Intervista
rilasciata dal direttore di nuova unità, Carla Francone alla redazione
della newsletter Skacco al Re del Valdarno
Da
che esigenza è nata e con quali obiettivi ha preso vita l'esperienza del
giornale “nuova unità”? Vista la continuità con la quale questo
giornale è stato presente per quarant'anni come strumento nel movimento di
lotta comunista, qual è oggi la sua funzione e più in generale qual è il
compito dei giornalisti che danno il loro contributo alla lotta contro il
capitalismo?
“nuova unità” è nata nel 1964 come necessità di aggregazione dei
comunisti usciti dal PCI che poi si sono definiti movimento marxista-leninista e
prima ancora che si costituisse il Pcd’I (m-l) e poi è diventata, nel 1966,
organo centrale del PCd’I (m-l), passando da mensile a quindicinale a
settimanale, fino al momento del suo scioglimento nel 1991. A questo doveva
seguire un progetto politico-organizzativo che sarebbe lungo spiegare, ma che
comunque non è andato in porto sostanzialmente per l’opportunismo di molti
compagni che, una volta “liberi” da un Partito di quadri militanti, invece
di assumere un ruolo di classe nel Prc vi hanno trovato una “sistemazione”.
Poi alcuni di questi hanno aderito al Pdci, sempre con posizioni opportuniste.
Altri, come me, hanno cercato e cercano di portare avanti il progetto di unità
dei comunisti che dovrà approdare alla costruzione di un nuovo Partito
Comunista – quello con C maiuscola per intenderci – che rifiuta le
”poltrone” e persegue il fine che deve avere un partito comunista, quello di
essere strumento della classe per abbattere il capitalismo ed instaurare una
nuova società, veramente di liberi ed uguali.
È così che, essendo già direttore di quello che allora era un settimanale,
con i compagni rimasti e altri nuovi, nel senso che non erano organizzati nel
PCd’I (m-l), ma simpatizzanti abbiamo valutato l’opportunità di continuare
a mantenere questa testata che, da un lato, aveva un passato “storico” e
dall’altro poteva esprimere ancora posizioni di classe, comuniste anche senza
il partito. Tra il ’91 e il ’93 abbiamo fatto alcuni numeri frutto di
continue discussioni su come utilizzare il giornale tenendo proprio conto
dell’impegno, della militanza e del giornalismo politico che avevamo alle
spalle. In quanto comunisti non riuscivamo a riconoscere il nostro essere
comunista nei giornali esistenti. “nuova unità” è nata per smascherare la
degenerazione del revisionismo di quel partito comunista che si è tolto la
maschera quando ha deciso di cambiare nome e quello doveva rimanere uno dei
compiti principali. Poi c’era il problema dell’unità dei comunisti e questo
l’abbiamo affrontato dando spazio a differenti posizioni, a più voci, sebbene
tutte nell’ambito marxista e di classe.
Abbiamo pensato ad uno strumento di propaganda del socialismo e del comunismo
con un ruolo di controinformazione e di alcune proposte, non schematico, ma che
potesse essere utile alla riflessione sui vari argomenti nell’ambito di
un’opposizione rivoluzionaria. Un progetto ambizioso portato avanti su base
esclusivamente volontaria e qui sta il difficile. Ancora oggi, dopo 10 anni di
questo “volontariato” non siamo soddisfatti (i comunisti del resto non lo
sono mai!) di come procede. Vorremmo curarla molto di più, seguirla meglio,
essere più puntuali nella periodicità mensile che ci siamo dati. Ma i problemi
sono molti: da quello finanziario, sebbene ci siano diffusori che pagano
regolarmente, ma non abbastanza abbonamenti a quello organizzativo. I compagni
che compongono la redazione sono in città diverse e incontrarci per discutere
è piuttosto difficile.
I nostri “giornalisti”, quelli che danno il contributo politico e di
elaborazione sono i lavoratori comunisti: dagli operai ai professori. Ognuno
affronta gli argomenti sulla base delle proprie conoscenze ideologiche, del
proprio vissuto e dell’esperienza attuale – nell’ambito di una linea e
un’analisi generale anticapitalista, antifascista e antimperialista che ci
siamo dati –.
Tu sei stata la prima donna, in Italia, Direttrice responsabile di un
giornale. Com'è stata accolta questa novità dai compagni all'interno del
giornale e dal movimento in generale. In che termini veniva allora affrontata la
questione femminile, ma soprattutto come si valorizza oggi il lavoro politico
delle donne nell'ambito della lotta anticapitalista ed antimperialista?
Intanto continuo a preferire “direttore” perché direttrice sa di collegio e
per rimarcare come, ancora nel Terzo millennio, non si sia affrontato il
femminile dei titoli di professioni nate per gli uomini e ancora considerate
tali.
Nel PCd’I ho assunto varie responsabilità a vari livelli. La prima di
carattere nazionale, quando sono stata eletta nel Comitato centrale, fu quella
della Commissione femminile, poi della Commissione sanità, poi quando sono
entrata nell’Ufficio politico ho curato l’Agit prop… all’incarico di
direttore ci sono arrivata molto naturalmente. Non l’ho vissuto come una
conquista perché nel Partito non c’erano differenze (come non c’era il
carrierismo!) e forse per questo non l’abbiamo mai considerato un fatto
anomalo e messo in rilievo. Forse anche sbagliando, ma se si può considerare un
difetto, nel PCd’I (m-l) c’è sempre stata l’eccessiva modestia. La
funzione del direttore nel partito era sì quello di saper impostare il giornale
per renderlo appetibile, ma soprattutto garantire e trasmettere la linea del
partito. Ricordo con molto piacere quel periodo perché – era già trasferita
a Firenze – e vivevo a stretto contatto con il segretario del partito Fosco
Dinucci, dal quale ho imparato molto, e del responsabile dell’organizzazione
che era Livio Risaliti. Compagni con un enorme bagaglio di esperienza.
Quindi per completare la domanda, la questione femminile – che è sempre stata
all’odg del partito – era sempre presente sul giornale, anche quando non in
modo specifico. Ovviamente intesa
dal punto di vista marxista e non borghese e cioè come lotta e liberazione non
individualista (femminista secondo la quale la contraddizione principale era con
l’uomo), ma pur tenendo conto della sua specificità era intesa nel disegno più
ampio della liberazione del proletariato dallo sfruttamento capitalistico.
Sulla base del lungo periodo di attività politica della vostra
organizzazione, avete assistito ad importanti avvenimenti nel panorama
internazionale che hanno portato al venir meno dell'esperienza dei paesi a
socialismo reale e al dilagare del capitalismo. In base ad un'analisi della fase
attuale, da dove riparte oggi la lotta dei comunisti per la costruzione del
mondo migliore a cui aspiriamo?
Dal ’67, a livello internazionale abbiamo avuto modo di vedere la nascita e la
morte del movimento marxista-leninista, con la Cina guidata da Mao Tse Tung e
l’Albania da Enver Hoxha (l’analisi sarebbe davvero lunga, possiamo
riprenderla in un’altra occasione); abbiamo visto il campo socialista che
faceva capo all’Urss da quando dominava la politica kruscioviana - caratterizzata dal revisionismo soggettivistico su una
serie di problemi ideologici, di politica interna e internazionale – cambiare
di fronte alla crescente aggressività dell’imperialismo statunitense. E poi
alla caduta libera di tutti questi Paesi sotto la pressione esterna sempre
dell’imperialismo che ha costretto l’Urss ad una corsa agli armamenti con
conseguenze terribili sull’economia e con il mantenimento interno della
dissidenza, come sta succedendo oggi a Cuba e nel Vietnam. Una buona spallata
l’ha data anche il Vaticano attraverso, non a caso, un papa polacco. Ma una
grande responsabilità è da attribuire a tutto il movimento “comunista”
internazionale caduto nel revisionismo e nella socialdemocrazia, sposando le
tesi della borghesia e dell’imperialismo. Il dilagare del capitalismo, più o
meno straccione, in questi Paesi è oggettivo, è legato al cambiamento del
sistema sociale.
Da cosa ripartire? Dal marxismo e dal leninismo e dalla costruzione del Partito
comunista. Se pensiamo che la lotta tra capitale e lavoro, fra borghesia e
classe operaia continua a caratterizzare la nostra epoca, bisogna ripartire da lì.
È stato forse eliminato il contrasto tra il capitalista che sfrutta ed il
lavoratore che è sfruttato? Tutte le “novità” apportate dai vari
propagandisti al servizio della borghesia, dell’interclassismo cattolico, del
riformismo socialdemocratico non hanno portato ad alcun cambiamento per il
proletariato e le masse popolari, né alla liberazione dall’oppressione e
dallo sfruttamento. Oggi la
situazione è più dura perché c’è divisione tra i comunisti, ogni gruppo
cerca di mantenere il proprio orticello, al primo posto rispetto al bene
collettivo, pensa di svilupparsi (e non si sviluppa) e imporsi di più sugli
altri. Manca la maturazione che porti ad un lavoro unitario per un progetto
unificante, manca la capacità di essere dei quadri attivi, che non delegano, e
poi c’è l’opportunismo. La classe operaia, nonostante le ultime lotte, è
ancora in difesa e non all’attacco come negli anni ‘66/67/68 quando tutto
era messo in discussione – vita, cultura, istruzione, futuro - e non solo il
salario o le condizioni di lavoro. Bisogna far sì che la lotta degli operai
diventi lotta di classe e lo diventa quando i rappresentanti di avanguardia di
tutta la classe operaia di tutto il paese hanno la coscienza di costituire
un’unica classe operaia e iniziano a lottare non contro i singoli padroni, ma
contro tutta la classe dei capitalisti e contro il governo che sostiene questa
classe.
Bisogna anche trovare risposte alle campagne anticomuniste scatenate oggi dal
governo Berlusconi e dagli imperialisti; ci sono le crociate della chiesa
cattolica; c’è un avanzamento delle forze fasciste. Tutto ciò porterà ad
una fascistizzazione che complicherà lo sviluppo dei comunisti. Pensiamo a
tutte le nuove generazioni che crescono con la cultura che sta passando oggi
nelle scuole e nei mass-media. A distanza di tanti anni dalla Resistenza – nel
frattempo revisionata – e della Rivoluzione d’Ottobre è dura pensare che la
futura gioventù possa ribellarsi.
Però non voglio essere pessimista. Sono dell’idea che l’esperienza storica,
nonostante tante sconfitte, dimostra che senza l’abbattimento del capitalismo
non è possibile risolvere definitivamente i problemi della società, che sono
in continuo aumento in tutto il mondo. Il
socialismo, là dov’era iniziato, la soluzione dei problemi fondamentali
l’aveva trovata. Andava perfezionato, sicuramente. Ci sono stati degli errori?
Certamente. Ma era anche un’esperienza del tutto nuova nella storia
dell’umanità che poneva continui problemi senza precedenti.
Quindi il socialismo rimane il sistema del benessere del proletario. Analizzare
e approfondire i limiti del passato è giusto se lo si lega al che fare oggi e
come costruire il futuro. Altrimenti ci si piange addosso o, peggio, si fanno
parole vuote. E queste non mancano.