novembre 2019 redazione
rappresentanza politica
Peggioramento delle condizioni di vita, di lavoro e rappresentanza politica Fino a quando la classe oppressa non sarà cosciente della inconciliabilità fra i suoi interessi e quelli del capitale, riconoscendosi nei partiti borghesi, accettando l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile, vinceranno sempre forze non favorevoli agli interessi della classe lavoratrice Michele Michelino Oggi nell’UE ci sono 16,6 milioni di disoccupati; la sottoccupazione continua ad espandersi raggiungendo il 21% del totale, cioè 43 milioni di persone; quelli che vivono sulla soglia di povertà o sotto sono più di 110 milioni e ogni anno circa 160mila cittadini europei muoiono per malattie collegate al proprio lavoro. In Italia negli ultimi dieci anni sono morti per infortuni sul lavoro sono più di 17 mila e ogni anno sono 1.400 i morti sul lavoro mentre decine di migliaia quelli per malattie professionali (solo per amianto oltre 6.000 all’anno). È in questo contesto che si sono svolte le recenti elezioni regionali anticipate in Umbria, in seguito ad uno scandalo giudiziario, “sanitopoli”, con accuse a PD e Giunta di scambi di favori e raccomandazioni nella sanità denunciato dai 5 Stelle. Nella tornata elettorale si sono fronteggiati i due schieramenti della destra e sinistra borghese. Singolare sono state le alleanze: i 5 Stelle che erano all’opposizione e che avevano denunciato la precedente giunta a guida Pd di essere ladra, si sono alleati proprio con quelli che avevano denunciato come disonesti in una competizione elettorale che si è conclusa con la vittoria delle destre e una sconfitta dei partiti di governo (PD-5Stelle- LEU). Il nuovo partito di Renzi, Italia Viva e Rifondazione Comunista non si sono presentati in queste elezioni, anche se molti militanti e dirigenti locali umbri dei due partiti hanno votato per la coalizione di governo riconoscendosi in un “fronte antifascista” per arginare il pericolo delle destre. Questa consultazione elettorale è avvenuta in una Regione - l’Umbria - con una popolazione residente di circa 900mila persone dove le condizioni materiali per il proletariato e la piccola borghesia sono andate peggiorando sempre più. Nel 2007, prima della crisi, i disoccupati erano complessivamente 18.000 (14.000 a Perugia, 4.000 nel ternano, nel 2018, questo dato è raddoppiato, 36.000 disoccupati (27.000 nella provincia di Perugia, 9.000 nella provincia di Terni). Oltre alla disoccupazione, per effetto degli interventi dei vari governi, c’è stato un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, contratti sempre più precari e un aumento dei contratti a termine. I settori pubblici sono stati lottizzati (dalla sanità all’università), i servizi pubblici sono stati progressivamente esternalizzati con il conseguente abbassamento delle tutele lavorative dei suoi operatori e la creazione di sacche clientelari sempre maggiori e il “sistema cooperativo” è diventato uno dei principali attori di sfruttamento del lavoro. I partiti dell’alleanza di centrodestra - Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia - hanno sfruttato abilmente il malcontento dovuto agli scandali della precedente giunta di centrosinistra, le difficoltà economiche, le politiche contro i lavoratori dei precedenti governi che, insieme alla paura dell’invasione degli immigrati che “rubano il lavoro”, fanno presa dove è più vivo il malcontento per l'inettitudine, le ruberie e gli scandali. Questa competizione elettorale rispetto al passato si è caratterizzata per un aumento dei votanti, il 64%, quasi nove punti di differenza rispetto al 2015 quando fu di 55,46%. Un altro dato rilevante è che in queste elezioni erano presenti anche tre liste di partiti comunisti o anticapitalisti: il Partito Comunista (Rizzo) 4.108 voti pari all'1,0%, il Partito Comunista Italiano 2.098 voti pari al 0,5% e Potere al Popolo 1.345 voti pari al 0,3%. Questo fatto ha dato lustro al sistema dimostrando quanto sia democratico il sistema borghese che, quando non è in pericolo il suo potere, permette anche ai comunisti di competere elettoralmente. I risultati ottenuti portano ad alcune brevi considerazioni e riflessioni fra compagni comunisti. Per dei rivoluzionari, la partecipazione alle elezioni borghesi è una questione tattica ed è legata alle fasi della lotta di classe. Oggi la classe operaia, il proletariato sono senza una organizzazione politica della classe. In Italia assistiamo a un proliferare di piccole organizzazioni e partiti sedicenti comunisti che non sono riconosciuti dai proletari e la loro partecipazione alle elezioni suscita molte perplessità, quando non è negativa. Le elezioni sono un termometro che registra gli orientamenti delle varie classi sociali e gli insignificanti risultati elettorali raggiunti dalle forze comuniste o anticapitaliste deprimono ulteriormente i militanti (a parte chi si illude di aver aumentato lo zero virgola). Eppure un comunista dovrebbe sapere bene che nel capitalismo, in una società divisa in classi, sono i padroni, i capitalisti, cioè la classe che possiede i mezzi di produzione, che dominano ed esercitano direttamente per mezzo del suffragio universale ad avere il potere. Senza un serio e continuo lavoro fra il proletariato, fra le masse proletarie, senza una organizzazione consolidata, presentarsi alle elezioni borghesi è addirittura controproducente. Questa volta in Umbria il peggioramento della condizione economica delle masse proletarie e degli strati più poveri della popolazione ha portato al voto più elettori del passato premiando il centrodestra, rimanendo tuttavia una percentuale di circa il 36% pari a 253.000 astenuti su 703.000 aventi diritto al voto. Anche se una parte del proletariato ha disertato consapevolmente le elezioni, fino a quando la classe oppressa non sarà cosciente della inconciliabilità fra i suoi interessi e quelli del capitale, continuerà a riconoscersi nei partiti borghesi, a riconoscere l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile e, dal punto di vista politico gli attuali partiti rappresentanti delle varie frazioni della borghesia imperialista potranno vincere e avvicendarsi al potere contro gli interessi della classe lavoratrice. Senza un suo partito la classe operaia e proletaria continuerà ad eleggere i rappresentanti dei capitalisti e non i propri. Senza cadere nel cretinismo parlamentare o nell’astensionismo di principio, dobbiamo sempre ricordarci che le elezioni sono lo specchio, il termometro che dimostra il grado di coscienza raggiunto, la maturità o meno della classe operaia e proletaria. Quindi in queste condizioni ha senso presentarsi alle elezioni? E ancora ha senso presentarsi divisi e in competizione con altre organizzazioni che si definiscono comuniste? Potrebbe avere senso solo l'utilizzo delle tribune elettorali per denunciare che nel sistema capitalista/imperialista i governi sono semplici comitati d’affari del capitale, che sono le multinazionali, le lobbies finanziarie e industriali, le banche che finanziano le campagne elettorali. Avrebbe senso solo per denunciare il fatto che le varie frazioni del capitale finanziano i loro uomini in tutti gli schieramenti borghesi (di destra, centro o sinistra) per farli eleggere a difesa dei propri interessi e che in tutto il mondo i parlamenti sono al servizio dei capitalisti per legittimare il profitto, le guerre, lo sfruttamento. Il parlamento come le Regioni fanno parte della sovrastruttura politica del capitalismo. Sono i parlamentari, i consiglieri regionali e i politici istituzionali che si sottomettono agli interessi del capitale, e non i capitalisti che si adattano ai loro voleri. Solo degli ingenui possono credere di poter “influenzare” con il loro voto la politica di un paese capitalista. La democrazia rappresentativa borghese permette di votare ogni 5 anni, di scegliere quale partito o coalizione governerà nell’interesse del capitale, ma l’elettore non può più, dopo aver votato, far dimettere la persona (o il partito) che ha votato se questa tradisce le sue aspettative o tradisce i suoi interessi. Dopo il voto non può più revocare chi ha eletto anche se questo fa il contrario di quanto promesso in campagna elettorale, cosa che succede e si ripete ad ogni tornata elettorale. Oggi in Italia esistono decine di partiti "comunisti" con scarsa o nessuna presenza nella classe, spesso senza neanche un operaio fra i loro militanti, partiti o organizzazioni in competizione, avversari nelle elezioni, che si combattono per rubarsi i pochi militanti o elettori. Accecati dalla autoreferenzialità sono concorrenti per aumentare un insignificante zero virgola mentre dimenticano gli interessi generali del proletariato. E ancora, e questo è più grave, questi partiti diffondono l'illusione che con loro al governo o nelle istituzioni borghesi la realtà della classe proletaria possa cambiare in meglio (come se la storia recente di Rifondazione Comunista e PdCI non fosse esistita). Un partito operaio rivoluzionario che non scriva apertamente nel suo programma che “Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di tutti gli altri proletari: formazione del proletariato in classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato” è un partito che fa da mosca cocchiera per la borghesia imperialista. Il marxismo si è caratterizzato nella storia come la teoria della liberazione della classe operaia dallo sfruttamento capitalista e con l’instaurazione del socialismo e il potere operaio e contadino in Russia e in Unione Sovietica, con la Rivoluzione d'ottobre, la teoria è diventata realtà. La classe operaia al potere ha iniziato un processo di liberazione dallo sfruttamento per tutta l’umanità sostenendo i popoli oppressi nelle lotte di liberazione. dall’imperialismo. Come insegnano Marx-Engels nel Manifesto del partito comunista: “I comunisti non sono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai. I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato. I comunisti non pongono princìpi speciali sui quali vogliano modellare il movimento proletario. ... I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla nazionalità, dell'intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari; e dall'altra per il fatto che sostengono costantemente l'interesse del movimento complessivo, attraverso i vari stadi di sviluppo percorsi dalla lotta fra proletariato e borghesia. Il nostro obiettivo, come comunisti, è quello di portare avanti con coerenza la battaglia per la conquista del potere politico da parte del proletariato attraverso l'abbattimento del capitalismo, dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, con l'instaurazione di uno Stato proletario, per il socialismo fino al comunismo.
novembre 2019 redazione
America Latina
Cile, Ecuador, Haiti, Bolivia … fine di quale ciclo? Non sappiamo come proseguiranno le lotte. Riusciranno a esprimere una avanguardia che consolidi la spontaneità e dia continuità a queste battaglie per un mondo diverso, che noi chiamiamo ancora socialismo? Daniela Trollio (*) Nel 1992 il politologo Francis Fukuyama scriveva il saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”, basato su una sua lezione tenuta presso la facoltà di Filoso-fia politica dell’Università di Chicago. La sua tesi: la storia come lotta delle i-deologie era finita, con un mondo ormai basato sulla “democrazia liberale“ che si era imposta dopo la fine della Guerra Fredda. In altri termini, un mon-do basato sulla “pax americana”. Il concetto fu ripreso da molti analisti dopo le sconfitte dei governi progressi-sti dell’America Latina, dall’Argentina all’Ecuador al Brasile (tra il 2014 e il 2018), che davano ormai per morto il “ciclo progressista”, sepolto dal “neoli-berismo” che l’economista Joseph Stiglitz chiamava “fondamentalismo del mercato” e, molto più chiaramente, il professore di Economia statunitense David M. Kotz definiva “la dominazione completa del lavoro da parte del capi-tale”. Così questi analisti, politologi, “esperti” del nulla saranno certo rimasti molto delusi da questo ottobre 2019, che non è certo l’Ottobre bolscevico di 102 anni fa, ma che ricorda ai potenti del mondo che la lotta di classe non è affat-to finita, che i popoli del Sud del mondo con il proletariato in prima fila (e an-che quelli della dormiente Europa come i gilet gialli francesi) ci dimostrano ancora una volta che è possibile ribellarsi e anche vincere. Dalla piccola e martoriata Haiti all’Ecuador, al Cile, all’Argentina, alla Bolivia, all’Uruguay e persino al Brasile, questi ultimi mesi hanno visto masse di gio-vani, di lavoratori, di donne ribellarsi contro l’imperialismo, contro i suoi stru-menti come quell’organizzazione criminale chiamata Fondo Monetario Inter-nazionale e contro i suoi rappresentanti locali, i governi che ne hanno appli-cato spietatamente le politiche. Con strumenti diversi: le piazze e le elezioni. Certo gli esiti non sono scontati, perché si tratta di processi tuttora in corso mentre scriviamo, ma i segnali sono forti. Una vetrina rotta: il Cile Nel laboratorio per eccellenza del neoliberismo dei Chicago Boys, il paese che per trent’anni è stato venduto come “vetrina” dello sviluppo capitalista, sco-priamo che, come scrivevano sui cartelli nelle manifestazioni di questi giorni, “Non sono 30 pesos – l’aumento delle tariffe dei trasporti, la scintilla che ha incendiato la prateria, che il Senato ha già abrogato nel tentativo di calma-re la protesta – sono 30 anni”. Ecco qualche numero: un lavoratore cileno su 4 guadagna 301 mila pesos, che equivalgono a 400 dollari al mese e lavora in media più delle 45 ore set-timanali legali. La prestigiosa e autonoma Fundaciòn Sol rileva che il 70% della popolazione guadagna meno di 550 mila pesos. L’80% delle famiglie ci-lene sono super indebitate. Si indebitano per la vita per studiare, per curarsi, per procurarsi una pensione miserabile, perché tutti i servizi - sanità compre-sa - sono stati privatizzati. L’arcivescovo di Conceptiòn radiografa così la si-tuazione del paese: “In Cile circa 650.000 giovani (il 5,7% sul 13,1% totale di quell’età, su una popolazione totale di 18.700.000 persone, n.d.a.) , tra i 18 e i 29 anni, non studiano né lavorano; ci sono alti tassi di infermità menta-le e di suicidi tra loro; migliaia di anziani sono soli e abbandonati e nessuno si preoccupa di loro… La violenza e la solitudine in Cile sono una pandemia”. Il prezzo dei trasporti incide per circa il 15% sul salario. Le AFP (Amministra-trici dei Fondi Pensione, società private) sono un altro furto legalizzato impo-sto dallo Stato, cui per legge i lavoratori debbono destinare il 10% del salario. Il denaro raccolto è il doppio di quanto viene poi restituito alla voce “pensio-ni” e rappresenta l’80% del PIL del Cile. Il meccanismo nacque all’epoca della dittatura di Pinochet e venne riconfermato da tutti i governi “democratici” che si sono susseguiti. I lavoratori e i proletari cileni, che fino al giorno prima venivano descritti co-me “soddisfatti consumatori”, si sono svegliati e si sono accorti che il loro pa-ese non è per niente una bella “vetrina”. Così è molto più chiaro perché un “semplice” aumento del biglietto del metro ha fatto scoppiare la rivolta, dap-prima tra i giovani studenti e poi tra la maggioranza della popolazione: 1 mi-lione di persone nelle strade il giorno dello sciopero generale, la più grande manifestazione di protesta degli ultimi 30 anni. Senza parlare del saccheggio dei beni del paese da parte delle multinazionali, iniziato durante la dittatura e continuato allegramente dai governi susseguiti-si. Il popolo cileno è stato spogliato di tutto: mari, boschi, miniere, risorse na-turali e, come dicevamo prima, salute, educazione, acqua, gas ecc. E il 18 ot-tobre, infatti, a Santiago viene assaltato e bruciato l’edificio dell’ENEL (oh, sorpresa, i capitalisti italiani sono anche là) che controlla la distribuzione dell’elettricità e anche quello di Santa Rosa. Che la dittatura di Pinochet non sia solo un ricordo ma una realtà ancora at-tuale lo dicono anche altri numeri: in circa 15 giorni di ribellione, 20 morti, migliaia di feriti e più di mille arrestati, altri “desaparecidos”, denunce di tor-ture e abusi sui prigionieri; esercito e polizia nelle strade, carri armati, canno-ni ad acqua e gas urticanti ecc. ecc. Questo hanno affrontato le migliaia di manifestanti che non erano ancora nati quando fu scritta la Costituzione pi-nochetista, mai abrogata né dai governi di “centro sinistra” della Concertaciòn né da quelli della destra. Curioso che l'ex presidentessa Michelle Bachelet, co-sì attenta a criticare le presunte “violazioni dei diritti umani” in Venezuela, sia riuscita a dire solo – di quello che succede nel suo paese - che è “addolora-ta”. Lasciamo per ora il Cile, dove la ribellione non si ferma, per fare qualche con-siderazione su altri paesi. Ecuador in fiamme Applicando le ricette del Fondo Monetario Internazionale, il presidente Lenìn Moreno patteggia un prestito milionario tra le cui condizioni c’è l’annullamento dei sussidi ai prezzi del carburante (circa 1.300 milioni di dol-lari l’anno). Immediata la rivolta: il 3 ottobre cominciano i trasportatori, e poi gli studenti, i docenti, i contadini, i lavoratori. Le loro organizzazioni, la CO-NAIE (Coordinamento delle Nazionalità Indigene), il Fronte Unitario dei Lavo-ratori, i sindacati della scuola portano in piazza migliaia e migliaia di persone che si riversano nelle strade e accerchiano Carondelet, il palazzo sede del go-verno e l’edificio dell’Assemblea Nazionale. E occupano anche la sede del FMI a Quito, dove sanno che risiede il “governo reale” che manovra la marionetta Morena. A loro si uniscono, per la prima volta, anche le comunità indigene dell’Amazzonia, minacciate nella loro stessa sopravvivenza dalle multinazionali petrolifere. Tutto il paese è mobilitato, con circa 300 interruzioni delle strade principali dell’Ecuador; vengono sequestrati circa 500 poliziotti nel nord del paese, il presidente è costretto a spostare il governo a Guayaquil dopo aver decretato il coprifuoco. Dopo 11 giorni di proteste con 7 morti, più di 1.400 feriti, 1.200 arresti e un centinaio di desaparecidos, il governo accetta di abrogare il de-creto 883 sui combustibili. Ma il “pacchetto” del FMI prevede altre misure, di cui non si parla. Una “vittoria” parziale che, se mostra la forza di un movi-mento popolare, mostra anche la debolezza delle sue organizzazioni. La tatti-ca del governo per sgonfiare la protesta popolare è stata riconoscere come interlocutore legittimo solo la CONAIE, scaricando la responsabilità delle “vio-lenze” sui dirigenti della Rivoluciòn Ciudadana, l’organizzazione che raggrup-pa i seguaci dell’ex presidente Rafael Correa. La partita non è comunque chiusa, perché le altre misure del FMI – che com-prendono la deregulation e precarizzazione dei diritti dei lavoratori, il rialzo dell’età pensionistica, tagli all’educazione ecc. - restano, a quanto pare, in vi-gore. Così come restano gli scandalosi regali alle banche e alle grandi impre-se, con il condono di circa 4.290 milioni di dollari di tasse, e per i lavoratori l’obiettivo di “ridurre la massa salariale, per cui i contratti occasionali verran-no rinnovati con un abbassamento del 20% e le loro ferie passeranno da 30 a 15 giorni”. Non siamo veggenti, non sappiamo come proseguirà la lotta; quel-lo che si può certamente dire è che il protagonismo delle masse popolari e-cuadoriane dovrà, prima o poi, fare i conti con coloro che le rappresentano oggi. Haiti, basta con la corruzione Anche la piccola isola caraibica vede da cinque settimane scioperi, blocchi delle principali vie di comunicazione, mobilitazioni di piazza che hanno para-lizzato tutte le attività economiche. La ragione è la richiesta che il presidente Moise e tutto il suo governo se ne vadano perché accusati di essersi appro-priati dei fondi – 100 milioni di dollari nel 2010, altri 4 milioni nel 2018 oltre al condono del debito per la fornitura del petrolio con Petrocaribe di 395 milioni di dollari – donati dal Venezuela come aiuti umanitari tra il 2010 e il 2018 (come si ricorderà, nel 2010 l’isola fu scossa da un terremoto che fece 230.000 morti; nel 2018 ce ne fu un altro di minore potenza). Può sembrare strano, un popolo che si ribella nelle strade alla corruzione, ma non solo. Il 28 ottobre migliaia di lavoratori del settore tessile, maestri e studenti hanno nuovamente manifestato, in una giornata di strade vuote, vie bloccate da barricate e negozi chiusi. Oltre alla rinuncia del presidente, i lavoratori chie-devano un aumento del salario minimo, definito “miserabile”. Insegnanti, studenti e genitori, in un’altra parte della città chiedevano la riapertura delle scuole, chiuse dal governo dal 16 settembre, giorno in cui sono cominciate le proteste. Haiti non solo è il paese più povero dell’America Latina ma è uno dei più po-veri del mondo, l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Tutto ciò che produce reddito - il turismo, la coltivazione del caffè e dello zucchero e qualche piccola industria - è in mano a multinazionali statunitensi. All’isola, inoltre, non è mai stato perdonato di essere stato il primo paese del mondo a liberarsi dalla schiavitù, boicottando sistematicamente ogni suo tentativo di svilupparsi. Ecco allora che la corruzione passa dall’essere una questione “morale” ad essere una questione di sopravvivenza per la maggioranza della popolazione. Elezioni... che dolore! Se la mobilitazione di piazza è stata il tratto distintivo dei 3 paesi di cui sopra, il rifiuto del modello neoliberista è stato espresso in questo mese anche a li-vello delle urne in altri come la Bolivia, l’Argentina e la Colombia. Ora, quando si parla di elezioni, siamo sempre tentati di storcere il naso dalla nostra prospettiva: nei paesi a capitalismo “avanzato” sono ormai diventate un rito vuoto in cui ci si chiede di scegliere chi meglio servirà gli interessi dei nostri capitalisti. Ma non è così in altre parti del mondo, soprattutto nei paesi oggetto della rapina più spietata da parte dell’imperialismo e delle grandi multinazionali – dove, tra l’altro, il suffragio “universale” non è mai stato uni-versale, dove le classi sfruttate non avevano accesso neppure a questo stru-mento e dove eleggere non significa semplicemente scrivere una X ma scon-trarsi fisicamente nelle piazze - e bisognerebbe ragionarci non in termini as-soluti. Sono uno strumento, servono o no, in un determinato paese e in un determinato tempo, a far progredire la coscienza, l’organizzazione degli sfrut-tati, l’accumulazione di forze? L’esempio perfetto è sicuramente il Venezuela, ma parliamo invece della Bo-livia. Evo Morales vince le elezioni presidenziali (la sua quarta vittoria) con il 47,08% dei voti contro il candidato delle destre che totalizza il 36,51%. Come di consueto l’opposizione parla di brogli, immediatamente sostenuta dall’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e dall’Unione Europea e chiama ad uno “sciopero” generale che si riduce a scontri violenti di piazza in varie città, una replica delle “guarimbas” venezuelane. Gli rispondono decine di migliaia di minatori, di lavoratori, di contadini, di donne e di giovani che scendono in piazza a La Paz e in altre città il 28 ottobre per sostenere il loro presidente. Per sostenere soprattutto il suo progetto, che va contro la logica egemonica dell’offensiva capitalista e che, come dice il segretario della COB (la Confede-razione Operaia Boliviana), “è costato sangue per recuperare la vera demo-crazia”. In Argentina, vince le elezioni Alberto Fernàndez, del Frente de Todos. Mau-ricio Macri se ne deve andare, dopo aver riportato il paese ai tempi del “Que se vayan todos” seguendo le ricette del FMI, tanto che un mese fa il Con-gresso doveva riconoscere che in Argentina c’è la fame (con un decreto che prevedeva un aumento del 50% delle sovvenzioni destinate alle mense popo-lari data la previsione della “emergenza alimentare” fino al 2022), e dove le statistiche ufficiali fissano la cifra della povertà al 32% della popolazione. In Colombia, il narco-Stato paramilitare di Uribe e del suo delfino Ivan Du-que dove chi si oppone al regime viene semplicemente, tutti i giorni, elimina-to fisicamente, le elezioni regionali vedono – oltre a scontri violenti in tutto il paese - la sconfitta pesante del governo (che perde 24 dei 32 dipartimenti) , soprattutto a Bogotà, Cali e Medellin, feudo tradizionale dell’uribismo. Vinco-no anche due candidati ex combattenti delle FARC, Marino Grueso e Guiller-mo Torres (alias Juliàn Conrado, il cantante della guerriglia). La campagna elettorale, con la più alta partecipazione che si ricordi, ha un saldo di ben 7 candidati uccisi da narcotrafficanti e paramilitari. Un piccolo dettaglio umori-stico: mentre Duque e Uribe diventavano lo strumento centrale degli attacchi imperialistici al Venezuela bolivariano, non si sono accorti che il terreno co-minciava a franare loro sotto i piedi, nel loro stesso paese. Anche in Uruguay ha vinto nuovamente il centrosinistra con il Frente Amplio. Dal punto di vista dei rapporti di forze, quindi, un risultato elettorale non è uguale all’altro. Qualche lezione La rivolta dei popoli contro il modello neoliberista (la versione più brutale del capitalismo globale, ormai senza maschere) è una ribellione contro un modello sociale che impoverisce, nega una vita decente e persino un futuro a miliardi di persone, porta verso la distruzione stessa del pianeta. L’insieme delle proteste sociali che hanno visto sfruttati e oppressi, soprattutto quelli giovani privati anche del futuro, mobilitati nelle strade nonostante una repressione pesante e brutale, costituisce certamente un episodio di accumulazione di forze che si è espresso in pochi giorni. Il neoliberismo, o meglio l’imperialismo, ha subito una serie di gravi disfatte, il suo progetto è ormai in rovina e la rabbia degli sfruttati non è più diretta solo contro i governi che sono il suo strumento, ma verso quegli strumenti come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che hanno strangolato senza pietà un continente. In modi diversi – le mobilitazioni e le elezioni – le masse di sfruttati e oppressi hanno una volta di più sperimentato la loro forza. Hanno mostrato la stanchezza dei popoli verso le politiche egemoniche dell’imperialismo, verso l’offensiva mondiale del capitale contro il lavoro, la natura e la società. Cuba e Venezuela non sono più sole. Non siamo maghi, non sappiamo come proseguiranno le lotte, se esse riusciranno a esprimere una avanguardia che consolidi la spontaneità e dia continuità a queste battaglie per un mondo diverso, che noi chiamiamo ancora socialismo. Ma sicuramente questo ottobre 2019 dice che la storia non è finita, che il ciclo non è finito, che la lotta di classe è tornata alla grande.
novembre 2019 redazione
Piazza Fontana cinquant’anni dopo
Una ferita che rimane aperta Perchè dobbiamo ancora indignarci per questa cinica montatura del potere in funzione antipopolare Luciano Orio Qualcuno disse che quel giorno perdemmo l'innocenza e scoprimmo la cattiveria, il complotto, la faccia assassina della politica. Non so se questo possa essere vero. È probabile che quell'innocenza non sia mai esistita: per noi italiani quel 12 dicembre del '69 arrivava dopo una lunga convivenza con alluvioni e frane, mafia e potere religioso, scioperi e scontri di piazza. In quell'epoca di boom economico, prodotto dallo spostamento di milioni di lavoratori dal sud al nord e all'estero, la nostra fragile democrazia borghese era ancora impregnata, appena un quarto di secolo dopo la caduta del fascismo, di funzionari e portavoce del fascismo. Una folta schiera di servi del regime, pronti a cambiar bandiera quando cambia il vento o scappare come topi dalla barca che affonda, sottobosco ideale per trame che attraversavano magistratura e polizia, i servizi segreti e le basi Nato, per organizzare la violenza dello Stato al fine di tenere in piedi il regime, garantire il funzionamento delle istituzioni repressive, magistratura e polizia, proteggere le illegalità e l'uso di parte dei mezzi di informazione. Ma non era un paese cupo, il nostro. Dall'altra parte esisteva ed era ben vivo un forte e articolato movimento di classe, operaio e proletario, che garantiva la difesa e il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita sul versante sindacale, mentre su quello politico garantiva l'espressione politica delle proprie avanguardie, sfidando l'egemonia della classe borghese. Nel mezzo dell'autunno caldo, nel pieno della lotta di classe, quel giorno, contemporaneamente, scoppiarono bombe a Roma e a Milano. Quest'ultima, in una borsa collegata ad un timer, sotto il tavolo centrale della Banca dell'Agricoltura, uccise diciassette persone e ne ferì seriamente ottantacinque. Fu l'inizio. Dopo piazza Fontana, il 22 luglio 1970, l'attentato al treno del Sole a Gioia Tauro (6 morti); il 17 maggio 1973, davanti alla questura di Milano, un ordigno causò 4 morti e 45 feriti; il 28 maggio 1974, una bomba in piazza della Loggia a Brescia provoca 8 morti e 103 feriti; il 4 agosto 1974, l'attentato al treno Italicus (13 morti e 48 feriti); fino all'orrore della bomba di Bologna, il 2 agosto 1980 che fece 85 morti e 200 feriti. Undici stragi che durarono 15 anni, dal 1969 al 1984, intervallate da tentativi di golpe o complotti militari. Una strategia della tensione, di marca fascista, intessuta da ipocrisie, violenze e menzogne che non ebbero una fine. Per nessuna di queste stragi è stato trovato un colpevole. La sentenza della Corte di Cassazione del 3 maggio 2005 condannò i familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana a pagare le spese processuali, mentre lasciò impuniti o sconosciuti esecutori e mandanti. Per capirne le origini è necessario risalire a quegli anni di forte ripresa della lotta di classe. Succede che, come per gli studenti un anno prima, anche gli operai decidono, bruscamente, di mettere in discussione la loro condizione. Le contestazioni davanti ai cancelli delle fabbriche, le rivendicazioni che da sindacali si trasformano in politiche, le dimostrazioni e i cortei che quotidianamente paralizzano tante parti del paese, registrano una spinta ed una partecipazione via via crescenti, attraverso volantinaggi e sit-in, serrate e scioperi che costringono allo schieramento della polizia armata davanti ai cancelli, alle provocazioni dei fascisti e della stessa polizia nelle manifestazioni, alla pioggia di denunce ed arresti da parte della magistratura. Solo un mese prima, in novembre, con lo sciopero dei metalmeccanici, arriva la prima ondata di denunce (quattordicimila in tutta Italia), mentre a spinte di centomila per volta cortei e manifestazioni richiedono il rilascio di operai e compagni arrestati. La classe operaia, con ogni evidenza, si dimostra vincente. Risultò quindi evidente che quelle bombe non furono una combinazione, come non fu una combinazione il depistaggio, che cercò da subito i responsabili tra gli anarchici e tralasciò la pista nera, dei fascisti, già autori – guarda caso - in tutto il '69 di molti attentati. Gli anarchici funzionarono da capro espiatorio. Preso Valpreda e "suicidato" Pinelli, lo Stato avrebbe così voluto mettere la parola fine a quella stagione di lotta, impartendo una dura lezione al movimento di classe: la giustizia non è uguale per tutti. Ma così non sarà. Subito dopo Piazza Fontana, infatti, la campagna stampa avviata dalla sinistra extraparlamentare contro la "strage di Stato" smonta la tesi accusatoria contro gli anarchici e costruisce una mobilitazione politica per allargare gli spazi di verità e giustizia nel nostro paese. Anche chi era assuefatto alla menzogna scopre il volto autentico del potere. Un episodio di questo periodo è esemplare del modo con cui i poteri pubblici scelgono gli interessi da tutelare, associandosi alla parte più occulta dei poteri privati. Nel corso del 1971 il giudice Guariniello, durante una perquisizione presso la sede della Fiat, per una causa di lavoro intentata da un ex dipendente, scopre una serie di contenitori metallici che racchiudono "schede informative" relative a 354.077 individui e che raccolgono informazioni su dipendenti ed altri cittadini, militanti addetti ai volantinaggi a Mirafiori, giornalisti, professori, uomini politici. In bella evidenza, il giudice scopre le prove dei versamenti effettuati dalla Fiat a carabinieri, poliziotti e agenti dei servizi (Sid) per il loro lavoro di schedatura. Tutto finì prescritto otto anni dopo, ma soprattutto dopo che la procura, facendo riferimento al rischio di incrinare i buoni rapporti tra magistratura e polizia, trovò inopportuno accusare i massimi dirigenti di un complesso industriale che "dà lavoro e benessere a tutta la popolazione", con la possibilità di "innescare uno stato di agitazione" tra le masse operaie della Fiat. Piazza Fontana fu all'origine del decennio denominato "gli anni di piombo". Il piombo di chi? Nel vuoto lasciato da uno Stato reticente, ambiguo e palesemente coinvolto e da una giustizia di parte, lo stragismo si intreccia con gli omicidi dei militanti. Serantini, Franceschi, Lo Russo, Bruno, Saltarelli, Zibecchi, Costantino sono uccisi da poliziotti o carabinieri; Pinelli "cade" dalla finestra della questura; Miccichè viene ucciso da una guardia giurata; Brasili, Amoroso, Varalli, Miccoli, Rossi dai fascisti. A questi si aggiungono i tanti compagni morti ammazzati per i quali non sarà possibile risalire all'esecutore materiale, come Fausto e Iaio nel '78. In mezzo a questo decennio viene approvata il 22 maggio 1975 la prima legge eccezionale sull'ordine pubblico, la legge Reale, passata col voto determinante dei fascisti, che riconosce alla polizia il diritto di sparare, incoraggiando e proteggendo l'omicidio di stato. Piazza Fontana (e dintorni) è dunque prima di tutto un fatto da non dimenticare e che comporta indignazione e rabbia in tutti noi. Ma è solo un tragico episodio del passato, superato dagli avvenimenti e dall'evoluzione della società? Niente affatto! Anzitutto la totale impunità di esecutori e mandanti costituisce motivo fondante per cui questa vicenda non può appartenere al passato, anche se il regime con il corollario dei media vorrebbe farci intendere che quell'epoca è definitivamente chiusa. Chi è Stato? Viene da chiederci se sia esistito ed esista uno “stato profondo” anche in casa nostra, quel connubio tra spioni di Stato, neo fascisti, padroni, logge massoniche, con corollario di giornalisti, magistrati e poliziotti a coprire le spalle, in cui i mafiosi stanno sempre alla finestra. Viene facile pensarlo: l’impunità dei padroni e dei loro servi spazia a tutto campo. Da quello politico a quello del malaffare a quello economico. È di questi giorni la decisione della Corte di Cassazione di rifare il processo “Mafia Capitale”; la parola “mafia” va tolta da ogni imputazione a carico di Carminati, Buzzi & Co. Loro non sono in odore di mafia, ha detto la Suprema Corte, si tratta di una semplice associazione a delinquere, anzi due. L’aspetto politico-mafioso è risolutamente negato: un bel regalo per tutta la feccia politico affarista della capitale. In quella inchiesta al vertice supremo dell’organizzazione stava Massimo Carminati, già fascista e stragista dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), elemento di spicco della destra eversiva romana, abilitato ai lavori sporchi per conto della banda della Magliana. È lo stesso Carminati che venne pesantemente indiziato assieme ai suoi camerati Mario Corsi e Claudio Bracci per l'omicidio a sangue freddo dei compagni Fausto e Iaio, uccisi a Milano nel '78, e poi prosciolti "pur in presenza di significativi elementi giudiziari e di rilevanti dichiarazioni di ben sei pentiti". Il marciume che emergeva a Roma era stato costruito dall'eversione fascista negli anni '70 e cresciuto nel sottobosco politico di regime (il mondo di mezzo) che ha garantito prima la loro totale impunità e poi la scalata ai palazzi del potere. Le foto che ritraggono questi personaggi con tanti esponenti dell’ex “governo del cambiamento", di marca PD, testimoniano una volta di più la natura di questo partito, decisamente organica al grande capitale. Le “grandi inchieste” che emergono di quando in quando starebbero lì a testimoniare del buon livello democratico dei nostri apparati di potere. Fumo negli occhi. Nel corso di questo mezzo secolo e più le caste al potere (DC in testa), occulte o meno che siano, hanno garantito ai borghesi di ogni ordine e grado di passare indenni le loro crisi. E quando non ci pensavano loro, a salvarli provvedevano gli “equilibri internazionali”: nessun criminale di guerra italiano venne mai processato nel dopoguerra, anzi, diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti, magistrati. Piazza Fontana, la “madre di tutte le stragi”, conserva un ruolo centrale nell'analisi politica di quegli anni. Lo assume ancor di più per tanti di noi comunisti che, a quella strage, lontana negli anni ma vicinissima nella coscienza, dobbiamo la nostra formazione politica.
ottobre 2019 redazione
lavoro/morti
Una strage inarrestabile Al lavoro peggio che in guerra Michele Michelino Ogni giorno dal nord al sud il bollettino di guerra riporta il numero dei morti e dei feriti o-perai massacrati per il profitto, fra l’indignazione, la rabbia di alcuni e l’indifferenza di mol-ti. Il potere borghese, i capitalisti, considerano normale che un certo numero di lavoratori ogni giorno muoia per il profitto e ritengono questi omicidi effetti collaterali della guerra di classe che conducono contro gli sfruttati. La realtà dimostra che la contraddizione fra capitale e lavoro si manifesta in tutta la sua brutalità nello sfruttamento e nell’aumento continuo dei morti sul lavoro e nell’indifferenza delle istituzioni. Nell’ultimo decennio sono stati registrati più di 10.000 lavoratori morti sul luo-go di lavoro. Numeri impressionanti, drammatici; più morti sul lavoro che in una guerra. Gli incidenti sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati della coalizione occidentale della 2° guerra del Golfo. L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari della coalizione imperialista che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252 e l’età media di chi perde la vita è intorno ai 37 anni. Con la crisi si riducono i posti di lavoro e se i lavoratori occupati diminuiscono, i morti sul lavoro aumentano. I dati INAIL (sottostimati perché non tengono conto dei lavoratori sen-za contratto, in nero) nel 2018 registrano 1.133 vittime, 104 morti in più del 2017. Una strage di lavoratori di quasi 100 persone al mese, e sono in aumento anche le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 59.585 (+2,5%). Più delle parole e delle ideologie, i dati dimostrano che la condizione della classe operaia è andata peggiorando sempre più. Con il cambio dei rapporti di forza, anche le grandi lotte operaie dell’autunno caldo e dei primi anni ‘70 che portarono alle “conquiste” salariali, normative e legislative sono state rimangiate e, grazie ai partiti borghesi e ai sindacati collaborazionisti (Cgil-Cils-Uil), il co-mando di fabbrica e sociale si è rafforzato sempre più a garanzia del profitto dei padroni. Questo processo, il peggioramento continuo della condizione di lavoro e di vita, ha avuto alcune tappe significative. Nel 1997 vennero istituiti gli uffici di collocamento di natura privatistica (Bassanini); e suc-cessivamente la legge Biagi trasferì le funzioni di collocamento dal pubblico al privato. Mol-te agenzie di collocamento furono regalate a imprenditori, sindacati e politici. Il lavoratore divenne ostaggio delle imprese, privato di qualunque possibilità di difesa, condannato al precariato perenne senza diritti e senza tutele. Con il pacchetto Treu del primo Governo Prodi, si intervenne pesantemente per la prima volta a destrutturare il mercato del lavoro, adeguandolo alle esigenze del padronato a sca-pito dei lavoratori, con introduzione della “flessibilità”, della “precarietà”, e con nuove for-me di contratti precari: interinale, co.co.co., contratto a progetto. Nel 2003, il Governo Berlusconi continuò l’attacco ancor più pesantemente con nuove for-me di contratti precari: i contratti di somministrazione lavoro, lavoro accessorio, lavoro oc-casionale ecc. ecc. Nel 2012 il Governo Monti e il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Fornero diedero il primo colpo all’art. 18 della legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, provocando il dramma degli esodati e l’aumento dell’età pensionabile. Nel 2015, il governo Renzi completò l’opera con il contratto a tutela crescente o “Jobs Act”, che abrogava completamente l’art. 18, che garantiva il reintegro del lavoratore in ca-so di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. Il governo gialloverde - Lega e 5stelle - ha confermato la cancellazione dell’art. 18 sancita da accordi fra padroni, governi (di centrosinistra, di centrodestra) e sindacati, dimostrando in tal modo, una volta di più, che tutti i governi non sono altro che comitati d’affari del ca-pitale. Tutti i governi di qualsiasi colore e i sindacati filo padronali hanno permesso che il capitali-smo potesse disporre a suo piacimento della forza lavoro accrescendo i propri profitti. Il risultato è che il lavoro è diventato sempre più precario, senza protezioni e sicurezza; sot-toponendo a continuo ricatto la forza-lavoro, è aumentato lo sfruttamento e il totale di-sprezzo per la salute dei lavoratori: il “lavoro” è così diventato fonte di alienazione, di di-sperazione, di povertà, di morte per migliaia di lavoratori. Nel capitalismo la vita degli operai per i padroni non vale niente; per ottenere il massimo profitto risparmiano anche i pochi euro necessari a fornire misure di protezione individuali e collettive, mandandoli consapevolmente a morte certa. Il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, il ricatto occupazionale, la mancanza di un’organizzazione politica e sindacale di classe, proletaria, lascia i lavoratori completa-mente alla mercé dei padroni. Per i capitalisti gli operai e i lavoratori sono solo merce-forza lavoro, carne da macello e ci sono tanti disoccupati pronti a prendere il loro posto per lavorare in cambio di un tozzo di pane. Per i padroni gli investimenti devono essere produttivi, ciò che non rende profitto è capitale morto. Muoia dunque l’operaio purché si valorizzi il capitale! Il proletariato, la classe degli operai moderni, che non vivono se non a condizione di trova-re lavoro e che non ne trovano più, quando il loro lavoro cessa di aumentare il capitale, senza un’organizzazione può solo subire. Governi e istituzioni di destra o di presunta “sinistra” difendono solo gli interessi della loro stessa classe. Per loro gli operai e i lavoratori sono solo merce forza lavoro, non esseri umani, e gli omicidi del profitto al più suscitano solo qualche frase di circostanza, effetti collaterali dello sfruttamento capitalista legalizzato. Per i proletari, per gli operai e i lavoratori costretti a vendere quotidianamente le proprie braccia per vivere, la solidarietà con i propri compagni, il riconoscersi come un’unica classe internazionale con gli stessi interessi e diritti diventa l’unica possibilità di difendersi dallo sfruttamento. Purtroppo senza un’organizzazione politica indipendente della classe operaia questa mat-tanza non si riesce a fermare. Ogni giorno sui posti di lavoro, gli operai e i lavoratori, ma anche i cittadini e la natura, vengono violentati, sacrificati e muoiono per il profitto e la vo-racità di un sistema di sfruttamento inumano. Ai lavoratori gli onori della cronaca vengono riservati, e solo per un giorno, quando muoiono in gruppo, tutti insieme. Solo in questo caso sui media si sprecano le lacrime di coccodrillo del capo dello Stato, del Governo, di Confindustria e dei sindacati loro complici. Alle famiglie delle vittime restano solo il dolore e i drammi, il pianto per i loro morti, l’attesa di una giustizia che non arriverà mai. Nel sistema capitalista tutte le istituzioni, compresi i sindacati collaborazionisti e di regime che “rappresentano i lavoratori”, considerano legittimo e legale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; quindi perché “ostacolare il progresso” da cui traggono i loro privilegi? D’altra parte ogni giorno ci sono decine di morti sul lavoro e per malattie professionali, migliaia gli operai e i lavoratori che ogni anno vengono assassinati sul posto di lavoro e scioperare per costringere i padroni a bonificare gli ambienti e rispettare le misure di sicurezza antinfor-tunistiche significherebbe far perdere ai padroni decine di migliaia di ore di profitti. Per assecondare lo Stato e i Governi dei padroni, per i sindacalisti sul libro paga dei capita-listi e che godono di benevolenza, agevolazioni e privilegi, distacchi e permessi sindacali solo se collaborano allo sfruttamento degli operai, è più facile instillare il dubbio che la colpa degli infortuni sia la disattenzione dei lavoratori, della “fatalità”, che del mancato ri-spetto delle leggi e norme antinfortunistiche. La contraddizione fra capitale e lavoro fa morti, feriti e invalidi ogni giorno ed è giunto il momento di scioperare a difesa della nostra vita, della nostra salute e quella del pianeta, scendere in piazza per gridare forte la nostra protesta. Non possiamo più limitarci a listare a lutto le nostre bandiere rosse per il sangue proletario versato. Il capitalismo è morte per gli sfruttati. Solo cambiando questo modo di produzione e il si-stema sociale capitalista finalizzato alla ricerca del massimo profitto si salvaguarda la salu-te umana e quella del pianeta. Solo nel sistema socialista in cui si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani, dove lo sfruttamento e i morti per il profitto siano considerati crimini contro l’umanità, si può mettere fine a questa mattanza operaia. Basta lacrime e arrivato il momento di organizzarci a livello nazionale, far sentire la nostra rabbia e odio di classe contro i padroni e il sistema capitalista responsabile di questi omici-di: organizziamo assemblee nei posti di lavoro e nel territorio, lavoriamo per organizzare una manifestazione nazionale operaia e proletaria contro il sistema di sfruttamento capita-lista che uccide gli esseri umani e la natura. SOLIDARIETÀ A TUTTE LE VITTIME DELLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA E AL-LE LORO FAMIGLIE.
ottobre 2019 redazione
risoluzione UE
La UE falsifica la storia, il comunismo e l'antifascismo Il 19 settembre la Risoluzione del Parlamento europeo "sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa" ovvero vittime e carnefici sullo stesso piano Emiliano La risoluzione della neo Unione europea raccoglie una serie di dichiarazioni e atti già presentati negli anni precedenti da gruppi europei, Parlamenti di paesi ex-comunisti che già al loro interno perseguitavano le organizzazioni comuniste. Sono 22 punti che non pubblichiamo integralmente ma affrontiamo solo alcuni punti (la versione integrale si può trovare su internet) partendo dalle motivazioni alla base della risoluzione che abbiamo ritenuto più significative per capire l'infamità di tale presa di posizione e della sua pericolosità. Di seguito alcune delle considerazioni generali: A. considerando che quest'anno si celebra l'ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che ha causato sofferenze umane fino ad allora inaudite e ha portato all'occupazione di taluni paesi europei per molti decenni a venire; B. considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l'Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale; E. considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature; F. considerando che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste; L. considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne; Ed ecco alcuni dei 22 punti della risoluzione: 2. sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l'obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l'Europa in due zone d'influenza; 3. ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell'umanità, e rammenta l'orrendo crimine dell'Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l'umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari; 6. condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo, all'interno dell'Unione; 8. invita tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell'UE e a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi inserendo la storia e l'analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell'Unione; invita gli Stati membri a promuovere la documentazione del tragico passato europeo, ad esempio attraverso la traduzione dei lavori dei processi di Norimberga in tutte le lingue dell'UE; 10. chiede l'affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani; incoraggia gli Stati membri a promuovere l'istruzione attraverso la cultura tradizionale sulla diversità della nostra società e sulla nostra storia comune, compresa l'istruzione in merito alle atrocità della Seconda guerra mondiale, come l'Olocausto, e alla sistematica disumanizzazione delle sue vittime nell'arco di alcuni anni; 12. invita la Commissione a fornire un sostegno effettivo ai progetti di memoria e commemorazione storica negli Stati membri e alle attività della Piattaforma della memoria e della coscienza europee, nonché a stanziare risorse finanziarie adeguate nel quadro del programma "Europa per i cittadini" per sostenere la commemorazione e il ricordo delle vittime del totalitarismo, come indicato nella posizione del Parlamento sul programma "Diritti e valori" 2021-2027; 14. sottolinea che, alla luce della loro adesione all'UE e alla NATO, i paesi dell'Europa centrale e orientale non solo sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi, ma hanno anche dato prova di successo, con l'assistenza dell'UE, nelle riforme e nello sviluppo socioeconomico; sottolinea, tuttavia, che questa opzione dovrebbe rimanere aperta ad altri paesi europei, come previsto dall'articolo 49 TUE; 17. esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti; 18. osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari. La prima cosa che salta agli occhi è la distorsione della storia per fini anticomunisti, il revisionismo storico è uno degli strumenti usato per influenzare negativamente soprattutto le giovani generazioni. Un veleno usato nel nostro paese già con le foibe per giustificare lo sdoganamento dei fascisti. L'altro aspetto è la necessità di equiparare la più odiosa, terribile e sanguinaria dittatura come quella nazista - ricordiamolo appoggiata dalle maggiori aziende capitaliste non solo tedesche, alcune delle quali sono ancora in testa del capitalismo internazionale come la Krupp - al comunismo. Simbolo della lotta contro i padroni che hanno foraggiato nazisti e fascisti. Operazioni già tentate nel nostro paese prima con l'equiparazione tra i repubblichini di Salò con i partigiani che li combattevano fatta da Violante e successivamente con la legge Fiano che, in nome dell'antifascismo, ha aperto le porte a provvedimenti anticomunisti, non a caso i parlamentari europei del Pd hanno votato a favore, tranne uno che però ha preso le distanze da Stalin. Gli attacchi sono al comunismo, all'Unione Sovietica e alla figura ed opera di Stalin perché la borghesia considera un crimine contro l'umanità l'avere edificato uno Stato Sovietico, uno Stato di dittatura del proletariato implacabile contro i capitalisti e la proprietà privata. Dai Problemi della pace del 1946 ricordiamo la posizione di Stalin: “Sarebbe errato pensare che la seconda guerra mondiale sia scoppiata casualmente … In realtà la guerra è scoppiata come risultato inevitabile dello sviluppo delle forze economiche e politiche mondiali sulla base dell'odierno capitalismo monopolistico. I marxisti hanno dichiarato più volte che il sistema capitalistico dell'economia mondiale cela nel suo seno gli elementi di una crisi generale e di conflitti armati... È un fatto che l'ineguale sviluppo dei paesi capitalistici porta abitualmente, con il passare del tempo, ad una brusca rottura dell'equilibrio nell'interno del sistema mondiale del capitalismo; e il gruppo dei paesi capitalistici che si considera meno provvisto di materie prime e di mercati di sbocco, tenta solitamente di modificare la situazione a proprio vantaggio e di procedere ad una nuova ripartizione delle “sfere d'influenza” facendo ricorso alla forza armata...” Stalin si poneva come un nemico implacabile contro la borghesia e i falsi comunisti, che da sempre si sono prodigati in attacchi velenosi tesi ad impedire la realizzazione del socialismo. Con buona pace dei troskisti e dei vari revisionisti che da sempre strillano contro i suoi cosiddetti crimini. Le loro lamentele sono state finalmente accolte dal famigerato Parlamento europeo, e si trovano ancora una volta a fianco dei fascisti a votare una risoluzione anticomunista. Pronti ad accusare la repressione stalinista o a pentirsi (forse) allorquando il proletariato eserciterà la propria giustizia di classe. Ma perchè una simile risoluzione oggi? Nonostante siano passati 80 anni dall'inizio della guerra la borghesia sente ancora il bisogno di diffamare - anche se non è la prima volta - le idee di libertà ed emancipazione per tentare di far perdere la memoria, soprattutto tra i giovani, ma anche perché è ancora immensa la stima che i lavoratori di tutto il mondo hanno per il paese del socialismo, l'URSS con a capo Stalin. Evidentemente la borghesia, ancora oggi, vede come pericolo per la propria sopravvivenza, l'esperienza storica della Rivoluzione d'ottobre e, di fronte all'avanzare della crisi inevitabile del sistema capitalista e imperialista teme che i comunisti si uniscano e si riorganizzino, insieme al proletariato dei vari paesi, per abbattere la dittatura della borghesia e instaurare la propria dittatura quella del proletariato. I comunisti non si arrendono. La lotta contro il fascismo, la reazione, l'imperialismo, per l'abbattimento del capitalismo e la costruzione di una società socialista continuerà con più forza. Così come lo smascheramento della UE - che ancora una volta - dimostra di non essere riformabile o cambiata come sostengono molti che si definiscono di "sinistra" perché è uno strumento imperialista a favore degli interessi delle banche, delle multinazionali, della NATO e dei partiti al loro servizio.