15 maggio 2020 redazione
editoriale nu. 3

CAPITALISMO INFETTO
Tutto andrà bene solo se la classe operaia e le masse popolari riescono a unirsi su posizioni di classe e se si organizzano contro le politiche imposte dalla borghesia e dai suoi governi
Covid 19 ha messo in ginocchio il sistema sanitario (nonostante il numero limitato dei contagi in rapporto alla popolazione) con tutte le debolezze delle decantate sanità di "eccellenza" (Lombardia in primis) e le gravissime mancanze create da una gestione politica di tagli su letti e personale, di chiusura e depotenziamento degli ospedali
 sempre più simili a reparti di una fabbrica, anziché sulla qualità dei servizi (nonostante i ticket), ma anche di ruberie, corruzioni e sperperi di partiti e amministratori. E, soprattutto, la linea nazionale - nonostante la regionalizzazione del settore - di abbandonare il pubblico, già trasformato in azienda che crea profitto, per avantaggiare il privato, il "volontariato" che fa capo ad associazioni e fondazioni e le assicurazioni.

Da decenni manca l'investimento nella ricerca sulla prevenzione delle malattie infettive, perché gli investimenti nella sanità pubblica e nella prevenzione non fanno business, anzi sono controproducenti e la scienza è al servizio del capitalismo e subordinata al profitto. Come lo sono le case farmaceutiche che oggi investono per un vaccino più conveniente di una cura terapeutica.
Il contagio è stato devastante: mancanza di letti di terapia intensiva, di strumenti di protezione per i lavoratori, di attrezzature per i colpiti, di sanificazione, il limitato uso dei tamponi - che
dovrebbero essere fatti a tappeto mentre la media nazionale è di 88 su centomila (evidentemente è più economico imporre sacrifici e isolamento a tutti) -, una situazione, gestita malissimo che ha costretto gli ospedali a sospendere interventi chirurgici, cure oncologiche e interruzioni di gravidanza e messo il personale sanitario in condizioni di lavoro disumano e pericoloso.
Chiusi musei, cinema, negozi, bar ecc. costretto la popolazione agli arresti domiciliari (tutti a casa... per chi ce l'ha), alla privazione dei rapporti sociali e obbligata a lunghe file ai supermercati (dopo i primi assalti). Provvedimenti mai presi precedentemente - ad esempio, nel 2003 per la Sars sempre coronavirus e ugualmente mortale - che non hanno impedito la diffusione del contagio in particolare nelle RSA - dove mancano geriatri, medici generali, infermieri - e dove si è registrata la maggioranza dei morti. Ora molte sono sotto inchiesta, ma come sempre si chiudono le stalle quando i buoi sono scappati.
In questo contesto i presidenti di regione - compresi quelli che vogliono l'autonomia (in particolare targati Lega), salvo invocare l'intervento dello Stato nei momenti di necessità - si sono resi conto delle carenze? Chi ha preso le decisioni? Chi ha nominato quei manager e quei dirigenti che negli ultimi anni hanno operato materialmente i tagli alla sanità pubblica? In Toscana, ad esempio, lo stesso Rossi si era vantato di aver ridotto il personale sanitario con l’obiettivo di risparmiare 100 milioni di euro, che sono andati a finanziare il bonus degli 80 euro di Renzi. A Firenze l'annunciato screening dei tamponi orofaringei si è arenato per la mancanza di reagenti e si ricorre ai laboratori privati, invece di confiscarli, stabilendo una convenzione per non superare il tetto di 25 euro a tampone. Come dire: chi ha i soldi se lo paghi.
Gli operatori sanitari sottovalutati e indifesi anche
quando gli utenti scaricano le colpe dei disservizi non certo imputabili a loro, anziché sulle direzioni. Infermieri lasciati senza contratto per 10 anni - l'ultimo firmato lo scorso anno copriva il triennio 2016-2018, quindi è già scaduto -, con carichi di lavoro insopportabili, con salari sempre più bassi, costretti a orari e turni devastanti già in condizioni pre Covid 19 e sottoposti alla famigerata legge Brunetta del taglio sulla busta paga nei primi dieci giorni di assenza, "assunti" con partita IVA, sono diventati eroi e... sono morti.
Non sono incidenti di percorso, ci sono precise cause che vanno addebitate alle scelte che hanno
mercificato e smantellato la sanità e che vanno ad alimentare il già pesante numero dei morti di e da lavoro, sempre per mancanza di sicurezza. I pochi lavoratori che coraggiosamente hanno denunciato la mancanza di DPI - all'ArcelorMittal, a Malpensa, a Scarperia, a Livorno, in una Rsa di Milano - alla Coop. Ampast che lavorano all’Istituto Palazzolo della Fondazione don Gnocchi (forse reintegrati) sono stati licenziati perché, come si sa, non è permesso che venga meno il rapporto di fiducia tra azienda e lavoratore neppure quando è a rischio la salute!
Le aziende agricole lamentano le perdite perché non possono avvalersi dei braccianti provenienti dall'estero, immigrati disprezzati e sottopagati, ma braccia utili che servono al padrone. Si potrebbero impiegare gli immigrati presenti in Italia se venissero regolarizzati, assunti con contratto, eliminando il caporalato, ma sono troppe le pressioni della destra, meglio lasciarli in sovraffollamento negli inumani centri in attesa di documenti che non arrivano mai o in vergognosi accampamenti. 
La chiusura delle scuole con lezioni on line ha obbligato le famiglie ad aumentare i costi telefonici per la connessione e ha tagliato fuori dalle attività educative quasi 2 milioni di alunni e studenti privi di strumenti tecnologici.

Ancora una volta l'incapacità di affrontare un problema serio è stata scaricata sui cittadini, prestando il fianco alle imprese che già avevano deciso la riduzione del personale con la restaurazione del famigerato lavoro a domicilio degli anni '70 nella versione moderna smart working. Secondo le statistiche lavorare a casa piace al 56% degli interessati, ma si accorgeranno presto dei suoi limiti.
Il Governo, avvezzo ai compromessi, ha dovuto mediare tra il terrorismo creato con l'adozione di misure repressive e le pressioni di istituzioni, imprenditori del Nord, Confindustria ecc. per la riapertura delle attività produttive e commerciali.
Dopo aver impedito di celebrare l'8 Marzo e il 25 Aprile in pochi giorni ha deciso la Fase 2 con partenza 4 maggio, sacrificando pure il 1° Maggio. Immediatamente sono calati i ricoveri (inutili gli ospedali da campo e quello da 21 milioni montato alla Fiera di Milano...), diminuiti i contagiati, aumentati i guariti. Si può uscire ma con la mascherina, che si deve pagare perché anche queste fanno business (e anche molti rifiuti!).
Per liberalizzare il commercio e l'industria che, comunque, è andata avanti in particolare in Lombardia e nelle zone di maggiore contagio per il 73%, si è dato via libera alla produzione mettendo in serio pericolo gli operai in fabbrica. Ritorno al lavoro 7 giorni su 7 per 4,4 milioni di lavoratori (2,7 milioni rimangono a casa) soprattutto over 50 rispetto ai giovani, cioè i più vulnerabili mentre le donne sono le più penalizzate perché devono rimanere a casa con i bambini che non vanno a scuola, aspettando il bonus baby sitter. Ridicola proposta quando nel paese sono i nonni a coprire questo ruolo e gli viene vietato come se le baby sitter (si trovano on line e tramite cooperative) fossero esenti dal rischio contagio.
Per la borghesia - che storicamente ha sempre utilizzato le epidemie a proprio vantaggio - anche Covid 19 sarà molto utile per mascherare la vera natura della crisi e accelerare il processo in corso da tempo di ritrutturazione della produzione e di limitazione dei diritti sociali in caso di ribellioni: da quello dello sciopero, di organizzazione, di riunione e di manifestazione - a vantaggio dell'economia e della politica.
Non siamo tutti nella stessa barca, non siamo in guerra - la guerra comporta un nemico armato –, con la metafora bellica il potere vuole giustificare le misure di segregazione e isolamento, assuefare ad una eventuale guerra batteriologica e legittimare derive autoritarie.  
Non dobbiamo essere uniti come ci stanno martellando con melensi spot pubblicitari e messaggi governativi, con i discorsi di Mattarella che si affida al "senso di responsabilità dei nostri concittadini", esalta il valore del lavoro ma accetta che la pandemia metta a rischio milioni di posti. Con i miserevoli interventi dei sindacati confederali, dei dirigenti dei partiti.
E non dobbiamo neppure essere disciplinati e responsabili in nome dell'unità nazionale e del patto sociale "per ripensare il lavoro", invocato dai vertici di Cgil-Cisl-Uil perché il paese riparta, che non si muovono neppure sui ritardi della Cig. Per "riprogettare" l'Italia magari rendendo permanenti le limitazioni liberticide aggravate dall'impiego delle forze di polizia, dall'uso di droni e dal controllo sociale con nuove tecnologie (peraltro provenienti da Israele) con tutto quello che ne consegue. Tutti richiami orientati a gestire meglio i "sudditi" e il governo Conte ha già dato dimostrazione di concentrazione del potere con l'uso indiscriminato dei DPCM scavalcando il parlamento (per quel che conta...) motivo che ha sollevato la reazione della destra che, attraverso la demagogia e il populismo (l’unica cui è permesso scendere in piazza), prepara un futuro ancora più reazionario. 

È davvero incredibile come l'epidemia e due mesi di segregazione siano bastati per fare emergere teorie - scontate per chi lotta contro il sistema capitalista - sulla devastazione dell'ambiente, sulla carenza dei servizi pubblici, sulla necessità di cambiare gli stili di vita, apprezzare la natura, vivere in tranquillità e lentezza... Ben vengano purché non si tratti di temporanee filosofie basate sull'individualismo e pertanto destinate a crollare.
Sicuramente la situazione generale, economica e sociale post emergenza, non ci porterà alla tanto decantata "normalità". Sarà diversa dalla precedente e non si può affrontare con soluzioni individualiste. Rincari dei servizi e dei trasporti, dei generi alimentari (già in atto in molti prodotti) per fare recuperare le perdite degli agricoltori, l'aumento della disoccupazione, in particolare nel settore turismo-ristorazione (riemergeranno i navigator?) e dei ritmi di lavoro per salvaguardare i profitti degli industriali (già ampiamente sostenuti dallo Stato), aumento di tasse per il recupero del debito pubblico, peggioreranno le condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari ed evidenzieranno ulteriormente la contraddizione insanabile tra l'esigenza della classe lavoratrice e del proletariato e l'esigenza della borghesia e della sua continua ricerca del massimo profitto. Covid 19 non ci porta al
capolinea del seppure fallimentare capitalismo, siamo ad una nuova fase di dominio del capitalismo monopolista e finanziario, di spartizione delle sfere d'influenza che preparano le condizioni anche per scontri maggiori e cruenti come la guerra. Non è un caso che tutti gli Stati aumentino le spese per il riarmo e il sostegno della Nato.
Questo periodo ha dimostrato la fragilità del capitalismo e il fatto che i lavoratori, a partire dalla sanità, sono indispensabili per questo è il momento per far valere la propria forza contrattuale e non farsi condizionare dai grilli parlanti.
Ci sono segnali di ribellione che vanno colti come alla Piaggio di Pontedera, alla Scai finance di Torino dove i lavoratori hanno reagito e scioperato contro la discriminazione per estendere a tutti 160 la Cig richiesta solo per 24 di loro. O alla Fruttital di Peschiera dove gli operai hanno lavorato e si sono ammalati prima della Fase 2 e ora, di fronte all'annuncio della chiusura, 66 interinali hanno risposto con un'assemblea (repressa dalla polizia) davanti ai cancelli e hanno occupato la fabbrica.
Non devono rimanere gli unici esempi. La classe lavoratrice non può cogestire i costi della crisi e può giocare un ruolo fondamentale. Tutto andrà bene solo se la classe operaia e le masse popolari riusciranno a unirsi su posizioni di classe per ottenere assunzioni e aumenti salariali, per abolire il precariato (che non dà neppure diritto alla Cig), respingere nuove forme di sfruttamento, e per salvaguardare la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro. E se si organizza contro le politiche imposte dalla borghesia e dai suoi governi che la sostengono e dallo Stato, identificando e riconoscendo i veri e comuni nemici di classe respingendo la risposta alla crisi del capitalismo e imponendo, invece, i propri bisogni e le proprie necessità.

 

 


27 aprile 2020 redazione
1° MAGGIO

VIVA IL PRIMO MAGGIO ROSSO!
Non c’è niente di più anacronistico che scrivere del Primo Maggio in questi tempi di coronavirus: tanto il primo celebra quanto il secondo incenerisce quel che resta di libertà, socialità e vivere collettivo. I tempi cupi non possono non riportare alla memoria le vecchie edizioni della Festa dei Lavoratori, quelle di gioventù, quando questa scadenza si presentava come una giornata di lotta e si andava, da militanti, a gonfiare di numero e di contraddizioni i cortei sindacali, destinati purtroppo a finire, con gli anni, a Piazza San Giovanni per il “tradizionale” concertone.
Ma prima di riempire queste righe di nostalgie fuori luogo è bene riprendere la storia del Primo Maggio, che è legata a quella per le otto ore di lavoro iniziata nei paesi industrialmente più progrediti alla fine del penultimo decennio de XIX secolo: “Sarà organizzata una grande manifestazione internazionale a data fissa, per modo che, in tutti i paesi e in tutte le città contemporaneamente, in uno stesso giorno prestabilito, i lavoratori pongano ai poteri pubblici la condizione di ridurre legalmente a otto ore la giornata di lavoro” . Così deliberò a Parigi nel 1889 il Congresso di fondazione della Seconda Internazionale. La pratica poi fece il resto, interpretando e integrando la deliberazione stessa e sviluppandone il contenuto, dalla protesta per le otto ore a quella di più ampie rivendicazioni economiche e sociali.
Il Primo Maggio dunque è una scadenza con un significato altamente simbolico dal punto di vista rivoluzionario e di classe e per molti anni ha dato luogo, in tutti i paesi, a violente repressioni poliziesche che tuttora perdurano laddove questa data viene organizzata nel suo significato più autentico. Ma, si sa, dove non arriva il bastone, arriva la politica di svuotamento progressivo del significato rivoluzionario originale, attraverso il riconoscimento, tacito od esplicito, e la normalizzazione da parte non solo dei governi borghesi (una festa civile), ma soprattutto da parte dei sindacati confederali e partiti di sinistra. Uno svuotamento, che è progredito a tappe il cui traguardo era, volta per volta, lo smantellamento della condizione di classe, della sua coscienza e centralità, per arrivare al concertone di Piazza San Giovanni. La storia della lotta di classe non può non coincidere con la storia del Primo Maggio.
A cosa dobbiamo l’indifferenza, la perdita di centralità e di protagonismo della classe operaia? Premettiamo che si tratta di una fase e non di un destino irreversibile.  Altrove (in Francia, America Latina, India ecc.) i lavoratori ne sono esenti. Al di là dell’attacco profondo portato dalla borghesia, scelte ed errori politici hanno svuotato lo spazio politico di classe.
Le lotte dei lavoratori (Biennio rosso, Resistenza, Autunno caldo) sono avvenute sotto l’insegna del marxismo e del comunismo ed erano concepite dai lavoratori stessi (o da molti di loro) come preparatorie all’abbattimento del sistema capitalista per costruire un nuovo modo di produrre e organizzare la società, il socialismo, appunto. Negli anni '60 e '70 (ma anche dopo) il marxismo è stato un punto di riferimento intellettuale fortissimo che ha influenzato anche molti piccolo borghesi. Anche chi era ostile al marxismo, o puntava a superarlo e rimpiazzarlo, si presentava, allora, attraverso idee socialisteggianti o usava un gergo ripreso dal marxismo e dal leninismo. Questo fenomeno è stato particolarmente evidente col proliferare delle teorie “postmarxiste”.
Intellettuali e artisti, “soggettività” di vario tipo, con una coscienza molto superficiale, che si facevano passare per comunisti o anticapitalisti, sono diventati, nel giro di pochi anni, qualunquisti o, peggio ancora, fedeli seguaci di qualche fede religiosa.
Il discredito, poi, in cui il socialismo è parzialmente caduto in alcune regioni del mondo dopo la caduta del muro di Berlino (1989-1991) è servito da trampolino di lancio per l’offensiva dell’armamentario ideologico borghese. Tante idee sbagliate sono penetrate nel campo della classe operaia, disorientandola. Ma c’è di più. La crisi ha esaurito i margini economici per politiche riformiste socialdemocratiche e questo è chiaramente visibile nelle liste elettorali, nelle quali la stessa parola sinistra è ormai quasi scomparsa.
Tutte queste macerie ideologiche pesano e non poco, soprattutto per chi fa di tutto per scrollarsele di dosso. Il principale argomento e il più devastante contro il marxismo riguarda la pretesa della scomparsa delle classi sociali, cioè che la classe operaia non esiste più. Questo mito del tramonto della classe operaia ha portato all’interclassismo e al populismo. Pregiudizi anticomunisti ritornano, diventano luoghi comuni e le stupidaggini dilagano.
L’invito quindi è riprendere i contenuti di lotta del Primo Maggio e farne un’autentica giornata di lotta dei lavoratori che metta al centro della giornata l'attacco sempre più virulento contro la condizione della classe lavoratrice, a partire dalla limitazione del diritto di sciopero.
Sempre che l’emergenza coronavirus finisca e ce lo lascino fare.


8 aprile 2020 redazione
25 APRILE

IL 25 APRILE HA IL COLORE ROSSO DEI COMUNISTI
Al momento di scrivere, non sappiamo a che livello sarà arrivato, il 25 Aprile, per il 75° anniversario della Liberazione, lo “stato d'emergenza” decretato per il coronavirus. I segnali non sono rassicuranti. Sul fronte sanitario: la crisi ha costretto molti a riconoscere e sussurrare sottovoce – non certo a correggere – gli effetti di anni e anni di tagli alla sanità pubblica e di foraggiamento di quella privata, presentata quale “ottimizzazione” delle risorse di fronte agli “sprechi del settore pubblico”. Sul fronte economico, mentre il padronato si è opposto a ogni misura che intacchi i profitti, come se il virus si arrestasse di fronte ai cancelli delle officine, la caduta industriale è accompagnata da un'accentuazione della disoccupazione, mascherata da “misura necessaria” contro un'epidemia che ci è stata raccontata in ogni maniera possibile, meno che scientifica. Nessuna certezza che il virus non sia uscito da qualche laboratorio militare (ad esempio, quelli della Nato in Georgia o nel Baltico?) e che la sua diffusione non sia stata del tutto accidentale, quantomeno nelle dimensioni.
Ma è soprattutto sul fronte delle contraddizioni di classe, che il virus ha trovato il proprio coronamento, con uno “stato d'emergenza permanente”, che la borghesia agogna da sempre di innalzare a “condizione normale” dello scontro sociale. Mentre si rinnova, ancora una volta, “l'epidemia” di obbligazioni finanziarie che lucrano sulle catastrofi, il virus epidemico tacita le voci sul virus informatico, con cui lo Stato si accinge a “captare” ogni qualsivoglia informazione passi attraverso i nostri apparecchi elettronici. “Prevenire è meglio che curare”: mai slogan è sembrato più appropriato, in tempi di virus; solo che, obiettivo degli apparati repressivi agli ordini della borghesia, è quello di prevenire e reprimere ogni accenno, anche solo verbale, al disagio sociale. Si è assistito a un'autentica prova generale di stato d'emergenza permanente e di controllo militare dell'intero territorio nazionale, con l'imposizione a rimanere in casa e la proibizione di ogni manifestazione pubblica.
Il 25 Aprile potrà rappresentare un banco di prova dell'esperimento poliziesco teso a “pacificare” lo scontro tra le classi.
Il terreno “ideologico” viene preparato da anni. Da decenni si inculca nelle menti una “unità della nazione” estranea a ogni contrasto di classe tra padroni e operai, tra borghesi e proletari, all'insegna di “cittadini”, “consumatori”, “famiglie”, “itagliani”, in cui scompare ogni differenza di classe.

Unione sacra nazionale

L'abbraccio interclassista di fronte al virus sembra essere caduto a proposito, in vista di un 25 Aprile che si vorrebbe “di tutti gli itagliani”, anche dei “ragazzi di Salò”: gli esponenti dei differenti settori della borghesia, travestiti da leghisti o democratici, hanno fatto a gara a invocare “unità della Nazione” e “Governi di salute pubblica”: ovviamente, la buona salute del capitale e l'unità dei profitti contro il lavoro salariato.
Si è rinverdita la predicazione di una unione sacra di quella “Itaglia” da sempre in lotta contro le “ingiustizie” perpetrate a suo danno dalle nazioni più forti e più ricche: il tutto, è stato dato in pasto alle coscienze, in nome del “dovere di unirsi per far fronte al nemico comune, senza distinzioni di ceto”, che si tratti di virus o di elementi “anti-sistema” che minaccino la tranquillità della borghesia di continuare a sfruttare i lavoratori.
L'unità nazionale di fronte al virus è andata a sposarsi con la perenne rievocazione delle “gesta eroiche” di coloro che sul Carso restituirono alla “nazione” le terre irredente, mandando operai e contadini al macello nella guerra imperialista. Da anni si celebrano le “terre itagliane” occupate dai fascisti ai confini orientali e si bestemmia con crescente sfacciataggine istituzionale su “profughi itagliani”, scacciati o infoibati “sol perché itagliani”. Da anni va ampliandosi il coro della parificazione delle “vittime dell'odio”, cadute non si sa bene come e perché, per mano “elementi di destra e di sinistra”, mentre assume aspetti vomitevoli il tentativo di parlare in maniera sempre più aleatoria, quasi mistica, ultraterrena, della guerra di liberazione, come se tutti i 45 milioni di italiani di allora avessero combattuto non si sa contro chi e per cosa... Di contro, le rare volte in cui si parla dei sanguinari “partigiani rossi”, lo si fa in modo da suscitare compassione per i “martiri”, che aspiravano solo al “bene della patria”, caduti per mano dei feroci comunisti, nemici della nazione.
In passato, nella vulgata televisiva, si cercava di ignorare il sacrificio dei militanti clandestini, specialmente comunisti, che, durante il ventennio fascista, rischiando la vita, avevano resistito in Italia per diffondere l'idea della trasformazione sociale e si era invece, da un lato, amplificato il “consenso di massa” al regime fascista e, dall'altro, si era accentuato in maniera quasi esclusiva, il racconto sugli emigrati cattolici e liberali che, dall'estero, tessevano la rete dei contatti con le “democrazie occidentali”, per il futuro ritorno della nazione nel consesso liberale.

Scompaiono i partigiani

Oggi si va ben oltre. Scompare ormai quasi del tutto quel grandioso movimento, non “di popolo”, ma della classe lavoratrice, che sfociò nella lotta armata di decine e decine di migliaia di giovani, operai e contadini, contro l'occupazione nazista e il rinato fascismo repubblichino, mentre assumono forma “angelica” quegli sparuti “oscuri funzionari” i quali, per vent'anni, avevano servito diligentemente il fascismo e poi, all'ultimo, erano diventati “giusti tra le nazioni”, nascondendo gli ebrei perseguitati dalle leggi volute dal nazismo, cui l'Italia fascista si era sì adeguata, ma solo “suo malgrado”, data la bontà innata degli “itagliani”.
Ma il discorso sarebbe molto più esteso e non abbiamo sufficiente spazio, per esprimere il voltastomaco che assale, allorché le più alte istituzioni della “patria”, anche all'ombra di gagliardetti della “X Mas”, tacciono patriotticamente sulle stragi di migliaia, e in qualche caso di decine di migliaia, di abissini, e di libici; sulle fucilazioni in massa e i villaggi dati alle fiamme in quelle “terre riconquistate alla patria” al di là dei confini orientali, mentre evocano il “sacro sangue innocente” di quelle decine di fascisti giustiziati “sol perché itagliani”.
Si dice che ciò avvenga a causa del mito degli “italiani brava gente” che, in giro per il mondo – in Africa, Grecia, Albania, Jugoslavia, Unione Sovietica... - avrebbero fatto solo opere di bene, e anche perché l'Italia “non ha fatto i conti col passato” fascista. In parte è vero: gli stessi anglo-americani salvarono la testa dei criminali Graziani, Roatta, Badoglio, Robotti ecc. Ma tale tesi è vera solo se si dimentica o si tace volutamente la natura del fascismo. Non del solo ventennio mussoliniano, ma del fascismo quale arma cui il capitale è sempre pronto a ricorrere ogni qualvolta non siano più sufficienti i metodi liberali di soggiogamento delle masse lavoratrici. Il capitale tiene sempre pronto il manganello, mentre cerca di far sì che sia sufficiente una ben curata e prolungata campagna “ideologica” affinché lo “stato d'emergenza” permanente sia percepito – e anche invocato – quale provvedimento dovuto e indispensabile, per “il bene di tutti”.

75° della vittoria sul nazismo

Quest'anno, a dispetto dello “stato d'emergenza”, si celebra il 75° anniversario della vittoria sul nazismo e della fine della Seconda guerra mondiale, costati ai popoli del mondo oltre cinquanta milioni di morti, di cui oltre la metà alla popolazione civile dell'Unione Sovietica e ai soldati dell'Esercito Rosso.
Prima dello scoppio della guerra, le “democrazie liberali” avevano cercato in ogni modo di utilizzare il nazismo tedesco per l'obiettivo cui non aveano mai rinunciato sino dal 1917, quello di soffocare il primo Stato socialista al mondo. Scoppiato il conflitto, si erano unite loro malgrado all'URSS nella lotta contro il nazifascismo. Oggi, cercano di appropriarsi di una vittoria cui, sul piano militare, contribuirono in parte secondaria; capovolgono così figure, avvenimenti, date, protagonisti. Già il 27 gennaio se ne è avuta un'anticipazione, con le celebrazioni per il 75° anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell'Esercito Rosso, allorché tra “sviste”, “refusi” e aperti travisamenti, si è fatto di tutto per tacere nome e ruolo dei veri protagonisti di quella liberazione.
Il tema, naturalmente, non è nuovo; ma, man mano che si avvicina il 9 maggio (la capitolazione tedesca divenne effettiva dalle ore 24.00 dell'8 maggio 1945) la campagna “alleata” assume aspetti grotteschi, con medaglie commemorative delle “tre potenze vincitrici” sul nazismo – USA, Gran Bretagna, Francia – e apoteosi di sbarchi trasformati nell'unico “evento storico” dell'intera guerra mondiale.

L'attacco al comunismo

Ma, il vero obiettivo della campagna sulla “memoria storica” è stato messo in chiaro dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019. L'obiettivo non è affatto storico. Non per nulla, a farsi promotori del documento di Strasburgo, sono stati designati quei paesi d'Europa orientale che, più di tutti, videro masse intere di Komplizen delle SS e che oggi, tra parate in uniformi naziste e celebrazioni di “eroi” autori di massacri contro civili, soldati sovietici, comunisti, tsigani, intendono dare lezioni al mondo su come “la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. All'insegna della “informazione” e della “Storia” servite al “largo pubblico”, si propagandano miti che, ripetuti migliaia di volte, alla maniera goebbelsiana, rimangono infissi nelle menti senza che i ricettori se ne rendano conto. La “unità della nazione” è uno di quei miti.
Si martellano quotidianamente le coscienze, cominciando col riscrivere la storia dei comunisti, in tutte le sue pagine, non solo in Unione Sovietica e non solo nel passato più lontano. Si spiana così la strada ai colpi decisivi contro i comunisti di oggi: l'obiettivo è quello di decretare per legge il bando del comunismo e dei comunisti, e fare in modo che la coscienza “di massa” accolga tale proscrizione come un “atto naturale” cui, per la “sicurezza”, cara alla destra come alla “sinistra”, si sarebbe dovuto ricorrere da tempo, al pari dello “stato d'emergenza” permanente.
L'attacco alla storia dell'URSS e dei comunisti, da parte del nemico di classe, non è un attacco “storico”: non è che un aspetto dell'attacco di classe cui i comunisti sono da sempre sottoposti. Lo scontro non è “storico” o “intellettuale”: è uno scontro di classe, in cui si usano anche armi “storiche” e “intellettuali”. Non è uno scontro “storico”, perché non è storico l'obiettivo di chi oggi vorrebbe presentare gli avvenimenti di settanta e ottanta anni fa, gli eventi legati alla lotta antifascista, guidata in prima linea dai comunisti, e alla Grande guerra patriottica dell'URSS contro gli invasori nazisti e i loro alleati di quasi tutta l'Europa, in una maniera tale da parificare “per legge” nazismo e comunismo, dando naturalmente la priorità ai “crimini dei regimi totalitari comunisti”, come si dice a Strasburgo.
È in corso da anni un attacco diretto ai comunisti in ogni parte del mondo; in Italia, l'attacco è diretto in primo luogo contro il movimento partigiano guidato dai comunisti. Tutto questo non è che il viatico per dare forma “legale” alla crociata moderna contro comunismo e comunisti, per “pacificare” per legge la resistenza di classe alla sopraffazione da parte del capitale.
La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 è stata solo una tappa nella “istituzionalizzazione” della pari responsabilità di Germania nazista e URSS nello scatenamento della guerra e di un fantomatico “retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo”.
Non si deve forse aver terrore dei sanguinari “comunisti slavi”, macchiatisi del sangue delle “vittime innocenti”, giustiziate “sol perché itagliane”? Non fa forse orrore la bandiera rossa, nemica di quel tricolore sotto cui sono riuniti tutti i “patrioti” in “lotta contro l'invasore”, un invasore solo casualmente vestito con le uniformi grigioverde della Wehrmacht, ma non certo assetato di sangue come i “barbari slavi” con in testa la bustina con la stella rossa? 
Questo dovrebbe essere il 25 Aprile di coloro che, forse ancora titubanti a mettere al bando l'antifascismo, intendono cominciare col proibire “per legge” il comunismo e i comunisti.
Ma, la liberazione dell'Italia dal fascismo e dal nazismo era coperta di quel colore rosso che era il sangue dei partigiani e che sarà sempre la bandiera dei comunisti. Se ne facciano una ragione.


13 marzo 2020 redazione
coronavirus

Covid-19. Chi pagherà i costi di questa “crisi”?
Dopo anni di mancato rinnovo dei contratti degli operatori sanitari, il Governo si è accorto che sono la "colonna portante"
Nel momento in cui scriviamo l'Italia è deserta e isolata, vige il coprifuoco con tanto di arresto da 3 mesi a 3 anni per chi trasgredisce alle norme imposte. Più della Covid 19 ne uccide il panico e la paura. Scuole, università, tribunali, musei, cinema, teatri chiusi, bar e ristoranti chiusi dalle 18, voli sospesi, trasporto diradato (che sarà più affollato). Si consiglia agli anziani di restare in casa senza pensare che spesso sono soli o privi di un supporto familiare efficace, per cui restano in balia delle reti televisive che per tutto il giorno non fanno altro che parlare del virus e in preda alla depressione.
Niente panico, niente allarmismo ci dice il Governo, ma Mattarella che si presenta in tv:
"Il momento che attraversiamo richiede coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti nell’impegno per sconfiggere il virus: nelle istituzioni, nella politica, nella vita quotidiana della società, nei mezzi di informazione", anziché rassicurare alimenta la preoccupazione e la popolazione assalta i supermercati.
Dai vari esperti giungono dichiarazioni contrastanti e altalenanti tra è poco più di un'influenza ad una pandemia mortale. Eppure da nessuna parte si sente parlare dei numeri di morti che si registrano ogni anno. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente l’Italia è il primo paese per morti premature da biossido di azoto: 14.600; da ozono sono 3000; per particolato fine: 58.600. In Italia muoiono in un anno per Hiv/Aids oltre 700 persone (in media 2 al giorno), su un totale mondiale di circa 770.000.
Completamente ignorati i morti
sul lavoro che sono oltre 1300 all’anno e da amianto che superano i 5000 all'anno. E per complicanze in seguito all'influenza stagionale e nonostante le vaccinazioni? Secondo l’Istituto superiore di sanità sono in media circa 220 decessi il giorno.
Ci sono ipotesi che non escludono che il virus sia stato "creato in laboratorio".  È noto che nel segreto più assoluto Stati Uniti, Russia, Cina e altre potenze abbiano laboratori dove si conducono ricerche su virus finalizzati all'uso di agenti in una guerra biologica anche su settori mirati di popolazione, magari per testarne la reazione.
Fatto è che le misure prese per arginare questo virus hanno un impatto distruttivo sull’economia (borse affondate, crollo del petrolio, aumento dello spread), sulla produzione e sul turismo, non solo cinesi, creano una reazione a catena che colpisce l'Italia e il resto d'Europa, l’Asia e la Russia, a tutto vantaggio degli Stati Uniti che, per ora, sembrano indenni economicamente. Ma lo stato di emergenza è arrivato anche qui, nonostante le rassicurazioni inziali di Trump in campagna elettorale. Quanto sia massiccio il contagio difficile capirlo. Negli Usa la sanità è privata e in mano alle assicurazioni che probabilmente non coprono questo genere di malattia e non avendo tutti diritto all'assistenza, molti vi rinunciano anche perché fare un tampone costa da 1000 a 3mila dollari.
A proposito di sanità stiamo verificando il risultato delle scelte e delle carenze che abbiamo sempre denunciato e che va avanti da anni: i tagli dei posti letto, la scarsità degli operatori sanitari, i medici costretti alle dimissioni precoci, la chiusura dei piccoli ospedali e dei presidi territoriali, i laboratori analisi accorpati, mense e pulizie esternalizzate, in nome di una gestione aziendalistica orientata alla privatizzazione che stringe il personale sanitario fra le decisioni dei vertici aziendali e i bisogni dell'utenza, ha portato al collasso e, di fronte all'emergenza, ha dimostrato tutta la sua debolezza.
È sempre più chiaro l'impatto negativo dell'autonomia regionale rivendicata in particolare da Lombardia e Veneto (salvo appellarsi allo Stato nel momento del bisogno!) che si sono sempre vantati di avere una sanità di eccellenza e che, al contrario, dimostra di essere fonte di inefficienze e disuguaglianze.
Ad esempio in Lombardia già due anni fa - di fronte al picco di influenza che si era verificato nella stagione invernale - era emersa l'insufficienza degli 850 posti disponibili in terapia intensiva, ma nulla è stato fatto.
Mancano gli specialisti, in particolare
gli pneumologi, si devono montare ospedali da campo, si richiamano i medici in pensione, si reclutano i neolaureati (sempre meno a causa del numero chiuso delle facoltà di medicina), con meno diritti, più ricattabili, magari retribuendoli a partita IVA e rimandandoli a casa passata l'emergenza. Chissà se richiamano anche i medici dell'intramoenia che continuano ad usare le strutture pubbliche a fini privati.
Un problema reale è quello delle prestazioni chirurgiche e i trattamenti oncologici in corso di riduzione negli ospedali prevalentemente dedicati al CoVid-19.  Per usufruire le strutture private,
nell'economia capitalista, bisogna negoziare e, sicuramente, a caro prezzo. Il privato può accogliere un certo numero di prestazioni chirurgiche, il rischio è che la programmazione si basi sulla selezione dei pazienti con patologie più convenienti dal punto di vista dei piani tariffari.
È una situazione che dovrebbe chiarirci l'importanza di salvaguardare la sanità pubblica, impedire con la lotta e l'organizzazione la sua distruzione e pretendere il giusto e sufficiente servizio che, peraltro, paghiamo con le tasse.
Su tutto pesa il vincolo di bilancio che l’Unione europea che raccomanda di non comprare e neppure affittare strutture, macchinari, medicinali ecc. perché costerebbero troppo. E di Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea che, con la sua frase "Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri attori per gestire quelle questioni" ha messo in chiaro gli interessi del FMI.
Ricordiamo che a fronte dei tagli sulla salute continuano ad aumentare le spese militari e di appartenenza alla NATO. Recentemente Salvini ha dichiarato:
“Quanto al disarmo, non è utile, sarebbe un suicidio economico, e poi il settore difesa è strategico per i prossimi cinquant’anni", in buona compagnia con il ministro PD Guerini di avviare la fase 2 difendono l'acquisto dei 131 F35 per oltre 14miliardi e le spese per i programmi militari. Con il costo di un solo cacciabombardiere si coprirebbero 5mila impianti di ventilazione assistita o un ospedale da mille posti. E con il coronavirus ci sarebbe stato posto per tutti: malati e personale medico-infermieristico.
Come è bello stare tutti a casa! Più siamo isolati, meglio è per la politica. Per inculcarcelo scomodano noti personaggi e ci martellano con spot e canzoncine. Stare a casa con il relativo disagio dei bambini che non vanno a scuola, ma... tranquilli arriva la baby sitter del governo!
Lo Stato riscrive le regole per il futuro con il consenso di tutti i partiti sensibili al richiamo di unità nazionale e a pagare sono i lavoratori costretti a stare in casa in cassa integrazione al 60%, a prendere ferie obbligate bruciandosi quelle estive, ad attrezzarsi per il telelavoro, mentre i precari e i dipendenti delle cooperative degli appalti rimangono senza stipendio. La sicurezza dei lavoratori non è per tutti. Tra gli infermieri - lasciati per anni senza contratto e oggi diventati "la colonna portante" - già il 12% è infetto). Operai, netturbini, commesse, postini, riders, non sono stati dotati subito di adeguate protezioni. Ci sono volute le proteste e scioperi in fabbrica per far emergere la loro condizione.
Il governo però si preoccupa delle imprese e stanzia miliardi per sostenerle. Alcune coglieranno l'occasione per chiudere definitivamente e c'è da aspettarsi che, una volta usciti da questa circostanza, aumenterà la disoccupazione e si verificherà un nuovo rincaro dei prezzi.
La destra - da Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia che vuole un blocco totale del Paese, anzi la Meloni (e anche Renzi) chiede il "rientro" dell'"uomo forte" Bertolaso, colui che prima del terremoto a L'Aquila rassicurava che nulla sarebbe accaduto. Quello della destra è un modo sicuro per mandare il Paese in default e poi, con il pretesto della bancarotta, poter intervenire con una soluzione autoritaria.
Tra tutte le misure restrittive previste c'è la multa e persino l'arresto, ma non si vedono provvedimenti "risanatori" di sterilizzazione di ospedali, strade, trasporti e luoghi vissuti. Né si conoscono quali sono le cure.  Si sa che i cinesi curano questo virus con un mix di farmaci tra i quali l'interferone cubano alfa 2B (IFRrec), farmaco prodotto a Cuba e disponibile e, com'è noto Cuba vanta un'elevata competenza, preparazione e specializzazione del personale medico cubano, così come l’esperienza nel campo delle malattie infettive ed epidemiologiche che hanno avuto importanti riconoscimenti a livello internazionale. La stessa OMS ha dichiarato che Cuba è stata esemplare nella lotta contro l’epidemia del virus Ebola in Africa. Si preferisce ignorarlo, continuare ad allinearsi al blocco economico, finanziario e commerciale cui Cuba è sottoposta da parte degli Stati Uniti? O si aspetta che la soluzione venga dall'amico Israele?
Intanto la cosa più grave è che, in nome della salute pubblica, il territorio è militarizzato da pattuglie di polizia ed esercito, e sono sospesi persino i diritti costituzionali come la libertà di riunione, di sciopero e di manifestazione e che questo, data la paura impressa, venga accettato senza sollevare troppi dubbi. Ricordiamocene quando la situazione tornerà normale e dovremo affrontare un mare di problemi che richiederanno tutto l'impegno per non farci coinvogere in una fantomatica ricostruzione che andrebbe solo a vantaggio di borghesia e capitalismo.


8 febbraio 2020 redazione
editoriale n. 1

Colpire alla radice
Se non si mette il capitalismo in discussione non c'è via d'uscita

Ci hanno martellato per anni con l'uso della plastica, che ha sostituito anche le bottiglie di vetro; con il rinnovamento dei mobili di legno, con l'usa e getta perché niente poteva essere riparato. Ci hanno portato sul mercato la frutta fuori stagione e abituati a mangiare carne tutti i giorni, ad usare l'auto per farcela comprare. Ora la plastica è criminalizzata e da più parti si esorta il recupero, il riciclo; tutti i super cuochi che invadono la TV consigliano di mangiare prodotti di stagione e di seguire la dieta mediterranea, i sindaci bloccano il traffico delle auto senza provvedere un efficiente trasporto pubblico.
In particolare la plastica sembra diventata il mostro dell'era moderna e tanti giovani ne fanno oggetto delle proprie proteste con il beneplacito delle industrie che si riconvertono per trarre nuovi profitti. Eppure viviamo nell'era della supertecnologia, dell'industria 4.0 e del G5 (i cui effetti nocivi sono già dimostrati), delle grandi opere, tutte modernizzazioni inquinanti e dannose per la salute sia dei lavoratori che della popolazione, lungi dalla sostenibilità di cui parlano i potenti e che non sono oggetto di protesta da parte della gran massa dei giovani.
Quando si toccano, invece, gli interessi di capitalisti e politici, come ha scelto di fare il movimento No Tav in val di Susa che da anni si batte per difendere l'ambiente da un'opera inutile e dannosa anche per il riscaldamento climatico come il Tav e propone un impiego razionale del denaro pubblico in favore dei tanti pendolari e non per i Tav per pochi ricchi è sempre pronta la repressione. Che è culminata proprio l'ultimo giorno del 2019 - mentre il presidente della Repubblica trasmetteva agli italiani il disegno di un paese che non esiste - con l'arresto di Nicoletta Dosio storica militante, da sempre impegnata contro il progetto dell'alta velocità Torino–Lione. Il reato contestato è quello di violenza privata e interruzione di pubblico servizio. Siccome la giustizia non è uguale per tutti, Nicoletta è in carcere e alla corrotta prefetta di Paola Galeone, colta mentre intascava una mazzetta a Cosenza, sono stati concessi i domiciliari.
I potenti del mondo si sono riuniti a Davos per il Wef (World Economic Forum) per discutere delle loro questioni economiche e... anche di clima, aperto agli ambientalisti (a nessun altro è permesso arrivare a Davos). E mentre Donald Trump, nel giorno dell'impeachment, col suo tono trionfalista parla di "rilancio spettacolare dell'economia" e di "grande boom come mai prima", Greta lancia i suoi soliti schematici strali - col risultato di un nulla di fatto. Si può veramente credere che i rappresentanti dell'imperialismo si interessino al cambiamento climatico?
Oltre la distruzione dell'Amazzonia, della Siberia, dell'Australia, dell'Africa, che dire dell'inquinamento dovuto alle conseguenze delle guerre passate (quante bombe giaccioni nell'Adriatico sganciate dagli aerei che hanno bombardato la Jugoslavia?) e in corso, degli esperimenti nucleari? Delle esercitazioni Nato?
Di tutto ciò che riguarda operazioni militari, produzione di armamenti, riarmo - il governo sta per avviare programmi militari del valore miliardario (21 miliardi, +3,4 per cento in un anno, l'1,2 % del Pil +8,2% dal 2015 più i contributi nascosti: gli "scivoli d'oro" agli alti ufficiali e al "caro pensioni" dei cappellani militari con grado di ufficiale)
, per l'acquisto non solo degli F35, ma di missili, blindati, droni, sommergibili - passano nel silenzio generale.
Se si esclude il blocco attuato dai portuali di Genova del carico sulla nave Bahri Yanbu e sulla Bahri Jazan dei generatori elettrici spediti alla Guardia nazionale Saudita - che è un corpo militare impegnato nella guerra civile in Yemen (già attuato dai portuali francesi sulla stessa nave a Le Havre) - rimasti isolati, sembra che il riarmo, il commercio di armi, la provenienza dei miliardi che si spendono per appartenere alla NATO, per le missioni cosiddette umanitarie ecc. non interessino a nessuno. Eppure sono miliardi pagati con le tasse dei lavoratori ai quali si chiedono sempre più sacrifici. E i lavoratori... pagano ma non collegano il fatto neppure quando affrontano le estenuanti vertenze.
I lavoratori italiani sono completamente soggiogati dall'influenza del "riformismo", della socialdemocrazia, e dei sindacati confederali che per anni hanno sostituito la lotta di classe con la delega e i "tavoli" delle trattative, accettate sempre più al ribasso. La classe lavoratrice nostrana è davvero il fanalino di coda del mondo dove invece si sviluppano lotte senza precedenti che la borghesia, attraverso i suoi servitori dell'informazione, cerca di tenere nascoste per paura del contagio. Che, di certo, per ora non c'è.
È vero che anche negli anni del grande movimento partito dalla Francia, il '68, c'è voluto più di un anno per lo sviluppo in Italia, ma non c'è nessun segnale di ripresa delle lotte se non le mobilitazioni dei lavoratori stranieri organizzati che rifiutano le forme di lavoro schiavizzato. Le altre, poche, riguardano i lavoratori di multinazionali che decidono da chiudere o delocalizzare da un giorno all'altro, lotte che - per volere dei confederali - restano isolate sia nel movimento operaio, sia nel paese. Se la classe lavoratrice non prende in mano la situazione e non fa pressioni sui sindacati accomodanti, com'è successo in Francia, saranno lotte e sacrifici disperanti quanto inutili.
Il nuovo anno è iniziato, oltre che con l'ennesimo intervento militare USA per destabilizzare l'Iran e con un famigerato “accordo del secolo”, sbandierato da Trump sotto il segno delle lobby sioniste, ancora una volta a danno della popolazione palestinese. Ma anche con uno sciopero unitario (208 diverse organizzazioni) in India che ha coinvolto 250 milioni di lavoratori ai quali si sono aggiunti molte organizzazioni studentesche da una sessantina di università del Paese. Operai e contadini che si sono stancati delle condizioni di lavoro umilianti, della mancanza di contratti e della sicurezza, dello sfruttamento, del carovita, della disoccupazione giovanile. E a difesa del diritto di sciopero che, anche in India come in tutto il mondo capitalista, Italia compresa, è messo in discussione. Un fatto senza precedenti sfuggito alla corrispondente dall'Asia, Giovanna Botteri, sempre così solerte ed empatica quando si tratta di raccontare gli scontri e la repressione a Hong Kong, strizzando l'occhio agli studenti che inneggiano agli Usa e alla Gran Bretagna!
Ed è arrivato il fatidico 26 gennaio! Dopo un'insopportabile, aggressiva e becera campagna elettorale di Salvini che ha oscurato la candidata alla regione Emilia-Romagna, il "voto utile", dovuto anche al movimento delle sardine, ha confermato il precedente presidente. In Calabria, dove i voti persi dal M5S sono confluiti nel cartello della destra, ha vinto la candidata del Popolo delle libertà che rappresenta il malaffare politico ed economico, il clero, la mafia ecc. tant'è che proprio nelle liste di questa coalizione la Commissione parlamentare antimafia ha rilevato candidati impresentabili e ineleggibili.
Per la classe operaia e i comunisti non cambia nulla. Tutti i problemi che attanagliano anche queste regioni, a partire dalla sanità che in Calabria è disastrosa, non troveranno soluzioni perché l'offensiva capitalista non si ferma se non la ferma un'organizzazione comunista che non ceda alle lusinghe elettoraliste (ben poco appaganti), ma che investa le proprie risorse per il rovesciamento del sistema sociale.