novembre 2019 redazione
rappresentanza politica
Peggioramento delle condizioni di vita, di lavoro e rappresentanza politica Fino a quando la classe oppressa non sarà cosciente della inconciliabilità fra i suoi interessi e quelli del capitale, riconoscendosi nei partiti borghesi, accettando l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile, vinceranno sempre forze non favorevoli agli interessi della classe lavoratrice Michele Michelino Oggi nell’UE ci sono 16,6 milioni di disoccupati; la sottoccupazione continua ad espandersi raggiungendo il 21% del totale, cioè 43 milioni di persone; quelli che vivono sulla soglia di povertà o sotto sono più di 110 milioni e ogni anno circa 160mila cittadini europei muoiono per malattie collegate al proprio lavoro. In Italia negli ultimi dieci anni sono morti per infortuni sul lavoro sono più di 17 mila e ogni anno sono 1.400 i morti sul lavoro mentre decine di migliaia quelli per malattie professionali (solo per amianto oltre 6.000 all’anno). È in questo contesto che si sono svolte le recenti elezioni regionali anticipate in Umbria, in seguito ad uno scandalo giudiziario, “sanitopoli”, con accuse a PD e Giunta di scambi di favori e raccomandazioni nella sanità denunciato dai 5 Stelle. Nella tornata elettorale si sono fronteggiati i due schieramenti della destra e sinistra borghese. Singolare sono state le alleanze: i 5 Stelle che erano all’opposizione e che avevano denunciato la precedente giunta a guida Pd di essere ladra, si sono alleati proprio con quelli che avevano denunciato come disonesti in una competizione elettorale che si è conclusa con la vittoria delle destre e una sconfitta dei partiti di governo (PD-5Stelle- LEU). Il nuovo partito di Renzi, Italia Viva e Rifondazione Comunista non si sono presentati in queste elezioni, anche se molti militanti e dirigenti locali umbri dei due partiti hanno votato per la coalizione di governo riconoscendosi in un “fronte antifascista” per arginare il pericolo delle destre. Questa consultazione elettorale è avvenuta in una Regione - l’Umbria - con una popolazione residente di circa 900mila persone dove le condizioni materiali per il proletariato e la piccola borghesia sono andate peggiorando sempre più. Nel 2007, prima della crisi, i disoccupati erano complessivamente 18.000 (14.000 a Perugia, 4.000 nel ternano, nel 2018, questo dato è raddoppiato, 36.000 disoccupati (27.000 nella provincia di Perugia, 9.000 nella provincia di Terni). Oltre alla disoccupazione, per effetto degli interventi dei vari governi, c’è stato un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, contratti sempre più precari e un aumento dei contratti a termine. I settori pubblici sono stati lottizzati (dalla sanità all’università), i servizi pubblici sono stati progressivamente esternalizzati con il conseguente abbassamento delle tutele lavorative dei suoi operatori e la creazione di sacche clientelari sempre maggiori e il “sistema cooperativo” è diventato uno dei principali attori di sfruttamento del lavoro. I partiti dell’alleanza di centrodestra - Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia - hanno sfruttato abilmente il malcontento dovuto agli scandali della precedente giunta di centrosinistra, le difficoltà economiche, le politiche contro i lavoratori dei precedenti governi che, insieme alla paura dell’invasione degli immigrati che “rubano il lavoro”, fanno presa dove è più vivo il malcontento per l'inettitudine, le ruberie e gli scandali. Questa competizione elettorale rispetto al passato si è caratterizzata per un aumento dei votanti, il 64%, quasi nove punti di differenza rispetto al 2015 quando fu di 55,46%. Un altro dato rilevante è che in queste elezioni erano presenti anche tre liste di partiti comunisti o anticapitalisti: il Partito Comunista (Rizzo) 4.108 voti pari all'1,0%, il Partito Comunista Italiano 2.098 voti pari al 0,5% e Potere al Popolo 1.345 voti pari al 0,3%. Questo fatto ha dato lustro al sistema dimostrando quanto sia democratico il sistema borghese che, quando non è in pericolo il suo potere, permette anche ai comunisti di competere elettoralmente. I risultati ottenuti portano ad alcune brevi considerazioni e riflessioni fra compagni comunisti. Per dei rivoluzionari, la partecipazione alle elezioni borghesi è una questione tattica ed è legata alle fasi della lotta di classe. Oggi la classe operaia, il proletariato sono senza una organizzazione politica della classe. In Italia assistiamo a un proliferare di piccole organizzazioni e partiti sedicenti comunisti che non sono riconosciuti dai proletari e la loro partecipazione alle elezioni suscita molte perplessità, quando non è negativa. Le elezioni sono un termometro che registra gli orientamenti delle varie classi sociali e gli insignificanti risultati elettorali raggiunti dalle forze comuniste o anticapitaliste deprimono ulteriormente i militanti (a parte chi si illude di aver aumentato lo zero virgola). Eppure un comunista dovrebbe sapere bene che nel capitalismo, in una società divisa in classi, sono i padroni, i capitalisti, cioè la classe che possiede i mezzi di produzione, che dominano ed esercitano direttamente per mezzo del suffragio universale ad avere il potere. Senza un serio e continuo lavoro fra il proletariato, fra le masse proletarie, senza una organizzazione consolidata, presentarsi alle elezioni borghesi è addirittura controproducente. Questa volta in Umbria il peggioramento della condizione economica delle masse proletarie e degli strati più poveri della popolazione ha portato al voto più elettori del passato premiando il centrodestra, rimanendo tuttavia una percentuale di circa il 36% pari a 253.000 astenuti su 703.000 aventi diritto al voto. Anche se una parte del proletariato ha disertato consapevolmente le elezioni, fino a quando la classe oppressa non sarà cosciente della inconciliabilità fra i suoi interessi e quelli del capitale, continuerà a riconoscersi nei partiti borghesi, a riconoscere l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile e, dal punto di vista politico gli attuali partiti rappresentanti delle varie frazioni della borghesia imperialista potranno vincere e avvicendarsi al potere contro gli interessi della classe lavoratrice. Senza un suo partito la classe operaia e proletaria continuerà ad eleggere i rappresentanti dei capitalisti e non i propri. Senza cadere nel cretinismo parlamentare o nell’astensionismo di principio, dobbiamo sempre ricordarci che le elezioni sono lo specchio, il termometro che dimostra il grado di coscienza raggiunto, la maturità o meno della classe operaia e proletaria. Quindi in queste condizioni ha senso presentarsi alle elezioni? E ancora ha senso presentarsi divisi e in competizione con altre organizzazioni che si definiscono comuniste? Potrebbe avere senso solo l'utilizzo delle tribune elettorali per denunciare che nel sistema capitalista/imperialista i governi sono semplici comitati d’affari del capitale, che sono le multinazionali, le lobbies finanziarie e industriali, le banche che finanziano le campagne elettorali. Avrebbe senso solo per denunciare il fatto che le varie frazioni del capitale finanziano i loro uomini in tutti gli schieramenti borghesi (di destra, centro o sinistra) per farli eleggere a difesa dei propri interessi e che in tutto il mondo i parlamenti sono al servizio dei capitalisti per legittimare il profitto, le guerre, lo sfruttamento. Il parlamento come le Regioni fanno parte della sovrastruttura politica del capitalismo. Sono i parlamentari, i consiglieri regionali e i politici istituzionali che si sottomettono agli interessi del capitale, e non i capitalisti che si adattano ai loro voleri. Solo degli ingenui possono credere di poter “influenzare” con il loro voto la politica di un paese capitalista. La democrazia rappresentativa borghese permette di votare ogni 5 anni, di scegliere quale partito o coalizione governerà nell’interesse del capitale, ma l’elettore non può più, dopo aver votato, far dimettere la persona (o il partito) che ha votato se questa tradisce le sue aspettative o tradisce i suoi interessi. Dopo il voto non può più revocare chi ha eletto anche se questo fa il contrario di quanto promesso in campagna elettorale, cosa che succede e si ripete ad ogni tornata elettorale. Oggi in Italia esistono decine di partiti "comunisti" con scarsa o nessuna presenza nella classe, spesso senza neanche un operaio fra i loro militanti, partiti o organizzazioni in competizione, avversari nelle elezioni, che si combattono per rubarsi i pochi militanti o elettori. Accecati dalla autoreferenzialità sono concorrenti per aumentare un insignificante zero virgola mentre dimenticano gli interessi generali del proletariato. E ancora, e questo è più grave, questi partiti diffondono l'illusione che con loro al governo o nelle istituzioni borghesi la realtà della classe proletaria possa cambiare in meglio (come se la storia recente di Rifondazione Comunista e PdCI non fosse esistita). Un partito operaio rivoluzionario che non scriva apertamente nel suo programma che “Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di tutti gli altri proletari: formazione del proletariato in classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato” è un partito che fa da mosca cocchiera per la borghesia imperialista. Il marxismo si è caratterizzato nella storia come la teoria della liberazione della classe operaia dallo sfruttamento capitalista e con l’instaurazione del socialismo e il potere operaio e contadino in Russia e in Unione Sovietica, con la Rivoluzione d'ottobre, la teoria è diventata realtà. La classe operaia al potere ha iniziato un processo di liberazione dallo sfruttamento per tutta l’umanità sostenendo i popoli oppressi nelle lotte di liberazione. dall’imperialismo. Come insegnano Marx-Engels nel Manifesto del partito comunista: “I comunisti non sono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai. I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato. I comunisti non pongono princìpi speciali sui quali vogliano modellare il movimento proletario. ... I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla nazionalità, dell'intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari; e dall'altra per il fatto che sostengono costantemente l'interesse del movimento complessivo, attraverso i vari stadi di sviluppo percorsi dalla lotta fra proletariato e borghesia. Il nostro obiettivo, come comunisti, è quello di portare avanti con coerenza la battaglia per la conquista del potere politico da parte del proletariato attraverso l'abbattimento del capitalismo, dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, con l'instaurazione di uno Stato proletario, per il socialismo fino al comunismo.
novembre 2019 redazione
America Latina
Cile, Ecuador, Haiti, Bolivia … fine di quale ciclo? Non sappiamo come proseguiranno le lotte. Riusciranno a esprimere una avanguardia che consolidi la spontaneità e dia continuità a queste battaglie per un mondo diverso, che noi chiamiamo ancora socialismo? Daniela Trollio (*) Nel 1992 il politologo Francis Fukuyama scriveva il saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”, basato su una sua lezione tenuta presso la facoltà di Filoso-fia politica dell’Università di Chicago. La sua tesi: la storia come lotta delle i-deologie era finita, con un mondo ormai basato sulla “democrazia liberale“ che si era imposta dopo la fine della Guerra Fredda. In altri termini, un mon-do basato sulla “pax americana”. Il concetto fu ripreso da molti analisti dopo le sconfitte dei governi progressi-sti dell’America Latina, dall’Argentina all’Ecuador al Brasile (tra il 2014 e il 2018), che davano ormai per morto il “ciclo progressista”, sepolto dal “neoli-berismo” che l’economista Joseph Stiglitz chiamava “fondamentalismo del mercato” e, molto più chiaramente, il professore di Economia statunitense David M. Kotz definiva “la dominazione completa del lavoro da parte del capi-tale”. Così questi analisti, politologi, “esperti” del nulla saranno certo rimasti molto delusi da questo ottobre 2019, che non è certo l’Ottobre bolscevico di 102 anni fa, ma che ricorda ai potenti del mondo che la lotta di classe non è affat-to finita, che i popoli del Sud del mondo con il proletariato in prima fila (e an-che quelli della dormiente Europa come i gilet gialli francesi) ci dimostrano ancora una volta che è possibile ribellarsi e anche vincere. Dalla piccola e martoriata Haiti all’Ecuador, al Cile, all’Argentina, alla Bolivia, all’Uruguay e persino al Brasile, questi ultimi mesi hanno visto masse di gio-vani, di lavoratori, di donne ribellarsi contro l’imperialismo, contro i suoi stru-menti come quell’organizzazione criminale chiamata Fondo Monetario Inter-nazionale e contro i suoi rappresentanti locali, i governi che ne hanno appli-cato spietatamente le politiche. Con strumenti diversi: le piazze e le elezioni. Certo gli esiti non sono scontati, perché si tratta di processi tuttora in corso mentre scriviamo, ma i segnali sono forti. Una vetrina rotta: il Cile Nel laboratorio per eccellenza del neoliberismo dei Chicago Boys, il paese che per trent’anni è stato venduto come “vetrina” dello sviluppo capitalista, sco-priamo che, come scrivevano sui cartelli nelle manifestazioni di questi giorni, “Non sono 30 pesos – l’aumento delle tariffe dei trasporti, la scintilla che ha incendiato la prateria, che il Senato ha già abrogato nel tentativo di calma-re la protesta – sono 30 anni”. Ecco qualche numero: un lavoratore cileno su 4 guadagna 301 mila pesos, che equivalgono a 400 dollari al mese e lavora in media più delle 45 ore set-timanali legali. La prestigiosa e autonoma Fundaciòn Sol rileva che il 70% della popolazione guadagna meno di 550 mila pesos. L’80% delle famiglie ci-lene sono super indebitate. Si indebitano per la vita per studiare, per curarsi, per procurarsi una pensione miserabile, perché tutti i servizi - sanità compre-sa - sono stati privatizzati. L’arcivescovo di Conceptiòn radiografa così la si-tuazione del paese: “In Cile circa 650.000 giovani (il 5,7% sul 13,1% totale di quell’età, su una popolazione totale di 18.700.000 persone, n.d.a.) , tra i 18 e i 29 anni, non studiano né lavorano; ci sono alti tassi di infermità menta-le e di suicidi tra loro; migliaia di anziani sono soli e abbandonati e nessuno si preoccupa di loro… La violenza e la solitudine in Cile sono una pandemia”. Il prezzo dei trasporti incide per circa il 15% sul salario. Le AFP (Amministra-trici dei Fondi Pensione, società private) sono un altro furto legalizzato impo-sto dallo Stato, cui per legge i lavoratori debbono destinare il 10% del salario. Il denaro raccolto è il doppio di quanto viene poi restituito alla voce “pensio-ni” e rappresenta l’80% del PIL del Cile. Il meccanismo nacque all’epoca della dittatura di Pinochet e venne riconfermato da tutti i governi “democratici” che si sono susseguiti. I lavoratori e i proletari cileni, che fino al giorno prima venivano descritti co-me “soddisfatti consumatori”, si sono svegliati e si sono accorti che il loro pa-ese non è per niente una bella “vetrina”. Così è molto più chiaro perché un “semplice” aumento del biglietto del metro ha fatto scoppiare la rivolta, dap-prima tra i giovani studenti e poi tra la maggioranza della popolazione: 1 mi-lione di persone nelle strade il giorno dello sciopero generale, la più grande manifestazione di protesta degli ultimi 30 anni. Senza parlare del saccheggio dei beni del paese da parte delle multinazionali, iniziato durante la dittatura e continuato allegramente dai governi susseguiti-si. Il popolo cileno è stato spogliato di tutto: mari, boschi, miniere, risorse na-turali e, come dicevamo prima, salute, educazione, acqua, gas ecc. E il 18 ot-tobre, infatti, a Santiago viene assaltato e bruciato l’edificio dell’ENEL (oh, sorpresa, i capitalisti italiani sono anche là) che controlla la distribuzione dell’elettricità e anche quello di Santa Rosa. Che la dittatura di Pinochet non sia solo un ricordo ma una realtà ancora at-tuale lo dicono anche altri numeri: in circa 15 giorni di ribellione, 20 morti, migliaia di feriti e più di mille arrestati, altri “desaparecidos”, denunce di tor-ture e abusi sui prigionieri; esercito e polizia nelle strade, carri armati, canno-ni ad acqua e gas urticanti ecc. ecc. Questo hanno affrontato le migliaia di manifestanti che non erano ancora nati quando fu scritta la Costituzione pi-nochetista, mai abrogata né dai governi di “centro sinistra” della Concertaciòn né da quelli della destra. Curioso che l'ex presidentessa Michelle Bachelet, co-sì attenta a criticare le presunte “violazioni dei diritti umani” in Venezuela, sia riuscita a dire solo – di quello che succede nel suo paese - che è “addolora-ta”. Lasciamo per ora il Cile, dove la ribellione non si ferma, per fare qualche con-siderazione su altri paesi. Ecuador in fiamme Applicando le ricette del Fondo Monetario Internazionale, il presidente Lenìn Moreno patteggia un prestito milionario tra le cui condizioni c’è l’annullamento dei sussidi ai prezzi del carburante (circa 1.300 milioni di dol-lari l’anno). Immediata la rivolta: il 3 ottobre cominciano i trasportatori, e poi gli studenti, i docenti, i contadini, i lavoratori. Le loro organizzazioni, la CO-NAIE (Coordinamento delle Nazionalità Indigene), il Fronte Unitario dei Lavo-ratori, i sindacati della scuola portano in piazza migliaia e migliaia di persone che si riversano nelle strade e accerchiano Carondelet, il palazzo sede del go-verno e l’edificio dell’Assemblea Nazionale. E occupano anche la sede del FMI a Quito, dove sanno che risiede il “governo reale” che manovra la marionetta Morena. A loro si uniscono, per la prima volta, anche le comunità indigene dell’Amazzonia, minacciate nella loro stessa sopravvivenza dalle multinazionali petrolifere. Tutto il paese è mobilitato, con circa 300 interruzioni delle strade principali dell’Ecuador; vengono sequestrati circa 500 poliziotti nel nord del paese, il presidente è costretto a spostare il governo a Guayaquil dopo aver decretato il coprifuoco. Dopo 11 giorni di proteste con 7 morti, più di 1.400 feriti, 1.200 arresti e un centinaio di desaparecidos, il governo accetta di abrogare il de-creto 883 sui combustibili. Ma il “pacchetto” del FMI prevede altre misure, di cui non si parla. Una “vittoria” parziale che, se mostra la forza di un movi-mento popolare, mostra anche la debolezza delle sue organizzazioni. La tatti-ca del governo per sgonfiare la protesta popolare è stata riconoscere come interlocutore legittimo solo la CONAIE, scaricando la responsabilità delle “vio-lenze” sui dirigenti della Rivoluciòn Ciudadana, l’organizzazione che raggrup-pa i seguaci dell’ex presidente Rafael Correa. La partita non è comunque chiusa, perché le altre misure del FMI – che com-prendono la deregulation e precarizzazione dei diritti dei lavoratori, il rialzo dell’età pensionistica, tagli all’educazione ecc. - restano, a quanto pare, in vi-gore. Così come restano gli scandalosi regali alle banche e alle grandi impre-se, con il condono di circa 4.290 milioni di dollari di tasse, e per i lavoratori l’obiettivo di “ridurre la massa salariale, per cui i contratti occasionali verran-no rinnovati con un abbassamento del 20% e le loro ferie passeranno da 30 a 15 giorni”. Non siamo veggenti, non sappiamo come proseguirà la lotta; quel-lo che si può certamente dire è che il protagonismo delle masse popolari e-cuadoriane dovrà, prima o poi, fare i conti con coloro che le rappresentano oggi. Haiti, basta con la corruzione Anche la piccola isola caraibica vede da cinque settimane scioperi, blocchi delle principali vie di comunicazione, mobilitazioni di piazza che hanno para-lizzato tutte le attività economiche. La ragione è la richiesta che il presidente Moise e tutto il suo governo se ne vadano perché accusati di essersi appro-priati dei fondi – 100 milioni di dollari nel 2010, altri 4 milioni nel 2018 oltre al condono del debito per la fornitura del petrolio con Petrocaribe di 395 milioni di dollari – donati dal Venezuela come aiuti umanitari tra il 2010 e il 2018 (come si ricorderà, nel 2010 l’isola fu scossa da un terremoto che fece 230.000 morti; nel 2018 ce ne fu un altro di minore potenza). Può sembrare strano, un popolo che si ribella nelle strade alla corruzione, ma non solo. Il 28 ottobre migliaia di lavoratori del settore tessile, maestri e studenti hanno nuovamente manifestato, in una giornata di strade vuote, vie bloccate da barricate e negozi chiusi. Oltre alla rinuncia del presidente, i lavoratori chie-devano un aumento del salario minimo, definito “miserabile”. Insegnanti, studenti e genitori, in un’altra parte della città chiedevano la riapertura delle scuole, chiuse dal governo dal 16 settembre, giorno in cui sono cominciate le proteste. Haiti non solo è il paese più povero dell’America Latina ma è uno dei più po-veri del mondo, l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Tutto ciò che produce reddito - il turismo, la coltivazione del caffè e dello zucchero e qualche piccola industria - è in mano a multinazionali statunitensi. All’isola, inoltre, non è mai stato perdonato di essere stato il primo paese del mondo a liberarsi dalla schiavitù, boicottando sistematicamente ogni suo tentativo di svilupparsi. Ecco allora che la corruzione passa dall’essere una questione “morale” ad essere una questione di sopravvivenza per la maggioranza della popolazione. Elezioni... che dolore! Se la mobilitazione di piazza è stata il tratto distintivo dei 3 paesi di cui sopra, il rifiuto del modello neoliberista è stato espresso in questo mese anche a li-vello delle urne in altri come la Bolivia, l’Argentina e la Colombia. Ora, quando si parla di elezioni, siamo sempre tentati di storcere il naso dalla nostra prospettiva: nei paesi a capitalismo “avanzato” sono ormai diventate un rito vuoto in cui ci si chiede di scegliere chi meglio servirà gli interessi dei nostri capitalisti. Ma non è così in altre parti del mondo, soprattutto nei paesi oggetto della rapina più spietata da parte dell’imperialismo e delle grandi multinazionali – dove, tra l’altro, il suffragio “universale” non è mai stato uni-versale, dove le classi sfruttate non avevano accesso neppure a questo stru-mento e dove eleggere non significa semplicemente scrivere una X ma scon-trarsi fisicamente nelle piazze - e bisognerebbe ragionarci non in termini as-soluti. Sono uno strumento, servono o no, in un determinato paese e in un determinato tempo, a far progredire la coscienza, l’organizzazione degli sfrut-tati, l’accumulazione di forze? L’esempio perfetto è sicuramente il Venezuela, ma parliamo invece della Bo-livia. Evo Morales vince le elezioni presidenziali (la sua quarta vittoria) con il 47,08% dei voti contro il candidato delle destre che totalizza il 36,51%. Come di consueto l’opposizione parla di brogli, immediatamente sostenuta dall’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e dall’Unione Europea e chiama ad uno “sciopero” generale che si riduce a scontri violenti di piazza in varie città, una replica delle “guarimbas” venezuelane. Gli rispondono decine di migliaia di minatori, di lavoratori, di contadini, di donne e di giovani che scendono in piazza a La Paz e in altre città il 28 ottobre per sostenere il loro presidente. Per sostenere soprattutto il suo progetto, che va contro la logica egemonica dell’offensiva capitalista e che, come dice il segretario della COB (la Confede-razione Operaia Boliviana), “è costato sangue per recuperare la vera demo-crazia”. In Argentina, vince le elezioni Alberto Fernàndez, del Frente de Todos. Mau-ricio Macri se ne deve andare, dopo aver riportato il paese ai tempi del “Que se vayan todos” seguendo le ricette del FMI, tanto che un mese fa il Con-gresso doveva riconoscere che in Argentina c’è la fame (con un decreto che prevedeva un aumento del 50% delle sovvenzioni destinate alle mense popo-lari data la previsione della “emergenza alimentare” fino al 2022), e dove le statistiche ufficiali fissano la cifra della povertà al 32% della popolazione. In Colombia, il narco-Stato paramilitare di Uribe e del suo delfino Ivan Du-que dove chi si oppone al regime viene semplicemente, tutti i giorni, elimina-to fisicamente, le elezioni regionali vedono – oltre a scontri violenti in tutto il paese - la sconfitta pesante del governo (che perde 24 dei 32 dipartimenti) , soprattutto a Bogotà, Cali e Medellin, feudo tradizionale dell’uribismo. Vinco-no anche due candidati ex combattenti delle FARC, Marino Grueso e Guiller-mo Torres (alias Juliàn Conrado, il cantante della guerriglia). La campagna elettorale, con la più alta partecipazione che si ricordi, ha un saldo di ben 7 candidati uccisi da narcotrafficanti e paramilitari. Un piccolo dettaglio umori-stico: mentre Duque e Uribe diventavano lo strumento centrale degli attacchi imperialistici al Venezuela bolivariano, non si sono accorti che il terreno co-minciava a franare loro sotto i piedi, nel loro stesso paese. Anche in Uruguay ha vinto nuovamente il centrosinistra con il Frente Amplio. Dal punto di vista dei rapporti di forze, quindi, un risultato elettorale non è uguale all’altro. Qualche lezione La rivolta dei popoli contro il modello neoliberista (la versione più brutale del capitalismo globale, ormai senza maschere) è una ribellione contro un modello sociale che impoverisce, nega una vita decente e persino un futuro a miliardi di persone, porta verso la distruzione stessa del pianeta. L’insieme delle proteste sociali che hanno visto sfruttati e oppressi, soprattutto quelli giovani privati anche del futuro, mobilitati nelle strade nonostante una repressione pesante e brutale, costituisce certamente un episodio di accumulazione di forze che si è espresso in pochi giorni. Il neoliberismo, o meglio l’imperialismo, ha subito una serie di gravi disfatte, il suo progetto è ormai in rovina e la rabbia degli sfruttati non è più diretta solo contro i governi che sono il suo strumento, ma verso quegli strumenti come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che hanno strangolato senza pietà un continente. In modi diversi – le mobilitazioni e le elezioni – le masse di sfruttati e oppressi hanno una volta di più sperimentato la loro forza. Hanno mostrato la stanchezza dei popoli verso le politiche egemoniche dell’imperialismo, verso l’offensiva mondiale del capitale contro il lavoro, la natura e la società. Cuba e Venezuela non sono più sole. Non siamo maghi, non sappiamo come proseguiranno le lotte, se esse riusciranno a esprimere una avanguardia che consolidi la spontaneità e dia continuità a queste battaglie per un mondo diverso, che noi chiamiamo ancora socialismo. Ma sicuramente questo ottobre 2019 dice che la storia non è finita, che il ciclo non è finito, che la lotta di classe è tornata alla grande.
novembre 2019 redazione
Piazza Fontana cinquant’anni dopo
Una ferita che rimane aperta Perchè dobbiamo ancora indignarci per questa cinica montatura del potere in funzione antipopolare Luciano Orio Qualcuno disse che quel giorno perdemmo l'innocenza e scoprimmo la cattiveria, il complotto, la faccia assassina della politica. Non so se questo possa essere vero. È probabile che quell'innocenza non sia mai esistita: per noi italiani quel 12 dicembre del '69 arrivava dopo una lunga convivenza con alluvioni e frane, mafia e potere religioso, scioperi e scontri di piazza. In quell'epoca di boom economico, prodotto dallo spostamento di milioni di lavoratori dal sud al nord e all'estero, la nostra fragile democrazia borghese era ancora impregnata, appena un quarto di secolo dopo la caduta del fascismo, di funzionari e portavoce del fascismo. Una folta schiera di servi del regime, pronti a cambiar bandiera quando cambia il vento o scappare come topi dalla barca che affonda, sottobosco ideale per trame che attraversavano magistratura e polizia, i servizi segreti e le basi Nato, per organizzare la violenza dello Stato al fine di tenere in piedi il regime, garantire il funzionamento delle istituzioni repressive, magistratura e polizia, proteggere le illegalità e l'uso di parte dei mezzi di informazione. Ma non era un paese cupo, il nostro. Dall'altra parte esisteva ed era ben vivo un forte e articolato movimento di classe, operaio e proletario, che garantiva la difesa e il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita sul versante sindacale, mentre su quello politico garantiva l'espressione politica delle proprie avanguardie, sfidando l'egemonia della classe borghese. Nel mezzo dell'autunno caldo, nel pieno della lotta di classe, quel giorno, contemporaneamente, scoppiarono bombe a Roma e a Milano. Quest'ultima, in una borsa collegata ad un timer, sotto il tavolo centrale della Banca dell'Agricoltura, uccise diciassette persone e ne ferì seriamente ottantacinque. Fu l'inizio. Dopo piazza Fontana, il 22 luglio 1970, l'attentato al treno del Sole a Gioia Tauro (6 morti); il 17 maggio 1973, davanti alla questura di Milano, un ordigno causò 4 morti e 45 feriti; il 28 maggio 1974, una bomba in piazza della Loggia a Brescia provoca 8 morti e 103 feriti; il 4 agosto 1974, l'attentato al treno Italicus (13 morti e 48 feriti); fino all'orrore della bomba di Bologna, il 2 agosto 1980 che fece 85 morti e 200 feriti. Undici stragi che durarono 15 anni, dal 1969 al 1984, intervallate da tentativi di golpe o complotti militari. Una strategia della tensione, di marca fascista, intessuta da ipocrisie, violenze e menzogne che non ebbero una fine. Per nessuna di queste stragi è stato trovato un colpevole. La sentenza della Corte di Cassazione del 3 maggio 2005 condannò i familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana a pagare le spese processuali, mentre lasciò impuniti o sconosciuti esecutori e mandanti. Per capirne le origini è necessario risalire a quegli anni di forte ripresa della lotta di classe. Succede che, come per gli studenti un anno prima, anche gli operai decidono, bruscamente, di mettere in discussione la loro condizione. Le contestazioni davanti ai cancelli delle fabbriche, le rivendicazioni che da sindacali si trasformano in politiche, le dimostrazioni e i cortei che quotidianamente paralizzano tante parti del paese, registrano una spinta ed una partecipazione via via crescenti, attraverso volantinaggi e sit-in, serrate e scioperi che costringono allo schieramento della polizia armata davanti ai cancelli, alle provocazioni dei fascisti e della stessa polizia nelle manifestazioni, alla pioggia di denunce ed arresti da parte della magistratura. Solo un mese prima, in novembre, con lo sciopero dei metalmeccanici, arriva la prima ondata di denunce (quattordicimila in tutta Italia), mentre a spinte di centomila per volta cortei e manifestazioni richiedono il rilascio di operai e compagni arrestati. La classe operaia, con ogni evidenza, si dimostra vincente. Risultò quindi evidente che quelle bombe non furono una combinazione, come non fu una combinazione il depistaggio, che cercò da subito i responsabili tra gli anarchici e tralasciò la pista nera, dei fascisti, già autori – guarda caso - in tutto il '69 di molti attentati. Gli anarchici funzionarono da capro espiatorio. Preso Valpreda e "suicidato" Pinelli, lo Stato avrebbe così voluto mettere la parola fine a quella stagione di lotta, impartendo una dura lezione al movimento di classe: la giustizia non è uguale per tutti. Ma così non sarà. Subito dopo Piazza Fontana, infatti, la campagna stampa avviata dalla sinistra extraparlamentare contro la "strage di Stato" smonta la tesi accusatoria contro gli anarchici e costruisce una mobilitazione politica per allargare gli spazi di verità e giustizia nel nostro paese. Anche chi era assuefatto alla menzogna scopre il volto autentico del potere. Un episodio di questo periodo è esemplare del modo con cui i poteri pubblici scelgono gli interessi da tutelare, associandosi alla parte più occulta dei poteri privati. Nel corso del 1971 il giudice Guariniello, durante una perquisizione presso la sede della Fiat, per una causa di lavoro intentata da un ex dipendente, scopre una serie di contenitori metallici che racchiudono "schede informative" relative a 354.077 individui e che raccolgono informazioni su dipendenti ed altri cittadini, militanti addetti ai volantinaggi a Mirafiori, giornalisti, professori, uomini politici. In bella evidenza, il giudice scopre le prove dei versamenti effettuati dalla Fiat a carabinieri, poliziotti e agenti dei servizi (Sid) per il loro lavoro di schedatura. Tutto finì prescritto otto anni dopo, ma soprattutto dopo che la procura, facendo riferimento al rischio di incrinare i buoni rapporti tra magistratura e polizia, trovò inopportuno accusare i massimi dirigenti di un complesso industriale che "dà lavoro e benessere a tutta la popolazione", con la possibilità di "innescare uno stato di agitazione" tra le masse operaie della Fiat. Piazza Fontana fu all'origine del decennio denominato "gli anni di piombo". Il piombo di chi? Nel vuoto lasciato da uno Stato reticente, ambiguo e palesemente coinvolto e da una giustizia di parte, lo stragismo si intreccia con gli omicidi dei militanti. Serantini, Franceschi, Lo Russo, Bruno, Saltarelli, Zibecchi, Costantino sono uccisi da poliziotti o carabinieri; Pinelli "cade" dalla finestra della questura; Miccichè viene ucciso da una guardia giurata; Brasili, Amoroso, Varalli, Miccoli, Rossi dai fascisti. A questi si aggiungono i tanti compagni morti ammazzati per i quali non sarà possibile risalire all'esecutore materiale, come Fausto e Iaio nel '78. In mezzo a questo decennio viene approvata il 22 maggio 1975 la prima legge eccezionale sull'ordine pubblico, la legge Reale, passata col voto determinante dei fascisti, che riconosce alla polizia il diritto di sparare, incoraggiando e proteggendo l'omicidio di stato. Piazza Fontana (e dintorni) è dunque prima di tutto un fatto da non dimenticare e che comporta indignazione e rabbia in tutti noi. Ma è solo un tragico episodio del passato, superato dagli avvenimenti e dall'evoluzione della società? Niente affatto! Anzitutto la totale impunità di esecutori e mandanti costituisce motivo fondante per cui questa vicenda non può appartenere al passato, anche se il regime con il corollario dei media vorrebbe farci intendere che quell'epoca è definitivamente chiusa. Chi è Stato? Viene da chiederci se sia esistito ed esista uno “stato profondo” anche in casa nostra, quel connubio tra spioni di Stato, neo fascisti, padroni, logge massoniche, con corollario di giornalisti, magistrati e poliziotti a coprire le spalle, in cui i mafiosi stanno sempre alla finestra. Viene facile pensarlo: l’impunità dei padroni e dei loro servi spazia a tutto campo. Da quello politico a quello del malaffare a quello economico. È di questi giorni la decisione della Corte di Cassazione di rifare il processo “Mafia Capitale”; la parola “mafia” va tolta da ogni imputazione a carico di Carminati, Buzzi & Co. Loro non sono in odore di mafia, ha detto la Suprema Corte, si tratta di una semplice associazione a delinquere, anzi due. L’aspetto politico-mafioso è risolutamente negato: un bel regalo per tutta la feccia politico affarista della capitale. In quella inchiesta al vertice supremo dell’organizzazione stava Massimo Carminati, già fascista e stragista dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), elemento di spicco della destra eversiva romana, abilitato ai lavori sporchi per conto della banda della Magliana. È lo stesso Carminati che venne pesantemente indiziato assieme ai suoi camerati Mario Corsi e Claudio Bracci per l'omicidio a sangue freddo dei compagni Fausto e Iaio, uccisi a Milano nel '78, e poi prosciolti "pur in presenza di significativi elementi giudiziari e di rilevanti dichiarazioni di ben sei pentiti". Il marciume che emergeva a Roma era stato costruito dall'eversione fascista negli anni '70 e cresciuto nel sottobosco politico di regime (il mondo di mezzo) che ha garantito prima la loro totale impunità e poi la scalata ai palazzi del potere. Le foto che ritraggono questi personaggi con tanti esponenti dell’ex “governo del cambiamento", di marca PD, testimoniano una volta di più la natura di questo partito, decisamente organica al grande capitale. Le “grandi inchieste” che emergono di quando in quando starebbero lì a testimoniare del buon livello democratico dei nostri apparati di potere. Fumo negli occhi. Nel corso di questo mezzo secolo e più le caste al potere (DC in testa), occulte o meno che siano, hanno garantito ai borghesi di ogni ordine e grado di passare indenni le loro crisi. E quando non ci pensavano loro, a salvarli provvedevano gli “equilibri internazionali”: nessun criminale di guerra italiano venne mai processato nel dopoguerra, anzi, diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti, magistrati. Piazza Fontana, la “madre di tutte le stragi”, conserva un ruolo centrale nell'analisi politica di quegli anni. Lo assume ancor di più per tanti di noi comunisti che, a quella strage, lontana negli anni ma vicinissima nella coscienza, dobbiamo la nostra formazione politica.
ottobre 2019 redazione
lavoro/morti
Una strage inarrestabile Al lavoro peggio che in guerra Michele Michelino Ogni giorno dal nord al sud il bollettino di guerra riporta il numero dei morti e dei feriti o-perai massacrati per il profitto, fra l’indignazione, la rabbia di alcuni e l’indifferenza di mol-ti. Il potere borghese, i capitalisti, considerano normale che un certo numero di lavoratori ogni giorno muoia per il profitto e ritengono questi omicidi effetti collaterali della guerra di classe che conducono contro gli sfruttati. La realtà dimostra che la contraddizione fra capitale e lavoro si manifesta in tutta la sua brutalità nello sfruttamento e nell’aumento continuo dei morti sul lavoro e nell’indifferenza delle istituzioni. Nell’ultimo decennio sono stati registrati più di 10.000 lavoratori morti sul luo-go di lavoro. Numeri impressionanti, drammatici; più morti sul lavoro che in una guerra. Gli incidenti sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati della coalizione occidentale della 2° guerra del Golfo. L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari della coalizione imperialista che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252 e l’età media di chi perde la vita è intorno ai 37 anni. Con la crisi si riducono i posti di lavoro e se i lavoratori occupati diminuiscono, i morti sul lavoro aumentano. I dati INAIL (sottostimati perché non tengono conto dei lavoratori sen-za contratto, in nero) nel 2018 registrano 1.133 vittime, 104 morti in più del 2017. Una strage di lavoratori di quasi 100 persone al mese, e sono in aumento anche le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 59.585 (+2,5%). Più delle parole e delle ideologie, i dati dimostrano che la condizione della classe operaia è andata peggiorando sempre più. Con il cambio dei rapporti di forza, anche le grandi lotte operaie dell’autunno caldo e dei primi anni ‘70 che portarono alle “conquiste” salariali, normative e legislative sono state rimangiate e, grazie ai partiti borghesi e ai sindacati collaborazionisti (Cgil-Cils-Uil), il co-mando di fabbrica e sociale si è rafforzato sempre più a garanzia del profitto dei padroni. Questo processo, il peggioramento continuo della condizione di lavoro e di vita, ha avuto alcune tappe significative. Nel 1997 vennero istituiti gli uffici di collocamento di natura privatistica (Bassanini); e suc-cessivamente la legge Biagi trasferì le funzioni di collocamento dal pubblico al privato. Mol-te agenzie di collocamento furono regalate a imprenditori, sindacati e politici. Il lavoratore divenne ostaggio delle imprese, privato di qualunque possibilità di difesa, condannato al precariato perenne senza diritti e senza tutele. Con il pacchetto Treu del primo Governo Prodi, si intervenne pesantemente per la prima volta a destrutturare il mercato del lavoro, adeguandolo alle esigenze del padronato a sca-pito dei lavoratori, con introduzione della “flessibilità”, della “precarietà”, e con nuove for-me di contratti precari: interinale, co.co.co., contratto a progetto. Nel 2003, il Governo Berlusconi continuò l’attacco ancor più pesantemente con nuove for-me di contratti precari: i contratti di somministrazione lavoro, lavoro accessorio, lavoro oc-casionale ecc. ecc. Nel 2012 il Governo Monti e il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Fornero diedero il primo colpo all’art. 18 della legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, provocando il dramma degli esodati e l’aumento dell’età pensionabile. Nel 2015, il governo Renzi completò l’opera con il contratto a tutela crescente o “Jobs Act”, che abrogava completamente l’art. 18, che garantiva il reintegro del lavoratore in ca-so di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. Il governo gialloverde - Lega e 5stelle - ha confermato la cancellazione dell’art. 18 sancita da accordi fra padroni, governi (di centrosinistra, di centrodestra) e sindacati, dimostrando in tal modo, una volta di più, che tutti i governi non sono altro che comitati d’affari del ca-pitale. Tutti i governi di qualsiasi colore e i sindacati filo padronali hanno permesso che il capitali-smo potesse disporre a suo piacimento della forza lavoro accrescendo i propri profitti. Il risultato è che il lavoro è diventato sempre più precario, senza protezioni e sicurezza; sot-toponendo a continuo ricatto la forza-lavoro, è aumentato lo sfruttamento e il totale di-sprezzo per la salute dei lavoratori: il “lavoro” è così diventato fonte di alienazione, di di-sperazione, di povertà, di morte per migliaia di lavoratori. Nel capitalismo la vita degli operai per i padroni non vale niente; per ottenere il massimo profitto risparmiano anche i pochi euro necessari a fornire misure di protezione individuali e collettive, mandandoli consapevolmente a morte certa. Il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, il ricatto occupazionale, la mancanza di un’organizzazione politica e sindacale di classe, proletaria, lascia i lavoratori completa-mente alla mercé dei padroni. Per i capitalisti gli operai e i lavoratori sono solo merce-forza lavoro, carne da macello e ci sono tanti disoccupati pronti a prendere il loro posto per lavorare in cambio di un tozzo di pane. Per i padroni gli investimenti devono essere produttivi, ciò che non rende profitto è capitale morto. Muoia dunque l’operaio purché si valorizzi il capitale! Il proletariato, la classe degli operai moderni, che non vivono se non a condizione di trova-re lavoro e che non ne trovano più, quando il loro lavoro cessa di aumentare il capitale, senza un’organizzazione può solo subire. Governi e istituzioni di destra o di presunta “sinistra” difendono solo gli interessi della loro stessa classe. Per loro gli operai e i lavoratori sono solo merce forza lavoro, non esseri umani, e gli omicidi del profitto al più suscitano solo qualche frase di circostanza, effetti collaterali dello sfruttamento capitalista legalizzato. Per i proletari, per gli operai e i lavoratori costretti a vendere quotidianamente le proprie braccia per vivere, la solidarietà con i propri compagni, il riconoscersi come un’unica classe internazionale con gli stessi interessi e diritti diventa l’unica possibilità di difendersi dallo sfruttamento. Purtroppo senza un’organizzazione politica indipendente della classe operaia questa mat-tanza non si riesce a fermare. Ogni giorno sui posti di lavoro, gli operai e i lavoratori, ma anche i cittadini e la natura, vengono violentati, sacrificati e muoiono per il profitto e la vo-racità di un sistema di sfruttamento inumano. Ai lavoratori gli onori della cronaca vengono riservati, e solo per un giorno, quando muoiono in gruppo, tutti insieme. Solo in questo caso sui media si sprecano le lacrime di coccodrillo del capo dello Stato, del Governo, di Confindustria e dei sindacati loro complici. Alle famiglie delle vittime restano solo il dolore e i drammi, il pianto per i loro morti, l’attesa di una giustizia che non arriverà mai. Nel sistema capitalista tutte le istituzioni, compresi i sindacati collaborazionisti e di regime che “rappresentano i lavoratori”, considerano legittimo e legale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; quindi perché “ostacolare il progresso” da cui traggono i loro privilegi? D’altra parte ogni giorno ci sono decine di morti sul lavoro e per malattie professionali, migliaia gli operai e i lavoratori che ogni anno vengono assassinati sul posto di lavoro e scioperare per costringere i padroni a bonificare gli ambienti e rispettare le misure di sicurezza antinfor-tunistiche significherebbe far perdere ai padroni decine di migliaia di ore di profitti. Per assecondare lo Stato e i Governi dei padroni, per i sindacalisti sul libro paga dei capita-listi e che godono di benevolenza, agevolazioni e privilegi, distacchi e permessi sindacali solo se collaborano allo sfruttamento degli operai, è più facile instillare il dubbio che la colpa degli infortuni sia la disattenzione dei lavoratori, della “fatalità”, che del mancato ri-spetto delle leggi e norme antinfortunistiche. La contraddizione fra capitale e lavoro fa morti, feriti e invalidi ogni giorno ed è giunto il momento di scioperare a difesa della nostra vita, della nostra salute e quella del pianeta, scendere in piazza per gridare forte la nostra protesta. Non possiamo più limitarci a listare a lutto le nostre bandiere rosse per il sangue proletario versato. Il capitalismo è morte per gli sfruttati. Solo cambiando questo modo di produzione e il si-stema sociale capitalista finalizzato alla ricerca del massimo profitto si salvaguarda la salu-te umana e quella del pianeta. Solo nel sistema socialista in cui si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani, dove lo sfruttamento e i morti per il profitto siano considerati crimini contro l’umanità, si può mettere fine a questa mattanza operaia. Basta lacrime e arrivato il momento di organizzarci a livello nazionale, far sentire la nostra rabbia e odio di classe contro i padroni e il sistema capitalista responsabile di questi omici-di: organizziamo assemblee nei posti di lavoro e nel territorio, lavoriamo per organizzare una manifestazione nazionale operaia e proletaria contro il sistema di sfruttamento capita-lista che uccide gli esseri umani e la natura. SOLIDARIETÀ A TUTTE LE VITTIME DELLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA E AL-LE LORO FAMIGLIE.
ottobre 2019 redazione
risoluzione UE
La UE falsifica la storia, il comunismo e l'antifascismo Il 19 settembre la Risoluzione del Parlamento europeo "sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa" ovvero vittime e carnefici sullo stesso piano Emiliano La risoluzione della neo Unione europea raccoglie una serie di dichiarazioni e atti già presentati negli anni precedenti da gruppi europei, Parlamenti di paesi ex-comunisti che già al loro interno perseguitavano le organizzazioni comuniste. Sono 22 punti che non pubblichiamo integralmente ma affrontiamo solo alcuni punti (la versione integrale si può trovare su internet) partendo dalle motivazioni alla base della risoluzione che abbiamo ritenuto più significative per capire l'infamità di tale presa di posizione e della sua pericolosità. Di seguito alcune delle considerazioni generali: A. considerando che quest'anno si celebra l'ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che ha causato sofferenze umane fino ad allora inaudite e ha portato all'occupazione di taluni paesi europei per molti decenni a venire; B. considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l'Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale; E. considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature; F. considerando che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste; L. considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne; Ed ecco alcuni dei 22 punti della risoluzione: 2. sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l'obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l'Europa in due zone d'influenza; 3. ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell'umanità, e rammenta l'orrendo crimine dell'Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l'umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari; 6. condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo, all'interno dell'Unione; 8. invita tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell'UE e a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi inserendo la storia e l'analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell'Unione; invita gli Stati membri a promuovere la documentazione del tragico passato europeo, ad esempio attraverso la traduzione dei lavori dei processi di Norimberga in tutte le lingue dell'UE; 10. chiede l'affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani; incoraggia gli Stati membri a promuovere l'istruzione attraverso la cultura tradizionale sulla diversità della nostra società e sulla nostra storia comune, compresa l'istruzione in merito alle atrocità della Seconda guerra mondiale, come l'Olocausto, e alla sistematica disumanizzazione delle sue vittime nell'arco di alcuni anni; 12. invita la Commissione a fornire un sostegno effettivo ai progetti di memoria e commemorazione storica negli Stati membri e alle attività della Piattaforma della memoria e della coscienza europee, nonché a stanziare risorse finanziarie adeguate nel quadro del programma "Europa per i cittadini" per sostenere la commemorazione e il ricordo delle vittime del totalitarismo, come indicato nella posizione del Parlamento sul programma "Diritti e valori" 2021-2027; 14. sottolinea che, alla luce della loro adesione all'UE e alla NATO, i paesi dell'Europa centrale e orientale non solo sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi, ma hanno anche dato prova di successo, con l'assistenza dell'UE, nelle riforme e nello sviluppo socioeconomico; sottolinea, tuttavia, che questa opzione dovrebbe rimanere aperta ad altri paesi europei, come previsto dall'articolo 49 TUE; 17. esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti; 18. osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari. La prima cosa che salta agli occhi è la distorsione della storia per fini anticomunisti, il revisionismo storico è uno degli strumenti usato per influenzare negativamente soprattutto le giovani generazioni. Un veleno usato nel nostro paese già con le foibe per giustificare lo sdoganamento dei fascisti. L'altro aspetto è la necessità di equiparare la più odiosa, terribile e sanguinaria dittatura come quella nazista - ricordiamolo appoggiata dalle maggiori aziende capitaliste non solo tedesche, alcune delle quali sono ancora in testa del capitalismo internazionale come la Krupp - al comunismo. Simbolo della lotta contro i padroni che hanno foraggiato nazisti e fascisti. Operazioni già tentate nel nostro paese prima con l'equiparazione tra i repubblichini di Salò con i partigiani che li combattevano fatta da Violante e successivamente con la legge Fiano che, in nome dell'antifascismo, ha aperto le porte a provvedimenti anticomunisti, non a caso i parlamentari europei del Pd hanno votato a favore, tranne uno che però ha preso le distanze da Stalin. Gli attacchi sono al comunismo, all'Unione Sovietica e alla figura ed opera di Stalin perché la borghesia considera un crimine contro l'umanità l'avere edificato uno Stato Sovietico, uno Stato di dittatura del proletariato implacabile contro i capitalisti e la proprietà privata. Dai Problemi della pace del 1946 ricordiamo la posizione di Stalin: “Sarebbe errato pensare che la seconda guerra mondiale sia scoppiata casualmente … In realtà la guerra è scoppiata come risultato inevitabile dello sviluppo delle forze economiche e politiche mondiali sulla base dell'odierno capitalismo monopolistico. I marxisti hanno dichiarato più volte che il sistema capitalistico dell'economia mondiale cela nel suo seno gli elementi di una crisi generale e di conflitti armati... È un fatto che l'ineguale sviluppo dei paesi capitalistici porta abitualmente, con il passare del tempo, ad una brusca rottura dell'equilibrio nell'interno del sistema mondiale del capitalismo; e il gruppo dei paesi capitalistici che si considera meno provvisto di materie prime e di mercati di sbocco, tenta solitamente di modificare la situazione a proprio vantaggio e di procedere ad una nuova ripartizione delle “sfere d'influenza” facendo ricorso alla forza armata...” Stalin si poneva come un nemico implacabile contro la borghesia e i falsi comunisti, che da sempre si sono prodigati in attacchi velenosi tesi ad impedire la realizzazione del socialismo. Con buona pace dei troskisti e dei vari revisionisti che da sempre strillano contro i suoi cosiddetti crimini. Le loro lamentele sono state finalmente accolte dal famigerato Parlamento europeo, e si trovano ancora una volta a fianco dei fascisti a votare una risoluzione anticomunista. Pronti ad accusare la repressione stalinista o a pentirsi (forse) allorquando il proletariato eserciterà la propria giustizia di classe. Ma perchè una simile risoluzione oggi? Nonostante siano passati 80 anni dall'inizio della guerra la borghesia sente ancora il bisogno di diffamare - anche se non è la prima volta - le idee di libertà ed emancipazione per tentare di far perdere la memoria, soprattutto tra i giovani, ma anche perché è ancora immensa la stima che i lavoratori di tutto il mondo hanno per il paese del socialismo, l'URSS con a capo Stalin. Evidentemente la borghesia, ancora oggi, vede come pericolo per la propria sopravvivenza, l'esperienza storica della Rivoluzione d'ottobre e, di fronte all'avanzare della crisi inevitabile del sistema capitalista e imperialista teme che i comunisti si uniscano e si riorganizzino, insieme al proletariato dei vari paesi, per abbattere la dittatura della borghesia e instaurare la propria dittatura quella del proletariato. I comunisti non si arrendono. La lotta contro il fascismo, la reazione, l'imperialismo, per l'abbattimento del capitalismo e la costruzione di una società socialista continuerà con più forza. Così come lo smascheramento della UE - che ancora una volta - dimostra di non essere riformabile o cambiata come sostengono molti che si definiscono di "sinistra" perché è uno strumento imperialista a favore degli interessi delle banche, delle multinazionali, della NATO e dei partiti al loro servizio.
ottobre 2019 redazione
Hong Kong
Rivoluzioni “colorate” Il turno di Hong Kong Daniela Trollio È un copione che abbiamo già visto. In Iraq, in Libia, in Siria, in Ucraina, in Venezuela… Proteste e ribellioni nate su problemi specifici che si trasformano in altro e diventano guerre, interventi militari aperti o “a bassa intensità”: l’obiettivo, improvvisamente, cambia. Diventa il rovesciamento di governi non graditi all’imperialismo Tagliare gole e teste, bruciare vivo chi si ritiene un avversario, spaccare ve-trine, buttare bombe molotov ai poliziotti e incendiare le loro caserme, bloc-care stazioni ferroviarie distruggendone le installazioni, occupare aeroporti (fatto eccezionale e forse unico se avviene in zone non in guerra dichiarata), sono azioni che hanno un peso diverso a seconda delle latitudini in cui av-vengono. O meglio, a seconda dei governi contro cui sono rivolte e degli inte-ressi economici e geopolitici che ci stanno dietro. Per cui assistiamo ad una curiosa contraddizione: se i gilet gialli francesi han-no già totalizzato più di 30 arresti solo nel mese di settembre e se le centinaia e centinaia di morti e feriti palestinesi sono totalmente ignorati dai media – solo per fare due esempi - i manifestanti (organizzati e addestrati militarmen-te, da quanto si può vedere) che si riversano da mesi nelle strade di Hong Kong sono “democratici pacifici” che si battono per i diritti umani e che tutte le potenze occidentali si affrettano a difendere (130 parlamentari inglesi han-no presentato addirittura la proposta di dare la cittadinanza britannica ai cit-tadini di Hong Kong, cittadinanza che nessuno si era mai sognato di dare loro quando l’isoletta era colonia britannica). È un copione che abbiamo già visto. In Iraq, in Libia, in Siria, in Ucraina, in Venezuela… Proteste e ribellioni nate su problemi specifici che si trasformano in altro e diventano guerre, interventi militari aperti o “a bassa (andatelo a dire alle vittime…) intensità”: l’obiettivo, improvvisamente, cambia. Diventa il rovesciamento di governi non graditi all’impero. C’è da chiedersi come mai questo copione viene costantemente ripetuto. Forse gli strateghi delle “rivolu-zioni colorate” contano sulla nostra scarsa memoria storica. Ora tale copione si replica ad Hong Kong Uno che se ne intende, il giornalista Manlio Dinucci, si chiede giustamente in un articolo – davanti alle immagini dei manifestanti che sfilano con bandiere inglesi e statunitensi – “che libri di storia usano i giovani che oggi chiedono al Regno Unito di ‘salvare Hong Kong?’”. Ignorano, o hanno dimenticato, le Guerre dell’Oppio, la rivolta dei Boxers (alla cui repressione prese parte anche il corpo di spedizione italiano), il trattato di Nanchino che, all’art. 3, recita “Essendo evidentemente (!) necessario e conveniente che i sudditi britannici dispongano di porti per le loro navi e i loro commerci, la Cina cede per sem-pre l’isola di Hong Kong a Sua Maestà la Regina di Gran Bretagna e ai suoi eredi”. Hong Kong divenne così colonia britannica nel 1842 ed è stata restituita alla Repubblica Popolare Cinese nel 1997, dopo 156 anni di dominio coloniale in-glese. Anni nei quali ai cinesi (e ai cani) era vietato entrare nei luoghi pubbli-ci. Dalla metà del secolo scorso - tra il 1949 e il 2000 - Hong Kong è cresciuta e si è arricchita grazie al suo particolare ‘status’ di porto franco per i capitali in-ternazionali (è diventata la terza piazza finanziaria del mondo) e di porta commerciale verso la Cina maoista. O meglio, una parte dei cittadini di Hong Kong si è arricchita, quella classe media di 1,3 milioni di abitanti sui sette dell’isola, che poteva contare su un reddito pro-capite di circa 48.000 dollari annui. Ma in quest’ultimo decennio le cose stanno cambiando. La Cina è ormai di-ventata la prima potenza economica del pianeta, scalzando gli Stati Uniti, non ha più bisogno di “porte”, è un mercato aperto e l’importanza di Hong Kong è ormai minima: a metà degli anni '70 rappresentava il 27% del PIL cinese e oggi pesa solo per un 2,7%. Questo passaggio si è lasciato dietro parecchi problemi: ad esempio quello della casa, che tocca da vicino i giovani. Negli ultimi dieci anni il mercato immobiliare di Hong Kong è stato il meno accessi-bile del mondo. I prezzi delle case, tra il 2018 e il 2019, sono aumentati 20 volte più delle entrate familiari e 33 metri quadrati a Kowloon si vendono a 700.000 dollari. Così molti giovani sono costretti a vivere con i genitori. Altro problema – in una città trasformata in piazza finanziaria e paradiso degli immobiliaristi – è l’enorme disuguaglianza che si è generata. Da questa situa-zione, e non certo dalla legge sull’estradizione, è partita la cosiddetta “rivolu-zione degli ombrelli”. Torniamo al copione. I leader delle rivolte, evidentemente sempre contando sulla poca memoria e in perfetta sintonia con la guerra commerciale dei dazi lanciata da Donald Trump, non hanno perso tempo e sono stati ricevuti – e fotografati – a Washington con il vice-presidente statunitense Mike Pence, con il segretario di Stato Mike Pompeo e con il defenestrato Consigliere alla Sicurezza John Bolton. Joshua Wong, fin dal 2014 aveva regolari contatti con il consolato USA e vanta regolari contatti con il senatore Marco Rubio, uno dei promotori del fallito tentativo di golpe in Venezuela, che ha addirittura pre-sentato la sua candidatura per il Premio Nobel della Pace. Anche la Germania fa la sua parte: il giornale di destra Bild ha pubblicato la foto dell’incontro di Joshua Wong con l’ucraino sindaco di Kiev Vitali Klitschko, con il capo dei “Caschi Bianchi” siriani (foraggiati da Israele, Regno Unito e Stati Uniti, adde-strati in Turchia) Raed Al Saleh e con il milionario russo esiliato Mikail Jodor-kovski. Curiose frequentazioni, che peraltro abbiamo già visto: l’ultima è quel-la del presidente “marionetta” venezuelano Juan Guaidò fotografato con i leader dei narco-trafficanti paramilitari colombiani, altri “campioni” della de-mocrazia. Possiamo, a questo punto, dare un altro nome al “copione”: possiamo chia-marlo più correttamente “strategia del caos controllato” o “guerra ibrida”. So-no gli strumenti dell’imperialismo per colpire qualsiasi governo che non obbe-disca agli ordini del capitale internazionale. Danneggiare economicamente il paese da sottomettere provocando carestie, danni alle sue infrastrutture, blocchi commerciali e finanziari ecc. ecc. (vedi Venezuela e Cuba), organiz-zando “rivolte” nella speranza che la conseguente “repressione” governativa fornisca la scusa per un intervento militare più o meno diretto. Insomma, u-n'altra ‘piazza Maidan’ contro la Cina, questa volta. Ad esempio, contro il Venezuela, proprio l’11 settembre di quest’anno – anni-versario del colpo di Stato in Cile - è stato riattivato il TIAR, Trattato Intera-mericano di Assistenza Reciproca, che prevede di rispondere congiuntamente “ad un attacco armato di qualsiasi Stato contro un Paese americano” che ver-rebbe considerato “un attacco a tutti i Paesi Americani”. Dei 19 paesi parte-cipanti al TIAR, 12 hanno approvato l’utilizzazione di questo meccanismo con-tro il Venezuela, 6 si sono astenuti e 1 era assente. Ricordavamo prima il ruolo di prima economia del mondo che oggi ricopre la Cina. Già nel 2000 l’Istituto di Ricerca PNAC (Progetto per un Nuovo Secolo Ameri-cano) fondato, tra gli altri da Donald Rumsfeld e Dick Cheney, presentando all’amministrazione Obama un “un progetto per conservare la preminenza globale degli Stati Uniti, impedendo il sorgere di ogni grande potenza rivale, e modellando l'ordine della sicurezza internazionale in modo da allinearlo ai principi e agli interessi americani”, prendeva in esame la Cina affermando che “era arrivata l’ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nel-l'Asia sudorientale. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui le forze ame-ricane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina”. Di sfuggita, tra gli altri paesi definiti ‘pericolosi’ dal progetto c’erano la Corea del Nord, la Libia, la Siria e l’Iran. Bisogna proprio dire che, se il capitalismo è cieco nel lungo periodo, nel breve ci vede benissimo. C’è inoltre un fatto nuovo: la “Nuova via della seta”, il grande piano infra-strutturale cinese che coinvolge più di sessanta paesi tra Asia, Africa ed Euro-pa, che rischia di diminuire il legame dell’Occidente con gli USA e di sconvol-gere il “nuovo ordine mondiale” imperiale progettato dallo “Stato profondo” del complesso militare-industriale statunitense. Non dimentichiamo però – ma non è oggetto di questo articolo - che questa Cina non è più quella della rivoluzione di Mao e che da anni ha avviato un ca-pitalismo controllato dallo Stato. I “Paperoni” nel mondo sono 22 milioni e se due terzi di loro - 14,6 milioni - vivono negli Stati Uniti, in Cina sono 1,3 milioni, seguita da Giappone (1,1 mi-lione) e dalla Svizzera (500.000 persone); gli altri sono sparsi nel mondo (fonte: ADN Kronos, 20.6.2019). La Cina è anche il paese dove, se da una parte circolano più di 900 Ferrari (nell’area EMEA – Europa, Medio Oriente e Africa - ne circolano 9.000), dall’altra ci sono durissime e continue lotte ope-raie per i salari e il miglioramento delle condizioni sociali. È vero che spesso non è facile orientarsi nei fatti internazionali, soprattutto grazie ad un’informazione che è diventata non solo disinformazione ma un’arma fondamentale di guerra. Ma bisognerebbe sempre, in questi casi, ri-farsi al vecchio Seneca che, nella tragedia “Medea” scritta nel I secolo d.C., si chiedeva “Cui prodest?”. Ovvero: a chi giova?
agosto 2019 redazione
cambiare la società
Minacce e potere: pacifismo e violenza La storia insegna che per cambiare la società la classe oppressa è ricorsa inevitabilmente alla violenza organizzata e collettiva per liberarsi e assicurare così il progresso dell'umanità Michele Michelino Minacciare, demonizzare il nemico, istigare la paura del diverso, reprimere, sono da sempre alcuni dei modi usati dal nemico di classe per ottenere il con-senso del popolo a politiche reazionarie, mobilitandolo a sostegno dei suoi in-teressi. In questo il segretario della Lega Salvini è un maestro. Tuttavia non possiamo dimenticare che il presente è frutto del passato. Distruggere l’identità di un popolo o di una classe, cancellare la sua memoria storica, imporre quella del nemico è essenziale e funzionale per perpetuare il saccheggio e lo sfruttamento di un popolo o una classe, perché una classe senza memoria è facilmente manipolabile e sfruttabile. Manipolare l’opinione pubblica attraverso i media è una delle forme di con-trollo del potere economico, che è anche padrone dei mezzi di comunicazio-ne. Gli editori, i padroni dei mezzi di comunicazione, dei giornali, TV via cavo, film ecc. sono gli stessi che hanno voce in capitolo nei partiti di centrodestra o centrosinistra borghesi, e di qualsiasi colore. Sono Berlusconi, De Benedetti, Cairo, Caltagirone, il Vaticano e le industrie multinazionali, gli Agnelli, i Pirelli ecc. Nel mondo i conglomerati delle comunicazioni sono diretti, ad esempio, da Time Warner e AOL, e da tutte quelle grandi compagnie di comunicazione in generale con a capo la Westinghouse, la General Electric ecc. Quindi, gli stes-si che producono aerei da guerra, automobili, gomme per auto e camion, bi-ciclette, biscotti, merendine e le brioches che si mangiano a colazione, sono gli stessi che governano l’informazione di tutto il mondo. Molti ex dirigenti rivoluzionari che volevano cambiare il mondo, davanti alle asperità della lotta di classe, alle sconfitte, si sono riciclati nei partiti borghesi, sono passati armi e bagagli dalla parte del nemico diventando le stampelle, i puntelli, i funzionari del grande capitale che volevano abbattere e da questo sono ben retribuiti per i loro servizi. Più volte ci è capitato nelle lotte operaie economiche e politiche o sociali di arrivare alle trattative con la controparte e trovarli di là del tavolo dei padroni, a difendere e rappresentarli o come consulenti, sindacalisti o politici che fino a poco tempo prima passavano per essere difensori dei lavoratori. In questi anni di relativa pace sociale abbiamo visto spesso dirigenti ”pseudo rivoluzionari” che incitavano e mandavano avanti gli altri nelle lotte, a scon-trarsi a mani nude contro la polizia, ma che in realtà si preoccupavano prima di tutto di «mettere al sicuro il loro culo e la loro pelle». Il rivoluzionarismo parolaio, “armiamoci e partite”, che ha al fondo una gran-de sfiducia nella capacità di autorganizzazione della classe, ha fatto più danni di un uragano. L’internazionalismo proletario riconosce il protagonismo operaio, che la classe è una e internazionale e, che il primo dovere internazionalista consiste nel lottare contro i propri governi, comitati d’affari dei capitalisti. Chi si era illuso di poter cambiare la società in modo pacifico, convincendo i capitalisti della bontà delle loro proposte, oggi è in preda allo sconforto. In tempo di crisi e di sconfitta, quando la concorrenza divide i lavoratori e i proletari mettendoli gli uni contro gli altri, quando il lavoro di ricomposizione di classe si fa più duro e la repressione del padrone e dello Stato criminalizza il conflitto, molti hanno abbandonato il terreno della lotta operaia, ambientali-sta, anticapitalista, cercando altri riferimenti. Anche se oggi la classe operaia è divisa e frammentata, un operaio comuni-sta, anche se è senza il partito, è un combattente rivoluzionario, cosciente che il conflitto di classe si deve acuire. Da qui la necessità di lavorare per la costruzione dell’organizzazione politica indipendente della classe, di un partito operaio rivoluzionario, comunista, che si ponga l’obiettivo di distruggere dalle fondamenta la società capitalista e instaurare il socialismo, il potere operaio, la dittatura del proletariato, che è la più ampia forma di democrazia per tutti gli sfruttati. L’imperialismo impone ai popoli del mondo sottosviluppo, prestiti usurai, debi-ti con interessi impossibili da pagare, scambio diseguale, speculazioni finan-ziarie non produttive, corruzione generalizzata, commercio di armi, guerre, violenza, massacri, cui partecipa l’imperialismo italiano per spartirsi il bottino. In Italia tutti i governi borghesi di centrodestra, centrosinistra, compreso quello di Lega e 5Stelle, hanno attuato politiche antioperaie e antiproletarie e finanziato tutte le missioni di guerra italiane nel mondo, chiamandole ipocri-tamente “missioni di pace o umanitarie”. La “democrazia” capitalista, imperialista, borghese, con le sue frasi altisonanti ma vuote, è la maschera dietro cui si nasconde il potere del grande capitale. Aumenta la ricchezza nelle mani di una minoranza di borghesi, aumenta la miseria per i proletari e gli sfruttati del mondo. La contraddizione insanabile fra capitale-lavoro, la ricerca del mas-simo profitto, produce ogni giorno morti sul lavoro, malattie profes-sionali e morti del profitto. Per il profitto la borghesia combatte una guerra sistematica non dichiarata che non fa prigionieri, ma che lascia sul campo di battaglia della lotta di clas-se morti, feriti, invalidi e il proletariato cosciente sa che un giorno dovrà ne-cessariamente, suo malgrado, ricorrere alle armi per spazzar via questa socie-tà marcia, per aprire la via a una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Una società socialista che abolisca la proprietà privata dei mezzi di produzione, dove si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, in cui le morti sul lavoro per mancanza di sicurezza e di malat-tie professionali, per fame, per sete siano considerati crimini contro l’umanità. Il capitalismo, l’imperialismo è il cancro dell’umanità e si arricchisce sulla miseria e sulla morte di milioni di persone nel mondo, questa è la realtà. Nonostante l’inconciliabilità d’interessi tuttavia, sia storicamente che negli ul-timi anni, anche alcuni “compagni” - che dicono di appartenere alla classe operaia - hanno sviluppato la teoria della “neutralità”. Questa teoria consiste nel non schierarsi in caso di aggressioni imperialiste né con gli uni né con gli altri in nome di una presunta imparzialità della classe operaia, che avrebbe interesse a solidarizzare solo con gli operai del paese aggredito e bombarda-to, non con le altre classi popolari sottomesse, mettendo così in pratica ag-grediti e aggressori sullo stesso piano. L'indipendenza nell'azione politica del proletariato organizzato non significa astenersi dalla lotta popolare, ma partecipare con alleanze e un proprio pro-gramma di classe, come fecero gli operai e i partigiani comunisti durante la lotta di resistenza al nazifascismo. Altri, davanti ai massacri dell’imperialismo, predicano la “non violenza”, il “porgere l’altra guancia”. Altri ancora la “resistenza passiva” che, se pur con-divisibile in alcune circostanze, non lo è in caso di guerra di classe, di aggres-sione imperialista. In particolare i sostenitori della non violenza sostengono una teoria e una pratica che condanna e si schiera “contro tutte le guerre”, compresa quella di classe fra padroni e operai, tra sfruttati e sfruttatori, speculando sul desiderio sincero, profondo, della pace che è nel cuore di tutti gli uomini e di tutte le donne, ma che avvantaggia solo gli sfruttatori. Una teoria che chiama gli operai a combattere le ingiustizie all’interno della legalità delle leggi borghesi fatte dai capitalisti per difendere il proprio potere, raccomandando alla classe operaia la rassegnazione, incutendo il timore di combattere per la libertà anche con le armi in mano. Noi, come Bertolt Brecht, riteniamo che “quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”. Noi marxisti siamo pacifici, ma non pacifisti Noi ancora ci indigniamo e siamo pieni di rabbia e odio contro i padroni e i lo-ro governi per i morti sul lavoro, per malattie professionali, per i massacri di innocenti, di donne, di vecchi e di bambini, che avvengono giornalmente a causa delle guerre dei paesi capitalisti (fra cui l’Italia), per il profitto e non crediamo alla pace fra lupi e agnelli. Anche se siamo per la pace, crediamo che la guerra contro gli sfruttatori sia necessaria e giusta. Per questo noi non siamo genericamente contro tutte le guerre, ma solo contro le guerre imperialiste di rapina; per noi la parola d'or-dine di Lenin «trasformare la guerra imperialistica in guerra civile» è tuttora valida e va perseguita e praticata. Per questo serve un partito della classe operaia e proletaria. A chi pensa di cambiare il sistema di sfruttamento capitalistico con le elezioni, in modo pacifico, ricordiamo quello che Lenin ha scritto: «Una classe oppres-sa che non si sforzasse di imparare a servirsi delle armi, meriterebbe sempli-cemente di essere trattata da schiava». Oggi l’unica violenza ammessa e “legale” é quella dello Stato capitalista che la usa a difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione e del suo sistema economico-politico di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, contro le lotte ope-raie e sociali che mettono in discussione il sistema e ostacolano il profitto. In questi anni molti borghesi pseudo-marxisti al servizio dell’imperialismo hanno revisionato Lenin e soprattutto Marx - epurato dall'aspetto del militan-te rivoluzionario, trasformato semplicemente in un grande pensatore econo-mista da studiare nelle università borghesi, nascondendo che è stato proprio Marx stesso che ci ha insegnato che «... l'arma della critica non potrebbe mai sostituire la critica delle armi». Tuttavia noi non siamo, come sostengono i calunniatori del movimento ope-raio, fautori della violenza fine a se stessa. Noi costatiamo semplicemente che la violenza è un fatto sociale, che è la conseguenza dello sfruttamento del-l'uomo sull'uomo che - per i borghesi che hanno ricchezze, vantaggi e privile-gi - è il mezzo per mantenere ed estendere il loro dominio. La storia insegna che ogni classe sottomessa, per cambiare la società, ha dovuto fare inevita-bilmente ricorso alla violenza organizzata e collettiva per liberarsi e assicurare così il cammino progressivo dell'umanità. La lotta armata e la violenza furono necessarie nella Resistenza per sconfig-gere il nazifascismo. Lo stesso accadde nella guerra di Spagna, dove a difen-dere la Spagna repubblicana, accorsero operai e i contadini come volontari delle Brigate Internazionali. Lo stesso accadde durante la Comune di Parigi, primo tentativo del proletaria-to rivoluzionario di dare “l’assalto al cielo” e nella Rivoluzione Proletaria in Russia in cui gli operai e contadini organizzati presero il potere. Chi detiene il potere e fa leggi usa tutta la forza dello Stato, la sua violenza “legale” per sottomettere e reprimere coloro che mettono in discussione i suoi interessi. Una classe operaia organizzata nel suo partito, che lotta per un sistema so-ciale socialista; che lotta contro la società che legittima lo sfruttamento; che si pone l’obiettivo di abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e i privilegi, non può illudersi di conquistare il potere pacificamente e gli esempi storici lo dimostrano.
agosto 2019 redazione
Miracoli del capitalismo
Operai schiacciati e territori devastati Una cronaca dal Veneto Luciano Orio “Avere a che fare con le macchine comporta sempre un certo rischio, perché la carne è carne, e le macchine, a volte, sembra che partano da sole… Le macchine in generale, ma le presse special-mente. Difficile che passi un anno senza che, sul “Giornale di Vicenza”, non ci sia almeno un artico-lo in cronaca che descrive come un operaio, più o meno esperto, addetto a una pressa, più o me-no grande, sia rimasto inspiegabilmente schiacciato appunto sotto la pressa che stava pulendo, non senza prima averla opportunamente messa in sicurezza, ovvero disattivata, senza contare che, per attivarla, sempre così l’articolo, bisognava sempre premere non uno, ma due pulsanti con-temporaneamente; eppure eccetera; e visto che non credo che le presse vicentine siano più male-dette delle altre, presumo sia così più o meno ovunque, in Italia e anche fuori d’Italia. Personal-mente, forse anche per la mia esperienza, delle macchine in generale, e delle presse in particolare, non mi sono mai fidato. Mi ci sono infilato sotto solo una volta, e una volta mi è bastata. Bruttissi-ma esperienza. Stesi su una piastra d’acciaio, con sopra un’altra piastra d’acciaio, cioè dentro una macchina che è fatta apposta per schiacciarti non appena si presenti l’occasione, ci si sente esat-tamente così: una buona occasione”. È questa la testimonianza di un lavoratore divenuto scrittore, il vicentino Vitaliano Trevisan, nel suo romanzo autobiografico Works, ad illustrare alcuni casi di quella calamità che sotto il nome di “incidente sul lavoro” sta mietendo vittime oltre ogni precedente nei posti di lavoro del Veneto. La provincia vicentina è capolista nella speciale classifica dei morti e degli infortuni sul lavoro nel Ve-neto e, pertanto, tra le prime in tutto il paese. Un nuovo record per i padroni (li chiamano anche imprenditori) e tutta la classe dirigente leghista e politico affarista e arraffista. Riportiamo alcuni dati. In Veneto sono state registrate dieci vittime al mese, facendo salire fino al 26% l’incremento della mortalità, più del doppio rispetto alla media nazionale (+10%). Nel 2018 ci sono state 115 vittime (69 e 46 in itinere), 24 in più rispetto al 2017. Gli infortuni non mortali sono stati ben 76.486, 2386 in più dell’anno precedente. Ma si sa, le cifre allarmano poco, ma poi allarmare chi? E perché? Le cifre non si perdono, restano, negli archivi, ma i casi umani, le persone, le vite, sì. È allora il caso di entrare di più dentro le noti-zie. Non quelle fornite dai mass media, che appaiono nel tg regionale e che vedi nel Giornale di Vi-cenza il giorno dopo con foto della vittima e circostanze dell’incidente e poi non vedi più niente perché la vicenda si affida alle “indagini di rito”. No. Sebastiano La Ganga, Mariano Bianchin, Maurizio Bovo. Il primo era esperto escavatorista, messinese d’origine, abituato al lavoro lontano, trasferitosi al nord con la famiglia per seguire i lavori della Spv (Supestradapedemontanaveneta). E’ in questo cantiere che ha trovato la morte, schiacciato da un enorme masso staccatosi dalla volta della galle-ria. La famiglia è stata risarcita dall’assicurazione dell’impresa (il consorzio SIS) con un milione di euro ed è uscita dal procedimento legale. La procura aveva aperto un’inchiesta, ma la perizia e-sclude una colpa organizzativa dell’impresa, così come carenze del progetto, a sentire l’avvocato degli indagati. L’infortunio è successo per un errore umano… il progetto non è stato rispetta-to…concatenazioni sfortunate. Insomma, tocca al PM, al termine delle indagini, esprimersi. Boh, aspettiamo. Nell’attesa emergono gli sconcertanti contenuti delle intercettazioni disposte dalla pro-cura ai capicantiere. “Gli operai hanno paura, non vogliamo entrare in galleria, dicono, che viene giù tutto”. Fessura-zioni e crepe erano evidenti; c’erano distacchi di cemento dalla volta quando si usava l’esplosivo per andare avanti con lo scavo…. Tutti risultano consapevoli che i materiali usati (cemento, ac-ciaio, tubi, pozzetti) non erano conformi alle normative, cioè meno resistenti del dovuto. La procura ha fatto sequestrare tutto e ha ordinato di puntellare la galleria. Incazzatura di costrut-tori ed imprenditori. Lite Lega/5 stelle. Nel frattempo Salvini e Zaia, in pompa magna, inaugurano i primi sette km di questa autostrada che giorno dopo giorno si rivela sempre più come un autentico flagello, una calamità per la popolazione locale. La procura dissequestra. Cosa resta della morte di questo operaio? Mariano Bianchin ha 50 anni e lavora alla Smev, metalmeccanica di Bassano del Grappa, da molto tempo, quando quel giorno di gennaio del 2016, nel posizionare degli spessori sotto la pressa, questa si era messa in movimento, schiacciandolo. Risulta che le fotocellule installate a protezione della zona pericolosa erano state disattivate e che ai comandi della pressa fosse un lavoratore inte-rinale istruito pochi minuti prima. Le fotocellule erano state disinserite par aumentare il ritmo di lavoro. Un aumento che è costato la vita a Mariano. C’è un’accusa di omicidio colposo: i vertici aziendali hanno consentito l’uso del solo comando a pul-santiera, senza aver nemmeno informato gli operai del pericolo e affidato il comando della macchi-na a lavoratori inesperti. Ci sono degli avvisi di garanzia. A chi? Ai cittadini tedeschi, Roger Maurer e Thomas Maile, presidente e amministratore delegato della Smev, i quali lo hanno ricevuto con molto ritardo, perché irreperibili, e continuano in fase preliminare nell’atteggiamento ostruzionistico nei confronti della giustizia italiana (ricordate Thyssen Krupp?). Già perché in Germania la legge non prevede la responsabilità penale dei dirigenti e nei casi di incidenti sul lavoro risponde solo la società. La direzione aziendale si è comunque premurata di recapitare alla famiglia della vittima una vergo-gnosa offerta in denaro, per ritirarsi dal procedimento. L’offerta è stata rifiutata. Si era offerta pure di pagare le spese del funerale, ma ha ritirato l’offerta nel momento in cui la famiglia si è rivolta ad un legale. A settembre ci sarà l’ultima udienza preliminare poi dovrebbe iniziare il processo. Su Maurizio Bovo, 57 anni di Valdagno, metalmeccanico anche lui, di parole possiamo spenderne davvero poche. C’è la sua foto, in ferie, ancora un ragazzone, moglie e due figli, due anni per la pensione… È morto travolto da una trave d’acciaio staccatasi dal carro ponte. Non ha avuto scam-po. Un paio di giorni in cronaca con una doverosa nota, di spalla, sull’incremento degli infortuni in regione e poi basta. Il resto secondo copione, cioè indagini di rito, carabinieri, Spisal, magistratu-ra… Si chiuderà così? Per rimanere fedeli alla citazione iniziale, abbiamo illustrato tre casi di operai morti per schiaccia-mento. Una modalità che interessa molti altri decessi sul lavoro. Gli operai, infatti, possono anche morire schiacciati da un camion in manovra, da una ruspa, dal più classico muletto, dal trattore. Alle Acciaierie Venete di Padova, sono stati travolti in quattro da un contenitore di acciaio fuso piombato a terra, due sono deceduti, gli altri ne porteranno per sempre i segni. Per il resto, cioè per gli altri modi con cui gli operai perdono la vita nei luoghi di lavoro, si tratta soltanto di far men-te locale a quegli articoli che troppo brevemente compaiono in cronaca e che troppo in fretta sono dimenticati. Con il metro della coscienza di classe vi si potranno trovare situazioni e casi da far tremare le vene ai polsi per la rabbia. L’ultimo il 22 luglio: “Stroncato da un malore mentre lavora in cantiere: stramazza al suolo e muore sul colpo”. Che cosa è successo? Il “caldo africano” – dico-no giornali e tv – ha mietuto una vittima: Ferruccio Cillo, operaio di una cooperativa addetta per il comune di Pozzonovo alla manutenzione stradale. Già, il “caldo africano” è il killer silenzioso che ghermisce la vittima, un operaio di 67 anni, a mezzogiorno di una giornata insopportabile per tem-peratura e umidità, dietro a una strada trafficata. Questo operaio non avrà nemmeno il diritto ad essere catalogato come vittima del lavoro; è il caldo africano che l’ha ucciso. Come si può parlare di fatalità dietro a questa strage ininterrotta? I casi che abbiamo indicato di-mostrano che la tragica fatalità non esiste. Responsabili sono padroni e dirigenti, responsabile è il modo di produzione capitalistico, la competitività, la rincorsa ai profitti che fanno attribuire un in-consistente valore alla vita umana (degli operai). La sicurezza è un costo aziendale che va abbattu-to, come i salari, aumentando l’intensità dello sfruttamento, l’orario e i ritmi per addetto, creando competizione tra i lavoratori attraverso il ricatto occupazionale. In questa desolazione i lavoratori non sono più persone, ma “risorse umane”, “capitale umano” o esuberi quando va peggio. Quanto diciamo è facilmente verificabile, soprattutto per i lavoratori delle ditte in appalto. Ogni appalto in-fatti è basato sull’abbattimento del costo del lavoro e sull’aumento della produttività, due elementi che producono inevitabilmente poca sicurezza. I problemi di salute e sicurezza stanno al centro degli interessi dei lavoratori che per essi hanno scioperato e lottato. La nostra lotta di classe quindi deve interessare questi temi, così come è stato nel passato, più o meno recente*. La semplice denuncia dei misfatti del capitalismo non può più bastare se ad essa non si accompa-gnano azioni, iniziative, l’aumento generalizzato della conflittualità nelle fabbriche e nei territori. La strage di operai sul lavoro e di lavoro mette a nudo l’intero sistema di sfruttamento e rende evi-dente a tutti la fine di ogni garanzia (i diritti) sul lavoro. I padroni devono trovarsi davanti al problema di una manodopera che non obbedisce più, nemme-no alla disciplina sindacale. Davanti a territori determinati a presentare il conto delle loro devasta-zioni. Loro, hanno da tempo rotto ogni relazione di stabilità nei loro rapporti con la classe operaia. Hanno disposto un'offensiva di classe che è divenuta guerra generalizzata e ogni compromesso sindacale si rivela per quello che è: una sconfitta. *“... il caso forse più drammatico fu quello dello sciopero del Black Lung, del “polmone nero”, in West Virginia. Una fredda mattina di febbraio, nel 1969, alla miniera di Winding Gulf District, nella West Virginia, un minatore, stanco della mancanza di progressi sulle questioni della salute e della sicurezza, versò per terra la propria acqua. Questo atto di ribellione era l’appello tradizionale agli altri minatori a unirsi in sciopero. I suoi compagni di lavoro incrociarono le braccia e nel giro di cin-que giorni lo sciopero selvaggio si estese a 42.000 dei 44.000 minatori di carbone della West Virgi-nia. Essi continuarono lo sciopero per 23 giorni, fino a quando l’Assemblea Legislativa dello Stato approvò una legge sull’indennizzo per le vittime della pneumoconiosi – il “polmone nero” – la ma-lattia più temuta dai minatori.” (Jeremy Brecher, Sciopero! – 1997).
agosto 2019 redazione
Donne ai vertici
C’è donna e donna... Capitalismo e imperialismo hanno bisogno delle loro donne ai vertici europei Daniela Trollio (*) Nello scorso luglio alcune donne sono salite agli onori della cronaca, occu-pando per giorni le prime pagine dei giornali, tanto da far pensare che spiras-se un nuovo vento “femminista”. Cominciamo con le più conosciute. Christine Lagarde e Ursula von der Leyen sono diventate, rispettivamente e per la prima volta in quanto donne, direttrice della Banca Centrale Europea e presidente della Commissione Europea. La più nota, la francese Christine Lagarde, ex ministra nei governi conserva-tori di Chirac e Sarkozy, è stata presidente del Fondo Monetario Internaziona-le (FMI), ha avuto problemi giudiziari (per aver favorito un ‘grande elettore’ di Sarkozy) ed è stata riconosciuta colpevole di negligenza ma non ha ricevuto alcuna condanna perché – come ha stabilito il tribunale francese che l’ha condannata – “i fatti sono successi in piena crisi economica”: la regola “non disturbare il manovratore” vale sempre, in questi casi. Sotto la sua guida il FMI ha applicato una spietata politica di austerità fiscale verso i paesi sotto-sviluppati condannando le loro popolazioni alla disoccupazione e alla povertà crescenti pur di garantire il pagamento del cosiddetto “debito estero” e il sal-vataggio delle banche e delle corporations in crisi. Ursula von der Leyen, tedesca, è stata la prima donna nella storia della Ger-mania ad occupare l’incarico di ministra della Difesa. È un’aristocratica, di-scende da una di quelle famiglie di industriali belgi del secolo XIX che fecero la propria fortuna con lo sfruttamento delle risorse naturali del Congo e con il traffico di schiavi. Ha simpatie per Israele, tanto che ha partecipato alla riunione congiunta, e ai successivi festeggiamenti, tra governo tedesco e quello israeliano nel 2008 per il 60° anniversario della nascita dello Stato sionista. Come Ministra della Difesa ha al suo attivo grandi investimenti da parte del suo ministero nell’acquisto, nella fabbricazione e nell’esportazione di armi, tra cui la fornitu-ra di sottomarini all’India, operazione per la quale è stata indagata per corru-zione. Insieme con Angela Merkel, Lagarde e van der Leyer rappresentano la triade delle donne più potenti d’Europa, tanto da far scrivere, rispetto a Lagarde, che questa “avrà l’opportunità di dimostrare che le cose sono diverse quando la mano è femminile; e, se è possibile, che si fanno meglio”. Domanda: il percorso di queste tre donne, pilastri della politica neo-liberista che ha affondato nella miseria più nera la Grecia (con 10.000 bambini morti per i tagli alla sanità, secondo la prestigiosa rivista medica inglese Lancet), che ci ha condannato alla disoccupazione strutturale, che favorisce frontiere – ricordate la retorica della caduta del “Muro”? Oggi l’Europa è orgogliosamente piena di muri – per respingere e causare la morte di migliaia di migranti nel Mediterraneo, fa patti vergognosi con Israele e Arabia Saudita, alimenta il commercio di armi e le guerre in Medio Oriente... e via di questo passo, ci fa sperare che “la mano femminile” renda le cose migliori? Femminismo d’accatto, come se bastasse la condizione biologica e non la comprensione della radice della propria oppressione e sfruttamento per esse-re “femminista”. Il volto femminile del capitale e del suo potere non ha nulla a che spartire con le donne proletarie e lavoratrici, anzi, è il loro primo nemi-co. Ecco una breve lista di questi volti: Margaret Thatcher, l’affossatrice dei mina-tori inglesi; Golda Meir, uno dei primi boia del popolo palestinese; Madeleine Albright, che affermava che “era valsa la pena la morte di 1 milione di bam-bini iracheni”; Condoleeza Rice, Hillary Clinton ecc. e, per quanto ci riguarda, mettiamoci pure Elsa Fornero. Dietro di loro, come dietro le facce degli uomi-ni che le hanno precedute, c’è il potere del grande capitale, dell’imperialismo, che non ha sesso né cuore ma solo l’anelito al massimo profitto, a qualsiasi costo. Le fanfare del “femminismo” non hanno invece suonato per Carola. Parliamo di Carola Rackete, la capitana tedesca del Sea Watch-3 (o per la meno cono-sciuta Pia Klemp, che ha anch’essa sfidato leggi disumane emanate da go-verni che si richiamano ai “diritti umani” e ai “nostri valori cristiani” per salva-re migranti in mare). Il suo gesto le è valso non solo l’arresto, ma insulti di ogni genere. In un’intervista rilasciata appena arrestata, Carola – che proba-bilmente deve anche scontare il fatto di essere “una” capitana, professione finora eminentemente maschile – ha fatto una perfetta analisi di classe di se stessa dicendo: “Sono bianca, nata in un paese ricco e con il passaporto giu-sto” e quindi ha sentito di dovere qualcosa a quei nostri fratelli disperati che rischiano la vita per sfuggire alla miseria, alla fame e alle bombe (le “nostre” bombe, quelle delle guerre umanitarie). Diventata il simbolo della resistenza e della lotta alle politiche anti-migratorie non solo di Salvini ma di tutta la for-tezza Europa - dove possono liberamente circolare i capitali ma non le perso-ne, soprattutto se sono povere - Carola non ha avuto peli sulla lingua. “L’Unione Europea sta finanziando i guardacoste libici e un regime che per-mette la tortura ed il traffico di esseri umani. L’Unione Europea non dovrebbe cooperare con tali organizzazioni. Finanziano dei criminali sapendo che sono tali. Mi vergogno che il mio governo, che un paese come la Germania, e l’Unione Europea diano appoggio a quei criminali” (intervista al quotidiano spagnolo El Paìs). E questo con buona pace di quanti affermano (a destra come Diego Fusaro, ma anche a “sinistra”) che persone come Carola sono complici dei trafficanti di uomini, facendo finta di ignorare dove stanno que-ste mafie e che esse vengono finanziate, tra l’altro, con le nostre tasse. Carola ha commesso anche un altro peccato, pericolosissimo di questi tempi. Non ha aspettato che “qualcuno” – il solito qualcuno che deve cominciare a fare qualcosa e poi noi ... forse ... gli andremo dietro – facesse qualcosa ma, in piena coscienza di quello che rischiava, ha deciso che non valeva la pena di aspettare questo fantomatico “qualcuno” ed ha agito in prima persona. Ha fatto quello che il grande scrittore Eduardo Galeano definiva così: “Sono cose piccole. Non mettono fine alla povertà, non ci fanno uscire dal sottosvi-luppo, non socializzano i mezzi di produzione e di scambio, non espropriano la caverna di Alì Babà. Ma chissà che non scatenino l’allegria del fare e la tra-ducano in azioni. E, alla fin fine, agire sulla realtà e cambiarla, anche di poco, è l’unico modo di dimostrare che la realtà è trasformabile”. E veniamo ad un’altra donna, la poco conosciuta in Europa ma notissima e amata in America Latina Marta Harnecker, che se n’è andata il 15 giugno scorso. Cilena, laureata a Parigi, nel 1968 tornava nel suo paese dove diven-ne professoressa di Materialismo Storico ed Economia Politica all’Università Cattolica del Cile, collaborando anche con il governo di Salvador Allende. Do-vette abbandonare il suo paese dopo il colpo di Stato di Pinochet nel 1973 e si rifugiò a Cuba, dove ha trascorso il resto della sua vita. È stata anche con-sigliera del Comandante Hugo Chàvez e del Ministero del Potere Popolare ve-nezuelano. Per tutta la vita ha studiato, dal punto di vista marxista, i processi di lotta po-polare e di trasformazione dell’America Latina, che formano la materia delle sue opere. Così la definiva Samir Amin: “In questo senso lei è un’autentica marxista, che ha continuato il lavoro iniziato da Marx, senza timore di arric-chirlo, assumendo permanentemente quanto di nuovo c’è nella realtà del mondo, del capitalismo, dell’imperialismo, delle lotte, rinnovando così la con-cettualizzazione, le proposte teoriche e quelle relative alle strategie di azio-ne”. Tra i suoi circa 80 libri ricordiamo “Il capitale: concetti fondamentali”, “Popoli in armi”, “Rendere possibile l’impossibile: la sinistra sulla soglia del secolo XXI”, con cui diede al marxismo vivo una dimensione latinoamericana. Una donna, una teorica marxista, che ha vissuto, studiato e lavorato fuori e contro il mondo sempre più barbaro che ci dicono essere l’unico possibile. Vogliamo salutarla con le parole di chi crede - e lavora - invece per un mondo dove non ci sia più sfruttamento e oppressione dei lavoratori e dei popoli. Il boliviano Evo Morales ricorda che “con la forza delle sue idee ha ispirato la li-berazione dei popoli dallo sfruttamento capitalista” e il venezuelano Nicolàs Maduro dice “la sua eredità è grande per l’importanza, la profondità e il carat-tere propositivo delle sue opere, dedicate alla causa dei popoli della Nostra America. Vola alto, compagna!”.
maggio 2019 redazione
Imperialismo e guerra
Alleanze militari 1949-1999-2019: i criminali anniversari della NATO Fabrizio Poggi La NATO ha celebrato in tono minore il 70° anniversario della fondazione: i crescenti dissidi interni rischiano di oscurare la stessa immagine del “nemico esterno”, che soprattutto gli Stati Uniti tentano di mantenere in primo piano, allo scopo di conservare la propria supremazia sugli “alleati” europei. Al centro di tutto, ci sono le contraddizioni tra poli imperialisti mondiali e, all'interno di essi, tra potenze in declino e in ascesa. Il duopolio franco-tedesco in ambito UE ne è l'espressione più appariscente, anche se non l'unica, con Washington che minaccia rappresaglie contro la Germania per la scelta della tecnologia cinese 5G; che introduce dazi sulle merci dei paesi (Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna) che partecipano al progetto “Airbus”; che avverte Berlino di orientarsi verso il gas di scisto americano e abbandonare il “North Stream 2” con la Russia; che mostra il pugno alla Merkel per la spesa militare “troppo bassa” - 1,3% del PIL, invece del 2% preteso da Trump. A ovest, la NATO vuol trasformare gli alleati latinoamericani degli USA in propri bracci operativi, come già fatto con la Colombia, “partner” dell’Alleanza atlantica dal 2017 e come si sta prospettando con il Brasile del fascista Jair Bolsonaro. A un'altra longitudine, Washington punta alla Alleanza per la sicurezza in Medio Oriente, detta "NATO araba", con Giordania, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Bahrain, Oman, Kuwait e Qatar. Quanto ci costa la NATO La NATO conta 29 Paesi membri (di cui 27 in Europa) e si dà quasi per acquisita la Macedonia; tra questi, la classifica dei 15 con il più alto bilancio militare nel 2018, va dagli Stati Uniti, con 684 miliardi di dollari, alla Danimarca, con 4,2. L'Italia è quinta, con 25,3 miliardi di dollari, dietro a Gran Bretagna (61,6 mld $), Francia (51,2) e Germania (50,2). Le percentuali in rapporto al PIL, vanno dagli USA con il 3,39%, fino a Germania e Canada (1,23%) e Italia (1,15%). Con una popolazione complessiva di circa 570 milioni di persone, per portare guerre in qualsiasi parte del mondo, nel 2018 ogni cittadino yankee ha dovuto sborsare 2.088 dollari, un norvegese 1.364 $, 602 un tedesco, 428 $ ogni italiano. Secondo possibili futuri scenari tracciati dal NATO Defense College, non si esclude una crescente disunione politica tra gli Stati membri, una regionalizzazione della NATO e un suo ruolo sempre minore nelle questioni mondiali, fino alla perdita delle proprie posizioni geopolitiche. Da qui, la presenza sempre più estesa delle forze USA in Europa e i tentativi di coinvolgere i Paesi membri nella contrapposizione statunitense con la Russia, la Cina o nelle azioni di guerra in Medio Oriente. La necessità di un nemico Insomma, la NATO e, soprattutto, gli USA, hanno il costante bisogno di presentare un nemico contro cui – o evocando il quale – mantenere un'unità interna altrimenti molto instabile. Dice il politologo russo Dmitrij Abzalov: "la presenza del nemico è la principale componente organizzativa del blocco politico. Se Mosca cessasse di essere un potenziale avversario, si porrebbe la domanda: a chi si oppone il blocco militare?". Anche secondo il politologo Alexandr Asafov, alla NATO conviene considerare la Russia “erede dell'Unione Sovietica": questo, nonostante il Patto di Varsavia, creato nel 1955, non esista più dal 1991. Ma gli alleati europei della NATO, dice Abzalov, iniziano a stancarsi: lo dimostrano i passi franco-tedeschi per un “esercito europeo” e i piani UE per l'incremento della presenza nelle zone di conflitto in Africa e Medio Oriente. In ogni caso, dopo l'inglobamento di quasi tutti i Paesi ex socialisti e di diverse ex Repubbliche sovietiche; messa ora un po' in sordina la battaglia contro il terrorismo islamista e mentre emerge con sempre più forza quella contro la Cina, la “lotta contro Mosca” continua a venir sbandierata quale obiettivo cardine dell'Alleanza, come nel 1949. Un obiettivo sintetizzato nelle parole del suo primo Segretario generale, il barone britannico Ismay, secondo cui la NATO esiste per tenere gli americani in Europa, i sovietici fuori dall'Europa e i tedeschi sotto l'Europa. Poi, messe in soffitta le famose “assicurazioni” fatte nel 1990 da James Baker a Mikhail Gorbaciov, secondo cui “la sfera di influenza della NATO non si sposterà di un pollice verso Est”, il generale USA Joseph Votel aveva tranquillamente vociferato che “obiettivo della Russia è quello di non farsi accerchiare dalla NATO; quello della NATO è fare proprio questo”. E lo ha fatto, con i battaglioni multinazionali in Paesi baltici e Polonia, i sistemi missilistici in Romania, le basi militari (NATO e USA) attorno ai confini terrestri e marini sud-nord-occidentali della Russia. Ma, settant'anni più tardi, oltre l'impennata del 2014, col golpe nazista in Ucraina e la recente questione del ritiro di USA e Russia dal trattato sui missili a medio e corto raggio in Europa, sembra che proprio i tedeschi, lungi dall'esser rimasti “sotto l'Europa”, rappresentino per la NATO una minaccia più seria della Russia, per le mire teutoniche di supremazia nel polo imperialista europeo e la sempre minore sottomissione ai dettami yankee, in campo energetico e militare. L'aggressione alla Jugoslavia Insomma, una celebrazione, quella del 70°, svoltasi lo scorso 4 aprile a Washington, ben diversa da quella “monoliticità” che sembrava cosa acquisita, ad esempio, vent'anni fa, quando proprio la Germania del governo “rosso”-verde di Gerhard Schröder e Joschka Fischer (ma anche a Londra sedeva il laburista Tony Blair, a Roma Massimo D'Alema e Segretario generale NATO era il “socialista” spagnolo Javier Solana) fu tra i paesi più solerti nella criminale aggressione alla Jugoslavia. Un anniversario, quello dei bombardamenti su Belgrado, iniziati il 24 aprile 1999, che la NATO si è guardata bene dal ricordare. Per 78 giorni, con l'operazione “Allied Force”, su Belgrado, Priština, Užitse, Novi Sad, Kragujevats, Pančevo, Podgoritsa e altre città della Jugoslavia si abbatterono tremila missili da crociera, 80mila tonnellate di bombe, comprese quelle a grappolo e a uranio impoverito, tanto che ancora oggi, in Serbia, su 7 milioni di popolazione, ci sono 40mila malati di cancro e l'incidenza del male nei bambini è di 2,5 volte superiore alla media europea. I bombardamenti, in quella che fu forse la prima “guerra umanitaria” della “nuova” Europa (in violazione della Carta ONU e persino degli obblighi dei Paesi NATO) provocarono oltre mille morti tra i militari e 4mila civili, tra cui circa 90 bambini, con oltre diecimila feriti. Gli aerei NATO (di USA, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Canada, Turchia, Italia e Germania) decollati dalle basi in Italia, e i missili lanciati da navi e sommergibili della VI Flotta in Adriatico e Ionio, colpirono non solo obiettivi militari, ma soprattutto edifici residenziali, amministrativi e governativi, radio e giornali, scuole, ospedali, cliniche ostetriche, ponti, treni passeggeri e autobus, strutture industriali, chiese, mercati. Con l'inizio dell'aggressione, i terroristi albanesi lanciarono in Kosovo un attacco generale, equipaggiati con armamenti e le più recenti attrezzature di comunicazione satellitare, dono della missione OSCE. I tagliagole dell'UCK, spalleggiati dai gruppi terroristici islamisti, affluiti da paesi arabi e dalle aree centro-asiatiche dell'ex URSS, si diedero a pulizie etniche, distruzioni di chiese, rapimenti di serbi per il commercio di organi e tutt'oggi il Kosovo è al centro del riciclaggio di denaro sporco, traffico d’organi e funge da retrovia per operazioni sporche di ogni tipo, anche con la partecipazione di reparti jihadisti, funzionali ai disegni USA e NATO. Il politologo russo Andrej Medvedev scriveva qualche settimana fa che “con l'esempio della piccola Serbia, l'Occidente ci ha mostrato cosa sarebbe successo a noi; solo una circostanza non ha loro permesso di condurci sullo scenario jugoslavo: l'arma nucleare. La Jugoslavia è un esempio di ciò che si fa agli indifesi; di ciò che accade a un paese con un'élite filo-occidentale”. Lo scorso 18 marzo, il Presidente serbo Aleksandar Vučić – peraltro ora sotto attacco concentrico di un'opposizione interna simile a quella antecedente il golpe ucraino del 2014 e dei separatisti del Kosovo, eredi dei tagliagole dell'UCK – ha dichiarato che la Serbia “può perdonare l'aggressione NATO, ma non può dimenticarla. Desideriamo buoni rapporti con la NATO, ma non vogliamo entrarvi”. Un anno fa, i sondaggi indicavano che il 62% dei serbi non ha perdonato l'aggressione NATO e non accetterebbero nemmeno le scuse, mentre l'84% è contrario all'adesione all'Alleanza atlantica. La politologa moscovita Elena Ponomareva dichiara che l'aggressione NATO del 1999 non fu che “la fase finale della strategia per il controllo occidentale sui Balcani. La Casa Bianca aveva messo a punto i piani per la distruzione della Jugoslavia molto prima del 1999. Nel 1984, l'amministrazione Reagan aveva emesso la direttiva NSC n. 133 per una "tacita rivoluzione" volta a rovesciare i governi comunisti e "far rientrare i paesi dell'Est europeo nell'orbita del mercato mondiale. Nella creazione dello "Stato del Kosovo" sono confluiti gli “interessi del governo USA, delle multinazionali americane e quelli della mafia albanese e del terrorismo internazionale”. Tempo fa, il sito colonelcassad riportava la testimonianza dell'ex agente della CIA Robert Baer, secondo cui negli anni 1991-'94 la sua sezione disponeva di milioni di dollari per le attività in Jugoslavia, tese a favorire la secessione delle varie repubbliche. La prima operazione fu nel gennaio '91, contro “presunti terroristi serbi a Sarajevo; ma tali terroristi non esistevano affatto”, dice Baer, e i vertici della CIA “miravano ad attizzare gli odii interetnici in Jugoslavia; si doveva scegliere un capro espiatorio da incolpare di guerra e violenza: fu scelta la Serbia, in qualche modo successore della Jugoslavia”. Srebrenitsa A proposito di Srebrenitsa, Baer afferma che il “numero delle vittime serbe non fu inferiore a quello di altre nazionalità, ma Srebrenitsa doveva essere un “marketing politico”. Un mese prima del presunto genocidio, il mio boss disse che la città sarebbe stata la principale notizia in tutto il mondo e ci ordinò di contattare i media. Srebrenitsa ricade su bosniaci, serbi e americani; ma di tutto furono accusati i serbi. Molte delle vittime sepolte come musulmani erano serbi e di altre nazionalità”. Srebrenitsa fu il risultato di un “accordo tra il governo USA e i politici bosniaci: fu sacrificata per dare all'America il pretesto per attaccare i serbi: fu la "linea rossa" di Bill Clinton”. La giustificazione ufficiale dell'aggressione del 1999 continua a essere quella della “difesa della popolazione albanese del Kosovo”, ma lo scorso ottobre, il Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, ammise candidamente che essa fu compiuta “per prevenire ulteriori azioni del regime di Miloševič", fatto poi morire in carcere nel marzo 2006. Sono “giustificazioni abbastanza risibili” ha commentato la storica russa Irina Rudneva; “cercano di convincere i serbi che tutto è stato fatto per il loro bene. Ma ora viene detto che avevano semplicemente deciso di rimuovere Miloševič e sostituirlo con uno più adatto". Ricordo, scrive l'osservatore della Tass Andrej Šitov, come un anno dopo i bombardamenti NATO su Belgrado, il Comitato newyorkese per la difesa dei giornalisti presentasse l'annuale rapporto sulla morte dei lavoratori dei media nel 1999; per la Jugoslavia erano indicate sei persone: tre corrispondenti cinesi uccisi dal missile NATO che aveva colpito l'ambasciata della RPC a Belgrado, due reporter tedeschi in Kosovo e un editore serbo, ucciso da ignoti. Ma lo stesso Comitato aveva ammesso che il 23 aprile 1999, 16 persone erano rimaste uccise nel bombardamento dell'edificio della TV di Stato serba a Belgrado; quando chiesi come mai queste persone non fossero state inserite nel martirologio professionale, il coordinatore europeo del Comitato, Emma Gray, rispose che era stato deciso di non “considerarli giornalisti”, perché, disse, "prendevano parte alla propaganda della violenza". Quanti degli italici propagandisti dovrebbero esser considerati non giornalisti.
maggio 2019 redazione
Imperialismo e guerra
Bambini a perdere Se il socialismo a molti sembra essere uno scenario lontanissimo noi conti-nuiamo a pensare che sia l’unico sbocco possibile per mettere fine, oltre che allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, anche agli orrori della guerra e alla probabile distruzione dello stesso pianeta – la barbarie è qui, ogni giorno Daniela Trollio (*) Se la prima vittima delle guerre (e quando parliamo di guerre ci riferiamo a quelle imperialiste) è la verità, la seconda sono certamente i bambini, nono-stante la loro uccisione sia vietata dal diritto internazionale. Proprio nel perio-do storico in cui tutti parlano e sparlano dei “diritti umani”, Save the Children (di cui utilizzeremo i dati ben sapendo che sono parziali, ma sono gli unici a disposizione e che queste organizzazioni hanno anche loro “interessi” partico-lari) calcola che i bambini che vivono in aree di conflitto siano 420 milioni, uno su cinque al mondo. I dati del 2017 indicano che siano almeno 10.000 i bambini uccisi o mutilati a causa dei bombardamenti e che circa 100.000 neonati perdano la vita ogni anno per cause dirette o indirette delle guerre, come malattie e malnutrizione. Nel 2018 4,5 milioni di bambini hanno rischiato di morire per fame nei 10 pa-esi più coinvolti in conflitti: Afganistan, Yemen, Sudan del Sud, Repubblica Centroafricana, Repubblica democratica del Congo, Siria, Iraq, Mali, Nigeria e Somalia. I bambini, da sempre, rappresentano il futuro del genere umano. Ma non tut-ti siamo uguali e alcuni sembra abbiano meno diritti di altri ad avere un futu-ro. Così come ci sono attualmente molti modi di chiamare le guerre – inter-vento militare, intervento “umanitario”, guerra ibrida, guerra di 5° generazio-ne ecc. ecc. – così ci sono molti modi per uccidere i bambini. Vediamone al-cuni esempi, anche per fare un sano esercizio di memoria. Cuba e Venezuela Due paesi che hanno – e stanno – sperimentando molte forme di guerra. Dall’invasione armata (Playa Giròn 17-19 aprile 1961 a Cuba al tentativo di invasione al ponte di Cùcuta al confine tra Colombia e Venezuela l’11 febbraio di quest’anno al ‘bloqueo’, che è forse l’arma più spietata di cui l’imperialismo dispone. Più spietata perché non viene considerata un’azione di guerra. Come agisce quest’arma sulla vita, la salute, la morte dei bambini? Il bloqueo, ad esempio, impedisce attualmente a Cuba di acquisire attrezzatu-re e prodotti fondamentali per curare i piccoli pazienti affetti da cardiopatie. Nel 2007 il Dipartimento del Tesoro USA ha inserito il Centro Nazionale di Cardiologia e Cardiochirurgia Pediatrica “William Soler” dell’Avana nella lista dei nosocomi non riconosciuti. Così l’ospedale, che ha curato circa 10.000 piccoli pazienti dalla sua fondazione nel 1986, deve sottostare a severe restri-zioni nell’acquisto della tecnologia e dei medicinali di ultima generazione ne-cessari, obbligando i medici ad utilizzare tecniche chirurgiche diverse poiché Cuba non può comprare sul mercato nordamericano sonde vescicali, trachea-li, cateteri e stent. Il Venezuela aveva recentemente stabilito un accordo con il nostro paese – sì, proprio con l’Italia – in base al quale un gruppo di bambini, malati di leuce-mia, avrebbero ricevuto trapianti di midollo osseo. Peccato che, come ha de-nunciato qualche settimana fa il cancelliere venezuelano Jorge Arreaza, su ri-chiesta nordamericana il Novo Banco, una banca portoghese, ha bloccato i fondi venezuelani là depositati a questo scopo. Striscia di Gaza Non parleremo qui delle vittime dirette dei bombardamenti, dei feriti o di co-loro che subiscono amputazioni, o dei bambini incarcerati in spregio a tutte le norme internazionali, oltre che alla morale comune. Solo una cifra: dal marzo al maggio dell’anno scorso, durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, sono morti oltre 1.000 bambini negli scontri (secondo l’Unicef). Vogliamo invece segnalare altri fattori. L’acqua, fonte di vita, è diventata per i bambini palestinesi una causa di mor-te. L’assedio economico, i continui e ripetuti bombardamenti di Israele sulle infrastrutture idriche e fognarie hanno causato un enorme aumento delle ma-lattie trasmesse dall’acqua contaminata: diarrea, epatite, salmonella e febbre tifoide, che colpiscono principalmente i più piccoli. A Gaza il 95% dell’acqua, secondo l’Unicef, non è adatta al consumo umano. La mortalità infantile palestinese è di 7 volte maggiore di quella israeliana. L’85% delle risorse idriche palestinesi sono state dirottate dagli israeliani ver-so gli insediamenti dei coloni sionisti e così questa risorsa, nel più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo, è diventata la principale causa della mortalità infantile. In tutta la Palestina, 8.000 bambini e 400 insegnanti hanno bisogno ogni giorno di essere protetti per andare a scuola perché devono attraversare in-sediamenti ebraici e checkpoint. Yemen La guerra più “dimenticata”, di cui non parla mai nessuno nonostante sia sta-ta definita come la più grande catastrofe umanitaria al mondo. Iniziata nel 2015, vede una coalizione di 9 paesi arabi guidati dall’Arabia Saudita e soste-nuti dagli Stati Uniti contro i ribelli del nord, gli Houti. Oltre alla guerra dichia-rata contro il paese più povero del Medio Oriente – che ha però una posizione strategica perché da lì passa il controllo del Golfo di Aden - la coalizione ha messo subito in atto un blocco economico feroce e l’Arabia Saudita si è sem-pre opposta anche alla creazione di corridoi umanitari per soccorrere i civili. Risultato: il ritorno di una malattia quasi debellata come il colera, che ha fatto 500.000 vittime, la maggior parte di esse bambini. Qui viene utilizzata un’altra arma di guerra: la fame, nell’indifferenza dell’opulento mondo capitalista e delle istituzioni nonostante Ban Ky Moon (ex segretario ONU) avesse affermato nel 2016 che "la morte per fame utilizzata come arma rappresenta un crimine di guerra”. Sempre le “stime prudenti” di Save the Children riferiscono che circa 85.000 bambini sono morti di fame o di malattia dall’inizio del conflitto. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a causa della guerra in corso, l’80% dei bambini ha bisogno di assi-stenza umanitaria. Un ultimo dato: ogni 10 minuti in Yemen muore un bam-bino per denutrizione. Ci siamo dilungati su questa guerra dimenticata perché, tra le bombe fornite alla coalizione, spiccano quelle prodotte nel nostro paese, più precisamente quelle della Rwm Italia S.p.A., la filiale italiana del conglomerato tedesco Rheinmetall, con sede a Ghedi e fabbrica a Domusnovas, in provincia di Car-bonia. “L’Italia rifiuta la guerra” dice la nostra Costituzione, ma gli affari delle multinazionali non vanno fermati. Afghanistan e Iraq Afghanistan. L’ONU ha iniziato il conteggio dei civili morti solo nel 2009 (la guerra NATO iniziò nel 2001) e riporta la cifra di 28.000 morti e 52.000 feriti. È quindi ben difficile stabilire la conta dei morti, anche se stime indipendenti calcolano che in Iraq e in Afganistan siano morti almeno 4 milioni di persone. Comunque i bambini, secondo l’ONU, costituiscono l’89% delle vittime civili da residuati bellici, vittime che aumenteranno visto che Donald Trump ha di-chiarato fin dall’inizio del suo mandato che la strategia nordamericana si sa-rebbe basata sull’incremento degli attacchi aerei. Una pesante ipoteca anche sul futuro, visto che tutti ritengono impossibile lo sminamento del paese. Iraq. Cifre dell’Onu mai contraddette stimano che in Iraq solo le sanzioni oc-cidentali abbiano causato la morte di circa 1,7 milioni di civili: la metà delle vittime erano bambini. Del resto Madeleine Albright, segretaria di Stato della democratica amministrazione Clinton, alla domanda: “Abbiamo saputo che sono morti più mezzo milione di bambini, più di quanti ne uccise la bomba di Hiroshima. Valeva la pena far pagare un simile prezzo?” rispose candidamen-te, evidentemente certa dell’impunità, “Credo che sia stata una scelta molto difficile, ma quanto al prezzo, pensiamo che ne valesse la pena". Oltre alle vittime dirette della guerra, vanno conteggiate quelle causate dalla distruzione delle infrastrutture, soprattutto quelle dell’acqua e dalla distruzio-ne mirata di ospedali e scuole. Per entrambi i paesi (non dimentichiamo il precedente vicinissimo a noi: la guerra in Yugoslavia) c’è anche una pesantissima eredità lasciata alle genera-zioni future: l’uso di armi all’uranio impoverito, uranio arricchito, fosforo bian-co e altre, non solo vietate ma sconosciute alla letteratura scientifica, con il loro carico di aborti, deformazioni congenite, aumento esponenziale dei tu-mori ecc. Lasciamo ora questo (ridottissimo e limitatissimo) catalogo degli orrori – cui andrebbero aggiunti i caduti della guerra in atto oggi contro i rifugiati, oltre che ad altre guerre come quella contro la Siria - per farci una domanda. Perché questo accanimento contro i bambini? Non solo perché oggi la guerra è cambiata: lo scenario principale non sono più – ormai dalla 2° guer-ra mondiale - i campi di battaglia, ma le città e i centri di vita sociale, le infra-strutture, tutto ciò che si è costruito in anni e anni. Ma soprattutto, perché sono cambiate le forme della rapina imperialista. Sempre più cieca, la logica del profitto mira solo ad impadronirsi delle risorse di altri popoli e, date le continue crisi di sovrapproduzione, ha sempre meno bisogno dell’esercito di riserva, che rimane comunque – grazie a quanto ab-biamo detto sopra – sterminato. Quindi non ha più bisogno di investire le poche briciole del passato sul futuro dei popoli e delle classi che sottomette, rappresentato dai bambini. Le guerre imperialiste depredano le loro vittime di quello che hanno, di quello che sono e di quello che potrebbero essere: in questa ottica ricordiamo la resistenza palestinese, tre generazioni di giovani che continuano la battaglia dei loro nonni e padri, diventando un pericoloso esempio come lo sono le giovani generazioni di cubani che, pur isolati in un mondo a maggioranza ca-pitalista e castigati con il più lungo embargo della storia, continuano a resi-stere e a costituire un esempio del fatto che “si può” lottare e vincere. Le vittime, quindi, non sono affatto un “danno collaterale” ma un e-lemento essenziale delle guerre imperialiste. Ma non è carino e provo-ca problemi nell’opinione pubblica dire che i governi imperialisti fanno la guerra per il petrolio o per altre risorse vitali per i capitalisti: così i bambini i-racheni dovevano essere protetti dal tiranno Saddam Hussein quando si af-fermava che “staccasse le spine delle incubatrici”, ma non meritano neanche una parola quando muoiono sotto le “nostre” bombe. Le vittime hanno solo un valore strumentale, sono il pretesto preferito per attuare la rapina selvag-gia di paesi e popoli. Lo stesso vale per la lunga lista di “tiranni” costruiti a tavolino, ultimo della serie Nicolàs Maduro, legittimo presidente del Venezuela, cui si pretende di portare “aiuti umanitari” mentre si rubano le riserve finanziarie del paese de-positate all’estero. Due parole ancora su quello strumento delle guerre imperialiste parti-colarmente infame che sono le sanzioni, gli embarghi e i “bloqueos” che, in quanto rivolti non certo contro i governi che si vogliono abbattere ma contro la popolazione civile ed i bambini in particolare (di solito infatti vengono bloc-cati per primi cibo e medicine). Come ben sanno i cubani, i palestinesi, gli ira-cheni, i venezuelani e forse domani anche gli iraniani, queste misure sono so-lo uno strumento di castigo dei popoli che non si ribellano ai “tiranni” costruiti dall’Occidente imperialista. Molte volte abbiamo ripetuto su queste pagine le parole di Rosa Luxemburg, “Socialismo o barbarie”. Se il socialismo a molti sembra essere uno scenario lontanissimo – ma noi continuiamo a pensare, ogni giorno di più, che sia l’unico sbocco possibile per mettere fine, oltre che allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, anche agli orrori della guerra e alla probabile distruzione del nostro stesso pianeta – la barbarie è qui, ogni giorno. Continueremo inerti a farci derubare anche del futuro?
20 maggio 2019 redazione
Lavoro
Padroni e operai uniti nella lotta… alla concorrenza! Più che l’unità sindacale si propone il sindacato unico: centralizzato, gerarchi-co, sufficientemente istituzionalizzato, in grado di impedire ogni autonomia della classe operaia. Che nega il ruolo centrale del conflitto di classe e pre-tende la sottomissione dei lavoratori agli interessi padronali Luciano Orio Uno scorcio di telegiornale mi offre la visione di Landini, nuovo segretario CGIL, assorto alle parole del Capo dello Stato, nel corso della celebrazione di non so quale anniversario dell’omicidio D’Antona, il ricercatore e intellettuale di area CGIL ucciso dalle Brigate Rosse. Per carità, ognuno si merita i propri eroi e Landini, da questo punto di vista, non è da meno: lui gli eroi se li sceglie borghesi, meglio ancora, intellettuali e ricercatori borghesi, impegnati, come fu D’Antona per anni, a fornire le linee guida del nuovo sfruttamento possibile del proletariato italiano, quelle che portarono alla precarizzazione del lavoro subordinato e al disastro sociale og-gi imperante. Niente di che, certo, una partecipazione dovuta, data la comu-ne appartenenza di entrambi al sindacato, ma un’occasione in più per riflette-re sull’indirizzo che in tutti questi anni ha caratterizzato e continua a caratte-rizzare le scelte del maggior sindacato italiano, nella gestione del neo segre-tario Landini. Un indirizzo capitalista neo-liberista. Diventato numero uno della CGIL, il nostro sceglie accuratamente la propria partecipazione, che siano assemblee, manifestazioni, commemorazioni o al-tro, smettendo (per ora) i panni del capopopolo FIOM, per indossare quelli del leader sindacale e politico. In questa veste abbiamo potuto vederlo nelle manifestazioni e negli appelli unitari della triplice con Confindustria e PD, pe-rorare la causa comune del “lavoro” e della “crescita”, ovviamente all’interno della cornice europea: un esplicito invito al voto per la prossima tornata elet-torale. Puntare alla crescita, battere la concorrenza (che l’Europa ci assi-sta!) Sa parlare Landini, e parla alla pancia dei lavoratori italiani: al giorno d’oggi siamo sulla stessa barca, dice, gli interessi sono comuni tra padroni e operai. Rimaniamo all’interno dell’Europa perché possiamo difenderci meglio dagli as-salti della concorrenza nei mercati, l’unione fa la forza, si sa, e l’Unione Euro-pea ci può aiutare a superare questa fase di crisi dovuta ad una cresciuta concorrenza soprattutto da Est. Il lavoro, dobbiamo creare lavoro. Pertanto, completiamo Tav, e via a grandi opere e sbloccacantieri; teniamo aperti i cancelli all’Ilva ecc. ecc. Il mantra ripetuto è l’eccellenza del made in Italy, fa-ro della ripresa possibile. Il punto di vista di un operaio su una simile questione potrebbe benissimo concordare: se c’è il lavoro, c’è anche un salario possibile e poi col padrone ci sei per forza sulla stessa barca, eccome se ci sei! Gli operai sono incatenati al modo di produzione capitalistico che detta le sue leggi e ne sono perfetta-mente consapevoli. Sanno che le merci che hanno prodotto devono compete-re con la merce prodotta da altri operai. Anche il padrone compete con un al-tro padrone. È la legge della giungla. L’Europa, come si legge nell’appello congiunto di Confindustria e sindacati, è una barca comune e starne dentro è conveniente. Ci protegge dalla concorrenza. Ecco perché Landini parla alla pancia, ecco perché sembra razionale. Padroni e operai, due parti in contra-sto, unite ad affrontare le sfide della concorrenza capitalista. Lo sappiamo, già altre volte si è invocata la collaborazione di classe a sostenere emergenze di ogni tipo, ora la si chiede perché in questo mondo globalizzato dobbiamo sacrificarci tutti per poter reggere la posizione nei mercati. Siamo alla frutta. È reale questa razionalità? O non è la solita falsa retorica con la quale ci guadagnano solo i padroni, a mascherare il fatto che le perdite di posizione sono direttamente derivate dal declino industriale, dalla svendita dell’industria nazionale, dai limiti strutturali del nostro capitalismo, dalla cor-ruzione pubblica e dalla spietatezza dei vincoli di bilancio, dalla svalutazione e dal finanziamento in deficit che non si possono più fare, dal debito pubblico che cresce… Dalla crisi generale del modo di produzione capitalistico. E sulle spalle di chi dovrebbe reggersi questa bella impalcatura se non su quelle larghe dei lavoratori? Dovremo sacrificarci, allora, per la concorrenza? Per essere abbastanza competitivi? Beh, non è certo dovuto al caso il reitera-to tentativo di Confindustria di eliminare la contrattazione sindacale di livello nazionale. Non è poco. L’inadeguatezza e l’impoverimento progressivo dell’attuale stato sociale, poi, comportano l’attivazione delle forme di welfare aziendale sulle quali il sinda-cato “unito” ha già messo gli occhi da tempo, attraverso la rete dei servizi - a partire dalla sanità - da scambiare col salario. Unità sindacale o sindacato unico? Altro caposaldo del Landini pensiero è l’unità sindacale: per farne che? Un sindacato di lotta, un sindacato di classe? No, Landini non si rivolge ai lavora-tori - che dovrebbe rappresentare -, ma ai capitalisti, per rassicurarli sulle proprie intenzioni di pompiere sindacale, “unitariamente” a quelle di tutto il corpo dei dirigenti sindacali, oggi totalmente squalificato. Forse otterrà qual-cosa in cambio: il placet ad un sindacato interclassista, facilmente controllabi-le, istituzionale, dominato da funzionari professionisti, furbi e antioperai, in grado di svuotare di senso il conflitto di classe là dove si presenti. Stipendiati, ovviamente, basta che non parlino di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Più che l’unità sindacale ci sembra si stia proponendo il sindacato unico; un bel sindacato centralizzato e gerarchico, sufficientemente istituzionalizzato, in grado di impedire di fatto dall’alto ogni autonomia della classe operaia, ne-gando il ruolo centrale del conflitto di classe e pretendendo la sottomissione dei lavoratori agli interessi padronali. Prospettive? Non ci convincono proprio le idee di Landini e quanti, tra i lavoratori, si ade-gueranno, oltre a compiere un bel servizio ai padroni, diventeranno loro stessi un problema. Perseguire l’obiettivo della crescita economica infinita, per come la vediamo, significa voler aumentare il volume dell’attività economica fino ad influenzare tutto: “dall’atmosfera al fondo dell’oceano, l’intero pianeta diventa una zona di sacrificio: tutti noi abitiamo alla periferia della macchina che produce profit-to.” (G. Monbiot) Battere la concorrenza ha implicazioni di non poco conto. La concorrenza, si sa, non sta mai ferma, si fa sempre più minacciosa; di più, la concorrenza può assumere e assume forme nuove e più violente che danno origine non solo a spietate guerre commerciali, ma anche a guerre, giustamente definite imperialiste, tra le varie potenze.
marzo 2019 redazione
Unione europea
Grandi manovre per sostenere il polo imperialista europeo L'Unione europea non è riformabile se non si elimina la causa per cui è stata creata Emiliano Si avvicina la scadenza per la presentazione delle liste alle elezioni europee e tutte le forze che intendono partecipare sono in grande agitazione, cercano alleanze in campo europeo e non solo. A destra si va dai cosiddetti sovranisti (nazionalisti, fascisti e razzisti) Lega e Fratelli d'Italia - reduci da viaggi negli Usa per ottenere riconoscimenti e appoggi da Trump - impegnati a creare un cartello con tutte quelle forze reazionarie europee, dall'ungherese Orban alla francese Le Pen, che vogliono le frontiere chiuse in difesa di una Europa dei “bianchi” contro “l'invasione” di neri, arabi e musulmani. Altre forze di destra come Forza Italia si rifanno al partito popolare europeo che ha avuto come massima espressione la Merkel e vede in Tajani - ex-monarchico, presidente del Parlamento europeo - il massimo dirigente, naturalmente dopo il capo-padrone e suo Re Berlusconi. Il Movimento 5 stelle, è ammansito alla prova del governo, dopo i vaffa e gli urli contro l'Europa, cerca alleanze con frange populiste, di ispirazione liberale e/o estrema destra sparse in diversi paesi che si dichiarano nè di destra nè di sinistra al fine di riuscire a creare un gruppo parlamentare europeo con cui aumentare il proprio peso politico. Per portare avanti “l'idea di una Europa diversa” i pentastellati vanno dai polacchi Kukiz 15, contrari all'aborto e all'adozione dei bambini da parte delle coppie gay e fiancheggiatori del Movimento nazionale di ispirazione neo-nazista, ai Croati di Zivi Zid, ai liberali finlandesi di Liike Nytal, al partito greco dell'agricoltura e dell'allevamento Akkel. Il M5S è pronto a rifare nella campagna elettorale europea quello che hanno fatto il 4 marzo alle politiche: promettere e non mantenere ed essere sponda in Europa per le altre formazioni di destra, come hanno fatto con la Lega di Salvini. Le elezioni europee si svolgono con il sistema proporzionale e quindi ogni partito o movimento ha interesse a partecipare in prima persona, ma le regole elettorali impongono la raccolta di almeno 180.000 firme ad ogni forza che non possa usufruire di quei simboli che abbiano già partecipato alle elezioni ed eletto dei parlamentari. La politica la fanno le regole elettorali e non le idee, si deve fare i conti con la realtà: trovare simboli che permettano di saltare le firme e partecipare al voto senza rischiare di perdere troppo la faccia. Da ciò derivano le varie manovre cui assistiamo, con disgusto, sul gioco delle tre carte che i vari partiti stanno facendo per camuffarsi nel tentativo di fare dimenticare le loro malefatte e di convincere gli elettori a votare. In primo luogo il PD che, pur avendo un simbolo riconosciuto cerca di coinvolgere altre forze - pronto anche a rinunciare al proprio simbolo - per tentare di risalire la china elettorale che lo ha visto perdere consensi ad ogni tornata elettorale sia politica che amministrativa. Il PD si ripropone come forza europeista centrista capace di governare e di rappresentare e garantire il grande capitale in alternativa al partito popolare europeo. L'ultimo acquisto, Calenda, con un appello - che tutti i candidati alla segreteria prima delle primarie hanno firmato – propone un listone europeista e liberista che vada da Monti a Bonino, allargato ad esponenti di centro destra. Zingaretti - che appena vinte le primarie, si defila da Calenda e cerca una proposta un pochino “più a sinistra” di quella precedente, ma non troppo tanto che si precipita subito a Torino per sostenere il TAV - apre ad un’alleanza che, oltre al PD, raccolga sempre Bonino, i Verdi, una parte di LEU e qualche componente di Sinistra Italiana. Ma anche i Verdi hanno un simbolo riconosciuto che evita la raccolta delle firme e possono giocarsi un ruolo da protagonisti vista la loro scomparsa dallo scenario della politica. Probabili alleati sono il sindaco di Parma, Pizzarotti proprio quello che, appena eletto, con la prima valutazione costi-benefici diede il via all'inceneritore nella sua città, e con loro potrebbero andare anche settori di LEU e Diem25, l’organizzazione italiana di Varoufakis. Infine Rifondazione comunista che, essendo titolare del simbolo Sinistra Europea, eviterebbe la raccolta delle firme. La sua proposta è sballottata tra quella avanzata dal sindaco di Napoli di coalizione, attraverso DemA (il partito-movimento di De Magistris), con Sinistra Italiana, Possibile, Diem 25 e altre formazioni minori, e una possibile apertura a Potere al Popolo. Scomposizione e ricomposizione sono in continuo movimento in tutti i raggruppamenti alla ricerca delle poltrone perdute. Alcune delle forze partecipano a più tavoli pur di essere presenti in qualche lista e questo potrà produrre sorprese finali ed improbabili quanto “strane” combinazioni e alleanze. I partiti possono camuffarsi come vogliono, ma la partecipazione alle votazioni sempre più bassa, come si registra in quelle amministrative, fa ben sperare sulla (in)capacità delle forze borghesi di esercitare la loro influenza, anche se questa astensione non corrisponde ancora ad una presa di coscienza della necessità della lotta di classe organizzata e di massa. Non partecipare alle votazioni vuol dire non credere alle promesse, non stare con nessuno degli sfruttatori, delle multinazionali, delle banche che spadroneggiano, delle polizie e degli eserciti della piramide imperialista. Tutti i partiti in corsa, sia di destra che di “sinistra”, sono per un'Europa diversa, ma tutti ci sguazzano e la difendono anche perché garantisce una buona fonte di introiti. Ribadiamo che l'Unione Europea è un insieme di Stati imperialisti in continua concorrenza tra di loro per garantirsi l'egemonia nella lotta contro altri imperialismi e contro la propria classe lavoratrice. L'Unione europea non è riformabile se non si elimina la causa per cui è stata creata cioè lo sviluppo del capitalismo in polo imperialista europeo. Chi nega questo e vuole riformare l'Unione europea è un capitalista o un suo sostenitore oppure un traditore degli interessi dei proletari. Quello che manca in tutti partiti interessati alla campagna elettorale in Europa è il proletariato, i suoi interessi di classe strategici ovvero la necessità dell'abbattimento del capitalismo e dell'imperialismo europeo e mondiale, la necessità di eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione attraverso una rivoluzione proletaria che sappia unire i popoli sulla base dei propri interessi di classe contrapposti a quelli della borghesia.
marzo 2019 redazione
25 Aprile
Lottare contro le basi materiali, economiche e sociali del fascismo ci sono ancora Aspetti della strategia di classe del fascismo che comportano infinite modalità con le quali reazionari e riformisti piegano i lavoratori ai diktat del capitale Luciano Orio “L’antitesi sistematica nella quale hanno giocato tutte le teorie socialiste non è un dato della realtà. La collaborazione è in atto. Bisogna costruire un fronte unico dell’economia italiana, bisogna eliminare tutto ciò che può turbare il processo produttivo, raccogliere in fascio le energie produttive del paese nell’interesse della nazione”. Benito Mussolini “Bisogna ottenere che gli imprenditori siano buoni imprenditori, gli impiegati buoni impie-gati, insomma i ricchi buoni ricchi e i poveri buoni poveri. Sono convinto che verrà il tempo in cui lo Stato sarà guidato in questo modo”. Gino Giugni “La legislazione sul lavoro salariato… fin dalla nascita è coniata per lo sfruttamento dell’operaio e gli è sempre ugualmente ostile”. Karl Marx Reazione fascista e deriva intercl assista, strategie dell’attacco neo liberista Per un 25 Aprile di lotta 25 Aprile, una data celebrata dai pulpiti ufficiali con costante banalità e retorica, un rito che ha svuotato anno dopo anno gli ideali, le aspirazioni e il pensiero politico di chi quella lotta ha combattuto. Ci parlano di “vittoria della pace” in un mondo che gronda sangue per guerre di cui sono sempre responsabili i “democratici” governi occidentali. Ci parlano di “fine del nazismo” quando in Ucraina è al potere una giunta nazista, voluta e supportata sempre dai “democratici” di cui sopra. Si investono centinaia di milioni di euro in armi e si riducono i letti d’ospedale, si lascia la sanità a chi può pagarsela. Ci parlano di libertà, ma quale? Quella dei padroni di licenziare o degli imprenditori e mafiosi di ingrassare con ope-re pubbliche inutili e costose? Ci parlano di un interesse nazionale comune, per favorire i padroni. Parlare oggi di conflitto di classe, dalla parte del movimento operaio, è tabù. La lotta di classe, quella fatta dai lavoratori, è contrastata e delegittimata. Le basi materiali, economiche e sociali del fascismo ci sono ancora, ora più che mai. Ci siamo appena lasciati alle spalle la riedizione annuale della “giornata del ricordo” e del mito delle foibe, una data-simbolo che la destra liberal-fascista celebra e farà celebrare ad imperitura memoria, con il chiaro intento di sostituirla, nel cosiddetto immaginario colletti-vo della nazione, con la data simbolo della liberazione dal nazifascismo, il 25 Aprile. La reazione imperversa e, come da copione, Dio, Patria, Famiglia, mette insieme le varie anime della destra per inscenare la nuova forzatura politico culturale. Il congresso di fine marzo a Verona sulla famiglia. Se il primo (Dio) dichiara, per bocca del segretario di stato Vaticano Parolin, di concordare sulla sostanza, ma non sul metodo, i rappresentanti di Stato e Famiglia Salvini e Fontana, accolgono entusiasticamente l’iniziativa, al punto di farsene convinti patrocinatori. La destra neo-liberale gongola e i fa-scisti vecchi e nuovi si riabilitano nell’immagine pubblica. Dopo la devastazione dei diritti dei lavoratori, dopo l’attacco alla memoria storica, tocca ora alle conquiste culturali frutto delle lotte dei decenni passati, quelle della sinistra, quelle che ancora dovrebbero riflettere, nel desolato panorama della sinistra odierna, il tema cen-trale dell’azione di lotta unitaria della classe. Dall’altra parte preme l’interclassismo dei movimenti piccolo borghesi e riformisti, e dei confederali, tutto imperniato sull’obiettivo della crescita, per sostenere proprietà e impre-sa, attraverso il ruolo dello Stato. Non sarà sfuggito il primo atto pubblico di Landini, neo segretario CGIL: la manifestazione di Roma del 9 febbraio con CISL e UIL, settori di Con-findustria ed esponenti PD e LEU. Tutti uniti con il comune obiettivo della crescita, talmen-te uniti da superare in suo nome e per conto dei padroni il conflitto capitale-lavoro. Non è certo una novità. Proprio il fascismo si fece portavoce di tale strategia, attraverso il riconoscimento dell’organizzazione privata della produzione quale “funzione di interesse nazionale” e della impresa economica privata come motore dell’economia. La Carta del La-voro, approvata nel 1927, diede il via alla strategia classista del fascismo, ne segnò l’indirizzo di politica economica (privata) e sancì la nascita dello Stato corporativo fascista, caratterizzato dalla presenza del sindacato unico quale ente pubblico amministrativo al fine di ingabbiare i lavoratori entro i limiti della “contrattazione economica corporativa”. La lotta di classe era superata (quante volte abbiamo sentito questa espressione!) per fare posto ad una superiore “armonia” che coniugava “il benessere dei singoli con lo sviluppo della potenza nazionale”. L’interclassismo, nella forma della corporazione fascista, doveva servire al capitalismo italiano nel periodo di crisi economica e generale, tra la prima e la seconda guerra mondiale, per risolvere sia pure parzialmente la crisi a spese della classe operaia e contadina e sancire la subalternità della società al sistema delle imprese private. Esso fu espressione dell’offensiva della borghesia monopolistica contro la classe operaia. Ma la deriva aclassista e neocorporativa si trova collocata in vicende anche più recenti del-la nostra storia: la “svolta dell’Eur” del 1978, ad esempio, la “linea dei sacrifici”, in nome dell’interesse comune e della pace sociale, era indirizzata a centralizzare e gerarchizzare il sindacato, istituzionalizzarlo (sindacato di Stato), impedendo di fatto, dall’alto, ogni auto-nomia della classe operaia. Volevamo segnalare questi due aspetti della strategia di classe del fascismo che compor-tano infinite modalità con le quali reazionari e riformisti piegano i lavoratori ai diktat del capitale. Le condizioni di sfruttamento e di impoverimento delle classi subalterne sono ine-quivocabili, stanno lì a denunciare l’inconsistenza di ogni visione interclassista, finta alter-nativa, ipocrita e inconsistente mediazione stabilita dall’alto che ci consegna dritti filati alla reazione. Anche oggi l’interclassismo opera per la grande borghesia monopolistica, tutta unita a chiedere sblocca cantieri, tav, grandi opere, F35, nuove tecnologie… devastanti programmi di spesa pubblica propagandati per il bene comune della nazione e di noi tutti; in realtà una redistribuzione delle risorse pubbliche alle imprese, con l’adeguamento di salari e con-dizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e devastazione dell’ambiente (Ilva). Programmi che prevedono, in ogni caso, l’intensificazione del tasso di sfruttamento della forza lavoro, col parallelo smantellamento del sindacato (Cgil Cisl Uil), lasciato alla sua len-ta deriva, ridotto ad un ruolo para istituzionale, appiattito sulle proprie visioni di compatibi-lità con i padroni. Fare dell’impresa capitalistica il centro di ogni valore della vita sociale, questo vogliono i padroni nella loro sfrenata corsa ai profitti; di fronte a queste strategie l’antifascismo di facciata, aclassista, è solo uno strumento nelle mani dei padroni e serve per occultare la realtà dello sfruttamento e indirizzare lavoratori e grandi masse alla collaborazione di clas-se anziché alla lotta. Il 25 Aprile deve servire per rilanciare la lotta di classe, oggi indispensabile più che mai, al-trimenti rimarrà solo una giornata balneare. Finché ce la lasceranno.
marzo 2019 redazione
Ambiente
Pianeta verde? Si, ma… Mentre ci avviciniamo al ‘punto di non ritorno’ come avvertono molti scienzia-ti, il capitalismo diventa anche “verde”, un affare assai redditizio per un si-stema che genera e riproduce costantemente i meccanismi della distruzione della natura Daniela Trollio (*) Marzo è stato il mese di alcuni movimenti “globali”. Dallo sciopero delle don-ne l’8 marzo allo sciopero per il clima del 15 marzo. Ed è di quest’ultimo che vogliamo parlare. Decine e decine di migliaia di giovani – ed è un fatto importantissimo che essi non vogliano lasciare in mani altrui il proprio futuro - si sono mobilitati in tut-to il mondo contro l’indifferenza, la complicità e la responsabilità dei governi verso il cambiamento climatico già in atto, e le cui conseguenze ognuno di noi può vedere nel proprio paese. Meno visibili sono alcune azioni che da anni compromettono non solo il clima ma la vita dei più poveri, e non solo. A partire dalla campagna di alcuni anni fa per i bio-combustibili, che tanto bio non sono: un aumento della produzio-ne di grano, mais, canna da zucchero ecc. che andrebbero a produrre tali combustibili. Peccato però che questo significhi sottrarre terreni agricoli - ov-viamente nelle parti più povere del pianeta - da destinare non all’alimentazione ma a questo tipo di prodotto “verde” per le auto dei più ric-chi. Risultato: la rovina dei piccoli agricoltori, delle economie familiari, un au-mento della fame nel mondo. Paladino di questa battaglia, per cui ricevette un premio internazionale nel non troppo lontano 2007, fu niente meno che il vice-presidente degli Stati Uniti, Al Gore. Il progetto – almeno ufficialmente – abortì grazie alle lotte e alle proteste dei contadini messicani. E se Greta Thunberg, l’attivista svedese di 16 anni che il 4 dicembre 2018 ha parlato del tema alla COP24, il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi in Polonia, è diventata un’icona del movimento, nessuno si è ricordato, nelle manifestazioni, di Berta Càceres, uccisa il 2 marzo 2016, am-bientalista e leader del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene, che da anni si batteva contro la realizzazione di un impianto idroelettrico nell’Honduras del Nord. I mandanti: i dirigenti della DESA S.A., l’impresa inca-ricata di costruirla… E nessuno ha ricordato i 207 ambientalisti che sono stati assassinati in 22 paesi nel 2017. Nella stragrande maggioranza dei casi per-ché la loro lotta andava direttamente al cuore del problema: non gli Stati e la loro apparente inerzia riguardo alla distruzione del pianeta che avanza, ma le multinazionali ed i loro progetti predatori alla ricerca del massimo profitto. Ma c’è un’altra dimenticanza più grave e gravida di conseguenze, in questo movimento globale, quella che ha fatto - e continua a fare - più morti in asso-luto perché… va bene il pianeta ma i suoi abitanti non sono un elemento se-condario: le guerre imperialiste e le loro conseguenze sugli esseri umani e sull’ambiente. Yugoslavia, Afganistan, Iraq, Libia, Yemen, Siria: circa 150 milioni di morti e terra, acqua e aria contaminati per i millenni futuri e per le generazioni future non ancora nate - grazie all’uso dell’uranio impoverito e di chi sa quali altri veleni. Se, come ricorda qualcuno, i romani spargevano sale sulle terre conquistate per assoggettare anche in futuro i nemici vinti, noi abbiamo visto il Vietnam annaffiato di Agente Orange, che ancor oggi – 44 anni dopo – ‘produce’ 500.000 bambini ciechi o deformi; la Yugoslavia e l’Afganistan seminati di bombe all’uranio impoverito, 320 tonnellate nel solo Iraq in cui, oltretutto, le forze angloamericane bombardarono i campi petroliferi per mesi, producendo milioni di tonnellate di diossido di carbonio, zolfo e mercurio e una pioggia a-cida che distrusse la vegetazione e gli animali. Proprio l’Iraq ha sperimentato nel 2015 la temperatura più alta al mondo a causa della distruzione, causata dalla guerra, del manto vegetale e i pescatori e i ragazzi che fanno il bagno nel fiume Tigri continuano a incontrare cadaveri nelle sue acque. Più recentemente, va ricordato che il governo degli Stati U-niti – amministrazione Trump buona ultima – ha investito 1,2 bilioni di dollari per fabbricare nuove bombe atomiche, perché il mondo “sia più sicuro”. E ci fermiamo qui. Sappiamo bene che il capitalismo distrugge l’uomo e la natura. Per sua natu-ra ha bisogno di produrre e sfruttare sempre più intensamente per realizzare il profitto, il che implica non solo un sempre più sfrenato e brutale sfrutta-mento della forza lavoro ma lo sfruttamento sempre più intensivo della natu-ra stessa che, lungi dall’essere in questa società un “bene comune” di pro-prietà di tutti i suoi abitanti, diventa una merce anch’essa. E come tale viene ampiamente pubblicizzata. Mentre ci avviciniamo al ‘punto di non ritorno’ come avvertono molti scienzia-ti, il capitalismo diventa anche “verde”, un affare assai redditizio per un si-stema che genera e riproduce costantemente i meccanismi della distruzione della natura. Solo che il nostro pianeta è “finito” e questo processo va in una sola direzione: una catastrofe per il genere umano. È questo il nodo di ogni lotta: da quelle più piccole, che chiamiamo di solito ‘rivendicative’, a quelle ‘globali’: chiamare le cose con il loro nome, identifica-re le vere cause dei problemi. E non è così difficile, oltre ad essere l’unico modo perché nelle lotte si sviluppi la coscienza di chi è il vero nemico. Facciamo un esempio in tema: il movimento dei gilet gialli. Nato da un appa-rente rifiuto “antiecologista” di pagare di più la benzina per favorire “un mon-do più pulito” (accidenti… questi francesi che non vogliono pagare per il mi-glioramento dell’ambiente…), si è subito scontrato con la nuda realtà del po-tere del capitale e del ruolo dello Stato: sono andati così velocemente in pezzi - con le cariche della polizia, le pallottole di gomma, gli arresti - i tanto blate-rati concetti di ‘democrazia’, di uguaglianza, progresso sociale ecc. Così ora è chiaro a moltissimi francesi che Macron è il rappresentante dei “ricchi”- che fa regali ai capitalisti in nome della competitività e impone tasse ai poveri in nome dell’ecologia - e che chi ogni sabato si incontra, si scontra e manifesta vuole un mondo diverso, dove siano le necessità delle persone – e non del grande capitale – a guidare le scelte della società. Detto in altri termini, e senza enfasi, si sta facendo strada l’idea di una socie-tà che produca per i bisogni reali della maggioranza. Dategli voi il nome che volete, io la chiamerei socialismo. Un bel salto di qualità, che ci dice che la lotta produce avanguardie, chiarisce chi è il nemico (moltissimi di quei giovani che hanno scioperato per il clima sono nelle piazze di Francia ogni sabato anche loro con il gilet giallo e vengo-no manganellati, arrestati, incarcerati), crea unità e contiguità tra movimenti che partono da diversi punti di crisi di questa società. Sono movimenti contradditori, dove ci sono ambiguità, diversi livelli di co-scienza e vari attori sociali? Verissimo, ma questo movimento prima di tutto è un movimento - proletari, lavoratori, piccoli artigiani immiseriti, studenti, professori ecc. che si ribellano, che lottano, si organizzano, ragionano sulla propria esperienza, sui loro veri problemi e interessi e tracciano bilanci – che sta causando la perdita della legittimità del potere e del sistema capitalistico. Di questi tempi, qui da noi almeno, non è poco: bentornata, lotta di classe! Quindi non si tratta di arrendersi alle mode, o ai ‘movimenti’ in quanto tali, ma di parteciparvi attivamente portando la nostra esperienza di lotta, l’analisi di classe, la coscienza della necessità dell’organizzazione, se vogliamo svolge-re il ruolo che i comunisti devono svolgere, altrimenti tali non sono. Ricordando anche, rispetto agli obiettivi, che se la seconda parola d’ordine della Rivoluzione bolscevica era “Tutto il potere ai Soviet”, la prima era “Pane, pace, lavoro e libertà”.
gennaio 2019 redazione
Foibe
Foibe: revisionismo storico e anticomunismo Una delle più sconcertanti e oltraggiose disposizioni di legge nel nostro paese redazione "nuova unità" Firenze Dal 30 marzo 2004, dall'istituzione del Giorno del Ricordo, per una conver-genza delle forze di destra e di centrosinistra all’interno del Parlamento con la legge 92, ogni anno dobbiamo sopportare che istituzioni, stampa, scuole, spettacoli (indecente quello del "cantante" Cristicchi), film, fiction, celebrino questa giornata portando avanti il processo di revisionismo storico attraverso falsità, strumentalizzazioni politiche e mistificazioni. Come dire, perché una testimonianza diventi di molti e una falsa voce diventi verità bisogna che lo Stato ne favorisca la diffusione! Non stupisce, quindi, che il Presidente della Repubblica, da consumato demo-cristiano, celebri questa giornata alla presenza di politici bipartisan, al Quiri-nale con parole revansciste e persino fasciste trascurando le occupazioni nazi-fasciste, sposando l'uso politico della storia manipolata per, ancora una volta, trovare la giustificazione per infamare il "comunismo titino", travisare fra chi scatenò gli orrori della seconda guerra mondiale e chi fermò e sconfisse la gentaglia nazifascista, escludere la differenza fra vittime e carnefici. Attac-cando come negazionisti coloro che ricercano la verità mentre applica il nega-zionismo consentendo al revisionismo storico di assumere vesti istituzionali. Con questa giornata alla quale hanno dato un buon contributo gli eredi del PCI i vincitori che avevano sconfitto i criminali nazifascisti che avevano dato origine alla guerra diventano carnefici mentre i criminali diventano vittime meritevoli della medaglia al valore. Secondo la cultura dominante centinaia di migliaia di italiani sono stati ammazzati infoibati addirittura vivi - per la bece-ra propaganda di Salvini che a Basovizza, anche numerosi bambini - nell’attuazione di un piano di pulizia etnica operato dai partigiani comunisti jugoslavi, piano al quale presero parte anche delle formazioni garibaldine, per calcare la mano sulle colpe comuniste. Quando si parla di foibe bisogna affidarsi agli storici che tengono ben presen-te del contesto nel quale sono maturati gli avvenimenti. Intanto tutti coloro che morirono in prigionia e, comunque, dopo un regolare processo, non si possono assimilare agli infoibati. Le rappresaglie spontanee avvenute dopo l'8 settembre, quando l'intera zona tornò direttamente sotto il controllo tedesco e si sviluppò una feroce repressione della resistenza partigiana, non furono rivolte indiscriminatamente contro gli italiani, ma contro i rappresentanti del potere fascista gerarchi, podestà, polizia, cioè tutti i colpevoli di collaborazio-nismo con i nazifascisti, che avevano perpetrato atti criminali ai danni della popolazione slava prima e soprattutto dopo l’invasione jugoslava da parte delle forze dell’Asse. E quando, nel 1941 Lubiana divenne provincia italiana, furono accertati numerosissimi crimini di guerra compiuti dall’esercito italiano. Quella che viene spacciata per immane tragedia dei profughi - mentre non si riconosce quella che vivono attualmente altri popoli - è un'altra strumentaliz-zazione. Gli italiani di Istria e Dalmazia non furono scacciati dalle loro terre - che peraltro non erano le loro, ma che condividevano con i popoli slavi, co-stretti nel ventennio ad una italianizzazione forzata, che hanno subito distru-zione, incendi e saccheggi di villaggi, decine di migliaia di internati e di morti -. Fu un abbandono spontaneo di coloro - soprattutto delle classi borghesi e agiate, dei proprietari terrieri ecc. che scelsero la cittadinanza italiana che non scappavano perché italiani, ma perché contrari a condividere l'esperienza collettiva che si stava attuando in quelle zone. Le comunità italiane che rima-sero oltre confine e che tuttora abitano la Croazia e la Slovenia beneficiarono dei diritti riconosciuti a tutte le minoranze, compreso il mantenimento della lingua e della cultura di origine. Non abbiamo visto l'ultimo prodotto anticomunista (partigiani che violentano una studentessa figlia di un dirigente fascista) passato alla TV l'8 febbraio col titolo "Red land-Rosso Istria", ma possiamo ricordare il film Porzus, uscito nel 1997 (recensito subito da "nuova unità"). Realizzato con ben 3 miliardi e 200 milioni di lire generosamente erogati dal governo dell'Ulivo. Ma appagava - da parte della "sinistra" ulivista - il presentare la Resistenza come uno scontro tra bande animate da smanie ideologiche per chiudere i conti con una impor-tante pagina della storia italiana culminata con la Liberazione da parte dei partigiani dalla dittatura nazifascista. Alla base dell'avvenimento di Porzus - l'uccisione, fra il 7 e il 18 febbraio 1945 di diciassette partigiani - invenzioni, manipolazioni, omissioni per un altro pezzo di storia in funzione anticomuni-sta perché accusa la ferocia dei partigiani comunisti contro i democristiani e nasconde il ruolo di una delle bande fasciste più sanguinarie, la X Mas di J. V. Borghese. I fascisti sono sempre utilizzati dal potere per rinsaldare l’ordine borghese con l’involuzione della società in senso sempre più reazionario ed autoritario, pensiamo alla madre delle stragi: Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre ’69. o all’operazione di Gelli con il “Piano di rinascita democratica-P2”. Anche i fa-scisti, oggi, sono utilizzati sempre come strumento di provocazione e aggres-sione. I fascisti operano nelle strade e nelle piazze con campagne anti-immigrati, anti-aborto, contro le foibe, ammantate di populismo e “nazional-socialismo” e anticomunismo viscerale per intercettare fasce giovanili arrab-biate per la crisi, ma confuse e disorientate dalla mancanza di un punto di vi-sta politico e culturale dei valori comunisti. I discorsi di Mattarella sono la negazione della matrice antifascista dell'Italia repubblicana, e in sintonia con la politica dell'attuale governo (che non si di-scosta molto dal precedente!), politica di repressione nei confronti dei lavora-tori, dei giovani dei centri sociali sgomberati, degli immigrati, di tutti coloro che si ribellano e rifiutano l'antifascismo di maniera, di facciata per far avan-zare quello militante. Diventa indispensabile, quindi parlare di storia con gli storici per smontare una propaganda falsa e martellante.
gennaio 2019 redazione
Lotte di classe
Lotte di classe, rapporti giuridici e diritto borghese Che cosa cambia con il Decreto sicurezza? Michele Michelino Solo il proletariato cosciente che è estraneo al suo nemico osa ribellarsi rico-noscendo il proprio nemico di classe nella borghesia, nei suoi rappresentanti politici, istituzionali, non si sente coinvolto nella sorte del suo nemico, è co-sciente di non viaggiare sulla stessa barca. Il proletariato che lotta - lo schiavo salariato che si ribella - ha imparato a non andare a trattare dal padrone col cappello in mano, a essere “insolente”, ha capito che ogni “conquista” basata sui rapporti di forza può essere vanificata subito dopo averla ottenuta. Il proletariato cosciente e le sue avanguardie non si limitano a rivendicazioni economiche ma a volere tutto, il potere, mentre la borghesia ha imparato che non può concedere niente, se non vuole che sia proprio il suo potere a essere messo in discussione. Il sistema capitalista ha imparato a gestire le varie forme di conflitto, tolle-rando quelle sociali, rivendicative o politiche, compatibili col sistema stesso e reprimendo violentemente le altre. Lo Stato è democratico, pacifico, con quelli che cercano - o si illudono - di trovare la soluzione ai loro problemi muovendosi sul terreno delle compatibili-tà col sistema di sfruttamento capitalistico, con tutti quelli che si illudono di cambiare la realtà economica sociale e politica a favore delle classi sottomes-se affascinati dal parlamentarismo. È tollerante con coloro che si muovono e creano conflitto ma cercano momenti di legittimazione da parte del potere, ed è inflessibile con chi mette in discussione il profitto e il suo dominio. La borghesia, classe di minoranza che detiene il potere nella società, è mae-stra nel far apparire come interessi generali della collettività i suoi meschini tornaconti e guadagni. Le leggi non sono mai fatte nell’interesse del “popolo”, degli “italiani”, para-frasando una parola che ha fatto le fortune elettorali di Lega e 5Stelle, ma di quella parte che detiene il potere economico e politico, i grandi capitalisti, le multinazionali, l’imperialismo, a scapito della stragrande maggioranza della popolazione. Gli attuali partiti al governo rappresentanti della piccola e media borghesia andati a governare con una campagna contro i poteri forti, al pari delle forze politiche che li hanno preceduti (Pd, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega ecc.), si sono genuflessi davanti all’Unione Europea, alle multinazionali, al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale, alla Bce, all’imperialismo mondiale, a cominciare da quello USA. Uno degli ultimi esempi della loro politica demagogica al servizio del grande capitale è il “decreto sicurezza” voluto insistentemente dal Ministro dell’interno leghista Salvini e dal governo Lega e 5 stelle, diventato legge e presentato come un argine contro l’invasione “straniera”, in particolare contro gli immigrati poveri, perché un nero, un arabo, indiano, o di qualunque altra nazionalità o colore purché ricco in Italia è benvenuto, servito e riverito. Il Decreto sicurezza In realtà il decreto “sicurezza” di Salvini e del governo gialloverde non è solo contro gli immigrati, ma contro tutti i lavoratori, i proletari italiani o no che lottano per difendere i propri interessi, il posto di lavoro e i propri diritti, visto che prevede un aumento delle pene e la galera per una serie di azioni di lotta tradizionali del movimento operaio e popolare come riportato in particolare nei punti 23 e 30 della legge. Viene reintrodotto il reato di blocco stradale e invasione di altrui pro-prietà privata, inteso come ostruzione di strade e binari, punibile con pe-ne da 1 a 6 anni, raddoppiate (da 2 a 12 anni) se il fatto è commesso da più persone usando violenza o minaccia a persone o cose. Da notare che il reato di blocco ferroviario e stradale fu introdotto nel 1948, su iniziativa del Ministro dell’Interno Scelba e nel 1999 era stato depenalizzato e punito con una sanzione amministrativa pecuniaria. Anche per l’invasione dell'altrui proprietà privata (occupazione di case, fabbri-che che licenziano ecc.) oltre all’aumento della multa la pena passa da due a quattro anni con le aggravanti a seconda che il fatto sia compiuto in gruppo. Come è evidente queste misure sono rivolte contro i lavoratori in lotta per in-timidire, frenare ogni forma di opposizione sociale di chi mette in discussione il sistema capitalista basato sullo sfruttamento e il conflitto di classe. Contro questo decreto, che è in continuità con le politiche contro gli immigrati di Minniti del PD, si sono levate più voci. In particolare dai sindaci e governa-tori di Regioni che denunciano la chiusura dei grandi Centri Sprar, anche se nessuno di loro denuncia che nei 40 articoli della legge il sale è dato dai provvedimenti contro le lotte operaie e sociali. Le uniche critiche riguardano il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati creato a partire dalla legge Bossi-Fini nel 2002, oggi a rischio scom-parsa per effetto del decreto Salvini. Con questa legge i sindaci che devono gestire sul territorio i flussi migratori denunciano che non c’è già più una politica dell’accoglienza e, con la chiusura dei porti, si arriva all’inaccettabilità di chiunque arrivi da richiedente. In que-sto modo si depotenzia il sistema dell’accoglienza cancellandolo, creando ca-os, continuando ad alimentare il fantasma del nemico, dell’invasore straniero, attuando una politica che avvantaggia i padroni del lavoro nero e le varie ma-fie a discapito dei più deboli. Con l’abolizione del permesso di soggiorno con-cesso per motivi umanitari, poi, crescerà il numero dei “clandestini”, un a-spetto paradossale perché non crea sicurezza ed è punitivo nei confronti dei richiedenti asilo. Contro questa legge alcune Regioni hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale e alcuni sindaci hanno annunciato e cominciato a pratica-re “l’obiezione di coscienza” ritenendo la legge una violazione dello stesso di-ritto borghese, dal momento che il decreto prevede anche l’esclusione dei ri-chiedenti asilo dal registro anagrafico. La magistratura, al pari di altre istituzioni dello Stato, è da sempre schierata con il potere, ora più che mai. Illuminante al riguardo è la sentenza della ma-gistratura milanese dell’8 gennaio scorso per lo sciopero davanti ai cancelli della DHL di Settala del marzo 2015 che ha condannato a: 1 anno e 8 mesi il Coordinatore nazionale del S.I. Cobas e ad altri compagni e delegati DHL del S.i.Cobas e del C.s.a Vittoria; 2 anni 3 mesi e 15 giorni ad una compagna del C.s.a Vittoria; e 2 anni 6 mesi e 5 giorni ad un altro compagno del C.s.a Vitto-ria. Questa sentenza, che si colloca inoltre nel solco delle scelte repressive del razzista, xenofobo e antioperaio decreto “sicurezza”, arriva dopo molteplici denunce, fermi, cariche poliziesche, intimidazioni ai delegati e ai lavoratori del S.I. Cobas e di altre realtà sindacali. Criminalizzare gli avversari, i nemici, incarcerando o ricorrendo all’azione pe-nale processuale è uno dei tanti modi usati dal potere per contenere i conflit-ti. Il processo di integrazione delle organizzazioni tradizionali della classe ope-raia, in particolare dei sindacati confederali storici Cgil-Cisl-Uil, dell’Ugl e altre sigle falsamente autonome, li ha trasformati da organismi di lotta delle riven-dicazioni operaie a organismi collaborativi del capitale, funzionali al dominio ideologico e politico del proletariato nel sistema capitalista. Questo processo investe anche di alcuni sindacati di base che, per frenare a lotta di classe che si esprime sempre più su contenuti e obiettivi anticapitalisti/antimperialisti, avvallano l’azione repressiva dello Stato e degli industriali contro le sue avan-guardie in caso di licenziamenti politici e mancati diritti dei lavoratori. L’illusione di chi, per anni, ha pensato di cambiare i sindacati di regime o il si-stema dall’Interno “democraticamente per via elettorale” senza tenere conto del loro ruolo al servizio dei padroni ha finito per trasformare alcuni individui e organizzazioni in complici attivi del sistema di sfruttamento. Le manganellate ai picchetti, le denunce e i conseguenti processi sono, in un certo senso, sempre esemplari perché, attraverso la persecuzione degli impu-tati, si persegue non solo la loro condanna, ma la condanna delle classi o dei settori di classe che hanno espresso queste lotte. In questi processi, infatti, insieme agli imputati si condanna l’organizzazione, la tattica, la strategia, la solidarietà - indipendentemente dai fatti contestati ai singoli - trasformando la lotta di classe in atti criminali. Il processo contro le avanguardie è prima di tutto un atto autoritario, legaliz-zato, intimidatorio, di cui lo Stato si serve per rafforzare il controllo sociale at-traverso la persecuzione e l’eliminazione di chi si oppone all’attuale società capitalista. La repressione “legale” è un atto di forza, reso legittimo dalle leg-gi borghesi e dai rapporti di forza derivanti dalle condizioni dei rapporti sociali che esprimono consenso alla repressione di chi mette in discussione l’ordine “democratico” borghese. La lotta fra le classi condiziona gli assetti sociali e anche il processo giudizia-rio non può prescindere dal rapporto di forza esistente in dato momento, anzi ne è fortemente condizionato. Non possiamo limitarci a ricordare nostalgicamente la fine degli anni ‘60/70, gli anni delle “conquiste operaie” e dei diritti civili ottenuti sull’onda dei mo-vimenti di massa, perché nella società capitalista la lotta di classe e i rapporti di forza influiscono anche sul diritto e il processo; la punizione, il carcere, la legislazione penale e del lavoro hanno sempre avuto dei connotati di classe. L’attacco dei padroni contro le lotte operaie che mettono in discussione il pro-fitto e il potere dei capitalisti si fa sempre più duro e l’utilizzo dei crumiri, dei fascisti, della polizia e della magistratura contro i proletari in lotta viene utiliz-zato per rompere l’unità dei lavoratori e ottenere la pace sociale. Il sistema capitalistico di produzione ha come fine il massimo profitto che si regge sullo sfruttamento e sulla violenza del capitale. Al padrone non interes-sa la sicurezza sul lavoro dell’operaio, del lavoratore, la sua integrità fisica e psicologica non interessa la morte di miliardi di persone e la distruzione della natura, interessa unicamente il profitto che persegue con ogni mezzo, con il bastone o la carota. La repressione attuata attraverso lo Stato e le sue istitu-zioni legalizza la violenza borghese e poliziesca e lo sfruttamento, criminaliz-zando le lotte anticapitaliste. Oggi viviamo in un periodo storico in cui la lotta di classe l’hanno vinta i pa-droni, ma la lotta di classe continua e con essa cresce in settori del movimen-to operaio e proletario la necessita di un’organizzazione rivoluzionaria, un partito operaio, comunista, che si batta per abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, per una società socialista. Il tempo delle sette è finito. Continuare ad alimentare la divisione sindacale e politica pensando di essere gli unici ad avere la verità del marxismo-lenismo in tasca, mantenendo tante piccole organizzazioni rivoluzionarie in concorren-za e in lotta fra loro invece di unirsi nella lotta comune contro il capitalismo, significa continuare ad essere subalterni al nemico che si dice di voler com-battere. L’obiettivo di costruire una società in cui si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani, in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sia con-siderato un crimine contro l’umanità e che salvaguardi la natura è possibile solo distruggendo dalle fondamenta questa società dove i borghesi, i ricchi diventano sempre più ricchi sulla miseria di miliardi di esseri umani.