gennaio 2013 redazione
crimini nazifascisti
h1 style="vertical-align: baseline"> Trieste senza memoria

Claudia Cernigoi

Non ci sono soldi per realizzare una Casa della Memoria come proposto da semplici cittadini antifascisti, né per l’Istituto di Storia del Movimento di Liberazione o la Sezione storica della Biblioteca nazionale slovena, né per riordinare gli archivi che raccolgono la storia della lotta di liberazione e le testimonianze dei crimini del nazifascismo. Né per assumere i ricercatori ed i curatori che potrebbero dedicarsi a questo lavoro

Nella Giornata della Memoria dei crimini del nazifascismo, dobbiamo purtroppo nuovamente constatare come questa memoria nella nostra città non riesca a trovare spazio. Parliamo dell’annosa vicenda dello stabile di via Cologna 6-8, nel quale ebbe sede, tra l’autunno del 1944 ed il 1° maggio del 1945, uno dei corpi di repressione più feroci che la nostra storia ha conosciuto: l’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, comandato dall’ispettore generale Giuseppe Gueli, ed il cui squadrone della morte era guidato dal commissario Gaetano Collotti. E “banda Collotti” era il nome con cui questo squadrone della morte era tristemente noto, non solo a Trieste, ma in tutta l’allora Venezia Giulia dove operava. Istituito come forza autonoma di polizia per la repressione antipartigiana nel 1942, operò rastrellamenti, violenze e torture efferate anche sui civili, deportazioni (solo nel periodo dal 24/2/43 al 7/9/43 furono internati per ordine di Gueli 1.793 “ribelli e parenti dei ribelli”: gli uomini a Cairo Montenotte, in provincia di Savona e le donne a Fraschette di Alatri, in provincia di Frosinone), esecuzioni sommarie; dopo l’8/9/43, in sinergia con i nazisti, continuò l’attività di repressione degli antifascisti, ma si prodigò anche nella ricerca degli Israeliti da rinchiudere in Risiera e poi inviare nei lager germanici, e spesso gli agenti e gli ufficiali si appropriavano dei loro beni (motivo per cui, ad esempio, furono arrestati dai nazisti due dirigenti che avevano fatto la cresta sui beni degli arrestati, invece di consegnarli integralmente agli occupatori).

Dall’estate del 1944 furono centinaia gli arrestati che passarono per le mani degli agenti dell’Ispettorato speciale, che in quel periodo si trasferì dalla vecchia sede di via Bellosguardo (una villa che era stata sequestrata alla famiglia israelita degli Arnstein, riparati negli Stati Uniti) alla caserma dei Carabinieri di via Cologna, dopo lo scioglimento dell’Arma voluto dalle autorità militari del Reich, da cui dipendevano le forze armate e di polizia locali.

Di almeno un centinaio di questi arrestati (partigiani e civili) si sa che hanno perso la vita, uccisi al momento dell’arresto o per la cosiddetta ley de fuga, internati in Risiera o nei campi nazisti dove persero la vita, condannati a morte e fucilati, alcuni (come l’anziano Mario Maovaz, corriere del Partito d’Azione, ed il giovane Bruno Kavcic, partigiano comunista), addirittura il 28 aprile 1945, quando già il torturatore Collotti era stato ucciso dai partigiani veneti che avevano fermato la fuga sua e dei suoi più fedeli accoliti.
Nelle celle di via Cologna furono rinchiusi centinaia di prigionieri, partigiani e civili, uomini, donne anche giovanissime, ragazzini, anziani; nelle stanze i prigionieri ven
ivano torturati selvaggiamente e ridotti in condizioni pietose, dalle finestre dello stabile si gettarono due prigionieri, uccidendosi, perché non sopportavano più le torture: una partigiana di Servola ed un aviere del CLN triestino.

Nel dicembre del 2010 abbiamo fatto un sopralluogo di memoria con alcuni ex detenuti, che rientrando nelle stanze che avevano visto la loro sofferenza, e ricostruendo l’inferno che avevano attraversato, ci hanno fatto conoscere un pezzo di storia infame della nostra città.
All’epoca la Provincia di Trieste, proprietaria dello stabile, lo aveva messo all’asta, per “fare cassa”. Noi avevamo raccolto un migliaio di firme chiedendo che lo stabile rimanesse di proprietà pubblica e diventasse una Casa della Memoria, dove raccogliere gli archivi degli istituti storici triestini, dare una sede alle associazioni dei partigiani e degli ex deportati, realizzare una biblioteca tematica ed una sala convegni, allestire una mostra che racconti la storia del fascismo e dell’antifascismo, dell’occupazione nazista e della Resistenza, che ricordi quanto costò, e quanto i suoi valori siano preziosi ancora oggi, la lotta per la libertà e la dignità dei popoli. Una struttura che possa servire sia agli storici che alla cittadinanza, con particolare riguardo alle giovani generazioni.

Nonostante la dichiarazione di interesse storico da parte del Ministero dei beni culturali, nonostante fosse stato nominato un Comitato scientifico per questo progetto, oggi nuovamente la Provincia ha messo all’asta via Cologna, perché, ci è stato detto, non ci sono soldi per realizzare una Casa della Memoria come avevamo proposto noi, semplici cittadini antifascisti, a volte anche cercando di forzare un po’ la mano alle organizzazioni che dovrebbero gestire, secondo la nostra idea, la struttura.
Non ci sono soldi per l’Istituto di Storia del Movimento di Liberazione, non ci sono soldi per la Sezione storica della Biblioteca nazionale slovena, non ci sono soldi per riordinare i loro archivi che raccolgono la storia della lotta di liberazione delle nostre terre assieme alle testimonianze dei crimini del nazifascismo, non ci sono soldi per dare loro una sede decorosa, né per assumere i ricercatori ed i curatori che potrebbero dedicarsi a questo lavoro.
Dove una struttura del genere potrebbe essere gestita da un consorzio di Enti pubblici, dai Civici musei all’Università, con contributi europei (sono previsti per questo tipo di iniziative di memoria delle deportazioni e delle repressioni commesse dal nazifascismo) e la Regione potrebbe (se ha soldi da regalare alle associazioni di cui parleremo fra un po’) contribuire anch’essa per un progetto culturale che arricchirebbe tutta la città, sia in senso culturale che di posti di lavoro, dato potrebbero essere istituiti dei dottorati di ricerca in modo da dare lavoro a laureati precari o disoccupati, ed anche a personale di supporto per servizi di segreteria ed altro. Progetto nel quale potrebbe trovare spazio anche il riordino dell’archivio del defunto professor Diego de Henriquez, i “diari”, le fotografie, i documenti ed i testi da lui lasciati alla città.
Ma di fronte alla chiusura della Provincia di Trieste, viene da pensare che i soldi che non si trovano sono quelli per la cultura antifascista, dato che ci sono altre strutture in città che godono di finanziamenti anche piuttosto cospicui. Pensiamo innanzitutto al cosiddetto Museo della civiltà fiumana, istriana e dalmata, che ha sede in un palazzo prestigioso completamente restaurato allo scopo, un museo che non ha nulla di scientifico, salvo un po’ di oggettistica etnografica, ma in compenso trasuda razzismo nei confronti di Sloveni e Croati, ed oltre a mistificare la storia con uno pseudo-elenco di “infoibati”, espone lo spaccato di una “finta foiba”, all’insegna del pessimo gusto più deteriore.
Eppure per questo museo i fondi si sono trovati e si trovano ancora, evidentemente, dato che senza finanziamenti non potrebbe sopravvivere.

Sempre a Trieste la Regione Friuli Venezia Giulia ha stanziato recentemente una serie di contributi ad associazioni varie, tra le quali troviamo: euro 210.000 all’Associazione profughi istriani e dalmati, euro 90.000 all’Istituto Regionale per la Cultura Istriana, euro 20.000 alla Lega Nazionale, euro 20.000 all’Associazione Novecento (quella che negli anni ha organizzato svariate iniziative con la presenza di ex nazisti e di neofascisti, ultima in ordine di tempo la presentazione del libro del neofascista Stefano Delle Chiaie, presentazione a cui alla direttrice del periodico “l’Alabarda” è stato “consigliato” di non insistere per assistervi, in quanto ritenuta persona non grata agli organizzatori, presente la créme de la créme della vecchia eversione fascista), euro 30.000 all’Associazione Panzarasa, il museo memoriale dei reduci della Decima Mas, peraltro gestito in collaborazione con la Novecento.
In totale fanno 370.000 euro: mica spiccioli, governatore Tondo. Quanti ne occorrerebbero per iniziare i lavori per sistemare via Cologna e dare una sede dignitosa agli archivi che abbiamo citato prima?

E non possiamo fare a meno di stigmatizzare come anche a Roma, dove il Museo della Resistenza di via Tasso è da anni a rischio chiusura per mancanza di fondi, il 1° febbraio “l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Presidenza nazionale e Comitato provinciale di Roma –, la Società di Studi Fiumani e l’Associazione Nazionale Dalmata firmeranno il protocollo d’intesa con Roma Capitale che sigla la concessione di un immobile posto nel cuore del centro storico e in luogo di grande valenza artistico- architettonica, nei pressi dei Fori imperiali. L’atto avrà luogo nell’ambito delle celebrazioni del Giorno del Ricordo, che come ogni anno viene commemorato alla presenza delle più alte cariche civili e militari di Roma Capitale e della cospicua comunità degli Esuli residenti. La Casa del Ricordo ospiterà la sede di rappresentanza delle tre associazioni della Diaspora, nonché della Sede nazionale Anvgd, la quale conserva comunque la sua base operativa in Via Leopoldo Serra” (dal comunicato dell’Anvgd).


gennaio 2013 redazione
anniversario

Chi criminalizza Stalin?

 

La borghesia ha tutto l’interesse a criminalizzare Stalin per poter più facilmente demolire agli occhi dei proletari, che pagano sulla loro pelle la natura del capitalismo, qualsiasi ipotesi di riscatto e di rivoluzione sociale

Eraldo Mattarocci

A sessant'anni di distanza dalla sua morte, avvenuta il 5 marzo 1953, la figura di Stalin continua ad essere demonizzata ed attaccata dai borghesi appartenenti a tutte le correnti politiche, sia reazionarie che riformiste, i quali per lo più utilizzano argomenti forniti a suo tempo da Trotzkji ed agitati ancor oggi dai suoi seguaci. Si attacca Stalin per attaccare l'idea stessa di comunismo pretendendo di giudicare, con la pancia ben satolla, un movimento rivoluzionario di milioni di operai e di contadini che hanno avuto il coraggio di dare l'assalto al cielo tentando di costruire, secondi solo alla Comune di Parigi, uno Stato socialista.

Si parla di Stalin personalizzando uno scontro politico diretto da un partito, il Partito Comunista dell'Unione Sovietica, ben strutturato ed esperto nella lotta classe, anche in quella che si combatteva all'interno del Partito stesso, banalizzando la storia come se fosse possibile - di fronte a scelte strategiche quali potenziare l'industria pesante o l'industria leggera - non scontrarsi duramente per affermare la propria posizione.

L'operazione che viene fatta dall’apparato mediatico borghese è quella di ridurre la costruzione del socialismo ad una questione riguardante personalità diverse, per lo più distorte e nel caso di Stalin addirittura con tendenze criminali per giungere ad equiparare il comunismo con il nazismo. La borghesia ha tutto l’interesse a criminalizzare Stalin per poter più facilmente demolire agli occhi dei proletari, che pagano sulla loro pelle la natura del capitalismo, qualsiasi ipotesi di riscatto e di rivoluzione sociale.

A noi comunisti che, al contrario, perseguiamo l’obiettivo della società socialista come unica via d’uscita da questo sistema di oppressione e di sfruttamento interessa imparare dalla storia, dai successi e dagli errori di chi ci ha preceduto non per fare i giudici o i professorini ma per intervenire al meglio nella guerra di classe.

In questa ottica è importante valutare l'opera di Stalin e del Partito, la correttezza delle loro scelte in quel contesto storico e politico avendo ben chiaro che la rivoluzione non sta in schemi prefissati ma è un processo nel quale è necessario tenere conto di fattori inaspettati e spesso contradditori, con tempi e modi dettati dal processo stesso. È altrettanto importante spiegare e dimostrare ai lavoratori che tra il nazifascismo - ideologia che teorizza e pratica la disuguaglianza, l’oppressione e la discriminazione tra i popoli - ed il comunismo, portatore di ideali di eguaglianza e solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo non c’è mai stato, non c’è e non ci sarà mai alcun nesso possibile.

È consuetudine dei critici di Stalin decontestualizzare le scelte fatte dal Partito allo scopo di rendere ragionevoli e condivisibili i loro argomenti. Se noi, al contrario, collochiamo le stesse scelte nel loro contesto storico e politico vediamo che sono scelte assolutamente razionali e comprendiamo il motivo per cui il Partito le ha operate.

Il socialismo in un solo paese

Quasi tutti i maggiori marxisti del primo Novecento individuavano nella Germania, industrialmente sviluppata e con una classe operaia numerosa, il paese in cui per primo sarebbe scoppiata la rivoluzione socialista. La realtà si fece carico di smentire non il marxismo, ma quei “marxisti” che studiavano scolasticamente Marx ed Engels anziché utilizzare i loro insegnamenti per analizzare i processi sociali in corso: la rivoluzione che cambiò il secolo XX scoppiò in un paese feudale, con una classe operaia esigua ed un numero sterminato di contadini poveri ed analfabeti che solo la grande capacità teorica, pratica ed organizzativa di Lenin portò al potere. Questo dato di partenza estremamente negativo ha sicuramente condizionato lo sviluppo del sistema socialista sovietico e le valutazioni del Partito che, conscio di questa debolezza, vedeva il successo della rivoluzione in Germania come un fattore determinante per mantenere il potere e procedere più agevolmente, con l’apporto dell’industria e della tecnologia tedesca, alla trasformazione del paese.

Se i comunisti tedeschi avessero conseguito la vittoria anziché essere sterminati dal socialdemocratico Noske, la Storia, non solo sovietica, avrebbe preso un altro corso ma così non fu: la rivoluzione tedesca fu sconfitta e ai Bolscevichi non rimase altra strada che provare a costruire il Socialismo in un solo paese, sapendo che avrebbero pagato un prezzo elevatissimo.

Poiché una delle ricorrenti critiche a Stalin è appunto questa, sarebbe interessante sapere che cosa avrebbero fatto i suoi accusatori: avrebbero riportato il calendario a prima della rivoluzione? Si sarebbero scusati ed avrebbero dato il potere in mano ai menscevichi o ai cadetti, consegnandosi nelle mani della controrivoluzione?

La maggioranza del Partito fece l'unica scelta possibile e, contando sulla ricchezza morale e materiale dell'Unione Sovietica, procedette ancor più decisamente nella costruzione del socialismo, spingendo sull'acceleratore della collettivizzazione delle terre e sullo sviluppo dell'industria pesante. I risultati sono stati per decenni sotto gli occhi di tutti e ancora oggi, se si visita la Russia, è evidente la cesura tra l'epoca staliniana che, pur con errori che Stalin per primo riconobbe, riportava successi determinanti in quasi tutti i campi e il degrado successivo alla presa del potere da parte di Kruscev e dei suoi accoliti. Il palazzo del Partito al Cremlino, un obbrobrio di vetro e cemento voluto da Kruscev per celebrare il XX Congresso e costruito sulle macerie di un magnifico edificio storico distrutto appositamente, è ancora lì a testimoniare, anche dal punto di vista architettonico, la frattura tra l'epoca della rivoluzione e quella della controrivoluzione.

Il Patto Molotov-Ribbentrop

In maniera alquanto surreale una delle critiche rivolte a Stalin è quella di aver sottovalutato il rischio della guerra e dell’invasione nazista. In realtà già dagli atti del XVII Congresso del PCUS risulta venisse discussa l’ipotesi molto realistica di un’aggressione tedesca ai popoli slavi. Inoltre se si pensa che nel 1936 la Germania ed il Giappone firmarono un patto anticomintern, sottoscritto anche dall’Italia nel 1937 ma, soprattutto, che dal 17 luglio 1936 al 1° aprile 1939 si combatté la guerra civile spagnola cui l’URSS partecipò con 3000 uomini tra volontari (500), piloti ed istruttori militari non si capisce se chi sostiene che Stalin nutrisse illusioni in merito alla politica nazista sia più idiota o più in malafede. L’Unione Sovietica oltre agli uomini inviò in Spagna una quantità di materiale bellico (carri armati T-26, bombardieri Tupolev SB2, caccia I-15 e I-16) seconda solo a quella inviata dall’Italia a favore dei golpisti. Poiché era chiaro che la guerra civile spagnola si era trasformata nella prova generale della seconda guerra mondiale, la diplomazia sovietica si mosse a lungo per trovare un accordo con le democrazie borghesi per contenere il nazismo ma non ottenne risultati perché l’intenzione di Chamberlain, condivisa anche dai francesi, era quella di indirizzare la potenza bellica nazista contro l’URSS. Solo a questo punto Molotov e Ribbentrop firmarono il famigerato patto di non aggressione che stabiliva la divisione della Polonia tra le due potenze. Questo patto creò enormi problemi, politici e morali, ai partiti comunisti fratelli i cui militanti pagarono in prima persona questa scelta, giungendo addirittura come nel caso del PCF ad essere internati in campi di concentramento. Nondimeno oggi sappiamo, chiunque sia intellettualmente onesto sa, che questa scelta dolorosa permise al Partito di interporre ad ovest un cuscinetto territoriale tra le forze naziste ed il territorio dell’URSS e di acquistare tempo per procedere nella preparazione della guerra, aumentando la produzione di armi e spostando nel contempo le fabbriche ad oriente. È questo il periodo in cui si decise e si organizzò la guerra partigiana nei territori che si riteneva sarebbero stati occupati, coscienti del fatto che inizialmente l’Armata Rossa non sarebbe riuscita a fermare l’organizzatissimo esercito tedesco. La bandiera rossa che sventola a Berlino conclude questa Storia.

Stalin e la dittatura del proletariato

All’XI Congresso nel 1922 Giuseppe Stalin fu eletto Segretario Generale per la prima volta, carica che venne riconfermata fino alla sua morte. La sua longevità politica, insieme con il fatto che dagli scontri politici interni al Partito uscì quasi sempre vincitore, è uno degli argomenti che viene utilizzato dai suoi detrattori per definirlo un dittatore. In realtà Stalin ebbe la caratteristica, alquanto singolare per un dittatore, di convocare regolarmente e periodicamente Congressi che coinvolsero, ogni volta, milioni di iscritti al Partito ed in cui si discusse, come testimoniano gli atti dei Congressi stessi, di tutti i problemi che un partito al potere si trova ad affrontare, non solo la collettivizzazione delle terre e lo sviluppo dell’industria, ma anche i passaggi più spinosi e dolorosi delle epurazioni di massa e dei processi del 1938.

Poiché fino al XVIII Congresso che si svolse nel 1939 il PCUS mantenne tra un’assise e l’altra una cadenza inferiore ai due anni e mezzo, le posizioni politiche di Stalin furono largamente discusse e condivise dal corpo del Partito di conseguenza se di dittatura si trattò, e noi ne siamo convinti, non fu certo la dittatura di un singolo ma quella della classe operaia che esercitò il suo potere contro la borghesia, anche contro quella che si annidava dentro il Partito Comunista. Questa borghesia, più volte sconfitta, già nel primo dopoguerra rialzava la testa, attaccando Stalin proprio sulla conduzione della guerra. Al riguardo c’è una testimonianza importante in un libro stampato dal Museo della Resistenza di Leningrado che denuncia come la destra del Partito avesse azzerato, per indebolire la direzione staliniana, tutto il gruppo dirigente del Partito di Leningrado, quello stesso gruppo che aveva mantenuto la coesione della città nei tre anni di assedio. Questa lotta feroce che naturalmente non interessò solo Leningrado spiega come mai, per la prima volta nella storia del Partito, passarono ben tredici anni tra un congresso e l’altro (il XVIII Congresso nel 1939, il XIX Congresso nel 1952). Questo lasso di tempo è troppo lungo per essere giustificato solo dalla guerra, l’unica spiegazione plausibile è che i rapporti di forza tra le fazioni non avrebbero consentito la celebrazione di un congresso senza lacerazioni che, in piena guerra fredda, avrebbero avuto conseguenze disastrose. Quando finalmente nel 1952 fu convocato il XIX Congresso nell’intervento di Stalin si colse questa frattura ma l’attacco contro la destra non venne portato a fondo. Pochi mesi più tardi Stalin morì, pianto da milioni di proletari in tutto il mondo, e pochi anni dopo, nel 1956, al XX Congresso del PCUS il capo dei revisionisti Nikita Kruscev ne denunciò i crimini: il proletariato internazionale paga ancora oggi le conseguenze di quel tradimento.