Contro
il revisionismo. Un
documento storico, ricco di insegnamenti
Intervento di Adriana Chiaia alla presentazione del libro di Kurt Gossweiler,
alla Fiera “Più libri/Più liberi” di Roma
Vorrei parlarvi della genesi, della motivazione iniziale che ha ispirato questa
pubblicazione. E cioè dell’esigenza di trovarvi delle risposte a quegli
interrogativi che possono riassumersi nella domanda di “com’è potuto
accadere?”.
Mi spiego. Appartengo alla generazione dei militanti dell’allora Partito
comunista italiano, maturata teoricamente, politicamente e nella pratica
quotidiana nel riflesso delle ripercussioni della cesura nel movimento comunista
segnata dal XX Congresso del PCUS ed in particolare dal rapporto “segreto”
di Chruščëv che, con la demolizione della figura e dell’opera di
Stalin, sotto il pretesto della lotta al culto della personalità, mise in
discussione la teoria marxista-leninista e la sua prassi nella costruzione del
socialismo e con esse i fondamenti dell’unità del movimento comunista
internazionale, con devastanti conseguenze nei partiti comunisti al potere nei
paesi socialisti e nei partiti comunisti dei paesi capitalisti (in particolare
del PCI, di cui allora facevo parte).
Dallo studio dei documenti, in particolare le tesi contrapposte sulle principali
questioni teoriche del PCUS da un lato e del PCC dall’altro, pubblicate nel
1964 dalla Casa editrice Einaudi nel libro Coesistenza e rivoluzione, a
cura di Paolo Calzini e Enrica Collotti Pischel, nonché dai documenti del
Partito del Lavoro d’Albania, risultava chiaramente quali settori del
movimento comunista internazionale si opponevano al “nuovo corso” e quali vi
si adeguavano o addirittura nelle tesi chruščëviane trovavano conferma e
incoraggiamento alla loro linea revisionista (come affermato all’VIII
Congresso del PCI).
L’interrogativo – e certamente non solo mio – cui mi riferivo all’inizio
del mio intervento era (e da qui la ricerca di una risposta negli scritti di
Gossweiler): come era stato possibile che migliaia di militanti comunisti di
provata adesione teorica al marxismo-leninismo e di altrettanto provata pratica
rivoluzionaria, organizzati nei partiti comunisti, formati nelle file della IC,
non si fossero sollevati e uniti in un nuovo movimento rivoluzionario per
impedire un simile corso che avrebbe portato lentamente, ma inesorabilmente (con
“passo di colomba” intitola Gossweiler i suoi Diari) ai risultati
catastrofici che oggi i nostri nemici sbandierano e molti compagni lamentano
(ovviamente con diverse interpretazioni)?
Più che nei Saggi, scritti in epoca posteriore con la scientificità e
la visione complessiva e ponderata dello storico, nei suoi Diari ho
trovato la risposta.
Pur rendendosi conto quasi dall’inizio, subito dopo la morte di Stalin (con il
1953 inizia la Cronaca) del ruolo controrivoluzionario di Chruščëv
e del gruppo dirigente revisionista, tanto da avanzare perfino tesi
complottistiche, Gossweiler, nell’esame degli avvenimenti, nel commentare le
notizie riportate dalle fonti di cui disponeva (se ci sarà tempo, qui o in
altra occasione, potremo commentare la loro relativa ristrettezza, come ammesso
dallo stesso Gossweiler) passa da momenti di forte accusa, di invettiva e di
sconforto, a momenti di illusione e soverchia fiducia nel ruolo del gruppo degli
oppositori interni alla nuova direzione del PCUS (la parte sana del partito,
Molotov e altri) e nutre la speranza che questa opposizione possa prevalere,
riaffermare la teoria e la prassi derivante dai principi del marxismo-leninismo
e far riprendere la costruzione del socialismo iniziata da Lenin e portata
avanti vittoriosamente da Stalin.
All’adesione al revisionismo dei Tito, dei Gomułka, degli Imre Nägy, che
egli denuncia con la pubblicazione e il commento di importanti documenti e
interventi che vanno tutti nella direzione dello smantellamento delle strutture
economiche e politiche del socialismo, egli contrappone le posizioni del Partito
comunista cinese e, tra gli oppositori iscrive Togliatti e Thorez. (E qui ci
sarebbe da aprire una parentesi, che non vi è il tempo di sviluppare,
sull’errore di prospettiva che genera il giudizio unilaterale su Togliatti da
parte di Gossweiler, che isola l’aspetto del prestigioso dirigente della IC e
ignora il suo ruolo come capo del “partito nuovo” e convinto sostenitore
della via italiana al socialismo, in conformità con le tesi revisioniste del
XXII Congresso del PCUS).
Gossweiler gioisce della caduta di Chruščëv per poi rendersi conto della
continuità della strategia revisionista nella dirigenza del PCUS. Amare sono le
sue autocritiche, sincero il riconoscimento dei suoi “pii desideri”, fino al
punto da interrogarsi, nelle sue “Considerazioni conclusive” sulla validità
della pubblicazione dei suoi Diari. Noi affermiamo con convinzione la
loro utilità ed il loro valore di prezioso documento storico.
I Diari di Gossweiler danno conto infatti del perché, a bloccare la
(in)arrestabile discesa sul piano inclinato del revisionismo, non si siano
riunite nel movimento comunista nel suo complesso (eccezion fatta, come già
detto, per il Partito comunista cinese) le condizioni per la ripresa della
teoria marxista, che si erano verificate, dopo il fallimento della II
Internazionale e il tradimento dei suoi capi, con il riaffermarsi della teoria
autenticamente marxista ad opera di Lenin e della teoria e della prassi
rivoluzionarie nel Partito bolscevico e nei partiti dalla Prima Internazionale
comunista.
La risposta alla domanda iniziale di “come sia potuto accadere” discende
inoltre da un altro importante insegnamento che si ricava dagli avvenimenti del
periodo storico trattato nell’opera di Gossweiler. Riguarda la fase della
costruzione del socialismo nelle Repubbliche popolari dell’Europa dell’Est.
La rivoluzione non è un pranzo di gala, come avvertiva Mao Zedong, ma nemmeno
la costruzione del socialismo – il periodo di transizione dal capitalismo al
comunismo – lo è.
È il periodo in cui la nuova società deve liberarsi dalle scorie della
vecchia, il periodo in cui i nuovi germogli del comunismo, come li chiamava
Lenin, si fanno faticosamente strada tra la sterpaglia del passato che vorrebbe
soffocarli. Se la rivoluzione abolisce i vecchi rapporti economici e sociali,
bisogna ancora lottare non solo perché non si ristabiliscano, ma anche per
affrancarsi dalla loro ideologia, dal modo di pensare delle classi sconfitte,
dalle abitudini, dalle credenze religiose, dalle superstizioni, dai pregiudizi
inveterati.Secondo la concezione dialettica dell’unità degli opposti, nel
periodo di transizione si ha l’unità del vecchio con il nuovo, la soluzione
della contraddizione si ha quando uno degli opposti prevale sull’altro. La
costruzione del socialismo avanza se il nuovo prevale sul vecchio, arretra se il
vecchio prevale sul nuovo.
Il cammino impervio della nuova società socialista, non si svolge in un
asettico laboratorio in cui, scientificamente, si sperimenta, si controllano i
risultati, si correggono gli errori. Avviene invece nel fuoco della lotta di
classe in cui deve fare i conti, oltre che con i tentativi di sovversione e i
sabotaggi delle vecchie classi capitaliste spodestate, con l’aggressione
esterna del sistema capitalista mondiale che vede messa in gioco la propria
esistenza dal pericolo dell’“infezione”, dell’estendersi dell’esempio
alle popolazioni sfruttate ed oppresse di tutto il mondo.
La grande vittoria sul nazi-fascismo, a conclusione della Seconda guerra
mondiale, in parte preponderante ascrivibile alla ferma e saggia guida del
Partito comunista (b) con alla testa Stalin, all’eroismo dell’Armata Rossa,
all’unità intorno al Partito dell’intero popolo sovietico, alla sua
resistenza e al suo sacrificio, non fece cessare l’aggressività del mondo
imperialista contro l’URSS ed il campo socialista. Alla guerra fredda si
accompagnavano nuovi progetti di distruzione nucleare contro l’URSS,
pianificati dal governo degli Stati Uniti e dal Pentagono.
Le dimensioni raggiunte dal campo socialista che, con la vittoria della
rivoluzione cinese e la nascita delle democrazie popolari in Europa dell’Est,
si estendeva alla terza parte dell’umanità, non dissuasero i tentativi di
aggressione, economica, politica, ideologica che l’imperialismo metteva in
campo, ma anzi li intensificarono. Essi variavano dall’aperto incitamento alla
sovversione interna degli Stati socialisti mediante il sostegno in termini di
denaro e armi alle ex classi dominanti, a modalità e tattiche più subdole e
camuffate: dalla corruzione e dall’incitamento al boicottaggio degli
appartenenti ai vecchi apparati amministrativi e burocratici statali,
all’istigazione alle ribellioni “popolari” causate dallo scontento per
determinati errori e determinate misure dei governi socialisti e dei partiti
comunisti al potere, all’incoraggiamento all’opposizione degli intellettuali
e degli artisti che temevano di veder limitarsi la loro libertà di espressione.
Citiamo alcune delle iniziative, messe in campo, negli anni Cinquanta, al fine
di “liberare” i paesi al di là della “cortina di ferro” e aprirsi
quindi la strada per attaccare l’Unione Sovietica.
Il 2 ottobre 1950 Le Monde scrive: “Un credito di 100 milioni di
dollari è previsto nel disegno di legge americano relativo all’aiuto militare
ed economico all’estero, allo scopo di permettere la costituzione di corpi
speciali di rifugiati dei paesi all’Est della cortina di ferro. Queste unità,
precisavano le informazioni di Washington, saranno integrate a delle divisioni
americane e inserite nell’esercito atlantico.”[i]
“Nel 1950 i servizi della guerra psicologica dell’esercito
americano, per decisione del loro governo, lanciano il progetto Radio Free
Europe. Da un dispaccio della Reuter, del 25 ottobre 1950: “Il generale Lucius
D. Clay, già comandante della zona americana, ha annunciato che il servizio che
è posto sotto la sua direzione, sta costruendo delle potenti emittenti per
sostenere la propaganda diretta verso i paesi dietro la cortina di ferro. Il
personale sarà reclutato tra coloro che sono recentemente fuggiti dai paesi
dell’Est europeo, ai quali questa propaganda è destinata […].”[ii]
A partire dal 1950, gli Stati Uniti si impegnano in una politica
detta di “liberazione delle nazioni imprigionate”, della quale James Burnham,
fino al 1940 braccio destro di Trockij, si fa l’avvocato. È l’epoca in cui
Burnham e quasi tutto l’establishment americano attendono con una impaziente
passione, la guerra, meglio, la Terza guerra mondiale… È in questo contesto
globale che Burnham situa l’attività americana in Ungheria e nell’Europa
dell’Est.[iii]
Un avvenimento inatteso e di enorme importanza era tuttavia
intervenuto a mutare le condizioni dello scontro tra il mondo imperialista e
quello socialista. Dopo la morte di Stalin, il PCUS era diretto dalla corrente
revisionista capeggiata da Chruščëv. In questa nuova situazione, e
specialmente in seguito alla svolta del XX Congresso del PCUS, la politica dei
paesi imperialisti, ed in prima fila degli Stati Uniti, pur restando aggressiva
nei confronti del campo socialista, adotta nuovi accorgimenti tattici.
Nel 1954 “il Consiglio di sicurezza nazionale USA nelle sue sedute segrete
approva l’idea che non si possa poggiarsi su una ‘politica di liberazione’
frontale. Faremmo meglio, viene affermato, se spingessimo i dirigenti locali
dagli Stati est-europei a staccarsi gradualmente dai loro padroni del Cremino”
(Kurt Hagen al 30° plenum, citato in Sonntag, n. 3/4, 1957).[iv]
D’altra parte i partiti comunisti che avevano preso il potere nelle
Repubbliche popolari dell’Est europeo si erano formati a partire dai quadri
comunisti, temprati nelle galere fasciste e nella lotta clandestina e educati
ideologicamente in base ai principi marxisti-leninisti. I Bierut, i Rákosi,
rientrati nei loro paesi, vi avevano guidato la lotta clandestina e organizzato
i Fronti antifascisti della Resistenza e avevano fondato i partiti comunisti
ispirandosi alla teoria e alla prassi marxiste-leniniste. Dopo la vittoria sul
nazismo avevano cominciato ad edificare il socialismo, sulla base
dell’economia centralizzata e pianificata e della collettivizzazione
dell’agricoltura.
Tuttavia, le circostanze e la situazione politica avevano portato alla fusione
dei partiti comunisti con i partiti socialisti o con l’ala sinistra della
socialdemocrazia. Questi partiti unificati includevano quindi, accanto ai quadri
comunisti, membri, anche sinceramente antifascisti, ma non altrettanto preparati
e dotati di coscienza di classe e spesso oscillanti davanti alle difficoltà. La
loro compagine era dunque ben lontana dalla ferrea unità e disciplina che
stavano alla base della funzione di guida del Partito bolscevico ed essi erano
privi della sua lunga esperienza di lotta rivoluzionaria, politica e ideologica
condotta fino alla vittoria della rivoluzione d’Ottobre, dell’esperienza di
lotta politica ed ideologica nel consolidamento della dittatura del proletariato
e nelle diverse fasi della costruzione del socialismo. Essi agivano in una
situazione generale profondamente cambiata e dirigevano un proletariato e in
primo luogo una classe operaia e una intellighenzia completamente differenti da
quelli della Russia del 1917 e degli anni successivi fino alla fine della
Seconda guerra mondiale.
Lenin aveva tratto dalla sua esperienza questi insegnamenti universali: “Se
sono presenti nelle proprie file dei riformisti, dei menscevichi, non si saprà
far trionfare la rivoluzione proletaria e non si saprà salvaguardarla. In
Russia molte volte si sono presentate situazioni difficili nelle quali il regime
sovietico sarebbe stato certamente rovesciato, se i menscevichi, i riformisti, i
democratici piccolo-borghesi fossero rimasti nel nostro Partito. In momenti
simili non è solo un’assoluta necessità escludere dal Partito i menscevichi,
i riformisti, i turatiani [Lenin si riferisce a Filippo Turati, socialista
riformista italiano, ndr], può anche essere utile escludere degli eccellenti
comunisti, suscettibili di esitare ed esitanti nel senso dell’unità con i
riformisti, allontanarli da tutti i posti importanti. Alla vigilia della
rivoluzione e nei momenti della lotta più accanita per la vittoria, le minime
esitazioni all’interno del Partito possono perdere tutto, strappare il potere
dalle mani del proletariato.”[v]
Tutti questi elementi, esterni ed interni, stanno alla base dei
tentativi di golpe controrivoluzionari che si verificarono nel 1953 nella
Repubblica popolare tedesca, e nel 1956 in Polonia e in Ungheria, e del modo in
cui i partiti comunisti al potere seppero affrontarli, contrastandoli
decisamente (come nella Repubblica popolare tedesca) o facendo concessioni che
avrebbero cambiato profondamente la natura socialista della società (come in
Polonia e in Ungheria).
I movimenti controrivoluzionari sono rappresentati nella pubblicistica borghese
e revisionista, e purtroppo anche nella quasi totalità dei manuali di storia in
uso nelle scuole, come “insurrezioni popolari” contro i “regimi
totalitari”, represse nel sangue dai rispettivi governi con l’appoggio dei
carri armati sovietici. Nei Diari di Gossweiler questi tentativi
controrivoluzionari sono affrontati, ricercandone le cause esterne, senza
nascondere le responsabilità dei governi e dei partiti comunisti di quei paesi
e soprattutto di quella del PCUS che, come già detto, era diretto, dopo la
morte di Stalin, dalla corrente revisionista capeggiata da Chruščëv.
Altrettanto si è cercato di fare nelle “Note storiche”, a cura della
redazione.
Non era quindi dai paesi socialisti dell’Europa orientale, non era dai partiti
alla loro guida che poteva sollevarsi una nuova ondata rivoluzionaria che
arrestasse il corso revisionista di quello che era stato il partito di Lenin e
di Stalin e impedisse quella che Gossweiler chiama la catastrofe finale.
Zambon editore, 2009
[i]
Citato in Ludo Martens, L’URSS et la contre-révolution de velours,
Editions EPO, Bruxelles, 1991, pp.100, 101.
[iv] Gossweiler, Diari,
Principio di gennaio, p. 304
[v] Lenin, “I discorsi
ipocriti sulla libertà”, citato in: Stalin, Le questioni del
leninismo; Principi del leninismo. Edizioni Tirana, 1970, p.111
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