - all'insegna dell'allegria e del divertimento (così lo presenta) - per ritornare alla ribalta e tenere in pugno il governo.
L'Unione europea - quella, votata a maggio, delle banche, quella che promuove le riforme di peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice, la privatizzazione dei servizi, delle scelte imperialiste - il 19 settembre adotta una
risoluzione che equipara il comunismo al nazifascismo. In un sostanziale revisionismo storico e politico, condanna l'esperienza sovietica e di costruzione socialista come "totalitaria" ed esorta il divieto di simboli e manifestazioni in appoggio all'ideologia comunista criminalizzando l'unica ideologia - quella marxista-leninista - che, con la Rivoluzione d'Ottobre, ha realmente messo in discussione il dominio capitalista e che, con l'intervento e il sacrificio dei soldati dell'Armata rossa, ha liberato i campi di sterminio e sconfitto il nazismo.
L'UE riscrive la storia mettendo sullo stesso piano vittime e carnefici, rappresentando l’Europa occidentale come patria della libertà e della democrazia e l’Europa orientale come teatro della dittatura e del terrore. Con grossolane falsità
addebita lo scoppio della Seconda Guerra mondiale alla firma del patto Molotov-Ribbentropp, quando è evidente, comprovato e accertato persino dal tribunale di Norimberga che quella devastante guerra è dovuta al nazismo. Una risoluzione "ideologica" che accontenta i Paesi dell'est Europa (in molti i comunisti erano già messi al bando), la borghesia e il capitalismo che, ieri hanno dato carta bianca a Hitler e Mussolini, e oggi sostengono governi e gruppi fascisti e nazisti in ogni paese pur di evitare che le idee comuniste - di fronte al crescente malcontento e all’insofferenza della classe lavoratrice e delle masse popolari - possano attecchire ed avanzare.
Il comunismo - che è la forza della liberazione del proletariato dallo sfruttamento - fa ancora paura e non è bastato
aver ordito con traditori revisionisti e Vaticano per far cadere il muro di Berlino 30 anni fa. Tant'è che per motivare più convintamente la risoluzione - secondo la quale l'unico modo per essere uno Stato democratico è far parte dell'Unione Europea e della NATO - si richiama al totalitarismo stalinista, trovandosi in buona compagnia con i trotskisti, con coloro che si definiscono di sinistra e con generici democratici. Ma anche con chi - come PRC - si definisce comunista e si allinea sull'attacco allo stalinismo. Il suo segretario avrebbe fatto meglio a tacere piuttosto che sostenere che l'ungherese Imre Nagy fu vittima dello stalinismo quando morì nel 1958, 5 anni dopo la morte di Stalin, durante il periodo kruscioviano. Ma tant'è!
Nel frattempo il mondo è distratto dal salvataggio del pianeta. Un milione di giovani sono scesi in piazza in molte città d'Italia fortemente condizionati dalla forza dei mass-media che per settimane gonfiato l'evento. Gli studenti sono usciti dalle scuole, tutti giustificati (mai successo per altri obiettivi), e hanno manifestato con gli insegnanti in sciopero coperto dai sindacati e con altri strati di popolazione.
Non si sa quanto l'idea iniziale di Greta Thunberg fosse personale, sta di fatto che è diventata simbolo e riferimento del FridaysForFuture che l'ha portata fino all'intervento all'ONU. Anche se non è la prima: ne
l 1992 una giovane canadese di 12 anni di età, Severn Cullis-Suzuki pronunciò un discorso al vertice della Terra di Rio de Janeiro, ma nessuno se ne ricorda più.
Perché questo movimento è appoggiato dalla borghesia e dai capitalisti che reprimono qualsiasi forma di protesta operaia e studentesca?
Perché gran parte della pubblicità commerciale è impostata sulla difesa dei cambiamenti climatici e contro la plastica?
Perché queste masse di giovani non si chiedono chi siano i veri responsabili del disastro ambientale e pensano che bastino piccole azioni quotidiane e individuali per risolvere il problema?
Perché ignorano le conseguenze dello sfruttamento padronale, dell'inquinamento prodotto dai bombardamenti delle guerre, dagli incendi dell'Amazzonia e della Siberia, dagli esperimenti nucleari sulla salute ecc.
Il movimento FFF - se rimane tale e se il proletariato e i comunisti non riescono a trasformarlo in lotta anticapitalista e antimonopolista - rischia di essere un boomerang, e diventare una buona opportunità per il sistema capitalista-imperialista. Infatti sono già molti i capitalisti che cavalcano l'ondata verde e hanno già pronto i loro piani per trarre nuove fonti di profitto, ad esempio con la green economy.
Il vero problema è il sistema capitalista, per questo deve essere abbattuto e sostituito con un sistema socialista, l'unico che può eliminare padroni e sfruttamento ed emancipare la classe lavoratrice e tutta la società. Per cambiare realmente la classe operaia ha un ruolo fondamentale se rifiuta ciò che viene propinato dalla destra, dalla cosiddetta sinistra, dai sindacati compiacenti con il potere, ma si organizza e lotta in prima persona, diventando protagonista del proprio futuro.
I prossimi mesi saranno molto difficili e richiederanno maggiore impegno a tutti i livelli - anche per difendere l'attacco al comunismo - in ogni luogo di lavoro e di studio. In difesa degli interessi della classe lavoratrice noi comunisti ci siamo.


19 agosto 2019 redazione
editoriale bis

Il governo che garantiva un'intera legislatura è caduto dopo 14 mesi
Ancora una volta ribadiamo che è necessario abbattere il sistema capitalista e che è possibile vivere senza padroni, quindi senza sfruttamento né oppressione, se si agisce e ci si attrezza per diventare protagonisti del proprio futuro
Qualche lettore che ci segue sul sito internet avrà letto l’editoriale n. 4 pubblicato in attesa del cartaceo, ma considerata la crisi – che comunque era già nell’aria – ci troviamo costretti a cambiarlo per seguire l’attualità anche se i tempi della politica non coincidono con i nostri di stampa.
In questa estate il potere borghese europeo ha stabilito di farsi rappresentare da due donne (leggi pag. 6): Christine Lagarde alla BCE, la più pagata al mondo (1.875,48 € al giorno), l'avvocato d'affari del FMI senza essere un'esperta di politica monetaria ma che è stata in grado di "gestire" crisi economiche - da quella Argentina a quella Greca. E la fedelissima di Angela Merkel, Ursula Von der Leyen (Cdu), già ministro della Famiglia (ha 7 figli) e due volte responsabile della Difesa in Germania, alla Commissione Ue. Nomine che, tra l'altro, dimostrano l'ennesimo inganno elettorale, cioè che non è vero che sono gli elettori a stabilire i propri rappresentanti nelle istituzioni e che conferma la giustezza della nostra posizione astensionista, di respingimento di questo carrozzone imperialista.
Tra il caldo sahariano e i disastri causati dalle piogge intense, dopo continue dispute verbali tra chi le sparava più grosse in una continua involuzione reazionaria, si è rotto il “contratto” con il quale i giallo-verdi ci hanno martellato per mesi, ma che negli ultimi tempi era sparito per lasciare spazio alle polemicucce e al delirio di onnipotenza di Salvini ministro degli Interni (che fa usare come una giostra la moto d'acqua della polizia compiacente al figlio) per aumentare la repressione con il pretesto di garantire la sicurezza agli italiani, in realtà per fomentare la paura e assicurarsi voti. Salvini ha staccato la spina (salvo ritirare la mozione di sfiducia alla base della crisi durante la seduta in Senato) copiando il vaffa dai suoi alleati che hanno sempre accettato il suo diktat. Il governo populista che si vantava di essere del cambiamento e di coprire un'intera legislatura per fare il "bene degli italiani" - in realtà di quegli imprenditori che poi portano all'estero produzione e capitali - può vantare un record: 14 mesi, il più corto nella storia d'Italia!
Con l'intervento (tardivo) di Conte al Senato - che ha scaricato tutte le colpe su Salvini e la Lega - si è aperta ufficialmente la crisi e del futuro governo ne parleremo sul prossimo numero anche se per noi un governo ne vale l'altro. Ora iniziano le consultazioni con Mattarella il quale chiede "un progetto serio e stabile", altrimenti, l’alternativa più credibile è quella di avere un governo tecnico che porti alle elezioni nel giro di pochi mesi.
E il Pd è in fibrillazione per rientrare in pista - con i 5Stelle come alleati - e gestire l'aumento dell'Iva, affrontare l'enorme debito pubblico - sempre più in aumento - e le vertenze in corso che riguardano 240mila posti di lavoro a rischio, il DEF che sarà un'altra manovra di lacrime e sangue per le masse popolari.
Anche nel suo intervento becero e provocatorio al Senato, Salvini si è comportato da dittatorello al di fuori da ogni rapporto istituzionale, incapace persino di motivare i suoi atti. Si è definito un bersaglio pronto a sacrificarsi, di non aver padroni né catene. E i suoi incontri negli Usa dove ha condiviso la politica guerrafondaia di Trump? E i rapporti con la Russia? E con la UE? Tutti i suoi strali contro la UE si sono infranti nel momento in cui ha respinto la candidatura dell'olandese Frans Timmermans garantendo, oggettivamente, la continuità del rigore e l'asse franco-tedesco in Europa, una scelta da "vecchia Europa". Anche la decisione di proseguire i lavori del Tav, oltre ad essere in linea con la UE, è un grande favore concesso al "detestato" Macron.
Ma alla base della Lega arriva il messaggio retorico e demagogico, i rifiuti "muscolari" che evitano ai propri seguaci di riflettere autonomamente, mantenrli sottomessi, impauriti e culturalmente schiavizzati e li spingano alla mobilitazione reazionaria.

Qualunque sia il prossimo governo continuerà l'attacco generale al proletariato,
leggi liberticide e di contrasto a chi lotta e contro ogni forma di opposizione sociale. In particolare quello del diritto allo sciopero, già fortemente limitato e utilizzato dai sindacati Confederali - impegnati a costruire la loro unità di vertice per aumentare il peso della contrattazione con governi e Confindustria - a sostegno di rivendicazioni padronali, inculcando tra i lavoratori che il loro benessere dipende dai profitti dei padroni, nonostante sia provato che i finanziamenti elargiti alle aziende, in tutti questi anni, non hanno evitato licenziamenti, delocalizzazioni e disoccupazione, non hanno difeso la salute né la sicurezza, ma hanno aumentato i profitti e reso il lavoro sempre più precario.
Si riparlerà di sciopero generale? C'è già una proposta del Sì Cobas per il 25 ottobre. In effetti ci sarebbe bisogno di una dimostrazione di forza della classe lavoratrice che non sia la patetica e inutile raccolta di firme del PD per chiedere le dimissioni del governo, ormai superata dalla scelta della Lega.

Ma l'esperienza e la realtà degli ultimi anni insegnano che non ci sono le condizioni per promuovere uno sciopero generale - e il movimento "di base" non è stato in grado di crearle - degno di questo nome, basato su reali adesioni e partecipazioni. Anzi gli scioperi "generali" - a volte a distanza di una settimana - indetti da varie sigle sono più per verificare la portata del proprio peso all'interno della classe e con un occhio alle campagne acquisti, che non a modificare i rapporti di forza a favore della classe lavoratrice - hanno alimentato sfiducia e demoralizzazione sia tra le avanguardie, sia tra gli stessi iscritti ai sindacati di base.
Lo sciopero generale ha senso e significato se proclamato e condiviso contro il padronato e i loro governi perché deve dimostrare che la classe ha la forza di bloccare i gangli vitali del paese, com'è stato quello dei trasporti del 16 giugno 2016 che, infatti, ha allarmato il governo e i suoi padroni.
Borghesia, padronato, governi e lo Stato con i suoi strumenti repressivi sono i veri nemici. Ai padroni non interessa la sigla di appartenenza, ma la volontà di ribellione al loro sistema di sfruttamento, oppressione e repressione che, oltre all'uso della polizia, si manifesta sempre più con i licenziamenti politici degli attivisti sindacali.
Operai e padroni non sono sulla stessa barca come sostengno i socialdemocratici e gli opportunisti vertici di Cgil-Cisl-Uil-Ugl che portano in piazza sfruttati e sfruttatori insieme. I lavoratori non hanno nulla da spartire con chi fa del profitto la propria ragione di vita. La vera forza del movimento operaio è l'unità della classe e l'unità nelle lotte, vincendo la frammentazione.
Il movimento dei lavoratori deve ritrovare fiducia nella sua forza e nella capacità di iniziativa valorizzando la propria posizione e l'attività del capitale che vuole neutralizzarla come soggetto antagonista. C'è bisogno di lavoro, ma coloro che lo hanno non pensino che "stando fermi e zitti", accettando il volere dei padroni con condizioni al ribasso o illudendosi in svolte risolutive del governo, prima o poi non tocchi anche a loro.
Allargare la solidarietà con le situazioni in crisi (attualmente circa 200), con i disoccupati, con i lavoratori precari e sottoccupati rafforza il potere contrattuale e resiste ai colpi del nemico di classe. Sapersi organizzare per i propri interessi immediati e quelli futuri. I lavoratori devono fare un passo avanti e... pensare politicamente. È possibile vivere senza padroni, quindi senza sfruttamento né oppressione, se si agisce e ci si attrezza per diventare protagonisti del proprio futuro, con l'obiettivo di cambiare il sistema capitalista - che si basa su più lavoro meno soldi - in un sistema socialista.

 

 

6 agosto 2019 redazione
editoriale n. 4

Rovesciare la borghesia e la sua politica reazionaria
È possibile vivere senza padroni, quindi senza sfruttamento né oppressione, se si agisce e ci si attrezza per diventare protagonisti del proprio futuro

Tra il caldo sahariano e i disastri causati dalle piogge intense nel governo sono continuate le dispute verbali tra chi le spara più grosse in una continua involuzione reazionaria. Salvini, che fa il ministro degli interni solo per aumentare la repressione con il pretesto di garantire la sicurezza agli italiani e assicurarsi voti, si comporta da dittatorello al di fuori da ogni rapporto istituzionale. Va negli Usa e negli incontri con Pompeo e Pence - dall'Iran al Venezuela - lega l'Italia alla politica guerrafondaia di Trump posizioni oscure al governo, segno di servilismo verso il padrone imperialista a discapito degli interessi nazionali.
Il suo sbandierato sovranismo si è infranto anche sulle nomine del neo parlamento europeo.  "A prescindere dai nomi, l'importante è che in Europa cambino le regole, a partire da immigrazione, taglio delle tasse e crescita economica. E su questa battaglia l'Italia sarà finalmente protagonista". Sostiene Salvini, ma quale protagonismo?
Il potere borghese ha stabilito di farsi rappresentare da due donne (leggi pag. 6): Christine Lagarde alla BCE, la più pagata al mondo (1.875,48 € al giorno), l'avvocato d'affari del FMI senza essere un'esperta di politica monetaria ma che è stata in grado di "gestire" crisi economiche - da quella Argentina a quella Greca. E la fedelissima di Angela Merkel, Ursula Von der Leyen (Cdu), già ministro della Famiglia (ha 7 figli) e due volte responsabile della Difesa in Germania, alla Commissione Ue. Nomine che, tra l'altro, dimostrano l'ennesimo inganno elettorale, cioè che non è vero che sono gli elettori a stabilire i propri rappresentanti nelle istituzioni e che conferma la giustezza della nostra posizione astensionista, di respingimento di questo carrozzone imperialista.
Il Governo italiano e il despota Salvini, con il suo atteggiamento da bullo di partito razzista e il suo gergo verbale confacente ai settori più arretrati della società spingendoli alla mobilitazione reazionaria - come quelli che si facevano conquistare dagli slogan senza contenuti, ma ad effetto di Mussolini - respingendo la candidatura dell'olandese Frans Timmermans ha oggettivamente garantito la continuità del rigore e l'asse franco-tedesco in Europa, una scelta da "vecchia Europa". Così come la decisione di proseguire i lavori del Tav, oltre ad essere in linea con la UE, è un grande favore concesso al "detestato" Macron. Ma il messaggio che arriva alla base della Lega sono solo i rifiuti "muscolari" di Salvini. Retorica e demagogia per evitare che i propri seguaci riflettano autonomamente, ma restino sottomessi e culturalmente schiavizzati: dalla flat tax alla chiusura dei porti (persino alle navi militari); dalla Carola di turno ai decreti sicurezza; alle dispute con i 5Stelle costretti alla continua difensiva per non mollare l'osso. E, come se non bastassero i naufragi a far gonfiare il petto di Salvini, un carabiniere viene accoltellato a morte. Da migranti dai quali bisogna difendersi con i decreti sicurezza contro i quali è partita subito la carambola? No da due giovani californiani di famiglia bene che sono riusciti - in una vicenda piuttosto fosca tra putcher, informatori, intervento in borghese dei CC (il morto addirittura disarmato!!!) - a sopraffare un rappresentante delle forze che garantiscono l'ordine solo quando si tratta di sedare manifestazioni operaie e studentesche, e farlo diventare martire da Salvini, tanto che su internet (come un fascista qualunque) ha approvato e rilanciato una foto del colpevole - in violazione dello stesso diritto borghese - che dimostra gli abusi dei carabinieri (e non sarebbe la prima volta), scattata e postata da chi al momento non si sa.
L'ondata di commozione generata da tutti i mass-media ha distratto l'attezione dal caso Lega-Russia, altro scandalo di un partito corrotto in mano al ministro degli interni e al bossiano Giorgetti, che di scandali se ne intendono (ricordate i diamanti di Chirac o le spese elettorali?). Ha fatto passare in secondo piano le crisi del mondo del lavoro, ogni giorno ne emerge una. Distrazione dal quadro economico alla base del Def che, nonostante venga annunciato come “un paziente lavoro di revisione della spesa corrente" porterà a un primo pacchetto di misure nella legge di bilancio per il 2020 che aggredirà, in particolare, la sanità pubblica con il blocco di 2 miliardi e possibili ulteriori tagli in qualsiasi momento in seguito a esigenze di finanza pubblica e al regionalismo differenziato che renderà più complesse sia la programmazione che la qualità delle cure e dei servizi erogati.
Tra diatribe, finti attriti, minacce di rimpasto e di nuove elezioni cosa riserverà l'autunno?
Ancora manovre lacrime e sangue meglio mascherate di quelle precedenti - fatte da PD e centrodestra o centrosinistra, o governi tecnici - da una propaganda centrata sulle leggi liberticide e di contrasto a chi lotta e contro ogni forma di opposizione sociale. Una propaganda che estende la repressione e alimenta un clima di paura tra la classe che subisce e patisce le crisi e i relativi provvedimenti antipopolari.
Nell'attacco generale al proletariato, in primo luogo, c'è il diritto di sciopero, già fortemente limitato e utilizzato dai sindacati Confederali - impegnati a costruire la loro unità di vertice per aumentare il peso della contrattazione con governi e Confindustria - a sostegno di rivendicazioni padronali, inculcando tra i lavoratori che il loro benessere dipende dai profitti dei padroni, nonostante sia provato che i finanziamenti elargiti alle aziende, in tutti questi anni, non hanno evitato licenziamenti, delocalizzazioni e disoccupazione, non hanno difeso la salute né la sicurezza, ma hanno aumentato i profitti e reso il lavoro sempre più precario.
Si riparlerà di sciopero generale? C'è già una proposta del Sì Cobas per il 25 ottobre. In effetti ci sarebbe bisogno di una dimostrazione di forza della classe lavoratrice contro il malfatto del "contratto" Lega-5Stelle, mantra ormai accantonato e sostituito con il "bene per gli italiani" e per "i cittadini". Ci vorrebbe una dimostrazione di prova di forza che non sia la patetica raccolta di firme annunciata dal PD per chiedere le dimissioni del governo. Ma l'esperienza e la realtà degli ultimi anni insegnano che non ci sono le condizioni e il movimento "di base" non è stato in grado di crearle per promuovere uno sciopero generale degno di questo nome con reali adesioni e partecipazioni. Anzi gli scioperi "generali" - a volte a distanza di una settimana - indetti da varie sigle sono più per verificare la portata del proprio peso all'interno della classe, con un occhio alle campagne acquisti, che non a modificare i rapporti di forza a favore della classe lavoratrice - hanno alimentato sfiducia e demoralizzazione sia tra le avanguardie, sia tra gli stessi iscritti ai sindacati di base.
Lo sciopero generale ha senso e significato se proclamato e condiviso contro il padronato e i loro governi perché deve dimostrare che la classe ha la forza di bloccare i gangli vitali del paese, com'è stato quello dei trasporti del 16 giugno 2016 che, infatti, ha allarmato il governo e i suoi padroni.
Borghesia, padronato, governi e lo Stato con i suoi strumenti repressivi sono i veri nemici. Ai padroni non interessa la sigla di appartenenza, ma la volontà di ribellione al loro sistema di sfruttamento, oppressione e repressione che, oltre all'uso della polizia, si manifesta sempre più con i licenziamenti politici degli attivisti sindacali.
Operai e padroni non sono sulla stessa barca come sostengno i socialdemocratici e gli opportunisti vertici di Cgil-Cisl-Uil-Ugl che portano in piazza sfruttati e sfruttatori insieme. I lavoratori non hanno nulla da spartire con chi fa del profitto la propria ragione di vita. La vera forza del movimento operaio è l'unità della classe e l'unità nelle lotte, vincendo la frammentazione.

Ci aspetta, quindi, una nuova stagione di impegno che respinga le politiche antioperaie e antipopolari, sapientemente camuffate, attuate con l'ennesima promessa della ripresa economica che non ci sarà perché la crisi è del capitalismo - sempre più fallimentare - e dalle regole europee accettate anche da questo governo nonostante la bieca demagogia di Salvini e Co.
Il movimento dei lavoratori deve ritrovare fiducia nella sua forza e nella capacità di iniziativa valorizzando la propria posizione e l'attività del capitale che vuole neutralizzarla come soggetto antagonista. C'è bisogno di lavoro, ma coloro che lo hanno non pensino che "stando fermi e zitti", accettando il volere dei padroni con condizioni al ribasso o illudendosi in svolte risolutive del governo, prima o poi non tocchi anche a loro.
Allargare la solidarietà con le situazioni in crisi (attualmente circa 200), con i disoccupati, con i lavoratori precari e sottoccupati rafforza il potere contrattuale e resiste ai colpi del nemico di classe. Sapersi organizzare per i propri interessi immediati e quelli futuri. I lavoratori devono far un passo avanti e... pensare politicamente. È possibile vivere senza padroni, quindi senza sfruttamento né oppressione, se si agisce e ci si attrezza per diventare protagonisti del proprio futuro, con l'obiettivo di cambiare il sistema capitalista - che si basa su più lavoro meno soldi - in un sistema socialista.

29 maggio 2019 redazione
editoriale n. 3

Sempre più imperante sviluppare la lotta e l'organizzazione della classe
Lega: nove milioni di voti e il dominio delle regioni del nord sono sufficienti per imporre il proprio programma antipopolare e devastante
Sarà finita la campagna elettorale? Questo periodo elettorale ha superato ogni limite e ha messo in luce tutta la
demagogia sociale e la propaganda razzista per raccogliere consensi, voti, ma anche per distrarre la popolazione dai reali problemi che avvelenano la vita e che non vengono risolti.
Abbiamo tenuto in sospeso "nuova unità" aspettando i risultati per dare un'immediata e veloce lettura per quanto riguarda l’Italia, anche se per le nostre convinzioni gli esiti elettorali non sono fondamentali.
Mentre tutti erano concentrati su come raccogliere un voto in più hanno chiuso altre fabbriche producendo nuovi disoccupati (quell’esercito di riserva così utile alla grande industria!), sono morti operai sul luogo di lavoro, è continuato lo sfruttamento, decine di immigrati hanno lasciato la vita nel Mediterraneo, ed è avanzato l’impoverimento generale. Sono andate avanti misure sempre più repressive che hanno colpito coloro che manifestavano il proprio dissenso ai demagogici comizi di Salvini e non solo.
Le elezioni europee e in parte amministrative si sono svolte all'interno di una crisi capitalista che non ha accennato a diminuire perché ciò che domina è il capitalismo e la sua sete di predominio dei mercati che riversa i suoi effetti sul proletariato.
Che cosa emerge da queste elezioni? Intanto che in tutta Europa è andato a votare il 50,5%, cioè la metà degli aventi diritto non ha partecipato e che là dove l'affluenza è stata relativamente alta, le destre hanno ottenuto i migliori risultati. In Italia si è recato alle urne il 56% - ben 2% punti in meno rispetto alle precedenti del 2014 (e quando il numero degli elettori era inferiore), cioè oltre 20 milioni degli aventi diritto.
Astensionismo alto nel sud ed in particolare a Taranto, in Sardegna, Sicilia, Abruzzo - abbandonato dopo il terribile terremoto - con un calo di affluenza di ben 12 punti percentuali. Che dimostra come un grande numero di elettori non abbiano creduto alle illusioni e alle promesse dei candidati a
nche se questo non corrisponde alla una presa di coscienza della necessità della lotta di classe organizzata e di massa.
La Lega è cresciuta e non ha stravinto (9milioni di voti), ma diventerà più aggressiva perché ha convinto la sua guerra tra poveri - sulla quale ha fortemente martellato tra l’arrivo degli immigrati (nascondendo l’attacco al diritto di sciopero) e il tema della sicurezza - nonostante tutti i guai giudiziari che la contraddistinguono e ha raccolto voti anche da Forza Italia in caduta libera. Fratelli d'Italia è avanzato (decisiva, forse, la performance della Meloni che il giorno prima del voto si è messa a raccogliere la plastica?) ma anche per il voto ”utile” dei fascisti dei vari gruppetti a discapito delle proprie liste.
Voti a svantaggio del M5Stelle perché non più credibile dopo la prova di governo e l’abbandono dello "stile" dei vaffa.
Il PD, in disgrazia per le sue scellerate politiche, pur avendo rincorso l’elettorato di destra schierandosi con le grandi (e distruttive) opere ha recuperato qualche punto dai delusi del M5S e con la “novità” Zingaretti. Ciononostante ha perso anche una importante regione come il Piemonte. Ciò comporta il dominio assoluto della Lega sul nord Italia che si trasformerà in un’accelerazione della famigerata autonomia differenziata - scelta che porterà allo sfacelo del Paese soprattutto per quanto riguarda il lavoro con la prevedibile introduzione delle gabbie salariali, la sanità e la scuola – e della flat tax a favore dei ricchi.
Possiamo affermare che la maggioranza del popolo formato da lavoratori, disoccupati, pensionati, in una parola i meno abbienti che pagano sulla loro pelle la crisi del sistema capitalista, non si fanno attrarre dalle sirene del capitalismo né dai suoi maggiori strumenti di sostegno: i mass-media. Servi del potere che, in barba alla par condicio, hanno riservato uno spazio spropositato ai candidati "di punta": Salvini, Di Maio, Berlusconi, Meloni, Zingaretti.
La compagine del futuro Parlamento europeo rimane nella sostanza invariata, in mano alle espressioni politiche rappresentanti del grande capitale e delle banche pronti a spartirsi i posti di potere. Sono avanzati i partiti conservatori, sciovinisti e fascisti – da Le Pen a Farange, da Orban a Kazcynsky, a Salvini -, ma è un assalto antieuropeo limitato e utile solo come pungolo per una politica di maggiore sfruttamento e repressione, dei divieti, dei richiami alla cristianità cioè all’oscurantismo, dell’attacco ai diritti sociali e civili con gravi ripercussioni sulla condizione femminile, come ha già dimostrato il raduno dei ministri europei a Verona. Sarà confermata la cooperazione più stretta tra alcuni membri della UE, in materia di sicurezza e difesa - introdotta dal trattato di Lisbona – per investire in progetti comuni e accrescere la prontezza e il contributo a livello operativo delle rispettive forze armate (Pesco). Aumenterà l’attacco all’ideologia comunista.
L'Unione europea è per sua natura espressione del capitale monopolistico, lo confermano i
115 milioni di persone che vivono sotto la soglia ufficiale di povertà, ed è diretta dal grande capitale che ha bisogno di delocalizzare la produzione con forza lavoro a costo minore per realizzare massimi profitti e dai centri di potere della finanza. È un’alleanza imperialista che porta avanti interventi imperialistici in cooperazione con la NATO sotto la direzione dell’imperialismo Usa.
Ma non potrebbe essere riformabile neppure da parte delle forze di sinistra che hanno partecipato convinte che l’Europa si possa trasformare in una “casa comune” democratica e basata sui diritti sociali, civili, di libertà e di tutte le espressioni di democrazia diretta dei cittadini basata su un “capitalismo sano” che nella pratica fa cadere la necessità della lotta per l’abbattimento dei rapporti sociali capitalistici. Si può pensare che obiettivo della BCE (!) diventi “la piena e buona occupazione”, contro i “parametri ” del Fiscal compact?
Ancora una volta lo scontro elettorale si è dimostrato uno scontro tra le varie fazioni e strati della borghesia che vogliono mantenere il proprio potere con posizioni di destra fascista, xenofoba e sempre più anticomunista – e su questo ben poco potrà fare quella minima rappresentanza dei Partiti comunisti -, fino a quelle riformiste più o meno di sinistra, ma in pratica, sostenitrici del sistema capitalista.
Su
questo devono incentrare la loro attenzione i comunisti che vogliono cambiare realmente i rapporti di forza tra le classi. Utilizzare bene le nostre energie, la nostra intelligenza, il nostro odio di classe, per difendere l’ideale del socialismo e per acuire e allargare la spaccatura nella società tra i poteri e chi il potere non l'ha e lo subisce; per sviluppare la lotta e l'organizzazione. La forza del movimento operaio – come quella dei comunisti - non si può giudicare dai risultati elettorali o dal numero di iscritti al partito o ai sindacati, ma dal tipo di organizzazione comunista e dalla coscienza che porta alla comprensione di lottare per battere l’offensiva della borghesia e il fascismo, ma con una prospettiva più ampia, verso il cambiamento del sistema capitalista in socialista.


24 marzo 2019 redazione
editoriale n. 2

Moltiplicare gli sforzi
Rafforziamo gli strumenti per quell'unità e quell'organizzazione necessarie per copovolgere i rapporti di forza e liberarci per sempre da questo sistema dominante sfruttatore, reazionario, razzista, che conosce solo il profitto e che è sempre alla ricerca di nuovi mezzi pur di sopravvivere
Il governo dei posticipi ci ha tenuto per settimane "occupati" sull'argomento del tunnel della Val di Susa utile solo alla demagogia e alla costante propaganda di Lega e M5S. Un'opera di notevole impatto ambientale, uno spreco di soldi  (solo 1,8 miliardi in studi, progettazione e lavori preliminari più quelli spesi per militarizzare la zona)
che non è prioritario né per l'Italia, né per la Francia, né per l'Europa perché il traffico è fortemente diminuito dagli anni '90 e molti esperti hanno stabilito che il trend discendente sarebbe proseguito. Non per colpa della mancanza del buco nella montagna o dell'ineguatezza della linea ferroviaria storica del Frejus, ma perché fortemente sottovalutata anche a causa della scarsa domanda su questa linea.
Anche il ricatto di chi sostiene che dovremmo ripagare l'UE di penali fa parte della disinformazione cui ci sta abituando questo governo. L'UE ha deciso nel 2013 di finanziare i lavori preparatori e l’inizio dei lavori (non meglio identificati, dato che il progetto definitivo è stato approvato solo nel 2017) per 813 milioni di euro. Come si fa a pagare penali su finanziamenti non ancora decisi? Questa è una sola delle opere sparse su tutto il paese che danneggiano l'ambiente e, chi contesta, viene criminalizzato, caricato dalla polizia, incarcerato, processato. Poi appare il miracolo ecologico! Venerdì 15 marzo tutto il mondo politico e giornalistico si è "emozionato" nel vedere gli studenti scendere in piazza in tutto il mondo (naturalmente Italia compresa) in seguito all'appello per la protesta iniziata da una ragazzina svedese - e rimbalzata sui social - giovane non così ingenua come vogliono farci intendere visto che ha già potuto parlare a Davos quando chi ha protestato a Davos è sempre stato represso dalle potenti forze di polizia messe in campo (all'interno un articolo).
Così come vengono repressi e fatti affogare gli immigrati che scappano dalle loro terre distrutte dalla mano - non dell'uomo come sostengono i benpensanti - ma dell'imperialismo e della sua voracità di sfruttamento e di conquista di sempre nuovi territori con ogni mezzo. L'industria degli armamenti, infatti, è sempre più fiorente. Nel 2016 sono stati spesi circa 1.700 miliardi di dollari con una crescita annuale del 5%. Gli Stati Uniti guidano la classifica con 611 miliardi, segue la Cina con 215. Anche in Europa è aumentata la spesa militare portata a 334 mililardi. La stessa Unione europea è possibilista sull'installazione di nuovi missili nucleari Usa in Europa, Italia compresa. E l'Italia? Per non farsi mancare nulla guida gli incrementi dei Paesi europei con l'11% in più dal 2015 al 2016 (27,9 miliardi, all'11° posto nella classifica mondiale). Gli ottimi rapporti tra il governo e l'industria bellica nostrana (in mano a Mauro Moretti, l'ex amministratore delegato FS al momento della strage di Viareggio) favoriscono l'esportazione della guerra: missili, siluri, bombe, aeromobili, pari a 10 miliardi di euro. Il governo della triade si riempie la bocca di sovranità nazionale, ma si accoda all'UE (anche su questo piano) che, a sua volta, segue la Nato.
A quante domande del paese si potrebbe rispondere con 27,9 miliardi di dollari destinati al militare? Invece si preferisce deindustrializzare il paese alimentando l'esercito dei disoccupati. Si preferisce continuare a tagliare sulla sanità pubblica, nonostante sia sostenuta dalla fiscalità generale e attraverso il pagamento dei ticket. Tagli sui servizi costringendo a interminabili liste d'attesa, sui posti letto rimandando i degenti a casa prima della completa guarigione, sul personale costringendolo all'aumento di carichi di lavoro e a turni massacranti (dati ufficiali ci dicono che è di 50/60 mila la carenza di infermieri).
Ma i governi, per fare accettare le loro malefatte, devono inventarsi qualcosa, qualche nuovo sistema, e questo non è diverso. Allora ecco apparire l'autonomia regionale che dividerebbe l'Italia tra regioni "ricche" e quelle sempre più povere (ne parliamo all'interno) con gravi ripercussioni sulla gestione della sanità, quindi sulla salute della popolazione (altro che prevenzione!). Ecco arrivare il patto di fabbrica che sancisce la concertazione sindacale con una visione praticamente proprietaria ed esclusivista della rappresentanza anche sui temi della tutela della salute e della sicurezza del lavoro. Ecco la dichiarazione di guerra alle donne che potranno lavorare fino al nono mese di gravidanza e a pagare saranno le donne malpagate e precarie che si aggiungono a quel 30% sottoposto a casi di mobbing da maternità (4 su 10 sono costrette a rassegnare le dimissioni) o per aver osato richiedere di conciliare lavoro e vita familiare. Ti interessa la famiglia? Allora stai in casa così sei libera di badare ai figli, ai genitori, ai disabili, ai vecchi e non ti lamenti più della carenza dei servizi e delle strutture. A lavorare ci pensa il marito. Si fa per dire vista la dilagante disoccupazione! Il congresso dei ministri reazionari europei della famiglia, previsto a fine marzo a Verona, si occuperà - oltre che a rigettare il diritto di aborto - di come ricacciare la donna nel suo ruolo di madre e moglie sottomessa, in una famigllia "tradizionale", in piena sintonia con le idee di mussoliana memoria. E se ti viene in mente di separarti ci pensa il ministro Pillon (uno degli organizzatori del Family Day) con la sua riforma in materia di diritto di famiglia che, con l'introduzione del concetto di "unità familiare" renderà più complicato e oneroso il divorzio - soprattutto per le vittime di violenza - e più facile la sottrazione dei figli alla madre.
Tutto rientra nel "contratto di governo" quindi nell'alleanza Lega-M5Stelle, compreso l'incarico ad un uomo (prima volta nella storia) delle pari opportunità. Un attacco al percorso di emancipazione femminile, un arretramento dei pochi diritti conquistati in anni di lotte, che presta il fianco alla politica fascio-nazista che sta avanzando in Italia e nel resto d'Europa.
Anche di fronte alle elezioni europee non illudiamoci che siano possibili dei cambiamenti. Impediamo che partiti e raggruppamenti continuino a rappresentare la grande borghesia che, per mantenere la sua posizione, distrugge le libertà e i diritti della maggioranza della popolazione per schiacciarla definitivamente quando lo ritiene necessario anche con metodi di matrice fascista. Rafforziamo gli strumenti per quell'unità del proletariato (che la borghesia continua a dividere) e quell'organizzazione necessarie per capovolgere i rapporti di forza e liberarci per sempre da questo sistema dominante sfruttatore, reazionario, razzista, che conosce solo il profitto e che è sempre alla ricerca di nuovi mezzi pur di sopravvivere.


13 gennaio 2019 redazione
nu. 1/2019
Borghesia e imperialismo sempre all'attacco

Non è il momento di stare a guardare, ma di parteggiare
La borghesia non cede il potere. È per questo che la lotta rivoluzionaria deve annientarla. Non c'è un altro sistema. E la rivoluzione va portata alle estreme conseguenze. Argentina, Colombia, Brasile, Nicaragua, il Venezuela oggi dimostrano che per costruire il socialismo non si può lasciare spazio a privatizzazioni, liberalizzazioni, alla conciliazione con la borghesia, al capitalismo - sono oltre 3mila le aziende statunitensi sul territorio - e alle forze di destra che ne fanno gli interessi. L'imperialismo con a capo gli Stati Uniti sono sempre pronti a punire gli Stati che giudicano scomodi e a utilizzarli per denigrare il comunismo. Washington ha concertato l'operazione contro il Venezuela con il pretesto delle elezioni che hanno favorito Maduro, garantite da un sistema che impedisce brogli e con la presenza degli osservatori internazionali del Consiglio dei Periti elettorali latino-americani (Ceela), dell'Unione africana, della Comunità dei Caraibi (Caricom) (assente l'UE che si è rifiutata), commissione presieduta da Jimmi Carter. A fianco degli Stati Uniti il Canada, molti Stati latinoamericani ed europei e la UE che aveva rifiutato - per voce di Federica Mogherini di monitorare le elezioni - e che ha anche bloccato i fondi statali venezuelani in Belgio.
Ma il sabotaggio, le sanzioni e la costruzione di simulazioni della borghesia che è in atto da tempo, è riuscito: è causa dell'aggravamento delle condizioni di vita delle masse e della divisione tra la popolazione, molto favorevole agli interessi del capitale euro-atlantico.
Destituire Maduro lo chiamano ripristino della democrazia. È la democrazia del potere che disconosce la volontà degli elettori e invoca l'intervento militare da parte di un paese straniero. Un deja vu da anni in troppe parti del mondo. La classe dominante borghese non accetta neppure la democrazia formale se non può governare con il consenso dei subalterni e degli alleati e perciò grida alla democrazia tradita, ma si accorda con i talebani sul ritiro delle truppe lasciando il paese nelle loro mani.
L'Italia non si distingue. Sul Venezuela il Governo traccheggia tra varie posizioni e viene sollecitato da quel vecchio arnese del Presidente Mattarella (che si manifesta sempre più reazionario) per schierarsi e riconoscere ufficialmente il fantoccio Guaidò autoproclamatosi presidente (così patriottico da invocare l'intervento militare degli USA), un anticomunista, militante dell'organizzazione di estrema destra Voluntad popular, che non ha neppure partecipato alle elezioni del 2018, anzi le ha boicottate per paura di perderle, e che sta ingannando la parte della popolazione venezuelana che lo segue con promesse che non manterrà.
Accodati al clima politico imperante si sono scatenati: mass-media, opinionisti, politicanti, partiti di "sinistra" fino alla Cgil che, dopo la condanna del colpo di Stato, ha rettificato ribadendo nessun sostegno a Maduro.
Il nemico di classe ha le idee molto chiare. Anche screditare Maduro considerandolo comunista è utilizzato per far avanzare la campagna contro gli ideali del socialismo e del comunismo che rappresentano un modo di vista diverso, a favore della maggioranza della popolazione, contro l'imperante individualismo, della privatizzazione. Le crescenti forme reazionarie e nazionaliste possono penetrare nel movimento operaio e popolare a causa dell'indebolimento della coscienza di classe e grazie all'attività del revisionismo, del "riformismo" della cosiddetta sinistra e del conciliatorismo dei sindacati, scatenano la guerra tra poveri e rafforzano i veri nemici.
L'aggressività del padronato, che conosce solo la legge del profitto, non diminuisce con il cambiare dei governi, così come il peggioramento delle condizioni di vita e l'imbarbarimento delle condizioni di lavoro - sul quale pesano sempre più per i proletari la mancanza di sicurezza di avere un lavoro, una casa, il diritto a curarsi o di far studiare i figli mentre le morti di e da lavoro mietono vittime quotidiane. Per la loro sicurezza i padroni attaccano il diritto di sciopero e criminalizzano le manifestazioni di protesta, i blocchi stradali e i picchetti, strumenti della lotta di classe per la difesa dell'occupazione, di fronte alle continue chiusure (ultime in ordine di tempo Alessi e Zara) e le delocalizzazioni di aziende. Delocalizzazioni che, in nome della libertà di mercato, anche questo governo così prepotente con i deboli (proletari e immigrati) finge di non vedere per non disturbare i forti, le multinazionali e gli interessi del grande capitale.
Al momento rivoluzionario ci si arriva con la pratica della lotta di classe che i vari governi di centrosinistra o centrodestra tentano in tutti i modi di frenare promettendo demagogicamente cambiamenti per risolvere i problemi irrisolvibili fermo restando il capitalismo. L'organizzazione e l'unità sono le chiavi per vincere ogni battaglia parziale nei luoghi di lavoro - quella del recupero di alcuni dei diritti perduti -, ma la classe lavoratrice deve capire che sta pagando una crisi imposta dalle scelte e dagli interessi del capitalismo che utilizza questo o quel governo, o partito, a seconda delle proprie necessità. Il movimento operaio deve dimostrare che è con la lotta politica, organizzata nel Partito comunista, che si può e si deve arrivare ad un sistema sociale dove non esistano più padroni e, quindi, senza sfruttamento.
L'imperialismo vuole imporre la propria dittatura in tutto il mondo. Non è il momento di stare a guardare, ma di parteggiare. Di fronte ad una situazione mondiale molto grave, ad una situazione interna di piena fascistizzazione dello Stato, occorre uno sforzo organizzativo per vincere la frammentazione della classe e favorire l'unità della classe e dei comunisti.

 


5 gennaio 2019 redazione
editoriale n. 7/2018

Rompere con lo sfruttamento
Questo sistema che genera insicurezza, povertà, guerra ecc. va abbattuto
Stiamo finendo un altro anno ed è doveroso insistere sull'appello ai rinnovi dell'abbonamento per metterci in condizioni di continuare ad uscire con il nostro giornale. Quello di "nuova unità" è uno sforzo editoriale che si mantiene sul sostegno collettivo, una voce comunista che possa aprire il dibattito portando un po' di approfondimento dei temi trattati con un'ottica diversa dal pensiero unico prevalente. E portare un po' di chiarezza nella galassia della sinistra senza vergognarsi di definirsi comunista, soprattutto nel momento in cui avanzano le formazioni neo-naziste, i fascisti si inseriscono nel sociale per fare proselitismo e raccogliere voti; mentre è continuo il martellamento culturale e della stampa sul collegamento tra la caduta dell'esperienza sovietica e la fine dell'ideologia comunista (trappola nella quale molti cadono nonostante sia sempre più palese il fallimento del capitalismo); i partiti comunisti nei paesi europei vengono messi al bando e l'UE porta avanti la sua campagna di equiparazione del comunismo al nazismo per diffamare il socialismo. Cioè l'unico sistema sociale in grado di sostituire il capitalismo e, quindi, di eliminare lo sfruttamento della classe lavoratrice, la disoccupazione, il carovita ecc.
Che il capitalismo sia la causa di tutti i mali è dimostrato dal malessere che esprimono le masse popolari. In questo ultimi due mesi in Francia ne è stata data una dimostrazione. L'aumento del prezzo del carburante è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha fatto emergere che Macron - l'astro nascente sul quale molti puntavano, a partire da Renzi - è il "presidente dei ricchi", il presidente dei monopoli che difende patrimoni e profitti della borghesia diminuendole persino le quote delle tasse, invece aumentandole - insieme a prelievi obbligatori - a coloro che lavorano e che non riescono più ad arrivare a fine mese. A nulla è servita la giustificazione "ecologica" di Macron che per agevolare i monopoli petroliferi ha smantellato la rete ferroviaria a favore del trasporto su strada costringendo i lavoratori all'uso dell'auto.
La popolazione francese ha reagito ed è scesa in piazza con i gilet gialli. Un movimento che è a rischio di manipolazioni in quanto privo di una direzione di classe e di un partito comunista (che fa riflettere i frantumati comunisti francesi), e che rischia di favorire la destra di Le Pen, ma sviluppatosi su giuste rivendicazioni nate dallo sfruttamento e dal continuo peggioramento delle condizioni - dovuto anche all'aumento della disoccupazione e allo smantellamento dei servizi sociali e della sanità - della popolazione francese.
Di fronte alle contestazioni Macron - dopo l'uso di una dura repressione e restrizione di azioni sindacali - si è presentato con un fantozziano j'accuse annunciando una serie di minime misure, considerate briciole dal movimento, che non hanno convinto e non hanno placato le proteste. Tant'è che, puntuale, è spuntato il terrorista! Nei suoi 13 minuti di intervento ha dovuto riconoscere le ragioni della protesta, pur parandosi dietro il fatto che il malessere esiste anche in altri paesi. È vero, infatti, imponenti manifestazioni si registrano dall'Ungheria, all'Albania, alla Grecia, al Belgio. Ma le popolazioni si ribellano in tante parti del mondo fino all'Afghanistan, ignorato dai mezzi di informazione nostrani.
"Non saremo più schiavi", "Libera università in un paese libero", "Più diritti meno Orban" sono gli slogan che uniscono lavoratori e studenti nelle piazze ungheresi dopo l'approvazione della cosiddetta legge schiavitù che porta il tetto degli straordinari a 400 ore l'anno - 150 ore in più delle attuali 250 - pagabili in tre anni. Legge che favorisce l'industria che lamenta carenza di manodopera, in particolare quella automobilistica tedesca - Mercedes, Audi, Opel, BMW - che hanno trasferito le loro fabbriche in Ungheria negli ultimi anni.
A Tirana centinaia di studenti contestano l'aumento delle tasse universitarie. Proteste anche da parte degli sfrattati dalle loro abitazioni che saranno demolite per costruire la tangenziale ovest - sono lontani i tempi in cui tutto era diritto e gratuito -, oggi la risposta è solo la violenza della polizia. Le manifestazioni riguardano anche la difesa dell'ambiente perché il governo albanese ha deciso di smantellare sul proprio territorio le armi chimiche di altri paesi.
Gli scioperi generali, promossi dal Pame, hanno visto migliaia e migliaia di lavoratori scendere in piazza in varie città della Grecia per rivendicare aumenti salariali, delle pensioni, della sanità contro le briciole offerte dal governo Syriza-Anel, le sue bugie e la sua propaganda; per denunciare l'attacco delle banche e dei meccanismi dello Stato borghese agli alloggi popolari e alle famiglie, accentuato attraverso aste, tasse, procedimenti giudiziari contro coloro che resistono. Il 45° Anniversario della rivolta del politecnico è stata un'altra occasione per imponenti manifestazioni in numerose città.
Coraggiosi attivisti e militanti contro la guerra del Partito della Solidarietà Afghano e di altre associazioni per la pace, protestano - soprattutto a Kabul - contro l’occupazione dell'Afghanistan  da parte degli Stati Uniti e della NATO - che hanno bisogno di un governo corrotto e traballante - e che, non solo non hanno lasciato il Paese, ma hanno legalizzato le loro basi permanenti attraverso i loro servitori e l'hanno trasformato in un centro di spionaggio delle varie agenzie di intelligence, di produzione e traffico di droga che è alla base dell'economia, con tre milioni di tossicodipendenti come risultato.
"Massacri USA /NATO: una sfida alla coscienza del mondo!
Basi militari USA = spargimento di sangue in Afghanistan!" "Per l’emancipazione delle donne afghane: lotta contro l'occupazione e il fondamentalismo!” sono alcuni degli slogan usati.
"Con l'occupazione della nostra patria le sofferenze e l'agonia della nostra gente si sono moltiplicate: i nostri villaggi sono presi di mira quotidianamente dagli attacchi aerei condotti dagli assetati di sangue sotto la bandiera USA e NATO (una guerra costata oltre 1000 miliardi di dollari), con la maggior parte delle vittime che sono donne e bambini. La popolazione rurale è schiacciata tra talebani, ISIS e milizie filogovernative", ha dichiarato Selay Ghaffar, portavoce del PSA.
La siccità dell'ultimo anno aggrava la situazione disumana sia per i bambini - 500mila vivono in condizione di malnutrizione e almeno 160 sono stati venduti negli ultimi mesi da genitori che non sono in grado di pagare i loro debiti -. Anche le donne continuano a soffrire peggio che durante il periodo buio del regime talebano e ciò dimostra come l'invasione del 2001 che aveva lo scopo di salvarle (dal burka) fosse una spudorata menzogna sostenuta dai mass media occidentali e dai politici alla Bonino che ora tacciono.
Le condizioni in Italia non sono migliori di quelle dei francesi o di altri paesi, anzi. I rincari sono continui - a partire dal carburante - le tariffe dei servizi sono una truffa di spese aggiuntive sul consumo reale, la sanità viene pagata due volte: con le trattenute e con i ticket e per un'assistenza peggiorativa. Ogni giorno chiude o delocalizza una fabbrica, i disoccupati non sono assistiti ecc. ecc.
Eppure ancora c'è chi crede che questo governo possa fare miracoli. L'uso della propaganda e degli slogan razzisti, reazionari, retorici e misogeni (Pillon esalta la famiglia ma fa lavorare le donne incinte fino ai 9 mesi!) di Salvini e Di Maio fa sì che elettori, e non solo, non si rendano conto dei retromarcia dalle stesse promesse e delle truffe su decreti che spacciano come grandi conquiste, ma che sono di assoluta secondaria importanza. Che per la manovra finanziaria il governo ha ceduto alle richieste della UE, chei ricorre a condoni, tagli, depotenziamento dell'Inail mentre aumentano gli infortuni e le morti sul lavoro, che ricorre alla continua fiducia del parlamento. Rimandano sul reddito di cittadinanza (straridotto), "superano" la legge Fornero, peggiorandola. E dimenticano i terremotati!
Dov'è il tanto sventolato cambiamento per il "popolo", per gli "italiani prima di tutti"? Anche questo governo non risolve i problemi perché non intacca il sistema capitalista, accetta le regole dell'Ue, rimane sottomesso agli Stati Uniti e alla Nato che l'Italia continua a sostenere pagando 70 milioni al giorno per appartenere ad una alleanza che porta solo alla guerra perché già ci coinvolge in quelle esistenti.
Se pure in assenza di una seria opposizione di classe Lega e M5S sono preoccupati di una rivolta di piazza e agiscono per evitarla e mantenere la pace sociale, in attesa della scadenza delle elezioni europee con le quali contano di fare il pieno di voti e poi... poi ci saranno altre sorprese! 
La mobilitazione risoluta come in Francia dimostra che i governanti impauriti tentano una mediazione. Sono briciole che non bastano, ma possono servire per alzare il tiro anche se non sono risolutive perché la classe lavoratrice non può accontentarsi di misure riformiste rivolte a frenare il malcontento popolare.
Non si tratta di scimmiottare i gilet gialli come stanno tentando di fare un sindacalista degli ambulanti e un ex militante no tav ed ex deputato torinese del M5S né di tornare ai precedenti governi socialdemocratici e/o liberali che hanno sempre operato a favore della borghesia e per impedire il protagonismo della classe operaia. Sono i lavoratori, uniti e organizzati, che devono rafforzare la lotta, sconfiggere il populismo e prendere in mano la situazione per scalzare i capitalisti e i loro profitti che sono alla base della vita difficile di sfruttamento, patimenti e continui sacrifici, con l'obiettivo della presa del potere.  


5 novembre 2018 redazione
editoriale n. 6

CAMBIARE IL SISTEMA
Sviluppare la mobilitazione e organizzarsi per dire no ai governi borghesi
Il governo che si definisce del "cambiamento", che manda strali all'UE invocando la "sovranità" - nonostante l'alleanza con gli Stati Uniti in funzione anti franco-tedesca - invia il documento finanziario a Bruxelles prima di presentarlo al Parlamento italiano. Lega e M5S, una volta al potere, buttano giù la maschera e si rimangiano tutte le promesse della campagna elettorale trovando una giustificazione per tutto al fine pur di non perdere il consenso dell'elettorato.
Non siamo mai teneri quando ci riferiamo ai governi borghesi e non ci sottraiamo neppure per questo, in particolare perché inganna con un atteggiamento che fa leva su ampi strati popolari. La caratteristica di questo governo razzista, populista, repressivo, oppressivo, di attacco all'emancipazione femminile e ai diritti civili - aborto in primis - è quella di strumentalizzare le percezioni delle persone più arretrate, ignoranti e impaurite, farle proprie e trasformarle in misure reazionarie. Il campo di riferimento di questo governo è chiaro. È quello della Le Pen - che Salvini ha incontrato recentemente nella sede dell'UGL (sindacato erede della Cisnal, a sua volta erede del sindacato fascista e accettato dei sindacati confederali quale co-firmatario dei vari accordi !!) per discutere su “Crescita economica e prospettive sociali in un’Europa delle Nazioni”, in vista delle prossime elezioni europee.
È il campo del reazionario e oscurantista brasiliano Bolsonaro con il quale Salvini si è subito congratulato, tra un twitter e l'altro con suo figlio. È quello del fascista ungherese Orbàn, del nazista austriaco Kurz, tutti alleati per portare avanti una visione e una politica nazionalista che chiamano sovranista per affermare una supremazia nazionale contro ogni ipotesi di solidarietà tra popoli. Si propongono ai capitalisti come quelli capaci di superare le contraddizioni con l'uso della forza, del bastone, senza mediazioni con il movimento operaio per garantire il sistema capitalista.
C'è disoccupazione? Allora si crea il nemico nell'immigrato che toglie il lavoro agli "italiani" dividendo il fronte di lotta dei lavoratori. C'è criminalità? Lo stesso nemico: gli stranieri. C'è un sindaco che si occupa degli immigrati? Va condannato all'esilio. Le donne vengono uccise? Si scatena la caccia all'immigrato anche se la maggoranza delle donne è uccisa da "italiani", molti dei quali indossano una divisa. Aspetti il reddito di cittadinanza? Mettiti in fila la strada è ancora lunga e poi si vedrà. Ti rubano in casa? Puoi difenderti sparando. Le scuole cadono a pezzi, non sono antisismiche? Ecco che arriva il controllo di poliziotti e telecamere. Occupi una casa delle migliaia sfitte? Ci pensa la polizia a sgomberare. È il decreto sicurezza sul quale sarà posto il voto di fiducia (una norma ormai di tutti i governi che ci pone la domanda a che serve il parlamento?) che prevede l'aumento delle forze di polizia, delle telecamere, l'adozione del taser, la pistola elettronica, dei divieti. Un decreto che non è rivolto solo contro gli stranieri - che comunque hanno la peggio -, ma che intende colpire le lotte con eventuali blocchi stradali e ferroviari di studenti, dei senza casa e degli operai che re-iniziano a dare segnali di insofferenza allo stato di cose presenti. Come ha dimostrato lo sciopero generale del 26 ottobre indetto da alcune sigle sindacali di base: Cub-Si Cobas-Slai Cobas-Usi ait; il tentativo di autorganizzazione dei lavoratori che rifiutano le burocrazie sindacali, la manifestazione a Roma del Si Cobas del 27 ottobre, possono rappresentare un rinnovato protagonismo e la ricerca dell'unità e della necessaria organizzazione della classe lavoratrice. Necessaria per affrontare le continue emergenze occupazionali contro le quali sono insufficienti le soluzioni di Di Maio come il ripristino degli ammortizzatori sociali in deroga - ridotti nella durata -, in alcune maggiori vertenze; un probabile quanto fumoso "reddito di cittadinanza" che non si sa ancora chi realmente ne potrebbe usufruire e a che condizioni essendo slittata di qualche mese la sua presentazione fuori dalla manovra finanziaria (DEF). Di Maio non incide sull'impoverimento del tessuto produttivo: fabbriche in mano agli stranieri che chiudono, imprese italiane che delocalizzano alla ricerca di sempre maggiori profitti. Le cose certe sono quelle che abbiamo visto con il cedimento sulle necessità del capitale con l'Ilva di Taranto, il gasdotto Tap pugliese e con la riattivazione dei vaucher. Altro che governo del cambiamento!
Lega e M5S non si preoccupano dello sfruttamento padronale che provoca morti e invalidi sul lavoro; non si preccupano dei rapporti schiavistici che regolano l'occupazione degli stranieri, dei contratti capestro per i lavoratori. Dopo i roboanti annunci contro la Fornero hanno inventato la quota cento, riuscendo a peggiorare la condizione dei pensionati - se mai è possibile - ma proseguono la linea salvabanche e dei condoni, dei loro predecessori. Dicono e urlano di combattere la criminalità, ma se la prendono con la piccola e spicciola manovalanza senza andare alla radice delle cause, nessuna parola o provvedimento contro mafia e simili. Lasciano campo libero alle formazioni fasciste, più che mai funzionali al sistema, alla repressione e allo spargimento della paura. Così si mettono davanti a tutto gli interessi degli italiani, e del popolo?

Dall'altra parte il PD - dopo la sua fallimentare politica riformista che ha spianato la strada alla deriva populista con un crescente autoritarismo e fascistizzazione dello Stato, è passato ad una sorta di "opposizione" - insieme a Forza Italia - tutta centrata sul deficit della manovra finanziaria calcolata in 27 miliardi di euro, quali veri paladini di banche, del grande capitale e della UE. Artefici degli aumenti delle spese militari, le hanno portate a ben 25 miliardi di euro, 70 milioni al giorno (che diventeranno 100 secondo la richiesta degli USA già accettata dal "governo del cambiamento" Salvini-Di Maio-Conte) per l'appartenenza alla NATO e per sostenere il complesso militare-industriale e le scelte guerrafondaie che non ci stancheremo mai di denunciare.
Sono cifre tenute nascoste alla popolazione perché non si renda conto di questo vero spreco di denaro pubblico che potrebbe essere utilizzato a fini sociali, a partire dalla sanità, dalla scuola e dalla ricerca invece di incrementare l'imperialismo italiano e internazionale. Tacciono per nascondere l'intreccio di interessi tra le aziende produttrici di morte (l'italiana Leonardo è al 9° posto) con partiti e istituzioni. In un sistema capitalista i governi sono solo comitati d'affari della borghesia e, quindi, rappresentano e fanno gli interessi della borghesia, non degli "italiani" né del "popolo" e nel nostro paese oggi anche la cosiddetta opposizione fa parte dello Stato maggiore borghese.
Allora qual è il problema? Il capitalismo non si può abbellire, non si riforma, non si salva. Si abbatte! Incominciando dal capire e discernere tra bieca propaganda e realtà e, di conseguenza, mobilitandosi e organizzandosi per respingere le misure contro il movimento operaio e proletariato che devono essere il perno della difesa dei propri interessi di classe nella prospettiva di una società che pensi veramente ai bisogni della maggioranza.


11 settembre 2018 redazione
editoriale n. 5

LA FASCISTIZZAZIONE È SEMPRE PIÙ EVIDENTE
Andare oltre l'attività sindacale per diventare protagonisti della politica che costruisca un futuro con un sistema sociale socialista, cioè solidale e non per ingrassare i capitalisti
Agosto è stato un mese caldo non solo dal punto di vista climatico. E non è stato di riposo per molti lavoratori. È stato invece caratterizzato da numerose morti sul lavoro; da presidi operai come alla Bakaert di Figline Valdarno - dove 318 operai spremuti come limoni con contratti sempre più al ribasso che hanno permesso all'azienda di realizzare grandi profitti - hanno ricevuto la lettera di licenziamento perché la multinazionale belga, ex Pirelli, ha deciso di delocalizzare in Repubblica ceca dove i profitti aumenteranno ulteriormente.  È continuato il presidio a Piombino degli operai ex Lucchini con il Camping 1 Cig - che insieme ai dipendenti Bekaert - hanno portato un buon contributo alla Festa di "Partigiani sempre" che si tiene ogni anno a Viareggio. I ferrovieri si sono mobilitati contro la firma dello scandaloso contratto che tende a dividere l'unità dei lavoratori tra FS e Italo. In molti hanno passato i mesi estivi con l'incubo della disoccupazione in seguito allo stallo di varie trattative, Ilva in primis.
La caduta del ponte Morandi a Genova - che ha aumentato la lista dei morti sul lavoro - ci riporta ad altre circostanze. Nel 1999, l'anno del governo D'Alema, quando crollavano i ponti serbi sotto i bombardamenti da aerei decollati dall'Italia veniva ceduta ad un gruppo di azionisti privati la proprietà pubblica della Società Autostrade che gestiva anche il ponte Morandi. Ovvero come agevolare gli interessi dei privati alla continua ricerca del massimo profitto. Il Morandi non è il primo ponte a crollare. Negli ultimi 3-4 anni sono decine i ponti ceduti e, per logica, non sarà l'ultimo però sono eventi che permettono ai politici di ogni risma di piangere lacrime... di coccodrillo e affermare la loro propaganda demagogica.
È morto Marchionne, il nemico degli sfruttati di tutto il mondo, colui che ha incassato i soldi degli ammortizzatori sociali per poi portare le fabbriche in altri paesi, ciononostante è stato, in men che non si dica, sostituito dai suoi amici con l'a.d. Manley che sposterà FCA sempre più verso gli USA. I mezzi di informazione lo hanno santificato, ma gli operai non hanno pianto. Il modello industriale Marchionne ha fatto carta straccia dei diritti dei lavoratori, del CCNL e del principio di rappresentanza sindacale all’interno delle fabbriche, esteso sul piano nazionale. La cosiddetta “newco” Fabbrica Italia è andata rovinosamente in cassa integrazione e poi è miseramente fallita dopo appena 7 mesi dall’avvio. L'
arroganza padronale di Marchionne ha in gran parte colpito i delegati e i lavoratori più combattivi con l'arma del licenziamento, della cassa integrazione, dei reparti-confino o delle sanzioni disciplinari. Ha licenziato 5 operai alla Fiat di Pomigliano per avere inscenato davanti all'azienda il suo suicidio in contrapposizione ai lavoratori che si erano tolti la vita in seguito alle difficoltà provocate dal loro licenziamento, Operai oppressi in fabbrica e costretti a condizioni materiali e psicologiche di indigenza, impossibilitati a mantenere la propria famiglia.
Il reazionario Salvini ha mostrato i muscoli contro gli sbarchi degli immigrati, sequestrandoli e respingendoli in quella Libia distrutta dall'imperialismo dove sono torturati e le donne stuprate, monopolizzando l'attenzione sul "prima gli italiani" - che non vale per gli italiani sgomberati dall'occupazione delle case - incanalando l'odio verso gli stranieri - compresi quelli che sono supersfruttati da padroni e caporali nelle campagne del Sud e che muoiono come nell'incidente del 4 agosto -. Alimentando tensioni sociali, in combutta con il nazista ungherese Orban incontrato a Milano. Salvini, tra le varie elucubrazioni sulla famiglia, si è lanciato sull'"esplosione di aggressioni" da parte di pazienti psichiatrici. Altre notizie false perché il 95% dei reati violenti commessi è attribuibile a persone "normali", tace, invece, sullo sfascio progressivo del sistema assistenziale che conta su circa il 3,5% della spesa sanitaria mentre altri paesi - Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna - vi investono il 10/15%.
La politica del governo Conte-Salvini-Di Maio distrugge le libertà e i diritti conquistati con la Resistenza e le lotte operaie, e si dibatte tra decisioni populiste, ondeggianti e superficiali, retromarce, correzioni delle dichiarazioni, annunci demagogici, proposte palliative volte a frenare le situazioni di difficoltà delle masse, lasciando la disgregazione in cui ci troviamo nell'ambito dello Stato borghese.
C'è una particolare attenzione verso le forze di polizia, che aumenteranno di numero e di stipendio e saranno munite di nuove armi - armi che non saranno "innocue" e utili per la sicurezza come vogliono farci credere -, ma che saranno utilizzate contro le inevitabili manifestazioni di protesta: politiche, sindacali, studentesche. Contro quei settori che la borghesia condanna ad una vita di sempre maggiori problemi: di lavoro, di salute, di casa ecc.
E il processo di fascistizzazione si fa ogni più evidente e avanza verso un ulteriore salto qualitativo che aprirà le porte al fascismo.
Sono ridicoli i patetici "consigli" di un riesumato Veltroni o la finta opposizione del PD che, nel suo governo - ha remato contro il proletariato a favore del grande capitale e degli interessi dell'Ue, degli Usa, di Israele e della Nato -, né i tentativi di fusione tra i pezzi sparsi della "sinistra".

La crisi c'è. C'è il costante aumento del costo della vita: dagli alimentari alle bollette, dai servizi ai trasporti, dai carburanti alle tasse. Eppure non se ne sente più parlare, di conseguenza non si sente più parlare neppure della parola d'ordine basata sul fatto che non devono essere gli operai, i cassintegrati, i disoccupati a pagare la crisi insanabile della borghesia.

La borghesia promette progresso e benessere che non trova riscontro nella relatà perché nel capitalismo non c’è alcuna possibilità di una esistenza degna di questo nome. Anche questo governo - asservito
agli USA, alla UE, ai sionisti e al Vaticano - non migliorerà né cambierà la difficile situazione del proletariato e delle masse popolari perché prima di tutti non ci sono gli italiani, ma gli imprenditori e il loro capitale. Ci sono gli interessi del complesso militare industriale (che sta modernizzando le armi nucleari), che impone l'acquisto di armi da guerra e l'aumento del Pil al 2% per l'appartenenza alla Nato, alla quale anche questo governo "del cambiamento" ha confermato la fiducia. È il sistema ad essere fallimentare per la stragrande maggioranza della popolazione, per la classe lavoratrice, un sistema che non si può riformare tantomeno abbellire.
C’è un’unica possibilità per liberarci da tutti i pericoli, dall'oppressione, dalla repressione, dalla guerra che ci riguarda sempre più da vicino a causa delle contraddizioni tra le potenze imperialiste nel contesto della crisi mondiale. È la lotta di classe.
Una lotta di unità: fabbrica-territorio, di unità di classe tra tutti gli operai delle numerose fabbriche in lotta che mettano fine all’odiosa delega che ha portato al distacco dei vertici sindacali dalle esigenze dei lavoratori. Unità di classe contro le divisioni che indeboliscono il movimento operaio come quelle in occasione degli "scioperi nazionali" indetti dai vertici dei sindacati di base per soddisfare la propria autoferenzialità, limitati perché non in grado di bloccare il paese, ai quali aderiscono solo i militanti (e non sempre tutti) ma che non coinvolgono l'insieme della classe lavoratrice. Scelte che demotivano lo sciopero stesso e che invece di restituire fiducia nella lotta producono disorientamento e demoralizzazione.
È indispensabile andare oltre l'attività sindacale e le rivendicazioni immediate, comunque necessarie, e dotarsi di strumenti adeguati per diventare protagonisti della politica - quella vera, non istituzionale - che liberi dalle catene dello sfruttamento capitalistico e costruisca un futuro basato su un sistema sociale socialista, cioè solidale e non per ingrassare i capitalisti.

 


24 giugno 2018 redazione
editoriale n. 4

Ma quale cambiamento?
Organizzarsi e rispondere alla politica fascista, razzista, demagogica, populista, imperialista che ricadrà, ancora una volta, sulla classe lavoratrice e sulle masse popolari
Durante la campagna elettorale, in concorrenza su chi le sparava più grosse, oltre agli insulti, si sono sgolati per affermare: mai con Lega, mai con M5S.
Poi hanno capito che per realizzare la loro sete di potere dovevano allearsi. A governo fatto eccoli genuflessi verso la Nato - per la quale non mettono in discussione l'alleanza, ma neppure i 70 milioni al giorno versati per l'appartenenza -, l'imperialismo Usa e... l'Europa. Non si esce più dall'unione - che è diventata "casa nostra", l'euro ce lo teniamo. La legge Fornero - punto di forza della Lega pre elezioni si corregge, non si elimina più.
Gli opinionisti giornalisti o politici giustificano i partiti del "cambiamento" con il fatto che erano promesse elettorali, ma ci rendiamo conto? In campagna elettorale sono ammesse promesse solo per conquistare voti che poi non saranno attuate? E gli elettori che li hanno votati pensando di uscire dalle politiche liberiste e di austerità, come considerano questo trasformismo?
Ma il Presidente della Repubblica non poteva celebrare il 2 giugno senza la presenza del "nuovo governo" e allora, dopo la farsa Cottarelli, ecco la formazione in fretta e furia affidata allo stesso presidente del consiglio che aveva già rinunciato al primo incarico.
Se il grande capitale, l'UE, la BCE, il FMI hanno spinto per un governo di larghe intese: PD-FI, i risultati elettorali e la sconfitta dei partiti riformisti e revisionisti hanno messo in crisi questo progetto e portato al governo i rappresentanti della piccola borghesia, delle piccole e medie imprese, dei commercianti, delle forze armate, del Vaticano.
È un esecutivo che si basa sull'ordine - quello autoritario e militare dalla borghesia -, di smantellamento dei diritti dei lavoratori, sgravi fiscali, flat tax con l'inganno della parificazione tra ricchi e poveri (eppure Salvini nelle piazze ha sempre sostenuto che non vale la media di un pollo a testa perché qualcuno ne mangia due e qualcuno niente); ed elemosina ai disoccupati (che continuano a rimanere tali) che "rimetta" in moto l'economia, quella del consumismo.
L'ambizioso Giuseppe Conte è il "garante" come sostiene lui stesso. Per noi è il fantoccio che deve applicare in modo pedissequo e schematico il "contratto" e le sue deroghe in corso d'opera in seguito alle decisioni e alle direttive di Di Maio e Salvini. Un professore che nel suo discorso di insediamento (l'avrà scritto lui?) si è dimenticato della scuola, ma anche della delicata situazione Ilva e di altre attività produttive in crisi.

Il suo intervento è stata la sintesi del contratto - che non è di destra o di sinistra, ha sostenuto Conte sottolineando il "tramonto delle ideologie forti - stipulato tra Salvini e Di Maio per "il governo del cambiamento". Contratto suddiviso in 30 punti, tra i quali spiccano: campi nomadi, rimpatri, sicurezza e legalità, aumento delle carceri, difesa sempre legittima, flat tax, banche per l'investimento.
La scarsa efficienza del “servizio giustizia si sta rivelando un limite alla crescita economica e un deterrente nei confronti degli investitori stranieri", ha detto Conte. Qualcuno gli comunichi che la maggioranza delle grandi attività produttive in Italia sono già in mano del capitale straniero: Barilla, Plasmon, Pack sistem agli americani, Alitalia, Parmalat, Edison, Gucci, Loro Piana, Fendi, Pucci, Bulgari, Eridania, Ferrari casearia, Galbani, Scaldasole, Locatelli, BNL ai francesi;
Algida ad una società anglo-olandese, Pernigotti ai turchi, Perugina, Antica gelateria del Corso, Buitoni, San Pellegrino agli svizzeri, Gancia ai russi, Carapelli, Sasso, Bertolli, Star, Fiorucci salumi, riso Scotti agli spagnoli, Peroni ai sudafricani, Chianti classico, Benelli ai cinesi, Del Verde alimentari agli argentini, Rigamonti, Safilo agli olandesi, Italpizza, Fiat avio, Eskigel agli inglesi, Invernizzi alla Germania, AR ai giapponesi, Casanova, La Ripintura a Hong Kong, Orzo bimbo a Novartis. Per non parlare dei gruppi nel campo trasporti, telecomunicazioni, elettrotecnica ed elettromeccanica. Persino il fiore all'occhiello di Modena: l'aceto balsamico è diventato britannico!
Per il suo insediamento Conte si è speso molto per fare la lezione in risposta alle accuse di populismo, scomodando - peraltro a sproposito - Dostoevskij (molto critico sulla libertà borghese) - "
Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, se anti-sistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni", ha detto. Secondo Conte dal contratto di governo emerge che l'attenzione ai bisogni dei cittadini è condotta nel segno alto della politica con la P maiuscola e qui, anche lui, tira la Costituzione come una coperta corta: "l'obiettivo è dare concreta attuazione ai valori fondanti della nostra Costituzione".
Fiato sprecato, quello di Conte, non è lusinghiero definirsi populisti anche perché il senso del populismo sarebbe intendere il popolo come un modello, e non come "ascolto dei bisogni della gente".

Il termine populismo
-
derivato dall'inglese “populism”, a sua volta tradotto dal russo narodničestvo” (“narod”, appunto, “popolo”), denomina un movimento nato nella Russia del XIX secolo nelle comunità rurali. Che ebbe tra i referenti principali: il pensiero hegeliano e correnti di cui l’ultimo rappresentante è stato Solzenicyn. Fu contrastato da Lenin in quanto movimento "soggettivista" produttore di disuguaglianze e costruttore di teorie astratte, nelle quali la realtà è sostituita da idee consolatorie (per approfondire: Nuovi spostamenti economici nella vita contadina).
Molto sfumato il riferimento di Conte al mondo del lavoro (abolito il termine disoccupati), nessun riferimento al jobs act né alle morti - in continuo aumento - causate dallo sfruttamento e dalla mancanza di sicurezza, ma
l'invito alla delazione con l'impegno di "tutelare maggiormente coloro che, dal proprio luogo di lavoro – sia esso privato o pubblico –, denunceranno i comportamenti criminosi compiuti all’interno dei propri uffici", ovvero come dividere il fronte dei lavoratori. E zero assoluto sulle delocalizzazioni e le chiusure (spesso di aziende straniere) che buttano sulla strada centinaia di migliaia di operai... altro che "prima gli italiani"!
"Non siamo e non saremo mai razzisti", ha urlato il presidente del Consiglio. "Un primo banco di prova
del nuovo modo in cui vogliamo dialogare con i partner europei è certamente la disciplina dell’immigrazione". Ci pare che il primo banco di prova sia stato il silenzio sull'omicidio del bracciante del Mali in Calabria e il tentativo di assassinare oltre 600 migranti in mare chiudendo i porti, peraltro utilizzati come propaganda di distrazione di massa.
E, come cicliegina sulla torta, la strizzata d'occhio alla Meloni: "Saremo disponibili anche a valutare l'apporto di gruppi parlamentari che vorranno condividere il nostro cammino e, se del caso, aderire successivamente al contratto di governo, offrendo un apporto più stabile alla realizzazione del nostro programma".
Ebbene abbiamo aspettato qualche mese per avere un governo che vende fumo sul cambiamento, rappresentante della piccola e media borghesia, favorito dalle scelte socialdemocratiche del PD e dall'inganno pseudo riformista dei sindacati compiacenti verso i padroni e i loro comitati d'affari. Che peggiorerà le condizioni di lavoro e di vita del proletariato perché concentrerà nelle mani della minoranza sfruttatrice la ricchezza a danno della maggioranza dei lavoratori e delle masse popolari.
E con il quale avanzerà la politica basata sulle idee fasciste, razziste, sul potenziamento degli apparati repressivi dello Stato e, quindi, di ulteriore limitazione delle stesse libertà borghesi, di fedeltà all'imperialismo, di attacco al comunismo e ai suoi valori. Ai comunisti spetta ancora il compito di aiutare a capire - a lavoratori, disoccupati, giovani (anche a coloro che si sono fidati e hanno votato Lega e M5S) - di quale cambiamento si tratta - e portare avanti l'unica politica che spezza le catene dello sfruttamento: quella dell'organizzazione basata sul socialismo scientifico.


14 maggio 2018 redazione
editoriale n. 3

Di male in peggio
Finché esisterà il capitalismo non ci saranno governi che daranno risposte ai problemi che attanagliano il paese
È brutto cominciare un ragionamento con l'affermazione "lo avevamo già detto", ma in questo momento di grandi manovre per la formazione di un "nuovo" governo pensiamo sia appropriato. Abbiamo tenuto in sospeso la chiusura del giornale, in attesa di conoscere la formazione del nuovo governo. Tutti sostengono di aver vinto (ma le elezioni non sono una lotteria) - tranne gli accasciati del PD che non perdono occasione per ribadire la loro sconfitta come un vanto -, e tutti - che non avevano fatto i calcoli di una legge truffa e pasticciata confezionata a misura per far governare PD e Forza Italia -, si accorgono che senza il premio di maggioranza non raggiungono il numero necessario per governare. E allora è stato inventato un nuovo metodo, quello del cosiddetto "contratto di governo" che si può fare con chi ci sta e si candida a gestire e amministrare la crisi del capitalismo italiano e il montante malcontento e rancore dei settori popolari più colpiti che si manifesta apertamente tramite l'astensione, ma anche nell'appoggio ai cosiddetti populisti cui è stato aperto un certo credito nelle ultime elezioni. Vogliono il potere, ma devono trovare il modo migliore per nascondere le loro intenzioni e come ingannare il loro stesso elettorato e le masse del nostro paese di fronte alle decisioni economiche, l'approvazione del bilancio dello Stato con il conseguente aumento dell'Iva e la ricaduta oggettivamente antipopolare, il futuro dei lavoratori Ilva ecc., le esigenze dei padroni che vogliono più soldi, una crescente povertà estesa sempre più anche ai lavoratori occupati e l'aumento della disoccupazione.
La formazione non è ancora arrivata e la cosa non ci scompone anche perché, come abbiamo già scritto nello scorso numero, chiunque prenda in mano il governo lo potrà fare solo se garantirà gli interessi del grande capitale. La differenza per noi è solo di sapere se si torna alle urne e dobbiamo subire una campagna di promesse improbabili e di illusioni, per rilanciare la nostra posizione di astensionismo. Un astensionismo attivo per rimancare il divario che esiste tra i bisogni della classe lavoratrice, del proletariato, delle masse popolari sempre più in difficoltà e lo Stato borghese con tutto il suo apparato e i suoi strumenti di oppressione e repressione.
Intanto il paese ha proseguito due mesi con un governo, Gentiloni, in carica per l'"ordinaria amministrazione". Quella della gestione capitalistica, di pressione sulle masse popolari, persino la concessione della cittadinanza ad un bambino (extracomunitario, ma inglese) morente. Ha proseguito per coprire le montature - organizzate dai servizi segreti occidentali che non accettano che la Siria resista agli attacchi dell'imperialismo -; per l'appoggio al terrorista Stato di Israele.  E di una frenetica corsa al riarmo - garantisce il supporto logistico (è il quinto avamposto statunitense nel mondo): lo spazio aereo e navale per trasferire armi, munizioni, veicoli militari dalle Basi Usa e Nato che invadono il nostro territorio, che trasformano l'Italia in una portaerei per aggredire e rapinare popolazioni, distruggere paesi e inquinare l'ambiente -. Il tutto per mantenere in vita un sistema in crisi, che cerca di salvarsi solo intensificando lo sfruttamento capitalistico fino a portarci ad una guerra imperialista sempre più vicina ai nostri confini.
Il Presidente Mattarella, che non ha voluto prendere la decisione dell'assegnazione dell'incarico, ha escogitato nuove formule proponendo un governo di "servizio", "transitorio", di "garanzia", "neutrale" (chi può essere neutrale quando deve prendere delle decisioni?). O il governo o le elezioni ha riaperto i giochi e sono ricominciati i balletti degli ambiziosi Salvini e Di Maio per trovare il modo di prendere il potere dopo mesi di insulti e il risoluto "mai con il M5S", "mai con Berlusconi" ed evitare nuove elezioni anche per garantire il posto ai neoeletti che, dopo il primo compenso, non mollerebbero la presa!
In particolare il M5S, che si è sempre vantato di non essere né di destra né di sinistra sembra invece molto in sintonia proprio con Salvini, quel Salvini che è stato contestato in tutte le piazze per le sue posizioni razziste, xenofobe e fasciste. Votato anche da settori di "sinistra" che volevano il cambiamento e che probabilmente lo avranno in peggio con un prossimo governo pericolosamente reazionario. Un'assonanza politica che ha permesso la spartizione dei presidenti delle Camere con Roberto Fico del M5S e al Senato con Maria Elisabetta Alberti Casellati di Forza Italia.
Fico ha fatto un bel salto: dagli "Amici di Grillo", edizione vaffa, è passato per le elezioni del 2013 candidato a presidente della Regione (1,35%), a sindaco di Napoli (1,38%) fino alla scelta sul web di 228 voti (è la democrazia di base del M5S) per la candidatura del 2018.
Poche parole in più per questa avvocata già vice capogruppo a Palazzo Madama dal 2001 al 2008 perché in quanto prima donna alla presidenza del Senato c'è stato un grande sbandieramento. Entrata in Forza Italia nel 1994, dove ha ricoperto vari incarichi, pur piacendo al M5S è stata una fervente sostenitrice di Berlusconi anche in occasione delle sue "bravate". Ha sostenuto le "leggi ad personam" e marciato, infatti, sul tribunale di Milano con 150 parlamentari del Popolo della Libertà contro il processo Ruby. Per lei Berlusconi sottoposto ad un "plotone di esecuzione" era innocente anche dopo la sentenza in Cassazione. Per chi si illude ancora che basti una donna al Senato per rappresentare le donne ricordiamo che la signora - formata in diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense - ha firmato una proposta di legge per abolire la 194, ha definito "gravissimo errore che strizza l'occhio alla cultura della morte" l'introduzione della pillola Ru486, è contraria alla regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso.  L'unica donna per la quale ha fatto l'interesse è la nomina di sua figlia Ludovica a capo della sua segreteria al dicastero quando era sottosegretario alla salute! Alberti Casellati è contraria anche alla fecondazione eterologa e per esprimere la sua posizione durante il dibattito sul disegno di legge ha affermato che «l'Italia è piena di figli dell'eterologa perché frutto del rapporto di una donna col lattaio di turno». Non si trovano notizie sul suo passato nel MSI o nella sua organizzazione giovanile, ma è significativo il suo primo passo in occasione del 1° Maggio è stato quello di andare tra le truppe (lavoratori dei massacri) militari nel Kosovo. Il M5S se ne deve essere dimenticato visto che ha concordato e gradito e votato per la sua carica.
Ciò che si prospetta al momento in cui scriviamo è la formazione di un governo Lega-M5S con la benedizione dello stesso Berlusconi pronto ora a fare il "passo di lato" con nuove formule come "astensione benevola" pur di mantenere l'alleanza con Salvini (che potrebbe in realtà distruggere attraverso i suoi mezzi di informazione) e non uscire di scena e soprattutto per garantirsi le agevolazioni per le sue aziende, mettere le mani sulla Rai, senza capitolare. Far "provare" la gestione a Lega e M5S per poi ritrovarsi a fianco del PD in una futura alternanza come salvatore della patria.
Una prova di governo molto pericolosa per il proletariato che accellera la trasformazione dello Stato in senso ancora più reazionario, la sua fascistizzazione, apertamente contrapposto ai valori della Lotta di Liberazione, di cultura, di solidarietà, garante degli Usa, di Israele, della UE e della Nato. Un governo che porterà ulteriori attacchi alla classe lavoratrice e, in continuità con i precendenti, lo smantellamento di tutte le sue conquiste e una politica che impedisca la sua organizzazione indipendente.
Noi possiamo solo operare per rafforzare l'unità del movimento operaio e per allargare la lotta di classe che smascheri questa prova di governo e faccia saltare la politica populista, razzista, di austerità, repressione e sfruttamento sempre più profondi. Perché finché esisterà il capitalismo non ci saranno governi che daranno risposte ai problemi che attanagliano il paese.

 


23 marzo 2018 redazione
editoriale n. 2

Ci aspetta un nuovo governo della borghesia
Ci sono tutti gli elementi per capire che è sempre più necessario organizzarsi per affrontare lo scontro di classe
Abbiamo impostato la nostra campagna elettorale sull'astensionismo in rifiuto a tutti gli appelli al voto perché, in quanto comunisti, non possiamo contribuire all'avanzata delle forze borghesi che da anni aggravano le condizioni di lavoro e di vita di milioni di proletari: lavoratori e pensionati e perché non ci sono le condizioni per presentare liste rivoluzionarie contro il sistema di sfruttamento e oppressione (all'interno la nostra analisi sui risultati).
"Le elezioni passano e i padroni restano" è stato il nostro slogan e così è. Dopo aver illuso gli elettori ora gli eletti si scannano per la presa del potere mentre ogni giorno chiude una fabbrica e gli operai ingrossano le file dei disoccupati.
Il costo della vita aumenta sia per le bollette, acqua, luce, riscaldamento, che per i continui rincari alimentari. È già previsto un prossimo aumento dell'Iva e accise sui carburanti. Aumenta il prezzo del biglietto del trasporto, il pedaggio autostradale, il carburante è alle stelle, mentre i servizi sociali e la sanità diminuiscono e sono depotenziati. Ormai è risaputo che milioni di persone sono costrette a rinunciare alle cure mediche perché non possono pagare le medicine né i ticket.

Tra contraddizioni e manovre più o meno sotterranee, trasformismi sulle promesse in campagna elettorale, tra le ingerenze straniere: dalla Ue al Vaticano, agli Stati Uniti i partiti sgomitano per prendere il potere e formare un governo che continuerà la politica antipopolare, repressiva, europeista e di riforme istituzionali. Una politica di smantellamento del mondo del lavoro e di guerra a favore dell'imperialismo. Tant'è che mentre tutti erano concentrati sulle elezioni Confindustria ha siglato un famigerato accordo con Cgil-Cisl-Uil-Ugl. L'ennesimo che si caratterizza per impedire il conflitto di classe tra capitale e lavoro garantendo ai padroni mano libera nello sfruttamento.
Governo e Parlamento prenderanno forma con il carico di 2300 miliardi di euro di debito pubblico, con rappresentanti di forze politiche sempre più spostate a destra in continuità con la gestione degli interessi della borghesia sia sul piano economico che di guerra, sia sulle scelte fatte all'interno dell'Unione europea i cui trattati, nelle promesse elettorali, non sono stati (e non saranno) messi in discussione. Compito già assolto egregiamente dai governi di centro sinistra a guida PD.
Non continuino ad illudersi quelli che hanno votato il M5S contro la casta, dandogli una paternità di sinistra, né quelli che hanno votato Lega credendo che libererà il Paese dai vincoli europei.

Qualunque sia la coalizione sul proletariato piomberà una nuova stagione di sacrifici, autoritarismo, repressione e disoccupazione perché non sarà certo il prossimo governo ad impedire la fuga degli imprenditori, dopo aver preso le sovvenzioni statali, a far rientrare le 36mila aziende delocalizzate in varie parti dell'Europa e dell'Asia dove sfruttano nuova classe operaia. Non sarà un governo che aumenterà le tasse alle multinazionali che producono in Italia (già ridotte dal 27,5 al 24% dal PD), né che fermerà l'aggressività dell'Unione europea per il suo sostegno degli interessi del complesso militare industriale e per la militarizzazione dell'Europa, per la quale la Commissione ha proposto la spesa di 500 milioni per il biennio 2018-2020. L'Italia non uscirà dalla Nato perché nessun partito eletto l'ha messa in discussione nella campagna elettorale, anzi rispetterà la richiesta degli Stati Uniti di aumentare la spesa per la Difesa e raggiungere almeno il 2% del Pil: più soldi per più armi, per più capacità militare, quindi guerra.
Per i comunisti la lotta sarà ancora più dura perché dovranno affrontare un attacco anticomunista, ancora più profondo, sostenuto dalle teorie di chi pone sullo stesso piano comunismo e fascismo e dai ciarlatani che dichiarano di non essere né di destra, né di sinistra - salvo propendere nella pratica per la destra -.
Il mondo è diviso in classi, ci sono gli sfruttatori e gli sfruttati e ci sono le ideologie. Perché i comunisti dovrebbero rinunciare alla propria - l'unica in grado di sostituire il sistema capitalista nelle mani di pochi con quello socialista nelle mani dei lavoratori - quando la borghesia e i suoi rappresentanti fanno valere la propria in tutti i settori della vita?
Il proletariato, i lavoratori - compresi coloro che sono caduti nella trappola del "voto utile" - si accorgeranno ben presto che il sistema capitalista non è riformabile, che la risposta alle selvagge scelte economiche e ai conseguenti disastri sociali imposti dalla “dittatura del capitale” richiede la partecipazione attiva e diretta, la lotta e non la delega. Richiede l'unità dei lavoratori contro il nemico comune che non sono gli immigrati, ma i padroni che sfruttano sempre di più per proseguire la loro corsa al massimo profitto. 
Dovremo impegnare tutte le nostre energie contro le forze che governeranno anche sul tema del progressivo autoritarismo,
di controllo, militarizzazione, di repressione politica e sociale e della crescente gravità del fascismo sotto qualsiasi veste si presenti. Comprese le bande squadristiche - spesso colluse con mafia e criminalità - utilizzate tatticamente dalla reazione padronale per colpire lavoratori in lotta e militanti di sinistra, che oggi si rivitalizzano nelle strade di tutto il Paese perché forti dell'avanzata delle forze reazionarie elette al Parlamento.  
Alla vigilia del 25 Aprile, dopo 73 anni, è doveroso ribadire l'importanza dell'impegno per un antifascismo attivo, vissuto in modo militante e non retorico o parolaio come abbiamo registrato in questi ultimi mesi in realzione ai fatti di Macerata e di Firenze. Un antifascismo basato sulle aspirazioni di classe che hanno animato la Resistenza (sopita, manipolata, distorta, tradita) nella sua lotta contro il capitalismo e i suoi governi nella quale operai, proletari, uomini e donne - che compresero l'inscindibile legame tra fascismo guerrafondaio e sistema capitalistico - misero in gioco la propria vita combattendo nelle brigate partigiane e nei Gap rimanendo uccisi, torturati, deportati nei campi di sterminio nazi-fascisti. Abbiamo bisogno di quel risveglio politico e culturale, etico ed esistenziale, di quell’esperienza resistenziale e delle successive battaglie antifasciste combattute nel nostro Paese.

In particolare i giovani, defraudati della memoria storica, schiacciati tra il consumismo, la precarietà esistenziale e lavorativa fatta di disoccupazione e spietato sfruttamento di un mercato del lavoro senza più regole devono capire, che per evitare di vivere un presente senza futuro, è possibile costruire una società diversa.

 


10 febbraio 2018 redazione
editoriale 1/2018

LINTERESSE DEL PROLETARIATO
L'obiettivo della ricostituzione del partito comunista è all'ordine del giorno dei comunisti rivoluzionari
Siamo in campagna elettorale, che in effetti è partita da tempo, grazie anche alla piaggeria dei vari mezzi di informazione. Tutti, lacerati dalle scelte dei candidati, sono lanciati in una gara di promesse improbabili e tutti uniti per convincere gli elettori ad andare a votare. Con una legge, peraltro, diabolica e truffaldina che non garantisce assolutamente quella stabilità tanto invocata da governo e politici. Anche la sinistra è sensibile al richiamo delle sirene del voto alimentando illusioni, parlamentarismo e fiducia negli strumenti della democrazia borghese. Ebbene noi, ancora una volta, ci distinguiamo e ci pronunciamo per l'astensionismo. Perché? Perché nessuna forza che si candida può rappresentare gli interessi della classe lavoratrice nell'attuale situazione e perché siamo convinti che la macchina statale borghese deve essere demolita e non si possa semplicemente impossessarsene.
Ci richiamiamo all'unico modo per cambiare effettivamente le condizioni drammatiche in cui si vive e che, nonostante le "rassicurazioni" dei governanti, peggioreranno sempre più.  Da marxisti e leninisti ci basiamo su teorie scientifiche, e non dogmi incontrastabili, che sono state applicate con successo e che sono più che mai valide. Seguendo Marx (ricordiamo quest'anno i 170 anni del "Manifesto" del partito comunista) e Lenin sappiamo che solo distruggendo il capitalismo e con esso tutti i borghesi, che solo capovolgendo i rapporti di forza a favore del proletariato si può instaurare un sistema sociale di liberi dallo sfruttamento. Ma per arrivare a questo ci vuole un autentico partito comunista che non ripercorri le teorie riformiste ed opportuniste che la spudorata disonestà intellettuale ha portato alla sconfitta del PCI. Il partito, per permettere alla classe operaia di soppiantare e sostituirsi alla borghesia confermando che gli operai possono "fare da sé e fare bene", impadronirsi della produzione e avviare una rigenerazione di tutta la società, come sosteneva Gramsci.
Sappiamo che la costruzione del partito comunista è opera lunga e complessa, comprende l'organizzazione, la struttura, il metodo e il contenuto del lavoro rivoluzionario, l'assimilazione del marxismo-leninismo e farne pratica nella vita interna e nell'azione politica del partito con l'obiettivo di portare la lotta di classe alla rivoluzione. Cosa ben diversa da un'adesione generale a un movimento rivoluzionario.  Quando si parla di rivoluzione, di presa del potere, di rovesciamento della borghesia si deve essere coscienti che al proletariato è necessario il suo stato maggiore, cioè il partito leninista. Qualcuno dirà che ce ne sono anche troppi di partiti comunisti nel panorama italiano, ciò che distingue la nostra concezione è che per noi il partito comunista, pur "rappresentando" gli interessi delle masse lavoratrici, attua la volontà di una determinata parte delle masse, quella più avanzata, la parte del proletariato che vuole rovesciare il regime esistente con mezzi rivoluzionari per fondare il comunismo.
Guardiamo a Gramsci perché ha posto le basi e indicato la strada per compiere in Italia la rivoluzione proletaria, non a caso il fascismo lo imprigionò perché capo del Partito Comunista e riferimento del proletariato italiano e lo condannò per la grande opera da lui svolta. Ma al tempo stesso guardiamo a Lenin e Stalin tanto più oggi che il revisionismo, il riformismo,
lo sviluppo di teorie di ogni genere: dalla fine della storia, alla fine dell'ideologia, alla scomparsa della classe operaia ecc. ecc. - generate o da precisi interessi di classe della borghesia, o da interpretazioni errate circa le forme assunte dal capitalismo nella sua fase imperialista, mentre rimane intatto il raggiungimento del massimo profitto attraverso lo sfruttamento della classe operaia e la rapina dei popoli - sembra abbiano portato indietro la situazione.
Lenin intendeva l'organizzazione all'opposto delle organizzazioni tradizionali dei cosiddetti partiti di massa della sinistra dove chiunque può iscriversi con il conseguente annacquamento della sua composizione di classe e dove si perpetua la separazione tra la lotta economica e quella politica, dove gli intellettuali elaborano la teoria, i dirigenti fanno la politica e ai proletari rimane solo la lotta rivendicativa economica-sindacale, sempre nell'ambito delle compatibilità col sistema capitalista, in conformità alle forme dello Stato borghese. La più ampia democrazia si ottiene obbligando tutti i militanti a partecipare attivamente alla vita politica del partito. Come sosteneva Lenin nel saggio "Un passo avanti, due passi indietro": "Il partito, nella sua attività pratica - se vuole conservare l'unità delle sue fila - deve applicare una disciplina proletaria unica, egualmente obbligatoria per tuttti i membri del Partito, tanto per i capi, quanto per i semplici membri. Perciò nel Partito non deve esserci alcuna divisione in membri dell'élite, per i quali la disciplina non sia obbligatoria e i non membri dell'élite, che debbano sottomettersi alla disciplina..."
Stalin, ritenendo il partito "il capo politico della classe operaia", precisava che "non deve limitarsi a registrare quello che la massa della classe operaia sente e pensa e trascinarsi alla coda del movimento spontaneo, ma deve condurre dietro a sé il proletariato, elevarsi al di sopra degli interessi immediati del proletariato, elevare le masse al livello degli interessi di classe del proletariato". Per Stalin, essere in grado di dirigere la lotta del proletariato il partito, armato d'una teoria rivoluzionaria, deve conoscere le leggi del movimento e le leggi della rivoluzione. Deve assorbire tutti i migliori elementi della classe operaia, la loro essenza, il loro spirito rivoluzionario, la loro devozione sconfinata alla causa del proletariato. Deve porsi alla testa della classe operaia e vedere più lontano della classe operaia perché solo così è in grado di trasformare la classe operaia in forza politica indipendente.

L'obiettivo della ricostituzione del partito comunista è all'ordine del giorno dei comunisti
che non praticano il riformismo, che si distinguono nella lotta sindacale-rivendicativa per difendere gli interessi immediati, e vincere l'opportunismo, uno dei principali nemici del movimento operaio. La pratica dimostra che quando i sindacalisti attivi tra la classe lavoratrice sono opportunisti difendono gli interessi della borghesia meglio degli stessi borghesi. Ma al tempo stesso i comunisti difendono gli interessi futuri del movimento operaio senza dimenticare mai che lo scopo finale della lotta di classe - affermazione che non deve essere solo teorica - è quello dell'abolizione del sistema del lavoro salariato e dell'emancipazione del proletariato.

Gli insegnamenti e l'operato di Marx, Lenin, Stalin, Gramsci, ancora oggi, sono di grande attualità per chi vuole condurre la lotta di classe sino all'abbattimento violento del capitalismo per una società fondata sul lavoro e sull'emancipazione da ogni forma di schiavitù dell'uomo sull'uomo. Approfondire i loro scritti non è anacronistico come vuole inculcare la borghesia che non perde occasione per attaccarli, manipolarli, mistificarli. L'obiettivo deve essere la rivoluzione sociale attraverso la quale la classe lavoratrice diventi padrone della situazione, con la condizione della dittatura del proletariato, indispensabile nella lotta contro le forze e le tradizioni della vecchia società, nel passaggio dal capitalismo al comunismo, cioè la società senza classi. Non c'è altra via, se non si capisce, non c'è salvezza!


26 dicembre 2017 redazione
editoriale n. 7
No alle trappole illusorie Sostenete

No alle trappole illusorie
Sostenete "nuova unità", per affermare una voce comunista contro il feroce attacco anticomunista
C'è un grande affanno che agita le forze politiche in previsione delle elezioni governative con una legge che contrasta completamente il concetto su cui ci martellano da anni: la governabilità. Tutte cercano il consenso facendo a gara sulle più svariate proposte a favore del "popolo". Un baraccone che trova ampio spazio su tutti i massmedia, ma che non funziona più perché nessuna soluzione ai problemi del proletariato e dei giovani può venire, anzi quel che si profila è un governo ancora più reazionario sempre più schierato con l'imperialismo USA, della UE e la NATO.
Sono i risultati elettorali a confermare il sempre crescente astensionismo. Che riteniamo sia un fatto positivo anche se lo sdegno e la sfiducia dei proletari nei confronti dei palazzi del potere non si sono ancora orientati pienamente in forza anticapitalista e nello sviluppo della lotta di classe con una presa di coscienza rivoluzionaria.

Nel momento in cui la borghesia cancella tutti i diritti del mondo del lavoro - a partire dal più importante, quello della libertà di sciopero -; aumenta la disoccupazione, la maggioranza dei pensionati è alla fame, mancano le case popolari, si svendono le fabbriche, si tagliano servizi e sanità, i lavoratori sono costretti a scegliere tra lavoro e salute, impera la precarietà, si violenta la natura, i nazi-fascisti rialzano la testa, l'imperialismo aumenta la sua aggressività cercando sempre nuove guerre, tira fuori dal cappello i soliti argomenti di "distrazione di massa", ultimo in ordine di tempo il testamento biologico.
I vari governi appellandosi al rispetto dei vincoli di Maastricht, di Lisbona ecc. al pareggio di bilancio, al fiscal compact tagliano su tutte le spese sociali mentre il debito pubblico continua a crescere per le spese militari e il riarmo, per l'appartenenza alla Nato, per finanziare le banche e le industrie, per le enormi spese gestionali sostenute da questo governo, ivi comprese quelle che, con la sordina, sono state utilizzate per portare in Italia le salme dei monarchi che "per grazia di dio e per la volontà della nazione re d'Italia imperatore d'Etiopia" hanno appoggiato il regime fascista e promulgato i provvedimenti per la difesa della razza.

Il vero problema è il capitalismo che nessun partito né movimento hanno intenzione di abbattere perché lo rappresentano. Il capitale si basa sullo sfruttamento dei lavoratori, sul plusvalore, sul profitto esattamente come l'ha analizzato Marx con un'analisi pienamente attuale. Il suo prolungamento aumenta solo la sofferenza della classe operaia e delle masse popolari che non devono cadere nelle trappole delle promesse elettorali. La lotta, l'organizzazione, il protagonismo operaio sono elementi indispensabili per cambiare il sistema capitalista in socialista. Per questo noi, comunisti di "nuova unità", resistiamo per portare avanti le nostre idee rivoluzionarie, convinti della necessità dell'unità dei comunisti per arrivare ad una vera lotta di classe che sconfigga il capitalismo. Pensiamo che anche un giornale come "nuova unità" - che è una goccia nel mare dell'informazione borghese che raggiunge e condiziona milioni di persone - sia fattore di coesione e organizzazione politica, uno strumento di riflessione, fondamentale per la formazione, e di lotta per l'aggregazione e lo scontro politico.
È vero che, anno dopo anno, la situazione è sempre più difficile e complicata. Molti compagni abbonati e diffusori ci hanno lasciato troppo precocemente e numerosi sono disoccupati o pensionati che non possono pagare l’abbonamento. Pur non volendo anche quest'anno siamo obbligati ad una robusta selezione e, quindi, sospenderemo l'invio a coloro che, pur potendo, non pagano evidentemente perché sottovalutano il sacrificio dell'impegno volontario dei compagni per garantire e rafforzare una voce comunista in un periodo di forte attacco al comunismo, che può vivere solo sul contributo dei lettori e dei sostenitori che si battono ogni giorno per abbattere questo marcio sistema capitalista e imperialista.


25 novembre 2017 redazione
editoriale n. 6

Il socialismo è possibile
Riappropriarsi delle analisi di Marx, Lenin, Gramsci per liberarsi dallo sfruttamento
Il mese di novembre si è caratterizzato per l'anniversario dei 100 anni della Rivoluzione russa, la prima che ha capovolto i rapporti di forza e dimostrato che il capitalismo si può abbattere e che il proletariato può prendere e gestire il potere senza sfruttamento. Una rivoluzione che ha contribuito a fare grandi passi avanti al movimento operaio in tutti i paesi del mondo, anche in quelli che del perché non staremo qui ad analizzare, non hanno fatto la rivoluzione.
Oggi, a distanza di 100 anni, il movimento operaio e la classe lavoratrice sono ritornati ad una moderna forma di schiavitù. Ricatti e repressione hanno instaurato sui luoghi di lavoro il terrore di perdere l'occupazione, l'enorme esercito dei disoccupati offre la propria manodopera al maggiore ribasso. L'esempio più eclatante è quello di Almaviva. Un anno fa 1600 lavoratori che non accettavano un'ulteriore riduzione del salario sono stati licenziati, il più grande licenziamento collettivo, insieme alla comunicazione della chiusura della sede di Roma. Falso. La sede di Roma non solo non è stata chiusa, ma ha sempre funzionato con lavoratori pagati con contratti Co.co.co. Di fronte alla recente decisione del Tribunale del lavoro del reintegro di 150 lavoratori la risposta è stata: fra 5 giorni assunti a Catania!
E poi ci sono le delocalizzazioni. Gli industriali prendono contributi dal governo - sempre solerto a sostenere questa categoria - e poi se ne vanno all'estero; le imprese straniere - tanto apprezzate dai nostri governi per gli "investimenti" in Italia - per poi finire come la Bonetti di Garbagnate acquistata dagli indiani che la chiudono, nonostante sia un polo di eccellenza per la produzione di qualità ed economicamente in attivo - comprano e spostano o chiudono, lasciando i lavoratori italiani sulla strada, altro che "prima gli italiani" famoso slogan di Lega e dei fascisti, rivolto contro gli immigrati ma mai contro le svendite delle industrie alle multinazionali! È notizia di questi giorni l'ennesima delocalizzazione, quella della Honeywell da Lanciano (Abruzzo) alla Slovacchia (dove gli incentivi pubblici sono ancora più alti e dove maggiore è la possibilità di sfruttamento): altri 420 operai più 100 dell'indotto a casa.
I vari governi non si sono mai occupati di questo sistema di trasferimento persino di quelle imprese che avevano ricevuto sovvenzioni statali, ma è più grave il fatto che l'argomento non sia mai stato oggetto di lotta da parte dei sindacati. I confederali, ovviamente per la loro politica di sostegno ai governi e di non disturbo ai padroni, ma non c'è stata neppure opposizione da parte dei sindacati di base né un lavoro per il rafforzamento di una rete a livello internazionale che garantisse i lavoratori sottopagati di quei paesi a loro volta sfruttati e messi in condizione di concorrenza con gli italiani.
Ma i lavoratori chiusi nella difesa del proprio piccolo spazio, presi dalle difficoltà economiche della quotidianità, delusi e amareggiati non riescono ad aprire il loro orizzonte politico, ad avere la consapevolezza - tantomeno la coscienza - che si può lavorare e vivere senza padroni e che il loro sfruttamento mira solo ad aumentare i loro profitti. È la conseguenza di anni e anni di una politica opportunista e revisionista, e quindi devastante sotto tutti gli aspetti, portata avanti dalla cosiddetta sinistra.
Borghesia, revisionisti, opportunisti di ogni specie sono terrorizzati dall'opportunità che si ritorni agli anni in cui lo slogan dei lavoratori era "facciamo come in Russia". E insistono nelle provocazioni e nelle campagne per diffamare il socialismo ed equiparare il comunismo alle bestialità del fascismo e del nazismo, peraltro distrutti proprio dalle forze comuniste. A questo riguardo si distingue l'Unione europea che da anni, dal memorandum anticomunista del 2005 insiste con risoluzioni del Parlamento europeo - tra le quali quella denominata "Coscienza europea e totalitarismo" - sulle quali si sono mossi paesi come Ungheria, Lettonia, Polonia, Lituania, Estonia, Ucraina per imporre misure anticomuniste con persecuzioni, bandi sulle attività dei partiti comunisti, divieto dell'uso dei simboli, azioni penali e condanne.

In quest'area la Nato ha creato 8 eserciti e si rafforza in seguito alle pericolose decisioni del 27° Vertice di Varsavia dello scorso anno, richiedendo un ulteriore incremento della spesa, fino al 2% del Pil, a tutti gli Stati membri. Anche l'UE rafforza la sua militarizzazione, stabilisce l'Esercito Europeo, il Quartier Generale Europeo, Forze d'Emergenza, l'Unione della Difesa Europea e il Fondo Europeo per la difesa.
È la società fatta a misura per i capitalisti, gestita dai loro governi e leader attraverso misure antipopolari che hanno l'unico obiettivo quello di aumentare sempre più i propri profitti e per farlo calpestano qualsiasi diritto dei lavoratori, a partire da quello di sciopero, e non disdegnano di scatenare guerre imperialiste - i cui costi in continuo aumento (come il debito pubblico) sono scaricati sui lavoratori - per il controllo dei mercati, la rapina delle fonti energetiche e persino dell'acqua, delle rotte commerciali, di distruzione e impoverimento, imponenendo la dittatura della minoranza sulla maggioranza della popolazione. Un sistema economico-sociale che non è vincente.
Il movimento operaio deve collegare la sua lotta per la difesa del salario, dell'occupazione, della difesa dei diritti, con la lotta contro il capitalismo, l'imperialismo e i suoi piani di guerra.  Sono lontani i tempi in cui gli operai studiavano i testi classici di Marx, Lenin, Gramsci, eppure è doveroso riappropriarsene perché oggi, sebbene a distanza di 150 anni dalla pubblicazione del "Capitale", l'analisi di Marx che ha scritto per rafforzare la lotta politica della classe operaia e per il socialismo è pienamente attuale. È un'arma per conoscere la teoria del valore, del lavoro salariato, del plusvalore - e quindi dello sfruttamento -, l'organizzazione, il partito comunista e per potersi proiettare nella lotta di classe fino al rovesciamento del capitalismo.
Non si cambiano le condizioni aspettando l'arrivo di nuovi investitori, né facendosi attirare dalle promesse elettoraliste di partiti vecchi o "nuovi", e neppure credendo che nuove leggi elettorali garantiscano la "stabilità" per lo sviluppo. Nessun rinnovamento programmatico è in grado di eliminare le sofferenze della classe lavoratrice e delle masse popolari nell'ambito del capitalismo. Rimangono sempre la barbarie e la distruzione.


30 ottobre 2017 redazione
Rivoluzione d'Ottobre

1917-2017: l'orologio dell'Ermitage

Lo scorso 26 ottobre all'Ermitage di Piter è stato riavviato un orologio, l'unico in tutto il museo che fosse fermo dalle 2,10 del 26 ottobre 1917. La targa a fianco dell'orologio recita che “In questa stanza, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre (7-8 novembre) 1917 le guardie rosse, soldati e marinai, preso d'assalto il Palazzo d'Inverno” (l'odierno quinto corpo dell'Ermitage) “arrestarono il governo provvisorio borghese controrivoluzionario”. Le Izvestija commentano che, a ricordo degli avvenimenti rivoluzionari, l'orologio non era stato più riavviato da 100 anni. Il fatto può essere interpretato in due modi: o nel senso del riconoscimento del valore della Rivoluzione d'Ottobre, oppure nel senso che la storia russa, fermatasi 100 anni fa, oggi riparte.
A giudicare dalla risposta del portavoce presidenziale, Dmitrij Peskov, alla domanda di un giornalista sui festeggiamenti previsti per il centenario dell'Ottobre - “E per che cosa si dovrebbe festeggiare?” avrebbe risposto Peskov - pare doversi optare per la seconda variante. Il sito Pravda.ru, nel riportare il fatto, si chiede se si tratti davvero di una festa, e aggiunge le parole di Vladimir Putin: “La rivoluzione è sempre la conseguenza di un deficit di responsabilità” ha detto il presidente russo lo scorso 19 ottobre; oggi, “guardando alle lezioni della rivoluzione russa del 1917, vediamo come siano stati controversi i suoi risultati, come siano strettamente intrecciate le conseguenze negative e positive di quegli avvenimenti. E ci domandiamo: davvero non sarebbe stato possibile uno sviluppo non attraverso la rivoluzione, su una strada evolutiva, non a prezzo della distruzione dello Stato e della spietata eliminazione di milioni di destini umani, ma attraverso un graduale e conseguente movimento in avanti?". E il successivo 30 ottobre, in prossimità della festa dell’Unità nazionale (che dal 2005 si celebra il 4 novembre, mentre il 7 novembre è giorno lavorativo) aveva aggiunto “Conto sul fatto che questa data sarà percepita dalla nostra società come linea di confine con i drammatici eventi che avevano diviso il paese e il popolo, che essa diverrà il simbolo del superamento di quella divisione, il simbolo del reciproco perdono e dell’accettazione della storia russa, quale essa è: con le sue grandiose vittorie e le sue pagine tragiche”.
E se un'indagine demoscopica condotta a inizio ottobre dall'ufficiale VTsIOM certifica che il 45% dei russi ritiene che la Rivoluzione d'Ottobre esprimesse la volontà della maggioranza del popolo; il 46% giudica che si sia fatta nell'interesse della parte maggiore della società e il 38% pensa che abbia dato impulso allo sviluppo sociale ed economico del paese, ecco che l'ineffabile Pravda.ru rassicura quel 43% di russi secondo i quali l'Ottobre avrebbe espresso gli interessi solo di una minoranza, dando voce ad un astrologo tranquillizzante: nel 2017 non ci sarà nessuna rivoluzione. Il timore, secondo lo scrutatore stellare, potrebbe sorgere in qualcuno, ricordando che la prima guerra mondiale scoppiò poco dopo il centenario dell'invasione napoleonica del 1812; per fortuna della maggioranza del popolo, dice lui, la ripetizione del 1917 non si avvererà. In base a quel parallelo, diciamo noi, ci sarebbero ancora un paio d'anni di tempo.
Ma intanto, scendendo dalle stelle sulla terra, i russi hanno a che fare con il progetto di bilancio 2018-2020. In una situazione in cui, secondo le cifre ufficiali, solo nell'ultimo trimestre si è avuta una crescita economica del 2%, con i prezzi dei prodotti energetici (fonte principale delle entrate) in risalita, i comunisti rompono le uova notando che almeno il 10% dei russi non ha salario o pensione sufficienti ad alimentarsi, il 30% non può comprarsi un abito nuovo e negli ultimi due anni la cosiddetta classe media si sarebbe ridotta di 14 milioni. Si stanziano 800 miliardi di rubli per risanare due banche, afferma il PCFR, “ma non si trovano 140 miliardi per i pensionati; la Germania dichiara di aver speso 27,6 miliardi di dollari per i nostri idrocarburi, ma i bollettini russi parlano di 9,6 miliardi. Dove sono finiti gli altri 18?”.
Diminuiscono del 16% le voci di spesa sociale, protestano i comunisti, di 1/3 quelle per la cultura e del 60% quelle per lo sport.
Addirittura nel 1940, ricordano, allorché tutta l'industria era già orientata alla difesa, le spese sociali costituivano il 24% del bilancio e quelle per l'istruzione il 13%; nel 1942, con i tedeschi a Stalingrado, questa voce era del 6%: due volte più di oggi e già nel 1945 risalì al 17%. Fonti governative parlano di 22 milioni di poveri; metà del paese vive con meno di 15mila rubli al mese e pensioni di 8-9mila rubli. Si calcola che ci siano 4 miliardi di rubli di salari non pagati. Quelle che prima erano agevolazioni per gli invalidi, dal 2004 sono monetizzate, per una cifra di circa 800 rubli al mese (quanto l'assegno di disoccupazione), quando una sola prescrizione costa almeno 1.200 rubli. Nel 2011 Putin aveva parlato della necessità di creare 25 milioni di posti di lavoro altamente qualificati e di aumentare del 50% la produttività del lavoro; ma nulla di ciò sembra esser stato fatto. Si parla di un raccolto di 132 milioni di tonnellate di grano, “ma il pane non è diminuito di una kopejka: significa che si arricchiscono gli speculatori?”, chiede il PCFR.
Già da tempo la vice premier Olga Golodets parla di 5 milioni (altre fonti parlano di oltre 20 milioni) di lavoratori oltre la soglia di povertà (il salario minimo legale è stato portato nel luglio scorso da 7.500 a 7.800 rubli) con stipendi inferiori al minimo ufficiale di sopravvivenza di 10.678 rubli. Statistiche ufficiose parlano di circa 28 milioni di lavoratori – su una forza lavoro di 87 milioni - in una condizione di “disoccupazione mascherata”, occupati 2-3 giorni la settimana o messi in ferie a tempo indeterminato con paga minima. Secondo il Rosstat, il salario medio ufficiale per tutto il paese è di 36.746 rubli, ma il 10,4% dei lavoratori percepisce meno di 10.600 rubli e il 55% prende cifre tra i 10.600 e i 35.000 rubli. La Russia occupa oggi il 4° posto mondiale per economia sommersa (39% del PIL) dietro a Ucraina, Nigeria e Azerbaidžan.
In compenso, un paio di centinaia di oligarchi detengono un patrimonio di 500 miliardi di dollari: più del doppio delle voci d'entrata del bilancio federale; ma la maggioranza della Duma rifiuta di adottare una tassazione progressiva. Oggi in Russia esistono cinque diversi coefficienti di tassazione (dal 9 al 35%, su stipendi, dividendi, obbligazioni, vincite, ecc.), ma quella fondamentale è uguale per tutti, al 13%. A difesa dei miliardari russi, scrive RotFront.su, la maggioranza alla Duma, costituita dal partito presidenziale “Russia Unita”, ha sabotato il voto sui progetti presentati da vari partiti per una tassazione progressiva; compreso il progetto, nota ironicamente Rot Front, presentato dal PCFR, per il mantenimento dell'attuale 13% sui redditi mensili fino a 400.000 rubli, “equiparando così chi campa col minimo di sopravvivenza a chi “guadagna” quasi 5 milioni l'anno”. Non è stupito del voto, il direttore del Centro-studi sulla società post-industriale, Vladislav Inozemtsev, dato che “la flat tax è stata la più importante trovata di Putin sin dal suo primo mandato e nessuno la eliminerà finché Putin vive".
Un bel “graduale e conseguente movimento in avanti", quindi, quello di oggi! Basta dimenticarsi della giornata lavorativa di 8 ore (primo paese al mondo) introdotta dieci giorni dopo la presa del Palazzo d'Inverno, del diritto alle ferie annuali pagate (primo paese nella storia), del divieto di licenziamento dei lavoratori da parte dei direttori d’azienda, senza il consenso di sindacati e partito; del diritto all’istruzione gratuita media e superiore (primi al mondo), del diritto all’assistenza sanitaria gratuita (primi al mondo), del diritto all’alloggio gratuito (primi al mondo) e così via. Basta scordarsi che quando, a partire dal 1929, i paesi capitalisti furono sconvolti dalla prima vera crisi economica su scala mondiale, con più di trenta milioni di disoccupati, nel 1931 l'URSS eliminava completamente la disoccupazione e introduceva, con salari crescenti, la giornata lavorativa di 7 ore per il 33% dei lavoratori industriali e la settimana di 5 giorni per il 63%. Basta ignorare la crescita del 15% del reddito nazionale nel triennio 1928/'30, quando la media dei maggiori paesi capitalisti (USA, Gran Bretagna, Germania) si aggirava tra il 3 e l'8%; ignorare che la produzione industriale, se in quei paesi nel 1940 si manteneva stabile rispetto al 1928, in URSS la superava di circa sei volte. Basta tacere sul fatto che, ad esempio nel 1922, l'1% di miliardari americani deteneva il 59% del reddito nazionale e il 2% di quelli britannici, il 64%, mentre in URSS nel 1929 appena l'1,8% del reddito nazionale andava a ciò che restava di capitalisti industriali e agricoli.
Se dunque Pravda.ru si ingegna a scrivere che “Stalin sostenne la distruzione di Dio nelle anime delle persone. Migliaia di sacerdoti furono perseguitati, le chiese distrutte. I comunisti riscrissero malignamente i comandamenti biblici a modo loro, redigendo il "Codice morale del costruttore del comunismo" ed escludendone la menzione di Dio. Tale perfidia costò cara alla Russia - circa 70 milioni di vite in 70 anni di potere sovietico”, ricordiamo che oggi la Russia è al primo posto in Europa per minore attesa di vita maschile - il 43% degli uomini russi non raggiunge i 65 anni – seguita da Ucraina, Bielorussia, Moldavia e Lituania. Nel 2016, secondo il World FactBook della CIA, la Russia occupava il 153° posto mondiale per aspettativa generale di vita (70,8 anni); anche se il Ministro per la salute Veronika Skvortsova ha dichiarato che nella prima metà del 2017 la media ha raggiunto i 72,5 anni.
Un anno fa l'economista Mikhail Deljagin scriveva che “con l'Olocausto furono uccise 6 milioni di persone; il prezzo in termini demografici delle riforme liberali nel nostro paese, solo negli anni '90, è stato di 12 milioni di persone”. Il demografo Vladimir Timakov affermava che, “giunta a età riproduttiva la scarsa generazione degli anni '90, intorno al 2050 la popolazione russa sarà ridotta a circa 120 milioni, rispetto ai 146 attuali”: effetto delle riforme liberali eltsiniane, che fecero registrare anche una mortalità record, negli anni '90 e 2000, superiore di circa 7 milioni alla media degli anni '80, a causa della catastrofica situazione economica e socio-assistenziale: “nel 1992-1994 morirono 5.000 bambini solo di difterite, una malattia prima scomparsa. Nel complesso” diceva Timakov, “negli anni eltsiniani le perdite sono state di 12 milioni di nati in meno e 7 milioni di morti in più. Paragonate alle litanie liberali sui “costi umani” del periodo sovietico, le “conquiste democratiche” eltsiniane fanno impallidire: secondo la storiografia ufficiale, sarebbero stati 8 milioni i morti della guerra civile, soprattutto per malnutrizione e malattie, cui si aggiungono da 2 a 6 milioni per la carestia del 1921 e da 8 a 14 milioni per la carestia di inizio anni '30. A cifre tonde, circa 28 milioni di persone, considerate tutte le repubbliche dell'Urss; negli anni '90, si sono avuti quasi 20 milioni, tra morti e non nati, nella sola “democratica” Russia”.
Se infine ci chiediamo, con Vladimir Putin, se “non sarebbe stato possibile uno sviluppo non attraverso la rivoluzione”, ma “attraverso un graduale e conseguente movimento in avanti", guardiamo semplicemente allo “sviluppo” degli anni '90 e diamoci la risposta: l'orologio dell'Ermitage non si era fermato 100 anni fa.


10 ottobre 2017 redazione
editoriale

RIVOLUZIONE D’OTTOBRE: 100 ANNI FA IL NOSTRO FUTURO
Il centenario della Rivoluzione d'Ottobre è l’occasione per, ritornare alle origini delle vittorie del movimento rivoluzionario proletario e riflettere sul che fare per lottare contro la barbarie capitalista e imperialista

Con la rivoluzione e l’instaurazione di un governo operaio e contadino, il potere degli operai, proletari e contadini, mise fine a storiche ingiustizie, espropriando i padroni a favore degli sfruttati.
La Rivoluzione d'Ottobre, distruggendo il “vecchio” ordine del potere e lo Stato borghese, basato su rapporti di classe determinati dallo sviluppo capitalistico, con il potere ai Soviet - attraverso tutto il potere ai Soviet -, risolve temporaneamente il conflitto di classe fra proletariato e borghesia a favore della classe operaia e delle classi sottomesse.
Il conflitto di classe latente, che nel capitalismo esplode periodicamente durante le crisi, in Russia non si espresso semplicemente in rivolte spontanee inevitabili. La classe operaia organizzata in modo indipendente nel suo partito, guidata dalla teoria marxista-leninista (la teoria della liberazione di classe proletaria, l’unica classe che liberando se stessa dalla schiavitù salariata capitalista libera tutta l’umanità) ha saputo unificare sul suo programma altri strati e frazioni stabilendo alleanze con contadini, artigiani, piccolo borghesi ecc. contro il nemico comune: il capitalismo e l’imperialismo. Le forme spontanee delle classi in lotta, i consigli (soviet) degli operai, dei contadini e dei soldati stremati dalla fame e dalla guerra, oltre alla resistenza contro il capitalismo, si posero il problema del potere. Quando i bolscevichi conquistarono la maggioranza dei soviet, lanciarono la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” ponendo le condizioni del potere operaio e contadino degli sfruttati, distruggendo la sovrastruttura dello Stato borghese zarista e instaurando il potere Rivoluzionario operaio e contadino - la dittatura del proletariato - attraverso la forma di governo dei Soviet. Premessa della civiltà, di un mondo nuovo che, con l’esproprio, la cacciata dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti russi iniziano la marcia verso il socialismo.

Il primo decreto della rivoluzione
vittoriosa approvato dal Congresso dei soviet l’8 novembre 1917 è quello sulla pace. Il governo operaio e contadino propone subito a tutti i popoli belligeranti, e poi ai loro governi, l’immediato inizio di trattative per una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità per la prima volta nella storia. In particolare Il governo sovietico, nel proporre un armistizio, si rivolge agli “operai coscienti delle tre nazioni più progredite (Francia, Inghilterra, Germania) affinché leghino la lotta per la pace a quella per il socialismo.
Il secondo decreto
approvato dal Congresso dei soviet nella notte tra l’8 e il 9 novembre è quello sulla terra che prevede l’abolizione immediata e senza alcun indennizzo della grande proprietà fondiaria mettendo a disposizione dei comitati contadini e dei soviet distrettuali tutti i possedimenti dei grandi proprietari fondiari e le terre dei conventi, delle chiese e della corona, con il compito di distribuirle ai contadini. In tal modo i bolscevichi, pur non condividendone appieno i contenuti di questa richiesta sostenuta e mai attuata dai socialisti rivoluzionari - che pure erano stati al governo - la realizzarono, anche se questo provocò diverse discussioni nei soviet.
Alle critiche di una parte dei bolscevichi Lenin rispose così: «Si sentono qui voci le quali affermano che il mandato e il decreto stesso sono stati elaborati dai socialisti-rivoluzionari. Sia pure [...] Come governo democratico non potremmo trascurare una decisione delle masse del popolo, anche se non fossimo d’accordo. […] Ci pronunciamo perciò contro qualsiasi emendamento di questo progetto di legge […]. La Russia è grande e le condizioni locali sono diverse. Abbiamo fiducia che i contadini sapranno risolvere meglio di noi, in senso giusto, la questione. La risolvano essi secondo il nostro programma o secondo quello dei socialisti rivoluzionari: non è questo l’essenziale. L’essenziale è che i contadini abbiano la ferma convinzione che i grandi proprietari fondiari non esistano più nelle campagne, che i contadini risolvano essi stessi tutti i loro problemi, che essi stessi organizzino la loro vita».

Gli operai comunisti, i rivoluzionari russi, seguendo l’esempio della Comune di Parigi, non si sono limitati a “conquistare” il governo e l’apparato statale borghese, sostituendosi nei posti di comando ai “vecchi” politici e all’aristocrazia. Da internazionalisti, pur essendo coscienti che la rivoluzione anche se vincente in solo paese ha bisogno di innescare un processo rivoluzionario in altri paesi pena la morte, hanno lottato e resistito contro l’imperialismo mondiale. In attesa di altre rivoluzioni proletarie in Europa, in particolare in Germania. Hanno iniziato la costruzione di un sistema socialista in un paese arretrato, anche se costruire il socialismo in un solo paese è una lotta impari. La rivoluzione sovietica, l’emancipazione del proletariato che si è liberato dalle catene dello sfruttamento capitalista, ha fatto tremare dalle fondamenta il sistema imperialista mondiale. Il terrore della borghesia imperialista e dei capitalisti di tutto il mondo verso il comunismo e la solidarietà internazionalista hanno aiutato la lotta della classe operaia e dei popoli oppressi in tutti i paesi, favorendo le conquiste economiche e sociali. La sconfitta temporanea del socialismo ha oggi rimesso in discussione e rimangiato tutte le conquiste proletarie.

A cento anni di distanza dalla rivoluzione siamo tornati a condizioni di sfruttamento ottocentesche

Le continue crisi capitaliste, l’intensificarsi dello sfruttamento nella ricerca del massimo profitto continuano inesorabilmente a colpire la classe operaia, le masse proletarie e popolari. Nei paesi capitalisti europei e negli USA si era sviluppata una forte aristocrazia operaia alimentata dalle briciole dei sovrapprofitti estorti dall’imperialismo ai popoli e alla classe operaia e proletaria internazionale, con la crisi anche questo cuscinetto che permetteva la pace sociale sta venendo meno. La sconfitta momentanea del socialismo, la scomposizione economica-politica-organizzativa del proletariato e del movimento comunista in questi paesi ha fatto perdere in molti casi anche la memoria storica delle vittorie degli obiettivi storici del proletariato.
La mancanza di un’organizzazione politica di classe comporta che oggi, spesso, non si lotta neanche più contro il sistema capitalista, vera causa delle disgrazie, dello sfruttamento, della disoccupazione, della miseria, della fame, della sete, delle guerre, dei morti sul lavoro e delle malattie professionali e ambientali, ma contro i suoi effetti.
Il fondamento di ogni politica rivoluzionaria deriva da una corretta analisi di classe, è vero che i principi sono sempre attuali, ma vanno calati nella realtà per cambiarla. La Rivoluzione d’Ottobre si è attuata perché c’è stata una saldatura fra la teoria comunista e la pratica rivoluzionaria. Anche oggi, la classe operaia e il proletariato sono il soggetto rivoluzionario da cui dobbiamo partire. Dobbiamo distinguere e capire la differenza fra operai comunisti, rivoluzionari che agiscono ogni giorno nello scontro di classe e le organizzazioni in cui militano i loro dirigenti. Discutere oggi della Rivoluzione d’Ottobre, delle sue conquiste per gli sfruttati serve per confrontarci e dibattere come costruire la nostra organizzazione politica di classe - l’unico strumento con cui la classe operaia può liberarsi dalla schiavitù salariata - con i proletari coscienti, fra operai comunisti, avanguardie di lotta e intellettuali onesti.
Non ci interessano le unità di vertice, l’unità dei vari partiti esistenti in Italia che si dichiarano comunisti. Noi oggi vogliamo lavorare insieme a chi nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro o sul territorio si scontra quotidianamente con il capitale e lo Stato borghese. L’unità dei lavoratori comunisti si realizza su alcuni punti condivisi, superando le sette e i localismi. Oggi pochi parlano poco e in modo distorto di socialismo, ma socialismo vuol dire potere operaio, dittatura del proletariato. Rimettere all’ordine del giorno questi obiettivi significa unire le lotte di resistenza contro gli attacchi del capitale a quelle della presa del potere operaio.
Noi lavoriamo nella classe perché senza classe non si costruisce nessun partito comunista. La Rivoluzione d’Ottobre, come la Comune di Parigi, hanno cambiato radicalmente il modo di vita e di lavoro delle masse proletarie che hanno preso nelle proprie mani il potere ed ha permesso loro di vivere, per un determinato periodo, in sintonia e in pace con gli esseri umani e la natura.

Agli operai comunisti, ai rivoluzionari spetta il compito di costruire il proprio partito senza delegare ad altri, né rincorrere le teorie della "sinistra" sul movimentismo o alleanze a scopo elettoralistico. Tutti coloro che riconoscono
il ruolo centrale e dirigente della classe operaia e del proletariato organizzato, che riconoscono la necessità di ricostruire il partito comunista per dare l’assalto al cielo come ha fatto il proletariato russo, hanno il compito di unirsi e dimostrare che il socialismo non è un’utopia, non è un sogno ma una realtà concreta già realizzata nel 1917 e oggi, più che mai, è necessario per lottare contro la barbarie capitalista e imperialista.


10 ottobre 2017 redazione
articolo n. 5/2017

Il nostro futuro non è il capitalismo
La classe operaia deve essere organizzata e preparata per conquistare una società che appartenga a chi la produce e che si chiama socialista
Il governo ci sta martellando sulla ripresa e sull'aumento dell'occupazione. Logico, siamo alla vigilia delle elezioni e la campagna elettorale si fa sempre più incessante. Eppure la classe lavoratrice vive un brutale attacco a tutti i livelli: dall'attacco al diritto di sciopero all'aumento dell'età pensionabile, alla continua penalizzazione delle donne, alla privatizzazione di sanità e trasporti ecc. fino alla mancanza di sicurezza sui luoghi di lavoro - dove muoiono migliaia di uomini e donne ogni anno - e adesso si aggiungeranno anche i giovanissimi che vi entrano grazie all'infausta istituzione dell’alternanza scuola-lavoro - prevista dalla “buona scuola” targata Renzi - il cui obiettivo è quello di utilizzarli nella riorganizzazione del capitale, addestrarli alla precarizzazione e abituarli ad un approccio acritico verso la realtà dominata dal profitto.
Le industrie italiane sono svendute e con loro i lavoratori già ricattati tra occupazione e salute: 4mila esuberi all'Ilva, dopo anni di socializzazione dei debiti e di privatizzazione dei profitti, fanno notizia, ma ogni giorno dai 15 ai 200 operai sono licenziati, praticamente nel silenzio. E le masse popolari sono sempre più impoverite, tanto che rinunciano a curarsi,  e alle prese con carovita, caroaffitti, mancanza o perdita di abitazioni in conseguenza della disoccupazione.
La borghesia, per sopravvivere, sa bene che deve schiacciare il movimento operaio imponendo soluzioni drastiche e utilizzando ogni mezzo: dal Partito democratico alla Lega, ai fascisti fino a prospettare un ritorno al governo di forze di destra ancora più reazionarie. E il governo difende gli interessi della classe dominante anche sul piano nazionale: aumenta a dismisura le spese militari e per l'appartenenza alla NATO - un'alleanza militare che non garantisce certo la sicurezza, anzi porta morte e distruzione a favore degli imperialisti - nella quale l'Italia è il quinto maggiore contributore. È proprio Gentiloni a confermare l'impegno di raggiungere il 2 per cento del Pil nelle spese militari che porterà a sborsare circa 100 milioni di euro al giorno, pagati col sacrificio, tasse e ticket sanitari dei proletari. Nel 2016 la spesa militare (che si aggiunge all'aumento del debito pubblico) dell’Italia è salita a 27,9 miliardi di dollari.

Gli interventi in Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, il sostegno dell'Arabia Saudita del fanatismo religioso e dell'oscurantismo attraverso i gruppi terroristi (finanziati anche da Usa e UE) per spartirsi zone e ricchezze ci toccano da vicino. La voracità dell’imperialismo, l’ultimo stadio del capitalismo, per mantenere il dominio economico e militare nel mondo rafforza la sua presenza attraverso la NATO e il rafforzamento della militarizzazione dell'UE. Alla base c'è la difesa degli interessi della classe dominante che comporta le competizioni imperialiste con le guerre, infatti, gli Stati Uniti hanno raddoppiato le spese di guerra, la Cina di 5 volte e 10 volte la UE.
Di pari passo cresce la campagna di denigrazione del socialismo e degli ideali comunisti. Dopo aver stabilito la data del 23 agosto "Giornata europea di ricordo delle vittime dei regimi totalitari" l'Unione europea ha finanziato la "Casa della storia europea" e il programma "Europa per i cittadini" che porta avanti con la collaborazione delle amministrazioni locali e delle ONG.
Sono continue le misure anticomuniste già in atto in molti Paesi europei: Ucraina, Estonia, Polonia, Ungheria, Lituania, Lettonia) - che si traducono in persecuzione, condanne, divieto di attività dei partiti comunisti e dell'uso dei simboli sotto i quali 20 milioni di sovietici dell'Urss fondata nella Rivoluzione d'Ottobre, di cui ricordiamo i 100 anni, sono morti proprio per liberare le popolazioni dall'oppressione nazifascista - mentre rendono onore e concedono pensioni ai collaboratori dei nazisti e ai loro eredi politici.
Anche l'Italia si avvia su questa strada. Se nel 2009 Violante ha iniziato ad attaccare i valori della Resistenza mettendo sullo stesso piano i morti partigiani con quelli fascisti, ora è toccato a Fiano, buon servitore del Pd e amico degli israeliani, sovvertire la storia e presentare la legge - il provvedimento è già approvato dalla Camera - per punire le diverse forme di manifestazione dell'apologia fascista. Visto che l'apologia di fascismo è già vietata dalla Costituzione, viene da sé che dietro questo DDL si nasconde un sordido attacco alle idee comuniste.

Infatti sulla base della legge Fiano è già partita dal comune di Soragno (PR) - che ha subito la rappresaglia nazi-fascista del 18 marzo 1945 - oggi a conduzione Lega nord, la richiesta di mettere al bando chiunque propagandi contenuti o immagini relativi al Partito comunista.
  Ad accentuare il significato, la mozione ricorda che "ancora oggi il Partito comunista in molti paesi del mondo è sinonimo di feroci dittature o deboli democrazie, tra le più note: Corea del Nord e Venezuela".
Ricordiamo che la "democratica" presidente Laura Boldrini ha ricevuto (l'8 giugno) con tutti gli onori il presidente ucraino Andriy Parubiy ed ha precisato, in piena sintonia con Parubiy, che è in atto una grave campagna di disinformazione atta a destabilizzare il territorio ucraino. Ebbene il Presidente della Rada ucraina è colui che nel 1991 fondò con Oleg Tyahnybok - attuale leader della formazione nazionalista Svoboda - il Partito Nazional Sociale Ucraino, la cui fonte di ispirazione è il Partito Nazional Socialista di Hitler.

Sono azioni che contribuiscono a creare confusione e legittimare idee reazionarie utili a dividere e sfruttare ulteriormente i lavoratori. Ovunque proliferano organizzazioni fasciste e nazionaliste foraggiate dal capitale che entrano anche nei Parlamenti di vari paesi (Germania, Danimarca, Finlandia, Francia ecc.). Per fare solo un esempio candidato a primo ministro del Kosovo è un ricercato dell'UCK.

A 100 anni dalla Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, a 150 anni dalla pubblicazione della prima edizione del Capitale (
14 settembre 1867) - nel quale Marx smontava il modo di produzione dello sfruttamento capitalista del lavoro - l'intensificazione dell'anticomunismo marcia di pari passo con misure antipopolari, attacchi ai diritti, guerre imperialiste e corsa al riarmo nucleare.
Il Capitale di Marx ha rafforzato la lotta politica della classe operaia per il socialismo e la Rivoluzione d'Ottobre - basata sulla
parola d'ordine leninista "tutto il potere ai soviet" creati dagli operai, dai contadini e dai soldati -, e seguendo l'esperienza della Comune di Parigi, ha dimostrato la superiorità del socialismo. È per questo che le forze opportuniste conducono da sempre una campagna antisovietica e anticomunista utilizzando varie teorie, a partire dall'eurocomunismo. Disorientano la classe lavoratrice con idee di raggruppamenti dal vago sapore di sinistra per continuare a illudere su cambiamenti governativi che hanno l'unico scopo elettoralista in quanto prosecutori del sistema capitalista. E usano i sindacati concertativi per far passare tutti i disegni in difesa di quegli interessi nazionali che si traducono in misure antipopolari, miseria, sfruttamento, guerre, ovvero ciò che offre il capitalismo.
E
cco perché la classe operaia - oltre ad essere preparata per respingere l'attacco padronale del capitalismo - deve diventare una forza per essere pronta ad affrontare una lotta contro la dittatura della borghesia che sfrutta e opprime; contro il fascismo e il razzismo; contro i conflitti degli imperialisti che danno vita alle guerre di rapina e spartizione che vedono protagonista anche l'Italia. La classe operaia deve essere organizzata e preparata per conquistare una società che appartenga a chi la produce e che si chiama socialista.

31 luglio 2017 redazione
editoriale n. 4

L'unica soluzione è cambiare il sistema
Non abbiamo bisogno dell'unità per la stabilità del capitalismo, come sostengono riformisti e revisionisti. Abbiamo bisogno dell'unità dei lavoratori che rompano con l'opportunismo, le esitazioni e si organizzino per portare a compimento la propria lotta di classe per la presa del potere

Gli illusori slogan sulla ripresina non convincono più proletariato e masse popolari che vivono sulla propria pelle le difficoltà quotidiane, i disagi derivanti dai tagli ai servizi pubblici dalla sanità ai trasporti, la disoccupazione, il lavoro precario e nero, l'intensificazione dello sfruttamento che peggiora le condizioni di lavoro - in particolare per le donne -, le minacce di licenziamento, le multe, i ricatti, e lasciano intravvedere un inasprimento dello scontro di classe.

Anche se con lentezza sempre  più lavoratori capiscono che il patto tra politici, Confindustria e sindacati confederali è basato non sulla stabilità di un sistema economico come vanno predicando, ma è basato sullo sfruttamento dei molti a vantaggio di pochi.
La mobilitazione unitaria del settore trasporti del 16 giugno ha funzionato e rappresentato un passo importante, l’alta adesione allo sciopero ha dimostrato che i lavoratori hanno apprezzato e capito l’importanza di questa giornata. Ha talmente funzionato che il Governo, Del Rio, Minniti (PD), i politici, dei vertici sindacali concertativi si sono lanciati in farneticanti dichiarazioni intrise di spirito liberticida e reazionario che dovrebbe far sobbalzare tutto il mondo del lavoro: "Non possiamo essere ostaggi di una minoranza", sebbene questa "minoranza" in alcune grandi città abbia raggiunto punte di adesione intorno al 90%. "È necessario regolamentare il diritto di sciopero" e sul togliere il diritto di sciopero ci stanno lavorando da tempo e l'Accordo sulla rappresentanza ha spianato la strada lasciando spazio solo ai confederali complici, ma sempre più contrastati dai lavoratori come ha dimostrato il referendum Alitalia che ha respinto una proposta lacrime e sangue.
La politica aperta da Renzi e proseguita con Gentiloni (PD) mostra il suo volto reazionario, di attacco di classe per compiacere i capitalisti, le multinazionali, le regole
UE, gli USA, la Nato - strumento di guerre imperialiste alla quale va il 2% del Pil - e il Vaticano e si attrezza.
Dopo la legge quadro sulle missioni militari all'estero che annulla l'incostituzionalità del ricorso alle operazioni militari vincolate dall'art. 11 e specifica che l'invio di militari contro le popolazioni di altri paesi è conforme agli obblighi di alleanze è arrivato il decreto legge 14. Dietro il pretesto di eliminare criminalità e degrado (?) con la legge sulla sicurezza Minniti-Orlando (PD), rappresentanti di un sistema marcio e corrotto, cercano di sopprimere le libertà democratiche, reprimere le lotte, gli scioperi e far avanzare il progetto autoritario ed eversivo della borghesia.
In continuità con la scelta di privatizzare i profitti e socializzare le perdite il Governo regala 20 miliardi alle banche venete (ma il Veneto non è sostenitore del sistema federativo?) dopo quelli spesi per MPS ed Etruria, somme che non ci sono per il welfare e che non vanno a favore dei clienti imbrogliati, ma vengono sottratti dalle tasche dei lavoratori per favorire il capitale monopolistico finanziario.
Una situazione che vede proliferare i gruppi fascisti sotto le più disparate sigle che cercano il consenso delle masse contando su organizzazioni come Fratelli d'Italia e la Lega Nord per una copertura istituzionale e legale. In realtà sono gli squadristi eredi della repubblica di Salò, portatori di teorie razziste, xenofobe e autoritarie perché difensori del capitalismo.
L'aggressività dell'imperialismo che marcia a grandi passi verso le popolazioni è rovinosa. I rappresentanti dei governi
USA, Germania, Francia, Giappone, Canada, Gran Bretagna e, naturalmente, Italia si incontrano in vari e costosi vertici per siglare le decisioni su come meglio spartirsi il mondo, depredare le risorse energetiche dei paesi del medioriente, Africa e Asia e fronteggiare la grave crisi economica internazionale, negli interessi di borghesia, padroni e banche.
Per noi comunisti, impegnati in tutte le forme di lotta, è chiaro che solo la rivoluzione permetterà agli oppressi di togliere il potere politico ed economico ai propri oppressori. Anche se questo comporterà grandi sacrifici per respingere i feroci attacchi della borghesia, delle sue armate e del clero sempre più impegnati a dimostrare l'"orrore comunista" in contrapposizione ad un modello di vita e di lavoro basato sul mercato, sul merito, sulla competizione e sulla proprietà privata.  A 100 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre possiamo affermare che la storia del movimento operaio e comunista - fatta di lotte e conquiste ottenute con il sacrificio di molte vite, soprattutto durante la Lotta di liberazione contro il nazi-fascismo - è più attuale che mai. Per questo lavoriamo per la ricostituzione del Partito comunista che, nella sua composizione operaia, sia in grado di capovolgere il potere a favore della classe lavoratrice e delle masse popolari.
Non abbiamo bisogno dell'unità per la stabilità del capitalismo, come sostengono riformisti e revisionisti. Abbiamo bisogno dell'unità dei lavoratori che rompano con l'opportunismo, le esitazioni e si organizzino per portare a compimento la propria lotta di classe per la presa del potere.

5 giugno 2017 redazione
editoriale n 3

Invertire la rotta
Le contraddizioni del sistema capitalista sono sempre più evidenti, ma la classe lavoratrice stenta a rafforzare la sua capacità organizzativa. Eppure è all'ordine del giorno la necessità di una svolta unitaria e radicale
Anche i bambini hanno un colore, come i soldi. Se muoiono a Manchester o sotto le bombe in Siria quando è conveniente attribuirle al governo Assad si alza un gran polverone sui vari mass media e i fatti vengono strumentalizzati a proprio favore dalle forze politiche reazionarie e conservatrici. Non fanno notizia i milioni di bambini costretti a lavorare né quelli che ogni giorno e da anni muoiono sotto le bombe e di fame in Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina (dove sono anche imprigionati dal governo isreliano) o che affogano nel Mediterraneo. I bambini sono bambini a secondo dell'interesse degli imperialisti che hanno favorito e foraggiano il terrorismo, attraverso operazioni targate Nato, e che a parole dicono di voler combattere. Proprio com'è successo al G7, ospitato a
Taormina. Due giorni per bruciare 37,5 milioni di euro dei contribuenti e sentire la piena soddisfazione di Gentiloni su quanto accordato nella rinnovata "lotta al terrorismo", tema che li vede tutti d'accordo e che si riverserà sempre più contro gli immigrati e per la riduzione delle libertà democratico-borghese, di agibilità politica, di manifestazione già in atto con il decreto Minniti-Orlando e come si è visto proprio in occasione della protesta contro il G7.
Taormina, una sede scelta dall'ex governo Renzi per ribadire il ruolo geostrategico della Sicilia per il controllo del Mediterraneo, del nord Africa e del medio Oriente (non a caso Trump ha visitato la base di Sigonella), e dove la mafia la fa da padrone, per riunire i capi delle potenze imperialiste a discutere di come ripartirsi il mondo rapinando, schiacciando e reprimendo i popoli in nome della lotta contro i terroristi che loro stessi armano. E di come - insieme allo sviluppo dello sfruttamento attraverso le controriforme, l'imposizione di nuovi sacrifici alle masse popolari e il rinvio della soluzione della devastazione dell'ambiente - estendere la guerra. Nel suo primo viaggio all'estero, Trump - dopo aver affermato la cooperazione con Israele - ha venduto all'Arabia Saudita armi per 110 miliardi di dollari (che arriveranno a 350), armi che sono destinate a colpire i civili in Yemen e a sostenere i banditi dell'IS.

Debutto tra i G7 del neo presidente della Francia che, fiduciario ed erede di Holland, ne garantisce il ruolo coloniale della Francia nelle aree concessagli dall'imperialismo Usa (Africa occidentale e Sahel) e favorevole a fornirgli contributi nelle aree di predazione in Afganistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia. A Macron, respinto da una quota di astensionismo mai vista dal 1969, simpatizzante di Soros e "figlio" di Rothschild del quale rappresenta la politica neoliberista, repressiva e antisociale si deve, in coppia con Manuel Valls la famigerata Loi travail, la corrispondente del Jobs act.
Governi e apparati statali
proseguono sistematicamente la loro opera antipopolare e repressiva, accomunati dall'asservimento ai padroni, agli imperialisti, al Vaticano tra guerre commerciali e nuove crisi economiche che scaricano sulla classe lavoratrice e sulle masse popolari. Scelte che aumenteranno povertà e disuguaglianza sociale, e che rendono fertile il terreno per lo sviluppo del populismo, del fascismo, del nazionalismo e della xenofobia. Teorie convenienti a distrarre e identificare i veri responsabili e i veri nemici contro cui lottare.
Tra disoccupazione, sottoccupazione e lavoro nero - difficile da tenere nascoste
persino con le statistiche manipolate - si intensifica lo sfruttamento e la repressione che oggi si manifesta anche con le multe e i licenziamenti disciplinari e politici. Sono continui i ricatti nei confronti dei lavoratori che ogni giorno perdono un pezzo delle libertà conquistate a fatica e con grandi sacrifici a partire dal dopoguerra, e sono messi di fronte alla scelta tra lavoro e salute, completamente abbandonati da quei vertici sindacali conniventi con il padronato che operano per il mantenimento della pace sociale - l'accettazione del jobs act e della cancellazione del referendum sui voucher sono solo ultimi esempi - e che paralizza la risposta del movimento operaio.
L'offensiva capitalista avanza di pari passo con il progetto autoritario, di fascistizzazione, eversivo e guerrafondaio. Dopo brexit, illudendosi di poter sostituire l'Inghilterra,
Pinotti-Gentiloni hanno subito pensato ad una “Schengen della difesa per rispondere al terrorismo” per “Rafforzare la capacità operativa (dell’UE) nelle aree di crisi e nella lotta al terrorismo”, ovvero nelle aggressioni imperialiste contro lavoratori e i popoli del Medioriente, e così rafforzare l’industria militare italiana ed europea. Un rinnovato militarismo già ratificato nell’incontro di Ventotene tra Renzi, Merkel, Hollande lo scorso agosto sulla portaerei Garibaldi.
Ma il governo italiano, indipendentemente da chi lo regge, non accentua solo il suo europeismo. Al tempo stesso ribadisce il suo filoatlantismo mantenendo le richieste USA come "alleato vitale".  Servilismo che lo impegna ad accettare la richiesta - ribadita da Trump nell'incontro del 19 aprile con Gentiloni alla Casa Bianca - di portare al 2% del Pil (100 milioni di euro al giorno) la quota di appartenenza alla Nato alla quale si aggiunge l'enorme spesa del riarmo militare e del mantenimento delle "missioni" all'estero. Nel disegno imperialista c'è la guerra e va estesa perché - come sosteneva Lenin - "
La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi".
In occasione del 60 anni dai Trattati che hanno dato vita all'UE abbiamo assistito a dichiarazioni, interventi, celebrazioni intrisi di retorica e demagogia sul fatto che la sua costituzione ha impedito la guerra in Europa. E allora quella che ha distrutto la Jugoslavia nel 1999, in alleanza con Usa e Nato, come dobbiamo chiamarla?
Ancora una volta non possiamo che essere d'accordo con Lenin quando analizzava che "in regime capitalistico gli Stati Uniti d'Europa sarebbero impossibili o reazionari. Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. Il mondo è diviso fra un piccolo numero di grandi potenze, vale a dire fra le potenze che sono meglio riuscite a spogliare e ad asservire su grande scala altre nazioni".
Non sarebbero se non quello che sono già, un sistema armato di nazioni alleate e in concorrenza, con una forte proiezione militare ai propri confini (Est e Mediterraneo), una tendenza ad accordi commerciali che favoriscono i monopoli a scapito delle classi subalterne, un ampio mercato finanziario e commerciale in cui spartirsi ruoli e spazi "secondo la forza".
Eppure di fronte a questa offensiva prolungata della borghesia imperialista la classe lavoratrice continua ad essere divisa, le lotte in corso rimangono isolate, non capisce che si può vivere senza i padroni. Padroni che non si dividono in buoni e speculatori come ha predicato il Papa a Genova (città prossima alle elezioni) agli operai dell'Ilva, già in cassa integrazione da tempo, un gruppo per il quale i candidati acquirenti prevedono fino a 6mila esuberi. Lavoratori che, influenzati da anni da politiche revisioniste, socialdemocratiche e opportuniste, non credono sia possibile rompere con il capitalismo e costruire una società socialista. È solo una questione di tempo, quello necessario a prendere coscienza della propria forza e della necessità della rivoluzione per abbattere questo sistema, prepararla giorno dopo giorno con organizzazione, impegno e partecipazione militante, per fare vivere anche oggi la storica vittoria del proletariato sulla borghesia capitalista come insegna la Rivoluzione d'Ottobre.


2 aprile 2017 redazione
editoriale 2/2017

Basta con le spese militari
Liberiamoci dal dominio e dall'influenza degli Usa e dalle nuove guerre che la NATO prepara
Più si aggrava la situazione economica in Italia - come negli altri paesi - più si acutizza la "guerra tra poveri" sulla quale soffiano le organizzazioni fasciste nelle variegate firme e la Lega nord, nel tentativo di affermare una mobilitazione reazionaria che si traduca poi nel raggiungimento del desiderato successo elettorale.
Nella opinione pubblica sale la protesta contro la solidarietà e l'ospitalità nei confronti degli stranieri fuggiti dalle numerose guerre del mondo e dalla conseguente miseria.  Guerre imperialiste volute da forze guerrafondaie che non esitano a distruggere intere popolazioni e paesi ricchi di storia secolare per le proprie mire di conquista delle risorse locali e come soluzione della crisi.
Ma non si sente - almeno come sarebbe necessario - attaccare i governanti per come e dove indirizzano, anzi sprecano, le risorse economiche peraltro rapinate dalle tasse. Non si sentono proteste contro i lauti compensi dei membri del parlamento sia italiano che europeo, che dai loro scranni non operano certo nell'interesse dei lavoratori e della popolazione.
Se il debito pubblico è in continuo aumento non è certo a causa del welfare. I governanti a tutti i livelli hanno il coraggio di giustificare i tagli ai servizi e alla sanità, la mancanza di case popolari e perfino l'impossibilità di riasfaltare le buche delle strade, non solo quelle di Roma, con la mancanza di fondi.
Meno che mai le proteste sono indirizzate contro il riarmo che arricchisce i potenti gruppi dell'industria militare che hanno tutto l'interesse a fomentare nuove guerre, né per l'appartenenza all'alleanza atlantica.
Eppure l'Italia spende per la Nato circa 70 milioni di euro al giorno, 63 sono i milioni al giorno per la difesa (da chi?) e per il continuo riarmo.  L'ultimo recente acquisto di circa un miliardo di dollari dell'Italia è stato fatto con Israele per comandi volanti, dotati dell’elettronica più avanzata e per missioni di attacco a lungo raggio. Altri 20 miliardi si aggiungono per le cosiddette missioni di pace per le quali a dicembre il consiglio dei Ministri ha emanato una legge che scavalchi l'art. 11 della Costituzione e legittimi la partecipazione dei militari italiani a operazioni e guerre in altri paesi.
Se si aggiungono i miliardi che servono per coprire parlamentari (in forza e in pensione) e ministri, i milioni di compensi ai manager statali corrotti e speculatori (anche coloro che portano le aziende al fallimento), quelli che si versano a quel carrozzone dell'UE di cui abbiamo assistito - in occasione del 60 anniversario ad una retorica unità (svanita nel giro di due giorni sull'accoglienza) che corrisponde solo a programmi di impoverimento delle masse popolari e di guerra - abbiamo una vaga idea di quanto si sottrae ai bisogni dei lavoratori e di ciò che si potrebbe fare in materia di servizi, sanità, ambiente (più che mai inquinato dalle esercitazioni militari), messa in sicurezza delle scuole, ricostruzione delle zone terremotate, ristrutturazioni con conseguente aumento dell'occupazione?
Il peso economico non sono dunque gli immigrati - peraltro sfruttati e schiavizzati da padroni, caporali, cooperative nelle campagne, perfino nel "ricco" Chianti toscano - il problema è che siamo governati dalla borghesia con un sistema capitalista e la crisi non sarebbe risolvibile neppure in assenza di stranieri.
La nuova amministrazione Trump rafforza la NATO lo assicura il nuovo ministro della difesa Jim Mattis sostenendo che "l'alleanza militare che nella storia ha avuto il maggior successo..." e che "resta la base fondamentale per gli Stati Uniti".  E impone all'Italia l'aumento ad almeno il 2% del Pil da destinare alla Nato (che porterà ad una spesa di 100 milioni al giorno), a questo strumento di morte che alimenta e sostiene le guerre nelle varie zone del mondo, appunto. Ma il riarmo, la Nato, le guerre né tantomeno il sistema capitalista sono messe in discussione da nessuna forza parlamentare, comprese quelle che soffiano sul fuoco del "prima gli italiani".
E la ministra Pinotti che non perde alcuna occasione per esibire il suo ruolo - l'abbiamo vista e sentita crogiolarsi nella difesa dei militari in missione all'estero al festival di Sanremo - approva tutte le richieste imperialiste e già prevede un primo stanziamento per costruire un'unica struttura per i vertici di tutte le forze armate. E mette in pratica il disegno di legge sulla realizzazione del "Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa" scavalcando il Parlamento (una questione formale vista la composizione), un disegno che prevede nuovi armamenti e... nuove spese.
Un nuovo hub come forza di risposta entro 48 ore verso il Nordafrica e il Medioriente sarà organizzato a Napoli sotto il comando dell'ammiraglia statunitense Michelle Howard  (a conferma che non tutte le donne sono uguali!), che è anche a capo del Comando Nato e comandante delle forze navali Usa per l'Europa e di quelle per l'Africa, il tutto ovviamente sotto il comando del Pentagono. L'hub per il sud è un'offerta di lavoro per i professionisti della guerra, sarebbe questo un sicuro sbocco occupazionale per i giovani?
La NATO, infatti, ha in programma il dispiegamento di nuove forze, un rafforzamento deciso dai Ministri della Difesa dei paesi che vi fanno parte per - come sostiene Stoltelberg - "prevenire le crisi" ovvero poter effettuare interventi militari preventivi sul fronte orientale: Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia ma soprattutto Ucraina. Il governo di Kiev - che continua a bombardare i russi e ad assassinare i capi della resistenza attraverso attentati - ha annunciato un referendum per l'adesione dell'Ukraina alla NATO.  Annuncio appoggiato dal premier greco Tsipras, colui che ha illuso la "sinistra" tanto che in Italia si sono pure costituite liste elettorali col suo nome, che, durante una visita a Kiev in febbraio, ha espresso il "fermo appoggio della Grecia alla sovranità, integrità territoriale e indipendenza dell'Ucraina", ha assicurato la stretta collaborazione per il "conseguimento della pace nella regione", confermando la sua linea borghese e opportunista, di sostegno agli obiettivi del capitale mascherata con parole d'ordine socialiste.
Rientra nella strategia del capitale e dell’imperialismo l’aumento dell’aggressività militare sul piano internazionale e della repressione sul piano interno. Terrorismo e "decoro" sono l’alibi per giustificare misure liberticide (significativo è il decreto Minniti) e di offensiva antipopolare, terreno fertile su cui si innesta la cultura fascista e nazista.
Più aumenta la crisi più la borghesia - che è ben cosciente della pericolosità della lotta di classe - contrasta con ogni mezzo l'ideologia comunista in un sempre maggiore numero di paesi.
Come continuiamo ad affermare il capitalismo ha dimostrato il suo fallimento ma la classe lavoratrice - tra la ricerca di soluzioni parziali, spesso individuali, e la rinuncia alla lotta, non ha ancora preso coscienza che è possibile cambiare l'attuale sistema e che quello socialista è veramente un altro mondo!


17 febbraio 2017 redazione
editoriale n. 1/2017

Non si "umanizza" il capitalismo
È proprio la più grande rivoluzione, la Rivoluzione d'Ottobre - quest'anno cade il 100 anniversario - a testimoniare che è possibile costruire un sistema senza padroni

 

Nei primi giorni di gennaio è gunta la notizia che nel mondo 8 uomini, da soli, posseggono 426 miliardi di dollari, la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia 3,6 miliardi di persone. È dal 2015 che l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99% e l'Italia non fa ecccezione. Stando ai dati del 2016 l'1% della popolazione possiede il 25% della ricchezza nazionale netta. Di fronte a queste cifre non c'è bisogno di grandi analisi per capire che l'attuale sistema capitalista accumula le risorse nelle mani di una oligarchia finanziaria e industriale ai danni della popolazione - in maggioranza donne - ma non ci viene comunicato che questa ricchezza è prodotta dal plusvalore del lavoro salariato ed è la fonte della disuguaglianza. All'interno di questo sistema, quindi, non c'è spazio per i lavoratori e le masse popolari e la borghesia, per mantenere il suo status, non può fare altro che usare lo sfruttamento e l'oppressione.
Non c'è modo di "umanizzare" il capitalismo né richiedere una "più equa" distribuzione delle risorse. Il capitalismo non si divide in buono o cattivo, è nemico della classe lavoratrice, è in una crisi senza via d'uscita e la logica conseguenza è il suo abbattimento. È l'unica via per uscire, dallo sfruttamento e dalla miseria. Eppure questa considerazione non è ancora assimilata dalla massa operaia che dovrebbe prendere in mano la propria liberazione, anzi sono ancora troppi coloro che pensano di non poter vivere senza padroni. Invece sono proprio i padroni che non possono vivere senza gli operai!
È proprio la più grande rivoluzione, la Rivoluzione d'Ottobre - quest'anno cade il 100 anniversario - a testimoniare che è possibile costruire un sistema senza padroni. Malgrado la temporeanea vittoria della borghesia imperialista con la dissoluzione dell'Urss, la storia degli ultimi anni insegna che il capitalismo non riesce comunque a dare una prospettiva di vita all'umanità. Tutte le promesse della borghesia sul progresso e il benessere all'indomani della caduta del muro di Berlino si sono dimostrate solo illusioni. Anzi il massacro sociale delle masse popolari si è enormemente amplificato. Al posto della cosiddetta guerrra fredda si sono sviluppate vere e proprie guerre imperialistiche, di spartizione neocoloniale di intere aree con conseguenze catastrofiche per le popolazioni e per l'ambiente.
L'opera della borghesia di attacco ideologico, politico e militare per distruggere il pericolo sovietico è iniziato subito e continua anche oggi per minare la sua capacità propulsiva nei confronti delle masse diseredate. Nel nostro paese, oltre al Vaticano e ai vari partiti reazionari come DC, PSI ecc. questo attacco è stato favorito proprio dal PCI, il partito più insospettabile in questo ruolo. Dopo aver tradito le ragioni della Resistenza lasciando la direzione della ricostruzione del dopo guerra ai capitalisti - molti dei quali compromessi con il fascismo -, l'amnistia, il concordato con la chiesa, l'affidamento a settori come quello poliziesco e giudiziario ai fascisti, è arrivato al compromesso storico accettando l'"ombrello protettivo" della NATO - che oggi ha in mano tutte le guerre - ha fatto il suo percorso di subordinazione al capitalismo, al neonato imperialismo europeo, all'alleanza militare atlantica, fino a farlo diventare l'attuale PD.
Subordinazione cui non si sono sottratti gli altri partiti della cosiddetta sinistra nati negli ultimi anni, né i sindacati confederali che hanno diffuso solo politiche rinunciatarie condizionando il movimento operaio e portandolo alle attuali condizioni. Condizioni di disarmo e sconfitta, di accettazione delle peggiori condizioni di lavoro, con contratti continuamente al ribasso, e di vita in nome della crisi e del "siamo tutti nella stessa barca".
Non siamo tutti nella stessa barca, lo sono il proletariato e le masse popolari, che non hanno nulla da condividere con i padroni e i loro servi manager né con la cosiddetta casta. Chiediamoci come mai in tanti hanno l'aspirazione a fare politica, intendendo quella parlamentare governativa e negli enti locali, non certo per servire il paese come molti osano persino affermarlo. Ecco perché ci sono tante ruberie, corruzioni e traffici con i faccendieri di turno. Non per servizio verso la cittadinanza o il proprio elettorato ma al servizio, questo sì, degli interessi del capitalismo, per assicurare il proprio futuro di privilegi. Non si spiegano altrimenti le decisioni economiche e politiche che prendono e che ricadono tutte sulla popolazione. I governi, veri e propri comitati d'affari della borghesia, hanno permesso a migliaia di imprese di delocalizzare all'estero per pagare meno la manodopera e aumentare i profitti lasciando la qualificata classe operaia per strada alla ricerca di un'occupazione qualunque per sopravvivere. Condizione che diventa competizione con gli immigrati e sulla quale soffiano i gruppi fascisti e la destra governativa.
La distruzione delle forze produttive per i proletari diventa maggiore povertà e disperazione mentre per i capitalisti si trasforma in aumento della ricchezza, della competitività nei confronti dei concorrenti, un aumento generale del profitto attraverso gli accordi internazionali, la penetrazione nelle operazioni di guerra per ingrandire gli affari, aiutati nell'accapparramento delle commesse dal proprio governo e dallo Stato. Business is business e quindi ben vengano i commerci con i paesi più reazionari. Due esempi per tutti: la Turchia - dove solo nei primi due giorni di febbraio sono stati arrestati 40 militanti del Partito Comunista (TKP) - e l'odiato regime di Erdogan continua la strage di Kurdi, un genocidio che fa comodo all'UE e alla Nato di cui fa parte, è un ottimo cliente e partner affidabile per la vendita delle armi per chi come Mauro Moretti, attuale AD della Leonardo (Finmeccanica), è appena stato condannato (poco) per la strage di Viareggio.
In Baharain dove, nel silenzio della solidarietà internazionale, la repressione degli oppositori passa dagli arresti arbitrari alla censura dei giornali, fino alle torture e la pena di morte. Qui il commercio è nelle mani dell'Eni che recentemente ha firmato l'accordo con le compagnie petrolifere baharinite, con la cooperazione di aziende italiane come Technip, fino ad offrire alla monarchia locale scambi e collaborazione culturale dell'Italia che tace sulla violenza della monarchia al potere.
Mentre il grande capitale fa grandi profitti ai proletari restano i cosiddetti ammortizzatori sociali che, con il pretesto della crisi, ora vengono ridotti aggravando ulteriormente le condizioni di vita. La diminuzione dei sussidi anno dopo anno, l'eliminazione della mobilità sostituita dalla Naspi apre la porta al lavoro nero, al lavoro a qualunque condizione alimentando sempre di più la concorrenza in seno al mondo del lavoro. Un grande esercito di riserva di disoccupati pronti a tutto per sopravvivere. Una massa ignorata dai sindacati confederali (forse perché non sono più in grado di pagare la tessera?) e che, per il loro schieramento con gli interessi capitalistici del fare i sacrifici nel bene del paese e coerenti con la loro politica del dividere le varie vertenze in aziendali e settoriali, boicottando ogni tentativo di coordinamento e di unificazione delle lotte, evitano di organizzarli in un fronte di lotta con gli occupati.
Il nostro lavoro di comunisti non è facile, ma deve proseguire nella lotta contro l'opportunismo e la nuova socialdemocrazia ingannatrice, per l'unità dei lavoratori e degli immigrati sfruttati ora anche dall'istituzione del lavoro gratuito chiamato (LSU) con la quale viene reinserita la schiavitù, se lavori gratis bene altrimenti torni nel tuo paese, che rischia di innestare nuove forme di razzismo. È anche così che la borghesia e i suoi governi creano conflitti all'interno della classe lavoratrice al fine di ridurre il valore della sua forza e continuare a ricattarla attenuando la lotta di classe.
Forse ci vuole ancora molto tempo per arrivare alla presa di coscienza della classe operaia e della propria capacità rivoluzionaria, ma non c'è altra strada che indirizzare e organizzare il proletariato verso la distruzione del capitalismo, delle sue basi materiali e della sua sovrastruttura per avere giustizia sociale.


17 dicembre 2016 redazione
editoriale n. 7

Rompere con l’opportunismo

Unire la lotta economica a quella politica lottando contro qualsiasi governo borghese per una vera democrazia che è il potere politico in mano al proletariato

Questo numero chiude un altro anno di "nuova unità", il 25° da quando alcuni compagni dell'ex PCd'I (m-l) decisero, dopo lo scioglimento del partito, di mantenere viva una testata storica, nata nel 1964 per unire i comunisti usciti dal PCI sulla via del revisionismo, per continuare ad unire i comunisti che si sono trovati - anche in seguito al fallimento del PRC - senza il proprio partito. Venticinque anni sono tanti, per poter mantenere questa voce di analisi marxista abbiamo fatto molti sacrifici e li abbiamo affrontati in redazione, grazie a compagni che, provenienti da esperienze diverse hanno capito l’importanza di unirsi, e grazie agli abbonati, ai nostri lettori e ai nostri diffusori che ci sostengono. È stata una sfida vinta nel tempo, ciononostante non possiamo ritenerci soddisfatti.
"Il giornale non è solo un propagandista e un agitatore collettivo, ma anche un organizzatore collettivo, i collegamenti sono deboli e non abbiamo modo di verificare se i nostri contributi sono utili nelle lotte sul piano nazionale. È uno dei nostri limiti. La difficoltà viene anche dalla mancanza del partito. Sappiamo quanto sia importante per lo sviluppo del giornale - e dell'organizzazione - un organo che i compagni considerano proprio, dal quale ricevano informazioni locali, che lo discutano, che rispecchi tutto il loro movimento, che renda consapevole la classe lavoratrice che i suoi interessi sono comuni, che sia capace di attizzare ogni scintilla della lotta di classe per farne divampare un immenso incendio. Come sosteneva Lenin il fulcro della parola d'ordine di Liebknecht: "Studieren, propagandieren, organisieren" - studiare, propagandare, organizzare deve essere costituito da un organo di stampa del partito. Conoscendo le attuali difficoltà del processo di unità dei comunisti e della costituzione del proprio partito riteniamo che in questa fase un giornale rivoluzionario sia di fondamentale importanza. Ecco perché insistiamo tra mille difficoltà e bastoni tra le ruote, perché in questo sistema la libertà di stampa esiste solo per i cortigiani della borghesia la quale, impiega tutte le sue forze e i suoi apparati per schiacciare le idee comuniste.
La situazione politica ed economica è devastante, molti dei nostri lettori sono disoccupati o precari e sul loro contributo non possiamo contare, ma non possiamo privarli del nutrimento intellettuale di un giornale che apprezzano. Viene da sé da richiesta per coloro che hanno la possibilità di sottoscrivere un abbonamento per chi non lo può pagare (un po' come i napoletani lasciano un caffè in sospeso) e aiutarci ad affrontare un nuovo anno con maggiori certezze.
Da molti anni revisionisti, riformisti, sindacati conniventi hanno orientato la classe lavoratrice all'arrendevolezza nei confronti dei suoi nemici: il padronato, i governi, i partiti borghesi con teorie arretrate e nuovi mezzi anticomunisti, di attacco verso coloro che hanno teorizzato la liberazione del proletariato.
Cassa integrazione, mobilità, 80 euro, rinnovi contrattuali al ribasso sono elemosine mentre i capitalisti aumentano i loro profitti anche in virtù di decontribuzioni e sgravi fiscali. Non esiste un capitalismo buono e uno cattivo, lo ripetiamo sempre. Sono proprio le leggi del profitto con la crescente concentrazione del capitale a provocare disoccupazione, precarietà, aumento di povertà, immigrazione sempre più strumentalizzata dalle forze di destra - Lega nord compresa - in una guerra tra poveri. E i governi sono al loro servizio, agiscono per mantenere in piedi un sistema che sfrutti la maggioranza della popolazione in nome della "democrazia". Termine abusato anche quando si riferisce ai referendum utilizzati per trascinare lavoratori e masse popolari su un terreno deviante e distoglierli dalla mancanza dei diritti e dallo stato di oppressione. Noi non siamo tra quelli che esultano sulla "valanga dei no" alla modifica della Costituzione, un no composito di cui se ne sono appropriati i partiti di destra che ora scalpitano per arrivare al potere. Vittoria che non intacca minimamente le truffaldine leggi come il jobs act, la politica reazionaria, di austerità, razzismo, fascismo e guerra che ci stanno opprimendo. Anzi con il nuovo Governo Gentiloni (sostenitore dell'agenda Monti) peggiorerà sicuramente in senso europeista, nel quale la ministra artefice della riforma contro la Costituzione, bocciata dagli elettori, è stata promossa a vice primo ministro e nel quale è entrata come ministra agli affari istituzionali la Finocchiaro (con Prodi dal ’96 al ’98 ministra pari opportunità) e relatrice della riforma rigettata, con l’evidente ruolo di far passare dalla finestra ciò che non è passato dalla porta.
È più che mai attuale e significativo questo scritto di Lenin: "Noi ci troviamo in tutto e per tutto sul terreno della teoria di Marx: è stata essa la prima a trasformare il socialismo da utopia in scienza, a dare delle solide fondamenta a questa scienza e a tracciare il cammino da seguire, sviluppando ulteriormente questa scienza ed elaborandola in tutti i suoi particolari. Essa ha rivelato la natura dell'economia capitalistica moderna, spiegando in che modo l'assunzione dell'operaio, l'acquisto della forza-lavoro, nasconda l'asservimento di milioni di nullatenenti da parte di un pugno di capitalisti, di proprietari di terre, di fabbriche, miniere ecc. Essa ha mostrato come tutto lo sviluppo del capitalismo odierno tenda a soppiantare la piccola produzione con la grande e crei le condizioni che rendono possibile e necessaria l'organizzazione socialista della società. Essa ha insegnato a vedere sotto il manto di usanze radicate, intrighi politici, leggi astruse, dottrine sofistiche, la lotta di classe, la lotta di tutte le classi abbienti contro la massa dei nullatenenti, contro il proletariato, che è alla testa di tutti i nullatenenti. Essa ha chiarito il vero compito di un partito socialista rivoluzionario: non elaborazione di piani per riorganizzare la società, non prediche ai capitalisti ed ai loro reggicoda sul modo di migliorare la situazione degli operai, non organizzazione di congiure, ma organizzazione della lotta di classe del proletariato e direzione di questa lotta, il cui scopo finale è la conquista del potere politico da parte del proletariato e l'organizzazione della società socialista".
La mancanza di consapevolezza - cresciuta appunto in anni di influenza revisionista e accondiscendenza dei sindacati confederali - riduce i lavoratori a lotte parziali e di tipo economico spesso represse da provvedimenti disciplinari padronali o dall'intervento della polizia. Lotte che, se pure necessarie non sono risolutive se restano di tipo economico e non si collegano all'idea del socialismo. Molti gruppi o pseudo partiti della galassia italiana si richiamano alla lotta di classe dimenticando che la lotta è di classe solo quando l'avanguardia di tutta la classe operaia di tutto il paese ha la coscienza di essere un'unica classe e cominciano a lottare non contro i singoli padroni ma contro la classe dei capitalisti, la borghesia e contro i governi che li sostengono. E che per farlo hanno bisogno e devono essere artefici e protagonisti di un partito rivoluzionario, comunista.
Rompere con l'opportunismo e unire la lotta economica a quella politica che non significa esprimersi con un voto ma lottando contro qualsiasi governo borghese per una vera democrazia che è il potere politico in mano al proletariato.


11 novembre 2016 redazione
editoriale n. 6

TOGLIERE IL POTERE AI NOSTRI OPPRESSORI: È POSSIBILE!

Le contraddizioni del sistema capitalista si acuiscono, ma la classe operaia stenta a rafforzare la sua capacità politica ed organizzativa, a noi comunisti, forti della nostra concezione di società nuova e dei principi ideologici basati sulla teoria marxista-leninista, l'onere di lavorare per rafforzare la lotta di classe

Chiudiamo questo numero alla vigilia dell'anniversario della Rivoluzione socialista dell’Ottobre del 1917, la rivoluzione che ha portato il proletariato al potere nel primo Stato operaio della storia a dimostrazione che, con un autentico Partito comunista, la vecchia società si può distruggere, che è possibile abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione. L'esperienza storica dimostra che la questione fondamentale è quella di mantenere e difendere il potere conquistato e, per questo, è indispensabile il ruolo del Partito comunista (nella sua composizione operaia), della dittatura del proletariato ed evitare alla reazione di contrattaccare e riprendersi il potere politico ed economico.
Per varie ragioni, tra le quali non di secondaria importanza l'azione dell'imperialismo, la prima esprienza di socialismo ha subito una momentanea sconfitta. Sempre in balia dell'imperialismo. Infatti quello marcato Washington (vedremo in quale senso andrà il "sognare in grande" del razzista Trump), attraverso la Nato, si espande nei Paesi dell'est (vedi a pag. 5) con lo spauracchio del ritorno dell'Urss e - mentre le popolazioni hanno perso ogni diritto: dal lavoro al sociale - e i comunisti sono sotto attacco e messi fuori legge. Si colpiscono ideologia, simboli, i mezzi di comunicazione russi e quelli delle repubbliche indipendenti del Donetsk e Luhansk che contengono "propaganda" comunista o promozione delle istituzioni sovietiche.
A sostegno di queste manovre che hanno al centro la guerra c'è l'Italia belligerante con le sue 27 "missioni" militari in 19 Paesi. Un costo che si aggiunge alle spese di armamenti, alla produzione di armi, sempre più sofisticate e potenti, di appartenenza alla Nato e che nessuna forza politica mette in discussione.
Terremoti, calamità naturali, messa in sicurezza del Paese potrebbero essere affrontati subito se si eliminassero le spese militari, o almeno si tagliassero. Più facile invece è tagliare sugli ammortizzatori sociali, la sanità, i trasporti.
L'invio di 150 soldati al confine tra Russia e Lettonia è l'ultima decisione del servilismo atlantico del governo Renzi, fedele esecutore degli ordini dei poteri forti, che mantiene il silenzio sulle retate fasciste del governo turco Erdogan il cui esercito, nell'indifferenza generale dei governi capitalisti e delle ONG "umanitarie", invade anche il territorio siriano a Nord di Aleppo (altra città rivendicata da Erdogan).
I soldati italiani (130 incursori del 17° stormo dell’Aeronautica dislocati a Erbil e 500 militari a presidiare la diga di Mosul) sono in prima linea in Iraq nell’attacco della coalizione internazionale per la presa di Mosul, caduta un paio di anni fa sotto il controllo dei fanatici dello Stato islamico, con le complicità qatariote, saudite, turche oltre che statunitensi, e a difendere la sede e gli uomini della ditta Trevi alla quale è affidata la messa in sicurezza dell’impianto.
Che questo Governo sia fedele esecutore dei poteri forti non ci sono dubbi anche di fronte all'accelerazione delle riforme per realizzare il diktat lanciato dall’agenzia finanziaria statunitense J.P.Morgan contro le costituzioni "antifasciste" e “socialisteggianti”, comunque troppo rigide e con eccessive tutele a difesa della classe lavoratrice, come quella... italiana.
Da mesi siamo sottoposti al bombardamento di una campagna sul referendum costituzionale per la quale sono stati stanziati 3 milioni di euro (gran parte dal finanziamento pubblico) che occupa tutti gli spazi di TV, radio e della grande stampa dove, capitalisti e banchieri mettono a disposizione tutti i loro mezzi a sostegno del Sì.
Mentre i lavoratori - costretti ad interessarsi di un terreno scelto dal nemico sono fuorviati dai propri reali problemi e dalle tragedie internazionali delle guerre - Confindustria prosegue il suo assalto. In un recente convegno, alla presenza dei vertici Cgil-Cisl-Uil, ha lanciato il "Patto di fabbrica". La sostanza è sempre la stessa ovvero come continuare a sfruttare meglio i lavoratori, ma per continuare a farlo - e meglio - vuole utilizzare un Patto mettendo al centro l'economia e fare ripartire la produttività, dove i lavoratori siano i "protagonisti attivi".
Che cosa intende Confindustria è ben chiaro.
L'attacco al modello contrattuale che Confindustria sostiene: "ha dimostrato di non funzionare bene nel momento attuale di deflazione"; l'abbattimento delle tutele finora conquistate; l'aumento dell'orario di lavoro, l'ulteriore restrizione del diritto di sciopero, dopo l'Accordo del gennaio 2014, che già impedisce alle organizzazioni firmatarie del contratto di scioperare - modello che vogliono esportare nel pubblico -. Con questo Patto vuole abbattere ulteriormente la conflittualità: ai giovani industriali il compito di richiedere la collaborazione dei sindacati confederali i quali dovranno cogestire il futuro che ci aspetta fatto di tagli occupazionali e salariali.
Per far passare le politiche antipopolari e guerrafondaie i governi hanno bisogno di misure repressive, della violenza poliziesca - questa sì e non quella attribuita dai mezzi di disinformazione in occasione della protesta di piazza a Firenze per la presenza di Renzi - e per la quale è stata vietata l'autorizzazione. Come ai tempi del fascismo si arriverà agli arresti preventivi dei militanti per evitare le manifestazioni contro i rappresentanti del governo. Perciò anche il nostro impegno nel campo antifascista deve essere rafforzato.
Ribadiamo: il nemico è in casa nostra. È la lotta che in questa fase non deve mancare: contro l'aumento dello sfruttamento, la disoccupazione, il precariato, l'austerità, il fascismo, il razzismo, la “buona scuola”. Contro la militarizzazione del territorio - determinata dall'emergenza del terrorismo che proprio il capitalismo alimenta -, le guerre di conquista di risorse e territori, le aggressioni ad altri popoli, per disarmare il nemico, portare avanti il processo di emancipazione ed ottenere veri cambiamenti a favore della classe lavoratrice e delle masse popolari. È nella lotta che si vincono riformismo e opportunismo che frenano il rovesciamento del sistema capitalista e la presa del potere da parte della classe sfruttata.
Oggi le contraddizioni del sistema capitalista si acuiscono, ma la classe operaia stenta a rafforzare la sua capacità politica ed organizzativa, a noi comunisti, forti della nostra concezione di società nuova e dei principi ideologici basati sulla teoria marxista-leninista, l'onere di lavorare per rafforzare la lotta di classe e togliere il potere ai propri oppressori.
 


14 settembre 2016 redazione
editoriale n. 5
Ma dov'è la modernizzazione? È sempre più impellente unirsi e organizzarsi per affermare un sistema di li-beri e uguali dimostrandone la superiorità rispetto al fallimento del capitali-smo e dell'imperialismo, capaci solo di generare miseria, sfruttamento, op-pressione e guerre Qualche mese fa il presidente del consiglio Renzi ha lanciato il referendum sulla "riforma" costituzionale, chiamando i cittadini a votare sì, minacciando che se i Sì non vincessero se ne sarebbe tornato a casa e avrebbe lasciato la politica. Per mesi il mondo politico, della disinformazione e dei talk show hanno cavalcato la personalizzazione di questo referendum. Sono passati solo pochi mesi e il 9 agosto arriva il retro marcia pubblico di Renzi (non è il primo) che ammette di aver sbagliato a personalizzare la campagna referendaria. "Questa riforma ha un nome e un cognome - dice - Giorgio Napolitano, ma soprattutto è la riforma degli italiani". Ma non è tutto. Renzi precisa che in caso di vittoria dei NO non si dimette e annuncia le elezioni per 2018, posticipandole di un anno rispetto ad altri suoi annunci. Evidentemente Renzi si basa sulla memoria corta degli italiani e per avere più tempo a disposizione per la sua propaganda demagogica rinvia la data del referendum preannunciata per ottobre. Sul NO alla "riforma" - che stravolgerebbe la Costituzione legittimando un regime presidenzialista, repressivo e guerrafondaio e di attacco ulteriore ai diritti e alle condizioni dei lavoratori a favore del padronato - si sono pronunciati tutti i partiti della destra pur coscienti che in caso di loro vittoria elettorale se ne avvantaggerebbero, ma si conoscono bene l'ipocrisia e la demagogia di cui sono intrisi. Schierato per il No è pure D'Alema che a suo tempo progettava una controriforma ancora peggiore. Ma si sono costituiti anche tanti comitati di varie associazioni tra le quali l'Anpi. Non entriamo qui nel merito del Si o del No (lo abbiamo trattato sul nr. 4), ci ritorneremo nei prossimi numeri. Ci interessano i voltafaccia dei governanti e di come riescano a strumentalizzare il consenso anche attraverso l'illusione della partecipazione votando i referendum. L'esempio più eclatante è il referendum del 2011 sull'acqua pubblica che, peraltro, ha visto una notevole partecipazione di massa. L'ultimo a raggiungere il quorum, appoggiato senza troppa convinzione, dal Pd e sul quale Renzi (allora sindaco di Firenze) scrisse in un post "vado a votare sì all'acqua pubblica...". Ebbene, non solo il risultato di questo referendum è stato dimenticato - anche a causa della mobilitazione che si è fermata crogiolandosi sulla "vittoria" -, ma è stato cancellato dalla ministra Madia e sostituito con un ddl che, tra l'altro, apre la gestione dell'acqua pubblica al mercato. Il leit motive della ragione del referendum costituzionale è la modernizzazione del Paese, eppure tutto l'operato del governo ci porta indietro nel tempo, di anni e anni. Dalla condizione sui luoghi di lavoro alla perdita del potere d'acquisto, dai tagli ai servizi - uno per tutti, la sanità - ai trasporti. Per non parlare della scuola e della cultura. E nell'arretramento della cultura si inserisce il "Fertility day", stabilito per il 22 settembre, che doveva sfociare in una manifestazione di piazza annullata in seguito all'intervento del comune di Bologna. Altro inglesismo in un'Italia di regressione verso i livelli assai bassi di alfabetizzazione nella quale la popolazione si allontana sempre più dalla lettura e dalla comprensione di cifre, tabelle, percentuali e dove la cognizione dei discorsi politici o del funzionamento della politica è inferiore al 30%. Viene da dire che l'uso di termini inglesi - jobs act, austerity, family day, fiscal compact ecc. siano strumentali e funzionali al potere. Ebbene del "Fertility day" - voluto dalla ministra della salute Lorenzin - il governo ne ha fatto una campagna di comunicazione costata ben 113 mila euro per sensibilizzare le donne sulla base che il tasso di fertilità (cioè il numero medio di figli partoriti) in Italia è il più basso in Europa, cioè l'1,37% con un manifesto ispirato alla Madonna del parto di Piero della Francesca (un tocco di cultura?) e sollecitarle a fare figli presto. La giornata avrà cadenza annuale per scoprire il "Prestigio della maternità" e saranno coinvolti scuole, teatri, territorio sulle parole d'ordine "difendi la tua fertiità, prepara una culla nel tuo futuro". Una presa in giro? Un abissale distacco della politica dalle donne? Una smisurata ignoranza sulla condizione delle donne? Un servizio al Vaticano? Una gara con lo Stato francese che si occupa dei costumi da mare (leggi a pag. 4)? Un po' di tutto ciò più l'aspetto atroce della visione del mondo fascista che ci riporta al richiamo alle donne di Mussolini a sfornare figli da mandare a combattere le guerre di regime mentre le escludeva dalla società, le riduceva in uno stato di schiavitù e relegava unicamente all'ambito domestico. Di carne da macello da mandare nelle guerre c'è sicuramente bisogno vista la politica guerrafondaia anche di questo governo, ma questa iniziativa è un vero e proprio insulto non solo alla libertà di scelta della maternità, ma a tutte le lavoratrici obbligate a rinunciare ai figli, pena la perdita del posto di lavoro o perché disoccupate o precarie senza prospettive, e comunque tutte (tranne le borghesi, ovviamente) senza servizi sociali di supporto. Un inno alla fertilità quando si distruggono le famiglie per il traferimento, ad esempio, delle insegnanti in zone lontane dalla loro residenza o si fanno lavorare commesse e cassiere nei giorni festivi impedendo loro di gioire della famiglia quando marito e figli sono a casa. Tutti questi borghesucoli il cui scopo principale è garantire il capitalismo e difendere le libertà individuali si intromettono nelle vite private per poterne prendere il possesso completo e portare a termine il loro disegno reazionario. Dov'è la modernità del Paese di cui ciarla la Boschi? La loro modernità e velocità si riscontrano nel caso dell'ennesimo terremoto. Il "subito" delle martellanti dichiarazioni del governo diventano 7 mesi solo per sistemare la popolazione in moduli abitativi e per ricostruire? Finirà come per L'Aquila. Non basterà la vittoria dei no a mandare a casa Renzi senza una forte e coordinata mobilitazione di massa. Farebbe piacere colpire la sua immensa arroganza, ma come si dice, morto un papa se ne fa un altro. Lo dimostrano i vari governi della nostra storia che sono sempre stati e sono solo il comitato d'affari della borghesia e non certo a favore degli interessi della classe lavoratrice. Borghesia che non è in grado di dare una prospettiva per i lavoratori e le masse popolari, ma solo illusioni. Per questo è sempre più impellente unirsi e organizzarsi per affermare un sistema di liberi e uguali dimostrandone la superiorità rispetto al fallimento del capitalismo e dell'imperialismo, capaci solo di generare miseria, sfruttamento, oppressione e guerre.
23 luglio 2016 redazione
editoriale n. 4
L'Alleanza atlantica potenzia le sue forze Da Varsavia pericolosi piani di guerra e un nuovo piano strategico di partership tra Nato e UE A chi giova? È una domanda che ci poniamo spesso e ce la siamo posta anche in occasione degli ultimi due avvenimenti: la strage di Nizza e il rapido golpe in Turchia. Due eventi alquanto sospetti in due Paesi che hanno bisogno di una cosa comune: aumentare la repressione. Nonostante tutto il bombardamento dei soloni della "politica" con-tro i terroristi di matrice islamica nutriamo seri dubbi che l'autista del camion che ha causato il macello sulla promenade des Anglais (degli inglesi e non degli angeli come traducono i giornalisti Rai) sia legato all'Is. Anzi la dinamica risponde più ad un mezzo rimasto senza controllo dopo che l'autista - un balordo che maltrattava pure la famiglia - è stato ucciso al volante, ma i poliziotti francesi non lo ammetteranno mai e non lo sapremo da giornalisti interessati a scoprire la verità solerti solo a trasmettere le veline del potere. Fatto sta che in Francia doveva essere sospeso lo stato di emergenza e invece viene prolungato per altri sei mesi, ma soprattutto è usato per colpire le lotte del movimento operaio. I mass media tacciono, ma le proteste continuano. Il 5 luglio, per la dodicesima volta, decine di migliaia di manifestanti hanno sfilato chiedendo il ritiro della Loi travail nonostante le provocazioni, la violenza verbale di politicanti e padronato, gli attacchi repressivi e gli arresti. Un attacco su larga scala in particolare contro tutta la CGT che, insieme alla continua mobilitazione, si appella per la libertà di espressione. Ma questo non fa notizia. Altri dubbi sul tentativo di colpo di Stato in Turchia, fallito o finto? Il pseudo colpo di Stato in Turchia - che non voleva certamente rappresentare gli interessi della popolazione - ha scatenato un nuovo giro di vite repressivo, già visto nel 2013. Erdogan, rappresentante del capitale e ambizioso partner dell'imperialismo statunitense e israeliano, prezioso alleato della Nato, ha tra-sformato la Turchia in una base per il terrorismo, compreso l'IS. Corteggiato dall'UE - tanto che gli ha concesso 3 miliardi per tenere i rifugiati in campi di concentramento e trasformarli in forza lavoro a basso costo nonostante li consideri potenziali terroristi - non gli basta la costrizione dei comunisti, il bombardamento dei kurdi, la censura dell'informazione di opposizione, con questa occasione servita sul piatto d'argento impone il fermo di polizia e minaccia l'applicazione della pena di morte. Vero che non sempre c'è bisogno di militari per sostenere una dittatura, ma si possono usare per rafforzarla e aprire la strada verso il presidenzialismo, superare gli scogli che impediscono il cambiamento della Costituzione, alzare il tiro della sua presenza nella Nato che in Turchia ha importanti basi sotto comando Usa dotate di apparati di intelligence (il che ci rende difficile pensare che non fossero a conoscenza del "golpe") e allargare il suo dominio in Siria dove al confine, proprio da pochi giorni fa sono schierati i militari dell'esercito italiano, notizia poco pubblicizzata! Intanto la Nato potenzia le sue forze. Il nostro giornale da tempo insiste sulla denuncia del ruolo della Nato come braccio armato dell'imperialismo, perché il suo allargamento è un vero e proprio pericolo e perché ci costa. L'Italia paga 70 milioni al giorno per appartenere a questa alleanza militare, aumenta le spese in armamenti e invia soldati nelle zone calde del mondo. Nel 2015 la spesa militare, escluse le missioni internazionali, ha raggiunto la cifra di circa 18 miliardi di euro e per il 2016 sono previsti circa 20 miliardi. Tutti soldi sottratti alle spese sociali. Nei primi giorni di luglio la Nato ha tenuto il suo vertice a Varsavia dove il Partito comunista è oggetto di persecuzioni anticomuniste e le sue attività sono messe al bando dal governo polacco. Che cosa è emerso da questo vertice che ha visto anche la presenza del presidente ucraino che ha incontrato i leader di Germania, Francia, Inghilterra, Usa e, ovviamente Italia? Sempre e solo pericolosi piani di guerra. Tra i 139 punti è stato concordato il dispiegamento di 4 battaglioni in Lituania, Estonia, Lettonia e Polonia (1000 soldati in funzione antirussa), una presenza multinazionale nella regione del mar Nero, il lancio del sistema europeo di difesa missilistica. È stato firmato l'accordo con l'UE per la sicurezza marittima e l'immigrazione e per lo sviluppo dell'industria europea della difesa. Un nuovo piano strategico di partership tra Nato e UE che moltiplica lo scambio di informazioni - anche informatiche - tra i propri servizi di intelligence. Al fine di rafforzare l'alleanza sono stati, inoltre, avviati colloqui con i governi di Finlandia e Svezia che non fanno parte della Nato. Il presidente della delegazione italiana Nato il PD Andrea Manciulli ha lodato Stoltenberg per la sua posizione su una precisa strategia di guerra al terrorismo e definito importante l'accordo su tutto ciò che riguarda la modernizzazione e l'evoluzione della minaccia terroristica, dai problemi della sicurezza cibernetica alla guerra al jihadismo. La sua idiozia va avanti e appoggia la decisione di Stoltenberg di mantenere 8400 soldati in Afghanistan anche nel 2017, assicurando che l'Italia non ridurrà il suo contingente perché - sostiene - sguarnire quel fronte e lasciarlo in mano ai taliban sarebbe un gravissimo errore, un problema per tutti". Il vero pro-blema per tutti è l'imperialismo, le sue guerre di aggressione e saccheggio per le quali si serve di gruppi di mercenari e li sostiene. La giustificazione che la Nato - che, ricordiamo, è sotto il comando statunitense combatta il terrorismo è falso. Il dispiegamento di truppe Nato a Est - l'Italia invierà 150 uomini - è una mossa per fare pressione sulla Russia per la soluzione della situazione Ucraina, sia sull'Europa ritenuta più debole dopo brexit, anche se la Gran Bretagna ha assicurato il rafforzamento dell'alle-anza. A Varsavia si è mobilitato il Consiglio mondiale della pace per dare una risposta diretta (e ancora una volta si registra il silenzio stam-pa) e immediata contro i piani criminali e i progetti imperialisti della Nato in tutto il mondo nei confronti delle popolazioni allargando le guerre, distruggendo paesi, rapinando risorse e generando continui flussi di profughi. Rifugiati funzionali però alla creazione di un "esercito industriale di riserva" che cancelli i diritti conquistati dal movimento operaio in tutti i paesi europei. Se il proletariato e le masse popolari turchi non si organizzeranno per sconfiggere l'AKP la repressione e i massacri aumenteranno e lo stesso vale per tutti. È fondamentale capire che, mentre i monopoli e il grande capitale accrescono i profitti, l'aumento della presenza militare Nato è la preparazione alle guerre e alle aggressioni che colpiranno soprattutto il movimento operaio e le masse popolari. Una condizione che accomuna e richiederebbe una lotta unitaria internazionale, ma come comunisti siamo coscienti che il migliore apporto alla lotta internazionale contro l'imperialismo e i suoi strumenti di morte sia quello di lottare nel proprio paese contro il proprio imperialismo e le sue alleanze. Il nemico è in casa nostra. Non sono gli immigrati, sono i governi della guerra, della disoccupazione, della copertura di fascisti, fac-cendieri, speculatori, corrotti, sfruttatori. Il nemico è il sistema che va distrutto dalle fondamenta per la libertà, per affermare una giustizia sociale, per la fine di ogni guerra imperialista. Ciò comporta l'avanzamento del movimento comunista. Il compito di chi si batte per la costruzione del partito comunista è quello di radicarsi nel proletariato e nella classe operaia per dare un contributo al superamento dell'attuale situazione di frammentazione nel quale versa il movimento comunista in Italia e nel mondo.
15 giugno 2016 redazione
editoriale 3/2016
CONTRO LA STRATEGIA DEL CAPITALE Il compito della classe operaia non è salvare il capitalismo dalla sua crisi e dalle sue armi di distrazione di massa, ma salvare la classe lavoratrice e le masse popolari dal capitalismo I salari e i diritti dei lavoratori sono sempre più sotto attacco, la di-soccupazione cresce, nonostante i numeri della propaganda gover-nativa, sono poche le industrie rimaste in seguito alla delocalizza-zione. Renzi si gongola della sua politica antipopolare di tagli, de-curtazione dei salari e precariato perché attrae investimenti esteri, ma i capitalisti stranieri si appropriano delle imprese italiane per chiuderle o ristrutturarle per renderle più competitive con conse-guente riduzione del personale. Privatizzazioni dei servizi pubblici, compresa la sanità (con tutte le conseguenze che ricadono sugli operatori e sui pazienti), Jobs act e accordo sulla rappresentanza, firmato con la complicità dei sindacati confederali, eliminazione delle tutele sindacali, repressione sui luo-ghi di lavoro dove aumentano i ritmi e si tagliano le pause, lavoro precario, libertà di licenziamento e più sfruttamento sono misure che eliminano gli ostacoli ai capitalisti e ne aumentano i profitti. Per portare a compimento il disegno capitalista il governo Renzi - del quale è degno rappresentante - deve ricorrere alle riforme isti-tuzionali e costituzionali. Per cambiare l'Italia è vero, nel senso di renderla sempre più barbara come gli Stati Uniti. Ma mano libera ai capitalisti non è prerogativa italiana. Le riforme delle riforme fanno parte della politica europea. Dopo aver affamato i portoghesi, gli spagnoli, i greci - dove continuano massicce lotte e scioperi oscurati dai mass-media a sostegno di Tsipras - tocca alla Francia. Paesi ret-ti da governi che si definiscono di sinistra ma agiscono come la de-stra, sono governi reazionari quindi basta col considerarli di sinistra e stupirsi delle loro scellerate scelte antipopolari, questa paternità gli va tolta. Solo che la Loi travail vede, a differenza dell'Italia, scioperare tutte le categorie e scendere milioni di lavoratori, giovani e studenti nelle piazze in difesa dei propri diritti e per salvare lo stato sociale. Mobi-litazioni che si scontrano con la repressione, aumentata considere-volmente dopo gli attacchi terroristi, ma rivolta solo contro le prote-ste. Evidentemente i sindacati francesi sono meno condizionati dai partiti di governo che invece sono molto presenti nel nostro paese dove l'offensiva del capitale è favorita dalla concertazione tra go-verni, Confindustria e sindacati che, invece di mettere in moto la classe per la difesa delle conquiste storiche, cercano di frenare le poche lotte isolate causando passività, sottomissione e rassegna-zione. La strategia del capitale e dell'imperialismo è chiara. Il capitalismo è in una fase sempre più profonda della sua crisi, deve crescere la sua aggressività militare e, con l'alibi della lotta al terrorismo, ogni tipo di violenza, la deriva fascista, il ricorso alla repressione e all'of-fensiva antipopolare. Viminale e Palazzo Chigi stanno lavorando ad un decreto legge sulla "sicurezza urbana" per dare più poteri ai sin-daci di intervenire su un settore finora affidato a prefetto e questo-re. Ulteriore tassello, insieme alla legge sulla rappresentanza che dovrebbe sancire l'accordo vergognoso tra Confindustria e sindacati e la nuova legge sugli scioperi, per tentare di chiudere la bocca a chi si oppone. In questo contesto si inseriscono la promozione e le campagne an-ticomuniste. Persecuzioni, condanne, divieti contro i partiti comuni-sti ricorrono in tutti i paesi. Solo qualche esempio: in Polonia, dove si sta realizzando una "Aegis Ashore", l'installazione terrestre del si-stema missilistico Usa già costruito in Romania, militanti del Partito comunista sono stati condannati a 9 mesi di carcere, molti al lavoro sociale obbligatorio e a multe per la diffusione delle loro idee sul giornale Brzack. In Ukraina il Partito comunista è al bando e la giun-ta golpista e nazista con il pretesto del rafforzamento della sicurez-za nel mar Nero si allea con il governo fascista turco, e privatizza le terre, una manna per le multinazionali dell'agricoltura. La politica anticomunista è adottata ufficialmente dalla UE che e-quipara nazifascimo e comunismo nascondendo persino il ruolo del-l'Urss nella vittoria sul nazismo (l'87% dei giovani tedeschi, inglesi e francesi lo ignorano) per mantenere questa società marcia e mori-bonda in una presunta libertà e democrazia occidentale, a tutto vantaggio degli Stati Uniti che accrescono la loro influenza sugli al-leati europei. Influenza che spazia dal campo culturale a quello mili-tare (si intensificano le esercitazioni NATO), a quello economico e che trova, pur con qualche contraddizione, terreno fertile. Membri della UE come Svezia, Finlandia, Danimarca (in prima fila contro gli immigrati) - lodati da Washington per il loro mantenimento delle sanzioni contro la Russia - sono forti sostenitori del Ttip. La candi-data Clinton, infatti, definisce la collaborazione USA-UE il "maggiore scopo strategico dell'alleanza transatlantica". Ovvero non un'allean-za con la UE, ma un blocco politico, militare ed economico sotto comando statunitense che, con Israele e le petromonarchie si af-fermi sulla cooperazione Russia, Cina, Iran e qualsiasi paese si con-trapponga ai diktat di Washington. La crisi del capitalismo è evidente dalla crescente aggressività mili-tare (e relative spese sottratte dal sociale) delle forze imperialiste che non pongono limiti al controllo delle materie prime e dei merca-ti. Aumentano gli scenari di guerra, risorsa del capitale per superare la crisi e ciò comporterà maggiore sfruttamento e peggioramento delle condizioni di vita. La classe operaia sempre più oppressa, ricattata, minacciata se or-ganizza scioperi, da anni non è capace di organizzarsi per intensifi-care la sua guerra di classe e rispondere a quella che gli ha dichia-rato la borghesia. Dimostrando la sua debolezza sarà condannata alla schiavitù. Il suo compito non è quello di salvare il capitalismo dalla sua crisi e dalle sue armi di distrazione di massa, ma salvare la classe lavoratrice e le masse popolari dal capitalismo con l'unità di classe - fuori dalla logica del proprio orticello - e con lotte decise e incisive. Cambiare profondamente e radicalmente il sistema sociale che rende i poveri sempre più poveri mentre l'1% diventa sempre più disgustosamente ricco è la sola soluzione. Ma per portare a compimento questo progetto è necessario che la stessa classe di-venti protagonista del suo futuro sia sul piano sindacale che su quello politico attraverso la ricostruzione del proprio partito. L'au-tentico Partito Comunista basato sulle teorie di Marx, Engels, Lenin, il solo in grado di organizzare la rivoluzione proletaria e di costruire una società socialista senza padroni né sfruttamento.
10 aprile 2016 redazione
editoriale/2
INTENSIFICHIAMO LA LOTTA! GUERRA IMPERIALISTA, GUERRA TRA POVERI, GUERRA DI RESI-STENZA Ci troviamo a celebrare questo 25 Aprile, anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, in un momento particolare dove i venti di guerra soffiano in maniera impetuosa nel mondo. Lo scontro tra i vari paesi imperialisti - incal-zati dalla crisi di sovraproduzione che investe i vari paesi capitalistici - porta ad una nuova spartizione del mondo. Gli Stati borghesi sono gli stru-menti per la difesa, lo sviluppo e la penetrazione dei capitali e dell'accappar-ramento delle materie prime per contrastare lo sviluppo di altri grandi capita-li, sempre alla ricerca del massimo profitto. Da queste condizioni nascono sia le alleanze che gli scontri tra i vari paesi capitalistici. La concorrenza spietata, la competizione e lo sviluppo ineguale dei paesi ca-pitalistici determinano le condizioni della guerra aperta nella quale, alla lotta dei capitali, si sommano ed entrano in gioco anche altri fattori come la poten-za militare e lo sviluppo del complesso militare-industriale sostenuto e finan-ziato dagli Stati e fonte di enormi profitti provenienti dalla vendita delle armi. Fin dal 1952 in "Problemi economici del Socialismo nell'URSS" G.Stalin mette-va in guardia i comunisti dal cadere su posizioni e idee errate sulla pace e la guerra scrivendo: (...) " la cosa più probabile è che l'attuale movimento per la pace, inteso come movimento per mantenere la pace, in caso di successo porterà a scongiurare una guerra determinata, a rinviarla per un certo tempo, a mantenere per un certo tempo una pace determinata, a costringere alle dimissioni un governo guerrafondaio sostituendolo con un altro governo, di-sposto a salvaguardare per un certo tempo la pace. Questa naturalmente è una cosa buona anzi ottima. Tuttavia questo non basta per eliminare l'inevi-tabilità delle guerre tra paesi capitalistici. Non basta perchè nonostante tutti questi successi del movimento per la difesa della pace, l'imperialismo conti-nua a sussistere, conserva le sue forze e per conseguenza continua a sussi-stere l'inevitabilità delle guerre. Per eliminare l'inevitabilità delle guerre, è ne-cessario distruggere l'imperialismo". Nel nostro paese queste indicazioni sono state nascoste o deformate da chi, come Togliatti, iniziò il "nuovo corso" del PCI che portò prima al disarmo delle formazioni partigiane, poi all'amnistia dei fascisti che poterono diventare l'os-satura dello Stato e delle forze di polizia in prima fila nella caccia e nella per-secuzione dei comunisti che avevano animato e combattuto nella guerra di Liberazione. Nuovo corso che aprì le porte al potere democristiano - autenti-co interprete del grande capitale - della Chiesa, del potere mafioso e alleato fedele degli USA e dei dollari del piano Marshall e installando le loro basi mili-tari e della Nato, a partire dal '49. Oggi possiamo vedere l'epilogo di quella politica: il PCI non c'è più e, dopo aver propugnato l'ombrello della NATO per difendere la democrazia con Ber-linguer, è stato trasformato nell'attuale PD di Renzi. Le basi sono diventate oltre 140 e il nostro paese paga alla NATO ben 70 milioni di euro al giorno! Un vero e proprio oltraggio a chi ha dato la vita per la Lotta partigiana e per una nuova società basata sul lavoro, senza sfruttamento capitalistico. In questi ultimi anni il proletariato si trova sotto un feroce attacco da parte del capitalismo che mette in discussione tutte le conquiste ottenute con le lot-te attraverso i vari governi che si sono succeduti fino all'ultimo governo Renzi - vero e proprio comitato d'affari di capitalisti e banche - con il suo famigera-to Jobs act, le privatizzazioni selvagge e le riforme istituzionali e costituziona-li. Con colpi di mano, come quelli della Fornero, vengono allungati i tempi per andare in pensione, viene revisionato il meccanismo e il calcolo dell'ISEE che trasforma tutti in benestanti costringendo migliaia di studenti a lasciare le città universitarie o rinunciare agli studi. I disoccupati - che aumentano a rit-mo continuo - vengono cancellati dai nuovi conteggi ISTAT o anche loro di-ventano benestanti con la nuova ISEE. Diminuiscono o sono eliminati gli "ammortizzatori sociali" sostituiti dalla NASPI mentre i padroni sono finanziati per assumere con i nuovi contratti a "tutele crescenti" che cancellano l'art. 18, hanno libertà di licenziamento e possono attuare una pesante repressione sui luoghi di lavoro per colpire tutte le avanguardie sindacali e di lotta operaia che non si allineano. Nello stesso tempo avanza il restrigimento del diritto di sciopero anche attraverso l'applicazione dell'accordo sulla rappresentanza sindacale sottoscritto da CGIL, CISL, UIL, UGL e Confindustria che, come primo risultato, ha già portato a divisioni anche nel cosiddetto sindacalismo di base. Un attacco nel quale la borghesia di ogni paese tenta di coinvolgere, nella lot-ta contro i vari concorrenti, il proprio proletariato e più in generale l'opinione pubblica per il "bene della Nazione". Con la retorica del "siamo tutti sulla stessa barca" vogliono far credere che lo sviluppo del capitalismo, la sua ca-pacità di esportare capitali, di essere competitivi nel mercato internazionale sia il sistema per stare tutti meglio, di avere lavoro e prosperità. Un tentativo di mobilitazione reazionaria di massa, attraverso tutti i mezzi, dai poderosi si-stemi d'informazione ai sindacati concertativi complici. Demolire la coscienza e l'organizzazione di classe sia sul piano politico che sindacale per poter dominare meglio. A questo servono anche le varie orga-nizzazioni fasciste e razziste che alimentano la guerra tra poveri, sviando l'at-tenzione dai veri colpevoli: capitalisti, preti, poliziotti, magistrati, governanti, faccendieri, corrotti e corruttori, pronti a tutto per salvaguardare i propri pro-fitti sulla pelle sia dei lavoratori italiani che stranieri. Questa campagna è favorita dall'apparizione sulla scena mondiale di un nuo-vo e particolare nemico, l'IS che, con le sue farneticazioni religiose ultra-reazionarie, con i suoi atti di crudeltà plateale contro i nemici, contro le opere d'arte, in una distruzione nichilista di città e paesi, con la sua capacità di se-minare il terrore quando e dove vuole in nome di un Califfato imperialista che rivendica anche uno Stato (come hanno già fatto i sionisti con Israele su basi di fanatismo religioso). Un nemico che serve a mobilitare un'opinione pubbli-ca in una guerra tra civiltà e di religione, mettendo tra i barbari i neri e gli a-rabi e in genere gli stranieri, permettendo ai vari governi di entrare in guerra e di prendere misure di emergenza che limitino le libertà individuali e aumen-tino gli strumenti repressivi e di controllo. Un processo di fascistizzazione de-gli Stati democratici borghesi. Creare un nemico e fare la guerra per difende-re gli interessi della democrazia occidentale, creare un grande caos dove tut-to è messo in gioco: le frontiere, le alleanze, le zone d'influenza dove ogni Stato aggressore possa guadagnarsi la spartizione del bottino. Un sistema sperimentato in Iraq, in Afghanistan, in Jugoslavia, in Libia, e in Siria, con l'abbattimento e lo smembramento degli Stati per consentire la formazione di nuovi assetti geopolitici adatti alla nuova situazione. Questo 25 Aprile deve essere l'occasione per i comunisti di denunciare la poli-tica guerrafondaia del governo Renzi, per intensificare la lotta contro il nostro capitalismo in prima fila nello schieramento imperialista. Da tempo il governo italiano si è candidato a guidare la guerra in Libia in accordo con gli Usa e con Stati europei singoli: Francia, Gran Bretagna, Germania, gli stessi che l’hanno demolita e che ora intervengono con il pretesto di colpire i terroristi e portare la “pace”. Il governo, attraverso il ministro della difesa Pinotti già dal novembre scorso ha autorizzato l'armamento dei droni killer con funzione strategica di first stri-ke (primo colpo) che partono da Sigonella per la Libia come già nel 2011. So-no gli stessi droni che, in seguito ad un accordo tra Italia e Stati Uniti, sono utilizzati anche per interventi in Niger, Mali e Somalia. E se non bastasse al Presidente del Consiglio sono stati affidati poteri speciali per la direzione di operazioni militari eseguite da servizi segreti e corpi speciali. L'Italia, quindi, è in guerra in barba al mai applicato art. 11 della Costituzione (a dimostrazione di quanto sia formale il suo richiamo). Un "prezzo" da pagare - che ricade sul proletariato e le masse popolari - per rimanere nei vertici che "contano", dei paesi dell'UE - nata come polo impe-rialista - che, a fianco degli Usa, si candida a dominare il mondo. Un "prezzo" da pagare per riprendersi i 40 miliardi di affari stipulati con Gheddafi, che le aziende italiane non hanno riscosso a causa della guerra del 2011, scatenata dalle potenze di Francia e Inghilterra. E per rifarsi con gli interessi, esercitano il diritto di supremazia in quella zona, con una certa nostalgia del vecchio co-lonialismo - quando in Libia, il governo liberale guidato da Giolitti, scatenò una repressione sanguinosa contro la popolazione civile e costruì campi di concentramento e di sterminio. Pensare che una Europa più democratica e unita, una fantomatica Europa dei popoli - difficile da immaginare in una attuale UE imperialista - dotata di eser-cito, di polizia e di servizi segreti possa diventare un fattore positivo, demo-cratico, di stabiltà e di sviluppo utili a mantenere un equilibrio di pace, signifi-ca legare le sorti del proletariato all'imperialismo, significa essere per la guer-ra e tradire il proletariato. V. I. Lenin riguardo a questo problema ha sottolineato quanto segue: «Non c'è idea più errata e nociva che quella di separare la politica estera dalla poli-tica interna. E proprio in tempo di guerra tale estremo errore appare ancor più grave». Lenin in molti dei suoi lavori ha precisato «che la classe operaia, se è cosciente, non può parteggiare per nessuno dei gruppi rapaci imperiali-sti». La chiarezza sulla differenza tra paesi aggrediti e paesi aggressori è stata un faro per il movimento proletario, sinceramente antimperialista e comunista. Ciò ha permesso di non cadere nelle trappole tese dagli imperialisti in Iraq, come in Jugoslavia, in Libia come Ucraina e in Siria oggi e portare avanti con coerenza la battaglia contro la guerra contro USA, NATO, UE. Come comunisti pensiamo che il migliore apporto alla lotta internazionale contro l'imperialismo sia la lotta nel proprio paese contro il proprio imperiali-smo e le sue alleanze. Per questo sosteniamo la parola d'ordine che il nemico è in casa nostra. Anche se non escludiamo, in determinate condizioni, l'inter-vento diretto nella Resistenza armata di popoli aggrediti, come è avvenuto in Spagna nel '36 con l'organizzazione e l'intervento delle Brigate Internazionali, senza dimenticare l'apporto internazionalista dei tanti partigiani provenienti da vari paesi e soprattutto dall'URSS, alla Resistenza in Italia. Lenin ha scritto che «La guerra imperialistica è la vigilia della rivoluzione so-cialista», ma questo non significa che noi, come comunisti, dobbiamo dare il benvenuto alla guerra imperialista né tantomeno parteciparvi a fianco della classe borghese del nostro paese.
redazione 8 marzo 2016
editoriale n. 1
IL CAPITALISMO È VORACE È necessario organizzarsi e coordinarsi per rompere l'egemonia delle illusioni riformiste. Rafforzare le lotte e rispondere alla dittatura del capitale fino alla sua distruzione Abbiamo finito l’anno parlando di guerra e ne abbiamo iniziato un altro con la guerra anco-ra al centro. La guerra domina la scena internazionale e si ripercuote sulle condizioni di tutte le popolazioni, in particolare di quelle direttamente interessate, costrette a fuggire e quindi causa principale degli spostamenti migratori. Il capitalismo per superare le crisi di sovrapproduzione ha bisogno distruggere forze pro-duttive infrastrutture e forza lavoro e la guerra è lo strumento della soluzione capitalista alle crisi economiche e finanziarie. Già con le guerre mondiali gli Stati Uniti, quando inter-venivano in ritardo in Europa cercando di prendersi anche il merito della vittoria, si arric-chivano con la vendita delle armi prima e la ricostruzione dopo. Modifica lo scenario mondiale ma gli Usa continuano ad esercitare il loro dominio, basato principalmente sulla supremazia militare per mantenere la propria influenza in ogni parte del mondo riattivando una nuova guerra fredda. Una guerra economica, alla Russia e alla Cina, guerre militari in Ukraina, in Siria, e una nuova guerra in Libia per occupare, con il pretesto dell’Is, zone strategicamente ed eco-nomicamente importanti e, al tempo stesso, rafforzare la presenza della NATO. Principale strumento di controllo e di comando anche per l'Unione Europea, la NATO opera a favore della Turchia fornendo la copertura internazionale alle sue mire egemoniche nella regione di occupare parte del territorio siriano. La Turchia di Erdogan - mentre commercia petrolio di contrabbando che gli fornisce l'IS - alla quale arriveranno per ora 3 miliardi dalla UE per i profughi è utilizzata per il passaggio di armi che Qatar e Arabia Saudita acquistano in Croazia e in Israele per l'addestramento CIA dei "ribelli", come si legge in una inchiesta sul New York Times, combatte chiunque ostacoli i piani di dominio dell'imperialismo, reprime comunisti e oppositori, usa le provocazioni fasciste, massacra i combattenti kurdi del PKK. Le alleanze dei paesi imperialisti si compongono e scompongono e le contraddizioni che ne scaturiscono tra loro derivano dallo scontro in atto per la supremazia, ma nella sporca guerra di Siria si consuma l'alleanza Usa, UE, Turchia, Israele, petromonarchie del Golfo. Ad altri Stati la gestione dell'intervento in Libia. La corsa delle potenze imperialiste per la conquista e il controllo dei mercati non ha limiti e porta i relativi governi a forme di politica interna sempre più autoritarie. Dietro la situazione di crescente aggressività c'è l'aggravamento della crisi del capitalismo, una crisi che abbiamo definito sistemica, di sovraproduzione, causa del rallentamento del-l'economia, le Borse che affossano, il prezzo del petrolio in caduta libera. Ciò che forse non è ben chiaro è che il rischio di guerra coinvolge direttamente l'Italia. I droni killer - l'autorizzazione ad armarli è arrivata alla ministra Pinotti a novembre - con funzione strategica di first strike (primo colpo) partono da Sigonella per la Libia come già nel 2011 e colpiscono non solo gli obiettivi militari ma anche civili. Droni dislocati in segui-to ad un accordo tra Italia e Stati Uniti e utilizzati anche per interventi in Niger, Mali, So-malia. Da tempo il governo italiano si è candidato per guidare la guerra in Libia in accordo con gli Usa e con Stati europei singoli Francia, Gran Bretagna, Germania, gli stessi che l’hanno demolita e che ora intervengono con il pretesto di colpire i terroristi e portare la “pace”. L'intensificazione dei voli dall'hub di Pisa dimostra che l’operazione a guida italiana è già iniziata con il trasporto delle armi; paracadutisti e carabinieri sono già presenti, e si preve-dono truppe di terra (dai mille ai tremila soldati), coinvolgendo l’Italia in una nuova guerra e non in missioni umanitarie o interventi di normalizzazione (come quella dei Balcani?). Sono bugie le motivazioni ufficiali di Pinotti e Gentiloni che la scelta di usare i droni la de-cidono volta per volta. L'Italia, quindi, è in guerra per le sue scelte disastrose e la nostalgia del vecchio coloniali-smo - quando in Libia scatenò una repressione sanguinosa contro la popolazione civile e costruì campi di concentramento - e lo è by passando lo stesso Parlamento e calpestando, come gia in passato, l'art. 11 della Costituzione a dimostrazione di quanto sia formale il suo richiamo. Non ci stupirebbe se anche la morte dei tecnici italiani rapiti venisse utilizza-ta come copertura della scelta dell'avventura bellica. Il governo Renzi, vero e proprio comitato d'affari di capitalisti e banche, con la complicità dei mezzi di informazione snocciola dati contradditori e lancia campagne di pura propa-ganda mentre spende centinaia di milioni per i lavori delle basi aeree statunitensi di Fog-gia, Taranto, Ghedi, 13 miliardi per dotarsi degli F35, paga 70 milioni al giorno per appar-tenere alla Nato, aumenta la spesa corrente mentre taglia su servizi, in particolare sulla sanità pubblica, pensioni, scuola ecc. Per mandare contingenti a difesa della diga in Iraq i cui lavori sono stati assegnati ad una ditta italiana. Ogni giorno ne inventa una nuova per cancellare ogni conquista dei lavoratori: Jobs act, riforme istituzionali, privatizzazioni selvagge. Con colpi di mano come la revisione infernale del meccanismo ISEE fa diventare tutti benestanti e costringe migliaia di studenti a lascia-re le città universitarie e rinunciare agli studi; i disoccupati - che aumentano a ritmo conti-nuo - vengono cancellati dai nuovi conteggi ISTAT, anche loro diventano benestanti con la nuova ISEE e non riescono ad ottenere esenzioni neppure per importanti e indispensabili medicine. Quello che non fanno lo annunciano, per mettere una prima ipoteca, e poi poter interveni-re pesantemente come è accaduto per le pensioni di reversibilità. Il diritto acquisito dai versamenti che devono passare al coniuge diventa un'ulteriore penalizzazione per le donne rimaste vedove dopo una vita da casalinga, magari rinunciando al lavoro per dedicarsi alla cura della famiglia e dei vecchi sostituendosi alle carenze dello Stato. Ultimo in ordine di tempo (almeno al momento in cui scriviamo) è l'esproprio della casa ai morosi con mutuo, ovviamente a favore delle banche! Da parte loro i padroni a partire da Marchionne della Fca (ex Fiat) possono cambiare stra-tegia: posticipare il lancio di nuovi modelli, cancellare l'obiettivo di produrre 7 milioni di au-to nel 2018 ecc. così lavoratori di Mirafiori, Grugliasco, Cassino, Pomigliano, Modena - illusi dalle promesse Renzi-Marchionne e dall'approvazione di Fiom Cgil - continueranno a rima-nere senza occupazione mentre diminuiscono gli ammortizzatori sociali con la nuova NA-SPI. E si sentono sicuri dall'introduzione dei nuovi contratti a "tutele crescenti" che cancel-lano l'art. 18 per poter lanciare una pesante repressione sui luoghi di lavoro per cancellare tutte le avanguardie sindacali e di lotta operaia che non si allineano. Il capitalismo è vorace ma non ha soluzione, aumenterà la sua violenza contro la classe operaia e le masse popolari, può trascinarci in guerra per ottenere il massimo profitto se non riusciremo a sviluppare le capacità e l'organizzazione per affermare i nostri interessi di classe. Per questo è necessario organizzarsi e coordinarsi per rompere l'egemonia delle il-lusioni riformiste sulla possibilità di migliorare o trasformare il capitalismo e per rafforzare le lotte e rispondere alla dittatura del capitale fino alla sua distruzione.
29 febbraio 2016 redazione
ABBONAMENTI
il braccio di ferro con PT non è ancora finito, ma intanto abbiamo un nuovo conto: nuova unità firenze 001031575507 grazie per il vostro sostegno
20 dicembre 2015 redazione
editoriale n. 6
ALL’OSCURO DEI PERICOLI DI GUERRA Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale... (Antonio Gramsci) Ci sono notizie che non sono ritenute tali dai massmedia come le aggressioni fasciste a Torino, Roma, Napoli verso gli studenti e di natura sessista nei confronti di studentesse e le gravi aggressioni contro delegati Rsu a Brescia. O come le morti sul lavoro soprattutto se si tratta di operai impiegati nelle ditte d’appalto all’Ilva di Taranto o nelle cave delle Apuane avvenute in novembre. I massmedia sono il megafono dei padroni, del potere, dei partiti borghesi. Ci martellano solo con le “informazioni” - l'expo di Milano è un esempio clamoroso - che fanno l’interesse del governo e che ingannano l’opinione pubblica per condizionarne le scelte. Come potrebbero il Presidente del Consiglio e i ministri far passare le loro porcate contro i lavoratori se non avessero un ampio spazio mediatico? Ad esempio l’ultima trovata del ministro del Lavoro Poletti che si chiede se l’orario di lavoro sia ancora utile ha avuto bisogno di una “verifica” pubblica sul lancio della trasformazione dei contratti di lavoro nazionali che vincolino la retribuzione ai risultati e non al tempo. Niente di nuovo, esisteva già quando si chiamava cottimo. Forte della collaborazione dei sindacati confederali che riassumono il compito di far digerire ogni “riforma”: jobs act, accordo sulla rappresentanza, taglio di stipendi, aumento produttività ecc. il Pd, con tutti i suoi discorsi sul futuro, riporta il lavoro indietro di un secolo. Renzi occupa tutto lo spazio televisivo possibile per far apparire un Paese che non c’è e poi si lamenta che la sua Leopolda n. 6 è stata annebbiata dai risparmiatori truffati mentre ad essere oscurati sono stati i sindacati di base, i movimenti sociali, i comunisti che a Firenze hanno manifestato contro la sua politica e le scelte del suo governo, così come i familiari delle vittime di Viareggio che stanno lottando per impedire che il processo nel quale è coinvolto l’uomo del Pd, Moretti - promosso a capo di Finmeccanica dopo la strage - vada in prescrizione. Quanto l'informazione sia superficiale, strumentale e al servizio del potere la verifichiamo anche in determinati momenti come l’arrivo degli immigrati o la strage in Francia. Per l‘attacco a Parigi quotidiani e reti nazionali hanno fatto un battage diretto al cuore dell’opinione pubblica, lo stesso non è successo per altri attentati, ad Ankara, a Beirut, a Suruc, all’aereo russo in Egitto ecc. La Francia era alla vigilia delle elezioni, l’avvenimento doveva essere sfruttato politicamente. Al Governo francese non era sufficiente il pugno contro l’entrata degli immigrati, doveva mostrare i muscoli sia nella sporca guerra in Siria, sia sul piano interno. Sul piano interno ha prodotto un clima di stato d’assedio, scatenato la caccia all’islamico e un notevole consenso elettorale alla Le Pen. Ma Hollande doveva bombardare la Siria oltre gli attacchi sporadici. Evidentemente non ha funzionato la strategia messa in piedi dal 2011 mandando agenti speciali del Dsge, il controspionaggio dei servizi segreti francesi, nel nord Libano e in Turchia per istruire e organizzare contingenti armati dell’al Gays as Suri al Hur, cioè l’esercito siriano libero (Esl) per scatenare una vera e propria guerra civile. Se prima il nemico era Al Qaeda ora è l’IS, tutte creature alimentate e sostenute dalle potenze imperialiste. La strategia non è nuova: puntando sull’emotività creata ad arte per la caduta delle torri gemelle la Cia, che aveva reclutato 4mila mujahiddin per ottenere la caduta dell’Urss in Afghanistan, ha iniziato la caccia a Bin Laden scatenando una guerra (oviamente con la partecipazione dell’Italia). Lo ha confessato recentemente persino Hillary Clinton. La guerra è la soluzione alle crisi economiche dell’imperialismo e il complesso militare-industriale è sempre più produttivo. Si spendono miliardi per aumentare gli armamenti – compresi quelli nucleare - per colpire intere popolazioni – creando masse di disperati - e cambiare i governi non graditi all’imperialismo Usa e Ue e poter disporre delle ricchezze dei loro paesi. E la guerra deve essere accettata da chi non la subisce direttamente, con i pretesti umanitari, con la paura dell’immigrato, con misure repressive, con la revisione delle Costituzioni (non solo in Italia) in nome della sicurezza. Francia e Gran Bretagna sono la punta di diamante dell’interventismo Nato verso Siria-Iran in aiuto alle petromonarchie del Golfo, all’Italia sono stati assegnati i bombardamenti sull’Iraq (a 25 anni dai primi) e un eventuale intervento in Libia. L’Italia, inoltre prosegue la sua difesa dei mercanti privati mettendo a disposizione il proprio esercito. Si pagano i militari per difendere le petroliere - come nel caso dei marò fatti passare per vittime – e ora si inviano 450 militari in Iraq per proteggere la riparazione di una megadiga da parte di un’impresa privata. Quando non serve più mantenere viva la tensione utile alla creazione del consenso popolare calano assordanti silenzi. Ucraina, Palestina, Grecia, Kurdistan. Oblio sullo Yemen, bombardato da mesi, proprio da bombe e armi francesi, inglesi, tedesche e, naturalmente, italiane. L’Arabia Saudita, col suo regime medievale, alleato principale della Nato nella regione e amica del governo Renzi (grande amico anche dei governanti sionisti di Israele), così ha deciso. Chi non ricorre alla controinformazione sulla situazione internazionale che cosa ne sa di tutte le guerre scatenate in ogni parte del mondo e delle vere cause? Cosa ne sa del ruolo della Nato, che l’Italia paga 70 milioni di euro al giorno per l'appartenenza? La massiccia (40mila soldati) e dispendiosa esercitazione NATO di un mese fa (ne abbiamo scritto sul numero scorso), una prova generale di guerra, che ha coinvolto i territori italiani, è stata ignorata dalle reti nazionali. Viviamo, quindi, su una polveriera, in un periodo pericoloso saturo di guerre che i governanti - con la complicità della “grande informazione” - ci tengono nascosto, manipolano o deformano. E tutto in chiave anticomunista. È sempre più urgente denunciare il ruolo delle forze socialdemocratiche e del PD schierate con l’imperialismo. È sempre valida la denuncia di Lenin quando invitava il proletariato a decidere da che parte stare. Essere partigiani e non abulici, non indifferenti, evitare di farsi confondere, non abboccare alle fandonie raccontate da chi sta al potere e studiare (anche se è molto faticoso) ed essere curiosi su tutto perché la conoscenza permette di capire il mondo di cui siamo parte, la vita, i rapporti con gli altri, di essere liberi. E organizzarsi per affermare la propria ideologia di classe dimostrando che può esistere un sistema sociale che rappresenta effettivamente gli interessi dei lavoratori.
6 novembre 2015 redazione
editoriale n.5
RAFFORZIAMO LA LOTTA Il governo stravolge la Costituzione per affermare un sistema autoritario che garantisca la "stabilità" necessaria al capitalismo e all'imperialismo La borghesia, pur di raggiungere i suoi scopi, calpesta le stesse regole che si è data, compresa la sua concezione di democrazia. Vediamo la situazione di Roma. Il sindaco Marino è stato scacciato da un complotto del "rottamatore", dopo aver vinto le primarie del Pd ed essere stato eletto dai cittadini. Con il rischio che la città torni nelle mani della destra che, con la giunta del manganellatore Alemanno, più che amministrare Roma ha sistemato amici e amici degli amici e parenti, come dimostra la stessa inchiesta su Roma capitale. Chi ha sostituito Marino? Un Prefetto e un Commissario che hanno guadagnato il posto garantendo la realizzazione del fierone di Milano chiamato Expo. Il commissario Francesco Paolo Tronca aveva già le valigie pronte, è partito subito dopo la chiusura di Expo e ha indossato subito la fascia tricolore per correre all'altare della Patria, alle fosse Ardeatine, al Tempio maggiore della Comunità ebraica (par condicio!), a Porta San Paolo, al Verano dove ha incontrato il Papa. "Sono veramente orgoglioso di poter prestare il mio servizio e la mia responsabilità per la capitale della Nazione", ha dichiarato, pensando al primo, fondamentale impegno: il giubileo! Nel giro di un mese, infatti, dovrà gestire i 300milioni che il governo mette a disposizione per l'iniziativa del Vaticano. E' vero che i rappresentanti dei partiti sono sempre più incapaci di governare persino una bocciofila, ma incaricare uomini "tecnici" che si comportano da podestà (figura introdotta dal fascismo quando furono soppresse tutte le funzioni svolte da sindaco, giunta e consiglio comunale), scavalcando la stessa democrazia borghese, vuol dire inculcare nell'opinione pubblica il concetto dell'uomo forte e risolutore, significa far passare la concezione autoritaria. E a farlo è un partito che ancora si definisce di sinistra e democratico, ma che si trova sulla stessa lunghezza d'onda di Forza Italia, Lega nord, Fratelli d'Italia. La trasformazione in senso autoritario dello Stato non si limita a Roma. La riscrittura di 49 articoli della Costituzione è un progetto eversivo che viene da lontano, dal "Piano di rinascita democratica" della loggia P2 - alla quale apparteneva anche Berlusconi - che vuole eliminare i principi costituzionali, quelli della Resistenza: lavoro, uguaglianza sociale, pace. Il governo Renzi (sotto la regia di Napolitano) è riuscito ad imporre la cancellazione del Senato. Per conquistarsi il consenso deve trovare una giustificazione che stia nelle corde della popolazione, cioè la diminuzione dei parlamentari. In realtà il Senato - che non sarà più eletto - viene composto da 100 sindaci e consiglieri regionali - che, nel caso avessero bisogno - potranno godere dell'immunità parlamentare. Questa "riforma", chiaramente liberticida, apprezzata da Confindustria e dai poteri economici del paese sottrae il governo dal controllo parlamentare che il bicameralismo avrebbe dovuto garantire. E, sempre sotto le mentite spoglie della democrazia, la tendenza è verso la Repubblica presidenziale per un governo e uno Stato forti, cioè reazionaria. La sostituzione dell'art. 67 della Costituzione da "Ogni membro del parlamento rappresenta la nazione" a "I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato" e l'art. 12 del disegno di legge Boschi che trasforma l'art. 72 introducono il potere del governo sul Parlamento ed è chiaro il riferimento al 1925 che ha determinato la nascita del fascismo quando era stato stabilito che l'odg della Camera fosse stabilito dal capo del governo, ovvero tutto il potere era in mano del capo di governo, l'allora duce. Qualcuno potrebbe obiettare: La Costituzione era nata da un compromesso post Resistenza, non siamo elettoralisti, siamo convinti che il sistema capitalista si abbatte e non si cambia, che ci importa? Ci importa perché tutti i cambiamenti in atto sono un attacco al proletariato e alle masse popolari. Capitalismo e imperialismo non gradiscono le idee antifasciste e socialiste dell'Italia del dopoguerra (e che ci sono costate le stragi di Stato) che ancora vivono nonostante la frantumazione e la disorganizzazione dei comunisti. Sono idee che, se diventassero lotta di classe, costituirebbero un pericolo, un ostacolo ai programmi di supersfruttamento utile al raggiungimento del massimo profitto, ai piani di riarmo, di guerra. Oggi Renzi, come qualsiasi altro governo borghese, garantisce l'affermazione del capitale. Jobs act, accordo sulla rappresentanza, attacco al diritto di sciopero, tagli sulla salute, necessitano di "riforme" costituzionali e istituzionali, autoritarismo e repressione per impedire al movimento operaio di ribellarsi allo sfruttamento e alle condizioni di schiavitù in cui si trova. Ma non basta. Il capitalismo per uscire dalla crisi ha un'altra opzione, quella della guerra. Le recenti e massicce esercitazioni che hanno coinvolto anche l'Italia sotto la direzione Nato, un'alleanza militare e sempre più aggressiva per la quale l'Italia paga 70 milioni al giorno, dimostrano le mire dell'imperialismo con a capo quello Usa verso sempre nuove guerre. Che per ora sembrano non toccarci, ma che non sono così lontane! L'art. 11 della Costituzione è ampiamente tradito con le missioni all'estero che non sono umanitarie e con il continuo riarmo. Sul nostro territorio sono collocate 120 basi Usa e Nato sempre pronte per essere utilizzate contro altri popoli, com'è già successo nel recente passato. Diventano di fondamentale importanza le lotte contro il nemico interno come contro quello mondiale. Organizziamoci per affrontarle.
9 settembre 2015 redazione
editoriale n. 4
SANITÀ, SI GRATTA ANCORA DAL FONDO DEL BARILE Diritto alla salute addio! Come dire: morite prima così risparmiamo anche sulle pensioni, e possiamo potenziare le spese militari per la guerra Nella calura estiva una vera e propria mazzata si è abbattuta sulla sanità pubblica. Il Governo deve far quadrare i conti come richiede l'UE e le spese sanitarie sono tra i primi tagli della spending review. Non tagli agli sprechi o razionalizzazione delle ri-sorse, ma tagli lineari che colpiscono la salute. Il capolavoro del deputato Pd Gu-tgeld, fedele renziano, è una voragine di 10 miliardi che si aggiunge a quella degli ul-timi anni e che attacca la prescrizione degli esami. Basta con analisi, tac e risonanze magnetiche, visite specialistiche, stop a quasi 200 prestazioni specialistiche e a oltre cento tipologie di ricoveri ritenuti uno spreco mi-liardario. Strutture sanitarie e medici avranno un limite di prescrizione oltre al quale non potranno andare, vale a dire che i pazienti saranno privati di diagnosi accurate se non a proprie spese, come se già non bastasse il pagamento dei ticket. Introdotti con la giustificazione del ripiano del deficit della spesa sanitaria accumulato in segui-to a gestioni clientelari, di corruzione, di tangenti, ruberie varie ecc. Un balzello per la spesa sanitaria che si paga già attraverso il prelievo fiscale generale, l'Irpef e le as-sicurazioni auto. Il Sistema sanitario nazionale, nato nel 1978 forte di una mobilitazione che si richia-mava all'art. 31 della Costituzione, è un vago ricordo. Dal 1992 con De Lorenzo, allo-ra ministro della sanità, ad oggi una serie di controriforme, la riforma del titolo V, le politiche della Commissione europea, hanno cambiato completamente i principi i-spiratori e la sanità è diventata un'azienda che deve produrre profitto. Anche con il governo Prodi e Rosi Bindi ministro, nel 1999, si è confermata l'aziendalizzazione e la regionalizzazione, inoltre sono stati introdotti i LEA, i livelli essenziali di assistenza. L'attuale attacco durissimo alla sanità, con differenze tra Regione e Regione per via del Patto Stato-Regioni, mette a serio rischio il diritto alla salute. La riduzione di per-sonale – sottoposto a turni e orari massacranti per contratti firmati da quei sindacati che dovrebbero difendere i lavoratori - mette in pericolo la salute stessa dei dipen-denti e abbassa il livello di qualità del servizio. E a sopperire vuoti e posti vacanti so-no chiamati a lavorare, gratis, i volontari (speranzosi in una futura assunzione), per-ché l’Italia per numero di infermieri è sotto la media OCSE: 6,4 per mille abitanti contro media Ocse a 8,8 mancano quindi 60 mila infermieri. Cosa sta accadendo nella sanità pubblica? Depotenziamento, ridimensionamento e declassamento di interi ospedali obbligano pazienti e parenti a scomodi e costosi spostamenti. Per evitare lunghe liste d'attesa si dirigono i pazienti verso il cosiddetto volontariato, cioè verso il terzo settore che alle Regioni costa più del servizio interno, si riducono i posti letto (la media Ocse è 4,8 per mille abitanti mentre in Italia è a 3,4 mille e 12 anni fa era a 4,7), si limitano i giorni di degenza, si è introdotta l'intra-moenia - il sistema che permette agli specialisti l'uso privato della struttura pubblica a pagamento -. Si chiudono i reparti maternità là dove si registrano meno di 1000 parti all’anno costringendo le donne - stressate dal travaglio - a lunghi percorsi su strade spesso dissestate, impervie, piene di curve e l'uso dell'elicottero dalle isole, tempo permettendo. Con l'imposizione del DRG (diagnostic related group), una sor-ta di prezzario delle prestazioni in uso negli Stati Uniti ai pazienti non è garantita la necessaria assistenza e vengono dismessi non completamente guariti. E mentre si eliminano i presidi di quartiere e gli ospedali, se ne costruiscono altri con il sistema economico del project financing per assicurare ulteriori profitti e specula-zioni finanziarie ai privati e per loro la sanità diventa un vero e proprio affare. Lo scopo del Governo nazionale e regionale tra chiacchiere e slogan smentite dalla realtà è chiaro: smantellare il servizio pubblico sanitario - che è un diritto costituzio-nale - per orientarlo verso la totale liberalizzazione e privatizzazione, con grande vantaggio dei pazienti ricchi, delle cliniche private, delle compagnie assicurative (U-nipol sta spopolando), del terzo settore cosiddetto volontariato. In piena sintonia con quanto richiesto dall'imperialismo Usa attraverso il TTIP, il trattato che l'UE sta firmando, e con il Tisa, “Trade in services agreement", altro accordo che l'Italia sta negoziando su pressione di grandi lobby e multinazionali attraverso la Commissione europea e che riguarda la privatizzazione di tutti i servizi fondamentali ancora oggi pubblici (istruzione, trasporti) compresa la sanità. Sebbene in Italia ci siano 10 milioni di cittadini che rinunciano alle cure mediche per le loro cattive condizioni economiche e altri milioni si sacrificano per pagare i ticket, si ha la percezione che l'antipopolare attacco al diritto alla salute e il futuro "ameri-canizzato" che ci aspetta, non sia recepito dai cittadini. Forse la comunicazione del Governo, seppure parziale e non veritiera è così convincente? La salute non è un tema che interessa parlamentari e politicanti che sanno bene come stanno le cose, ma hanno l'interesse di procedere verso una società sempre più elitaria eliminando il welfare. Liberalizzazione e privatizzazione sono termini cari anche alle forze di destra che difendono i servizi pubblici, ma solo a parole e stru-mentalmente. Tutti sanno che la spesa militare continua ad aumentare, sanno che l'Italia spende 70 milioni al giorno per la "difesa", che il governo Renzi (scavalcando il Parlamento) si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e fornire a Kabul un aiuto economico di 4 miliardi di dollari annui. Si è impegnato a sostenere lo speciale fondo al governo di Kiev, candidato a entrare nella Nato ed allargare ulteriormente l’Alleanza atlantica ad est. Sanno quanto costa mantenere lo staff dei quartieri gene-rali attraverso i ministeri degli esteri per coprire i costi operativi e di mantenimento della strut¬tura mili¬tare inter¬na¬zio¬nale (circa il 9% per "ope¬ra¬zioni e mis¬sioni a guida Nato"). E quanto si spende per le Basi Usa e Nato sul nostro territorio? E per le eser-citazioni militari? È di questi mesi una delle più grandi esercitazioni Nato la TJ15 che vede impegnate soprattutto in Italia, Spagna e Portogallo oltre 230 unità terrestri, aeree e navali e forze per le operazioni speciali di oltre 30 paesi alleati (36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei da guerra). Tutti impegni che non solo inquinano, non solo trascinano l’Italia in nuove guerre, ma sottraggono enormi risorse alla spesa sanitaria, alle pensioni, all'occupazione e alla solidarietà verso gli immigrati. Tutti tacciono sullo spreco di denaro e sulle grandi spese (comprese quelle per go-verno e parlamentari) e accettano i tagli della sanità. Quindi per tornare all'argomento iniziale non ci sono scorciatoie. La lotta e l'organiz-zazione, anche su argomenti parziali come il rifiuto della speculazione sulla salute, su quel diritto che è la condizione di benessere psico fisico come il diritto a rimanere sani con la garanzia della prevenzione, oltre che dal non essere avvelenati dall'inqui-namento generale, compreso quello delle manovre militari e della guerra, sono fon-damentali. Senza dimenticare che il problema di tutti i nostri mali si chiama capitali-smo, il sistema basato sulla ricerca del massimo profitto, che calpesta pure la salute. Ed è questo sistema che va abbattuto per costruirne uno che abbia al centro i lavo-ratori, le masse popolari e le loro esigenze.
30 luglio 2015 redazione
Con la Resistenza palestinese
PFLP: "Dichiarazione di guerra" agli insediamenti in seguito all'assassinio del bambino palestinese bruciato vivo Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha denunciato l'orribile crimine commesso dai coloni, che hanno bruciato case palestinesi a Duma, vicino a Nablus e hanno ucciso il piccolo Ali Saad Dawabsheh, 1 1/2 anni, e ferito gravemente la madre, il padre e il fratello. Il governo Netanyahu, composto da terroristi e assassini ha la responsabilità di questo crimine di crudeltà indicibile, che richiede a tutti noi di intensificare la resistenza e dichiarare guerra ai coloni e alle loro colonie. Tali crimini efferati contro i bambini sono parte integrante del continuo terrore sionista contro il nostro popolo, che non ferma da più di 67 anni, e i massacri sono parte della strategia dei coloni sionisti nella loro guerra contro il popolo palestinese e riflettono la natura dello Stato sionista in Palestina. Il Fronte ha esortato le masse palestinesi ad esprimere la loro rabbia e rispondere a questo crimine a tutti i livelli, intensificando la resistenza nell'affrontare l'occupazione e i coloni, attraverso lo scontro e l'organizzazione collettivi, e la formazione di comitati popolari nei villaggi, campi profughi e città in la Cisgiordania per affrontare i coloni ed i loro crimini, sottolineando che è chiaro che l'apparato di sicurezza dell'Autorità palestinese ha completamente fallito nel proteggere il nostro popolo dai coloni e dalla loro violenza costante. Il Fronte ha anche chiesto che i funzionari palestinesi dichiarino lo stato di emergenza e adottino misure urgenti per rispondere a questo brutale omicidio e ai crescenti crimini contro il nostro popolo e ha ribadito la sua richiesta che l'Autorità palestinese termini il coordinamento di sicurezza con l'occupazione, in particolare ora, dopo che sono stati presi di mira e bruciati dei bambini e vada alla comunità internazionale per delegittimare lo stato di occupazione e perseguire i capi militari, politici e dei coloni sionisti presso tribunali internazionali per i loro crimini contro il nostro popolo. Il Fronte ha sottolineato che l'escalation di crimini sionisti contro il nostro popolo richiede reale unità di azione palestinese a tutti i livelli che consideri l'interesse collettivo palestinese la massima priorità. Il PFLP ha inoltre invitato tutte le forze progressiste nel mondo, i movimenti sociali e gli Stati a sostenere il popolo palestinese, denunciando i crimini dell'occupante contro il popolo palestinese, e promuovendo ed espandendo il boicottaggio globale e l'isolamento degli occupanti a tutti i livelli e in tutti i forum.
13 luglio 2015 redazione
Grecia e refendum
A che cosa servono i referendum? I greci che hanno votato OXI al referendum, per rigettare le misure antioperaie e antipopolari di UE, FMI , BCE si ritrovano a pochi giorni con un accordo capestro, il peggiore, che impone alla Grecia un piano di privatizzazioni, garantito dal pignoramento dei beni , svendite, aumento dell’Iva e aggravamento delle condizioni di lavoro e dei pensionati, sacrifici, in sostanza, peggiori dei precedenti. Una resa incondizionata, da parte dello stesso Tsipras che aveva indetto il referendum. La ricetta della UE, in cambio di 80 miliardi che non andranno certo ai lavoratori, ai pensionati e ai disoccupati greci, ma alle banche e ai capitalisti greci ed europei. Syriza capeggiata da Tsipras dopo aver consegnato il ministero della difesa all’estrema destra (Anel) e confermata la fedeltà alla Nato, ha basato la sua campagna elettorale contro L'Europa della Merkel per un'altra Europa ed ha scaricato la responsabilità della scelta del No sull’elettorato accettando poi il peggio del peggio, probabilmente per arrivare ad un rimpasto di governo verso uno di “unità nazionale” più sicuro e affidabile per gli interessi dell’imperialismo europeo e di riequilibrio nei confronti dell'amministrazione USA. Questa è l'unica europa possibile nel quadro di un sistema capitalista e imperialista. Come dimostra il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier - che solo qualche mese fa ha regalato milioni di euro al governo ucraino, cioè ai filonazisti di Pravi Sektor per sostenere la sua "lotta per la libertà e per la democrazia” - è fra i più accesi detrattori del governo greco e non ha esitato a insultarlo pubblicamente accusando i greci di parassitismo ai danni dei contribuenti tedeschi e europei, come fanno i nostri governanti e no, usando solo linguaggi più ecumenici e ipocriti. Come Renzi, che si presenta come sinistra, ma con una politica di destra. Pronto ad andare a scodinzolare dalla Merkel per fare vedere come sia bravo a far passare le controriforme dettate dalla UE prima che questa prendesse provvedimenti. Per tentare di ottenere briciole e dilazioni in cambio di controriforme utili ai padroni italiani e stranieri e al suo stare al potere, senza elezioni, come garante insieme a Padoan dei dettami di un’Europa capitalista e imperialista. Tutti coloro (Carc, Rossa, Rete dei comunisti, Piattaforma comunista, fino al M5S) che hanno parteggiato per il NO e per il referendum come la più alta espressione di democrazia, dimenticando gli esiti infausti di questi istituto nel nostro paese o la totale inconsistenza di vittorie come quella sui beni comuni (acqua ecc.) non supportati da un costante e progressivo movimento organizzato di lotta anticapitalista, dopo aver partecipato anche con la presenza di delegazioni ad Atene, come se la campagna fosse la loro e inneggiato alla vittoria ottenuta, si stanno arrampicando sugli specchi per nascondere la loro partecipazione alla capitolazione di Tsipras. Hanno dato credito a posizioni social-democratiche e di conciliazione tra le classi pur di non condividere o nascondendo la posizione dei comunisti greci organizzati nel KKE e nel suo sindacato il PAME. Non una seria autocritica, che dovrebbe vedere in organizzazioni con una base e non piccoli gruppi auto referenziali dove si può dire tutto e il contrario tutto, almeno sostituire i responsabili per aver preso un abbaglio così grande. Non basta il repentino cambio di posizione, prendendo ora le distanze, tipica di chi non ha coerenza di analisi di classe e comunista. Noi comunisti non ci facciamo trascinare dalle sensazioni né dalle tifoserie. Abbiamo, da subito, concordato e appoggiato la posizione del KKE e del Pame e messo al centro della nostra analisi la conoscenza dei fatti e, soprattutto, il senso di classe degli avvenimenti. Non c’è una Europa cattiva e una buona, non si può riformare questa Europa. Il referendum non è una forma di democrazia, non è l’inizio di una rottura che porta al cambiamento. Democrazia è il potere nelle mani della classe operaia e dei lavoratori che abbattono lo Stato borghese. Ai comunisti greci – con i quali solidarizziamo per l’oggettiva difficoltà in cui si trovano – non resta che continuare a lottare con i propri obiettivi: contro la proposta del Governo, l’Ue, il FMI, la BCE, la Nato, nella prospettiva rivoluzionaria dell’abbattimento del sistema capitalista e la sua sostituzione con il socialismo.
1 luglio 2015 redazione
GRECIA: né austerità né referendum
La "crisi" della Grecia sta dimostrando ulteriormente il falimento del capitalismo. Con la costruzione di questa Europa imperialista degli Stati borghesi, delle banche, dei monopoli è stata imposta sulla classe lavoratrice e le masse popolari europee una politica di austerità strangolante. Infatti tutto gira intorno ai soldi. Gli Stati hanno costituito e approvato trattati, da quello di Maastricht in poi mentre tutti i partiti si sono lanciati nella corsa di un europarlamento, un carrozzone, che costa miliardi ogni mese e che si mantiene sul sacrificio delle popolazioni europee. Syriza in campagna elettorale ha promesso mari e monti e il giorno dopo ha accettato le condizioni del potere europeo con la sola variante dei rinvii. Ora indice un referendum per non prendere posizione e scaricare la responsabilità sulla popolazione già stremata dai sacrifici. Referendum appoggiato dalla stupidità dei politici italiani, Grillo in testa, preso come esempio di democrazia mentre in realtà si tratta di chiamare il popolo greco a decidere se morire tramite impiccagione o tramite fucilazione. Una bella democrazia! La Germania continua a fare la parte del padrone e Renzi corre a Berlino a scodinzolare di fronte alla Merkel che vuole eliminare Tsipras per avere un governo più allineato, come quello italiano. Anche gli Usa sono interessati al salvataggio della Grecia, ma solo per difendere i propri interessi strategici e militari delle basi USA e Nato e in funzione anti Russia. Tutte le giustificazioni adottate per convincere l'opinione pubblica sulla necessità dell'Europa e la richiesta agli Stati di accellerare le riforme per la crescita sono un inganno per garantire i poteri forti. redazione di “nuova unità” Pubblichiamo il comunicato del Pame e la posizione del KKE NO AL MEMORANDUM DELLA TROIKA NO AL MEMORANDUM DI SYRIZA Il Governo di coalizione del partito socialdemocratico Syriza e dell’estrema destra ANEL ha approvato la scorsa notte in Parlamento il ricorso al referendum per il 5 di Luglio. Tale risoluzione è stata votata in Parlamento con 178 voti favorevoli da tre partiti, Syriza, ANEL e il partito neofascista Alba Dorata. Con questo referendum la coalizione Syriza – Anel intende trasferire le sue grandi responsabilità al popolo Greco. Allo stesso tempo cerca di ingannare i lavoratori con molte bugie, per questo la domanda posta nel referendum è falsa. Il Governo Greco ha rifiutato di inserire nel referendum la domanda sul Memorandum proposto dal Governo stesso che include un programma antipopolare da 8 miliardi di euro sottoscritto dallo stesso primo ministro Tsipras e presentato alla Troika. Pertanto la domanda del referendum chiederà ai Greci soltanto se approvino o meno il Memorandum proposto dalla Troika che in realtà ha poche differenze dalla proposta del Governo. Oggi il Presidente della Repubblica, Prokopis Paulopulos darà il suo consenso alla legge che indice il Referendum. E’ importante ricordare che il Presidente della Repubblica, che è eletto dal Parlamento, fu scelto da Syriza e votato da Syriza, ANEL e i neo conservatori di NUOVA DEMOCRAZIA. L’attuale Presidente della Repubblica è stato membro in passato del Parlamento per 16 anni e per 7 anni come Ministro nel governo di Nuova Democrazia. Nel periodo 2004 – 2009 è stato Ministro degli Interni e Capo dei Servizi Segreti Greci. La classe operaia del nostro Paese deve denunciare con il voto del 5 luglio sia il Memorandum della Troika sia quello del Governo. Denunciare l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea ed esigere la rottura con questi meccanismi imperialisti. Il movimento sindacale di classe deve utilizzare questi cinque giorni per informare tutti gli strati popolari. Il Governo ha chiamato al Referendum in così pochi giorni proprio per impedire una discussione sostanziale. Allo stesso tempo noi chiamiamo i lavoratori a denunciare tutte le forze politiche che accettano l’Unione Europea come unica opzione e che hanno gravi responsabilità per la situazione attuale del nostro popolo. Atene, 28 giugno 2015 (COMUNICATO DEL PAME – sindacato di area comunista) La posizione del Partito Comunista di Grecia (KKE) 29/07/2015 Com'è ben noto, il governo del partito di "sinistra" e fondamentalmente socialdemocratico SYRIZA e del partito nazionalista di destra ANEL, nel tentativo di gestire il totale fallimento dei propri impegni pre-elettorali, ha annunciato un referendum per il 5 luglio 2015 il cui unico quesito sarà se i cittadini sono favorevoli o meno all'accordo proposto, che è stato preparato da UE, FMI e BCE e riguarda la continuazione delle misure antipopolari per l'uscita dalla crisi capitalistica, con la permanenza della Grecia all'interno dell'euro. Gli esponenti del governo di coalizione invitano il popolo a dire "no" e chiariscono che questo "no" nel referendum verrà interpretato dal governo greco come un'approvazione nei confronti della sua proposta di accordo con UE, FMI e BCE, anch'essa contenente, in 47+8 pagine, barbare misure antioperaie e antipopolari finalizzate ad aumentare la redditività del capitale, la "crescita" capitalistica e la permanenza del paese nell'euro. Come lo stesso Governo SYRIZA-ANEL ammette, continuando a glorificare l'UE come "la nostra comune casa europea", il "successo europeo", questa proposta è per il 90% identica a quella di UE, FMI e BCE e ha davvero poco a che fare con ciò che SYRIZA aveva promesso prima delle elezioni. I fascisti di Alba Dorata, insieme ai partiti della coalizione di governo (SYRIZA-ANEL), si sono espressi a favore del "no" e hanno anche apertamente appoggiato il ritorno alla moneta nazionale. Dall'altro lato, il partito d'opposizione di destra ND, il partito socialdemocratico PASOK che ha governato fino a gennaio 2015, e POTAMI (formalmente un partito di centro, ma sostanzialmente un partito reazionario) hanno preso posizione in favore del "si", alle barbare misure della Troika che, secondo quanto affermano, verrà interpretato come un consenso a "restare nell'UE a tutti i costi". In realtà, entrambe le risposte portano a un "si" all'UE e alla barbarie capitalista. Durante la seduta parlamentare del 27 giugno, la maggioranza governativa di SYRIZA-ANEL ha rifiutato la proposta del KKE che le seguenti questioni fossero poste al giudizio del popolo greco nel referendum: - No alle proposte di accordo di UE-BCE-FMI e del governo greco - Uscita dall'UE, abolizione dei memorandum e di tutte le leggi applicative. Con questa presa di posizione, il governo ha dimostrato di voler ricattare il popolo affinché approvi la sua proposta alla troika, che è l'altra faccia della stessa moneta. Ossia, sta chiedendo al popolo greco di acconsentire ai suoi piani antipopolari e all'imposizione delle sue nuove scelte antipopolari, o tramite un nuovo presunto accordo "migliorato" con le organizzazioni imperialiste, o attraverso l'uscita dall'euro e il ritorno alla valuta nazionale, per la quale il popolo verrà chiamato a pagare di nuovo. In queste condizioni, il KKE chiama il popolo a utilizzare il referendum come un'opportunità per rafforzare l'opposizione all'UE, per rafforzare la lotta per l'unica via realistica fuori dall'attuale barbarie capitalista. Il contenuto di questa via d'uscita è: la rottura-svincolamento dall'UE, la cancellazione unilaterale del debito, la socializzazione dei monopoli, il potere operaio e popolare. Il popolo, attraverso la propria attività e la propria scelta nel referendum, deve rispondere all'inganno del falso quesito posto dal governo e rigettare la proposta di UE-FMI-BCE e anche la proposta del governo SYRIZA-ANEL. Entrambe contengono barbare misure antipopolari, che verranno aggiunte ai memorandum e alle leggi applicative del precedente governo ND-PASOK. Entrambe servono gli interessi del capitale e dei profitti capitalistici. Il KKE sottolinea che il popolo non deve scegliere tra Scilla e Cariddi, ma deve esprimere, con ogni mezzo disponibile e in ogni modo, la propria contrarietà all'UE e ai suoi permanenti memorandum nel referendum. Deve "cancellare" questo dilemma inserendo, come proprio voto, la proposta del KKE nell'urna. NO ALLA PROPOSTA DI UE-FMI-BCE NO ALLA PROPOSTA DEL GOVERNO DISIMPEGNO DALL'UE E POTERE POPOLARE Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare La "crisi" della Grecia sta dimostrando ulteriormente il falimento del capitalismo. Con la costruzione di questa Europa imperialista degli Stati borghesi, delle banche, dei monopoli è stata imposta sulla classe lavoratrice e le masse popolari europee una politica di austerità strangolante. Infatti tutto gira intorno ai soldi. Gli Stati hanno costituito e approvato trattati, da quello di Maastricht in poi mentre tutti i partiti si sono lanciati nella corsa di un europarlamento, un carrozzone, che costa miliardi ogni mese e che si mantiene sul sacrificio delle popolazioni europee. Syriza in campagna elettorale ha promesso mari e monti e il giorno dopo ha accettato le condizioni del potere europeo con la sola variante dei rinvii. Ora indice un referendum per non prendere posizione e scaricare la responsabilità sulla popolazione già stremata dai sacrifici. Referendum appoggiato dalla stupidità dei politici italiani, Grillo in testa, preso come esempio di democrazia mentre in realtà si tratta di chiamare il popolo greco a decidere se morire tramite impiccagione o tramite fucilazione . Una bella democrazia! La Germania continua a fare la parte del padrone e Renzi corre a Berlino a scodinzolare di fronte alla Merkel che vuole eliminare Tsipras per avere un governo più allineato, come quello italiano. Anche gli Usa sono interessati al salvataggio della Grecia, ma solo per difendere i propri interessi strategici e militari delle basi USA e Nato e in funzione anti Russia. Tutte le giustificazioni adottate per convincere l'opinione pubblica sulla necessità dell'Europa e la richiesta agli Stati di accellerare le riforme per la crescita sono un inganno per garantire i poteri forti. redazione di “nuova unità” Pubblichiamo il comunicato del Pame e la posizione del KKE NO AL MEMORANDUM DELLA TROIKA NO AL MEMORANDUM DI SYRIZA Il Governo di coalizione del partito socialdemocratico Syriza e dell’estrema destra ANEL ha approvato la scorsa notte in Parlamento il ricorso al referendum per il 5 di Luglio. Tale risoluzione è stata votata in Parlamento con 178 voti favorevoli da tre partiti, Syriza, ANEL e il partito neofascista Alba Dorata. Con questo referendum la coalizione Syriza – Anel intende trasferire le sue grandi responsabilità al popolo Greco. Allo stesso tempo cerca di ingannare i lavoratori con molte bugie, per questo la domanda posta nel referendum è falsa. Il Governo Greco ha rifiutato di inserire nel referendum la domanda sul Memorandum proposto dal Governo stesso che include un programma antipopolare da 8 miliardi di euro sottoscritto dallo stesso primo ministro Tsipras e presentato alla Troika. Pertanto la domanda del referendum chiederà ai Greci soltanto se approvino o meno il Memorandum proposto dalla Troika che in realtà ha poche differenze dalla proposta del Governo. Oggi il Presidente della Repubblica, Prokopis Paulopulos darà il suo consenso alla legge che indice il Referendum. E’ importante ricordare che il Presidente della Repubblica, che è eletto dal Parlamento, fu scelto da Syriza e votato da Syriza, ANEL e i neo conservatori di NUOVA DEMOCRAZIA. L’attuale Presidente della Repubblica è stato membro in passato del Parlamento per 16 anni e per 7 anni come Ministro nel governo di Nuova Democrazia. Nel periodo 2004 – 2009 è stato Ministro degli Interni e Capo dei Servizi Segreti Greci. La classe operaia del nostro Paese deve denunciare con il voto del 5 luglio sia il Memorandum della Troika sia quello del Governo. Denunciare l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea ed esigere la rottura con questi meccanismi imperialisti. Il movimento sindacale di classe deve utilizzare questi cinque giorni per informare tutti gli strati popolari. Il Governo ha chiamato al Referendum in così pochi giorni proprio per impedire una discussione sostanziale. Allo stesso tempo noi chiamiamo i lavoratori a denunciare tutte le forze politiche che accettano l’Unione Europea come unica opzione e che hanno gravi responsabilità per la situazione attuale del nostro popolo. Atene, 28 giugno 2015 (COMUNICATO DEL PAME – sindacato di area comunista) La posizione del Partito Comunista di Grecia (KKE) 29/07/2015 Com'è ben noto, il governo del partito di "sinistra" e fondamentalmente socialdemocratico SYRIZA e del partito nazionalista di destra ANEL, nel tentativo di gestire il totale fallimento dei propri impegni pre-elettorali, ha annunciato un referendum per il 5 luglio 2015 il cui unico quesito sarà se i cittadini sono favorevoli o meno all'accordo proposto, che è stato preparato da UE, FMI e BCE e riguarda la continuazione delle misure antipopolari per l'uscita dalla crisi capitalistica, con la permanenza della Grecia all'interno dell'euro. Gli esponenti del governo di coalizione invitano il popolo a dire "no" e chiariscono che questo "no" nel referendum verrà interpretato dal governo greco come un'approvazione nei confronti della sua proposta di accordo con UE, FMI e BCE, anch'essa contenente, in 47+8 pagine, barbare misure antioperaie e antipopolari finalizzate ad aumentare la redditività del capitale, la "crescita" capitalistica e la permanenza del paese nell'euro. Come lo stesso Governo SYRIZA-ANEL ammette, continuando a glorificare l'UE come "la nostra comune casa europea", il "successo europeo", questa proposta è per il 90% identica a quella di UE, FMI e BCE e ha davvero poco a che fare con ciò che SYRIZA aveva promesso prima delle elezioni. I fascisti di Alba Dorata, insieme ai partiti della coalizione di governo (SYRIZA-ANEL), si sono espressi a favore del "no" e hanno anche apertamente appoggiato il ritorno alla moneta nazionale. Dall'altro lato, il partito d'opposizione di destra ND, il partito socialdemocratico PASOK che ha governato fino a gennaio 2015, e POTAMI (formalmente un partito di centro, ma sostanzialmente un partito reazionario) hanno preso posizione in favore del "si", alle barbare misure della Troika che, secondo quanto affermano, verrà interpretato come un consenso a "restare nell'UE a tutti i costi". In realtà, entrambe le risposte portano a un "si" all'UE e alla barbarie capitalista. Durante la seduta parlamentare del 27 giugno, la maggioranza governativa di SYRIZA-ANEL ha rifiutato la proposta del KKE che le seguenti questioni fossero poste al giudizio del popolo greco nel referendum: - No alle proposte di accordo di UE-BCE-FMI e del governo greco - Uscita dall'UE, abolizione dei memorandum e di tutte le leggi applicative. Con questa presa di posizione, il governo ha dimostrato di voler ricattare il popolo affinché approvi la sua proposta alla troika, che è l'altra faccia della stessa moneta. Ossia, sta chiedendo al popolo greco di acconsentire ai suoi piani antipopolari e all'imposizione delle sue nuove scelte antipopolari, o tramite un nuovo presunto accordo "migliorato" con le organizzazioni imperialiste, o attraverso l'uscita dall'euro e il ritorno alla valuta nazionale, per la quale il popolo verrà chiamato a pagare di nuovo. In queste condizioni, il KKE chiama il popolo a utilizzare il referendum come un'opportunità per rafforzare l'opposizione all'UE, per rafforzare la lotta per l'unica via realistica fuori dall'attuale barbarie capitalista. Il contenuto di questa via d'uscita è: la rottura-svincolamento dall'UE, la cancellazione unilaterale del debito, la socializzazione dei monopoli, il potere operaio e popolare. Il popolo, attraverso la propria attività e la propria scelta nel referendum, deve rispondere all'inganno del falso quesito posto dal governo e rigettare la proposta di UE-FMI-BCE e anche la proposta del governo SYRIZA-ANEL. Entrambe contengono barbare misure antipopolari, che verranno aggiunte ai memorandum e alle leggi applicative del precedente governo ND-PASOK. Entrambe servono gli interessi del capitale e dei profitti capitalistici. Il KKE sottolinea che il popolo non deve scegliere tra Scilla e Cariddi, ma deve esprimere, con ogni mezzo disponibile e in ogni modo, la propria contrarietà all'UE e ai suoi permanenti memorandum nel referendum. Deve "cancellare" questo dilemma inserendo, come proprio voto, la proposta del KKE nell'urna. NO ALLA PROPOSTA DI UE-FMI-BCE NO ALLA PROPOSTA DEL GOVERNO DISIMPEGNO DALL'UE E POTERE POPOLARE Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
21 giugno redazione
editoriale nu n. 3
Il nemico è in casa nostra! Organizziamoci per cambiare il sistema di sfruttamento e sostituirlo con il socialismo Se qualcuno si era dimenticato di Roma capitale la recente cronaca ce l'ha riportato in primo piano con il secondo atto dell'inchiesta. Non c'è da stupirsi è la dimostrazione che, mentre si parla di continui tagli sulla pelle dei lavoratori, i soldi ci sono e ci sarebbero se non andassero a finire nelle tasche degli amministratori corrotti, degli speculatori, dei faccendieri con i quali i costi degli appalti lievitano del 40%. Intrecci tra PD e destra, a partire da Carminati, sdoganato da Salvini e suo alleato. E si capisce come il soffiare sul fuoco con tutta Casa Pound, Fratelli d'Italia&C. per i campi rom, gli immigrati, gli occupanti di case, terreno di guadagno di questi criminali, servisse anche per gettare fumo negli occhi delle malefatte e alimentare razzismo e nazionalismo ad uso elettorale di cui ha beneficiato la Lega nord. I governanti sfruttano la crisi economica per accelerare i piani di austerità sotto il controllo dell'Unione europea, i capitalisti la utilizzano per delocalizzare o chiudere gli impianti e i disoccupati aumentano. Per restare nei parametri dei Trattati europei il governo spinge sulla realizzazione delle riforme, dal lavoro alle istituzioni, dichiara di rendere l'Italia più efficiente per agevolare gli investimenti dall'estero. Ma i pochi impianti produttivi rimasti sono in gran parte nelle mani di multinazionali che comprano per chiudere e usare il know out in altre parti del mondo. I lavoratori scendono in piazza e resistono finché possono, poi intervengono i dirigenti dei sindacati confederali in un gioco al ribasso con padronato e governo. Accettano l'accordo sulla rappresentanza, il jobs act e tutto quello che ne consegue, la riduzione della Cig, la durata della Naspi ecc. I lavoratori dopo essere stati ben spremuti sono buttati via e i disoccupati continuano ad aumentare. Le disastrose condizioni di vita di chi con il lavoro perde la casa, la salute - sono già 10milioni gli italiani che non riescono a pagare il ticket su cure e medicine - e, spesso, la famiglia, alimentano la guerra tra poveri e gli immigrati sono visti come "concorrenti" e nemici. Per far accettare la sua politica scellerata e antipopolare ed avere il consenso il potere nazionale ed europeo deve mantenere l'assenza del senso critico, la manipolazione delle coscienze e alto il livello di ignoranza, razzismo e paura sono palpabili proprio là dove regna l'ignoranza! Da qui l'attacco alla scuola, la mistificazione storica e ideologica - la retorica parata del 2 giugno è solo un esempio - e la disinformazione della comunicazione. Il tutto marcia di pari passo con la repressione sui luoghi di lavoro e nella società e la militarizzazione del territorio. Dicono per far fronte alla criminalità, ma è solo la violenza dello sfruttamento e dell'eliminazione dei diritti sociali da parte della borghesia per impedire che la classe lavoratrice attui finalmente la sua violenza proletaria, la sua lotta di classe. Dopo anni di politica democristiana, socialdemocratica, riformista e l'opportunismo dei sindacati i lavoratori sono disarmati. Spesso invocano l'intervento degli imprenditori pensando che si possa vivere solo grazie a loro e che il sistema capitalista sia l'unico percorribile. Senza padroni si può vivere. Non siamo tutti nella stessa barca, non ci sono capitalisti buoni e capitalisti cattivi per cui solo il rovesciamento del capitalismo e delle sue strutture e la costruzione di un sistema socialista può risolvere i bisogni della classe operaia e delle masse popolari. La Grecia insegna. Nonostante la vittoria elettorale Siryza dimostra come le difficoltà finanziarie non si risolvano all'interno di un governo borghese che illude e limita la mobilitazione delle masse. Così sarà per l'esperienza di Podemos in Spagna. Non si può ignorare che il capitalismo è responsabile di tutti i mali delle popolazioni, della crisi, del fascismo, della guerra. Che la crisi aumenta le contraddizioni tra Stati capitalisti e la concorrenza dei monopoli e la guerra diventa una tappa inevitabile del capitalismo. Guerre per la conquista e il controllo dei mercati, delle risorse energetiche e dei territori ma anche per il controllo politico. Non è un caso che l'ideologia comunista sia sotto attacco ovunque, che si sviluppino posizioni antistoriche, che la Ue cerchi di equiparare il nazismo al comunismo, proibire l'attività dei partiti comunisti, l'uso dei simboli comunisti mentre appoggia i governi che legittimano le forze fasciste, in particolare nei paesi dell'Est e in Ucraina. Gli Stati Uniti continuano la corsa al riarmo costringendo gli altri paesi aderenti alla Nato a spese folli: 1000 miliardi di dollari annui e non ci stancheremo mai di ricordare che l'Italia paga circa 60 milioni al giorno per la sua alleanza militare e per le Basi collocate su tutto il nostro territorio che - oltre alle funzioni di attacco e stoccaggio di armi nucleari - sono da sempre luoghi di trame eversive e addestramento dei fascisti. E' di questi giorni l'arrivo a Vicenza di un convoglio Usa per l’addestramento di sei mesi di tre battaglioni di chiara ispirazione nazista della Guardia nazionale ucraina, effettuato da circa 300 paracadutisti statunitensi. L'Alleanza militare scalda i muscoli ed è sottovalutata anche dalle forze che si definiscono rivoluzionarie. La stessa Mogherini garantisce l'intensificazione della cooperazione Nato-Ue. Dichiara che "La Ue e la Nato hanno natura differente, ma condividono gli stessi valori". Vi sono "sfide attorno a noi che ci uniscono", dall’Ucraina alla Libia. E annuncia che "l’Unione europea rilancerà a giugno gli investimenti nella difesa". Avanti con le spese militari! C'è un gran fermento di riunioni con i ministri della difesa e delle finanze tesi a condizionare il futuro dell'Europa. Continuano le esercitazioni: ad aprile in Germania, Olanda, Repubblica Ceca e altri otto paesi europei, a giugno in Polonia con truppe di Germania, Olanda, Repubblica Ceca, Norvegia. A settembre sarà la volta di Italia, Spagna e Portogallo. La grande esercitazione di "guerra preventiva" «Trident Juncture 2015» - 25 mila unità terrestri, aeree e navali e con forze speciali di tutti i paesi Nato - dimostrerà la capacità di lanciare altre guerre nel NordAfrica e nel Medioriente. Senza dimenticare l’Europa orientale. Sotto la sigla UE la Nato prepara una nuova operazione in Libia per stabilire un governo unitario in quanto, sostiene Stoltenberg, gli sforzi per stabilizzare il paese nel 2011 non sono riusciti. La Nato - sotto l'indiscusso comando statunitense - dopo aver distrutto la Jugoslavia, aver inglobato tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, e penetrata in Ucraina, assumendo il controllo di posizioni chiave nelle forze armate e addestrando i gruppi neonazisti usati a Kiev, continua la pressione sulla Russia non solo attraverso le sanzioni economiche con pesanti ripercussioni sull'occupazione, ma intraprendendo un "adattamento strategico" che costerà denaro, tanto denaro, spremuto dallo sfruttamento e dai sacrifici della classe lavoratrice e delle masse popolari di tutta Europa. Il fascismo, lo strumento usato dal capitalismo per esercitare il suo potere, la guerra imperialista come soluzione alle crisi dei governi borghesi sono i veri nemici contro cui combattere. E' un percorso difficile, probabilmente lungo, ma non c'è altra strada. Una strada che richiede l'organizzazione, la costruzione di un vero partito comunista che sia in grado di coordinare e rafforzare tutte le lotte e disegnare una nuova società.
29 aprile 2015 redazione
Viva il 1° Maggio
1° di maggio contro il capitalismo Non ci servono cortei “festosi” e rituali, ci serve che il 1° Maggio diventi solo il simbolo della lotta di tutti gli sfruttati e gli oppressi negli altri 364 giorni dell’anno Il 1° Maggio come giornata internazionale dei lavoratori risale ad anni lontanissimi – ma purtroppo solo nel tempo – e precisamente al Congresso Operaio Socialista della 2° Internazionale a Parigi del 1889, che la fissò in omaggio ai Martiri di Chicago (7 di loro erano immigrati di nazionalità tedesca) e in ricordo delle giornate di lotta per le 8 ore di lavoro culminate nella rivolta di Haymarket. La lotta era iniziata dalla fabbrica di trattori McCormik, contro la giornata di 10/12 ore di lavoro, sabato compreso, in condizioni pericolose. Detto così… com’è tragicamente attuale, vero? E oggi ci rubano persino la domenica! È passato un secolo e ci ritroviamo nelle stesse condizioni. La precarietà - tratto sempre costante nella storia del capitalismo, non va dimenticato - sotto l’attacco del cosiddetto neo-liberismo, è diventata la costante delle nostre vite. Dopo un secolo di lotte sindacali e politiche, ad uno ad uno crollano le conquiste: la contrattazione collettiva, un salario che permetta di vivere con dignità o, semplicemente, di vivere, la giornata e il tempo di lavoro, il diritto di sciopero, la negoziazione collettiva, la rappresentanza sindacale ecc. ecc. Generazioni di giovani senza lavoro – quindi senza futuro, diciamocelo chiaro – donne ricacciate nelle loro case… e la lista è lunga. L’obiettivo del capitale, comunque si chiami la versione attuale, è chiarissimo: massima libertà di sfruttare, disciplinare, dividere e indebolire la classe lavoratrice, riversando oltretutto su di noi quello che si chiama “rischio d’impresa”. Privatizzare i profitti e socializzare – al massimo grado – le perdite, ecco il significato vero. Vivere nella precarietà (nel nostro paese, ma non solo) ha molti significati: essere disoccupato; avere un lavoro temporaneo che a volte è di pochi giorni; addirittura lavorare gratis come succede per l’Expo di Milano, dove “farà curriculum” indicare ai visitatori stranieri dove si trovano i bagni… il tutto con l’assenso dei cosiddetti “rappresentanti dei lavoratori” (leggi: sindacati confederali) e delle istituzioni (il sindaco di "sinistra” di Milano in testa). Anche chi ha il posto “fisso” sa che fisso questo non lo è, grazie ad una serie di leggi di cui il Jobs Act è solo l’ultima espressione. Tutto quanto sopra spacciato all’insegna di due parole d’ordine: questo è il miglior mondo “possibile”, ed è “il nuovo che avanza”. Il concetto che ci sta sotto è molto chiaro: l’ineluttabilità e l’immutabilità della realtà attuale. E se i Martiri di Chicago si rivolteranno nella tomba guardandoci lavorare e soffrire come loro un secolo dopo, proprio il loro sacrificio ci dice invece che la realtà è sempre possibile cambiarla. Perché questo secolo passato dalla rivolta di Haymarket ha visto il sorgere delle prime esperienze di Stato socialista, di classe operaia e di sfruttati che hanno preso il potere, di popoli colonizzati che si sono liberati. Se noi, in Europa e nei paesi cosiddetti avanzati, assistiamo alla distruzione delle conquiste dei nostri diritti più elementari, e lo spettro della guerra è arrivato anche nelle nostre case, in altre parti del mondo altri milioni e milioni di lavoratori hanno il diritto di festeggiarla, questa giornata dell’unità del proletariato rivoluzionario. In America Latina, per fare l’esempio più avanzato della lotta di classe oggi, milioni e milioni di lavoratori, di sfruttati, di fantasmi sconosciuti spinti ai margini estremi della società, stanno recuperando il loro futuro, possono avere una vita degna, contano nelle loro società, hanno ripreso nelle loro mani il loro destino. Certo il processo non è concluso – né potrebbe esserlo, la storia ce l’ha insegnato – ma l’obiettivo è chiaro: spedire nella spazzatura della storia il capitalismo in tutte le sue versioni. Il prezzo in morti e feriti è alto, ma ne vale la pena. E anche in Europa ci sono sussulti che tolgono il sonno ai capitalisti: al di là delle valutazioni che ognuno di noi può dare, a torto o a ragione, dell’esperienza di Syriza – e dovremmo sempre ricordare che vanno analizzati non solo i fatti ma i processi che sono in atto – un fatto è chiaro. Meno “anestetizzato” il popolo greco da più di cinque anni sta lottando ogni giorno contro l’ultimo esperimento del capitale, mangiarsi anche gli Stati nazionali. Perché la Grecia questo è stata: l’equivalente del Cile di Allende, un laboratorio avanzato del capitale. Anche in Spagna e Portogallo le cose non si presentano poi così facili: scioperi ogni giorno, settori di lavoratori che si organizzano, “scene” di lotta di classe. Parlavamo della guerra. La guerra del capitale ai popoli di tutto il mondo non è solo guerra militare cui esso ricorre – sempre più spesso oggi quando questi “altri mezzi” falliscono grazie alle mobilitazioni popolari - quando ha esaurito gli altri mezzi. E sulla guerra militare ci sarebbero pagine e pagine da scrivere. È prima di tutto guerra economica, rapina delle materie prime, imposizione degli interessi di classe di pochissimi alla maggior parte dei popoli. Qui c’è un curioso paradosso: oggi sono ancora pochi quelli che conoscono e denunciano il TTIPP, una serie di accordi commerciali tra USA, Canada ed Europa che ci porterebbero ad arrenderci alle esigenze del capitale globale superando ogni legislazione nazionale. Qualcuno ricorda il Vertice del 2005 a Mar del Plata, Argentina, dove i popoli sudamericani, rappresentati da Hugo Chàvez, Nestor Kirchner e Lula da Silva, dopo mesi di mobilitazioni e lotte, “seppellirono” l’ALCA, l’Accordo di Libero Commercio delle Americhe proposto dagli USA, forse la prima, vera e bruciante sconfitta economica, e quindi profondamente politica, dell’imperialismo con casa madre a Washington nell’era della globalizzazione? Fu la mobilitazione organizzata di un continente a renderla possibile: è una lezione di cui dobbiamo tenere conto. Accordi di questo genere sono stati brutalmente e sanguinosamente imposti all’Africa con tutti i mezzi, e oggi si stanno discutendo il più segretamente possibile a Bruxelles. Il “Terzo Mondo” è qui, nella civile ed avanzata Europa, dopo che l’esperimento neo-liberista e imperialista è fallito in altri luoghi del mondo. Mondo a cui dovremmo guardare più spesso, perché non tutto è sconfitta e perché spesso ce ne vengono esempi su cui ragionare... E in questa giornata di 1° Maggio 2015 rivolgiamo anche un pensiero alle vittime di queste guerre, militari ed economiche, che giacciono in quella tomba che lambisce l’Italia e che chiamiamo Mediterraneo. Al di là di ogni sentimento di umanità, di solidarietà, di giustizia, ricordiamoci che se non ci mobilitiamo, se non lottiamo, le prossime vittime, saremo noi. Lotta di classe, dicevamo. Strumento insostituibile, alla faccia dei vari professorini e intellettuali della mutua degli ultimi decenni, per cambiare la realtà che, in tutte le epoche della storia umana, non è mai stata né ineluttabile né, soprattutto, immutabile. In questo panorama ci serve con urgenza – ognuno ne sia consapevole – una cosa al tempo stesso semplice ma difficilissima grazie alla storia di tradimenti, deleghe, inganni e beghe di cortile che ci portiamo dietro: un’organizzazione, un partito di classe, un “qualcosa” – chiamatelo come volete - che sappia unire gli innumerevoli rivoli di critica, di rivolta, di lotta che si esprimono dappertutto, ma solo slegati uno dall’altro e sembra che non riescano mai ad unirsi. Un’organizzazione che dia a tutti questi rivoli la consapevolezza di star combattendo un’unica battaglia, quella per rovesciare il barbaro e mortifero sistema del capitale, che fornisca la consapevolezza e gli strumenti perchè se vogliamo vivere, e non morire o sopravvivere miseramente, abbiamo bisogno di un’altra società, una società che ha nome Socialismo. Sono così di estrema attualità le parole pronunciate nel 1924 dal grande marxista peruviano José Carlos Mariàtegui, fondatore del Partito Comunista peruviano, nel lontanissimo 1° maggio del 1924, quando invitava tutto il proletariato ad unirsi in quella giornata: “Non impiegate le vostre armi e non dilapidate il vostro tempo nel ferirvi uno con l’altro ma usatele per combattere l’ordine sociale, le sue istituzioni, le sue ingiustizie e i suoi crimini”. Non ci servono cortei “festosi” e rituali, ci serve che il 1° Maggio diventi davvero solo il simbolo della lotta di tutti gli sfruttati e gli oppressi negli altri 364 giorni dell’anno. Dati: nel mondo ci sono più di 200 milioni di disoccupati, 1 miliardo e 700 milioni di lavoratori poveri (il 30% circa dei lavoratori di tutto il mondo) che guadagnano meno di 3 dollari al giorno, un numero sconosciuto di fantasmi impiegati nella cosiddetta “economia informale” e 21 milioni di schiavi (non solo schiavi salariati, ma proprio schiavi, la cifra più alta nella storia dell’umanità). Fonte: rispettabilissime istituzioni “borghesi” quali il Consiglio Economico e Sociale dell’ONU (ECOSOC) e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).
10 aprile 2015 redazione
viva il 25 Aprile
La Resistenza continua Il 25 Aprile la Resistenza continua! A 70 anni dalla Liberazione sono continui gli attacchi alla Lotta partigiana per distruggerne il ricordo e imporre le controriforme e un sistema autoritario necessari al potere capitalista per scaricare la propria crisi sulla classe operaia e le masse popolari La medaglia di onorificenza «in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria» che il governo di centrosinistra (Boldrini e Delrio alla presenza del Presidente Mattarella) ha consegnato alla memoria di Paride Mori, ex repubblichino e ufficiale del Battaglione Mussolini – che ha agito a fianco dei nazisti - è un altro insulto ai partigiani e antifascisti e un’altra tappa sulla via della “pacificazione nazionale” varata da Violante, che ha poi trovato un forte sostenitore in Napolitano, e ora ufficialmente dal governo Renzi che equipara i fascisti che hanno combattuto per la dittatura e l’oppressione a fianco dei nazisti ai partigiani che hanno lottato per la liberazione. Che questo non sia un fatto isolato è dimostrato anche dall’articolo di Alessandro Fulloni su “corriere.it” intitolato: “Foibe, 300 fascisti di Salò ricevono la medaglia per il giorno del ricordo” (tra cui almeno 5 criminali di guerra accusati di avere torturato civili e partigiani). Dal 2004 con il governo Berlusconi sono cominciati i riconoscimenti ai fascisti in memoria delle vittime delle foibe come previsto dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo. La “Giornata del ricordo” è nata dal governo Berlusconi su proposta di un gruppo di parlamentari in prevalenza Fi e An, ma non mancavano esponenti Udc e del centrosinistra. Oltre alla conservazione della memoria, la legge stabilisce la consegna delle medaglie ai familiari delle vittime sino al sesto grado. Onorificenze estese a chiunque, tra Friuli e Slovenia, sia stato ucciso «per cause riconducibili ad infoibamenti» nel periodo che va dall’8 settembre a metà del 1947, a seguito di «torture, annegamenti, fucilazione, massacri, attentati in qualsiasi modo perpetrati». Riscrivere la storia attraverso gesti simbolici come le medaglie o riconoscimenti “per il sacrificio alla Patria” ai fascisti è solo uno dei tentativi per far passare come meritori, sia chi combatteva a fianco dei nazisti che coloro che lottavano contro la loro dittatura. Il nazionalismo ha bisogno della pacificazione e di ricorrenze condivise e il 25 Aprile è una data che ricorda un conflitto e, allora qual è modo migliore di superarlo se non quello di trasformarla in festa tricolore riconoscendo la bontà e gli “ideali” di tutti gli italiani, compresi i fascisti? Nel 70° della Liberazione equiparare gli assassini della Repubblica di Salò, alleati dei nazisti tedeschi e considerati italiani che hanno servito la patria, ai partigiani liberatori - aumentare la produzione editoriale e televisiva che mescola e strumentalizza il passato come con le foibe e permettere il proliferare di gruppi fascisti che aprono sedi e distruggono quelle di sinistra, sprangano i militanti, è un insulto per tutti gli antifascisti. In questi 70 anni sono continui gli attacchi alla Lotta partigiana tesi a distruggerne e mistificarne il ricordo. Il 25 Aprile ci riporta all’attualità delle stragi con cui i fascisti al servizio della borghesia capitalista, hanno insanguinato per decenni piazze e strade d'Italia, grazie anche alla presenza sul nostro territorio delle basi Usa e Nato, vere e proprie centrali di addestramento per l'eversione fascista, supporto dei servizi di sicurezza e spionaggio, basi logistiche per le guerre e depositi di micidiali armi di distruzione di massa. Il fascismo, infatti, è lo strumento che la borghesia capitalista usa per opprimere e schiacciare la classe operaia e le masse popolari quando queste, con le lotte, mettono in discussione o in pericolo il potere del sistema di sfruttamento capitalista democratico-borghese. Resistenza oggi è difendere l'antifascismo dalla politica reazionaria e dalle misure liberticide del governo Renzi, dagli attacchi della destra e dalla sua produzione ideologica che nega e mistifica il passato per riscrivere la storia e i testi scolastici nel tentativo di far dimenticare ai giovani il ricordo, i valori, gli ideali della Lotta partigiana e imporre una visione del mondo favorevole al capitalismo. Per noi comunisti ricordare la Resistenza non significa solo ricordare la lotta armata dei partigiani che si sono sacrificati per liberare l’Italia dalla dittatura di Mussolini e dall’aggressore nazista, ma lottare ogni giorno per liberarci da ogni forma di sfruttamento ed oppressione e costruire una società diversa. La resistenza continua nella lotta contro il capitalismo e i suoi governi che scaricano la propria crisi sulla classe operaia e le masse popolari. Significa battersi per la cacciata delle basi Usa e Nato, contro le guerre imperialiste e contro il nuovo polo imperialista europeo e la sua Costituzione reazionaria. Nell’Europa in crisi cronica da anni, l’unica politica economica che fa gli interessi del grande capitale consiste nell’applicazione di drastiche riduzioni salariali, di tagli sui trasporti, sui servizi – in particolare sulla sanità - accompagnate da politiche autoritarie, “missioni militari” e riarmo. La difesa degli interessi dell’imperialismo italiano ed europeo nel mondo sempre alla ricerca di nuovi mercati a scapito dei concorrenti, richiede oggi nuove istituzioni più funzionali a raggiungere questi obiettivi e alle borghesie imperialiste serve il contributo di tutti. Per questo da anni si sta demolendo la Costituzione “antifascista”. Con l’aumento degli interessi del capitale italiano, l’esercito di leva - inserito nella Carta Costituzionale Repubblicana con la nascita della Repubblica (art. 52) non era più funzionale agli interessi della borghesia imperialista e, come altri, è entrato in contrasto con la difesa degli interessi imperialisti nel mondo. Non è un caso che uno dei primi cambiamenti necessari a sostenere la politica aggressiva e guerrafondaia dell’imperialismo italiano nel mondo è stata proprio la riforma dell’esercito che ha trasformato il militare di leva in esercito professionale, pagato e, quindi, fedele al potere. Così lo Stato italiano si è attrezzato per aggirare e vanificare l’art. 11 della Costituzione Repubblicana che recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. È bastato sostituire la parola “guerra” con “missioni di pace” per creare una forza d’intervento militare basata su mercenari pronta a difendere in ogni momento la “patria” e gli interessi dell’imperialismo italiano nel mondo e, soprattutto pronta a partecipare alle guerre imperialiste. Ora il passo successivo è la costruzione di un esercito Europeo. Non è dunque un caso che ultimamente importanti portavoce sia dell’UE, sia del governo tedesco e lo stesso presidente della Commissione Europea, Jean Claude Junker sostengano la necessità del riarmo e di un esercito europeo. Per Junker, questo esercito “Ci permetterà di costruire una politica estera ed una politica di sicurezza comuni e di condividere le responsabilità dell’Europa rispetto agli avvenimenti nel mondo” e “Permettere alla UE di reagire davanti alle minacce contro i paesi membri dell’Unione e gli Stati vicini”. La nostra lettura è che si stiano attrezzando in difesa dei propri interessi economici e per alimentare il complesso militare-industriale. Noi proletari e comunisti non abbiamo niente da spartire con l’esigenza di guerra dei padroni. Il nostro interesse di classe sta nella solidarietà rivoluzionaria tra gli operai e i proletari di tutto il mondo contro i propri padroni. Nell’organizzarsi – condizione indispensabile come lo è stato durante gli anni della dittatura fascista – per accelerare la lotta di liberazione dallo sfruttamento capitalista, per il socialismo.  
20 marzo 2015 redazione
editoriale
O protagonisti o sfruttati Si prospetta un altro anno di sacrifici e repressione. La lotta continua ad essere l'arma per rispondere ai feroci attacchi della borghesia Le vicende dei primi giorni dell'anno ci fanno capire che altro anno terribile ci aspetta. Prima di tutto sul lavoro. L'ottimismo espresso dai Ministri è tutto del Governo Renzi. Lavoratori, pensionati, disoccupati, giovani vivono una realtà ben diversa che continua ad aggravarsi. In piena continuità con il rigore economico, delle scelte antipopolari e con le alleanze statunitensi, con i poteri forti dell'Unione europea e sioniste Mattarella ha sostituito Napolitano. E' passato il jobs act (vi rimandiamo agli articoli sui numeri precedenti) in Parlamento nel silenzio di Cgil, Cisl, Uil, Ugl (lo sciopero di dicembre fortemente voluto dalla base è stata una farsa), arrivano i decreti attuativi che sanciscono lo schiavismo del XXI secolo, il via libera ai licenziamenti, l'attacco alle condizioni di lavoro, ai diritti e la salvaguardia del profitto padronale. Il lavoratore diventa una merce ad uso e consumo del "mercato", i contratti a tempo indeterminato sono un'illusione, il TFR in busta paga - soldi del lavoratore peraltro tassati - fa parte della propaganda elettorale come lo sgravio degli 80 euro e la promessa del bonus bebè. L'attacco si accompagna all'aumento della repressione contro i lavoratori con controlli e sanzioni, contro le occupazioni delle case e per imporre gli sfratti. Un 2015 di nuovi tagli, tranne negli sprechi, nella spesa per mantenere il Palazzo e per il riarmo. Sforbiciata al Ministero del Lavoro di 4,6 milioni, ai Trasporti per 11,2 milioni, per la sanità sono 11,3 milioni, tagli che saliranno a 33,3 nel giro di tre anni e la parte del leone la farà il settore della prevenzione con quasi 11 milioni di euro per i prossimi tre anni, sebbene l'Italia destini alla sanità solo il 6% del Pil, il più basso d'Europa e degli stessi Stati Uniti. Tagli che ricadono sulla popolazione obbligata a pagare ticket salati per le prestazioni, tant'è che sono circa 9milioni gli italiani che non ricorrono alle cure. Situazione che peggiorerà dopo la firma di nuovi trattati in via di approvazione come il TTIP e il Tisa. La Toscana, che vanta il primato di "buona sanità", nonostante gli ammanchi degli ospedali - non certo a causa delle eccessive cure - è stato aggiunto un ticket per la "digitalizzazione" di 10 euro che devono pagare anche gli esenti. La situazione sanitaria è gravissima e forse non è ancora recepita perché è orientata alla privatizzazione, all'uso delle assicurazioni e alla creazione di ricoveri di tipo A e B aumentando la discriminazione tra malati. Non va meglio alla scuola dove la cultura è sostituita dal nozionismo, da un nuovo piano di tagli a favore degli istituti privati e dalla definitiva aziendalizzazione della scuola statale confacente all'industria. Con l'aggravarsi della crisi emergono i fascisti che si inseriscono nel malessere sociale tentando il controllo dei territori.  Al servizio dei padroni, collegati con la criminalità, il malaffare e gli stessi servizi segreti oggi trovano una sponda nella Lega nord di Salvini - alla ricerca dei voti di destra - che prosegue la sua politica reazionaria, razzista e xenofoba. Ma com'è nella loro natura i fascisti non tralasciano il lavoro sporco di manovalanza, aprono sedi in varie città d'Italia che sono veri e propri centri di organizzazione squadrista. E' dalla sede di Cremona di CasaPound (uno dei gruppi della galassia fascista) che è partito l'assalto al CSA Dordoni aggredendo i suoi militanti che si sono poi dileguati grazie all'intervento della polizia. Il più grave, Emilio, dopo un lungo periodo in coma necessita di cure particolari e costose. La situazione è altrettanto grave sul piano internazionale. La politica del governo Renzi garantisce il contributo all'Alleanza Atlantica sia sul piano economico che sugli scenari di guerra e conferma, a fronte di tutti i tagli relativi alle spese sociali, il continuo aumento di spese militari. Non è che crediamo alle promesse di Renzi però ricordiamo - tanto per sbugiardarlo ulteriormente - che cinque mesi fa aveva annunciato di riesaminare l'acquisto dei cacciabombardieri F.35 con l'obiettivo di dimezzare il budget. Ebbene nei giorni scorsi è stato annunciato che l'Italia mantiene l'acquisto dei 90 caccia, per un importo pari a 13 miliardi di euro, denaro pubblico come quello per i 52 milioni di euro al giorno che l'Italia paga alla NATO e che forse sfugge ai più e che non possiamo aspettarci che PD o simili né gli stessi sindacati confederali informino i propri iscritti. Le scelte internazionali del governo Renzi ci trascinano nella guerra che la Nato conduce su due fronti: meridionale e orientale in coerenza con la sottomissione agli Usa che lavorano per accrescere la loro influenza sull'Unione europea: si schiera con il governo di Kiev dove la NATO ha organizzato il golpe dopo anni di controllo in posizioni chiave nelle forze armate e dopo aver addestrato gruppi neonazisti, dove i comunisti sono messi al bando e il ministero della Giustizia ha presentato all'approvazione della Rada suprema (il Parlamento) un progetto di legge per la proibizione dell'ideologia comunista. Ed è pronto per inviare militari in Libia. Distrutta nel 2011 per l'ambizione e la conquista del petrolio della Francia con il codismo del governo italiano, oggi si conferma la nostra analisi e tutti coloro che inneggiavano alla caduta di Gheddafi strumentalizzano l'ascesa dell'IS con il ricatto del terrorismo. Ma chi ha creato questi gruppi e per quale motivo? E ritroviamo sempre i soliti Stati Uniti che come hanno utilizzato Al Qaeda oggi utilizzano IS. La Grecia ha votato. Grande successo di Syriza. Gli elettori greci stremati dai sacrifici e dalla povertà si sono illusi delle promesse di Tsipras. Ma ancora fresco di vittoria elettorale il nuovo governo ha subito rassicurato l'Unione europea che non si trattava dell'uscita dalla Ue, argomento al centro dei comizi elettorali,  ma della rinegoziazione. E, consegnando il ministero della Difesa alla destra, ha assicurato la fedeltà alla Nato. E' possibile fare l'interesse delle masse popolari se non si mettono  in  discussione il capitalismo e le alleanze militari imperialiste? La guerra divampa in Libia e il conflitto in Ucraina - anche se scompare dai notiziari in seguito ai negoziati trilaterali - continua. Siamo nel pieno di contraddizioni interimperialistiche che rafforzano il potere della Germania e dimostrano l'inevitabilità della guerra. Ma gli Stati Uniti restano la prima potenza imperialista che prosegue il suo inserimento nell'Europa orientale con la creazione di basi Nato, lo spiegamento di militari come "forza di risposta", con l'assistenza militare al governo di Kiev, in funzione dello spostamento dei propri interessi strategici. E imponendo all'Europa trattati economici capestri come il TTIP e il Tisa. Il pericolo del coinvolgimento dell'Italia in guerra è più che mai reale. Il governo è pienamente sottomesso agli Stati Uniti, con le basi Usa e Nato dislocate sul nostro territorio la presenza militare statunitense è enorme, il riarmo è continuo. E' evidente che il mondo ha bisogno di capovolgimento, ma restando in Italia non possiamo dire che ci sia una risposta adeguata. Le lotte sono parziali, locali, parcellizzate. Paghiamo il disarmo ideologico e politico sul quale la borghesia, i socialdemocratici e i revisionisti lavorano da tempo con l'obiettivo di cancellare la contraddizione di classe tra capitalisti e lavoratori sostituendolo con il mito della legalità e l'abolizione tra destra e sinistra. Finché non sarà chiaro che la classe lavoratrice deve diventare protagonista della lotta di classe e prendere in mano la propria vita politica per capovolgere questo sistema marcio e costruirne uno socialista senza sfruttamento e senza padroni ci saranno sempre delle toppe imposte dal capitalismo e i lavoratori e le masse popolari continueranno a vivere di stenti.
20 dicembre 2014 redazione
editoriale
Basta con le illusioni Con il nuovo anno ci aspettano nuove e sempre più potenti lotte All’inizio piaceva. Sono bastati pochi mesi per capire che il problema non era il cambio ge-nerazionale, né mettere le donne ai posti di comando. Sempre più Renzi si svela per quello che è, il democristiano utile, in questo momento, alla borghesia, alle multinazionali, all’Unione europea, agli Stati Uniti. Deve fare bene i compiti assegnategli dall’Europa, in-fatti taglia continuamente su sanità e scuola per nascondere il continuo aumento del debi-to pubblico (nonostante la diminuzione dello spread). Gestione vivace com’è nelle sue cor-de. Forse non tutti sanno che è stato condannato in primo grado dalla Corte dei Conti To-scana per aver dissanguato, da Presidente, le casse della Provincia di Firenze in viaggi, ce-ne, pasticceria, assunzioni di staggisti senza laurea in categoria “D”. Deve reprimere la conflittualità per dimostrare, con arroganza e presunzione, che non ha ostacoli. Lo fa ben spalleggiato da Napolitano, in alleanza con Berlusconi, sul progetto Gelli, con la copertura legale: cancella la Costituzione e accelera su una nuova legge elettorale che favorirà i grandi partiti e accentuerà il processo di fascistizzazione. Quei partiti che per vivere intrallazzano con i fascisti, i faccendieri di vario tipo, gli imprenditori. Renzi può vantare il primato di attacco ai diritti dei lavoratori e vorrebbe persino ridimen-sionare i sindacati confederali che per noi rappresentano la conciliazione con il potere e il tradimento della classe lavoratrice. Lo hanno dimostrato anche in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre fortemente voluto dai lavoratori, ma indetto senza obiettivi stra-tegici e solo dopo che il famigerato jobs act era stato approvato dalla Camera e dal Sena-to, più per ribadire il loro ruolo e potere attraverso la concertazione che per la sua cancel-lazione e il ripristino dell'art. 18, né tantomeno far cadere il governo Renzi creando illusioni su eventuali interventi Parlamentari correttivi o di ricorsi a corti giudiziarie italiane ed europee. Ben distanti dallo sciopero generale contro le misure di austerità decise dal governo di Bruxelles che ha paralizzato tutto il Belgio: dai collegamenti aerei, ferroviari, del trasporto pubblico locale, alla chiusura di scuole, imprese, fabbriche e servizi amministrativi. E dalle manifestazioni in Grecia dove, il 7 dicembre, il PAME ha organizzato manifestazioni di mas-sa come risposta immediata alla nuova offensiva antioperaia del governo e dell'Unione eu-ropea durante la discussione in Parlamento della legge di bilancio che prevede l'aumento dell'età pensionabile di 7 anni. La carica della polizia contro gli operai Ast di Terni ha scandalizzato perfino certi riformisti, ma la polizia al soldo del potere carica ovunque ci siano manifestazioni contrarie a questo regime, dagli operai agli studenti, agli antifascisti. Il dissenso non è permesso, la gestione della politica e della società capitalista non può essere messa in discussione. Se 45 anni fa (12 dicembre 1969) il potere ricorreva alle stragi come Piazza Fontana per intimidire le lotte di una classe operaia all’attacco oggi, con un movimento operaio ricatta-to, impotente e in difensiva, il governo - comitato d’affari della borghesia - usa il terrore psicologico e la repressione – oltre che nelle piazze - nei posti di lavoro con azioni punitive sistematiche che colpiscono le avanguardie sindacali e le vincola all'obbligo della fedeltà aziendale. Ciò che è emerso a Roma - dove mancano i fondi per il carburante degli autobus, dove in alcune zone non si raccolgono i rifiuti – e dopo le vergognose proteste contro gli immigrati a Tor Sapienza sui quali lucravano, un sistema fasciomafioso. L’amministrazione romana, in particolare quella dell’”italianissimo” Alemanno foraggiava, tramite i suoi camerati e criminali che non si riguardavano dall’usare violenza, individui, partiti e... Finmeccanica - ora nelle mani di quel Moretti della strage di Viareggio – e che ritroviamo sempre quando si tratta di affari sporchi. Vogliono farci credere che tra i criminali di "Mafia capitale" i politici non sapessero del ruolo che ricopriva Massimo Carminati, già fascista e stragista dei NAR ed elemento di spicco della destra eversiva romana, abilitato ai lavori sporchi per conto della banda della Magliana? Lo stesso che fu pesantemente indiziato per l'omicidio a sangue freddo dei compagni Fausto e Iaio, uccisi a Milano nel '78, e poi prosciolto "pur in presenza di significativi elementi giudiziari e di rilevanti dichiarazioni di ben sei pentiti". I politici si difendono. Tutto è successo a loro insaputa (chi controlla chi?) ma quello di Roma è solo un esempio uscito allo scoperto che non si sa come andrà a finire, i reati e-mersi possono sempre finire in prescrizione, come per Eternit, grazie all’ex governo Berlu-sconi. La crisi avanza velocemente e con la crisi scoppiano tutte le contraddizioni, compreso il ri-alzare di testa dei fascisti. In questo ultimo periodo la Lega Nord con Salvini alleato con l'estrema destra della Le Pen a livello europeo e con la feccia italiana Casa Pound, Fratelli d’Italia, Forza nuova è tornata ad essere il centro del razzismo, della xenofobia e dello squadrismo fascista. Una svolta che dimostra ciò che abbiamo sostenuto e messo in guar-dia da sempre: il fascismo è la dittatura terroristica del capitale finanziario sulla classe o-peraia. Salvini (ampiamente favorito dai massmedia), dopo la manifestazione antimmigrati a Mila-no il 18 ottobre scorso, ha lanciato alcuni obiettivi, in funzione demagogica, ma che sono sentiti dai settori popolari e dagli stessi operai, che lo faranno incassare a livello elettorale. Ciò deve farci agire perché nel consenso verso la Lega nord non si individua il pericolo fascista di una forza che ci può portare a nuove tragedie. Mentre la destra strumentalizza il malcontento generale dovuto alla disoccupazione, ai tagli sui servizi, al continuo aumento di tasse, alla mancanza di case, l'Italia - in quanto parte della Nato - deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno che diventeranno oltre 100 milioni di euro al giorno in base agli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza che rafforza la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti e che, con la rete di basi militari Usa/Nato, nelle quali stazionano armi nucleari, sul nostro territorio ha trasformato il nostro paese nella portaerei statunitense del Mediterraneo. Forse non è ben chiaro che si tratta di denaro pubblico sottratto alle spese sociali e destinato ad una stra-tegia aggressiva ed espansionistica contro le popolazioni in varie parti del mondo. Un'allenza che ha addestrato e addestra forze fasciste e naziste, oggi in particolare in Ucraina e che, con il compiacimento del governo Renzi ci trascina in nuovi conflitti di guerra. Ci aspetta, quindi, un nuovo anno di impegno e di lotte potenti.
28 ottobre 2014 redazione
editoriale
Dalla crisi si esce solo cambiando sistema Il movimento operaio si mobilita nonostante i tentativi frenanti dei sindacati confederali, ma la lotta di classe nella sua vera essenza stenta ancora a ripartire Di fronte al definitivo attacco all’art. 18 - iniziato con le lacrime della Fornero nel governo Monti - il jobs act, nuove misure come quelle sulla rappresentanza, i continui veri licenziamenti, la repressione nei luoghi di lavoro, comprese le multe alle avanguardie, le populiste false promesse di Renzi e del suo governo guerrafondaio, abbagliano sempre meno. Lo stravolgimento istituzionale e costituzionale che porta al rafforzamento del potere esecutivo minando la stessa democrazia parlamentare borghese, sono frutto dei potenti uomini della finanza italiana e internazionale, delle grandi banche, delle multinazionali e dei monopoli che tirano i fili del burattino Renzi per avere mano libera nella realizzazione dei loro sempre maggiori profitti, in questo pienamente appoggiato dal Presidente della Repubblica – che, mentre si riempe la bocca sulla difesa della Costituzione, si rende complice e artefice del più grande attacco ai principi da essa sanciti sull'antifascismo portato avanti dalla Liberazione ad oggi. Il debito pubblico supera i 2mila miliardi di euro come si può pensare di sanarlo quando questo genera da solo oltre 80 miliardi di interessi passivi all'anno? Tagli su tagli non saranno mai sufficienti e le spese ricadono solo sui lavoratori e le masse popolari, sempre più costretti a sacrifici enormi, ricattandoli per i prossimi 50 anni. I tagli alle regioni e ai comuni varati con l'ultima manovra ricadranno ulteriormente sui redditi più bassi che saranno costretti a nuove tasse locali mentre basterebbe tagliare per tre mesi quanto si spende nel militare. I servizi, la sanità pubblica, la scuola, i trasporti, il carburante, aumenteranno. Insomma, si continua a gettare nel pozzo senza fondo dell'interesse dei grandi capitali privati quantità smisurate di soldi pubblici che sarebbero fondamentali per interventi nei servizi sociali, per le zone terremotate, per i dissesti idrogeologici. Ma Renzi, per mantenersi il posto, deve inventare qualcosa. Dopo gli 80 euro in busta paga per una fascia di lavoratori, usati per scopo elettorale, ora tocca alle neo mamme. Altri 80 euro al mese per il bonus bebè, indiscriminatamente, perfino a chi guadagna 90mila euro l’anno. La gran parte di pensionati sotto i 1000 euro al mese non gli interessano… sono vecchi e magari non vanno neanche più a votare! Il solo settore che aumenta – di sicuro accordo con il Presidente della Repubblica - è quello della guerra! Il governo Renzi è fedele all’alleanza militare – ricordiamo che l’Italia concede gran parte del territorio italiano alle basi Usa e Nato dalle quali partono gli attacchi contro paesi che l’imperialismo ha tutto l’interesse di depredare, e contribuisce al loro mantenimento che è top secret ma che si stima in circa 400 milioni di dollari all’anno. Con la Nato, infatti, crescono gli impegni dell’Italia e gli unici grandi investimenti economici. Renzi si è impegnato – ovviamente scavalcando il Parlamento - ad aumentare la spesa militare italiana – che oggi è di 70 milioni di euro al giorno - dall’1,2% a 2% del Pil, pari a 100 milioni di euro al giorno. Non si tratta solo dei famigerati F35. Sempre scavalcando il Parlamento il governo Renzi mantiene – rispondendo agli ordini di Obama - le forze militari in Afghanistan per una guerra costata 600 miliardi di dollari, partecipa all’“aiuto” economico alla casta dominante come la famiglia Karzai, arricchita con i miliardi Nato, gli affari sottobanco e il traffico di droga, di ben 4 miliardi di dollari all’anno giustificati come “sostegno alla società civile”. Oltre a trascinare l’Italia in nuove guerre ci rendiamo conto di quali enormi cifre siano? Si impegna a partecipare allo schieramento di forze militari nell’Est europeo appoggiando i nazisti ucraini e a far parte della coalizione di dieci paesi che, col pretesto di combattere l’Isis (altra creatura generata dall’imperialismo), vuole intervenire militarmente in Siria e in Iraq, per partecipare alla spartizione della torta del bottino imperialista che le maggiori potenze Usa e UE gli potranno lasciare come i resti di una preda che i leoni lasciano alle iene. Dal summit Nato dello scorso settembre è emersa un’accresciuta cooperazione industriale tra Nato e UE. Tutti gli alleati devono assicurare che le loro forze terrestri, aeree, navali siano conformi alle direttive Nato e possano “operare insieme in maniera efficace secondo le dottrine e gli standard Nato”. E gli scenari di guerra non mancano: Iraq, Palestina, Siria, Ucraina, Libia, Afghanistan. I monopoli si fanno la guerra per spartirsi le risorse del mondo, i governi – non fa eccezione quello italiano - rappresentano i loro interessi per cui sarebbe una tragica illusione sperare in soluzioni favorevoli al popolo. Un’altra tegola, inoltre si sta abbattendo sulle nostre teste, è il TTIP, il trattato di libero commercio tra Stati Uniti ed Unione europea che per la sua definizione vedrà protagonista il Governo italiano attualmente gestore del semestre europeo. Una vera e propria bomba ad orologeria contro libertà e democrazia, un attentato alla salute, alla cultura, alla formazione. È per questo che noi comunisti sosteniamo che non c’è nessuna speranza di ri-presa, così come ce la prospettano i politicanti. La crisi è del capitalismo e dell’imperialismo e da questa crisi si esce solo con l’abbattimento di questo si-stema, ma per farlo è indispensabile che la classe operaia diventi protagonista della politica e respinga tutte le illusioni che partiti e movimenti cercano di in-culcare. Il movimento operaio si mobilita nonostante i tentativi frenanti dei sindacati confederali, ma la lotta di classe nella sua vera essenza stenta ancora a ripartire. I lavoratori, mossi da esigenze di tipo economico, limitano la protesta - se pure giusta - sul piano rivendicativo e di resistenza. In molte situazioni organizzandosi autonomamente perché i sindacati confederali non svolgono il loro ruolo di difesa della classe lavoratrice e da anni, ormai, concertano e cedono alle esigenze del padronato e dei governanti che lo rappresentano. Significative le esperienze degli ultimi mesi. A Livorno i lavoratori hanno dato vita ad un coordinamento cittadino per affrontare la crisi con la partecipazione attiva; a Pontedera gli operai sono decisi a contrastare la nuova offensiva padronale che vuole avere mano libera su tutto il lavoro, e poi ci sono gli scioperi generali indetti dai sindacati di base. La lotta che ci aspetta non sarà una passeggiata perché si tratta di fare i conti con anni di lavaggio del cervello dei vari partiti di “sinistra” sulla possibilità di arrivare a governare attraverso le elezioni, con anni di uso della delega: dateci il voto e ci pensiamo noi… e quando arrivano in Parlamento fanno solo i fatti propri. Così come la delega ai vertici sindacali ha fatto sì che i lavoratori diventino una massa da mobilitare solo in occasione di qualche sfilata nazionale, organizzata per placare la crescente protesta popolare affinché i padroni dormano sonni tranquilli. Che, nel frattempo, usano la crisi per delocalizzare (sfruttando la manodopera a basso prezzo di altri Paesi), pagare sempre meno, licenziare quando vogliono, aumentare i ritmi a discapito della sicurezza e della salute per mantenere alti i propri profitti. Noi comunisti proponiamo una via diversa: l'abbattimento di questo sistema, per una società socialista. C’è già stato un esempio fondamentale nella liberazione dei lavoratori: la Rivoluzione d’Ottobre Che ha trasformato un paese arretrato dove si moriva di fame in un grande paese sviluppato, con il proletariato al potere, capace di vincere la grande potenza nazista e di tenere testa agli assalti imperialisti diventando punto di riferimento e guida per la lotta di liberazione di tutti i popoli e i proletari del mondo. Caduta solo grazie all'accerchiamento capitalista e alla incessante opera di penetrazione imperialista con la corruzione dei partiti comunisti al potere che, pervasi di revisionismo, hanno abbandonato la lotta di classe e accettato la coesistenza pacifica con l'imperialismo. Se il socialismo è stato temporaneamente battuto, il capitalismo dimostra che non è vincente, non riesce a dare una soluzione di vita superiore al socialismo ma solo a generare guerre, fame, distruzione e morte: rimane sempre più valida la parola d'ordine socialismo o barbarie!
8 settembre 2014 redazione
editoriale n. 4
LA GUERRA HA UN CARATTERE DI CLASSE, È LA CONTINUAZIONE DELLA POLITICA CON ALTRI MEZZI Indispensabile è individuare gli obiettivi per cui questa guerra viene condotta e le classi che l'hanno preparata e diretta Molti ricorderanno questa stagione estiva che si sta spegnendo per il cattivo tempo che ha rovinato quel periodo sempre troppo corto delle ferie, per chi ancora ha un lavoro e che giustifica la caduta del turismo, dovuto al contrario alle strettezze che impone la crisi eco-nomica e la conseguente caduta del potere d'acquisto. Maltempo che ha messo in eviden-za l'assoluta carenza di cura del territorio e porta a continui disastri ambientali e disagi per la popolazione colpita. Invece è stata un'estate caratterizzata dalle guerre che non sono poi così lontane dal nostro Paese. Vecchie e nuove guerre di aggressione. Su Gaza si è scatenata la più deva-stante operazione militare degli ultimi due anni, nella quale i sionisti hanno usato anche gli M-346 di produzione italiana del gruppo Finmeccanica (ora gestita da quel Moretti della strage di Viareeggio). Armi e addestramento ad Israele in quanto parte degli accordi siglati con l'Italia che riguardano anche il campo scientifico, tecnologico, energetico ecc. Israele privilegiata: non ha firmato il trattato di non proliferazione delle armi nucleari (che detiene) ma gode del trattamento previsto solo per i paesi Nato-Ue sull'esportazione di arma-menti. Gli Stati Uniti hanno pensato di ritornare in Iraq, con il pretesto degli islamici, quelli che hanno creato, finanziato e sostenuto in Libia e in Siria per scatenare nuovi conflitti a pro-prio vantaggio della politica di rapina. Per l'Ucraina (della quale ci siamo ampiamente inte-ressati in altri numeri di "nuova unità") altro casus belli con l'abbattimento dell'aereo male-se attribuito ai partigiani ucraini bollati come terroristi che difendono il proprio territorio e la propria cultura contro i disegni di penetrazione dell'imperialismo statunitense ed europeo sostenuto da forze apertamente neofasciste e dove i comunisti sono oggetto di mi-nacce, aggressioni fisiche e dove il Partito comunista sta per essere messo fuori legge. Complice il governo Renzi che in queste guerre ci sguazza da buon servo dei padroni. Ri-cordiamo che il presidente del Consiglio dopo giorni di esitazione e silenzio sull'aggressione sionista contro il popolo palestinese ha lanciato un appello per la liberazione di un soldato israeliano che in realtà era morto in seguito all'avanzata delle truppe da terra. Ci voleva una donna al Ministero della difesa per tracciare le linee guida delle Forze armate sull'orizzonte dei prossimi 15 anni. La Pinotti - che in qusti giorni è volata in India per ac-certarsi delle condizioni di salute del fuciliere Latorre, accusato di assassinio (ma quanto ci costa?) - ha riaperto le porte di una strategia datata 1991 quando l'Italia ha combattuto la sua prima guerra nel Golfo, sotto il comando statunitense. In queste linee guida non inte-ressa la difesa del territorio nazionale quanto gli "interessi vitali" e la "sicurezza economica" e, per questo, il "Paese è pronto a fare ricorso a tutte le energie disponibili e ad ogni mezzo necessario, compreso l'uso della forza o la minaccia del suo impiego". Che tradotto significa chi se ne frega dell'art. 11 della Costituzione, significa destinare risorse economi-che, che aumenteranno, all'armamento, significa spingere l'industria verso traiettorie tecnologiche e industriali che possano rispondere alle esigenze delle Forze armate. È la sua difesa dell'occupazione! Per gli imperialisti, del resto, è la guerra, che alimenta il complesso militare-industriale, la soluzione alla crisi economica. Con le sue conseguenze catastrofiche, oltre le perdite di vi-te umane, di distruzione del patrimonio artistico e ambientale. Strumento dell'imperialismo saldamente in mano agli Stati Uniti, la Nato, ampiamente pre-sente sul nostro territorio con basi militari di rifornimento e deposito nucleare, e con l'utilizzo dello spazio aereo e marino per i propri addestramenti di guerra aggressiva e di con-quista. Con il suo nuovo avamposto in Ucraina - dopo aver distrutto la Jugoslavia continua la penetrazione nei Paesi dell'est, con il potere sull'Europa - mobilitata come alleato sui fronti di guerra - la Nato cerca la conquista dell'Oriente. Intanto passa sotto silenzio il TAFTA (Trans-Atlantic Free Trade Agreement) o TIPPT: il trattato di libero commercio tra Stati Uniti ed Europa (lo abbiamo trattato sul n. 3/2014). Uno degli accordi “commerciali” più ampi e decisivi della storia, visto che riguarda 800 milioni di persone e due potenze che rappresentano più del 40% del PIL (prodotto interno lordo) mondiale. Obiettivo del TAFTA è creare norme comuni tra USA e Unione Europea in campo commerciale, sociale, tecnico, ambientale, oltre che nei settori della sicurezza, dell’accesso ai medicinali, della giustizia, dei codici del lavoro, della regolazione delle finanze e dell’educazione. Ma le guerre non bastano. Il Governo Renzi, degno realizzatore del "Piano" Gelli - nella più assoluta indifferenza popolare - ha portato a termine il progetto di revisione della Costitu-zione fatta passare come prioritaria per gli italiani mentre milioni di lavoratori hanno il problema del licenziamento, del precariato, della riduzione degli stipendi, della mancanza di rinnovi contrattuali. Renzi - amato dalle banche che lo guidano nella sua battaglia la parità tra Camera e Senato dicendoci che è per risparmiare, ma trasformano il Senato in un'assemblea di notabili, comunque pagati. Sono riforme che non cambiano assolutamente la vita economica dei lavoratori, cambieranno dal punto di vista repressivo. Sono misure che portano al presidenzialismo rafforzando la fascistizzazione dello Stato in previsione anche dello scoppio di una lotta di classe che di questo passo si inasprirà. Di pari passo il Governo mette le mani sulla sanità e la scuola rottamatrice (e dello stesso PD) - promette, a parole, e sposta a 1000 giorni i 100 promessi! Aboliscono. Novità di segno negativo per la salute pubblica con ulteriori tagli di personale, di letti, di strutture ospedaliere; aumento dei ticket, orari impossibili per gli operatori. An-che nella sanità si afferma la tendenza, già in atto da tempo, delle privatizzazioni che provocheranno un vero e proprio disastro. Sul piano scolastico (vedi a pag.3) Renzi incarna la politica autoritaria attuata da Marchionne (che lo sostiene e ci guadagna la fronitura di blindati Iveco per Israele) con i deliranti progetti che vanno nella direzione di meritocrazia e di eliminazione dei meccanismi automatici di anzianità di servizio annunciati dalla Giannini. Ma l’interesse per la scuola pubblica del Governo Renzi è nel business per imprenditori dell’edilizia, un fiore all’occhiello da sbandierare come obiettivo per “forzare” il patto di stabilità e indirizzare risorse pubbliche verso ditte specializzate (ovviamente private) allo scopo di fatturare profit-ti. Altro disastro! La situazione è veramente pericolosa, la guerra non è così lontano, la svolta autoritaria neppure. In quanto comunisti proponiamo una via d'uscita dalla crisi - che riguarda anche la cultura e i valori -; dalla guerra, dalla disoccupazione. Abbattere questo sistema politico, economico e sociale che si mantiene sullo sfruttamento e la povertà della maggioranza della popolazione. Come? Con una risposta di massa sul piano antifascista, anticapitalista e antimperialista che richiede il protagonismo, la partecipazione, l'organizzazione della classe operaia, del proletariato e degli strati popolari. I lavoratori possono vivere senza i padroni. I padroni non creano i loro lauti profitti senza i lavoratori. Al bando, quindi l'indifferenza e la rassegnazione. Coscienti, decisi, uniti e organizzati, si vince!
17 giugno 2014 redazione
23 giugno contro l'Accordo rappresentanza
CI VUOLE IL PROTAGONISMO DEI LAVORATORI Alcune considerazioni sul Testo Unico sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 e sui primi provvedimenti del governo Renzi Il 10 gennaio Confindustria e Cgil, Cisl e Uil hanno firmato il “Testo Unico sulla rappresentanza” che stabilisce la nuova disciplina del lavoro e nuove regole nel conflitto fra capitale e lavoro. Quest’accordo è il completamento del Protocollo d’Intesa del 31 maggio 2013, criticato dal Coordinamento delle RSU, dalla FIOM e dai sindacati che base, perché considerato un attacco alla democrazia sindacale, una vera svolta autoritaria. I punti salienti di quest’accordo stabiliscono che: • possono partecipare alla vita sindacale aziendale solo quei sindacati che superano la soglia del 5% della rappresentatività sui posti di lavoro. • - la rappresentatività si misura dal rapporto fra iscritti con deleghe (e per questo i sindacati hanno attivato speciali rapporti con l’INPS) e risultati delle elezioni delle RSU. • • l’accordo fra Confindustria e sindacati confederali impegna i firmatari a certificare gli iscritti attraverso CNEL e INPS, per rendere più agevole la certificazione della maggioranza del 50%+1 nel rinnovo degli accordi contrattuali. • • sono introdotte multe, chiamate Sanzioni pecuniarie ai rappresentanti sindacali che violano la pace sociale e gli accordi sottoscritti da CGIL-CISL-UIL. • • È introdotto l’arbitrato interconfederale in sostituzione dell’autonomia delle singole categorie, violando anche la recente sentenza della Corte costituzionale sulla Fiat. L’intesa stabilisce, infatti, che se ci sono problemi tra diversi sindacati all’interno di una categoria c’è l’obbligo di chiedere l’intervento di una confederazione, che insieme alle controparti (padroni) è incaricata di risolvere il contenzioso. Così d’ora innanzi i contratti nazionali non le faranno più categorie, ma le confederazioni che si sostituiscono a loro eliminando in sostanza il “libero” ruolo di contrattazione tra le parti sociali”. Inoltre come se non bastasse, il governo del presidente del Consiglio Matteo Renzi dopo aver confermato la “mancia elettorale” di 80 euro in più in busta paga per i lavoratori dipendenti, dal 21 marzo 2014 ha introdotto lo Jobs Act, con tutte le nuove specifiche sui contratti. Con il decreto il Jobs Act, cambiano le regole su apprendistato e necessità di causale inerente la formulazione del contratto di lavoro, che non è più richiesta in maniera obbligatoria. Da adesso non sarà più necessaria per stipulare un nuovo rapporto di lavoro a termine, anche se questi ultimi, d’ora in avanti, non potranno superare il limite del 20% dei contratti realizzati in azienda. Le nuove indicazioni del Jobs Act, poi, specificano che è possibile prorogare fino ad otto volte, pur rimanendo entro il limite massimo dei tre anni, quella stessa attività alla base della formulazione contrattuale, mentre fino ad ieri era in vigore la possibilità di una sola proroga, sempre entro i tre anni, dopodiché il datore di lavoro era obbligato a scegliere se assumere il lavoratore o interrompere il rapporto. Riguardo all’apprendistato il Jobs Act diventa addirittura peggiorativo rispetto alla “riforma” Fornero. Con quest’accordo la formazione diventa facoltativa, con retribuzione pari al 35%. Inoltre, decade il limite minimo per le aziende di contratti di apprendistato da convertire in assunzioni entro il limite dei te anni, per usufruire nuovamente della tipologia contrattuale. Questi accordi e decisioni determinati dalla crisi e dai rapporti di forza in campo fra le classi sono tutti a vantaggio dei padroni contro gli operai. La difesa dei profitti avviene come sempre e ancor più di prima sulla pelle dei proletari. I governi di “salvezza nazionale” che si sono succeduti dal 2008 ad oggi hanno proceduto speditamente a difendere gli interessi dei capitalisti sulla pelle dei proletari. La riforma delle pensioni del governo Monti (Ministro del Lavoro Fornero) sostenuta da PD-PDL ecc, ha portato a 70 anni l’età pensionabile, aiutato le delocalizzazioni, aumentato i licenziamenti e i disoccupati con il continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per tutti gli strati bassi della popolazione. Il governo Renzi ha accelerato l’abbraccio padroni e sindacati confederali in difesa del sistema imperialista ottenendo pubblicamente Il plauso e il sostegno aperto della Confindustria di Squinzi dimostrandosi nella crisi il più credibile comitato d’affari della borghesia. Mentre sono tagliati i diritti dei lavoratori, dei pensionati, dei disoccupati, i proletari stanno sempre peggio a causa dei sacrifici imposti da lor signori. Viviamo in un paese in cui dilagano gli scandali e le ruberie di denaro pubblico, dall’Alta Velocità in Val di Susa all’Expo, (come recita il suo slogan nutrisce e gonfia il portafogli di politici e imprenditori) fino a Venezia dove scoppia lo scandalo delle tangenti nelle opere del Mose che invece che fermare l'acqua alta alimenta con un miliardo di tangenti i conti di politici e imprenditori. In realtà tutte le chiacchiere sulla legalità, sull’onesta, sulla legge uguale per tutti non sono altro che frasi vuote dietro cui nascondere le loro malefatte Dietro la faccia buona della democrazia borghese si nasconde la brutale dittatura del capitale in tutta la sua violenza. Il sindacato concertativo e conflittuale ha ormai lasciato il campo a quello collaborativo, elemento regolatore del mercato del lavoro e del conflitto sociale. L’oppressione e l’intensificarsi dello sfruttamento nell’immediato non solo aumentano la concorrenza fra lavoratori e alimentano la guerra fra poveri, ma sono la causa dei morti sul lavoro e di lavoro e nello stesso tempo le condizioni materiali per la rivolta. Le nuove regole repressive e la fascistizzazione dello Stato hanno lo scopo di reprimere sul nascere la protesta operaia e i movimenti di contestazione, ma non possono impedirli. La crisi evidenzia e spinge una minoranza della parte più cosciente della classe operaia a prendere coscienza della sua realtà di sfruttamento. La lotta di classe e il conflitto sempre latente o manifesto sono inevitabili nel capitalismo a dispetto di testi unici e leggi fasciste. Sotto l’apparente calma piatta del malcontento e si sta formando un’avanguardia proletaria che quanto prima sarà costretta a fare i conti con il suo passato e il suo presente. Un’avanguardia che chiuda definitivamente il conto con gli ingloriosi dirigenti pseudo “comunisti” che come sindacalisti o ministri del governo borghese di centro sinistra al pari di quelli del centrodestra hanno difeso gli interessi del grande capitale sostenendo le azioni di guerra della NATO e del governo Italiano nel mondo, promulgando e sostenendo leggi contro i lavoratori e dimostrandosi quello che sono: difensori del sistema borghese da cui traggono vantaggi economici e politici. La storia insegna che senza un partito comunista proletario o un movimento politico indipendente e coordinato nessuna lotta può trasformarsi spontaneamente in lotta rivoluzionaria per il potere, ma stanno maturando i tempi anche per questo. Riprendere il dibattito su quale società vogliamo e con quali strumenti si conquista non è solo un tema da rimettere all’ordine del giorno: ma un obiettivo da raggiungere e una pratica da riprendere.
9 giugno 2014 redazione
editoriale n. 3

L’EUROPA ERA E RIMANE NELLE MANI DEI CAPITALISTI, DELLE BANCHE, DELL’IMPERIALISMO

Di fronte ai tanti nemici e ai numerosi ostacoli i compiti dei comunisti sono enormi. L’organizzazione è indispensabile 

L’”Italia è migliore di come la intendiamo”, ha detto Renzi. Dal canto suo senz'altro. Da parte nostra possiamo rilevare che basta individuare la giusta strada del convincimento per far passare concetti socialdemocratici e liberali e riuscire ad influenzare grandi numeri, che comprendono anche lavoratori e pensionati (in attesa degli 80 euro del 2015), e raccogliere voti anche dalla destra. Sebbene il “fenomeno” Renzi riesca a far passare per 40% un risultato che, se calcolato sul corpo elettorale, rappresenta il 23%.

La stessa influenza si riscontra nelle amministrative, a Firenze stravince il delfino di Renzi, e poi dal Piemonte all’Abruzzo dove è stato eletto D’Alfonso riciclatore di candidati del centrodestra, imputato in due processi dovrebbe dimettersi ma ha subito annunciato: “non mi dimetto”.  

Il recupero di 80 euro (l’elemosina spacciata per ripresa dei consumi tolta dai servizi dell’amministrazione pubblica), il richiamo alla positività, alla stabilità, le tante promesse, delle riforme, del cambiamento, della crescita, in pieno stile democristiano e da uomo della provvidenza, hanno convinto parte dell’elettorato. A questo hanno contribuito i soliti sindacati confederali che, dopo anni di convincimento sulla delega che ha disarmato il movimento operaio, e anni di concertazione, continuano ad illudere sulle capacità “miracolistiche” di Renzi.

Che ha vinto le primarie e si è circondato da fedelissimi (premiati nel Governo e nelle liste europee) nella segreteria del partito, ha trasformato completamente il Pd e ora preannuncia un’ulteriore rottamazione sia all’interno che – secondo lui – in Europa ed ha la copertura per fare avanzare le sue porcate come quella sulla casa (più cresce il bisogno di alloggio, più il governo tutela la proprietà privata contro morosi e occupanti), quelle riforme costituzionali che, più che portare rinnovamento, ci catapulteranno in un processo di fascistizzazione. Renzi ha imparato bene dalle sue visite negli Stati Uniti, dai suoi rapporti con i repubblicani più reazionari e con i sionisti, fin da quando era presidente della provincia di Firenze da dove ha iniziato la scalata al Comune grazie ai tanti finanziatori che lo foraggiano. Uno stile molto simile a quello di Silvio Berlusconi.

Dopo mesi di martellamento di tutti i politici presenzialisti in ogni trasmissione durante la campagna elettorale, le fatidiche elezioni europee ci sono state ed ora assistiamo ad una nuova fase, quella delle… analisi. Per noi è una riflessione doverosa.

Renzi, più che il PD oscurato da lui e dai servili mass-media che gli sono favorevoli, ha giocato una carta evidentemente vincente. Sebbene, numeri alla mano, hanno votato Pd 11,1 mln, ma il doppio 20,1 mln si è astenuto (sui quali tutti tacciono) e non solo per qualunquismo, ma per protesta e mancanza di fiducia verso i politici parolai.

La stessa forma propagandistica di vittoria usata da Renzi non ha funzionato con Grillo. “Raggiungeremo il 50%, saremo i primi, manderemo tutti a casa, andremo dal Presidente, chiederemo le dimissioni ecc.” … oppure me ne vado… Non ce n’è uno che se ne va!

Grillo ha mirato troppo in alto con la grande avanzata in funzione di stimolare il voto verso il M5S, non gli ha giovato neppure l’incondizionato appoggio dei Carc. I suoi continui sbandamenti e oscillazioni tra populismo di destra e di “sinistra” e pure la comparsata a “porta a porta” l’hanno lasciato dov’era.

Sulla novità di chiara marca opportunista, la lista Tsipras, c’è poco da dire. L’accozzaglia di forze e individui anticomunisti – a partire da Curzio Maltese acceso anticubano - che lì sono raggruppati non ci fa capire se e come questa lista si evolverà in Italia. Ci interessa però denunciare che, pur essendosi presentati come sinistra, hanno scelto come richiamo il nome di un individuo socialdemocratico completamente inserito nelle istituzioni tanto da dichiarare in intervista ad Antenna tv (emittente greca) proprio in maggio “Dico con tutta la forza della mia anima che il nostro paese è realmente un paese che fa parte del quadro occidentale, appartiene all’Unione Europea, alla NATO e questo non si mette in discussione…”. Tsipras difende quell’alleanza militare che costa mille miliardi di dollari all’anno; che ha distrutto la Jugoslavia, che si è estesa all’est, che è penetrata in Ucraina addestrando i gruppi nazisti usati da Kiev contro i comunisti e gli antifascisti con la complicità di Usa, Israele, UE per entrare in un’Europa fallimentare.

La resuscitata Forza Italia si è fatta scippare i voti dal Pd, anche se, sommandosi con il Ncd mantiene la sua posizione.

Al contrario di altri paesi europei i fascisti di Fratelli d’Italia-An sono rimasti al palo. La loro politica nazionalista, razzista e xenofoba è stata coperta dalla Lega nord che, con la nomina del neosegretario Salvini, ha rafforzato il suo ruolo reazionario cercando l’alleanza con il FN francese ed è stato pagato con il voto.

Ma le elezioni hanno riguardato tutti i paesi europei dove l’astensionismo l’ha fatta da padrone, a partire dalla Repubblica ceca. Al tempo stesso si rileva un’avanzata delle forze fasciste, in Francia, Inghilterra, Ungheria, Danimarca, Austria, Polonia, Croazia, Olanda, Grecia, Malta. E i nostri rappresentanti, in particolare i populisti si precipitano – Grillo con l’UKIP inglese (svelando il suo vero volto), Salvini con il FN francese, per fare gruppo e rafforzare le loro posizioni reazionarie che inevitabilmente si ripercuoteranno nelle rispettive società.

A sentire le forze politiche sembra che l'Europa nasca da queste elezioni. Tutte verginelle, ma dov'erano fino ad ora? Perché non hanno fatto prima ciò che promettono ora? Cosa hanno fatto quelli che ora vogliono “abbellirla”?

Anche quelli che oggi si presentano contro l’euro strumentalizzando il malcontento, corrono ad occupare le poltrone e i cittadini – anche chi ha votato sperando in un’Europa riformabile (quanto possono incidere 73 variegati rappresentanti su 730?) – e illusi di poter scegliere il presidente di commissione, devono mantenere il carrozzone di servitori delle banche e del capitale.

L’Italia si è distinta per l’assenza di una lista comunista. Non tanto perché i comunisti credano nel cambiamento attraverso le elezioni, ma per l’attacco che sta crescendo, anche questo a livello europeo, contro organizzazioni e simboli comunisti – simboli di lotta e di lavoro - che sono equiparate a quelli fascisti e nazisti, che partecipano mascherati. 

Concludendo: bene i dati sull’astensionismo e sul numero di schede nulle e bianche. Ancora una volta le elezioni ci hanno dimostrato che il proletariato non può prendere il potere se non con la rivoluzione. L’Europa alla quale l’Italia, in continuità con la lettera inviata dalla BCE nel 2011 a Berlusconi, è vincolata economicamente – dal fiscal compact alle multe di inadempienza, ad esempio sulle carceri e le discariche che superano i 100 milioni al giorno - si riconferma un’oligarchia finanziaria che impone austerità e competitività che strangola economicamente e limita i diritti e le libertà di lavoratori e masse popolari. Un sistema imperialista che tiene sempre pronto l’uso della guerra. Il vertice Nato del 21 maggio a Bruxelles dei ministri della Difesa – taciuto dall’informazione - è un segnale di aggressività, oltre che di aumento di spese militari. Tra l’altro la Commissione europea ha deciso che dal 2014 la spesa per i sistemi d’arma, compresi gli F35, sia calcolata nel pil non come spesa, ma come investimento per la sicurezza del paese, ovvero come mascherare il debito. Incredibile, sempre su l’ingegnosa raccomandazione europea, l’aumento del pil calcolando – oltre all’economia del sommerso che già c’è - il commercio proveniente da attività criminali!

Sul piano interno si prospettano disoccupazione, ulteriore precarizzazione - attraverso il jobsact - tagli, privatizzazioni e liberalizzazioni (con accordi libertici sostenuti dai sindacati confederali) che equivalgono a peggioramento di condizioni di vita – si abbasserà sempre più la qualità dei servizi, soprattutto nella sanità – e di lavoro, carovita, repressione.

Per i comunisti i compiti sono sempre più gravosi. Devono lottare non solo contro il capitale e tutti i suoi mali, ma anche contro l’influenza della socialdemocrazia, del riformismo e del populismo. Che richiedono anche, di fronte all’avanzata delle organizzazioni fasciste e dei pericoli di guerra, il rafforzamento dell'impegno antifascista.

E lo devono fare con le proprie forze – interpreti e protagonisti delle necessità della classe operaia -, coscienti di avere molti nemici e molti ostacoli. Per questo è sempre più necessario che gli autentici comunisti si uniscano.


17 aprile 2014 redazione
editoriale

Il capitalismo non ha problemi: è il problema  

25 Aprile – 1° Maggio: due date significative per riflettere su come sconfiggere l’imperialismo, il capitalismo, il fascismo e l’opportunismo

 Siamo alla vigilia di due importanti date che nel tempo hanno perso il loro valore ma che sono e restano patrimonio di tutti i comunisti: il 25 Aprile e il 1° Maggio. Tenere viva la memoria sulla Resistenza e la vittoriosa Lotta partigiana contro il fascismo assume sempre più il significato di respingere tutti quei tentativi delle varie forze politiche – comprese quelle che ancora si definiscono di sinistra – di dare una svolta autoritaria al nostro Paese. I partigiani hanno combattuto a caro prezzo con sacrifici e con la vita per liberare l’Italia dall’occupazione nazista e dall’odioso dittatura fascista di Mussolini. Sia i partigiani comunisti che la classe operaia, con le sue battaglie e scioperi in fabbrica, hanno posto al centro l’aspirazione a liberarsi dall’oppressione e dalle ingiustizie sociali con una forte connotazione di classe orientata a cambiare verso una società socialista e laica verso l’internazionalismo proletario.

Il continuo lavorio in senso anticomunista del Vaticano – i cui effetti maggiori si sono visti nell’Europa dell’est -, il suo appoggio alla DC e alle forze di destra, il compromesso storico, la degenerazione revisionista del Pci e il collaborazionismo dei sindacati confederali - che hanno sacrificato gli interessi della classe operaia e delle masse popolari alle sorti del capitalismo imperialista italiano ed europeo -, il lungo periodo delle stragi di Stato, ci hanno portato ai nostri giorni. In questo periodo con il capitalismo al collasso le forze conservatrici impoveriscono, reprimono e annientano l’intera classe lavoratrice mentre nascono movimenti populisti presentati come novità, ma che non cambiano le cose. Anzi la loro politica anticapitalista e antistatalista ci riporta al fascismo movimento prima e al fascismo partito poi col potere del governo blindato da Mussolini con il maggioritario fino al fascismo regime tramite il presidenzialismo del “capo del governo”.

Si susseguono governi abusivi per proseguire le scelte economiche favorevoli al complesso industriale-militare, ai monopoli, alle banche, all’Fmi, nella sudditanza alla Nato, garanti delle missioni militari all’estero (dove anche i militari italiani sono addestrati alla tortura), nei rapporti internazionali. Ogni governo è fedele agli Usa e ad Israele, un legame rafforzato dal vertice Letta-Netanyahu dello scorso dicembre con la firma di 12 accordi di cooperazione economica e militare che sono rivolti ad opprimere il popolo palestinese. Sul piano politico ognuno garantisce l’affermazione dell’ideologia borghese in funzione anticomunista. E passano da una truffa all’altra. Da quella elettorale a quella dell’euro a quella del lavoro, compreso la propaganda delle quote rosa.

Anche l’antifascismo, quindi, viene manipolato non solo dalle sterili e convenzionali cerimonie delle istituzioni, ma nei fatti.

Con il metodo eversivo con il quali si sono insediati gli ultimi tre governi, larghe intese tra Pd, PdL e poi con la nuova destra di Alfano al servizio del Presidente della Repubblica - un disegno che stravolge persino la stessa Costituzione borghese -; con la negazione di un sistema elettorale proporzionale a vantaggio di un esagerato quanto ingiustificato premio di maggioranza; con il tentativo di evitare il conflitto di classe; con riforme del lavoro, elettorale e costituzionali (abolizione delle Province, del Senato, presidenzialismo): con la concessione ai gruppi fascisti di organizzarsi e manifestare. Con l’aspetto culturale utilizzando i mass media, pennivendoli e artisti compiacenti e facendo passare proposte di parlamentari fascisti per instaurare giornate del ricordo che in realtà utilizzano per denunciare i “crimini” comunisti e negare i veri crimini che le truppe mussoliniane hanno perpetuato in Slovenia e nell’ex Jugoslavia; con la criminalizzazione di chi si ribella a questo sistema come il movimento No Tav, no Muos, per la casa ecc.: con restrizioni (obbligo o divieto di dimora, foglio di via ecc), accuse di terrorismo e multe di centinaia di euro alle avanguardie delle lotte. Il tutto in nome della difesa della democrazia. Una fascistizzazione dello Stato a tutti gli effetti. Inciuci, parole e slogan superficiali e vuoti come quelli del governo Renzi – passato da rottamatore a riciclatore - si riflettono anche nel mondo del lavoro. Anche quest’anno il 1° Maggio, giornata internazionale dei lavoratori, non può essere una festa. La classe operaia è sotto un attacco inaudito, i capitalisti – sempre alla ricerca del massimo profitto – delocalizzano od optano per il settore finanziario e licenziano. Milioni di lavoratori si trovano in condizioni disperate e per tutta risposta il neogoverno Renzi propone il jobsact (in continuità con la legge Treu), ovvero il sistema per aumentare la precarietà nell’interesse del padronato, mentre i sindacati Confederali (che hanno persino favorito l’introduzione dell’Ugl nei posti di lavoro, il cui segretario è oggi accusato di furto) accettano ogni tipo di accordo che, oltre a continui compromessi sui contratti, approvano regole – come quelle sulla rappresentanza – un grave attacco alle libertà sindacali e del diritto di sciopero.

Disoccupazione, carovita, sfratti (40mila nel primo trimestre), tagli sui servizi (ma non sulle spese militari), privatizzazioni, aggressioni poliziesche contro gli operai, provvedimenti giudiziari a chi si ribella, criminalizzazione delle lotte, attacchi fascisti e razzisti, guerra: è ciò che offre il capitalismo.

In questa grave situazione tutte le forze politiche stanno sgomitando per affermarsi alle elezioni europee. E tutte ora cavalcano l’opinione che l’Europa va cambiata, va migliorata. Non c’è spazio di miglioramento nelle istituzioni borghesi siano italiane che europee. L’essenza dell’Unione europea è di carattere imperialista, reazionaria e guerrafondaia – il suo ruolo lo vediamo anche a fianco di Usa, Nato e gruppi neonazisti nei recenti scontri in Ucraina – nel sostegno diretto o indiretto nelle aggressioni militari in Libia, Mali, Siria. I suoi trattati di austerità, pareggio di bilancio, saccheggio della ricchezza prodotta dai lavoratori, delle direttive di intensificazione dello sfruttamento e di deindustrializzazione contro il movimento operaio e la libertà delle donne non sono modificabili con il voto. La storia insegna che la partecipazione della sinistra nei governi borghesi non ha impedito l’attacco del fascismo contro il proletariato.

Pensare di cambiare questa Europa, che mette sullo stesso piano nazismo e comunismo, affidandosi a Tsipras, estimatore della politica di Obama, è un consapevole inganno ai danni dei lavoratori.

No l’unità europea sarà tale solo quando i paesi europei saranno socialisti, quando l’Europa non sarà più in mano agli interessi del capitalismo, delle banche, degli accordi militari con la Nato né sottoposta ai ricatti della Casa Bianca.

Si può fare. Non è utopia respingere l’offensiva del capitale sia sul piano nazionale che europeo. Ci vuole l’unità d’azione della classe operaia, la classe antagonista al capitale. Bisogna rifiutare il disarmo ideologico imposto dai partiti revisionisti e socialdemocratici affinché il proletariato acquisti sempre più forza nella sua lotta contro la borghesia e crei le premesse per la sua definitiva emancipazione. Dalla crisi si esce solo abbattendo il capitalismo.


7 marzo 2014 redazione
editoriale 01

"State sereni”…  

Dagli scout dove nel 1997 non si è fatto mancare la stesura di un documento: “Manifesto dei giovani per il futuro” alla direzione del giornalino dell’Agesci nel 2000. Nel 2003 presidente della provincia di Firenze a sindaco di Firenze, ad oggi: una carriera fulminante!  

Un altro anno è iniziato e subito ne abbiamo viste delle belle. Mentre si aggrava la situazione per il movimento operaio con l’aumento della disoccupazione e per le masse popolari con il carovita, gli sfratti, i tagli sui servizi – sanità in primis – continua ad esserci chi usa la politica per i propri giochini personali e per l’appagamento della propria ambizione.
Abbiamo assistito ad un cambio di guardia stile golpe all’interno di quel partito privo di identità che si sta sfaldando. “Stai sereno” nel Pd equivale a ti faccio le scarpe e Renzi, ossessionato dal potere, in questo è un campione. Vero che il governo Letta non era risolutivo, vero che per i lavoratori qualunque governo si alterni non cambia la loro situazione, il problema è il sistema. Quello attuale è capitalista e imperialista e fa gli interessi della propria classe, quella borghese, ma non possiamo fare a meno di riflettere su ciò che è accaduto nei primi giorni dell’anno. Il nuovo, arrogante, frivolo, superficiale e vuoto (come dimostrato dal suo essere sindaco) presidente del Consiglio e tutti i suoi cortigiani (tutti sistemati in posizioni di potere) si sono vantati d’aver vinto le elezioni alle primarie attribuendosi 3 milioni di voti, numero che va oltre i votanti compreso quello degli altri candidati. Ma peggio è far passare questa elezione come forma di democrazia quando chiunque ha potuto votare – di destra o di “sinistra” – purché versasse 2 euro e così portare in auge il nuovo Berlusconi con il quale Renzi ha subito preso accordi, compreso il veto su Gratteri ministro della Giustizia, troppo antimafia per il caimano. Che gli ha permesso di cambiare la direzione del Pd guadagnando la maggioranza e mettendo ai posti chiave i suoi fedelissimi.
E dopo la benedizione del Presidente della Repubblica - che ha svenduto i suoi stessi uomini messi al governo attraverso forme presidenzialiste - raccoglie elogi dal centrodestra, la grande apertura del mondo imprenditoriale e della stampa a seguito, usa ad enfatizzare personaggi oscuri. Con Renzi si afferma la richiesta di un uomo nuovo e decisionista al comando, che svuota ulteriormente il ruolo del Parlamento e che, con la celebrazione del mito della velocità – che non significa rapidità, ma non far capire cosa succede per poi poter fare quello che i politici fanno da sempre ed impedire di pensare - porterà a compimento quelle riforme istituzionali e costituzionali tanto care alla destra fino alla “salvezza” di Berlusconi. Una posizione pericolosa perché oggi il governo è in mano ad un goliardo, domani può essere un fascista
Un’ulteriore dimostrazione per coloro che hanno velleità elettoralistiche e pensano che la partecipazione nelle istituzioni borghesi possano determinare cambiamenti a favore dei proletari. Morto un papa se ne fa un altro e dall’estero alzano subito la cornetta (è l’ipocrisia della prassi!) in segno di riconoscimento.

Telefonate dagli Stati Uniti già meta privilegiata di Renzi dove ha speso milioni di euro in ristoranti e hotel di lusso a carico del comune di Firenze, dalla Merkel, da Netanyahu. Quest’ultimo ha avuto più volte modo di potersi fidare ciecamente di Renzi dopo la liquidazione della filoisraeliana Bonino. È quello che si è collegato con la “maratona oratoria per Israele” a due giorni dall’operazione militare contro Gaza (170 morti tra i quali decine di civili), che difende il diritto di Israele ad esistere, che definisce l’atteggiamento antisraeliano della sinistra inconcepibile e insopportabile ecc. Santificato dal Vaticano che abbandona un democristiano per un altro per salire sul carro del vincitore.

Ora abbiamo un nuovo-vecchio governo basato su quella logica spartitoria che accontenta tutte le parti politiche, che butta fumo negli occhi con la storiella dei giovani e delle donne. In quanto ai giovani c’è da ricordare che Renzi non è il primo trentanovenne. È stato preceduto da Mussolini che, come lui, aveva la pretesa di modificare l’assetto costituzionale con la giustificazione di alleggerire la burocrazia amministrativa, partendo dalla legge elettorale e con quella di dare più stabilità al Paese.

Dov’è innovazione? Forse negli insulsi discorsi del suo esordio al Senato e alla Camera, forse nel parlare con le mani in tasca, quando all’economia è stato messo il ministro Padoan, garante dei poteri forti, consulente della Banca Mondiale e della Banca centrale europea, della Commissione europea, membro Ocse e del Cespi che lavora per gli Stati Uniti d’Europa e di Italia – una lobby di stampo piduista -, direttore del think tank italiani europei, che è stato direttore del Fondo monetario internazionale.

Cambiare tutto per non cambiare niente. L’agenda è quella di Monti e di Letta – comprese le spese militari -, un passaggio di “pedine” con l’illusione che Renzi (faccio tutto io e subito), il democristiano più furbo degli altri che lo hanno preceduto ed evidentemente più capace di manipolare il consenso verso la realizzazione del piano Gelli, che ha lasciato un gran buco (ora le inchieste aperte si chiuderanno) quando era presidente di Provincia, sia in grado di risolvere il problema globale dell’Italia.

Ha nominato 62 tra viceministri e sottosegretari (molti dei quali indagati) tra i quali Gentile, espressione della peggior politica del sud Italia peraltro completamente ignorato da Renzi al momento del suo insediamento.

Prima a parlare dei suoi ministri quella della Difesa sulla questione dei fucilieri che hanno assassinato i pescatori in India. La Pinotti – che a fine febbraio ha già partecipato ad una riunione Nato sull’Ucraina - sostiene che “i marò non devono essere processati in India e che l’Italia deve proseguire il suo impegno nella missione internazionale antipirateria”. Ma di che cosa parla? I due militari accusati, e altri, hanno ucciso in servizio su un mercantile privato, cioè pagati dallo Stato in difesa del capitale.  

Nulla cambierà, dunque, per la classe lavoratrice, i pensionati, le donne stesse e neppure per i giovani e per gli stranieri che continueranno ad essere in balia del “mercato”, ancora di più con la sua proposta di jobs act – cioè la riedizione della proposta Ichino che punta sull’abolizione dell’art. 18 -, se non un’ulteriore accentuazione delle privatizzazioni dell’industria e dei servizi e l’eliminazione degli ammortizzatori sociali. Le promesse sulla riduzione fiscale Irap e Irpef per le imprese ricadono subito sul proletariato che si trova nuove tasse sui rifiuti e nuove accise sui carburanti che corrispondono ad una nuova ondata di rincari.   

La prima uscita pubblica di Renzi nel nord est ha ben dimostrato l’aria che tira: evitare di incontrare i lavoratori Electrolux preferendo giocare con i bambini perfino con le battute sulla Fiorentina mentre gli operai sono sottoposti a sempre maggiore sfruttamento. Ancora una volta non bisogna illudersi né sperare nelle promesse del giovane rampante e della sua accelerazione modernizzatrice. Non bisogna cadere nelle trappole della stabilità né del dopo Renzi il diluvio. Nel diluvio ci siamo già perciò deve andare avanti la convinzione che questo sistema capitalista va abbattuto. Lotta di classe, quindi, partecipazione e organizzazione.


20 dicembre 2013 redazione
editoriale

UN FENOMENO PERICOLOSO

Demagogia sociale per impedire lo sviluppo del movimento rivoluzionario

 

Abbiamo sempre messo in guardia dal pericolo fascista e dall’importanza di tenere vivo l’antifascismo in particolare nei periodi di crisi e non solo economica. Da tempo lottiamo per fare chiudere le sedi delle varie sigle sotto le quali si celano i nuovi fascisti che, pur mantenendo saluti romani ed iconografia tipica del ventennio si manifestano con una politica populista e “sociale”. La storia insegna che quando manca il Partito comunista, quando la classe operaia è divisa e influenzata dai partiti revisionisti, quando i sindacati confederali collaborano con il sistema (prefigurano addirittura una cogestione delle imprese sul modello tedesco), quando i partiti cosiddetti di “sinistra” abbandonano – oltre alla lotta di classe - la lotta antifascista e si concentrano solo su problemi di natura istituzionale come la legge elettorale che permetta loro di arrivare e mantenere il potere ignorando le condizioni dei lavoratori visti solo come massa di manovra elettorale, avanzano le forze reazionarie.

Di fronte alla crisi economica che sta colpendo sempre più vasti strati di popolazione – dai lavoratori autonomi ai piccoli imprenditori - il capitalismo non esita a trovare forme nuove pur di mantenere il proprio dominio su tutta la società. Così i “forconi” – dei quali si è sentito parlare un anno fa in Sicilia diretti da Forza nuova – si sono organizzati a livello nazionale. In varie città d’Italia, camuffati da movimento 9 dicembre, i fascisti di Casaggi, Casa Pound, Forza nuova, con l’inserimento della Lega nord e di camorristi, hanno strumentalizzato il malcontento e il disagio di certi strati sociali, arretrati, e piccola borghesia che oggettivamente sono stanchi della classe dirigente di turno ma che non hanno strumenti politici-ideologici per analizzare la situazione e rendersi conto che dietro certi parole d’ordine c’è il vuoto, forse l’abisso. Lo spasmodico uso del tricolore, il martellante richiamo all’essere italiani – che sottintende l’odio verso gli immigrati -, le intimidazioni ai negozianti per la chiusura della bottega, non lasciano dubbi. Così come il permissivismo degli agenti di polizia, tanto rilassati di fronte alle proteste da togliersi il casco: ordine dall’alto o gesto di insubordinazione? Non succede così quando si tratta di manifestazioni operaie, dei minatori, dei pastori sardi, degli studenti, come hanno dimostrato proprio negli stessi giorni a Venezia, Torino, Genova. Non si sono tolti i caschi i poliziotti in assetto da combattimento a Torino durante una pacifica manifestazione contro gli accordi tra i governi di Italia e Israele non certo favorevoli agli italiani, né ai palestinesi. Forze di polizia che a Roma hanno permesso ai fascisti di casa Pound di salire fino al primo piano di un palazzo istituzionale, scala spalla, e fare le loro pagliacciate, prima di intervenire.

Anche i mass-media – che si sono accorti della lotta dei tranvieri genovesi dopo 4 giorni - si sono distinti nell’amplificare sia la protesta che i loschi leader. E non poteva mancare la benedizione del Papa.
C’è qualcuno della galassia gruppettara di sinistra alla ricerca di visibilità, Carc in testa, che valuta positivamente questo movimento che non è rivoluzionario, ma conservatore. Pensa di inserirsi in un presunto tentativo di egemonizzare e guidare la Vandea reazionaria con il solo risultato di accodarsi ai fascisti di Casa Pound. Una posizione pericolosa e disarmante che frena la vigilanza nei confronti del pericolo fascista e che, se proiettata sul piano internazionale, li vedrebbe a fianco dei rivoltosi in Siria o in Ucraina. Confondono le masse – anche nel 1980 i 40mila della Fiat erano da considerare masse su cui intervenire? - con il ruolo della classe operaia e dell’avanguardia creando ancora più danni all’ideologia comunista, come se già non bastassero gli attacchi della borghesia. Movimento che ci riporta alla cosiddetta “rivolta dei Boia chi molla” quando alla fine degli anni ’70, inizio ’80 il missino Ciccio Franco, esponente della Cisnal, capeggiò l’organizzazione universitaria Fuan (del MSI)) . Slogan del quale si fregiarono molti altri e diversi politici italiani e alcuni intellettuali.

È lo stesso Gramsci a metterci in guardia sulla disgregazione e le distinte volontà delle masse quando si chiede se il Partito comunista deve porsi sul terreno di “ubbidire alla volontà delle masse in generale”. E la risposta la trova nel distinguere le varie volontà: quella comunista, massimalista, riformista, democratica liberale e fascista. Perché, sostiene Gramsci, fino a quando sussiste il regime borghese, col monopolio della stampa in mano al capitalismo e quindi con la possibilità per il governo e i partiti borghesi di impostare le questioni politiche a seconda dei loro interessi presentati come interessi generali, fino a quando potranno essere diffuse impunemente le menzogne più impudenti contro il comunismo è inevitabile che le classi lavoratrici abbiano parecchie volontà. Ecco la differenza rappresentata dal partito comunista che rappresenta gli interessi dell’intera classe ma che attua la volontà solo di una determinata parte delle masse, quella più avanzata, il proletariato che vuole rovesciare il regime esistente con i mezzi rivoluzionari per fondare il comunismo.

Non c’è progetto per la classe lavoratrice, nel movimento 9 dicembre, se non quello di usare la violenza fine a se stessa ed agitare la sollevazione per rendere ingovernabile la situazione e chiedere una soluzione autoritaria come espressa peraltro apertamente con l’auspicio di un governo militare o delle regioni, disegno che marcia di pari passo con quello reazionario di instaurare un nuovo ordine mondiale e con i programmi basati sull’”uomo forte” del piduista Gelli. Esplosa, probabilmente non a caso, dopo il passaggio di Forza Italia all’opposizione e in seguito alle denunce di colpo di Stato e alle chiamate di Berlusconi alla rivoluzione nel caso del suo arrestarlo. Ma potrebbe anche essere una prova di blocco reazionario. Ci ricordiamo bene l’esperienza del Cile.
Un anno è passato con le continue illusioni che la situazione stava migliorando, ora che siamo alla fine vogliono convincerci che il prossimo sarà migliore, che ci sarà la ripresa. Chi ci crede? La classe operaia e le masse popolari sono le più saccheggiate sul piano occupazionale, ma anche dei servizi. I pendolari sono costretti a trasporti simili a quello del bestiame nonostante gli alti costi delle tariffe. I tagli nella sanità che obbligano gli operatori a turni massacranti con rischi per se stessi e i pazienti, costringono i malati a pagare ticket e a liste d’attesa interminabili per analisi e ricoveri in ospedali sempre più lontani per la chiusura dei presidi locali. Sparirà la prevenzione a favore della… privatizzazione!
Per battere il capitalismo, le sue tendenze autoritarie, i suoi strumenti usati per attingere a livello di massa ai fini di preservare il suo dominio, è sempre più pressante la necessità di costruire il Partito comunista in grado di ricompattare l’unità di classe e dare uno sbocco politico che non cada nell’interclassismo e chiarisca il ruolo del proletariato e delle sue alleanze. Ma nel frattempo i comunisti devono continuare ad operare contro gli attacchi del fascismo e dei suoi complici ovunque si manifesti.


18 novembre 2013 redazione
editoriale

Su la testa!

Chiusura delle fabbriche, un continuo stillicidio. C’è un modo per far valere i propri interessi di classe

De Tomaso: sono arrivate le lettere di licenziamento per gli oltre 1100 operai. Dopo avere preso i finanziamenti dello Stato per il rilancio – si parla di 3 miliardi -, dopo aver giustificato 7,7 milioni di euro per i corsi di formazione di 1.036 lavoratori mai partiti e milioni stanziati dal Governo per la Cig, i Rossignolo chiudono i cancelli di Grugliasco e Livorno. È l’ennesima fabbrica che dismette, l’ennesima anche per la Toscana. Una vicenda paradossale, una truffa ed una beffa che si trascina da ben sette anni, fatta passare all’epoca come fiore all’occhiello del processo di industrializzazione dal sindaco di Livorno, Cosimi. Nel silenzio dei sindacati e - bisogna dirlo – nell’accettazione dei lavoratori che non si capisce cosa si aspettassero dopo tutto questo tempo senza soluzioni produttive. E quando la lotta inizia, come in molto casi, è… troppo tardi!
È evidente che siamo in un periodo difficile su tutti i livelli. Anni di accordi di favori ai governi e ai capitalisti hanno prodotto la rinuncia all’esercizio della forza della classe lavoratrice che in cambio ha avuto solo il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro e, quindi, di vita, che subisce lo sfruttamento, l’attacco ai diritti sindacali e di organizzazione (ultimo in ordine di data l’accordo sulla rappresentanza), l’umiliazione per una paga ridicola che, tra l’altro, è la più bassa d’Europa.
L’accordo sulla rappresentanza - che nasconde l’attacco al diritto di sciopero - firmato da Cgil-Cisl-Uil, lo stesso sciopero di 4 ore diversificato per regione e per data, confermano il ruolo opportunista dei dirigenti sindacali che per dare un contentino ai lavoratori li mobilitano in modo da non danneggiare gli interessi dei capitalisti e del governo che li rappresenta e con i quali si siedono più volentieri a tavola che ai tavoli!
Siamo di fronte ad un’offensiva capitalista che richiede una risposta ben diversa da quella imposta dai vertici sindacali che sempre più devono essere smascherati e combattuti. Loro sono uniti e si appellano ad un’unità che ha come obiettivo la pace sociale con il padronato (in piena sintonia con il Vaticano) per fare accettare il pagamento della crisi alla classe lavoratrice e alle masse popolari. Non è di questa unità che hanno bisogno i lavoratori, ma di una vera unità di classe in contrapposizione ad un padronato - che è sempre più alla ricerca del massimo profitto -, ai monopoli e alle regole strangolanti dell’Unione europea.
Chiediamoci perché di pari passo con l’avanzare della crisi aumentano la denigrazione dell’ideologia comunista e del socialismo, l’attività dei gruppi fascisti, il condizionamento (sub)culturale della borghesia.
Perché chi detiene il potere teme la reazione delle masse oppresse e sfruttate che nella storia hanno già dimostrato di sapersi liberare dalle catene, teme che i lavoratori prendano coscienza sulla possibilità di poter vivere senza padroni e vivere senza vendere la propria forza lavoro al capitalista che la paga molto meno del suo valore. Teme che i lavoratori rifiutino di essere massa di manovra guidata dalla borghesia. Teme che il proletariato organizzato possa conquistare lo Stato e, come dice Gramsci creare un nuovo tipo di Stato generato dall’esperienza associativa della nuova classe proletaria sostituendolo allo Stato democratico parlamentare.
Ai lavoratori della De Tomaso, della Lucchini (che hanno portato le tute al Papa) e di tutte le fabbriche che chiudono diciamo che non si può restare inattivi con l’illusione dell’arrivo di un nuovo “interlocutore”, un nuovo compratore. Che non si può contare sulle istituzioni né ci si può appellare al Papa. Per il proletariato non ci sono santi né paradiso. Capitalismo e borghesia non fanno neppure l’elemosina, seguono la logica del massimo profitto, delocalizzano dov’è più comodo gettando sul lastrico milioni di lavoratori, non disdegnano di pagare tangenti, pagare bene i propri rappresentanti politici, truffare pur di guadagnare. Basta pensare che i vari governi, veri e propri comitati d’affari della borghesia, continuano a scaricare i costi pubblici sulle masse popolari. Tagliano, tagliano, tagliano. Su servizi, sulla sanità -sempre più avviata verso la privatizzazione e nelle mani delle assicurazioni -, sui trasporti, sull’assistenza, sulla cronica mancanza di edilizia popolare. Chiedono sacrifici agli italiani, ma si guardano bene di toccare i propri emolumenti. Manteniamo un esercito di parlamentari ed ex, ministri ed ex ministri con buonuscita e pensionamenti, per miliardi ogni anno.
Che Stato è il nostro che paga 40mila euro al mese a individui come Dini (qualcuno lo ricorda? Però ora è in corsa per la presidenza della Banca popolare di Milano), Amato, Fini e tanti altri - una cifra che copre due anni di un lavoratore (fortunato) - mentre emana leggi che creano gli “esodati”? È una società degna di questo nome quella che concede (tramite l’Inps) ai manager come Sentinelli di Telecom circa 92mila euro al mese mentre costringe i pensionati a 500 euro al mese e lascia senza futuro i giovani?
Bisogna riconoscere che il capitalismo ha dimostrato e dimostra la sua inferiorità e il suo fallimento e non è in grado di offrire soluzioni ai problemi che abbiamo davanti. Dalla crisi economica e sistemica come quella che stiamo vivendo se ne esce con la rivoluzione e la presa del potere del proletariato o con le soluzioni della borghesia: inventando nuove guerre. Ecco perché i lavoratori devono condannare con decisione e lottare anche contro le guerre imperialiste che stiamo già pagando con l’acquisto di nuovi armamenti, con il mantenimento delle missioni militari all’estero, con le esercitazioni.
Su la testa! Quindi. Il Paese va ricostruito, ma non come vuole e ci chiede il potere borghese e capitalista. Va bene rifiutare le ingiustizie astenendosi dal voto come succede nelle ultime elezioni, va bene scendere in piazza contro ogni tipo di sopruso – anche se le manifestazioni saranno sempre più represse, ma non basta. La ricostruzione deve passare dalla partecipazione in prima persona che si basi sui propri interesse di classe, dall’organizzazione comunista che sia in grado di abbattere questo marcio sistema e sostituirlo con un sistema socialista. A misura di uomini e donne, a difesa della salute e della natura.

 


30 settembre 2013 redazione
editoriale

Contro l’imperialismo e le sue guerre

Il nemico è in casa nostra, via le Basi Usa e NATO

Ci siamo lasciati solo a luglio, ma il teatro della politica borghese non ci ha dato tregua neppure in agosto. Protagonista assoluto di questi mesi il solito Berlusconi sostenuto in tutti i programmi di ogni trasmissione dalle sue ancelle, riconoscenti verso il padrone che le ha mandate in Parlamento senza arte né parte. E mentre le fabbriche continuano a dismettere e delocalizzare e gli operai hanno trovato i cancelli chiusi dopo le ferie, gli unici argomenti che animano la telenovela sono l’avvenire di Berlusconi, anche in seguito ai continui ricatti sul governo, e il congresso del Pd con le sceneggiate piene solo di battute del Renzi.

Il Papa giusto per una chiesa in crisi - che riempie nuovamente le piazze - si è preso la scena andando tra gli immigrati di Lampedusa e gli operai della Sardegna, la regione che più di altre risente della crisi.

A dominare anche la preparazione della guerra contro la Siria, tappa obbligata per arrivare all’Iran, con la pressione dell’imperialismo francese e statunitense in particolare e del sionismo israeliano.

I guerrafondai internazionali non si smentiscono e per scatenare una nuova guerra di rapina rispolverano la vecchia storia delle armi chimiche – già sperimentata in Iraq -, giocano la carta dei bambini uccisi senza pietà sebbene siano circa 30mila i bambini che muoiono ogni giorno per fame nel mondo!

Si accusa la Siria di aver usato armi chimiche quando secondo stime Sipri, Israele – che produce anche trizio, gas radioattivo con cui si fabbricano testate neutroniche, che provocano minore contaminazione radioattiva ma più alta letalità - ha prodotto 690-950 kg di plutonio, e continua a produrne tanto da fabbricare ogni anno 10-15 bombe tipo quella di Nagasaki. E non si dice che anche l’Italia contribuisce allo sviluppo di queste armi grazie ad un accordo con Israele di cooperazione militare e suo primo partner europeo nella ricerca&sviluppo. E che nella Finanziaria è previsto uno stanziamento annuo di 3 milioni di euro per progetti di ricerca congiunti italo-israeliani come quello su «nuovi approcci per combattere gli agenti patogeni trattamento-resistenti», ovvero poter rendere gli agenti patogeni ancora più resistenti con la ricerca biologica.

Ancora una volta, dopo l’ultimo attacco, quella che ha distrutto la Libia favorendo solo gli Stati rapaci che intendono depredare le risorse e distruggere la concorrenza, a fare da apripista la Francia anche se nel frattempo è cambiato Presidente. Hollande sarebbe il modello di cambiamento tanto appoggiato dal Pd.
Ancora la strategia scellerata Usa/Ue per il controllo del “nuovo” Medio Oriente sfrutta la guerra dopo aver tentato di inserire le nefandezze dei mercenari - addestrati all’estero e che passano il confine con la complicità di forze israeliane e giordane - all’interno del quadro delle proteste popolari sviluppatesi in altri paesi del Mediterraneo. Una scelta che, in seguito alla proposta Russa segna una pausa e che, se dovesse essere scatenata, provocherebbe un crescendo di focolai di integralismo e di reazioni a catena imprevedibili nello scacchiere internazionale.

Le limitate mobilitazioni contro questo ennesimo pericolo di guerra non è ben recepito neppure dal movimento “rivoluzionario” e viene lasciato strumentalizzare dai revisionisti, complici e sostenitori di tutte le “missioni di pace” militari, oltre che di Obama e di Hollande, scesi in piazza in alcune città e dal Papa. Invece diventa urgente mobilitarsi contro questa operazione sotto qualsiasi forma si presenti perché sappiamo che la guerra è la risposta alla crisi del capitalismo e quanto i problemi del lavoro e del carovita che attanagliano il proletariato di tutto il mondo siano strettamente legati con le avventure militari. Troppi si sono fatti influenzare dalla furba ministra Bonino che ha tranquillizzato l’opinione pubblica dicendo di non partecipare all’operazione militare contro la Siria senza mandato Onu. Nel frattempo i rappresentanti italiani partecipavano a riunioni internazionali con i Paesi favorevoli all’intervento. La Bonino, inoltre, ha taciuto sul ruolo del nostro Paese derivante dagli accordi militari con Stati Uniti, Unione europea e Nato. Le navi da guerra italiane si sono subito mosse nel Mediterraneo insieme alle unità navali Usa e francese, ai cacciabombardieri lanciamissili con testate cariche di uranio impoverito.

Dall’aeroporto di Pisa – dov’è in costruzione il grande Hub a servizio di tutte le missioni militari all’estero – si scaldavano i motori dei C130 italiani. Il ministro della difesa Mauro – d’accordo per dare un segnale ad Assad - ha ribadito che il governo avrebbe dato il suo assenso seguendo gli orientamenti della comunità internazionale. Ben sapendo che se la decisione di partecipare all’attacco deve passare in Parlamento, non è necessario il consenso per l’utilizzo delle basi Usa come Sigonella (addetta al rifornimento della VI flotta e dotata di aerei Usa e Nato di tutti i tipi) e Camp Darby.

Basi che, come quella di Aviano, non potrebbero funzionare senza il supporto delle infrastrutture italiane.

Non dimentichiamo che tutte le operazioni sono dirette dal Comando delle forze navali Usa in Europa, compresa la VI flotta, che si trova a Napoli. 

Ministri stupidi o bugiardi?

Anche in questa guerra l’Italia si troverebbe coinvolta senza bisogno del mandato Onu e svolgerebbe il compito di base di lancio come è successo contro la Libia.

È così coinvolta che continua ad armarsi, comprare costosissimi e obsoleti F35 (col denaro pubblico) che poi richiederanno manutenzione, riparazioni, revisioni e modifiche e mantenere altrettante costose missioni militari all’estero. Ma c’è di più. Il Ministero dello sviluppo si è impegnato pure per 249 blindati da combattimento pari a 1,5 miliardi e per le fregate Fremm pari a 5,6 miliardi solo per le prime sei e altri milioni per finanziare i satelliti spia Cosmo Skymed, 580 milioni per due fantascientifiche centrali di spionaggio volante prodotte in Israele e poi 211 milioni vanno come contributo per la squadriglia dei Global Hawk voluta dalla Nato. Insomma quest’anno il ministero dello Sviluppo spende 5,5 miliardi in nuovi armamenti, oltre ai 14,4 miliardi di fondi del 2013, 800milioni in più del 2012.

E non finisce qui. Nel 2012 l’allora Ministro della difesa l'ammiraglio Di Paola ha firmato un accordo che autorizza l'Italia ad installare una base militare a Gibuti, un minuscolo  paese con 900 mila abitanti, ma di estrema importanza strategica dove saranno dislocati i militari italiani. Il costo non è chiaro (Usa e Francia solo per l’affitto pagano 30 milioni di euro l’anno) e comprende la cessione a “titolo gratuito” di armamenti alle forze gibutine, ma è evidente che si tratta di soldi pubblici evidentemente tolti alle spese sociali. Come sostiene Manlio Dinucci: “le forze italiane sono inviate a Gibuti nel quadro della «guerra coperta» e con la giustificazione del controllo della pirateria, condotta in Africa e Medio Oriente dal Comando congiunto per le operazioni speciali Usa. L'area di operazioni della Task force statunitense si estende dalla Somalia al Sudan e alla Repubblica centrafricana, dal Kenya all'Uganda e al Congo. Copre anche lo Yemen e altri paesi mediorientali. Le operazioni sono pianificate da uno staff di circa 300 specialisti. Ogni giorno decollano dalla base droni-spia, droni-killer e caccia F-15E Strike Eagle, diretti in particolare in Somalia e nello Yemen. Partono di notte, con elicotteri e aerei speciali, i commandos che effettuano le incursioni operano in incognito, tanto che i loro nomi sono sconosciuti perfino ai militari Usa di stanza nella base. Sotto lo stesso comando operano i contractor, ossia i killer a contratto, tipo i cecchini e gli esperti di tecniche di assassinio e i legionari francesi”.
La fabbrica di guerra è un grande affare solo per le industrie private e non aumenta l’occupazione, non porta sviluppo, né tantomeno benessere come nel caso del Muos di Niscemi. Le 20 industrie in Italia dipendono dalla Lookheed Martin che concede loro in subappalto il minimo necessario delle parti di aereo che assemblano. Serve per rafforzare il potere del complesso militare-industriale.

Il nemico, quindi, è a casa nostra. È il capitalismo sostenuto dai partiti parlamentari e dai governi borghesi che ne fanno gli interessi, aumentano la repressione e la militarizzazione del territorio, privatizzano i servizi e svendono quel poco rimasto dell’industria nazionale utilizzando la crisi per scaricarla sul proletariato e sulle masse popolari.

Per questo ai comunisti spetta il compito di organizzarsi tentando di recuperare l’enorme ritardo accumulato in anni di frantumazione, per dare ad una situazione oggettiva favorevole lo strumento soggettivo adeguato a far crescere quella necessaria coscienza di classe che, unita alla mobilitazione ed organizzazione delle masse proletarie, ponga l’obiettivo di abbattere il sistema borghese e prendere il potere politico. Al tempo stesso porre come centrale l’internazionalismo proletario, sia lottando contro il proprio capitalismo parte integrante dell’imperialismo mondiale; sia a fianco dei comunisti che in tutto il mondo si battono per il socialismo come parte integrante del fronte mondiale della classe operaia, nemica inconciliabile della proprietà privata dei mezzi di produzione, del fascio, delle religioni, della guerra e dell’imperialismo.



31 agosto 2013 redazione
comunicato

GIÙ LE MANI DALLA SIRIA!

Grandi manovre nel Mediterraneo della flotta Usa in preparazione di un attacco alla Siria mentre i vecchi colonialisti inglesi e francesi fanno da apripista contro un paese che costituisce una diga contro l’espansionismo statunitense in Medio Oriente e contro il progetto sionista del “Grande Israele”.
Si prepara una guerra con presupposti simili a quelle passate ma le cui conseguenze saranno ben peggiori. Ancora la strategia scellerata USA/UE per il controllo del "Nuovo Medio Oriente" sfrutta la carta della guerra dopo aver tentato di inserire le nefandezze dei "ribelli" all'interno del quadro delle proteste popolari inscenate in altri paesi del Mediterraneo, provocherà un crescendo incontrollabile di focolai di integralismo. Anche Russia e Cina non staranno a guardare.
Sono oltre due anni che dall’esterno si alimenta la rivolta contro la Siria e il suo governo - secondo il quotidiano francese Le Figaro, i gruppi di “rivoltosi”, o meglio mercenari, sarebbero addestrati dai nordamericani in Giordania e passerebbero il confine con la complicità di forze israeliane e giordane – solo il 17 agosto scorso sarebbe entrato in Siria un gruppo di 300 uomini.

È un dejà vu, si agita lo spettro dell’uso di armi chimiche per giustificare l’intervento e distruggere interi paesi, uccidere intere popolazioni civili per rapinare le loro risorse, saccheggiare, rintuzzare i movimenti rivoluzionari e tutelare i loro interessi strategici nella regione ed espandere l’aggressione contro l’Iran.

Una sperimentata pratica come nel 1999 con il “modello Kosovo” dove la Nato intervenne senza neppure la legittimazione formale dell’Onu, giustificazioni come 10 anni fa in Iraq, prepotenze come più recentemente in Libia.

È urgente mobilitarsi contro l’intervento militare in Siria sotto qualsiasi forma si presenti perché è una guerra reazionaria e imperialista condotta da potenze e monopoli con a capo Usa e UE che rischia l’estensione del conflitto ben oltre il Medio Oriente.

Al tempo stesso lottiamo contro il governo Letta-Alfano che sarebbe coinvolto direttamente come lo è stato per l’Afghanistan, l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia con un ulteriore peso economico (anche attraverso il rincaro delle vertiginose spese militari già aumentate di 5,5 miliardi dal governo delle “larghe intese”) e che graverebbe ancora sulla classe lavoratrice e le masse popolari italiane, sempre più orfane di una rappresentanza a sinistra che prenda chiare posizioni riguardo alla difesa dei popoli che subiscono le guerre imperialiste.

La guerra è la soluzione dell’Imperialismo alla propria crisi. La lotta per l’emancipazione e il socialismo e la Resistenza sono la risposta dei popoli.

Continuiamo la battaglia contro le basi Usa e Nato nel nostro territorio - strumenti di aggressione delle avventure militari -; contro le missioni militari all’estero e per l’uscita dell’Italia dalla Nato e dall'Unione Europea. Contro l’imperialismo della UE e del nostro Governo ribadendo che il nostro Paese deve rimanere fuori da questa prova di forza anche con l’intervento Onu.

Come comunisti difendiamo la sovranità nazionale e l’indipendenza della Siria come l’autodeterminazione di tutti i popoli, a fianco della eroica Resistenza Palestinese. Per mobilitare un ampio fronte contro la guerra in Siria che veda i comunisti, gli antimperialisti, le forze democratiche e progressiste battersi contro un intervento criminale che provocherà maggiori sofferenze alle popolazioni aggredite aumentando i conflitti nel mondo.
Mobilitiamoci 

 


24 luglio 2013 redazione
editoriale

BURATTINI E BURATTINAI

 

La politica della destra e dei revisionisti ci trascina in un baratro. La vita diventa sempre più difficile, occorre reagire capovolgendo i rapporti di forza

Siamo alla vigilia delle ferie e da giorni i media ci comunicano, come fosse del tutto naturale e accettabile, che la metà degli italiani non va in ferie. Non si va in ferie perché non ci sono soldi, perché sono troppi quelli senza lavoro, troppi quelli che lo stanno perdendo, che sono in Cig non pagata, che non sanno se l’azienda riaprirà a settembre come nel caso della già annunciata chiusura dei forni della Lucchini.

Ogni giorno giunge notizia di una fabbrica che chiude, che delocalizza, che è stata venduta agli stranieri. La stabilità governativa tanto invocata anche dal Presidente Napolitano – per la quale si è arrivati ad un governo assurdo di “larghe intese” - come garanzia di investimento degli stranieri in Italia produce l’effetto contrario. Gli imprenditori italiani, appena annusano l’affare, vendono o svendono: ultimi in ordine di tempo Loro Piana e il tipico gianduiotto Pernigotti. I gruppi stranieri comprano il marchio e il controllo e producono nel proprio Paese lasciando l’Italia disoccupata e senza attività produttive persino nel “fiore all’occhiello” del settore moda.

Tutti elementi che ci conducono ad una pericolosa deriva stile Grecia, una situazione che non interessa a capitalisti e politici sempre a galla. Non si parla più di “spending review” o del taglio al finanziamento ai partiti e gli F35 decollano!

A farla da padrone continuano ad essere gli interessi del grande capitale e dei suoi cani da guardia.

Sono bastati la condanna a 7 anni per il “benefattore” di Ruby e l’annuncio del giorno del processo Mediaset in Cassazione per scatenare la bagarre di chiaro stampo eversivo del Pdl. Ma Berlusconi, che continua a tenere sotto scacco il governo, è riuscito anche a condizionare Napolitano – che lo riceve alla prima richiesta -, perfino chiedendo per Letta il posto di senatore a vita e la vicepresidenza della Camera per Santanché.

Il vicepresidente del Senato Calderoli (il fautore della legge porcellum), invece, insulta il ministro Kyenge. Disprezzo per le istituzioni del Paese e pieno rispetto del concetto leghista di Roma ladrona. Ma allora perché accettare la vicepresidenza del Senato? Perché accettare pure la presidenza Copasir, altro carrozzone inutile e costoso?

Dopo 40 giorni dalla notizia (alcuni quotidiani hanno riportato la vicenda il 2 giugno) il governo ha scoperto il caso Ablyazov. Un caso che di per sé non ci interessa: è una disputa tra miliardari, ci interessa per quello che emerge. L’uso spregiudicato che i rappresentanti del Pdl (un’altra volta uniti nella strenua difesa dei suoi), il ministro degli Interni - nonché vicepresidente del Consiglio con delega sull’immigrazione l’ordine pubblico e segretario del Pdl -, e il suo padrone Berlusconi fanno del governo e quali rapporti hanno con la polizia, i servizi segreti italiani ed esteri (una società italiana spiava Alma Shalabayeva, in Italia da settembre, per conto degli israeliani) nel condurre un rapimento in piena regola con lo spadroneggiamento dei diplomatici kazaki e fare un favore al presidente kazako Nazarbayev (amico di Berlusconi e fornitore di Eni). E dov’era il ministro degli esteri, sempre solerte a difendere i diritti umani quando si tratta di Paesi socialisti?

Nell’epoca de “a sua insaputa” i ministri giocano a scarica barile, ma se non sono responsabili delle proprie deleghe (come sancito dall’art. 95 della Costituzione) cosa fanno?

Chi ci crede che né loro né i servizi segreti fossero al corrente di una azione così eclatante? Quanto ci è costata? Come vengono giustificate queste spese? Ma la poltrona non la molla nessuno. Anzi!

Tutto e di più e sempre per tenere il governo sotto ricatto della destra: se volete continuare a reggere le larghe intese, accettate le nostre condizioni, salvate i nostri ministri e i nostri affari.

Anzi è lo stesso Pd che si inchina fino a salvare il Pdl arrivando a studiare meccanismi di protezione per l’ineleggibilità di Berlusconi! E in difesa dei politici il capo dello Stato richiama la stampa alla “responsabilità del momento”, nonostante la stampa non sia un esempio di libertà e autonomia.

Per la vicenda kazaka pagano i funzionari, per modo di dire perché si parla di avvicendamento e non di licenziamento, proprio com’è avvenuto per i funzionari coinvolti con la macelleria sociale del luglio 2001 a Genova. È di questi giorni l’ennesima promozione dell’ex capo della Polizia e sottosegretario con delega ai Servizi, a presidente di Finmeccanica, a garanzia del colosso italiano della difesa.

È l’Italia dei misteri e delle trame nere e non da oggi. Le bugie di Alfano e soci sono però un allarme, un’ulteriore prova – insieme all’attacco alla rappresentanza sindacale e al diritto di sciopero, allo smantellamento della Costituzione, al presidenzialismo, all’esautoramento del Parlamento, alla legge elettorale, agli incarichi in Rai (feudo democristiano) dei fascisti del terzo Millennio - dell’avanzamento del processo di fascistizzazione dello Stato.

A luglio, infatti, l’enfant prodige della destra Angelo Mellone, già addetto stampa di Alemanno quando era ministro dell’Agricoltura, redattore del Secolo d’Italia accanto a Fini, amico del fascio rock nonché console Mario Vattani, sostenitore di CasaPound, in Rai dal 2010 come capo struttura della radiofonia, è stato promosso alla Rai TV capo struttura responsabile del programma La vita in diretta.

Assistiamo alla discesa libera del nostro Paese. I partigiani, i comunisti, gli antifascisti hanno fatto una Lotta di Liberazione con sacrifici e morti per scacciare gli oppressori fascisti e tedeschi e dopo soli 65 anni ci troviamo prigionieri di fascisti, massoni, razzisti, mafia, spioni e golpisti.

Il fatto è che la vita diventa sempre più difficile, tutto aumenta dal carburante ai ticket della sanità. Agli italiani obbligati a risparmiare sul mangiare e sulla cultura, che perdono la casa, costretti a lunghe liste d’attesa per gli esami, che vivono di stenti con pensioni da fame, le vicende del governo possono scivolare sulle spalle. Ma è sbagliato. C’è un nesso tra difesa della democrazia (seppure borghese) e vita di stenti.

Per contenere la crisi e le potenziali rivolte della classe lavoratrice sono pronte forme di repressione e autoritarismo ad un passo da quello strumento con cui la borghesia monopolistica, finanziaria e industriale esercita il suo ruolo egemonico e che riguarda l’organizzazione del potere, la forma di governo e la forma dello Stato. Come il  consociativismo tra padroni e operai e la concertazione tra impresa, sindacati e governo in nome del superiore interesse della nazione – come sta chiedendo Napolitano e il governo Letta -. All’occorrenza si impone il nuovo ordine di cui il potere ha bisogno, anche distruggendo le forme di organizzazione dei lavoratori. Tutti ne possono essere colpiti. Sarebbe ora di reagire e capire che si possono capovolgere i rapporti di forza in questa società di pochi che si arricchiscono sulle spalle della maggioranza, e mettere il potere nelle mani del proletariato.

 


19 giugno 2013 redazione
comunicato

LIBERTÀ PER BAHAR KIMYONGÜR

NO ALL’ESTRADIZIONE IN TURCHIA

Il portavoce belga del Comitato contro l'ingerenza in Siria, autore di molti articoli (vedi anche “nuova unita” 5-6/2012) e pubblicazioni che dimostrano l’ipocrisia dei governi europei in Siria, è stato arrestato a Madrid in Spagna. Ora si trova ad affrontare l’estradizione nella tanto “democratica” Turchia - molto apprezzata dal governo italiano, in particolare dal Ministro degli esteri - che ha emesso un nuovo mandato internazionale di arresto segreto contro Bahar (che era stato assolto un decennio fa dalla giustizia belga per accuse arbitrarie).
Il governo turco, dopo la feroce repressione degli ultimi giorni contro i manifestanti - che rifiutano sfruttamento, oppressione di vent’anni di fascismo mascherato e austerità -, uccidendo, arrestando ed impedendo che i feriti siano curati, allarga la sua azione all’estero contro chi cerca di smascherare i piani dell’imperialismo europeo e statunitense contro la Siria.
Bahar è un militante non è un terrorista, è figlio di un minatore turco trasferitosi in Belgio. Terroristi sono coloro, come il genovese
Delnevo, che si è convertito all’islam, mentore di Osama bin Laden, lasciato libero di sostenere “siamo terroristi e il terrore è un obbligo nel credo di Allah” e reclutava altri italiani per combattere in Siria con i cosiddetti ribelli.
Solidarietà con Bahar condannando la violazione della libertà di espressione, una vendetta dei politici allineati con gli Stati Uniti, Israele e Turchia!

Libertà per Bahar e di lotta contro la guerra!

 


10 giugno 2013 redazione
editoriale

Nuovi attacchi per impedire le lotte del lavoro
Opporsi subito al Patto sociale e all’accordo sulla rappresentanza più arretrato del modello Marchionne. L’ennesimo attacco alle libertà sindacali e di sciopero

La crisi economica spinge i padroni e i loro rappresentanti politici, istituzionali e sindacali a stabilire nuove regole per salvaguardare al meglio i loro profitti. Tanto per portare un esempio infatti è già stato utilizzato nel riassetto Tronchetti Provera-Malacalza.
Se nei periodi precedenti i padroni si accontentavano di garantire a Cgil–Cisl–Uil il 33% delle RSU (cioè un terzo) oggi nella crisi, quando il conflitto fra capitale e lavoro aumenta vogliono garantirgli d’ufficio il 100% della rappresentanza.
In questo contesto Cgil, Cisl e Uil (e Landini l‘ha definito un passo avanti…) hanno firmato un accordo che sancisce la piena applicazione di quello del 28 giugno 2011, e dà il via alle deroghe ai contratti nazionali, estendendo a tutti condizioni sempre peggiori, con Confindustria – il cui presidente vanta come il maggior pregio – il nuovo patto sulla rappresentanza che è ancora più antidemocratico e filo padronale dei precedenti. Ormai non solo i padroni decidono con quali sindacati trattare, ma decidono anche quali sindacati devono rappresentare i lavoratori. È la sostanziale vittoria di Bonanni che non si fermerà e chiederà, dopo l’accordo, una legge per colpire ulteriormente.
Una volta i rappresentanti dei lavoratori erano scelti dagli stessi lavoratori, sebbene per noi la vera rappresentanza che hanno potuto avere sono stati i Consigli di Fabbrica e a loro bisogna ritornare, adesso i rappresentanti dei lavoratori non li decidono più liberamente i lavoratori, ma direttamente il padrone.
Indebolire la parte più avanzata e combattiva del movimento operaio, insieme alle manganellate è la linea della borghesia per prevenire un potenziale sviluppo dello scontro sociale. Con questo accordo, di fatto, l’Italia è il paese europeo con le più basse garanzie sindacali, perfino il diritto di sciopero viene affidato alle direzioni di categoria.

La stessa Rete
28 Aprile in un comunicato riporta:  “Le nuove regole stabiliscono che potranno partecipare alla elezione dei rappresentanti sindacali solo liste presentate da Cgil, Cisl e Uil o da altri sindacati che sottoscrivono il patto a condizione che rinuncino ad ogni azione di sciopero e accettino gli accordi decisi a maggioranza dagli stessi sindacati firmatari. Per i padroni il principio democratico della rappresentanza é: prima mi dici che sei d’accordo, poi ti siedi al tavolo. Infatti, la conta degli iscritti e dei voti, che garantisce la presenza alle trattative di chi ha più del 5%, si fa solo tra i firmatari del patto, cioè tra chi ha già detto che accetterà l’accordo, quale che sia. Non solo. Il patto punta a impedire il dissenso interno alle stesse organizzazioni firmatarie. Infatti, secondo le clausole del patto, se un delegato non risulta più iscritto all’organizzazione sindacale con cui è stato eletto (se si è dimesso o è stato espulso per dissenso, appunto), decade da delegato. In questo modo s’impedisce la presenza nelle rappresentanze dei delegati e delle delegate più fedeli alle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, li si fa decadere e, avendo perso le tutele proprie dei delegati, li si espone alle vendette dei padroni, peraltro oggi più facili anche grazie alla manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Insomma, i delegati rispondono all’organizzazione e non ai lavoratori. Si fa molta propaganda sul fatto che l’accordo garantirebbe la verifica democratica del consenso delle lavoratrici e dei lavoratori sulle intese contrattuali. Non è vero. In realtà sui contratti non si garantisce alcun referendum vincolante ma solo ”una consultazione certificata a maggioranza semplice”. Cioè al massimo assemblee gestite e “certificate” dagli stessi sindacati firmatari. Senza accordo tra i firmatari, il referendum non c’è. Sugli accordi aziendali valgono le regole dell’accordo del 28 giugno 2011, cioè le deroghe e non è previsto alcun voto delle lavoratrici e dei lavoratori ma basta la maggioranza della RSU, che ricordiamo, sarà eletta solo su liste presentate dai sindacati firmatari. Il patto introduce una pesantissima limitazione al dissenso, con il cosiddetto principio di esigibilità voluto dalla Confindustria: i padroni, mentre peggiorano le condizioni dei lavoratori, pretendono anche che essi rinuncino alle lotte o alle cause legali. E Cgil, Cisl e Uil sono d’accordo. L’intesa prevede che nei prossimi contratti si inseriscano le sanzioni contro chi trasgredisce e sciopera. È molto grave che anche il gruppo dirigente della Fiom, insieme a quello della Cgil, esalti l’accordo, mentre proprio tre anni fa la Fiom disse giustamente NO all’accordo in Fiat di Pomigliano. La verità è che questo accordo è il modello Fiat esteso a tutti i luoghi di lavoro. Chi non ci crede ha un modo molto semplice di verificarlo: leggere il testo dell’accordo!“.
Non possiamo restare a guardare che il peso del capitalismo sia fatto pagare ai lavoratori. È indispensabile mobilitarsi, sulla base dell’unità di classe, in ogni luogo di lavoro contro questa intesa voluta per mantenere la “pace sociale” e contro il governo di larghe intese nel quale è inserita. Governo che, oltre a riportare indietro tutto il mondo del lavoro, vuole imporre la revisione della Costituzione e le riforme istituzionali a proprio uso e consumo per mantenere la propria esistenza e di quella dei capitalisti – sempre alla ricerca del massimo profitto - dei quali è il comitato d’affari. Di fronte ai continui attacchi alle condizioni di vita con lo smantellamento dello stato sociale e di lavoro (disoccupazione, precariato, sfruttamento) della classe lavoratrice e all’avanzare del processo di fascistizzazione, dell’imperialismo e di chi detta legge sul piano internazionale: Banca Mondiale, FMI, WTO ecc. e tutti gli organismi di rapina e distruzione delle economie nazionali procurando miseria e fame, c’è un’unica soluzione: lottare per gli interessi della propria classe senza farsi intimidire fino all’abbattimento della società capitalista per la conquista del potere politico.


20 aprile 2013 redazione
editoriale Aprile

Nessuna pace sociale

È ora che il movimento operaio si ponga il problema della presa del potere
In questi giorni c’è tanto caos sotto il cielo, tranne per alcuni avvenimenti: la nomina del Papa, la difesa dei militari della Marina accusati di omicidio, il calo del silenzio sul finanziamento pubblico, quindi su
stipendi d’oro ad amministratori delegati, notabili, clero, sull’acquisto degli F35, sul finanziamento delle grandi opere ecc.
Un Papa si dimette, erano secoli che non succedeva, ma la decisione è salutata come saggia e opportuna e approvata all’unanimità da tutte le forze clericali e politiche, e naturalmente benedetta dai vertici delle istituzioni cattoliche che di chiesa se ne dovrebbero intendere. Arriva un altro Papa, si chiama Francesco, apporta qualche modifica nello stile dei regnanti del Vaticano e giù tutti ad esaltarlo. L’operazione è riuscita: togliere un Papa altezzoso, screditato e col passato filonazista per sostituirlo con uno che sì, è stato zitto nell’Argentina del colpo di Stato di Videla (voci messe sapientemente a tacere), ma che è l’uomo giusto al momento giusto per far dimenticare gli scandali finanziari e bancari, di corruzione e di pedofilia che permeano la Chiesa, che parla ai poveri (per convincerli a rimanere tali) in un paese come l'Italia, come nel resto del mondo, dove la povertà sta diventando il problema di grandi masse popolari.

Allineamento totale anche per il caso dei cosiddetti marò che al largo dell’India uccidono due pescatori scambiandoli per pirati del mare. Il Governo postelettorale, ma ancora in carica, decide addirittura di tenerli in Italia a fine permesso elettorale. Il reazionario Terzi si dimette ed è un bene, scatenando una vergognosa canea nazionalista che porta i fascisti di Casapound (diretti, guarda caso, dall’ing.
Luigi Di Stefano,  autore della perizia difensiva volta a scagionare i due marò) pronti a scatenare una guerra contro l'India mentre il sindaco Alemanno insieme alla Meloni e a quelli di Fratelli d'Italia fa una manifestazione nostalgica ed eversiva tra saluti romani e baci alla bandiera della famigerata X Mas, alla faccia della Costituzione. Viene celata la verità sul perché questi militari della Marina italiana svolgono funzioni di difesa di un mercantile privato. Pagati dallo Stato a difesa della proprietà privata, è questo il loro senso di difesa della patria, difendere con le armi gli interessi dei capitalisti in tutto il mondo.
I marò tornano in India, il Papa riempie le piazze di propri fan il governo non cade e il "salvatore Monti" si prende anche la Farnesina. La vergogna è nascosta sotto il tappeto, le istituzioni si "salvano" ma ancora rimangono aperte le contraddizioni derivanti dai risultati delle tanto auspicate elezioni.

Ancora una volta abbiamo potuto constatare quanto siano stupidi e staccati dalla realtà i revisionisti e i riformisti del PD che, boriosamente, pensavano di avere la vittoria in tasca, sottovalutando quanto gli elettori siano influenzabili da false promesse, quando questi sono stati privati da anni da coscienza critica e abitudine alla partecipazione attiva. È bastato l’urlo (e la lettera personale) di Berlusconi sulla restituzione dell’IMU e sul condono tombale per far salire il consenso verso il PdL (che pure ha perso la metà dei voti).
L’affermazione del movimento 5Stelle, andato oltre le sue stesse aspettative, ha raccolto voti sulla base del malcontento, utile ad arginare il crescente e più pericoloso astensionismo, un voto di protesta che ha annientato Rivoluzione civile, un ammasso dove Di Pietro è considerato di sinistra e la “sinistra” rappresentata dal Prc di Ferrero e dal Pdci di Diliberto rinunciano ai loro stessi simboli, in cui non hanno peraltro mai creduto, illudendosi (dopo la dèbacle targata Arcobaleno) di rientrare in Parlamento con un magistrato alla testa senza programma immediato né futuro.
La scelta di votare M5S - da parte degli strati popolari è stata voglia di cambiamento contro questo sistema di corruzione e collusione. Una giusta rabbia popolare male indirizzata. Che rischia di instradare l'opinione pubblica sugli effetti più appariscenti del sistema capitalista e non sulle cause profonde che le determinano. Tra posizioni qualunquiste di superamento tra destra e sinistra, strizzate d'occhio ai fascisti e incontri con poteri statunitensi, molto interessati a destabilizzare l’Italia e con lei l’Europa, nel quadro della lotta tra potenze imperialiste, difendono il mercato e la proprietà privata baluardi del sistema capitalista, attenuando le loro critiche alle multinazionali, alla stessa UE, mentre tacciono sulla Nato. Un successo paragonabile al fenomeno della Lega Nord al momento della sua nascita, quando D'Alema la definiva addirittura una "costola della sinistra", vera stampella della destra liberista, con le sue posizioni xenofobe e razziste e che nonostante i miseri risultati delle ultime elezioni resta pericolosa per la sua presenza concentrata nel nord.
L’unico cambiamento per il proletariato e le masse popolari è prendere il potere attraverso il proprio Partito comunista e non – ancora una volta – affidandosi ad un movimento ambiguo e delegando a eterogenei parlamentari che si trovano a rappresentare sia l’operaio che l’imprenditore. Interessi completamente contrastanti! E neppure si vince con le illusioni elettorali e parlamentari. I comunisti il potere lo prendono solo attraverso la rivoluzione proletaria perché devono abbattere lo Stato capitalista dei borghesi e dei loro servi per edificare una nuova società, uno Stato socialista, dov’è eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il PD ha vinto di misura e tutte le sue illusioni, il suo opportunismo, il suo revisionismo si sono infranti anche nella formazione del governo. Le ”difficoltà” di formare il governo postelettorale e trovare il nome per il prossimo presidente della Repubblica sono frutto delle contraddizioni della borghesia che in questa crisi capitalista privilegia
privatizzazione, distruzione di interi comparti produttivi, internazionalizzazione delle società monopolistiche che hanno accumulato grandi quantità di capitali peggiorando le condizioni di vita e di lavoro del movimento operaio costretto ad un’estenuante lotta di difesa. Incrementando la repressione del movimento operaio e rivoluzionario, la militarizzazione dell'economia e il dispiegamento della guerra imperialista.
Opportunisti e revisionisti con il concetto della "difesa dei lavoratori" mantengono ancora un certo legame con il movimento operaio attraverso i sindacati Confederali, a partire dalla Cgil. Difesa che è sempre meno di tipo economico e sempre più di conciliazione con la borghesia e di favorimento dei monopoli, contrario agli interessi operai e ai loro più elementari diritti conquistati in decenni di lotte. Come sosteneva Lenin "L'opportunismo consiste nel sacrificare gli interessi fondamentali delle masse agli interessi temporanei di un'infima minoranza di operai, oppure, in altri termini, nell'alleanza di una parte degli operai con la borghesia contro la massa del proletariato".
Il loro intento è quello di garantire la pace sociale, la gestione delle imprese private e pubbliche, frenare la risposta operaia che possa trasformarsi - come conseguenza dell'aumento della sua combattività e della sua organizzazione - nello sviluppo della coscienza di classe, del passaggio di coscienza di classe in sé a coscienza di classe per sé, in alternativa rivoluzionaria al capitalismo agonizzante. In sintesi imporre un “patto sociale” per incatenare il movimento operaio scaricando sulle sue spalle le contraddizioni scoppiate con la crisi capitalista: tentare di frenare la tendenza alla caduta del tasso di profitto favorendo il ciclo di riproduzione allargata del capitale intensificando lo sfruttamento.
L’affossamento del tentativo di Bersani e l’affidamento di
Napolitano – che continua ad agire come fossimo una Repubblica presidenziale nella quale il Parlamento è svuotato - a due commissioni ristrette e da lui nominate con il compito di elaborare il programma immediato su cui affrontare la crisi rappresenta, ancora una volta dopo l’incarico al Governo Monti, l’esigenza dei poteri forti: Usa, Nato, UE, Vaticano e Confindustria.
Il ruolo coperto dal revisionismo, che si manifesta anche livello internazionale e che sostiene che le condizioni socio-economiche sono cambiate, si manifesta apertamente ostile al marxismo rifiutando i principi fondamentali della sua scienza e della teoria della lotta di classe (
propria dell’epoca imperialista) che sta alla sua base e che ci ha portato in una crisi sistemica che dimostra in modo lampante il fallimento del capitalismo.
Come comunisti siamo obbligati a lottare contro le posizioni di destra e di falsa sinistra che cercano di adattare il movimento operaio alle posizioni di classe del nemico, con un attacco frontale e senza compromessi fino all’abbattimento del sistema capitalista generatore delle contraddizioni che lo mantengono in posizione sottomessa.


28 aprile 2013 redazione
comunicato

NO AI GOVERNI BORGHESI

Il governo del rieletto Presidente Napolitano – molto gradito all’estero, in particolare agli Stati Uniti - è stato presentato con enfasi perché di larghe intese, di conciliazione, per la presenza femminile (non importa se competenti o no), in particolare per la ministra di origini congolesi. Un misto di tecnici e politici cattolici e con legami con Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere, che ha sancito la vittoria del PdL al quale sono andati i posti chiave: interni e vicepresidenza, difesa, infrastrutture e trasporti, politiche agricole, sanità. Riforme istituzionali. Per il PD posti a vecchi democristiani – come la presidenza del Consiglio - a garanzia dell’Europa, delle banche, della BCE.  

Berlusconi si pavoneggia per prendersi tutti i meriti dell’intesa per la costituzione di un governo arrivato dopo tanta attesa, mentre il PD – che era già in agonia nonostante fosse stato il più votato - è lacerato dalle differenti posizioni interne. Sono cadute tutte le dichiarazioni del “Mai un governo con il Pdl” e ora deve perfino fare i conti con Gaetano Quagliarello al quale sono state affidate le riforme costituzionali, così finalmente Berlusconi e soci riusciranno ad affossare la Costituzione e voleranno le riforme “ad personam”.

Il Governo passerà al Parlamento per tutti i richiami al senso di responsabilità che aleggia da tempo e per il ricompattamento del PD di fronte alla sparatoria di un disperato, ma sapientemente strumentalizzato per l’accelerazione del processo di fascistizzazione. E si apre la corsa per i posti di sottosegretario.

Per noi è un vecchio governo, un altro comitato d’affari della borghesia e dell’imperialismo che non affronterà i veri problemi del movimento operaio e delle masse popolari perché gestirà le esigenze economiche richieste dall’Europa e dagli industriali. Che si rifletterà sul piano sociale, complici i sindacati confederali, con il “patto tra produttori” tanto caro alla Confindustria.

Per questo ribadiamo la necessità di abbattere con la lotta popolare e di massa questo governo nella prospettiva strategica dell'abbattimento del sistema capitalista e della costruzione di una società socialista. Che non si ottiene con singoli gesti di disperazione o con la violenza individuale e nichilista, ma con la rivoluzione proletaria.


15 aprile 2013 redazione
25 APRILE
25 Aprile

Nel segno dell’antifascismo

Carla Francone

Il 3 aprile scorso Alemanno, sindaco della capitale d’Italia, ha utilizzato il Colosseo (nonostante le sue precarie condizioni, tanto che la Soprintendenza aveva negato l’autorizzazione) per una vera e propria riedizione del ventennio. Tema della discesa in piazza il sostegno ai marò - quelli che hanno ucciso due pescatori scambiandoli per pirati mentre difendevano un mercantile privato, ovvero militari della marina militare pagati con le nostre tasse a difesa dei capitalisti - e che, per la loro difesa si è schierato e omologato tutto il mondo politico con l’intenzione di distoglierci dai veri problemi della società. Bandiere della X Mas (baciata dal sindaco), vessilli della Repubblica di Salò sventolanti è il “me ne frego” della Costituzione dei “Fratelli d’Italia” e soci. Ma non releghiamo questa iniziativa ad un gruppo di vecchi reduci nostalgici, c’erano anche i giovani.

È l’ennesima violazione della stessa Costituzione borghese.

Riscrivere la storia e mistificare tutta la Resistenza condizionando soprattutto le giovani generazioni non è solo attribuibile all’ideologia di destra. I fascisti sono stati sdoganati da quei partiti revisionisti attraverso l’equiparazione dei repubblichini di Salò ai partigiani (primo fra tutti Violante), la strumentalizzazione delle foibe (sostenuta dal Presidente della Repubblica), l’enfatizzazione del 2 giugno e del 4 novembre nel segno dell’unità nazionale e della conciliazione, la riabilitazione della battaglia di El Alamein. I politici – destra e “sinistra” uniti - si sono inventati date della memoria, del ricordo, della libertà (9 nov.), titolano strade a individui e tragici avvenimenti fascisti, costruiscono monumenti come quello a Rodolfo Graziani (130mila euro della regione Lazio), un criminale di guerra condannato a 19 anni di carcere dei quali ha scontato solo 4 mesi per amnistie varie ecc. per svuotare sempre più e più velocemente di contenuti e dei suoi effettivi valori la Resistenza e la celebrazione del 25 Aprile.

I partigiani muoiono, e con loro finisce la testimonianza diretta di una Resistenza che non è stata solo liberazione dal nazi-fascismo, ma ha rappresentato – insieme agli scioperi antifascisti del movimento operaio - il punto più alto di capacità egemonica raggiunta dal movimento operaio italiano nella storia nazionale e nella lotta di classe vissuta dalle masse lavoratrici. I partigiani si sono sacrificati per cambiare la società e sono stati traditi dall’opportunismo dei loro stessi vertici che già nel dopoguerra hanno riabilitato tutti quelli compromessi con il regime fascista, a partire da Almirante che fu torturatore dei partigiani riconosciuto dagli stessi tribunali e che poi si è seduto in Parlamento sviluppando tutta la galassia fascista che ci ritroviamo ancora oggi in tutte le città.

La storia, quindi, viene riscritta dalla borghesia a suo uso e consumo scaricando i propri crimini su altri – in particolare sui comunisti - e, forte dei suoi mezzi economici può contare sui mezzi di informazione e su intellettuali prezzolati.

È una vera e propria offensiva reazionaria. Un’operazione per autoassolversi dalle responsabilità del capitale. I campi di sterminio nazi-fascisti – dove oltre agli ebrei sono finiti tutti coloro che ostacolavano e sfidavano il “nuovo” ordine -, i milioni di proletari mandati al macello nella 2° guerra mondiale, i morti e gli invalidi non sono conseguenza della politica dei padroni e delle multinazionali legate all’industria militare, ma diventano egoismo, invidia, istinto violento.

L’aspetto culturale è uno degli strumenti messi in campo dal capitale. La crisi mondiale che acuisce la concorrenza e la guerra economico-finanziaria si trasforma in guerra militare per la conquista di nuovi mercati. Le aggressioni militari che, a seconda di chi le gestisce, prendono il nome di “guerra umanitaria” con “bombe intelligenti” (finite tutte nel mar Adriatico) o guerra preventiva (e permanente); devastano paesi con l’uso delle armi chimiche, batteriologiche, nucleari, trasformano chi lotta in “terroristi” come ieri chiamavano banditi i partigiani per giustificare le torture e le uccisioni di milioni di persone inermi. Le stragi di Stazzema, Forno, Marzabotto, Monte Crocetta, Boves, Borgo Ticino, Cavriglia, le stesse Fosse Ardeatine ecc. sono lì a confermarle.

Oggi il fascismo non si presenta nella sua natura di aperta dittatura, ma i fascisti sono lì pronti come sempre a fiancheggiare il sistema capitalista industriale e finanziario, la borghesia. Insieme a loro opportunisti e revisionisti che sono a servizio del capitale nell’annullamento delle differenze di classe in un progetto di unità nazionale che si trasforma in repressione delle lotte più avanzate della classe lavoratrice. Ricordiamo le recenti gravissime misure restrittive a tre sindacalisti del Si-Cobas di spostarsi da Milano a Piacenza e i licenziamenti politici.
Noi vogliamo anche legare il nostro antifascismo con la lotta antimperialista. Nostra per quanto riguarda la partecipazione dell’Italia in guerre neocolonialiste (in completa violazione dell’art. 11 della Costituzione), per la presenza delle Basi Usa-Nato sul nostro territorio; per la costruzione del più grande Hub militare a Pisa e quella dei popoli che resistono in ogni parte del mondo – nell’unità partigiani di ieri e di oggi e nell’ideale che accomuna la lotta di ieri e di oggi che non è quella di essere vittime dell’imperialismo, ma è l’affermazione del diritto alla resistenza per la liberazione. Legittimo diritto dei popoli in risposta alle invasioni, sempre studiate a tavolino per anni e sempre per incrementare il massimo profitto rapinando i paesi delle proprie risorse.

L’antifascismo non si può sottovalutare. Non si tratta di celebrare il 25 Aprile con sterili quanto inutili deposizioni di corone d’alloro o con retoriche manifestazioni istituzionali. Si tratta di trasformarlo in antifascismo militante per combattere i rigurgiti che tentano di conquistare consenso con la demagogia di tipo sociale e al tempo stesso aggrediscono militanti, immigrati, donne, gay ecc. Ed essere conseguenti nel capire tutto il processo di fascistizzazione che permea ogni aspetto della nostra vita e della società e smascherare ad ogni livello la reale natura del fascismo lottando e organizzandosi in modo permanente.


15 aprile 2013 redazione
editoriale
Nessuna pace sociale
È ora che il movimento operaio si ponga il problema della presa del potere

In questi giorni c’è tanto caos sotto il cielo, tranne per alcuni avvenimenti: la nomina del Papa, la difesa dei militari della Marina accusati di omicidio, il calo del silenzio sul finanziamento pubblico, quindi su stipendi d’oro ad amministratori delegati, notabili, clero, sull’acquisto degli F35, sul finanziamento delle grandi opere ecc.
Un Papa si dimette, erano secoli che non succedeva, ma la decisione è salutata come saggia e opportuna e approvata all’unanimità da tutte le forze clericali e politiche, e naturalmente benedetta dai vertici delle istituzioni cattoliche che di chiesa se ne dovrebbero intendere. Arriva un altro Papa, si chiama Francesco, apporta qualche modifica nello stile dei regnanti del Vaticano e giù tutti ad esaltarlo. L’operazione è riuscita: togliere un Papa altezzoso, screditato e col passato filonazista per sostituirlo con uno che sì, è stato zitto nell’Argentina del colpo di Stato di Videla (voci messe sapientemente a tacere), ma che è l’uomo giusto al momento giusto per far dimenticare gli scandali finanziari e bancari, di corruzione e di pedofilia che permeano la Chiesa, che parla ai poveri (per convincerli a rimanere tali) in un paese come l'Italia, come nel resto del mondo, dove la povertà sta diventando il problema di grandi masse popolari.
Allineamento totale anche per il caso dei cosiddetti marò che al largo dell’India uccidono due pescatori scambiandoli per pirati del mare. Il Governo postelettorale, ma ancora in carica, decide addirittura di tenerli in Italia a fine permesso elettorale. Il reazionario Terzi si dimette ed è un bene, scatenando una vergognosa canea nazionalista che porta i fascisti di Casapound (diretti, guarda caso, dall’ing.
Luigi Di Stefano,  autore della perizia difensiva volta a scagionare i due marò) pronti a scatenare una guerra contro l'India mentre il sindaco Alemanno insieme alla Meloni e a quelli di Fratelli d'Italia fa una manifestazione nostalgica ed eversiva tra saluti romani e baci alla bandiera della famigerata X Mas, alla faccia della Costituzione. Viene celata la verità sul perché questi militari della Marina italiana svolgono funzioni di difesa di un mercantile privato. Pagati dallo Stato a difesa della proprietà privata, è questo il loro senso di difesa della patria, difendere con le armi gli interessi dei capitalisti in tutto il mondo.
I marò tornano in India, il Papa riempie le piazze di propri fan il governo non cade e il "salvatore Monti" si prende anche la Farnesina. La vergogna è nascosta sotto il tappeto, le istituzioni si "salvano" ma ancora rimangono aperte le contraddizioni derivanti dai risultati delle tanto auspicate elezioni.

Ancora una volta abbiamo potuto constatare quanto siano stupidi e staccati dalla realtà i revisionisti e i riformisti del PD che, boriosamente, pensavano di avere la vittoria in tasca, sottovalutando quanto gli elettori siano influenzabili da false promesse, quando questi sono stati privati da anni da coscienza critica e abitudine alla partecipazione attiva. È bastato l’urlo (e la lettera personale) di Berlusconi sulla restituzione dell’IMU e sul condono tombale per far salire il consenso verso il PdL (che pure ha perso la metà dei voti).
L’affermazione del movimento 5Stelle, andato oltre le sue stesse aspettative, ha raccolto voti sulla base del malcontento, utile ad arginare il crescente e più pericoloso astensionismo, un voto di protesta che ha annientato Rivoluzione civile, un ammasso dove Di Pietro è considerato di sinistra e la “sinistra” rappresentata dal Prc di Ferrero e dal Pdci di Diliberto rinunciano ai loro stessi simboli, in cui non hanno peraltro mai creduto, illudendosi (dopo la dèbacle targata Arcobaleno) di rientrare in Parlamento con un magistrato alla testa senza programma immediato né futuro.

La scelta di votare M5S - da parte degli strati popolari è stata voglia di cambiamento contro questo sistema di corruzione e collusione. Una giusta rabbia popolare male indirizzata. Che rischia di instradare l'opinione pubblica sugli effetti più appariscenti del sistema capitalista e non sulle cause profonde che le determinano. Tra posizioni qualunquiste di superamento tra destra e sinistra, strizzate d'occhio ai fascisti e incontri con poteri statunitensi, molto interessati a destabilizzare l’Italia e con lei l’Europa, nel quadro della lotta tra potenze imperialiste, difendono il mercato e la proprietà privata baluardi del sistema capitalista, attenuando le loro critiche alle multinazionali, alla stessa UE, mentre tacciono sulla Nato. Un successo paragonabile al fenomeno della Lega Nord al momento della sua nascita, quando D'Alema la definiva addirittura una "costola della sinistra", vera stampella della destra liberista, con le sue posizioni xenofobe e razziste e che nonostante i miseri risultati delle ultime elezioni resta pericolosa per la sua presenza concentrata nel nord.

L’unico cambiamento per il proletariato e le masse popolari è prendere il potere attraverso il proprio Partito comunista e non – ancora una volta – affidandosi ad un movimento ambiguo e delegando a eterogenei parlamentari che si trovano a rappresentare sia l’operaio che l’imprenditore. Interessi completamente contrastanti! E neppure si vince con le illusioni elettorali e parlamentari. I comunisti il potere lo prendono solo attraverso la rivoluzione proletaria perché devono abbattere lo Stato capitalista dei borghesi e dei loro servi per edificare una nuova società, uno Stato socialista, dov’è eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il PD ha vinto di misura e tutte le sue illusioni, il suo opportunismo, il suo revisionismo si sono infranti anche nella formazione del governo. Le ”difficoltà” di formare il governo postelettorale e trovare il nome per il prossimo presidente della Repubblica sono frutto delle contraddizioni della borghesia che in questa crisi capitalista privilegia privatizzazione, distruzione di interi comparti produttivi, internazionalizzazione delle società monopolistiche che hanno accumulato grandi quantità di capitali peggiorando le condizioni di vita e di lavoro del movimento operaio costretto ad un’estenuante lotta di difesa. Incrementando la repressione del movimento operaio e rivoluzionario, la militarizzazione dell'economia e il dispiegamento della guerra imperialista.

Opportunisti e revisionisti con il concetto della "difesa dei lavoratori" mantengono ancora un certo legame con il movimento operaio attraverso i sindacati Confederali, a partire dalla Cgil. Difesa che è sempre meno di tipo economico e sempre più di conciliazione con la borghesia e di favorimento dei monopoli, contrario agli interessi operai e ai loro più elementari diritti conquistati in decenni di lotte. Come sosteneva Lenin "L'opportunismo consiste nel sacrificare gli interessi fondamentali delle masse agli interessi temporanei di un'infima minoranza di operai, oppure, in altri termini, nell'alleanza di una parte degli operai con la borghesia contro la massa del proletariato".

 

Il loro intento è quello di garantire la pace sociale, la gestione delle imprese private e pubbliche, frenare la risposta operaia che possa trasformarsi - come conseguenza dell'aumento della sua combattività e della sua organizzazione - nello sviluppo della coscienza di classe, del passaggio di coscienza di classe in sé a coscienza di classe per sé, in alternativa rivoluzionaria al capitalismo agonizzante. In sintesi imporre un “patto sociale” per incatenare il movimento operaio scaricando sulle sue spalle le contraddizioni scoppiate con la crisi capitalista: tentare di frenare la tendenza alla caduta del tasso di profitto favorendo il ciclo di riproduzione allargata del capitale intensificando lo sfruttamento.

L’affossamento del tentativo di Bersani e l’affidamento di Napolitano – che continua ad agire come fossimo una Repubblica presidenziale nella quale il Parlamento è svuotato - a due commissioni ristrette e da lui nominate con il compito di elaborare il programma immediato su cui affrontare la crisi rappresenta, ancora una volta dopo l’incarico al Governo Monti, l’esigenza dei poteri forti: Usa, Nato, UE, Vaticano e Confindustria.

Il ruolo coperto dal revisionismo, che si manifesta anche livello internazionale e che sostiene che le condizioni socio-economiche sono cambiate, si manifesta apertamente ostile al marxismo rifiutando i principi fondamentali della sua scienza e della teoria della lotta di classe (propria dell’epoca imperialista) che sta alla sua base e che ci ha portato in una crisi sistemica che dimostra in modo lampante il fallimento del capitalismo.

Come comunisti siamo obbligati a lottare contro le posizioni di destra e di falsa sinistra che cercano di adattare il movimento operaio alle posizioni di classe del nemico, con un attacco frontale e senza compromessi fino all’abbattimento del sistema capitalista generatore delle contraddizioni che lo mantengono in posizione sottomessa.


18 marzo 2013 redazione
comunicato

CON  ALDO MILANI E I LAVORATORI IN LOTTA

La redazione di “nuova unità” e il Comitato comunista toscano esprimono solidarietà con il compagno Aldo Milani, sindacalista del SI Cobas, scomodo al potere perché non collaborazionista, colpito da un grave provvedimento restrittivo: la proibizione di entrare nel territorio di Piacenza per i prossimi 3 anni per aver sostenuto l’autorganizzazione dei lavoratori delle cooperative, e agli due compagni anche loro colpiti dalla repressione.
I padroni supportati dalle “forze dell’ordine” non accettano chi si mette alla testa delle lotte – in particolare quelle combattive che riguardano da parecchi anni il settore della logistica da Milano a Piacenza (anche dell’Ikea), indispensabili per migliorare le condizioni di supersfruttamento bestiale soprattutto degli immigrati, e contro i licenziamenti indiscriminati che buttano sulla strada i lavoratori quando li hanno ben spremuti per pochi euro.
Mentre in Parlamento si fanno i balletti sulle nomine e su chi gestirà il comitato d’affari della borghesia, nel mondo del lavoro si acuisce la violenza capitalista e vengono utilizzati metodi di mussoliniana memoria, la condanna extragiudiziale della privazione della libertà di circolare liberamente sulla base di una decisione presa direttamente dalla polizia. Un’eredità mai cancellata della dittatura fascista.
È sempre più necessario impegnarsi nella lotta di classe per impedire l’avanzata della fascistizzazione dello Stato e abbattere il sistema capitalista per costruire una società senza più sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


14 marzo 2013 redazione
comunicato

UN PAPA GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO!

L’Italia non ha un governo, ma il Vaticano ha il suo Papa. Un gesuita latinoamericano che si presenta umile anche nella scelta del nome: Francesco. Dopo il filonazista tedesco che ha fallito nella sua missione, il Vaticano alle prese con scandali di ogni tipo, dalle corruzioni ai pedofili, alle banche, si rifà il look e butta fumo negli occhi: cambiare tutto per non cambiare niente.
Tutto il mondo borghese e padronale, tutti i massmedia – colti di sorpresa - si allineano ed elogiano le doti del sobrio rappresentante (è l’era dei Mario!) . Ancora una volta la Chiesa, forte della sua esperienza di inganni millenari, sceglie un Papa funzionale alla crisi del capitalismo per convincere i poveri dei paesi industrializzati ad accettare la loro situazione e per frenare l’aspirazione alla liberazione dei popoli dell’America Latina. Con un occhio particolare all’Oriente in quanto a Buenos Aires era ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Argentina e sprovvisti di ordinario del proprio rito.
Jorge Mario Bergoglio viene dall’Argentina ed era già sacerdote nel tragico periodo del golpe Videla (1976-1981) che causò oltre 30mila tra morti e torturati. E gli somministrava pure la comunione. Un periodo in cui le gerarchie ecclesiastiche non erano proprio innocenti. È stato lo stesso dittatore Videla in un’intervista in carcere a rivelare le pesanti complicità delle gerarchie ecclesiastiche con il regime militare e a dire come l’allora nunzio apostolico Pio Laghi e l’ex presidente della Conferenza episcopale di Argentina Raul Primatesta assieme ad altri vescovi, abbiano concretamente dato al governo dei golpisti consigli su come gestire l’uccisione dei desaparecidos. La Chiesa cattolica mantenne stretti rapporti con i militari al potere e offrì i suoi “buoni uffici” al governo per informare della sorte atroce dei desaparecidos esclusivamente quelle famiglie che avessero scelto poi di non divulgare pubblicamente i crimini e di interrompere le proteste. Si sa anche che gli ufficiali che prendevano parte alla mattanza dei detenuti politici si sarebbero consultati con le autorità ecclesiastiche per ucciderli nella maniera “più cristiana e meno violenta” possibile: la soluzione era un’iniezione di penthotal per sedare le vittime che venivano poi buttate a mare da un aereo e che quindi affogavano. La somministrazione della ‘dolce morte’ ai dissidenti fu concordata con la Chiesa perché la fucilazione di migliaia di persone avrebbe destato le proteste del Papa e imbarazzato tutti quei prelati legati a doppio filo col regime.

L’umile Francesco era in quella chiesa e se nel 2005 ha perso l’elezione forse è perché a due giorni dal Conclave il quotidiano messicano ”La Cronica de Hoy” riferiva che contro Bergoglio era stata presentata una denuncia per presunta complicità nel sequestro di due missionari gesuiti il 23 maggio del 1976, durante la dittatura, appunto. Denuncia presentata dall'avvocato e portavoce delle organizzazioni di difesa dei diritti umani in Argentina, Marcelo Parilli che aveva chiesto al giudice Norberto Oyarbide di indagare sul ruolo di Bergoglio nella sparizione dei due religiosi a opera della marina militare”.

Con l’operazione Bergoglio la Chiesa cattolica si conferma così una potenza del sistema imperialista che manovra “dietro le quinte” per mantenere le masse oppresse e sottomesse.
I cattolici apprezzano il prescelto e lo inneggiano perché i cattolici non pensano, sono abituati ai dogmi e hanno la memoria corta. Come giustamente sosteneva Marx (che ricordiamo a 130 anni dalla sua morte): “la religione è l’oppio dei popoli, è il sostituto di una vera realizzazione di se stessi”, oggi è più che mai attuale. E ricorriamo ancora a Marx:In realtà gli uomini alienano il loro essere proiettandolo in un Dio immaginario solo quando l’esistenza reale nella società classista impedisce lo sviluppo e la realizzazione della loro umanità. Di conseguenza, per superare l’alienazione religiosa, non basta denunciarla, ma occorre cambiare le condizioni di vita. Quando la società sarà organizzata in modo tale che gli uomini possano realizzare i loro desideri, scomparirà la religione”.


5 marzo 2013 redazione
anniversario

Chi criminalizza Stalin?
La borghesia ha tutto l’interesse a criminalizzare Stalin per poter più facilmente demolire agli occhi dei proletari, che pagano sulla loro pelle la natura del capitalismo, qualsiasi ipotesi di riscatto e di rivoluzione sociale
A sessant'anni di distanza dalla sua morte, avvenuta il 5 marzo 1953, la figura di Stalin continua ad essere demonizzata ed attaccata dai borghesi appartenenti a tutte le correnti politiche, sia reazionarie che riformiste, i quali per lo più utilizzano argomenti forniti a suo tempo da Trotzkji ed agitati ancor oggi dai suoi seguaci. Si attacca Stalin per attaccare l'idea stessa di comunismo pretendendo di giudicare, con la pancia ben satolla, un movimento rivoluzionario di milioni di operai e di contadini che hanno avuto il coraggio di dare l'assalto al cielo tentando di costruire, secondi solo alla Comune di Parigi, uno Stato socialista.
Si parla di Stalin personalizzando uno scontro politico diretto da un partito, il Partito Comunista dell'Unione Sovietica, ben strutturato ed esperto nella lotta classe, anche in quella che si combatteva all'interno del Partito stesso, banalizzando la storia come se fosse possibile - di fronte a scelte strategiche quali potenziare l'industria pesante o l'industria leggera - non scontrarsi duramente per affermare la propria posizione.
L'operazione che viene fatta dall’apparato mediatico borghese è quella di ridurre la costruzione del socialismo ad una questione riguardante personalità diverse, per lo più distorte e nel caso di Stalin addirittura con tendenze criminali per giungere ad equiparare il comunismo con il nazismo. La borghesia ha tutto l’interesse a criminalizzare Stalin per poter più facilmente demolire agli occhi dei proletari, che pagano sulla loro pelle la natura del capitalismo, qualsiasi ipotesi di riscatto e di rivoluzione sociale.
A noi comunisti che, al contrario, perseguiamo l’obiettivo della società socialista come unica via d’uscita da questo sistema di oppressione e di sfruttamento interessa imparare dalla storia, dai successi e dagli errori di chi ci ha preceduto non per fare i giudici o i professorini ma per intervenire al meglio nella guerra di classe.
In questa ottica è importante valutare l'opera di Stalin e del Partito, la correttezza delle loro scelte in quel contesto storico e politico avendo ben chiaro che la rivoluzione non sta in schemi prefissati ma è un processo nel quale è necessario tenere conto di fattori inaspettati e spesso contradditori, con tempi e modi dettati dal processo stesso. È altrettanto importante spiegare e dimostrare ai lavoratori che tra il nazifascismo - ideologia che teorizza e pratica la disuguaglianza, l’oppressione e la discriminazione tra i popoli - ed il comunismo, portatore di ideali di eguaglianza e solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo non c’è mai stato, non c’è e non ci sarà mai alcun nesso possibile.
È consuetudine dei critici di Stalin decontestualizzare le scelte fatte dal Partito allo scopo di rendere ragionevoli e condivisibili i loro argomenti. Se noi, al contrario, collochiamo le stesse scelte nel loro contesto storico e politico vediamo che sono scelte assolutamente razionali e comprendiamo il motivo per cui il Partito le ha operate.

Il socialismo in un solo paese

Quasi tutti i maggiori marxisti del primo Novecento individuavano nella Germania, industrialmente sviluppata e con una classe operaia numerosa, il paese in cui per primo sarebbe scoppiata la rivoluzione socialista. La realtà si fece carico di smentire non il marxismo, ma quei “marxisti” che studiavano scolasticamente Marx ed Engels anziché utilizzare i loro insegnamenti per analizzare i processi sociali in corso: la rivoluzione che cambiò il secolo XX scoppiò in un paese feudale, con una classe operaia esigua ed un numero sterminato di contadini poveri ed analfabeti che solo la grande capacità teorica, pratica ed organizzativa di Lenin portò al potere. Questo dato di partenza estremamente negativo ha sicuramente condizionato lo sviluppo del sistema socialista sovietico e le valutazioni del Partito che, conscio di questa debolezza, vedeva il successo della rivoluzione in Germania come un fattore determinante per mantenere il potere e procedere più agevolmente, con l’apporto dell’industria e della tecnologia tedesca, alla trasformazione del paese.
Se i comunisti tedeschi avessero conseguito la vittoria anziché essere sterminati dal socialdemocratico Noske, la Storia, non solo sovietica, avrebbe preso un altro corso ma così non fu: la rivoluzione tedesca fu sconfitta e ai Bolscevichi non rimase altra strada che provare a costruire il Socialismo in un solo paese, sapendo che avrebbero pagato un prezzo elevatissimo.
Poiché una delle ricorrenti critiche a Stalin è appunto questa, sarebbe interessante sapere che cosa avrebbero fatto i suoi accusatori: avrebbero riportato il calendario a prima della rivoluzione? Si sarebbero scusati ed avrebbero dato il potere in mano ai menscevichi o ai cadetti, consegnandosi nelle mani della controrivoluzione?
La maggioranza del Partito fece l'unica scelta possibile e, contando sulla ricchezza morale e materiale dell'Unione Sovietica, procedette ancor più decisamente nella costruzione del socialismo, spingendo sull'acceleratore della collettivizzazione delle terre e sullo sviluppo dell'industria pesante. I risultati sono stati per decenni sotto gli occhi di tutti e ancora oggi, se si visita la Russia, è evidente la cesura tra l'epoca staliniana che, pur con errori che Stalin per primo riconobbe, riportava successi determinanti in quasi tutti i campi e il degrado successivo alla presa del potere da parte di Kruscev e dei suoi accoliti. Il palazzo del Partito al Cremlino, un obbrobrio di vetro e cemento voluto da Kruscev per celebrare il XX Congresso e costruito sulle macerie di un magnifico edificio storico distrutto appositamente, è ancora lì a testimoniare, anche dal punto di vista architettonico, la frattura tra l'epoca della rivoluzione e quella della controrivoluzione.
Il Patto Molotov-Ribbentrop
In maniera alquanto surreale una delle critiche rivolte a Stalin è quella di aver sottovalutato il rischio della guerra e dell’invasione nazista. In realtà già dagli atti del XVII Congresso del PCUS risulta venisse discussa l’ipotesi molto realistica di un’aggressione tedesca ai popoli slavi. Inoltre se si pensa che nel 1936 la Germania ed il Giappone firmarono un patto anticomintern, sottoscritto anche dall’Italia nel 1937 ma, soprattutto, che dal 17 luglio 1936 al 1° aprile 1939 si combatté la guerra civile spagnola cui l’URSS partecipò con 3000 uomini tra volontari (500), piloti ed istruttori militari non si capisce se chi sostiene che Stalin nutrisse illusioni in merito alla politica nazista sia più idiota o più in malafede. L’Unione Sovietica oltre agli uomini inviò in Spagna una quantità di materiale bellico (carri armati T-26, bombardieri Tupolev SB2, caccia I-15 e I-16) seconda solo a quella inviata dall’Italia a favore dei golpisti. Poiché era chiaro che la guerra civile spagnola si era trasformata nella prova generale della seconda guerra mondiale, la diplomazia sovietica si mosse a lungo per trovare un accordo con le democrazie borghesi per contenere il nazismo ma non ottenne risultati perché l’intenzione di Chamberlain, condivisa anche dai francesi, era quella di indirizzare la potenza bellica nazista contro l’URSS. Solo a questo punto Molotov e Ribbentrop firmarono il famigerato patto di non aggressione che stabiliva la divisione della Polonia tra le due potenze. Questo patto creò enormi problemi, politici e morali, ai partiti comunisti fratelli i cui militanti pagarono in prima persona questa scelta, giungendo addirittura come nel caso del PCF ad essere internati in campi di concentramento. Nondimeno oggi sappiamo, chiunque sia intellettualmente onesto sa, che questa scelta dolorosa permise al Partito di interporre ad ovest un cuscinetto territoriale tra le forze naziste ed il territorio dell’URSS e di acquistare tempo per procedere nella preparazione della guerra, aumentando la produzione di armi e spostando nel contempo le fabbriche ad oriente. È questo il periodo in cui si decise e si organizzò la guerra partigiana nei territori che si riteneva sarebbero stati occupati, coscienti del fatto che inizialmente l’Armata Rossa non sarebbe riuscita a fermare l’organizzatissimo esercito tedesco. La bandiera rossa che sventola a Berlino conclude questa Storia.

Stalin e la dittatura del proletariato

All’XI Congresso nel 1922 Giuseppe Stalin fu eletto Segretario Generale per la prima volta, carica che venne riconfermata fino alla sua morte. La sua longevità politica, insieme con il fatto che dagli scontri politici interni al Partito uscì quasi sempre vincitore, è uno degli argomenti che viene utilizzato dai suoi detrattori per definirlo un dittatore. In realtà Stalin ebbe la caratteristica, alquanto singolare per un dittatore, di convocare regolarmente e periodicamente Congressi che coinvolsero, ogni volta, milioni di iscritti al Partito ed in cui si discusse, come testimoniano gli atti dei Congressi stessi, di tutti i problemi che un partito al potere si trova ad affrontare, non solo la collettivizzazione delle terre e lo sviluppo dell’industria, ma anche i passaggi più spinosi e dolorosi delle epurazioni di massa e dei processi del 1938.
Poiché fino al XVIII Congresso che si svolse nel 1939 il PCUS mantenne tra un’assise e l’altra una cadenza inferiore ai due anni e mezzo, le posizioni politiche di Stalin furono largamente discusse e condivise dal corpo del Partito di conseguenza se di dittatura si trattò, e noi ne siamo convinti, non fu certo la dittatura di un singolo ma quella della classe operaia che esercitò il suo potere contro la borghesia, anche contro quella che si annidava dentro il Partito Comunista. Questa borghesia, più volte sconfitta, già nel primo dopoguerra rialzava la testa, attaccando Stalin proprio sulla conduzione della guerra. Al riguardo c’è una testimonianza importante in un libro stampato dal Museo della Resistenza di Leningrado che denuncia come la destra del Partito avesse azzerato, per indebolire la direzione staliniana, tutto il gruppo dirigente del Partito di Leningrado, quello stesso gruppo che aveva mantenuto la coesione della città nei tre anni di assedio. Questa lotta feroce che naturalmente non interessò solo Leningrado spiega come mai, per la prima volta nella storia del Partito, passarono ben tredici anni tra un congresso e l’altro (il XVIII Congresso nel 1939, il XIX Congresso nel 1952). Questo lasso di tempo è troppo lungo per essere giustificato solo dalla guerra, l’unica spiegazione plausibile è che i rapporti di forza tra le fazioni non avrebbero consentito la celebrazione di un congresso senza lacerazioni che, in piena guerra fredda, avrebbero avuto conseguenze disastrose. Quando finalmente nel 1952 fu convocato il XIX Congresso nell’intervento di Stalin si colse questa frattura ma l’attacco contro la destra non venne portato a fondo. Pochi mesi più tardi Stalin morì, pianto da milioni di proletari in tutto il mondo, e pochi anni dopo, nel 1956, al XX Congresso del PCUS il capo dei revisionisti Nikita Kruscev ne denunciò i crimini: il proletariato internazionale paga ancora oggi le conseguenze di quel tradimento.

 


10 febbraio2013 redazione
editoriale

CHI LOTTA PUÒ PERDERE, CHI NON LOTTA HA GIÀ PERSO
Una campagna elettorale a suon di demagogia per farci dimenticare le misure antioperaie e antipopolari che insieme hanno votato e nascondere il programma futuro antioperaio e antipopolare su cui insieme si sono già impegnati

Abbiamo finito l’anno con la prospettiva delle elezioni, ora siamo nel mezzo della campagna elettorale e giù tutti a correre alla conquista della poltrona con un sistema elettorale che nessuno ha voluto cambiare perché troppo “succoso”. Comprensibile per coloro che intendono la politica solo investiti del titolo di deputato o senatore. Non comprensibile né giustificabile per quelle forze che si richiamano alla sinistra. Corrono anche per importanti regioni: Lombardia e Lazio, dove si profila un becero federalismo per il nord e dove ci riprova, nel Lazio, il fascista della Destra Storace che, potremmo dire, ha già dato e anche male!
Ci hanno martellato con il bipolarismo e siamo davanti a 215 liste (da Cicciolina al Bunga, bunga), ma anche tante “satelliti” che confluiranno poi a sostenere gli schieramenti. Vogliono inculcarci che non c’è più destra e sinistra, ma solo il salvataggio dell’Italia, vogliono omologarci ed eliminare ogni dissidenza e fare avanzare i loro piani di Governi “stabili” (per meglio soggiogare) e guerrafondai (sono già pronti per intervenire in Mali e in Siria). Chi si esprime contro è tacciato di populismo, chi attacca il potere è antipolitico.
Come reagiranno gli elettori? Dimenticheranno il passato e si faranno nuovamente imbonire da nuove promesse berlusconiane o montiane? O si fideranno di nuove liste basate su un pericoloso populismo che non fa differenza tra destra e sinistra come Grillo o si faranno ingannare dai transfughi confluiti in Rivoluzione civile barattando il proprio simbolo e la propria identità per un posto in Parlamento? O crederanno ai programmi demagogici e pseudo sociali di formazioni di estrema destra?
Per noi votare nella situazione attuale di crescente e giustificata sfiducia delle masse verso un Parlamento che non le rappresenta - che ci costa circa
tre milioni di euro al giorno - e difficoltà dei comunisti per la mancanza del partito di classe dare indicazione di voto sarebbe una manifestazione di codismo oltre che di opportunismo. Per noi si tratta di boicottare il voto: annulliamo la scheda, indeboliamo i partiti della borghesia compreso i cosiddetti arancioni, i grillini e i sedicenti partiti comunisti.
Intanto la crisi avanza, è la crisi del capitalismo che, nonostante tutti i sacrifici cui costringono i lavoratori in Italia, in Europa e nel mondo non riusciranno a tamponare.
Il capitale massacra i lavoratori per sopravvivere. Con lo sfruttamento sul lavoro e psicologicamente con la Cig, la disoccupazione o, peggio, “esodandoli”. È proprio di questo mese la notizia che alla Fiat di Melfi si attuerà la CIGS fino al 31 dicembre 2014 mentre a Kragujevak impone turni massacranti per 320 euro al mese. Ancora aiuti al capitale e per tutta risposta Fiom-Cgil esprime “forte preoccupazione”.
Gli operai di varie aziende che chiudono (non sempre a causa della crisi), che delocalizzano alla ricerca del massimo profitto, si ingegnano con forme anche estreme di lotta – spesso con scarsi risultati per la frammentazione - o dure in piazza prendendo bastonate da quei governi i cui rappresentanti oggi stanno chiedendo il voto.
In alcuni casi scatta la solidarietà, ma è una solidarietà apparente, senza prospettiva perché non si trasforma in organizzazione, neppure ad un livello di coordinamento di lotte e di lavoratori per renderle più efficaci. Anzi sono sempre più condizionati dall’egemonia riformista e divisi in decine di sigle sindacali: scioperano i Cobas e non la Cgil e viceversa.
Altri si fidano delle istituzioni che li illudono con la ricerca di nuovi proprietari, incuranti che le new co. (nome assegnato a una nuova azienda che sorge da una ristrutturazione o da un progetto di creazione di una nuova azienda, start-up) sono proprio un’invenzione della borghesia e che i padroni fanno parte di un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Ma il problema non è tanto sindacale, quanto politico. E qui sta la difficoltà. Ritornare a pensare che la classe lavoratrice possa prendere il potere e mandare a casa - non con il voto con il quale non ci riuscirà mai finché i candidati sono individui che non rappresentano la classe lavoratrice - i capitalisti e tutti gli speculatori e i servi che li sostengono.
Parliamo di lotta di classe, la risposta alla dittatura, al dominio economico e politico della borghesia che usa e getta la manodopera che la arricchisce. Sappiamo che è difficile. Anni di pseudo riformismo rinunciatario, delega e opportunismo hanno cancellato il senso della militanza, della partecipazione.
Da anni il potere cerca di inculcare che il capitalismo porta il benessere per tutti e come esempio si esaltavano gli Stati Uniti dove oggi un americano su 6 è povero, i ricchi diventano sempre più ricchi e il ceto medio si proletarizza sempre più velocemente. "Proletarizzazione" del ceto medio che Marx aveva già previsto centocinquant'anni fa, segno dell'impoverimento progressivo di lungo termine generato dal capitalismo, specie nelle fasi di crisi del ciclo di accumulazione, come quella cui stiamo assistendo, dopo un quarantennio di altalenante quando irreversibile caduta tendenziale del saggio medio del profitto. Impoverimento per il quale Marx si prese l'epiteto di anacronista e dileggiatore del "sistema perfetto" per eccellenza!
L’assenza non solo di coscienza rivoluzionaria, ma anche di coscienza di classe fa perdere la bussola, bisogna ritrovarla. C’è solo un modo per superare questa crisi: la ricostruzione di un autentico Partito comunista, basata su una teoria vincente, quella marxista-leninista, per abbattere il sistema capitalista e instaurare il potere della classe operaia. Non è utopia, è già avvenuto, anche se per una serie di motivi – e di non secondaria importanza l’attacco dell’imperialismo e del Vaticano – la giovane esperienza socialista è stata demolita. Ma gli errori servono per migliorare ed è ora di cominciare a pensare che un altro ordinamento sociale è possibile se il proletariato si eleva a classe dominante e strappa il capitale alla borghesia.
E per dirla con Ernesto Guevara: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.

 

 

 

 

 


20 dicembre 2012 redazione
editoriale

NEL SEGNO DELLA GUERRA

 

Tagli su tutto, ma il Parlamento approva velocemente la legge sugli armamenti e la riforma dell’esercito. E a Bagnoli si paga una super sede per il comando Interforze

 

Dalle nostre pagine non manca mai la questione del lavoro né le indicazioni per come affrontarlo anche nel futuro, la denuncia del capitalismo. Ma quest’anno sono stati tre gli argomenti sui quali abbiamo puntato: il pericolo fascista e la crescente fascistizzazione dello Stato, la sanità, le spese militari. Tutti temi che, comunque, non sono slegati dal lavoro, e che si collegano tra loro.
Abbiamo messo in allarme sulla sanità quando non era neppure all’ordine del giorno dei mass-media che hanno aspettato le dichiarazioni di Monti - senza ovviamente coglierne tutta la sua gravità - che ha parlato di nuove forme di finanziamento, non di forme diverse. E che “le proiezioni di crescita economica e di invecchiamento della popolazione mostrano che la sostenibilità dei sistemi sanitari, incluso il nostro di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantita se non ci saranno nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni”. Non è così difficile capire che il sistema sanitario pubblico sia a rischio! Prima Berlusconi, poi Monti impongono pesanti tagli ai fondi del SSN: 900 milioni quest’anno, 4,3 miliardi nel 2013, 2,7 miliardi nel 2014. Il tutto accompagnato dall’incremento dei ticket sui farmaci e sulle prestazioni specialistiche che mette a durissima prova il proletariato, i disabili, gli esodati ecc; la riduzione dei posti letto, quindi dei ricoveri, accorpamenti dei servizi che si traduce in orari massacranti per il corpo sanitario e licenziamenti. Eppure la spesa per la sanità – garantita dalla stessa Costituzione (anche qui calpestata) in Italia è del 7% del Pil contro il 9% di Francia e Germania.

I balzelli non finiscono. Abbiamo appena pagato il saldo IMU che fa entrare nelle casse dello Stato 3 miliardi in più del previsto che dal 1 gennaio 2013 debutta una nuova imposta comunale (3 rate: aprile, luglio, ottobre) calcolata in base alla grandezza dell’abitazione e istituita con la manovra del dicembre 2011. Sostituisce Tia e Tarsu, ma introduce un nuovo balzello Sl dicembre 2011 manovra tobre) dell' previsto che dal 1 gennaio debutta una nuova tassa  per pagare i “servizi indivisibili comunali”, vale a dire verde pubblico (che già si paga a livello regionale), anagrafe, illuminazione.
Mentre si attacca la sanità lo Stato riaffida gli impianti industriali posti sotto sequestro a una società i cui vertici sono agli arresti domiciliari o latitanti. Il decreto salva-Ilva (sul quale si sono schierati subito i sindacati confederali) diventa così una sorta di condono ai Riva e dimostra come questo governo spacciato per tecnico sia, come i precedenti, dalla parte dei padroni e del potere capitalista.
Nel frattempo Monti è costretto alle dimissioni – col rammarico dei potenti di tutto il mondo -, non già dalla furia della popolazione, ma dal Pdl e Berlusconi che si prende la rivincita con un balletto: torno o non torno. Ma che se torna puntando sull’abolizione dell’Imu ha ottime probabilità di vittoria.
Ma che cosa lascia in sospeso il governo Monti? Di sicuro il

taglia Province e il regolamento dell’asta sulle frequenze tv (guarda caso!). È invece garantita la Legge di Stabilità con relativo Bilancio dello Stato (al momento in cui scriviamo, salvo l’ostruzionismo del Pdl)) e il salvataggio dei caccia F35 con riforma delle forze armate, legge che piace sia al Pdl che al Pd e approvata in tutta fretta e senza cambiare una virgola, alla Camera. Già, tutti d’accordo su come spendere soldi nella guerra e fare contento l’ammiraglio Di Paola, ministro della Difesa. Che si porta a casa la legge delega per riformare la struttura dell’esercito e, soprattutto, il budget per il suo ministero: oltre 22 miliardi di euro. Così arrivano anche i 90 F35 a lui tanto cari (senz’altro di più per noi!) pari a 12 miliardi. Felice anche Finmeccanica (forte dello sponsor Lega Nord), attiva nella tecnologia militare che da tempo chiedeva questa legge che finanzierà adeguatamente la sua produzione.
Arriviamo perciò alle elezioni con il “porcellum” perché dopo mesi di discussioni nessun partito ha voluto cedere sul premio di maggioranza ed è evidente che allo stato attuale il premio fatto su misura per Berlusconi torna utile al Pd. Ed è tutta una corsa alle liste. Nasce perfino quella arancione, di ucraina e dei monaci tibetani di controrivoluzionaria memoria, capitanata da De Magistris, sindaco di una città dove le fabbriche chiudono e la Nato apre una lussuosa sede per il Comando interforze (Jfc Naples) di 85mila metri quadri, inserita in un’area recintata ancora più vasta, già predisposta per future espansioni dove sono collocati 2.100 militari e 350 civili. Una sede – da dove vengono condotte le attuali operazioni militari in nord Africa e in altre parti del continente e quelle di accerchiamento e disgregazione della Siria - pagata con denaro pubblico in aggiunta al già abbondante budget statale. Ufficialmente è costata ufficialmente 165 milioni di euro, cui si aggiunge una cifra non quantificata per le dotazioni (600 km di cavi, 2mila computer, antenne satellitari) e le infrastrutture. L’Italia ha partecipato alla spesa con circa 200 milioni di euro, sia con la quota parte del costo di costruzione, sia con il «fondo per le aree sottoutilizzate» e la Provincia con circa 25 milioni. Ovviamente per De Magistris – ha «una posizione strategica rilevante nei piani per il mantenimento della pace nel mondo» mentre per l’ammiraglio statunitense Clingan, occorreva una sede adeguata a «un quartier generale di combattimento della guerra».
Dobbiamo dire che, dopo le stelle, questo colore - emblema di una delle dodici tribù di Israele, raffigurata sul pettorale del grande sacerdote di Gerusalemme, sulla corona del re o della regina d’Inghilterra  non ci mancava. Sicuramente mancava al naufrago Ferrero e al fantasma Federazione della sinistra che l’hanno subito adottato.

Ancora una volta tutti si tuffano nella tornata elettorale che contamina persino minuscoli partiti “comunisti” che continuano ad alimentare le illusioni elettorali. Fiumi di parole e accordi - più o meno sottobanco -, primarie, dichiarazioni roboanti per inculcare una falsa democrazia e spostare l’asse dalle reali esigenze della classe lavoratrice e delle masse popolari verso la presa di potere. Nessuno vuole rinunciare, tutti hanno amici da sistemare, altro che diminuire il numero dei parlamentari!

Nel clima di fascistizzazione che avanza in ogni campo perché i manovratori non siano disturbati e che dovrebbe preoccupare tutti, prima di una vera e propria svolta autoritaria, rientra l’incontro dei parlamentari italiani con una delegazione del parlamento ungherese di maggioranza di destra – che aspira ad entrare nell’Unione Europea - ed ha appena varato una Costituzione che limita ed abolisce diritti e libertà fondamentali, dalla giustizia all’economia. Il deputato Martin Gyongyosi, uno del gruppo, ha recentemente presentato la proposta di schedare tutti i cittadini ebrei ungheresi “che potrebbero essere un pericolo in caso di emergenza”. Ha usato lo stesso linguaggio di Hitler, mentre Jobbik, il partito fascista ha un’organizzazione giovanile chiamata “Guardia nera” che usa le stesse insegne dei fiancheggiatori di Eichemann (ufficiale delle SS, esperto di spostamenti nei campi di concentramento e rifugiato come molti altri nazisti in Argentina…) di 70 anni fa. Normali rapporti tra Stati? Di più. Balla, presidente della Commissione esteri e degno compare del guerrafondaio ministro Giulio Terzi, ha spiegato che non sono fascisti come sembrano!
Ci aspetta, quindi, un nuovo anno di lotte, ma soprattutto di impegno costante e profondo per arrivare alla formazione della coscienza di classe che faccia fare quel salto di qualità necessario ad abbattere il capitalismo.

 

 


27 novembre 2012 redazione
comunicato
ESPROPRIO E NAZIONALIZZAZIONE SENZA INDENNIZZO!!! I lavoratori ILVA sono di fronte all’ennesimo ricatto: lavoro o salute per Taranto e disoccupazione per gli operai degli impianti collegati, dalla Liguria al Piemonte, al Veneto. Dopo anni di inquinamento - passato in silenzio anche con la complicità dei sindacati confederali, di enormi guadagni (2,8miliardi in 10 anni per il 10° gruppo siderurgico al mondo), di corruzione - i padroni scappano lasciando le casse vuote e risolvono il problema chiudendo, cioè licenziando gran parte di operai senza copertura Cig e mettendone altri in ferie obbligate. A questa gravissima situazione i confederali non danno risposte, i lavoratori protestano e restano isolati - perché manca la solidarietà, un sindacato di classe, il partito comunista, cioè gli strumenti che coordinino e diano uno sbocco alle lotte - mentre la ministra Cancellieri si preoccupa dell’ordine pubblico… Il Governo è proiettato solo a salvare banche, capitali, mercati, Europa, a discapito anche della salute sulla quale sta calando la mannaia (altro che prevenzione!). Nessuna illusione che il Presidente della Repubblica, solerte a lanciare moniti, a dispiacersi delle morti sul lavoro, a piangere, risolva il problema. Così vale per Bersani (concentrato sulle primarie), per Vendola e gli altri politicanti proiettati a discutere una legge elettorale che li mantenga al potere. I lavoratori devono imporre con la lotta la nazionalizzazione! Espropriare quelle strutture produttive che i capitalisti usano solo per i propri profitti e poi se ne liberano dopo aver sfruttato per anni i finanziamenti a fondo perduto dello Stato e gli operai, come nel caso della Fiat.
18 novembre 2012 redazione
editoriale

NON BASTA RESISTERE
Il movimento operaio deve prendere coscienza della propria capacità e della propria forza e porsi come protagonista della propria liberazione
Da che cosa cominciare? Tranquilli non abbiamo il blocco dello scrittore è che non sappiamo da che parte incominciare tanti sono gli argomenti che continuano ad assillarci.

La crisi è ancora al centro e lo sarà per molto. Le conseguenze sulla vita della classe operaia – sempre più licenziata - e delle masse popolari sono tragiche, le misure barbare di austerità che i potenti della terra – FMI, BCE, UE, banche e governi impongono colpiscono tutta l’Europa. Noi italiani, dopo le continue rassicurazioni del governo Berlusconi che il paese stava bene, stiamo scivolando nella situazione ancora più drammatica in cui si trova la Grecia. Le similitudini sono molte compresa l’attività della destra. Noi non abbiamo mai smesso di sostenere che il fascismo è un pericolo e per molto tempo siamo passati per Cassandra, ora sembra che il movimento si renda conto di questa gravità. In Grecia, paese che ha vissuto in tempi più recenti dei nostri il fascismo e la dittatura militare, si è sviluppata Alba dorata con un consenso anche elettorale (come già la Le Pen in Francia). Un movimento razzista e xenofobo che agisce violentemente in combutta con la polizia di fronte al quale molti degli stessi greci si autocriticano per aver sottovalutato il fenomeno. Da noi gruppi di neofascisti sostenuti, alimentati e finanziati da partiti parlamentari come PdL, Fli, Destra di Storace, cercano di imporsi sui territori anche con una politica di tipo falsamente sociale. Falsamente perché strumentalizzano il malcontento e riattivano lo squadrismo, insito nella cultura di questa gentaglia. Alla vigilia dell’uccisione di due lavoratori senegalesi a Firenze Samp e Diop – per mano di un esponente di Casa Pound, a Pontedera (PI) un gruppo di Forza nuova con atteggiamenti nazisti ha fatto irruzione in un teatro al grido di slogan razzisti durante una cerimonia di consegna di attestati di cittadinanza italiana a 603 bambini nati in Italia da genitori stranieri.
Ma, come se non bastasse la recrudescenza dell’attività dei gruppi fascisti in Italia (come in Europa del resto), dal 4 novembre sul nostro territorio c’è anche la presenza della costola filonazista greca: Alba dorata. Fondata a Trieste da un ex dirigente di Forza nuova, Alessandro Gardossi, che da tempo coltiva rapporti di collaborazione con i fascisti greci (ricordiamo che il fascista Rauti fu il primo ad andare in Grecia a riconoscere il regime dei colonnelli…) e che, tanto per creare disorientamento, si pone come nemico delle banche.

Sono gravi e preoccupanti episodi, resi possibili dalla sottovalutazione di anni dell’avanzata dei fascisti sotto diverse sigle e dal vuoto lasciato dagli stessi partiti riformisti e revisionisti che hanno abbandonato la difesa dei valori antifascisti e ridotto la Resistenza a celebrazioni rituali. Vuoto ancora più grave in un momento di crisi sistemica del capitalismo come quella che stiamo vivendo per risolvere la quale l’uso di formazioni fasciste e di forme di autoritarismo sono dietro l’angolo. Non è un caso che in una intervista sul “Fatto” (23 settembre) con il gran maestro della massoneria Gian Franco Pilloni, amico di Gelli (P2) si legge che “Serve un dittatore per ristabilire un po’ d’ordine”.
Il processo di fascistizzazione passa attraverso la scuola, la cultura, i mass-media, gli spettacoli, la Tv e la magistratura che non esita a condannare gli antifascisti quando rispondono alle provocazioni fasciste.
A Pisa, dove stanno costruendo l’hub, il nuovo aeroporto militare secondo in Europa, il 27 ottobre la città si è mobilitata contro la celebrazione di El Alamein, accompagnata da una campagna per mostrare il lato “sportivo” e “umanitario” dell’esercito, coinvolgendo nella propaganda militarista i bambini delle scuole elementari. La parata nostalgica, di armi e strumenti di morte, ha militarizzato la città alla presenza di fascisti, estremisti di destra, guerrafondai da tutta Italia per festeggiare una guerra fascista e giustificare le guerre del presente per le quali continua il riarmo con aumento di spese che si tolgono al sociale e all’istruzione. Poste Italiane, invece, che si ristrutturano licenziando circa 10mila dipendenti, hanno ricordato l’eroismo dei soldati italiani con l’emissione di un francobollo (1,40 euro) dedicato alla brigata paracadutisti della Folgore nel 70° della battaglia di El Alamein con annullo e cartoline ufficiali diffuse anche in una mostra organizzata a Firenze dal circolo filatelico con l’unione nazionale ufficiali in congedo. Per arrivare (la lista sarebbe lunga) – attraverso la strumentalizzazione delle foibe – alla retorica dell’insegnamento nelle scuole, per legge, dell’inno nazionale quando non si conosce la Costituzione e neppure l’inglese e mancano le tecnologie!
Nel frattempo aumenta la disoccupazione perché si alimentano le banche, i capitalisti e le varie caste non rinunciano ai propri privilegi, gli operai, i minatori – che difendono il lavoro e gli studenti che rivendicano una scuola pubblica decente e di avere un futuro - sono brutalmente manganellati dalle forze del disordine in assetto di combattimento e in borghese di questo sobrio governo “tecnico”.
Non va meglio per chi lavora: il prossimo mese le tredicesime saranno più leggere degli ultimi 40 anni. Altro che ripresa!

C’è allora da stupirsi se la gente stufa di parole e promesse e non di fatti? Il segnale arrivato proprio dalle elezioni in Sicilia. Non dall’avanzata dell’M5S né dalla vittoria di Crocetta - entrambi non cambiano i rapporti di forza fra classe e potere – ma dall’astensionismo che stavolta non si può definire qualunquista e che è possibile si ripeta per le politiche.
I comunisti devono organizzarsi contro la gestione capitalistica della crisi e lavorare per sviluppare l’opposizione di classe contro questo e qualsiasi altro governo che non rappresenta gli interessi della classe lavoratrice. E il movimento operaio deve prendere coscienza della propria capacità e della propria forza e porsi come protagonista della propria liberazione, andando oltre le manifestazioni di piazza, pure importanti.

Di fronte alla chiusura delle fabbriche le soluzioni che pongono al centro il cambiamento della proprietà sono solo temporanee quanto parziali. Lasciano intatti i profitti per i padroni e lo sfruttamento per gli operai.
Non sono i padroni da cambiare con altri padroni, la classe operaia deve prendere in mano la situazione, per sostituire la proprietà capitalista con la proprietà collettiva e socialista dei mezzi di produzione.

 


19 settembre 2012 redazione
editoriale

C’È UN’UNICA LOTTA, QUELLA DI CLASSE
Diossine, arsenico, metalli pesanti, polveri sottili... la salute minata dai profitti dei capitalisti. Il diritto al lavoro deve marciare di pari passo con la salute. Paghino i padroni!

Alcoa, Miniere del Sulcis, Ilva di Taranto e tante altre nelle stesse situazioni sparse per il paese sono la dimostrazione del modo di produzione capitalistico basato sullo sfruttamento e sul raggiungimento del massimo profitto, le più eclatanti contraddizioni tra capitale e lavoro. È insito nel capitalismo procedere sulla propria strada di sfruttamento degli operai e dell’ambiente. Nessuna tutela della salute, come dimostrano l’impegno e le lotte di anni e anni dei Comitati di difesa della salute: dalla Lombardia al Veneto, dove gli operai usati come carne da macello sono stati buttati quando non servivano più o perché le fabbriche sono state de localizzate all’estero (uno per tutti Fiat con il bidone di Marchionne), tanto la riserva non manca. C’è la fila soprattutto tra gli immigrati! Del resto si sa che la forza lavoro è l’unica merce presente sul mercato ad un prezzo notevolmente inferiore del suo valore.
Nel particolare caso dell’Ilva operai e popolazione sono stati messi di fronte al ricatto: o lavori o muori e per anni è stato scelto il lavoro. Questo stabilimento, che con la decisione della Magistratura rischia di buttare per strada circa 10mila lavoratori con relative famiglie, ha una storia di morti – com’è stato per la Breda di Sesto San Giovanni, Porto Marghera, Massa, Livorno, Priolo, e tante altre fabbriche – e di malattie, anche gravi, che implicano il territorio. Dati impressionanti aggravati nel tempo che ora emergono, mostrano tutta la gravità della situazione e che richiedono bonifica e risanamento di intere zone della città, dei terreni, del mare. Polveri e fumi velenosi colpiscono anche l’indisturbata ferriera di Servola a Trieste dove la media annuale delle emissioni è più alta che a Taranto, ma a differenza dell’Ilva la magistratura non si è mossa, e gli operai e i cittadini sono esausti di scendere in piazza.
Ma si può scegliere fra lavoro e salute?
Non si può, ci vuole il lavoro e ci vuole la salute. Anche in questo campo il governo, invece di imporre il risanamento dei luoghi di lavoro ai padroni, dispensa consigli: mangiare meno, prendere meno medicine, non fumare, prevenire… e intanto aumenta i ticket su medicine e analisi con tariffe che proporzionalmente fanno pagare di più i redditi minimi. E inventa un progetto sui medici 24h, già assurdo in sé, ma che non partirà per mancanza di fondi delle regioni.

Ai proletari si chiedono sacrifici e giù altri “consigli” sulla base della filosofia della decrescita: basta con l’usa e getta, consumare meno, riciclare, ridare nuova vita a oggetti e abbigliamento, ridurre gli sprechi, quelli casalinghi ovviamente perché quelli della cosiddetta casta e del potere non si toccano!
E i partiti? Latitanti. Anche quelli che si definiscono di sinistra sono completamente assorbiti da argomenti che per le masse popolari sono all’ultimo posto (e forse oltre): primarie e legge elettorale. Che li vede iperattivi per difendere poltrona e potere (sollecitati animatamente dal presidente della Repubblica) e che, per gli stravolgimenti e il non rispetto della Costituzione, mettono a grave rischio la stessa democrazia borghese nel paese, in nome della democrazia. Qualunque governo esca dalle urne o venga imposto dal Presidente della Repubblica vestito da tecnico e dalle “grandi idee” come quelle della Fornero (aumentare gli stipendi ai dipendenti dei padroni buoni…), per il movimento operaio e popolare non cambiano le condizioni né si risolve la crisi. E continueranno a esserci le manganellate della polizia. La ministra Cancellieri che continua a lanciare l’allarme terrorismo e il richiamo a mantenere “alta la guardia” (cioè andare oltre l’intervento della polizia?) – farebbe meglio a preoccuparsi di ciò che succede in molte regioni - dalla Lombardia al Lazio -, dove si annidano veri e propri pericoli.
Lo ribadiamo, non dobbiamo essere noi a pagare con ulteriori tasse come la borghesia ci impone per sanare una crisi insanabile e non certo creata da noi, né attraverso la Cig che è sempre a carico della collettività, né devono pagare gli operai con la disoccupazione!
A pagare deve essere chi per tutti questi anni ha speculato, lucrato e si è arricchito, delocalizzando o chiudendo gli stabilimenti dopo aver utilizzato i soldi pubblici (per profitti privati), nel silenzio dei dirigenti dei sindacati confederali e con la complicità di istituzioni e partiti. Paghi Riva e tutti coloro che, come emerge dall’inchiesta ILVA, hanno messo in piedi un sistema di corruzioni che implica funzionari e politici, sindacalisti, giornalisti.
Marx, più che mai attuale considerato il fallimento del capitalismo, ha insegnato che è possibile unire lavoro e salute eliminando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo con il capovolgimento dei rapporti di forza, liberi da tutti i padroni, e con la costruzione di una società socialista dove non c’è posto per la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Nel frattempo va proseguita la lotta per salvaguardare il lavoro, la salute e la sicurezza, ma con una visione strategica di cambiamento. Una lotta di unità: fabbrica-territorio, di unità di classe tra tutti gli operai delle innumerevoli fabbriche in lotta – che devono diventare protagonisti della politica, non solo delle rivendicazioni – o peggio di atti esasperati -, mettendo fine all’odiosa delega che ha portato al distacco tra vertici sindacali  e lavoratori – e che imponga una soluzione nell’immediato: dalla confisca dei beni alla nazionalizzazione.


11 settembre 2012 redazione
comunicato

CON LE LOTTE DEI LAVORATORI

Ancora una volta gli operai sono stati attaccati dalla polizia, ancora una volta in difesa del proprio posto di lavoro e non all’attacco perché il potere capitalista… non si tocca! Così, mentre i “big” erano nel palazzo a discutere come prolungare l’agonia della classe operaia italiana, i lavoratori, coloro che producono e sudano per arricchire i privati – sempre alla ricerca del massimo profitto – sono lasciati per strada senza diritto di parola e neppure di manifestare. Vengono usati e poi buttati quando il capitalismo, dopo aver lucrato sulle aziende ottenute a poco prezzo, spesso dallo Stato, cambia direzione.
Vertenze come quelle in Sardegna e in altre parti d’Italia (circa 200) hanno bisogno dell’unità di tutta la classe lavoratrice e invece, la politica concertativa dei vertici sindacali, lascia isolati i lavoratori e non dà prospettive risolutrici, neppure uno sciopero generale e nazionale.

I ricchi per non pagare le tasse vanno all’estero, persino i diportisti, a pagare devono essere solo i proletari? E fino a quando?
La situazione occupazionale diventa sempre più drammatica, le istituzioni alimentano il rischio di terrorismo, ovvero ciò che loro intendono per lotta di classe - e sicuramente si stanno attrezzando con maniere forti per rispondere. Oggi la polizia, domani un sistema autoritario e poi… c’è sempre la carta del fascismo.
Se il movimento operaio non prenderà coscienza della propria capacità e validità e si illuderà con possibili soluzioni come quelle del cambio di proprietà (la nazionalizzazione non è neppure presa in considerazione) non ci sarà futuro. La classe operaia deve prendere in mano la situazione, non sono i padroni delle proprietà da cambiare, ma la società capitalista!

Noi comunisti siamo a fianco di tutti i lavoratori in lotta, operando ogni giorno per abbattere il sistema di sfruttamento e oppressione e costruire una società socialista, di liberi ed uguali. Vivere e lavorare – in salute - senza padroni è possibile!

 

 


11 settembre 2012 redazione
comunicato

L’11 settembre del golpe cileno

L’11 settembre è diventata la data della “torri gemelle”, per noi l’11 settembre è il golpe cileno. La presa di potere dei militari con Pinochet a capo, che non ha mai pagato per i suoi crimini, di Nixon, dell’imperialismo, delle multinazionali e di tutti i reazionari, in funzione anticomunista. Operazione sempre a portata di mano del potere borghese tesa a difendere la dittatura dell’imprenditoria e del libero mercato impedendo la riorganizzazione dei comunisti e l’affermarsi di una società socialista.

Ricordarsi dell’11 settembre 1973 vuole denunciare e combattere la borghesia, i governanti e quei partiti corrotti e conniventi che con la loro demagogia disorientano i lavoratori e servono organicamente gli interessi del grande capitale. Quel potere che sfrutta la classe operaia italiana ed internazionale, che ci impone estremi sacrifici, il carovita, la cultura dell’individualismo, la religione cattolica e la guerra imperialista. È denunciare il ruolo revisionista dei partiti di sinistra e il loro cretinismo elettorale. Ma vuole anche ribadire che la classe operaia e il proletariato non prenderanno mai il potere attraverso le elezioni. Ma solo, organizzati nell’autentico Partito comunista, con la rivoluzione e poi con l’instaurazione della società socialista applicando la dittatura del proletariato.


13 luglio 2012 redazione
editoriale

GIUSTIZIA NON È FATTA

 

Per Genova 2001 sentenza tardiva e incompleta. Continua la manovra che colpisce solo il proletariato. L’unica soluzione è abbattere il sistema capitalista

 

È arrivata tardiva e non completa la condanna ai poliziotti colpevoli della “macelleria messicana” del fatidico 21 luglio 2001 a Genova. Incompleta perché i vertici - quelli che davano ordini nelle sedi operative genovesi: da Fini a Scaiola -, per il mancato processo dell’assassinio di Carlo Giuliani, perché di tortura si è trattato ma l’Italia, unico Paese, non ha adottato il reato di tortura – dettato dalla Convenzione delle Nazioni Unite - e non lo comprende nel codice penale. E sebbene l’art. 13 della nostra Costituzione reciti: «Va punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà».

La tortura in Italia, dove i vari governanti che si susseguono sono sempre pronti a difendere i diritti umani quando si tratta di altri Paesi, a partire da Cuba, riguarda anche casi più recenti come quelli di Federico Aldrovrandi e Stefano Cucchi. E riguarda le carceri dove sono rinchiusi 66.632 (dati del febbraio 2012) detenuti (molti ammalati e molti in attesa di giudizio) mentre la capienza regolamentare dei 206 istituti di pena è di 45.742 posti.
Comunque nessuno dei condannati finirà in carcere poiché 3 anni della pena sono coperti da indulto. Per loro, oltre all'interdizione per 5 anni, dovrebbe essere emessa anche una sanzione disciplinare (ne dubitiamo), per altri è subentrata la prescrizione.
In questi 11 anni, intanto, questi responsabili materiali hanno ottenuto promozioni e avanzamenti di carriera, a partire da Filippo Ferri inviato a Firenze come capo della squadra mobile.
In quale Italia viviamo, se ancora ce ne fosse bisogno, lo vediamo dalle reazioni dei condannati. La mamma di Aldovrandi è stata insultata e minacciata via internet, Gianni Di Gennaro (prosciolto), oggi sottosegretario a Palazzo Chigi con delega ai servizi che nel 2001 era il capo della polizia, si dice addolorato per le vittime, ma… solidarizza con i poliziotti. Una chiara contraddizione che lo fa rimanere al suo posto! L’attuale capo della Polizia, Antonio Manganelli, il paperone dei manager con i suoi 621.0000 euro annui, che – nascondendosi dietro la foglia di fico del principio costituzionale della presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva – ha sempre difeso poliziotti coinvolti e ora dice che è giunto il momento delle scuse, come se dal posto che occupa non conoscesse la realtà. Scuse da respingere al mittente!
Sul piano del Governo si fa sempre più stringente la manovra mentre il Quirinale fa pressioni per una nuova legge elettorale che porterà al presidenzialismo (addio alla stessa democrazia borghese!). Ogni giorno arriva una nuova comunicazione. Dopo la bordata della legge su lavoro e pensioni è arrivata la mannaia sugli statali e sulla sanità, che abbiamo anticipato sul numero scorso. Siamo proiettati in un tunnel senza fine che attacca il diritto al lavoro, le pensioni, il diritto alla salute e alla casa, i servizi, lo stesso futuro, a favore di banche, imprenditori, speculatori finanziari. Anzi se si pensa che negli anni Trenta gli Stati Uniti si sollevarono dalla grande crisi attraverso la Seconda guerra mondiale che ha messo in moto la macchina bellica, il rischio di una guerra è più reale della crescita propagandata.

Si continua a rubare ai poveri per riempire un pozzo senza fondo, a illudere che dopo i sacrifici arriverà lo sviluppo, ma non si toccano i ricchi, i grandi patrimoni.
Con i mercati, lo spread, il fiscal compact, l’Europa (… ce lo chiede…) all’ordine del giorno c’è la spending review. Una farsa, il taglio di tutto fuorché delle vere spese: quelle della politica, degli sprechi, delle spese e delle missioni militari, degli sprechi governativi e parlamentari, degli stipendi dei manager e delle pensioni d’oro degli alti funzionari e delle forze armate (che diventano consulenti), dei burocrati ecc.   

Questo Governo non si tocca e non lo si fa perché i partiti borghesi e i sindacati confederali che da anni influenzano la grande massa di lavoratori, continuano a condizionarli. Tant’è che non si arriva ad uno sciopero generale nazionale che blocchi il paese. Quello del 22 giugno convocato dai sindacati di base, che ha visto impegnate e scendere in piazza soprattutto le avanguardie, ha dato un segnale ma non è ancora sufficiente.
La classe lavoratrice è impotente. Molti lavoratori pensano che abbassando la testa ed evitando la protesta si possa difendere l’occupazione, riuscire a pagare le innumerevoli tasse, i continui aumenti di tariffe delle bollette ed arrivare a fine mese con lo stipendio. Non è così. Oggi a me, domani a te. La crisi si farà più acuta (Grecia insegna) e non c’è soluzione individuale che possa fermarla.

C’è una strada sola da percorrere: quella dell’abbattimento del capitalismo. Tutto il male si annida lì, in questo sistema sociale favorevole solo a pochi che sono in grado di sfruttare i molti.

 

Chi sono
Ecco i nomi dei 25 funzionari dello Stato condannati

 

Giovanni Luperi ex vicedirettore dell’Ucigos ed attuale capo dipartimento dell’Aisi, il servizio segreto interno, 4 anni

Francesco Gratteri capo della Direzione centrale anticrimine della polizia di Stato, 4 anni

Vincenzo Canterini ex dirigente reparto mobile Roma, 5 anni
3 anni e 8 mesi a

Gilberto Caldarozzi direttore dello Sco, il Servizio centrale operativo

Filippo Ferri capo della squadra mobile di Firenze, allora capo squadra mobile di La Spezia

Fabio Ciccimarra commissario capo questura di Napoli oggi capo della Mobile de L’Aquila

Nando Dominici ex dirigente squadra mobile Genova

Spartaco Mortola ex dirigente Digos Genova oggi alla guida della Polfer di Torino

Carlo Di Sarro ex dirigente questura Genova

Massimo Mazzoni ex ispettore capo Sco

Renzo Cerchi ex sovrintendente squadra mobile La Spezia

Davide Di Novi ex ispettore squadra mobile La Spezia

Massimiliano Di Bernardini ex funzionario squadra mobile Roma
Agenti del settimo reparto mobile, guidato da Canterini accusati dei pestaggi all’interno della Diaz

Fabrizio Basili, ex caposquadra reparto mobile di Roma, prescrizione, quattro anni (3 anni); Ciro Tucci, prescrizione, 4 anni; Carlo Lucaroni, prescrizione, 4 anni; Emiliano Zaccaria, prescrizione, 4 anni; Angelo Cenni, prescrizione, 4 anni; Fabrizio Ledoti, prescrizione, 4 anni; Pietro Stranieri, prescrizione, quattro anni (3 anni); Vincenzo Compagnone, prescrizione, 4 anni; Massimo Nucera, 3 anni e otto mesi (assolto); Maurizio Panzieri, 3 anni e otto mesi (assolto); Pietro Troiani, ex vicequestore aggiunto Roma, 3 anni e nove mesi (tre anni); Salvatore Gava, ex commissario capo Roma, 3 anni e otto mesi (assolto).
Rigettato il ricorso per Salvatore Gava, 3 anni e 8 mesi e per Pietro Troiani, 3 anni e 9 mesi, per detenzione di armi da guerra, ovvero le molotov ritrovate nella scuola.

Già assolti o prescritti in appello
Michele Burgio, ex vicequestore aggiunto Roma, assolto per non aver commesso il fatto dall’accusa di calunnia e perché il fatto non sussiste da quella di trasporto di armi (2 anni e 6 mesi); Michelangelo Fournier, ex vice dirigente reparto mobile Roma, prosciolto per intervenuta prescrizione (2 anni); Luigi Fazio, ex sovrintendente capo Catanzaro, prosciolto per intervenuta prescrizione (1 mese).


6 giugno 2012 redazione
editoriale

SOBRIETÀ PER CHI?
Le masse lavoratrici e popolari devono pagare il debito pubblico e le istituzioni, Vaticano compreso, continuano ad elargire milioni per le feste, le guerre, la cultura borghese e i dogmi della religione

Dopo averci martellato per anni sulla necessità della prevenzione, ora ci dicono che facciamo troppi esami ed analisi. Anzi che sono dannosi. Fermo restando che sono i medici a consigliarle è evidente che sono legate ad un miglioramento del benessere, a “prendere in tempo” quelle malattie che, se non identificate, porterebbero alla morte certa. Gli esami conoscitivi e di approfondimento sono dannosi solo per le tasche dello Stato perché se le innumerevoli tasse che paghiamo devono coprire un buco provocato da governi incapaci che hanno gestito allegramente i beni pubblici, viene da sé che bisogna tagliare anche sulla sanità. Per i pazienti perché non si fa nulla contro gli sprechi né contro gli alti compensi dei dirigenti e nemmeno per il dirottamento verso strutture private.

E per non dire che si taglia – dopo aver introdotto ticket non proprio economici – il governo prova a convincerci attraverso informazioni e messaggi “cultural educativi” con la complicità dei soliti compiacenti mass media e di molti, troppi medici.
Il debito - aggravato dall’Europa con l’imposizione dei parametri dei suoi trattati, dal FMI e dalla BCE - che l’hanno fatto crescere a dismisura, le spese militari per acquisti di cacciabombardieri, per la fedeltà atlantica che ci costa 50mila euro al minuto, per mantenere le missioni all’estero (il governo Monti ha confermato l’aiuto all’Afghanistan pari a 400 milioni l’anno per la ricostruzione mentre L’Aquila sta ancora aspettando) ricade sulle spalle della classe lavoratrice anche in materia di sanità.

La crisi precipita. L'offensiva della borghesia e del governo che la rappresenta non ha limiti. Dopo la modifica dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, è arrivata la modifica dell'art. 81 che intacca la Costituzione e rende permanenti le scelte di austerità. La crescita tanto invocata, soprattutto quando viene riferita all'occupazione femminile è pura demagogia! Come lo è l'ultima sortita della ministra Fornero. Fare appello ai maschi perché aiutino di più in casa è un bel sistema per risparmiare sui servizi pubblici che si trasformerebbero in occupazione. L'aiuto casalingo dei maschi è un fatto culturale che neppure il movimento femminista è riuscito ad affermare. E nel frattempo a pagare sono sempre le donne, già penalizzate con i tagli nella scuola e con la prospettiva dei licenziamenti per gli statali!
Per portare avanti i propri piani salva banche e per mantenere i propri interessi di classe attraverso le leve di comando economico, politico, militare e sociale il potere crea un clima di terrorismo che gli giustifica sia i provvedimenti reazionari legislativi, istituzionali e culturali, sia la repressione contro manifestazioni e proteste sociali e studentesche. In un'Italia di fascisti nelle istituzioni, di organizzazioni fasciste, di mafia, di logge segrete, governo e istituzioni spostano l'attenzione sull'anarcoinsurrezionalismo anche di fronte all'attentato di Brindisi perché - dicono - è un movimento indistinto e non gerarchizzato come le vecchie Br. Questo ovviamente indirizza la repressione contro il proletariato e gli studenti che lottano. Il sistema è sempre quello che contraddistingue la nostra storia, fin dal dopoguerra. Nei momenti di acuta crisi economica e politica: usare le bombe i cui mandanti non si troveranno mai (come per le altre stragi), per intimidire le masse lavoratrici, per fermare la lotta di classe e favorire soluzioni autoritarie - puntuali sono arrivate le pressioni per il presidenzialismo (con Berlusconi che si candida apertamente) - e militarizzare il territorio.
E puntuali continuano ad arrivare i moniti di Napolitano sulla necessità dell’unità del Paese. Così, dopo tutti i festeggiamenti per i 150 anni ha fortemente voluto la Festa del 2 Giugno. Sotto la parola d’ordine “sobria” per rispettare i morti e il disagio dei terremotati emiliani il Quirinale limita la parata, ma offre un ricevimento a 2000 invitati del mondo politico e imprenditoriale (ma Masi che ci faceva?). Sobrietà invocata anche dal Vaticano che per la tre giorni delle famiglie a Milano ha speso “solo” 13 milioni. Formigoni in prima fila, rappresentante d’eccezione, ha elargito 2milioni alla Fondazione milanese delle famiglie per organizzare l’evento. Al Comune, per potenziare i servizi di sicurezza e di pulizia e per i trasporti è invece costato tre milioni. Il governo recupera i fondi per gli aiuti con una… innovazione: l’aumento dei carburanti! E i terremotati patiranno le stesse traversie dei precedenti, a partire da L’Aquila.

Il movimento operaio che anche su questo piano dovrebbe saper rispondere, segna il passo. La stessa Fiom - una forza storicamente trascinante di tutte le categorie -, riunita a Firenze il 20 maggio, ha espresso una posizione paracattolica anche di fronte agli operai morti in fabbrica in seguito al terremoto, più che di classe. E l'assemblea, deludente anche dal punto di vista numerico, si è trovata di fronte ad una relazione di Landini rinunciataria e proiettata più verso mire elettoralistiche che verso risposte di lotta e di sciopero generale nazionale. Che, quando debolmente prospettato sebbene sottoposto alla decisione della Cgil, infiammava la platea. Il cambiamento prospettato da Landini come “nuove forme di politica” è la negoziazione con la cosiddetta sinistra, perdente persino alle recenti amministrative. Perché gli elettori che non è la politica che rifiutano, ma i partiti corrotti e delegittimati, cercano il nuovo. Anche se rappresentato da un movimento, l’M5S centrato sull’innovazione tecnologica – è lontano il tempo in cui Grillo spaccava i computer nei suoi spettacoli - che non ha futuro perché non cambierà la società.

Nell'attuale situazione il movimento operaio ha di fronte a sé due possibilità: aderire alla mobilitazione reazionaria portata avanti dal capitalismo che lo porterà verso il baratro del fascismo e della guerra che lo costringerà a sempre maggiori privazioni e sfruttamento, oppure lottare per i propri interessi. Una lotta sicuramente non facile ma rivolta a dare una svolta alla propria vita e non a favore dei capitalisti e dei governi che li rappresentano. Una lotta per la propria emancipazione dallo sfruttamento e per la vera libertà, quella dell'eliminazione dell'odioso sistema capitalista.
Il debito pubblico, il deficit, lo spread riguardano la classe dominante e i partiti che la sostengono. Alla classe lavoratrice deve interessare come far cadere i governi antipopolari, come creare le condizioni per cambiare il sistema sociale. È un passo enorme, un salto di qualità ideologico e organizzativo che il movimento operaio deve fare andando oltre le proteste e la resistenza che sta sviluppando a livello locale e troppo frammentata per rispondere alla crisi e alla dilagante disoccupazione. Determinante per cambiare la società è trasformare la condizione difensiva in politicamente offensiva. Ciò è possibile se si lavora per l'unificazione dei comunisti con la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare le battaglie per abbattere un capitalismo che ha mostrato il proprio fallimento e costruire una società dove l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione assicura la vera uguaglianza, la stabilità del lavoro, la giustizia e il progresso.


19 aprile 2012 redazione
editoriale

RESISTENZA ED EMANCIPAZIONE PROLETARIA
Il 25 Aprile e il 1° Maggio da anni sono stati svuotati del loro significato storico e di classe
Il 25 Aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo, è stata trasformata nella festa della pacificazione tra gli italiani: partigiani e repubblichini – le vittime e i boia, coloro che, pur riempiendosi la bocca della parola “Patria”, la svendettero prima ai propri capitalisti, precipitando il paese in una guerra che fece milioni di morti, e poi all’invasore nazista - sono messi sullo stesso piano.
Il 1° Maggio è stato trasformato nella festa del lavoro in cui padroni e operai – sfruttatori e sfruttati - dovrebbero abbracciarsi e unirsi nella lotta contro la concorrenza internazionale in nome degli interessi della “patria”.
Ma noi lavoratori, oltre ad essere da un lato coloro che costruiscono la ricchezza di cui i padroni si appropriano, siamo anche quelli chiamati - ogni volta che i tassi di profitto scendono - a ridurci in condizioni di fame e miseria perché il ciclo del capitale riprenda ad ogni costo.
Oggi, nella crisi che attanaglia tutto il mondo, ci sono imposti sacrifici sempre più grandi per salvaguardare i profitti e i privilegi del grande capitale.
I salari devono scendere perché i profitti salgano anche in tempo di crisi. È questo il senso e l’effetto non solo dell’attacco all’art. 18, ma di tutte le misure prese dai governi soprattutto in questi ultimi anni. Azzerare i diritti conquistati in tanti anni di lotte significa esattamente questo, oltre all’aprire nuovi scenari di rapina.
Le pensioni, che i lavoratori si sono pagate con una vita di lavoro, spariscono dall’orizzonte: siamo condannati a morire sui posti di lavoro. La sanità sarà a portata di mano solo di chi potrà pagarsela. Pensioni e sanità a pagamento che apriranno nuovi “mercati” per le assicurazioni e risolveranno il problema che il Fondo Monetario Internazionale ha segnalato in questi giorni: nelle nostre società si vive troppo a lungo e gli Stati capitalisti non possono reggere questo peso. Così finisce la favola di un sistema che prometteva benessere e felicità a tutti.
I lavoratori sono solo merce, questo ci stanno dicendo, e lo sono anche in senso fisico: “risorse umane” che servono solo a valorizzare il capitale e che possono essere buttate via quando si esauriscono.
Meno lavoratori occupati e più morti sul lavoro e malattie professionali sono il risultato della guerra di classe non dichiarata che si combatte giornalmente fra operai e padroni.

Il diritto allo studio è solo per chi potrà pagarselo. Del resto, per chi sfrutta e opprime, la cultura è quanto mai pericolosa.
Da anni la Costituzione, nata dalla Resistenza e costata tanto sangue, viene ogni giorno svilita e infangata. Le stragi fasciste e di Stato continuano a rimanere impunite, e ai parenti delle vittime la giustizia borghese della Repubblica Italiana dopo il danno riserva la beffa. Assolve i fascisti e punisce la caparbia ricerca della verità, addebitando a chi lotta le spese processuali come nel caso della strage di piazza della Loggia.
Con l’aggravarsi della crisi economica, il libero mercato è regolato sempre di più con la “persuasione” delle armi; la via alla penetrazione delle merci è spianata dagli eserciti di aggressione.
La strada è stata preparata da alcuni anni: l’art. 11 della Costituzione – nata dalla Resistenza, costata al proletariato e al popolo italiano tanto sangue - che recita “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali...” è vilipeso sempre più dall’intervento dei soldati italiani che occupano paesi sovrani e dai bombardamenti di intere popolazioni. La guerra, strumento sovrano del capitale per risolvere le sue crisi – non a caso i governi continuano ad armarsi e acquistare costosissimi cacciabombardieri -, diventa “azione umanitaria”, non importa se puzza di petrolio.
I partiti che rappresentano le varie frazioni della borghesia italiana hanno stabilito tra loro una tregua temporanea per salvaguardare gli interessi della loro classe: così è nato il governo “tecnico” di Monti che sta facendo il lavoro “sporco” sostenuto, con qualche lieve differenza di facciata, da tutte le forze del parlamento. Governo “tecnico” eletto da nessuno, perché in tempi di crisi per il capitale si può sospendere tranquillamente la tanto decantata democrazia borghese.

Il capitalismo “buono” - quello industriale che si contrappone a quello “cattivo” della finanza e delle banche - è una favola inventata dai borghesi: il capitale finanziario, industriale, agrario, commerciale sono tutt’uno con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
In Italia, ma non solo, i capitalisti, i loro partiti e i sindacati collaborazionisti cercano di riversare la colpa della crisi sugli altri paesi, chiedendo alla classe operaia e ai lavoratori di collaborare per potenziare la competitività “dall’azienda Italia o del sistema Italia”, cioè della propria borghesia nel mercato mondiale. Chi si oppone e lotta per i propri interessi di classe nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro e nel territorio, è un nemico da reprimere. La criminalizzazione e la repressione delle lotte sono la ricetta che la società democratica borghese riserva a chi la ostacola. Anni di delega in bianco a partiti e sindacati hanno contribuito a peggiorare la nostra situazione di proletari.
Il malcontento crescente di chi non si sente rappresentato da nessun partito politico e sindacato oggi è bollato dai borghesi (di destra e di sinistra) come “antipolitica”.
Noi siamo coscienti che senza un partito autenticamente comunista, senza un movimento politico indipendente, nessuna lotta proletaria si può trasformare in lotta rivoluzionaria per il potere. Ma crediamo che l’allontanamento di masse proletarie dalla politica borghese – il riconoscersi come classe e il prendere in mano i propri destini invece di lasciarli a chi ha interessi contrapposti a quelli dell’immensa maggioranza - sia il primo passo necessario per rimettersi in cammino.
Questo sistema va distrutto dalle fondamenta. Solo così si eviterà di pagare i debiti della classe politica e le speculazioni del “mercato” che ricadono sulle nostre spalle. La non delega, il non voto, la partecipazione attiva alle lotte senza delegare a nessuno la difesa dei nostri interessi, il battersi in prima persona per l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della proprietà dei mezzi di produzione del capitale, sono principi e azione che fanno parte del programma di ogni rivoluzionario. Non ci sono altre strade. Oggi più che mai o sarà il socialismo o sarà la barbarie.


30 marzo 2012 CCT
volantino

Padronato e Governo vogliono
eliminare la lotta di classe

 

Il Governo ha scelto la linea dura attaccando l’art. 18 e promettendo più garanzie, più occupazione e meno precariato. È l’ennesimo inganno sulle spalle dei lavoratori, dopo quello di farci pagare un debito pubblico di una crisi che non si sanerà mai perché la crisi è del capitalismo che con questa crisi dimostra tutto il suo fallimento.
Il governo di “tecnici” – sostenuto dal PD con le forze di destra PdL e UDC – è stato incaricato dal presidente Napolitano per far passare misure di austerità e repressive che mai sarebbero passate con il governo Berlusconi. Ma che sono la continuità di quel governo del quale ha fatto parte la Lega nord che non si è mai schierata a favore dei lavoratori e che ora cavalca il malcontento e l’opposizione esclusivamente a fini elettorali.
Quella che chiamano “riforma del lavoro” vuole dividere il fronte dei lavoratori – già duramente colpito dall’accordo del 29 giugno e dalle continue delocalizzazioni -, dividere occupati privati e pubblici, metterli contro i giovani sui quali continuano a pesare contratti intermittenti e a progetto. La proposta contorta riuscirà a impedirne l’assunzione a tempo indeterminato che, comunque, non varrà per gli stagionali. Con il pretesto della formazione l’apprendistato è riproposto come “contratto d’ingresso nel mercato del lavoro” ovvero una nuova forma di sfruttamento fino a 29 anni. Verrà ridotto drasticamente il sussidio di disoccupazione e sparirà la mobilità.

La mannaia sull’art. 18 e la “riforma del lavoro” sono dirette a colpire le avanguardie e tutti coloro che si battono sui luoghi di lavoro. Non si potrà più scioperare pena il licenziamento.

È la vittoria di Confindustria e industriali che si arricchiscono con il plusvalore della forza lavoro e che saranno liberi di togliere dalla produzione gli elementi politicamente e sindacalmente più attivi. Dietro le ragioni economiche che già esistono e che troveranno sempre - e i milioni di disoccupati lo testimoniano –, liquideranno questi lavoratori

con pochi euro.
Perché sulla proposta del Governo c’è un’ampia convergenza che va dai parlamentari, ai partiti, ai sindacalisti, dai capitalisti agli intellettuali? Tutti quelli che sono d’accordo è perché hanno le spalle coperte e sono garantiti da questo sistema di potere! Ma ci pensiamo con quanto e come vive questa gente rispetto ai salariati? Mentre il governo cede sulle misure con taxisti, avvocati, farmacisti e altre varie corporazioni, usa il pugno duro contro il movimento operaio.

In questa fase la borghesia che detiene tutte le leve del comando: politico, economico, militare, culturale e sociale è sempre più consapevole dei propri interessi di classe e si batte senza esclusione di colpi contro la classe lavoratrice con ogni mezzo.

La classe operaia, il proletariato devono attrezzarsi per rispondere a questo attacco.

Il capitalismo va abbattuto. Non c’è un capitalismo buono ed uno cattivo. Il capitalismo è sfruttamento, è morti e infortuni sul lavoro, è disoccupazione, è repressione, è distruzione dell’ambiente e dei rapporti sociali e, all’occorrenza, è anche svolta autoritaria. I fascisti lo sanno e stanno alzando sempre più la testa.
Protestiamo e manifestiamo per resistere nell’immediato, per difendere il diritto al lavoro, alla salute, alla sicurezza, ma con la consapevolezza che bisogna organizzarsi partendo dall’unità dei comunisti, dall’unità alla base per ritrovare il riferimento di classe e trasformare l’atteggiamento difensivo in politicamente offensivo, ricostruendo l’autentico partito comunista che mandi a casa politicanti, casta, e tutti coloro che sono contro la classe lavoratrice, che vorrebbero affossarla e riportare indietro di anni le sue conquiste. Affossare la borghesia per costruire una società senza padroni e, quindi, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Ciò è possibile quando il movimento operaio impone la propria coscienza di classe. Ci vuole determinazione, volontà e impegno, bisogna riprendere in mano il proprio destino da protagonisti rifiutando le scelte concertative sulla nostra pelle di quei dirigenti sindacali pronti a qualsiasi compromesso.
Battiamoci per un vero sciopero generale nazionale, a fianco del movimento operaio greco, spagnolo, portoghese e degli altri paesi che in Europa si sollevano contro le imposizioni dell’Ue, delle banche e dell’imperialismo.

 

 


redazione 4 marzo 2012
editoriale n. 1/2012

Unità sì, ma di classe

Nel mondo l’economia va a rotoli, l’unica soluzione alla crisi non sono le toppe del capitalismo e dei suoi fantocci, ma il cambiamento del sistema sociale


Atene brucia e non solo nelle strade. La popolazione già stremata dalle estreme condizioni di vita, di lavoro, di disoccupazione è costretta a continue manifestazioni, scioperi generali e lotte in tutto il paese per non farsi schiacciare.
In Italia, dove la situazione sta peggiorando e scivola verso la Grecia funziona ancora una sorta di narcosi sociale, non ultimo è arrivato anche il festival della canzone. Diciassette milioni davanti al video (sarà vero?) ipnotizzati da un coacervo di canzoni mai così brutte ma funzionali al governo tecnico e alla necessità di fare i sacrifici per il bene del paese, per quell’unità nazionale tanto cara al nostro Presidente della Repubblica. Con il solito Celentano predicatore, utile a distrarre l’attenzione con le sue “rivelazioni”, peraltro sempre di carattere reazionario. Come nel ’68 quando cantava “chi non lavora non fa l’amore” istigando le mogli contro i mariti e le loro lotte rivendicative, dividendo il fronte e relegando la donna nel ruolo retrogrado in piena sintonia con dio, chiesa e padroni. Oggi rimanda a Dio, il migliore oppio dei popoli, per affrontare la crisi.
Passato il clamore che ha riempito Tv, radio, e giornali si torna alla realtà. A quella che il governo Monti – sostenuto da Confindustria, banche, Ue, partiti e la connivenza dei sindacati confederali - sta preparandoci giorno dopo giorno. Riforma del lavoro, attacco all’art. 18 (in piena sintonia con Marchionne), tagli su servizi e sanità, tasse e rincari, misure che schiacciano le masse popolari al pari di Grecia e Portogallo, salvano il capitale internazionale e le multinazionali. Manovre che sicuramente intaccano la vita della stragrande maggioranza della popolazione che lavora mentre lasciano intatti compensi e privilegi di tutti coloro che occupano poltrone, tenute molto strette, di manager e burocrati pubblici, né tantomeno tagliano sulle spese militari (la riduzione dell’acquisto dei cacciabombardieri è solo fumo).
Altro che “sacrifici equi” – mentre vengono licenziati decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro/dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri grazie alle liberalizzazioni e con i prestiti della BCE alle banche, aumentano i profitti.
Dopo la stagione Berlusconi che negava anche la stessa crisi, perché con lui era tutto a posto, agli scandali quotidiani, agli attacchi isterici ai comunisti infiltrati ovunque soprattutto nella magistratura che indagava sugli affari della corte dei miracoli di Silvio, qualcuno ha addirittura pensato ad un vento nuovo di cambiamento. Invece il presidente Napolitano ha installato l’altra faccia della stessa medaglia.
Con atteggiamenti e linguaggi pacati, pseudo umili esprimono una grande sicurezza e fermezza, come i killer professionisti, i tecnocrati del governo, portano avanti con freddezza il loro compito
storico di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia e dal movimento popolare dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.
Il Governo Monti gioca costantemente sull’insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico” se la sua “medicina amara” non venisse trangugiata dai lavoratori e da quello strato medio angosciato dalla prospettiva di sprofondare nella condizione della classe operaia o anche peggio. Richiama all’“unità nazionale” (l’unità di banchieri e oligarchi), ottenendo l’appoggio dei maggiori partiti borghesi e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri e dei monopoli, per convincere che l’abbassamento della spesa pubblica, di salari e stipendi invogli il grande capitale
​​ad investire in Italia.
Il capitale e i suoi vari servitori dicono che il debito va pagato, costi quel che costi, e chiedono ai lavoratori di pagare un debito pubblico che non hanno procurato. Sono le vittime sacrificali della crisi di sovrapproduzione che ha investito il mondo intero, riesplosa in maniera eclatante negli Stati Uniti nel 2007 sotto la forma di crisi finanziaria e che si è scaricata sui paesi già indebitati dell’Europa come il nostro paese e la Grecia.
Non ci sono manovre per uscire dalla crisi, anzi questa continuerà ad abbattersi sempre più sulle condizioni di vita e di lavoro del movimento operaio e popolare. I lavoratori non devono pagare il debito. Su questo punto in Europa, come negli Stati Uniti, sono nati molti movimenti di rifiuto che nel frattempo segnano uno stallo. Un po’ perché privi di un progetto strategico, un po’ in seguito alla repressione che li ha colpiti. In Italia dopo i primi slogan “No ad un governo di banchieri” - peraltro limitato rispetto a quello greco “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!” contro Papademos, l’altro fantoccio dei banchieri che minacciano di bancarotta i vari paesi - stenta a svilupparsi persino la posizione degli indignati.
Evidentemente l’influenza dei partiti borghesi, socialdemocratici e riformisti incentrati a difendere la stabilità del sistema e quella dei sindacati confederali che preferiscono i “tavoli concertativi” alla mobilitazione dei lavoratori, è tale da mantenere finora relativamente calme le acque e far accettare sia i cambiamenti di regime, che le manovre regressive e di drammatico arretramento delle conquiste che sono costate anni di lotte e sacrifici.
Dopo anni che ci chiedono di fare sacrifici, di accettare le soluzioni cosiddette meno peggio, i lavoratori sono andati indietro perdendo diritti e con questi la stessa capacità di rilanciare la lotta. Ciò permette al governo Monti di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale per disfarsi di oltre sessanta anni di storia del movimento operaio. Le masse lavoratrici hanno già subito drastici tagli del potere d’acquisto e del numero di occupati mentre i giovani tra i 18 e i 30 anni disoccupati o sotto occupati sono in netto aumento in Italia, come in tutta l’Unione europea e nel Nord America, un precipitare della crisi che scompagina i ranghi prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e organizzarsi per cacciarli.
La corruzione pervade ogni settore, i partiti si spartiscono i contributi finanziari, scelte e legislazione sono influenzate da potenti “lobbies”. Faccendieri, affaristi e speculatori, fascisti, golpisti agiscono nei posti di influenza; le promesse elettorali dei politici cozzano con il loro comportamento quando sono in carica, gli inganni sono considerati “normali”. I diritti politici sono attaccati dall’intervento della polizia e coloro che lottano, come nel caso dei No Tav, sono soggetti a cariche (con gas lacrimogeni proibiti) di forze appositamente addestrate e ad arresti arbitrari. Al tempo stesso c’è una notevole ripresa dell’attività di gruppi razzisti e fascisti, sponda del PdL, che strumentalizzano il malcontento, come nel caso di Forza Nuova in Sicilia.
Il governo, per precludere l’opposizione politica di fronte al “rischio” di una resistenza intensa e determinata, mette in pratica uno Stato di polizia: aumenta la repressione, militarizza il territorio anche in occasione di locali e piccole manifestazioni, lancia allarmi (con la complicità dei mass-media) sul pericolo terrorismo, insurrezionalismo ecc. di pari passo con crescenti intimidazioni, discriminazioni sindacali e dispotismo aziendale.
Il governo Monti è la continuità del passato, ma con l’appoggio dei partiti come il PD che fanno passare misure di austerità impensabili col governo Berlusconi.
Le proteste, spesso drammatiche, in atto in difesa dell’occupazione come i ferrovieri a Milano, sono isolate e non sostenute perché il sostegno e il loro allargamento metterebbe in discussione il potere. Le manifestazioni, gli sciopericchi nazionali o gli scioperi parziali e locali sono ancora lontani dal dare la giusta risposta di massa allo strapotere padronale e del governo che, privo di qualsiasi opposizione anche parlamentare, può spadroneggiare, farsi leggi e persino aggirare i risultati dei referendum ed imporre con prepotenza il suo dominio.
Diventa impellente lottare contro questo governo e contro il capitalismo anche per attuare in pratica la solidarietà con altri popoli in lotta, l’internazionalismo proletario, a partire dalla Grecia.
Da sempre “nuova unità” ed in particolare da quando manca e si sente la necessità di ricostruire l’autentico Partito comunista, è impegnata per l’unità di classe. Per l’unità dei comunisti e per l’unità necessaria ad estendere e a coordinare le lotte e generalizzare le più avanzate e combattive, trasformandole da lotte di resistenza in lotte anticapitaliste. Per affermare la vera democrazia sia nelle rappresentanze aziendali che nelle strutture sindacali per sbattere fuori i venduti e i crumiri.
Il futuro della classe operaia e del proletariato non è migliorare l’attuale società né accontentarsi di una diversa distribuzione della ricchezza, è capovolgere questo sistema, eliminando la proprietà privata dei mezzi di produzione – alla base dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo - per arrivare ad una società socialista. E se si vuole veramente cambiare sistema bisogna incominciare con la rivendicazione della propria posizione di classe: orgogliosi di essere operai; orgogliosi di essere comunisti!

 


19 gennaio 2012 redazione
anniversario

PER LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA

RICOSTRUIRE IL PARTITO DEL PROLETARIATO

 

Sono passati 91 anni da quando è stato fondato il Partito comunista d’Italia e i motivi per cui fu costituito sono sempre attuali e indispensabili per la vittoria della classe operaia nella sua lotta per l’emancipazione dallo sfruttamento: la rottura con il riformismo social-patriottico e la prospettiva della Rivoluzione proletaria per l’instaurazione della dittatura del proletariato.
La crisi di sovrapproduzione che ha investito il sistema capitalista e imperialista acutizza la contraddizione tra capitale e lavoro. Ma nel nostro paese ciò è in contrasto con il ritardo nella costruzione di un forte Partito Comunista.
Dopo la vittoria della Lotta partigiana, diretta dai comunisti, la borghesia è riuscita a modificarne la strategia e così dalla democrazia progressiva e la via italiana e parlamentare al socialismo siamo passati al compromesso storico fino allo scioglimento dello stesso Partito comunista trasformato nella sua versione attuale di PD, fedele e convinto sostenitore dell’imperialismo europeo, garante del grande capitale e delle banche. Gli eredi di quel Partito si sono invece rivelati incapaci di ricostruire un autentico Partito comunista come dimostrano tutte le versioni che conosciamo, dal PRC al PdCI.
In questi anni la frantumazione in piccoli gruppi ha prevalso sul senso di unità di classe e anche sulla ragionevolezza. Nello stesso tempo sul piano internazionale le sconfitte del movimento operaio sono state cocenti e hanno dato fiato all’imperialismo.
Ciononostante possiamo dire onestamente di aver fatto qualche passo in avanti per realizzare lo Stato Maggiore del proletariato? Certamente no, né si potrà fare se non riusciremo a dare una sterzata al modo di pensare e di agire dei comunisti.
Se come diceva Marx… “l’emancipazione della classe deve essere opera della stessa classe operaia…” allora ancora di più devono essere gli operai e i lavoratori comunisti a battersi per la costruzione del loro Partito facendo fare un passo indietro ai vari dirigenti che vogliono continuare a coltivare il proprio orticello e far fare un passo in avanti verso la costruzione di un Partito che non sia più una sintesi astratta dei vari settori sociali (classe operaia, proletariato, contadini, commercianti,  borghesi “illuminati”) ma la parte più avanzata della classe operaia stessa, capace di esercitare quel ruolo egemone e indispensabile a garantire la rivoluzione e la dittatura del proletariato.
Il movimento operaio ha di fronte a sé due possibilità: quella di aderire alla mobilitazione reazionaria promossa dai capitalisti che lo porterà verso il baratro del fascismo e della guerra – costringendolo a sempre maggiori privazioni e sfruttamento - oppure lottare per i propri interessi, sempre con grandi sacrifici e privazioni ma questa volta per la propria vita, per l’emancipazione dallo sfruttamento e la vera libertà; per eliminare l’odioso sistema capitalista con una società socialista.
Ora che diventa sempre più evidente come l'Unione europea sia il guardiano del potere e dei profitti dei monopoli, ora che le contraddizioni tra gli stessi paesi capitalistici si acutizzano, è particolarmente importante respingere quelle posizioni opportuniste che sostengono possibile una riforma dei trattati per una presunta “Europa dei popoli”, posizione che porta al disarmo del movimento operaio e popolare.
Oggi abbiamo bisogno di lottare immediatamente e senza indugi, utilizzando tutte le forme di lotta; scioperi, manifestazioni, comitati a livello di base. Non deve esserci una fabbrica, una scuola o un quartiere senza un centro di azione e di mobilitazione e tutti devono unirsi, come un torrente in piena, per il rovesciamento del potere dei monopoli. Non esiste una soluzione alternativa.
Il debito, il deficit, i programmi di medio termine, lo spread ecc. sono preoccupazioni della classe dominante del nostro paese e dei partiti che la servono; al proletariato invece spetta di occuparsi di una sola cosa: come prevenire e rovesciare le misure, come far cadere i governi antipopolari, come creare le condizioni per uscirne vittorioso.
Abbiamo bisogno di creare un ampio fronte di lotta anticapitalista e di resistenza ma il fronte di cui abbiamo bisogno oggi non può essere semplicemente un fronte "anti". Deve invece indicare la direzione, dove andare, è in questo modo che si determina il suo carattere antitetico.
Un fronte popolare, diretto dalla classe operaia, per il rovesciamento del potere dei monopoli, per la loro socializzazione, per il controllo operaio-popolare, per il disimpegno dall'UE e dalla NATO e, naturalmente, per l'implicita cancellazione del debito.
I lavoratori e le masse popolari non sono responsabili della crisi e non la devono pagare. Paghino i capitalisti la loro crisi e i loro debiti!
Lavoriamo per unificare i comunisti e la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare il proletariato nelle battaglie che ci aspettano e per cambiare la società.
Il capitalismo non ha futuro, ha già dimostrato il suo fallimento, e va abbattuto. Solo il socialismo, con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con la pianificazione dell’economia, può assicurare - senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con una vera uguaglianza tra gli uomini - stabilità del lavoro, giustizia e progresso per l’ intera società.

Nella continuità di Antonio Gramsci ricostruiamo il Partito Comunista
Proletari di tutto il mondo uniamoci              


20 dicembre 2011 redazione
editoriale

PIÙ VECCHI, PIÙ POVERI E SENZA LAVORO

 

L’UNICA RISPOSTA ALL’ATTUALE SITUAZIONE È ORGANIZZARSI PER CAMBIARE IL SISTEMA

 

Se il Presidente della Repubblica sottolinea che anche i meno “abbienti” devono fare sacrifici (come se non ne facessero già abbastanza) Tarcisio Bertone che dall’alto del suo ruolo di segretario di Stato Vaticano non pare sia patito, dice: “I sacrifici fanno parte della vita”. Ma si sa bene… da che pulpito viene la predica! E poi non si può andare contro le scelte di un governo presieduto da un fervente che non perde una messa. Che, presentato come “tecnico”, ha dimostrato subito di essere molto politico. Debole con i forti e forte con i deboli cede alle lobbies, ai proprietari di yacht e ai politici rinviando a sine die il “taglio” di stipendi e vitalizi dei parlamentari che al primo avviso si sono subito agitati. Anzi questi “tecnici” hanno subito provveduto ad un comma ad hoc che preservi i loro redditi, i doppi compensi e rimborsi.
Nel frattempo la regione Lazio aggira la legge per estendere la pensione agli assessori esterni cioè mai eletti (14 su 15) nella giunta Polverini.

A ridurre le enormi spese per gli armamenti non ci pensano neppure lontanamente. Alimentare il complesso militare-industriale, Finmeccanica in testa, e partecipare alle guerre contro i popoli per conto dell’imperialismo e della Nato è la sola scelta di sviluppo del neogoverno che, usando tutte le risorse per ripianare il debito ci sprofonda in un’economia di guerra.

Come già detto sul numero scorso il governo Monti è stato chiamato a salvare banche ed Europa imponendo una stretta (in attesa della prossima) che dissangua il proletariato e le masse popolari su tutti i settori della vita: dal lavoro alla casa, dai trasporti alla salute. Certo non ci voleva un governo “tecnico” per scaricare tutto il peso della crisi su lavoratori, pensionati, giovani e donne. La manovra era già impostata da Berlusconi che aveva assicurato l’Europa e accettato la famigerata lettera della BCE, ma è diventata un accordo gestito dal presidente della Repubblica che ha salvato capra e cavoli: gli affari di Berlusconi, il centrosinistra non ancora pronto, l’UDC che ha tempo per raccattare i pentiti pidiellini, la Lega nord che – dopo tutte le porcate filoberlusconiane - doveva riconquistarsi la verginità e recuperare consensi tra il suo elettorato, arrivando alle proteste in aula e a strumentalizzare demagogicamente l’operaia in parlamento.

Un accordo volto a calmare gli animi (com’è successo per il governo Prodi) che dimostra quanto sia forte l’influenza del riformismo sulle masse confuse su chi le rappresenta. Il Pd, appiattito, subalterno e coerente con la sua politica liberista, per fare ingoiare le scelte salva banche e capitalisti ha rinunciato alle elezioni, assumendosi tutta la responsabilità del disastro che si presenta nei prossimi anni.
Ma i lavoratori non sono rappresentati neppure dai sindacati confederali accordatisi – anche loro con lo scopo di dare un contentino, frenare le lotte e far sfogare il malcontento – per uno sciopericchio. Il solito evento che si consuma in un giorno con una manifestazione che non lascia il segno. Una crisi di queste proporzioni richiede una risposta politica. Lo sciopero deve essere generale nazionale, deve fermare tutto il paese, danneggiare in modo consistente i capitalisti e i loro profitti (i dati confermano che il fatturato dell’industria italiana, grazie a licenziamenti, accordi capestro, Cig e delocalizzazioni, è in crescita) e dimostrare la forza della classe lavoratrice.

Uno sciopero che dovrebbe vedere la partecipazione di tutti: dai negozianti che piagnucolano per il calo dei consumi (temevano che i comunisti portassero via loro le proprietà mentre gliele porta via proprio il capitalismo) ai giornalisti. Sempre pronti a servire il potere manipolando le informazioni quando si tratta di denigrare socialismo e comunisti e a chiedere solidarietà per le loro iniziative corporative.

Se non si capisce quanto sia fondamentale la partecipazione diretta della classe operaia e del proletariato in ogni campo della vita politica e non solo sindacale, prendendo il destino nelle proprie mani, non c’è sbocco, ci sono solo situazioni tampone.
La catastrofe che ci si prospetta nei prossimi anni ha portato, in questi due ultimi mesi ad una nuova esperienza. Con due assemblee a Roma, il primo ottobre e il 17 dicembre, molti lavoratori si sono ritrovati per discutere sul rifiuto di pagare il debito e costruire una sorta di fronte di resistenza contro le misure antipopolari; l’attacco alla democrazia (borghese) e ai diritti. Queste esperienze volontarie le abbiamo già viste nei tanti anni di impegno politico, nessuna è andata a buon fine sia per l’isolamento cui sono relegate, sia per i difetti della direzione. In questo caso non si tratta di ricostruire il partito comunista, indispensabile per eliminare il sistema capitalista, causa di tutti i danni, ma di un movimento che si pone contro il governo Monti ritenuto rappresentante del governo, delle banche e della BCE e che vuole costruire un’opposizione sociale e politica togliendo terreno al razzismo della Lega nord e al fascismo.

È un percorso che merita una riflessione.

Però la situazione non è grave solo dal punto di vista economico. Come la storia insegna, quando il capitalismo si trova alle strette ricorre alla guerra o ad una soluzione autoritaria. E l’esclusione di organizzazioni sindacali dalle fabbriche e l’attacco all’art. 18 sono già preoccupanti. Le ultime dichiarazioni di Berlusconi sulla democrazia del duce nello stesso momento in cui attacca Monti - come il fatto che il Pdl mantiene, alimenta e ospita nelle proprie sedi gruppi neofascisti - sono un altro segnale che si aggiunge alla cultura reazionaria che attraversa la società. Inoltre va messo in conto che l’eventuale sviluppo di proteste e ribellioni - in mancanza del partito comunista - potrebbe essere strumentalizzato e gestito dalla destra in tutte le sue varianti.

Le conseguenze dell’uso, della protezione e della cultura razzista dei partiti parlamentari, si sono viste a Firenze (e non è il primo caso) con l’uccisione di due lavoratori senegalesi per mano non di un pazzo né di un maniaco depresso come le istituzioni, i benpensanti e la stampa borghese e di destra ci propinano, ma per mano di un noto fascista, armato, militante di Casa Pound (anche se qualcuno ne ha preso le distanze), uno dei gruppi che si spacciano per centri sociali. Che continueranno a spadroneggiare ed aggredire, anche grazie al sindaco e ai politici della città.
Il movimento antifascista cittadino, del quale fanno parte i compagni di “nuova unità”, e i collettivi degli studenti si sono mobilitati subito dal momento dell’apertura sia di Casa Pound (sdoganata e difesa da partiti ed intellettuali) sia di Casaggi, in quanto veri centri di propaganda reazionaria e razzista e per la loro chiusura. Nonostante l’assassinio, di fronte alle pressanti richieste di intervento - anche della comunità senegalese - il sindaco risponde che se non ci sono reati la sede non si può chiudere. Il reato è la loro esistenza, la loro cultura e la loro attività reazionaria. La risposta del sindaco equivale a dire che si devono aspettare altre uccisioni, fermo restando che gli assassini lascino sui morti le sigle dei loro gruppi fascisti come prova!
Con questo numero si chiude un altro anno di sacrifici anche per noi. Non è facile mantenere il nostro giornale con i continui aumenti delle materie prime e delle tariffe postali e senza alcuna sovvenzione per la stampa, se non gli abbonamenti, la diffusione e qualche sottoscrizione da sostenitore. Pensiamo che sono in difficoltà persino Liberazione e il Manifesto nonostante usufruiscano del finanziamento pubblico dell’editoria.

Di fronte a tutto ciò che denunciamo, alla necessità di una voce marxista che porti avanti la lotta di classe, e fermi sul concetto che il giornale comunista deve svolgere il ruolo di organizzatore collettivo, usciremo ancora nel 2012, anche se non si riesce a rispettare la regolare mensilità. Ma siamo sicuri che voi lettori e abbonati capirete le nostre difficoltà, il nostro lavoro volontario e continuerete a sostenerci – magari passando la voce per trovare nuovi lettori e abbonati -, nonostante le sempre più precarie condizioni.

 


22 novembre 2011 redazione
editoriale

IL GOVERNO DI DIO, BANCHE, EUROPA E MERCATI
Nel nuovo esecutivo una pattuglia cattolica, facce nuove per poteri forti, con tre donne in posti chiave: Interni, Giustizia, Welfare per sostenere il grande capitale. La nostra lotta deve continuare
Mentre stavamo per andare in stampa la situazione italiana è precipitata. Il presidente Napolitano ha preso in mano la situazione e costretto Berlusconi a dimettersi. A giornale ormai impaginato abbiamo deciso di aspettare il nuovo esecutivo per cui alcuni articoli potrebbero sembrare “datati”, ma la sostanza del loro contenuto resta comunque valida.
Berlusconi, quindi, sotto attacco anche sul piano finanziario (i titoli Mediaset hanno perso in due giorni 19 punti) si è dimesso, non è stato defenestrato dalla lotta di massa né dall’opposizione che lo supplicava di dimettersi in realtà senza ostacolarlo, ma in seguito anche a pressioni esterne, con un atto dal sapore di repubblica presidenziale, sul filo di lama dello stesso parlamentarismo borghese, per superare un dibattito acceso (si fa per dire), in nome di una presunta unità nazionale, ma più vicino ad un compromesso storico, ad un patto sociale.
Ma non prima di aver chiesto e fatto passare il patto di stabilità con le disposizioni imposte dalla BCE.
Il governo Monti, cosiddetto tecnico, è subentrato ad un centrodestra non più in grado di dare garanzie e credibilità delle imposizioni europee nel momento in cui il centrosinistra non era ancora pronto a sostituirlo. Un’operazione pericolosa dal punto di vista democratico-borghese perché se ora la giustificazione è quella dell’emergenza economica, domani potrebbe esserlo di ordine pubblico e portare ad una soluzione autoritaria. Con il plauso delle forze politiche parlamentari e no (se pure con qualche distinguo) e, purtroppo, della “gente” che non ne poteva più della gestione personale del potere di Berlusconi, della mafia, delle logge segrete e della massoneria; dei suoi ministri e sottosegretari arroganti, supponenti, prevaricatori e ignoranti. Che non si arrendono, preparano il governo ombra, nel senso che agiranno nell’ombra per tornare a cavalcare il potere con le prossime elezioni. Berlusconi se n’è andato col suo smagliante sorriso stampato sulla bocca affidando alla TV il messaggio autoreferenziale: “l’ho fatto per l’interesse del paese…”, velina di martellamento per tutto il Pdl! Insomma un salvatore della patria, come Napolitano, come Monti!
Finisce l’era berlusconiana dello spreco, degli scandali, delle barzellette e della prostituzione d’alto bordo e ne inizia un’altra opposta - tempestivamente benedetta dal Vaticano: “Una bella squadra alla quale auguro buon lavoro” - basata sul rigore, sull’ordine, su dio e famiglia. Ma soprattutto sulle banche, l’Europa, la Nato e… il conflitto di interessi. Monti e i suoi ministri sono l’espressione del liberismo finanziario, del potere economico e militare, infatti, la Difesa, già in mano al deprecabile fascista La Russa, è stata affidata ad un ammiraglio, presidente del comitato militare della Nato, dal quale ha seguito le operazioni contro la Libia.

Monti ha ottenuto 281 voti (25 no) al Senato e 556 (61 no) alla Camera (esclusa la Lega nord che sceglie l’opposizione in funzione del recupero del suo elettorato e dei suoi militanti fortemente scontenti dei suoi inciuci con il Pdl). Le forze politiche lasciano il dominio dell’economia sulla politica, si fanno da parte di fronte al fiduciario del capitalismo e degli imprenditori, e alimentano nella popolazione e nella stessa classe operaia - oggi in una fase di debolezza politica e frammentazione sindacale - l’illusione che un nuovo e “tecnico” governo abbia la giusta cura per risolvere i problemi.
Monti, consulente della Goldman Sachs - una delle più grandi banche d’affari fondata da un ebreo tedesco (nella quale sono passati Prodi, Draghi vicepresidente, Gianni Letta advisor e persino Papademos, attuale primo ministro greco) - si è instaurato con un gesuitico discorso nel nome di De Gasperi e dell’Europa “non c’è un noi e loro, l’Europa siamo noi”. Per indorare la pillola il nuovo presidente ha subito respinto la definizione dei provvedimenti “lacrime e sangue” e l’ha sostituita con “sacrifici equi” (per chi?), che sempre drammatici saranno e non solo sul piano economico, altrimenti non sarebbe apprezzato dalla stampa estera né dalla holding bancaria Morgan Stanley. E lo verificheremo nel postdiscorso dei principi quando i ministri presenteranno alle commissioni le misure e le priorità da prendere.
In un’intervista al Corriere della Sera del 2 novembre Monti ha già anticipato la sua tendenza anticomunista e clericale, precisando che “In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini (che ha rovinato la scuola, ndr) e a Sergio Marchionne (che dopo aver introdotto contratti capestro si è rimangiato tutti gli accordi, ndr). Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.
Nessuna illusione, dunque, questo governo resterà il tempo necessario per ridare all’Italia l’immagine forte e seria di un Paese che, Monti o non Monti, non si può salvare perché affetto da una malattia che non ha colpito solo l’Italia, la Grecia, la Spagna o il Portogallo. È una malattia che si chiama capitalismo che riguarda tutta l’Europa condizionata dalla Germania, frutto della competizione interimperialistica che sempre più porterà alla repressione, se non addirittura ad una guerra e che non si può curare. L’unica terapia valida è il cambiamento del sistema sociale.
Evitiamo il fumo negli occhi e proseguiamo con la lotta e l’organizzazione di un’opposizione di classe che rifiuti di pagare il debito pubblico, usato per colpire tutto il mondo del lavoro, dai salari ai diritti.

Classe operaia, lavoratori, masse popolari e studenti – chiamati a salvare il sistema bancario ed il capitalismo – pagheranno un caro prezzo con qualunque governo che non rappresenta loro, ma i propri interessi.

 

Chi sono i tecnici del nuovo esecutivo
Economia-Finanza
: Mario Monti, prof. in Economia alla Bocconi di Milano, specializzato all´università americana di Yale, insieme al Premio Nobel per l´Economia James Tobin. Dal 1969 è docente ordinario all´università di Trento; dal ´70 all´85 insegna anche a Torino, poi alla Bocconi come direttore dell´Istituto di Economia Politica. Consulente della Goldman Sachs.

Ha ricoperto incarichi di alta responsabilità in diverse commissioni parlamentari, fra cui quella sulla difesa del risparmio dall´inflazione, è stato presidente della commissione sul sistema finanziario e creditizio, poi componente della Commissione Sarcinelli (1986-87) e del Comitato sul Debito Pubblico (1988-89). Dal 1994 al 2000 è stato Commissario presso l´Unione Europea insieme a Emma Bonino, con delega assegnata dal presidente della Commissione UE, Jacques Santer, per il Mercato Interno Europeo, Servizi e Integrazione Finanziaria, Unione Doganale e Fiscalità. Riceve anche la Delega per la Normativa sulla Concorrenza. È fra i promotori del procedimento contro la Microsoft di Bill Gates, facendo forza sulla Legge Antirust. Nel 2010, su incarico del Presidente della Commissione Europea, Barroso, è il principale redattore del "Rapporto sul futuro del mercato unico".
Interno:
Anna Maria Cancellieri (carica coperta dalla Iervolino nel 1988’89), prefetto in pensione, commissario del comune di Bologna e di Parma. Molto apprezzata dal centrodestra.
Esteri:
Giulio Terzi Sant’Agata, ambasciatore a Washington, in Israele e altri Paesi. Molto legato a Gianfranco Fini
Difesa
: Giampaolo di Paola, presidente del Comitato militare della Nato. È stato capo del gabinetto del ministro della Difesa con Carlo Sconamiglio e poi con Sergio Mattarella
Giustizia
: Paola Severino, noto avvocato penalista (tra i suoi clienti Prodi, Fininvest, Formigoni, Caltagirone, Rai, Morgan Stanley), dal 1997 al 2001 è stata vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura militare ed è prorettore vicario alla Luiss Guido Carli
Sviluppo economico e infrastrutture
: Corrado Passera, Ad di Intesa Sanpaolo (che si prepara a ricevere oltre 3,8miliardi di euro (dagli utili del 2011), socio nella Ntv (la società dei treni di Montezemolo). Al vertice di Poste italiane nei governi Ciampi e Prodi, si è avvicinato al centrodestra per “risanare” l’Alitalia
Welfare e Pari opportunità
: Elsa Fornero, una lady di ferro, convinta del contributivo e dell’allungamento dell’età pensionabile. Editorialista del Sole 24ore, vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, è sposata con Mario Deaglio giornalista de “La Stampa”
Istruzione
: Francesco Profumo, scelto dalla Gelmini per la presidenza del CNR, dal 2005 rettore del Politecnico di Torino; candidato per il centrodestra a sindaco di Torino; fa parte dell’Accademia delle scienze, dei cda Telecom e Pirelli
Salute
: Roberto Balduzzi, giurista e presidente dell’Agenas (agenzia per i servizi sanitari regionali e al ministero della Salute), ha già lavorato con Rosy Bindi, dal 2006 è consigliere giuridico del ministero delle Politiche per la famiglia
Beni culturali
: Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica, fa parte del comitato nazionale per il progetto culturale voluto dalla Cei
Ambiente:
Corrado Clini, laureato in medicina, ex membro dell’Enea e ora nel Cipe, coordina progetti e commissioni sullo sviluppo sostenibile ma con tendenza al nucleare
Turismo e Sport
: Gnudi, presidente Enel per tre mandati e numerosi incarichi in diversi cda e collegi sindacali di importanti società tra cui Stet, Eni, Enichem, Credito italiano
Agricoltura:
Mario Catania, da due anni capo dipartimento delle politiche europee ed internazionali del ministero agricoltura è stato uno dei tecnici a fianco dei ministri nelle negoziazioni a Bruxelles
Rapporti con il Parlamento
: Piero Giarda, giudice di primo grado della Corte di Giustizia Ue; esperto di mercato e concorrenza, è stato capo gabinetto della commissione Ue guidata da Monti; nel 2002 al Tesoro con Draghi, consigliere di Amato e Ciampi col quale ha portato l’Italia in Europa
Coesione territoriale
: Fabrizio Barca, direttore generale al Ministero dell’economia, per 20 anni all’Ufficio studi di Bankitalia; con Ciampi al ministero del Tesoro
Affari europei
: Enzo Moavero Milanesi, docente alla Cattolica di Milano dal 1968 al 2001; sottosegretario al Tesoro dal 1995 al 2001; presidente della Commissione tecnica per la spesa pubblica dal 1986 al 1995
Cooperazione internazionale
: Andrea Riccardi, fondatore e leader della Comunità di Sant’Egidio; ordinario di Storia contemporanea alla Terza Università di Roma

 

 

 

 

 


2 ottobre 2011 redazione
editoriale
PRODUCI, CONSUMA, PAGA E… CREPA Partecipazione e costruzione dell’autentico partito comunista per abbattere il capitalismo La quinta versione della manovra è stata approvata, ma non è finita qui perché l’Unione europea, con la minaccia della Grecia, e la stessa Confindustria con i suoi 5 punti stanno già chiedendo misure aggiuntive. Peggio del peggio, una manovra tutta riversata su coloro che hanno una busta paga, sui pensionati attraverso tasse, ticket, costi della scuola, sui giovani che restano senza prospettive per il futuro anche per il mancato turn over a causa del prolungamento dell’entrata in pensione. E sulle donne, lavoratrici ovviamente, che come se non bastasse lo sfruttamento come tutti i dipendenti e la vita passata a svolgere due, tre ruoli pensando a figli, faccende domestiche e anziani di famiglia si vedono allontanare sempre più l’entrata in pensione. Una manovra che demolisce per legge i contratti nazionali e cancella lo Statuto di lavoratori aprendo le porte alla libertà di licenziamento e producendo ulteriore disoccupazione. Politici ed economisti inneggiano allo sviluppo – intendendo far girare i soldi consumando, ma siamo al livello che, chi lavora e soprattutto chi ha figli, non riesce ad arrivare a fine mese. E come se non bastasse il primo risultato di questa manovra ha prodotto un aumento dei prezzi, in particolare dei carburanti (già gravati dalla guerra in Libia) che non sono usati solo per le automobili – che molti usano per carenza di mezzi pubblici – ma sono utilizzati in agricoltura e per riscaldamento. La situazione è davvero grave. La crisi è sistemica, ma non siamo tutti nella stessa barca e la conseguenza non è la necessità di “sacrifici purché equi” o “paghino anche i ricchi” come viene sostenuto anche dai partiti dell’”opposizione” e dagli stessi sindacati confederali. Paghino solo i ricchi! Quei capitalisti che continuano a produrre profitti, sia con la delocalizzazione, sia per il sostegno statale della Cig. o chiudono le fabbriche gettando sul lastrico migliaia di famiglie per investimenti finanziari più redditizi. Pirelli, infatti, amplia lo stabilimento a Slatina e assume 1000 operai oltre i 2400 già in forza; Moretti ha chiuso con un utile del gruppo Fs di 90 milioni di euro (34 milioni dello stesso periodo del 2010), con un margine operativo lordo di 841 milioni ma chiede regole più flessibili e invoca le deroghe previste dall’art. 8 della manovra per rinnovare i contratti con i ferrovieri, scaduti nel 2007. L’obiettivo di tutti i borghesi è la centralità del profitto come dimostra l’accordo del 28 giugno scorso firmato da governo, padroni e sindacati, compresa la Cgil. Accordo che, nel nome della coesione e dell’unità nazionale sposa completamente la linea Marchionne e sottomette i diritti dei lavoratori alle imprese. Nel frattempo il governo – tutto preso da beghe interne, da sessuomanie e dal pensiero di come salvare i propri ministri e sottosegretari coinvolti in affari loschi e di mafia – non solo non taglia il bilancio militare (27 miliardi nel 2010), ma continua a spendere cifre esorbitanti per farsi trascinare in guerre di rapina, ultima quella contro la Libia, da altri paesi imperialisti per il proprio tornaconto. Spende 90 mila euro al giorno per militarizzare il territorio della val Susa contro la popolazione che lotta per salvare ambiente e salute e spende 17miliardi di euro per acquistare cacciabombardieri come gli F35 in grado di trasportare armi atomiche e i politici seguitano a non farsi mancare nulla. L’industria militare è sempre in attivo, aziende come Finmeccanica e Oto Melara lucrano con le banche sulle forniture di armi e chissà quante tangenti vanno ai partiti della guerra. Che di fronte ad una crisi mondiale così grave è sempre più un pericolo reale. Una voce del bilancio su cui tacciono tutti dal Vaticano ai cattolici sempre solerti a difendere un feto, ma non le migliaia di civili che muoiono sotto i bombardamenti. Ciò finalmente scandalizza le masse popolari non più disposte a sopportare tant’è che lo sciopero generale proclamato per il 6 settembre dalla Cgil - dopo aver firmato l’accordo capestro del 28 giugno - con l’intento di frenare il malcontento, ma finalmente appoggiato dalla maggioranza dei sindacati di base, ha avuto un successo oltre le previsioni. Ma, non ci stancheremo mai di dirlo, lo sciopero non basta. Pur essendo importante, così come lo sono le manifestazioni operaie che si sviluppano da Pomigliano a Termini Imerese, ad Ancona, a Genova (che sono caricate dalla polizia), il problema fondamentale è non pagare questa crisi causata dal sistema bancario e finanziario mondiale ed europeo, dalle scelte imprenditoriali, dalle cattive gestioni economiche dei governi. Per quello italiano dovremmo pagare il debito pubblico prodotto da anni di Dc, Psi e centrosinistra e aggravato da Berlusconi e per le conseguenze delle misure imposte dai parameri di Maastricht sommate alle imposizioni della Bce su liberalizzazioni, flessibilità del lavoro e privatizzazioni. Le imposizioni fiscali non sono il pagamento di tasse per ricevere dei servizi che vengono continuamente tagliati, sono il trasferimento della ricchezza della popolazione ai banchieri, sono uno strumento di azione illecita per rifondere un debito pubblico artefatto, una pirateria internazionale di rapina. Giorno dopo giorno il capitalismo si dimostra un sistema fallimentare. È necessario abbatterlo e cambiare rifiutando l’idea che vorrebbero inculcarci che anche il socialismo è fallito. Quello che è fallito è una gestione revisionista del socialismo. La società socialista è l’unica alternativa possibile per eliminare padroni, speculatori, faccendieri, politici corrotti. Andiamo, quindi, oltre la protesta e le lotte difensive attraverso un percorso di lotta di classe che porti al cambiamento radicale, che elimini lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Bisogna agire e per questo ci vuole il protagonismo dei lavoratori, in particolare della classe operaia, attraverso lo strumento del partito comunista.
15 luglio 2011 redazione
editoriale
LACRIME E SANGUE PER MANTENERE POLITICA E CORRUZIONE CON LA RICETTA DELLA BORGHESIA SI RIMANE NEL PANTANO DELLA CRISI. SE NE ESCE SOLO SEGUENDO LA STRADA DI RIVOLUZIONARIE TRASFORMAZIONI SOCIO-ECONOMICHE C’è chi dice “Il bicchiere italiano è ancora mezzo pieno” (Balice, presidente degli analisti finanziari), chi sostiene che “banche contagiate ma l’Italia non fallirà mai” (Bini Smaghi), c’è il pressing della Germania, per accelerare il risanamento. Chi ha creato la crisi e chi la paga e pagherà? La crisi viene da lontano, è una malattia cronica ed è intrinseca al sistema capitalista le cui contraddizioni si inaspriscono accanto alla rivalità tra le maggiori potenze imperialistiche. Sistema che genera milioni di disoccupati, incertezza nel domani; una politica antipopolare e repressiva; di sfruttamento delle risorse; di aumento delle spese militari; di crisi morale. È dal 1825 che ciclicamente, ogni 8-12 anni, le crisi si ripetono estendendosi a paesi sempre più numerosi, ma ogni nuovo sconvolgimento si differenzia da quello precedente e si intreccia tra crisi di sovrapproduzione, agrarie e valutarie fino a strutturali mondiali. L’Italia si trova aggravata dalla gestione clientelare dei passati governi democristiani e dalle allegre gestioni, prima di Craxi, e poi del governo Berlusconi. Che non bada a spese e, pur di mantenere il numero per governare (e portare a termine i suoi affari), appesantisce le già costose spese della politica pagando segretari e sottosegretari che scaldano la poltrona e che si aggiungono alle spese di partecipazione alle guerre di invasione e l’acquisto in miliardi di euro in aerei da guerra. Il governo vive sulla demagogia. La sforbiciata alle “missioni” all’estero di 120 milioni propagandata da La Russa che assicura “continueremo a garantire la sicurezza dei nostri soldati”, non è tale. È che il rifinanziamento dei giorni scorsi di 694 milioni di euro si aggiungono agli 811 milioni del primo semestre (solo per l’Afghanistan ne vengono spesi 380 milioni di euro). Tanto che la Nato ha commentato: “L’Italia è un forte alleato ed un finanziatore affidabile dell’Alleanza”. Se poi saranno ritirati 2000 soldati come annunciato andrà verificato e, comunque, non cambia nulla. Le presenze in guerra, compresa l’avventura libica - che paghiamo con un’ulteriore accisa sul carburante - restano. Questo governo, composto da ministri imputati di mafia, implicati in trame e doppi giochi di potere, in mano a faccendieri e Logge (Bisignani della P4 era già iscritto alla P2), con superpoteri come Marco Milanese (la cui compagna è portavoce del ministro Tremonti) - per non parlare degli scandali sessuali - prende in giro anche con la manovra finanziaria. Nessuno tocchi i suoi politici! Sono troppo preziosi per mantenere il consenso elettorale, lo sviluppo degli affari, garantire loro la pensione e salvarli dalle imputazioni che pesano soprattutto sugli appartenenti al Pdl. Su quel partito che il nuovo segretario (che non si dimette da Ministro) sostiene sia un partito di onesti! Nessun taglio alla politica (men che meno agli sprechi), quindi. Vale la pena ricordare che in questo Paese i parlamentari (spesso con doppi e tripli incarichi) sono pagati con circa 1500 euro in più di un parlamentare statunitense e che il governatore dello Stato di New York percepisce la metà di quanto prende il governatore della Sicilia! Costi e sprechi che si aggiungono a quelli di Regioni, Province, Comuni e di tutti i loro sporchi affari ottenuti a suon di tangenti. Si potrebbe definire vergognosa la decisione di PD (ed IVD) di favorire il voto della manovra, salvando il governo, in una ritrovata unità per il bene del paese secondo la dottrina del Presidente della Repubblica e di Draghi, ma tale non è. È solo il frutto della linea di un partito borghese che non è né democratico, né riformista. È uno dei tanti partiti della borghesia che - qualora vincesse alle prossime elezioni - si troverebbe – ancora una volta – a gestire i debiti con finanziarie lacrime e sangue, in piena sintonia con i diktat di Confindustria e Bruxelles. Chi paga dunque la crisi, il debito pubblico e le soluzioni prese? Le masse popolari. Quelle che, scoraggiate dall’assenza di un’opposizione vera e disabituate a prendere in mano il proprio destino perché condizionate da anni - grazie ai partiti della cosiddetta sinistra - dalla pratica della delega, non protestano (per ora) ma riducono i consumi – anche quelli alimentari – e sacrificano le ferie. I tagli, come il carovita, infatti colpiscono i più bisognosi, i pensionati, i giovani. Questa ultima manovra (approfondimento a pag. 5) scippa ai futuri pensionati con 40 anni di lavoro da uno a tre mesi, mentre ciò che è spacciato per misura di solidarietà sulle pensioni d’oro è un’altra truffa. Il contributo del 5% non è calcolato sugli importi dei trattamenti pensionistici di 90mila euro (che sarebbe 4.500 euro), ma sulla parte eccedente fino a 150mila (su 150mila diventano 3.000!) e il 10% per la parte eccedente i 150mila. Ma la misura più infame è quella sulla sanità che entra in vigore nell’immediato e che ripristina (già introdotto dal governo Prodi) il ticket per l’assistenza ambulatoriale specialistica e 25 euro per le prestazioni di Pronto soccorso (che in molte regioni è comunque in vigore da tempo). Non è qualunquismo né antipolitica denunciare le scelte governative e organizzarsi contro le misure – come i benpensanti e i diretti interessati continuano a ripetere -. La borghesia non ha una ricetta di guarigione, ma gravi misure economiche al fine di affievolirla, scaricandola su chi già stringe i denti per andare avanti. Si può uscire dal pantano della crisi solo se si rimette in moto una seria lotta di classe e si segue la strada di rivoluzionarie trasformazioni socio-economiche.
14 giugno 2011 redazione
solidarietà
La repressione non ci fermerà Solidarietà agli arrestati e ai denunciati A Firenze nell’ultimo mese, dopo una serie di operazioni di controlli della Digos, per strada, dei militanti, si è scatenata la caccia a chi protesta. Per primi sono stati colpiti 78 studenti dei quali 5 messi agli arresti domiciliari e 17 sottoposti all’obbligo di firma. A questi si som-mano altri 9 “rei” di aver impedito alla fascista Santanchè di entrare all’Università. Altri 10 compagni sono stati denunciati per interruzione di servizio pubblico, in occasione di una manifestazione contro la guerra in Libia. Per aver risposto alla repressione lunedì mattina sono arrivati altri 16 provvedimenti ad al-trettanti compagni, dei quali 1 in carcere, 6 agli arresti domiciliari e 9 con obbligo di firma. Questa pioggia di denunce ha lo scopo di intimidire e fermare quelle forze sociali, soprattutto giovanili, che si battono contro la scuola di classe e più in generale contro una società che nega ogni prospettiva di lavoro e di vita. Che lottano contro il capitalismo, il fascismo e i rigurgiti fascisti quali nemici giurati dei comunisti, e più in generale, delle masse proletarie italiane e straniere. È un attacco alla stessa democrazia borghese. Colpire chi lotta contro il sistema con denunce, perquisizioni, arresti, aggiornando le schedature della polizia è il solito metodo usato dal potere per difendere lo Stato capitalista. È una strategia per dare una risposta alla crisi cercando di isolare e colpire i mi-litanti (lavoratori e operai che rischiano di perdere la propria occupazione) delle varie organizzazioni che operano politicamente sul territorio contro la guerra, lo sfruttamento e per una società di liberi ed uguali. Politici e mass-media (anche nazionali) si scatenano contro i “violenti” e lanciano l’allarme sulla perdita di democrazia, chiedono la chiusura dei centri sociali. Ma violenza e terrorismo sono gli strumenti di comando e prevaricazione tipici del sistema capitalista e imperialista e di chi lo sostiene. Che sfrutta i lavoratori imponendo contratti capestri, licenziando o uccidendoli in nome del profitto. Che attacca i diritti, reprime la protesta, infonde una cultura razzista che arriva a marchiare gli ambulanti stranieri e respingere i profughi di guerra. Ai compagni denunciati e arrestati, ai compagni che saranno prossimamente processati a Firenze va tutta la nostra solidarietà militante. Chiediamo a tutte le forze politiche, sindacali e culturali di pronunciarsi contro questo clima di autoritarismo che si sta imponendo a Firenze e in Toscana. Continuiamo la lotta e l’impegno per respingere la repressione e per la liberazione di tutti i compagni! I compagni del Comitato Comunista toscano e di “nuova unità”
28 aprile 2011 redazione
Giornata di lotta internazionale
1° MAGGIO DI LOTTA DEL PROLETARIATO MONDIALE CONTRO LO SFRUTTAMENTO CAPITALISTICO CONTRO l’IMPERIALISMO E LA GUERRA L’attuale sistema è legato al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato: aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, della precarizzazione e della Cig, abbassamento dei livelli salariali, licenziamenti, aumento dello sfruttamento e della repressione, morti sul lavoro e di lavoro, attacco alla contrattazione nazionale, tagli e privatizzazione dei servizi essenziali, carovita, sfratti ecc. E la crisi è destinata ad aggravarsi sempre più acuendo le contraddizioni tra capitale e lavoro. Sia i partiti di opposizione che quelli di governo, e le varie organizzazioni sindacali ritengono, del tutto legittima questa società, anzi l’unica possibile, tutti impegnati a sostenere il “sistema paese” e nella difesa di un presunto interesse nazionale dove se va bene per i capitalisti andrebbe bene anche ai lavoratori. La mancanza di un autentico Partito comunista e di un sindacato di classe porta il proletariato, i lavoratori e le masse popolari – nonostante importanti lotte di resistenza a livello locale, che non riuscendo ad essere generalizzate spesso rimangono isolate – ad indietreggiare e anche soccombere davanti alla forza dello Stato e dei suoi apparati repressivi. Da anni sono state sacrificate le lotte in nome dell’unità sindacale per trovarci oggi sui posti di lavoro sindacati come CISL e UIL, insieme al sindacato fascista UGL, che firmano contratti capestro, e pretendono anche di diventare gli unici legittimati a rappresentare i lavoratori. Da decenni, in Italia, il 1° Maggio è diventata solamente una giornata di festa privata di qualsiasi contenuto di classe. E ora vogliono toglierci anche questo, noi dobbiamo lavorare, sempre per il bene del paese, mentre la Chiesa festeggia i suoi santi e predica rassegnazione e speranza in un mondo migliore dopo la morte. Per i lavoratori riprendere nelle proprie mani il 1° Maggio con i suoi contenuti di classe è ormai una esigenza imprescindibile. Lo sviluppo ed il progresso sociale sono incompatibili con il capitalismo. Il futuro della classe operaia e del proletariato non è migliorare l’attuale società, né una diversa distribuzione della ricchezza, ma eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione che è alla base dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della concorrenza tra lavoratori italiani e stranieri e delle guerre imperialiste delle quali la Libia è l’esempio più attuale. Solo la classe operaia attraverso le lotte, riprendendo in mano anche la lotta politica in prima persona, senza delegare a nessuno la propria liberazione, può ricostruire un Partito comunista capace di conquistare il potere politico ed instaurare una società socialista. 22 aprile redazione 25 APRILE 2011 25 APRILE NO AL REVISIONISMO STORICO TRA I DISCORSI EVERSIVI DI BERLUSCONI, LEGGI REAZIONARIE, REPRESSIONE, SFRUTTAMENTO I partigiani hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupazione nazista e dall’odiosa dittatura fascista di Mussolini ed essendo la stragrande maggioranza di loro di provenienza operaia e da ceti popolari hanno portato con sé, nella Lotta di liberazione, anche l’aspirazione di liberarsi dall’oppressione delle ingiustizie sociali e di costruire uno Stato di uguali, laico, indipendente, con una forte connotazione di pace tra i popoli, nello spirito internazionalista che contraddistingue la classe operaia. In tutti questi anni che ci separano da quel vittorioso 25 Aprile 1945 la Resistenza non ha avuto vita facile. Già nel 1947 a soli due anni dalla fine della guerra di Liberazione nazionale, Secchia rivolgendosi ai partigiani denunciava come si conducesse contro di loro una lotta a base di diffamazione, di calunnie e di insulti e come i traditori volessero vestire la divisa dei traditi invertendo i ruoli e trasformando le vittime, i partigiani, in assassini. Quella che nel 1947 era una campagna di calunnie e di denigrazione si trasformava nel 1949 in una politica di persecuzione dei partigiani. Politica portata avanti particolarmente da dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948 vinte dalla DC grazie ad abusi, mezzi illeciti ma soprattutto grazie al sostegno del Vaticano e degli USA. Artefice negli anni ‘50 di questa politica di persecuzione dei partigiani, di repressione delle lotte degli operai, dei contadini e dei lavoratori e della liberazione dei più odiosi criminali fascisti è il governo De Gasperi, con il ministro dell’Interno Scelba, tristemente noto per la sua “Celere”, entrambi democristiani. Quando parliamo di liberazione dei criminali fascisti ci riferiamo ad uno dei maggiori responsabili dei crimini fascisti, il “principe nero”, Junio Valerio Borghese, capo di quella X Mas che ha avuto al suo attivo ottocento omicidi documentati, il saccheggio, la razzia e l’incendio di interi villaggi e centinaia di partigiani seviziati e torturati. A proposito di scarcerazione ricordiamo che se i fascisti uscirono dalle carceri, mentre i partigiani vi entravano, si deve alla legge di amnistia promossa in nome della pacificazione nazionale da Togliatti, allora ministro della Giustizia, un provvedimento formulato in maniera volutamente generica che lasciava ampia discrezionalità di interpretazione e di operatività alla Magistratura molti dei cui componenti si erano formati e avevano fatto carriera durante il ventennio dimostrando ben scarsa indipendenza dal regime fascista. In libertà i torturatori di partigiani, i boia della repubblica di Salò, Borghese, Anfuso, Graziani, Almirante. La Direzione del PCI e Togliatti, sperando di ingraziarsi la Magistratura, non sollevano grandi riserve. Eppure la Magistratura, come negli anni ‘20, aveva ripreso ad emettere sentenze scandalose di assoluzione dei fascisti e perseguiva i partigiani per le azioni commesse durante la Lotta di Liberazione. L’arresto di fascisti o la loro detenzione venivano equiparati, per esempio, al sequestro di persona; alla stessa stregua erano considerati delitti comuni altri fatti relativi alla lotta partigiana come il possesso di armi, la confisca di beni degli ex gerarchi. Addirittura erano riesaminate le sentenze di proscioglimento di partigiani emesse prima del provvedimento di amnistia e erano tradotte in sentenze di condanna. Dissenso, insoddisfazione e risentimento si manifestarono tra i militanti comunisti, i partigiani e le masse lavoratrici in tutto il paese ma a questo non fece seguito una seria autocritica di Togliatti e della Direzione del PCI. La stagione dell’unità nazionale si avviava al tramonto in una situazione caratterizzata da un diffuso sentimento di sfiducia e di ribellione tra le masse popolari deluse per il permanere di condizioni di vita e di lavoro insopportabili e per il continuo e pesante immiserimento dovuto all’inflazione che nel periodo novembre 1946–giugno 1947 provocò un aumento del costo della vita pari al 50%. L’alleanza con la DC e il PSI continuava comunque ad essere la pietra miliare attorno alla quale ruotava la politica di Togliatti e, sia pure tra mugugni e dissensi, dell’intero PCI. Il feticcio dell’unità nazionale e con esso il disegno del PCI si sarebbe ben presto sgretolato sotto l’incalzare delle forze conservatrici, in particolare della DC, ormai certe di aver impresso un indirizzo moderato allo scenario politico uscito dalla Liberazione. La permanenza del PCI al governo, ormai precaria, ricevette il colpo di grazia a causa dell’intervento del governo degli Stati Uniti. Il 12 marzo 1947 il presidente Truman pronunciò davanti al Congresso il discorso che era destinato a diventare noto come “la dottrina Truman” con il quale annunciava che era ”impegno degli Stati Uniti sostenere quei popoli liberi che intendono resistere a tentativi di sovversione interna da parte di minoranze armate e a pressioni esterne“. Il 1° maggio il generale Marshall, che aveva assunto la guida del Dipartimento di Stato statunitense, inviò un messaggio all’ambasciatore a Roma nel quale, entrando nel merito della permanenza del PCI al governo, chiedeva “quali passi il governo americano potesse effettuare per rafforzare le forze democratiche e filoamericane tenendo presente l’importanza dell’Italia per la politica americana nel Mediterraneo”. La risposta dell’ambasciatore Dunn fu estremamente chiara e suonava come segue: “la concessione di aiuti all’Italia era subordinata a che gli italiani mettessero ordine in casa propria”. L’esclusione dei comunisti dai governi dei paesi occidentali era la moneta di scambio dei finanziamenti americani per la ricostruzione economica. E così prima i comunisti belgi e poi quelli francesi furono estromessi dal governo. Il 31 maggio 1947, De Gasperi annunciò la nascita di un monocolore democristiano mettendo alla porta il PCI e il PSI, concludendo la fase dei governi di unità nazionale. Per comprendere la Resistenza è indispensabile collocarla nelle condizioni storiche che la fecero sorgere, è indispensabile partire dal fascismo, da come è nato e si è sviluppato, come ha potuto vincere nel nostro paese ma anche come per un ventennio, nella clandestinità e nella repressione più dura, un numero limitato di militanti, particolarmente i comunisti, ma anche i socialisti e gli anarchici, tennero viva e alimentarono la lotta e dopo l’8 settembre 1943 salirono in montagna costituendo le prime formazioni partigiane contro i fascisti repubblichini e i nazisti. Vari sono stati i tentativi in quegli anni, e tuttora presenti, di deformare e falsificare la Resistenza o di darne una lettura del tutto diversa rispetto al suo vero significato. Tra le forme di falsificazione storica vi è quella dell’omissione. Coloro che parlano o scrivono della guerra di Liberazione nazionale tacendo delle innumerevoli azioni di massa, degli scioperi e delle manifestazioni condotte da operai, contadini e lavoratori falsificano la storia della Resistenza, ne danno un’immagine limitata, deformata. La grande borghesia reazionaria, gli esponenti politici del vecchio MSI-DN riciclatosi in AN, sdoganati – ma sempre fascisti - da Berlusconi e ora nel PdL, i gruppi apertamente fascisti ed eversivi, i partiti di centrodestra, intellettuali di destra come Pansa e altri non hanno alcun interesse a far conoscere la vera storia della Resistenza perché suona condanna per loro e per le classi dominanti che in tutti questi anni hanno permesso che i fascisti, nonostante il divieto della Costituzione, si ricostituissero in partito, prima clandestinamente, assumendo il nome di PFD (Partito fascista democratico) e poi, negli anni '50, di MSI, successivamente di MSI-DN e infine, dopo lo sdoganamento, di AN. Un partito, il MSI-DN, al quale la DC non ha esitato in varie occasioni - pensiamo al governo Tambroni - a chiedere voti e alleanze per formare i governi assicurando, come corrispettivo, legittimazione e coperture politiche. Un partito implicato nell’eccidio di Portella della Ginestra, che è stato al centro, da sempre, di trame torbide con i servizi segreti italiani e statunitensi, artefice con Junio Valerio Borghese di un tentato colpo di Stato e poi della strategia della tensione portata avanti per più di un decennio mediante attentati e stragi da Piazza Fontana all‘Italicus, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Stragi rimaste quasi tutte impunite, di cui non si conoscono giudiziariamente i mandanti, ma stragi di Stato nella coscienza dei lavoratori perché commesse dai fascisti ma in combutta con apparati dello Stato italiano e con i servizi segreti statunitensi. Altra deformazione della storia della Resistenza è quella in base alla quale si vorrebbe fare credere che la Resistenza fu un grande movimento spontaneo che non appartiene ad alcun partito, tutti gli italiani furono per la Resistenza. Si tratta di una teoria di comodo. La Resistenza non appartiene ad alcun partito ma è vero che non tutti i partiti vi contribuirono in uguale misura. Ben altro è stato l’apporto che hanno dato i partigiani del PCI, PSI e Partito d’Azione rispetto a quelli della DC, del PLI e del Partito monarchico (questi ultimi presenti in maniera quasi risibile e fautori della teoria: aspettiamo che arrivino le truppe angloamericane a liberarci!"). La guerra partigiana ha avuto in Italia un carattere diverso che in altri paesi d’Europa. Il nostro era non soltanto un Paese invaso dallo straniero, ma un Paese oppresso da più di venti anni di dittatura fascista. Più che altrove la guerra partigiana è stata in Italia lotta militare per l’indipendenza nazionale e la libertà contro fascisti e nazisti, ha avuto le caratteristiche della guerra civile combattuta tra italiani e italiani e, nelle aspirazioni dei partigiani più avanzati, particolarmente di quelli raccolti nelle formazioni Garibaldi, è stata vissuta come lotta sociale, rivoluzionaria per un cambiamento radicale della società italiana. Non a caso protagonisti della Resistenza sono stati la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici, classi e strati sociali all’avanguardia da sempre nella lotta per la rivoluzione e il socialismo. Con la disgregazione dell’esercito l’8 settembre ’43, si formarono spontaneamente gruppi e bande di soldati e ufficiali la cui preoccupazione principale era quella di non lasciarsi catturare dai tedeschi e di rifugiarsi in montagna. Ma non era ancora la Resistenza. Il movimento dei partigiani e la costituzione di formazioni armate combattenti non sorse spontaneamente, al contrario. All’inizio l’effettiva Resistenza dovette affrontare e superare l’ostacolo dell’attesismo ed occorsero alcuni mesi per organizzare il movimento partigiano vero e proprio e perché iniziasse la lotta armata contro tedeschi e fascisti. Dal 25 luglio all’8 settembre ‘43 ci fu tutto un lavoro di organizzazione e, precedentemente, il fuoco sotto la cenere, la lotta contro la dittatura fascista furono mantenuti vivi lungo tutto il ventennio fascista. Sembra una cosa banale sostenerlo, ma non si può parlare della Resistenza senza partire dalla lotta contro il fascismo. È vero che per taluni la Resistenza comincia soltanto dal 25 luglio o dall’8 settembre 1943 da quando cioè la monarchia cercò di separare le proprie responsabilità da quelle del fascismo. Per costoro divenne legittimo combattere il fascismo solo nel momento in cui questo, ricostituitosi nella repubblica di Salò, si pose apertamente contro le istituzioni italiane mettendosi al servizio dello straniero. Coloro che ragionano così vedono la Resistenza solo come lotta contro lo straniero e non come lotta contro il fascismo mentre in Italia durante vent’anni vi fu, se pure condotta da piccole minoranze d’avanguardia, particolarmente, ma non solo, dai comunisti, una lotta accanita. In secondo luogo ritenere che la Resistenza comincia solo dal 25 luglio 1943 significherebbe praticamente riconoscere la legittimità del ventennio fascista fino al momento del disastro. E non possiamo non soffermarci sui rapporti che intercorrono tra la Resistenza ed il Risorgimento italiano, su quella impostazione storica che parla di primo e secondo Risorgimento. La Resistenza non rappresenta la continuità del Risorgimento, ha caratteristiche del tutto diverse. La diversità fondamentale sta nel fatto che la Resistenza ha avuto come forza trainante, come protagonista una nuova classe sociale, una classe rivoluzionaria: la classe operaia diretta dal PCI e dagli altri partiti di sinistra. E con la classe operaia si schierarono altri strati sociali popolari. La Resistenza fu lotta per la libertà e per l’indipendenza nazionale, ma non solo. Fu lotta contro la grande borghesia, contro quella classe reazionaria che nell’immediato primo dopo guerra armò la mano dei fascisti e impose la dittatura. La Resistenza non fu lotta per la rivoluzione proletaria perché nel programma di Togliatti e della direzione del PCI non rientrava in alcun modo la trasformazione della guerra di Liberazione in guerra civile rivoluzionaria, in lotta aperta per il potere politico. Troppo pesante fu considerata allora la presenza nel nostro paese dell’esercito anglo-americano. E la conferma di un atteggiamento di esclusione, non tanto nei militanti e in larghi settori delle masse lavoratrici della lotta aperta per la rivoluzione proletaria si ebbe al momento dell’attentato a Togliatti quando i dirigenti del PCI si prodigarono per bloccare e riportare in un alveo di normalità il tentativo insurrezionale che investì l’intero paese, soprattutto le città del nord. Ma se pure la Resistenza non aveva all’ordine del giorno la rivoluzione socialista, è altrettanto vero che il fine della lotta non era solo la riconquista della libertà e dell’indipendenza nazionale. Era molto di più. Le aspirazioni dei partigiani, particolarmente di quelli comunisti, erano quelle di epurare gli apparati dello Stato dai fascisti, di estirpare le radici del fascismo cambiando profondamente la società, di battere i gruppi capitalisti che avevano alimentato il fascismo, di porre al primo posto, in una società più giusta, la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici e non i padroni. Nel Risorgimento il popolo lottò non per propri obiettivi ma in un contesto condotto dalla borghesia per affermarsi sulla vecchia società feudale. La borghesia italiana non seppe muovere le masse popolari, non seppe alleare a sé i contadini e i lavoratori del nord e del sud, ebbe paura che le masse popolari uscissero dai limiti che aveva fissato. Non vi fu perciò una vera rivoluzione nazionale. Oggi, lo Stato è in mano ai capitalisti che, appoggiati da un governo reazionario, trasferiscono all’estero la produzione alla ricerca del massimo profitto con sfruttamento e bassi salari, impoverendo il paese che è al massimo della disoccupazione, soprattutto giovanile. Un governo guidato da Berlusconi che non perde occasione per fare discorsi eversivi, un Parlamento composto da nani e ballerine che pensano solo al proprio interesse e che esprimono leggi repressive e razziste. A pochi giorni dal 25 Aprile un gruppo di parlamentari del Senato del Pdl - il cui primo firmatario è Cristano De Eccher, rampollo di una famiglia nobile di Trento e già responsabile per il Triveneto del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, indagato per la strage di piazza Fontana e arrestato e condannato tra il 1973 e il 1975 per un fallito attentato ad uno studente comunista e per attività eversive - ha presentato un disegno di legge che propone l’abolizione della XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione, quella che vieta “la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito Fascista”. Scilipoti, tra i comprati dal PdL per mantenere la maggioranza, presenta il suo programma copiandolo dal manifesto fascista del 1925. Si moltiplicano in molte città le sedi di gruppi di estrema destra, mascherati da circoli sociali e culturali, ma basati su azioni squadristiche e foraggiati dal ministro Meloni, già dirigente dei giovani fascisti di AN. Il pericolo di una recrudescenza fascista è sempre presente. Non esistono automatismi, ma non si può escludere una simile evenienza che è collegata ad una molteplicità di fattori (acutezza della crisi del capitalismo, livello di combattività del proletariato). Sappiamo che le radici del fascismo affondano nel capitalismo, si è affermato come il sistema di reazione integrale più conseguente del grande capitale come “la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario”; nei rapporti di produzione, nei profitti e nei privilegi di cui gode la borghesia attraverso lo sfruttamento della classe operaia e dei lavoratori. Profitti e privilegi che la borghesia più reazionaria interessata alla stabilità e all’ordine, a bandire gli scioperi e a comprimere i salari per aumentare i profitti, difende fino all’estremo arrivando, se necessario, ad imporre anche il fascismo quale ultima carta per la sua sopravvivenza. Perciò il fascismo non è da sottovalutare come nell’immediato primo dopo guerra, quando si affermò - accettato dalla monarchia e dalla Chiesa (Papa Pio XI benedisse Mussolini come l’uomo della provvidenza, quella divina si intende) - travolgendo il regime liberale borghese perché la borghesia, i suoi partiti e l’apparato dello Stato sottovalutarono questo fenomeno eversivo e non lo contrastarono. L'antifascismo non può essere solo memoria storica, lontana nel tempo o limitato a cerimonie celebrative come ogni 25 Aprile, vuote di qualsiasi contenuto di classe. Ha un senso ed una attualità se viene praticato e cioè se è anche antifascismo militante. E non è la lotta antifascista una battaglia di secondo ordine, di retroguardia come si sente dire talvolta anche perché questa lotta si intreccia con quella a difesa da ogni involuzione reazionaria dello Stato e dei suoi apparati, contro quel processo di fascistizzazione della società limitativo degli spazi di democrazia reale, intriso di razzismo. Organizzarsi in organismi di massa, negando ai fascisti qualsiasi agibilità politica (e dare concreta attuazione alla norma costituzionale che vieta la ricostituzione del partito fascista) e combattere qualsiasi forma di razzismo, è già una risposta. 20 aprile redazione editoriale ANCORA UNA GUERRA IMPERIALISTA Anche nel nord d’Africa la tattica segue gli interessi… petroliferi unendo Onu (organismo dominato dai maggiori paesi imperialisti) e Nato Negli ultimi mesi inaspettate mobilitazioni popolari partite dalla Tunisia e allargatasi ad Egitto e Libia e in altri paesi hanno sconvolto il nord Africa. Fame, sofferenza, privazioni, sfruttamento e i governi corrotti sono stati i motivi alla base di queste rivolte. In Tunisia hanno portato alla deposizione di Ben Ali, in Egitto di Mubarak. Anche altri paesi – Yemen, Algeria, Barhein, sono segnati da proteste. In questi paesi le contraddizioni sono esplose con manifestazioni generose di popoli e lavoratori che non ne possono più di essere sottomessi da governi dittatoriali e sottopagati da imprenditori europei (solo in Tunisia ci sono 700 imprese italiane), sono proteste che hanno avuto il pregio di dimostrare la forza delle masse popolari che porranno ai lavoratori dei paesi arabi nuovi orizzonti di lotta per consolidare gli obiettivi raggiunti e poterne raggiungere di ancora più avanzati, altrimenti rischiano di essere riassorbite dai poteri reazionari dei vari paesi, dimostrando la loro debolezza: la mancanza o insufficienza del partito comunista in grado di dirigere le lotte, in grado di porre a questi movimenti l’obiettivo di prendere il potere politico e trasformare in realtà le proprie richieste. È così anche per le lotte che si sviluppano in Italia dove, proprio per l’assenza di un autentico Partito comunista, restano tali e senza prospettive. Lotte che non trovano certo la sponda nei sindacati consociativi, come dimostra il mini sciopero promosso da Cgil dopo tanto tempo e tante pressioni, invece di un vero sciopero generale nazionale che danneggi effettivamente il capitale. Gli imperialisti, con a capo gli Usa, sempre pronti ad intervenire per manipolare i processi di cambiamento e trasformarli, ancora una volta, con il saccheggio delle risorse naturali, minerali ed energetiche, come creano i dittatori, li distruggono. Inventano roboanti notizie fasulle e lo stesso linguaggio di grande effetto mediatico: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani, bombe intelligenti (non tanto se colpiscono pure i rivoltosi!) ecc. Come per Saddam Hussein ora è toccato a Gheddafi. Si scaricano i vecchi amici sostituendoli con nuovi complici che continuano a servire i loro interessi. L’Egitto garantisce Israele agli ordini del Pentagono e la Tunisia - in tre mesi, tre governi - è in mano ai militari. Ma alle rivolte del Maghreb la risposta è stata diversa. La decisione di aggredire la Libia - dove il reddito procapite era di 6/7 volte superiore agli altri Paesi e dove lavoravano 2 milioni di stranieri - è dettata solo dagli interessi degli Stati coinvolti e delle multinazionali per il controllo delle sfere d’influenza e delle materie prime: petrolio di ottima qualità a basso prezzo e gas naturale. La Francia ha fatto da apripista in un conflitto nato da proteste, ma sul quale si è innestata la spaccatura interna al governo. Ancora prima di bombardare, dietro risoluzione dell’Onu che nessuno rispetta nei confronti dei palestinesi (che continuano ad essere massacrati), “consulenti” militari statunitensi, inglesi e francesi, agenti dei servizi segreti erano presenti in Cirenaica in “aiuto” ai rivoltosi (avvocati, giuristi, ex governanti, ex ministri oggi nel governo provvisorio) - che sventolano la bandiera della monarchia Idriss e quella francese - per organizzarli in unità paramilitari, mentre flotte navali da guerra si avvicinavano alle coste. Un’invasione di tipo colonialista cui il servile e guerrafondaio governo italiano, che spende 25 miliardi di euro l’anno in spese militari, non poteva che accodarsi. E non solo per mire colonialiste che 60 anni fa, con Mussolini, sono costate 100mila morti, ma per gli accordi di affari, interessi (Eni, Fiat, Finmeccanica, Unicredit, Juventus) e connivenze iniziati nel 2004 da Berlusconi, proseguiti nel 2006 da Prodi, ed aggravati nel 2010 ancora dal governo Berlusconi. Appoggiando, riverendo Gheddafi e vendendogli le armi, il governo ha anche ottenuto la cooperazione poliziesca e militare che impediva il flusso migratorio dai suoi porti. Giovani in cerca di lavoro che il capitale sa bene come utilizzare: o li spreme in lavori supersfruttati e sottopagati, o li rimanda indietro, o li priva della libertà rinchiudendoli in lager chiamati CIE. L’Italia è, come per tutte le altre guerre, la portaerei del Mediterraneo. Dalle basi Usa e Nato seminate ovunque partono i bombardieri e la fornitura dell’apparato di guerra, ed è a Napoli il comando delle forze navali Usa, nonché quartier generale delle forze del comando Africa. Oltre ai costi della guerra che si riverseranno sulla popolazione con nuovi sacrifici la pericolosità aumenta con la militarizzazione del territorio. Se non bastassero le basi straniere, in continuo incremento come a Vicenza, prende corpo il progetto dell’Hub militare che coinvolge una vasta area di Pisa e Livorno dove è già presente Camp Darby, per ottimizzare al massimo le “proiezioni di forza” degli eserciti della Nato. L’Italia è implicata anche con l’utilizzo degli aeroporti civili, in particolare quelli del sud. Una condizione che si ripercuote sul turismo con conseguenze occupazionali. Ragioni in più per ribellarsi a questa guerra. Abbiamo già visto cosa ha prodotto l’intervento “umanitario” in Yugoslavia; in Iraq e in Afghanistan. E ancora prima, dalla metà del secolo XX con la nascita dei Paesi non Allineati - che si caratterizzavano per i processi di indipendenza e politiche di carattere progressista. Un processo di liberazione nazionale iniziato con una forte opposizione all’imperialismo che intervenne perseguitando e uccidendo come in Congo (Lumumba), in Burkina Faso (Sankara), in Guinea Bissau (Cabral); finanziando e mantenendo per anni la guerriglia dell’Unita in Angola; consegnando il Sahara alla monarchia del Marocco; facendo diventare Israele la punta di diamante dell’imperialismo in Medio Oriente, e che si è nel tempo trasformato in riconciliazione e retorica dietro i quali si nascondevano accordi economici e politici di carattere strategico per l’imperialismo, di sfruttamento dei lavoratori e saccheggio delle risorse. Per giustificare questa guerra il centrosinistra e molti cattolici, si sono messi l’elmetto in testa e il Presidente della Repubblica è riuscito persino a legare la necessità dell’intervento con il clima nazionalista alimentato in occasione del 150°anniversario dell’unità d’Italia. Si trova in buona compagnia Marco Ferrando, segretario del PCL. Con la sua posizione e la sua polemica astratta contro gli stalinisti che accusa di difendere Gheddafi non contribuisce certo a fare chiarezza, e a rafforzare il fronte di lotta necessario contro la guerra. Gheddafi non è difendibile, è un dittatore e si conosce bene la sua storia, ma si tratta di rifiutare una guerra che rappresenta la tipica guerra imperialista. E considerare le conseguenze che si scaricano sulla popolazione: distruzione, mancanza di approvvigionamento alimentare e sanitario, morti e feriti civili. Una situazione che non è certo favorevole allo sviluppo di una rivoluzione come non lo è stato per l’Iraq, dove l’illusione del Partito comunista iracheno di liberarsi da Saddan Hussein appoggiandosi ai “liberatori” USA ha favorito i piani dell’imperialismo e non ha certamente fatto fare passi avanti alla lotta di liberazione del popolo iracheno dall’oppressione e dallo sfruttamento. Certamente non è appoggiandosi ad un imperialismo per combatterne un altro che si può sviluppare la lotta per la rivoluzione. Ferrando sostiene che agli stalinisti manca il programma rivoluzionario, perché non riconoscono i processi rivoluzionari ovunque si manifestano e non assumono la dinamica della lotta di classe. Proprio perché comunisti, utilizziamo il metodo scientifico del materialismo dialettico, riconosciamo i processi rivoluzionari - e sappiamo distinguere tra rivolte, guerre civili e rivoluzioni e quindi riconoscere chi sviluppa la lotta di classe nel processo di liberazione della classe operaia su scala mondiale. Perché da marxisti e leninisti ci battiamo per l’autodeterminazione dei popoli e portiamo avanti un coerente internazionalismo proletario. Siamo in prima fila nella lotta contro l’imperialismo di casa nostra che vuole sostenere l’interventismo guerrafondaio delle potenze reazionarie, pronti a fornire i ribelli di armi e inviare truppe di terra solo perché interessate a spartirsi il bottino o a sperimentare nuovi e pericolosi aerei come i Global Hawk. Perché allora non chiedere l’intervento contro il Barhein? Anche qui si stanno sviluppando importanti lotte e la popolazione vive sotto un’occupazione militare che impone rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro degli oppositori. 20 marzo 2011 redazione antimperialismo NO ALLA GUERRA DEL PETROLIO Contro l’aggressione imperialista Deboli con i forti e forti con i deboli. È questa la politica del Governo italiano pronto a baciare le mani e non solo a Gheddafi, e poi a mettersi al servizio dei potenti per andare a fargli la guerra. Infatti è pienamente coinvolto nell’aggressione contro la Libia. Nel tentativo di salvare il salvabile del proprio interesse imperialista il governo, dopo avere fatto affari con gas e petrolio e per conto degli industriali nostrani con lucrosi investimenti, utilizzato i capitali libici nelle banche come Unicredit, nelle imprese come Fiat, Fincantieri, Juventus… e utilizzato la Libia come immenso centro di detenzione, repressione e contenimento dell’emigrazione africana e non solo, eccolo accodarsi alle spinte guerrafondaie di Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Sotto la copertura Onu e Ue sono in molti che vogliono andare a conquistare e garantirsi il “posto al sole”, naturalmente sotto la solita ipocrita motivazione degli aiuti umanitari e appoggio al cosiddetto processo di “democratizzazione” del cosiddetto “consiglio provvisorio della Libia” come un branco di lupi pronti a buttarsi sulla preda per sbranarla e accaparrarsi ognuno il proprio pezzo di carne. Usa, NATO, i paesi dell’Ue, Israele, i paesi reazionari del nord Africa e dell’Arabia, complici dello sfruttamento dei popoli nell’area pur con diverse sfumature (questioni di politica interna: per la Francia Sarkozy in discesa, per la Germania elezioni in vari laender), sono uniti nell’aggressione per spartirsi il bottino, sulle spalle dei paesi aggrediti. Non facciamoci ingannare da come gli imperialisti e i loro servi intendono portare la “democrazia” uccidendo civili. Appoggiati da faziosi mass-media che – dopo le roboanti notizie fasulle - adottano lo stesso schema più volte visto: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani. Già visto in Jugoslavia con il governo D’Alema, in Somalia, Iraq ed in Afghanistan. Sono le stesse forze imperialiste che appoggiano Israele nella sua aggressione continua contro la Palestina e nascondono la repressione di Yemen e Bahrein (dov’è in atto un’occupazione militare, rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro di oppositori). L’apertura di un terzo fronte di guerra contro la Libia non è per i diritti del popolo quanto per i giacimenti di petrolio e gas, strategici di fronte all’acutizzarsi della crisi economica internazionale. Non si opera per la pace chiedendo lo scudo della Nato per la difesa del nostro paese come ha fatto D’Alema né schierandosi come il Pd (che continua, dopo il patriottismo del 17 marzo, il sorpasso a destra con la chiara posizione proNato), Vendola ecc. – e lo stesso Presidente della Repubblica - con le forze di destra sostenendo la guerra in nome della “giustizia”. Né votando a favore della mozione presentata al Parlamento Europeo che legittima l’intervento imperialista, come ha fatto il Partito della sinistra europea cui fanno riferimento lo stesso Prc e la Federazione della sinistra, ma lottando per affermare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, della neutralità e della lotta contro le politiche imperialiste in primo luogo quelle del nostro paese. Non è offrendo il nostro territorio come base logistica delle aggressioni, attraverso le basi Usa e Nato sparse in tutto il nostro paese, ma uscendo dal Patto Atlantico e chiudendo tutte le basi Usa che occupano il nostro paese. Noi comunisti chiamiamo alla lotta contro l’imperialismo perché il nostro paese rispetti l’art. 11 della stessa Costituzione borghese e si impedisca che diventi un bersaglio. Chiamiamo alla lotta per battere il governo Berlusconi, governo dei servi dell’imperialismo, di avventurieri, fascisti, mafiosi e faccendieri, di scandali e ruberie. Che, forte con i deboli, taglia su scuola, servizi sociali, pensioni, ma, debole con i forti, aumenta le spese militari con l’acquisto di nuove armi e il mantenimento delle truppe all’estero. Chiamiamo alla lotta per rompere il muro del consociativismo (significativa è la posizione di alcuni sindacalisti Cgil), il balletto che continua tra maggioranza e opposizione. Il proletariato e le masse popolari non giudichino le forze politiche in base al nome o a come si definiscono, ma in base alle posizioni che assumono rispetto alla classe borghese e capitalista, da come rispondono agli interessi dei monopoli interni e internazionali e rispetto alle potenze imperialiste nel loro complesso. Gli aiuti contro la Libia non sono umanitari, impediamo la partecipazione dell’Italia e l’uso delle Basi Usa e Nato Fuori le basi Usa–Nato dall’Italia. Fuori l’Italia dalla Nato No alla nuova guerra imperialista per il petrolio in Libia Sosteniamo i movimenti e i popoli in lotta per consentire la crescita delle forze rivoluzionarie nella costruzione nei loro paesi di società democratiche e socialiste affinché questi popoli siano liberi dal controllo e dall’ingerenza delle potenze imperialiste e possano decidere liberamente del proprio destino 13 febbraio 2011 redazione editoriale Guardare oltre lo sciopero dei metalmeccanici Il rischio reale è che la partecipazione sia utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si battono per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati Per avere una visione della realtà più chiara ed il più possibile rispondente al vero, è necessario non farsi ingannare dalle apparenze anche se questo comporta andare contro il comune sentire di gran parte dei compagni e dei lavoratori. Ed è appunto sulla differenza tra l’apparenza e la realtà che è necessario confrontarsi per ridurre l’impatto dell’inevitabile disillusione, derivante non tanto da eventuali sconfitte quanto dall’incomprensione dei ruoli delle forze in campo e della natura dello scontro. La Fiom ha un sex-appeal particolare, solo così si spiega che compagni assolutamente in grado di fare analisi corrette della situazione politica e sindacale, quando si parla di questa organizzazione, smettano di utilizzare la ragione per avventurarsi nei meandri della fantapolitica sentimentale. Ci dispiace riportarli tra di noi ma la Fiom è un sindacato di categoria concertativo, lo è nella stessa maniera in cui lo sono tutti gli altri sindacati di categoria della CGIL. Come loro anche la Fiom firma pessimi accordi e, come loro, si ripara dietro ad una situazione sfavorevole che, peraltro, ha contribuito a far degenerare, per giustificare le sue firme. Per chi l’avesse scordato anche la Fiom, anziché difendere le pensioni pubbliche, promuove e propaganda, in joint venture con Federmeccanica, Fim, Uilm i fondi pensione di categoria. Per chi l’avesse scordato anche la Fiom ha sottoscritto, subito dopo gli accordi del luglio 1993 sul contenimento del costo del lavoro, un altro accordo che prevede una forte discriminazione nelle RSU per i sindacati non firmatari di contratti nazionali, giungendo addirittura ad inserire una clausola mafiosa per garantirsi insieme con Fim e Uilm un terzo dei rappresentanti, indipendentemente dal voto dei lavoratori. Quando la Fiom indice, come ha fatto il 28 gennaio, uno sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori lancia una parola d’ordine mistificatoria non solo perché il diritto messo in discussione non riguarda i lavoratori ma l’organizzazione, ma anche perché un diritto è tale se è per tutti, diversamente è un privilegio. Ma questo privilegio, visto che i padroni non regalano nulla, in cambio di che cosa è stato concesso? Forse in cambio di accordi altrettanto negativi di quello siglato a Mirafiori o dell’opera di contenimento e di repressione dei lavoratori autorganizzati? Di sicuro l’avvento di Marchionne alla guida della Fiat ha cambiato le regole del gioco perché il nuovo Amministratore delegato, più attento al mercato internazionale che agli equilibri politici e sindacali in azienda, ha imposto ai sindacati un cambio di ruolo costringendoli a passare dalla concertazione alla collaborazione. La Fiom non ha voluto o potuto fare il salto richiestole e Marchionne insieme con Fim, Uilm e Fismic ha escluso la Fiom dalle RSU della Fiat. Per ottenere questo risultato non ha fatto altro che utilizzare, applicandolo anche alla Fiom, quanto la Fiom aveva sottoscritto per discriminare i Sindacati di Base: o firmi il contratto o non hai diritto alla rappresentanza sul posto di lavoro. Il paradosso, solo apparente, è che la Fiom esercita tuttora questa discriminazione nei confronti dei Sindacati di Base nel resto del settore metalmeccanico, dove continua ad applicare l’accordo sottoscritto a suo tempo con Fim e Uilm in merito alle elezioni delle RSU. Altro che sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori! Nondimeno quando centinaia di migliaia di lavoratori si mobilitano è sempre un fatto positivo perché si mettono in moto nuove energie e bene hanno fatto i compagni a dare il massimo per la riuscita dello sciopero. Altrettanto giusta è stata la scelta fatta dai Sindacati di Base di proclamare nella stessa giornata lo sciopero anche per le altre categorie, non fosse altro perché ha permesso a molti lavoratori di scendere in piazza smascherando l’atteggiamento ipocrita della CGIL che a parole ha sostenuto lo sciopero ma in realtà lo ha boicottato. A Genova hanno persino spezzato il corteo per impedire che il grande spezzone dei Sindacati di Base confluisse sotto la sede di Confindustria insieme con i lavoratori della Fiom. In ogni caso, il 28 gennaio, le piazze erano piene ed i cortei partecipati come, a livello operaio, non si vedeva da tempo. È un segno evidente che esiste nel nostro paese e nella classe lavoratrice una volontà di riscossa non ancora sopita ma è anche un segno, ancor più evidente, che questa massa non trova nessun riscontro organizzativo né politico né sindacale tant’è vero che erroneamente individua oggi nella Fiom, così come anni addietro confidò in Cofferati, un’avanguardia in grado di guidarla. Al contrario, proprio perché non esiste riscontro, il rischio reale è che questa partecipazione venga utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si stanno battendo, per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi, all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati. Non è un mistero per nessuno il fatto che tra partiti e sindacati confederali esista uno stretto intreccio di uomini, di legami politici e personali, di interessi. Non dovrebbe quindi stupire nessuno che la lotta all’interno dei partiti si rifletta nei sindacati e viceversa e che, in tutta evidenza, ad essere maggiormente coinvolta ed attraversata da questi scontri sia la CGIL non solo perché è il sindacato più numeroso ma perché il partito che in origine la egemonizzava, il PCI, si è dissolto in mille rivoli con un peso preponderante degli uomini del PD in tutte le categorie tranne che tra i metalmeccanici dove la maggioranza è in mano a dirigenti in quota Rifondazione, PdCI, SEL. Questi dirigenti, però, non essendo più i loro partiti rappresentati in Parlamento, hanno un problema da risolvere.Infatti sia la CGIL che la Fiom ancor prima di essere dei grandi sindacati sono grandi aziende, grandi apparati alla cui direzione si accede in maniera proporzionale al peso elettorale del partito di riferimento. Diventa perciò necessario che riparta il movimento, che i lavoratori ritrovino la passione della politica. L’attacco che il padronato sta portando alla Fiom, costringendola alla lotta, capita a fagiolo e diventa funzionale ad un progetto elettoralistico, con l’organizzazione sindacale maggioritaria tra i metalmeccanici che diventa l’elemento aggregante di organizzazioni politiche, centri sociali, comitati, movimenti studenteschi. Un esempio di questo è “Uniti contro la crisi”, un’aggregazione di tutti i soggetti suddetti che è presente in parecchie città d’Italia e si muove appunto in questa direzione, un bel cartello di movimento che nasconde un cartello elettorale. Tutto ciò lascia presumere che la mobilitazione che abbiamo visto a gennaio abbia una scadenza a breve perché nessuno può realisticamente pensare che la CGIL proclami lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie anche perché è evidente che sul modo di fronteggiare la crisi, facendola pagare ai lavoratori, tra il centrodestra ed il centrosinistra non ci sono differenze. Per fortuna la realtà non rientra negli schemi, tantomeno in quelli di chi non vede al di là dei propri interessi di bottega, e neanche questa volta fa eccezione. Il mondo è in fiamme ed anche da qui se ne intravedono i bagliori che, facendo un po’ di luce sulle prospettive, ci riscaldano il cuore. Sbaglia chi pensa che lo scontro in atto alla Fiat sia decisivo, nonostante sia da condurre fino in fondo con coerenza e decisione non è qui che si giocano i destini della classe operaia e soprattutto non è sul tema della rappresentanza. C’è una parte di classe operaia sfruttata, precaria, ricattata che si affaccia oggi prepotentemente alla lotta, una classe operaia giovane che ha dato forti segnali negli scioperi della logistica nell’hinterland milanese, nelle campagne calabresi e negli scioperi degli immigrati nel nordest e che, sempre più spesso, vediamo alla testa delle manifestazioni: qui è il nostro futuro.
22 aprile redazione
25 APRILE 2011

25 APRILE

NO AL REVISIONISMO STORICO

TRA I DISCORSI EVERSIVI DI BERLUSCONI, LEGGI REAZIONARIE, REPRESSIONE, SFRUTTAMENTO

 

I partigiani hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupazione nazista e dall’odiosa dittatura fascista di Mussolini ed essendo la stragrande maggioranza di loro di provenienza operaia e da ceti popolari hanno portato con sé, nella Lotta di liberazione, anche l’aspirazione di liberarsi dall’oppressione delle ingiustizie sociali e di costruire uno Stato di uguali, laico, indipendente, con una forte connotazione di pace tra i popoli, nello spirito internazionalista che contraddistingue la classe operaia.
In tutti questi anni che ci separano da quel vittorioso 25 Aprile 1945 la Resistenza non ha avuto vita facile. Già nel 1947 a soli due anni dalla fine della guerra di Liberazione nazionale, Secchia rivolgendosi ai partigiani denunciava come si conducesse contro di loro una lotta a base di diffamazione, di calunnie e di insulti e come i traditori volessero vestire la divisa dei traditi invertendo i ruoli e trasformando le vittime, i partigiani, in assassini.
Quella che nel 1947 era una campagna di calunnie e di denigrazione si trasformava nel 1949 in una politica di persecuzione dei partigiani. Politica portata avanti particolarmente da dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948 vinte dalla DC grazie ad abusi, mezzi illeciti ma soprattutto grazie al sostegno del Vaticano e degli USA. Artefice negli anni ‘50 di questa politica di persecuzione dei partigiani, di repressione delle lotte degli operai, dei contadini e dei lavoratori e della liberazione dei più odiosi criminali fascisti è il governo De Gasperi, con il ministro dell’Interno Scelba, tristemente noto per la sua “Celere”, entrambi democristiani. Quando parliamo di liberazione dei criminali fascisti ci riferiamo ad uno dei maggiori responsabili dei crimini fascisti, il “principe nero”, Junio Valerio Borghese, capo di quella X Mas che ha avuto al suo attivo ottocento omicidi documentati, il saccheggio, la razzia e l’incendio di interi villaggi e centinaia di partigiani seviziati e torturati.
A proposito di scarcerazione ricordiamo che se i fascisti uscirono dalle carceri, mentre i partigiani vi entravano, si deve alla legge di amnistia promossa in nome della pacificazione nazionale da Togliatti, allora ministro della Giustizia, un provvedimento formulato in maniera volutamente generica che lasciava ampia discrezionalità di interpretazione e di operatività alla Magistratura molti dei cui componenti si erano formati e avevano fatto carriera durante il ventennio dimostrando ben scarsa indipendenza dal regime fascista.
In libertà i torturatori di partigiani, i boia della repubblica di Salò, Borghese, Anfuso, Graziani, Almirante. La Direzione del PCI e Togliatti, sperando di ingraziarsi la Magistratura, non sollevano grandi riserve. Eppure la Magistratura, come negli anni ‘20, aveva ripreso ad emettere sentenze scandalose di assoluzione dei fascisti e perseguiva i partigiani per le azioni commesse durante la Lotta di Liberazione. L’arresto di fascisti o la loro detenzione venivano equiparati, per esempio, al sequestro di persona; alla stessa stregua erano considerati delitti comuni altri fatti relativi alla lotta partigiana come il possesso di armi, la confisca di beni degli ex gerarchi. Addirittura erano riesaminate le sentenze di proscioglimento di partigiani emesse prima del provvedimento di amnistia e erano tradotte in sentenze di condanna.
Dissenso, insoddisfazione e risentimento si manifestarono tra i militanti comunisti, i partigiani e le masse lavoratrici in tutto il paese ma a questo non fece seguito una seria autocritica di Togliatti e della Direzione del PCI. La stagione dell’unità nazionale si avviava al tramonto in una situazione caratterizzata da un diffuso sentimento di sfiducia e di ribellione tra le masse popolari deluse per il permanere di condizioni di vita e di lavoro insopportabili e per il continuo e pesante immiserimento dovuto all’inflazione che nel periodo novembre 1946–giugno 1947 provocò un aumento del costo della vita pari al 50%. L’alleanza con la DC e il PSI continuava comunque ad essere la pietra miliare attorno alla quale ruotava la politica di Togliatti e, sia pure tra mugugni e dissensi, dell’intero PCI.
Il feticcio dell’unità nazionale e con esso il disegno del PCI si sarebbe ben presto sgretolato sotto l’incalzare delle forze conservatrici, in particolare della DC, ormai certe di aver impresso un indirizzo moderato allo scenario politico uscito dalla Liberazione. La permanenza del PCI al governo, ormai precaria, ricevette il colpo di grazia a causa dell’intervento del governo degli Stati Uniti. Il 12 marzo 1947 il presidente Truman pronunciò davanti al Congresso il discorso che era destinato a diventare noto come “la dottrina Truman” con il quale annunciava che era ”impegno degli Stati Uniti sostenere quei popoli liberi che intendono resistere a tentativi di sovversione interna da parte di minoranze armate e a pressioni esterne“. Il 1° maggio il generale Marshall, che aveva assunto la guida del Dipartimento di Stato statunitense, inviò un messaggio all’ambasciatore a Roma nel quale, entrando nel merito della permanenza del PCI al governo, chiedeva “quali passi il governo americano potesse effettuare per rafforzare le forze democratiche e filoamericane tenendo presente l’importanza dell’Italia per la politica americana nel Mediterraneo”.
La risposta dell’ambasciatore Dunn fu estremamente chiara e suonava come segue: “la concessione di aiuti all’Italia era subordinata a che gli italiani mettessero ordine in casa propria”. L’esclusione dei comunisti dai governi dei paesi occidentali era la moneta di scambio dei finanziamenti americani per la ricostruzione economica. E così prima i comunisti belgi e poi quelli francesi furono estromessi dal governo. Il 31 maggio 1947, De Gasperi annunciò la nascita di un monocolore democristiano mettendo alla porta il PCI e il PSI, concludendo la fase dei governi di unità nazionale.

Per comprendere la Resistenza è indispensabile collocarla nelle condizioni storiche che la fecero sorgere, è indispensabile partire dal fascismo, da come è nato e si è sviluppato, come ha potuto vincere nel nostro paese ma anche come per un ventennio, nella clandestinità e nella repressione più dura, un numero limitato di militanti, particolarmente i comunisti, ma anche i socialisti e gli anarchici, tennero viva e alimentarono la lotta e dopo l’8 settembre 1943 salirono in montagna costituendo le prime formazioni partigiane contro i fascisti repubblichini e i nazisti.
Vari sono stati i tentativi in quegli anni, e tuttora presenti, di deformare e falsificare la Resistenza o di darne una lettura del tutto diversa rispetto al suo vero significato. Tra le forme di falsificazione storica vi è quella dell’omissione. Coloro che parlano o scrivono della guerra di Liberazione nazionale tacendo delle innumerevoli azioni di massa, degli scioperi e delle manifestazioni condotte da operai, contadini e lavoratori falsificano la storia della Resistenza, ne danno un’immagine limitata, deformata. La grande borghesia reazionaria, gli esponenti politici del vecchio MSI-DN riciclatosi in AN, sdoganati – ma sempre fascisti - da Berlusconi e ora nel PdL, i gruppi apertamente fascisti ed eversivi, i partiti di centrodestra, intellettuali di destra come Pansa e altri non hanno alcun interesse a far conoscere la vera storia della Resistenza perché suona condanna per loro e per le classi dominanti che in tutti questi anni hanno permesso che i fascisti, nonostante il divieto della Costituzione, si ricostituissero in partito, prima clandestinamente, assumendo il nome di PFD (Partito fascista democratico) e poi, negli anni '50, di MSI, successivamente di MSI-DN e infine, dopo lo sdoganamento, di AN. Un partito, il MSI-DN, al quale la DC non ha esitato in varie occasioni - pensiamo al governo Tambroni - a chiedere voti e alleanze per formare i governi assicurando, come corrispettivo, legittimazione e coperture politiche. Un partito implicato nell’eccidio di Portella della Ginestra, che è stato al centro, da sempre, di trame torbide con i servizi segreti italiani e statunitensi, artefice con Junio Valerio Borghese di un tentato colpo di Stato e poi della strategia della tensione portata avanti per più di un decennio mediante attentati e stragi da Piazza Fontana all‘Italicus, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Stragi rimaste quasi tutte impunite, di cui non si conoscono giudiziariamente i mandanti, ma stragi di Stato nella coscienza dei lavoratori perché commesse dai fascisti ma in combutta con apparati dello Stato italiano e con i servizi segreti statunitensi.
Altra deformazione della storia della Resistenza è quella in base alla quale si vorrebbe fare credere che la Resistenza fu un grande movimento spontaneo che non appartiene ad alcun partito, tutti gli italiani furono per la Resistenza. Si tratta di una teoria di comodo. La Resistenza non appartiene ad alcun partito ma è vero che non tutti i partiti vi contribuirono in uguale misura. Ben altro è stato l’apporto che hanno dato i partigiani del PCI, PSI e Partito d’Azione rispetto a quelli della DC, del PLI e del Partito monarchico (questi ultimi presenti in maniera quasi risibile e fautori della teoria: aspettiamo che arrivino le truppe angloamericane a liberarci!"). La guerra partigiana ha avuto in Italia un carattere diverso che in altri paesi d’Europa. Il nostro era non soltanto un Paese invaso dallo straniero, ma un Paese oppresso da più di venti anni di dittatura fascista. Più che altrove la guerra partigiana è stata in Italia lotta militare per l’indipendenza nazionale e la libertà contro fascisti e nazisti, ha avuto le caratteristiche della guerra civile combattuta tra italiani e italiani e, nelle aspirazioni dei partigiani più avanzati, particolarmente di quelli raccolti nelle formazioni Garibaldi, è stata vissuta come lotta sociale, rivoluzionaria per un cambiamento radicale della società italiana. Non a caso protagonisti della Resistenza sono stati la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici, classi e strati sociali all’avanguardia da sempre nella lotta per la rivoluzione e il socialismo.
Con la disgregazione dell’esercito l’8 settembre ’43, si formarono spontaneamente gruppi e bande di soldati e ufficiali la cui preoccupazione principale era quella di non lasciarsi catturare dai tedeschi e di rifugiarsi in montagna. Ma non era ancora la Resistenza. Il movimento dei partigiani e la costituzione di formazioni armate combattenti non sorse spontaneamente, al contrario. All’inizio l’effettiva Resistenza dovette affrontare e superare l’ostacolo dell’attesismo ed occorsero alcuni mesi per organizzare il movimento partigiano vero e proprio e perché iniziasse la lotta armata contro tedeschi e fascisti. Dal 25 luglio all’8 settembre ‘43 ci fu tutto un lavoro di organizzazione e, precedentemente, il fuoco sotto la cenere, la lotta contro la dittatura fascista furono mantenuti vivi lungo tutto il ventennio fascista.
Sembra una cosa banale sostenerlo, ma non si può parlare della Resistenza senza partire dalla lotta contro il fascismo. È vero che per taluni la Resistenza comincia soltanto dal 25 luglio o dall’8 settembre 1943 da quando cioè la monarchia cercò di separare le proprie responsabilità da quelle del fascismo. Per costoro divenne legittimo combattere il fascismo solo nel momento in cui questo, ricostituitosi nella repubblica di Salò, si pose apertamente contro le istituzioni italiane mettendosi al servizio dello straniero. Coloro che ragionano così vedono la Resistenza solo come lotta contro lo straniero e non come lotta contro il fascismo mentre in Italia durante vent’anni vi fu, se pure condotta da piccole minoranze d’avanguardia, particolarmente, ma non solo, dai comunisti, una lotta accanita. In secondo luogo ritenere che la Resistenza comincia solo dal 25 luglio 1943 significherebbe praticamente riconoscere la legittimità del ventennio fascista fino al momento del disastro.
E non possiamo non soffermarci sui rapporti che intercorrono tra la Resistenza ed il Risorgimento italiano, su quella impostazione storica che parla di primo e secondo Risorgimento. La Resistenza non rappresenta la continuità del Risorgimento, ha caratteristiche del tutto diverse. La diversità fondamentale sta nel fatto che la Resistenza ha avuto come forza trainante, come protagonista una nuova classe sociale, una classe rivoluzionaria: la classe operaia diretta dal PCI e dagli altri partiti di sinistra. E con la classe operaia si schierarono altri strati sociali popolari. La Resistenza fu lotta per la libertà e per l’indipendenza nazionale, ma non solo. Fu lotta contro la grande borghesia, contro quella classe reazionaria che nell’immediato primo dopo guerra armò la mano dei fascisti e impose la dittatura. La Resistenza non fu lotta per la rivoluzione proletaria perché nel programma di Togliatti e della direzione del PCI non rientrava in alcun modo la trasformazione della guerra di Liberazione in guerra civile rivoluzionaria, in lotta aperta per il potere politico. Troppo pesante fu considerata allora la presenza nel nostro paese dell’esercito anglo-americano. E la conferma di un atteggiamento di esclusione, non tanto nei militanti e in larghi settori delle masse lavoratrici della lotta aperta per la rivoluzione proletaria si ebbe al momento dell’attentato a Togliatti quando i dirigenti del PCI si prodigarono per bloccare e riportare in un alveo di normalità il tentativo insurrezionale che investì l’intero paese, soprattutto le città del nord. Ma se pure la Resistenza non aveva all’ordine del giorno la rivoluzione socialista, è altrettanto vero che il fine della lotta non era solo la riconquista della libertà e dell’indipendenza nazionale. Era molto di più.

Le aspirazioni dei partigiani, particolarmente di quelli comunisti, erano quelle di  epurare gli apparati dello Stato dai fascisti, di estirpare le radici del fascismo cambiando profondamente la società, di battere i gruppi capitalisti che avevano alimentato il fascismo, di porre al primo posto, in una società più giusta, la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici e non i padroni.
Nel Risorgimento il popolo lottò non per propri obiettivi ma in un contesto condotto dalla borghesia per affermarsi sulla vecchia società feudale. La borghesia italiana non seppe muovere le masse popolari, non seppe alleare a sé i contadini e i lavoratori del nord e del sud, ebbe paura che le masse popolari uscissero dai limiti che aveva fissato. Non vi fu perciò una vera rivoluzione nazionale.
Oggi, lo Stato è in mano ai capitalisti che, appoggiati da un governo reazionario, trasferiscono all’estero la produzione alla ricerca del massimo profitto con sfruttamento e bassi salari, impoverendo il paese che è al massimo della disoccupazione, soprattutto giovanile. Un governo guidato da Berlusconi che non perde occasione per fare discorsi eversivi, un Parlamento composto da nani e ballerine che pensano solo al proprio interesse e che esprimono leggi repressive e razziste.
A pochi giorni dal 25 Aprile un gruppo di parlamentari del Senato del Pdl - il cui primo firmatario è Cristano De Eccher, rampollo di una famiglia nobile di Trento e già responsabile per il Triveneto del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, indagato per la strage di piazza Fontana e arrestato e condannato tra il 1973 e il 1975 per un fallito attentato ad uno studente comunista e per attività eversive - ha presentato un disegno di legge che propone l’abolizione della XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione, quella che vieta “la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito Fascista”. Scilipoti, tra i comprati dal PdL per mantenere la maggioranza, presenta il suo programma copiandolo dal manifesto fascista del 1925. Si moltiplicano in molte città le sedi di gruppi di estrema destra, mascherati da circoli sociali e culturali, ma basati su azioni squadristiche e foraggiati dal ministro Meloni, già dirigente dei giovani fascisti di AN.
Il pericolo di una recrudescenza fascista è sempre presente. Non esistono automatismi, ma non si può escludere una simile evenienza che è collegata ad una molteplicità di fattori (acutezza della crisi del capitalismo, livello di combattività del proletariato). Sappiamo che le radici del fascismo affondano nel capitalismo, si è affermato come il sistema di reazione integrale più conseguente del grande capitale come “la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario”; nei rapporti di produzione, nei profitti e nei privilegi di cui gode la borghesia attraverso lo sfruttamento della classe operaia e dei lavoratori. Profitti e privilegi che la borghesia più reazionaria interessata alla stabilità e all’ordine, a bandire gli scioperi e a comprimere i salari per aumentare i profitti, difende fino all’estremo arrivando, se necessario, ad imporre anche il fascismo quale ultima carta per la sua sopravvivenza.
Perciò il fascismo non è da sottovalutare come nell’immediato primo dopo guerra, quando si affermò - accettato dalla monarchia e dalla Chiesa (Papa Pio XI benedisse Mussolini come l’uomo della provvidenza, quella divina si intende) - travolgendo il regime liberale borghese perché la borghesia, i suoi partiti e l’apparato dello Stato sottovalutarono questo fenomeno eversivo e non lo contrastarono.

L'antifascismo non può essere solo memoria storica, lontana nel tempo o limitato a cerimonie celebrative come ogni 25 Aprile, vuote di qualsiasi contenuto di classe. Ha un senso ed una attualità se viene praticato e cioè se è anche antifascismo militante. E non è la lotta antifascista una battaglia di secondo ordine, di retroguardia come si sente dire talvolta anche perché questa lotta si intreccia con quella a difesa da ogni involuzione reazionaria dello Stato e dei suoi apparati, contro quel processo di fascistizzazione della società limitativo degli spazi di democrazia reale, intriso di razzismo.
Organizzarsi in organismi di massa, negando ai fascisti qualsiasi agibilità politica (e dare concreta attuazione alla norma costituzionale che vieta la ricostituzione del partito fascista) e combattere qualsiasi forma di razzismo, è già una risposta.

 


20 aprile redazione
editoriale

ANCORA UNA GUERRA IMPERIALISTA
Anche nel nord d’Africa la tattica segue gli interessi… petroliferi unendo Onu (organismo dominato dai maggiori paesi imperialisti) e Nato

Negli ultimi mesi inaspettate mobilitazioni popolari partite dalla Tunisia e allargatasi ad Egitto e Libia e in altri paesi hanno sconvolto il nord Africa. Fame, sofferenza, privazioni, sfruttamento e i governi corrotti sono stati i motivi alla base di queste rivolte. In Tunisia hanno portato alla deposizione di Ben Ali, in Egitto di Mubarak. Anche altri paesi – Yemen, Algeria, Barhein, sono segnati da proteste.
In questi paesi le contraddizioni sono esplose con manifestazioni generose di popoli e lavoratori che non ne possono più di essere sottomessi da governi dittatoriali e sottopagati da imprenditori europei (solo in Tunisia ci sono 700 imprese italiane), sono proteste che hanno avuto il pregio di dimostrare la forza delle masse popolari che porranno ai lavoratori dei paesi arabi nuovi orizzonti di lotta per consolidare gli obiettivi raggiunti e poterne raggiungere di ancora più avanzati, altrimenti rischiano di essere riassorbite dai poteri reazionari dei vari paesi, dimostrando la loro debolezza: la mancanza o insufficienza del partito comunista in grado di dirigere le lotte, in grado di porre a questi movimenti l’obiettivo di prendere il potere politico e trasformare in realtà le proprie richieste.
È così anche per le lotte che si sviluppano in Italia dove, proprio per l’assenza di un autentico Partito comunista, restano tali e senza prospettive. Lotte che non trovano certo la sponda nei sindacati consociativi, come dimostra il mini sciopero promosso da Cgil dopo tanto tempo e tante pressioni, invece di un vero sciopero generale nazionale che danneggi effettivamente il capitale.
Gli imperialisti, con a capo gli Usa, sempre pronti ad intervenire per manipolare i processi di cambiamento e trasformarli, ancora una volta, con il saccheggio delle risorse naturali, minerali ed energetiche, come creano i dittatori, li distruggono. Inventano roboanti notizie fasulle e lo stesso linguaggio di grande effetto mediatico: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani, bombe intelligenti (non tanto se colpiscono pure i rivoltosi!) ecc. Come per Saddam Hussein ora è toccato a Gheddafi. Si scaricano i vecchi amici sostituendoli con nuovi complici che continuano a servire i loro interessi. L’Egitto garantisce Israele agli ordini del Pentagono e la Tunisia - in tre mesi, tre governi - è in mano ai militari. Ma alle rivolte del Maghreb la risposta è stata diversa. La decisione di aggredire la Libia - dove il reddito procapite era di 6/7 volte superiore agli altri Paesi e dove lavoravano 2 milioni di stranieri - è dettata solo dagli interessi degli Stati coinvolti e delle multinazionali per il controllo delle sfere d’influenza e delle materie prime: petrolio di ottima qualità a basso prezzo e gas naturale.
La Francia ha fatto da apripista in un conflitto nato da proteste, ma sul quale si è innestata la spaccatura interna al governo. Ancora prima di bombardare, dietro risoluzione dell’Onu che nessuno rispetta nei confronti dei palestinesi (che continuano ad essere massacrati), “consulenti” militari statunitensi, inglesi e francesi, agenti dei servizi segreti erano presenti in Cirenaica in “aiuto” ai rivoltosi (avvocati, giuristi, ex governanti, ex ministri oggi nel governo provvisorio) - che sventolano la bandiera della monarchia Idriss e quella francese - per organizzarli in unità paramilitari, mentre flotte navali da guerra si avvicinavano alle coste.
Un’invasione di tipo colonialista cui il servile e guerrafondaio governo italiano, che spende 25 miliardi di euro l’anno in spese militari, non poteva che accodarsi. E non solo per mire colonialiste che 60 anni fa, con Mussolini, sono costate 100mila morti, ma per gli accordi di affari, interessi (Eni, Fiat, Finmeccanica, Unicredit, Juventus) e connivenze iniziati nel 2004 da Berlusconi, proseguiti nel 2006 da Prodi, ed aggravati nel 2010 ancora dal governo Berlusconi. Appoggiando, riverendo Gheddafi e vendendogli le armi, il governo ha anche ottenuto la cooperazione poliziesca e militare che impediva il flusso migratorio dai suoi porti. Giovani in cerca di lavoro che il capitale sa bene come utilizzare: o li spreme in lavori supersfruttati e sottopagati, o li rimanda indietro, o li priva della libertà rinchiudendoli in lager chiamati CIE.
L’Italia è, come per tutte le altre guerre, la portaerei del Mediterraneo. Dalle basi Usa e Nato seminate ovunque partono i bombardieri e la fornitura dell’apparato di guerra, ed è a Napoli il comando delle forze navali Usa, nonché quartier generale delle forze del comando Africa. Oltre ai costi della guerra che si riverseranno sulla popolazione con nuovi sacrifici la pericolosità aumenta con la militarizzazione del territorio. Se non bastassero le basi straniere, in continuo incremento come a Vicenza, prende corpo il progetto dell’Hub militare che coinvolge una vasta area di Pisa e Livorno dove è già presente Camp Darby, per ottimizzare al massimo le “proiezioni di forza” degli eserciti della Nato. L’Italia è implicata anche con l’utilizzo degli aeroporti civili, in particolare quelli del sud. Una condizione che si ripercuote sul turismo con conseguenze occupazionali. Ragioni in più per ribellarsi a questa guerra.
Abbiamo già visto cosa ha prodotto l’intervento “umanitario” in Yugoslavia; in Iraq e in Afghanistan. E ancora prima, dalla metà del secolo XX con la nascita dei Paesi non Allineati - che si caratterizzavano per i processi di indipendenza e politiche di carattere progressista. Un processo di liberazione nazionale iniziato con una forte opposizione all’imperialismo che intervenne perseguitando e uccidendo come in Congo (Lumumba), in Burkina Faso (Sankara), in Guinea Bissau (Cabral); finanziando e mantenendo per anni la guerriglia dell’Unita in Angola; consegnando il Sahara alla monarchia del Marocco; facendo diventare Israele la punta di diamante dell’imperialismo in Medio Oriente, e che si è nel tempo trasformato in riconciliazione e retorica dietro i quali si nascondevano accordi economici e politici di carattere strategico per l’imperialismo, di sfruttamento dei lavoratori e saccheggio delle risorse.
Per giustificare questa guerra il centrosinistra e molti cattolici, si sono messi l’elmetto in testa e il Presidente della Repubblica è riuscito persino a legare la necessità dell’intervento con il clima nazionalista alimentato in occasione del 150°anniversario dell’unità d’Italia.
Si trova in buona compagnia Marco Ferrando, segretario del PCL. Con la sua posizione e la sua polemica astratta contro gli stalinisti che accusa di difendere Gheddafi non contribuisce certo a fare chiarezza, e a rafforzare il fronte di lotta necessario contro la guerra.
Gheddafi non è difendibile, è un dittatore e si conosce bene la sua storia, ma si tratta di rifiutare una guerra che rappresenta la tipica guerra imperialista. E considerare le conseguenze che si scaricano sulla popolazione: distruzione, mancanza di approvvigionamento alimentare e sanitario, morti e feriti civili.
Una situazione che non è certo favorevole allo sviluppo di una rivoluzione come non lo è stato per l’Iraq, dove l’illusione del Partito comunista iracheno di liberarsi da Saddan Hussein appoggiandosi ai “liberatori” USA ha favorito i piani dell’imperialismo e non ha certamente fatto fare passi avanti alla lotta di liberazione del popolo iracheno dall’oppressione e dallo sfruttamento.
Certamente non è appoggiandosi ad un imperialismo per combatterne un altro che si può sviluppare la lotta per la rivoluzione.
Ferrando sostiene che agli stalinisti manca il programma rivoluzionario, perché non riconoscono i processi rivoluzionari ovunque si manifestano e non assumono la dinamica della lotta di classe.
Proprio perché comunisti, utilizziamo il metodo scientifico del materialismo dialettico, riconosciamo i processi rivoluzionari - e sappiamo distinguere tra rivolte, guerre civili e rivoluzioni e quindi riconoscere chi sviluppa la lotta di classe nel processo di liberazione della classe operaia su scala mondiale.
Perché da marxisti e leninisti ci battiamo per l’autodeterminazione dei popoli e portiamo avanti un coerente internazionalismo proletario. Siamo in prima fila nella lotta contro l’imperialismo di casa nostra che vuole sostenere l’interventismo guerrafondaio delle potenze reazionarie, pronti a fornire i ribelli di armi e inviare truppe di terra solo perché interessate a spartirsi il bottino o a sperimentare nuovi e pericolosi aerei come i Global Hawk.
Perché allora non chiedere l’intervento contro il Barhein? Anche qui si stanno sviluppando importanti lotte e la popolazione vive sotto un’occupazione militare che impone rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro degli oppositori.


20 marzo 2011 redazione
antimperialismo

NO ALLA GUERRA DEL PETROLIO

Contro l’aggressione imperialista

Deboli con i forti e forti con i deboli. È questa la politica del Governo italiano pronto a baciare le mani e non solo a Gheddafi, e poi a mettersi al servizio dei potenti per andare a fargli la guerra. Infatti è pienamente coinvolto nell’aggressione contro la Libia. Nel tentativo di salvare il salvabile del proprio interesse imperialista il governo, dopo avere fatto affari con gas e petrolio e per conto degli industriali nostrani con lucrosi investimenti, utilizzato i capitali libici nelle banche come Unicredit, nelle imprese come Fiat, Fincantieri, Juventus… e utilizzato la Libia come immenso centro di detenzione, repressione e contenimento dell’emigrazione africana e non solo, eccolo accodarsi alle spinte guerrafondaie di Francia, Inghilterra e Stati Uniti.
Sotto la copertura Onu e Ue sono in molti che vogliono andare a conquistare e garantirsi il “posto al sole”, naturalmente sotto la solita ipocrita motivazione degli aiuti umanitari e appoggio al cosiddetto processo di “democratizzazione” del cosiddetto “consiglio provvisorio della Libia” come un branco di lupi pronti a buttarsi sulla preda per sbranarla e accaparrarsi ognuno il proprio pezzo di carne.
Usa, NATO, i paesi dell’Ue, Israele, i paesi reazionari del nord Africa e dell’Arabia, complici dello sfruttamento dei popoli nell’area pur con diverse sfumature (questioni di politica interna: per la Francia Sarkozy in discesa, per la Germania elezioni in vari laender), sono uniti nell’aggressione per spartirsi il bottino, sulle spalle dei paesi aggrediti.
Non facciamoci ingannare da come gli imperialisti e i loro servi intendono portare la “democrazia” uccidendo civili. Appoggiati da faziosi mass-media che – dopo le roboanti notizie fasulle - adottano lo stesso schema più volte visto: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani. Già visto in Jugoslavia con il governo D’Alema, in Somalia, Iraq ed in Afghanistan. Sono le stesse forze imperialiste che appoggiano Israele nella sua aggressione continua contro la Palestina e nascondono la repressione di Yemen e Bahrein (dov’è in atto un’occupazione militare, rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro di oppositori).

L’apertura di un terzo fronte di guerra contro la Libia non è per i diritti del popolo quanto per i giacimenti di petrolio e gas, strategici di fronte all’acutizzarsi della crisi economica internazionale.

Non si opera per la pace chiedendo lo scudo della Nato per la difesa del nostro paese come ha fatto D’Alema né schierandosi come il Pd (che continua, dopo il patriottismo del 17 marzo, il sorpasso a destra con la chiara posizione proNato), Vendola ecc. – e lo stesso Presidente della Repubblica - con le forze di destra sostenendo la guerra in nome della “giustizia”.

N
é votando a favore della mozione presentata al Parlamento Europeo che legittima l’intervento imperialista, come ha fatto il Partito della sinistra europea cui fanno riferimento lo stesso Prc e la Federazione della sinistra, ma lottando per affermare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, della neutralità e della lotta contro le politiche imperialiste in primo luogo quelle del nostro paese.
Non è offrendo il nostro territorio come base logistica delle aggressioni, attraverso le basi Usa e Nato sparse in tutto il nostro paese, ma uscendo dal Patto Atlantico e chiudendo tutte le basi Usa che occupano il nostro paese.
Noi comunisti chiamiamo alla lotta contro l’imperialismo perché il nostro paese rispetti l’art. 11 della stessa Costituzione borghese e si impedisca che diventi un bersaglio.

Chiamiamo alla lotta per battere il governo Berlusconi, governo dei servi dell’imperialismo, di avventurieri, fascisti, mafiosi e faccendieri, di scandali e ruberie. Che, forte con i deboli, taglia su scuola, servizi sociali, pensioni, ma, debole con i forti, aumenta le spese militari con l’acquisto di nuove armi e il mantenimento delle truppe all’estero.

Chiamiamo alla lotta per rompere il muro del consociativismo (significativa è la posizione di alcuni sindacalisti Cgil), il balletto che continua tra maggioranza e opposizione. Il proletariato e le masse popolari non giudichino le forze politiche in base al nome o a come si definiscono, ma in base alle posizioni che assumono rispetto alla classe borghese e capitalista, da come rispondono agli interessi dei monopoli interni e internazionali e rispetto alle potenze imperialiste nel loro complesso.

Gli aiuti contro la Libia non sono umanitari, impediamo la partecipazione dell’Italia e l’uso delle Basi Usa e Nato

Fuori le basi Usa–Nato dall’Italia. Fuori l’Italia dalla Nato

No alla nuova guerra imperialista per il petrolio in Libia

Sosteniamo i movimenti e i popoli in lotta per consentire la crescita delle forze rivoluzionarie nella costruzione nei loro paesi di società democratiche e socialiste affinché questi popoli siano liberi dal controllo e dall’ingerenza delle potenze imperialiste e possano decidere liberamente del proprio destino

 


13 febbraio 2011 redazione
editoriale

Guardare oltre lo sciopero dei metalmeccanici

Il rischio reale è che la partecipazione sia utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si battono per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati 

Per avere una visione della realtà più chiara ed il più possibile rispondente al vero, è necessario non farsi ingannare dalle apparenze anche se questo comporta andare contro il comune sentire di gran parte dei compagni e dei lavoratori. Ed è appunto sulla differenza tra l’apparenza e la realtà che è necessario confrontarsi per ridurre l’impatto dell’inevitabile disillusione, derivante non tanto da eventuali sconfitte quanto dall’incomprensione dei ruoli delle forze in campo e della natura dello scontro.
La Fiom ha un sex-appeal particolare, solo così si spiega che compagni assolutamente in grado di fare analisi corrette della situazione politica e sindacale, quando si parla di questa organizzazione, smettano di utilizzare la ragione per avventurarsi nei meandri della fantapolitica sentimentale. Ci dispiace riportarli tra di noi ma la Fiom è un sindacato di categoria concertativo, lo è nella stessa maniera in cui lo sono tutti gli altri sindacati di categoria della CGIL. Come loro anche la Fiom firma pessimi accordi e, come loro, si ripara dietro ad una situazione sfavorevole che, peraltro, ha contribuito a far degenerare, per giustificare le sue firme.
Per chi l’avesse scordato anche la Fiom, anziché difendere le pensioni pubbliche, promuove e propaganda, in joint venture con Federmeccanica, Fim, Uilm i fondi pensione di categoria. Per chi l’avesse scordato anche la Fiom ha sottoscritto, subito dopo gli accordi del luglio 1993 sul contenimento del costo del lavoro, un altro accordo che prevede una forte discriminazione nelle RSU per i sindacati non firmatari di contratti nazionali, giungendo addirittura ad inserire una clausola mafiosa per garantirsi insieme con Fim e Uilm un terzo dei rappresentanti, indipendentemente dal voto dei lavoratori.
Quando la Fiom indice, come ha fatto il 28 gennaio, uno sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori lancia una parola d’ordine mistificatoria non solo perché i