20 dicembre 2014 redazione
recensione
Inchiesta sulla composizione di classe in Italia "Dove sono i nostri", un’analisi seria ed approfondita che smaschera i luoghi comuni sul mondo del lavoro. Un manuale di sopravvivenza e di azione Da qualche mese a questa parte è uscito nelle librerie il libro del Collettivo Clash City Workers, inchiesta approfondita e a tutto campo sul proletariato in Italia e sui conflitti più importanti e strategici nel nostro paese. È un libro molto serio e rigoroso per il metodo con cui ha condotto quest’inchiesta di cui c’era veramente bisogno. Utilizzando con criterio e senso critico i dati sulle Attività economiche (ATECO) fornite dall’ISTAT, con precisione certosina sono forniti al lettore dati, tabelle e grafici per ogni settore produttivo dell’economia italiana. Grazie a questo lavoro, si ha un quadro chiaro su chi produce la ricchezza, come la produce e quali sono le trasformazioni più significative del mondo del lavoro negli ultimi anni. L’analisi prende in considerazione i lavoratori dipendenti, parasubordinati, produttivi e improduttivi, “finte” partite Iva, Neet, immigrati, disoccupati, e settori della piccola borghesia (che ha sempre svolto un ruolo importante nelle vicende del nostro paese), cercando di capire come poter unire i vari settori di classe e quale organizzazione politica (non solo economica), questa debba dotarsi per ottenere la propria emancipazione e liberazione. È un testo controcorrente rispetto allo stato attuale degli studi sulle classi sociali prodotti dal caravanserraglio mediatico della cultura neoliberista vestita di sinistra. Si può concordare con quanto affermano gli autori: da alcuni decenni la sinistra ha rinunciato alla capacità di analizzare seriamente la struttura di classe del Paese perdendosi dietro a «tatticismi politici, a suggestivi "immaginari", a nuove narrazioni». è un testo che ha cercato di affrontare temi letteralmente snobbati da decenni dalla sinistra italiana di impronta borghese-radical chic, ma anche da settori della sinistra cosiddetta antagonista. E' altresì un libro coraggioso, perché non è fine a se stesso, perché pone come obiettivo della sua analisi la ripresa e lo sviluppo del conflitto di classe, per la trasformazione rivoluzionaria dell’esistente. È un testo necessario per tutti coloro che vogliono lottare per la costruzione di una società più giusta, impossibile financo da immaginare senza il coinvolgimento dei lavoratori salariati, ma per coinvolgerli ed organizzarli occorre sapere cosa fanno “qui e ora”, e questo libro da un contributo preziosissimo visto che il movimento comunista in Italia è ai minimi storici dai tempi della fine della Seconda Guerra Mondiale. Un libro profondo, a tutto campo, perché non si limita al dato statistico quantitativo, in quanto alla descrizione di ogni settore del lavoro salariato si accompagna sempre un richiamo all'esperienza diretta del collettivo dei Clash city workers con i vari settori del lavoro salariato in anni di lotte e vertenze in alcune delle aree metropolitane principali del nostro Paese. Di ogni settore è valutato il grado di centralità nell’accumulazione capitalistica nonché la capacità di mobilitazione espressa negli ultimi anni, la presenza del sindacato, e le potenzialità di ricomposizione con il resto della classe e di antagonismo nei confronti del capitalismo. Il loro metodo ha permesso (finalmente) di fare piazza pulita a tutte le tendenze culturali (si fa per dire) che hanno inquinato il dibattito negli ultimi tre decenni, che ha visto una sinistra sempre più sfacciatamente borghese, negare la centralità del lavoro salariato produttivo di plusvalore e della classe operaia. Il volume fornisce la giusta interpretazione ai processi di terziarizzazione che ha interessato la nostra economia, processi che superficialmente sono stati interpretati, dalla sinistra borghese e ferocemente neoliberista, come superamento della produzione materiale a favore di quella immateriale, superamento del lavoro subordinato con quello “cognitivo”, favorendo così la liquidazione delle categorie marxiste e la conseguente decadenza della sinistra italiana. Ma i fatti, i numeri, parlano più chiaro di mille chiacchiere da salotto circa “il mondo che cambia”. Infatti, il settore impiegato dall’industria è quello più consistente nel mondo del lavoro, quasi 4 milioni di addetti nella manifattura che diventano 5,8 milioni nell'industria strettamente intesa (censimento 2011). Inoltre, attraverso un dettagliato lavoro di scomposizione dei settori Ateco, ci dice un'altra cosa importante e cioè che una parte notevole delle unità perse da questo settore e ora classificate nel terziario, sono in realtà composte di lavoratori esternalizzati, che continuano a svolgere il loro lavoro o dentro la fabbrica o all'esterno, ma sempre in relazione diretta o indiretta alla produzione della grande fabbrica, che rimane centrale nella produzione della ricchezza sociale. A dispetto delle generalizzazioni dei teorici dell'economia della conoscenza, tra i lavoratori dei servizi la maggioranza svolge mansioni operaie e il rimanente, sebbene spesso con alta scolarizzazione, è costituito da lavoratori in buona parte proletarizzati, che più spesso di quanto si pensi svolgono mansioni ripetitive, parcellizzate, esecutive, e la cui subordinazione al capitale è schiacciante, sebbene spesso in forme mascherate come quelle del lavoro parasubordinato e delle false partite Iva. Anche la questione della frammentazione della produzione manifatturiera va ridimensionata, perché molte micro e piccole imprese sono nei fatti articolazioni della grande azienda, rispondendo a esigenze di riduzione dei costi e di neutralizzazione della capacità di mobilitazione dei lavoratori. Il libro, inoltre, dimostra come la manifattura, nei paesi a capitalismo avanzato, sia ancora al centro dei loro sistemi economici, portando in evidenza gli sforzi della stessa amministrazione Obama, di reinternalizzare settori della produzione che erano stati portati all’estero. Ma la centralità è anche soggettiva: “Contrariamente a quanto comunemente pensano molti attivisti politici, che scontano su questo anche una mancanza complessiva di informazione e di conoscenza del mondo operaio, che si caratterizza per una conflittualità continua anche se non sempre visibile e di "piazza", il proletariato della media-grande fabbrica rimane a tutt'oggi il soggetto più combattivo del mondo del lavoro, anche se spesso è incapace di creare relazioni che vadano oltre il perimetro del proprio stabilimento, pesantemente inquadrato com'è da sindacati che ne limitano l'azione.” (pag. 76). Tuttavia, non è la semplice riproposizione del ritornello circa la centralità del lavoro produttivo, ma una vera analisi sulle trasformazioni della composizione di classe a seguito delle esternalizzazioni e delle privatizzazioni del welfare e di settori economici legati all’accumulazione capitalistica. Il lavoro produttivo viene rintracciato nello sviluppo di settori terziari come le comunicazioni, i trasporti e il magazzinaggio, l'informatica, l'istruzione e la sanità privata. Nessuna categoria del lavoro dipendente è dimenticata, comprese la grande distribuzione e la Pubblica amministrazione, alle quali vengono dedicate pagine interessanti. Pagine altrettanto importanti sono dedicate al ceto medio dell'artigianato e della piccola impresa, che, com'è sottolineato, ha svolto e svolge tuttora un ruolo importante nella politica di questo Paese, nonostante e forse a causa dei processi di ristrutturazione complessiva a livello europeo. Alla fine di questa digressione, il collettivo cerca di dare una risposta circa il come organizzare il conflitto, facendo notare che, se si vuole un’organizzazione efficace, questa deve ricalcare la struttura materiale dell’accumulazione, pena l’incorrere in sonore e copiose sconfitte. Quindi un’organizzazione sindacale divisa per categorie (che grazie alla terziarizzazione sono oggigiorno integrate) non è adatta in questo momento storico, ma dovrebbe riprendere, rispecchiare le filiere cui è articolata la produzione capitalistica. Inoltre è sempre più necessario internazionalizzarsi, esattamente com’è internazionalizzata la produzione. Secondo gli autori, è proprio l'integrazione tra primario, secondario e terziario, combinata con la concentrazione dei capitali (dovuta alla finanziarizzazione) che determina l'unificazione oggettiva della classe lavoratrice: “La combinazione di questi due processi, terziarizzazione dell'industria e finanziarizzazione, fa sì che dal punto di vista materiale questi lavoratori siano già uniti. Sono però artificialmente divisi da un punto di vista sindacale e soprattutto politico. Una volta preso atto di questa trasformazione materiale, qual è il nostro compito? Quello di lavorare per ricomporre da un punto di vista soggettivo quello che oggettivamente connesso” (pag. 179). Inoltre, visto che «è in atto una uniformazione al ribasso di tutti i lavoratori, che vedono diventare le loro condizioni di vita e le loro aspettative sempre più simili, la classe è oggi molto più omogenea che in passato e nei prossimi anni lo sarà sempre di più» (p.191). Personalmente, sono d’accordo con quanto da loro riportato, anche se mi preme sottolineare come le tipologie contrattuali diverse, le subforniture, le esternalizzazioni non impediscano al capitale di essere interconnesso, ma questo non comporta automaticamente, l’interconnessione tra lavoratori. Ma questo limite verrà superato solo quando sarà sciolto il nodo dell’organizzazione che, come il collettivo stesso rammenta, deve uscire dai limiti dei cancelli dello stabilimento, deve andare oltre i confini della vertenza aziendale (o di categoria), dobbiamo “unire i lavoratori indipendentemente da territori, categorie, aziende, sindacati di appartenenza, li dobbiamo portare a porsi su un piano politico...” (pag. 199). Solo così si potrà rispondere alle varie controffensive dei vari governi in tema di diritti e condizioni di lavoro, dove si vede sempre più la borghesia coscientemente fare leva su elementi sovrastrutturali per dividere il proletariato, e di attaccarne l’autonomia con la favola che, in tempi di crisi, non vi sia conflitto tra capitale e lavoro, ma “bisogna uscirne insieme”. Per scongiurare tutto ciò, occorre iniziare un processo di ricostruzione di un’organizzazione di classe politica capace di dare spiegazioni e risposte alla crisi sistemica epocale che stiamo vivendo. La questione dell’organizzazione altro non è che la questione del partito comunista, che è il nodo che ci permette di fare il salto di qualità dall’economicismo, dalla pura (sia pur importantissima) difesa degli interessi economici della Classe, alla lotta politica, l’unica in grado di dare effettiva e definitiva soluzione ai problemi dei salariati. Dove sono i nostri, La casa Usher
settembre 2013 nu
Quelli del Playa Giron
“Quelli del Playa Giron” Il filo rosso delle RESISTENZE “O Comunismo o Barbarie“, Associazione Culturale Joris Ivens CONTRIBUTI E DOCUMENTAZIONE DEI COMPAGNI ITALIANI CONTRIBUTI PERSONALI della ZONA FIORENTINA Introduzione militante del partigiano “Sugo” Mario Gorini, Partigiano “VITTORIO” - 22ª bis Brigata d’Assalto Garibaldi “Vittorio Sinigaglia” Cesare Massai, Partigiano dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) di Firenze. Enio Sardelli, Partigiano “FOCO” della “Caiani” Sirio Ungherelli, Partigiano “GIANNI” - 22 ª bis Brigata d’Assalto Garibaldi “Vittorio Sinigaglia DOCUMENTAZIONE della ZONA APUANA Presentazione: “Testamento” di Tristano Zekanowsky Lettera del Comando del Distaccamento d’Assalto Garibaldi "Aldo Cartolari" al Gruppo “Patrioti Apuani” Rapporto del Vice Commissario Politico “T. Z. Ciacco” al Comando-Distaccamento d’Assalto Garibaldi "Aldo Cartolari" Regolamento Militare del Distaccamento d’Assalto Garibaldi "Aldo Cartolari" Costituzione e Statuto della Brigata d’Assalto Garibaldi “Ugo Muc-cini” CONTRIBUTI compagni latinoamericani Eucebio Figueroa Santos, “RONY”, delle Forze Armate Ribelli del Guatemala César Mario Rossi Garretano, “TONY”, delle Forze Armate Rivoluzio-narie Orientali dell’Uruguay CONTRIBUTI compagni palestinesi LEILA KHALED, “SHADIA ABU GHAZALI”, attualmente membro dell’Ufficio Politico del FPLP e dirigente dell’Ufficio Rifugiati € 12,00 Si può richiedere tramite email alla redazione di nuova unità: re-dazione@nuovaunita.info
ottobre 2013 nu
La fabbrica del panico
“La fabbrica del panico” La vita e la loro salute degli operai in un bel romanzo scritto dal figlio di un lavoratore colpito da mesotelioma Figlio di un operaio della Breda Fucine Stefano Valenti, 49 anni, nel romanzo “La fabbrica del panico”, racconta i fatti, le persone, la vita reale degli operai costretti a vendere la loro forza –lavoro per un tozzo di pane. Racconta la storia degli operai della Breda Fucine di viale Sarca 336, (divisa fra Sesto San Giovanni e Milano bicocca), della loro lotta contro la nocività in fabbrica e per la difesa della salute in fabbrica e nel territorio e per ottenere giustizia per le vittime dell'amianto attraverso le angosce, le paure di una famiglia operaia, quella di Stefano il cui padre, pittore operaio della Breda, è morto di mesotelioma dopo aver lavorato negli anni Cinquanta alla Breda Fucine di Sesto San Giovanni. La scoperta del tumore, l’angoscia, il dolore i mesi di cura tra casa e ospedali sono gli stessi che hanno vissuto migliaia di lavoratori e di loro famigliari, vittime delle sostanze cancerogene respirate negli ambienti di lavoro e portati a casa nelle tute da lavoro, che in molti casi hanno avvelenato e ucciso moglie e figli. Lo sfruttamento operaio, la produzione finalizzata alla logica del profitto di imprenditori e manager senza scrupoli, che hanno condannato a morte per anni centinaia di migliaia di operai. Ma anche la gioia di vivere, la fabbrica che nonostante il clima da galera è anche il luogo in cui gli operai vivono, lavorano e si organizzano lottando per i loro diritti. Il libro racconta anche la storia del “Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio” che è riuscito a portare sul banco degli imputati i padroni della fabbrica, con l'aiuto di Cesare (personaggio ispirato a Michele Michelino). Stefano Valenti nel racconto s’immedesima nell’alter ego di suo padre, Giambattista Tagarelli, operaio al reparto aste della Breda Fucine dal 1973 al 1988, ucciso dall’amianto, co-fondatore del Comitato insieme a Cesare. Il protagonista del romanzo nasce dunque dalla fusione di queste due rappresentative figure della classe operaia. Che racconta il cammino di consapevolezza degli operai, l'attività del Comitato per la Tutela della Salute nei Luoghi di Lavoro, fino al processo contro i dirigenti Breda. La narrazione con uno stile semplice “ racconta che i dirigenti sapevano – fin dal 1974 dai rapporti dello Smal (Servizio di medicina preventiva per gli ambienti di lavoro) e della Usl, che facevano ispezioni nelle fabbriche (in particolare alla Breda Fucine) – che l’amianto avrebbe portato a questi omicidi. Lo Smal stilava rapporti sulle sostanze cancerogene usate nei processi lavorativi e produttivi che consegnava alla direzione aziendale della Breda Fucine, al consiglio di fabbrica, all’assessore alla sanità, all’ufficiale sanitario, all’ispettorato del lavoro, all’assessorato regionale alla sanità, al servizio sanitario aziendale, a Cgil-Cisl-Uil e alla Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici) come riportato in calce al libro, “Operai carne da macello” (reperibile su internet). Lo sapevano tutti meno gli operai. Per anni c’è stato un muro di omertà e di complicità fra datori di lavoro, partiti, sindacati e istituzioni che barattavano il posto di lavoro con la salute dei lavoratori e dei cittadini dell’amianto e istituzioni compiacenti. Purtroppo l’amianto non è un problema del passato, ma del presente e del futuro. L’Organizzazione mondiale della sanità prevede che il picco delle morti sia fra il 2020 e il 2030, poiché la latenza della malattia (il mesotelioma) è anche di 40 anni. Il pericolo derivante dalle fibre d’amianto è una vera emergenza, sociale, ambientale, sanitaria, cui bisogna rispondere.
31 gennaio 2014 redazione
recensione Magazzino 18

RECENSIONE DELLO SPETTACOLO “MAGAZZINO 18″ DI SIMONE CRISTICCHI

Claudia Cernigoi

Quattro anni fa l’editrice Mursia ha pubblicato un libro dal titolo “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”, scritto dal giornalista Jan Bernas (oggi portavoce del vice presidente vicario del parlamento europeo Gianni Pittella (PD), figlio dell’ex parlamentare socialista Domenico Pittella che nel 1992 si era candidato nella Lega delle Leghe di Stefano Delle Chiaie.

Il libro non riporta nulla di nuovo dal punto di vista storiografico (risulta dalla stessa sinossi del testo che “Questo non è e non vuole essere un libro di storia” (http://www.forumforpages.com/facebook/esodo-istriano-per-non-dimenticare/ci-chiamavano-fascisti-eravamo-italiani-il-nuovo-libro-di-jan-bernas/847529688/0): oltre ad alcune testimonianze di esuli istriani e di “rimasti”, si limita a ripetere cose già pubblicate più volte (e spesso anche più volte smentite in base a documentazione ufficiale), ciononostante, pur non essendo un’opera innovativa, è corredata da una prefazione di Walter Veltroni (curiosamente, nel sito di Bernas e nella nota biografica inserita nella pubblicazione curata dal Teatro Rossetti di Trieste compare anche una “postfazione di Gianfranco Fini”, che però non risulta pubblicata nel libro messo in commercio). Il libro è stato presentato per la prima volta a Roma in modo bipartisan da Luciano Violante e Fabio Rampelli, allora deputato del PDL (oggi in Fratelli d’Italia), anche se nella nota di cui sopra si legge che sarebbe stato Roberto Menia a presentarlo.

Ed è a questo libro che dice di essersi ispirato il cantautore Simone Cristicchi per il suo spettacolo Magazzino 18 (Bernas infatti risulta coautore del testo teatrale): lo avrebbe comprato dopo averlo visto “per caso” in una libreria, incuriosito dal titolo. In seguito Cristicchi sarebbe venuto a Trieste dove Piero Delbello (direttore dell’IRCI Istituto Regionale Cultura Istriano-giuliano-dalmata) lo avrebbe accompagnato al Porto vecchio a prendere visione delle masserizie degli esuli istriani ancora conservate al Magazzino n. 18. Di questa visita Cristicchi usa dire che trovarsi in quel magazzino pieno di mobili e di altri oggetti è un po’ come visitare Auschwitz (paragone che ci sembra offensivo nei confronti delle vittime di Auschwitz, dato che gli oggetti trovati nei magazzini di quel lager erano stati rubati agli internati che poi furono uccisi, mentre qui si tratta di cose abbandonate dai loro proprietari, che hanno abbandonato le proprie città, ma non furono assassinati), ed ha quindi deciso di mettere in scena la “tragedia degli esuli”, perché, a suo parere, è stata finora ignorata.

Va ribadito a questo punto che a Trieste della questione dell’esodo istriano si è sempre parlato, ed a livello nazionale è quantomeno da vent’anni, dalla dissoluzione della Jugoslavia, che sentiamo ribadire la necessità di parlare di questa tragedia “finora ignorata” ogniqualvolta viene pubblicato un libro o un articolo, quando esce un film, e nel corso delle celebrazioni e commemorazioni indette nel Giorno del ricordo (10 febbraio).

In realtà la legge istitutiva del Giorno del ricordo (n. 92/2004) contempla che in questa occasione vadano approfondite, oltre alla questione dell’esodo e delle foibe, “le più complesse vicende del confine orientale”; e la lettura completa della norma ha creato, e crea tuttora, svariate polemiche sul come raccontare la storia di queste vicende, dato che le associazioni degli esuli hanno ritenuto di dover avere il monopolio delle commemorazioni e pertanto di imporre ad enti ed istituzioni varie di non far parlare relatori non omologati alla loro interpretazione della storia.

In questo panorama si è inserito ora anche Cristicchi, considerato da alcuni un autore “impegnato” per certi suoi spettacoli sulla malattia mentale, sui minatori e sulla guerra. Senza entrare nel merito degli altri suoi lavori parliamo di Magazzino 18, del quale l’autore spiega che “la cosa più complicata è stata raccontare la situazione storica. Il rischio era ovviamente quello di annoiare e quindi abbiamo sintetizzato un arco di tempo di quarant’anni in cinque minuti di orologio. Anche da qui sono nate diverse critiche, perché sono stato accusato di aver dimenticato, o addirittura omesso di dire certe cose: io non ho omesso niente, ho solo avuto rispetto di un pubblico che viene a teatro, non ad ascoltare una conferenza, ma a emozionarsi, a provare rabbia, a ridere. Lo spettacolo vuole essere anche uno spunto per incuriosire la gente ad approfondire questa storia. Di certo non volevo fare lo storico”.

Cristicchi dunque “non voleva fare lo storico”, ma “emozionare”: intento rispettabilissimo, se solo l’avesse rispettato e non avesse dato in quei “cinque minuti” (che nei fatti si sono però dilatati in tutto lo spettacolo) una lettura storica del tutto falsata, dato che non si è basato su testi storici ma ha riprodotto pedissequamente i vecchi testi di propaganda nazionalista inframmezzati da qualche appunto “antifascista”, probabilmente per apparire bipartisan, coerentemente con la promozione del testo di Bernas. E va detto subito che nella narrazione non viene rispettata la cronologia dei fatti e spesso non è inquadrata correttamente la sequenzialità delle vicende, il che sicuramente non aiuta lo spettatore a chiarirsi le idee su quello che è accaduto.

Nello spettacolo Cristicchi impersona un archivista un po’ burino, Duilio Persichetti, che alla stregua di un Dante Alighieri de noantri si fa accompagnare alla scoperta della storia non da un poeta come Virigilio, ma da un oscuro “spirito delle masserizie” che gli appare nel deposito dei mobili abbandonati dagli esuli giuliano dalmati. E questo Spirito, lungi dal fornirgli dati storici, sembra il portavoce dell’antica agenzia Stefani che lavorava sotto il fascismo (o forse si ispira semplicemente al testo di Bernas, dal quale cita abbondantemente).

“Un’intera regione svuotata della propria essenza. Gente costretta a lasciare la sua terra non per la fame o per la voglia di migliorare la propria condizione, ma perché non si può vivere senza essere italiani”, declama lo Spirito, non considerando che l’Istria non era esclusivamente italiana, ma una regione popolata anche da sloveni, croati ed istrorumeni, e l’essenza istriana, se vogliamo mantenere questa definizione, è data dalla commistione di queste etnie, non dalla presenza dei soli italiani, molti dei quali peraltro rimasero in Istria, restando italiani, come dimostra il fatto che ancora oggi la comunità italiana in Slovenia e Croazia è viva e vitale. Perché in Jugoslavia gli italiani potevano mantenere la propria nazionalità italiana, a condizione di acquisire la cittadinanza jugoslava (ed i cittadini jugoslavi di nazionalità italiana hanno da subito avuto il diritto alle scuole con insegnamento nella madre lingua, a finanziamenti per circoli culturali ed editoria, al bilinguismo nei rapporti con le istituzioni, fino ai seggi garantiti nei parlamenti locali: molto di più di quanto abbiano mai visto le comunità minoritarie in Italia); mentre nel caso in cui non volessero rinunciare alla cittadinanza italiana, il Trattato di pace prevedeva che, in quanto “optanti”, lasciassero la Jugoslavia per andare in Italia. Nessuna “pulizia etnica” (con buona pace del Presidente Napolitano, che con tutto il rispetto, non è un esperto di storia), dunque, ma una banalissima questione di diritto internazionale.

E che non vi fosse un clima di terrore nei confronti degli italiani è dimostrato dalle stesse parole dello Spirito, quando parla di “un’emorragia durata dieci anni”. Per fare un paragone, i tedeschi dei Sudeti dovettero lasciare le proprie case dalla sera alla mattina, senza poter portare via nulla, mentre se gli istriani poterono portare via “persino le bare dei propri cari” e riempire delle proprie masserizie, poi non ritirate, il Magazzino 18, si può ben comprendere la diversità dei due eventi. Infine un altro appunto: lo Spirito dice che “se ne andarono in trecentomila”, ma va precisato che nel 1958 l’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati pubblicò una sorta di censimento dal quale appare che i “profughi legalmente riconosciuti” erano 190.905 (i numeri poi furono fatti lievitare con operazioni di conteggio quantomeno discutibili, ma su questo vi rinviamo ai titoli in bibliografia).

Quando poi lo Spirito si mette a raccontare (nei famosi cinque minuti) la storia del confine orientale, sembra essersi ispirato a qualche filmino dell’Istituto Luce: “quei luoghi settant’anni fa erano Italia, anche le pietre parlano italiano”, ma non dice che quei luoghi diventarono italiani meno di cento anni fa, e lo rimasero per una ventina d’anni, dopo la vittoria italiana nella prima guerra mondiale. “Il tricolore viene issato “non solo a Trento, a Gorizia e Trieste, ma anche a Zara, Pola, nell’Istria e nelle isole del Quarnaro; ed alla fine “anche Fiume qualche anno dopo si ricongiunge all’Italia”: che ciò sia avvenuto in barba al Trattato di Rapallo e con un colpo di mano, questo lo Spirito non lo ricorda. Non ce n’era il tempo? O perché non era intenzione di Cristicchi di parlare di storia?

Così il “processo di riunificazione si conclude, ma per poco, perché vent’anni dopo il Fascismo (maiuscolo? n.d.r.) “sfalda il delicato equilibrio”: ma lo Spirito non spiega che l’Italia fissò il proprio confine orientale ben oltre a quelli che potevano essere considerati “luoghi dove le pietre parlavano italiano”, come Postumia, Tolmino, Villa del Nevoso (per usare i nomi italianizzati dallo Stato vincitore). Del resto, se Cristicchi più di una volta ha affermato che “un tempo l’Istria si chiamava Italia ed ora si chiama Slovenia e Croazia”, non ci si può aspettare che conosca la geografia, ma dà l’impressione che si sia limitato a ripetere gli slogan della propaganda nazionalista ed irredentista. Per “emozionare”, certamente. E va da sé che l’emozione, non essendo di per se stessa razionale, non ha bisogno di considerare la realtà dei fatti.

Segue una carrellata, piuttosto confusa, che vorrebbe spiegare come il fascismo (noi lo scriviamo minuscolo, signor Spirito delle masserizie), si rese colpevole di violenze antislave (vengono citati l’incendio del Narodni Dom del 1920, il cambiamento forzato dei cognomi e dei toponimi, l’impedimento di parlare nella propria lingua, l’invasione della Jugoslavia nel 1941, i campi di internamento per civili) e da ciò si arriva alla conclusione che gli “slavi”, di fronte a questo fecero l’equazione “italiano = fascista”. Altra mistificazione che serve a creare uno stato emozionale e non razionale, mistificazione diffusa dalla propaganda antijugoslava e non corrispondente al vero, perché l’Esercito di liberazione jugoslavo, così come i militanti antifascisti del Fronte di liberazione (Osvobodilna fronta) accoglievano nelle proprie file antifascisti di tutte le etnie, e le stesse direttive emanate da Edvard Kardelj parlavano di “epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo”.

In questo modo anche la lettura dello scritto di una bambina che era stata internata ad Arbe serve come apripista per ribadire quell’interpretazione fascista del fenomeno delle “foibe” che risale ancora al 1943, dopo gli eventi istriani post-armistizio: sentiamo come lo Spirito delle masserizie narra i fatti.

Dopo l’armistizio l’esercito italiano si sfalda, arrivano i nazisti e a Trieste viene messo in funzione il lager della Risiera, ma non viene neppure accennato a quante vittime costò il ripristino dell’“ordine” in Istria nell’ottobre 1943, quando le truppe nazifasciste rivendicarono di avere fatto dai diecimila ai tredicimila morti (così i comunicati ufficiali apparsi sulla stampa dell’epoca). E poi, senza che si comprenda la conseguenza temporale dei fatti: “i partigiani slavi agli ordini di Tito scendono dalle montagne dell’interno dove sono accampati e di città in città di paese in paese, di casa in casa arrivano e arrestano i nemici del popolo”.

Da questa descrizione un ignaro spettatore si fa l’idea che durante tutta la guerra i partigiani sarebbero stati “accampati in montagna” (a non fare niente, si suppone) in attesa di “scendere” (è interessante come certo tipo di propaganda insista sul fatto che i comunisti, i partigiani, gli “slavi” non arrivano mai normalmente da qualche parte, ma “scendono”, “calano”, “dilagano” e via di seguito) nelle città a dare la caccia ai “nemici del popolo” (termine questo usato dalla propaganda anticomunista perché mutuato dalle epurazioni staliniane, ma non usato dai partigiani).

Mescolando assieme, senza contestualizzarli, i due momenti delle esecuzioni sommarie, quello dell’Istria del settembre 1943 e quello degli arresti del maggio 1945, lo Spirito ipotizza che potrebbe essersi trattato di vendette verso i fascisti e di vecchi rancori; ma quando “cominciano a sparire anche carabinieri, podestà, guardie forestali, farmacisti, maestri, sacerdoti, impiegati statali”, i “processi sommari e le esecuzioni di massa non risparmiano nemmeno cattolici, antifascisti e persino comunisti”, e ci si mette a “colpire anche donne, maestri, postini, antifascisti, gente che con la politica non c’entra niente”, allora si domanda: perché tutto questo?

Come al solito, quando l’intenzione non è di ricostruire fatti storici, ma di “emozionare”, è facile, partendo da un presupposto sbagliato, arrivare a dimostrare un fatto non vero. Perché innanzitutto bisogna dividere i due eventi di cui abbiamo parlato: nell’Istria del 1943 ci furono sì delle vendette sommarie contro i rappresentanti del fascismo (piccoli gerarchi, in genere, non gli alti papaveri), ma fu infoibato un carabiniere solo, nessun podestà, nessun farmacista (perché poi allo Spirito sono venuti in mente proprio i farmacisti fra tutte le possibili categorie professionali, forse perché la famiglia di Luigi Papo, il futuro rastrellatore del 2° Reggimento MDT Istria, gestiva a Montona una farmacia che sotto il fascismo veniva usata come luogo di interrogatorio di partigiani?), sacerdoti uno (che sembra fosse un informatore dell’Ovra).

Poi va ricordato che ai quei tempi le guardie forestali erano militarizzate e che gli “impiegati statali” erano in genere funzionari del fascio, così come i maestri erano coloro che intimidivano i bambini per impedire loro di parlare nella propria lingua, e che le donne potevano essere fasciste esattamente come gli uomini, così come potevano essere ausiliarie nelle forze armate. E se nel 1945 vi furono altre vendette personali, la maggior parte dei morti si ebbero tra i militari internati nei campi (l’internamento in campi lontani dal luogo di cattura era previsto dalle leggi di guerra, ed i militari italiani furono internati anche in campi britannici e statunitensi, dove le condizioni di vita non erano tanto migliori di quelle dei campi jugoslavi), mentre furono arrestati coloro che erano stati segnalati come criminali di guerra; gli antifascisti arrestati erano quei reparti del Corpo volontari della libertà italiani che si erano opposti in armi all’esercito jugoslavo (che era un esercito alleato: sarebbe accaduto lo stesso con il CVL milanese se si fosse opposto agli statunitensi); infine, per quanto riguarda i partigiani “comunisti”, va detto che vi furono anche un paio di esecuzioni (avvenute durante il conflitto) sul motivo reale delle quali d’altra parte non si è mai ricostruita la storia (ma fatti di questo genere avvennero in tutti i corpi della Resistenza, non solo in Italia).

Tutta questa mistificazione (che dura da settant’anni) ha un preciso scopo, che nel testo di Cristicchi (fatto per “emozionare”, ricordiamolo) viene così spiegato: “forse perché gli italiani sono un ostacolo al Sogno (maiuscolo? n.d.r.) di Tito di realizzare una sola grande regione e quindi annettersi anche le zone a maggioranza italiana”, come Zara, l’Istria, Fiume, Trieste per creare “una sola grande Jugoslavia”, dove la “lotta per la liberazione dal nazifascismo giusta e sacrosanta” (bontà loro, n.d.r) qui “sembra un mezzo per raggiungere l’obiettivo del confine all’Isonzo e quella che nel resto d’Italia viene festeggiata come Liberazione qui prende le sembianze di occupazione”.

Come abbiamo detto prima, per dimostrare una cosa inesistente (il “sogno della grande Jugoslavia”) l’autore (Bernas? Cristicchi?) è partito da presupposti falsi (l’eliminazione di chi non voleva la Jugoslavia), e riesce in tal modo a diffondere dal palcoscenico dei teatri di tutta Italia (ma anche dell’Istria) quelle teorie anti-jugoslave che fino a pochi anni fa erano peculiarità della destra irredentista ma ora sembrano avere preso piede anche in ambienti “antifascisti” e “di sinistra”.

E così arriviamo ad uno dei momenti più bassi (dal punto di vista artistico e civile) dello spettacolo: quando Cristicchi si avvolge un fazzoletto rosso attorno al collo e declama “per realizzare il sogno della grande Jugoslavia bisogna solo dare un calcio allo stivale” ed a questo punto parte il coro dei bambini che cantano la canzone della foiba, “Dentro la buca” (“un colpo alla nuca e giù nelle buca”, davvero delle parole adatte da far cantare a dei ragazzini).

Viene poi data la parola ad un certo Domenico, “staffetta del Regio Esercito”, si presenta, “praticamente un postino” (un militare in guerra sarebbe un postino? se questa non è manipolazione, come la vogliamo chiamare?), che sarebbe stato infoibato ancora vivo assieme a tantissimi altri, recuperato da una foiba… no, non lo sa da che foiba sarebbe stato recuperato perché ce ne sono 1.700 in Istria (i recuperi verbalizzati si riferiscono a molte meno foibe, lo diciamo per tranquillizzare gli spettatori: il maresciallo dei Vigili del fuoco di Pola, Arnaldo Harzarich, dichiarò agli Alleati di avere esplorato dieci foibe istriane tra l’autunno e l’inverno 1943-44, dalle quali furono estratte 204 salme ed indicò altre cinque foibe dalle quali non fu possibile effettuare recuperi). Come Domenico sarebbero stati infoibati Luigi, Tonin, Giovanni, Norma… e qui parte la storia di Norma Cossetto, con le consuete falsità che vi sono state ricamate attorno negli anni, in base ad una inesistente testimonianza di una donna, mai identificata, che avrebbe assistito alle violenze.

Nomi e cognomi degli scomparsi stanno scritti ci spiega Persichetti (che non ha detto i cognomi degli infoibati chiamati per nome, né nell’elencare le categorie degli uccisi ha fatto nomi: perché è uso consolidato, quando si parla di questi argomenti di generalizzare, e teniamo a mente che non è scopo di Cristicchi, come non lo era di Bernas, “fare storia”), per poi contraddirsi dicendo che non si saprà mai quanta gente è sparita in questo modo; si parla genericamente di persone “uccise in tempo di pace” termine che può significare tutto e niente, perché le vendette personali proseguirono per anni in tutta Europa, così come le condanne a morte eseguite dopo i processi ai criminali di guerra furono fatte “in tempo di pace”, basti pensare a Norimberga. Viene citata a questo punto la dichiarazione fatta da Milovan Gilas in un’intervista, pochi anni prima di morire, di essere stato incaricato assieme a Kardelj di andare in Istria per mandare via gli italiani con ogni mezzo. Considerando che Gilas era diventato “dissidente” già negli anni ’50, tale affermazione, fatta a tanti anni di distanza, lascia il tempo che trova, innanzitutto perché non ha alcun riscontro documentale, e poi perché il governo jugoslavo riconobbe alla comunità italiana tutte quelle garanzie che abbiamo descritto in precedenza.

Poi si parla della strage di Vergarolla del 18/8/46 (della quale non vi è alcuna prova che si sia trattato di un attentato e tanto meno di un attentato organizzato per “terrorizzare” gli italiani), come motivo per cui quel giorno “la maggioranza degli italiani che abitava a Pola scelse come l’unica via l’esodo”. Però noi leggiamo sulla Voce del popolo del 5/4/08 che tre settimane prima della strage il CLN di Pola “aveva raccolto 9.496 dichiarazioni familiari scritte, per conto di 28.058 abitanti su un totale di 31.000, di voler abbandonare la città se questa dovesse venir assegnata alla Jugoslavia”: il che dovrebbe dimostrare che “l’esodo” era già stato deciso prima della tragedia.

Interessante il punto in cui si sente dire che “tutta l’Istria è occupata dai titini” già prima della firma del Trattato di pace “firmato dai potenti della Terra” (togliendo l’emozione, più prosaicamente, si trattava delle potenze che si erano alleate contro la guerra scatenata dall’Asse, Germania, Italia, Giappone) che “consegna alla Jugoslavia un’intera regione italiana”, come “prezzo che l’Italia deve pagare per essere uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale”. Una riflessione sul fatto che l’Italia avrebbe anche potuto non dichiarare guerra al mondo intero assieme al suo alleato tedesco? Naturalmente no, perché non è di queste emozioni che si occupa uno Spirito delle masserizie.

Ed ancora notiamo come si parli sempre di “titini” e non di Esercito jugoslavo: sentiamo mai parlare di “churchilliani” a proposito dei britannici o di “hitleriani” a proposito dei nazisti? È tanto difficile riconoscere alla Jugoslavia di essere stata uno dei Paesi alleati nella lotta contro il nazifascismo? Certamente, perché se le si riconoscesse questo ruolo si dovrebbe anche riconoscere che l’Esercito jugoslavo aveva il diritto e l’autorità di fare prigionieri i militari nemici e di arrestare i presunti criminali di guerra per sottoporli a processo, così come fecero gli eserciti delle altre nazioni alleate. E quindi crollerebbe anche tutta la costruzione dei crimini jugoslavi rivolti contro gli innocenti italiani.

Altro punto interessante è che il diritto di conquista militare viene riconosciuto per l’Italia che aveva annesso i territori occupati militarmente dopo la prima guerra mondiale, anche quelli dove non vivevano italiani; mentre lo stesso discorso non sembra valere per la Jugoslavia, che anzi a seguito del Trattato di pace rinuncerà a zone che aveva conquistato militarmente.

Persichetti poi parla della partenza dall’Istria e della miseria dei campi profughi: “pensi che voleva di’ passà da una casa magari co vista mare… ad un casermone di cemento armato in periferia o a un ex campo di concentramento!”, dice al suo superiore romano. I campi profughi non sono mai piacevoli, è vero, è così è una tragedia quella della bambina morta di freddo nel comprensorio di Padriciano, ma si rende conto il narratore di quanti italiani in Italia, nell’immediato dopoguerra, avrebbero fatto firme false per avere un appartamento in un “casermone di cemento armato in periferia” invece di continuare a vivere nelle baracche o negli appartamenti privi di servizi igienici che erano la norma e non l’eccezione a quei tempi? Non tutti gli esuli istriani abbandonarono la “casa con vista mare” (ed anche questa spesso era un appartamentino privo di tutto) ma provenivano da condizioni di vita di miseria, come la maggior parte della popolazione d’Europa prima del boom economico e dopo essere uscita da una guerra disastrosa.

Si passa poi all’elenco di una serie di esuli “diventati famosi”, tra cui Alida Valli (che però viveva a Roma già prima della guerra, dato che Cinecittà si trovava lì e non a Pola, ma questo particolare evidentemente è sfuggito agli autori); una canzoncina è dedicata ai “rimasti”, descritti come disprezzati da tutti, ma alla fine “ancora italiani” com’erano sempre stati (altra contraddizione che non pare preoccupare gli autori: se vi furono dei “rimasti” e “rimasti italiani” vuol dire che non si era “svuotata una regione intera”, che non si aveva paura di parlare italiano, che non c’era alcuna manovra politica per far andare via gli italiani dall’Istria).

Alla fine arriviamo all’altro momento bassissimo dello spettacolo, quando Persichetti, dirigendo il coro dei bambini, prende in giro gli operai che da Monfalcone si erano recati in Jugoslavia per dare una mano a ricostruire le infrastrutture distrutte durante la guerra e per partecipare alla realizzazione di una società socialista dopo vent’anni di fascismo. Alcuni di essi rimasero vittime dello scontro tra Tito e Stalin, quando molti filosovietici (che erano però per la maggior parte jugoslavi, e molti dei quali avevano commesso omicidi ed attentati contro il proprio governo) furono internati nell’isola di Goli Otok. Si tratta indubbiamente di una pagina buia della storia jugoslava, che però avrebbe dovuto essere affrontata diversamente, proprio per la sua tragicità, e non mediante lo spregio di coloro che avevano creduto in un ideale e coerentemente avevano cercato di realizzarlo.

Infine il burino Persichetti dice allo Spirito delle masserizie che giocherà al lotto il numero 18 (spiegando che nella Smorfia tale numero significa “sangue”, sempre per emozionare il pubblico?) e che lui archivia tutto, tranne una lettera inviata alla figlia del proprietario di alcuni mobili rinvenuti, la quale aveva chiesto notizia delle masserizie dei suoi genitori che non li avevano mai “reclamati indietro”. Il che dovrebbe stroncare tutto il plot su cui si basa questo spettacolo: i mobili sono stati abbandonati dagli stessi proprietari, evidentemente perché non ne avevano più bisogno o sarebbe stato troppo complicato farseli mandare nel luogo in cui erano andati a vivere.

Cosa del resto confermata da Piero Delbello in un articolo apparso sul Piccolo del 24 gennaio scorso: nel Magazzino 18 sono conservate “più o meno la metà delle cose che arrivarono subito dopo la guerra dall’Istria, ma che negli anni successivi dalle Prefetture di più città d’Italia continuarono a essere inviate nel capoluogo giuliano. Fatte arrivare dalle varie ditte di spedizioni nelle località di destinazione delle famiglie che ne erano proprietarie, in più casi rimasero nei depositi. Senza che nessuno più le reclamasse. E dunque furono fatte infine convergere in Porto Vecchio, dove oggi occupano una parte del primo piano del 18”.

In pratica si tratta di oggetti che agli esuli (od optanti che dir si voglia) una volta giunti nella città di destinazione, non interessava di conservare, per cui li hanno abbandonati. Cosa comprensibile per i mobili, che forse non potevano trovare posto nelle nuove case consegnate, ma perché non reclamare almeno gli oggetti di famiglia, le fotografie, i quaderni? Quale valore simbolico si vuole attribuire a delle che sono state abbandonate perché i loro proprietari se ne sono disinteressati, non sequestrate né rapinate; e con quale sentimento questo materiale viene paragonato ai magazzini dove venivano accatastate le cose rubate ai prigionieri assassinati ad Auschwitz?

Alla fine di tutto si parla delle vittime dell’una e dell’altra parte, e l’autore conclude “io non ho un nome ma potrei averne milioni. Come i profughi di tutto il mondo, costretti a lasciare la propria terra, per sfuggire alla povertà, all’odio, alla guerra”.

Ecco, se Cristicchi fosse partito da queste due belle, significative frasi, ed avesse parlato delle tragedie degli esodi, di tutti gli esodi, senza pretendere di fare storia su un evento specifico (asserendo peraltro di non volerla fare), avrebbe potuto realizzare uno spettacolo di indubbio interesse, emozionando (in questo caso positivamente) e coinvolgendo lo spettatore. Invece il risultato di questa sua ambizione ha prodotto uno spettacolo di propaganda, in quanto il suo intento di creare emozione è degenerato nel voler creare piuttostosuggestione, fornendo agli spettatori dati falsi da cui trarre conclusioni errate.

Come opera di propaganda Magazzino 18 è indiscutibilmente riuscito molto bene: ma per chi come noi ha studiato e conosce la storia di queste terre, vederla stravolta in questo modo allo scopo di denigrare il movimento internazionalista ed antifascista jugoslavo, è francamente intollerabile; ed inoltre, considerando il modo in cui è stato sponsorizzato, a livello mediatico, questo spettacolo, fa sorgere il dubbio che si tratti di un’operazione studiata a tavolino che può rivelarsi molto pericolosa per gli equilibri delicati del confine orientale.

Le citazioni sono tratte da “Magazzino 18 di Simone Cristicchi, regia di Antonio Calenda, testo completo dello spettacolo + CD”, I Quaderni del Teatro, edizioni Il Rossetti – Promo Music, Trieste dicembre 2013.

31 gennaio 2014

BIBLIOGRAFIA.

CERNIGOI Claudia, Operazione foibe tra storia e mito, Kappa Vu 2005.

COLUMMI Cristiana (e altri), Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste, 1980.

CONTI Davide, L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” 1940-1943,Odradek 2008.

GOBETTI Eric, L’occupazione allegra, Carocci 2007.

MICHIELI Roberta – ZELCO Giuliano, Venezia Giulia la regione inventata, Kappa Vu 2008.

PIRJEVEC Jože, Foibe, Einaudi 2010.

PURINI Piero, Metamorfosi etniche, Kappa Vu 2010.

SCOTTI Giacomo, Goli Otok, LINT 1991.

VOLK Alessandro, Esuli a Trieste, Kappa Vu 2004

28 gennaio 2014 redazione
Magazzino 18

 “Magazzino 18”

Recensione sullo spettacolo

Lo spettacolo non è piaciuto, sotto vari punti di vista: artistico, storico-culturale e morale. Ha confermato purtroppo in modo ancor più deludente le aspettative, senza dubbio influenzate dalla serie di impressioni ed opinioni maturate nel corso dei mesi scorsi, durante la promozione dello stesso. Promozione durante la quale si sono succedute corrispondenze e brevi confronti con Simone Cristicchi (coautore) ed altri suoi collaboratori, non sempre purtroppo adeguatamente argomentati.

Nonostante ciò, ci si è sforzati di assistere alla rappresentazione in modo “imparziale”, immersi nel coinvolgimento della sala e del momento. 

Lo spettacolo è risultato noioso, pesante e capzioso. In una scenografia statica che forse non rende il movimento proprio della drammaticità di una migrazione, qual vorrebbe raccontare. Apre e chiude la scena “lo spirito delle masserizie”, che piace evidentemente tanto agli autori, forse per il tocco di esoterismo e di indubbia matrice borghese, di cui viene accentuata una legittima nostalgia dei beni materiali a cui si dà un’anima, che da un lato personalizza con un certo individualismo le perdite, però poi nello spettacolo la tragedia e la sfortuna di chiunque diventa la più grande tragedia di tutti. Una diffusa, abile e pericolosa arte della generalizzazione, che tradisce però il bisogno di obiettività storica, di cui lo spettacolo stesso intende farsi portavoce, come si evince in vari momenti della sua rappresentazione.

I testi dei dialoghi appaiono miseri, tendenti al patetico, inseriti in un monologo in cui il cantautore/attore si destreggia non male, con buona interpretazione, dei vari ruoli, ma dimostra più di un’ incertezza, specie laddove sembra siano state apportate modifiche, rispetto alle repliche in Istria e a Trieste. Con il tono sarcastico ed il tentativo di sdrammatizzare alcune vicende, il distratto archivista Persichetti dall’accento romano (e non romanesco) non alleggerisce nulla, ma ha l’effetto di rendere forse banali e riduttivi i delicati temi trattati. Non compaiono altri attori sulla scena. Stavolta non sono fisicamente sul palco i bambini che cantano “la buca” (testo violento, evocante le uccisioni nelle foibe, con il colpo in testa) e che accompagnano in coro, con un bastone in mano, “noi siam la classe operaia”, nel racconto della vicenda dei lavoratori Monfalconesi. L’immagine sfocata dei minori che cantano è proiettata su un grande schermo calato sullo sfondo. Sul palco fa ingresso soltanto una bambina, nella rievocazione della tragedia sulla spiaggia di Vergarolla, a seguito dello scoppio delle mine insabbiate in tempo di guerra (ma insabbiate da chi? non viene detto). La bambina è tenuta in braccio dal protagonista dopo la morte scenica, a mo’ di pietà religiosa. Il racconto di questa strage di civili nello spettacolo è in fila alle rappresaglie antifasciste per mano jugoslava, si richiama la sua natura di attentato, che si allude di origine partigiana. Nella realtà, non si conoscono i mandanti.

La Jugoslavia di Tito e dei “partigiani con la stella rossa” (così il protagonista li richiama spesso) ne escono demonizzati, non c’è alcun dubbio. Il peggior comunismo della storia appare quello di Tito. È dichiarato piuttosto esplicitamente quando si accenna all’uscita della Jugoslavia dal COMINFORM. Vicenda storico-politica complessa su cui lo spettacolo ironizza, semplifica e non argomenta abbastanza.

Tale lettura è dimostrata dal fatto che il protagonista riporta una “testimonianza storica” quale la presunta confessione di un collaboratore di Tito, Milovan Gilas, identificato come il suo braccio destro, che lo accusa di aver dichiaratamente fatto propaganda anti-italiana, ordinando la cacciata dalle terre d’Istria, per il progetto di invasione della grande Jugoslavia. Di qui, le accuse di pulizia etnica addossate ai partigiani di Tito, come gli unici colpevoli degli orrori delle foibe e delle stragi della rappresaglia antifascista, secondo un piano di strategia del terrore, ampiamente richiamato nello spettacolo. Ma quali sono le fonti?

È anche per questo, che l’obiettivo dello spettacolo, mascherato da una veste che pretende di essere equilibrata per il solo fatto di introdurre in non più di dieci minuti l’antefatto fascista, citando i campi di concentramento in Italia come Rab e richiamando con buonismo le vittime (come la bambina slovena) di tutte le guerre, risulta invece di evidente sapore nazionalista, antipartigiano e anticomunista. Non può pertanto vantare oggettività storica e imparzialità politica, poiché alcune delle parti in causa, ne escono offese e snaturate e questo può ricevere consensi, ma non è intellettualmente onesto

In questa rappresentazione a Roma, differendo da precedenti, all’antifascismo è fatta qualche concessione in più. Non è stato riproposto il commento di sdegno e di biasimo dato alla voce degli esuli, rivolto all’ex Presidente Sandro Pertini, in occasione del riconoscimento degli onori ai partigiani jugoslavi ed al Presidente e generale Tito. Sono state invece introdotte delle parti di testo, anche a seguito di corrispondenza polemica con membri dell’ANPI e dell’associazione CNJ onlus. Viene citata l’invettiva di Mussolini: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche [” parafrasando e rendendo il concetto di evidente razzismo con l’espressione: “per ogni dente italiano una testa slava” e poi ironizzando sul mito “Italiani Brava gente”, a cui si allude con un connotazione fortunatamente condivisibile. Verso la fine si parla dei “rimasti” in Istria, considerati le vittime per eccellenza sia degli italiani fascisti che degli slavi comunisti titini. Ma, il biasimo più grande viene reso a Tito, estrapolando e interpretando un suo discorso sull’accoglienza e sul rifiuto del riconoscimento della condizione di esuli ai “dirigenti fascisti”, additandolo di paradossale intolleranza, nutrita (e non è vero) verso tutti gli esuli. I “rimasti” in Istria, appaiano i disadattati nel regime comunista jugoslavo o gli accusati di fascismo; è proprio così?

E quindi accade che, anche la citazione sopra riportata di Mussolini riguardante gli Slavi, nel corso dello spettacolo sembra far gioco alla legittimazione del giudizio di barbarie e crudeltà delle truppe partigiane titine, che risultano incriminate di tutte le tragedie personali rappresentate, come la storia di Norma stuprata e buttata nelle foibe, la storia del postino, che risale la buca, la storia dell’attentato di Vergarolla, la storia della bambina che muore di freddo nel campo profughi di Patriciano, la storia dei Monfalconesi portati nel campo di prigionia di Goli Otok, le rappresaglie violente antifasciste, la storia dell’esodo della famiglia di Ferdinando Biasol e delle sue “cose” nel Magazzino 18, al Porto Vecchio di Trieste.

Uno degli azzardi più impropri è il paragone tra gli emigranti italiani del dopo guerra e gli esodati istriani, dove viene evidenziata la diversa condizione dei primi motivati secondo gli autori, solo dal sogno “dell’andar a cercare fortuna” e dei secondi, cacciati dalla loro terra dalle politiche di conquista della “Grande Jugoslavia”. Questa approssimazione non rende verità storica e umana né agli uni né agli altri; è infatti nota la disperazione, la povertà di base degli emigranti italiani del dopo guerra, e la realtà delle politiche di economia industriale del Piano Marshall. Così come è noto e documentato che le ondate degli esodi degli Istriani hanno avuto carattere diverso, e contava fascisti militanti, borghesi regnicoli e Italiani meno abbienti, spinti dalla miseria. Lo stesso protagonista dello spettacolo restituisce invece immagini di molti degli esuli che perdono le loro belle case con panorama sulle sponde dell’Adriatico dell’Istria, per migrare in Italia. Forse, i paragoni non sono così semplici… Le condizioni di partenza e le ragioni non sono sempre uguali e tanto meno i risvolti.

L’Istria viene commemorata come terra Italiana da sempre. E quindi trova consensi emotivi tra i molti disinformati (loro malgrado) che ascoltano e rivivono legittimamente vicende proprie o riportate. I vissuti sono preziosi, ma la storia non dovrebbe mentire e dovrebbe interpretarli con un certo distacco per rispettarli.

Lo spettacolo mostra quindi, purtroppo, ignoranza storica e politica, con vari momenti propagandistici. Come la vicenda dei 2000 Monfalconesi che il protagonista definisce “in controesodo” ridicolizzati sulla scena, col fazzoletto rosso sventolato ironicamente ed il bastone… perché partono per la Jugoslavia mossi dall’ideale del socialismo comunista e poi invece vengono spediti a Goli Otok, per l’espulsione del “Tito eretico” dal Cominform: così viene definito dal protagonista interpretato da Cristicchi, in tono ambiguo tra il sarcastico e l’accusatorio.

E che ruolo viene dato ai numeri e alle fonti della storia? nello spettacolo si parla dell’importanza dei dati, ma si citano solo questi numeri: 350.000 esuli, 10 campi profughi, 28 morti a Vergarolla, 2000 Monfalconesi in controesodo, spediti a Goli Otok. Sui dati degli infoibati si ironizza, si sposta il piano del giudizio, evidenziando che gli storici giocano sui numeri, da cinquecento a svariate migliaia, ma che ciò non ha importanza, di fronte alle tragedie umane. Ma non è l’archivista Persichetti al telefono con l’Ufficio esuli del Ministero degli Interni ad affermare che i dati sono importanti? Si fa un uso molto scenico, di questi dati (ammesso che siano esatti), quando servono li diciamo, quando no, meglio tacere. Artisticamente è legittimo, storicamente no.

Perciò il rischio di mistificazione è facile e lo spettacolo non si esime, nella sua promiscuità di piani su cui viene affrontata una vicenda complessa e dibattuta. E così l’esodo degli Istriani è definito in esso come un fenomeno di proporzioni “bibliche”, varie volte, come “uno dei più grandi mai accaduti” e la violenza delle foibe un’atrocità di dimensioni improprie, perché non dimostrate.

L’ultima scena dello spettacolo: una decina di sedie in fila alla ribalta, dove vengono fatti sedere gli spiriti di alcuni personaggi famosi che appaiono anch’essi vittime dell’esodo, come il cantautore Sergio Endrigo, l’attrice Laura Antonelli, Alida Valli, perché ovviamente, qualche nome noto fa comodo spolverarlo per rafforzare il messaggio ed i consensi. Tali personaggi siedono accanto agli spiriti dei protagonisti delle storie più tragiche raccontate, vissuti per i quali non si ha la percezione di ciò che è “autentico” e di ciò che è romanzato.

Per concludere, lo spettacolo sembra sortire il suo scopo, che appare quello di un’operazione politica ben commercializzata, un’opera su commissione. Ma di chi e perché? Una propaganda demagogica poco intelligente ed alquanto populista, che fa leva sull’ignoranza ma soprattutto spera forse nella pigrizia di un pubblico variegato, anche di intellettuali di parte, che probabilmente non si andrà mai a verificare criticamente la storia rappresentata e qui giudicata, ma comodamente tornerà a casa e soprattutto nelle scuole, a dire ai propri figli che finalmente qualcuno racconta delle verità storiche nascoste dai comunisti per 70 anni. E non funziona così, proprio no.

Ma fortunatamente c’è anche chi, con un po’ più di senso critico, non vorrebbe trovarsi questo “spettacolo dei sentimenti” o delle “emozioni” (definizione dell’autore Cristicchi) come bibliografia o come capitolo dei libri di storia dei nostri figli di oggi e di domani, dove fascisti e antifascisti si minestrano troppo superficialmente, favorendo distorsioni storiche e politiche gravi. Le distorsioni alimentano non verità e conflittualità, e soprattutto non restituiscono di certo giusta commemorazione e rispetto ai vissuti dolorosi di chi non c’è più, o di chi è sopravvissuto ed in una storia più onesta può al limite sperare, per meglio elaborare e trovare un po’ di pace.  

Samantha Mengarelli

   

Stefano Crippa, 27.12.2013

Teatro. Il monologo, con la regia di Antonio Calenda, a rischio di revisionismo

Centinaia di sedie una sopra l’altra, vecchi mobili, camere da letto, oggetti lasciati dagli esuli italiani nel Porto Vecchio di Trieste. Tutti accatastati nel Magazzino 18, anche titolo dello spettacolo di Simone Cristicchi per la regia di Antonio Calenda, che ha debuttato lo scorso ottobre al Politeama di Trieste e sta girando i teatri della penisola. Al cen­tro l’esodo degli italiani dalle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia e il dramma delle foibe, uno spaccato di storia complicato e mai risolto che Cristicchi — memore di sue esperienze passate sul palcoscenico (come Li romani di Rus­sia), riprende in un monologo a metà fra il recitato e la canzone.
Nella messinscena Cristicchi è un archivista romano, inviato al Magazzino 18 dal ministero dell’interno per fare un grande inventario. Andatura dinoccolata, soprabito e valigetta, un guascone che si rifà alla mitologia dell’uomo medio incarnato da Sordi in tanti film: arruffone, egoista, ma che nella finzione passa da un disinteresse totale a una più decisa consapevolezza. Un racconto intervallato da una sorta di compendio veloce dei fatti storici che sconvolsero quelle terre dai primi del Novecento al ’47, cercando di contestualizzarne le vicende. E qui Cristicchi inciampa rovinosamente, mettendo in scena uno spettacolo che si basa quasi esclusiva­mente sul testo di Ian Bernas Ci chiamavano fascisti. Eravamo Italiani, e pro­pone un’interpretazione di quegli accadimenti parziale, se non univoca.
Così la storia tutto ingoia e omologa, senza permettere allo spettatore di valutare le ragioni e i comporta­menti che sono stati alla base di quegli eventi; avvicinando anzi pericolosamente le due ideologie contrapposte, comunismo e fascismo, per omologarle. E generando confusione nel pubblico: perché non si possono dedicare tre minuti tre di «riassunto» alle terribili sofferenze portate dal fascismo in Slovenia; lo sterminio di oltre 350 mila sloveni, croati, serbi montenegrini, slavi nelle regioni occupate e/o annesse dal 3 aprile 1941 al settembre del 43, le 35 mila vittime uccise da fame e malattie in oltre 60 campi di internamento per civili sparsi dal nord al sud Italia, che sono fondamentale per comprendere la successione degli avvenimenti.
«Non mi interessa la politica — racconta in un’intervista al Piccolo il cantautore — Mi interessano le storie, e mi interessa continuare a sviluppare, sia a teatro che con le mie canzoni un’operazione didattica della memoria». Ma per ricostruire una successione di eventi così complessa — e dichiaratamente con «fini didat­tici» — serve un lavoro diverso. Non basta limitarsi a costruire canzoni o, peggio, riutilizzare uno struggente pezzo di Sergio Endrigo come 1947, facendolo passare per un’irredentista. Altrimenti — e ci dispiace perché in passato Cristicchi ha dato prova di sensibilità nel parlare di disagio mentale — si presta solo il fianco al revisionismo storico che avvelena il tessuto sociale di questo paese da troppo tempo.
 

9 giugno 2010 redazione
recensione

Contro il revisionismo. Un documento storico, ricco di insegnamenti
Intervento di Adriana Chiaia alla presentazione del libro di Kurt Gossweiler, alla Fiera “Più libri/Più liberi” di Roma

Vorrei parlarvi della genesi, della motivazione iniziale che ha ispirato questa pubblicazione. E cioè dell’esigenza di trovarvi delle risposte a quegli interrogativi che possono riassumersi nella domanda di “com’è potuto accadere?”.
Mi spiego. Appartengo alla generazione dei militanti dell’allora Partito comunista italiano, maturata teoricamente, politicamente e nella pratica quotidiana nel riflesso delle ripercussioni della cesura nel movimento comunista segnata dal XX Congresso del PCUS ed in particolare dal rapporto “segreto” di Chruščëv che, con la demolizione della figura e dell’opera di Stalin, sotto il pretesto della lotta al culto della personalità, mise in discussione la teoria marxista-leninista e la sua prassi nella costruzione del socialismo e con esse i fondamenti dell’unità del movimento comunista internazionale, con devastanti conseguenze nei partiti comunisti al potere nei paesi socialisti e nei partiti comunisti dei paesi capitalisti (in particolare del PCI, di cui allora facevo parte).
Dallo studio dei documenti, in particolare le tesi contrapposte sulle principali questioni teoriche del PCUS da un lato e del PCC dall’altro, pubblicate nel 1964 dalla Casa editrice Einaudi nel libro Coesistenza e rivoluzione, a cura di Paolo Calzini e Enrica Collotti Pischel, nonché dai documenti del Partito del Lavoro d’Albania, risultava chiaramente quali settori del movimento comunista internazionale si opponevano al “nuovo corso” e quali vi si adeguavano o addirittura nelle tesi chruščëviane trovavano conferma e incoraggiamento alla loro linea revisionista (come affermato all’VIII Congresso del PCI).
L’interrogativo – e certamente non solo mio – cui mi riferivo all’inizio del mio intervento era (e da qui la ricerca di una risposta negli scritti di Gossweiler): come era stato possibile che migliaia di militanti comunisti di provata adesione teorica al marxismo-leninismo e di altrettanto provata pratica rivoluzionaria, organizzati nei partiti comunisti, formati nelle file della IC, non si fossero sollevati e uniti in un nuovo movimento rivoluzionario per impedire un simile corso che avrebbe portato lentamente, ma inesorabilmente (con “passo di colomba” intitola Gossweiler i suoi Diari) ai risultati catastrofici che oggi i nostri nemici sbandierano e molti compagni lamentano (ovviamente con diverse interpretazioni)?
Più che nei Saggi, scritti in epoca posteriore con la scientificità e la visione complessiva e ponderata dello storico, nei suoi Diari ho trovato la risposta.
Pur rendendosi conto quasi dall’inizio, subito dopo la morte di Stalin (con il 1953 inizia la Cronaca) del ruolo controrivoluzionario di Chruščëv e del gruppo dirigente revisionista, tanto da avanzare perfino tesi complottistiche, Gossweiler, nell’esame degli avvenimenti, nel commentare le notizie riportate dalle fonti di cui disponeva (se ci sarà tempo, qui o in altra occasione, potremo commentare la loro relativa ristrettezza, come ammesso dallo stesso Gossweiler) passa da momenti di forte accusa, di invettiva e di sconforto, a momenti di illusione e soverchia fiducia nel ruolo del gruppo degli oppositori interni alla nuova direzione del PCUS (la parte sana del partito, Molotov e altri) e nutre la speranza che questa opposizione possa prevalere, riaffermare la teoria e la prassi derivante dai principi del marxismo-leninismo e far riprendere la costruzione del socialismo iniziata da Lenin e portata avanti vittoriosamente da Stalin.
All’adesione al revisionismo dei Tito, dei Gomułka, degli Imre Nägy, che egli denuncia con la pubblicazione e il commento di importanti documenti e interventi che vanno tutti nella direzione dello smantellamento delle strutture economiche e politiche del socialismo, egli contrappone le posizioni del Partito comunista cinese e, tra gli oppositori iscrive Togliatti e Thorez. (E qui ci sarebbe da aprire una parentesi, che non vi è il tempo di sviluppare, sull’errore di prospettiva che genera il giudizio unilaterale su Togliatti da parte di Gossweiler, che isola l’aspetto del prestigioso dirigente della IC e ignora il suo ruolo come capo del “partito nuovo” e convinto sostenitore della via italiana al socialismo, in conformità con le tesi revisioniste del XXII Congresso del PCUS).
Gossweiler gioisce della caduta di Chruščëv per poi rendersi conto della continuità della strategia revisionista nella dirigenza del PCUS. Amare sono le sue autocritiche, sincero il riconoscimento dei suoi “pii desideri”, fino al punto da interrogarsi, nelle sue “Considerazioni conclusive” sulla validità della pubblicazione dei suoi Diari. Noi affermiamo con convinzione la loro utilità ed il loro valore di prezioso documento storico.
I Diari di Gossweiler danno conto infatti del perché, a bloccare la (in)arrestabile discesa sul piano inclinato del revisionismo, non si siano riunite nel movimento comunista nel suo complesso (eccezion fatta, come già detto, per il Partito comunista cinese) le condizioni per la ripresa della teoria marxista, che si erano verificate, dopo il fallimento della II Internazionale e il tradimento dei suoi capi, con il riaffermarsi della teoria autenticamente marxista ad opera di Lenin e della teoria e della prassi rivoluzionarie nel Partito bolscevico e nei partiti dalla Prima Internazionale comunista.
La risposta alla domanda iniziale di “come sia potuto accadere” discende inoltre da un altro importante insegnamento che si ricava dagli avvenimenti del periodo storico trattato nell’opera di Gossweiler. Riguarda la fase della costruzione del socialismo nelle Repubbliche popolari dell’Europa dell’Est.
La rivoluzione non è un pranzo di gala, come avvertiva Mao Zedong, ma nemmeno la costruzione del socialismo – il periodo di transizione dal capitalismo al comunismo – lo è.
È il periodo in cui la nuova società deve liberarsi dalle scorie della vecchia, il periodo in cui i nuovi germogli del comunismo, come li chiamava Lenin, si fanno faticosamente strada tra la sterpaglia del passato che vorrebbe soffocarli. Se la rivoluzione abolisce i vecchi rapporti economici e sociali, bisogna ancora lottare non solo perché non si ristabiliscano, ma anche per affrancarsi dalla loro ideologia, dal modo di pensare delle classi sconfitte, dalle abitudini, dalle credenze religiose, dalle superstizioni, dai pregiudizi inveterati.Secondo la concezione dialettica dell’unità degli opposti, nel periodo di transizione si ha l’unità del vecchio con il nuovo, la soluzione della contraddizione si ha quando uno degli opposti prevale sull’altro. La costruzione del socialismo avanza se il nuovo prevale sul vecchio, arretra se il vecchio prevale sul nuovo.
Il cammino impervio della nuova società socialista, non si svolge in un asettico laboratorio in cui, scientificamente, si sperimenta, si controllano i risultati, si correggono gli errori. Avviene invece nel fuoco della lotta di classe in cui deve fare i conti, oltre che con i tentativi di sovversione e i sabotaggi delle vecchie classi capitaliste spodestate, con l’aggressione esterna del sistema capitalista mondiale che vede messa in gioco la propria esistenza dal pericolo dell’“infezione”, dell’estendersi dell’esempio alle popolazioni sfruttate ed oppresse di tutto il mondo.
La grande vittoria sul nazi-fascismo, a conclusione della Seconda guerra mondiale, in parte preponderante ascrivibile alla ferma e saggia guida del Partito comunista (b) con alla testa Stalin, all’eroismo dell’Armata Rossa, all’unità intorno al Partito dell’intero popolo sovietico, alla sua resistenza e al suo sacrificio, non fece cessare l’aggressività del mondo imperialista contro l’URSS ed il campo socialista. Alla guerra fredda si accompagnavano nuovi progetti di distruzione nucleare contro l’URSS, pianificati dal governo degli Stati Uniti e dal Pentagono.
Le dimensioni raggiunte dal campo socialista che, con la vittoria della rivoluzione cinese e la nascita delle democrazie popolari in Europa dell’Est, si estendeva alla terza parte dell’umanità, non dissuasero i tentativi di aggressione, economica, politica, ideologica che l’imperialismo metteva in campo, ma anzi li intensificarono. Essi variavano dall’aperto incitamento alla sovversione interna degli Stati socialisti mediante il sostegno in termini di denaro e armi alle ex classi dominanti, a modalità e tattiche più subdole e camuffate: dalla corruzione e dall’incitamento al boicottaggio degli appartenenti ai vecchi apparati amministrativi e burocratici statali, all’istigazione alle ribellioni “popolari” causate dallo scontento per determinati errori e determinate misure dei governi socialisti e dei partiti comunisti al potere, all’incoraggiamento all’opposizione degli intellettuali e degli artisti che temevano di veder limitarsi la loro libertà di espressione.
Citiamo alcune delle iniziative, messe in campo, negli anni Cinquanta, al fine di “liberare” i paesi al di là della “cortina di ferro” e aprirsi quindi la strada per attaccare l’Unione Sovietica.
Il 2 ottobre 1950 Le Monde scrive: “Un credito di 100 milioni di dollari è previsto nel disegno di legge americano relativo all’aiuto militare ed economico all’estero, allo scopo di permettere la costituzione di corpi speciali di rifugiati dei paesi all’Est della cortina di ferro. Queste unità, precisavano le informazioni di Washington, saranno integrate a delle divisioni americane e inserite nell’esercito atlantico.”[i]
“Nel 1950 i servizi della guerra psicologica dell’esercito americano, per decisione del loro governo, lanciano il progetto Radio Free Europe. Da un dispaccio della Reuter, del 25 ottobre 1950: “Il generale Lucius D. Clay, già comandante della zona americana, ha annunciato che il servizio che è posto sotto la sua direzione, sta costruendo delle potenti emittenti per sostenere la propaganda diretta verso i paesi dietro la cortina di ferro. Il personale sarà reclutato tra coloro che sono recentemente fuggiti dai paesi dell’Est europeo, ai quali questa propaganda è destinata […].”[ii]
A partire dal 1950, gli Stati Uniti si impegnano in una politica detta di “liberazione delle nazioni imprigionate”, della quale James Burnham, fino al 1940 braccio destro di Trockij, si fa l’avvocato. È l’epoca in cui Burnham e quasi tutto l’establishment americano attendono con una impaziente passione, la guerra, meglio, la Terza guerra mondiale… È in questo contesto globale che Burnham situa l’attività americana in Ungheria e nell’Europa dell’Est.[iii]
Un avvenimento inatteso e di enorme importanza era tuttavia intervenuto a mutare le condizioni dello scontro tra il mondo imperialista e quello socialista. Dopo la morte di Stalin, il PCUS era diretto dalla corrente revisionista capeggiata da Chruščëv. In questa nuova situazione, e specialmente in seguito alla svolta del XX Congresso del PCUS, la politica dei paesi imperialisti, ed in prima fila degli Stati Uniti, pur restando aggressiva nei confronti del campo socialista, adotta nuovi accorgimenti tattici.
Nel 1954 “il Consiglio di sicurezza nazionale USA nelle sue sedute segrete approva l’idea che non si possa poggiarsi su una ‘politica di liberazione’ frontale. Faremmo meglio, viene affermato, se spingessimo i dirigenti locali dagli Stati est-europei a staccarsi gradualmente dai loro padroni del Cremino” (Kurt Hagen al 30° plenum, citato in Sonntag, n. 3/4, 1957).[iv]
D’altra parte i partiti comunisti che avevano preso il potere nelle Repubbliche popolari dell’Est europeo si erano formati a partire dai quadri comunisti, temprati nelle galere fasciste e nella lotta clandestina e educati ideologicamente in base ai principi marxisti-leninisti. I Bierut, i Rákosi, rientrati nei loro paesi, vi avevano guidato la lotta clandestina e organizzato i Fronti antifascisti della Resistenza e avevano fondato i partiti comunisti ispirandosi alla teoria e alla prassi marxiste-leniniste. Dopo la vittoria sul nazismo avevano cominciato ad edificare il socialismo, sulla base dell’economia centralizzata e pianificata e della collettivizzazione dell’agricoltura.
Tuttavia, le circostanze e la situazione politica avevano portato alla fusione dei partiti comunisti con i partiti socialisti o con l’ala sinistra della socialdemocrazia. Questi partiti unificati includevano quindi, accanto ai quadri comunisti, membri, anche sinceramente antifascisti, ma non altrettanto preparati e dotati di coscienza di classe e spesso oscillanti davanti alle difficoltà. La loro compagine era dunque ben lontana dalla ferrea unità e disciplina che stavano alla base della funzione di guida del Partito bolscevico ed essi erano privi della sua lunga esperienza di lotta rivoluzionaria, politica e ideologica condotta fino alla vittoria della rivoluzione d’Ottobre, dell’esperienza di lotta politica ed ideologica nel consolidamento della dittatura del proletariato e nelle diverse fasi della costruzione del socialismo. Essi agivano in una situazione generale profondamente cambiata e dirigevano un proletariato e in primo luogo una classe operaia e una intellighenzia completamente differenti da quelli della Russia del 1917 e degli anni successivi fino alla fine della Seconda guerra mondiale.
Lenin aveva tratto dalla sua esperienza questi insegnamenti universali: “Se sono presenti nelle proprie file dei riformisti, dei menscevichi, non si saprà far trionfare la rivoluzione proletaria e non si saprà salvaguardarla. In Russia molte volte si sono presentate situazioni difficili nelle quali il regime sovietico sarebbe stato certamente rovesciato, se i menscevichi, i riformisti, i democratici piccolo-borghesi fossero rimasti nel nostro Partito. In momenti simili non è solo un’assoluta necessità escludere dal Partito i menscevichi, i riformisti, i turatiani [Lenin si riferisce a Filippo Turati, socialista riformista italiano, ndr], può anche essere utile escludere degli eccellenti comunisti, suscettibili di esitare ed esitanti nel senso dell’unità con i riformisti, allontanarli da tutti i posti importanti. Alla vigilia della rivoluzione e nei momenti della lotta più accanita per la vittoria, le minime esitazioni all’interno del Partito possono perdere tutto, strappare il potere dalle mani del proletariato.”[v]
Tutti questi elementi, esterni ed interni, stanno alla base dei tentativi di golpe controrivoluzionari che si verificarono nel 1953 nella Repubblica popolare tedesca, e nel 1956 in Polonia e in Ungheria, e del modo in cui i partiti comunisti al potere seppero affrontarli, contrastandoli decisamente (come nella Repubblica popolare tedesca) o facendo concessioni che avrebbero cambiato profondamente la natura socialista della società (come in Polonia e in Ungheria).
I movimenti controrivoluzionari sono rappresentati nella pubblicistica borghese e revisionista, e purtroppo anche nella quasi totalità dei manuali di storia in uso nelle scuole, come “insurrezioni popolari” contro i “regimi totalitari”, represse nel sangue dai rispettivi governi con l’appoggio dei carri armati sovietici. Nei Diari di Gossweiler questi tentativi controrivoluzionari sono affrontati, ricercandone le cause esterne, senza nascondere le responsabilità dei governi e dei partiti comunisti di quei paesi e soprattutto di quella del PCUS che, come già detto, era diretto, dopo la morte di Stalin, dalla corrente revisionista capeggiata da Chruščëv. Altrettanto si è cercato di fare nelle “Note storiche”, a cura della redazione.
Non era quindi dai paesi socialisti dell’Europa orientale, non era dai partiti alla loro guida che poteva sollevarsi una nuova ondata rivoluzionaria che arrestasse il corso revisionista di quello che era stato il partito di Lenin e di Stalin e impedisse quella che Gossweiler chiama la catastrofe finale.

Zambon editore, 2009

[i] Citato in Ludo Martens, L’URSS et la contre-révolution de velours, Editions EPO, Bruxelles, 1991, pp.100, 101.

[ii] Ibidem, p.101

[iii] Ibidem, p.101

[iv] Gossweiler, Diari, Principio di gennaio, p. 304

[v] Lenin, “I discorsi ipocriti sulla libertà”, citato in: Stalin, Le questioni del leninismo; Principi del leninismo. Edizioni Tirana, 1970, p.111

 


11 marzo 2007 redazione
recensioni

La Rivoluzione d'Ottobre
Memorie e testimonianze dei protagonisti
Una lunga introduzione di Adriana Chiaia ci riporta all’attualità delle teorie di Marx e di Engels, all’audacia di Lenin, Stalin e dei rivoluzionari di tutto il mondo

È un libro per ricordare il valore universale dell’evento che segnò la storia dell’umanità e per rivendicarne i suoi insegnamenti contro ogni revisionismo e negazionismo.  Nella prima parte, attraverso le testimonianze dei protagonisti, rivivono le febbrili giornate dell’insurrezione di Pietrogrado e dell’assalto al Palazzo d’Inverno. Il pressante appello di Lenin “l’indugio significa la morte” si materializza nel fermento del quartier generale del Comitato militare rivoluzionario (Smol’nyj), cuore pulsante della rivoluzione.
La seconda parte del libro offre un quadro entusiasmante dell’incendio rivoluzionario che si propaga in tutta la Russia: da Mosca a Kiev, a Sebastopoli, fino alla Siberia e all’estremo Oriente.
La terza parte descrive i primi passi del potere sovietico: la creazione del Consiglio dei Commissari del popolo, i primi decreti emanati dal Governo operaio e contadino sulla pace e sulla terra, in immediata attuazione del programma e delle parole d’ordine del Partito bolscevico.
Nelle ultime pagine le voci dei controrivoluzionari, l’intreccio dei sentimenti di odio, d’impotenza, di rassegnazione, di disperazione e di miseria morale, espressioni di un mondo morente, travolto dalla tempesta rivoluzionaria.
Nell’introduzione la curatrice, Adriana Chiaia, ripercorre le tappe del pensiero leninista, autentico erede dello spirito rivoluzionario del marxismo: la concezione del partito, l’analisi dell’imperialismo, la teoria della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato. Teoria che, in rapporto dialettico con la prassi del partito bolscevico, ha condotto alla vittoria la rivoluzione d’Ottobre ed instaurato il potere dei soviet degli operai e dei contadini.
Lo spazio maggiore dedicato alla parte teorica e storica nell’introduzione ha lo scopo – come spiega Adriana – di fornire il quadro, necessariamente sintetico, dei fondamenti della teoria leninista, prezioso patrimonio che ha guidato la pratica politica del Partito bolscevico, dei suoi militanti e di migliaia di proletari nella lotta e nel trionfo della rivoluzione. Una scelta che sottintende una speranza ed un auspicio. L’autrice vorrebbe, appunto, che i lettori fossero stimolati da questo lavoro e cercassero nella lettura o nella rilettura e nello studio dei testi riportati una verità da troppo tempo cancellata e si impossessassero di quest’arma formidabile più che mai utile in questo momento in cui da più parti – anche da quei partiti che nominalmente si richiamano al termine comunista – si accantona la lotta di classe e la prospettiva di una società socialista.
Lo scritto di Adriana riporta all’attenzione l’attualità delle teorie di Marx e di Engels e l’audacia di Lenin, Stalin e dei rivoluzionari di tutto il mondo che hanno abbracciato la teoria marxista, l’hanno sviluppata nell’epoca dell’imperialismo e delle rivoluzioni coloniali e calata nelle condizioni specifiche dei rispettivi paesi e che hanno dimostrato nella pratica la validità delle loro idee.
Le lotte degli sfruttati e degli oppressi, infatti, saranno vincenti se loro, forti del patrimonio della teoria e della pratica del movimento rivoluzionario e comunista, si uniranno contro il nemico comune: il capitalismo imperialista.
E questo libro è un contributo a dare solide radici al futuro che si auspica, a trasformare l’aspirazione ad “un mondo migliore” nella consapevolezza che il solo “mondo migliore” possibile è la società socialista. Il mondo socialista, nel massimo della sua espansione che ha compreso un terzo dell’umanità, ha dimostrato di essere capace di emancipare economicamente, politicamente e culturalmente enormi masse popolari. Questo mondo è esistito e deve essere nuovamente ricostruito perché è l’unica alternativa possibile alla barbarie del capitalismo imperialista e che, con le sue guerre infinite, annienta intere popolazioni e distrugge interi paesi; impone le sue politiche di rapina, rende schiavi, impoverisce e costringe all'emigrazione milioni di uomini; saccheggia le risorse naturali dei paesi dipendenti e, con il suo consumo dissennato, minaccia perfino la sopravvivenza dell’intero pianeta.
La Rivoluzione d'Ottobre, Memorie e testimonianze dei protagonisti
a cura di Adriana Chiaia, Zambon editore, f.to 13x21, pp. 336, 12,80 euro

Distribuzione

nelle librerie:
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tel. 051969312 - fax 051969320
Per privati, biblioteche e circoli culturali: DIEST
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10 marzo 2007 redazione
rcensioni

Il dossier nascosto del "genocidio" di Srebrenica
La verità sull'episodio della guerra in ex Jugoslavia presentato dai grandi media come la peggiore atrocità in Europa dalla seconda Guerra Mondiale.
- L'analisi del gruppo di ricercatori americani
- Documenti e testimonianze inedite
- Il rapporto censurato dei Serbi di Bosnia
- Un video dubbio passato al microscopio
Il libro - il secondo di una collezione che vuole essere il riflesso fedele di una realtà troppo spesso deformata dai grandi media e che si impegna a pubblicare documenti inediti, nascosti o ignorati - è la versione italiana del documento edito in Francia dalle Editions Le Verjus (2005): Le dossier caché du "genocide" de Srebrenica.
Traduzione di Jean Toschi Marazzani Visconti, editing di Ivana Kereki, collana Frontiere del Presente
edizioni La Città del Sole, Napoli 2007, 12 euro

IL CORRIDOIO
Viaggio nella Jugoslavia in guerra (1992... 2007)
Dall'epoca dell'"equilibrio bipolare" (prima dell'abbattimento del muro di Berlino) si è passati a quella della "guerra globale permanente" (dopo l'abbattimento delle Torri Gemelle) percorrendo uno stretto crinale: quello della crisi jugoslava...
È questo il passaggio che conduce a tutte le altre operazioni di conquista e dominio neocoloniale del mondo contemporaneo. Otto anni fa, il 24 marzo 1999, l'Italia partecipava ai bombardamenti NATO su quei territori. In Toscana nell'estate del '99 dal Kosovo "liberato" arrivavano tante famiglie – rom, askalija, goranzi... - sfuggite alla pulizia etnica degli irredentisti pan-albanesi, e vittime di strategie geopolitiche spietate i cui danni sono sotto agli occhi di tutti.
Ciò che gli usa e i paesi della Nato hanno fatto in Jugoslavia nei terribili anni ’90 è una delle pagine più ignominiose della storia della civiltà occidentale. Gli eventi sono stati illustrati dai mezzi di informazione di massa del civile e colto Occidente in modo tale che sul davanti della scena aveva luogo una grandiosa falsificazione della tragedia che si svolgeva di fatto sotto gli occhi della comunità internazionale e con la sua attiva partecipazione. Sono stati necessari gli sforzi onesti e coraggiosi di giornalisti, politici, scrittori, gente comune perché le briciole di una terribile verità cominciassero ad essere conosciute, per quanto era possibile, da vasti strati della opinione pubblica internazionale.
In questo libro l’autrice, Jean Toschi Marazzani Visconti - che è stata collaboratrice de Il Manifesto, liMes, Avvenimenti, Maiz e che non è una persona politicamente impegnata e non ha partito - riporta le sue esperienze e memorie di ritorno dai viaggi attraverso la guerra e la disinformazione, dopo aver osservato i fatti rivelando l’offesa dell’onore di un intero popolo, strappando i veli dal mito della democratizzazione della Jugoslavia: dalla Repubblica Serba di Bosnia al Bihac, dalle Krajine al Kosovo tuttora in bilico per una cinica operazione di ridefinizione dei confini in Europa.
introduzione di Alexander Zinov'ev
ed. La Città del Sole, 2005, 400 pagine, 18 euro

 

 


1 marzo 2006 redazione
Un bel tacer non fu mai scritto

IL MANUALE DI AUTODIFESA POLITICO-LEGALE
Uno strumento utile per i militanti
Il “Manuale”, che si avvale del contributo di altri lavori analoghi pubblicati nei decenni scorsi, è collegato all’attività complessiva della “Campagna contro l’art. 270 del C.p. e reati associativi” ed è concepito in due parti: 1. Gli organi inquirenti e le norme di procedura penale; 2. analisi dei reati che più comunemente vengono contestati a chi svolge attività politica. Il motivo di questa impostazione – come si legge nell’introduzione – sta nella volontà di fornire prioritariamente la conoscenza degli apparati repressivi e del loro operato a partire dalle forme di controllo fino al rinvio a giudizio (da indagato ad imputato) proponendo le varie tipologie di reati più “frequenti” e le relative conseguenze.
Vi sono inoltre alcuni fac simili riproducibili per eseguire autonomamente specifiche procedure e, nella parte finale, un capitolo dedicato all’approfondimento del carcere: “Quando sull’orizzonte si chiudono le sbarre”.
Un bel tacer non fu mai scritto, 128 pagine, copertina plastificata, f.to tascabile (cm. 12x17), euro 5,00
per la richiesta di copie scrivere a:
putilov@virgilio.it

"Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba"
Il libro, edito da Sperling & Kupfer, nella collana Continente desaparecido, è una raccolta di saggi di alcuni dei più prestigiosi intellettuali nordamericani e no, sull'attività eversiva portata avanti negli anni da gruppi di cubano-americani della Florida contro l'Isola della Revolución. Un'attività criminosa che ha causato più di tremilacinquecento morti. In particolare il libro documenta la storia di cinque agenti dell'intelligence cubana infiltrati a metà degli anni ‘90 nella società nordamericana per cercare di smascherare le centrali di queste azioni dinamitarde. I cinque riuscirono a reperire le prove delle azioni criminose e il governo dell'Avana le segnalò all'allora presidente Clinton. Ma l'Fbi, invece di neutralizzare i terroristi, arrestò per spionaggio i cinque cubani che da sette anni sono in carcere, che hanno avuto un processo farsa a Miami solo dopo tre anni di sofferenze in prigioni "speciali" (per un periodo addirittura in completo isolamento) e che ora affrontano con qualche speranza un nuovo processo, dopo che l'estate scorsa la Corte d'appello di Atlanta ha riconosciuto il pregiudizio che ha viziato l'intero processo e le omissioni commesse riguardo al diritto degli imputati e alla valutazione delle prove. Tutto questo mentre i protagonisti di questa feroce attività terroristica sono liberi negli Stati Uniti, o come Luis Posada Carriles sono in un centro di detenzione migratorio e hanno richiesto asilo politico invocando addirittura, con un messaggio esplicito, "il segreto di Stato" per il loro caso. Una patata bollente per il presidente Bush che afferma di voler combattere il terrorismo.
L'opera, curata da Salim Lamrani ricercatore della Sorbona di Parigi, ha una testimonianza iniziale di Gabriel García Márquez, protagonista - su invito del governo cubano - di un’iniziativa per fermare questo terrorismo rivolta al presidente nordamericano Clinton, senza successo.
Gli autori: Noam Chomsky (semiologo e sociologo del Mit di Boston), Howard Zinn o Michael Parenti, Piero Gleijeses, funzionari dell'amministrazione nordamericana e diplomatici delusi dalla realtà politica del loro paese come William Blum, Wayne Smith, Saul Landau; vecchi combattenti per i diritti civili come Michael S. Smith, James Petras; l'avvocato Leonard Weinglass; il direttore di Le Monde Diplomatique Ignacio Ramonet, Jitendra Sharma, presidente dell'Associazione internazionale dei giuristi democratici, Ricardo Alarcón, presidente del Parlamento cubano; Gianni Minà e Nadine Gordimer, Premio Nobel per la Letteratura 1991.
Gianni Minà, Ignacio Ramonet, Noam Chomsky, "Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba", Sperling & Kupfer, 16 euro

 



29 giugno 2005 redazione
Trame nere

TRAME NERE
I movimenti di destra in Italia dal dopoguerra ad oggi
Trame nere analizza la nascita e gli sviluppi dei movimenti della destra italiana dal dopoguerra ad oggi, in modo particolare del MSI, diretto discendente della prima organizzazione neofascista, nata dalle ceneri della Repubblica Sociale Italiana, il Fronte Armato Rivoluzionario. Proprio il Movimento Sociale Italiano ha sempre avuto il ruolo di punto di riferimento per tutto l’arcipelago nero, poiché difficilmente vi è stata operazione od organizzazione politica che non abbia avuto come protagonista suoi militanti e dirigenti, ora in veste di suggeritori ora di fomentatori, che coniugavano militanza legale (sempre se così la si vuole chiamare quella in un partito fascista espressamente vietato dalla Costituzione italiana) con quella sovversiva ed illegale.
L’indagine poi si estende fino al passato più recente, con la svolta storica di Alleanza Nazionale e il rifiorire dell’estrema destra, che sotto la guida di vecchi e nuovi personaggi, tende ad inserirsi prepotentemente non solo nella politica ufficiale con appoggi ed alleanze strategiche, ma soprattutto nei movimenti giovanili, primi fra tutti quelli no-global e quelli degli ultras delle squadre di calcio.
Il libro intende offrire al lettore una vasta ed accurata panoramica, sulla composizione e sulle vicende, dei movimenti della Destra italiana dal dopoguerra ad oggi. In modo particolare della maggiore organizzazione neofascista, il Movimento Sociale Italiano e degli altri movimenti, più o meno a lui collegati, che hanno recitato un ruolo da protagonisti nei cosiddetti “anni della tensione”. Il tutto senza trascurare quei gruppi neofascisti che, dopo intense fasi di riorganizzazioni, oggi tendono ad inserirsi nell’entourage politico. La varietà delle sigle, dei personaggi e delle riviste loro collegate, è dovuta ad un’incredibile ramificazione ed eterogeneità della galassia dei movimenti neofascisti.
L’Autore: Giuseppe Scaliati (1978), laureato in scienze politiche all’Università degli studi di Napoli "Federico II" all’indirizzo storico-politico, con una tesi in storia del Pensiero Politico contemporaneo dal titolo Origini e sviluppi dell’Anarchismo. Ha collaborato con quotidiani ed emittenti locali.
Edizione Frilli, Collana Controcorrente
Formato 14x21, pagine, 240, prezzo euro 16,50
In libreria e via: www.internetbookshop.it
http://www.giuseppescaliati.it

 


30 giugno 2005 redazione
Un altro punto di vista

STALIN, UN ALTRO PUNTO DI VISTA
Chi non ricorda le “verità” made in USA sull’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, “informazioni” rimasticate dai governi cobelligeranti e amplificate dai mezzi di comunicazione di massa al loro servizio? Se è ragionevole ribellarsi alle spudorate menzogne sul presente, come non nutrire legittimi dubbi sulle deformazioni del passato, specialmente se si tratta di un passato “scomodo”?
Questo libro è una sfida lanciata all’intelligenza dei lettori che vogliono sottrarsi al predominio del “pensiero unico” che intossica le menti e ottunde le coscienze.
Questo libro è un antidoto contro la propaganda faziosa che cancella e stravolge la memoria storica e falsifica la realtà del passato, così come quella del presente. Il suo autore, Ludo Martens, confuta scientificamente, con un uso puntuale e rigoroso sia delle fonti “occidentali”, sia degli scritti degli oppositori di Stalin, in primo luogo di Trockij, sia di testimonianze per lo più sconosciute al grande pubblico, le menzogne diffuse per decenni sulla costruzione del socialismo in URSS e sul suo principale protagonista, Giuseppe Stalin.
Il libro analizza e smentisce in modo inoppugnabile le falsità sui temi prediletti dalla propaganda nazista, riprese durante la guerra fredda dagli USA e dal mondo occidentale e divenute luoghi comuni: il genocidio per fame degli Ucraini, i 12 milioni di morti nei Gulag, il testamento di Lenin, la collettivizzazione dell’agricoltura e l’industrializzazione imposte da un Partito autoritario, il cieco terrore delle “purghe”, la collusione di Stalin con Hitler.
Dalla lettura del libro si ricava, in positivo, una convincente ricostruzione storica, veritiera e non agiografica, della prima esperienza socialista, capace di resistere e di vincere la macchina da guerra nazista e che trasformò profondamente, in qualche decennio, un Paese arretrato in una società tra le più avanzate industrialmente e culturalmente: dall’aratro di legno di una società contadina feudale al lancio dello Sputnik nello spazio.

Un autre regard sur Staline
è alla sua seconda edizione in lingua francese. Inoltre è stato pubblicato in inglese, tedesco, neozelandese, ceco, arabo, portoghese e greco. Sono in preparazione le edizioni in russo e in spagnolo.
 
Ludo Martens è l’autore di Pierre Mulele ou la seconde vie de Patrice Lumumba (EPO, 1985), L’URSS et la contre-révolution de velours (EPO, 1991), Abo, une femme du Congo (EPO, 1992), Kabila et la révolution congolaise, panafricanisme ou néocolonialisme (EPO, 2002).
Titolo dell’originale: Un autre regard sur Staline. Éditions EPO
Traduzione di Susanna Angeleri e Adriana Chiaia
Introduzione a cura di Adriana Chiaia


30 giugno 2005 redazione
Consigli ai genitori

Consigli ai genitori
Ripubblichiamo, in questa edizione, il testo di A.S. Makarenko Consigli ai genitori. L’educazione del bambino nella famiglia sovietica, a cura di G.Berti, apparso in Italia nel 1950 per le ed. dell’Associazione Italia-URSS. Come può evincersi dalla nota bibliografica che abbiamo apposto in conclusione, si trattava in pratica della prima conoscenza che il nostro paese avviava del grande pedagogista di origine ucraina. La stessa prefazione, che riproduciamo, fu affidata a Giuseppe Berti, noto esponente  e poi storico del PCI, e connotava l’operazione in termini politico-culturali, per la diffusione su più larga scala delle esperienze che provenivano dal paese della Rivoluzione d’Ottobre. L’opera in quanto tale, non fu mai scritta in questo modo da Makarenko. Raccoglieva insieme, Il Libro per i genitori pubblicato a Mosca nel 1937 e che nelle intenzioni dell’autore costituiva il primo di un’opera, La famiglia come collettività sovietica che doveva essere in quattro volumi e alcune conferenze del 1938-39, divulgative delle Lezioni sull’educazione dei bambini, scritte anch’esse nel 1937 e pubblicate nel 1940. (..)

Nella pedagogia makarenkiana l’amore e la felicità, deprivati del senso utilitaristico e del mero possesso di persone e beni materiali, e deprivati anche della trascendenza metafisica mistificatrice dei compiti terreni che spettano agli edificatori di una società nuova, ritrovano il loro senso più pieno di realizzazione collettiva ad un’aspirazione naturale di tutti gli uomini e le donne. Ecco perché egli insiste molto sui rinforzi non materiali da offrire ai figli e, contrariamente ai sistemi basati sul feticismo delle merci e sull’alienazione, è la società nel suo complesso che sostiene i genitori nel loro difficile compito educativo. In termini sintetici, ma persuasivi, bisogna formare dei «produttori» non plasmare dei «consumatori». (..)
L’idea di base della riflessione di V. Gmurman, valente pedagogista sovietico, che riproduciamo in appendice e che fu pubblicata da Rassegna Sovietica nel 1951: la profonda consonanza tra l’impianto filosofico marxista e la pedagogia di Makarenko, forse il più autorevole rappresentante di quella che può essere definita una pedagogia della praxis.
[Dall’Introduzione di Ferdinando Dubla]

«La vera essenza del lavoro di educazione, e probabilmente voi stessi l’avete già intuito, non risiede affatto nei discorsi che voi fate a tu per tu con il bambino, né nella vostra influenza diretta sul bambino, ma nell’organizzazione della vostra famiglia, della vostra vita personale e sociale, nel vostro esempio e nell’organizzazione della vita del bambino. Il lavoro educativo è innanzi tutto il lavoro di un organizzatore. Perciò in quest’opera non vi sono cose secondarie»
A.S.Makarenko


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5 gennaio 2005 redazione
"il cuore nel pozzo"

IN MERITO AL FILM "IL CUORE NEL POZZO"

I polemici sostengono che la televisione è l’arma finale del dottor Goebbels. Noi non ci sentiamo di essere così perentori, però è un dato di fatto che dire “l’hanno detto in tivù” dà una patente di veridicità alle fesserie più enormi. Ed è pure un dato di fatto che, quando si vuole influenzare in un determinato modo la coscienza collettiva argomenti specifici, il modo migliore per ottenere il risultato voluto è quello di far passare in televisione ciò che si vuole far entrare nella testa della gente. Ed a questo scopo, un “buon” sceneggiato (adesso lo chiamano “fiction”, che fa più “americano”) è il sistema perfetto per plagiare la testa della gente.
Così, quando in questi giorni leggiamo di quello che si sta preparando come sceneggiato sulle “foibe”, e come esso viene presentato, ci vengono i brividi per quanto danno provocherà questa operazione mediatica.
Dunque Rai Fiction ha commissionato al produttore Angelo Rizzoli (ve lo ricordate? Era stato travolto dallo scandalo della P2, tempo fa. E chi ancora aveva la tessera della P2, così, a primo colpo di memoria? Berlusconi, l’avvocato Augusto Sinagra...) uno sceneggiato sulle “foibe”. Regista Alberto Negrin; uno dei protagonisti è tale Leo Gullotta che ci dicono sia simpatizzante di Rifondazione Comunista... sarà vero?
Sul sito “Panorama.it” troviamo un articolo firmato da Laura Delli
Colli che dice “Foibe. Un film per capire”. Cosa capiranno dunque i volonterosi spettatori di questo sceneggiato che andrà in onda a
febbraio prossimo venturo? “Il massacro di migliaia di civili inermi. La tragedia della pulizia etnica nelle terre slavizzate a forza. Gli spietati partigiani di Tito in azione...”, scrive la giornalista. Ed ancora: “una tragedia rimossa costata non meno di 20-30 mila vittime, uccise dalla feroce repressione del regime di Tito. Un massacro e una persecuzione di massa con un solo obiettivo, ancora attuale: la pulizia etnica (...) Mentre l’Italia viveva la fine della guerra, i partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito eliminarono con ferocia intere famiglie, uomini e donne e spesso con loro i bambini, solo perché oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della slavizzazione dei territori. Almeno diecimila i desaparecidos di un massacro...”.
Complimenti alla giornalista, che è riuscita in così poche righe ad accumulare una tale quantità di boiate storiografiche (oltre che falsità belle e buone) finalizzate alla diffusione di idee razziste da meritarsi il premio Minculpop alla memoria dei solerti redattori de “La difesa della razza”. Ma per capire se questo è il “messaggio” di verità storica che il regista Negrin intende diffondere alle masse teledipendenti italiane, leggiamo la trama del film. “La storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per mettere in salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di un’italiana, violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di quel bambino per eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio (...) sotto la tonaca di un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone mentre salva i bambini in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato all’orfanotrofio”. L’attore Dragan Bjelogrlic, che impersona il “crudele Novak”, afferma: “La crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in uno sloveno così negativo... In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne alla sofferenza delle violenze etniche”. Quanto al “rifondarolo” Gullotta, ecco come risponde alla domanda della giornalista su cosa gli dica “la sua coscienza civile sulle foibe”. “Ho cercato di capire, di saperne di più (...) dar voce a una tragedia dimenticata è la prima ragione che mi ha convinto ad accettare. Questo non è un film schierato, ma un atto di doverosa civiltà”. Ha cercato di capire, Gullotta? Di saperne di più? In effetti, con questo film si arriva a sapere tanto di più rispetto a quello che è successo in realtà: perché, da quanto scritto in questo articolo, appare una sceneggiatura che si basa su presupposti storici falsi per raccontare una vicenda degna della fantasia di una Liala sadomaso, e che arriva a delle conclusioni che sembrano fatte apposta per rinfocolare quegli odi etnici che al nostro confine orientale non si sono mai sopiti.
Quali sono le falsità? La pulizia etnica, mai esistita da parte dei “partigiani di Tito” (ma è tanto difficile accettare il dato di fatto storico che si era trattato di un esercito, sia pure popolare, riconosciuto come cobelligerante dagli Alleati?); la “slavizzazione forzata”, dove nei territori di cui si parla (l’interno dell’Istria) gli italiani non sono mai stati la maggioranza; la quantità dei morti, che non sono stati né “venti-trentamila”, né migliaia, ma poche centinaia nell’autunno del ’43 e nessuno (sì, avete letto bene: nessuno) dopo la primavera del ’45, in Istria, perché mentre nella prima ventata di potere popolare, dopo l’8 settembre, una sorta di jacquerie comportò esecuzioni più o meno sommarie nei confronti di esponenti del regime fascista, alla fine del conflitto, quando le autorità statali jugoslave presero il controllo del territorio, non ci furono esecuzioni sommarie: e se qualcuno fu processato e condannato a morte da tribunali regolarmente insediatisi, questo è un fatto che non avvenne solo in Jugoslavia, ma in tutta Europa, Italia compresa.
Ma la falsità più grossa, e quella che fa particolarmente schifo, è l’uso strumentale che viene fatto dei bambini in questa operazione di bassa macelleria cinematografica. È del regista Negrin (che ci dicono sia ebreo) l’idea (che non appare neppure nei peggiori libelli prodotti dalla propaganda nazifascista dell’epoca) che i “partigiani di Tito” si dedicavano alla deportazione ed al massacro dei bambini, bruciando orfanotrofi ed “infoibandone” gli ospiti? Forse il regista è stato influenzato da tutte quelle sceneggiature uscite negli ultimi anni sulla Shoah, dove si vedevano i nazisti andare a caccia di bambini ebrei che poi venivano fortunosamente salvati, e dato che, essendo in epoca di par condicio, e banalizzazione storica allo scopo di dimostrare che nazisti e comunisti erano cattivi ugualmente, il soggetto che va bene per una fiction sui cattivi nazisti va bene anche per una sui cattivi comunisti?
La “consulenza storica”, leggiamo sempre nell’articolo, sarebbe di un certo Giuseppe Sabbatucci, ma in Internet non abbiamo trovato nessuno storico con questo nome: l’unico storico Sabbatucci fa di nome Giovanni, che, da quanto siamo riusciti a capire, dovrebbe essere un autore di testi scolastici. Ma se scrive i libri con la stessa serietà e veridicità storica con cui ha dato la propria consulenza per uno sceneggiato come questo, pensiamo che dovrebbe essergli impedito di proseguire con questo mestiere. Ci chiediamo se sia possibile riuscire a fermare la messa in onda di questo film, che può produrre solo altre tensioni ed altri odi, e non farà sicuramente “luce” su alcunché. Eppure non avrebbe dovuto essere tanto difficile riuscire a “saperne di più”, come dice Gullotta, senza incappare in certe falsità come quelle che abbiamo letto sopra. Basta cercare alcune pubblicazioni (neanche tutte di fonte “slavocomunisti”, come vedremo nelle note) e si riesce a saperne di più inquadrando correttamente il problema dell’Istria e delle foibe istriane.
Il primo periodo che va preso in considerazione è quello immediatamente successivo all’8 settembre 1943, quando le truppe partigiane dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo presero possesso di una parte del territorio istriano. Il potere popolare durò una ventina di giorni in alcune zone, un mese in altre: poi i nazifascisti ripresero il controllo su tutta l’Istria. Dai giornali dell’epoca [1] leggiamo che l’“ordine” riconquistato costò la vita di 13.000 istriani, nonché la distruzione di interi villaggi. Nel contempo i servizi segreti nazisti, in collaborazione con quelli della RSI, iniziarono a creare la mistificazione delle “foibe”: ossia i presunti massacri che sarebbero stati perpetrati dai partigiani. In realtà dalle “foibe” istriane furono riesumati, stando al cosiddetto “rapporto” del maresciallo Harzarich, che guidò le esumazioni dalle foibe su incarico dei nazifascisti nell’inverno 1943/44 [2], poco più di 200 corpi di persone la cui morte potrebbe essere attribuita a giustizia sommaria fatta dai partigiani nei confronti di esponenti del regime fascista (ma per alcune cavità si sospetta che vi siano stati gettati dentro i corpi dei morti a causa dei bombardamenti nazisti). Però basta dare un’occhiata ai giornali dell’epoca ed agli opuscoli propagandisti nazifascisti per rendersi conto di come l’entità delle uccisioni sia stata artatamente esagerata per suscitare orrore e terrore nella popolazione in modo da renderla ostile al movimento partigiano. Esempio di questa manovra è la pubblicazione di un libello dal titolo “Ecco il conto!”, pubblicato sia in lingua italiana che in lingua croata, contenente alcune foto di esumazioni di salme e basato fondamentalmente su slogan anticomunisti. I contenuti ed i toni di tale mistificazione sono gli stessi che per sessant’anni abbiamo visto propagandare dalla destra nazionalista: “migliaia di infoibati solo perché italiani, vecchi, donne e bambini e persino sacerdoti”; “infoibati ancora vivi” e “dopo atroci torture” (non di rado s’è poi visto che le sedicenti “vittime scampate alle sevizie titine” erano in realtà criminali di guerra che descrivevano le cose che essi stessi avevano fatto ad altri) e così via. Del resto dal racconto di Harzarich risulta chiaramente che i corpi, riesumati più di un mese dopo la morte furono trovati in stato di avanzata decomposizione, ed era quindi praticamente impossibile riscontrare su essi se le vittime fossero state soggette a torture o stupri mentre erano ancora in vita; così come certi particolari raccapriccianti che vengono riportati dalla “letteratura” delle foibe (ad esempio il sacerdote con il capo cinto da una corona di spine ed i genitali tagliati ed infilati in bocca) non hanno alcun riscontro nella relazione di Harzarich.
Tornando al numero degli “infoibati” in Istria nel ‘43, vediamo che da stessa fonte fascista (il federale dell’Istria Luigi Bilucaglia) risulta che nell’aprile del 1945 erano circa 500 i familiari di persone uccise dai partigiani in Istria tra l’8/9/43 e l’aprile 1945. Infatti Bilucaglia inviò a persona di propria fiducia, il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN di Trieste [3].
Anche un articolo del 1949 dà più o meno queste cifre. Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500.000 persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi ed infoibati non possono costituire un atto antitaliano ma un atto prettamente antifascista. Se i partigiani rimasti padroni della situazione per oltre un mese avessero voluto uccidere chi era semplicemente “italiano”, in quel mese avrebbero potuto massacrare decine di migliaia di persone> [4]. Giacomo Scotti, nel suo studio “Foibe e fobie”, cita una , senza però dare ulteriori indicazioni, nella quale , di cui non fa il nome, avrebbe affermato che .
Scotti cita poi una relazione del pubblicista croato professor Nikola Zic, datata 28/11/44 e redatta per conto dei (cioè il governo fantoccio dell’ustascia Ante Pavelic, quindi sicuramente una fonte che non doveva avere simpatie nei confronti del movimento partigiano), resa nota dallo storico fiumano Antun Giron nel 1995. Vale la pena di riportarne alcuni passi. [6]. Va da sé poi che quando la propaganda di destra cita gli “orrori delle foibe”, si “dimentica” regolarmente di citare la quantità di morti che costò la “pacificazione” operata dai nazifascisti nei territori da loro “liberati” dai partigiani. Scrive ad esempio Galliano Fogar [7]: .
Fogar fa anche riferimento ad una “relazione inedita” del dottore Cordovado, intitolata “La dura sorte di Pisino” [8], e scrive . Inoltre, prosegue Fogar, .
Una conferma di questo ci viene ancora una volta da Giacomo Scotti, che, citando nuovamente la relazione del professor Zic, afferma che nelle . Scrive Zic: . Scotti prosegue citando una serie di massacri operati dai nazisti e riferiti da Zic ed elenca alcuni nomi . Ed ancora: [10]. Scotti prosegue citando vari episodi specifici di feroci rappresaglie nazifasciste, descritti nella relazione Zic, e conclude: .
NOTE
[1] “Il Piccolo” di Trieste ed “Il Corriere Istriano”, numeri da ottobre a dicembre 1943
[2] Dati della “Relazione tratta dall’interrogatorio di un sottufficiale dei VV.FF. del 41° Corpo di stanza a Pola”, (Archivio IRSMLT n. 346). Questo testo, che viene comunemente definito“rapporto Harzarich”non è stato redatto all’epoca delle riesumazioni ma due anni dopo in base a quanto detto dallo stesso Harzarich agli Alleati.
[3] Documento datato 24/4/45 pubblicato nel testo di Luigi Papo, “L’Istria e le sue foibe”, ed. Italo Svevo 1998;
[4] “Trieste Sera”, 8/1/49;
[5] Il 13 settembre 1943;
[6] G. Scotti,“Foibe e fobie”,supplemento al numero 2/1997 del mensile “Il ponte della Lombardia”.Queste risultanze storiche sono state esposte dallo studioso anche nel corso del convegno sul tema “La guerra è orrore. Le foibe tra fascismo, guerra e Resistenza” organizzato da Rifondazione Comunista a Venezia (13/12/03);
[7] G. Fogar, “Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali”, Del Bianco 1968, che fa riferimento ad articoli del “Piccolo del 4, 6 e 8/10/43;
[8] In Archivio IRSMLT VIII/366;
9] Il podestà e preside era il dottor Vitale Berardinelli. Troviamo qui la conferma di quanto riportato precedentemente da Fogar nella citazione della “relazione Cordovado”;
[10] G. Scotti, “Foibe e fobie”, cit.
dalla redazione de "La Nuova Alabarda" Trieste


5 gennaio 2005 redazione
l'era di Stalin

L’ERA DI STALIN

L’era di Stalin è un libro utile per conoscere in “presa diretta” la realtà quotidiana, le contraddizioni, i problemi, le finalità di quella straordinaria avventura che è stata la costruzione del socialismo in Unione Sovietica ad opera del Partito Comunista bolscevico guidato da Stalin.
Questo libro è un vero e proprio antidoto, un'arma di "legittima difesa" per il lettore contro la propaganda anticomunista che intossica le menti e le coscienze. È un invito a riflettere, a impegnarsi in un lavoro di ricerca per riappropriarsi di una storia che ci appartiene, per ricostruire una memoria che ci è stata sottratta o che è stata deformata da un costante lavoro di falsificazione operato da "storici" ed "esperti" al servizio delle centrali del potere economico e dei governi che le rappresentano.
Poter conoscere le testimonianze dei protagonisti e dei testimoni diretti degli avvenimenti significa attingere alle fonti storiche di quello che è stato e rimane l’immenso patrimonio del movimento operaio comunista, significa imparare dalla sua esperienza ed anche dai suoi errori per metterci nelle condizioni di dare il nostro contributo alla costruzione di un “nuovo mondo” più giusto e più umano.
L'autrice, Anna Louise Strong, giornalista e scrittrice statunitense, che aspirava ad una società fondata sull'uguaglianza dei diritti sociali e civili e che, nel suo Paese, si era sempre battuta a favore dei diritti dei lavoratori, delle donne e dei bambini svantaggiati, descrive con onestà intellettuale e viva partecipazione la realtà della costruzione del socialismo in Unione Sovietica, negli anni Trenta e Quaranta. La sua attività giornalistica del 1924-1925 si riferisce al periodo in cui la Russia sovietica si risollevava a stento dalle devastazioni causate dalla guerra civile, dall’aggressione degli eserciti delle potenze imperialiste coalizzate e da una terribile carestia con le sue tragiche conseguenze di centinaia di migliaia di morti.

Adriana Chiaia, attraverso l’introduzione, ci introduce alla lettura dei differenti argomenti affrontati dalla Strong: dal socialismo in un solo paese al piano quinquennale; dalla rivoluzione nell’agricoltura alla nuova classe operaia; dalla lotta per la pace al patto che fermò Hitler, alla guerra di tutto il popolo e alla seconda ricostruzione fino al dopo Stalin.

Ne consigliamo la lettura innanzitutto ai giovani, e in generale a quanti hanno cessato di credere nelle “verità ufficiali” e vogliono informarsi sui fatti storici realmente accaduti.

L’era di Stalin, Anna Louise Strong
Traduzione di Alessandro Mazzone, Introduzione di Adriana Chiaia, 224 pagine, 10,00 euro
Edizioni La Città del Sole, Napoli

Zambon Editore,
Verona

Distribuzione nelle librerie: CDA, via Alicata, 2F
40050 Monte San Pietro (Bo)
tel. 051969312–fax 051969320
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1 marzo 2004 biblioteca
recensione

La generazione degli anni perduti
Storie di Potere Operaio di Aldo Grandi
So che molti lettori apprezzano poco la fedeltà e la continuità nelle convinzioni… e prediligono invece le continue metamorfosi, i mutevoli sbalzi o capovolgimenti, le svolte improvvise e avventurose nella rotta. [] Nella mia vita ho visto troppi intellettuali mobili “qual piuma al vento” e acrobatici nel “mutar d’accento e di pensiero” ad ogni soffio d’aria o di ogni cambio di stagione. Non desidero la loro compagnia camaleontica e non ammiro il volteggiare rapido per camminare sempre in discesa e sempre in favore di corrente”. Così Remo Cantoni, nella prefazione a La coscienza inquieta Soren Kierkegaard, nel 1976.
Perché usare questo ricordo universitario per iniziare una recensione al libro di Aldo Grandi su Potere Operaio? Perché, evidentemente, nel libro compaiono personaggi, e discorsi, che ora non troverebbero più albergo negli stessi personaggi di allora, ora molto cambiati. Viene da pensare alla figura del voltagabbana, se non fosse troppo approssimativa. Ma almeno le riflessioni di Cantoni ci possono guidare. Potop, un gruppo composito ed operaista che si barcamenò, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, tra derive appunto operiste, assieme a tentativi di unificazioni con “il Manifesto” gruppo, a discussioni interne estenuanti ed assolutamente, già allora, fuori luogo, tra la volontà di essere partito, posizione di Franco Piperno, e quella di restare solo movimento, questo per Toni Negri. Eterno dilemma per gruppi che non avevano mai capito bene cosa avrebbe voluto dire, in prospettiva, in teoria, ma se tutto avesse funzionato, anche in pratica, prendere ed organizzare il potere, per “fare qualcosa”. Una posizione di continuo e netto minoritarismo che non pose le basi neppure per costruzioni teoriche spendibili. Discorsi che restavano all’interno di una logica gruppettara che ebbe come sbocco soltanto la disperazione del terrorismo oppure la nullificazione nel movimentismo più bieco. Ed i personaggi in vista, Piperno, Negri, Pancho Pardi, Scalzone, solo per citarne alcuni, con contigui compagni di strada, come Sofri, a latere. Destini futuri vari e per alcuni decisamente diversi, arzigogolati, a volte, per salvare un percorso che non si può certo considerare omogeneo. Piperno è approdato all’assessorato cultura di Cosenza la città di Mancini, un esponente socialista, dalle posizioni politiche un po’ confuse; Toni Negri ora ritornato sulla breccia, senza più conti da saldare con la giustizia, difende un approccio movimentista che non ha più niente però delle modalità che lui vedeva all’opera a quei tempi, modalità marxiste; Scalzone, perso in Francia da troppo tempo per questioni simili a quelle di Negri, una voce nel deserto che ogni tanto si fa sentire; Pancho Pardi fa a tempo pieno il “girotondino”, senza speranza in un futuro prospettico, legato sempre però a chimere movimentiste. Di Sofri si sa troppo per riassumere. Posizioni che nel libro, che si riferisce agli anni ‘60/70, risaltano su un terreno marxista che, ora, abbandonato, rimangono come monumenti di grande disperazione teorica. L’ultimo abbraccio sarà forse per tutti la chiesa (e per qualcuno già lo è)? Chiesa vuole dire, gerarchia cattolica, papa, vescovi, ecc. Non pare un grande risultato per chi vedeva in ogni momento organizzato una camicia di costruzione per la rivoluzione internazionale ed operaia. Ma nel libro vengono ricordati alcuni momenti importanti: quali l’antipatia per la Resistenza, l’astrusità del lessico di Potop, i suoi giornali erano illeggibili per le masse, cui gli stessi facevano riferimento; svalutazione della strategia della tensione; irrisione per gli altri gruppi politici radicali; avventurismo militare.
Il gruppo si scioglie dopo un congresso plumbeo in una località defilata, Rosolina, in provincia di Rovigo. In pratica, un congresso per sciogliersi che libera nella società italiana schegge in libertà che poi ebbero storie veramente pesanti, legate alla vicenda “7 aprile” agganciata al delitto Moro. Come dice l’Autore del libro, un’altra storia. Queste derive di sbandamento teorico hanno poi partorito ancora le attuali collocazioni politico-culturali dei vari ex leader di Potop, che prima ricordavamo. Una storia infinità?
Tiziano Tussi
Aldo Grandi, La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio, Einaudi, Torino, 2003, p. 356, euro 15,50



2 gennaio 2004 ufficio stampa
Gramsci storico
GRAMSCI STORICO – UNA LETTURA DEI “QUADERNI DEL CARCERE"

Nel testo l’Autore ricostruisce il percorso di analisi storica dei Quaderni del carcere di Gramsci relativo all’ascesa e alla crisi della “società moderna”, fino al dispiegarsi dei regimi fascisti del dopoguerra. L’A. evidenzia alcuni punti di particolare rilievo, nella riflessione storico-politica gramsciana, per l’interpretazione della crisi politica del tempo e che può meritare anche un nostro approfondimento per le diverse analogie con la situazione attuale. In sostanza viene evidenziata l’analisi dialettica, che Gramsci conduce, analizzando la funzione moderna dello Stato, la crisi insita nello stesso sviluppo dell’egemonia borghese e del relativo sistema di produzione capitalistico, nonché le dinamiche conflittuali e contraddittorie che hanno accompagnato tutto lo sviluppo storico della società moderna.Sarà pertanto opportuno tornare in seguito sul testo per una discussione su queste tematiche.
Nei primi capitoli Burgio descrive la complessità e ambiguità del conflitto di classe che conduce all’ascesa politico-economica della borghesia e alla creazione del moderni Stati europei, come è evidenziato nei Quaderni gramsciani. Lo Stato moderno infatti prende forma in virtù di una centralizzazione dei poteri, risultato della vittoria della borghesia, mentre nelle forme statali premoderne prevaleva una frammentazione dei corpi sociali e dei centri di potere. L’età della borghesia parte, storicamente, ma non solo, dalla rivoluzione francese.In Francia dal 1789 fino alla Comune di Parigi si è avuta la fase progressiva ed espansiva della borghesia, con prevalenza della relazione egemonica rispetto alla dinamica coercitiva, all’impiego prevalente della forza. La borghesia francese, al termine di un processo conflittuale secolare, ma sempre più ampio e acuto, contro l’aristocrazia, si allea apertamente con il proletariato urbano in lotta, per sconfiggere l’ordine feudale (in realtà la Rivoluzione francese è stata a lungo preceduta da una lotta per il potere in cui la stessa borghesia aveva conquistato posizioni strategiche di direzione economica e culturale).
Con la repressione della Comune di Parigi si chiude anche in Francia il ciclo progressivo, allorché la nuova classe dominante, ormai definitivamente vittoriosa sul vecchio ordine feudale, per scongiurare il rischio di una ulteriore radicalizzazione da parte del proletariato, sancisce la fine storica di tutti i germi rivoluzionari, sopprimendo le forze sociali più innovatrici: la fase rivoluzionaria francese si chiude dopo ottant’anni. Si ritorna così alla concezione dello Stato come pura forza.
Nel resto dell’Europa, a differenza della situazione in Francia, l’arretratezza culturale, più che economica, della classe borghese determina una “rivoluzione passiva”, esplicitata in Italia dal Risorgimento, un processo di rivoluzione-restaurazione: il popolo è innanzitutto un nemico e va mantenuto in condizioni di subordinazione e, certamente, escluso dal quadro delle forze dirigenti. Questo è il segno dell’immaturità storica di gran parte della borghesia europea e la premessa della sua subalternità all’ottica castale premoderna delle vecchie classi feudali. Il processo di modernizzazione si compie attraverso un conflitto e un negoziato tra la borghesia e le classi nobiliari: la vecchia società farebbe a meno dello sviluppo capitalistico e della centralizzazione statuale ed entrambe collaborano per ribadire la netta subordinazione delle grandi masse. Da tali dinamiche si evince la persistenza di un quadro politico tradizionale, e la realizzazione di Stati moderni su basi arretrate, compatibili con la parziale tutela delle prerogative nobiliari, sebbene gli interessi vitali della vecchia classe, a cominciare dalle piccole sovranità feudali, fossero tuttavia colpite.
Le rivoluzioni passive costituiscono comunque passaggi progressivi, benché meno radicali e non completamente espletati; peraltro lo stesso ottantennio francese rivoluzionario non è immune da processi contraddittori, in cui la borghesia frena per arginare il movimento, spezzando, ad esempio “il blocco urbano di Parigi” e ponendo le premesse per il Termidoro: le istanze innovatrici estreme, le energie popolari, costituiscono da subito una minaccia per la classe borghese rivoluzionaria, dalla quale i giacobini e i loro successori si difendono con crescente violenza. Dunque anche nella Francia della lunga rivoluzione la borghesia rivela precocemente un volto reazionario.
Si rileva che la classe borghese, giunta al controllo dello Stato, riesce a “espandersi”, ad assimilare altre componenti sociali, in quanto è in grado di esercitare egemonia. È la natura “essenzialmente economica” della classe borghese, in cui la costruzione e l’ampliamento dei mercati svolgono una funzione determinante come basi per sua supremazia, a consentirle (ed imporle) di impostare in chiave “espansiva” il rapporto con le classi subalterne. Ma i meccanismi economici fondamentali della riproduzione capitalistica non sono immuni da violenza: la violenza migra dalla relazione di comando politico al rapporto di produzione, nella misura in cui questo diviene cardine fondamentale dell’ordine sociale. La direzione capillare e permanente di tutto un tessuto sociale, trasformato in uno strumento idoneo alla produzione di nuove forme di ricchezza, ha in sé anche i germi per la sua potenziale autodistruzione. Infatti la funzione “pedagogica” dello Stato, che non mira a favorire genericamente il progresso delle masse, bensì a promuovere il radicarsi di una ideologia compatibile con la logica fondamentale della riproduzione capitalistica e funzionale al suo rafforzamento, nella necessità di elevare lo standard delle competenze tecniche nel corpo sociale, determina inevitabilmente trasformazioni della soggettività, alle quali si accompagnano il progresso culturale e lo sviluppo delle capacità razionali e della coscienza critica dei subalterni; come pure, paradossalmente, nel contatto tra le due classi, si verifica una certa penetrazione dell’ideologia proletaria nel pensiero borghese.
Viene analizzata la “Società civile”, artefice del processo di egemonia della società ai valori della borghesia: essa è costituita dai soggetti economici (istituti, imprese, corporazioni) e dall’insieme delle sovrastrutture deputate all’esercizio dell’egemonia culturale della classe dominante (ad esempio scuole, università, giornali e riviste, case editrici, circoli, biblioteche e tutto ciò che influisce sull’opinione pubblica direttamente o indirettamente).
Per Gramsci la “società civile” costituisce il contenuto etico dello Stato, l’ambiente morale in grado di esercitare la coazione extralegale. Si riconosce una connessione dialettica, dei rapporti organici, tra Stato o “società politica” e “società civile” – i due grandi “piani” sovrastrutturali -, fino a una vera e propria identificazione tra di loro: da ciò il concetto di “integralità” dello Stato borghese, costituito da un complesso di organizzazioni e istituzioni capaci di innervare l’intero corpo sociale per sottoporlo alla direzione ideologica e al comando politico del dominante.
La crisi della società borghese è determinata, sul piano ideologico, dalla rottura della suddetta armonia: nel distacco tra governanti e governati, tra società civile e società politica.
Paolo Massucci
Alberto Burgio, Laterza, Bari, dic. 2003

30 gennaio 2004 ufficio stampa
la lotta di classe

1970-1983
La lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni
Raccontare la storia del “Coordinamento Operaio di Sesto S.Giovanni” per raccontare una parte della storia della classe operaia, successi ed errori compresi

È in distribuzione il lavoro di Michele Michelino. Una raccolta di materiali che rappresentano una selezione di quanto prodotto dal Consiglio di fabbrica della Breda Fucine, a partire dal 1971, e dalla quale si evidenzia la linea “conflittuale” del sindacato prima della svolta dell’Eur, fino al materiale prodotto dal Gruppo operaio Breda e dal Coordinamento operaio di Sesto San Giovanni nel periodo 1976-1983. Anche se molto materiale dell’epoca è andato distrutto o disperso. Alcuni volantini fatti “a caldo” nei reparti sono stati strappati dalle guardie aziendali, dai “censori” del Pci e del sindacato, altri sono stati sequestrati durante le perquisizioni dell’antiterrorismo e della Digos.
È una pubblicazione dedicata a tutti coloro che non piegano la testa e continuano a lottare contro la logica del profitto e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dalla lettura dei documenti inseriti nel libro, infatti, colpisce l’attualità degli argomenti trattati, la necessità della lotta anticapitalista e contro lo sfruttamento, la necessità dell’organizzazione politica.
Sono passati molti anni dalla comparsa di questi scritti, alcuni giudizi ed analisi possono essere oggi discutibili, ma come il lettore può evidenziare, le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia sono peggiorate sempre più rendendo la lotta di classe più attuale che mai.
Lo scritto, quindi, vuole essere una testimonianza di chi ha vissuto quegli anni da una parte della barricata – quella degli operai che non piegavano la testa – e, soprattutto vuole essere uno strumento per chi quegli anni non li ha vissuti ma vuole capire un lungo periodo e trarre indicazioni su come continuare la lotta.
Il libro è articolato in due parti. La prima parte di ogni capitolo consiste in un discorso generale che introduce il clima ed il dibattito del momento per dare al lettore la possibilità di capire il contesto di quegli anni. La seconda parte è composta da documenti e volantini che sono l’elemento centrale perché frutto dell’elaborazione, nella lotta di tutti i giorni, delle esperienze e dei bilanci concreti di gruppi operai e lavoratori organizzati in modo indipendente.
I capitoli sono 10: Dalla conflittualità alla concertazione; La svolta dell’Eur e la nascita del Coordinamento operaio di Sesto S.Giovanni; La politica dei sacrifici in fabbrica e lo scontro con il Pci; Il rapimento Moro, l’assassinio di Fausto e Jaio, gli scioperi a difesa dello Stato; L’anno del contratto e delle elezioni politiche; Il licenziamento di 61 operai alla Fiat; la “caccia al terrorista”; La lotta investe anche il CdF; internazionalismo e solidarietà di classe; Allegati.
Il costo è di 7 euro. Si può richiederlo presso:
·        redazione di nuova unità, via R. Giuliani, 160r, 50141 Firenze tel. 055450760
·        centro di iniziativa proletaria “G. Tagarelli”, via Magenta, 88 – 20099 Sesto S.Giovanni tel. 0226224099 (a questo indirizzo ci si può rivolgere per contattare l’autore, Michele Michelino, per eventuali approfondimenti).