9 giugno 2010 redazione
recensione

Contro il revisionismo. Un documento storico, ricco di insegnamenti
Intervento di Adriana Chiaia alla presentazione del libro di Kurt Gossweiler, alla Fiera “Più libri/Più liberi” di Roma

Vorrei parlarvi della genesi, della motivazione iniziale che ha ispirato questa pubblicazione. E cioè dell’esigenza di trovarvi delle risposte a quegli interrogativi che possono riassumersi nella domanda di “com’è potuto accadere?”.
Mi spiego. Appartengo alla generazione dei militanti dell’allora Partito comunista italiano, maturata teoricamente, politicamente e nella pratica quotidiana nel riflesso delle ripercussioni della cesura nel movimento comunista segnata dal XX Congresso del PCUS ed in particolare dal rapporto “segreto” di Chruščëv che, con la demolizione della figura e dell’opera di Stalin, sotto il pretesto della lotta al culto della personalità, mise in discussione la teoria marxista-leninista e la sua prassi nella costruzione del socialismo e con esse i fondamenti dell’unità del movimento comunista internazionale, con devastanti conseguenze nei partiti comunisti al potere nei paesi socialisti e nei partiti comunisti dei paesi capitalisti (in particolare del PCI, di cui allora facevo parte).
Dallo studio dei documenti, in particolare le tesi contrapposte sulle principali questioni teoriche del PCUS da un lato e del PCC dall’altro, pubblicate nel 1964 dalla Casa editrice Einaudi nel libro Coesistenza e rivoluzione, a cura di Paolo Calzini e Enrica Collotti Pischel, nonché dai documenti del Partito del Lavoro d’Albania, risultava chiaramente quali settori del movimento comunista internazionale si opponevano al “nuovo corso” e quali vi si adeguavano o addirittura nelle tesi chruščëviane trovavano conferma e incoraggiamento alla loro linea revisionista (come affermato all’VIII Congresso del PCI).
L’interrogativo – e certamente non solo mio – cui mi riferivo all’inizio del mio intervento era (e da qui la ricerca di una risposta negli scritti di Gossweiler): come era stato possibile che migliaia di militanti comunisti di provata adesione teorica al marxismo-leninismo e di altrettanto provata pratica rivoluzionaria, organizzati nei partiti comunisti, formati nelle file della IC, non si fossero sollevati e uniti in un nuovo movimento rivoluzionario per impedire un simile corso che avrebbe portato lentamente, ma inesorabilmente (con “passo di colomba” intitola Gossweiler i suoi Diari) ai risultati catastrofici che oggi i nostri nemici sbandierano e molti compagni lamentano (ovviamente con diverse interpretazioni)?
Più che nei Saggi, scritti in epoca posteriore con la scientificità e la visione complessiva e ponderata dello storico, nei suoi Diari ho trovato la risposta.
Pur rendendosi conto quasi dall’inizio, subito dopo la morte di Stalin (con il 1953 inizia la Cronaca) del ruolo controrivoluzionario di Chruščëv e del gruppo dirigente revisionista, tanto da avanzare perfino tesi complottistiche, Gossweiler, nell’esame degli avvenimenti, nel commentare le notizie riportate dalle fonti di cui disponeva (se ci sarà tempo, qui o in altra occasione, potremo commentare la loro relativa ristrettezza, come ammesso dallo stesso Gossweiler) passa da momenti di forte accusa, di invettiva e di sconforto, a momenti di illusione e soverchia fiducia nel ruolo del gruppo degli oppositori interni alla nuova direzione del PCUS (la parte sana del partito, Molotov e altri) e nutre la speranza che questa opposizione possa prevalere, riaffermare la teoria e la prassi derivante dai principi del marxismo-leninismo e far riprendere la costruzione del socialismo iniziata da Lenin e portata avanti vittoriosamente da Stalin.
All’adesione al revisionismo dei Tito, dei Gomułka, degli Imre Nägy, che egli denuncia con la pubblicazione e il commento di importanti documenti e interventi che vanno tutti nella direzione dello smantellamento delle strutture economiche e politiche del socialismo, egli contrappone le posizioni del Partito comunista cinese e, tra gli oppositori iscrive Togliatti e Thorez. (E qui ci sarebbe da aprire una parentesi, che non vi è il tempo di sviluppare, sull’errore di prospettiva che genera il giudizio unilaterale su Togliatti da parte di Gossweiler, che isola l’aspetto del prestigioso dirigente della IC e ignora il suo ruolo come capo del “partito nuovo” e convinto sostenitore della via italiana al socialismo, in conformità con le tesi revisioniste del XXII Congresso del PCUS).
Gossweiler gioisce della caduta di Chruščëv per poi rendersi conto della continuità della strategia revisionista nella dirigenza del PCUS. Amare sono le sue autocritiche, sincero il riconoscimento dei suoi “pii desideri”, fino al punto da interrogarsi, nelle sue “Considerazioni conclusive” sulla validità della pubblicazione dei suoi Diari. Noi affermiamo con convinzione la loro utilità ed il loro valore di prezioso documento storico.
I Diari di Gossweiler danno conto infatti del perché, a bloccare la (in)arrestabile discesa sul piano inclinato del revisionismo, non si siano riunite nel movimento comunista nel suo complesso (eccezion fatta, come già detto, per il Partito comunista cinese) le condizioni per la ripresa della teoria marxista, che si erano verificate, dopo il fallimento della II Internazionale e il tradimento dei suoi capi, con il riaffermarsi della teoria autenticamente marxista ad opera di Lenin e della teoria e della prassi rivoluzionarie nel Partito bolscevico e nei partiti dalla Prima Internazionale comunista.
La risposta alla domanda iniziale di “come sia potuto accadere” discende inoltre da un altro importante insegnamento che si ricava dagli avvenimenti del periodo storico trattato nell’opera di Gossweiler. Riguarda la fase della costruzione del socialismo nelle Repubbliche popolari dell’Europa dell’Est.
La rivoluzione non è un pranzo di gala, come avvertiva Mao Zedong, ma nemmeno la costruzione del socialismo – il periodo di transizione dal capitalismo al comunismo – lo è.
È il periodo in cui la nuova società deve liberarsi dalle scorie della vecchia, il periodo in cui i nuovi germogli del comunismo, come li chiamava Lenin, si fanno faticosamente strada tra la sterpaglia del passato che vorrebbe soffocarli. Se la rivoluzione abolisce i vecchi rapporti economici e sociali, bisogna ancora lottare non solo perché non si ristabiliscano, ma anche per affrancarsi dalla loro ideologia, dal modo di pensare delle classi sconfitte, dalle abitudini, dalle credenze religiose, dalle superstizioni, dai pregiudizi inveterati.Secondo la concezione dialettica dell’unità degli opposti, nel periodo di transizione si ha l’unità del vecchio con il nuovo, la soluzione della contraddizione si ha quando uno degli opposti prevale sull’altro. La costruzione del socialismo avanza se il nuovo prevale sul vecchio, arretra se il vecchio prevale sul nuovo.
Il cammino impervio della nuova società socialista, non si svolge in un asettico laboratorio in cui, scientificamente, si sperimenta, si controllano i risultati, si correggono gli errori. Avviene invece nel fuoco della lotta di classe in cui deve fare i conti, oltre che con i tentativi di sovversione e i sabotaggi delle vecchie classi capitaliste spodestate, con l’aggressione esterna del sistema capitalista mondiale che vede messa in gioco la propria esistenza dal pericolo dell’“infezione”, dell’estendersi dell’esempio alle popolazioni sfruttate ed oppresse di tutto il mondo.
La grande vittoria sul nazi-fascismo, a conclusione della Seconda guerra mondiale, in parte preponderante ascrivibile alla ferma e saggia guida del Partito comunista (b) con alla testa Stalin, all’eroismo dell’Armata Rossa, all’unità intorno al Partito dell’intero popolo sovietico, alla sua resistenza e al suo sacrificio, non fece cessare l’aggressività del mondo imperialista contro l’URSS ed il campo socialista. Alla guerra fredda si accompagnavano nuovi progetti di distruzione nucleare contro l’URSS, pianificati dal governo degli Stati Uniti e dal Pentagono.
Le dimensioni raggiunte dal campo socialista che, con la vittoria della rivoluzione cinese e la nascita delle democrazie popolari in Europa dell’Est, si estendeva alla terza parte dell’umanità, non dissuasero i tentativi di aggressione, economica, politica, ideologica che l’imperialismo metteva in campo, ma anzi li intensificarono. Essi variavano dall’aperto incitamento alla sovversione interna degli Stati socialisti mediante il sostegno in termini di denaro e armi alle ex classi dominanti, a modalità e tattiche più subdole e camuffate: dalla corruzione e dall’incitamento al boicottaggio degli appartenenti ai vecchi apparati amministrativi e burocratici statali, all’istigazione alle ribellioni “popolari” causate dallo scontento per determinati errori e determinate misure dei governi socialisti e dei partiti comunisti al potere, all’incoraggiamento all’opposizione degli intellettuali e degli artisti che temevano di veder limitarsi la loro libertà di espressione.
Citiamo alcune delle iniziative, messe in campo, negli anni Cinquanta, al fine di “liberare” i paesi al di là della “cortina di ferro” e aprirsi quindi la strada per attaccare l’Unione Sovietica.
Il 2 ottobre 1950 Le Monde scrive: “Un credito di 100 milioni di dollari è previsto nel disegno di legge americano relativo all’aiuto militare ed economico all’estero, allo scopo di permettere la costituzione di corpi speciali di rifugiati dei paesi all’Est della cortina di ferro. Queste unità, precisavano le informazioni di Washington, saranno integrate a delle divisioni americane e inserite nell’esercito atlantico.”[i]
“Nel 1950 i servizi della guerra psicologica dell’esercito americano, per decisione del loro governo, lanciano il progetto Radio Free Europe. Da un dispaccio della Reuter, del 25 ottobre 1950: “Il generale Lucius D. Clay, già comandante della zona americana, ha annunciato che il servizio che è posto sotto la sua direzione, sta costruendo delle potenti emittenti per sostenere la propaganda diretta verso i paesi dietro la cortina di ferro. Il personale sarà reclutato tra coloro che sono recentemente fuggiti dai paesi dell’Est europeo, ai quali questa propaganda è destinata […].”[ii]
A partire dal 1950, gli Stati Uniti si impegnano in una politica detta di “liberazione delle nazioni imprigionate”, della quale James Burnham, fino al 1940 braccio destro di Trockij, si fa l’avvocato. È l’epoca in cui Burnham e quasi tutto l’establishment americano attendono con una impaziente passione, la guerra, meglio, la Terza guerra mondiale… È in questo contesto globale che Burnham situa l’attività americana in Ungheria e nell’Europa dell’Est.[iii]
Un avvenimento inatteso e di enorme importanza era tuttavia intervenuto a mutare le condizioni dello scontro tra il mondo imperialista e quello socialista. Dopo la morte di Stalin, il PCUS era diretto dalla corrente revisionista capeggiata da Chruščëv. In questa nuova situazione, e specialmente in seguito alla svolta del XX Congresso del PCUS, la politica dei paesi imperialisti, ed in prima fila degli Stati Uniti, pur restando aggressiva nei confronti del campo socialista, adotta nuovi accorgimenti tattici.
Nel 1954 “il Consiglio di sicurezza nazionale USA nelle sue sedute segrete approva l’idea che non si possa poggiarsi su una ‘politica di liberazione’ frontale. Faremmo meglio, viene affermato, se spingessimo i dirigenti locali dagli Stati est-europei a staccarsi gradualmente dai loro padroni del Cremino” (Kurt Hagen al 30° plenum, citato in Sonntag, n. 3/4, 1957).[iv]
D’altra parte i partiti comunisti che avevano preso il potere nelle Repubbliche popolari dell’Est europeo si erano formati a partire dai quadri comunisti, temprati nelle galere fasciste e nella lotta clandestina e educati ideologicamente in base ai principi marxisti-leninisti. I Bierut, i Rákosi, rientrati nei loro paesi, vi avevano guidato la lotta clandestina e organizzato i Fronti antifascisti della Resistenza e avevano fondato i partiti comunisti ispirandosi alla teoria e alla prassi marxiste-leniniste. Dopo la vittoria sul nazismo avevano cominciato ad edificare il socialismo, sulla base dell’economia centralizzata e pianificata e della collettivizzazione dell’agricoltura.
Tuttavia, le circostanze e la situazione politica avevano portato alla fusione dei partiti comunisti con i partiti socialisti o con l’ala sinistra della socialdemocrazia. Questi partiti unificati includevano quindi, accanto ai quadri comunisti, membri, anche sinceramente antifascisti, ma non altrettanto preparati e dotati di coscienza di classe e spesso oscillanti davanti alle difficoltà. La loro compagine era dunque ben lontana dalla ferrea unità e disciplina che stavano alla base della funzione di guida del Partito bolscevico ed essi erano privi della sua lunga esperienza di lotta rivoluzionaria, politica e ideologica condotta fino alla vittoria della rivoluzione d’Ottobre, dell’esperienza di lotta politica ed ideologica nel consolidamento della dittatura del proletariato e nelle diverse fasi della costruzione del socialismo. Essi agivano in una situazione generale profondamente cambiata e dirigevano un proletariato e in primo luogo una classe operaia e una intellighenzia completamente differenti da quelli della Russia del 1917 e degli anni successivi fino alla fine della Seconda guerra mondiale.
Lenin aveva tratto dalla sua esperienza questi insegnamenti universali: “Se sono presenti nelle proprie file dei riformisti, dei menscevichi, non si saprà far trionfare la rivoluzione proletaria e non si saprà salvaguardarla. In Russia molte volte si sono presentate situazioni difficili nelle quali il regime sovietico sarebbe stato certamente rovesciato, se i menscevichi, i riformisti, i democratici piccolo-borghesi fossero rimasti nel nostro Partito. In momenti simili non è solo un’assoluta necessità escludere dal Partito i menscevichi, i riformisti, i turatiani [Lenin si riferisce a Filippo Turati, socialista riformista italiano, ndr], può anche essere utile escludere degli eccellenti comunisti, suscettibili di esitare ed esitanti nel senso dell’unità con i riformisti, allontanarli da tutti i posti importanti. Alla vigilia della rivoluzione e nei momenti della lotta più accanita per la vittoria, le minime esitazioni all’interno del Partito possono perdere tutto, strappare il potere dalle mani del proletariato.”[v]
Tutti questi elementi, esterni ed interni, stanno alla base dei tentativi di golpe controrivoluzionari che si verificarono nel 1953 nella Repubblica popolare tedesca, e nel 1956 in Polonia e in Ungheria, e del modo in cui i partiti comunisti al potere seppero affrontarli, contrastandoli decisamente (come nella Repubblica popolare tedesca) o facendo concessioni che avrebbero cambiato profondamente la natura socialista della società (come in Polonia e in Ungheria).
I movimenti controrivoluzionari sono rappresentati nella pubblicistica borghese e revisionista, e purtroppo anche nella quasi totalità dei manuali di storia in uso nelle scuole, come “insurrezioni popolari” contro i “regimi totalitari”, represse nel sangue dai rispettivi governi con l’appoggio dei carri armati sovietici. Nei Diari di Gossweiler questi tentativi controrivoluzionari sono affrontati, ricercandone le cause esterne, senza nascondere le responsabilità dei governi e dei partiti comunisti di quei paesi e soprattutto di quella del PCUS che, come già detto, era diretto, dopo la morte di Stalin, dalla corrente revisionista capeggiata da Chruščëv. Altrettanto si è cercato di fare nelle “Note storiche”, a cura della redazione.
Non era quindi dai paesi socialisti dell’Europa orientale, non era dai partiti alla loro guida che poteva sollevarsi una nuova ondata rivoluzionaria che arrestasse il corso revisionista di quello che era stato il partito di Lenin e di Stalin e impedisse quella che Gossweiler chiama la catastrofe finale.

Zambon editore, 2009

[i] Citato in Ludo Martens, L’URSS et la contre-révolution de velours, Editions EPO, Bruxelles, 1991, pp.100, 101.

[ii] Ibidem, p.101

[iii] Ibidem, p.101

[iv] Gossweiler, Diari, Principio di gennaio, p. 304

[v] Lenin, “I discorsi ipocriti sulla libertà”, citato in: Stalin, Le questioni del leninismo; Principi del leninismo. Edizioni Tirana, 1970, p.111

 


11 marzo 2007 redazione
recensioni

La Rivoluzione d'Ottobre
Memorie e testimonianze dei protagonisti
Una lunga introduzione di Adriana Chiaia ci riporta all’attualità delle teorie di Marx e di Engels, all’audacia di Lenin, Stalin e dei rivoluzionari di tutto il mondo

È un libro per ricordare il valore universale dell’evento che segnò la storia dell’umanità e per rivendicarne i suoi insegnamenti contro ogni revisionismo e negazionismo.  Nella prima parte, attraverso le testimonianze dei protagonisti, rivivono le febbrili giornate dell’insurrezione di Pietrogrado e dell’assalto al Palazzo d’Inverno. Il pressante appello di Lenin “l’indugio significa la morte” si materializza nel fermento del quartier generale del Comitato militare rivoluzionario (Smol’nyj), cuore pulsante della rivoluzione.
La seconda parte del libro offre un quadro entusiasmante dell’incendio rivoluzionario che si propaga in tutta la Russia: da Mosca a Kiev, a Sebastopoli, fino alla Siberia e all’estremo Oriente.
La terza parte descrive i primi passi del potere sovietico: la creazione del Consiglio dei Commissari del popolo, i primi decreti emanati dal Governo operaio e contadino sulla pace e sulla terra, in immediata attuazione del programma e delle parole d’ordine del Partito bolscevico.
Nelle ultime pagine le voci dei controrivoluzionari, l’intreccio dei sentimenti di odio, d’impotenza, di rassegnazione, di disperazione e di miseria morale, espressioni di un mondo morente, travolto dalla tempesta rivoluzionaria.
Nell’introduzione la curatrice, Adriana Chiaia, ripercorre le tappe del pensiero leninista, autentico erede dello spirito rivoluzionario del marxismo: la concezione del partito, l’analisi dell’imperialismo, la teoria della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato. Teoria che, in rapporto dialettico con la prassi del partito bolscevico, ha condotto alla vittoria la rivoluzione d’Ottobre ed instaurato il potere dei soviet degli operai e dei contadini.
Lo spazio maggiore dedicato alla parte teorica e storica nell’introduzione ha lo scopo – come spiega Adriana – di fornire il quadro, necessariamente sintetico, dei fondamenti della teoria leninista, prezioso patrimonio che ha guidato la pratica politica del Partito bolscevico, dei suoi militanti e di migliaia di proletari nella lotta e nel trionfo della rivoluzione. Una scelta che sottintende una speranza ed un auspicio. L’autrice vorrebbe, appunto, che i lettori fossero stimolati da questo lavoro e cercassero nella lettura o nella rilettura e nello studio dei testi riportati una verità da troppo tempo cancellata e si impossessassero di quest’arma formidabile più che mai utile in questo momento in cui da più parti – anche da quei partiti che nominalmente si richiamano al termine comunista – si accantona la lotta di classe e la prospettiva di una società socialista.
Lo scritto di Adriana riporta all’attenzione l’attualità delle teorie di Marx e di Engels e l’audacia di Lenin, Stalin e dei rivoluzionari di tutto il mondo che hanno abbracciato la teoria marxista, l’hanno sviluppata nell’epoca dell’imperialismo e delle rivoluzioni coloniali e calata nelle condizioni specifiche dei rispettivi paesi e che hanno dimostrato nella pratica la validità delle loro idee.
Le lotte degli sfruttati e degli oppressi, infatti, saranno vincenti se loro, forti del patrimonio della teoria e della pratica del movimento rivoluzionario e comunista, si uniranno contro il nemico comune: il capitalismo imperialista.
E questo libro è un contributo a dare solide radici al futuro che si auspica, a trasformare l’aspirazione ad “un mondo migliore” nella consapevolezza che il solo “mondo migliore” possibile è la società socialista. Il mondo socialista, nel massimo della sua espansione che ha compreso un terzo dell’umanità, ha dimostrato di essere capace di emancipare economicamente, politicamente e culturalmente enormi masse popolari. Questo mondo è esistito e deve essere nuovamente ricostruito perché è l’unica alternativa possibile alla barbarie del capitalismo imperialista e che, con le sue guerre infinite, annienta intere popolazioni e distrugge interi paesi; impone le sue politiche di rapina, rende schiavi, impoverisce e costringe all'emigrazione milioni di uomini; saccheggia le risorse naturali dei paesi dipendenti e, con il suo consumo dissennato, minaccia perfino la sopravvivenza dell’intero pianeta.
La Rivoluzione d'Ottobre, Memorie e testimonianze dei protagonisti
a cura di Adriana Chiaia, Zambon editore, f.to 13x21, pp. 336, 12,80 euro

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nelle librerie:
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tel. 051969312 - fax 051969320
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10 marzo 2007 redazione
rcensioni

Il dossier nascosto del "genocidio" di Srebrenica
La verità sull'episodio della guerra in ex Jugoslavia presentato dai grandi media come la peggiore atrocità in Europa dalla seconda Guerra Mondiale.
- L'analisi del gruppo di ricercatori americani
- Documenti e testimonianze inedite
- Il rapporto censurato dei Serbi di Bosnia
- Un video dubbio passato al microscopio
Il libro - il secondo di una collezione che vuole essere il riflesso fedele di una realtà troppo spesso deformata dai grandi media e che si impegna a pubblicare documenti inediti, nascosti o ignorati - è la versione italiana del documento edito in Francia dalle Editions Le Verjus (2005): Le dossier caché du "genocide" de Srebrenica.
Traduzione di Jean Toschi Marazzani Visconti, editing di Ivana Kereki, collana Frontiere del Presente
edizioni La Città del Sole, Napoli 2007, 12 euro

IL CORRIDOIO
Viaggio nella Jugoslavia in guerra (1992... 2007)
Dall'epoca dell'"equilibrio bipolare" (prima dell'abbattimento del muro di Berlino) si è passati a quella della "guerra globale permanente" (dopo l'abbattimento delle Torri Gemelle) percorrendo uno stretto crinale: quello della crisi jugoslava...
È questo il passaggio che conduce a tutte le altre operazioni di conquista e dominio neocoloniale del mondo contemporaneo. Otto anni fa, il 24 marzo 1999, l'Italia partecipava ai bombardamenti NATO su quei territori. In Toscana nell'estate del '99 dal Kosovo "liberato" arrivavano tante famiglie – rom, askalija, goranzi... - sfuggite alla pulizia etnica degli irredentisti pan-albanesi, e vittime di strategie geopolitiche spietate i cui danni sono sotto agli occhi di tutti.
Ciò che gli usa e i paesi della Nato hanno fatto in Jugoslavia nei terribili anni ’90 è una delle pagine più ignominiose della storia della civiltà occidentale. Gli eventi sono stati illustrati dai mezzi di informazione di massa del civile e colto Occidente in modo tale che sul davanti della scena aveva luogo una grandiosa falsificazione della tragedia che si svolgeva di fatto sotto gli occhi della comunità internazionale e con la sua attiva partecipazione. Sono stati necessari gli sforzi onesti e coraggiosi di giornalisti, politici, scrittori, gente comune perché le briciole di una terribile verità cominciassero ad essere conosciute, per quanto era possibile, da vasti strati della opinione pubblica internazionale.
In questo libro l’autrice, Jean Toschi Marazzani Visconti - che è stata collaboratrice de Il Manifesto, liMes, Avvenimenti, Maiz e che non è una persona politicamente impegnata e non ha partito - riporta le sue esperienze e memorie di ritorno dai viaggi attraverso la guerra e la disinformazione, dopo aver osservato i fatti rivelando l’offesa dell’onore di un intero popolo, strappando i veli dal mito della democratizzazione della Jugoslavia: dalla Repubblica Serba di Bosnia al Bihac, dalle Krajine al Kosovo tuttora in bilico per una cinica operazione di ridefinizione dei confini in Europa.
introduzione di Alexander Zinov'ev
ed. La Città del Sole, 2005, 400 pagine, 18 euro

 

 


1 marzo 2006 redazione
Un bel tacer non fu mai scritto

IL MANUALE DI AUTODIFESA POLITICO-LEGALE
Uno strumento utile per i militanti
Il “Manuale”, che si avvale del contributo di altri lavori analoghi pubblicati nei decenni scorsi, è collegato all’attività complessiva della “Campagna contro l’art. 270 del C.p. e reati associativi” ed è concepito in due parti: 1. Gli organi inquirenti e le norme di procedura penale; 2. analisi dei reati che più comunemente vengono contestati a chi svolge attività politica. Il motivo di questa impostazione – come si legge nell’introduzione – sta nella volontà di fornire prioritariamente la conoscenza degli apparati repressivi e del loro operato a partire dalle forme di controllo fino al rinvio a giudizio (da indagato ad imputato) proponendo le varie tipologie di reati più “frequenti” e le relative conseguenze.
Vi sono inoltre alcuni fac simili riproducibili per eseguire autonomamente specifiche procedure e, nella parte finale, un capitolo dedicato all’approfondimento del carcere: “Quando sull’orizzonte si chiudono le sbarre”.
Un bel tacer non fu mai scritto, 128 pagine, copertina plastificata, f.to tascabile (cm. 12x17), euro 5,00
per la richiesta di copie scrivere a:
putilov@virgilio.it

"Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba"
Il libro, edito da Sperling & Kupfer, nella collana Continente desaparecido, è una raccolta di saggi di alcuni dei più prestigiosi intellettuali nordamericani e no, sull'attività eversiva portata avanti negli anni da gruppi di cubano-americani della Florida contro l'Isola della Revolución. Un'attività criminosa che ha causato più di tremilacinquecento morti. In particolare il libro documenta la storia di cinque agenti dell'intelligence cubana infiltrati a metà degli anni ‘90 nella società nordamericana per cercare di smascherare le centrali di queste azioni dinamitarde. I cinque riuscirono a reperire le prove delle azioni criminose e il governo dell'Avana le segnalò all'allora presidente Clinton. Ma l'Fbi, invece di neutralizzare i terroristi, arrestò per spionaggio i cinque cubani che da sette anni sono in carcere, che hanno avuto un processo farsa a Miami solo dopo tre anni di sofferenze in prigioni "speciali" (per un periodo addirittura in completo isolamento) e che ora affrontano con qualche speranza un nuovo processo, dopo che l'estate scorsa la Corte d'appello di Atlanta ha riconosciuto il pregiudizio che ha viziato l'intero processo e le omissioni commesse riguardo al diritto degli imputati e alla valutazione delle prove. Tutto questo mentre i protagonisti di questa feroce attività terroristica sono liberi negli Stati Uniti, o come Luis Posada Carriles sono in un centro di detenzione migratorio e hanno richiesto asilo politico invocando addirittura, con un messaggio esplicito, "il segreto di Stato" per il loro caso. Una patata bollente per il presidente Bush che afferma di voler combattere il terrorismo.
L'opera, curata da Salim Lamrani ricercatore della Sorbona di Parigi, ha una testimonianza iniziale di Gabriel García Márquez, protagonista - su invito del governo cubano - di un’iniziativa per fermare questo terrorismo rivolta al presidente nordamericano Clinton, senza successo.
Gli autori: Noam Chomsky (semiologo e sociologo del Mit di Boston), Howard Zinn o Michael Parenti, Piero Gleijeses, funzionari dell'amministrazione nordamericana e diplomatici delusi dalla realtà politica del loro paese come William Blum, Wayne Smith, Saul Landau; vecchi combattenti per i diritti civili come Michael S. Smith, James Petras; l'avvocato Leonard Weinglass; il direttore di Le Monde Diplomatique Ignacio Ramonet, Jitendra Sharma, presidente dell'Associazione internazionale dei giuristi democratici, Ricardo Alarcón, presidente del Parlamento cubano; Gianni Minà e Nadine Gordimer, Premio Nobel per la Letteratura 1991.
Gianni Minà, Ignacio Ramonet, Noam Chomsky, "Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba", Sperling & Kupfer, 16 euro

 



29 giugno 2005 redazione
Trame nere

TRAME NERE
I movimenti di destra in Italia dal dopoguerra ad oggi
Trame nere analizza la nascita e gli sviluppi dei movimenti della destra italiana dal dopoguerra ad oggi, in modo particolare del MSI, diretto discendente della prima organizzazione neofascista, nata dalle ceneri della Repubblica Sociale Italiana, il Fronte Armato Rivoluzionario. Proprio il Movimento Sociale Italiano ha sempre avuto il ruolo di punto di riferimento per tutto l’arcipelago nero, poiché difficilmente vi è stata operazione od organizzazione politica che non abbia avuto come protagonista suoi militanti e dirigenti, ora in veste di suggeritori ora di fomentatori, che coniugavano militanza legale (sempre se così la si vuole chiamare quella in un partito fascista espressamente vietato dalla Costituzione italiana) con quella sovversiva ed illegale.
L’indagine poi si estende fino al passato più recente, con la svolta storica di Alleanza Nazionale e il rifiorire dell’estrema destra, che sotto la guida di vecchi e nuovi personaggi, tende ad inserirsi prepotentemente non solo nella politica ufficiale con appoggi ed alleanze strategiche, ma soprattutto nei movimenti giovanili, primi fra tutti quelli no-global e quelli degli ultras delle squadre di calcio.
Il libro intende offrire al lettore una vasta ed accurata panoramica, sulla composizione e sulle vicende, dei movimenti della Destra italiana dal dopoguerra ad oggi. In modo particolare della maggiore organizzazione neofascista, il Movimento Sociale Italiano e degli altri movimenti, più o meno a lui collegati, che hanno recitato un ruolo da protagonisti nei cosiddetti “anni della tensione”. Il tutto senza trascurare quei gruppi neofascisti che, dopo intense fasi di riorganizzazioni, oggi tendono ad inserirsi nell’entourage politico. La varietà delle sigle, dei personaggi e delle riviste loro collegate, è dovuta ad un’incredibile ramificazione ed eterogeneità della galassia dei movimenti neofascisti.
L’Autore: Giuseppe Scaliati (1978), laureato in scienze politiche all’Università degli studi di Napoli "Federico II" all’indirizzo storico-politico, con una tesi in storia del Pensiero Politico contemporaneo dal titolo Origini e sviluppi dell’Anarchismo. Ha collaborato con quotidiani ed emittenti locali.
Edizione Frilli, Collana Controcorrente
Formato 14x21, pagine, 240, prezzo euro 16,50
In libreria e via: www.internetbookshop.it
http://www.giuseppescaliati.it

 


30 giugno 2005 redazione
Un altro punto di vista

STALIN, UN ALTRO PUNTO DI VISTA
Chi non ricorda le “verità” made in USA sull’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, “informazioni” rimasticate dai governi cobelligeranti e amplificate dai mezzi di comunicazione di massa al loro servizio? Se è ragionevole ribellarsi alle spudorate menzogne sul presente, come non nutrire legittimi dubbi sulle deformazioni del passato, specialmente se si tratta di un passato “scomodo”?
Questo libro è una sfida lanciata all’intelligenza dei lettori che vogliono sottrarsi al predominio del “pensiero unico” che intossica le menti e ottunde le coscienze.
Questo libro è un antidoto contro la propaganda faziosa che cancella e stravolge la memoria storica e falsifica la realtà del passato, così come quella del presente. Il suo autore, Ludo Martens, confuta scientificamente, con un uso puntuale e rigoroso sia delle fonti “occidentali”, sia degli scritti degli oppositori di Stalin, in primo luogo di Trockij, sia di testimonianze per lo più sconosciute al grande pubblico, le menzogne diffuse per decenni sulla costruzione del socialismo in URSS e sul suo principale protagonista, Giuseppe Stalin.
Il libro analizza e smentisce in modo inoppugnabile le falsità sui temi prediletti dalla propaganda nazista, riprese durante la guerra fredda dagli USA e dal mondo occidentale e divenute luoghi comuni: il genocidio per fame degli Ucraini, i 12 milioni di morti nei Gulag, il testamento di Lenin, la collettivizzazione dell’agricoltura e l’industrializzazione imposte da un Partito autoritario, il cieco terrore delle “purghe”, la collusione di Stalin con Hitler.
Dalla lettura del libro si ricava, in positivo, una convincente ricostruzione storica, veritiera e non agiografica, della prima esperienza socialista, capace di resistere e di vincere la macchina da guerra nazista e che trasformò profondamente, in qualche decennio, un Paese arretrato in una società tra le più avanzate industrialmente e culturalmente: dall’aratro di legno di una società contadina feudale al lancio dello Sputnik nello spazio.

Un autre regard sur Staline
è alla sua seconda edizione in lingua francese. Inoltre è stato pubblicato in inglese, tedesco, neozelandese, ceco, arabo, portoghese e greco. Sono in preparazione le edizioni in russo e in spagnolo.
 
Ludo Martens è l’autore di Pierre Mulele ou la seconde vie de Patrice Lumumba (EPO, 1985), L’URSS et la contre-révolution de velours (EPO, 1991), Abo, une femme du Congo (EPO, 1992), Kabila et la révolution congolaise, panafricanisme ou néocolonialisme (EPO, 2002).
Titolo dell’originale: Un autre regard sur Staline. Éditions EPO
Traduzione di Susanna Angeleri e Adriana Chiaia
Introduzione a cura di Adriana Chiaia


30 giugno 2005 redazione
Consigli ai genitori

Consigli ai genitori
Ripubblichiamo, in questa edizione, il testo di A.S. Makarenko Consigli ai genitori. L’educazione del bambino nella famiglia sovietica, a cura di G.Berti, apparso in Italia nel 1950 per le ed. dell’Associazione Italia-URSS. Come può evincersi dalla nota bibliografica che abbiamo apposto in conclusione, si trattava in pratica della prima conoscenza che il nostro paese avviava del grande pedagogista di origine ucraina. La stessa prefazione, che riproduciamo, fu affidata a Giuseppe Berti, noto esponente  e poi storico del PCI, e connotava l’operazione in termini politico-culturali, per la diffusione su più larga scala delle esperienze che provenivano dal paese della Rivoluzione d’Ottobre. L’opera in quanto tale, non fu mai scritta in questo modo da Makarenko. Raccoglieva insieme, Il Libro per i genitori pubblicato a Mosca nel 1937 e che nelle intenzioni dell’autore costituiva il primo di un’opera, La famiglia come collettività sovietica che doveva essere in quattro volumi e alcune conferenze del 1938-39, divulgative delle Lezioni sull’educazione dei bambini, scritte anch’esse nel 1937 e pubblicate nel 1940. (..)

Nella pedagogia makarenkiana l’amore e la felicità, deprivati del senso utilitaristico e del mero possesso di persone e beni materiali, e deprivati anche della trascendenza metafisica mistificatrice dei compiti terreni che spettano agli edificatori di una società nuova, ritrovano il loro senso più pieno di realizzazione collettiva ad un’aspirazione naturale di tutti gli uomini e le donne. Ecco perché egli insiste molto sui rinforzi non materiali da offrire ai figli e, contrariamente ai sistemi basati sul feticismo delle merci e sull’alienazione, è la società nel suo complesso che sostiene i genitori nel loro difficile compito educativo. In termini sintetici, ma persuasivi, bisogna formare dei «produttori» non plasmare dei «consumatori». (..)
L’idea di base della riflessione di V. Gmurman, valente pedagogista sovietico, che riproduciamo in appendice e che fu pubblicata da Rassegna Sovietica nel 1951: la profonda consonanza tra l’impianto filosofico marxista e la pedagogia di Makarenko, forse il più autorevole rappresentante di quella che può essere definita una pedagogia della praxis.
[Dall’Introduzione di Ferdinando Dubla]

«La vera essenza del lavoro di educazione, e probabilmente voi stessi l’avete già intuito, non risiede affatto nei discorsi che voi fate a tu per tu con il bambino, né nella vostra influenza diretta sul bambino, ma nell’organizzazione della vostra famiglia, della vostra vita personale e sociale, nel vostro esempio e nell’organizzazione della vita del bambino. Il lavoro educativo è innanzi tutto il lavoro di un organizzatore. Perciò in quest’opera non vi sono cose secondarie»
A.S.Makarenko


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5 gennaio 2005 redazione
"il cuore nel pozzo"

IN MERITO AL FILM "IL CUORE NEL POZZO"

I polemici sostengono che la televisione è l’arma finale del dottor Goebbels. Noi non ci sentiamo di essere così perentori, però è un dato di fatto che dire “l’hanno detto in tivù” dà una patente di veridicità alle fesserie più enormi. Ed è pure un dato di fatto che, quando si vuole influenzare in un determinato modo la coscienza collettiva argomenti specifici, il modo migliore per ottenere il risultato voluto è quello di far passare in televisione ciò che si vuole far entrare nella testa della gente. Ed a questo scopo, un “buon” sceneggiato (adesso lo chiamano “fiction”, che fa più “americano”) è il sistema perfetto per plagiare la testa della gente.
Così, quando in questi giorni leggiamo di quello che si sta preparando come sceneggiato sulle “foibe”, e come esso viene presentato, ci vengono i brividi per quanto danno provocherà questa operazione mediatica.
Dunque Rai Fiction ha commissionato al produttore Angelo Rizzoli (ve lo ricordate? Era stato travolto dallo scandalo della P2, tempo fa. E chi ancora aveva la tessera della P2, così, a primo colpo di memoria? Berlusconi, l’avvocato Augusto Sinagra...) uno sceneggiato sulle “foibe”. Regista Alberto Negrin; uno dei protagonisti è tale Leo Gullotta che ci dicono sia simpatizzante di Rifondazione Comunista... sarà vero?
Sul sito “Panorama.it” troviamo un articolo firmato da Laura Delli
Colli che dice “Foibe. Un film per capire”. Cosa capiranno dunque i volonterosi spettatori di questo sceneggiato che andrà in onda a
febbraio prossimo venturo? “Il massacro di migliaia di civili inermi. La tragedia della pulizia etnica nelle terre slavizzate a forza. Gli spietati partigiani di Tito in azione...”, scrive la giornalista. Ed ancora: “una tragedia rimossa costata non meno di 20-30 mila vittime, uccise dalla feroce repressione del regime di Tito. Un massacro e una persecuzione di massa con un solo obiettivo, ancora attuale: la pulizia etnica (...) Mentre l’Italia viveva la fine della guerra, i partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito eliminarono con ferocia intere famiglie, uomini e donne e spesso con loro i bambini, solo perché oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della slavizzazione dei territori. Almeno diecimila i desaparecidos di un massacro...”.
Complimenti alla giornalista, che è riuscita in così poche righe ad accumulare una tale quantità di boiate storiografiche (oltre che falsità belle e buone) finalizzate alla diffusione di idee razziste da meritarsi il premio Minculpop alla memoria dei solerti redattori de “La difesa della razza”. Ma per capire se questo è il “messaggio” di verità storica che il regista Negrin intende diffondere alle masse teledipendenti italiane, leggiamo la trama del film. “La storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per mettere in salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di un’italiana, violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di quel bambino per eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio (...) sotto la tonaca di un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone mentre salva i bambini in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato all’orfanotrofio”. L’attore Dragan Bjelogrlic, che impersona il “crudele Novak”, afferma: “La crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in uno sloveno così negativo... In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne alla sofferenza delle violenze etniche”. Quanto al “rifondarolo” Gullotta, ecco come risponde alla domanda della giornalista su cosa gli dica “la sua coscienza civile sulle foibe”. “Ho cercato di capire, di saperne di più (...) dar voce a una tragedia dimenticata è la prima ragione che mi ha convinto ad accettare. Questo non è un film schierato, ma un atto di doverosa civiltà”. Ha cercato di capire, Gullotta? Di saperne di più? In effetti, con questo film si arriva a sapere tanto di più rispetto a quello che è successo in realtà: perché, da quanto scritto in questo articolo, appare una sceneggiatura che si basa su presupposti storici falsi per raccontare una vicenda degna della fantasia di una Liala sadomaso, e che arriva a delle conclusioni che sembrano fatte apposta per rinfocolare quegli odi etnici che al nostro confine orientale non si sono mai sopiti.
Quali sono le falsità? La pulizia etnica, mai esistita da parte dei “partigiani di Tito” (ma è tanto difficile accettare il dato di fatto storico che si era trattato di un esercito, sia pure popolare, riconosciuto come cobelligerante dagli Alleati?); la “slavizzazione forzata”, dove nei territori di cui si parla (l’interno dell’Istria) gli italiani non sono mai stati la maggioranza; la quantità dei morti, che non sono stati né “venti-trentamila”, né migliaia, ma poche centinaia nell’autunno del ’43 e nessuno (sì, avete letto bene: nessuno) dopo la primavera del ’45, in Istria, perché mentre nella prima ventata di potere popolare, dopo l’8 settembre, una sorta di jacquerie comportò esecuzioni più o meno sommarie nei confronti di esponenti del regime fascista, alla fine del conflitto, quando le autorità statali jugoslave presero il controllo del territorio, non ci furono esecuzioni sommarie: e se qualcuno fu processato e condannato a morte da tribunali regolarmente insediatisi, questo è un fatto che non avvenne solo in Jugoslavia, ma in tutta Europa, Italia compresa.
Ma la falsità più grossa, e quella che fa particolarmente schifo, è l’uso strumentale che viene fatto dei bambini in questa operazione di bassa macelleria cinematografica. È del regista Negrin (che ci dicono sia ebreo) l’idea (che non appare neppure nei peggiori libelli prodotti dalla propaganda nazifascista dell’epoca) che i “partigiani di Tito” si dedicavano alla deportazione ed al massacro dei bambini, bruciando orfanotrofi ed “infoibandone” gli ospiti? Forse il regista è stato influenzato da tutte quelle sceneggiature uscite negli ultimi anni sulla Shoah, dove si vedevano i nazisti andare a caccia di bambini ebrei che poi venivano fortunosamente salvati, e dato che, essendo in epoca di par condicio, e banalizzazione storica allo scopo di dimostrare che nazisti e comunisti erano cattivi ugualmente, il soggetto che va bene per una fiction sui cattivi nazisti va bene anche per una sui cattivi comunisti?
La “consulenza storica”, leggiamo sempre nell’articolo, sarebbe di un certo Giuseppe Sabbatucci, ma in Internet non abbiamo trovato nessuno storico con questo nome: l’unico storico Sabbatucci fa di nome Giovanni, che, da quanto siamo riusciti a capire, dovrebbe essere un autore di testi scolastici. Ma se scrive i libri con la stessa serietà e veridicità storica con cui ha dato la propria consulenza per uno sceneggiato come questo, pensiamo che dovrebbe essergli impedito di proseguire con questo mestiere. Ci chiediamo se sia possibile riuscire a fermare la messa in onda di questo film, che può produrre solo altre tensioni ed altri odi, e non farà sicuramente “luce” su alcunché. Eppure non avrebbe dovuto essere tanto difficile riuscire a “saperne di più”, come dice Gullotta, senza incappare in certe falsità come quelle che abbiamo letto sopra. Basta cercare alcune pubblicazioni (neanche tutte di fonte “slavocomunisti”, come vedremo nelle note) e si riesce a saperne di più inquadrando correttamente il problema dell’Istria e delle foibe istriane.
Il primo periodo che va preso in considerazione è quello immediatamente successivo all’8 settembre 1943, quando le truppe partigiane dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo presero possesso di una parte del territorio istriano. Il potere popolare durò una ventina di giorni in alcune zone, un mese in altre: poi i nazifascisti ripresero il controllo su tutta l’Istria. Dai giornali dell’epoca [1] leggiamo che l’“ordine” riconquistato costò la vita di 13.000 istriani, nonché la distruzione di interi villaggi. Nel contempo i servizi segreti nazisti, in collaborazione con quelli della RSI, iniziarono a creare la mistificazione delle “foibe”: ossia i presunti massacri che sarebbero stati perpetrati dai partigiani. In realtà dalle “foibe” istriane furono riesumati, stando al cosiddetto “rapporto” del maresciallo Harzarich, che guidò le esumazioni dalle foibe su incarico dei nazifascisti nell’inverno 1943/44 [2], poco più di 200 corpi di persone la cui morte potrebbe essere attribuita a giustizia sommaria fatta dai partigiani nei confronti di esponenti del regime fascista (ma per alcune cavità si sospetta che vi siano stati gettati dentro i corpi dei morti a causa dei bombardamenti nazisti). Però basta dare un’occhiata ai giornali dell’epoca ed agli opuscoli propagandisti nazifascisti per rendersi conto di come l’entità delle uccisioni sia stata artatamente esagerata per suscitare orrore e terrore nella popolazione in modo da renderla ostile al movimento partigiano. Esempio di questa manovra è la pubblicazione di un libello dal titolo “Ecco il conto!”, pubblicato sia in lingua italiana che in lingua croata, contenente alcune foto di esumazioni di salme e basato fondamentalmente su slogan anticomunisti. I contenuti ed i toni di tale mistificazione sono gli stessi che per sessant’anni abbiamo visto propagandare dalla destra nazionalista: “migliaia di infoibati solo perché italiani, vecchi, donne e bambini e persino sacerdoti”; “infoibati ancora vivi” e “dopo atroci torture” (non di rado s’è poi visto che le sedicenti “vittime scampate alle sevizie titine” erano in realtà criminali di guerra che descrivevano le cose che essi stessi avevano fatto ad altri) e così via. Del resto dal racconto di Harzarich risulta chiaramente che i corpi, riesumati più di un mese dopo la morte furono trovati in stato di avanzata decomposizione, ed era quindi praticamente impossibile riscontrare su essi se le vittime fossero state soggette a torture o stupri mentre erano ancora in vita; così come certi particolari raccapriccianti che vengono riportati dalla “letteratura” delle foibe (ad esempio il sacerdote con il capo cinto da una corona di spine ed i genitali tagliati ed infilati in bocca) non hanno alcun riscontro nella relazione di Harzarich.
Tornando al numero degli “infoibati” in Istria nel ‘43, vediamo che da stessa fonte fascista (il federale dell’Istria Luigi Bilucaglia) risulta che nell’aprile del 1945 erano circa 500 i familiari di persone uccise dai partigiani in Istria tra l’8/9/43 e l’aprile 1945. Infatti Bilucaglia inviò a persona di propria fiducia, il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN di Trieste [3].
Anche un articolo del 1949 dà più o meno queste cifre. Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500.000 persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi ed infoibati non possono costituire un atto antitaliano ma un atto prettamente antifascista. Se i partigiani rimasti padroni della situazione per oltre un mese avessero voluto uccidere chi era semplicemente “italiano”, in quel mese avrebbero potuto massacrare decine di migliaia di persone> [4]. Giacomo Scotti, nel suo studio “Foibe e fobie”, cita una , senza però dare ulteriori indicazioni, nella quale , di cui non fa il nome, avrebbe affermato che .
Scotti cita poi una relazione del pubblicista croato professor Nikola Zic, datata 28/11/44 e redatta per conto dei (cioè il governo fantoccio dell’ustascia Ante Pavelic, quindi sicuramente una fonte che non doveva avere simpatie nei confronti del movimento partigiano), resa nota dallo storico fiumano Antun Giron nel 1995. Vale la pena di riportarne alcuni passi. [6]. Va da sé poi che quando la propaganda di destra cita gli “orrori delle foibe”, si “dimentica” regolarmente di citare la quantità di morti che costò la “pacificazione” operata dai nazifascisti nei territori da loro “liberati” dai partigiani. Scrive ad esempio Galliano Fogar [7]: .
Fogar fa anche riferimento ad una “relazione inedita” del dottore Cordovado, intitolata “La dura sorte di Pisino” [8], e scrive . Inoltre, prosegue Fogar, .
Una conferma di questo ci viene ancora una volta da Giacomo Scotti, che, citando nuovamente la relazione del professor Zic, afferma che nelle . Scrive Zic: . Scotti prosegue citando una serie di massacri operati dai nazisti e riferiti da Zic ed elenca alcuni nomi . Ed ancora: [10]. Scotti prosegue citando vari episodi specifici di feroci rappresaglie nazifasciste, descritti nella relazione Zic, e conclude: .
NOTE
[1] “Il Piccolo” di Trieste ed “Il Corriere Istriano”, numeri da ottobre a dicembre 1943
[2] Dati della “Relazione tratta dall’interrogatorio di un sottufficiale dei VV.FF. del 41° Corpo di stanza a Pola”, (Archivio IRSMLT n. 346). Questo testo, che viene comunemente definito“rapporto Harzarich”non è stato redatto all’epoca delle riesumazioni ma due anni dopo in base a quanto detto dallo stesso Harzarich agli Alleati.
[3] Documento datato 24/4/45 pubblicato nel testo di Luigi Papo, “L’Istria e le sue foibe”, ed. Italo Svevo 1998;
[4] “Trieste Sera”, 8/1/49;
[5] Il 13 settembre 1943;
[6] G. Scotti,“Foibe e fobie”,supplemento al numero 2/1997 del mensile “Il ponte della Lombardia”.Queste risultanze storiche sono state esposte dallo studioso anche nel corso del convegno sul tema “La guerra è orrore. Le foibe tra fascismo, guerra e Resistenza” organizzato da Rifondazione Comunista a Venezia (13/12/03);
[7] G. Fogar, “Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali”, Del Bianco 1968, che fa riferimento ad articoli del “Piccolo del 4, 6 e 8/10/43;
[8] In Archivio IRSMLT VIII/366;
9] Il podestà e preside era il dottor Vitale Berardinelli. Troviamo qui la conferma di quanto riportato precedentemente da Fogar nella citazione della “relazione Cordovado”;
[10] G. Scotti, “Foibe e fobie”, cit.
dalla redazione de "La Nuova Alabarda" Trieste


5 gennaio 2005 redazione
l'era di Stalin

L’ERA DI STALIN

L’era di Stalin è un libro utile per conoscere in “presa diretta” la realtà quotidiana, le contraddizioni, i problemi, le finalità di quella straordinaria avventura che è stata la costruzione del socialismo in Unione Sovietica ad opera del Partito Comunista bolscevico guidato da Stalin.
Questo libro è un vero e proprio antidoto, un'arma di "legittima difesa" per il lettore contro la propaganda anticomunista che intossica le menti e le coscienze. È un invito a riflettere, a impegnarsi in un lavoro di ricerca per riappropriarsi di una storia che ci appartiene, per ricostruire una memoria che ci è stata sottratta o che è stata deformata da un costante lavoro di falsificazione operato da "storici" ed "esperti" al servizio delle centrali del potere economico e dei governi che le rappresentano.
Poter conoscere le testimonianze dei protagonisti e dei testimoni diretti degli avvenimenti significa attingere alle fonti storiche di quello che è stato e rimane l’immenso patrimonio del movimento operaio comunista, significa imparare dalla sua esperienza ed anche dai suoi errori per metterci nelle condizioni di dare il nostro contributo alla costruzione di un “nuovo mondo” più giusto e più umano.
L'autrice, Anna Louise Strong, giornalista e scrittrice statunitense, che aspirava ad una società fondata sull'uguaglianza dei diritti sociali e civili e che, nel suo Paese, si era sempre battuta a favore dei diritti dei lavoratori, delle donne e dei bambini svantaggiati, descrive con onestà intellettuale e viva partecipazione la realtà della costruzione del socialismo in Unione Sovietica, negli anni Trenta e Quaranta. La sua attività giornalistica del 1924-1925 si riferisce al periodo in cui la Russia sovietica si risollevava a stento dalle devastazioni causate dalla guerra civile, dall’aggressione degli eserciti delle potenze imperialiste coalizzate e da una terribile carestia con le sue tragiche conseguenze di centinaia di migliaia di morti.

Adriana Chiaia, attraverso l’introduzione, ci introduce alla lettura dei differenti argomenti affrontati dalla Strong: dal socialismo in un solo paese al piano quinquennale; dalla rivoluzione nell’agricoltura alla nuova classe operaia; dalla lotta per la pace al patto che fermò Hitler, alla guerra di tutto il popolo e alla seconda ricostruzione fino al dopo Stalin.

Ne consigliamo la lettura innanzitutto ai giovani, e in generale a quanti hanno cessato di credere nelle “verità ufficiali” e vogliono informarsi sui fatti storici realmente accaduti.

L’era di Stalin, Anna Louise Strong
Traduzione di Alessandro Mazzone, Introduzione di Adriana Chiaia, 224 pagine, 10,00 euro
Edizioni La Città del Sole, Napoli

Zambon Editore,
Verona

Distribuzione nelle librerie: CDA, via Alicata, 2F
40050 Monte San Pietro (Bo)
tel. 051969312–fax 051969320
Distribuzione ai privati ed associazioni:

Achab Edizioni, v
ia Caroto, 2/a 37131 Verona

tel. 0458489196–fax 0458403149

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1 marzo 2004 biblioteca
recensione

La generazione degli anni perduti
Storie di Potere Operaio di Aldo Grandi
So che molti lettori apprezzano poco la fedeltà e la continuità nelle convinzioni… e prediligono invece le continue metamorfosi, i mutevoli sbalzi o capovolgimenti, le svolte improvvise e avventurose nella rotta. [] Nella mia vita ho visto troppi intellettuali mobili “qual piuma al vento” e acrobatici nel “mutar d’accento e di pensiero” ad ogni soffio d’aria o di ogni cambio di stagione. Non desidero la loro compagnia camaleontica e non ammiro il volteggiare rapido per camminare sempre in discesa e sempre in favore di corrente”. Così Remo Cantoni, nella prefazione a La coscienza inquieta Soren Kierkegaard, nel 1976.
Perché usare questo ricordo universitario per iniziare una recensione al libro di Aldo Grandi su Potere Operaio? Perché, evidentemente, nel libro compaiono personaggi, e discorsi, che ora non troverebbero più albergo negli stessi personaggi di allora, ora molto cambiati. Viene da pensare alla figura del voltagabbana, se non fosse troppo approssimativa. Ma almeno le riflessioni di Cantoni ci possono guidare. Potop, un gruppo composito ed operaista che si barcamenò, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, tra derive appunto operiste, assieme a tentativi di unificazioni con “il Manifesto” gruppo, a discussioni interne estenuanti ed assolutamente, già allora, fuori luogo, tra la volontà di essere partito, posizione di Franco Piperno, e quella di restare solo movimento, questo per Toni Negri. Eterno dilemma per gruppi che non avevano mai capito bene cosa avrebbe voluto dire, in prospettiva, in teoria, ma se tutto avesse funzionato, anche in pratica, prendere ed organizzare il potere, per “fare qualcosa”. Una posizione di continuo e netto minoritarismo che non pose le basi neppure per costruzioni teoriche spendibili. Discorsi che restavano all’interno di una logica gruppettara che ebbe come sbocco soltanto la disperazione del terrorismo oppure la nullificazione nel movimentismo più bieco. Ed i personaggi in vista, Piperno, Negri, Pancho Pardi, Scalzone, solo per citarne alcuni, con contigui compagni di strada, come Sofri, a latere. Destini futuri vari e per alcuni decisamente diversi, arzigogolati, a volte, per salvare un percorso che non si può certo considerare omogeneo. Piperno è approdato all’assessorato cultura di Cosenza la città di Mancini, un esponente socialista, dalle posizioni politiche un po’ confuse; Toni Negri ora ritornato sulla breccia, senza più conti da saldare con la giustizia, difende un approccio movimentista che non ha più niente però delle modalità che lui vedeva all’opera a quei tempi, modalità marxiste; Scalzone, perso in Francia da troppo tempo per questioni simili a quelle di Negri, una voce nel deserto che ogni tanto si fa sentire; Pancho Pardi fa a tempo pieno il “girotondino”, senza speranza in un futuro prospettico, legato sempre però a chimere movimentiste. Di Sofri si sa troppo per riassumere. Posizioni che nel libro, che si riferisce agli anni ‘60/70, risaltano su un terreno marxista che, ora, abbandonato, rimangono come monumenti di grande disperazione teorica. L’ultimo abbraccio sarà forse per tutti la chiesa (e per qualcuno già lo è)? Chiesa vuole dire, gerarchia cattolica, papa, vescovi, ecc. Non pare un grande risultato per chi vedeva in ogni momento organizzato una camicia di costruzione per la rivoluzione internazionale ed operaia. Ma nel libro vengono ricordati alcuni momenti importanti: quali l’antipatia per la Resistenza, l’astrusità del lessico di Potop, i suoi giornali erano illeggibili per le masse, cui gli stessi facevano riferimento; svalutazione della strategia della tensione; irrisione per gli altri gruppi politici radicali; avventurismo militare.
Il gruppo si scioglie dopo un congresso plumbeo in una località defilata, Rosolina, in provincia di Rovigo. In pratica, un congresso per sciogliersi che libera nella società italiana schegge in libertà che poi ebbero storie veramente pesanti, legate alla vicenda “7 aprile” agganciata al delitto Moro. Come dice l’Autore del libro, un’altra storia. Queste derive di sbandamento teorico hanno poi partorito ancora le attuali collocazioni politico-culturali dei vari ex leader di Potop, che prima ricordavamo. Una storia infinità?
Tiziano Tussi
Aldo Grandi, La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio, Einaudi, Torino, 2003, p. 356, euro 15,50



2 gennaio 2004 ufficio stampa
Gramsci storico
GRAMSCI STORICO – UNA LETTURA DEI “QUADERNI DEL CARCERE"

Nel testo l’Autore ricostruisce il percorso di analisi storica dei Quaderni del carcere di Gramsci relativo all’ascesa e alla crisi della “società moderna”, fino al dispiegarsi dei regimi fascisti del dopoguerra. L’A. evidenzia alcuni punti di particolare rilievo, nella riflessione storico-politica gramsciana, per l’interpretazione della crisi politica del tempo e che può meritare anche un nostro approfondimento per le diverse analogie con la situazione attuale. In sostanza viene evidenziata l’analisi dialettica, che Gramsci conduce, analizzando la funzione moderna dello Stato, la crisi insita nello stesso sviluppo dell’egemonia borghese e del relativo sistema di produzione capitalistico, nonché le dinamiche conflittuali e contraddittorie che hanno accompagnato tutto lo sviluppo storico della società moderna.Sarà pertanto opportuno tornare in seguito sul testo per una discussione su queste tematiche.
Nei primi capitoli Burgio descrive la complessità e ambiguità del conflitto di classe che conduce all’ascesa politico-economica della borghesia e alla creazione del moderni Stati europei, come è evidenziato nei Quaderni gramsciani. Lo Stato moderno infatti prende forma in virtù di una centralizzazione dei poteri, risultato della vittoria della borghesia, mentre nelle forme statali premoderne prevaleva una frammentazione dei corpi sociali e dei centri di potere. L’età della borghesia parte, storicamente, ma non solo, dalla rivoluzione francese.In Francia dal 1789 fino alla Comune di Parigi si è avuta la fase progressiva ed espansiva della borghesia, con prevalenza della relazione egemonica rispetto alla dinamica coercitiva, all’impiego prevalente della forza. La borghesia francese, al termine di un processo conflittuale secolare, ma sempre più ampio e acuto, contro l’aristocrazia, si allea apertamente con il proletariato urbano in lotta, per sconfiggere l’ordine feudale (in realtà la Rivoluzione francese è stata a lungo preceduta da una lotta per il potere in cui la stessa borghesia aveva conquistato posizioni strategiche di direzione economica e culturale).
Con la repressione della Comune di Parigi si chiude anche in Francia il ciclo progressivo, allorché la nuova classe dominante, ormai definitivamente vittoriosa sul vecchio ordine feudale, per scongiurare il rischio di una ulteriore radicalizzazione da parte del proletariato, sancisce la fine storica di tutti i germi rivoluzionari, sopprimendo le forze sociali più innovatrici: la fase rivoluzionaria francese si chiude dopo ottant’anni. Si ritorna così alla concezione dello Stato come pura forza.
Nel resto dell’Europa, a differenza della situazione in Francia, l’arretratezza culturale, più che economica, della classe borghese determina una “rivoluzione passiva”, esplicitata in Italia dal Risorgimento, un processo di rivoluzione-restaurazione: il popolo è innanzitutto un nemico e va mantenuto in condizioni di subordinazione e, certamente, escluso dal quadro delle forze dirigenti. Questo è il segno dell’immaturità storica di gran parte della borghesia europea e la premessa della sua subalternità all’ottica castale premoderna delle vecchie classi feudali. Il processo di modernizzazione si compie attraverso un conflitto e un negoziato tra la borghesia e le classi nobiliari: la vecchia società farebbe a meno dello sviluppo capitalistico e della centralizzazione statuale ed entrambe collaborano per ribadire la netta subordinazione delle grandi masse. Da tali dinamiche si evince la persistenza di un quadro politico tradizionale, e la realizzazione di Stati moderni su basi arretrate, compatibili con la parziale tutela delle prerogative nobiliari, sebbene gli interessi vitali della vecchia classe, a cominciare dalle piccole sovranità feudali, fossero tuttavia colpite.
Le rivoluzioni passive costituiscono comunque passaggi progressivi, benché meno radicali e non completamente espletati; peraltro lo stesso ottantennio francese rivoluzionario non è immune da processi contraddittori, in cui la borghesia frena per arginare il movimento, spezzando, ad esempio “il blocco urbano di Parigi” e ponendo le premesse per il Termidoro: le istanze innovatrici estreme, le energie popolari, costituiscono da subito una minaccia per la classe borghese rivoluzionaria, dalla quale i giacobini e i loro successori si difendono con crescente violenza. Dunque anche nella Francia della lunga rivoluzione la borghesia rivela precocemente un volto reazionario.
Si rileva che la classe borghese, giunta al controllo dello Stato, riesce a “espandersi”, ad assimilare altre componenti sociali, in quanto è in grado di esercitare egemonia. È la natura “essenzialmente economica” della classe borghese, in cui la costruzione e l’ampliamento dei mercati svolgono una funzione determinante come basi per sua supremazia, a consentirle (ed imporle) di impostare in chiave “espansiva” il rapporto con le classi subalterne. Ma i meccanismi economici fondamentali della riproduzione capitalistica non sono immuni da violenza: la violenza migra dalla relazione di comando politico al rapporto di produzione, nella misura in cui questo diviene cardine fondamentale dell’ordine sociale. La direzione capillare e permanente di tutto un tessuto sociale, trasformato in uno strumento idoneo alla produzione di nuove forme di ricchezza, ha in sé anche i germi per la sua potenziale autodistruzione. Infatti la funzione “pedagogica” dello Stato, che non mira a favorire genericamente il progresso delle masse, bensì a promuovere il radicarsi di una ideologia compatibile con la logica fondamentale della riproduzione capitalistica e funzionale al suo rafforzamento, nella necessità di elevare lo standard delle competenze tecniche nel corpo sociale, determina inevitabilmente trasformazioni della soggettività, alle quali si accompagnano il progresso culturale e lo sviluppo delle capacità razionali e della coscienza critica dei subalterni; come pure, paradossalmente, nel contatto tra le due classi, si verifica una certa penetrazione dell’ideologia proletaria nel pensiero borghese.
Viene analizzata la “Società civile”, artefice del processo di egemonia della società ai valori della borghesia: essa è costituita dai soggetti economici (istituti, imprese, corporazioni) e dall’insieme delle sovrastrutture deputate all’esercizio dell’egemonia culturale della classe dominante (ad esempio scuole, università, giornali e riviste, case editrici, circoli, biblioteche e tutto ciò che influisce sull’opinione pubblica direttamente o indirettamente).
Per Gramsci la “società civile” costituisce il contenuto etico dello Stato, l’ambiente morale in grado di esercitare la coazione extralegale. Si riconosce una connessione dialettica, dei rapporti organici, tra Stato o “società politica” e “società civile” – i due grandi “piani” sovrastrutturali -, fino a una vera e propria identificazione tra di loro: da ciò il concetto di “integralità” dello Stato borghese, costituito da un complesso di organizzazioni e istituzioni capaci di innervare l’intero corpo sociale per sottoporlo alla direzione ideologica e al comando politico del dominante.
La crisi della società borghese è determinata, sul piano ideologico, dalla rottura della suddetta armonia: nel distacco tra governanti e governati, tra società civile e società politica.
Paolo Massucci
Alberto Burgio, Laterza, Bari, dic. 2003

30 gennaio 2004 ufficio stampa
la lotta di classe

1970-1983
La lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni
Raccontare la storia del “Coordinamento Operaio di Sesto S.Giovanni” per raccontare una parte della storia della classe operaia, successi ed errori compresi

È in distribuzione il lavoro di Michele Michelino. Una raccolta di materiali che rappresentano una selezione di quanto prodotto dal Consiglio di fabbrica della Breda Fucine, a partire dal 1971, e dalla quale si evidenzia la linea “conflittuale” del sindacato prima della svolta dell’Eur, fino al materiale prodotto dal Gruppo operaio Breda e dal Coordinamento operaio di Sesto San Giovanni nel periodo 1976-1983. Anche se molto materiale dell’epoca è andato distrutto o disperso. Alcuni volantini fatti “a caldo” nei reparti sono stati strappati dalle guardie aziendali, dai “censori” del Pci e del sindacato, altri sono stati sequestrati durante le perquisizioni dell’antiterrorismo e della Digos.
È una pubblicazione dedicata a tutti coloro che non piegano la testa e continuano a lottare contro la logica del profitto e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dalla lettura dei documenti inseriti nel libro, infatti, colpisce l’attualità degli argomenti trattati, la necessità della lotta anticapitalista e contro lo sfruttamento, la necessità dell’organizzazione politica.
Sono passati molti anni dalla comparsa di questi scritti, alcuni giudizi ed analisi possono essere oggi discutibili, ma come il lettore può evidenziare, le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia sono peggiorate sempre più rendendo la lotta di classe più attuale che mai.
Lo scritto, quindi, vuole essere una testimonianza di chi ha vissuto quegli anni da una parte della barricata – quella degli operai che non piegavano la testa – e, soprattutto vuole essere uno strumento per chi quegli anni non li ha vissuti ma vuole capire un lungo periodo e trarre indicazioni su come continuare la lotta.
Il libro è articolato in due parti. La prima parte di ogni capitolo consiste in un discorso generale che introduce il clima ed il dibattito del momento per dare al lettore la possibilità di capire il contesto di quegli anni. La seconda parte è composta da documenti e volantini che sono l’elemento centrale perché frutto dell’elaborazione, nella lotta di tutti i giorni, delle esperienze e dei bilanci concreti di gruppi operai e lavoratori organizzati in modo indipendente.
I capitoli sono 10: Dalla conflittualità alla concertazione; La svolta dell’Eur e la nascita del Coordinamento operaio di Sesto S.Giovanni; La politica dei sacrifici in fabbrica e lo scontro con il Pci; Il rapimento Moro, l’assassinio di Fausto e Jaio, gli scioperi a difesa dello Stato; L’anno del contratto e delle elezioni politiche; Il licenziamento di 61 operai alla Fiat; la “caccia al terrorista”; La lotta investe anche il CdF; internazionalismo e solidarietà di classe; Allegati.
Il costo è di 7 euro. Si può richiederlo presso:
·        redazione di nuova unità, via R. Giuliani, 160r, 50141 Firenze tel. 055450760
·        centro di iniziativa proletaria “G. Tagarelli”, via Magenta, 88 – 20099 Sesto S.Giovanni tel. 0226224099 (a questo indirizzo ci si può rivolgere per contattare l’autore, Michele Michelino, per eventuali approfondimenti).