IN MERITO AL FILM "IL CUORE NEL
POZZO"
I polemici sostengono che la
televisione è l’arma finale del dottor Goebbels. Noi non ci sentiamo di
essere così perentori, però è un dato di fatto che dire “l’hanno detto in
tivù” dà una patente di veridicità alle fesserie più enormi. Ed è pure un
dato di fatto che, quando si vuole influenzare in un determinato modo la
coscienza collettiva argomenti specifici, il modo migliore per ottenere il
risultato voluto è quello di far passare in televisione ciò che si vuole far
entrare nella testa della gente. Ed a questo scopo, un “buon” sceneggiato
(adesso lo chiamano “fiction”, che fa più “americano”) è il sistema
perfetto per plagiare la testa della gente.
Così, quando in questi giorni leggiamo di quello che si sta preparando come
sceneggiato sulle “foibe”, e come esso viene presentato, ci vengono i
brividi per quanto danno provocherà questa operazione mediatica.
Dunque Rai Fiction ha commissionato al produttore Angelo Rizzoli (ve lo
ricordate? Era stato travolto dallo scandalo della P2, tempo fa. E chi ancora
aveva la tessera della P2, così, a primo colpo di memoria? Berlusconi,
l’avvocato Augusto Sinagra...) uno sceneggiato sulle “foibe”. Regista
Alberto Negrin; uno dei protagonisti è tale Leo Gullotta che ci dicono sia
simpatizzante di Rifondazione Comunista... sarà vero?
Sul sito “Panorama.it” troviamo un articolo firmato da Laura Delli
Colli che dice “Foibe. Un film per capire”. Cosa capiranno dunque i
volonterosi spettatori di questo sceneggiato che andrà in onda a
febbraio prossimo venturo? “Il massacro di migliaia di civili inermi. La
tragedia della pulizia etnica nelle terre slavizzate a forza. Gli spietati
partigiani di Tito in azione...”, scrive la giornalista. Ed ancora: “una
tragedia rimossa costata non meno di 20-30 mila vittime, uccise dalla feroce
repressione del regime di Tito. Un massacro e una persecuzione di massa con un
solo obiettivo, ancora attuale: la pulizia etnica (...) Mentre l’Italia viveva
la fine della guerra, i partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito
eliminarono con ferocia intere famiglie, uomini e donne e spesso con loro i
bambini, solo perché oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della
slavizzazione dei territori. Almeno diecimila i desaparecidos di un
massacro...”.
Complimenti alla giornalista, che è riuscita in così poche righe ad accumulare
una tale quantità di boiate storiografiche (oltre che falsità belle e buone)
finalizzate alla diffusione di idee razziste da meritarsi il premio Minculpop
alla memoria dei solerti redattori de “La difesa della razza”. Ma per capire
se questo è il “messaggio” di verità storica che il regista Negrin intende
diffondere alle masse teledipendenti italiane, leggiamo la trama del film. “La
storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per mettere in
salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di un’italiana,
violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di quel bambino per
eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio (...) sotto la tonaca di
un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone mentre salva i bambini
in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato all’orfanotrofio”.
L’attore Dragan Bjelogrlic, che impersona il “crudele Novak”, afferma:
“La crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo
che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in
uno sloveno così negativo... In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne
alla sofferenza delle violenze etniche”. Quanto al “rifondarolo” Gullotta,
ecco come risponde alla domanda della giornalista su cosa gli dica “la sua
coscienza civile sulle foibe”. “Ho cercato di capire, di saperne di più
(...) dar voce a una tragedia dimenticata è la prima ragione che mi ha convinto
ad accettare. Questo non è un film schierato, ma un atto di doverosa civiltà”.
Ha cercato di capire, Gullotta? Di saperne di più? In effetti, con questo film
si arriva a sapere tanto di più rispetto a quello che è successo in realtà:
perché, da quanto scritto in questo articolo, appare una sceneggiatura che si
basa su presupposti storici falsi per raccontare una vicenda degna della
fantasia di una Liala sadomaso, e che arriva a delle conclusioni che sembrano
fatte apposta per rinfocolare quegli odi etnici che al nostro confine orientale
non si sono mai sopiti.
Quali sono le falsità? La pulizia etnica, mai esistita da parte dei
“partigiani di Tito” (ma è tanto difficile accettare il dato di fatto
storico che si era trattato di un esercito, sia pure popolare, riconosciuto come
cobelligerante dagli Alleati?); la “slavizzazione forzata”, dove nei
territori di cui si parla (l’interno dell’Istria) gli italiani non sono mai
stati la maggioranza; la quantità dei morti, che non sono stati né “venti-trentamila”,
né migliaia, ma poche centinaia nell’autunno del ’43 e nessuno (sì, avete
letto bene: nessuno) dopo la primavera del ’45, in Istria, perché mentre
nella prima ventata di potere popolare, dopo l’8 settembre, una sorta di
jacquerie comportò esecuzioni più o meno sommarie nei confronti di esponenti
del regime fascista, alla fine del conflitto, quando le autorità statali
jugoslave presero il controllo del territorio, non ci furono esecuzioni
sommarie: e se qualcuno fu processato e condannato a morte da tribunali
regolarmente insediatisi, questo è un fatto che non avvenne solo in Jugoslavia,
ma in tutta Europa, Italia compresa.
Ma la falsità più grossa, e quella che fa particolarmente schifo, è l’uso
strumentale che viene fatto dei bambini in questa operazione di bassa macelleria
cinematografica. È del regista Negrin (che ci dicono sia ebreo) l’idea (che
non appare neppure nei peggiori libelli prodotti dalla propaganda nazifascista
dell’epoca) che i “partigiani di Tito” si dedicavano alla deportazione ed
al massacro dei bambini, bruciando orfanotrofi ed “infoibandone” gli ospiti?
Forse il regista è stato influenzato da tutte quelle sceneggiature uscite negli
ultimi anni sulla Shoah, dove si vedevano i nazisti andare a caccia di bambini
ebrei che poi venivano fortunosamente salvati, e dato che, essendo in epoca di
par condicio, e banalizzazione storica allo scopo di dimostrare che nazisti e
comunisti erano cattivi ugualmente, il soggetto che va bene per una fiction sui
cattivi nazisti va bene anche per una sui cattivi comunisti?
La “consulenza storica”, leggiamo sempre nell’articolo, sarebbe di un
certo Giuseppe Sabbatucci, ma in Internet non abbiamo trovato nessuno storico
con questo nome: l’unico storico Sabbatucci fa di nome Giovanni, che, da
quanto siamo riusciti a capire, dovrebbe essere un autore di testi scolastici.
Ma se scrive i libri con la stessa serietà e veridicità storica con cui ha
dato la propria consulenza per uno sceneggiato come questo, pensiamo che
dovrebbe essergli impedito di proseguire con questo mestiere. Ci chiediamo se
sia possibile riuscire a fermare la messa in onda di questo film, che può
produrre solo altre tensioni ed altri odi, e non farà sicuramente “luce” su
alcunché. Eppure non avrebbe dovuto essere tanto difficile riuscire a
“saperne di più”, come dice Gullotta, senza incappare in certe falsità
come quelle che abbiamo letto sopra. Basta cercare alcune pubblicazioni (neanche
tutte di fonte “slavocomunisti”, come vedremo nelle note) e si riesce a
saperne di più inquadrando correttamente il problema dell’Istria e delle
foibe istriane.
Il primo periodo che va preso in considerazione è quello immediatamente
successivo all’8 settembre 1943, quando le truppe partigiane dell’Esercito
di Liberazione Jugoslavo presero possesso di una parte del territorio istriano.
Il potere popolare durò una ventina di giorni in alcune zone, un mese in altre:
poi i nazifascisti ripresero il controllo su tutta l’Istria. Dai giornali
dell’epoca [1] leggiamo che l’“ordine” riconquistato costò la vita di
13.000 istriani, nonché la distruzione di interi villaggi. Nel contempo i
servizi segreti nazisti, in collaborazione con quelli della RSI, iniziarono a
creare la mistificazione delle “foibe”: ossia i presunti massacri che
sarebbero stati perpetrati dai partigiani. In realtà dalle “foibe” istriane
furono riesumati, stando al cosiddetto “rapporto” del maresciallo Harzarich,
che guidò le esumazioni dalle foibe su incarico dei nazifascisti nell’inverno
1943/44 [2], poco più di 200 corpi di persone la cui morte potrebbe essere
attribuita a giustizia sommaria fatta dai partigiani nei confronti di esponenti
del regime fascista (ma per alcune cavità si sospetta che vi siano stati
gettati dentro i corpi dei morti a causa dei bombardamenti nazisti). Però basta
dare un’occhiata ai giornali dell’epoca ed agli opuscoli propagandisti
nazifascisti per rendersi conto di come l’entità delle uccisioni sia stata
artatamente esagerata per suscitare orrore e terrore nella popolazione in modo
da renderla ostile al movimento partigiano. Esempio di questa manovra è la
pubblicazione di un libello dal titolo “Ecco il conto!”, pubblicato sia in
lingua italiana che in lingua croata, contenente alcune foto di esumazioni di
salme e basato fondamentalmente su slogan anticomunisti. I contenuti ed i toni
di tale mistificazione sono gli stessi che per sessant’anni abbiamo visto
propagandare dalla destra nazionalista: “migliaia di infoibati solo perché
italiani, vecchi, donne e bambini e persino sacerdoti”; “infoibati ancora
vivi” e “dopo atroci torture” (non di rado s’è poi visto che le
sedicenti “vittime scampate alle sevizie titine” erano in realtà criminali
di guerra che descrivevano le cose che essi stessi avevano fatto ad altri) e così
via. Del resto dal racconto di Harzarich risulta chiaramente che i corpi,
riesumati più di un mese dopo la morte furono trovati in stato di avanzata
decomposizione, ed era quindi praticamente impossibile riscontrare su essi se le
vittime fossero state soggette a torture o stupri mentre erano ancora in vita;
così come certi particolari raccapriccianti che vengono riportati dalla
“letteratura” delle foibe (ad esempio il sacerdote con il capo cinto da una
corona di spine ed i genitali tagliati ed infilati in bocca) non hanno alcun
riscontro nella relazione di Harzarich.
Tornando al numero degli “infoibati” in Istria nel ‘43, vediamo che da
stessa fonte fascista (il federale dell’Istria Luigi Bilucaglia) risulta che
nell’aprile del 1945 erano circa 500 i familiari di persone uccise dai
partigiani in Istria tra l’8/9/43 e l’aprile 1945. Infatti Bilucaglia inviò
a persona di propria fiducia, il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN di
Trieste [3].
Anche un articolo del 1949 dà più o meno queste cifre. Se consideriamo che
l’Istria era abitata da circa 500.000 persone, delle quali oltre la metà di
lingua italiana, i circa 500 uccisi ed infoibati non possono costituire un atto
antitaliano ma un atto prettamente antifascista. Se i partigiani rimasti padroni
della situazione per oltre un mese avessero voluto uccidere chi era semplicemente
“italiano”, in quel mese avrebbero potuto massacrare decine di migliaia di
persone> [4]. Giacomo Scotti, nel suo studio “Foibe e fobie”, cita una
,
senza però dare ulteriori indicazioni, nella quale , di
cui non fa il nome, avrebbe affermato che .
Scotti cita poi una relazione del pubblicista croato professor Nikola Zic,
datata 28/11/44 e redatta per conto dei (cioè il governo fantoccio
dell’ustascia Ante Pavelic, quindi sicuramente una fonte che non doveva avere
simpatie nei confronti del movimento partigiano), resa nota dallo storico
fiumano Antun Giron nel 1995. Vale la pena di riportarne alcuni passi.
[6]. Va da sé poi che quando la propaganda
di destra cita gli “orrori delle foibe”, si “dimentica” regolarmente di
citare la quantità di morti che costò la “pacificazione” operata dai
nazifascisti nei territori da loro “liberati” dai partigiani. Scrive ad
esempio Galliano Fogar [7]: .
Fogar fa anche riferimento ad una “relazione inedita” del dottore Cordovado,
intitolata “La dura sorte di Pisino” [8], e scrive . Inoltre, prosegue Fogar, .
Una conferma di questo ci viene ancora una volta da Giacomo Scotti, che, citando
nuovamente la relazione del professor Zic, afferma che nelle . Scrive Zic:
. Scotti prosegue citando
una serie di massacri operati dai nazisti e riferiti da Zic ed elenca alcuni
nomi . Ed
ancora: [10]. Scotti prosegue citando vari
episodi specifici di feroci rappresaglie nazifasciste, descritti nella relazione
Zic, e conclude: .
NOTE
[1] “Il Piccolo” di Trieste ed “Il Corriere Istriano”, numeri da ottobre
a dicembre 1943
[2] Dati della “Relazione tratta dall’interrogatorio di un sottufficiale dei
VV.FF. del 41° Corpo di stanza a Pola”, (Archivio IRSMLT n. 346). Questo
testo, che viene comunemente definito“rapporto Harzarich”non è stato
redatto all’epoca delle riesumazioni ma due anni dopo in base a quanto detto
dallo stesso Harzarich agli Alleati.
[3] Documento datato 24/4/45 pubblicato nel testo di Luigi Papo, “L’Istria e
le sue foibe”, ed. Italo Svevo 1998;
[4] “Trieste Sera”, 8/1/49;
[5] Il 13 settembre 1943;
[6] G. Scotti,“Foibe e fobie”,supplemento al numero 2/1997 del mensile “Il
ponte della Lombardia”.Queste risultanze storiche sono state esposte dallo
studioso anche nel corso del convegno sul tema “La guerra è orrore. Le foibe
tra fascismo, guerra e Resistenza” organizzato da Rifondazione Comunista a
Venezia (13/12/03);
[7] G. Fogar, “Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali”, Del
Bianco 1968, che fa riferimento ad articoli del “Piccolo del 4, 6 e 8/10/43;
[8] In Archivio IRSMLT VIII/366;
9] Il podestà e preside era il dottor Vitale Berardinelli. Troviamo qui la
conferma di quanto riportato precedentemente da Fogar nella citazione della
“relazione Cordovado”;
[10] G. Scotti, “Foibe e fobie”, cit.
dalla redazione de "La Nuova Alabarda" Trieste