dicembre 2020 redazione
Miseria, povertà e ricchezza nel corona virus
Miseria, povertà e ricchezza nel corona virus Così la pandemia ha reso i ricchi ancora più ricchi (e i poveri più poveri) In questi mesi abbiamo sentito ripetere mille volte dai rappresentanti del governo, da Confindustria e sindacati confederali che siamo tutti sulla stessa barca, che l’unità nazionale - cioè quella fra sfruttati e sfruttatori - è l’unica via per salvarci, per fronteggiare questa nuova “guerra” contro il virus. I sindacati Cgil-Cisl-Uil - e altri concertativi - hanno sottoscritto con Confindustria e il governo un accordo riconoscendo di avere gli stessi interessi. Per questi signori i lavoratori, invece della lotta di classe per difendere la loro salute e i loro interessi dovrebbero, in nome della comune lotta contro il virus, rinunciare a difendere la loro salute e la loro condizione lavorativa a vantaggio del profitto dei capitalisti. Tuttavia a smentire questa narrazione ci sono i fatti: gli stratosferici guadagni delle multinazionali e dei loro padroni e la povertà crescente degli strati proletari e popolari. Secondo i dati forniti dalla banca svizzera Ubs, i super miliardari sono aumentati e sono diventati ancora più ricchi: da 2.158 sono oggi 2.189, e la loro ricchezza totale è cresciuta del 27,5%, mentre i nuovi poveri, secondo dati di Coldiretti in Italia, anche a causa della pandemia, sono cresciuti di oltre un milione. Se nel 2017 i super miliardari erano 2.158, dopo la prima ondata della pandemia sono diventati 2.189. E la loro ricchezza totale ha superato la soglia dei 10 trilioni di dollari. Tra loro, secondo quanto riportato anche dal Corriere della sera, ci sono nomi molto noti: Jeff Bezos, proprietario di Amazon, che dal 18 marzo al 16 ottobre ha visto il suo patrimonio personale aumentato del 69,9%. Ha guadagnato quasi 80 miliardi di dollari in poco più di sei mesi. Fra i super ricchi troviamo anche Bill Gates con un +20,4%, che porta il suo patrimonio personale a 118 miliardi di dollari. Mark Zuckerberg è invece salito a quota 97,7 miliardi, in crescita del 78,6%. In termini percentuali l’aumento più significativo però l’ha registrato Elon Musk, patron di Tesla e SpaceX: +270%, per arrivare a un patrimonio personale di 91,9 miliardi di dollari. Crescono i patrimoni dei super ricchi e contemporaneamente aumentano invece povertà e disuguaglianze in tutto il mondo. Più 50 milioni di persone hanno perso il posto di lavoro dall’inizio della pandemia e, per la prima volta da oltre 25 anni, è aumentato il numero di coloro che vivono con meno di 1,6 euro al giorno. In Italia, secondo il bollettino Istat di settembre che fornisce i dati del secondo trimestre del 2020 - quello in cui siamo stati in lockdown - le persone occupate sono diminuite di 470mila unità. È come se tutti gli abitanti di città come Bologna o Firenze fossero rimasti all’improvviso disoccupati. Secondo questi dati a perdere il lavoro sono stati soprattutto gli autonomi e i dipendenti a tempo determinato, ma anche quelli a tempo indeterminato che almeno sulla carta erano protetti dal blocco dei licenziamenti, perché i licenziamenti disciplinari per chi ha scioperato fuori dal controllo sindacale per difendere la sua salute, i licenziamenti disciplinari di chi ha infranto il vincolo di fedeltà, e quelli per motivi economici continuano con numeri crescenti, senza contare le cassintegrazioni a perdere e non rinnovate che non arrivano. Durante la pandemia la disoccupazione nella fascia d’età 15-24 è salita al 31,1%, in aumento di oltre 3 punti percentuali rispetto a un anno fa. Tra i 25 e i 34 anni invece è del 15,9%, +1,4 rispetto a luglio 2019. Secondo la Coldiretti, la pandemia e il conseguente lockdown di primavera hanno causato oltre un milione di nuovi poveri in Italia, e mentre i super ricchi del mondo diventano ancora più ricchi, per il proletariato e la piccola borghesia si prospettano tempi ancora più duri. Oggi la pandemia è usata dai governi per comprimere le libertà costituzionali e personali attraverso un’organizzazione gerarchica, repressiva e sempre più autoritaria dello Stato. Come abbiamo verificato ascoltando tutto e il contrario di tutto, non esiste una scienza ‘imparziale’ in una società divisa in classi. La scienza asservita ai padroni ha sempre difeso la schiavitù del lavoro salariato, e oggi molti lavoratori stanno imparando a difendersi organizzandosi e combattendo una guerra implacabile contro lo sfruttamento capitalista. La lotta per la difesa della salute in fabbrica, nei luoghi di lavoro e nella società, cioè la difesa della salute del proletariato, è un aspetto importante della sua lotta di classe. I redditi stabiliscono il tenore di vita delle persone e davanti ai virus, alle malattie gli esseri umani vengono trattati dalla medicina in modo diverso: il valore della loro vita dipende dal valore della loro persona. Tutti progressi della scienza in mano alla borghesia arricchiscono il capitale e non l’operaio, e non fanno altro che aumentare il suo dominio sulla forza lavoro. Non è un caso che anche per Covid-19, mentre migliaia di proletari, lavoratori, pensionati morivano e continuano a morire nelle case di riposo e negli ospedali senza neanche il conforto dei loro parenti, i borghesi come Boris Johnson, Donald Trump, Silvio Berlusconi, Flavio Briatore e tanti altri "vip" se la sono cavata in pochi giorni. I risultati della scienza e della medicina asservita al capitale sono al servizio dei privilegi della classe dominante e negati alla classe sfruttata. Oggi, a parte le normali regole igieniche basate sul distanziamento e le mascherine, la medicina e la scienza del capitale non utilizzano le misure necessarie a preservare la salute degli sfruttati. Oggi più che mai servirebbe una medicina preventiva, pubblica, che rintraccia le cause patogene e le elimini invece d’intervenire a posteriori con palliativi e vaccini, perché, come affermava il dott. Giulio Maccacaro "Medico o padrone non fa differenza, quando la scienza del medico è quella del padrone!!" Una prevenzione che oggi il capitalismo, attraverso i suoi tecnici, nega perché la ricerca del massimo profitto, la legge della produzione capitalistica rendono impossibile una politica di prevenzione senza una forte lotta di classe che faccia scricchiolare il potere borghese. Ogni lotta di classe è una lotta politica e quella della difesa della salute, delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari oggi va condotta senza sconti. La pandemia uccide i poveri, i lavoratori e getta sul lastrico i piccoli produttori, gli artigiani, i lavoratori ‘informali’, quelli in nero, i precari a vantaggio della proprietà privata capitalista fondata sul lavoro altrui sfruttato, ma formalmente libero. Ma c’è un altro virus che uccide i poveri più del Covid 19 e che aumenta le disuguaglianze: il criminale sistema capitalista che, per ottenere il massimo profitto, uccide esseri umani e distrugge la natura.
ottobre redazione
Guerre e scontri nell'ex “spazio post-sovietico”
Guerre e scontri nell'ex “spazio post-sovietico” Fabrizio Poggi Nel Caucaso sotto il tallone imperialista c'erano divisioni, conflitti, massacri. Poi venne la Rivoluzione d'Ottobre e l'Unione Sovietica. Ma, dopo, venne il 1991, e poi... le “rivoluzioni colorate” Al momento di scrivere, non è chiaro quali sviluppi avranno gli avvenimenti, in continua trasformazione, nel cosiddetto “spazio post-sovietico”: dalla Kirgizija, alla Bielorussia, dal Tadžikistan alla Moldavia e, soprattutto al Caucaso settentrionale, dove lo scorso 27 settembre si è riacceso per l'ennesima volta il conflitto tra Armenia e Azerbajdžan sulla questione del Nagorno-Karabakh, che va avanti praticamente dal 1991. Dunque, non sappiamo quale sarà l'esito dell'“ultimatum popolare” che la Guaidò bielorussa, Svetlana Tikhanovskaja, aveva lanciato dal suo “esilio” lituano ad Aleksandr Lukašenko perché “se ne vada entro il 25 ottobre”: in caso contrario si darà inizio a uno “sciopero generale nazionale”. Un aut-aut, proprio alla maniera del Guaidò venezuelano: la “democrazia” avanza sempre a colpi di ultimatum. E i Servizi bielorussi hanno notizia di una provocazione (verosimilmente anche armata) che si starebbe allestendo in vista di quella scadenza. A partire dal voto del 9 agosto, che aveva dato l'80% dei consensi al bats'ka bielorusso, ma negato dalle “democrazie” occidentali, si è creato un alone di riconoscimento internazionale attorno all'ennesima “martire della libertà”, proprio come è stato a suo tempo per il Guaidò originale; si sono susseguiti incontri, sia “in presenza” che in “smart working” con cancellieri, presidenti, ministri tedeschi, francesi, slovacchi, bulgari, canadesi, polacchi, irlandesi, fino alle italiche macchiette “buoniste”, volate a omaggiarla fino a Vilnius, dove si sono accasati anche i leader del Fondo nazionalista “Dapamoga”(“Aiuto”). Varsavia sogna – Washington agisce Ma, chi e cosa c'è dietro i “lottatori contro l'ultimo dittatore d'Europa”? L'ex deputato del Soviet supremo dell'URSS, Viktor Alksnis, ricorda come, all'epoca dei movimenti “indipendentistici” baltici, a fine anni '80, la CIA avesse radunato a Cracovia ”i leader dei fronti popolari dei Paesi baltici, di Bielorussia, del “Rukh” ucraino, di Georgia, Moldavia, per dar vita a una Confederazione Baltico-mar Nero e creare un cordone sanitario attorno alla Russia, formalmente sotto egida polacca, in realtà sotto guida USA. Ora, la Bielorussia è l'unico ostacolo rimasto su tale percorso”. A Varsavia si vaneggia da tempo di resuscitare la settecentesca Confederazione, dal Baltico al mar Nero e dai Carpazi fin quasi alla russa Smolensk, ampliando il vecchio dominio su Bielorussia e Ucraina e in più, come pronostica l'americana StratFor, abbracciando Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, fino Slovenia e Croazia. Vale a dire, il sogno polacco di sostituire la Germania, riottosa a sottostare al dominio yankee, quale avamposto USA in Europa. Finché Washington la lascerà sognare. Ora, di fronte all'ennesimo “majdan” in corso a Minsk, tutto questo va tenuto ben presente, ma non bisogna dimenticare le responsabilità dello stesso Lukašenko nel determinarsi di una situazione che ricorda quella precedente il golpe neo-nazista del 2014 in Ucraina: sia per il suo continuo zigzagare e flirtare ora con l'est, ora con l'ovest, sia per la situazione economico-sociale del paese. Ne sono esempi le privatizzazioni che, pur senza il furore selvaggio che ha caratterizzato la Russia, vanno avanti da anni; come pure la storia del “petrolio alternativo”, importato da Norvegia, USA, Azerbajdžan, Arabia Saudita, invece che dalla Russia, che si è risolto in un calo del 61,8%, per le casse statali, a causa della diminuzione del 38% dell'esportazione di derivati petroliferi rispetto al 2019. Nelle “alleanze” internazionali, Minsk continua a negoziare con USA e UE, segno del conflitto tra settori concorrenti del capitalismo bielorusso, orientati chi a est, chi a ovest; continua a partecipare ai programmi UE per lo spazio post-sovietico di "Partenariato orientale" e a sviluppare relazioni con la NATO nei vari programmi di “Partenariato per la pace”, “Parternariato e cooperazione individuale” e con gli USA per NED (National Endowment for Democracy) e USAID (United States Agency for International Development). Programmi che potrebbero poi significare basi militari USA e NATO nel paese. Intanto, lo scorso 22 agosto, Lukašenko aveva messo l'esercito in stato di massima allerta, per movimenti NATO in Polonia e Lituania e il giorno precedente aveva parlato di una “minaccia di intervento straniero” dai confini occidentali, con l'obiettivo di strappare la regione di Grodno, in alcune aree della quale si manifestava, così come anche a Minsk, con bandiere bianco-rosso-bianche e pro-polacche. Le responsabilità di bats'ka All'interno, secondo la russa, ROTFront, “la politica socioeconomica di Lukašenko si differenzia da quella russa solo per il fatto che i processi di privatizzazione e di aumento dei prezzi sono lenti e controllati dalle autorità. Il regime di Lukašenko è una forma di dittatura borghese; al pari dei suoi colleghi nello spazio post-sovietico, non è in grado di risolvere le principali contraddizioni sociali, così che matureranno presto i presupposti per un'esplosione sociale. La tragedia del vicino popolo ucraino è che il malcontento popolare è stato cavalcato da una fazione borghese, nel ruolo di marionetta USA. I lavoratori che avevano sinceramente protestato contro il regime di Janukovič, si sono rivelati pedine nelle mani di persone che non erano diverse. I lavoratori bielorussi rischiano di rinnovare il destino dei loro fratelli ucraini e di ridursi a carne da cannone, se si uniscono a chi manifesta per gli interessi dell'imperialismo straniero". Un imperialismo che, in Bielorussia, sta agendo in maniera relativamente attenta: si è notato il tono “pacato” di molte capitali occidentali, che fanno di tutto per evitare un ulteriore avvicinamento di Minsk a Mosca. Il capitale, sia americano che tedesco, russo, francese, cinese o italiano, è in attesa che il ritmo e l'ampiezza delle privatizzazioni a Minsk assumano le dimensioni volute. Sanzioni di prammatica a parte, finora Washington, Berlino, Parigi, Bruxelles hanno puntato, a differenza del 2014 a Kiev, non su un golpe nazista violento, bensì sulla tattica dello “sciopero generale”. L'americanaThe American Conservative ha ammonito USA e UE ad agire con cautela e non ripetere i “passi sconsiderati della presidenza Obama” che, nel 2013-2014, aveva frettolosamente dichiarato “legittima” l'opposizione nazista in Ucraina. In generale, se non si vuol ripetere la storiella diffusa a destra e a (certa) sinistra, del dittatore da una parte e di tutto un popolo dall'altra, si dovrebbe analizzare chi rappresenti Lukašenko: quale classe o quali settori di classe, quali strati sociali siano espressi nella figura de “l'ultimo dittatore d'Europa”. Troppo facile e troppo comodo ripetere: là c'è un dittatore e di qua ci sono i milioni che subiscono la dittatura di quel singolo despota. Ci si deve domandare quali siano le classi in lotta, come siano strutturate, da chi siano rappresentate e, subito dopo, chiedersi quali direzioni possano assumere i diversi movimenti delle classi, a quali risultati possano portare, quali forze stiano dietro alle azioni di determinate “masse”. Basti ricordare la Russia del 1991, o la Libia del 2011, o la Siria: oggi come allora, i liberali blaterano di masse che “anelano alla libertà” da una parte e, dall'altra, una “dittatura” che priva i cittadini delle delizie del libero mercato. A Mosca ricordano come già Gautama Buddha, nel X millennio prima della nostra era, dicesse: "Nel gioco sociale, la classe che saprà convincere la società che i suoi ristretti interessi di classe sono generali, nazionali o anche umani universali, vince". Così, in Bielorussia, la grande e media borghesia straniera, semi-straniera e compradora è riuscita a convincere una parte significativa della classe operaia e della piccola borghesia che i suoi interessi siano gli interessi dell'intero popolo. Persino dall'Armenia si avvertono i bielorussi, perché, ciò che sta accadendo oggi a Minsk, come scrive Artur Danieljan, si è verificato due anni fa a Erevan: stesse “tecniche, stessa propaganda, idee, utilizzate oggi in Bielorussia. Ovviamente, c'era insoddisfazione, ma questa era alimentata da strutture ben determinate e, dopo il cambio di potere, gli oligarchi continuano ad arricchirsi a spese della popolazione”. Il Caucaso E, così come era accaduto nel 2018, anche oggi Erevan si trova di nuovo nella situazione di dover fronteggiare militarmente Baku, nel conflitto per il Nagorno-Karabakh, abitato da una forte maggioranza armena. E a nulla serve la mediazione di Mosca, anche perché la decisione finale sulla pace non dipende completamente dalle due capitali caucasiche e molto poco anche dalla Russia, quanto piuttosto dai soggetti che stanno alle spalle di azeri e armeni: più da quelli che spingono per l'inasprirsi del conflitto, un po' meno da quelli che hanno ogni interesse a evitare, quantomeno, una sua estensione al di là dei confini del Caucaso ex-sovietico. In particolare, quella più direttamente interessata a evitare ogni escalation è Teheran, i cui confini settentrionali toccano sia l'Azerbajdžan che l'Armenia: il conflitto rischia infatti di coinvolgere la numerosissima popolazione di origini turche delle due province settentrionali iraniane: Azerbajdžan orientale (capoluogo Tabriz) e Azerbajdžan occidentale (capoluogo Urmia). Tabriz dista appena 150 km dalla Repubblica autonoma di Nakhičevan (enclave azera in territorio armeno: confina con la Turchia, ma non con l'Azerbajdžan) dove stanziano tuttora numerose truppe turche. I Guardiani della rivoluzione iraniani si sono espressi per una soluzione pacifica in Artsakh, ritenendo che una “escalation del conflitto tra Azerbajdžan e Armenia non sia altro che un tentativo di organizzare una sollevazione americano-sionista nell'intera regione”. Dalla parte dell'Azerbajdžan, oltre ai massicci aiuti diretti di Ankara e Tel Aviv (ma le armi arrivano sia a Erevan che a Baku un po' da tutti: Russia, Turchia, Israele, Ucraina, Bielorussia, USA, Gran Bretagna, ecc.) partecipano apertamente alla guerra raggruppamenti terroristici islamisti che Ankara fa affluire dalla Siria e dalla Libia. A questo proposito, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha detto che gli impegni della Russia nel quadro del Trattato per la sicurezza collettiva “non si estendono al Karabakh”; ma sembra che la presenza di terroristi stranieri potrebbe mutare la situazione. Anzi, da varie parti si punta proprio a un riconoscimento della Repubblica di Artsakh quale territorio armeno, il che potrebbe far scattare l'intervento dei paesi che fanno parte del Trattato: un passo cui però difficilmente Mosca acconsentirà. Ankara, Tel Aviv, Teheran All'apparenza un po' più defilato sembra per ora rimanere Israele, cui peraltro uno scenario con Tabriz e Urmja sotto controllo turco offrirebbe maggiori possibilità nei confronti dell'Iran, tant'è che Tel Aviv mantiene stretti rapporti con Baku. Il controllo sull'Azerbajdžan fa infatti gola a molti, a partire da Ankara, che mira non solo alle risorse energetiche azere, ma ha in serbo piani regionali più vasti. Ruben Zargarjan, consigliere del Ministero degli esteri della Repubblica di Artsakh (Karabakh) ipotizza che Baku, muovendo guerra al Nagorno-Karabakh, abbia avviato un meccanismo che potrebbe infine condurre a un “Anschluss” turco dell'Azerbajdžan. Già oggi “consiglieri” turchi coordinano l'esercito azero e, dal 2016, alti ufficiali turchi detengono posizioni di rilievo al Ministero della difesa a Baku. Se il Nagorno-Karabakh cadesse in mano azera, afferma Zargarjan, si avrebbero “fuga in massa della popolazione armena, introduzione di forze ONU e, secondo il modello Kosovo, gli armeni rimasti subirebbero una pulizia etnica sotto la supervisione dei caschi blu. Poi, quando Turchia, Azerbajdžan e Armenia si fossero indebolite al punto giusto, arriverebbe il "mantenimento della pace" USA sotto auspici NATO o ONU e il controllo sul confine iraniano non verrebbe ceduto né a Baku, né a Ankara”. Poi, sia che rimanga Il'kham Aliev, o che venga sostituito, si avranno basi turche in territorio azero, in competizione con quelle yankee e Aliev sarà il “vassallo di un vassallo”: riceverà istruzioni su quanto obbedire ad Ankara e quanto a Washington, che metterà sotto controllo tutte le fonti azere di petrolio e gas, i porti e gli oleodotti del Caspio. Così, l'Europa riceverà il gas azero alle condizioni statunitensi e l'Iran avrà un altro focolaio di minacce ai confini settentrionali. Inoltre, dato che la caduta dell'Armenia sarà una conseguenza della caduta del Nagorno-Karabakh e non per un attacco militare diretto, la Russia non avrà moventi per un intervento militare nel quadro del Trattato di sicurezza collettiva. Ankara chiederà la spartizione dell'Armenia, ma USA e Francia non lo permetteranno, dato che hanno bisogno di un contrappeso alla Turchia nel Caucaso. Il vuoto post-sovietico Il politologo russo Dmitrij Evstaf'ev, si è detto turbato dalle dichiarazioni di Aliev alla CNN: “ho visto un uomo spaventato; non sa cosa fare. Ho l'impressione che dipenda molto pericolosamente da coloro che ha invitato: radicali turchi e islamisti”. Stiamo tralasciando ciò che “succede nell'area del mar Caspio”, ha detto Evstaf'ev; “guardate cosa stanno facendo gli americani nel Vicino e Medio Oriente. Praticamente in due mesi, sotto la copertura dei discorsi sul ritiro delle truppe dal Medio Oriente, hanno quasi completato il perimetro di isolamento dell'Iran. E non escludo che il nostro meraviglioso partner Erdogan stia preparando il salto per lui più importante: dalla costa occidentale a quella orientale del Caspio. Perché Erdogan agisce sempre in base al principio di riempire il vuoto: un vuoto che noi stessi abbiamo creato distruggendo l'URSS; un vuoto che, sulla costa orientale del Caspio, si chiama Turkmenija, Kazakhstan, Uzbekistan” ecc. Nel 1923, Stalin affermava che, oltre allo sciovinismo grande-russo e alla “ineguaglianza di fatto tra le nazioni, che abbiamo ereditato dal periodo zarista”, il terzo “fattore che ostacola l'unificazione delle repubbliche in un'unica unione è il nazionalismo nelle singole repubbliche... La NEP e il capitale privato a essa associato nutrono, coltivano il nazionalismo georgiano, azero, uzbeko ecc.”; lo sciovinismo “mina l'uguaglianza delle nazionalità sulla cui base è costruito il potere sovietico ... La Transcaucasia fin dai primi tempi fu un'arena di massacri e di contese, e poi, sotto il governo menscevico e i dašnaki, un'arena di guerre: la guerra georgiano-armena... massacri in Azerbajdžan, massacri di tatari per mano armena a Zangezur, massacri di armeni per mano tatara in Nakhičevan”; tutto ciò, “prima della liberazione... dal giogo imperialista”. Sotto il tallone imperialista, nel Caucaso c'erano divisioni, conflitti, massacri. Poi venne la Rivoluzione d'Ottobre e venne l'Unione Sovietica. Ma, dopo, venne il 1991 a Mosca, e poi vennero le “rivoluzioni colorate” a Tbilisi, Baku, Erevan...
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Recovery fund
Recovery fund, Unione europea e padroni italianissimi: montagne sulle spalle della popolazione Pacifico Ernesto Guevara: "Tutti questi concetti di sovranità politica, di sovranità nazionale sono fittizi se non c’è, accanto ad essi, l’indipendenza economica. La sovranità politica e l’indipendenza economica vanno di pari passo. Se non c’è economia propria, se si è dominati dal capitale straniero, non si può essere liberi dalla tutela del paese dal quale si dipende tanto meno si può fare la volontà del paese se questa urta contro i grandi interessi della nazione che lo domina economicamente [...] I capitali stranieri non si muovono per generosità, non si spostano per fare un nobile gesto di carità, non si muovono né si mobilitano per il desiderio di affratellare i popoli. Il capitale straniero si muove solo per il desiderio di aiutare se stesso. Il capitale privato straniero è l’eccedente in un paese che si trasferisce in un altro allo scopo di ottenere guadagni maggiori. Quello che muove il capitale d’investimento privato straniero non è la generosità, ma il guadagno". Rosa Luxemburg: “L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione della socialdemocrazia. (...) noi abbiamo sempre sostenuto l’idea che i moderni stati, al pari delle altre strutture politiche, non siano prodotti artificiali di una fantasia creativa, come ad esempio il Ducato di Varsavia di napoleonica memoria, ma prodotti storici dello sviluppo economico. Ma qual è il fondamento economico alla base dell’idea di una federazione di Stati europei? l’idea dell’Europa come unione economica, contraddice lo sviluppo capitalista per due ragioni. Innanzitutto perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli Stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi non europei. (...) Nell’attuale scenario dello sviluppo del mercato mondiale e dell’economia mondiale, la concezione di un’Europa come un’unità economica isolata è uno sterile prodotto della mente umana. In questi mesi di arresti domiciliari forzati generalizzati per tutta la popolazione, e contestuale liberazione dei boss mafiosi dal 41 bis voluta dal ministro Bonafede che, al contrario, si faceva fotografare qualche tempo fa con Cesare Battisti come un vecchio cacciatore di taglie del Far west e il cui partito si è sempre reso protagonista di campagne elettorali manettare e giustizialiste, abbiamo, tra le altre cose, assorbito l'assordante e intollerabile retorica circa l'Unione Europea, dipinta, ancora una volta e nonostante tutto, come madre benevola che salva l'Italia per mano o di politici fedeli e votati alla causa, o di esperti e tecnici a volte bocconiani, che tengono alla larga populisti e “sovranisti” che, al contrario vogliono riportare l'Italia alla miseria e privare gli italiani del benessere di cui godono soprattutto dal quel benedetto 1992 in poi. In particolare vorrei concentrarmi sul fondo europeo messo in campo recentemente conosciuto come Recovery Fund. Da un punto di vista letterale il Recovery Fund è un fondo di recupero. Più nel dettaglio possiamo dire che si tratta di un fondo costituito ad hoc con lo scopo di emettere obbligazioni, cioè i famosi Corona o Recovery Bond, emessi sul mercato borsistico che avranno garanzia del bilancio europeo. Il Recovery Fund porta con sé diverse novità, rispetto agli eurobond, tra cui il fatto che il rischio condiviso sarebbe quello sul futuro e non si cancellerebbero i debiti passati. Tuttavia una parte (comunque minoritaria rispetto al totale) del Recovery Fund non sarebbe debito, ma sarebbe a fondo perduto però con condizionalità attivabili che legano l'utilizzo dei fondi che arriverebbero al massimo entro un anno (in Europa quando si tratta di “aiutare” non hanno fretta). Queste condizionalità sono del tutto simili alle famigerate raccomandazioni della Commissione Europea. Occorre ricordare che i soldi in più che l'Italia riceverà a fondo perduto equivalgono a quelli in più (rispetto a quelli ricevuti) che ha versato nelle casse comunitarie solo negli anni 2014-2018 (ma l’Italia è creditore netto del bilancio UE da molto prima). Riforme antipopolari Tra le raccomandazioni che la Commissione ha rivolto all’Italia negli ultimi anni c’è anche quella di attuare pienamente le passate riforme pensionistiche con l’obiettivo di ridurre la spesa e i pensionamenti anticipati. Come si legge anche nei giornaloni generalisti e coerentemente con quanto si assiste dal 1992, quello della Commissione è un messaggio chiaro: abbandonare subito Quota 100 e tornare rapidamente alla riforma Fornero. Del resto, il caso delle pensioni anticipate italiane era stato evocato ripetutamente dai Paesi “frugali”, il gruppo composto da Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia, che si era opposto all’Italia durante tutta la durata del Consiglio europeo. L’accordo sul Recovery fund prevede che uno o più Paesi, nel caso in cui valutassero il mancato rispetto di importanti obiettivi, possono chiedere al Presidente del Consiglio europeo di rimettere la discussione sul punto o sui punti controversi alla prossima riunione del Consiglio europeo. Il procedimento può durare fino a tre mesi. Nel frattempo ogni pagamento verrà bloccato in attesa della decisione del Consiglio. Il governo italiano, con la scusa di mantenere fluido il flusso dei fondi comunitari, probabilmente abolirà Quota 100 (fonte Domenico Moro sul sito www.laboratorio-21.it). In altri parole, il Recovery fund si tradurrà nell'imposizione di nuove controriforme neoliberiste, a partire da un nuovo taglio alle pensioni. Infatti, il Recovery fund implica che, per avere diritto alla riscossione dei fondi messi a disposizione dalla Commissione europea, il Paese richiedente debba presentare un piano che evidenzi come intendere spendere quei soldi. In particolare, nel punto A 19 delle conclusioni del Consiglio europeo sul Recovery fund (21 luglio 2020), si prevede che il piano debba basarsi in primo luogo sulle raccomandazioni specifiche che ad ogni singolo Paese sono state rivolte della Commissione stessa. Solo se il piano sarà coerente con tali raccomandazioni i fondi previsti dall’accordo saranno erogati (fonte Guido Salerno Aletta su Milano Finanza). Occorre ricordare a tutti gli europeisti incalliti e integralisti che il principio di solidarietà non è alla base dei Trattati. Alla base dei Trattati c’è la competizione tra Paesi, a sua volta imperniata sul dumping sociale e sul dumping fiscale (meno diritti per i lavoratori e meno tasse per le imprese). Come noto, una parte dei frugali è specializzato in particolare nel secondo tipo di dumping, e quindi riesce ad appropriarsi di parte del gettito fiscale altrui (moltissime grandi imprese italiane approfittano di questa opportunità, in barba al patriottismo e ai tricolori sui balconi). Le condizionalità sono un ricatto, che mira ad espropriare il nostro paese della possibilità di praticare una politica economica autonoma (fonte Vladimiro Giacchè www.sinistrainrete.info). Se si fa un passo nel passato le raccomandazioni della Commissione rivolte specificatamente ai singoli Paesi hanno riguardato, oltre che la richiesta di riduzione della spesa pubblica, anche i tagli a pensioni, sanità, salari, diritti dei lavoratori e sussidi per disoccupati e persone disabili. In particolare, tra 2014 e 2018, sono state rivolte agli Stati UE 105 raccomandazioni per l’incremento dell’età pensionistica e la riduzione della spesa pensionistica, 63 raccomandazioni per i tagli alla spesa sanitaria o per la privatizzazione della sanità, 50 raccomandazioni per la soppressione di aumenti salariali, 38 raccomandazioni per la riduzione della sicurezza del lavoro e dei diritti di contrattazione dei lavoratori, e 45 raccomandazioni per la riduzione dei sussidi a disoccupati e persone disabili. Tutte le volte che il vincolo esterno ha determinato le politiche italiane, le condizioni delle classi più povere sono peggiorate anziché migliorate. Anche il Recovery fund imporrà al nostro Paese condizionalità che saranno pagate amaramente in primo luogo dai lavoratori e dal ceto medio proletarizzato. La gabbia europea imporrà l’attacco anche su prima casa e piccolo risparmio. Infatti, la liquidità degli italiani continua a salire, come ha spiegato Bankitalia nel suo bollettino relativo a maggio. I depositi del settore privato sono infatti cresciuti del 7,5% su base annua, a fronte del +6,8% di aprile. I soldi parcheggiati sui conti correnti negli ultimi tre anni, 121 miliardi, valgono più del Piano Marshall. La liquidità nei portafogli delle famiglie italiane è aumentata di 34,4 miliardi di euro nei tre mesi più neri dell’epidemia (da febbraio ad aprile), una cifra quasi uguale al valore del Mes per l’Italia, a queste risorse si debbono aggiungere i 121 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva accumulata negli ultimi tre anni, prima dell’esplosione dell’epidemia (+8,4% in termini reali nel triennio), una cifra pari a nove volte le risorse del Piano Marshall destinate all'Italia per la ricostruzione del dopoguerra rapportate ai valori attuali (fonte: Elena Del Maso su Milano Finanza del 9/7/2020). Non sembrano numeri da paese povero che ha necessità di farsi ricattare da Enti Internazionali, tuttavia questi numeri fanno gola alle banche tedesche e francesi piene di crediti deteriorati e che vorrebbero attirare il risparmio italiano presso di sé facendo leva sul terrore circa la tenuta e la sostenibilità del debito pubblico. L'Italia, nel complesso, è un paese ricco, tuttavia la ricchezza è molto malamente distribuita e ripartita. Ma su questo torniamo dopo. Recovery Fund e condizioni Il Recovery Fund prevede condizioni politiche precise, cioè riforme vigiliate da vicino, come ammette anche il Filo Europeista Fubini sul Corriere della Sera (quello che nel 2019 disse a proposito delle politiche UE per la Grecia: “Non ho voluto scrivere che dopo la crisi sono morti 700 bambini in più: sarebbe clava per gli antieuropei”. Insomma, rispetto al MES, la differenza sta nella quantità di soldi assai maggiore e nel fatto che qui non vi sono verifiche puntuali sulla sostenibilità del debito, tuttavia le condizioni capestro di stampo ordo liberista restano. Ricordo che rispetto a quanto l'Italia paga come contributore UE, meno riceve: l'Italia è sempre stata contributrice netta al bilancio europeo, e rimanendo tale anche nel prossimo settennio, all’Italia non serve un programma che peggiora ulteriormente il suo saldo finanziario nei confronti dell’Unione. Anche i prestiti previsti dal Recovery Fund sarebbero stati costosissimi per via del pesante squilibrio previsto tra i contributi comunque versati e le erogazioni ricevute a fondo perduto. Inoltre il nostro Paese non ha mai ricevuto sconti di sorta, cosa di cui hanno sempre beneficiato i cosiddetti Paesi frugali (che, tolta la Germania hanno un PIL molto inferiore al nostro) e che si sono visti aumentare con il recente accordo. Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia riceveranno quindi oltre 50 miliardi di euro di sconti in sette anni. Molto umani loro, i frugali con i soldi altrui. Con le nostre tasse, andremo a pagare per farci condizionare su politiche che si dimostreranno mortali per la classe lavoratrice e le masse popolari. Questo spiega l'Europeismo diffuso tra la classe finanziaria e imprenditoriale italiana, che, tramite i media controllati da Cairo, De Benedetti, Berlusconi (le cui imprese, come la quasi totalità delle imprese italiane, ha sede fiscale e legale - sorpresa sorpresa - proprio nei Paesi Bassi), come un uomo solo gridano a pieni polmoni assordante propaganda filo europeista. Ma quello che va bene per loro, non andrà mai bene per noi. Il capitale italiano e Confindustria premono per l’accettazione da parte del governo del Recovery Fund (e del MES). Sperano in una pioggia di denaro che possa aiutare un sistema che era già in crisi prima che la pandemia la facesse venire alla luce, aggravandola nel modo più drammatico. Intanto, il presidente di Confindustria, Bonomi, chiama i sindacati principali alla collaborazione per il rilancio dell’economia. Lui sa benissimo che il rientro dal debito prima o poi verrà messo in atto, perché sa che sarà pagato dai lavoratori e dai disoccupati italiani ed europei, non dai padroni. Ancora una volta si dimostra che quella dell’euro e della UE è una gabbia che favorisce il capitale e contribuisce a tenere sotto scacco i lavoratori. Una delle battaglie da fare è quella finalizzata all'unità di classe per la riduzione dell'orario di lavoro e la sua redistribuzione a parità di salario, fine del precariato e ripristino dell'art. 18 per tutti, infatti su questo vi è sempre una levata di scudi anche dei padroni piccoli o grandi che siano (nonché delle sinistre fucsia-arcobaleno diritto-umaniste), che hanno il coraggio di lamentare il mancato flusso degli emigrati dell'est per la raccolta (indicativo per dirci a chi giova realmente l'immigrazione, o meglio, la deportazione di massa degli stranieri) e che chiedono il ripristino dei voucher per compensare i posti lasciati vacanti con i tanti italiani che, complice il lockdown, non hanno più reddito e si lascerebbero sfruttare più di prima. Un po' di numeri Il quadro ci dimostra che l'Europa non sembra decisa a sostenere l'economia in difficoltà, la Commissione europea sta già pensando a ripristinare i vincoli del Patto di stabilità (deficit al 3% e debito al 60%), come dichiarato più volte dal vice presidente della Commissione Europea Dombrovskis. Non si capisce come si possa pensare a questo dinanzi alla crisi più grave dal 1929, con un PIL che crollerà di oltre il 10% nell'area euro e del 12,8% in Italia. Si prevede che il debito italiano salirà al 160% e il deficit a oltre l'11% nel 2020. Altro che ristabilire le regole del Patto nel 2021. Ci vorranno molti anni solo per recuperare i livelli di produzione del 2019, sempre che li si recuperi. Ricordiamo che nel 2019 il PIL non aveva neanche recuperato completamente dalla precedente crisi del 2008. Pensare a una strategia e di uscita dalla UE e dall'euro è sempre più necessario. Non possono non aprirsi gli occhi sulla frase riportata sopra di Rosa Luxemburg. Ancora oggi, dopo un secolo, l'Europa altro non è che un'arena fra Paesi concorrenti che facendosi guerre non guerreggiate con soldati e armamenti, non rinuncia alla lotta per la prevalenza usando strumenti economici (vuoi i ricatti sul debito pubblico, vuoi vincoli invalicabili circa gli aiuti di Stato rendendo impossibile la creazione di un'industria nazionale). L'Europa è una cloaca ove viene alimentata la diffidenza e la mancanza di solidarietà fra i suoi cittadini. Paesi del nord contro quelli del Sud spendaccione volgarmente chiamati PIGS (anche si in questi PIGS il monte ore lavorate è assai maggiore rispetto a quelli presi a “modello” anche dalla nostra classe dirigente, soprattutto a marca PD). Gli esempi della Grecia e del comportamento dei francesi sul caso libico e della sua concorrenza con l'Eni italiana sono paradigmatici. Tuttavia, in divergenza con i sovranisti, occorre far luce sul fatto che è difficile parlare di Italia come Paese semi coloniale e semi periferico, visto che, se andiamo a guardare la bilancia dei pagamenti, cioè lo stato delle transazioni (di merci, servizi, redditi da lavoro e da capitale e trasferimenti correnti) dei residenti di un paese col resto del mondo, si osserva che il surplus di conto corrente nei dodici mesi terminanti a marzo 2020 è stato di 57,7 miliardi di euro (il 3,2% del PIL), migliorato ulteriormente rispetto al corrispondente periodo del 2019, grazie soprattutto all’aumento dell’avanzo mercantile (da 46 a 62,3 miliardi di euro), fonte Banca d'Italia. Solo la Germania in Europa fa meglio dell’Italia con +7,13%. Nell’insieme dell’economia tra 2001 e 2018 le imprese oltre i 500 addetti, pur essendo appena lo 0,1% del totale, sono passate dal 21,2% degli addetti al 22,8%. Ci sono però due considerazioni da fare. La prima è che nell’insieme delle imprese ci sono settori che non sono tipicamente parte della produzione capitalistica e sono caratterizzati da piccole dimensioni, come il piccolo commercio e l’artigianato, che in Italia resistono meglio che altrove. La seconda è che nel modello italiano di struttura imprenditoriale, le micro, piccole e medie imprese spesso sono parte di gruppi o comunque subalterne e fornitrici mono cliente di imprese più grandi per cui i loro interessi sono legati alla grande impresa nazionale e no. È molto ampia la presenza di imprese che hanno rapporti di commessa o di subfornitura. Nel settore della manifattura, nel periodo della crisi, tra 2008 e 2017, si è svolto un processo di forte concentrazione. Le imprese più grandi, al di sopra dei 250 addetti, pur essendo lo 0,3% del totale, passano dal 32,6% al 39,7% del valore aggiunto complessivo e dal 26,8% al 30,7% dei dipendenti complessivi. Nel settore finanziario notiamo che Mediobanca, la principale banca d’affari italiana, continua a svolgere un ruolo importante, infatti vi partecipano alcune tra le famiglie di industriali più importanti in Italia (Berlusconi, Benetton, Gavio, Doris, Della Valle), e perché possiede il 13% delle Generali, nel cui capitale sono presenti altre importanti famiglie italiane di industriali (Caltagirone, Benetton e De Agostini). Un esempio di integrazione tra capitale industriale e finanziario è Del Vecchio, patron di Luxottica, che è il primo azionista di Mediobanca con il 9% delle azioni, ed è presente anche in Generali (4,5%) e Unicredit (2%). Questo smentirebbe la narrazione secondo cui il capitale industriale e finanziario siano in contrasto, con il secondo che svolge, in solitaria, la parte del lupo cattivo che vuol svendere l'economia del Paese. Sono copiosi gli esempi di centralizzazioni proprietarie, mediante acquisizioni/fusioni internazionali, portate avanti da grandi imprese italiane, come Fiat, prima con Chrysler e ora con Psa, e Luxottica con Essilor, solo per citare quelle più famose. Nei primi tre mesi del 2020 le multinazionali italiane hanno finalizzato operazioni di fusione o acquisizione all’estero per 6,6 miliardi di euro (2,9 miliardi nello stesso periodo del 2019), mentre le operazioni dall’estero sono ammontate a soli 1,2 miliardi (2,4 nel 2019). Come tutti i paesi a capitalismo maturo, anche in Italia notiamo una notevole concentrazione della produzione, sull’integrazione di industria e finanza, e sull’esportazione di capitale. Lo stock degli Ide italiani (investimenti diretti esteri) sono investimenti internazionali volti all’acquisizione di partecipazioni ‘durevoli’, di controllo, paritarie o minoritarie in un’impresa estera o alla costituzione di una filiale all’estero. È uno degli aspetti centrali del fenomeno di globalizzazione dell’economia mondiale (fonte treccani.it) in uscita, tra 1980 e 2018, è cresciuto notevolmente, passando dall’1,5% al 26,3% sul PIL. L’Italia è esportatrice netta di capitale, in quanto gli Ide in uscita superano quelli in entrata, già dagli anni ’80 e stabilmente dagli anni ’90, nel 2018 lo stock degli Ide in uscita ha superato quello degli Ide in entrata di circa 118 miliardi di dollari. Malgrado l’Italia presenti uno stock di Ide inferiore (548 miliardi di dollari) a quelli di Francia (1.466 miliardi) e Germania (1.645 miliardi), la sua crescita media annua è stata maggiore nel periodo tra 1980 e 2018, raggiungendo il +12,03%, contro il +10,06% della Germania e il +11,4% della Francia. Nello stesso periodo lo stock di Ide italiani è passato dal 17% e 29,4% di quelli della Germania e della Francia a rispettivamente il 33,4% e 36,4%. Quindi l'Italia è a sua volta un paese imperialista, sebbene subordinato ai Paesi più forti come Germania, Francia e USA, non certo una colonia. Quest'aspetto i sovranisti non lo considerano oppure danno la narrazione di un paese preda dell'imperialismo straniero. Le uniche prede sono i lavoratori (anche buona parte delle partite IVA e i microimprenditori che vengono assorbiti e distrutti dal grande capitale). Questo segna la stagnazione mortale dell'economia interna, la cui domanda è rasa al suolo, allo stesso tempo è in costante aumento l’attività dei capitali a livello internazionale, poiché vi è sovraccumulazione di capitale e quindi alla necessità di contrastare la caduta del saggio di profitto (rapporto fra plusvalore e la somma dei capitali investiti in macchine e tecnologia e i capitali investiti in forza lavoro), investendo dove i profitti sono più alti o perché i salari e altri tipi di costi sono più bassi o perché il mercato è più ricco e consente margini più alti grazie a prezzi più alti. Le multinazionali italiane negli ultimi anni, tra 2010 e 2017, sono passate da 22.081 a 23.727 con una crescita media annua di quasi l’1%. Il loro fatturato è salito da 434,6 miliardi di euro a 538,3 miliardi (+2,7% medio annuo), mentre gli occupati sono saliti da 1.605.146 a 1.794.501 (+1,4%). Anche se le multinazionali a controllo italiano siano solo lo 0,5% delle imprese residenti in Italia, i loro addetti e il loro fatturato all’estero rappresentano rispettivamente il 10,9% e il 17% del totale italiano. I Paesi dove si investe di più sono: gli Stati Uniti (286mila addetti), il Brasile (146mila), la Cina (140mila), la Romania (125mila), la Germania (107mila), e la Francia (75mila). Per quanto riguarda il fatturato al primo posto sono gli Stati Uniti (25,4% del totale), seguiti dalla Germania (11,7%). Molti sovranisti dipingono l’Italia come colonia delle imprese della Germania. In realtà, anche la presenza dell’Italia in Germania è massiccia, sicuramente con valori assoluti inferiori a quelli della presenza tedesca nel nostro Paese, ma che rispecchiano, grosso modo, le differenti dimensioni delle due economie, dal momento che il PIL della Germania è di un terzo più grande di quello italiano. Nel 2017 la Germania era presente in Italia con 1.016 imprese che impiegavano 156mila addetti e sviluppavano 87,1 miliardi di fatturato. L’Italia, invece, era presente in Germania con 1.671 imprese che impiegavano circa 107mila addetti e fatturavano 63 miliardi di euro (per approfondimenti: Domenico Moro sul sito www.lordinenuovo.it). Questo elenco noioso di numeri ci dice che l'Italia fa parte, sia pure in modo subordinato perché priva di una struttura statale e militare forte come quella tedesca e USA, ai paesi del centro imperialista, non certo ai paesi vittime dell'imperialismo. Come i dati sul risparmio citati sopra dimostrano, il ceto medio proletarizzato e parte della piccola borghesia detiene, nonostante tutto, ancora risparmi che però tiene fermi perché ha coscienza che il sistema attuale non ha più alcun interesse ad integrarli. I titoli di Stato, comunque remunerativi in passato non sono proposti se non raramente come i BTP cura Italia e i BTP futura, non a caso poco pubblicizzati da banche e governo (ma che, nonostante ciò, hanno visto comunque buoni risultati sulla raccolta da parte dei primi di 22 miliardi e dei secondi di 6 miliardi, insufficienti però a far ripartire l'economia). Quest'ultimo fatto l'ho voluto sottolineare perché spesso, tra alcuni economisti e anche fra movimenti anti UE, si argomenta contro il MES e il Recovery Fund sostenendo che, col risparmio privato italiano - che complessivamente ammonta a quasi il doppio del debito pubblico attuale - si potrebbe stampare moneta emettendo titoli di Stato a rendimento basso destinato esclusivamente alla clientela al dettaglio escludendo i fondi istituzionali (i mercati). Come dimostrano i numeri elencati, le dichiarazioni del grande capitale e dei politici di questo non vi è interesse poiché è la stessa grande borghesia italiana a non volerlo trovando molto meglio continuare con i mezzi finora utilizzati che la vedono beneficiaria diretta della globalizzazione, al contrario di quanto riporta un filone di pensiero che ritiene la nostra una borghesia semplicemente compradora, cioè che si limita a fare gli interessi del capitale estero intascando in cambio una rendita. Per concludere ritengo, come primo passo necessario, un percorso politico che cerchi di coagulare gli interessi comuni della classe lavoratrice e dei ceti che hanno subito un pesante impoverimento negli ultimi anni, in particolare durante il lockdown (si veda: Avvenire 31/7/2020) che ha, a percezione di molti, un retrogusto cileno.
agosto redazione
Neo-monarchici, legittimisti e “valori spirituali
Neo-monarchici, legittimisti e “valori spirituali russi” Fabrizio Poggi Il “Movimento imperiale russo” (Russkoe Imperskoe Dviženie: RID), una struttura di estrema destra nata nel 2002, che il Dipartimento di Stato USA ha aggiunto alle “organizzazioni terroristiche straniere”, ma non inserita nell'elenco delle organizzazioni “estremiste” in Russia, starebbe addestrando, tra gli altri, anche elementi neo-nazisti tedeschi. Questo è quanto scrive il pubblicista russo Evgenij Kazakov sulla tedesca Neues Deutschland. A parere dell'americanista Aleksej Naumov, con la misura sul RID, Trump “reagisce alla propaganda avversaria che lo dipinge come presidente razzista e nazista”, così che, una parvenza di “lotta con il terrorismo di ultradestra potrebbe avvicinargli l'elettorato moderato”. All'accusa americana al RID, di propagandare la “white supremacy”, alcuni media russi hanno replicato trattarsi di un malinteso: come dire, quando parla dei bianchi, il RID non persegue alcun obiettivo in USA, ma intende i “bianchi” antibolscevichi nella guerra civile russa. Una difesa non proprio convincente, visto che si può collocare l'organizzazione tra quelle della destra radicale monarchica, sostenitrice, come ricorda Kazakov, di una nuova dinastia zarista, in opposizione ai "legittimisti", che sono per il ritorno dei Romanov. Attivo nel RID è ad esempio Mikhail Nazarov, un ex disertore sovietico che ha vissuto a lungo nella Germania federale e che, tra le varie cose di cui si occupa, tra una “Marcia russa” e l'altra col tricolore monarchico nero-oro-bianco, nega l'Olocausto. Per inciso: gli organizzatori della “Marcia russa” ritengono che la Russia sia occupata dagli oligarchi; chiedono “istruzione e sanità gratuite; la terra ai farmers e le fabbriche agli operai; le risorse naturali al popolo; tutto il potere ai zemskij soviet (il zemskij sobor, o Assemblea territoriale, nato in epoca feudale); dicono di sé, ovviamente, che “Non siamo né “rossi”, né “bianchi”: siamo russi”, e nel cocktail dei promotori figurano membri del KPRF (che invitano a partecipare alla Marcia “tutti: o che si sia per Lenin, o per Nikolaj II, di sinistra o di destra”) e del Movimento monarchico “Centuria Nera”. Tornando al RID, membri della “Legione imperiale”, ala paramilitare del movimento, fondata da Denis Gariev nel 2008, hanno combattuto anche in Donbass tra il 2014 e il 2015, quando tra i leader delle milizie popolari, c'erano anche, ad esempio, Igor' “Strelkov” Girkin, o Pavel Gubarev, dalle vedute tutt'altro che “di sinistra”. Il cristiano suprematismo bianco Tra novembre 2016 e gennaio 2017, tre membri svedesi del “Nordiska motståndsrörelsen” (Movimento di resistenza nordica; NMR) che avevano gettato bombe in alloggi per rifugiati e contro un caffè di un'organizzazione sindacale a Göteborg, sarebbero stati addestrati da uomini del RID. Anche membri dell'organizzazione giovanile del Nationaldemokratische Partei Deutschlands (NPD), i “Junge Nationalisten”, e del partito "Der III.Weg” avrebbero ricevuto addestramento dal RID. Sembra che, sinora, i 68 raggruppamenti presenti nell'elenco statunitense delle “organizzazioni terroristiche straniere”, fossero tutti di ispirazione islamista e dunque il RID sarebbe il primo che, secondo le dichiarazioni dello stesso Denis Gariev, è impegnata a “propagandare l'idea del ritorno ai valori cristiani tradizionali”. Gariev ritiene anzi che, proprio quella, sia una delle principali ragioni alla base della decisione USA: militanti del RID sono infatti stati “presenti anche negli Stati Uniti, dove hanno collaborato con organizzazioni della destra conservatrice cristiana”. Il riferimento, sembra essere al “Traditionalist Worker Party” (TWP), che predica il nazionalismo cristiano e il suprematismo bianco; il suo leader, Matthew Heimbach, aveva dichiarato nel 2016 che “I see President Putin as the leader of the free world”. Gli incontri tra RID e TWP si sarebbero tenuti nel 2017 a Washington e Gettysburg. “In questo, sicuramente, nella cristianità politica, i globalisti hanno visto una minaccia al loro ordine”, afferma Gariev, che parla anche di una “efficace attività internazionale” del RID, riuscito, ad esempio, a “re-indirizzare la destra svedese”, passata dal sostegno a Kiev, al fronte opposto; anzi, alcuni di essi, che avevano combattuto tra le file dei nazisti di “Azov”, secondo Gariev sarebbero diventati filo-russi. Lo stesso è avvenuto in Spagna, Germania, Francia”. Per noi, dice ancora Gariev, “non esiste alcuno stato “Ucraina” o “Bielorussia”. Esiste un'unica Russia: uno stato del diviso popolo russo. Noi siamo su nette posizioni cristiane di principio, che contraddicono le tendenze immorali di una società completamente diversa: la società della decadenza, del consumo, in cui le minoranze sessuali sono poste in primo piano”. Militanti del RID, afferma Gariev, forti dell'esperienza di combattimento in Donbass, “partecipano a conflitti anche in altre aree del mondo e si occupano dell'addestramento militar-patriottico della gioventù russa. Molti nostri militanti erano stati costretti a lasciare il Donbass, dato che là non si dava spazio ai combattenti forti di un'idea”. E quale idea! Non pare che le parole di Gariev abbiano bisogno di esser commentate, o che ci sia molto da aggiungere alla storia del RID, se non che, la decisione del Dipartimento di stato, organizzazione di per sé di stampo terroristico, nella sostanza pare funzionale all'avvio di nuove sanzioni contro la Russia, accusata di essere tra i “paesi sponsor del terrorismo”, per il sostegno ai Guardiani della rivoluzione iraniani, a Hezbollah, Talebani e, ora, appunto, anche al Movimento imperiale, le cui vedute non necessariamente si discostano, per un verso, da quelle dello Studio ovale e, per un altro, dall'interpretazione che al concetto di “patriottismo” vien data anche in certi ambienti russi. Biscotti yankee a Kiev e a Mosca Dunque: le sanzioni USA. Evidentemente, a Washington, hanno ritenuto di non seguire, per il momento, i consigli di una vecchia faina dello stesso Dipartimento di Stato, divenuta contraria alle sanzioni, perché “fanno acqua e non sono più efficaci, dato il continuo ricorso a esse”. Victoria-fuck-the-UE-Nuland, ex assistente del Segretario di stato per Europa e Asia, ha dichiarato che se Washington vuole aver la meglio su Putin, dovrà cominciare a distribuire “biscotti” alla gioventù russa, come lei stessa aveva fatto a Kiev con i giovani neo-nazisti del majdan. Su Foreign Affairs, ha detto che è necessario ricorrere “a quei metodi d'azione che permisero di ottenere la vittoria nella guerra fredda e che, dopo, hanno dato risultati nel corso di molti anni”. Le sanzioni non funzionano più e invece “il dialogo diretto col popolo russo”, potrebbe aiutare a invertire il “corso avverso” di Mosca. Il target indicato da Victoria è rappresentato dai giovani dai 16 ai 22 anni, mentre gli strumenti consigliati vanno dai social network, ai programmi educativi mirati, ai viaggi liberi (senza bisogno di visto) nei paesi occidentali. Nuland ritiene che oggi la Russia sia ancora più influenzabile dall'esterno che non in epoca sovietica, quando l'Occidente riuscì a vincere la "censura del Cremlino" grazie al lavoro di "voci diverse" e anche "mantenendo i contatti con i dissidenti". I giovani di oggi, scrive, hanno maggiori probabilità di ricevere informazioni e notizie via internet, piuttosto che attraverso la televisione di Stato o la stampa. A questo proposito, lo storico Igor' Šiškin, tra i critici di certo anti-sovietismo oggi di moda in Russia, intervistato da Svetlana Gomzikova su Svobonaja Pressa, ricorda come Karl von Clausewitz avesse formulato le ragioni della sconfitta dell'esercito napoleonico in Russia nel 1812: Napoleone “fallì perché il potere si mantenne fermo e il popolo fedele”. Nelle sue memorie, poi, il generale della Wehrmacht Hermann Hoth ricorda che nel 1941 “quando iniziammo la campagna, la nostra speranza principale non erano i carri armati, ma che Stalin si atterrisse, perdesse di risolutezza e scendesse a qualsiasi compromesso, pur di salvare il potere; che le repubbliche nazionali insorgessero contro il centro imperiale e il popolo russo non volesse difendere uno Stato che non considerava proprio”. Nuland scrive che le "voci diverse” occidentali avevano minato l'unità interna della Russia. “Sciocchezze”, dice Šiškin; “quella è stata minata dalla leadership dell'Unione Sovietica. L'intero sistema di propaganda del periodo della perestrojka, sotto la guida di Alexandr Jakovlev, che supervisionava ideologia, informazione e cultura all'epoca di Gorbačëv, mirava a denigrare l'Unione Sovietica, affinché le persone decidessero che non ci fosse più nulla da difendere; tutti i media che si davano da fare per distruggere” il sistema. E continuano a farlo oggi: “guardate tutti i film russi sulla guerra; ci troverete immancabilmente la diffamazione del periodo sovietico: il cattivo di turno è senz'altro un sanguinario commissario politico, o un ufficiale dei reparti speciali; mentre l'eroe positivo, il soldato buono, sostiene ideali occidentali”. Dunque, conclude Šiškin: “ma quale Nuland! Di recente il nostro Segretario del Consiglio di sicurezza, Nikolaj Patrušev, ha dichiarato che l'Occidente sta minando i nostri valori spirituali. Ma l'Occidente, per quanto ci lavori attivamente, non se lo sogna nemmeno di riuscire a minare i nostri valori spirituali, quanto lo sa fare la nostra “quinta colonna" russa, insieme a tutte queste ONG sponsorizzate generosamente dagli americani”. Evidentemente, a giudicare anche dal “Movimento imperiale russo”, a Ovest si sono già portati un bel pezzo avanti col lavoro, e non da ora; e nella “camera di mina” scavata sotto quei valori spirituali, la miccia è accesa già da tempo. La mina di Lenin contro la Russia Si tratta però di una mina che, a parere di Valdimir Putin sarebbe stata piazzata nientemeno che da Vladimir Lenin con la Rivoluzione d'Ottobre. Una mina che, sempre secondo il presidente russo, sarebbe stata disinnescata grazie alla “svolta democratica” intrapresa dalla Russia nel 1991 e “istituzionalizzata” dalla Costituzione che Boris Eltsin era riuscito a far approvare nel 1993. Ora, con il voto dell'1 luglio 2020, Putin è riuscito a far approvare (sorvoliamo sulle svariate trovate di alterazione dei risultati, denunciate da tutte le organizzazioni comuniste e di sinistra, a partire dal voto elettronico diluito dal 25 giugno al 1 luglio) alcune modifiche alla Carta, rimasta comunque immutata nella sua matrice borghese. Tra queste, un vecchio cavallo di battaglia che, tra l’altro, permette a Putin di raccogliere l’approvazione anche di quei settori della cosiddetta “sinistra” nazional-patriottica, che vede in Stalin solo l’artefice della “potenza sovietica”, in chiave grande-russa, ignorandone o respingendone la politica bolscevica leninista. Secondo Putin, l’aver inserito, tra gli emendamenti costituzionali, anche quello sull'integrità delle frontiere russe, col divieto di sottrarne aree territoriali, eviterà al paese di ripetere l’errore delle Costituzioni sovietiche che, da Lenin in poi, prevedevano una volontaria adesione all’URSS delle varie Repubbliche, ma, soprattutto, consentivano anche la loro libera uscita dall’Unione: un elemento che, a detta di Putin, aveva posto una “mina a scoppio ritardato” alle basi del paese. Naturalmente, Putin ha evitato di dire che la corsa al separatismo ha avuto un boom nel periodo finale dell’Unione Sovietica, quando il primo slogan dei liberali gorbačëviani, “Più socialismo”, nascondeva in realtà la definitiva disintegrazione dell’URSS. Ha evitato di dire che il Partito bolscevico e la dittatura del proletariato erano garanzia di unità del paese, di una unità basata sulla comunanza di interessi del proletariato di tutta l’Unione, mentre l’ingordigia delle élite borghesi formatesi negli anni ’70 e ’80, bramose di arraffare imprese e risorse naturali, ha portato a guerre, conflitti “territoriali”, per la spartizione del patrimonio sovietico. È stata davvero la formula leniniana a scatenare gli odi nazionali, o non sono stati piuttosto gli interessi di classe delle nuove borghesie “sovietiche” e gli appetiti imperialistici internazionali, a minare lo Stato plurinazionale dell’URSS? Non a caso, a inizi anni ’30, quando si riconosceva la permanenza, se non di classi vere e proprie, quantomeno di strati e settori sociali, legati alle vecchie classi borghesi, si ammetteva che, proprio da quelle venissero ancora i pericoli di nazionalismo e separatismo. I bolscevichi affermavano che la questione nazionale fosse strettamente legata alla lotta di classe all’interno dei singoli paesi, e alla lotta contro l’imperialismo, su scala mondiale. Stalin rimarcava come solo il socialismo e la dittatura del proletariato potessero risolvere il problema nazionale, unendo le lotte del proletariato delle nazioni oppresse con quelle degli operai dei paesi avanzati e, negli stati plurinazionali, le rivendicazioni dei lavoratori delle nazionalità sottomesse con quelle della classe operaia della nazione dominante. Vladimir Putin ha evitato di dire che, nel cosiddetto “spazio post-sovietico”, i conflitti nazionali sono scoppiati quando ha cominciato a venire meno la funzione politica del partito comunista, già prima del definitivo crollo dell’URSS. Vladimir Putin non è nuovo a simili esternazioni a proposito della storia sovietica. Nel 2012, ad esempio, aveva dichiarato che la Russia era stata sconfitta nella Prima guerra mondiale a causa del tradimento nazionale dei primi leader sovietici. Nel 2013, aveva definito la guerra con la Finlandia del 1939, come un tentativo dell’URSS di correggere gli errori storici commessi nel 1917. Nel 2016, aveva esternato ancora la sua “idea” originaria, paragonando le idee di Vladimir Lenin a una “bomba atomica sotto l’edificio chiamato Russia”. Si può ipotizzare che l’inserimento, nell’attuale Costituzione eltsiniana-putiniana, dell’emendamento sull'integrità territoriale, risponda a precisi interessi di classe. Se nel 1993 lo slogan “Prendetevi quanta più sovranità potete”, lanciato a tutte le regioni della Federazione russa, serviva a soffocare gli ultimi bagliori dell’unità del paese, oggi, al contrario, la perenne lotta a coltello tra clan capitalisti, esige che si “costituzionalizzi” la proibizione, per remoti raggruppamenti affaristici di periferia, di intascare per sé quanto “di spettanza” degli oligarchi centrali. Dopotutto, Vladimir Putin, è il loro rappresentante politico e la sua indefinita permanenza al potere, fissata ora nella Costituzione, risponde proprio al bisogno di stabilità di quelle élite centrali.
agosto redazione
Uso capitalistico dell’innovazione e del 5G
Uso capitalistico dell’innovazione e del 5G Impatti su lavoro, ambiente, salute L’innovazione tecnologica come necessità del sistema capitalista di contrastare la crisi e la diminuzione dei profitti Quando si parla di 5G, ossia di reti di comunicazioni mobili di quinta generazione, bisogna prima di tutto farsi un paio di domande: perché il 5G? A chi serve in realtà questa nuova tecnologia? Il 5G serve, in sintesi a mettere in comunicazione tra di loro innumerevoli oggetti per con-sentire l’automazione a distanza di determinati processi, quello che viene chiamato Internet delle cose (in inglese IoT, Internet of Things). Alcuni degli esempi più ricorrenti che ci vengono narrati dai mass media e dalle pubblicità degli operatori telefonici, sono: lo smart-frigorifero che si accorgerà che il latte è finito e lo ordinerà in automatico al supermercato; la smart-auto che si guida da sola; lo smart-primario che partecipa a operazioni chirurgiche a distanza, ecc. In realtà, alcune di queste applicazioni sono francamente inutili (Internet delle cose dome-stico), mentre altre richiedono prestazioni che nemmeno il 5G può offrire (auto a guida au-tonoma, chirurgia a distanza, ecc.) tanto che si stanno già progettando le reti 6G. La vera ragione d’essere del 5G ci viene spiegata da Qualcomm, una impresa statunitense tra i maggiori produttori di microprocessori per le comunicazioni mobili, che ha commissio-nato uno studio alla IHS Markit, società inglese di consulenza strategica, dal quale risulta che il giro d’affari alimentato dal 5G a livello mondiale, per i prossimi 15 anni, viene stima-to in quasi 12 mila miliardi di euro nei settori della produzione industriale, dei trasporti, dell’edilizia, dell’agricoltura, dei servizi pubblici e negli altri settori economici (The 5G Eco-nomy, November 2019, pag. 4). Questa è la vera posta in gioco. In particolare le reti 5G sono indispensabili per implementare nel modo più efficiente pos-sibile il nuovo modello produttivo chiamato Industria 4.0, a cui accenneremo più avanti. Il mutamento tecnologico e l’innovazione, infatti, sono caratteristiche fondanti dello sviluppo capitalistico, senza il quale questo sistema non sarebbe in grado di evolvere e riprodursi. In generale, l’introduzione di tecnologia diventa necessaria per aumentare la competitività, quindi per ottenere una diminuzione dei costi di produzione che si raggiunge attraverso l’aumento della produttività, viene cioè prodotta una maggior quantità di merce in minor tempo, con un numero inferiore di lavoratori, che vanno a ingrossare la massa di disoccu-pati, e con minori livelli di sicurezza sul posto di lavoro; il risultato è un costo più basso della forza-lavoro e della merce prodotta che consente di conquistare più facilmente nuo-ve quote di mercato rispetto ai concorrenti. Questa tendenza all’innovazione diventa indispensabile soprattutto in tempi di stagnazione o di crisi economica, come quelli che stiamo vivendo adesso. A conferma di questo, è molto illuminante il Rapporto per il Presidente del Consiglio dei Ministri - Iniziative per il rilancio ‘Italia 2020-2022’ pubblicato all’inizio di giugno 2020 e preparato dal Comitato di esperti in materia economica e sociale, chiamato anche Piano Colao (Colao è attualmente membro del consiglio di amministrazione di Verizon, impresa di telecomunicazioni statunitense al primo posto per il 5G, ed ex amministratore delegato di Vodafone). Il principale “asse di rafforzamento” del Paese di cui parla il Piano è quello relativo a “Digi-talizzazione e innovazione”: “Il Paese, intraprendendo un’azione di radicale digitalizzazione e innovazione, potrà effettuare un “salto in avanti” in termini di competitività del sistema economico” (cap. 2.3), e ancora più avanti “sarà fondamentale anche aumentare e accele-rare l’innovazione tecnologica delle imprese italiane, ripristinando ed estendendo le misure previste dal piano Industria 4.0 (cap. 4.1); infine, una delle proposte più qualificanti da at-tuare subito per favorire l’innovazione, è quella di “accelerare la realizzazione delle infra-strutture di telecomunicazioni” e in particolare lo sviluppo delle reti 5G. (cap. 4.2, punto 27) In che cosa consiste il modello Industria 4.0 e cosa c’entra con il 5G? Uno degli obiettivi del modello Industria 4.0 è quello di ridurre drasticamente i tempi di produzione ma anche il tempo di circolazione della merce tra la produzione e la commer-cializzazione (che è tempo che non produce profitto). Questo modello prevede che ogni singolo componente elementare, che costituirà poi il prodotto finito, abbia incorporato in sé un microchip che comunichi automaticamente con gli altri microchip presenti sui robot e sulle macchine che controllano il processo di produ-zione, con i computer che gestiscono le scorte dell’officina, con i computer dei fornitori e-sterni della componentistica, con i computer delle aziende che commercializzano i prodotti, ecc. La realizzazione di questo modello richiede quindi un nuovo salto di qualità nell’introduzione massiccia di tecnologia: oltre all’evoluzione dell’informatica e della roboti-ca si rende necessario disporre di una infrastruttura di comunicazione estremamente velo-ce, in grado di supportare contemporaneamente milioni di trasmissioni, ciascuna con una grande quantità di dati. L’infrastruttura che risponde a queste caratteristiche, come vedremo più avanti, è rappre-sentata proprio dalla rete di comunicazione mobile 5G. Nozioni tecniche sulle telecomunicazioni in generale e sul 5G in particolare Per approfondire le implicazioni sulla salute delle reti 5G in specifico, ma più in generale gli effetti sull’essere umano delle radiazioni elettromagnetiche utilizzate anche nelle teleco-municazioni, è necessario impadronirsi di qualche nozione tecnica. Il campo elettromagnetico Le telecomunicazioni, cioè le attività di trasmissione e ricezione di segnali che contengono informazioni, come la voce o i dati, possono avvenire mediante conduttori fisici, attraverso cavi elettrici o ottici, oppure mediante onde elettromagnetiche, attraverso l’atmosfera. I campi elettromagnetici sono fenomeni che esistono in natura e si manifestano nell’ambiente in cui viviamo come ad esempio l’attività solare, le scariche atmosferiche ecc.; tuttavia l’evoluzione tecnologica ha determinato la possibilità di produrre artificial-mente onde elettromagnetiche, come nel caso dei trasmettitori radio e televisivi, della te-lefonia mobile, dei forni a microonde, ecc. Ci sono, infine, campi elettromagnetici prodotti “involontariamente”, come quelli generati da elettrodotti e linee ad alta tensione, da motori elettrici, da elettrodomestici, da computer, ecc. Le onde elettromagnetiche sono generate dalle variazioni dei campi elettrici e magnetici nello spazio e trasportano energia attraverso la loro propagazione. Le onde elettromagnetiche possono essere descritte attraverso tre grandezze principali: l’ampiezza, che indica quanto un’onda è intensa (facendo il paragone con un’onda marina, rappresenta l’altezza dell’onda) con la sua componente elettrica che è particolarmente im-portante perché viene utilizzata per misurare l’entità dell’esposizione al campo elettroma-gnetico a radiofrequenze, è misurata in Volt per metro (V/m); la frequenza che indica il numero di onde che si susseguono in un secondo ed è misurata in hertz (Hz); la lunghezza che indica la distanza tra due onde successive, è misurata in metri (m); nel caso di propa-gazione nell’atmosfera, dove la velocità è fissa ed è pari a quella della luce, la lunghezza è inversamente proporzionale alla frequenza, ossia più alta è la frequenza, più corta è la lunghezza d’onda. Rappresentazione grafica dell’onda elettromagnetica Lo spettro elettromagnetico L’intero spettro delle onde elettromagnetiche è stato convenzionalmente suddiviso, in base alla frequenza, in gamme che presentano caratteristiche comuni rispetto alla funzione o l’utilizzo: • Le basse frequenze, fino a circa 30 kHz (linee elettriche di distribuzione, comunicazioni sottomarine, elettrodomestici, ecc.) • Le radiofrequenze, fino a circa 300 MHz (comunicazioni marittime e aeree, trasmissioni radio e TV, radioamatori, ecc.) • Le microonde, fino a circa 300 GHz (trasmissioni TV, trasmissioni satellitari, telefonia cellulare, WiFi, forni a microonde, ponti radio, radar, ecc.) • A frequenze superiori a 300 GHz troviamo le gamme dei raggi infrarossi, della luce visi-bile, dei raggi ultravioletti, dei raggi X ed infine dei raggi gamma. Lo spettro elettromagnetico Lo spettro elettromagnetico viene inoltre suddiviso, da un altro punto di vista, in due grandi categorie in base agli effetti prodotti dalle radiazioni, ossia il fenomeno attraverso il quale le onde elettromagnetiche trasportano energia, sull’essere umano: • Radiazioni non ionizzanti, che trasportano energia non sufficiente a rompere i legami atomici delle molecole che attraversano • Radiazioni ionizzanti, che trasportano energia in quantità tale da poter rompere i lega-mi atomici delle molecole che attraversano, modificandone la struttura. In realtà sappiamo che anche le onde elettromagnetiche a bassa frequenza, classificate come radiazioni non ionizzanti, emesse ad esempio da cavi e apparecchi elettrici possono determinare la rottura dei legami delle catene molecolari e l’insorgenza di tumori; è stata ipotizzata infatti la correlazione tra i campi a bassa frequenza ed alcuni casi di leucemia in-fantile insorti in bambini residenti in prossimità di elettrodotti ad alta tensione. Le onde elettromagnetiche nelle telecomunicazioni cellulari mobili Le gamme di onde elettromagnetiche utilizzate per le telecomunicazioni sono le radiofre-quenze e le microonde; notiamo alcune caratteristiche: maggiore è la frequenza utilizzata e maggiore è la quantità di dati che è possibile trasmettere; maggiore è la frequenza uti-lizzata e minore è la distanza fino alla quale possono propagarsi; maggiore è la frequenza utilizzata e maggiormente la propagazione è attenuata da fenomeni atmosferici come la pioggia e bloccata da ostacoli fissi come edifici, alberi, ecc. La caratteristica principale di una rete di telecomunicazioni cellulare mobile è costituita dal-la possibilità di mantenere la connessione o il collegamento in mobilità tra più utenti dotati di apparati ricetrasmittenti (ad esempio il telefonino). Il territorio coperto dalla rete viene suddiviso in tante aree relativamente piccole, chiamate celle, ciascuna delle quali è servita da una stazione base ricetrasmittente alla quale di volta in volta si collegano gli utenti; infatti non è possibile coprire un territorio vasto, in cui operano numerosi utenti, con una sola stazione ricetrasmittente in quanto sarebbero necessarie potenze di trasmissione troppo elevate per un apparecchio portatile e un numero maggiore di frequenze rispetto a quelle disponibili. Schema di funzionamento di una rete di telecomunicazione cellulare Le reti di telecomunicazioni cellulari mobili per uso commerciale sono nate negli anni ’80 del secolo scorso e si sono evolute attraverso nuovi standard che si sono affermati grosso modo al ritmo di uno ogni dieci anni: • 1G: anni ’80, sistema analogico, supportava solo le chiamate vocali, utilizzava le fre-quenze intorno a 900 Mhz • 2G: primi anni ’90, sistema digitale, chiamate vocali, messaggi; frequenze: 900 Mhz, 1.800 Mhz • 3G: primi anni 2000, chiamate vocali, messaggi, email, Internet; frequenze: 900 MHz, 2.100 MHz • 4G: primi anni 2010, chiamate vocali, messaggi, email, Internet veloce, applicazioni; frequenze: 800 MHz, 1.500 MHz, 1.800 MHz, 2.100 MHz, 2.600 MHz • 5G: primi anni 2020, in corso di implementazione, chiamate vocali, messaggi, email, Internet ultraveloce, applicazioni, internet delle cose; frequenze 700 MHz, 3.700 MHz, 26.000 MHz • 6G: previsto per i primi anni 2030, sono in corso ricerche e progetti per definire obiet-tivi orientati all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, olografia, realtà aumentata, chirurgia a distanza, ecc.; frequenze: 73 GHz, 140 GHz, 1-10 THz. Evoluzione delle reti di telecomunicazioni cellulari Le specificità del 5G Il 5G, rispetto alle generazioni precedenti, rappresenta un vero e proprio salto di qualità in quanto rappresenta la possibilità di integrazione di diverse tecnologie: l’informatica, la ro-botica, l’analisi dei big data, la rete Internet e la comunicazione wireless; significa la possi-bilità di disporre di sistemi “intelligenti” in grado di eseguire calcoli e compiti complessi comunicando istantaneamente enormi quantità di dati con innumerevoli altri sistemi senza limiti geografici. Infatti la rete 5G ha tre caratteristiche che possono consentire di tradurre in realtà queste possibilità: maggior velocità (possibilità di trasmettere grandi quantità di informazioni in tempi brevissimi), minor latenza (minori tempi di attesa tra l’invio di una richiesta e la rice-zione della risposta) e la capacità di supportare una grandissima quantità di connessioni contemporanee. Queste caratteristiche specifiche del 5G sono proprio quelle che servono esattamente e prima di tutto al modello produttivo Industria 4.0. Come sempre, tutto parte dal mondo della produzione dove si crea la ricchezza della società, di cui in pochi si appropriano a scapito di tutti gli altri. Questo spiega anche il motivo delle forti pressioni esercitate da Confindustria, dagli operatori di telecomunicazione e da tutto il ceto imprenditoriale per accelerare i tempi di implementazione di questa nuova rete, come abbiamo visto con il Pi-ano Colao. Da un punto di vista tecnico, l’implementazione del 5G richiede una ridefinizione delle cel-le, che sono molto più piccole, e delle antenne, che sono molto più numerose. Queste ul-time, per soddisfare i requisiti di velocità, latenza e quantità di dispositivi simultaneamente connessi, concentrano la trasmissione, alla potenza necessaria, direttamente verso la spe-cifica posizione del dispositivo, adattandosi di volta in volta; sono antenne, quindi, molto differenti rispetto alle attuali che hanno invece un livello costante di potenza che viene emessa in tutte le direzioni. La differenza tra le antenne 5G e quelle di generazioni precedenti Impatti sul lavoro, sull’ambiente e sulla salute In questa prima fase di implementazione del 5G vengono utilizzate le frequenze più basse riservate a questo servizio, analoghe a quelle attualmente già in uso per il 4G, ma proprio per la sua tecnologia particolare è necessario comunque installare le nuove tipologie di an-tenne che andranno quindi ad aggiungersi a quelle già esistenti degli altri sistemi in uso (2G, 3G, 4G), aumentando di fatto le emissioni di radiazioni elettromagnetiche complessi-ve; avremo quindi una esposizione a livelli crescenti di elettrosmog a partire dai centri ur-bani. Nella seconda fase, ormai vicina, per sfruttare le vere potenzialità del 5G, verranno utiliz-zate le frequenze più alte, quelle intorno ai 26 GHz, fino a oggi mai utilizzate per le tele-comunicazioni mobili e di cui non sono mai stati studiati gli effetti sulla salute (sono utiliz-zate per i ponti radio TV commerciali, con antenne tradizionali, e dai militari per sperimen-tare lo sviluppo di armi elettromagnetiche di nuova generazione destinate prevalentemen-te alla repressione delle masse come ad esempio il “Non-Lethal Weapons Program”, pro-gramma per armi non-letali del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti). Nelle fabbriche e nelle imprese 4.0 i reparti saranno disseminati di antenne ricetrasmittenti che esporranno gli operai e i lavoratori alle radiazioni elettromagnetiche delle onde milli-metriche in modo diretto, concentrato e continuativo; ma anche il territorio, per consentire di attuare l’Internet delle cose tra le imprese e a livello domestico, sarà disseminato di antenne 5G e ne subirà le conseguenze: ad esempio, saranno abbattuti gli alberi o eliminata la vegetazione che dovesse costituire ostacolo alla trasmissione tra siti di rilevante importanza economica, come già avvenuto in molti paesi in cui il 5G è stato già reso disponibile a livello commerciale. Recenti stime prevedono che entro pochissimi anni vedremo l’installazione di milioni di ri-cetrasmettitori, il lancio nello spazio di oltre 20.000 satelliti dedicati, oltre 200 miliardi di oggetti che incorporeranno microchip ricetrasmittenti; questo significa che, quando sarà completata la rete 5G, nessun essere umano, nessun animale, nessun microorganismo e nessuna pianta sulla Terra sarà in grado di evitare l'esposizione, 24 ore al giorno e 365 giorni all’anno, a livelli di radiazione elettromagnetica migliaia di volte maggiori di quelli che esistono oggi, senza alcuna possibilità di scampo. I sostenitori delle reti 5G affermano che, essendo più piccole le celle, le potenze emesse dalle antenne saranno inferiori, ma è vero il contrario e in più con le antenne 5G la radia-zione viene concentrata sul singolo utente con una esposizione molto maggiore. D’altra parte, se così non fosse non si capirebbe perché il Piano Colao chieda di “Adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio, per accelerare lo sviluppo delle reti 5G. Escludere opponibilità locale se protocolli nazionali sono rispettati”. (cap. 4.2, punto 27) Tradotto significa: alzare di ben tre volte i limiti di esposizione alle radiazioni elettroma-gnetiche in vigore oggi in Italia e impedire che i sindaci più rispettosi della salute dei propri cittadini possano vietare l’installazione del 5G nei propri comuni (oggi sono oltre 500 quelli che hanno vietato il 5G). Schede di lavoro finali Comitato di esperti in materia economico e sociale, giugno 2020 - Scheda n. 27 D’altra parte, l’impunità per i datori di lavoro, prevista nello stesso Piano, attraverso lo scudo penale che esclude ogni possibile responsabilità per il contagio da Covid-19, la dice lunga su quanto viene tenuta in conto la salute dei lavoratori e dei cittadini. Nel silenzio generale dei media, il Governo ha già iniziato ad attuare il Piano: il primo pas-so è contenuto nel decreto-legge, cosiddetto “semplificazioni”, n. 76 del 16 luglio 2020 che, all’Art. 38, impedisce ai comuni di introdurre limitazioni all’installazione di stazioni ra-dio base (e quindi di antenne) di qualsiasi tecnologia (comprese quindi quelle del 5G) e di intervenire sui limiti di esposizione ai campi elettromagnetici. L’essere umano è un organismo biologico complesso che presenta un proprio equilibro e-lettrico naturale a livello molecolare; quando è immerso in campi elettromagnetici, soprat-tutto di origine artificiale, questi generano nell’organismo correnti e campi elettrici variabili che a loro volta inducono una stimolazione diretta delle cellule come quelle dei tessuti ner-voso e muscolare. Questa stimolazione può avere effetti sulla salute sia a breve termine, ad esempio effetti termici, sia effetti a lungo termine, ad esempio l’insorgenza di tumori anche decenni dopo l’inizio dell’esposizione ai campi elettromagnetici. Storicamente, lo studio della nocività dei campi elettromagnetici sugli esseri umani nei pa-esi capitalisti si è concentrato quasi esclusivamente sugli effetti termici sulle persone espo-ste: i limiti di esposizione della normativa attuale derivano da questa impostazione; ini-zialmente fissati in 200 V/m, in seguito a diverse ricerche che hanno evidenziato altri effet-ti in caso di esposizioni prolungate, i limiti sono stati poi abbassati e in Italia sono stati fissati a 20 V/m per la popolazione in generale (che il Piano Colao chiede di aumentare a 61 V/m), 6 V/m per situazioni di esposizione oltre le 4 ore come scuole, ospedali, ecc., ma ben 137 V/m per gli operai e i lavoratori nelle fabbriche e nelle aziende, a ulteriore con-ferma che, al di là delle chiacchiere, nel capitalismo la salute viene sempre dopo il profitto. È interessante rilevare, invece, che in Unione Sovietica e nei paesi socialisti dell’est euro-peo la ricerca sulla nocività relativa all’esposizione alle radiazioni da onde elettromagneti-che si era indirizzata fin dall’inizio anche sugli effetti non termici che portarono a scoprire alterazioni del sistema nervoso conseguenti a un’esposizione prolungata a campi elettro-magnetici di livelli anche molto bassi; i limiti fissati erano di conseguenza cento volte infe-riori ai nostri attuali; i sovietici, inoltre, che furono tra i primi a studiare gli effetti biologici dell’esposizione degli esseri umani alle emissioni dei radar militari, che utilizzano frequenze tra 200 MHz e 10 GHz, misero fuorilegge i forni a microonde, che oggi hanno invaso le ca-se di molti di noi, sia per gli effetti sul cibo che per quelli sulle persone; i forni a microon-de utilizzano la frequenza di 2,45 GHz per irradiare il cibo provocando un movimento di frizione tra le molecole che produce il calore per riscaldarlo (si usa questa frequenza perché è quella che consente all’acqua di far assorbire la radiazione elettromagnetica al massimo grado e alla massima velocità). Da notare, per inciso, che il WiFi che utilizziamo per collegarci a Internet, sia in casa che fuori, utilizza la frequenza di 2,4 GHz, davvero molto vicina a quella dei forni a microonde: ognuno ne tragga le debite conseguenze. Gli organismi internazionali preposti alla salute, succubi delle lobby finanziarie e industriali, sotto la pressione delle popolazioni sono lentamente costrette a prendere atto del proble-ma: già nel 2011 l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) e l'Organizzazio-ne mondiale della sanità (WHO) hanno classificato le radiazioni delle onde elettromagneti-che a radiofrequenza come potenzialmente cancerogene per l'uomo e oggi vi è l’indicazione a riclassificarle come probabilmente cancerogene. Da allora centinaia di studi scientifici indipendenti, tra i quali quelli del National Toxicology Program del governo degli Stati Uniti e dell’Istituto Ramazzini di Bologna in Italia hanno evidenziato il nesso di causalità tra esposizione alle radiazioni a radiofrequenza e gli effetti nocivi, ignorati dai governi e screditati con contro-ricerche di parte, finanziate direttamen-te o indirettamente dalle industrie del settore. Numerosi appelli internazionali per una moratoria del 5G lanciati da scienziati, medici e ri-cercatori che hanno rilevato gli altissimi rischi di questa tecnologia per la salute restano i-nascoltati da organismi internazionali e governi. Perfino il Comitato Scientifico sui rischi sanitari ambientali ed emergenti (SCHEER) della Commissione Europea, che non ha mai brillato per obiettività e indipendenza, nel suo do-cumento di valutazione delle problematiche emergenti in materia di salute e ambiente del dicembre 2018, afferma che il 5G “evidenzia la preoccupazione per criticità sconosciute su salute e sicurezza. Resta controversa la valutazione per quanto riguarda i danni causati dalle attuali tecnologie 2G, 3G e 4G. Le tecnologie 5G sono molto meno studiate per quanto concerne i loro effetti sull’essere umano o sull’ambiente” e più avanti “La mancanza di prove chiare per fornire gli elementi per lo sviluppo delle linee guida sull’esposizione alla tecnologia 5G lascia aperta la possibilità di conseguenze biologiche indesiderate”. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità, noto per le sue posizioni negazioniste sulla nocività dei campi elettromagnetici, nel suo Rapporto ISTISAN 19/11 “Radiazioni a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche” di luglio 2019 è costretto ad ammettere: “L’introduzione della tecnologia 5G potrà quindi portare a scenari di esposizione molto complessi, con livelli di campo elettromagnetico fortemente variabili nel tempo, nello spa-zio e nell’uso delle risorse delle bande di frequenza. Di conseguenza, un singolo valore (medio o di picco), valutato in un’area o in un intervallo di tempo, potrebbe non essere una metrica valida per descrivere in modo efficace un’esposizione caratterizzata da un grado di incertezza e variabilità senza precedenti e i metodi tradizionali per la stima dell’esposizione dovranno essere integrati con altre tecniche, quali le metodiche stocasti-che”. (pag. 19) Quello che comunque appare evidente è che siamo di fronte a un processo di ribaltamento del principio di precauzione: invece di evitare l’uso di prodotti o tecnologie finché non è provata la loro innocuità, questi vengono autorizzati con la motivazione che non vi è (an-cora) evidenza della loro nocività. Ma questo significa ridurre gli esseri umani, e non solo, a una grande massa di perenni cavie, in nome del profitto, con tutto quello che ne conse-gue. E qui si torna alle domande iniziali: perché il 5G? A chi serve in realtà? Abbiamo cercato di dare alcune risposte «indipendenti» a queste domande ma la vera questione che dobbiamo porci è: il 5G migliora davvero la vita della popolazione in manie-ra tale da valer la pena di rischiare la salute della maggioranza per procurare il profitto a pochi? La risposta a questa domanda implica la messa in discussione del nostro modello di svi-luppo: non si tratta di negare il progresso, nemmeno quello tecnologico, si tratta invece di costruire un modello di sviluppo dove il lavoro e il progresso non siano contrapposti alla salute, un modello di sviluppo che produca per soddisfare i reali bisogni della comunità della stragrande maggioranza degli esseri umani e non la necessità di profitto privato di pochi finanzieri e industriali. David Tueta - CCL Coordinamento Comunista Lombardia
agosto redazione
Nocività e lotta di classe
Nocività e lotta di classe Luciano Orio Costruiamo una piattaforma di lotta contro la nocività in fabbrica e nel territorio L’intensificazione dell’attività della massa operaia è possibile solo se non ci limitiamo all’agitazione politica sul terreno economico e una delle condizioni essenziali per il necessario ampliamento dell’agitazione politica è l’organizzazione di denunce politiche che investano tutti gli aspetti della società (V.I.Lenin) Un breve articolo in cronaca di questi giorni attira la mia attenzione: “Tante tragedie annunciate, cosa si aspetta a intervenire?” chiede la CGIL che, dopo la serie di disgrazie sul lavoro nel Veneto, annuncia di essere pronta alla mobilitazione. Per dimostrare la serietà delle proprie intenzioni si reca allora dal prefetto al quale manifesta la propria forte preoccupazione e chiede di attivare il tavolo provinciale per coordinare interventi mirati… La mia prima reazione, toh, se ne sono accorti anche loro, è ingenua e lascia subito spazio all’idea che, necessariamente, anche il sindacato istituzionale deve occuparsi del problema, non tanto per invitare alla mobilitazione, quanto intervenire per calmierarla. Tuttavia la presa di posizione dà la misura del problema e giustifica la mia preoccupazione per i possibili futuri scenari di lotta autentica e relativo possibile pompieraggio, dato che le condizioni per una lotta estesa e ramificata esistono evidenti: il numero di infortuni e di decessi per malattie professionali è in costante ascesa e di fronte a questi numeri il padrone è nudo. Nessuna fatalità; è il profitto la madre di tutte le disgrazie sul lavoro, gli operai lo sanno bene, ma nella maggior parte dei casi ogni tragedia viene vissuta singolarmente. Tocca alla famiglia farsene carico, la rabbia dei compagni di lavoro se c’è non appare o si accontenta dell’ora dello sciopero di routine. Rassegnazione e fatalità. È questo isolamento che dobbiamo rompere, prima di tutto. Che è un isolamento di classe. Le morti di lavoro colpiscono singoli operai, lavoratori che rimangono isolati, presi uno per uno e raccontati nella propria specificità, mentre della loro appartenenza di classe non si ha voce. Mai che si mettano in discussione le condizioni di lavoro, di sfruttamento, di oppressione. Per troppi anni padroni e servi vari hanno raccontato in tutte le salse che la classe operaia non esisteva più. Non gli bastava vincere e prendersi tutto: la paga, i diritti, il tempo e a volte anche la vita. Si son portati via anche il nome e il diritto a esistere. Ora siamo tutti ceto medio, tutti assieme, sfruttati e sfruttatori, siamo tutti nella stessa barca, dicono loro. Anche qui nel vicentino abbiamo attraversato questa realtà nel corso degli “ultimi” anni, solidarizzando con quel movimento di lotta che si sviluppava intorno alle grandi fabbriche, la maggior parte ormai chiuse, il cui nome riassumeva la vertenza in atto (Breda, Montedison, Pirelli, Eternit… e poi Thyssen Krupp, la Tricom, qui per noi), lotte che mettevano al centro la condizione dei lavoratori, della loro salute compromessa, abbinata allo stato del territorio anch’esso sfruttato, deturpato e abbandonato. La pratica di controinformazione e denuncia politica, di mobilitazione di quel movimento di lotta ha messo al centro la lotta intransigente al padrone assassino, ed è stata condotta, in condizioni diverse, con concreto spirito di classe. La partecipazione solidale dei famigliari è stata la verifica di questo agire politico. Dal rapporto con loro sappiamo se e quanto è corretto. Chi partecipa non è disposto ad essere solo uno spettatore passivo. Queste lotte, laddove espresse, come nei presidi davanti ai tribunali, nelle manifestazioni, nei momenti assembleari, pubblici hanno rotto con le pratiche istituzionali e i riti della giustizia borghese, ponendo il problema del sistema economico e politico capitalista basato sul profitto. Certo, i risultati, spesso amari, se per risultati intendiamo le sentenze dei tribunali, possono aver lasciato il segno in tanti proletari; eppure quanta caparbietà e dignità operaia anche in quei luoghi. Quanta determinazione a esigere giustizia come un incontenibile bisogno umano. Eppure è proprio grazie a queste lotte, alla loro visibilità, al dolore di queste persone che abbiamo capito la reale portata sociale della piaga amianto in Italia. È stata questa la via giusta e utile per noi: la socializzazione di tante singole storie ha dato un senso alla tragedia, per evitare che altri lavoratori dovessero vivere esperienze così devastanti. Per far conoscere, divulgare e assimilare la dimensione di un problema che il padrone e i suoi servi non potranno mai raccontare: la storia degli sfruttati non può coincidere con quella degli sfruttatori. Erano e sono esperienze forti che hanno costruito una sensibilità sul tema, quella che oggi è indispensabile riprendere. La mancanza di una voce forte in grado di sostanziare il problema (battere il chiodo) lo fa passare in secondo piano. Servirebbe superare la logica emergenziale (è inconcepibile! è inammissibile!), che fa precipitare tutto nel più assoluto silenzio, e la ristrettezza con la quale viene trattato per tentare di dare una risposta collettiva alle morti di lavoro. Da dove ripartire? Una riposta che non può che nascere e svilupparsi a partire da queste esperienze e dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro. Di solito alla chiusura dello stabilimento inquinante fa seguito la fine di ogni rivendicazione, dato che si perde ogni interesse connesso all’attività lavorativa e inevitabilmente si perde quell’attività di coordinamento e mobilitazione che accompagna le rivendicazioni della classe operaia. È quindi grazie a queste lotte se l’attenzione su questi temi è rimasta elevata. La difesa della salute dei lavoratori, poi, è anche difesa dell’ambiente. Lo sfruttamento di entrambi ha un unico carattere, quello capitalista. Con la chiusura degli stabilimenti si apre una nuova fase della lotta, che non rimane chiusa tra le mura della fabbrica, ma coinvolge la società con l’obiettivo di costruire una tutela realmente efficace pe i futuri ammalati (dentro e fuori gli stabilimenti e non soltanto gli ex operai). Si tratta di costruire una rete di comunicazione con i lavoratori attraverso i sindacati conflittuali e gli organismi di lotta. Sul piano sindacale la collaborazione dovrebbe essere estesa e ramificata a tutte le componenti sindacali conflittuali (sui morti di lavoro c’è poco da mediare), disposte a collaborare per una conoscenza complessiva dei problemi di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro. Promuovere un lavoro di indagine e di informazione attraverso campagne volte a sensibilizzare sul tema lavoratori e cittadini. Una collaborazione tra soggetti interni alla classe operaia e in un territorio circoscritto: un terreno favorevole per conoscere e monitorare le situazioni, entrare in contatto con i famigliari dei lavoratori caduti, verificarne la disponibilità alla lotta. Una ricerca dei luoghi adatti per identificare e snidare i responsabili e rendere pubbliche ogni violazione e attività illecita. Ci sono tanti tipi di responsabilità, oltre quella penale: politica, amministrativa, professionale, morale… a evitare anche che la legge e il diritto arrivino a “anestetizzare” la lotta. La lotta paga, si vince. Però si può anche perdere. È normale. Però il successo di una lotta determina lo sviluppo dell’organizzazione. Il vero risultato della lotta non è la conquista immediata ma l’organizzazione. Da questo punto di vista abbiamo molto da imparare. Nei mesi scorsi in Italia, dopo alcuni anni di quasi insostenibile ritirata sindacale, i lavoratori e le lavoratrici hanno reagito all’impreparazione dello Stato e delle imprese nell’affrontare l’emergenza dell’epidemia con un’ondata di scioperi spontanei. Quale prospettiva di consolidamento sociale e politico possiamo offrire a riguardo?
luglio 2020 redazione
Un punto di vista, al di là delle carenze sanitari
Un punto di vista, al di là delle carenze sanitarie Premessa storica utile e indispensabile: la Storia si studia a scuola poco e male per cui è bene precisare che lo stesso nome della nostra regione deriva indirettamente da una micidiale epidemia, la Peste di Giustiniano, che verso il 542 sterminò milioni di europei. Le guarnigioni lombarde e venete dell'Impero Romano d'Oriente che presidiavano tali regioni furono decimate e quindi i Longobardi, misti ad altri popoli germanici e slavi, poterono occuparle senza grosse battaglie. Gli abitanti di origine latina furono soggiogati per cui la nostra regione che si chiamava Regio Transpadana col tempo si chiamò appunto Longobardia e poi Lombardia. La popolazione della nostra regione fu poi decimata dalla Peste Nera del 1348, da quella manzoniana del 1630 e soprattutto dall'Influenza detta spagnola nel 1918. Sulla base di tali evidenti dati storici bisognava per tempo mettere in atto ogni iniziativa atta a preservarci da ulteriori terribili epidemie, ma, purtroppo le autorità mediche preposte come del resto tutti i lombardi si crogiolavano nella fallace illusione che tali catastrofi ormai appartenessero ad un triste e lontano passato morto e sepolto. Premessa epidemiologica cinese: come attestato quasi unanimemente l'epidemia detta Covid 19 trae origine in uno Stato, la Cina, dove da epoca immemorabile si consumano e vendono in tutte le città e villaggi carni di cani, gatti, pipistrelli, serpenti, pangolini ecc. provenienti da cacciatori spontanei e comunque da allevamenti non controllati da un efficiente sistema veterinario. Il cliente si avvicina ad uno di questi banchi di vendita indicando al gerente la gabbia dove sono chiusi decine di serpentelli non velenosi, il gerente si trasforma in macellaio estraendo a mani nude un serpentello lo sgozza ed eviscera, per poi trasformarsi in cuoco ponendo il serpentello sopra una piastra bollente per il tempo giusto, infine si trasforma anche in cameriere e cassiere per servire il serpentello su un piattino e maneggiare la cartamoneta. Evidentemente in tutte queste manovre l'igiene va a farsi benedire ed in qualsiasi momento il gerente può infettarsi tramite i morsi dei serpentelli o respirando l'aerosol di virus proveniente dal loro apparato respiratorio o pulendo le gabbie dalle loro deiezioni. La promiscuità uomo-animale senza adeguati controlli sistematici veterinari esistente nel mercato di Wuhan è l'origine dell'epidemia Covid 19! Tutte le altre ipotesi potrebbero essere solo fantamedicina! L'epidemia Sars-Cov (Severa Acuta Respiratoria Sindrome-Coronavirus) si era già manifestata in Cina nel 2002-2003 uccidendo oltre 700 cinesi ma nessun lombardo. Come mai l'epidemia da Sars-Cov-2 ha ucciso invece oltre 12.000 lombardi? Come mai la Lombardia è stata colpita per prima? Come mai l'epidemia ha colpito soprattutto le province di Bergamo, un'ecatombe con l'intervento dell'esercito per smaltire migliaia di bare, Brescia, Cremona, Monza Brianza ma colpendo poco Varese, Como, Lecco? Come mai a Bergamo si sono avuti il doppio dei morti ufficiali che a Brescia quando la popolazione è circa uguale? Il sovraffollamento dei passeggeri all'aeroporto di Orio al Serio concausa della maggior diffusione dell'epidemia in Lombardia e soprattutto in provincia di Bergamo e limitrofe. Tra il 2002 e il 2019 il traffico aereo tra Cina ed Europa è aumentato enormemente, inoltre si sono create colonie di migliaia di europei in Cina. Poiché vi sono decine di collegamenti aerei ogni giorno Cina-Europa, ma passano sempre alcuni giorni prima che si concretizzi un allarme epidemico riconosciuto dalle autorità sanitarie, di conseguenza sfuggono ad ogni controllo centinaia di passeggeri partiti dalla Cina tra il momento in cui l'epidemia era già in corso e la sua effettiva notorietà mediatica! Inoltre nel momento in cui il governo italiano bloccò i voli dalla Cina, moltissimi passeggeri giunsero comunque in Italia via Mosca, Dubai ecc.! Essendo il traffico passeggeri dell'aeroporto di Orio al Serio aumentato da circa 4 milioni nel 2005 a quasi 14 milioni nel 2019 è ovvio che migliaia di persone provenienti dalla Cina sono passate anche da qui. Ma, mentre negli altri aeoporti internazionali gli spazi sono ampi sia in larghezza che altezza, ciò non è stato fatto in misura sufficiente all'aeroporto “Il Caravaggio Orio al Serio International Airport” noto anche semplicemente come aeroporto di Bergamo o come “Milan Bergamo Airport”. Vi posso assicurare che è una specie di bolgia dantesca dove migliaia di persone sgomitano l'una contro l'altra. Le code ai check-in, per mancanza di spazio in larghezza, sono spesso a serpentina, dove quindi un portatore sano di qualunque malattia che si trasmette con le secrezioni respiratorie può agevolmente infettare il passaggero davanti, quello dietro, quello a destra e quello a sinistra. Inoltre l'altezza dei locali, insufficiente, non è quella idonea a disperdere eventuali germi: sarebbe necessario almeno raddoppiarla per avere una maggiore sicurezza igienica. Molti passeggeri bivaccano per terra in sacchi a pelo o anche senza come si evidenzia in talune foto visibili digitando su google “aeroporto di Bergamo – immagini”. I servizi igienici non sono sufficientemente numerosi per una tale massa di passeggeri. Le prove indiziarie che accusano l'aeroporto di Bergamo di aver contribuito in maniera sicuramente non trascurabile alla diffusione dell'epidemia da coronavirus sono: – la provincia di Bergamo è quella con il maggior numero di deceduti, le cifre reali sono sicuramente oltre i 5.000 morti – in provincia di Bergamo le zone più colpite sono quelle vicino all'aeroporto e cioè Bergamo città, sita a soli 5 chilometri, Alzano Lombardo, sito a soli 10 chilometri e Nembro subito dopo – in provincia di Brescia le zone più colpite sono quelle vicino all'Oglio che segna il confine con la provincia di Bergamo mentre quelle più risparmiate, esempio il comune di Limone del Garda, sono quelle più lontane da Bergamo (es. Palazzolo Sull'Oglio 50 morti ufficiali su 20.000 abitanti) – la provincia di Varese, con una popolazione in numero di poco inferiore a quella di Bergamo, aveva avuto all'1 aprile solo 95 deceduti ufficiali da coronavirus contro i 2142 deceduti ufficiali di Bergamo (Il Giorno 3 aprile 2020 pag. 6). Una delle cause di questa differenza potrebbero essere gli enormi spazi semivuoti del suo mega-aeroporto di Malpensa in cui le secrezioni infette hanno maggiori possibilità si spargersi senza contagiare gli altri passeggeri. A Bergamo città si è passati da una media di 151 morti in marzo 2015-2019 a 729 morti nel marzo 2020, + 480% circa. Al contrario in provincia di Varese si registra solo un +53% rispetto a marzo 2019 (dati Istat-Bergamo online e Varese-news). Se si confrontano i deceduti all'1 aprile fra la provincia di Cremona e quella di Mantova, popolazione maggiore a Mantova, si osservano 605 morti a Cremona, provincia confinante con Bergamo, contro soli 235 a Mantova, provincia i cui abitanti potrebbero essere stati invogliati a servirsi dell'aeroporto di Verona, molto più vicino di quello di Bergamo e con spazi meno affollati (solo 3 milioni circa di passeggeri) Si può poi ragionevolmente ipotizzare che la strepitosa stagione calcistica dell'Atalanta col suo stadio sempre sovraffollato abbia potuto contribuire a diffondere l'epidemia. E qui bisogna fare una premessa sulla psicologia del tifoso. Mentre quando la sua squadra perde è abbacchiato, taciturno e scambia con gli altri tifosi solo qualche pacca sulla schiena d'incoraggiamento, al contrario quando la sua squadra fa goal si scatena in baci, abbracci e vigorose strette di mano con gli altri tifosi e urli sguaiati a più non posso con grande spandimento di saliva. Impossibile non contagiarsi per poi diffondere virus a casa sua e al bar con gli amici. In conclusione la carneficina da Coronavirus, avvenuta soprattutto a Bergamo e Provincia, potrebbe essere stata provocata indirettamente anche dal sovraffollamento del suo aeroporto e del suo stadio di calcio. Che sia stata poi aggravata dall'insipienza delle autorità competenti è un fatto evidente ma questo è un altro discorso. Pierino Marazzani, Dottore, medico-chirurgo, specialista in Medicina del Lavoro Bollate
luglio 2020 redazione
Come Stalin impedì a Churchill di provocare una gu
Come Stalin impedì a Churchill di provocare una guerra sovietico-statunitense Con il piano “Impensabile”, nell'estate 1945 il mondo fu a un passo dalla Terza guerra mondiale In premessa, un paio di osservazioni. Igor Šiškin, storico, vice direttore dell'Istituto per i paesi della CSI, da tempo parla delle crisi e dei conflitti mondiali dei decenni passati, come risultato della politica britannica. Anche analizzando i presupposti della Seconda guerra mondiale, Šiškin mostra come gli anglosassoni avessero preparato i tedeschi alla marcia verso oriente, come intendessero utilizzare la Germania nazista per risolvere la questione che, dal 1917, terrorizzava il mondo liberale: l'esistenza dello Stato sovietico. Con questo intervento, egli inquadra anche il piano “Unthinkable” in tale costante britannica. Al pari di molti storici e politici russi, anche per Šiškin l'esaltazione dell'URSS è vista per lo più quale momento di celebrazione di una “Grande Russia”, zarista o sovietica che sia, oscillando tra due “patriottismi”: uno nazionalista pro-sovietico e uno Grande-russo, in cui si celebrano unità della nazione e giustizia sociale, estraniate dalla lotta di classe, il tutto intrecciato in una miscela retorica russo-sovietica. Come scriveva anni fa un altro storico russo, Jaroslav Butakov, il piano "Impensabile" fissava l'attacco “alleato” all'URSS per il 1 luglio 1945 e prevedeva di “liberare” Polonia e DDR con forze USA, britanniche, polacche e tedesche. Il totale delle forze alleate in Europa era di 64 divisioni americane, 35 britanniche, 4 polacche e 10 tedesche; ma, di fatto, gli alleati potevano mobilitare al massimo 103 divisioni, di cui 23 corazzate, contro 264 divisioni sovietiche, di cui 36 corazzate. Šiškin accenna anche alla questione di Rudolf Hess, la seconda personalità del Reich nazista. Vari storici ritengono che Hitler avesse attaccato l'URSS nel 1941 solo dopo essersi assicurato il non intervento britannico. Dall'11 maggio 1941, Hess era in Inghilterra, dove aveva recato una proposta di pace. In Germania era stato dichiarato pazzo e ufficialmente il Governo britannico negò qualsiasi trattativa e lo dichiarò prigioniero di guerra. Fatto sta che Hess, condannato all'ergastolo a Norimberga, morì in prigione nel 1987, in circostanze misteriose. I documenti che lo riguardavano, secretati dal Governo britannico per 30 anni, nel 2017 sono stati secretati per altri 50 anni. Come nel 1940, a guerra a occidente già iniziata, Francia e Gran Bretagna si apprestavano a inviare corpi di spedizione in appoggio alla Finlandia, contro l'Unione Sovietica, così nel 1945, a guerra conclusa, a Ovest ci si preparava a un nuovo conflitto contro l'URSS. La guerra, “calda e fredda”, iniziata nel 1918, continuava. ******** Igor Šiškin (…) L'operazione “Impensabile”, messa a punto su ordine di Churchill, prevedeva un attacco di sorpresa delle forze anglo-americane, con la partecipazione anche di divisioni tedesche arresesi sul fronte occidentale, ma non disarmate. La consolidata percezione di tale operazione è appunto di qualcosa di “impensabile”. (…) Il punto di vista standard è stato espresso con molta precisione dallo storico americano Michael Peck, su The National Interest: “Si sarebbe potuto escogitare un obiettivo più inaudito in quel momento: far scatenare alla Gran Bretagna, esausta e straziata da due guerre mondiali, una guerra preventiva per sconfiggere il colosso sovietico? ... Quel piano era stato messo a punto, o scambiando un desiderio per realtà, o per pura disperazione ... L'operazione "Impensabile" era davvero impensabile". (...) Ci sono tuttavia tutti i motivi per sostenere che, in questa faccenda, di strano ci fosse solo il nome: "Impensabile". Il tentativo di Churchill di provocare una guerra sovietico-americana immediatamente dopo la vittoria sulla Germania era tutt'altro che "inconcepibile", e il mondo, nel maggio-giugno 1945, venne davvero a trovarsi a un passo dalla Terza Guerra Mondiale. Essa non scoppiò non perché fosse "impensabile", ma perché il Cremlino si fece trovar pronto a un tale sviluppo degli eventi. (...) Citerò tre esempi, che confermano come non ci fosse nulla di “inconcepibile” in quella iniziativa di Churchill. L'idea di utilizzare le truppe della Germania sconfitta contro la Russia, non era un “know-how” del 1945. Churchill aveva tentato di realizzare quella stessa idea subito dopo la fine della Prima guerra mondiale: “Sottomettere al proprio potere l'ex Impero russo non è solo una questione di spedizioni militari, ma è una questione di POLITICA mondiale... noi possiamo conquistare la Russia solo con l'aiuto della Germania”. (...) Secondo esempio. Alla fine della conferenza di Teheran, due anni prima di “Impensabile”, quando l'Impero britannico stava velocemente perdendo influenza e l'ordine mondiale post-bellico stava per esser determinato da due centri di forza – USA e URSS – Churchill aveva dichiarato che, dopo la guerra con la Germania, “può svilupparsi un'altra guerra ancor più sanguinosa”. Terzo esempio. Il Primo ministro britannico, Lloyd George, avendo avuto notizia della rivoluzione di febbraio [nel 1917] e della caduta dell'Impero russo (in quel momento, alleato della Gran Bretagna nell'Intesa) aveva esclamato esultante: “Uno dei principali obiettivi della guerra è stato raggiunto!”. (...) Per un adeguato intendimento dell'operazione “Impensabile”, è necessario tener conto di alcuni fattori. 1. La Seconda guerra mondiale non era stata una guerra di tutta l'umanità progressista contro la “peste bruna”, il che avrebbe reso automaticamente inconcepibile l'unione con le forze del male contro un proprio alleato del campo delle forze del bene. Essa, così come la Prima, era stata generata dalla lotta delle grandi potenze occidentali per l'egemonia, per il potere, la finanza, le risorse. L'unica differenza della Seconda guerra consisteva nel fatto che, per tutti i suoi organizzatori (Inghilterra, USA, Germania) uno degli obiettivi era la distruzione dell'URSS. (...) 2. ... il piano per l'operazione “Impensabile” venne compilato su ordine diretto del Primo ministro dell'Impero britannico; dunque, deve esser valutato esclusivamente nel sistema di coordinate geopolitico. 3. Churchill era uno dei politici più in vista della Gran Bretagna e non una fanciulla esaltata, portata a comporre progetti inconcepibili. Il suo obiettivo principale, nel corso di tutta la guerra, era stato la salvezza dell'Impero britannico (...) 4. Fino alla metà del secolo scorso, l'Inghilterra non era un'isoletta accogliente e ben curata, su cui aspirano a vivere i nuoviricchi di ogni angolo della Terra. (...) Secondo i risultati della Prima guerra mondiale, 1/5 di ogni kmq della terra era controllato dalla "dominatrice dei mari" e ¼ degli abitanti del pianeta le pagava tributi. 5. (...) il principio fondamentale della politica estera britannica, immutato nei secoli: “L'Inghilterra non ha né alleati eterni, né nemici permanenti; eterni e permanenti sono solo i propri interessi”. (...) A partire dal XVI secolo, … si sviluppò il “marchio di fabbrica” inglese: combattere con mani altrui, facendo scontrare i nemici l'uno con l'altro... A chi, nei secoli, non è toccato di dover svolgere la funzione di "spada britannica nel continente"? La vittoria nelle guerre napoleoniche, raggiunta principalmente con sangue altrui, soprattutto russo, aveva reso l'Inghilterra indiscussa egemone europea... [ma] sulla strada degli eterni e permanenti interessi britannici venne a trovarsi l'Impero russo… Gli eterni interessi britannici La Prima guerra mondiale, provocata dall'Impero britannico, sembrava aver rimosso tutti gli ostacoli alla realizzazione dei suoi interessi eterni e permanenti. L'Impero tedesco era sconfitto, gli Imperi austro-ungarico e ottomano distrutti, la Francia esangue, caos e guerra civile nell'ex Impero russo... Tuttavia, Londra dovette nuovamente scoprire che non esiste "bene" senza "male". La Prima guerra mondiale aveva portato nella lotta per l'egemonia un nuovo predatore: gli Stati Uniti d'America. Per di più, questo giovane predatore era riuscito ad arricchirsi favolosamente con la guerra e diventare l'economia leader del mondo. Per la prima volta da vari secoli, non furono gli inglesi a trarre profitto dalla carneficina da loro organizzata, ma qualcun altro. Come non bastasse, l'Impero russo si trasformò nella Russia Sovietica e divenne, da ostacolo sulla via del dominio mondiale, un'aperta minaccia all'esistenza stessa dell'Impero britannico. Lo slogan dei conservatori inglesi - “Affinché viva la Gran Bretagna, il bolscevismo deve scomparire”, non era paranoia, era realismo. Ma, né la geografia, né i mezzi bellici dell'epoca, consentivano di provocare, secondo uno sperimentato algoritmo, due dei suoi nuovi nemici mortali, Unione Sovietica e America, a farsi guerra a vicenda (come le era riuscito con Impero russo e Secondo Reich). E, d'altronde, l'Impero britannico non era nemmeno in grado di distruggerli da solo. (...) La risposta britannica alla nuova sfida fu la rianimazione artificiale della Germania sconfitta, la politica di "appeasement", volta a organizzare una nuova grande guerra in Europa. L'Unione Sovietica e il Terzo Reich dovevano frantumare l'un l'altra le proprie forze e la Francia adempiere alla funzione di "spada britannica sul continente", che trafigge il vincitore, esausto, della guerra sovietico-tedesca. La Gran Bretagna, avrebbe così ottenuto gli allori di salvatrice della civiltà dal bolscevismo, messo sotto controllo il potenziale industriale europeo e le risorse russe. Le pretese americane all'egemonia venivano "annullate". Un'avventura? Indubbiamente. Ma era l'unica chance di salvezza dell'Impero britannico. Con il Patto Molotov-Ribbentrop, Stalin aveva però fatto deragliare lo scenario inglese della Seconda guerra mondiale. Di fatto, era la condanna a morte dell'Impero britannico. Dopo la sconfitta della Francia, rimanevano a Londra solo due opzioni, nessuna delle quali poteva salvare l'Impero. Nella prima, allearsi alla Germania, prima contro l'URSS, e poi contro l'America e, in caso di vittoria, venir divorata dai tedeschi come dessert. Nella seconda opzione, allearsi a URSS e USA contro la Germania e, dopo la vittoria, essere ugualmente divorata per dessert dall'America. Tra le élite britanniche, aveva avuto la meglio la seconda variante di realizzazione degli eterni e permanenti interessi inglesi. Quanto aspra sia stata la disputa “dei bulldog sotto il tappeto” lo testimonia il “caso Hess”. Il motivo della scelta della seconda variante non era ovviamente l'odio per il nazismo. Il motivo era dato dalla possibilità, per quanto infinitamente piccola, per l'Impero britannico di sopravvivere, o almeno di esser liquidato con perdite minime per la metropoli. Più precisamente, esistevano due micro-chance. Chance di salvezza dell'impero Prima micro-chance: nella guerra, l'URSS si dissangua e consegue una vittoria di Pirro; l'America, impegnata nella guerra col Giappone, è costretta a lasciare l'Europa, proprio come accaduto dopo la vittoria sul Secondo Reich: l'Impero britannico non è ovviamente il trionfatore, ma nemmeno il dessert per gli yankee. Seconda micro-chance: la guerra congiunta contro Hitler, significa lo sbarco degli americani in Europa e questo apre la possibilità per Londra di provocare uno scontro USA-URSS. Con tale scenario, di nuovo, gli yankee avranno altro cui pensare che non al dessert. In sostanza, per Churchill, tutta la Seconda guerra mondiale non è che una lotta disperata per realizzare una di queste due micro-chance, una lotta per "non presiedere alla liquidazione dell'Impero britannico". Una lotta in cui egli passò di sconfitta in sconfitta. La vittoria dell'Esercito Rosso nella battaglia di Kursk e la conferenza di Teheran mostrarono inequivocabilmente che non c'era possibilità alcuna di realizzare la prima micro-chance; che l'URSS, nonostante perdite colossali, sarebbe uscita dalla guerra al picco della propria potenza. La conferenza di Jalta aveva messo una pesante croce anche sulla seconda micro-chance. Stalin e Roosevelt avevano trovato un linguaggio comune a spese degli interessi dell'Impero britannico. In cambio del riconoscimento del controllo americano sull'Europa occidentale e dell'impegno a entrare in guerra contro il Giappone, gli USA riconoscevano l'Europa orientale sfera di influenza dell'URSS. Ciò non eliminava affatto l'acutezza delle contraddizioni tra Mosca e Washington. (...) E, però, l'esistenza dell'impero britannico era chiaramente esclusa dai piani di Stalin e Roosevelt. Sicuramente non si sarebbero combattuti per far piacere a Londra. L'improvvisa scomparsa di Roosevelt aprì per breve tempo uno "spiraglio di opportunità" per Churchill. Molto si è scritto, che Hitler prese la morte del Presidente americano come un miracolo che avrebbe potuto salvare il Terzo Reich. Si può presumere che la reazione di Churchill poco differisse da quella di Hitler. E se Hitler poteva solo sperare nello scoppio di una guerra sovietico-americana, Churchill ebbe l'improvvisa opportunità di provocarla, contando sull'inesperienza di Truman e sull'atteggiamento antisovietico e russofobo dei militari americani, quali il generale Patton. (...) Il suo obiettivo non era una rapida disfatta dell'URSS, ovviamente impossibile, ma una guerra di reciproco sterminio e sfinimento tra USA e URSS (...) Perché, anche dopo la morte di Roosevelt, Churchill non riuscì a sfruttare questa micro-chance di salvare l'Impero britannico? La risposta è ovvia: Stalin non lo consentì. In quasi tutte le decisioni chiave della Stavka negli ultimi mesi di guerra, c'è la comprensione della minaccia di una nuova guerra con gli alleati della coalizione anti-hitleriana. (...) Lo storico Aleksej Isaev ha definito la presa di Berlino come la “bomba atomica sovietica”. Quell'operazione fu una dimostrazione di potenza dell'URSS, così come i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki furono una dimostrazione di potenza USA. Essa mostrò l'assoluta superiorità dell'esercito sovietico, la sua incredibile potenza e arte militare. (...) Quando, alla vigilia del giorno X del piano "Impensabile", il maresciallo Žukov riposizionò improvvisamente le truppe sovietiche in Europa, e in tal modo fece capire agli Alleati che non ci sarebbe stata alcuna sorpresa e che, di conseguenza, solo pochi fortunati sarebbero stati in grado di riattraversare La Manica, la provocazione di Churchill fallì definitivamente. La Terza guerra mondiale nel 1945 non iniziò. Ma non grazie a Churchill. In conclusione, va notato che Churchill ha continuato a lottare per gli eterni e permanenti interessi britannici anche dopo il fallimento dell'operazione “Impensabile”. Il famoso discorso di Fulton, che segnò l'inizio della guerra fredda, è spesso interpretato solo come l'esecuzione di un ordine americano da parte di Churchill. Ma questo è un approccio molto semplicistico. Churchill conduceva il proprio gioco, diretto sia contro l'URSS che contro gli USA. (...) (traduzione a cura di Fabrizio Poggi)
marzo redazione
da nu. 2
L'ALBANIA HA PERSO UN PEZZO DELLA SUA STORIA Il 26 febbraio, all'età di 99 anni, è morta Nexhmije Hoxha. Coraggiosa giovane combat-tente antifascista durante la Seconda Guerra Mondiale, nella prima divisione dell’Esercito di Liberazione Nazionale contribuì alla guerra di liberazione che liberò il Paese dal nazi-fascismo e fu condannata a 13 anni di prigione per la sua partecipazione a manifestazioni della gioventù contro il fascismo, ma nel corso del processo riuscì a passare alla clandesti-nità. Dopo la liberazione del paese fu presidentessa della Lega Comunista delle Donne di Alba-nia, responsabilità passata poi a Vito Kapo con la quale per lungo tempo abbiamo avuto molti scambi di idee sulla condizione femminile, mancata anche lei a soli 3 giorni dalla perdita di Nexhmije. Nel Comitato Centrale del Partito del Lavoro d'Albania Nexhmije è stata responsabile del lavoro per l'organizzazione della gioventù. È stata rappresentante nell'Assemblea Nazionale e fece parte della Segreteria del Comitato Centrale. Infine, ricoprì il ruolo di direttrice del-l'Istituto di Studi Marxisti-Leninisti del PLA. Ricordiamo che, quando l'abbiamo conosciuta nel 1974, trattava con particolare attenzione l'argomento della lotta di classe. Nexhmije sosteneva che: "La lotta di classe anche nel so-cialismo è un fenomeno oggettivo, principale forza motrice, che determina lo sviluppo del-la società". Era cosciente che "La lotta di classe è una lotta per la vita o per la morte fra il socialismo e il capitalismo e come tale essa si svolge oggettivamente aspra per tutto il pe-riodo di transizione al comunismo". Ma, dopo la morte del suo compagno Enver Hoxha nel 1985, con la "salita" del membro dell'Ufficio politico del Pla Ramiz Alia (presidente della Repubblica Popolare Socialista d'Al-bania dal 1982 al 1991 e presidente della Repubblica d'Albania dal 1991 al 1992), la lotta di classe ha preso la strada della degenerazione revisionista che ha portato alla distruzione dell'esperienza socialista in Albania. E Nexhmije Hoxha fu condannata a 9 anni di prigione per presunta appropriazione indebita di fondi dello Stato, una falsa accusa utilizzata da sempre dalla borghesia per screditare i dirigenti comunisti che l'avevano abbattuta. cf
30 marzo 2020 redazione
da nu. 2
8 MARZO AI TEMPI DEL COLERA Oggi, se vorremo ricordare il sacrificio delle operaie della Cottons bruciate vi-ve e la Giornata Internazionale della Donna, dovremo farlo da sole, a casa nostra. Perché il Covid-19, il corona virus, ha fatto una grande vittima: il pen-siero e l’azione collettivi. Dovunque risuona l’appello alla paura: non avvicinatevi, non toccatevi, state-vene lontani gli uni dagli altri. Sospesi, in nome della salute pubblica, persino i diritti costituzionali come la libertà di riunione e di manifestazione. Il tutto senza che nessuno alzi la voce o esprima, perlomeno, un dubbio. Per restare in argomento, una conquista fondamentale del femminismo di classe degli anni ’70 fu proprio questo: il riconoscimento dell’importanza del pensiero, dell’analisi e della lotta collettiva, in prima persona, per i propri di-ritti e contro lo stesso nemico della parte maschile del proletariato, contro il capitale. Parallelamente si sviluppava in quegli anni lo stesso fenomeno nei riguardi della salute in fabbrica: insieme a Giulio Maccaccaro e ad altri medici e tecnici, gli operai della Montedison di Castellanza e della Franco Tosi, della Breda di Sesto San Giovanni, imparavano a fare l’inchiesta sulle loro condizio-ni di lavoro e di salute, imparavano a definire il loro diritto alla salute senza delegarlo ad altri ma ragionando, appunto, collettivamente. Da questo sforzo collettivo nacquero i movimenti e le lotte per i diritti delle donne e per la salute in fabbrica e sul territorio. Ed è questa capacità di pensare e agire collettivamente che oggi viene can-cellata, con la scusa del corona virus. Sì, scusa, e lo dicono i numeri. A ieri 7 marzo 233 morti per il corona virus. Nel 2019 (secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente) l’Italia, primo paese per morti premature da biossido di azoto, ha avuto 14.600 decessi; 3.000 morti da ozono; 58.600 per particolato fine. I morti da amianto sono – ormai da decenni e purtroppo anche per gli anni futuri - più di 4.000 all’anno. La scrittrice statunitense Naomi Klein scrisse alcuni anni fa un libro interes-sante, “Shock Economy”, in cui mostrava come l’uso della paura può essere utilizzato per distruggere persone, organizzazioni e società, per riscrivere nuove regole più favorevoli ai potenti. Ed è ciò che sta accadendo oggi, quando lo Stato prova a riscrivere le regole per un prossimo futuro, militariz-zato e ordinato in base agli interessi del capitale, con il consenso di tutti i partiti e di una parte della popolazione, accuratamente terrorizzata dai mezzi di disinformazione. Bene, allora oggi pensiamo, ad esempio, a tutte quelle lavoratrici (e lavorato-ri, naturalmente) che sono precarie, che lavorano in nero, che non hanno un contratto di lavoro regolare, che non hanno diritto né alla cassa integrazione né alla malattia: chi le pagherà per la sospensione forzata del lavoro? Chi pa-gherà i costi di questa “crisi”? Una cosa è certa: la necessità sempre più pressante di difendere la possibilità di pensare e agire collettivamente, il che significa un’organizzazione politica che sappia dare voce agli interessi degli sfruttati, perché non siamo tutti, neppure riguardo al corona virus, sulla stessa barca. E vogliamo rivolgere un saluto a tutte le donne che nel mondo oggi fanno dell’8 marzo una giornata di lotta e, in particolare, nella vecchia Europa, alle lavoratrici francesi che, con i loro gilet gialli, hanno sfidato e sfidano i decreti di Macron, tolti direttamente dal codice di guerra, e rappresentano così un esempio da seguire.
30 marzo 2020 redazione
da nu. 2
CORONA VIRUS: UNA RIFLESSIONE, UNA DOMANDA E UNA CONSTATAZIONE Il capitalismo è un sistema criminale che fa più vittime fra i proletari di qualsiasi virus, epi-demia, pandemia o calamità naturale Io faccio parte di una generazione di operai e lavoratori che ha sempre lottato per la dife-sa della salute in fabbrica e nel territorio e che è sempre stata favorevole ad applicare il principio di precauzione a tutela della salute collettiva e individuale. Ma come mai sul co-rona virus che ha prodotto (al momento in cui scriviamo) poco più di centomila contagiati al mondo in 65 paesi, 3 mila decessi di cui oltre 2.900 in Cina e in Italia, 2036 contagiati con 52 morti e 149 guariti, si bloccano intere zone, si mobilitano governi e istituzioni e per i morti sul lavoro, per cancerogeni, per l’amianto e per l’inquinamento no? Eppure ogni anno in Italia si ammalano di cancro circa 370.000 persone e ne muoiono quasi 500 al giorno. Ogni giorno in questo paese al lavoro si muore più che in guerra. Ogni anno muoiono 1450 lavoratori morti per infortuni sul lavoro e in itinere, decine di migliaia per malattie professionali, 5 mila quelli per amianto solo in Italia, 15 mila in Europa, più di 100mila i morti d’amianto nel mondo, senza contare tutti morti per il profitto, (ponti che crollano, case che crollano in zone sismiche perché non si rispettano le misure di sicurez-za, inondazioni per mancate manutenzioni ecc) . Come mai di tutto questo non si parla? Forse perché l’epidemia mette in movimento tutta una serie di misure economiche e di controllo sociale, di verifica del panico collettivo e i morti del lavoro, di malattie professio-nali e d’inquinamento no? Eppure dai dati del 2019 si evince che L’Italia è il primo Paese europeo per morti pre-mature da biossido di azoto (NO2) con 14.600 decessi l’anno. Lo rivelano i dati raccolti e analizzati dall’Agenzia europea per l’Ambiente (Aea) nel rapporto annuale sulla qua-lità dell’aria, in base alle rilevazioni delle centraline anti smog, che posizionano l’Italia al primo posto anche per le morti da ozono (O3) – 3mila all’anno – e al secondo posto per quelle da particolato fine (PM2,5), 58.600, dietro alla sola Germania. Così 2 milio-ni d’italiani vivono in aree, soprattutto la Pianura Padana, dove i limiti europei per i tre inquinanti principali sono violati sistematicamente, come riconosciuto anche dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa che nel 2019 commentava: “i risultati sono drammatici e suonano come l’ennesimo campanello d’allarme rendendo ancor più chiara la necessità di velocizzare il percorso intrapreso per il miglioramento della qualità dell’aria“. E continuava: “Abbiamo posto basi solide, a cominciare dalla firma del Protocollo Aria Pulita nel corso del Clean Air Dialogue di Torino, lo scorso giugno. Stiamo avviando accordi con alcune Re-gioni nelle quali il problema della qualità dell’aria è particolarmente grave”. Poi conclude-va: “Nel decreto legge sul clima, abbiamo inoltre inserito misure per incentivare la mo-bilità sostenibile nelle città e nelle aree sottoposte a infrazione europea per la qualità dell’aria, e stanziato fondi per la piantumazione e il reimpianto degli alberi e la creazione di foreste urbane e periurbane nelle città metropolitane”. La mancanza d’informazioni corrette, di messaggi contradditori diffusi anche dalle diverse istituzioni aumentano la paura che uccide forse anche più del virus e questo spinge le per-sone al fai da te, a vivere nel panico (come dimostra l’assalto ai supermercati per accapar-rarsi merci spesso inutili), con gravi conseguenze, oltre che sulla salute dei cittadini e dei lavoratori, su settori importanti dell’economia del paese. Il corona virus, a parte l’aspetto sanitario è stato anche un test del potere per verificare la reazione delle persone davanti a un pericolo, oltre che un modo per sperimentare una nuova forma di terrorismo di stato utile in un prossimo futuro a vietare e impedire ogni manifestazione o protesta. Così fingendo di tutelare la salute pubblica e alimentando la paura s’impedisce con il con-senso della maggioranza della popolazione ogni protesta popolare contro il potere degli sfruttatori. La realtà di ogni giorno dimostra che nel sistema capitalista mentre aumenta la ricchezza nelle mani di una minoranza di borghesi, per i proletari aumenta la miseria, lo sfruttamento, la disuguaglianza, la povertà, i contadini senza terra, gli operai senza lavoro, disoccupazione, morti sul lavoro e di malattie professionali, inquinamento, fame, malattie, guerre, morte. Il capitalismo è un sistema criminale che fa più vittime fra i proletari di qualsiasi virus, epi-demia, pandemia o calamità naturale. Solo distruggendo il sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, con il potere operaio e il socialismo e possibile produrre per soddisfa-re i bisogni degli esseri umani, considerando lo sfruttamento degli esseri umani un crimine contro l’umanità.
30 marzo 2020 redazione
da nu. 2
ANTISIONISMO E ANTISEMITISMO: LA DIFFERENZA C'è Un intreccio tra industria militare, assicurazioni, case farmaceutiche e il management composto per il 100% da ex ufficiali. E il connubio sul piano mi-litare ed economico tra Italia e Israele In questi giorni (virus permettendo) si apre a Milano il processo contro mili-tanti solidali con la Palestina per incitamento all’odio razziale solo perché nella manifestazione del 25 Aprile 2018 hanno contestato la presenza delle bandie-re israeliane. Digos e Tribunale di Milano si sono dati un gran da fare per attuare un atto repressivo con l’obiettivo di equiparare l’antisionismo all’antisemitismo. È un argomento all’ordine dl giorno perché c’è un iter parlamentare sull'adesione del governo italiano alla definizione dell’International Holocaust Remembran-ce Alliance (IHRA) e sul disegno di legge antiBDS (Boicottaggio, disinvesti-mento e sanzioni). Si tratta, appunto, di paragonare antisionismo e antisemitismo per evitare qualsiasi tipo di critica nei confronti del governo israeliano. È assolutamente chiaro che l’antisemitismo è una forma di razzismo nei confronti degli ebrei di qualsiasi nazionalità che è tipico delle forze di destra. Non può essere della sinistra solidale con la resistenza palestinese anche perché i palestinesi sono semiti, quindi parla di antisionismo e anticolonialismo. Tra i promotori di questo progetto mistificatorio che parte da lontano trovia-mo Napolitano e il PD, partito promotore di disegni di legge e leggi chiara-mente filosioniste, che si rafforza con Salvini e la sua destra. PD e Lega uniti per trasformare il dissenso politico in odio razziale. Anche questo governo è molto amico di Israele e l'Italia è anche la meta pre-ferita dagli israeliani ciononostante il governo sionista si è affrettato per pri-mo a chiudere l'accesso agli italiani, causa il Covid 19. Amici perché il mercato israeliano è di grande interesse per l'Italia e quello i-taliano è considerato strategico per le imprese israeliane che cercano nuovi sbocchi sul mercato UE. Ad esempio la società Roboteam di Tel Aviv produttrice dei più avanzati si-stemi militari automatizzati che vanta fatturati multimilionari e commesse con le forze armate e di sicurezza di una ventina di paesi (Stati Uniti, Israele, Au-stralia, Canada, Polonia, Thailandia, Singapore, Gran Bretagna, Svizzera, ecc.) è fornitrice di quaranta sistemi TIGR (Transportable Interoperatble Ground Robot) per i reparti speciali anti-terrorismo del Comando generale dei carabineri compresi servizi di manutenzione e formazione-addestramento del personale predisposto all’uso. Si tratta di "soldati robot" e macchine da guer-ra interamente automatizzate del valore di circa 10 milioni di dollari. Fondatore e azionista di Roboteam è Elad Levy, già comandante delle forze speciali dell’Aeronautica militare d’Israele presso l’istituto di tecnologia “Te-chnion”di Haifa, il centro di ricerca più rinomato del complesso militare-industriale-accademico israeliano. Presidente del consiglio d’amministrazione di Roboteam è da qualche tempo Heidi Shyu, già vicesegretaria per le acqui-sizioni, la logistica e la tecnologia dell’Esercito USA durante l’amministrazione Obama. Direttori esecutivi sono invece gli ex generali Charles T. Cleveland (in forza all’U.S. Army Special Operations Command dal 2012 al 2015) e Kenneth J. Glueck (già comandante del Corpo dei Marines). Responsabile amministra-tivo della filiale nordamericana è invece Sharar Abuhazira, già comandante dell’esercito israeliano durante le operazioni di guerra a Gaza nell’estate 2014. Un importante investitore di Roboteam è la rappresentante nel consiglio d’amministrazione da Itamar Borowitz, una delle figure più autorevoli del si-stema produttivo e accademico israeliano. Direttore esecutivo dell’azienda farmaceutica Mapi-Pharm Ltd., Borowitz ha guidato per più di venticinque anni la Phoenix Assurance Company Ltd., il maggiore gruppo assicurativo d’Israele. È inoltre membro del Consiglio esecutivo della Hebrew University di Gerusalemme e general partner di Crossroad Venture Capital, braccio opera-tivo per gli investimenti nel settore high-tech del Gruppo Generali in Israele (finanzia le principali compagnie medico-sanitarie, farmaceutiche, delle tele-comunicazioni e dei sistemi informatici, delle energie rinnovabili, delle biotec-nologie ecc.). E la Generali Financial Holding è un fondo d’investimenti gestito da Generali Investments S.p.A., le cui quote sono interamente possedute dal noto omonimo gruppo finanziario e assicurativo di Trieste. Anche i missili sono comprati dal governo italiano da Israele: 126 lanciatori controcarro e 800 missili “Spike” prodotti dalla Rafael Advanced Defense Systems Ltd, società leader del complesso militare-industriale israeliano e probabilmente acquisterà anche il missile aria-superficie controcarro “Spike” in configurazione II LR di “quinta generazione” per armare il nuovo elicottero d’attacco AH-249 prodotto dalla holding Leonardo (ex Finmeccanica). Il 1° Reggimento “San Marco” è già dotato di sei sistemi di lancio e 120 Spike LR, missili testati la prima volta dal reparto d’elite della Marina militare nel poli-gono sardo di Capo Teulada. Spese economiche esorbitanti che vengono sot-tratte alla prevenzione e alla sanità e le cui conseguenze si vedono in questi giorni di emergenza. È molto interessante l'intreccio che emerge tra industria militare, assicurazio-ni, case farmaceutiche e il management composto per il 100% da ex ufficiali. E il connubio sul piano militare ed economico tra Italia e Israele, governi e militari. Buoni motivi per accusare coloro che respingono il razzismo, lo sfruttamento e l'oppressione degli israeliani nei confronti dei palestinesi in antise
novembre 2019 redazione
rappresentanza politica
Peggioramento delle condizioni di vita, di lavoro e rappresentanza politica Fino a quando la classe oppressa non sarà cosciente della inconciliabilità fra i suoi interessi e quelli del capitale, riconoscendosi nei partiti borghesi, accettando l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile, vinceranno sempre forze non favorevoli agli interessi della classe lavoratrice Michele Michelino Oggi nell’UE ci sono 16,6 milioni di disoccupati; la sottoccupazione continua ad espandersi raggiungendo il 21% del totale, cioè 43 milioni di persone; quelli che vivono sulla soglia di povertà o sotto sono più di 110 milioni e ogni anno circa 160mila cittadini europei muoiono per malattie collegate al proprio lavoro. In Italia negli ultimi dieci anni sono morti per infortuni sul lavoro sono più di 17 mila e ogni anno sono 1.400 i morti sul lavoro mentre decine di migliaia quelli per malattie professionali (solo per amianto oltre 6.000 all’anno). È in questo contesto che si sono svolte le recenti elezioni regionali anticipate in Umbria, in seguito ad uno scandalo giudiziario, “sanitopoli”, con accuse a PD e Giunta di scambi di favori e raccomandazioni nella sanità denunciato dai 5 Stelle. Nella tornata elettorale si sono fronteggiati i due schieramenti della destra e sinistra borghese. Singolare sono state le alleanze: i 5 Stelle che erano all’opposizione e che avevano denunciato la precedente giunta a guida Pd di essere ladra, si sono alleati proprio con quelli che avevano denunciato come disonesti in una competizione elettorale che si è conclusa con la vittoria delle destre e una sconfitta dei partiti di governo (PD-5Stelle- LEU). Il nuovo partito di Renzi, Italia Viva e Rifondazione Comunista non si sono presentati in queste elezioni, anche se molti militanti e dirigenti locali umbri dei due partiti hanno votato per la coalizione di governo riconoscendosi in un “fronte antifascista” per arginare il pericolo delle destre. Questa consultazione elettorale è avvenuta in una Regione - l’Umbria - con una popolazione residente di circa 900mila persone dove le condizioni materiali per il proletariato e la piccola borghesia sono andate peggiorando sempre più. Nel 2007, prima della crisi, i disoccupati erano complessivamente 18.000 (14.000 a Perugia, 4.000 nel ternano, nel 2018, questo dato è raddoppiato, 36.000 disoccupati (27.000 nella provincia di Perugia, 9.000 nella provincia di Terni). Oltre alla disoccupazione, per effetto degli interventi dei vari governi, c’è stato un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, contratti sempre più precari e un aumento dei contratti a termine. I settori pubblici sono stati lottizzati (dalla sanità all’università), i servizi pubblici sono stati progressivamente esternalizzati con il conseguente abbassamento delle tutele lavorative dei suoi operatori e la creazione di sacche clientelari sempre maggiori e il “sistema cooperativo” è diventato uno dei principali attori di sfruttamento del lavoro. I partiti dell’alleanza di centrodestra - Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia - hanno sfruttato abilmente il malcontento dovuto agli scandali della precedente giunta di centrosinistra, le difficoltà economiche, le politiche contro i lavoratori dei precedenti governi che, insieme alla paura dell’invasione degli immigrati che “rubano il lavoro”, fanno presa dove è più vivo il malcontento per l'inettitudine, le ruberie e gli scandali. Questa competizione elettorale rispetto al passato si è caratterizzata per un aumento dei votanti, il 64%, quasi nove punti di differenza rispetto al 2015 quando fu di 55,46%. Un altro dato rilevante è che in queste elezioni erano presenti anche tre liste di partiti comunisti o anticapitalisti: il Partito Comunista (Rizzo) 4.108 voti pari all'1,0%, il Partito Comunista Italiano 2.098 voti pari al 0,5% e Potere al Popolo 1.345 voti pari al 0,3%. Questo fatto ha dato lustro al sistema dimostrando quanto sia democratico il sistema borghese che, quando non è in pericolo il suo potere, permette anche ai comunisti di competere elettoralmente. I risultati ottenuti portano ad alcune brevi considerazioni e riflessioni fra compagni comunisti. Per dei rivoluzionari, la partecipazione alle elezioni borghesi è una questione tattica ed è legata alle fasi della lotta di classe. Oggi la classe operaia, il proletariato sono senza una organizzazione politica della classe. In Italia assistiamo a un proliferare di piccole organizzazioni e partiti sedicenti comunisti che non sono riconosciuti dai proletari e la loro partecipazione alle elezioni suscita molte perplessità, quando non è negativa. Le elezioni sono un termometro che registra gli orientamenti delle varie classi sociali e gli insignificanti risultati elettorali raggiunti dalle forze comuniste o anticapitaliste deprimono ulteriormente i militanti (a parte chi si illude di aver aumentato lo zero virgola). Eppure un comunista dovrebbe sapere bene che nel capitalismo, in una società divisa in classi, sono i padroni, i capitalisti, cioè la classe che possiede i mezzi di produzione, che dominano ed esercitano direttamente per mezzo del suffragio universale ad avere il potere. Senza un serio e continuo lavoro fra il proletariato, fra le masse proletarie, senza una organizzazione consolidata, presentarsi alle elezioni borghesi è addirittura controproducente. Questa volta in Umbria il peggioramento della condizione economica delle masse proletarie e degli strati più poveri della popolazione ha portato al voto più elettori del passato premiando il centrodestra, rimanendo tuttavia una percentuale di circa il 36% pari a 253.000 astenuti su 703.000 aventi diritto al voto. Anche se una parte del proletariato ha disertato consapevolmente le elezioni, fino a quando la classe oppressa non sarà cosciente della inconciliabilità fra i suoi interessi e quelli del capitale, continuerà a riconoscersi nei partiti borghesi, a riconoscere l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile e, dal punto di vista politico gli attuali partiti rappresentanti delle varie frazioni della borghesia imperialista potranno vincere e avvicendarsi al potere contro gli interessi della classe lavoratrice. Senza un suo partito la classe operaia e proletaria continuerà ad eleggere i rappresentanti dei capitalisti e non i propri. Senza cadere nel cretinismo parlamentare o nell’astensionismo di principio, dobbiamo sempre ricordarci che le elezioni sono lo specchio, il termometro che dimostra il grado di coscienza raggiunto, la maturità o meno della classe operaia e proletaria. Quindi in queste condizioni ha senso presentarsi alle elezioni? E ancora ha senso presentarsi divisi e in competizione con altre organizzazioni che si definiscono comuniste? Potrebbe avere senso solo l'utilizzo delle tribune elettorali per denunciare che nel sistema capitalista/imperialista i governi sono semplici comitati d’affari del capitale, che sono le multinazionali, le lobbies finanziarie e industriali, le banche che finanziano le campagne elettorali. Avrebbe senso solo per denunciare il fatto che le varie frazioni del capitale finanziano i loro uomini in tutti gli schieramenti borghesi (di destra, centro o sinistra) per farli eleggere a difesa dei propri interessi e che in tutto il mondo i parlamenti sono al servizio dei capitalisti per legittimare il profitto, le guerre, lo sfruttamento. Il parlamento come le Regioni fanno parte della sovrastruttura politica del capitalismo. Sono i parlamentari, i consiglieri regionali e i politici istituzionali che si sottomettono agli interessi del capitale, e non i capitalisti che si adattano ai loro voleri. Solo degli ingenui possono credere di poter “influenzare” con il loro voto la politica di un paese capitalista. La democrazia rappresentativa borghese permette di votare ogni 5 anni, di scegliere quale partito o coalizione governerà nell’interesse del capitale, ma l’elettore non può più, dopo aver votato, far dimettere la persona (o il partito) che ha votato se questa tradisce le sue aspettative o tradisce i suoi interessi. Dopo il voto non può più revocare chi ha eletto anche se questo fa il contrario di quanto promesso in campagna elettorale, cosa che succede e si ripete ad ogni tornata elettorale. Oggi in Italia esistono decine di partiti "comunisti" con scarsa o nessuna presenza nella classe, spesso senza neanche un operaio fra i loro militanti, partiti o organizzazioni in competizione, avversari nelle elezioni, che si combattono per rubarsi i pochi militanti o elettori. Accecati dalla autoreferenzialità sono concorrenti per aumentare un insignificante zero virgola mentre dimenticano gli interessi generali del proletariato. E ancora, e questo è più grave, questi partiti diffondono l'illusione che con loro al governo o nelle istituzioni borghesi la realtà della classe proletaria possa cambiare in meglio (come se la storia recente di Rifondazione Comunista e PdCI non fosse esistita). Un partito operaio rivoluzionario che non scriva apertamente nel suo programma che “Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di tutti gli altri proletari: formazione del proletariato in classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato” è un partito che fa da mosca cocchiera per la borghesia imperialista. Il marxismo si è caratterizzato nella storia come la teoria della liberazione della classe operaia dallo sfruttamento capitalista e con l’instaurazione del socialismo e il potere operaio e contadino in Russia e in Unione Sovietica, con la Rivoluzione d'ottobre, la teoria è diventata realtà. La classe operaia al potere ha iniziato un processo di liberazione dallo sfruttamento per tutta l’umanità sostenendo i popoli oppressi nelle lotte di liberazione. dall’imperialismo. Come insegnano Marx-Engels nel Manifesto del partito comunista: “I comunisti non sono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai. I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato. I comunisti non pongono princìpi speciali sui quali vogliano modellare il movimento proletario. ... I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla nazionalità, dell'intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari; e dall'altra per il fatto che sostengono costantemente l'interesse del movimento complessivo, attraverso i vari stadi di sviluppo percorsi dalla lotta fra proletariato e borghesia. Il nostro obiettivo, come comunisti, è quello di portare avanti con coerenza la battaglia per la conquista del potere politico da parte del proletariato attraverso l'abbattimento del capitalismo, dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, con l'instaurazione di uno Stato proletario, per il socialismo fino al comunismo.
novembre 2019 redazione
America Latina
Cile, Ecuador, Haiti, Bolivia … fine di quale ciclo? Non sappiamo come proseguiranno le lotte. Riusciranno a esprimere una avanguardia che consolidi la spontaneità e dia continuità a queste battaglie per un mondo diverso, che noi chiamiamo ancora socialismo? Daniela Trollio (*) Nel 1992 il politologo Francis Fukuyama scriveva il saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”, basato su una sua lezione tenuta presso la facoltà di Filoso-fia politica dell’Università di Chicago. La sua tesi: la storia come lotta delle i-deologie era finita, con un mondo ormai basato sulla “democrazia liberale“ che si era imposta dopo la fine della Guerra Fredda. In altri termini, un mon-do basato sulla “pax americana”. Il concetto fu ripreso da molti analisti dopo le sconfitte dei governi progressi-sti dell’America Latina, dall’Argentina all’Ecuador al Brasile (tra il 2014 e il 2018), che davano ormai per morto il “ciclo progressista”, sepolto dal “neoli-berismo” che l’economista Joseph Stiglitz chiamava “fondamentalismo del mercato” e, molto più chiaramente, il professore di Economia statunitense David M. Kotz definiva “la dominazione completa del lavoro da parte del capi-tale”. Così questi analisti, politologi, “esperti” del nulla saranno certo rimasti molto delusi da questo ottobre 2019, che non è certo l’Ottobre bolscevico di 102 anni fa, ma che ricorda ai potenti del mondo che la lotta di classe non è affat-to finita, che i popoli del Sud del mondo con il proletariato in prima fila (e an-che quelli della dormiente Europa come i gilet gialli francesi) ci dimostrano ancora una volta che è possibile ribellarsi e anche vincere. Dalla piccola e martoriata Haiti all’Ecuador, al Cile, all’Argentina, alla Bolivia, all’Uruguay e persino al Brasile, questi ultimi mesi hanno visto masse di gio-vani, di lavoratori, di donne ribellarsi contro l’imperialismo, contro i suoi stru-menti come quell’organizzazione criminale chiamata Fondo Monetario Inter-nazionale e contro i suoi rappresentanti locali, i governi che ne hanno appli-cato spietatamente le politiche. Con strumenti diversi: le piazze e le elezioni. Certo gli esiti non sono scontati, perché si tratta di processi tuttora in corso mentre scriviamo, ma i segnali sono forti. Una vetrina rotta: il Cile Nel laboratorio per eccellenza del neoliberismo dei Chicago Boys, il paese che per trent’anni è stato venduto come “vetrina” dello sviluppo capitalista, sco-priamo che, come scrivevano sui cartelli nelle manifestazioni di questi giorni, “Non sono 30 pesos – l’aumento delle tariffe dei trasporti, la scintilla che ha incendiato la prateria, che il Senato ha già abrogato nel tentativo di calma-re la protesta – sono 30 anni”. Ecco qualche numero: un lavoratore cileno su 4 guadagna 301 mila pesos, che equivalgono a 400 dollari al mese e lavora in media più delle 45 ore set-timanali legali. La prestigiosa e autonoma Fundaciòn Sol rileva che il 70% della popolazione guadagna meno di 550 mila pesos. L’80% delle famiglie ci-lene sono super indebitate. Si indebitano per la vita per studiare, per curarsi, per procurarsi una pensione miserabile, perché tutti i servizi - sanità compre-sa - sono stati privatizzati. L’arcivescovo di Conceptiòn radiografa così la si-tuazione del paese: “In Cile circa 650.000 giovani (il 5,7% sul 13,1% totale di quell’età, su una popolazione totale di 18.700.000 persone, n.d.a.) , tra i 18 e i 29 anni, non studiano né lavorano; ci sono alti tassi di infermità menta-le e di suicidi tra loro; migliaia di anziani sono soli e abbandonati e nessuno si preoccupa di loro… La violenza e la solitudine in Cile sono una pandemia”. Il prezzo dei trasporti incide per circa il 15% sul salario. Le AFP (Amministra-trici dei Fondi Pensione, società private) sono un altro furto legalizzato impo-sto dallo Stato, cui per legge i lavoratori debbono destinare il 10% del salario. Il denaro raccolto è il doppio di quanto viene poi restituito alla voce “pensio-ni” e rappresenta l’80% del PIL del Cile. Il meccanismo nacque all’epoca della dittatura di Pinochet e venne riconfermato da tutti i governi “democratici” che si sono susseguiti. I lavoratori e i proletari cileni, che fino al giorno prima venivano descritti co-me “soddisfatti consumatori”, si sono svegliati e si sono accorti che il loro pa-ese non è per niente una bella “vetrina”. Così è molto più chiaro perché un “semplice” aumento del biglietto del metro ha fatto scoppiare la rivolta, dap-prima tra i giovani studenti e poi tra la maggioranza della popolazione: 1 mi-lione di persone nelle strade il giorno dello sciopero generale, la più grande manifestazione di protesta degli ultimi 30 anni. Senza parlare del saccheggio dei beni del paese da parte delle multinazionali, iniziato durante la dittatura e continuato allegramente dai governi susseguiti-si. Il popolo cileno è stato spogliato di tutto: mari, boschi, miniere, risorse na-turali e, come dicevamo prima, salute, educazione, acqua, gas ecc. E il 18 ot-tobre, infatti, a Santiago viene assaltato e bruciato l’edificio dell’ENEL (oh, sorpresa, i capitalisti italiani sono anche là) che controlla la distribuzione dell’elettricità e anche quello di Santa Rosa. Che la dittatura di Pinochet non sia solo un ricordo ma una realtà ancora at-tuale lo dicono anche altri numeri: in circa 15 giorni di ribellione, 20 morti, migliaia di feriti e più di mille arrestati, altri “desaparecidos”, denunce di tor-ture e abusi sui prigionieri; esercito e polizia nelle strade, carri armati, canno-ni ad acqua e gas urticanti ecc. ecc. Questo hanno affrontato le migliaia di manifestanti che non erano ancora nati quando fu scritta la Costituzione pi-nochetista, mai abrogata né dai governi di “centro sinistra” della Concertaciòn né da quelli della destra. Curioso che l'ex presidentessa Michelle Bachelet, co-sì attenta a criticare le presunte “violazioni dei diritti umani” in Venezuela, sia riuscita a dire solo – di quello che succede nel suo paese - che è “addolora-ta”. Lasciamo per ora il Cile, dove la ribellione non si ferma, per fare qualche con-siderazione su altri paesi. Ecuador in fiamme Applicando le ricette del Fondo Monetario Internazionale, il presidente Lenìn Moreno patteggia un prestito milionario tra le cui condizioni c’è l’annullamento dei sussidi ai prezzi del carburante (circa 1.300 milioni di dol-lari l’anno). Immediata la rivolta: il 3 ottobre cominciano i trasportatori, e poi gli studenti, i docenti, i contadini, i lavoratori. Le loro organizzazioni, la CO-NAIE (Coordinamento delle Nazionalità Indigene), il Fronte Unitario dei Lavo-ratori, i sindacati della scuola portano in piazza migliaia e migliaia di persone che si riversano nelle strade e accerchiano Carondelet, il palazzo sede del go-verno e l’edificio dell’Assemblea Nazionale. E occupano anche la sede del FMI a Quito, dove sanno che risiede il “governo reale” che manovra la marionetta Morena. A loro si uniscono, per la prima volta, anche le comunità indigene dell’Amazzonia, minacciate nella loro stessa sopravvivenza dalle multinazionali petrolifere. Tutto il paese è mobilitato, con circa 300 interruzioni delle strade principali dell’Ecuador; vengono sequestrati circa 500 poliziotti nel nord del paese, il presidente è costretto a spostare il governo a Guayaquil dopo aver decretato il coprifuoco. Dopo 11 giorni di proteste con 7 morti, più di 1.400 feriti, 1.200 arresti e un centinaio di desaparecidos, il governo accetta di abrogare il de-creto 883 sui combustibili. Ma il “pacchetto” del FMI prevede altre misure, di cui non si parla. Una “vittoria” parziale che, se mostra la forza di un movi-mento popolare, mostra anche la debolezza delle sue organizzazioni. La tatti-ca del governo per sgonfiare la protesta popolare è stata riconoscere come interlocutore legittimo solo la CONAIE, scaricando la responsabilità delle “vio-lenze” sui dirigenti della Rivoluciòn Ciudadana, l’organizzazione che raggrup-pa i seguaci dell’ex presidente Rafael Correa. La partita non è comunque chiusa, perché le altre misure del FMI – che com-prendono la deregulation e precarizzazione dei diritti dei lavoratori, il rialzo dell’età pensionistica, tagli all’educazione ecc. - restano, a quanto pare, in vi-gore. Così come restano gli scandalosi regali alle banche e alle grandi impre-se, con il condono di circa 4.290 milioni di dollari di tasse, e per i lavoratori l’obiettivo di “ridurre la massa salariale, per cui i contratti occasionali verran-no rinnovati con un abbassamento del 20% e le loro ferie passeranno da 30 a 15 giorni”. Non siamo veggenti, non sappiamo come proseguirà la lotta; quel-lo che si può certamente dire è che il protagonismo delle masse popolari e-cuadoriane dovrà, prima o poi, fare i conti con coloro che le rappresentano oggi. Haiti, basta con la corruzione Anche la piccola isola caraibica vede da cinque settimane scioperi, blocchi delle principali vie di comunicazione, mobilitazioni di piazza che hanno para-lizzato tutte le attività economiche. La ragione è la richiesta che il presidente Moise e tutto il suo governo se ne vadano perché accusati di essersi appro-priati dei fondi – 100 milioni di dollari nel 2010, altri 4 milioni nel 2018 oltre al condono del debito per la fornitura del petrolio con Petrocaribe di 395 milioni di dollari – donati dal Venezuela come aiuti umanitari tra il 2010 e il 2018 (come si ricorderà, nel 2010 l’isola fu scossa da un terremoto che fece 230.000 morti; nel 2018 ce ne fu un altro di minore potenza). Può sembrare strano, un popolo che si ribella nelle strade alla corruzione, ma non solo. Il 28 ottobre migliaia di lavoratori del settore tessile, maestri e studenti hanno nuovamente manifestato, in una giornata di strade vuote, vie bloccate da barricate e negozi chiusi. Oltre alla rinuncia del presidente, i lavoratori chie-devano un aumento del salario minimo, definito “miserabile”. Insegnanti, studenti e genitori, in un’altra parte della città chiedevano la riapertura delle scuole, chiuse dal governo dal 16 settembre, giorno in cui sono cominciate le proteste. Haiti non solo è il paese più povero dell’America Latina ma è uno dei più po-veri del mondo, l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Tutto ciò che produce reddito - il turismo, la coltivazione del caffè e dello zucchero e qualche piccola industria - è in mano a multinazionali statunitensi. All’isola, inoltre, non è mai stato perdonato di essere stato il primo paese del mondo a liberarsi dalla schiavitù, boicottando sistematicamente ogni suo tentativo di svilupparsi. Ecco allora che la corruzione passa dall’essere una questione “morale” ad essere una questione di sopravvivenza per la maggioranza della popolazione. Elezioni... che dolore! Se la mobilitazione di piazza è stata il tratto distintivo dei 3 paesi di cui sopra, il rifiuto del modello neoliberista è stato espresso in questo mese anche a li-vello delle urne in altri come la Bolivia, l’Argentina e la Colombia. Ora, quando si parla di elezioni, siamo sempre tentati di storcere il naso dalla nostra prospettiva: nei paesi a capitalismo “avanzato” sono ormai diventate un rito vuoto in cui ci si chiede di scegliere chi meglio servirà gli interessi dei nostri capitalisti. Ma non è così in altre parti del mondo, soprattutto nei paesi oggetto della rapina più spietata da parte dell’imperialismo e delle grandi multinazionali – dove, tra l’altro, il suffragio “universale” non è mai stato uni-versale, dove le classi sfruttate non avevano accesso neppure a questo stru-mento e dove eleggere non significa semplicemente scrivere una X ma scon-trarsi fisicamente nelle piazze - e bisognerebbe ragionarci non in termini as-soluti. Sono uno strumento, servono o no, in un determinato paese e in un determinato tempo, a far progredire la coscienza, l’organizzazione degli sfrut-tati, l’accumulazione di forze? L’esempio perfetto è sicuramente il Venezuela, ma parliamo invece della Bo-livia. Evo Morales vince le elezioni presidenziali (la sua quarta vittoria) con il 47,08% dei voti contro il candidato delle destre che totalizza il 36,51%. Come di consueto l’opposizione parla di brogli, immediatamente sostenuta dall’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e dall’Unione Europea e chiama ad uno “sciopero” generale che si riduce a scontri violenti di piazza in varie città, una replica delle “guarimbas” venezuelane. Gli rispondono decine di migliaia di minatori, di lavoratori, di contadini, di donne e di giovani che scendono in piazza a La Paz e in altre città il 28 ottobre per sostenere il loro presidente. Per sostenere soprattutto il suo progetto, che va contro la logica egemonica dell’offensiva capitalista e che, come dice il segretario della COB (la Confede-razione Operaia Boliviana), “è costato sangue per recuperare la vera demo-crazia”. In Argentina, vince le elezioni Alberto Fernàndez, del Frente de Todos. Mau-ricio Macri se ne deve andare, dopo aver riportato il paese ai tempi del “Que se vayan todos” seguendo le ricette del FMI, tanto che un mese fa il Con-gresso doveva riconoscere che in Argentina c’è la fame (con un decreto che prevedeva un aumento del 50% delle sovvenzioni destinate alle mense popo-lari data la previsione della “emergenza alimentare” fino al 2022), e dove le statistiche ufficiali fissano la cifra della povertà al 32% della popolazione. In Colombia, il narco-Stato paramilitare di Uribe e del suo delfino Ivan Du-que dove chi si oppone al regime viene semplicemente, tutti i giorni, elimina-to fisicamente, le elezioni regionali vedono – oltre a scontri violenti in tutto il paese - la sconfitta pesante del governo (che perde 24 dei 32 dipartimenti) , soprattutto a Bogotà, Cali e Medellin, feudo tradizionale dell’uribismo. Vinco-no anche due candidati ex combattenti delle FARC, Marino Grueso e Guiller-mo Torres (alias Juliàn Conrado, il cantante della guerriglia). La campagna elettorale, con la più alta partecipazione che si ricordi, ha un saldo di ben 7 candidati uccisi da narcotrafficanti e paramilitari. Un piccolo dettaglio umori-stico: mentre Duque e Uribe diventavano lo strumento centrale degli attacchi imperialistici al Venezuela bolivariano, non si sono accorti che il terreno co-minciava a franare loro sotto i piedi, nel loro stesso paese. Anche in Uruguay ha vinto nuovamente il centrosinistra con il Frente Amplio. Dal punto di vista dei rapporti di forze, quindi, un risultato elettorale non è uguale all’altro. Qualche lezione La rivolta dei popoli contro il modello neoliberista (la versione più brutale del capitalismo globale, ormai senza maschere) è una ribellione contro un modello sociale che impoverisce, nega una vita decente e persino un futuro a miliardi di persone, porta verso la distruzione stessa del pianeta. L’insieme delle proteste sociali che hanno visto sfruttati e oppressi, soprattutto quelli giovani privati anche del futuro, mobilitati nelle strade nonostante una repressione pesante e brutale, costituisce certamente un episodio di accumulazione di forze che si è espresso in pochi giorni. Il neoliberismo, o meglio l’imperialismo, ha subito una serie di gravi disfatte, il suo progetto è ormai in rovina e la rabbia degli sfruttati non è più diretta solo contro i governi che sono il suo strumento, ma verso quegli strumenti come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che hanno strangolato senza pietà un continente. In modi diversi – le mobilitazioni e le elezioni – le masse di sfruttati e oppressi hanno una volta di più sperimentato la loro forza. Hanno mostrato la stanchezza dei popoli verso le politiche egemoniche dell’imperialismo, verso l’offensiva mondiale del capitale contro il lavoro, la natura e la società. Cuba e Venezuela non sono più sole. Non siamo maghi, non sappiamo come proseguiranno le lotte, se esse riusciranno a esprimere una avanguardia che consolidi la spontaneità e dia continuità a queste battaglie per un mondo diverso, che noi chiamiamo ancora socialismo. Ma sicuramente questo ottobre 2019 dice che la storia non è finita, che il ciclo non è finito, che la lotta di classe è tornata alla grande.
novembre 2019 redazione
Piazza Fontana cinquant’anni dopo
Una ferita che rimane aperta Perchè dobbiamo ancora indignarci per questa cinica montatura del potere in funzione antipopolare Luciano Orio Qualcuno disse che quel giorno perdemmo l'innocenza e scoprimmo la cattiveria, il complotto, la faccia assassina della politica. Non so se questo possa essere vero. È probabile che quell'innocenza non sia mai esistita: per noi italiani quel 12 dicembre del '69 arrivava dopo una lunga convivenza con alluvioni e frane, mafia e potere religioso, scioperi e scontri di piazza. In quell'epoca di boom economico, prodotto dallo spostamento di milioni di lavoratori dal sud al nord e all'estero, la nostra fragile democrazia borghese era ancora impregnata, appena un quarto di secolo dopo la caduta del fascismo, di funzionari e portavoce del fascismo. Una folta schiera di servi del regime, pronti a cambiar bandiera quando cambia il vento o scappare come topi dalla barca che affonda, sottobosco ideale per trame che attraversavano magistratura e polizia, i servizi segreti e le basi Nato, per organizzare la violenza dello Stato al fine di tenere in piedi il regime, garantire il funzionamento delle istituzioni repressive, magistratura e polizia, proteggere le illegalità e l'uso di parte dei mezzi di informazione. Ma non era un paese cupo, il nostro. Dall'altra parte esisteva ed era ben vivo un forte e articolato movimento di classe, operaio e proletario, che garantiva la difesa e il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita sul versante sindacale, mentre su quello politico garantiva l'espressione politica delle proprie avanguardie, sfidando l'egemonia della classe borghese. Nel mezzo dell'autunno caldo, nel pieno della lotta di classe, quel giorno, contemporaneamente, scoppiarono bombe a Roma e a Milano. Quest'ultima, in una borsa collegata ad un timer, sotto il tavolo centrale della Banca dell'Agricoltura, uccise diciassette persone e ne ferì seriamente ottantacinque. Fu l'inizio. Dopo piazza Fontana, il 22 luglio 1970, l'attentato al treno del Sole a Gioia Tauro (6 morti); il 17 maggio 1973, davanti alla questura di Milano, un ordigno causò 4 morti e 45 feriti; il 28 maggio 1974, una bomba in piazza della Loggia a Brescia provoca 8 morti e 103 feriti; il 4 agosto 1974, l'attentato al treno Italicus (13 morti e 48 feriti); fino all'orrore della bomba di Bologna, il 2 agosto 1980 che fece 85 morti e 200 feriti. Undici stragi che durarono 15 anni, dal 1969 al 1984, intervallate da tentativi di golpe o complotti militari. Una strategia della tensione, di marca fascista, intessuta da ipocrisie, violenze e menzogne che non ebbero una fine. Per nessuna di queste stragi è stato trovato un colpevole. La sentenza della Corte di Cassazione del 3 maggio 2005 condannò i familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana a pagare le spese processuali, mentre lasciò impuniti o sconosciuti esecutori e mandanti. Per capirne le origini è necessario risalire a quegli anni di forte ripresa della lotta di classe. Succede che, come per gli studenti un anno prima, anche gli operai decidono, bruscamente, di mettere in discussione la loro condizione. Le contestazioni davanti ai cancelli delle fabbriche, le rivendicazioni che da sindacali si trasformano in politiche, le dimostrazioni e i cortei che quotidianamente paralizzano tante parti del paese, registrano una spinta ed una partecipazione via via crescenti, attraverso volantinaggi e sit-in, serrate e scioperi che costringono allo schieramento della polizia armata davanti ai cancelli, alle provocazioni dei fascisti e della stessa polizia nelle manifestazioni, alla pioggia di denunce ed arresti da parte della magistratura. Solo un mese prima, in novembre, con lo sciopero dei metalmeccanici, arriva la prima ondata di denunce (quattordicimila in tutta Italia), mentre a spinte di centomila per volta cortei e manifestazioni richiedono il rilascio di operai e compagni arrestati. La classe operaia, con ogni evidenza, si dimostra vincente. Risultò quindi evidente che quelle bombe non furono una combinazione, come non fu una combinazione il depistaggio, che cercò da subito i responsabili tra gli anarchici e tralasciò la pista nera, dei fascisti, già autori – guarda caso - in tutto il '69 di molti attentati. Gli anarchici funzionarono da capro espiatorio. Preso Valpreda e "suicidato" Pinelli, lo Stato avrebbe così voluto mettere la parola fine a quella stagione di lotta, impartendo una dura lezione al movimento di classe: la giustizia non è uguale per tutti. Ma così non sarà. Subito dopo Piazza Fontana, infatti, la campagna stampa avviata dalla sinistra extraparlamentare contro la "strage di Stato" smonta la tesi accusatoria contro gli anarchici e costruisce una mobilitazione politica per allargare gli spazi di verità e giustizia nel nostro paese. Anche chi era assuefatto alla menzogna scopre il volto autentico del potere. Un episodio di questo periodo è esemplare del modo con cui i poteri pubblici scelgono gli interessi da tutelare, associandosi alla parte più occulta dei poteri privati. Nel corso del 1971 il giudice Guariniello, durante una perquisizione presso la sede della Fiat, per una causa di lavoro intentata da un ex dipendente, scopre una serie di contenitori metallici che racchiudono "schede informative" relative a 354.077 individui e che raccolgono informazioni su dipendenti ed altri cittadini, militanti addetti ai volantinaggi a Mirafiori, giornalisti, professori, uomini politici. In bella evidenza, il giudice scopre le prove dei versamenti effettuati dalla Fiat a carabinieri, poliziotti e agenti dei servizi (Sid) per il loro lavoro di schedatura. Tutto finì prescritto otto anni dopo, ma soprattutto dopo che la procura, facendo riferimento al rischio di incrinare i buoni rapporti tra magistratura e polizia, trovò inopportuno accusare i massimi dirigenti di un complesso industriale che "dà lavoro e benessere a tutta la popolazione", con la possibilità di "innescare uno stato di agitazione" tra le masse operaie della Fiat. Piazza Fontana fu all'origine del decennio denominato "gli anni di piombo". Il piombo di chi? Nel vuoto lasciato da uno Stato reticente, ambiguo e palesemente coinvolto e da una giustizia di parte, lo stragismo si intreccia con gli omicidi dei militanti. Serantini, Franceschi, Lo Russo, Bruno, Saltarelli, Zibecchi, Costantino sono uccisi da poliziotti o carabinieri; Pinelli "cade" dalla finestra della questura; Miccichè viene ucciso da una guardia giurata; Brasili, Amoroso, Varalli, Miccoli, Rossi dai fascisti. A questi si aggiungono i tanti compagni morti ammazzati per i quali non sarà possibile risalire all'esecutore materiale, come Fausto e Iaio nel '78. In mezzo a questo decennio viene approvata il 22 maggio 1975 la prima legge eccezionale sull'ordine pubblico, la legge Reale, passata col voto determinante dei fascisti, che riconosce alla polizia il diritto di sparare, incoraggiando e proteggendo l'omicidio di stato. Piazza Fontana (e dintorni) è dunque prima di tutto un fatto da non dimenticare e che comporta indignazione e rabbia in tutti noi. Ma è solo un tragico episodio del passato, superato dagli avvenimenti e dall'evoluzione della società? Niente affatto! Anzitutto la totale impunità di esecutori e mandanti costituisce motivo fondante per cui questa vicenda non può appartenere al passato, anche se il regime con il corollario dei media vorrebbe farci intendere che quell'epoca è definitivamente chiusa. Chi è Stato? Viene da chiederci se sia esistito ed esista uno “stato profondo” anche in casa nostra, quel connubio tra spioni di Stato, neo fascisti, padroni, logge massoniche, con corollario di giornalisti, magistrati e poliziotti a coprire le spalle, in cui i mafiosi stanno sempre alla finestra. Viene facile pensarlo: l’impunità dei padroni e dei loro servi spazia a tutto campo. Da quello politico a quello del malaffare a quello economico. È di questi giorni la decisione della Corte di Cassazione di rifare il processo “Mafia Capitale”; la parola “mafia” va tolta da ogni imputazione a carico di Carminati, Buzzi & Co. Loro non sono in odore di mafia, ha detto la Suprema Corte, si tratta di una semplice associazione a delinquere, anzi due. L’aspetto politico-mafioso è risolutamente negato: un bel regalo per tutta la feccia politico affarista della capitale. In quella inchiesta al vertice supremo dell’organizzazione stava Massimo Carminati, già fascista e stragista dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), elemento di spicco della destra eversiva romana, abilitato ai lavori sporchi per conto della banda della Magliana. È lo stesso Carminati che venne pesantemente indiziato assieme ai suoi camerati Mario Corsi e Claudio Bracci per l'omicidio a sangue freddo dei compagni Fausto e Iaio, uccisi a Milano nel '78, e poi prosciolti "pur in presenza di significativi elementi giudiziari e di rilevanti dichiarazioni di ben sei pentiti". Il marciume che emergeva a Roma era stato costruito dall'eversione fascista negli anni '70 e cresciuto nel sottobosco politico di regime (il mondo di mezzo) che ha garantito prima la loro totale impunità e poi la scalata ai palazzi del potere. Le foto che ritraggono questi personaggi con tanti esponenti dell’ex “governo del cambiamento", di marca PD, testimoniano una volta di più la natura di questo partito, decisamente organica al grande capitale. Le “grandi inchieste” che emergono di quando in quando starebbero lì a testimoniare del buon livello democratico dei nostri apparati di potere. Fumo negli occhi. Nel corso di questo mezzo secolo e più le caste al potere (DC in testa), occulte o meno che siano, hanno garantito ai borghesi di ogni ordine e grado di passare indenni le loro crisi. E quando non ci pensavano loro, a salvarli provvedevano gli “equilibri internazionali”: nessun criminale di guerra italiano venne mai processato nel dopoguerra, anzi, diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti, magistrati. Piazza Fontana, la “madre di tutte le stragi”, conserva un ruolo centrale nell'analisi politica di quegli anni. Lo assume ancor di più per tanti di noi comunisti che, a quella strage, lontana negli anni ma vicinissima nella coscienza, dobbiamo la nostra formazione politica.
ottobre 2019 redazione
lavoro/morti
Una strage inarrestabile Al lavoro peggio che in guerra Michele Michelino Ogni giorno dal nord al sud il bollettino di guerra riporta il numero dei morti e dei feriti o-perai massacrati per il profitto, fra l’indignazione, la rabbia di alcuni e l’indifferenza di mol-ti. Il potere borghese, i capitalisti, considerano normale che un certo numero di lavoratori ogni giorno muoia per il profitto e ritengono questi omicidi effetti collaterali della guerra di classe che conducono contro gli sfruttati. La realtà dimostra che la contraddizione fra capitale e lavoro si manifesta in tutta la sua brutalità nello sfruttamento e nell’aumento continuo dei morti sul lavoro e nell’indifferenza delle istituzioni. Nell’ultimo decennio sono stati registrati più di 10.000 lavoratori morti sul luo-go di lavoro. Numeri impressionanti, drammatici; più morti sul lavoro che in una guerra. Gli incidenti sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati della coalizione occidentale della 2° guerra del Golfo. L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari della coalizione imperialista che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252 e l’età media di chi perde la vita è intorno ai 37 anni. Con la crisi si riducono i posti di lavoro e se i lavoratori occupati diminuiscono, i morti sul lavoro aumentano. I dati INAIL (sottostimati perché non tengono conto dei lavoratori sen-za contratto, in nero) nel 2018 registrano 1.133 vittime, 104 morti in più del 2017. Una strage di lavoratori di quasi 100 persone al mese, e sono in aumento anche le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 59.585 (+2,5%). Più delle parole e delle ideologie, i dati dimostrano che la condizione della classe operaia è andata peggiorando sempre più. Con il cambio dei rapporti di forza, anche le grandi lotte operaie dell’autunno caldo e dei primi anni ‘70 che portarono alle “conquiste” salariali, normative e legislative sono state rimangiate e, grazie ai partiti borghesi e ai sindacati collaborazionisti (Cgil-Cils-Uil), il co-mando di fabbrica e sociale si è rafforzato sempre più a garanzia del profitto dei padroni. Questo processo, il peggioramento continuo della condizione di lavoro e di vita, ha avuto alcune tappe significative. Nel 1997 vennero istituiti gli uffici di collocamento di natura privatistica (Bassanini); e suc-cessivamente la legge Biagi trasferì le funzioni di collocamento dal pubblico al privato. Mol-te agenzie di collocamento furono regalate a imprenditori, sindacati e politici. Il lavoratore divenne ostaggio delle imprese, privato di qualunque possibilità di difesa, condannato al precariato perenne senza diritti e senza tutele. Con il pacchetto Treu del primo Governo Prodi, si intervenne pesantemente per la prima volta a destrutturare il mercato del lavoro, adeguandolo alle esigenze del padronato a sca-pito dei lavoratori, con introduzione della “flessibilità”, della “precarietà”, e con nuove for-me di contratti precari: interinale, co.co.co., contratto a progetto. Nel 2003, il Governo Berlusconi continuò l’attacco ancor più pesantemente con nuove for-me di contratti precari: i contratti di somministrazione lavoro, lavoro accessorio, lavoro oc-casionale ecc. ecc. Nel 2012 il Governo Monti e il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Fornero diedero il primo colpo all’art. 18 della legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, provocando il dramma degli esodati e l’aumento dell’età pensionabile. Nel 2015, il governo Renzi completò l’opera con il contratto a tutela crescente o “Jobs Act”, che abrogava completamente l’art. 18, che garantiva il reintegro del lavoratore in ca-so di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. Il governo gialloverde - Lega e 5stelle - ha confermato la cancellazione dell’art. 18 sancita da accordi fra padroni, governi (di centrosinistra, di centrodestra) e sindacati, dimostrando in tal modo, una volta di più, che tutti i governi non sono altro che comitati d’affari del ca-pitale. Tutti i governi di qualsiasi colore e i sindacati filo padronali hanno permesso che il capitali-smo potesse disporre a suo piacimento della forza lavoro accrescendo i propri profitti. Il risultato è che il lavoro è diventato sempre più precario, senza protezioni e sicurezza; sot-toponendo a continuo ricatto la forza-lavoro, è aumentato lo sfruttamento e il totale di-sprezzo per la salute dei lavoratori: il “lavoro” è così diventato fonte di alienazione, di di-sperazione, di povertà, di morte per migliaia di lavoratori. Nel capitalismo la vita degli operai per i padroni non vale niente; per ottenere il massimo profitto risparmiano anche i pochi euro necessari a fornire misure di protezione individuali e collettive, mandandoli consapevolmente a morte certa. Il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, il ricatto occupazionale, la mancanza di un’organizzazione politica e sindacale di classe, proletaria, lascia i lavoratori completa-mente alla mercé dei padroni. Per i capitalisti gli operai e i lavoratori sono solo merce-forza lavoro, carne da macello e ci sono tanti disoccupati pronti a prendere il loro posto per lavorare in cambio di un tozzo di pane. Per i padroni gli investimenti devono essere produttivi, ciò che non rende profitto è capitale morto. Muoia dunque l’operaio purché si valorizzi il capitale! Il proletariato, la classe degli operai moderni, che non vivono se non a condizione di trova-re lavoro e che non ne trovano più, quando il loro lavoro cessa di aumentare il capitale, senza un’organizzazione può solo subire. Governi e istituzioni di destra o di presunta “sinistra” difendono solo gli interessi della loro stessa classe. Per loro gli operai e i lavoratori sono solo merce forza lavoro, non esseri umani, e gli omicidi del profitto al più suscitano solo qualche frase di circostanza, effetti collaterali dello sfruttamento capitalista legalizzato. Per i proletari, per gli operai e i lavoratori costretti a vendere quotidianamente le proprie braccia per vivere, la solidarietà con i propri compagni, il riconoscersi come un’unica classe internazionale con gli stessi interessi e diritti diventa l’unica possibilità di difendersi dallo sfruttamento. Purtroppo senza un’organizzazione politica indipendente della classe operaia questa mat-tanza non si riesce a fermare. Ogni giorno sui posti di lavoro, gli operai e i lavoratori, ma anche i cittadini e la natura, vengono violentati, sacrificati e muoiono per il profitto e la vo-racità di un sistema di sfruttamento inumano. Ai lavoratori gli onori della cronaca vengono riservati, e solo per un giorno, quando muoiono in gruppo, tutti insieme. Solo in questo caso sui media si sprecano le lacrime di coccodrillo del capo dello Stato, del Governo, di Confindustria e dei sindacati loro complici. Alle famiglie delle vittime restano solo il dolore e i drammi, il pianto per i loro morti, l’attesa di una giustizia che non arriverà mai. Nel sistema capitalista tutte le istituzioni, compresi i sindacati collaborazionisti e di regime che “rappresentano i lavoratori”, considerano legittimo e legale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; quindi perché “ostacolare il progresso” da cui traggono i loro privilegi? D’altra parte ogni giorno ci sono decine di morti sul lavoro e per malattie professionali, migliaia gli operai e i lavoratori che ogni anno vengono assassinati sul posto di lavoro e scioperare per costringere i padroni a bonificare gli ambienti e rispettare le misure di sicurezza antinfor-tunistiche significherebbe far perdere ai padroni decine di migliaia di ore di profitti. Per assecondare lo Stato e i Governi dei padroni, per i sindacalisti sul libro paga dei capita-listi e che godono di benevolenza, agevolazioni e privilegi, distacchi e permessi sindacali solo se collaborano allo sfruttamento degli operai, è più facile instillare il dubbio che la colpa degli infortuni sia la disattenzione dei lavoratori, della “fatalità”, che del mancato ri-spetto delle leggi e norme antinfortunistiche. La contraddizione fra capitale e lavoro fa morti, feriti e invalidi ogni giorno ed è giunto il momento di scioperare a difesa della nostra vita, della nostra salute e quella del pianeta, scendere in piazza per gridare forte la nostra protesta. Non possiamo più limitarci a listare a lutto le nostre bandiere rosse per il sangue proletario versato. Il capitalismo è morte per gli sfruttati. Solo cambiando questo modo di produzione e il si-stema sociale capitalista finalizzato alla ricerca del massimo profitto si salvaguarda la salu-te umana e quella del pianeta. Solo nel sistema socialista in cui si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani, dove lo sfruttamento e i morti per il profitto siano considerati crimini contro l’umanità, si può mettere fine a questa mattanza operaia. Basta lacrime e arrivato il momento di organizzarci a livello nazionale, far sentire la nostra rabbia e odio di classe contro i padroni e il sistema capitalista responsabile di questi omici-di: organizziamo assemblee nei posti di lavoro e nel territorio, lavoriamo per organizzare una manifestazione nazionale operaia e proletaria contro il sistema di sfruttamento capita-lista che uccide gli esseri umani e la natura. SOLIDARIETÀ A TUTTE LE VITTIME DELLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA E AL-LE LORO FAMIGLIE.
ottobre 2019 redazione
risoluzione UE
La UE falsifica la storia, il comunismo e l'antifascismo Il 19 settembre la Risoluzione del Parlamento europeo "sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa" ovvero vittime e carnefici sullo stesso piano Emiliano La risoluzione della neo Unione europea raccoglie una serie di dichiarazioni e atti già presentati negli anni precedenti da gruppi europei, Parlamenti di paesi ex-comunisti che già al loro interno perseguitavano le organizzazioni comuniste. Sono 22 punti che non pubblichiamo integralmente ma affrontiamo solo alcuni punti (la versione integrale si può trovare su internet) partendo dalle motivazioni alla base della risoluzione che abbiamo ritenuto più significative per capire l'infamità di tale presa di posizione e della sua pericolosità. Di seguito alcune delle considerazioni generali: A. considerando che quest'anno si celebra l'ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che ha causato sofferenze umane fino ad allora inaudite e ha portato all'occupazione di taluni paesi europei per molti decenni a venire; B. considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l'Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale; E. considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature; F. considerando che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste; L. considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne; Ed ecco alcuni dei 22 punti della risoluzione: 2. sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l'obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l'Europa in due zone d'influenza; 3. ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell'umanità, e rammenta l'orrendo crimine dell'Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l'umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari; 6. condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo, all'interno dell'Unione; 8. invita tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell'UE e a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi inserendo la storia e l'analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell'Unione; invita gli Stati membri a promuovere la documentazione del tragico passato europeo, ad esempio attraverso la traduzione dei lavori dei processi di Norimberga in tutte le lingue dell'UE; 10. chiede l'affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani; incoraggia gli Stati membri a promuovere l'istruzione attraverso la cultura tradizionale sulla diversità della nostra società e sulla nostra storia comune, compresa l'istruzione in merito alle atrocità della Seconda guerra mondiale, come l'Olocausto, e alla sistematica disumanizzazione delle sue vittime nell'arco di alcuni anni; 12. invita la Commissione a fornire un sostegno effettivo ai progetti di memoria e commemorazione storica negli Stati membri e alle attività della Piattaforma della memoria e della coscienza europee, nonché a stanziare risorse finanziarie adeguate nel quadro del programma "Europa per i cittadini" per sostenere la commemorazione e il ricordo delle vittime del totalitarismo, come indicato nella posizione del Parlamento sul programma "Diritti e valori" 2021-2027; 14. sottolinea che, alla luce della loro adesione all'UE e alla NATO, i paesi dell'Europa centrale e orientale non solo sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi, ma hanno anche dato prova di successo, con l'assistenza dell'UE, nelle riforme e nello sviluppo socioeconomico; sottolinea, tuttavia, che questa opzione dovrebbe rimanere aperta ad altri paesi europei, come previsto dall'articolo 49 TUE; 17. esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti; 18. osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari. La prima cosa che salta agli occhi è la distorsione della storia per fini anticomunisti, il revisionismo storico è uno degli strumenti usato per influenzare negativamente soprattutto le giovani generazioni. Un veleno usato nel nostro paese già con le foibe per giustificare lo sdoganamento dei fascisti. L'altro aspetto è la necessità di equiparare la più odiosa, terribile e sanguinaria dittatura come quella nazista - ricordiamolo appoggiata dalle maggiori aziende capitaliste non solo tedesche, alcune delle quali sono ancora in testa del capitalismo internazionale come la Krupp - al comunismo. Simbolo della lotta contro i padroni che hanno foraggiato nazisti e fascisti. Operazioni già tentate nel nostro paese prima con l'equiparazione tra i repubblichini di Salò con i partigiani che li combattevano fatta da Violante e successivamente con la legge Fiano che, in nome dell'antifascismo, ha aperto le porte a provvedimenti anticomunisti, non a caso i parlamentari europei del Pd hanno votato a favore, tranne uno che però ha preso le distanze da Stalin. Gli attacchi sono al comunismo, all'Unione Sovietica e alla figura ed opera di Stalin perché la borghesia considera un crimine contro l'umanità l'avere edificato uno Stato Sovietico, uno Stato di dittatura del proletariato implacabile contro i capitalisti e la proprietà privata. Dai Problemi della pace del 1946 ricordiamo la posizione di Stalin: “Sarebbe errato pensare che la seconda guerra mondiale sia scoppiata casualmente … In realtà la guerra è scoppiata come risultato inevitabile dello sviluppo delle forze economiche e politiche mondiali sulla base dell'odierno capitalismo monopolistico. I marxisti hanno dichiarato più volte che il sistema capitalistico dell'economia mondiale cela nel suo seno gli elementi di una crisi generale e di conflitti armati... È un fatto che l'ineguale sviluppo dei paesi capitalistici porta abitualmente, con il passare del tempo, ad una brusca rottura dell'equilibrio nell'interno del sistema mondiale del capitalismo; e il gruppo dei paesi capitalistici che si considera meno provvisto di materie prime e di mercati di sbocco, tenta solitamente di modificare la situazione a proprio vantaggio e di procedere ad una nuova ripartizione delle “sfere d'influenza” facendo ricorso alla forza armata...” Stalin si poneva come un nemico implacabile contro la borghesia e i falsi comunisti, che da sempre si sono prodigati in attacchi velenosi tesi ad impedire la realizzazione del socialismo. Con buona pace dei troskisti e dei vari revisionisti che da sempre strillano contro i suoi cosiddetti crimini. Le loro lamentele sono state finalmente accolte dal famigerato Parlamento europeo, e si trovano ancora una volta a fianco dei fascisti a votare una risoluzione anticomunista. Pronti ad accusare la repressione stalinista o a pentirsi (forse) allorquando il proletariato eserciterà la propria giustizia di classe. Ma perchè una simile risoluzione oggi? Nonostante siano passati 80 anni dall'inizio della guerra la borghesia sente ancora il bisogno di diffamare - anche se non è la prima volta - le idee di libertà ed emancipazione per tentare di far perdere la memoria, soprattutto tra i giovani, ma anche perché è ancora immensa la stima che i lavoratori di tutto il mondo hanno per il paese del socialismo, l'URSS con a capo Stalin. Evidentemente la borghesia, ancora oggi, vede come pericolo per la propria sopravvivenza, l'esperienza storica della Rivoluzione d'ottobre e, di fronte all'avanzare della crisi inevitabile del sistema capitalista e imperialista teme che i comunisti si uniscano e si riorganizzino, insieme al proletariato dei vari paesi, per abbattere la dittatura della borghesia e instaurare la propria dittatura quella del proletariato. I comunisti non si arrendono. La lotta contro il fascismo, la reazione, l'imperialismo, per l'abbattimento del capitalismo e la costruzione di una società socialista continuerà con più forza. Così come lo smascheramento della UE - che ancora una volta - dimostra di non essere riformabile o cambiata come sostengono molti che si definiscono di "sinistra" perché è uno strumento imperialista a favore degli interessi delle banche, delle multinazionali, della NATO e dei partiti al loro servizio.
ottobre 2019 redazione
Hong Kong
Rivoluzioni “colorate” Il turno di Hong Kong Daniela Trollio È un copione che abbiamo già visto. In Iraq, in Libia, in Siria, in Ucraina, in Venezuela… Proteste e ribellioni nate su problemi specifici che si trasformano in altro e diventano guerre, interventi militari aperti o “a bassa intensità”: l’obiettivo, improvvisamente, cambia. Diventa il rovesciamento di governi non graditi all’imperialismo Tagliare gole e teste, bruciare vivo chi si ritiene un avversario, spaccare ve-trine, buttare bombe molotov ai poliziotti e incendiare le loro caserme, bloc-care stazioni ferroviarie distruggendone le installazioni, occupare aeroporti (fatto eccezionale e forse unico se avviene in zone non in guerra dichiarata), sono azioni che hanno un peso diverso a seconda delle latitudini in cui av-vengono. O meglio, a seconda dei governi contro cui sono rivolte e degli inte-ressi economici e geopolitici che ci stanno dietro. Per cui assistiamo ad una curiosa contraddizione: se i gilet gialli francesi han-no già totalizzato più di 30 arresti solo nel mese di settembre e se le centinaia e centinaia di morti e feriti palestinesi sono totalmente ignorati dai media – solo per fare due esempi - i manifestanti (organizzati e addestrati militarmen-te, da quanto si può vedere) che si riversano da mesi nelle strade di Hong Kong sono “democratici pacifici” che si battono per i diritti umani e che tutte le potenze occidentali si affrettano a difendere (130 parlamentari inglesi han-no presentato addirittura la proposta di dare la cittadinanza britannica ai cit-tadini di Hong Kong, cittadinanza che nessuno si era mai sognato di dare loro quando l’isoletta era colonia britannica). È un copione che abbiamo già visto. In Iraq, in Libia, in Siria, in Ucraina, in Venezuela… Proteste e ribellioni nate su problemi specifici che si trasformano in altro e diventano guerre, interventi militari aperti o “a bassa (andatelo a dire alle vittime…) intensità”: l’obiettivo, improvvisamente, cambia. Diventa il rovesciamento di governi non graditi all’impero. C’è da chiedersi come mai questo copione viene costantemente ripetuto. Forse gli strateghi delle “rivolu-zioni colorate” contano sulla nostra scarsa memoria storica. Ora tale copione si replica ad Hong Kong Uno che se ne intende, il giornalista Manlio Dinucci, si chiede giustamente in un articolo – davanti alle immagini dei manifestanti che sfilano con bandiere inglesi e statunitensi – “che libri di storia usano i giovani che oggi chiedono al Regno Unito di ‘salvare Hong Kong?’”. Ignorano, o hanno dimenticato, le Guerre dell’Oppio, la rivolta dei Boxers (alla cui repressione prese parte anche il corpo di spedizione italiano), il trattato di Nanchino che, all’art. 3, recita “Essendo evidentemente (!) necessario e conveniente che i sudditi britannici dispongano di porti per le loro navi e i loro commerci, la Cina cede per sem-pre l’isola di Hong Kong a Sua Maestà la Regina di Gran Bretagna e ai suoi eredi”. Hong Kong divenne così colonia britannica nel 1842 ed è stata restituita alla Repubblica Popolare Cinese nel 1997, dopo 156 anni di dominio coloniale in-glese. Anni nei quali ai cinesi (e ai cani) era vietato entrare nei luoghi pubbli-ci. Dalla metà del secolo scorso - tra il 1949 e il 2000 - Hong Kong è cresciuta e si è arricchita grazie al suo particolare ‘status’ di porto franco per i capitali in-ternazionali (è diventata la terza piazza finanziaria del mondo) e di porta commerciale verso la Cina maoista. O meglio, una parte dei cittadini di Hong Kong si è arricchita, quella classe media di 1,3 milioni di abitanti sui sette dell’isola, che poteva contare su un reddito pro-capite di circa 48.000 dollari annui. Ma in quest’ultimo decennio le cose stanno cambiando. La Cina è ormai di-ventata la prima potenza economica del pianeta, scalzando gli Stati Uniti, non ha più bisogno di “porte”, è un mercato aperto e l’importanza di Hong Kong è ormai minima: a metà degli anni '70 rappresentava il 27% del PIL cinese e oggi pesa solo per un 2,7%. Questo passaggio si è lasciato dietro parecchi problemi: ad esempio quello della casa, che tocca da vicino i giovani. Negli ultimi dieci anni il mercato immobiliare di Hong Kong è stato il meno accessi-bile del mondo. I prezzi delle case, tra il 2018 e il 2019, sono aumentati 20 volte più delle entrate familiari e 33 metri quadrati a Kowloon si vendono a 700.000 dollari. Così molti giovani sono costretti a vivere con i genitori. Altro problema – in una città trasformata in piazza finanziaria e paradiso degli immobiliaristi – è l’enorme disuguaglianza che si è generata. Da questa situa-zione, e non certo dalla legge sull’estradizione, è partita la cosiddetta “rivolu-zione degli ombrelli”. Torniamo al copione. I leader delle rivolte, evidentemente sempre contando sulla poca memoria e in perfetta sintonia con la guerra commerciale dei dazi lanciata da Donald Trump, non hanno perso tempo e sono stati ricevuti – e fotografati – a Washington con il vice-presidente statunitense Mike Pence, con il segretario di Stato Mike Pompeo e con il defenestrato Consigliere alla Sicurezza John Bolton. Joshua Wong, fin dal 2014 aveva regolari contatti con il consolato USA e vanta regolari contatti con il senatore Marco Rubio, uno dei promotori del fallito tentativo di golpe in Venezuela, che ha addirittura pre-sentato la sua candidatura per il Premio Nobel della Pace. Anche la Germania fa la sua parte: il giornale di destra Bild ha pubblicato la foto dell’incontro di Joshua Wong con l’ucraino sindaco di Kiev Vitali Klitschko, con il capo dei “Caschi Bianchi” siriani (foraggiati da Israele, Regno Unito e Stati Uniti, adde-strati in Turchia) Raed Al Saleh e con il milionario russo esiliato Mikail Jodor-kovski. Curiose frequentazioni, che peraltro abbiamo già visto: l’ultima è quel-la del presidente “marionetta” venezuelano Juan Guaidò fotografato con i leader dei narco-trafficanti paramilitari colombiani, altri “campioni” della de-mocrazia. Possiamo, a questo punto, dare un altro nome al “copione”: possiamo chia-marlo più correttamente “strategia del caos controllato” o “guerra ibrida”. So-no gli strumenti dell’imperialismo per colpire qualsiasi governo che non obbe-disca agli ordini del capitale internazionale. Danneggiare economicamente il paese da sottomettere provocando carestie, danni alle sue infrastrutture, blocchi commerciali e finanziari ecc. ecc. (vedi Venezuela e Cuba), organiz-zando “rivolte” nella speranza che la conseguente “repressione” governativa fornisca la scusa per un intervento militare più o meno diretto. Insomma, u-n'altra ‘piazza Maidan’ contro la Cina, questa volta. Ad esempio, contro il Venezuela, proprio l’11 settembre di quest’anno – anni-versario del colpo di Stato in Cile - è stato riattivato il TIAR, Trattato Intera-mericano di Assistenza Reciproca, che prevede di rispondere congiuntamente “ad un attacco armato di qualsiasi Stato contro un Paese americano” che ver-rebbe considerato “un attacco a tutti i Paesi Americani”. Dei 19 paesi parte-cipanti al TIAR, 12 hanno approvato l’utilizzazione di questo meccanismo con-tro il Venezuela, 6 si sono astenuti e 1 era assente. Ricordavamo prima il ruolo di prima economia del mondo che oggi ricopre la Cina. Già nel 2000 l’Istituto di Ricerca PNAC (Progetto per un Nuovo Secolo Ameri-cano) fondato, tra gli altri da Donald Rumsfeld e Dick Cheney, presentando all’amministrazione Obama un “un progetto per conservare la preminenza globale degli Stati Uniti, impedendo il sorgere di ogni grande potenza rivale, e modellando l'ordine della sicurezza internazionale in modo da allinearlo ai principi e agli interessi americani”, prendeva in esame la Cina affermando che “era arrivata l’ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nel-l'Asia sudorientale. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui le forze ame-ricane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina”. Di sfuggita, tra gli altri paesi definiti ‘pericolosi’ dal progetto c’erano la Corea del Nord, la Libia, la Siria e l’Iran. Bisogna proprio dire che, se il capitalismo è cieco nel lungo periodo, nel breve ci vede benissimo. C’è inoltre un fatto nuovo: la “Nuova via della seta”, il grande piano infra-strutturale cinese che coinvolge più di sessanta paesi tra Asia, Africa ed Euro-pa, che rischia di diminuire il legame dell’Occidente con gli USA e di sconvol-gere il “nuovo ordine mondiale” imperiale progettato dallo “Stato profondo” del complesso militare-industriale statunitense. Non dimentichiamo però – ma non è oggetto di questo articolo - che questa Cina non è più quella della rivoluzione di Mao e che da anni ha avviato un ca-pitalismo controllato dallo Stato. I “Paperoni” nel mondo sono 22 milioni e se due terzi di loro - 14,6 milioni - vivono negli Stati Uniti, in Cina sono 1,3 milioni, seguita da Giappone (1,1 mi-lione) e dalla Svizzera (500.000 persone); gli altri sono sparsi nel mondo (fonte: ADN Kronos, 20.6.2019). La Cina è anche il paese dove, se da una parte circolano più di 900 Ferrari (nell’area EMEA – Europa, Medio Oriente e Africa - ne circolano 9.000), dall’altra ci sono durissime e continue lotte ope-raie per i salari e il miglioramento delle condizioni sociali. È vero che spesso non è facile orientarsi nei fatti internazionali, soprattutto grazie ad un’informazione che è diventata non solo disinformazione ma un’arma fondamentale di guerra. Ma bisognerebbe sempre, in questi casi, ri-farsi al vecchio Seneca che, nella tragedia “Medea” scritta nel I secolo d.C., si chiedeva “Cui prodest?”. Ovvero: a chi giova?
agosto 2019 redazione
cambiare la società
Minacce e potere: pacifismo e violenza La storia insegna che per cambiare la società la classe oppressa è ricorsa inevitabilmente alla violenza organizzata e collettiva per liberarsi e assicurare così il progresso dell'umanità Michele Michelino Minacciare, demonizzare il nemico, istigare la paura del diverso, reprimere, sono da sempre alcuni dei modi usati dal nemico di classe per ottenere il con-senso del popolo a politiche reazionarie, mobilitandolo a sostegno dei suoi in-teressi. In questo il segretario della Lega Salvini è un maestro. Tuttavia non possiamo dimenticare che il presente è frutto del passato. Distruggere l’identità di un popolo o di una classe, cancellare la sua memoria storica, imporre quella del nemico è essenziale e funzionale per perpetuare il saccheggio e lo sfruttamento di un popolo o una classe, perché una classe senza memoria è facilmente manipolabile e sfruttabile. Manipolare l’opinione pubblica attraverso i media è una delle forme di con-trollo del potere economico, che è anche padrone dei mezzi di comunicazio-ne. Gli editori, i padroni dei mezzi di comunicazione, dei giornali, TV via cavo, film ecc. sono gli stessi che hanno voce in capitolo nei partiti di centrodestra o centrosinistra borghesi, e di qualsiasi colore. Sono Berlusconi, De Benedetti, Cairo, Caltagirone, il Vaticano e le industrie multinazionali, gli Agnelli, i Pirelli ecc. Nel mondo i conglomerati delle comunicazioni sono diretti, ad esempio, da Time Warner e AOL, e da tutte quelle grandi compagnie di comunicazione in generale con a capo la Westinghouse, la General Electric ecc. Quindi, gli stes-si che producono aerei da guerra, automobili, gomme per auto e camion, bi-ciclette, biscotti, merendine e le brioches che si mangiano a colazione, sono gli stessi che governano l’informazione di tutto il mondo. Molti ex dirigenti rivoluzionari che volevano cambiare il mondo, davanti alle asperità della lotta di classe, alle sconfitte, si sono riciclati nei partiti borghesi, sono passati armi e bagagli dalla parte del nemico diventando le stampelle, i puntelli, i funzionari del grande capitale che volevano abbattere e da questo sono ben retribuiti per i loro servizi. Più volte ci è capitato nelle lotte operaie economiche e politiche o sociali di arrivare alle trattative con la controparte e trovarli di là del tavolo dei padroni, a difendere e rappresentarli o come consulenti, sindacalisti o politici che fino a poco tempo prima passavano per essere difensori dei lavoratori. In questi anni di relativa pace sociale abbiamo visto spesso dirigenti ”pseudo rivoluzionari” che incitavano e mandavano avanti gli altri nelle lotte, a scon-trarsi a mani nude contro la polizia, ma che in realtà si preoccupavano prima di tutto di «mettere al sicuro il loro culo e la loro pelle». Il rivoluzionarismo parolaio, “armiamoci e partite”, che ha al fondo una gran-de sfiducia nella capacità di autorganizzazione della classe, ha fatto più danni di un uragano. L’internazionalismo proletario riconosce il protagonismo operaio, che la classe è una e internazionale e, che il primo dovere internazionalista consiste nel lottare contro i propri governi, comitati d’affari dei capitalisti. Chi si era illuso di poter cambiare la società in modo pacifico, convincendo i capitalisti della bontà delle loro proposte, oggi è in preda allo sconforto. In tempo di crisi e di sconfitta, quando la concorrenza divide i lavoratori e i proletari mettendoli gli uni contro gli altri, quando il lavoro di ricomposizione di classe si fa più duro e la repressione del padrone e dello Stato criminalizza il conflitto, molti hanno abbandonato il terreno della lotta operaia, ambientali-sta, anticapitalista, cercando altri riferimenti. Anche se oggi la classe operaia è divisa e frammentata, un operaio comuni-sta, anche se è senza il partito, è un combattente rivoluzionario, cosciente che il conflitto di classe si deve acuire. Da qui la necessità di lavorare per la costruzione dell’organizzazione politica indipendente della classe, di un partito operaio rivoluzionario, comunista, che si ponga l’obiettivo di distruggere dalle fondamenta la società capitalista e instaurare il socialismo, il potere operaio, la dittatura del proletariato, che è la più ampia forma di democrazia per tutti gli sfruttati. L’imperialismo impone ai popoli del mondo sottosviluppo, prestiti usurai, debi-ti con interessi impossibili da pagare, scambio diseguale, speculazioni finan-ziarie non produttive, corruzione generalizzata, commercio di armi, guerre, violenza, massacri, cui partecipa l’imperialismo italiano per spartirsi il bottino. In Italia tutti i governi borghesi di centrodestra, centrosinistra, compreso quello di Lega e 5Stelle, hanno attuato politiche antioperaie e antiproletarie e finanziato tutte le missioni di guerra italiane nel mondo, chiamandole ipocri-tamente “missioni di pace o umanitarie”. La “democrazia” capitalista, imperialista, borghese, con le sue frasi altisonanti ma vuote, è la maschera dietro cui si nasconde il potere del grande capitale. Aumenta la ricchezza nelle mani di una minoranza di borghesi, aumenta la miseria per i proletari e gli sfruttati del mondo. La contraddizione insanabile fra capitale-lavoro, la ricerca del mas-simo profitto, produce ogni giorno morti sul lavoro, malattie profes-sionali e morti del profitto. Per il profitto la borghesia combatte una guerra sistematica non dichiarata che non fa prigionieri, ma che lascia sul campo di battaglia della lotta di clas-se morti, feriti, invalidi e il proletariato cosciente sa che un giorno dovrà ne-cessariamente, suo malgrado, ricorrere alle armi per spazzar via questa socie-tà marcia, per aprire la via a una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Una società socialista che abolisca la proprietà privata dei mezzi di produzione, dove si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, in cui le morti sul lavoro per mancanza di sicurezza e di malat-tie professionali, per fame, per sete siano considerati crimini contro l’umanità. Il capitalismo, l’imperialismo è il cancro dell’umanità e si arricchisce sulla miseria e sulla morte di milioni di persone nel mondo, questa è la realtà. Nonostante l’inconciliabilità d’interessi tuttavia, sia storicamente che negli ul-timi anni, anche alcuni “compagni” - che dicono di appartenere alla classe operaia - hanno sviluppato la teoria della “neutralità”. Questa teoria consiste nel non schierarsi in caso di aggressioni imperialiste né con gli uni né con gli altri in nome di una presunta imparzialità della classe operaia, che avrebbe interesse a solidarizzare solo con gli operai del paese aggredito e bombarda-to, non con le altre classi popolari sottomesse, mettendo così in pratica ag-grediti e aggressori sullo stesso piano. L'indipendenza nell'azione politica del proletariato organizzato non significa astenersi dalla lotta popolare, ma partecipare con alleanze e un proprio pro-gramma di classe, come fecero gli operai e i partigiani comunisti durante la lotta di resistenza al nazifascismo. Altri, davanti ai massacri dell’imperialismo, predicano la “non violenza”, il “porgere l’altra guancia”. Altri ancora la “resistenza passiva” che, se pur con-divisibile in alcune circostanze, non lo è in caso di guerra di classe, di aggres-sione imperialista. In particolare i sostenitori della non violenza sostengono una teoria e una pratica che condanna e si schiera “contro tutte le guerre”, compresa quella di classe fra padroni e operai, tra sfruttati e sfruttatori, speculando sul desiderio sincero, profondo, della pace che è nel cuore di tutti gli uomini e di tutte le donne, ma che avvantaggia solo gli sfruttatori. Una teoria che chiama gli operai a combattere le ingiustizie all’interno della legalità delle leggi borghesi fatte dai capitalisti per difendere il proprio potere, raccomandando alla classe operaia la rassegnazione, incutendo il timore di combattere per la libertà anche con le armi in mano. Noi, come Bertolt Brecht, riteniamo che “quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”. Noi marxisti siamo pacifici, ma non pacifisti Noi ancora ci indigniamo e siamo pieni di rabbia e odio contro i padroni e i lo-ro governi per i morti sul lavoro, per malattie professionali, per i massacri di innocenti, di donne, di vecchi e di bambini, che avvengono giornalmente a causa delle guerre dei paesi capitalisti (fra cui l’Italia), per il profitto e non crediamo alla pace fra lupi e agnelli. Anche se siamo per la pace, crediamo che la guerra contro gli sfruttatori sia necessaria e giusta. Per questo noi non siamo genericamente contro tutte le guerre, ma solo contro le guerre imperialiste di rapina; per noi la parola d'or-dine di Lenin «trasformare la guerra imperialistica in guerra civile» è tuttora valida e va perseguita e praticata. Per questo serve un partito della classe operaia e proletaria. A chi pensa di cambiare il sistema di sfruttamento capitalistico con le elezioni, in modo pacifico, ricordiamo quello che Lenin ha scritto: «Una classe oppres-sa che non si sforzasse di imparare a servirsi delle armi, meriterebbe sempli-cemente di essere trattata da schiava». Oggi l’unica violenza ammessa e “legale” é quella dello Stato capitalista che la usa a difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione e del suo sistema economico-politico di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, contro le lotte ope-raie e sociali che mettono in discussione il sistema e ostacolano il profitto. In questi anni molti borghesi pseudo-marxisti al servizio dell’imperialismo hanno revisionato Lenin e soprattutto Marx - epurato dall'aspetto del militan-te rivoluzionario, trasformato semplicemente in un grande pensatore econo-mista da studiare nelle università borghesi, nascondendo che è stato proprio Marx stesso che ci ha insegnato che «... l'arma della critica non potrebbe mai sostituire la critica delle armi». Tuttavia noi non siamo, come sostengono i calunniatori del movimento ope-raio, fautori della violenza fine a se stessa. Noi costatiamo semplicemente che la violenza è un fatto sociale, che è la conseguenza dello sfruttamento del-l'uomo sull'uomo che - per i borghesi che hanno ricchezze, vantaggi e privile-gi - è il mezzo per mantenere ed estendere il loro dominio. La storia insegna che ogni classe sottomessa, per cambiare la società, ha dovuto fare inevita-bilmente ricorso alla violenza organizzata e collettiva per liberarsi e assicurare così il cammino progressivo dell'umanità. La lotta armata e la violenza furono necessarie nella Resistenza per sconfig-gere il nazifascismo. Lo stesso accadde nella guerra di Spagna, dove a difen-dere la Spagna repubblicana, accorsero operai e i contadini come volontari delle Brigate Internazionali. Lo stesso accadde durante la Comune di Parigi, primo tentativo del proletaria-to rivoluzionario di dare “l’assalto al cielo” e nella Rivoluzione Proletaria in Russia in cui gli operai e contadini organizzati presero il potere. Chi detiene il potere e fa leggi usa tutta la forza dello Stato, la sua violenza “legale” per sottomettere e reprimere coloro che mettono in discussione i suoi interessi. Una classe operaia organizzata nel suo partito, che lotta per un sistema so-ciale socialista; che lotta contro la società che legittima lo sfruttamento; che si pone l’obiettivo di abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e i privilegi, non può illudersi di conquistare il potere pacificamente e gli esempi storici lo dimostrano.
agosto 2019 redazione
Miracoli del capitalismo
Operai schiacciati e territori devastati Una cronaca dal Veneto Luciano Orio “Avere a che fare con le macchine comporta sempre un certo rischio, perché la carne è carne, e le macchine, a volte, sembra che partano da sole… Le macchine in generale, ma le presse special-mente. Difficile che passi un anno senza che, sul “Giornale di Vicenza”, non ci sia almeno un artico-lo in cronaca che descrive come un operaio, più o meno esperto, addetto a una pressa, più o me-no grande, sia rimasto inspiegabilmente schiacciato appunto sotto la pressa che stava pulendo, non senza prima averla opportunamente messa in sicurezza, ovvero disattivata, senza contare che, per attivarla, sempre così l’articolo, bisognava sempre premere non uno, ma due pulsanti con-temporaneamente; eppure eccetera; e visto che non credo che le presse vicentine siano più male-dette delle altre, presumo sia così più o meno ovunque, in Italia e anche fuori d’Italia. Personal-mente, forse anche per la mia esperienza, delle macchine in generale, e delle presse in particolare, non mi sono mai fidato. Mi ci sono infilato sotto solo una volta, e una volta mi è bastata. Bruttissi-ma esperienza. Stesi su una piastra d’acciaio, con sopra un’altra piastra d’acciaio, cioè dentro una macchina che è fatta apposta per schiacciarti non appena si presenti l’occasione, ci si sente esat-tamente così: una buona occasione”. È questa la testimonianza di un lavoratore divenuto scrittore, il vicentino Vitaliano Trevisan, nel suo romanzo autobiografico Works, ad illustrare alcuni casi di quella calamità che sotto il nome di “incidente sul lavoro” sta mietendo vittime oltre ogni precedente nei posti di lavoro del Veneto. La provincia vicentina è capolista nella speciale classifica dei morti e degli infortuni sul lavoro nel Ve-neto e, pertanto, tra le prime in tutto il paese. Un nuovo record per i padroni (li chiamano anche imprenditori) e tutta la classe dirigente leghista e politico affarista e arraffista. Riportiamo alcuni dati. In Veneto sono state registrate dieci vittime al mese, facendo salire fino al 26% l’incremento della mortalità, più del doppio rispetto alla media nazionale (+10%). Nel 2018 ci sono state 115 vittime (69 e 46 in itinere), 24 in più rispetto al 2017. Gli infortuni non mortali sono stati ben 76.486, 2386 in più dell’anno precedente. Ma si sa, le cifre allarmano poco, ma poi allarmare chi? E perché? Le cifre non si perdono, restano, negli archivi, ma i casi umani, le persone, le vite, sì. È allora il caso di entrare di più dentro le noti-zie. Non quelle fornite dai mass media, che appaiono nel tg regionale e che vedi nel Giornale di Vi-cenza il giorno dopo con foto della vittima e circostanze dell’incidente e poi non vedi più niente perché la vicenda si affida alle “indagini di rito”. No. Sebastiano La Ganga, Mariano Bianchin, Maurizio Bovo. Il primo era esperto escavatorista, messinese d’origine, abituato al lavoro lontano, trasferitosi al nord con la famiglia per seguire i lavori della Spv (Supestradapedemontanaveneta). E’ in questo cantiere che ha trovato la morte, schiacciato da un enorme masso staccatosi dalla volta della galle-ria. La famiglia è stata risarcita dall’assicurazione dell’impresa (il consorzio SIS) con un milione di euro ed è uscita dal procedimento legale. La procura aveva aperto un’inchiesta, ma la perizia e-sclude una colpa organizzativa dell’impresa, così come carenze del progetto, a sentire l’avvocato degli indagati. L’infortunio è successo per un errore umano… il progetto non è stato rispetta-to…concatenazioni sfortunate. Insomma, tocca al PM, al termine delle indagini, esprimersi. Boh, aspettiamo. Nell’attesa emergono gli sconcertanti contenuti delle intercettazioni disposte dalla pro-cura ai capicantiere. “Gli operai hanno paura, non vogliamo entrare in galleria, dicono, che viene giù tutto”. Fessura-zioni e crepe erano evidenti; c’erano distacchi di cemento dalla volta quando si usava l’esplosivo per andare avanti con lo scavo…. Tutti risultano consapevoli che i materiali usati (cemento, ac-ciaio, tubi, pozzetti) non erano conformi alle normative, cioè meno resistenti del dovuto. La procura ha fatto sequestrare tutto e ha ordinato di puntellare la galleria. Incazzatura di costrut-tori ed imprenditori. Lite Lega/5 stelle. Nel frattempo Salvini e Zaia, in pompa magna, inaugurano i primi sette km di questa autostrada che giorno dopo giorno si rivela sempre più come un autentico flagello, una calamità per la popolazione locale. La procura dissequestra. Cosa resta della morte di questo operaio? Mariano Bianchin ha 50 anni e lavora alla Smev, metalmeccanica di Bassano del Grappa, da molto tempo, quando quel giorno di gennaio del 2016, nel posizionare degli spessori sotto la pressa, questa si era messa in movimento, schiacciandolo. Risulta che le fotocellule installate a protezione della zona pericolosa erano state disattivate e che ai comandi della pressa fosse un lavoratore inte-rinale istruito pochi minuti prima. Le fotocellule erano state disinserite par aumentare il ritmo di lavoro. Un aumento che è costato la vita a Mariano. C’è un’accusa di omicidio colposo: i vertici aziendali hanno consentito l’uso del solo comando a pul-santiera, senza aver nemmeno informato gli operai del pericolo e affidato il comando della macchi-na a lavoratori inesperti. Ci sono degli avvisi di garanzia. A chi? Ai cittadini tedeschi, Roger Maurer e Thomas Maile, presidente e amministratore delegato della Smev, i quali lo hanno ricevuto con molto ritardo, perché irreperibili, e continuano in fase preliminare nell’atteggiamento ostruzionistico nei confronti della giustizia italiana (ricordate Thyssen Krupp?). Già perché in Germania la legge non prevede la responsabilità penale dei dirigenti e nei casi di incidenti sul lavoro risponde solo la società. La direzione aziendale si è comunque premurata di recapitare alla famiglia della vittima una vergo-gnosa offerta in denaro, per ritirarsi dal procedimento. L’offerta è stata rifiutata. Si era offerta pure di pagare le spese del funerale, ma ha ritirato l’offerta nel momento in cui la famiglia si è rivolta ad un legale. A settembre ci sarà l’ultima udienza preliminare poi dovrebbe iniziare il processo. Su Maurizio Bovo, 57 anni di Valdagno, metalmeccanico anche lui, di parole possiamo spenderne davvero poche. C’è la sua foto, in ferie, ancora un ragazzone, moglie e due figli, due anni per la pensione… È morto travolto da una trave d’acciaio staccatasi dal carro ponte. Non ha avuto scam-po. Un paio di giorni in cronaca con una doverosa nota, di spalla, sull’incremento degli infortuni in regione e poi basta. Il resto secondo copione, cioè indagini di rito, carabinieri, Spisal, magistratu-ra… Si chiuderà così? Per rimanere fedeli alla citazione iniziale, abbiamo illustrato tre casi di operai morti per schiaccia-mento. Una modalità che interessa molti altri decessi sul lavoro. Gli operai, infatti, possono anche morire schiacciati da un camion in manovra, da una ruspa, dal più classico muletto, dal trattore. Alle Acciaierie Venete di Padova, sono stati travolti in quattro da un contenitore di acciaio fuso piombato a terra, due sono deceduti, gli altri ne porteranno per sempre i segni. Per il resto, cioè per gli altri modi con cui gli operai perdono la vita nei luoghi di lavoro, si tratta soltanto di far men-te locale a quegli articoli che troppo brevemente compaiono in cronaca e che troppo in fretta sono dimenticati. Con il metro della coscienza di classe vi si potranno trovare situazioni e casi da far tremare le vene ai polsi per la rabbia. L’ultimo il 22 luglio: “Stroncato da un malore mentre lavora in cantiere: stramazza al suolo e muore sul colpo”. Che cosa è successo? Il “caldo africano” – dico-no giornali e tv – ha mietuto una vittima: Ferruccio Cillo, operaio di una cooperativa addetta per il comune di Pozzonovo alla manutenzione stradale. Già, il “caldo africano” è il killer silenzioso che ghermisce la vittima, un operaio di 67 anni, a mezzogiorno di una giornata insopportabile per tem-peratura e umidità, dietro a una strada trafficata. Questo operaio non avrà nemmeno il diritto ad essere catalogato come vittima del lavoro; è il caldo africano che l’ha ucciso. Come si può parlare di fatalità dietro a questa strage ininterrotta? I casi che abbiamo indicato di-mostrano che la tragica fatalità non esiste. Responsabili sono padroni e dirigenti, responsabile è il modo di produzione capitalistico, la competitività, la rincorsa ai profitti che fanno attribuire un in-consistente valore alla vita umana (degli operai). La sicurezza è un costo aziendale che va abbattu-to, come i salari, aumentando l’intensità dello sfruttamento, l’orario e i ritmi per addetto, creando competizione tra i lavoratori attraverso il ricatto occupazionale. In questa desolazione i lavoratori non sono più persone, ma “risorse umane”, “capitale umano” o esuberi quando va peggio. Quanto diciamo è facilmente verificabile, soprattutto per i lavoratori delle ditte in appalto. Ogni appalto in-fatti è basato sull’abbattimento del costo del lavoro e sull’aumento della produttività, due elementi che producono inevitabilmente poca sicurezza. I problemi di salute e sicurezza stanno al centro degli interessi dei lavoratori che per essi hanno scioperato e lottato. La nostra lotta di classe quindi deve interessare questi temi, così come è stato nel passato, più o meno recente*. La semplice denuncia dei misfatti del capitalismo non può più bastare se ad essa non si accompa-gnano azioni, iniziative, l’aumento generalizzato della conflittualità nelle fabbriche e nei territori. La strage di operai sul lavoro e di lavoro mette a nudo l’intero sistema di sfruttamento e rende evi-dente a tutti la fine di ogni garanzia (i diritti) sul lavoro. I padroni devono trovarsi davanti al problema di una manodopera che non obbedisce più, nemme-no alla disciplina sindacale. Davanti a territori determinati a presentare il conto delle loro devasta-zioni. Loro, hanno da tempo rotto ogni relazione di stabilità nei loro rapporti con la classe operaia. Hanno disposto un'offensiva di classe che è divenuta guerra generalizzata e ogni compromesso sindacale si rivela per quello che è: una sconfitta. *“... il caso forse più drammatico fu quello dello sciopero del Black Lung, del “polmone nero”, in West Virginia. Una fredda mattina di febbraio, nel 1969, alla miniera di Winding Gulf District, nella West Virginia, un minatore, stanco della mancanza di progressi sulle questioni della salute e della sicurezza, versò per terra la propria acqua. Questo atto di ribellione era l’appello tradizionale agli altri minatori a unirsi in sciopero. I suoi compagni di lavoro incrociarono le braccia e nel giro di cin-que giorni lo sciopero selvaggio si estese a 42.000 dei 44.000 minatori di carbone della West Virgi-nia. Essi continuarono lo sciopero per 23 giorni, fino a quando l’Assemblea Legislativa dello Stato approvò una legge sull’indennizzo per le vittime della pneumoconiosi – il “polmone nero” – la ma-lattia più temuta dai minatori.” (Jeremy Brecher, Sciopero! – 1997).
agosto 2019 redazione
Donne ai vertici
C’è donna e donna... Capitalismo e imperialismo hanno bisogno delle loro donne ai vertici europei Daniela Trollio (*) Nello scorso luglio alcune donne sono salite agli onori della cronaca, occu-pando per giorni le prime pagine dei giornali, tanto da far pensare che spiras-se un nuovo vento “femminista”. Cominciamo con le più conosciute. Christine Lagarde e Ursula von der Leyen sono diventate, rispettivamente e per la prima volta in quanto donne, direttrice della Banca Centrale Europea e presidente della Commissione Europea. La più nota, la francese Christine Lagarde, ex ministra nei governi conserva-tori di Chirac e Sarkozy, è stata presidente del Fondo Monetario Internaziona-le (FMI), ha avuto problemi giudiziari (per aver favorito un ‘grande elettore’ di Sarkozy) ed è stata riconosciuta colpevole di negligenza ma non ha ricevuto alcuna condanna perché – come ha stabilito il tribunale francese che l’ha condannata – “i fatti sono successi in piena crisi economica”: la regola “non disturbare il manovratore” vale sempre, in questi casi. Sotto la sua guida il FMI ha applicato una spietata politica di austerità fiscale verso i paesi sotto-sviluppati condannando le loro popolazioni alla disoccupazione e alla povertà crescenti pur di garantire il pagamento del cosiddetto “debito estero” e il sal-vataggio delle banche e delle corporations in crisi. Ursula von der Leyen, tedesca, è stata la prima donna nella storia della Ger-mania ad occupare l’incarico di ministra della Difesa. È un’aristocratica, di-scende da una di quelle famiglie di industriali belgi del secolo XIX che fecero la propria fortuna con lo sfruttamento delle risorse naturali del Congo e con il traffico di schiavi. Ha simpatie per Israele, tanto che ha partecipato alla riunione congiunta, e ai successivi festeggiamenti, tra governo tedesco e quello israeliano nel 2008 per il 60° anniversario della nascita dello Stato sionista. Come Ministra della Difesa ha al suo attivo grandi investimenti da parte del suo ministero nell’acquisto, nella fabbricazione e nell’esportazione di armi, tra cui la fornitu-ra di sottomarini all’India, operazione per la quale è stata indagata per corru-zione. Insieme con Angela Merkel, Lagarde e van der Leyer rappresentano la triade delle donne più potenti d’Europa, tanto da far scrivere, rispetto a Lagarde, che questa “avrà l’opportunità di dimostrare che le cose sono diverse quando la mano è femminile; e, se è possibile, che si fanno meglio”. Domanda: il percorso di queste tre donne, pilastri della politica neo-liberista che ha affondato nella miseria più nera la Grecia (con 10.000 bambini morti per i tagli alla sanità, secondo la prestigiosa rivista medica inglese Lancet), che ci ha condannato alla disoccupazione strutturale, che favorisce frontiere – ricordate la retorica della caduta del “Muro”? Oggi l’Europa è orgogliosamente piena di muri – per respingere e causare la morte di migliaia di migranti nel Mediterraneo, fa patti vergognosi con Israele e Arabia Saudita, alimenta il commercio di armi e le guerre in Medio Oriente... e via di questo passo, ci fa sperare che “la mano femminile” renda le cose migliori? Femminismo d’accatto, come se bastasse la condizione biologica e non la comprensione della radice della propria oppressione e sfruttamento per esse-re “femminista”. Il volto femminile del capitale e del suo potere non ha nulla a che spartire con le donne proletarie e lavoratrici, anzi, è il loro primo nemi-co. Ecco una breve lista di questi volti: Margaret Thatcher, l’affossatrice dei mina-tori inglesi; Golda Meir, uno dei primi boia del popolo palestinese; Madeleine Albright, che affermava che “era valsa la pena la morte di 1 milione di bam-bini iracheni”; Condoleeza Rice, Hillary Clinton ecc. e, per quanto ci riguarda, mettiamoci pure Elsa Fornero. Dietro di loro, come dietro le facce degli uomi-ni che le hanno precedute, c’è il potere del grande capitale, dell’imperialismo, che non ha sesso né cuore ma solo l’anelito al massimo profitto, a qualsiasi costo. Le fanfare del “femminismo” non hanno invece suonato per Carola. Parliamo di Carola Rackete, la capitana tedesca del Sea Watch-3 (o per la meno cono-sciuta Pia Klemp, che ha anch’essa sfidato leggi disumane emanate da go-verni che si richiamano ai “diritti umani” e ai “nostri valori cristiani” per salva-re migranti in mare). Il suo gesto le è valso non solo l’arresto, ma insulti di ogni genere. In un’intervista rilasciata appena arrestata, Carola – che proba-bilmente deve anche scontare il fatto di essere “una” capitana, professione finora eminentemente maschile – ha fatto una perfetta analisi di classe di se stessa dicendo: “Sono bianca, nata in un paese ricco e con il passaporto giu-sto” e quindi ha sentito di dovere qualcosa a quei nostri fratelli disperati che rischiano la vita per sfuggire alla miseria, alla fame e alle bombe (le “nostre” bombe, quelle delle guerre umanitarie). Diventata il simbolo della resistenza e della lotta alle politiche anti-migratorie non solo di Salvini ma di tutta la for-tezza Europa - dove possono liberamente circolare i capitali ma non le perso-ne, soprattutto se sono povere - Carola non ha avuto peli sulla lingua. “L’Unione Europea sta finanziando i guardacoste libici e un regime che per-mette la tortura ed il traffico di esseri umani. L’Unione Europea non dovrebbe cooperare con tali organizzazioni. Finanziano dei criminali sapendo che sono tali. Mi vergogno che il mio governo, che un paese come la Germania, e l’Unione Europea diano appoggio a quei criminali” (intervista al quotidiano spagnolo El Paìs). E questo con buona pace di quanti affermano (a destra come Diego Fusaro, ma anche a “sinistra”) che persone come Carola sono complici dei trafficanti di uomini, facendo finta di ignorare dove stanno que-ste mafie e che esse vengono finanziate, tra l’altro, con le nostre tasse. Carola ha commesso anche un altro peccato, pericolosissimo di questi tempi. Non ha aspettato che “qualcuno” – il solito qualcuno che deve cominciare a fare qualcosa e poi noi ... forse ... gli andremo dietro – facesse qualcosa ma, in piena coscienza di quello che rischiava, ha deciso che non valeva la pena di aspettare questo fantomatico “qualcuno” ed ha agito in prima persona. Ha fatto quello che il grande scrittore Eduardo Galeano definiva così: “Sono cose piccole. Non mettono fine alla povertà, non ci fanno uscire dal sottosvi-luppo, non socializzano i mezzi di produzione e di scambio, non espropriano la caverna di Alì Babà. Ma chissà che non scatenino l’allegria del fare e la tra-ducano in azioni. E, alla fin fine, agire sulla realtà e cambiarla, anche di poco, è l’unico modo di dimostrare che la realtà è trasformabile”. E veniamo ad un’altra donna, la poco conosciuta in Europa ma notissima e amata in America Latina Marta Harnecker, che se n’è andata il 15 giugno scorso. Cilena, laureata a Parigi, nel 1968 tornava nel suo paese dove diven-ne professoressa di Materialismo Storico ed Economia Politica all’Università Cattolica del Cile, collaborando anche con il governo di Salvador Allende. Do-vette abbandonare il suo paese dopo il colpo di Stato di Pinochet nel 1973 e si rifugiò a Cuba, dove ha trascorso il resto della sua vita. È stata anche con-sigliera del Comandante Hugo Chàvez e del Ministero del Potere Popolare ve-nezuelano. Per tutta la vita ha studiato, dal punto di vista marxista, i processi di lotta po-polare e di trasformazione dell’America Latina, che formano la materia delle sue opere. Così la definiva Samir Amin: “In questo senso lei è un’autentica marxista, che ha continuato il lavoro iniziato da Marx, senza timore di arric-chirlo, assumendo permanentemente quanto di nuovo c’è nella realtà del mondo, del capitalismo, dell’imperialismo, delle lotte, rinnovando così la con-cettualizzazione, le proposte teoriche e quelle relative alle strategie di azio-ne”. Tra i suoi circa 80 libri ricordiamo “Il capitale: concetti fondamentali”, “Popoli in armi”, “Rendere possibile l’impossibile: la sinistra sulla soglia del secolo XXI”, con cui diede al marxismo vivo una dimensione latinoamericana. Una donna, una teorica marxista, che ha vissuto, studiato e lavorato fuori e contro il mondo sempre più barbaro che ci dicono essere l’unico possibile. Vogliamo salutarla con le parole di chi crede - e lavora - invece per un mondo dove non ci sia più sfruttamento e oppressione dei lavoratori e dei popoli. Il boliviano Evo Morales ricorda che “con la forza delle sue idee ha ispirato la li-berazione dei popoli dallo sfruttamento capitalista” e il venezuelano Nicolàs Maduro dice “la sua eredità è grande per l’importanza, la profondità e il carat-tere propositivo delle sue opere, dedicate alla causa dei popoli della Nostra America. Vola alto, compagna!”.
maggio 2019 redazione
Imperialismo e guerra
Alleanze militari 1949-1999-2019: i criminali anniversari della NATO Fabrizio Poggi La NATO ha celebrato in tono minore il 70° anniversario della fondazione: i crescenti dissidi interni rischiano di oscurare la stessa immagine del “nemico esterno”, che soprattutto gli Stati Uniti tentano di mantenere in primo piano, allo scopo di conservare la propria supremazia sugli “alleati” europei. Al centro di tutto, ci sono le contraddizioni tra poli imperialisti mondiali e, all'interno di essi, tra potenze in declino e in ascesa. Il duopolio franco-tedesco in ambito UE ne è l'espressione più appariscente, anche se non l'unica, con Washington che minaccia rappresaglie contro la Germania per la scelta della tecnologia cinese 5G; che introduce dazi sulle merci dei paesi (Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna) che partecipano al progetto “Airbus”; che avverte Berlino di orientarsi verso il gas di scisto americano e abbandonare il “North Stream 2” con la Russia; che mostra il pugno alla Merkel per la spesa militare “troppo bassa” - 1,3% del PIL, invece del 2% preteso da Trump. A ovest, la NATO vuol trasformare gli alleati latinoamericani degli USA in propri bracci operativi, come già fatto con la Colombia, “partner” dell’Alleanza atlantica dal 2017 e come si sta prospettando con il Brasile del fascista Jair Bolsonaro. A un'altra longitudine, Washington punta alla Alleanza per la sicurezza in Medio Oriente, detta "NATO araba", con Giordania, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Bahrain, Oman, Kuwait e Qatar. Quanto ci costa la NATO La NATO conta 29 Paesi membri (di cui 27 in Europa) e si dà quasi per acquisita la Macedonia; tra questi, la classifica dei 15 con il più alto bilancio militare nel 2018, va dagli Stati Uniti, con 684 miliardi di dollari, alla Danimarca, con 4,2. L'Italia è quinta, con 25,3 miliardi di dollari, dietro a Gran Bretagna (61,6 mld $), Francia (51,2) e Germania (50,2). Le percentuali in rapporto al PIL, vanno dagli USA con il 3,39%, fino a Germania e Canada (1,23%) e Italia (1,15%). Con una popolazione complessiva di circa 570 milioni di persone, per portare guerre in qualsiasi parte del mondo, nel 2018 ogni cittadino yankee ha dovuto sborsare 2.088 dollari, un norvegese 1.364 $, 602 un tedesco, 428 $ ogni italiano. Secondo possibili futuri scenari tracciati dal NATO Defense College, non si esclude una crescente disunione politica tra gli Stati membri, una regionalizzazione della NATO e un suo ruolo sempre minore nelle questioni mondiali, fino alla perdita delle proprie posizioni geopolitiche. Da qui, la presenza sempre più estesa delle forze USA in Europa e i tentativi di coinvolgere i Paesi membri nella contrapposizione statunitense con la Russia, la Cina o nelle azioni di guerra in Medio Oriente. La necessità di un nemico Insomma, la NATO e, soprattutto, gli USA, hanno il costante bisogno di presentare un nemico contro cui – o evocando il quale – mantenere un'unità interna altrimenti molto instabile. Dice il politologo russo Dmitrij Abzalov: "la presenza del nemico è la principale componente organizzativa del blocco politico. Se Mosca cessasse di essere un potenziale avversario, si porrebbe la domanda: a chi si oppone il blocco militare?". Anche secondo il politologo Alexandr Asafov, alla NATO conviene considerare la Russia “erede dell'Unione Sovietica": questo, nonostante il Patto di Varsavia, creato nel 1955, non esista più dal 1991. Ma gli alleati europei della NATO, dice Abzalov, iniziano a stancarsi: lo dimostrano i passi franco-tedeschi per un “esercito europeo” e i piani UE per l'incremento della presenza nelle zone di conflitto in Africa e Medio Oriente. In ogni caso, dopo l'inglobamento di quasi tutti i Paesi ex socialisti e di diverse ex Repubbliche sovietiche; messa ora un po' in sordina la battaglia contro il terrorismo islamista e mentre emerge con sempre più forza quella contro la Cina, la “lotta contro Mosca” continua a venir sbandierata quale obiettivo cardine dell'Alleanza, come nel 1949. Un obiettivo sintetizzato nelle parole del suo primo Segretario generale, il barone britannico Ismay, secondo cui la NATO esiste per tenere gli americani in Europa, i sovietici fuori dall'Europa e i tedeschi sotto l'Europa. Poi, messe in soffitta le famose “assicurazioni” fatte nel 1990 da James Baker a Mikhail Gorbaciov, secondo cui “la sfera di influenza della NATO non si sposterà di un pollice verso Est”, il generale USA Joseph Votel aveva tranquillamente vociferato che “obiettivo della Russia è quello di non farsi accerchiare dalla NATO; quello della NATO è fare proprio questo”. E lo ha fatto, con i battaglioni multinazionali in Paesi baltici e Polonia, i sistemi missilistici in Romania, le basi militari (NATO e USA) attorno ai confini terrestri e marini sud-nord-occidentali della Russia. Ma, settant'anni più tardi, oltre l'impennata del 2014, col golpe nazista in Ucraina e la recente questione del ritiro di USA e Russia dal trattato sui missili a medio e corto raggio in Europa, sembra che proprio i tedeschi, lungi dall'esser rimasti “sotto l'Europa”, rappresentino per la NATO una minaccia più seria della Russia, per le mire teutoniche di supremazia nel polo imperialista europeo e la sempre minore sottomissione ai dettami yankee, in campo energetico e militare. L'aggressione alla Jugoslavia Insomma, una celebrazione, quella del 70°, svoltasi lo scorso 4 aprile a Washington, ben diversa da quella “monoliticità” che sembrava cosa acquisita, ad esempio, vent'anni fa, quando proprio la Germania del governo “rosso”-verde di Gerhard Schröder e Joschka Fischer (ma anche a Londra sedeva il laburista Tony Blair, a Roma Massimo D'Alema e Segretario generale NATO era il “socialista” spagnolo Javier Solana) fu tra i paesi più solerti nella criminale aggressione alla Jugoslavia. Un anniversario, quello dei bombardamenti su Belgrado, iniziati il 24 aprile 1999, che la NATO si è guardata bene dal ricordare. Per 78 giorni, con l'operazione “Allied Force”, su Belgrado, Priština, Užitse, Novi Sad, Kragujevats, Pančevo, Podgoritsa e altre città della Jugoslavia si abbatterono tremila missili da crociera, 80mila tonnellate di bombe, comprese quelle a grappolo e a uranio impoverito, tanto che ancora oggi, in Serbia, su 7 milioni di popolazione, ci sono 40mila malati di cancro e l'incidenza del male nei bambini è di 2,5 volte superiore alla media europea. I bombardamenti, in quella che fu forse la prima “guerra umanitaria” della “nuova” Europa (in violazione della Carta ONU e persino degli obblighi dei Paesi NATO) provocarono oltre mille morti tra i militari e 4mila civili, tra cui circa 90 bambini, con oltre diecimila feriti. Gli aerei NATO (di USA, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Canada, Turchia, Italia e Germania) decollati dalle basi in Italia, e i missili lanciati da navi e sommergibili della VI Flotta in Adriatico e Ionio, colpirono non solo obiettivi militari, ma soprattutto edifici residenziali, amministrativi e governativi, radio e giornali, scuole, ospedali, cliniche ostetriche, ponti, treni passeggeri e autobus, strutture industriali, chiese, mercati. Con l'inizio dell'aggressione, i terroristi albanesi lanciarono in Kosovo un attacco generale, equipaggiati con armamenti e le più recenti attrezzature di comunicazione satellitare, dono della missione OSCE. I tagliagole dell'UCK, spalleggiati dai gruppi terroristici islamisti, affluiti da paesi arabi e dalle aree centro-asiatiche dell'ex URSS, si diedero a pulizie etniche, distruzioni di chiese, rapimenti di serbi per il commercio di organi e tutt'oggi il Kosovo è al centro del riciclaggio di denaro sporco, traffico d’organi e funge da retrovia per operazioni sporche di ogni tipo, anche con la partecipazione di reparti jihadisti, funzionali ai disegni USA e NATO. Il politologo russo Andrej Medvedev scriveva qualche settimana fa che “con l'esempio della piccola Serbia, l'Occidente ci ha mostrato cosa sarebbe successo a noi; solo una circostanza non ha loro permesso di condurci sullo scenario jugoslavo: l'arma nucleare. La Jugoslavia è un esempio di ciò che si fa agli indifesi; di ciò che accade a un paese con un'élite filo-occidentale”. Lo scorso 18 marzo, il Presidente serbo Aleksandar Vučić – peraltro ora sotto attacco concentrico di un'opposizione interna simile a quella antecedente il golpe ucraino del 2014 e dei separatisti del Kosovo, eredi dei tagliagole dell'UCK – ha dichiarato che la Serbia “può perdonare l'aggressione NATO, ma non può dimenticarla. Desideriamo buoni rapporti con la NATO, ma non vogliamo entrarvi”. Un anno fa, i sondaggi indicavano che il 62% dei serbi non ha perdonato l'aggressione NATO e non accetterebbero nemmeno le scuse, mentre l'84% è contrario all'adesione all'Alleanza atlantica. La politologa moscovita Elena Ponomareva dichiara che l'aggressione NATO del 1999 non fu che “la fase finale della strategia per il controllo occidentale sui Balcani. La Casa Bianca aveva messo a punto i piani per la distruzione della Jugoslavia molto prima del 1999. Nel 1984, l'amministrazione Reagan aveva emesso la direttiva NSC n. 133 per una "tacita rivoluzione" volta a rovesciare i governi comunisti e "far rientrare i paesi dell'Est europeo nell'orbita del mercato mondiale. Nella creazione dello "Stato del Kosovo" sono confluiti gli “interessi del governo USA, delle multinazionali americane e quelli della mafia albanese e del terrorismo internazionale”. Tempo fa, il sito colonelcassad riportava la testimonianza dell'ex agente della CIA Robert Baer, secondo cui negli anni 1991-'94 la sua sezione disponeva di milioni di dollari per le attività in Jugoslavia, tese a favorire la secessione delle varie repubbliche. La prima operazione fu nel gennaio '91, contro “presunti terroristi serbi a Sarajevo; ma tali terroristi non esistevano affatto”, dice Baer, e i vertici della CIA “miravano ad attizzare gli odii interetnici in Jugoslavia; si doveva scegliere un capro espiatorio da incolpare di guerra e violenza: fu scelta la Serbia, in qualche modo successore della Jugoslavia”. Srebrenitsa A proposito di Srebrenitsa, Baer afferma che il “numero delle vittime serbe non fu inferiore a quello di altre nazionalità, ma Srebrenitsa doveva essere un “marketing politico”. Un mese prima del presunto genocidio, il mio boss disse che la città sarebbe stata la principale notizia in tutto il mondo e ci ordinò di contattare i media. Srebrenitsa ricade su bosniaci, serbi e americani; ma di tutto furono accusati i serbi. Molte delle vittime sepolte come musulmani erano serbi e di altre nazionalità”. Srebrenitsa fu il risultato di un “accordo tra il governo USA e i politici bosniaci: fu sacrificata per dare all'America il pretesto per attaccare i serbi: fu la "linea rossa" di Bill Clinton”. La giustificazione ufficiale dell'aggressione del 1999 continua a essere quella della “difesa della popolazione albanese del Kosovo”, ma lo scorso ottobre, il Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, ammise candidamente che essa fu compiuta “per prevenire ulteriori azioni del regime di Miloševič", fatto poi morire in carcere nel marzo 2006. Sono “giustificazioni abbastanza risibili” ha commentato la storica russa Irina Rudneva; “cercano di convincere i serbi che tutto è stato fatto per il loro bene. Ma ora viene detto che avevano semplicemente deciso di rimuovere Miloševič e sostituirlo con uno più adatto". Ricordo, scrive l'osservatore della Tass Andrej Šitov, come un anno dopo i bombardamenti NATO su Belgrado, il Comitato newyorkese per la difesa dei giornalisti presentasse l'annuale rapporto sulla morte dei lavoratori dei media nel 1999; per la Jugoslavia erano indicate sei persone: tre corrispondenti cinesi uccisi dal missile NATO che aveva colpito l'ambasciata della RPC a Belgrado, due reporter tedeschi in Kosovo e un editore serbo, ucciso da ignoti. Ma lo stesso Comitato aveva ammesso che il 23 aprile 1999, 16 persone erano rimaste uccise nel bombardamento dell'edificio della TV di Stato serba a Belgrado; quando chiesi come mai queste persone non fossero state inserite nel martirologio professionale, il coordinatore europeo del Comitato, Emma Gray, rispose che era stato deciso di non “considerarli giornalisti”, perché, disse, "prendevano parte alla propaganda della violenza". Quanti degli italici propagandisti dovrebbero esser considerati non giornalisti.
maggio 2019 redazione
Imperialismo e guerra
Bambini a perdere Se il socialismo a molti sembra essere uno scenario lontanissimo noi conti-nuiamo a pensare che sia l’unico sbocco possibile per mettere fine, oltre che allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, anche agli orrori della guerra e alla probabile distruzione dello stesso pianeta – la barbarie è qui, ogni giorno Daniela Trollio (*) Se la prima vittima delle guerre (e quando parliamo di guerre ci riferiamo a quelle imperialiste) è la verità, la seconda sono certamente i bambini, nono-stante la loro uccisione sia vietata dal diritto internazionale. Proprio nel perio-do storico in cui tutti parlano e sparlano dei “diritti umani”, Save the Children (di cui utilizzeremo i dati ben sapendo che sono parziali, ma sono gli unici a disposizione e che queste organizzazioni hanno anche loro “interessi” partico-lari) calcola che i bambini che vivono in aree di conflitto siano 420 milioni, uno su cinque al mondo. I dati del 2017 indicano che siano almeno 10.000 i bambini uccisi o mutilati a causa dei bombardamenti e che circa 100.000 neonati perdano la vita ogni anno per cause dirette o indirette delle guerre, come malattie e malnutrizione. Nel 2018 4,5 milioni di bambini hanno rischiato di morire per fame nei 10 pa-esi più coinvolti in conflitti: Afganistan, Yemen, Sudan del Sud, Repubblica Centroafricana, Repubblica democratica del Congo, Siria, Iraq, Mali, Nigeria e Somalia. I bambini, da sempre, rappresentano il futuro del genere umano. Ma non tut-ti siamo uguali e alcuni sembra abbiano meno diritti di altri ad avere un futu-ro. Così come ci sono attualmente molti modi di chiamare le guerre – inter-vento militare, intervento “umanitario”, guerra ibrida, guerra di 5° generazio-ne ecc. ecc. – così ci sono molti modi per uccidere i bambini. Vediamone al-cuni esempi, anche per fare un sano esercizio di memoria. Cuba e Venezuela Due paesi che hanno – e stanno – sperimentando molte forme di guerra. Dall’invasione armata (Playa Giròn 17-19 aprile 1961 a Cuba al tentativo di invasione al ponte di Cùcuta al confine tra Colombia e Venezuela l’11 febbraio di quest’anno al ‘bloqueo’, che è forse l’arma più spietata di cui l’imperialismo dispone. Più spietata perché non viene considerata un’azione di guerra. Come agisce quest’arma sulla vita, la salute, la morte dei bambini? Il bloqueo, ad esempio, impedisce attualmente a Cuba di acquisire attrezzatu-re e prodotti fondamentali per curare i piccoli pazienti affetti da cardiopatie. Nel 2007 il Dipartimento del Tesoro USA ha inserito il Centro Nazionale di Cardiologia e Cardiochirurgia Pediatrica “William Soler” dell’Avana nella lista dei nosocomi non riconosciuti. Così l’ospedale, che ha curato circa 10.000 piccoli pazienti dalla sua fondazione nel 1986, deve sottostare a severe restri-zioni nell’acquisto della tecnologia e dei medicinali di ultima generazione ne-cessari, obbligando i medici ad utilizzare tecniche chirurgiche diverse poiché Cuba non può comprare sul mercato nordamericano sonde vescicali, trachea-li, cateteri e stent. Il Venezuela aveva recentemente stabilito un accordo con il nostro paese – sì, proprio con l’Italia – in base al quale un gruppo di bambini, malati di leuce-mia, avrebbero ricevuto trapianti di midollo osseo. Peccato che, come ha de-nunciato qualche settimana fa il cancelliere venezuelano Jorge Arreaza, su ri-chiesta nordamericana il Novo Banco, una banca portoghese, ha bloccato i fondi venezuelani là depositati a questo scopo. Striscia di Gaza Non parleremo qui delle vittime dirette dei bombardamenti, dei feriti o di co-loro che subiscono amputazioni, o dei bambini incarcerati in spregio a tutte le norme internazionali, oltre che alla morale comune. Solo una cifra: dal marzo al maggio dell’anno scorso, durante le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, sono morti oltre 1.000 bambini negli scontri (secondo l’Unicef). Vogliamo invece segnalare altri fattori. L’acqua, fonte di vita, è diventata per i bambini palestinesi una causa di mor-te. L’assedio economico, i continui e ripetuti bombardamenti di Israele sulle infrastrutture idriche e fognarie hanno causato un enorme aumento delle ma-lattie trasmesse dall’acqua contaminata: diarrea, epatite, salmonella e febbre tifoide, che colpiscono principalmente i più piccoli. A Gaza il 95% dell’acqua, secondo l’Unicef, non è adatta al consumo umano. La mortalità infantile palestinese è di 7 volte maggiore di quella israeliana. L’85% delle risorse idriche palestinesi sono state dirottate dagli israeliani ver-so gli insediamenti dei coloni sionisti e così questa risorsa, nel più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo, è diventata la principale causa della mortalità infantile. In tutta la Palestina, 8.000 bambini e 400 insegnanti hanno bisogno ogni giorno di essere protetti per andare a scuola perché devono attraversare in-sediamenti ebraici e checkpoint. Yemen La guerra più “dimenticata”, di cui non parla mai nessuno nonostante sia sta-ta definita come la più grande catastrofe umanitaria al mondo. Iniziata nel 2015, vede una coalizione di 9 paesi arabi guidati dall’Arabia Saudita e soste-nuti dagli Stati Uniti contro i ribelli del nord, gli Houti. Oltre alla guerra dichia-rata contro il paese più povero del Medio Oriente – che ha però una posizione strategica perché da lì passa il controllo del Golfo di Aden - la coalizione ha messo subito in atto un blocco economico feroce e l’Arabia Saudita si è sem-pre opposta anche alla creazione di corridoi umanitari per soccorrere i civili. Risultato: il ritorno di una malattia quasi debellata come il colera, che ha fatto 500.000 vittime, la maggior parte di esse bambini. Qui viene utilizzata un’altra arma di guerra: la fame, nell’indifferenza dell’opulento mondo capitalista e delle istituzioni nonostante Ban Ky Moon (ex segretario ONU) avesse affermato nel 2016 che "la morte per fame utilizzata come arma rappresenta un crimine di guerra”. Sempre le “stime prudenti” di Save the Children riferiscono che circa 85.000 bambini sono morti di fame o di malattia dall’inizio del conflitto. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a causa della guerra in corso, l’80% dei bambini ha bisogno di assi-stenza umanitaria. Un ultimo dato: ogni 10 minuti in Yemen muore un bam-bino per denutrizione. Ci siamo dilungati su questa guerra dimenticata perché, tra le bombe fornite alla coalizione, spiccano quelle prodotte nel nostro paese, più precisamente quelle della Rwm Italia S.p.A., la filiale italiana del conglomerato tedesco Rheinmetall, con sede a Ghedi e fabbrica a Domusnovas, in provincia di Car-bonia. “L’Italia rifiuta la guerra” dice la nostra Costituzione, ma gli affari delle multinazionali non vanno fermati. Afghanistan e Iraq Afghanistan. L’ONU ha iniziato il conteggio dei civili morti solo nel 2009 (la guerra NATO iniziò nel 2001) e riporta la cifra di 28.000 morti e 52.000 feriti. È quindi ben difficile stabilire la conta dei morti, anche se stime indipendenti calcolano che in Iraq e in Afganistan siano morti almeno 4 milioni di persone. Comunque i bambini, secondo l’ONU, costituiscono l’89% delle vittime civili da residuati bellici, vittime che aumenteranno visto che Donald Trump ha di-chiarato fin dall’inizio del suo mandato che la strategia nordamericana si sa-rebbe basata sull’incremento degli attacchi aerei. Una pesante ipoteca anche sul futuro, visto che tutti ritengono impossibile lo sminamento del paese. Iraq. Cifre dell’Onu mai contraddette stimano che in Iraq solo le sanzioni oc-cidentali abbiano causato la morte di circa 1,7 milioni di civili: la metà delle vittime erano bambini. Del resto Madeleine Albright, segretaria di Stato della democratica amministrazione Clinton, alla domanda: “Abbiamo saputo che sono morti più mezzo milione di bambini, più di quanti ne uccise la bomba di Hiroshima. Valeva la pena far pagare un simile prezzo?” rispose candidamen-te, evidentemente certa dell’impunità, “Credo che sia stata una scelta molto difficile, ma quanto al prezzo, pensiamo che ne valesse la pena". Oltre alle vittime dirette della guerra, vanno conteggiate quelle causate dalla distruzione delle infrastrutture, soprattutto quelle dell’acqua e dalla distruzio-ne mirata di ospedali e scuole. Per entrambi i paesi (non dimentichiamo il precedente vicinissimo a noi: la guerra in Yugoslavia) c’è anche una pesantissima eredità lasciata alle genera-zioni future: l’uso di armi all’uranio impoverito, uranio arricchito, fosforo bian-co e altre, non solo vietate ma sconosciute alla letteratura scientifica, con il loro carico di aborti, deformazioni congenite, aumento esponenziale dei tu-mori ecc. Lasciamo ora questo (ridottissimo e limitatissimo) catalogo degli orrori – cui andrebbero aggiunti i caduti della guerra in atto oggi contro i rifugiati, oltre che ad altre guerre come quella contro la Siria - per farci una domanda. Perché questo accanimento contro i bambini? Non solo perché oggi la guerra è cambiata: lo scenario principale non sono più – ormai dalla 2° guer-ra mondiale - i campi di battaglia, ma le città e i centri di vita sociale, le infra-strutture, tutto ciò che si è costruito in anni e anni. Ma soprattutto, perché sono cambiate le forme della rapina imperialista. Sempre più cieca, la logica del profitto mira solo ad impadronirsi delle risorse di altri popoli e, date le continue crisi di sovrapproduzione, ha sempre meno bisogno dell’esercito di riserva, che rimane comunque – grazie a quanto ab-biamo detto sopra – sterminato. Quindi non ha più bisogno di investire le poche briciole del passato sul futuro dei popoli e delle classi che sottomette, rappresentato dai bambini. Le guerre imperialiste depredano le loro vittime di quello che hanno, di quello che sono e di quello che potrebbero essere: in questa ottica ricordiamo la resistenza palestinese, tre generazioni di giovani che continuano la battaglia dei loro nonni e padri, diventando un pericoloso esempio come lo sono le giovani generazioni di cubani che, pur isolati in un mondo a maggioranza ca-pitalista e castigati con il più lungo embargo della storia, continuano a resi-stere e a costituire un esempio del fatto che “si può” lottare e vincere. Le vittime, quindi, non sono affatto un “danno collaterale” ma un e-lemento essenziale delle guerre imperialiste. Ma non è carino e provo-ca problemi nell’opinione pubblica dire che i governi imperialisti fanno la guerra per il petrolio o per altre risorse vitali per i capitalisti: così i bambini i-racheni dovevano essere protetti dal tiranno Saddam Hussein quando si af-fermava che “staccasse le spine delle incubatrici”, ma non meritano neanche una parola quando muoiono sotto le “nostre” bombe. Le vittime hanno solo un valore strumentale, sono il pretesto preferito per attuare la rapina selvag-gia di paesi e popoli. Lo stesso vale per la lunga lista di “tiranni” costruiti a tavolino, ultimo della serie Nicolàs Maduro, legittimo presidente del Venezuela, cui si pretende di portare “aiuti umanitari” mentre si rubano le riserve finanziarie del paese de-positate all’estero. Due parole ancora su quello strumento delle guerre imperialiste parti-colarmente infame che sono le sanzioni, gli embarghi e i “bloqueos” che, in quanto rivolti non certo contro i governi che si vogliono abbattere ma contro la popolazione civile ed i bambini in particolare (di solito infatti vengono bloc-cati per primi cibo e medicine). Come ben sanno i cubani, i palestinesi, gli ira-cheni, i venezuelani e forse domani anche gli iraniani, queste misure sono so-lo uno strumento di castigo dei popoli che non si ribellano ai “tiranni” costruiti dall’Occidente imperialista. Molte volte abbiamo ripetuto su queste pagine le parole di Rosa Luxemburg, “Socialismo o barbarie”. Se il socialismo a molti sembra essere uno scenario lontanissimo – ma noi continuiamo a pensare, ogni giorno di più, che sia l’unico sbocco possibile per mettere fine, oltre che allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, anche agli orrori della guerra e alla probabile distruzione del nostro stesso pianeta – la barbarie è qui, ogni giorno. Continueremo inerti a farci derubare anche del futuro?
20 maggio 2019 redazione
Lavoro
Padroni e operai uniti nella lotta… alla concorrenza! Più che l’unità sindacale si propone il sindacato unico: centralizzato, gerarchi-co, sufficientemente istituzionalizzato, in grado di impedire ogni autonomia della classe operaia. Che nega il ruolo centrale del conflitto di classe e pre-tende la sottomissione dei lavoratori agli interessi padronali Luciano Orio Uno scorcio di telegiornale mi offre la visione di Landini, nuovo segretario CGIL, assorto alle parole del Capo dello Stato, nel corso della celebrazione di non so quale anniversario dell’omicidio D’Antona, il ricercatore e intellettuale di area CGIL ucciso dalle Brigate Rosse. Per carità, ognuno si merita i propri eroi e Landini, da questo punto di vista, non è da meno: lui gli eroi se li sceglie borghesi, meglio ancora, intellettuali e ricercatori borghesi, impegnati, come fu D’Antona per anni, a fornire le linee guida del nuovo sfruttamento possibile del proletariato italiano, quelle che portarono alla precarizzazione del lavoro subordinato e al disastro sociale og-gi imperante. Niente di che, certo, una partecipazione dovuta, data la comu-ne appartenenza di entrambi al sindacato, ma un’occasione in più per riflette-re sull’indirizzo che in tutti questi anni ha caratterizzato e continua a caratte-rizzare le scelte del maggior sindacato italiano, nella gestione del neo segre-tario Landini. Un indirizzo capitalista neo-liberista. Diventato numero uno della CGIL, il nostro sceglie accuratamente la propria partecipazione, che siano assemblee, manifestazioni, commemorazioni o al-tro, smettendo (per ora) i panni del capopopolo FIOM, per indossare quelli del leader sindacale e politico. In questa veste abbiamo potuto vederlo nelle manifestazioni e negli appelli unitari della triplice con Confindustria e PD, pe-rorare la causa comune del “lavoro” e della “crescita”, ovviamente all’interno della cornice europea: un esplicito invito al voto per la prossima tornata elet-torale. Puntare alla crescita, battere la concorrenza (che l’Europa ci assi-sta!) Sa parlare Landini, e parla alla pancia dei lavoratori italiani: al giorno d’oggi siamo sulla stessa barca, dice, gli interessi sono comuni tra padroni e operai. Rimaniamo all’interno dell’Europa perché possiamo difenderci meglio dagli as-salti della concorrenza nei mercati, l’unione fa la forza, si sa, e l’Unione Euro-pea ci può aiutare a superare questa fase di crisi dovuta ad una cresciuta concorrenza soprattutto da Est. Il lavoro, dobbiamo creare lavoro. Pertanto, completiamo Tav, e via a grandi opere e sbloccacantieri; teniamo aperti i cancelli all’Ilva ecc. ecc. Il mantra ripetuto è l’eccellenza del made in Italy, fa-ro della ripresa possibile. Il punto di vista di un operaio su una simile questione potrebbe benissimo concordare: se c’è il lavoro, c’è anche un salario possibile e poi col padrone ci sei per forza sulla stessa barca, eccome se ci sei! Gli operai sono incatenati al modo di produzione capitalistico che detta le sue leggi e ne sono perfetta-mente consapevoli. Sanno che le merci che hanno prodotto devono compete-re con la merce prodotta da altri operai. Anche il padrone compete con un al-tro padrone. È la legge della giungla. L’Europa, come si legge nell’appello congiunto di Confindustria e sindacati, è una barca comune e starne dentro è conveniente. Ci protegge dalla concorrenza. Ecco perché Landini parla alla pancia, ecco perché sembra razionale. Padroni e operai, due parti in contra-sto, unite ad affrontare le sfide della concorrenza capitalista. Lo sappiamo, già altre volte si è invocata la collaborazione di classe a sostenere emergenze di ogni tipo, ora la si chiede perché in questo mondo globalizzato dobbiamo sacrificarci tutti per poter reggere la posizione nei mercati. Siamo alla frutta. È reale questa razionalità? O non è la solita falsa retorica con la quale ci guadagnano solo i padroni, a mascherare il fatto che le perdite di posizione sono direttamente derivate dal declino industriale, dalla svendita dell’industria nazionale, dai limiti strutturali del nostro capitalismo, dalla cor-ruzione pubblica e dalla spietatezza dei vincoli di bilancio, dalla svalutazione e dal finanziamento in deficit che non si possono più fare, dal debito pubblico che cresce… Dalla crisi generale del modo di produzione capitalistico. E sulle spalle di chi dovrebbe reggersi questa bella impalcatura se non su quelle larghe dei lavoratori? Dovremo sacrificarci, allora, per la concorrenza? Per essere abbastanza competitivi? Beh, non è certo dovuto al caso il reitera-to tentativo di Confindustria di eliminare la contrattazione sindacale di livello nazionale. Non è poco. L’inadeguatezza e l’impoverimento progressivo dell’attuale stato sociale, poi, comportano l’attivazione delle forme di welfare aziendale sulle quali il sinda-cato “unito” ha già messo gli occhi da tempo, attraverso la rete dei servizi - a partire dalla sanità - da scambiare col salario. Unità sindacale o sindacato unico? Altro caposaldo del Landini pensiero è l’unità sindacale: per farne che? Un sindacato di lotta, un sindacato di classe? No, Landini non si rivolge ai lavora-tori - che dovrebbe rappresentare -, ma ai capitalisti, per rassicurarli sulle proprie intenzioni di pompiere sindacale, “unitariamente” a quelle di tutto il corpo dei dirigenti sindacali, oggi totalmente squalificato. Forse otterrà qual-cosa in cambio: il placet ad un sindacato interclassista, facilmente controllabi-le, istituzionale, dominato da funzionari professionisti, furbi e antioperai, in grado di svuotare di senso il conflitto di classe là dove si presenti. Stipendiati, ovviamente, basta che non parlino di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Più che l’unità sindacale ci sembra si stia proponendo il sindacato unico; un bel sindacato centralizzato e gerarchico, sufficientemente istituzionalizzato, in grado di impedire di fatto dall’alto ogni autonomia della classe operaia, ne-gando il ruolo centrale del conflitto di classe e pretendendo la sottomissione dei lavoratori agli interessi padronali. Prospettive? Non ci convincono proprio le idee di Landini e quanti, tra i lavoratori, si ade-gueranno, oltre a compiere un bel servizio ai padroni, diventeranno loro stessi un problema. Perseguire l’obiettivo della crescita economica infinita, per come la vediamo, significa voler aumentare il volume dell’attività economica fino ad influenzare tutto: “dall’atmosfera al fondo dell’oceano, l’intero pianeta diventa una zona di sacrificio: tutti noi abitiamo alla periferia della macchina che produce profit-to.” (G. Monbiot) Battere la concorrenza ha implicazioni di non poco conto. La concorrenza, si sa, non sta mai ferma, si fa sempre più minacciosa; di più, la concorrenza può assumere e assume forme nuove e più violente che danno origine non solo a spietate guerre commerciali, ma anche a guerre, giustamente definite imperialiste, tra le varie potenze.
marzo 2019 redazione
Unione europea
Grandi manovre per sostenere il polo imperialista europeo L'Unione europea non è riformabile se non si elimina la causa per cui è stata creata Emiliano Si avvicina la scadenza per la presentazione delle liste alle elezioni europee e tutte le forze che intendono partecipare sono in grande agitazione, cercano alleanze in campo europeo e non solo. A destra si va dai cosiddetti sovranisti (nazionalisti, fascisti e razzisti) Lega e Fratelli d'Italia - reduci da viaggi negli Usa per ottenere riconoscimenti e appoggi da Trump - impegnati a creare un cartello con tutte quelle forze reazionarie europee, dall'ungherese Orban alla francese Le Pen, che vogliono le frontiere chiuse in difesa di una Europa dei “bianchi” contro “l'invasione” di neri, arabi e musulmani. Altre forze di destra come Forza Italia si rifanno al partito popolare europeo che ha avuto come massima espressione la Merkel e vede in Tajani - ex-monarchico, presidente del Parlamento europeo - il massimo dirigente, naturalmente dopo il capo-padrone e suo Re Berlusconi. Il Movimento 5 stelle, è ammansito alla prova del governo, dopo i vaffa e gli urli contro l'Europa, cerca alleanze con frange populiste, di ispirazione liberale e/o estrema destra sparse in diversi paesi che si dichiarano nè di destra nè di sinistra al fine di riuscire a creare un gruppo parlamentare europeo con cui aumentare il proprio peso politico. Per portare avanti “l'idea di una Europa diversa” i pentastellati vanno dai polacchi Kukiz 15, contrari all'aborto e all'adozione dei bambini da parte delle coppie gay e fiancheggiatori del Movimento nazionale di ispirazione neo-nazista, ai Croati di Zivi Zid, ai liberali finlandesi di Liike Nytal, al partito greco dell'agricoltura e dell'allevamento Akkel. Il M5S è pronto a rifare nella campagna elettorale europea quello che hanno fatto il 4 marzo alle politiche: promettere e non mantenere ed essere sponda in Europa per le altre formazioni di destra, come hanno fatto con la Lega di Salvini. Le elezioni europee si svolgono con il sistema proporzionale e quindi ogni partito o movimento ha interesse a partecipare in prima persona, ma le regole elettorali impongono la raccolta di almeno 180.000 firme ad ogni forza che non possa usufruire di quei simboli che abbiano già partecipato alle elezioni ed eletto dei parlamentari. La politica la fanno le regole elettorali e non le idee, si deve fare i conti con la realtà: trovare simboli che permettano di saltare le firme e partecipare al voto senza rischiare di perdere troppo la faccia. Da ciò derivano le varie manovre cui assistiamo, con disgusto, sul gioco delle tre carte che i vari partiti stanno facendo per camuffarsi nel tentativo di fare dimenticare le loro malefatte e di convincere gli elettori a votare. In primo luogo il PD che, pur avendo un simbolo riconosciuto cerca di coinvolgere altre forze - pronto anche a rinunciare al proprio simbolo - per tentare di risalire la china elettorale che lo ha visto perdere consensi ad ogni tornata elettorale sia politica che amministrativa. Il PD si ripropone come forza europeista centrista capace di governare e di rappresentare e garantire il grande capitale in alternativa al partito popolare europeo. L'ultimo acquisto, Calenda, con un appello - che tutti i candidati alla segreteria prima delle primarie hanno firmato – propone un listone europeista e liberista che vada da Monti a Bonino, allargato ad esponenti di centro destra. Zingaretti - che appena vinte le primarie, si defila da Calenda e cerca una proposta un pochino “più a sinistra” di quella precedente, ma non troppo tanto che si precipita subito a Torino per sostenere il TAV - apre ad un’alleanza che, oltre al PD, raccolga sempre Bonino, i Verdi, una parte di LEU e qualche componente di Sinistra Italiana. Ma anche i Verdi hanno un simbolo riconosciuto che evita la raccolta delle firme e possono giocarsi un ruolo da protagonisti vista la loro scomparsa dallo scenario della politica. Probabili alleati sono il sindaco di Parma, Pizzarotti proprio quello che, appena eletto, con la prima valutazione costi-benefici diede il via all'inceneritore nella sua città, e con loro potrebbero andare anche settori di LEU e Diem25, l’organizzazione italiana di Varoufakis. Infine Rifondazione comunista che, essendo titolare del simbolo Sinistra Europea, eviterebbe la raccolta delle firme. La sua proposta è sballottata tra quella avanzata dal sindaco di Napoli di coalizione, attraverso DemA (il partito-movimento di De Magistris), con Sinistra Italiana, Possibile, Diem 25 e altre formazioni minori, e una possibile apertura a Potere al Popolo. Scomposizione e ricomposizione sono in continuo movimento in tutti i raggruppamenti alla ricerca delle poltrone perdute. Alcune delle forze partecipano a più tavoli pur di essere presenti in qualche lista e questo potrà produrre sorprese finali ed improbabili quanto “strane” combinazioni e alleanze. I partiti possono camuffarsi come vogliono, ma la partecipazione alle votazioni sempre più bassa, come si registra in quelle amministrative, fa ben sperare sulla (in)capacità delle forze borghesi di esercitare la loro influenza, anche se questa astensione non corrisponde ancora ad una presa di coscienza della necessità della lotta di classe organizzata e di massa. Non partecipare alle votazioni vuol dire non credere alle promesse, non stare con nessuno degli sfruttatori, delle multinazionali, delle banche che spadroneggiano, delle polizie e degli eserciti della piramide imperialista. Tutti i partiti in corsa, sia di destra che di “sinistra”, sono per un'Europa diversa, ma tutti ci sguazzano e la difendono anche perché garantisce una buona fonte di introiti. Ribadiamo che l'Unione Europea è un insieme di Stati imperialisti in continua concorrenza tra di loro per garantirsi l'egemonia nella lotta contro altri imperialismi e contro la propria classe lavoratrice. L'Unione europea non è riformabile se non si elimina la causa per cui è stata creata cioè lo sviluppo del capitalismo in polo imperialista europeo. Chi nega questo e vuole riformare l'Unione europea è un capitalista o un suo sostenitore oppure un traditore degli interessi dei proletari. Quello che manca in tutti partiti interessati alla campagna elettorale in Europa è il proletariato, i suoi interessi di classe strategici ovvero la necessità dell'abbattimento del capitalismo e dell'imperialismo europeo e mondiale, la necessità di eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione attraverso una rivoluzione proletaria che sappia unire i popoli sulla base dei propri interessi di classe contrapposti a quelli della borghesia.
marzo 2019 redazione
25 Aprile
Lottare contro le basi materiali, economiche e sociali del fascismo ci sono ancora Aspetti della strategia di classe del fascismo che comportano infinite modalità con le quali reazionari e riformisti piegano i lavoratori ai diktat del capitale Luciano Orio “L’antitesi sistematica nella quale hanno giocato tutte le teorie socialiste non è un dato della realtà. La collaborazione è in atto. Bisogna costruire un fronte unico dell’economia italiana, bisogna eliminare tutto ciò che può turbare il processo produttivo, raccogliere in fascio le energie produttive del paese nell’interesse della nazione”. Benito Mussolini “Bisogna ottenere che gli imprenditori siano buoni imprenditori, gli impiegati buoni impie-gati, insomma i ricchi buoni ricchi e i poveri buoni poveri. Sono convinto che verrà il tempo in cui lo Stato sarà guidato in questo modo”. Gino Giugni “La legislazione sul lavoro salariato… fin dalla nascita è coniata per lo sfruttamento dell’operaio e gli è sempre ugualmente ostile”. Karl Marx Reazione fascista e deriva intercl assista, strategie dell’attacco neo liberista Per un 25 Aprile di lotta 25 Aprile, una data celebrata dai pulpiti ufficiali con costante banalità e retorica, un rito che ha svuotato anno dopo anno gli ideali, le aspirazioni e il pensiero politico di chi quella lotta ha combattuto. Ci parlano di “vittoria della pace” in un mondo che gronda sangue per guerre di cui sono sempre responsabili i “democratici” governi occidentali. Ci parlano di “fine del nazismo” quando in Ucraina è al potere una giunta nazista, voluta e supportata sempre dai “democratici” di cui sopra. Si investono centinaia di milioni di euro in armi e si riducono i letti d’ospedale, si lascia la sanità a chi può pagarsela. Ci parlano di libertà, ma quale? Quella dei padroni di licenziare o degli imprenditori e mafiosi di ingrassare con ope-re pubbliche inutili e costose? Ci parlano di un interesse nazionale comune, per favorire i padroni. Parlare oggi di conflitto di classe, dalla parte del movimento operaio, è tabù. La lotta di classe, quella fatta dai lavoratori, è contrastata e delegittimata. Le basi materiali, economiche e sociali del fascismo ci sono ancora, ora più che mai. Ci siamo appena lasciati alle spalle la riedizione annuale della “giornata del ricordo” e del mito delle foibe, una data-simbolo che la destra liberal-fascista celebra e farà celebrare ad imperitura memoria, con il chiaro intento di sostituirla, nel cosiddetto immaginario colletti-vo della nazione, con la data simbolo della liberazione dal nazifascismo, il 25 Aprile. La reazione imperversa e, come da copione, Dio, Patria, Famiglia, mette insieme le varie anime della destra per inscenare la nuova forzatura politico culturale. Il congresso di fine marzo a Verona sulla famiglia. Se il primo (Dio) dichiara, per bocca del segretario di stato Vaticano Parolin, di concordare sulla sostanza, ma non sul metodo, i rappresentanti di Stato e Famiglia Salvini e Fontana, accolgono entusiasticamente l’iniziativa, al punto di farsene convinti patrocinatori. La destra neo-liberale gongola e i fa-scisti vecchi e nuovi si riabilitano nell’immagine pubblica. Dopo la devastazione dei diritti dei lavoratori, dopo l’attacco alla memoria storica, tocca ora alle conquiste culturali frutto delle lotte dei decenni passati, quelle della sinistra, quelle che ancora dovrebbero riflettere, nel desolato panorama della sinistra odierna, il tema cen-trale dell’azione di lotta unitaria della classe. Dall’altra parte preme l’interclassismo dei movimenti piccolo borghesi e riformisti, e dei confederali, tutto imperniato sull’obiettivo della crescita, per sostenere proprietà e impre-sa, attraverso il ruolo dello Stato. Non sarà sfuggito il primo atto pubblico di Landini, neo segretario CGIL: la manifestazione di Roma del 9 febbraio con CISL e UIL, settori di Con-findustria ed esponenti PD e LEU. Tutti uniti con il comune obiettivo della crescita, talmen-te uniti da superare in suo nome e per conto dei padroni il conflitto capitale-lavoro. Non è certo una novità. Proprio il fascismo si fece portavoce di tale strategia, attraverso il riconoscimento dell’organizzazione privata della produzione quale “funzione di interesse nazionale” e della impresa economica privata come motore dell’economia. La Carta del La-voro, approvata nel 1927, diede il via alla strategia classista del fascismo, ne segnò l’indirizzo di politica economica (privata) e sancì la nascita dello Stato corporativo fascista, caratterizzato dalla presenza del sindacato unico quale ente pubblico amministrativo al fine di ingabbiare i lavoratori entro i limiti della “contrattazione economica corporativa”. La lotta di classe era superata (quante volte abbiamo sentito questa espressione!) per fare posto ad una superiore “armonia” che coniugava “il benessere dei singoli con lo sviluppo della potenza nazionale”. L’interclassismo, nella forma della corporazione fascista, doveva servire al capitalismo italiano nel periodo di crisi economica e generale, tra la prima e la seconda guerra mondiale, per risolvere sia pure parzialmente la crisi a spese della classe operaia e contadina e sancire la subalternità della società al sistema delle imprese private. Esso fu espressione dell’offensiva della borghesia monopolistica contro la classe operaia. Ma la deriva aclassista e neocorporativa si trova collocata in vicende anche più recenti del-la nostra storia: la “svolta dell’Eur” del 1978, ad esempio, la “linea dei sacrifici”, in nome dell’interesse comune e della pace sociale, era indirizzata a centralizzare e gerarchizzare il sindacato, istituzionalizzarlo (sindacato di Stato), impedendo di fatto, dall’alto, ogni auto-nomia della classe operaia. Volevamo segnalare questi due aspetti della strategia di classe del fascismo che compor-tano infinite modalità con le quali reazionari e riformisti piegano i lavoratori ai diktat del capitale. Le condizioni di sfruttamento e di impoverimento delle classi subalterne sono ine-quivocabili, stanno lì a denunciare l’inconsistenza di ogni visione interclassista, finta alter-nativa, ipocrita e inconsistente mediazione stabilita dall’alto che ci consegna dritti filati alla reazione. Anche oggi l’interclassismo opera per la grande borghesia monopolistica, tutta unita a chiedere sblocca cantieri, tav, grandi opere, F35, nuove tecnologie… devastanti programmi di spesa pubblica propagandati per il bene comune della nazione e di noi tutti; in realtà una redistribuzione delle risorse pubbliche alle imprese, con l’adeguamento di salari e con-dizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e devastazione dell’ambiente (Ilva). Programmi che prevedono, in ogni caso, l’intensificazione del tasso di sfruttamento della forza lavoro, col parallelo smantellamento del sindacato (Cgil Cisl Uil), lasciato alla sua len-ta deriva, ridotto ad un ruolo para istituzionale, appiattito sulle proprie visioni di compatibi-lità con i padroni. Fare dell’impresa capitalistica il centro di ogni valore della vita sociale, questo vogliono i padroni nella loro sfrenata corsa ai profitti; di fronte a queste strategie l’antifascismo di facciata, aclassista, è solo uno strumento nelle mani dei padroni e serve per occultare la realtà dello sfruttamento e indirizzare lavoratori e grandi masse alla collaborazione di clas-se anziché alla lotta. Il 25 Aprile deve servire per rilanciare la lotta di classe, oggi indispensabile più che mai, al-trimenti rimarrà solo una giornata balneare. Finché ce la lasceranno.
marzo 2019 redazione
Ambiente
Pianeta verde? Si, ma… Mentre ci avviciniamo al ‘punto di non ritorno’ come avvertono molti scienzia-ti, il capitalismo diventa anche “verde”, un affare assai redditizio per un si-stema che genera e riproduce costantemente i meccanismi della distruzione della natura Daniela Trollio (*) Marzo è stato il mese di alcuni movimenti “globali”. Dallo sciopero delle don-ne l’8 marzo allo sciopero per il clima del 15 marzo. Ed è di quest’ultimo che vogliamo parlare. Decine e decine di migliaia di giovani – ed è un fatto importantissimo che essi non vogliano lasciare in mani altrui il proprio futuro - si sono mobilitati in tut-to il mondo contro l’indifferenza, la complicità e la responsabilità dei governi verso il cambiamento climatico già in atto, e le cui conseguenze ognuno di noi può vedere nel proprio paese. Meno visibili sono alcune azioni che da anni compromettono non solo il clima ma la vita dei più poveri, e non solo. A partire dalla campagna di alcuni anni fa per i bio-combustibili, che tanto bio non sono: un aumento della produzio-ne di grano, mais, canna da zucchero ecc. che andrebbero a produrre tali combustibili. Peccato però che questo significhi sottrarre terreni agricoli - ov-viamente nelle parti più povere del pianeta - da destinare non all’alimentazione ma a questo tipo di prodotto “verde” per le auto dei più ric-chi. Risultato: la rovina dei piccoli agricoltori, delle economie familiari, un au-mento della fame nel mondo. Paladino di questa battaglia, per cui ricevette un premio internazionale nel non troppo lontano 2007, fu niente meno che il vice-presidente degli Stati Uniti, Al Gore. Il progetto – almeno ufficialmente – abortì grazie alle lotte e alle proteste dei contadini messicani. E se Greta Thunberg, l’attivista svedese di 16 anni che il 4 dicembre 2018 ha parlato del tema alla COP24, il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi in Polonia, è diventata un’icona del movimento, nessuno si è ricordato, nelle manifestazioni, di Berta Càceres, uccisa il 2 marzo 2016, am-bientalista e leader del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene, che da anni si batteva contro la realizzazione di un impianto idroelettrico nell’Honduras del Nord. I mandanti: i dirigenti della DESA S.A., l’impresa inca-ricata di costruirla… E nessuno ha ricordato i 207 ambientalisti che sono stati assassinati in 22 paesi nel 2017. Nella stragrande maggioranza dei casi per-ché la loro lotta andava direttamente al cuore del problema: non gli Stati e la loro apparente inerzia riguardo alla distruzione del pianeta che avanza, ma le multinazionali ed i loro progetti predatori alla ricerca del massimo profitto. Ma c’è un’altra dimenticanza più grave e gravida di conseguenze, in questo movimento globale, quella che ha fatto - e continua a fare - più morti in asso-luto perché… va bene il pianeta ma i suoi abitanti non sono un elemento se-condario: le guerre imperialiste e le loro conseguenze sugli esseri umani e sull’ambiente. Yugoslavia, Afganistan, Iraq, Libia, Yemen, Siria: circa 150 milioni di morti e terra, acqua e aria contaminati per i millenni futuri e per le generazioni future non ancora nate - grazie all’uso dell’uranio impoverito e di chi sa quali altri veleni. Se, come ricorda qualcuno, i romani spargevano sale sulle terre conquistate per assoggettare anche in futuro i nemici vinti, noi abbiamo visto il Vietnam annaffiato di Agente Orange, che ancor oggi – 44 anni dopo – ‘produce’ 500.000 bambini ciechi o deformi; la Yugoslavia e l’Afganistan seminati di bombe all’uranio impoverito, 320 tonnellate nel solo Iraq in cui, oltretutto, le forze angloamericane bombardarono i campi petroliferi per mesi, producendo milioni di tonnellate di diossido di carbonio, zolfo e mercurio e una pioggia a-cida che distrusse la vegetazione e gli animali. Proprio l’Iraq ha sperimentato nel 2015 la temperatura più alta al mondo a causa della distruzione, causata dalla guerra, del manto vegetale e i pescatori e i ragazzi che fanno il bagno nel fiume Tigri continuano a incontrare cadaveri nelle sue acque. Più recentemente, va ricordato che il governo degli Stati U-niti – amministrazione Trump buona ultima – ha investito 1,2 bilioni di dollari per fabbricare nuove bombe atomiche, perché il mondo “sia più sicuro”. E ci fermiamo qui. Sappiamo bene che il capitalismo distrugge l’uomo e la natura. Per sua natu-ra ha bisogno di produrre e sfruttare sempre più intensamente per realizzare il profitto, il che implica non solo un sempre più sfrenato e brutale sfrutta-mento della forza lavoro ma lo sfruttamento sempre più intensivo della natu-ra stessa che, lungi dall’essere in questa società un “bene comune” di pro-prietà di tutti i suoi abitanti, diventa una merce anch’essa. E come tale viene ampiamente pubblicizzata. Mentre ci avviciniamo al ‘punto di non ritorno’ come avvertono molti scienzia-ti, il capitalismo diventa anche “verde”, un affare assai redditizio per un si-stema che genera e riproduce costantemente i meccanismi della distruzione della natura. Solo che il nostro pianeta è “finito” e questo processo va in una sola direzione: una catastrofe per il genere umano. È questo il nodo di ogni lotta: da quelle più piccole, che chiamiamo di solito ‘rivendicative’, a quelle ‘globali’: chiamare le cose con il loro nome, identifica-re le vere cause dei problemi. E non è così difficile, oltre ad essere l’unico modo perché nelle lotte si sviluppi la coscienza di chi è il vero nemico. Facciamo un esempio in tema: il movimento dei gilet gialli. Nato da un appa-rente rifiuto “antiecologista” di pagare di più la benzina per favorire “un mon-do più pulito” (accidenti… questi francesi che non vogliono pagare per il mi-glioramento dell’ambiente…), si è subito scontrato con la nuda realtà del po-tere del capitale e del ruolo dello Stato: sono andati così velocemente in pezzi - con le cariche della polizia, le pallottole di gomma, gli arresti - i tanto blate-rati concetti di ‘democrazia’, di uguaglianza, progresso sociale ecc. Così ora è chiaro a moltissimi francesi che Macron è il rappresentante dei “ricchi”- che fa regali ai capitalisti in nome della competitività e impone tasse ai poveri in nome dell’ecologia - e che chi ogni sabato si incontra, si scontra e manifesta vuole un mondo diverso, dove siano le necessità delle persone – e non del grande capitale – a guidare le scelte della società. Detto in altri termini, e senza enfasi, si sta facendo strada l’idea di una socie-tà che produca per i bisogni reali della maggioranza. Dategli voi il nome che volete, io la chiamerei socialismo. Un bel salto di qualità, che ci dice che la lotta produce avanguardie, chiarisce chi è il nemico (moltissimi di quei giovani che hanno scioperato per il clima sono nelle piazze di Francia ogni sabato anche loro con il gilet giallo e vengo-no manganellati, arrestati, incarcerati), crea unità e contiguità tra movimenti che partono da diversi punti di crisi di questa società. Sono movimenti contradditori, dove ci sono ambiguità, diversi livelli di co-scienza e vari attori sociali? Verissimo, ma questo movimento prima di tutto è un movimento - proletari, lavoratori, piccoli artigiani immiseriti, studenti, professori ecc. che si ribellano, che lottano, si organizzano, ragionano sulla propria esperienza, sui loro veri problemi e interessi e tracciano bilanci – che sta causando la perdita della legittimità del potere e del sistema capitalistico. Di questi tempi, qui da noi almeno, non è poco: bentornata, lotta di classe! Quindi non si tratta di arrendersi alle mode, o ai ‘movimenti’ in quanto tali, ma di parteciparvi attivamente portando la nostra esperienza di lotta, l’analisi di classe, la coscienza della necessità dell’organizzazione, se vogliamo svolge-re il ruolo che i comunisti devono svolgere, altrimenti tali non sono. Ricordando anche, rispetto agli obiettivi, che se la seconda parola d’ordine della Rivoluzione bolscevica era “Tutto il potere ai Soviet”, la prima era “Pane, pace, lavoro e libertà”.
gennaio 2019 redazione
Foibe
Foibe: revisionismo storico e anticomunismo Una delle più sconcertanti e oltraggiose disposizioni di legge nel nostro paese redazione "nuova unità" Firenze Dal 30 marzo 2004, dall'istituzione del Giorno del Ricordo, per una conver-genza delle forze di destra e di centrosinistra all’interno del Parlamento con la legge 92, ogni anno dobbiamo sopportare che istituzioni, stampa, scuole, spettacoli (indecente quello del "cantante" Cristicchi), film, fiction, celebrino questa giornata portando avanti il processo di revisionismo storico attraverso falsità, strumentalizzazioni politiche e mistificazioni. Come dire, perché una testimonianza diventi di molti e una falsa voce diventi verità bisogna che lo Stato ne favorisca la diffusione! Non stupisce, quindi, che il Presidente della Repubblica, da consumato demo-cristiano, celebri questa giornata alla presenza di politici bipartisan, al Quiri-nale con parole revansciste e persino fasciste trascurando le occupazioni nazi-fasciste, sposando l'uso politico della storia manipolata per, ancora una volta, trovare la giustificazione per infamare il "comunismo titino", travisare fra chi scatenò gli orrori della seconda guerra mondiale e chi fermò e sconfisse la gentaglia nazifascista, escludere la differenza fra vittime e carnefici. Attac-cando come negazionisti coloro che ricercano la verità mentre applica il nega-zionismo consentendo al revisionismo storico di assumere vesti istituzionali. Con questa giornata alla quale hanno dato un buon contributo gli eredi del PCI i vincitori che avevano sconfitto i criminali nazifascisti che avevano dato origine alla guerra diventano carnefici mentre i criminali diventano vittime meritevoli della medaglia al valore. Secondo la cultura dominante centinaia di migliaia di italiani sono stati ammazzati infoibati addirittura vivi - per la bece-ra propaganda di Salvini che a Basovizza, anche numerosi bambini - nell’attuazione di un piano di pulizia etnica operato dai partigiani comunisti jugoslavi, piano al quale presero parte anche delle formazioni garibaldine, per calcare la mano sulle colpe comuniste. Quando si parla di foibe bisogna affidarsi agli storici che tengono ben presen-te del contesto nel quale sono maturati gli avvenimenti. Intanto tutti coloro che morirono in prigionia e, comunque, dopo un regolare processo, non si possono assimilare agli infoibati. Le rappresaglie spontanee avvenute dopo l'8 settembre, quando l'intera zona tornò direttamente sotto il controllo tedesco e si sviluppò una feroce repressione della resistenza partigiana, non furono rivolte indiscriminatamente contro gli italiani, ma contro i rappresentanti del potere fascista gerarchi, podestà, polizia, cioè tutti i colpevoli di collaborazio-nismo con i nazifascisti, che avevano perpetrato atti criminali ai danni della popolazione slava prima e soprattutto dopo l’invasione jugoslava da parte delle forze dell’Asse. E quando, nel 1941 Lubiana divenne provincia italiana, furono accertati numerosissimi crimini di guerra compiuti dall’esercito italiano. Quella che viene spacciata per immane tragedia dei profughi - mentre non si riconosce quella che vivono attualmente altri popoli - è un'altra strumentaliz-zazione. Gli italiani di Istria e Dalmazia non furono scacciati dalle loro terre - che peraltro non erano le loro, ma che condividevano con i popoli slavi, co-stretti nel ventennio ad una italianizzazione forzata, che hanno subito distru-zione, incendi e saccheggi di villaggi, decine di migliaia di internati e di morti -. Fu un abbandono spontaneo di coloro - soprattutto delle classi borghesi e agiate, dei proprietari terrieri ecc. che scelsero la cittadinanza italiana che non scappavano perché italiani, ma perché contrari a condividere l'esperienza collettiva che si stava attuando in quelle zone. Le comunità italiane che rima-sero oltre confine e che tuttora abitano la Croazia e la Slovenia beneficiarono dei diritti riconosciuti a tutte le minoranze, compreso il mantenimento della lingua e della cultura di origine. Non abbiamo visto l'ultimo prodotto anticomunista (partigiani che violentano una studentessa figlia di un dirigente fascista) passato alla TV l'8 febbraio col titolo "Red land-Rosso Istria", ma possiamo ricordare il film Porzus, uscito nel 1997 (recensito subito da "nuova unità"). Realizzato con ben 3 miliardi e 200 milioni di lire generosamente erogati dal governo dell'Ulivo. Ma appagava - da parte della "sinistra" ulivista - il presentare la Resistenza come uno scontro tra bande animate da smanie ideologiche per chiudere i conti con una impor-tante pagina della storia italiana culminata con la Liberazione da parte dei partigiani dalla dittatura nazifascista. Alla base dell'avvenimento di Porzus - l'uccisione, fra il 7 e il 18 febbraio 1945 di diciassette partigiani - invenzioni, manipolazioni, omissioni per un altro pezzo di storia in funzione anticomuni-sta perché accusa la ferocia dei partigiani comunisti contro i democristiani e nasconde il ruolo di una delle bande fasciste più sanguinarie, la X Mas di J. V. Borghese. I fascisti sono sempre utilizzati dal potere per rinsaldare l’ordine borghese con l’involuzione della società in senso sempre più reazionario ed autoritario, pensiamo alla madre delle stragi: Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre ’69. o all’operazione di Gelli con il “Piano di rinascita democratica-P2”. Anche i fa-scisti, oggi, sono utilizzati sempre come strumento di provocazione e aggres-sione. I fascisti operano nelle strade e nelle piazze con campagne anti-immigrati, anti-aborto, contro le foibe, ammantate di populismo e “nazional-socialismo” e anticomunismo viscerale per intercettare fasce giovanili arrab-biate per la crisi, ma confuse e disorientate dalla mancanza di un punto di vi-sta politico e culturale dei valori comunisti. I discorsi di Mattarella sono la negazione della matrice antifascista dell'Italia repubblicana, e in sintonia con la politica dell'attuale governo (che non si di-scosta molto dal precedente!), politica di repressione nei confronti dei lavora-tori, dei giovani dei centri sociali sgomberati, degli immigrati, di tutti coloro che si ribellano e rifiutano l'antifascismo di maniera, di facciata per far avan-zare quello militante. Diventa indispensabile, quindi parlare di storia con gli storici per smontare una propaganda falsa e martellante.
gennaio 2019 redazione
Lotte di classe
Lotte di classe, rapporti giuridici e diritto borghese Che cosa cambia con il Decreto sicurezza? Michele Michelino Solo il proletariato cosciente che è estraneo al suo nemico osa ribellarsi rico-noscendo il proprio nemico di classe nella borghesia, nei suoi rappresentanti politici, istituzionali, non si sente coinvolto nella sorte del suo nemico, è co-sciente di non viaggiare sulla stessa barca. Il proletariato che lotta - lo schiavo salariato che si ribella - ha imparato a non andare a trattare dal padrone col cappello in mano, a essere “insolente”, ha capito che ogni “conquista” basata sui rapporti di forza può essere vanificata subito dopo averla ottenuta. Il proletariato cosciente e le sue avanguardie non si limitano a rivendicazioni economiche ma a volere tutto, il potere, mentre la borghesia ha imparato che non può concedere niente, se non vuole che sia proprio il suo potere a essere messo in discussione. Il sistema capitalista ha imparato a gestire le varie forme di conflitto, tolle-rando quelle sociali, rivendicative o politiche, compatibili col sistema stesso e reprimendo violentemente le altre. Lo Stato è democratico, pacifico, con quelli che cercano - o si illudono - di trovare la soluzione ai loro problemi muovendosi sul terreno delle compatibili-tà col sistema di sfruttamento capitalistico, con tutti quelli che si illudono di cambiare la realtà economica sociale e politica a favore delle classi sottomes-se affascinati dal parlamentarismo. È tollerante con coloro che si muovono e creano conflitto ma cercano momenti di legittimazione da parte del potere, ed è inflessibile con chi mette in discussione il profitto e il suo dominio. La borghesia, classe di minoranza che detiene il potere nella società, è mae-stra nel far apparire come interessi generali della collettività i suoi meschini tornaconti e guadagni. Le leggi non sono mai fatte nell’interesse del “popolo”, degli “italiani”, para-frasando una parola che ha fatto le fortune elettorali di Lega e 5Stelle, ma di quella parte che detiene il potere economico e politico, i grandi capitalisti, le multinazionali, l’imperialismo, a scapito della stragrande maggioranza della popolazione. Gli attuali partiti al governo rappresentanti della piccola e media borghesia andati a governare con una campagna contro i poteri forti, al pari delle forze politiche che li hanno preceduti (Pd, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega ecc.), si sono genuflessi davanti all’Unione Europea, alle multinazionali, al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale, alla Bce, all’imperialismo mondiale, a cominciare da quello USA. Uno degli ultimi esempi della loro politica demagogica al servizio del grande capitale è il “decreto sicurezza” voluto insistentemente dal Ministro dell’interno leghista Salvini e dal governo Lega e 5 stelle, diventato legge e presentato come un argine contro l’invasione “straniera”, in particolare contro gli immigrati poveri, perché un nero, un arabo, indiano, o di qualunque altra nazionalità o colore purché ricco in Italia è benvenuto, servito e riverito. Il Decreto sicurezza In realtà il decreto “sicurezza” di Salvini e del governo gialloverde non è solo contro gli immigrati, ma contro tutti i lavoratori, i proletari italiani o no che lottano per difendere i propri interessi, il posto di lavoro e i propri diritti, visto che prevede un aumento delle pene e la galera per una serie di azioni di lotta tradizionali del movimento operaio e popolare come riportato in particolare nei punti 23 e 30 della legge. Viene reintrodotto il reato di blocco stradale e invasione di altrui pro-prietà privata, inteso come ostruzione di strade e binari, punibile con pe-ne da 1 a 6 anni, raddoppiate (da 2 a 12 anni) se il fatto è commesso da più persone usando violenza o minaccia a persone o cose. Da notare che il reato di blocco ferroviario e stradale fu introdotto nel 1948, su iniziativa del Ministro dell’Interno Scelba e nel 1999 era stato depenalizzato e punito con una sanzione amministrativa pecuniaria. Anche per l’invasione dell'altrui proprietà privata (occupazione di case, fabbri-che che licenziano ecc.) oltre all’aumento della multa la pena passa da due a quattro anni con le aggravanti a seconda che il fatto sia compiuto in gruppo. Come è evidente queste misure sono rivolte contro i lavoratori in lotta per in-timidire, frenare ogni forma di opposizione sociale di chi mette in discussione il sistema capitalista basato sullo sfruttamento e il conflitto di classe. Contro questo decreto, che è in continuità con le politiche contro gli immigrati di Minniti del PD, si sono levate più voci. In particolare dai sindaci e governa-tori di Regioni che denunciano la chiusura dei grandi Centri Sprar, anche se nessuno di loro denuncia che nei 40 articoli della legge il sale è dato dai provvedimenti contro le lotte operaie e sociali. Le uniche critiche riguardano il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati creato a partire dalla legge Bossi-Fini nel 2002, oggi a rischio scom-parsa per effetto del decreto Salvini. Con questa legge i sindaci che devono gestire sul territorio i flussi migratori denunciano che non c’è già più una politica dell’accoglienza e, con la chiusura dei porti, si arriva all’inaccettabilità di chiunque arrivi da richiedente. In que-sto modo si depotenzia il sistema dell’accoglienza cancellandolo, creando ca-os, continuando ad alimentare il fantasma del nemico, dell’invasore straniero, attuando una politica che avvantaggia i padroni del lavoro nero e le varie ma-fie a discapito dei più deboli. Con l’abolizione del permesso di soggiorno con-cesso per motivi umanitari, poi, crescerà il numero dei “clandestini”, un a-spetto paradossale perché non crea sicurezza ed è punitivo nei confronti dei richiedenti asilo. Contro questa legge alcune Regioni hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale e alcuni sindaci hanno annunciato e cominciato a pratica-re “l’obiezione di coscienza” ritenendo la legge una violazione dello stesso di-ritto borghese, dal momento che il decreto prevede anche l’esclusione dei ri-chiedenti asilo dal registro anagrafico. La magistratura, al pari di altre istituzioni dello Stato, è da sempre schierata con il potere, ora più che mai. Illuminante al riguardo è la sentenza della ma-gistratura milanese dell’8 gennaio scorso per lo sciopero davanti ai cancelli della DHL di Settala del marzo 2015 che ha condannato a: 1 anno e 8 mesi il Coordinatore nazionale del S.I. Cobas e ad altri compagni e delegati DHL del S.i.Cobas e del C.s.a Vittoria; 2 anni 3 mesi e 15 giorni ad una compagna del C.s.a Vittoria; e 2 anni 6 mesi e 5 giorni ad un altro compagno del C.s.a Vitto-ria. Questa sentenza, che si colloca inoltre nel solco delle scelte repressive del razzista, xenofobo e antioperaio decreto “sicurezza”, arriva dopo molteplici denunce, fermi, cariche poliziesche, intimidazioni ai delegati e ai lavoratori del S.I. Cobas e di altre realtà sindacali. Criminalizzare gli avversari, i nemici, incarcerando o ricorrendo all’azione pe-nale processuale è uno dei tanti modi usati dal potere per contenere i conflit-ti. Il processo di integrazione delle organizzazioni tradizionali della classe ope-raia, in particolare dei sindacati confederali storici Cgil-Cisl-Uil, dell’Ugl e altre sigle falsamente autonome, li ha trasformati da organismi di lotta delle riven-dicazioni operaie a organismi collaborativi del capitale, funzionali al dominio ideologico e politico del proletariato nel sistema capitalista. Questo processo investe anche di alcuni sindacati di base che, per frenare a lotta di classe che si esprime sempre più su contenuti e obiettivi anticapitalisti/antimperialisti, avvallano l’azione repressiva dello Stato e degli industriali contro le sue avan-guardie in caso di licenziamenti politici e mancati diritti dei lavoratori. L’illusione di chi, per anni, ha pensato di cambiare i sindacati di regime o il si-stema dall’Interno “democraticamente per via elettorale” senza tenere conto del loro ruolo al servizio dei padroni ha finito per trasformare alcuni individui e organizzazioni in complici attivi del sistema di sfruttamento. Le manganellate ai picchetti, le denunce e i conseguenti processi sono, in un certo senso, sempre esemplari perché, attraverso la persecuzione degli impu-tati, si persegue non solo la loro condanna, ma la condanna delle classi o dei settori di classe che hanno espresso queste lotte. In questi processi, infatti, insieme agli imputati si condanna l’organizzazione, la tattica, la strategia, la solidarietà - indipendentemente dai fatti contestati ai singoli - trasformando la lotta di classe in atti criminali. Il processo contro le avanguardie è prima di tutto un atto autoritario, legaliz-zato, intimidatorio, di cui lo Stato si serve per rafforzare il controllo sociale at-traverso la persecuzione e l’eliminazione di chi si oppone all’attuale società capitalista. La repressione “legale” è un atto di forza, reso legittimo dalle leg-gi borghesi e dai rapporti di forza derivanti dalle condizioni dei rapporti sociali che esprimono consenso alla repressione di chi mette in discussione l’ordine “democratico” borghese. La lotta fra le classi condiziona gli assetti sociali e anche il processo giudizia-rio non può prescindere dal rapporto di forza esistente in dato momento, anzi ne è fortemente condizionato. Non possiamo limitarci a ricordare nostalgicamente la fine degli anni ‘60/70, gli anni delle “conquiste operaie” e dei diritti civili ottenuti sull’onda dei mo-vimenti di massa, perché nella società capitalista la lotta di classe e i rapporti di forza influiscono anche sul diritto e il processo; la punizione, il carcere, la legislazione penale e del lavoro hanno sempre avuto dei connotati di classe. L’attacco dei padroni contro le lotte operaie che mettono in discussione il pro-fitto e il potere dei capitalisti si fa sempre più duro e l’utilizzo dei crumiri, dei fascisti, della polizia e della magistratura contro i proletari in lotta viene utiliz-zato per rompere l’unità dei lavoratori e ottenere la pace sociale. Il sistema capitalistico di produzione ha come fine il massimo profitto che si regge sullo sfruttamento e sulla violenza del capitale. Al padrone non interes-sa la sicurezza sul lavoro dell’operaio, del lavoratore, la sua integrità fisica e psicologica non interessa la morte di miliardi di persone e la distruzione della natura, interessa unicamente il profitto che persegue con ogni mezzo, con il bastone o la carota. La repressione attuata attraverso lo Stato e le sue istitu-zioni legalizza la violenza borghese e poliziesca e lo sfruttamento, criminaliz-zando le lotte anticapitaliste. Oggi viviamo in un periodo storico in cui la lotta di classe l’hanno vinta i pa-droni, ma la lotta di classe continua e con essa cresce in settori del movimen-to operaio e proletario la necessita di un’organizzazione rivoluzionaria, un partito operaio, comunista, che si batta per abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, per una società socialista. Il tempo delle sette è finito. Continuare ad alimentare la divisione sindacale e politica pensando di essere gli unici ad avere la verità del marxismo-lenismo in tasca, mantenendo tante piccole organizzazioni rivoluzionarie in concorren-za e in lotta fra loro invece di unirsi nella lotta comune contro il capitalismo, significa continuare ad essere subalterni al nemico che si dice di voler com-battere. L’obiettivo di costruire una società in cui si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani, in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sia con-siderato un crimine contro l’umanità e che salvaguardi la natura è possibile solo distruggendo dalle fondamenta questa società dove i borghesi, i ricchi diventano sempre più ricchi sulla miseria di miliardi di esseri umani.