20 maggio 2019 redazione
elezioni europee

“LA SINISTRA” PER LA UE
I COMUNISTI CONTRO UE E CAPITALISMO

Fabrizio Poggi
Classi sociali; antagonismi di classe; sfruttamento del lavoro salariato; dittatura della borghesia. Lotta di classe; liberazione del lavoro dal giogo del capitale; rivoluzione; eliminazione dei rapporti sociali capitalistici; dittatura del proletariato. Socialismo; comunismo.
Inutile cercare simili concetti nell'interminabile elenco di buoni propositi con cui il PRC chiama a votare per “La Sinistra” alle elezioni europee del 26 maggio. Inutile cercarveli, perché non ci sono nei programmi del PRC, con o senza elezioni europee.
La questione del voto del 26 maggio è quella che, al momento, incombe sulle scelte sia dei comunisti, sia della sinistra in generale. La questione dei punti presentati dal PRC per “La Sinistra”, in vista di quel voto, è quella che lega il momento contingente dell'atteggiamento dei comunisti nei confronti della “riformabilità” o meno della Unione Europea - che si esprime, tra l'altro, anche nella scelta di partecipare o meno al voto del 26 maggio e, se vi si partecipa, in che forma, con quale visione della UE stessa e con quali obiettivi – a quello più ampio del giudizio su tale “cartello” imperialista di potenze dal peso tra loro disomogeneo e, soprattutto, alla visione strategica del passaggio rivoluzionario dai rapporti sociali antagonistici del capitalismo al socialismo.
Lasciando per un momento in sospeso la questione della partecipazione o meno al voto per il Parlamento di un'istituzione per sua natura espressione del capitale monopolistico - l’Unione Europea, come detto nell'appello comune “per l'astensione attiva” lanciato da alcune organizzazioni comuniste, “non è riformabile a favore dei lavoratori e dei popoli, né si può “emendare”, perché è diretta dal grande capitale e dai centri di potere della finanza” - i punti (ben undici) presentati da “La Sinistra” annunciano il proposito di una “rifondazione democratica dell'Europa”, che “ponga alla sua base i diritti sociali, civili, di libertà, delle persone”, per sviluppare “tutte le forme di espressione e di democrazia diretta dei cittadini su scala europea”.
In base a quei punti, sembra che i mali che affliggono “l'Europa” - non la classe operaia, non i lavoratori, ma il “popolo” europeo – siano dovuti al fatto che essa, Unione Europea, è basata su “l’impianto neoliberista dei trattati”. Dunque, la UE dovrebbe esser “riformata” perché fondata sul neoliberismo: non sul capitalismo; non sul lavoro salariato sottomesso al capitale.
Parlando di neoliberismo e non di capitalismo, si presuppone che dunque sufficiente “riformare” la UE nel senso di un “capitalismo sano”, scevro dagli eccessi del neoliberismo, così che cada anche ogni necessità di lottare per l'abbattimento dei rapporti sociali capitalistici, una volta riportati quegli stessi rapporti nell'alveo di un armonico corso volto ad accrescere quella “ricchezza nazionale” di neoliberismo e non di capitalismo, si presuppone che sia dunque che, scriveva Friedrich Engels, “finché continua a sussistere la proprietà privata, è priva di senso” (Lineamenti di una critica dell'economia politica).
Ci sarebbe dunque il “neoliberismo” alla base delle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia, che sono tremende in Italia, in Grecia e in genere alla periferia della UE, ma che non sono meno dolorose anche al centro dell'impero. E da dove nascono tali condizioni, se non dagli stessi rapporti capitalistici, sui quali si eleva oggi il neoliberismo? L'aumento della disoccupazione, della precarietà, dello sfruttamento, dell’impoverimento generale, sono acuiti nel nostro paese, a causa del ruolo marginale assegnatogli per rispondere alle esigenze dei gruppi monopolistici “capi-cordata”; sono inaspriti, a causa della crisi che da oltre dieci anni non conosce soluzione di continuità; sono accentuati dalle scelte politiche funzionali al “mercato del lavoro”; ma sono, di per sé, nella loro essenza, “compagni di viaggio” inseparabili del capitalismo, cui la UE ha dato una “legittimazione” continentale.
L'operaio, scriveva Engels, “sia che si attui il sistema protezionista o quello liberoscambista o un sistema misto di entrambi, non riceve un salario superiore a quanto basta precisamente per il suo più stretto sostentamento. In un modo o nell'altro il lavoratore riceve il compenso che gli occorre per continuare a funzionare come macchina da lavoro” (Dazio protettivo o sistema di libero scambio). Karl Marx affermava che “I costi di produzione del semplice lavoro ammontano quindi ai costi di esistenza e di riproduzione dell'operaio. Il prezzo di questi costi di esistenza e di riproduzione costituisce il salario. Il salario così determinato si chiama salario minimo. Questo salario minimo, come, in generale, la determinazione del prezzo delle merci secondo i costi di produzione, vale non per il singolo individuo, ma per la specie... Singoli operai, milioni di operai non ricevono abbastanza per vivere e riprodursi; ma il salario dell'intera classe operaia, entro i limiti delle sue oscillazioni, è uguale a questo minimo” (Lavoro salariato e capitale). E, per definire più precisamente l'antagonismo di interessi tra lavoro e capitale: “Quando il lavoro salariato produce la ricchezza estranea che lo domina, il potere che gli è nemico, il capitale, i mezzi di occupazione, cioè i mezzi di sussistenza, rifluiscono nuovamente verso di lui, a condizione che esso si trasformi di nuovo in una parte del capitale, in una leva che imprime di nuovo al capitale un accelerato movimento di sviluppo. Dire che gli interessi del capitale e gli interessi del lavoro sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L'uno condiziona l'altro, allo stesso modo che si condizionano a vicenda lo strozzino e il dissipatore” (Idem).
Che l'impianto di base su cui si erge la sovrastruttura “europeista” sia quello dei rapporti antagonistici tra capitale e lavoro non sembra interessare “La Sinistra”: le pecche dell'Unione Europea sembrano riguardare tutti i cittadini che la compongono, indipendentemente dalla classe sociale di cui fanno parte; dunque, si sorvola tranquillamente sul fatto che i “rapporti di produzione entro i quali si muove la borghesia non hanno un carattere unico, semplice, bensì un carattere duplice, che negli stessi rapporti in cui si produce la ricchezza, si produce altresì la miseria” (Marx, Miseria della filosofia).
Nella scaletta dei “vanno riscritti i trattati”, “cancellando i principi fondativi del neoliberismo”, “disobbedienza ai trattati”, “imporre una svolta” ecc., si auspica che obiettivo della BCE (!) divenga “la piena e buona occupazione”, contro i “parametri folli” del Fiscal Compact che, “per quel che riguarda l’Italia, considerano “naturali” gli attuali livelli di disoccupazione, oltre il 10%”. Si tace però sul fatto della disoccupazione quale elemento essenziale dei rapporti sociali capitalistici. “La grande industria ha costante bisogno di un esercito di riserva di operai disoccupati per i periodi di sovrapproduzione. Lo scopo principale del borghese di fronte all'operaio è anzi, in generale, di avere la merce lavoro il più possibile a buon mercato, ciò che è possibile soltanto se l'offerta di questa merce è il più possibile grande in rapporto alla domanda, cioè se si ha il massimo della sovrappopolazione” (Marx, Salario).
Insieme ai ripetuti “vanno avviate”, “va promossa”, “bisogna bloccare”, si intima “STOP paradisi fiscali, STOP finanza tossica” e “STOP TTIP”; ma non si dice chi e come debba organizzarsi per raggiungere tali obiettivi e contro chi ci si debba battere: sembra sufficiente affermare che le “politiche commerciali europee devono all’opposto essere subordinate al rispetto dei diritti del lavoro e alla salvaguardia della natura, attraverso la definizione di standard retributivi, dei diritti, ambientali”. Ma, diceva ancora Marx, “se le associazioni facessero soltanto ciò che appare, se cioè dovessero soltanto determinare il salario, il rapporto tra lavoro e capitale sarebbe eterno e queste coalizioni fallirebbero di fronte alla necessità delle cose”, mentre invece devono essere “lo strumento che unisce la classe operaia, che prepara l'abbattimento di tutta la vecchia società con i suoi contrasti di classe” (Salario).
“Dobbiamo impedire che passi il disegno di un’Europa a due velocità, sia di fatto che, peggio ancora, istituzionalizzato”: ma è proprio questo l'impianto della UE, fatto di un centro che comanda le scelte industriali e finanziarie funzionali alla centralizzazione dei capitali, e una periferia cui si sottraggono le ultime risorse produttive. E per quanto si auspichi l'introduzione di “sistemi fiscali secondo criteri di progressività e introducendo una patrimoniale che si applichi a tutte le forme di ricchezza mobiliari ed immobiliari” e non manchi nemmeno la speranza di “Un Green New Deal per la natura, il clima, la transizione ecologica dell’economia”, proponendo la “riconversione ecologica con investimenti nelle filiere industriali”, si tace sul fatto che queste sono conseguenze del sistema capitalistico stesso e che proprio il suo sviluppo e la necessità per il capitale europeo di imporsi quale polo imperialista a livello mondiale, ha condotto alla nascita di questa Unione Europea dei monopoli e delle banche.
“La Sinistra” non parla della liberazione del lavoro salariato dal giogo del capitale; in compenso, è “Per un’Europa femminista. Per l’autodeterminazione e la libertà delle persone; per la rottura delle asimmetrie tra uomini e donne nel lavoro domestico; per garantire l’uguale rappresentanza delle donne nella politica e nello spazio pubblico; l’affermazione dei diritti delle persone LGBTQI: l’introduzione del matrimonio egualitario”. C'è stato un tempo in cui i comunisti intendevano che “Tutta la libertà politica in generale, sul terreno dei rapporti di produzione moderni, cioè capitalistici, è libertà borghese. La rivendicazione della libertà esprime prima di tutto gli interessi della borghesia” (Lenin, Due tattiche della social-democrazia). C'è stato un tempo, appena tre anni fa, in cui la femminista americana Nancy Fraser affermava che molte frasi a effetto sul femminismo sono del tutto confacenti e funzionali all'ideologia borghese, a quello che lei definiva il “
neoliberismo progressista”, interpretazioni cioè liberal-individualiste del “progresso”. Da comunisti, invece di adagiarsi su “obiettivi” confacenti all'ideologia dominante, si dovrebbe dire che con l'eliminazione della divisione del lavoro si elimina anche la sottomissione degli individui ai rapporti di classe e si liberano le relazioni personali e dunque si pongono su tutt'altro piano anche i rapporti tra uomo e donna. “Una classe oppressa è la condizione vitale di ogni società fondata sull'antagonismo delle classi. L'affrancamento della classe oppressa implica dunque di necessità la creazione di una società nuova” (Marx, Miseria della filosofia).
In sostanza, nell'elenco di magnanimi proponimenti per “riformare l'Europa”, mancando un'analisi degli antagonismi sociali della società capitalista su cui è costruita la UE, manca l'essenziale per i comunisti: l'obiettivo del socialismo. Quando, nel 1907, Lenin esortava a prestare “particolare attenzione alle leggi che riguardano le necessità più urgenti del popolo”, alle rivendicazioni su “libertà e uguaglianza illimitate, giornata lavorativa di otto ore, agevolazione delle condizioni di lavoro per gli operai”, sottolineava al tempo stesso l'impegno a “indicare la grande meta che si propone di raggiungere il proletariato di tutti i paesi, il socialismo, la distruzione completa della schiavitù salariata”. Nel programma de “La Sinistra”, pur così attenta a numerosi e doverosi aspetti rivendicativi - “diritti delle e dei migranti”, per “una Europa dell’accoglienza, antirazzista e inclusiva”; per “garantire e potenziare la scuola pubblica” e “l’accesso libero e gratuito al sistema universitario”; per “Proteggere dalle privatizzazioni e dal degrado i beni pubblici di valore culturale”; “32 ore a parità di salario, salario minimo europeo, reddito di base, welfare” e “rimettere in discussione le controriforme pensionistiche”; ”introduzione di una “scala mobile” europea”; il “contratto di lavoro europeo deve essere quello a tempo indeterminato” - questi non vengono legati a un obiettivo strategico di classe.
Accade al programma de “La Sinistra” più o meno quanto denunciato sempre da Lenin nel 1911, allorché vedeva nella “Associazione per la difesa degli interessi della classe operaia”, fondata dallo storico ed ex bolscevico Nikolaj Rožkov, nient'altro che una “associazione per la difesa liberale degli interessi della classe operaia intesi in senso liberale”; perché, affermava Lenin nel luglio 1916, “ogni rivendicazione democratica è subordinata agli interessi generali della lotta di classe del proletariato”. E, cinque mesi dopo, avvertiva che “ singole rivendicazioni del programma minimo (“alcune sue rivendicazioni”) né la somma complessiva delle rivendicazioni del programma minimo danno mai “il passaggio a un sistema sociale diverso in linea di principio”... il programma minimo è un programma compatibile in linea di principio con il capitalismo, un programma che non travalica i confini del capitalismo”.
Il coronamento delle pie intenzioni de “La Sinistra” è sanzionato dall'undicesimo e ultimo paragrafo, che invoca “Un’Europa in pace e fattore di pace nel mondo”. Di nuovo “Va contrastata la tendenza” (chi deve farlo? quale classe deve contrastarla?) “alla militarizzazione, nell’ottica dell’Europa “fortezza” che porta ai progetti di nuovi armamenti, di portaerei, di un nuovo esercito europeo”: come se la tendenza (che non è già più semplicemente una “tendenza”, ma un percorso preciso e da tempo intrapreso: ricordiamo soltanto le bombe sulla Jugoslavia) alla militarizzazione e la messa in conto di conflitti non sia all'ordine del giorno del polo imperialista europeo e la guerra non sia un elemento che accompagna, sin dal suo sorgere, l'imperialismo e le rivalità tra potenze e poli imperialisti. Ed è così che “Coerentemente chiediamo il superamento della NATO, che appartiene, non con merito, ad un’altra epoca storica” e l'Unione Europea “deve esigere il disarmo nucleare, una drastica riduzione dell’armamento convenzionale”. Ora, nella lingua italiana, il verbo superare significa, tra l'altro, “andare oltre”: cioè, si chiede di andare oltre la NATO; non si rivendica una battaglia per la liquidazione della NATO in quanto alleanza di guerra; non si esige l'uscita dalla NATO; non si chiamano i lavoratori e le forze democratiche alla lotta per buttare a mare le basi militari USA e NATO in Italia e nei Paesi europei. Si chiede di “superare” la NATO: come se la Pesco (
cooperazione strutturata permanente nel settore della politica di sicurezza e di difesa) non vada già “oltre la NATO”. E, soprattutto, non si parla del ruolo che il complesso militare-industriale mondiale ha nel business del riarmo e del commercio delle armi. Basterebbe anche solo accennare alla vicenda del caccia statunitense F-35, un aereo che gli stessi esperti USA definiscono superato prima ancora di esser completato e di cui tuttavia viene imposto l'acquisto ai paesi europei membri della NATO, suscitando in qualche caso le reazioni dei concorrenti europei, produttori ad esempio del Dassault Rafale o dell'Eurofighter. Se su alcuni fronti si mugugna per lo strapotere di alcune capitali UE rispetto ad altre, sul fronte degli armamenti c'è pieno accordo a far sì che le industrie militari nazionali collaborino sempre più strettamente alla militarizzazione della UE, che contrasti la supremazia USA e consenta a Bruxelles di intervenire nel mondo, in maniera indipendente da Washington.
“La Ue deve agire da subito per la pace nel Mediterraneo”, si dice, tacendo sul ruolo che vari Paesi della UE hanno avuto nelle guerre in Europa e in Medio Oriente, sul ruolo nel golpe in Ucraina e sul sostegno che la UE continua a dare ai nazigolpisti di Kiev. “La Ue deve [condannare] ogni violenza e ogni organizzazione neofascista e neonazista”, si dice, tacendo sul ruolo antioperaio e antipopolare affidato all'aperto fascismo ogni qualvolta il capitale non sia più in grado di tenere soggiogato il lavoro salariato con i normali strumenti della democrazia borghese e tacendo, come affermava Georgij Dimitrov al VII Congresso dell'IC, il “significato che hanno per l'instaurazione della dittatura fascista le misure reazionarie della borghesia che si vanno oggi rafforzando nei paesi di democrazia borghese e che sopprimono le libertà democratiche dei lavoratori”. Misure già in atto e sempre più draconiane in Italia e altri paesi della UE.
Ma basta.
Al pari di un rosario di buone intenzioni, in tutti i grani dei “si deve esigere”, “vogliamo”, “è necessario”, manca completamente la forza sociale chiamata a esser protagonista del cambiamento e, soprattutto, è assente il soggetto politico interprete dell'esigenza storica del rivolgimento sociale. E si capisce che sia così, in un programma in cui, come denunciava Lenin contro gli “amici del popolo”, non c'è “proprio niente di socialista nella richiesta di eliminare quei mali”, se si fanno derivare, come fa “La Sinistra”, dai “principi fondativi del neoliberismo che li ispirano, quali la competitività, la libera circolazione dei capitali senza alcuna regolazione della finanza speculativa”, invece che partire dal fondamento, cioè dai rapporti sociali antagonistici, che non sono prerogativa di una UE in cui c'è “libertà assoluta di movimento dei capitali, la finanza speculativa non ha nessuno controllo”, ma stanno alla base del sistema capitalista stesso. In questo modo, gli estensori del “programma”, agiscono proprio come quegli “amici del popolo”: parlano di quei mali del neoliberismo, ma, tacendo dell'espropriazione dei mezzi di produzione, del loro accaparramento in mani private, sorvolando sullo sfruttamento del lavoro salariato, anche l'eliminazione di quei mali “non tocca il giogo del capitale sul lavoro” (Lenin). Per tornare a Marx, certa sinistra e “La Sinistra” si comportano alla maniera di quei “filantropi [che] vogliono insomma conservare le categorie che esprimono i rapporti borghesi, senza l'antagonismo che li costituisce” (Miseria della filosofia).
In tutta quella disamina, non un accenno agli antagonismi di classe; non una parola sull'asservimento del lavoro salariato, che è “inevitabile proprio come conseguenza del carattere capitalistico dei rapporti di produzione”; in sostanza, se gli “amici del popolo”, si riducevano al “piagnisteo sul tema che c'è lotta e sfruttamento, ma “potrebbe” anche non esserci, se... se non ci fossero sfruttatori” (Lenin), ai vertici del PRC si parla di sfruttamento solamente per denunciare che “il lavoro sottopagato e senza diritti non è lavoro ma sfruttamento”, ma si guarda dal dire che il lavoro salariato è sempre sfruttamento, in quanto appropriazione privata del frutto del lavoro altrui. Si dice giustamente che il lavoro sottopagato, la precarietà, le forme contrattuali ricattatorie si accentuano nei periodi di crisi; ma non si dice che le crisi non finiranno finché ci sarà il capitalismo, che il capitalismo non sarebbe capitalismo se il salario con cui si paga la forza lavoro fosse uguale all'intero prodotto del lavoro ecc. Come i vecchi “amici del popolo”, gli estensori del programma si guardano dal parlare “dell'eliminazione dell'economia mercantile: evidentemente, i loro stessi ideali non possono in alcun modo uscire dal quadro di questo sistema sociale” (Lenin). Ma, soprattutto, ciò che è completamente assente, è l'impegno a definire e organizzare il solo soggetto che, invertendo i rapporti di forza nella società, possa contrastare e rigettare le scelte neoliberiste e la schiavitù salariale che ne è alla base: la classe operaia e i lavoratori, organizzati in un partito comunista.
Nel programma de “La Sinistra”, il tutto è sostituito dalle cristiane genuflessioni del “vanno avviate” e “va promossa”. Amen.
I comunisti non possono limitarsi a contestare le scelte dei partiti borghesi; devono contrapporre alla loro natura di classe borghese, la natura di classe degli interessi operai. Finché ci si limita a opporre una scelta “più democratica” a una liberale, senza indicare una visione generalmente anticapitalista, che contrapponga gli interessi generali dei lavoratori a quelli borghesi, l'identità di classe del partito rimane dietro le quinte. Finché si fanno propri gli obiettivi che l'ideologia dominante proclama quali traguardi fondamentali di ogni progresso democratico, si finisce per rimanere al rimorchio degli interessi di classe della borghesia. Un partito operaio non tralascia nessuno dei temi che fanno della democrazia borghese un'autentica democrazia e la difende da ogni attacco che tenti di mutilarla; ma il partito operaio va oltre quella democrazia, ne denuncia il carattere di classe e indica il passaggio a obiettivi superiori.
Nel caso del voto del 26 maggio, ventilare una “riformabilità” dell'Unione Europea, partecipando all'elezione di uno degli istituti con cui si tenta di fuorviare operai e lavoratori dalla lotta contro i fondamenti di classe della UE, i monopoli industriali e finanziari, invece di organizzare la lotta per la liquidazione della UE, significa appunto rimanere al rimorchio degli interessi del capitale.


17 marzo 2019 redazione
Intervista

Gilet gialli per far cadere Macron e la sua grandeur
Samuel è l'operaio che il 7 novembre 2018 ha contestato pubblicamente il Presidente francese Macron in visita alla fabbrica dove lavora

Michele Michelino

In occasione dell'iniziativa del 16 marzo a Milano, abbiamo intervistato il "gilet giallo" presente, attivo nella lotta fin dall’inizio: Samuel Beauvois, operaio MCA RENAULT MAUBERGE, delegato di fabbrica per il sindacato SUD Industrie/Solidaires.

D.
Il movimento dei gilet gialli è composto da frazioni di varie classi sociali; qual è il punto di vista di un operaio, di quel settore della classe operaia industriale che partecipa a questo movimento?
R
. È una buona cosa che strati sociali diversi si trovino a lottare insieme, dagli operai ai professionisti, ai padroncini, ai dirigenti, perché questo significa che il popolo francese dice basta a un governo repressivo che in pratica reprime i francesi. È un governo che fa parte di una élite ben precisa. Macron sostiene tutte le multinazionali penalizzando le piccole e medie imprese, facendole fallire.
D
. Esiste un’organizzazione nazionale dei gilet gialli? Qual è il ruolo degli operai e delle loro organizzazioni in questo movimento? Come siete organizzati.
R
. Non esiste un’organizzazione nazionale centralizzata, è un movimento in un certo senso anarchico che si organizza sui territori. Per quanto riguarda gli operai che partecipano a questo movimento, riporto l’esempio della fabbrica in cui lavoro, la Renault: su 2.400 lavoratori gli aderenti ai gilet gialli sono circa 800. Inoltre esiste un coordinamento nazionale dei sindacati dell’industria, cui non partecipano i riformisti favorevoli al governo Macron.
D.
Questa lotta si è radicalizzata sempre più, le manifestazioni continuano e ci sono stati molti arresti; cosa fa questo movimento per i compagni e i manifestanti arrestati?
R
. Chi viene arrestato non è mai una sola persona, è sempre un gruppetto. Dopo gli arresti i gilet gialli si precipitano al commissariato locale assediandolo e dopo il presidio di mezz’ora o un’ora la maggior parte viene liberata. Io stesso sono stato arrestato e poi liberato.
D
. Questa lotta che è partita per motivi economici, contro l’aumento del prezzo del carburante, si è trasformata in una lotta politica contro il governo Macron e le multinazionali; cosa pensi della decisione di una parte dei gilet gialli di presentarsi alle elezioni istituzionalizzando la lotta?
R
. Quelli che vogliono costituirsi in partito e presentarsi alle elezioni sono degli infiltrati. In questo momento il movimento si sta radicalizzando e quindi ci sono delle azioni di distruzione dei radar sulle strade, delle pompe di benzina, dei bancomat e oggi anche il sindacato Solidaires si presenterà in piazza a Parigi e sarà una giornata molto calda.
D
. Il movimento dei gilet gialli ha dimostrato a tutta l’Europa che con la lotta radicale è possibile ottenere, anche se finora solo in parte, dei risultati. Il vostro obiettivo si limita a cambiare il governo Macron, a ottenere un salario dignitoso e la patrimoniale che Macron ha abolito o vi ponete l’obiettivo di cambiare la società?
R
. L’obiettivo principale che ci poniamo è quello di far cadere il governo francese, il nemico di classe. Certo che sarebbe un’ottima cosa se il movimento dei gilet gialli si estendesse in Europa e contro le istituzioni europee che hanno l’obiettivo di abbassare i salari facendoli precipitare, portando i nostri salari ai livelli della Romania, della Polonia ecc. In Belgio il movimento dei gilet gialli è abbastanza cresciuto, ci sono già delle frange anche in Inghilterra e quindi l’auspicio sarebbe quello di dilagare in tutta Europa.
D
. Perché avete deciso di caratterizzare questo movimento con i gilet gialli?
R.
In Francia è tradizione del movimento operaio, ad esempio fra i vari sindacati, ma anche di altri settori di massa, di caratterizzarsi con casacche di diverso colore. Dato il carattere del movimento che vede scendere in lotta insieme frazioni di classi diverse è stato scelto il giallo perché è un colore neutro.
D.
Grazie dell’intervista a "nuova unità". La vostra lotta contro le multinazionali e il governo è anche la nostra lotta, la lotta degli operai italiani e di tutto il mondo, perché abbiamo un obiettivo comune che è quello di cambiare questo sistema basato sullo sfruttamento capitalista dell’uomo sull’uomo.
(Intervista rilasciata la mattina del 16 marzo 2019)

politica
Contratto di governo, contratto di classe
L'insediamento del nuovo governo Di Maio-Salvini ha una sua originalità sia sul come Lega-M5S siano arrivati al risultato elettorale, sia su com'è stato definito il cosiddetto contratto tra Lega (nord) e Movimento 5 stelle. Un risultato che ha visto la partecipazione al voto di poco più del 50% degli aventi diritto con la Lega di Salvini che ha portato via voti soprattutto ai suoi alleati di centro-destra arrivando ad un risultato del 16% contro un M5S che invece ha superato il 34%. Ma, buon viso a cattiva sorte, è andato bene al M5S per riuscire a formare un governo che hanno definito di cambiamento. Abbiamo assistito alle manovre del Presidente Mattarella per dare a tutti i costi un governo al paese, tanto che è stata rifiutata la nomina a ministro dell'economia di Savona perchè poteva rappresentare un pericolo per l'economia, di far fluttuare i mercati finanziari, di spaventare i grandi investitori stranieri, far aumentare lo spread mentre è stato accettato Salvini a ministro degli Interni. Evidentemente secondo la Presidenza della Repubblica sarebbe meno pericoloso!! Invece quanto sia pericoloso lo abbiamo visto fin dai suoi primi giorni del suo insediamento. Salvini spaventa gli immigrati, è ben accetto dai settori economicamente dominanti perché piace al grande capitale chi è forte con i deboli e debole con forti. Una formula nuova di governo, quella di un contratto privatistico tra due parti apparentemente diverse, ma che trovano un comune interesse nel Programma del fare e nella spartizione delle poltrone di governo e del sotto-governo. Un contratto che consente ad ognuna delle parti di fare e dire quello che elettoralmente ritengono più conveniente in vista di prossime elezioni. Un governo di propaganda reazionaria urlata, ma che nella sostanza rappresenta una continuità con i governi borghesi che lo hanno preceduto, altro che cambiamento! E non poteva che essere così. Il loro stare insieme è possibile perché hanno un blocco sociale cui fanno riferimento entrambi, una comune base elettorale divisa tra Nord (la lega) e Sud (M5S). La borghesia come classe sociale è stratificata in settori e interessi diversi e anche contrapposti. Nel suo sviluppo moderno - quella delle grandi aziende, dei monopoli e delle multinazionali, della grande finanza - il grande capitale è costretto, per la sua sopravvivenza, a gettare sul lastrico settori interi della sua classe . “I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l'artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare l'esistenza loro di ceti medi dalla rovina. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancor più, essi sono reazionari, essi tentano di far girare all'indietro la ruota della storia”. (Manifesto Marx-Engels) La crisi generale, in particolare nel nostro paese, ha acutizzato questa contraddizione: da un lato nel periodo di sviluppo o di minor crisi è stato incrementato lo sviluppo della piccola e media borghesia utile sia a frammentare la lotta del proletariato, sia a creare quella sovrastruttura tecnologica, intellettuale e infrastrutturale necessaria a mantenere il paese nelle prime file degli Stati imperialisti. Dall'altro lo sviluppo ineguale e la concorrenza - che caratterizzano la società capitalista - hanno distrutto gran parte delle strutture produttive piccole e medie e intaccano anche quei settori della pubblica amministrazione che fino ad ora sono stati la base elettorale dei vari partiti borghesi dalla DC al PSI e al PCI poi PD. Il grande capitale deve risparmiare sulle spese di gestione del proprio Stato borghese per poter dirottare maggiori soldi alle grandi imprese che si trovano in competizione sullo scenario internazionale. La massa enorme di piccola borghesia rivendica il suo “posto al sole”: “Oggi la piccola borghesia si è trasformata nella truppa scelta della reazione, vigila sui castelli, altari e troni dai quali spera la salvezza contro la miseria, in cui è stata spinta dallo sviluppo economico...” (Kautsky-1906) L'approccio a queste contraddizioni divide la politica dei vari schieramenti politici che, come espressione del grande capitale, promette ricchezze a tutto il popolo. Se il paese è tra i primi posti dello schieramento imperialista, sarà maggiormente sensibile all'esportazione di merci e capitali e appoggerà politiche estere adeguate a stare in Europa ecc. Chi è maggiormente legato ai settori in sofferenza a causa della stasi del mercato interno, della difficoltà di ottenere credito bancario senza possibilità di fare investimenti produttivi o è maggiormente colpito dalla concorrenza dei capitalisti italiani ed esteri più competitivi, tenderà a legarsi alle proposte nazionaliste, ai dazi protezionistici alle parole d'ordine del “prima gli italiani”. Ma nessuna delle varie fazioni della borghesia mette in discussione il capitalismo, anzi tutti lo prospettano come la società migliore per l'umanità. Il comune denominatore rimane quello di dare aiuti alle imprese: chi vuole aiutare le grandi ad essere competitive sui mercati internazionali e chi vuole aiutare le piccole per essere all'altezza delle richieste qualitative delle grandi. Una frattura che nella descrizione appare schematica e netta, ma che nella realtà non è. Le posizioni politiche della piccola borghesia oscillano e si contraddicono contemporaneamente ma sono univoche contro il proletariato che lotta per la sua emancipazione dallo sfruttamento. Sono con la Russia di Putin e con gli Usa di Trump; tutti sono con Israele e la NATO; sono contro l'Europa ma sono tutti per l'Unione Europea; sono contro gli immigrati: chi li vuole accogliere e chi no, ma sono tutti pronti a pagare le bande di miliziani (Libia) o paesi come la Turchia di Erdogan per fare il lavoro sporco. Tutti sono d'accordo per un'immigrazione programmata in base alle esigenze dell'economia nazionale e possibilmente di alta qualità professionale. E c'è chi propone un piano Marshall europeo per l'Africa al fine di poter partecipare al bottino da contendere con altre potenze imperialiste già presenti nel Continente. Sono gli esponenti della stessa classe sociale che oltre un secolo fa ha deportato e reso schiavi, per incrementare le proprie ricchezze, milioni di uomini. Nella mobilitazione reazionaria della borghesia le sue frazioni piccolo-medie sono le “truppe scelte”, sono quella parte più vicina al popolo che possono fare da trade-union con esso. Quando sbraitano contro le banche, contro la legge Fornero o per il reddito di cittadinanza, contro i privilegi della casta ecc. - in un paese dove la disoccupazione arriva a superare il 40% della popolazione attiva e dove non esistono case popolari -, lo slogan "prima di tutto gli italiani" convince o illude anche settori popolari. Inventare poi un finto nemico (l'immigrato) da combattere è sempre stato un buon metodo usato dai padroni al potere per nascondere la verità e orientare la rabbia contro falsi obiettivi. Le forze reazionarie Lega e M5S sono state percepite come alternative (a cosa?) come forze capaci di andare contro lo stato di cose presenti. Una percezione stimolata dai mezzi di informazione e anche da quelle forze di "sinistra" e da settori sindacali che le hanno indicate come cambiamento sia prima che dopo le ultime elezioni. Da quando D'Alema definiva la Lega Nord di Bossi una “costola della sinistra” alle ultime elucubrazioni sinistre di chi pensava che il M5S potesse essere uno strumento di indebolimento e destabilizzazione dello schieramento e del potere borghese, o che votare M5S fosse il male minore, il voto utile (a cosa?) di fronte allo sfascio della sinistra borghese e riformista. Anche ora si intravedono esitazioni nell'attaccare il governo DiMaio-Salvini, differenziano tra le parti più reazionarie - apertamente razziste e fasciste di Salvini -, diventano cauti e possibilisti con la parte rappresentata dal M5S e sperano sempre nello sviluppo di contraddizioni tra i componenti del governo invece che puntare sulla mobilitazione e l'organizzazione dei lavoratori per abbattere questo governo, nel suo insieme, antipopolare, fascista e razzista. Queste posizioni derivano dal fatto che una parte consistente della piccola borghesia è scaraventata nelle fila del proletariato e questi strati declassati portano il proprio punto di vista nel proletariato stesso. Esprime le sue oscillazioni di classe intermedia e in via di estinzione attraverso opinioni e atteggiamenti politici e, naturalmente, entra in contatto con partiti e organizzazioni varie, anche quelle proletarie. Anzi fa di tutto per creare Partiti e organizzazioni, per porsi alla testa del proletariato e tentare di dirigerlo. Organizzazioni che oscillano da posizioni super-rivoluzionarie e parole d'ordine altisonanti, a posizioni riformiste e conciliatrici con il potere borghese e imperialista. Questa piccola borghesia rappresenta uno dei tanti pericoli per la classe operaia in quanto strumento diretto o indiretto della penetrazione dell'ideologia borghese nella classe. È lo strumento della frammentazione, del frazionismo, è il freno per l'organizzazione autonoma e indipendente della classe in partito politico, nel Partito Comunista.
Decreto dignità: ora è legge
Il testo della legge di conversione del DL n. 87/2
Le nuove norme: dai contratti ai licenziamenti illegittimi alle scom-messe, ecco le misure Il Decreto Dignità - dopo aver ottenuto il via libera definitivo dell’Aula del Se-nato con 155 sì, 125 no e 1 astenuto - è diventato legge in un clima di rissa. Urla, cartelli, appelli alla calma, con cori da stadio che ripetevano più volte la parola `Di-gni-tà´, hanno accompagnato a Palazzo Madama il voto definitivo. Il decreto dignità, su cui il viceministro 5Stelle Di Maio si era speso parec-chio, aveva creato molte aspettative negli elettori del governo del “cambia-mento” Lega-5 Stelle ma, una volta definitivamente approvato, delude tutte le aspettative non solo di chi si aspettava la definitiva abrogazione del Job acts, ma anche di imprese, professionisti e soprattutto lavoratori. Nella legge, infatti, non si parla di flat tax, e non è stato abrogato lo spe-sometro (di fatto neanche una proroga), solo un ritocco (peraltro ancora non pienamente definito) del redditometro. Anche per chi ci aveva creduto, il risultato è abbastanza deludente, o quan-tomeno inferiore alle aspettative. Non viene ripristinato l’art. 18, non è abolito il job acts, ma solo riformate le norme sui licenziamenti e sui contratti a termine; ed è introdotto un vincolo sulle delocalizzazioni. Quindi per i padroni rimane la libertà di licenziare come e quando vogliono: pagheranno qualche mensilità in più, un’elemosina che non cambia la sostan-za del potere padronale sulla forza lavoro. Eppure la questione lavoro è stato il cavallo di battaglia su cui il vice premier e ministro del lavoro Luigi Di Maio aveva molto insistito in campagna elettorale. Ma vediamo i punti del decreto dove sono riformate le norme sui licenzia-menti e sui contratti a termine; e viene introdotto un vincolo sulle delo-calizzazioni. 1 - Le novità sul lavoro a) I contratti a termine avranno una durata massima di 24 mesi rispetto ai 36 della vecchia legge. Per i nuovi contratti ci sarà l’obbligo di motivare i rin-novi. Se il contratto a termine supera i 12 mesi e non sono indicate le causali, il contratto si trasforma automaticamente a tempo indeterminato. I contratti a tempo determinato, compresi quelli in somministrazione, non possono superare il 30% dei contratti a tempo indeterminato nella stes-sa azienda. Previste anche multe di 20 euro al giorno per la somministrazione fraudolenta e l’esclusione delle agenzie di somministrazione dall’obbligo di in-dicare le causali per il rinnovo dei contratti a termine. I costi aggiuntivi applicati ai rinnovi (0,5%) si applicheranno anche ai contrat-ti a termine in somministrazione. Da questo provvedimento è però escluso il lavoro domestico, che non rientra nelle penalizzazioni stabilite per i rinnovi dei contratti a termine. La maggiora-zione contributiva dello 0,5 per cento non varrà per collaboratori domestici e badanti. b) Bonus Istituito un bonus del 50% dei contributi per le assunzioni di under 35, che dal prossimo anno sarebbe scattato solo per assunzioni di under 30; esso sa-rà esteso anche al 2019 e al 2020. L’esonero del 50% dei contributi previden-ziali a carico dei padroni è riconosciuto per massimo 3 anni e con un tetto di 3mila euro su base annua. Le coperture arriveranno dall’aumento del prelievo erariale unico sugli apparecchi da gioco a partire dal 2019. c) Licenziamenti illegittimi È innalzata l’indennità massima che passa da 24 a 36 mensilità, mentre la minima passa da 4 a 6 mensilità. 2 - Voucher I nuovi voucher potranno essere utilizzati dalle aziende agricole, e anche da-gli alberghi con un massimo di 8 dipendenti (per gli altri settori è 5 il limite di dipendenti). I voucher diventano una forma di pagamento per pensionati, disoccupati, studenti under 25 con durata massima di 10 giorni di contratto. I lavoratori dovranno essere pagati entro il termine di 15 giorni dallo svolgimento della prestazione lavorativa. 3 – Delocalizzazioni e contrasto alla delocalizzazione Multe a chi delocalizza: le aziende che hanno ottenuto aiuti dallo Stato per impiantare, ampliare e sostenere le proprie attività economiche in Italia e che spostano la sede al di fuori dell’Unione Europea prima che siano trascorsi 5 anni dalla fine delle agevolazioni subiranno una sanzione da 2 a 4 volte il be-neficio ricevuto. Sulla scia del nazionalismo, dello slogan “prima gli italiani” e per la “protezio-ne del lavoro italiano”, è introdotto un vincolo alle delocalizzazioni: chi riceve aiuti statali per investimenti produttivi non potrà spostare la sede aziendale all’estero per i successivi cinque anni. 4 - Gioco d’azzardo Fine della pubblicità del gioco per limitare le ‘ludopatie’ . Il famoso “nuoce alla salute”, dopo i pacchetti di sigarette, varrà anche per i “gratta e vinci”. I tagliandi per tentare la fortuna dovranno avere note espli-cative (che coprano almeno il 20 per cento della superficie del biglietto su en-trambi i lati) sui rischi del gioco d’azzardo, come succede per i pacchetti di si-garette. Chi viola il divieto di pubblicità del gioco d’azzardo sarà sanzionato con multe fino al 20% della sponsorizzazione (minimo 50mila euro). Per giocare alle slot e per tutelare i minori sarà obbligatorio, come avviene per le macchinette che distribuiscono tabacco, la tessera sanitaria. Ma anche qui fatta la legge ecco subito l’inganno e l’ipocrisia: l’unica eccezione al divie-to è rappresentata dalle lotterie nazionali. 5 - Maestre Proroga dei contratti fino a 30 giugno 2019 e un concorso straordinario per risolvere il problema delle maestre diplomate prima del 2001/2002. Sa-ranno prorogati tutti i contratti fino al 2019, trasformando quelli a tempo in-determinato in contratti a termine fino al 30 giugno 2019 e prorogando chi aveva già il contratto a tempo determinato. Queste in sintesi le misure del Decreto Dignità Come sempre qualcuno pensa "piuttosto di niente, anche se poco meglio questo rispetto a quanto fatto dai governi di "centrosinistra”, anche se il “piuttosto” è poca casa rispetto alle promesse elettorali. In ogni caso sui contratti a tempo determinato vengono introdotte, rispetto a prima, due importanti novità: • la durata massima scende da 36 a 24 mesi; • tornano le causali, che devono essere inserite per giustificare i rinnovi (la norma parla di inserimento dopo i primi dodici mesi. In caso di violazione dell’obbligo di indicare la causale in caso di rinnovo dopo dodici mesi, il contratto si trasforma automaticamente in assunzione stabile. Aumenta poi l’indennità massima per i licenziamenti illegittimi che passa da 24 a 36 mensilità, mentre la minima sale da 4 a 6 mensilità. Ma le delusioni più grandi per la classe media sono state prodotte dalla parte fiscale: erano attesi provvedimenti ampiamente pubblicizzati come quelli su spesometro, redditometro, studi di settore e split payment. L’unico di questi provvedimenti realmente concretizzatosi è l’abolizione dello split payment per i soli professionisti. Con il Decreto Dignità, d’ora in poi ai professionisti, l’IVA non si applicherà più alle prestazioni di servizi assoggetta-te a ritenuta Irpef. Ciò significa che i professionisti (ingegneri, architetti, av-vocati e altri a partita Iva) torneranno a riscuotere l'imposta sui compensi fat-turati alle amministrazioni pubbliche, con loro grande soddisfazione. Per il resto, chi si era illuso che con la Lega al governo sarebbe cominciata la pacchia ha dovuto subire una serie di delusioni cocenti. Quella più clamorosa riguarda lo spesometro, che non solo non viene abro-gato ma che non sarà nemmeno oggetto di proroga. Il decreto legge in og-getto, non fa altro che statuire una situazione già prevista. L’invio telematico dello spesometro potrà essere trimestrale o semestrale. L’unica novità rispet-to a prima è che l’invio del terzo trimestre potrà essere effettuata sino al prossimo 28 febbraio 2019. Per il primo semestre la scadenza rimane al 1° ottobre, mentre quello del secondo semestre rimane sempre al 28 febbraio. Quindi tanto rumore per nulla... Altra delusione è quella del redditometro. Anche questo adempimento non è stato abrogato, come promesso da diversi esponenti della maggioranza di Governo. Il decreto prevede solo la sospensione dei controlli sugli anni 2016 e seguenti, in attesa che un ulteriore provvedimento introduca un nuovo strumento. Viene, infine, limitato il beneficio fiscale dell’iper-ammortamento, che potrà essere ripreso a tassazione qualora i beni agevolabili siano stati destinati a strutture con sede all’estero. L’unica promessa pienamente mantenuta è quindi essere quella sul divieto della pubblicità del gioco d’azzardo.
Migranti e rifugiati politici
Migranti e rifugiati politici Gli operai, i prolet
Sulla pelle dei migranti è in atto una campagna che ha fatto la fortuna elettorale di diversi partiti, dalla Le-ga di Salvini al M5 Stelle Di Maio e Grillo, ma questo è un tema abbastanza traversale che accumuna anche partiti di centrosinistra, a cominciare dal PD. La caccia e il disprezzo razzista verso lo “straniero” fanno ormai parte del pensiero dominante di un popolo – il nostro - che ha dimenticato che milioni di suoi fra-telli, connazionali, sono stati costretti a spargersi per il mondo quando gli stranieri eravamo noi. Chi si scrive non ha mai dimenticato i racconti del padre e dei suoi amici e compagni, meridionali venuti al nord in cerca di lavoro e in seguito, per mancanza di lavoro, trasferitisi in Germania. Più volte ho ascoltato di na-scosto i racconti di mio padre che, quando tornava a ca-sa, diceva a mia madre che gli italiani, al pari di altri lavoratori, turchi, spagnoli ecc., erano costretti a emi-grare per guadagnarsi il pane, erano considerati esseri umani di serie b. In Germania questi lavoratori vivevano in baracche e quelli che non avevano il permesso di lavoro erano “clan-destini” e spesso quando al sabato sera si ritrovavano fra compaesani e tra alcuni scoppiava qualche zuffa - i-nevitabile quando si è lontani da casa e il sabato sera è l’unica occasione di svago - tutti gli italiani venivano identificati come mafiosi e attaccabrighe e per questo era impedito loro di entrare in alcuni bar o caffè dove campeggiava la scritta “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Quando arrivavano negli Stati Uniti erano te-nuti in quarantena. Anche nella Repubblica Italiana nata dalla Resistenza la divisione fra il nord e sud dell’Italia non si è mai sa-nata e allora era ancora più evidente. Le fabbriche del “miracolo economico” di Milano e di Torino reclutavano manodopera dal sud e dal Veneto, costringendo al trasfe-rimento coatto decine di miglia di persone senza fornir-gli adeguati servizi. Quelli erano gli anni in cui a To-rino e Milano nelle portinerie dei palazzi erano affissi cartelli con la scritta “qui non si affittano case ai me-ridionali” costringendo molti lavoratori a dormire nelle macchine dismesse o ad occupare le case sfitte o appena costruite (come succede oggi agli esseri umani chiamati “extracomunitari”). I loro figli erano chiamati “i fiò del terùn” (i figli dei terroni). I paesi occidentali, capitalisti, l’imperialismo - com-preso quello italiano - prima depredano le risorse, le materie prime con le guerre di rapina, distruggendo le risorse locali dei paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina costringendo milioni di esseri umani a fuggire dalle guerre e dalla fame e poi, ipocritamente, davanti agli esodi di massa parlano di invasione e mobi-litano gli eserciti, la polizia alle frontiere, fino alla chiusura dei porti. La penetrazione economica delle economie imperialiste in paesi sovrani distrugge le economie locali, costringe al-la fame e alla sete milioni di persone nel mondo provo-cando nuove forme di schiavitù. L’ultimo esempio del respingimento della nave Aquarius dai porti italiani attuato dal governo giallo-verde di leghisti e 5 Stelle, è l’esempio lampante dell’ipocrisia dei difensori dei “valori cristiani” e chi, come il Mini-stro dell’Interno Salvini, ha fatto la campagna elettora-le e i comizi ostentando il rosario in mano. Che cosa sarebbe successo se invece di migranti sulla na-ve Aquarius al posto di 629 profughi a bordo, ci fossero stati degli animali in quelle pessime condizioni? Sareb-bero stati considerati animali “clandestini” da abbattere o da salvare? I benpensanti di tutti gli schieramenti po-litici sarebbero insorti. La maggioranza della popolazione sarebbe insorta indigna-ta; in primis i due vice primi ministri a caccia di voti e consensi per le prossime tornate elettorali. In realtà, come dimostra il grafico che riportiamo, l’Italia è il paese che ha meno rifugiati in Europa. grafico E ancora, la proposta del Ministro dell’Interno Salvini di schedare i Rom (dimenticandosi della Costituzione ita-liana e che i numerosi nomadi che vivono nei campi di cittadinanza italiana al pari di Salvini) è in continuità con le leggi razziali dei regimi nazisti e fascisti. L’ipocrisia dei razzisti del governo gialloverde del “cambiamento”, in particolare del Ministro dell’interno, nasconde la realtà - quella di essere forte con i deboli e servi dei poteri forti - che a parole dicono di voler combattere. I difensori del libero mercato che rivendica-no la libera circolazione delle merci e dei capitali, la sovranità nazionale prima di tutto, si inchinano ai capi-talisti di ogni colore, ai ricchi, al capitale interna-zionale e transazionale, mentre trattano gli esseri umani poveri peggio degli animali. Con la parola d’ordine “prima gli italiani” la Lega - ma anche il movimento 5Stelle - hanno fatto il pieno dell’elettorato piccolo borghese e, in mancanza di un’organizzazione che rappresenti gli interessi immediati e storici della classe operaia e proletaria, hanno rac-colto consensi e voti anche fra gli sfruttati, illusi di poter mantenere i loro “miserabili privilegi” (così oggi vengono definiti dai borghesi i diritti conquistati con le lotte operaie che oggi stanno smantellando), convinti che i migranti siano la causa del peggioramento delle lo-ro condizioni di vita e di lavoro. In realtà il nemico degli italiani è in casa loro e non sono gli immigrati che arrivano con i barconi. Sono i pa-droni, i borghesi che sfruttano la forza lavoro al di là del colore della pelle, e che attraverso la concorrenza fra proletari abbassano a tutti il salario e creano un enorme esercito di riserva. Il governo del “cambiamento” si esprime a parole contro l’Europa e i poteri forti, rivendica la sovranità nazio-nale nei servizi TV, ma si genuflette davanti all’imperialismo europeo, e in particolare quello ameri-cano: il governo continua a pagare oltre 80 milioni di euro al giorno per appartenere alla NATO, oltre alle spe-se per le missioni dei militari italiani impegnati nelle guerre di rapina nel mondo e per il continuo riarmo. I sostenitori dello slogan “padroni a casa nostra” accet-tano senza discutere la servitù militare cedendo, come già i precedenti governi borghesi che governano nell’interesse dei padroni, molte parti del territorio dello Stato italiano a uno Stato estero (USA) e alla Na-to, mantenendo e accollandosi i costi delle 120 basi di-chiarate, ufficialmente, oltre a 20 basi militari Usa to-talmente segrete e ad un numero variabile (al momento so-no una sessantina) d’insediamenti militari o semplicemen-te residenziali con la presenza di militari USA, senza sapere dove siano ubicate le armi, anche se è risaputo che molte basi sono provviste di atomiche “tattiche” tan-to da far considerare l’Italia la più importante portae-rei USA del Mediterraneo. Cartina basi Nato in Italia In Italia ci sono oltre 100 miliardi di evasione fiscale, altri 100 miliardi si calcola siano le spese per la buro-crazia, altrettante sono il costo della corruzione. Milioni di persone sono senza lavoro e senza pensione, ma Salvini - scaricando la colpa di tutti i mali sui migran-ti - dichiara che la “festa è finita” e definisce “cro-ciere” l'attraversamento del mare su barconi fatiscenti, fa la guerra ai migranti - badate bene non ai padroni che li sfruttano per pochi euro nella raccolta degli ortaggi e della frutta - ma alle ONLUS e alle cooperative solida-li, riducendo la spesa per la solidarietà (che in massima parte proviene dal fondo europeo): secondo il Ministro dell’Interno oggi la spesa di 5 miliardi per i migranti è insostenibile. Dividere i lavoratori in base al colore della pelle, alla nazionalità, mettendoli in concorrenza fra di loro è uti-le solo ai padroni e ai loro governi. Gli operai nel si-stema capitalista non hanno patria, ma sono solo forza lavoro al servizio del capitale, da sfruttare quando l’industria tira e licenziare quando non servono più a valorizzare il capitale o perché lo spostano all'estero sfruttando altra manodopera. Gli operai, i proletari, sono una classe internazionale con gli stessi interessi. Schiavi nel sistema capitalista che lottano per la loro liberazione dalle catene e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo per loro e per tutta l’umanità. Parafrasando Salvini anche noi diciamo che il nemico è in casa nostra ma non sono i migranti economici o i rifugia-ti politici, sono i padroni e i loro governi (oggi gial-loverde). Nella nostra lotta di resistenza, per il potere operaio e il socialismo contro l’imperialismo mondiale cominciamo a combattere prima i padroni italiani e i loro governi. Sulle nostre bandiere riscriviamo il motto: Proletari di tutto il mondo uniamoci.
Ucraina
Il Donbass teme sempre più un attacco ucraino
Che Kiev stia preparando qualcosa di grave nel Donbass sembra fuor di dubbio; da tempo si parla di un'offensiva su larga scala contro le milizie popolari. Quando i let-tori di nuova unità vedranno questo numero del giornale, quello di cui scriviamo potrebbe essere già di molto in-vecchiato. Si ipotizza infatti che una grossa provocazio-ne dei putschisti potrebbe verificarsi quando l'attenzio-ne di tutti sarà concentrata sul mondiale di calcio in Russia. Dopo accuse e controaccuse, olandesi e malesi, su chi avrebbe abbattuto - la Russia oppure l'Ucraina - il Boeing civile malese sul Donbass nel luglio 2014, c'è ad-dirittura chi ipotizza un ricatto di Washington a Kiev del tipo: preparate una provocazione in vista del mondia-le, se no noi spifferiamo il nome del colpevole e, quin-di, si teme che se da Washington partisse l'ordine, Po-rošenko potrebbe davvero lanciare un'offensiva. Soldati ucraini fatti prigionieri dalle milizie testimoniano che istruttori statunitensi, canadesi e polacchi insegnano loro tattiche di assalti a edifici e città. Insieme ad autoblindo, droni, sistemi radar e attrezzature, gli USA riforniscono le truppe ucraine di fucili pesanti da cec-chino “Barrett M107A1” e razzi anticarro “Javelin”; nei soli primi mesi del 2018, Kiev avrebbe ricevuto armi ed equipaggiamenti per oltre 40 milioni di dollari da Stati Uniti, Lituania, Gran Bretagna e Canada. Ma, anche al di là del mondiale di calcio, l'offensiva ripresa da Kiev a inizio maggio, indica l'intenzione di forzare i tempi e sfiancare le milizie, in vista di qual-cosa di più grosso. Il 7 giugno ne ha parlato anche Vla-dimir Putin ed è stata la prima volta, dopo tanto tempo, che dal Cremlino si è lanciato un avvertimento così pre-ciso a Kiev. In diretta televisiva, rispondendo a una do-manda sulla possibilità di un attacco ucraino durante i mondiali, Vladimir Putin ha detto: “Spero che non si ar-rivi a tale provocazione; ma se ciò accadrà, credo che le conseguenze per il regime statale ucraino nella sua tota-lità saranno molto serie”. Qualche effetto, almeno psico-logico, la dichiarazione lo deve aver avuto, se Porošenko si è sentito in obbligo di telefonargli, il 9 giugno, mentre Putin era in riunione al vertice SCO (l'Organizza-zione per la Cooperazione di Shanghai) in Cina: dopotut-to, anche le attività industriali e finanziarie che con-trolla in Russia hanno contribuito alle fortune di Petro Porosenko, valutate, a seconda delle classifiche mondia-li, tra 0,8 e 1,5 miliardi di dollari. In precedenza, ne aveva parlato anche l'ex leader della DNR e oggi presidente dell'Unione dei volontari del Don-bass, Aleksandr Borodaj, indicando nell'area di Želobok, a nordovest di Lugansk, una delle possibili direttrici dell'attacco ucraino. Le sue parole non hanno certo la risonanza mediatica di quelle di Putin, ma, data la sua conoscenza delle forze in campo, non è da sottovalutare la previsione secondo cui, se Kiev deciderà davvero una provocazione, ciò “potrebbe significare la fine dell'U-craina”. Le milizie, ha detto Borodaj, dispongono di così tante riserve e potenza di fuoco da consentire di accer-chiare gli attaccanti in una sacca come quella di Debal-tsevo: il saliente in cui si consumò la più sonora scon-fitta ucraina, nel febbraio 2015. Preparativi ucraini d'attacco Al momento di scrivere, la situazione si è già comunque di molto inasprita, rispetto anche solo a uno o due mesi fa. Qui, non possiamo far altro che riportare le ultime (per ora) notizie, con la speranza di non dover aggiorna-re l'elenco dei lutti sul successivo numero del giornale. Le fonti propagandistiche ucraine scrivono ogni giorno di “pesanti perdite inflitte ai terroristi” - come essi de-finiscono i miliziani – e, in effetti, non passa giorno che anche le agenzie della Novorossija non diano notizia di ufficiali e volontari delle milizie caduti sotto i colpi di cecchini e dei mortai pesanti, oltre ai civili che rimangono sotto le bombe. Da quasi due mesi sono sotto assedio Gorlovka e Debaltse-vo, importanti snodi viari e ferroviari sulla direttrice che unisce Donetsk a Lugansk; le forze ucraine sono con-vinte che la conquista delle alture attorno a Gorlovka permetterà loro di stringere d'assedio la stessa Dontesk. Il 5 giugno, Novorosinform scriveva dell'assassinio, da parte ucraina, di due dei tre miliziani della DNR fatti prigionieri pochi giorni prima a Zajtsevo, una decina di km a nord di Gorlovka. Il 3 giugno, oltre quaranta abitanti dei piccoli villaggi di Gladosovo e Travnevogo (tra Gorlovka e Zajtsevo, in una delle ex “zone grigie”, create per escludere i bom-bardamenti ucraini sulle aree civili lungo il fronte, ma poi via via occupate dai battaglioni neonazisti) sono stati cacciati dalle abitazioni: di sette di essi non si hanno più notizie; molte delle loro case sono state de-predate dai soldati di Kiev e alcune incendiate. Kiev sta ricorrendo sempre più spesso a tali azioni terroristiche, tanto che si parla della nascita di gruppi partigiani tra la popolazione ormai estenuata, cui Kiev avrebbe risposto con la creazione di una cosiddetta “Brigata di difesa territoriale" per il rastrellamento dei civili, forte di cinquemila uomini tra militi nazisti e delinquenti comuni arruolati nelle galere di Dnepropetrovsk e Kharkov. Secondo il vice Presidente della missione OSCE, Aleksandr Hug, in tutto il mese di maggio sarebbero rimasti uccisi in Donbass 10 civili e altri 25 feriti. Ma la responsabi-le per i diritti umani nella DNR, Darja Morozova ha scritto che soltanto dal 18 al 25 maggio, nella sola DNR, si sarebbero contati 9 morti (sei miliziani e tre civili) e 17 feriti. Il 6 giugno, l'OSCE ha accertato la concentrazione di mezzi corazzati e artiglierie semoventi ucraine in punti del fronte vietati dagli accordi di Minsk: la cosa è sta-ta confermata dalle immagini registrate da un drone u-craino abbattuto dalle milizie, in cui si vedono tali mezzi radunati addirittura in quartieri civili di Artëmo-vska e Kostantinovka. L'8 giugno, la missione OSCE è fi-nita sotto il fuoco ucraino nell'area di Golubovskoe, nella LNR, mentre tentava di avvicinarsi al luogo in cui, il giorno precedente, un autobus di linea era stato ber-sagliato da lanciagranate e sei persone erano rimaste fe-rite. L'8 giugno, un civile è rimasto ferito da schegge di granata a Zajtsevo, mentre colpi di mortaio sono cadu-ti sull'asilo infantile di Donetskij, nella LNR. Piani dei golpisti e accordi internazionali Da parte ucraina, il Ministro degli interni golpista, Ar-sen Avakov, ha “ufficialmente” dichiarato morto il pro-cesso degli accordi di Minsk: come dire che ora Kiev si ritiene libera anche formalmente (di fatto, lo è stata sin dall'inizio, non avendo rispettato nessuna delle con-dizioni poste dagli accordi del febbraio 2015, a partire dal ritiro dal fronte delle artiglierie pesanti e dal ri-conoscimento di uno status speciale per il Donbass) di fare tutto ciò che vuole in Donbass. “La situazione at-tuale è quella di un conflitto congelato” ha detto Avakov il 7 giugno, contraddicendo direttamente quanto detto al-la vigilia dal presidente golpista Petro Porošenko, se-condo cui nel Donbass è in atto una “fase calda” della guerra e non un “conflitto congelato”. Avakov ha anche detto che “la riacquisizione del Donbass sarà tecnicamen-te piuttosto un'operazione di polizia” e si svolgerà se-condo una larga azione di “filtraggio” tra coloro che non hanno “collaborato con le attuali autorità d'occupazione” e chi invece “si è macchiato del sangue di soldati ucrai-ni”. Nonostante tutto, l'11 giugno si è regolarmente tenuto a Berlino il previsto incontro del “quartetto normanno” (Ministri degli esteri di Francia, Germania, Russia e U-craina) a 16 mesi dall'ultima riunione e il cui tema principale è stato l'introduzione di forze ONU in Don-bass. Mosca è a favore dell'invio di forze ONU, a garan-zia dell'incolumità degli osservatori OSCE, ma è assolu-tamente contraria alla posizione USA (ovviamente sostenu-ta da Kiev) di una missione “di pace” ONU che, di fatto, si trasformerebbe in "una sorta di Kommandantur militar-politica che prenderebbe il controllo dell'intero terri-torio delle Repubbliche popolari": ciò porterebbe alla completa demolizione degli accordi di Minsk. Discussa, a Berlino, anche la questione dell'arretramento delle forze dalle “zone grigie” e l'inizio dello sminamento della re-gione. Informatori ucraini hanno rivelato alle milizie che l'agenzia privata anglo-americana “HALO Trust”, die-tro la maschera dello sminamento, starebbe in realtà mi-nando ampi settori delle “zone grigie” occupate dagli u-craini. In effetti, il 17 maggio tre militari canadesi erano rimasti uccisi e due americani feriti, dopo che il mezzo su cui viaggiavano era saltato su una mina nell'a-rea di Avdeevka, nella DNR. È risaputo che i neonazisti di Pravyj Sektor, sono soliti vendere saporitamente ai comandi ucraini le mappe delle nuove aree minate, mentre lo scorso gennaio un alto funzionario ucraino avrebbe venduto alle milizie della LNR il programma NATO "United Multinational Preparation Group - Ukraine", insieme al-l'elenco degli istruttori stranieri in Ucraina. Terrorismo contro i civili Come per il passato, oltre che con i bombardamenti sulle aree civili, Kiev cerca di spezzare la resistenza della popolazione con il blocco totale di alimenti, medicinali, pensioni, fonti di energia. Regolarmente, vengono colpite le stazioni di filtraggio dell'acqua potabile; il 5 giu-gno, tiri di mortaio su Avdeevka e Jasinovataja (sobbor-ghi settentrionali di Donetsk) hanno colpito le linee dell'alta tensione, lasciando senza corrente la stazione di filtraggio della capitale della DNR, che fornisce l'acqua a 400.000 abitanti. A metà maggio, bombardamenti ucraini avevano messo fuori uso gli impianti di depura-zione di Golmovska, a nord di Zajtsevo, fonte principale del sistema idrico che rifornisce Gorlovka ed era stata bombardata la stazione di filtraggio dell'acqua di Do-netsk. A metà maggio, mentre al festival di Cannes il “mondo li-bero” omaggiava l'ucraino Sergei Loznitsa, per il film “Donbass”, autentica beffa e ridicolizzazione delle mili-zie, civili continuavano a morire a Zajtsevo e a Gorlo-vka. A nord di Donetsk, venivano colpiti i centri di Gol-movska e Trudovskie e, più a sud, bersagliati Kominterno-vo, Leninskoe e Petrovskoe, nel tentativo di accerchiare la capitale della DNR. Nel villaggio di Troitskoe, una trentina di km a ovest di Alčevsk, nella LNR, padre, ma-dre e figlio tredicenne sono rimasti sotto le macerie della propria abitazione, centrata da un ordigno ucraino. A fine aprile, due uomini erano rimasti uccisi e una don-na ferita a Dokučaevsk. Da giugno, i quartieri occidenta-li di Donetsk sono quotidianamente sotto il fuoco di lan-ciagranate automatici. Ed è rimasta ignorata la testimonianza di un reduce delle Forze operative speciali (SSO) ucraine, tal Aleksandr Me-dinskij (rifugiato in Finlandia), su come, nell'estate 2015, le SSO avessero usato sostanze chimiche contro le milizie. Sulla notizia è ovviamente calato il silenzio, non trattandosi di uno “Stato canaglia” e non si è levato alcun coro “di sdegno” dell'Occidente libero a chiedere la “necessaria risposta” a un governo dittatoriale che impiega armi proibite contro donne e bambini. Quanto la popolazione ucraina, pur stanca della guerra, ma sottoposta a quattro anni di martellamento ideologico neonazista e oltre venti anni di indottrinamento “indi-pendentista”, sia d'altra parte davvero propensa a rico-noscere l'autodeterminazione del Donbass, è questione quantomeno controversa. I racconti di quanti, in questi ultimi anni, si sono rifugiati in Russia e anche delle persone con cui è stato possibile intrattenersi nel corso della Carovana antifascista organizzata a inizio maggio dalla Banda Bassotti nella LNR e nella DNR, parlano di una propaganda nazionalista che ha fatto breccia in larga parte della popolazione ucraina, portando a scontri aper-ti all'interno di nuclei familiari, amicizie troncate, tra chi vive da una parte e dall'atra del fronte, rotture irrevocabili anche tra parenti stretti. È questo il frut-to del bombardamento psicologico golpista e dell'ideolo-gia dell'odio sbandierata nelle strade ucraine, che è stata pubblicamente espressa dal console ucraino ad Am-burgo, Vasilij Maruščinets, che ha esortato a uccidere ebrei, “sionisti”, “moskali” (dispregiativo ucraino per indicare i russi), ungheresi e polacchi, da cui liberare le “terre ucraine”, inserire la svastica sullo stemma na-zionale e definire ariani gli ucraini. Conclusioni (temporanee) Il politologo Aleksandr Šatilov afferma che gli USA vor-rebbero piegare Mosca all'introduzione di “caschi blu” non lungo la linea di contatto tra milizie e forze ucrai-ne, bensì sul confine tra Donbass e Russia. Il risultato sarebbe che le Repubbliche popolari verrebbero di fatto tagliate fuori dagli aiuti russi, si arriverebbe alla ca-pitolazione del Donbass e, sotto la maschera di forze di pace, la NATO avrebbe l'opportunità di portare truppe in Ucraina. Ma la Russia, dice Šatilov, “ha un atteggiamento attendista”, a metà strada tra i liberali che ignorano la questione e coloro che vorrebbero un'azione più decisa in favore del Donbass. “Se Kiev passerà all'offensiva” dice, “si dovrà reagire in qualche modo. Spero che la Russia non ostacoli le milizie se queste risponderanno più dura-mente ai bombardamenti”. È evidente che Kiev non ha alcuna intenzione di metter fine all'aggressione. Di fronte a una popolazione ucraina che i sondaggi indicano come sempre più stanca di un con-flitto quadriennale, il golpista numero uno, Petro Po-rošenko, comincia a dar segni di nervosismo, consapevole che le presidenziali del 2019 potrebbero dare la vittoria a quel candidato che avanzi concrete proposte di uscita dal vicolo cieco in cui la junta ha cacciato il paese. E allora tenta il tutto per tutto per stroncare ora il Don-bass. “Ci sono due varianti per la soluzione del conflitto” ha detto il 9 maggio il leader della DNR Alexander Za-kharčenko; “la prima è la capitolazione dell'Ucraina e allora noi acquisiremo il territorio che consideriamo da sempre nostro” - DNR e LNR non controllano infatti la totalità delle regioni di Donetsk e di Lugansk – e la seconda variante è che a Kiev vadano al potere persone con cui si possano avviare colloqui”. Zakharčenko ha detto di essere pronto a esaminare la questione della missione ONU, alle condizioni presentate da Mosca alle Nazioni Unite lo scorso settembre: a garanzia cioè dell'incolumità degli osservatori OSCE e lungo la linea di demarcazione tra forze ucraine e milizie che, in alcuni punti del fronte, è di appena 20-30 metri. Dopo quattro anni di bombardamenti terroristici sulle a-ree civili che, secondo Kiev, dovevano spezzare il morale della popolazione e costringere le milizie alla resa, la gente del Donbass non si stanca di maledire i nuovi nazi-sti e di aver fiducia nella vittoria. Ce lo hanno detto i volti delle migliaia di persone che il 9 maggio, nell'an-niversario della vittoria sul nazismo, sfilavano a Lu-gansk, gridando contro il fascismo di ieri e di oggi. Lo dicono le parole di quel volontario russo, intervistato insieme a miliziani tedeschi, francesi, colombiani, che alla domanda su quali motivazioni lo abbiano spinto nel Donbass, ha risposto: “Motivazioni?! Che razza di doman-da! Il fascismo non è forse un motivo sufficiente?”.
lavoro
La situazione della classe operaia in Italia nel 2
Se la lotta del movimento operaio, necessaria per difen-dersi dal capitale, non cambia i rapporti di forza rimane sempre sul terreno del padrone e le conquiste di oggi sa-ranno rimangiate domani Il calo dei salari Gli apologeti del capitalismo cercano di nascondere la brutalità del sistema di produzione capitalista ingigan-tendo gli aspetti positivi e nascondendo le conseguenze negative sulla classe operaia e proletaria che lo svilup-po del capitalismo comporta. La rivoluzione industriale, con la proprietà privata dei mezzi di produzione in mano ai borghesi e la ricerca del massimo profitto, comporta un peggioramento continuo della condizione sociale dei lavoratori che le lotte sindacali ed economiche possono solo cercare di arginare. Morti sul lavoro e di sfruttamento per il profitto In Italia molte grandi fabbriche sono state chiuse, scom-parse, delocalizzate in tutto il mondo, in particolare nei paesi dell’Est, in Russia, Cina, Africa, Asia, o in America, lasciando nelle ex aree industriali italiane una scia di morti, invalidi, malati, terreni inquinati che faranno ammalare in futuro, se non bonificati, altre ge-nerazioni. Nelle città industriali, come ad esempio Taranto, Monfal-cone, Genova, Mantova, La Spezia, o ex industriali come Casale Monferrato, Broni, Sesto San Giovanni, Milano, Brescia, Trieste, Priolo e molte altre, solo per citare alcune di quelle passate alla cronaca per i morti d’amianto e gli inquinamenti ambientali, la mortalità causata da malattie professionali è da 4 a 10 volte supe-riore a quella nella campagna circostante, e la percen-tuale della mortalità circa 10 volte più alta. Gli infor-tuni mortali sul lavoro in questi anni sono aumentati an-che se sono diminuiti i lavoratori occupati. Nel 2017 ci sono stati 1.350 morti sul lavoro e in itinere (dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro). Leggermente minori sono i dati diffusi dall’INAIL che di-chiara in 1.029 i morti sul lavoro fra i suoi assicurati, (ricordiamo che questi dati non conteggiano i circa 3 mi-lioni e mezzo di lavoratori in nero e quelle categorie di lavoratori non soggetti ad assicurazione Inail). Per quanto riguarda il 2018, dai dati Inail si rileva che solo nei primi mesi dell'anno (fino al 28 maggio) ci sono stati 286 morti sul lavoro in Italia, 24 in più del 2017, in crescita del 9,2%; un vero bollettino di guerra, cui vanno aggiunte decine di migliaia di morti ogni anno a causa delle malattie professionali (solo per amianto più di 4mila). Dati statistici su infortuni e malattie professionali Mentre l’infortunio deriva da una causa violenta che si verifica in modo immediato, istantaneo e in modo trauma-tico rispetto alla salute del lavoratore (la c.d. causa violenta), la malattia professionale è prodotta o deriva da una causa lenta che si sviluppa nel tempo per l'espo-sizione ad un fattore di rischio presente sul posto di lavoro. La malattia professionale (spesso definita anche “tecno-patia”) è una patologia che il lavoratore contrae in oc-casione dello svolgimento dell’attività lavorativa, dovu-ta all’esposizione nel tempo a fattori presenti nell’ambiente e nei luoghi in cui opera (polveri e so-stanze chimiche nocive, rumore, vibrazioni, radiazioni, misure organizzative che agiscono negativamente sulla sa-lute). Le malattie professionali previste dall’INAIL sono di due tipi: quelle TABELLATE e quelle di ORIGINE PROFESSIONALE PRESUNTA in cui l’onere della prova è a carico del lavo-ratore. L’andamento delle malattie professionali negli ultimi an-ni ha registrato, in tutte le aree del Paese, una cresci-ta molto sostenuta: le denunce di malattia professionale sono passate da 26.745 del 2006 a 42.397 nel 2010 (fonte archivi Banca dati statistica INAIL) sia a seguito del-l'entrata in vigore delle nuove tabelle (D.M. 9 aprile 2008) che, classificando come "tabellate" molte patologie (in particolare quelle dell'apparato muscolo-scheletrico da sovraccarico bio-meccanico e movimenti ripetuti) prima "non tabellate", hanno in pratica esonerato il lavoratore dall'onere della prova dell'origine lavorativa di queste malattie, incentivando così il ricorso alla tutela assi-curativa. Il record di denunce spetta alle malattie osteo-articolari e muscolo-tendinee, dovute prevalentemente a sovraccarico bio-meccanico, rappresentanti ormai, circa il 60% del complesso. Tra queste, in particolare, spicca-no le affezioni dei dischi intervertebrali e le tendini-ti, patologie più che raddoppiate negli ultimi 5 anni. Seguono, principalmente, l’ipoacusia da rumore, le malat-tie da asbesto (amianto) (asbestosi, neoplasie e placche pleuriche) per oltre 4 mila casi l’anno (in crescita) e le malattie respiratorie (circa 2 mila l’anno, escludendo quelle correlate all’asbesto). In realtà, come sanno bene i lavoratori, anche i dati I-NAIL sulle malattie professionali sono molto sottostima-ti, perché essendo l’INAIL l’ente che deve accertare la malattia e anche quello che deve risarcirlo ha tutto l’interesse a non riconoscerle, costringendo i lavoratori a lunghe e costose cause in Tribunale come sanno bene gli ex lavoratori esposti amianto e tutti quelli che si sono ammalati per cause professionali. La mappa del Ministero della Salute Dati più che preoccupanti arrivano direttamente dalla mappa del Ministero della Salute: in Italia esistono ben 44 aree inquinate oltre ogni limite di legge, in cui l’incidenza di tumori sta aumentando statisticamente a dismisura. Nelle zone maggiormente contaminate, le malat-tie tumorali sono aumentate anche del 90% in soli 10 an-ni. Agli impressionanti dati del Ministero della Salute si aggiungono quelli di “Mal’Aria di Città 2016”, pubblicato da Legambiente, da cui si evince che l’inquinamento in Italia uccide quasi 60 mila cittadini residenti in Italia e costa alle casse dello Stato (quindi a tutti noi) alme-no 47 miliardi di euro. Basti pensare che nel 2015 in 48 capoluoghi di provincia più della metà del totale hanno superato i limiti di leg-ge delle concentrazioni di Pm10 misurate dalle centrali-ne, fissati in 50 microgrammi per metro cubo per più di 35 giorni. Si tratta del numero massimo di superamenti consentiti dalla legge in un anno. Secondo dati del 2016 l'incrocio di mortalità, incidenza oncologica e ricoveri fa emergere dati sempre più dramma-tici. A Taranto l’eccesso di tumori alla tiroide, in die-ci anni è aumentato di +58% tra gli uomini e +20% tra le donne. In altre parti del paese la popolazione aspetta da decen-ni una bonifica che non arriva mai e nei pochi casi in cui avviene assume la forma di speculazione politica ed economica. La mortalità è in continuo aumento a causa dell’inquinamento industriale; ma non solo, in molte zone del paese, a cominciare dalla valle dei fuochi in Campa-nia, o in Piemonte grazie allo scavo della TAV. Ormai in molte zone del paese, in particolare Sardegna e Sicilia, si assiste anche ad un altro inquinamento: quello bellico e militare, dove l’incidenza oncologica, in particolare cancro della tiroide, tumore alla mammella e mesotelioma sono in aumento, e dove il tasso di mortalità generale è significativamente più alto rispetto alla media naziona-le. Ma la mappa riporta molti altri esempi. I comuni di Cologno Monzese e Sesto San Giovanni Esaminando i dati del Ministero della Salute si vede che ad esempio per i Comuni di Cologno Monzese e Sesto San Giovanni, il “ Decreto di perimetrazione dei Siti di In-teresse nazionale” (SIN) elenca la presenza delle seguen-ti tipologie di impianti: impianti chimici, petrolchimi-co, raffineria, metallurgia, elettrometallurgia, meccani-ca, produzione energia, area portuale e discariche, che provocano un eccesso per tutti i tumori in particolare per le malattie dell’apparato respiratorio e digerente per uomini e donne. Inoltre sono presenti malattie circolatorie, malattie re-spiratorie e dell’apparato genitourinario, mentre i tumo-ri del polmone e della pleura sono in eccesso sia tra uo-mini sia tra le donne”. Nei comuni di La Spezia e Lerici Il “Decreto di perimetrazione” del SIN elenca la presenza delle seguenti tipologie di impianti: chimico e discarica di rifiuti urbani e speciali. Tra gli uomini si è osser-vato un eccesso della mortalità per le cause tumorali e per le malattie dell’apparato digerente. Tra le donne si è osservato un eccesso di mortalità per le malattie dell’apparato circolatorio e per le malattie dell’apparato digerente. Inoltre, l’eccesso di mortalità per tumore dello stomaco osservato tra gli uomini può es-sere riconducibile a una “esposizione occupazionale». Il Decreto del SIN rileva inoltre “la presenza di una raffineria, un impianto siderurgico, un’area portuale e di discariche di RSU con siti abusivi di rifiuti di varia provenienza. Il lungo elenco di malattie comprende: ec-cesso tra il 10% e il 15% nella mortalità generale e per tutti i tumori in entrambi i generi; eccesso di circa il 30% nella mortalità per tumore del polmone, per entrambi i generi; eccesso, in entrambi i generi, dei decessi per tumore della pleura, che permane; eccesso compreso tra il 50% (uomini) e il 40% (donne) di decessi per malattie re-spiratorie acute; associato a un aumento di circa il 10% nella mortalità per tutte le malattie dell’apparato re-spiratorio; eccesso di circa il 15% tra gli uomini e 40% nelle donne della mortalità per malattie dell’apparato digerente; incremento di circa il 5% dei decessi per ma-lattie del sistema circolatorio soprattutto tra gli uomi-ni; quest’ultimo è ascrivibile a un eccesso di mortalità per malattie ischemiche del cuore, che permane, anche tra le donne un eccesso per la mortalità per condizioni mor-bose di origine perinatale (0-1 anno), con evidenza limi-tata di associazione con la residenza in prossimità di raffinerie/poli petrolchimici e discariche, e un eccesso di circa il 15% per la mortalità legata alle malformazio-ni congenite, che non consente però di escludere l’assenza di rischio”. Facendo un raffronto con il passato, esaminando sia i sa-lari dei lavoratori che le loro condizioni di vita si e-videnzia come i lavoratori della “moderna” industria 4.0 non solo tendono ad avere redditi più bassi rispetto ai loro coetanei pre-industriali, ma anche che la qualità della vita in alcune zone addirittura peggiora rispetto ai lavoratori dell’800 che vivevano in ambienti più sani e piacevoli. Nel sistema capitalista-imperialista lo sfruttamento sem-pre più intensivo della forza-lavoro, il peggioramento della condizione operaia e proletaria è causato della proprietà privata dei mezzi di produzione finalizzata al-la ricerca del massimo profitto, qualsiasi forma, più o meno sviluppata, esso possa assumere. Quanto più il capitale produttivo cresce, tanto più si estendono la divisione del lavoro e l’impiego delle mac-chine. Quanto più la divisione del lavoro e l’impiego delle macchine si estendono, tanto più si estende la con-correnza fra gli operai, tanto più si contrae il loro sa-lario. La lotta sindacale, economica, per quanto necessaria per difendersi dal capitale se non cambia i rapporti di forza rimane sempre sul terreno del padrone e le conquiste di oggi saranno rimangiate domani. Oggi serve un’organizzazione operaia, un partito operaio che dichiari apertamente i suoi obiettivi: il potere ope-raio, che lotti per la liberazione dallo sfruttamento ca-pitalista, che rivendichi l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Obiettivi che possono realizzarsi solo distruggendo dalle fondamenta questo sistema, col rovesciamento di tutto l'ordinamento sociale finora esi-stente. È questo l’incubo delle classi dominanti. Proletari di tutti i paesi uniamoci.
cultura
"A quelli che non vogliono intendere" Uno scritto
Centoquarant'anni fa, il 1° febbraio 1878 nasceva a Catania Concetto Mar-chesi. Studente sedicenne fondò "Lucifero" un giornale che già dal primo nu-mero fu sequestrato perchè giudicato dalle autorità diffamatorio delle istitu-zioni e Marchesi fu arrestato e condannato ad un mese di reclusione. Nel 1906 iniziò il suo impegno politico a Pisa dove insegnava greco e latino in un liceo classico e le sue posizioni politiche si spostavano sempre più verso il so-cialismo scientifico di Marx. Giudicava il "Manifesto del Partito comunista" un "gran fascio di luce" e, alla scissione del 1921, aderì al Partito comunista. Ha scritto molti commenti, stu-di e opere. Abbiamo scelto di pubblicare l'articolo "A quelli che non vogliono intendere" tratto dal settimanale "il Risveglio" del 7 marzo 1945 perché lo ri-teniamo interessante e di attualità in relazione ai tempi che stiamo vivendo. Non sono pochi, e tra questi alcuni non difettano di cultura e di intelligenza: né manca chi è pure investito di somma autorità. Nel messaggio che il Ponte-fice romano diffondeva al mondo nel quinto anniversario della guerra, si par-lava con accento di deplorazione dei “programmi radicali che pretendono di tutto sovvertire con la rivoluzione e la violenza”. Tutti sanno a chi va rivolta questa censura papale. È tempo di dire su tale argomento una parola chiara. Appunto: c'è tra i partiti innovatori uno che si professa fondamentalmente ri-voluzionario. A questo mi onoro di appartenere. I seguaci di questa dottrina o meglio di questa interpretazione del fenomeno storico hanno dovuto consta-tare che in tutto il corso dei secoli ogni richiesta di radicali mutamenti nell'or-dine economico e sociale fatta per le vie legali è stata sempre repressa e sof-focata nel sangue: e hanno dovuto sempre osservare che quando lo strumen-to legale tende a divenire strumento trasformatore di privilegi, esso è infalli-bilmente sostituito dalla forza repressiva della classe dominante: e la violenza diviene espediente di pubblica salute. Nella storia non esiste un solo esempio di grande rinnovamento politico che non sia stato risolto atraverso una strage civile. Nè si citi l'esempio della monarchia spagnola trapassata dolcemente in repubblica, perché la prima repubblica succeduta al reame di Alfonso aveva l'assenso dei capi della Chiesa, dell'esercito e dei grossi feudatari e dei signori dell'antico regime i quali avevano lasciato andar via un re che non aveva avu-to fortuna né accorgimento. Ma quando la repubblica attraverso le vie legali cominciò a diventare rivoluzionaria, cioè radicalmente trasformatrice dei vec-chi privilegi e dei predomini tradizionali, allora non ci fu più ritegno nell'orga-nizzazione della violenza e dell'infamia e si osò chiamare "movimento nazio-nale" la più scellerata azione ordita e compiuta con le armi dello straniero e con la complicità di tutte le democrazie occidentali contro il più eroico dei po-poli che abbia versato il suo sangue per la libertà della patria. Che cosa è stata la storia degli uomini fin ad ora se non una successione di morte e di devastazione? Come è proceduta finora la civiltà umana se non at-traverso una fiumana di sangue? E se ci sono uomini oggi che proclamano guerra alla guerra, che oppongono vilenza alla violenza, sono essi i sovverti-tori e i nemici dell'umanità? Se ci sono uomini i quali non riconoscono soltan-to la necessità di farsi uccidere, ma anche il diritto di dare morte a chi dà morte, sono essi i carnefici e i distruttori della pace? E in questa lugubre pa-ce fatta di oppressione e di miserie e di iniquità scellerate chi porterà la luce della redenzione se non coloro che vorranno a costo del proprio sacrifico su-perare l'ostacolo iniquio e violento? Non temete, Santità; la violenza non è il mito che noi vogliano far trionfare, essa è la realtà che noi vogliamo distrug-gere. L'esperienza di tutto il passato ci ha insegnato che alla forza che si so-stituisce al diritto non si può opporre che la forza, che alla reazione violenta non si può opporre che la guerra o la rivoluzione. In questo senso siamo rivo-luzionari; e deriviamo la necessità dell'azione rivoluzionaria non dalla nostra dottrina, che è dottrina di pace univerale, ma dalle condizioni che la società capitalistica ha sempre imposto ai movimenti sociali. Tra quanti non conoscono ancora il volto vero del comunismo perché non l'hanno bene fissato, taluni non stentano, malgrado ciò a definirlo e lo defini-scono, siccome loro accomoda, secondo certe maniere letterarie, giornalisti-che e romanzesche. Così noi eravamo prima i bruti, oggi siamo anche fanati-ci. Siamo gente senza pensiero né personalità: legati, mediante incantesimo ad una Chiesa da cui ci giunge la voce di un comando quotidiano; una Chiesa immane che tende ad invadere la terra come un mostruoso cattolicesimo. È l'immane mondo dello spirito che precipita nelle tenebre di una servitù uni-versale. Questo avviene in Russia, dove i comunisti non sono i combattenti della libertà ma i combattenti di una Santa Russia comunista più cupa e mi-steriosa della santa Russia degli zar. Così chi non vuole ancora intendere pe-netra in quel mondo russo che ha pure spezzato la più micidiale macchina di guerra che già travolgeva la civiltà. Così in quella Russia che, da più di un ventennio, ha dovuto sostenere l'odio del mondo dentro e oltre le sue frontie-re; in quella Russia che ha dovuto lottare senza tregua contro tutte le violen-ze e le insidie delle forze reazionarie internazionali, essi avrebbero voluto sin dal principio vedere una comoda democrazia parlamentare aperta a tutti i di-battiti, a tutti gli intrighi, a tutti i veleni stillati dallo sconfinato laboratorio ca-pitalistico; una Russia pullulante di nemici del proletariato per i quali soltanto il proletariato avrebbe dovuto spezzare le catene dell'autocrazia. E non pen-sano che se così fosse stato, gli organi della borghesia capitalistica non a-vrebbero oggi modo di salutare i vincitori e gli eroi di Stalingrado, di Kiev e di Odessa, e di seguire attoniti le armate invincibili che hanno portato nel cuore ferrato della Prussia le insegne della redenzione sociale. Noi comunisti siamo bruti e fanatici per questi reazionari traverstiti. Il fatto è che essi, per non ingiuriarci, ci vorrebbero sognatori e puri, come ai tempi del loro assoluto e sicuro dominio, quando il nostro "sole dell'avvenire" brillava a sterminate lontananze e i nostri programmi lucevano in una loro immobile in-tegrità, senza bruschi interventi e pericolose compromissioni. Ora non è così: il sereno del tempo di pace non esiste più, e gli splendori siderali sono offu-scati dalla mischia orrenda degli uomini. Ora siamo in pieno perdiodo rivolu-zionario. E l'aria rivoluzionaria è torbida, piena di quotidiani adattamenti alla realtà di ogni ora. Oggi i problemi bisogna affrontarli e risolverli via via che spuntano. Oggi è in gioco non l'avvenire della nostra dottrina che resta im-mutata, ma il destino e la vita stessa del proletariato. E non siamo più i dot-trinari inaccostabili di una volta; siamo i realizzatori di ciò che la nostra espe-rienza, la nostra dottrina, il nostro risoluto proposito ci consente di realizzare per il bene della classe lavoratrice, cioè per il bene dell'umanità. E nell'inte-resse della classe lavoratrice, primi fra tutti, abbiamo levato il grido di guerra contro la Germania hitlerana e l'ignominia fascista per la indipendenza, la li-bertà e l'onore del nostro paese. Il proletariato ha difeso anch'esso con le armi e con ogni sacrificio la Patria invasa e oppressa, e se non fosse stato tradito nella giornata dell'8 settembre e soggetto più tardi ad una vana aspettazione avrebbe dato all'Italia il primo vero essercito liberatore. Proletariato e Patria, proletariato e democrazia sono ormai inseparabili: chi volesse dividerli sarebbe un nemico della Patria e un fautore della peste che ci ha portato a rovina. Questa politica nazionale dei partiti operai non è una novità o una deviazione cui l'immane crisi presente ci abbia costretto; essa non distrugge, ma conferma e rinsalda il presupposto internazionale. La libertà dell'uomo è subordinata al divieto di opprimere altri uomini, la libertà delle nazioni riposa sulla stessa proibizione. Nessun indivi-duo e nessuna nazione può progredire o prosperare senza la continuità di mutue prestazioni. Questo libero e benefico commercio fra gli uomini e le na-zioni del mondo, potrà essere garantito soltanto da un potere che risulti da forze schiettamente democratiche. Non si può abbandonare la parola democrazia, se anche in nome di essa si è difeso il privilegio. La democrazia che sorgerà da tanta sofferenza, deve esse-re rappresentata da un organismo politico e sociale che consenta al popolo lavoratore di respingere indietro, sempre più indietro, tutte le forze reaziona-rie che tentino la ripresa delle vecchie posizioni nella direzione della vita eco-nomica e intellettuale. Oggi i partiti la cui azione avrà più di profondità e di ampiezza saranno quelli che meno si sforzeranno di creare situazioni nuove invece di bene intendere e dirigere verso nuovi sviluppi le situazioni esistenti. Precipua qualità rivoluzio-naria è l'aderenza alla realtà la quale è dato sempre scorgere, ma non è dato quasi mai prevedere nei suoi espisodi essenziali. I comunisti non sono profeti visionari dell'avvenire; essi devono vigilare sul presente dove sono tutte le possibilità del futuro. Diciamo possibilità giacché i fatti della storia accadono in quanto intervengono attività e volontà personali capaci di provocare e ac-celerare gli sviluppi di determinate condizioni, il cui costituirsi non dipende da noi, ma dipende da noi fecondarle e raccoglierne i frutti. I partiti non creano le condizioni dei pubblici mutamenti, ma quando queste ci siano creano la nuova realtà storica se gli uomini che ne dirigono l'attività sanno vedere tra le situazioni che via via si succedono quella che possa essere la risolutiva; quella che permetta di far marciare tutte le forze proletarie sul ponte che il destino del nostro secolo ha gettato fra il passato capitalistico e l'avvenire socialista
marxismo
Come i bolscevichi iniziarono a lavorare con le ma
Il principio base divenne lo studio accurato dell'essenza della questione che si cominciava a trattare. Una profonda conoscenza delle teorie del marxismo, della situazione economica e politica del paese, delle condizioni reali di vita dei lavoratori L'argomento è stato affrontato nel 2013 dalla rivista Rabočij put (La via operaia), constatando come “nessuna delle forze politiche di sinistra in Russia abbia oggi stretti legami con le masse proletarie”. La sinistra, “senza piattaforme ideologiche chiare, riunisce nelle proprie file tutti gli insoddisfatti, da qualunque classe della società, cercando di compiacere ora questa, ora quella”. Le forze politiche reazionarie “possono attrarre gli strati politicamente immaturi della popolazione, se non trovano l'opposizione delle forze rivoluzionarie. Solo i comunisti possono impedirlo, purché sappiano liberarsi dall'opportunismo e diventare espressione degli interessi non immanenti ma fondamentali della classe proletaria”. Rabočij put ricorda l'esperienza del POSDR (b) e, in particolare, dei circoli marxisti, che dagli anni '80 del XIX secolo favorirono la diffusione del marxismo in Russia. All'inizio, erano pochi i rappresentanti della classe operaia nei circoli marxisti, ma poi sorsero circoli di soli operai, sotto la direzione di intellettuali. Composti in media di 6-8 membri, nei circoli si studiava la teoria marxista, spesso dimenticando il lato pratico delle questioni. G. Ž. Kržižanovskij: "Nel nostro gruppo, composto principalmente di studenti, si creò un culto di Marx. Ai nuovi arrivati si chiedeva l'atteggiamento verso Marx. Ero convinto che da un uomo che non abbia approfondito due o tre volte "Il Capitale", non si potesse cavare nulla di buono. Purtroppo, esigevamo quasi le stesse cose sia dagli studenti, che dai lavoratori. Ricordando come torturassimo i nostri primi amici operai con il primo capitolo de "Il Capitale", provo tutt'oggi rimorsi di coscienza”. Diverso fu l'approccio di Lenin. N.K. Krupskaja: “La maggioranza degli intellettuali poco sapeva degli operai. Arrivava un intellettuale in un circolo e si metteva a far lezione agli operai. Vladimir Ilič leggeva con gli operai “Il Capitale”, lo spiegava e dopo li interrogava sul loro lavoro, sulla condizione operaia e mostrava il legame della loro vita con la struttura della società, spiegando poi per quale via trasformare l'ordine esistente”. L'operaio bolscevico I.V. Babuškin ricorda: “Il circolo era composto di 6 persone, più il settimo che conduceva la lezione; cominciava con Marx e l'economia politica, cercando di sollevare obiezioni da parte nostra; costringeva uno a dimostrare a un altro la giustezza del proprio punto di vista. Le conferenze avevano un carattere molto vivo: ci si esercitava a diventare oratori”. In tal modo, i circoli marxisti addestrarono migliaia di propagandisti, agitatori e organizzatori del movimento operaio. Una buona conoscenza delle teorie marxiste è una cosa estremamente necessaria per un rivoluzionario, ma le sole lezioni teoriche con i lavoratori non bastavano. Lo si vide a metà anni '90, con la nuova ondata rivoluzionaria, rivolte contadine e scioperi nelle fabbriche. L'isolamento della social-democrazia dalle masse lavoratrici è mostrato da M. Silvin: "Avevamo contatti nello stabilimento Semjannikov; qui, alla fine del 1894 si ebbero scioperi e agitazioni. I lavoratori distrussero l'ufficio, picchiarono alcuni impiegati, lanciarono pietre contro la polizia. Nella successiva riunione del circolo, Lenin chiese ai presenti come mai non avessero segnalato il maturare degli eventi. I presenti spiegarono che il movimento avrebbe dovuto andare prima in profondità, poi in estensione. Si confermava così, come gli operai del circolo fossero lontani dalle masse". I social-democratici avevano capito che i circoli non avevano una significativa influenza sulle masse e non potevano assolvere il compito della social-democrazia: l'introduzione della coscienza socialista tra le masse lavoratrici. Con la crescita del movimento operaio, era necessario passare dalla propaganda nei circoli, all'agitazione tra le masse. Su ciò insisteva Lenin, che proponeva di unire gli sforzi di tutti i circoli marxisti della capitale. Nacque così la “Unione di lotta per la liberazione della classe operaia". Dato che la social-democrazia era formata in gran parte da intellettuali, con scarsa conoscenza delle condizioni dei lavoratori, Ilič propose di iniziare con l'indagine dettagliata delle condizioni di lavoro e vita dei lavoratori di ogni concreta impresa. Krupskaya: "Vladimir Ilič si interessava di ogni minuzia che illustrasse l'ambiente dei lavoratori; basandosi su singoli dettagli, cercava di assimilare la vita dell'operaio nella sua interezza, per meglio avvicinarsi ai lavoratori con la propaganda rivoluzionaria. A quel tempo, Ilič studiava le leggi sulle fabbriche, ritenendo che, spiegandole, sarebbe stato facile chiarire agli operai il legame tra la loro posizione e il sistema statale. Le tracce di questo studio sono evidenti in "La nuova legge sulle fabbriche", "Sugli scioperi", "Sui tribunali industriali" e altri opuscoli". M.Silvin: "Vladimir Ilič mise a punto un questionario dettagliato e noi ne facemmo tante copie da distribuire ai propagandisti. Fummo così presi dalla raccolta di informazioni, che per un po' abbandonammo ogni attività di propaganda. Ottenere risposte precise a domande semplici sulla vita operaia non fu così facile. Chiedevamo di cosa fossero insoddisfatti i lavoratori, cosa avrebbero voluto eliminare nella fabbrica, e ricevevamo talvolta risposte inattese: "hanno smesso di distribuire l'acqua calda per il tè, e dunque richiedono l'acqua calda". Oppure: "Hanno abbassato la tariffa di cinque copeche e si prevede uno sciopero. Utilizzammo il materiale raccolto attraverso i questionari, preparando volantini su ogni specifica questione di una particolare impresa. Ilič lanciò l'idea di utilizzare il materiale per l'agitazione sulla base di richieste legittime. Le informazioni raccolte mostravano come e in che modo venissero violate le leggi: l'agitazione doveva iniziare con la richiesta di rispetto della legislazione". Kržižanovskij: "A partire dal 1894, il meccanismo spionistico-poliziesco dovette fare la conoscenza con quegli “scandalosi volantini anonimi”, affissi ai muri delle principali fabbriche di Pietroburgo. In quei fogli, redatti sulla base degli incontri con gli operai, cercavamo di partire dai bisogni quotidiani, dalla concreta situazione della data fabbrica, passando poi a slogan di carattere politico, circa gli ostacoli che il governo zarista accumulava sulla strada della lotta dei lavoratori per miglioramenti economici". Alcuni social-democratici ritenevano però che l'agitazione sul terreno dei bisogni quotidiani degli operai avrebbe condotto il movimento rivoluzionario lontano dal socialismo. Krupskaja: “L'agitazione sul terreno delle esigenze quotidiane degli operai si radicò profondamente. Compresi la fecondità di questo metodo solo nell'emigrazione in Francia: osservai come, durante il grande sciopero degli addetti alle poste, il partito socialista si fosse tenuto completamente a parte. Come dire: è una questione sindacale, mentre il partito si deve occupare solo della lotta politica. Non avevano chiara la necessità di collegare le lotte economica e politica". Silvin: “Di solito, un volantino riguardava un caso particolare: un abuso, una violazione della legge, riduzione dei salari, ecc. Arrivò un ispettore di fabbrica, la polizia condusse un'inchiesta. Tutto ciò rappresentò un evento nella vita monotona della fabbrica, provocò discussioni, risvegliò interesse. La pubblicazione di un abuso su una questione “di casa”, aveva generato di per sé eccitazione. Ora, nel circolo, il propagandista non cercava i lavoratori più avanzati e intelligenti, in grado di assimilare la teoria del plusvalore. Cercava compagni svegli, brillanti, che potessero diventare agitatori, catturare stati d'animo, cogliere fatti importanti”. Krupskaja ricorda come la selezione del materiale fosse accurata e le informazioni ricevute dagli operai venissero verificate più volte:"Il materiale era raccolto e controllato accuratamente da Vladimir Ilič. Per la fabbrica di Thornton, convocai il mio allievo, il collaudatore Krolikov, che arrivò con un intero quaderno di informazioni. Poi, io e A.A. Jakubova, vestite da operaie, andammo al convitto della fabbrica, ci intrattenemmo sia con gli scapoli, sia con le coppie. La situazione era spaventosa. Solo sulla base di materiali così raccolti, Ilič scriveva le corrispondenze e i volantini. Guardate il suo "Agli operai e alle operaie della fabbrica Thornton". Che conoscenza dettagliata della questione!". L'agitazione tra le masse cominciò a dar frutti. L'operaio V.A. Šelgunov: “Nonostante che nel dicembre 1895 fossero stati arrestati tutto il vertice dell'intellighenzia marxista e anche un gran numero di operai, nel maggio 1896 scoppiò a Pietroburgo uno sciopero che coinvolse oltre trentamila operai. La principale rivendicazione era il pagamento per i giorni dell'incoronazione di Nicola II, che i lavoratori erano stati costretti a saltare, senza salario. Fu un avvenimento senza precedenti. Nella stessa rivendicazione del pagamento per i giorni dell'incoronazione, era insito un atteggiamento irriverente degli operai nei confronti di "sua altezza" lo zar”. La social-democrazia non seppe evitare errori. Tutti dediti all'agitazione sulle rivendicazioni più urgenti, parte dei social-democratici scivolò verso l'economismo. Silvin: "Il nostro più recondito desiderio era di introdurre nel movimento di massa un'idea politica cosciente, l'idea della lotta per il rovesciamento dell'autocrazia. Ma per paura di fare un passo prematuro, inconsciamente slittavamo nell'economismo. Questo elemento di codismo si rintraccia in tutti nostri volantini del 1896”. Krupskaja: “Molti compagni che allora lavoravano a Piter, vedendo gli effetti dell'agitazione con i volantini e dedicandosi interamente a quella forma di lavoro, dimenticavano che quella era una delle forme, ma non l'unica forma di lavoro tra le masse e si misero sulla strada del famigerato economicismo. Ilič, però, non dimenticava le “altre forme di lavoro; nel 1895 scrive l'opuscolo “Spiegazione della legge sulle multe comminate ai lavoratori nelle fabbriche e nelle officine”, in cui fornisce un brillante esempio di approccio all'operaio medio del tempo: a partire dai suoi bisogni, condurlo alla necessità della lotta politica. A molti intellettuali tale opuscolo sembrava noioso e prolisso, ma per i lavoratori era comprensibile e familiare”. Lenin prestava un'enorme attenzione allo studio dei dati statistici relativi alla vita economica, politica e sociale. Kržižanovskij: “... noi marxisti eravamo molto impressionati dalla sua straordinaria capacità di usare le armi di Marx e dall'eccellente conoscenza della situazione economica del paese tratta da dati statistici. Durante la sua relazione sul tema dei mercati, Ilič fece un tale sfoggio di illustrazioni statistiche, che io avvertii una sorta di frenetico piacere". Il principio base divenne lo studio accurato dell'essenza della data questione che si cominciava a trattare. Una profonda conoscenza delle teorie del marxismo, della situazione economica e politica del paese, delle condizioni reali di vita dei lavoratori. Кrupskaja: “Quel periodo pietroburghese dell'attività di Vladimir Ilič fu straordinariamente importante, anche se, nell'essenza, quasi invisibile. Non vi erano effetti esterni. Il discorso verteva non su imprese eroiche, ma su come tessere stretti legami con le masse, come avvicinarsi a esse, imparare a essere espressione delle loro migliori aspirazioni, imparare a esser loro vicini e comprensibili e condurle dietro di noi”. Ecco un questionario, diffuso nel 1906 per conoscere la situazione dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905 VOLANTINO-QUESTIONARIO DEL POSDR (b) SULLE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO DEGLI OPERAI Compagni! Nell'intento di condurre una breve ricerca sulla vita operaia, ci rivolgiamo alla vostra collaborazione. Vi chiediamo di rispondere possibilmente in modo preciso e completo alle domande. Le risposte devono riguardare l'intera fabbrica o laboratorio. Se un compagno conosce le condizioni di vita e di lavoro solo di poche categorie di lavoratori (tornitori, assemblatori etc.), è meglio che risponda alle domande, per esempio sui salari ecc., applicati a queste categorie. 1 Fabbrica, officina, laboratorio; dove si trova 2 Quanti operai complessivamente; di essi... donne ... fanciulli. Durata della giornata lavorativa 3 Quali le principali categorie di operai e loro numero (anche approssimativamente) 4 Salario medio per ogni categoria di uomini, donne, fanciulli (giornaliero, mensile, a pezzo) 5 Straordinari e loro compenso 6 Condizioni abitative degli operai (vivono nell'area della fabbrica, al di fuori; ecc.) 7 Principali uscite dell'operaio (singolo, con famiglia) per categoria (affitto, vitto, abbigliamento e altro; in particolare per tè, zucchero, tabacco, combustibile, fiammiferi) 8 Ci sono nell'area della fabbrica (officina, laboratorio) biblioteca, mensa e in generale qualche altro ambiente per gli operai? 9 C'è ricambio frequente di operai oppure sono più o meno stabili? L'amministrazione della fabbrica ricorre al licenziamento degli operai più coscienti dopo uno sciopero o in generale (dopo quale sciopero, ad esempio, si sono verificati simili casi)? 10 Legami degli operai con la campagna; si trasferiscono gli operai in campagna, anche in parte, in condizioni di lavoro normali e per qualche periodo dell'anno; ce ne sono molti di tali operai? Gli operai sostentano la campagna con il loro salario? Quanti sono? 11 C'è qualche periodo dell'anno con molto lavoro, oppure è distribuito in misura più o meno regolare su tutto l'anno? 12 La fabbrica (officina, laboratorio) è in stretta dipendenza dalle ferrovie o da un'altra fabbrica? 13 Quanto dipendono l'un l'altra le produzioni dei reparti o dei laboratori? 14 Ci sono stati scioperi prima dell'ottobre 1905? [Altre domande vertevano sui rapporti con l'amministrazione (buoni, ostili, normali); su elementi, tra il personale tecnico e ispettivo, particolarmente invisi agli operai. Si chiedeva se gli operai partecipassero alle manifestazioni, con uscite dimostrative dalla fabbrica e se, in questo caso, la polizia o i cosacchi fossero ricorsi alla repressione violenta. Se ci sono state assemblee interne alla fabbrica, quante, quali. Atteggiamento dell'amministrazione verso tali assemblee: mette a disposizione un locale per organizzarle? Fanno parte gli operai di qualche sindacato? ecc. Si sono eliminate le risposte, per non appesantire il testo. Ndt] Traduzione e sintesi a cura di fp
10 aprile 2015 redazione
pubb. su n.2/2015
Devastazione e saccheggio L’impatto della guerra sulla salute e sull’ambiente non si limita al conflitto armato, si protrae già dalla fase di armamento, di addestramento fino al periodo post-bellico Per preparare le guerre vengono utilizzati fino a 15 milioni di km² di terra (più dell’intero territorio dell’Europa) e il 6% del consumo delle materie prime, producendo circa il 10% delle emissioni globali di carbonio l’anno Il Pentagono produce mezzo miliardo di rifiuti tossici l’anno Tra le spese militari dello Stato Italiano ci sono 52 milioni di euro al giorno alla Nato L'F16 consuma in un’ora 3.400 litri di carburante. Negli ultimi cinque anni il commercio mondiale di armamenti è cresciuto del 16%; nello stesso periodo in Italia l’export militare è aumentato del 30% La polvere all’uranio impoverito rimane nell’aria, nel suolo, nelle falde acquifere, nelle culture, nella flora, nella fauna. La radioattività persiste per 4,5 miliardi di anni Daniela Folcolini Gli Usa da sempre vedono minati i loro piani di espansione e si servono della Nato per mantenere la supremazia economica, politica e militare. Così la Nato, e con essa l’Italia fedele alleata, dopo aver annunciato il potenziamento delle forze militari (portandole da 13mila a 30mila uomini in sei paesi dell’Europa orientale) apre due fronti di guerra: orientale (per contrastare l’avanzata dell’asse Russia-Cina) e meridionale, dove estende la sua strategia al Nordafrica e al Medioriente. Gli atroci giochi di guerra imperialista continuano alla ricerca di risorse energetiche vecchie e nuove, di nuovi mercati, di aree di influenza e potere goepolitico. L’imperativo è la crescita dei margini di profitto, passa in secondo piano l’impatto devastante che l’attività militare e bellica ha sui sistemi naturali e sulla salute di intere popolazioni. L’indifferenza verso l’ambiente va di pari passo con quella verso la vita umana. Le attuali strategie di guerra prevedono l’uso di forze armate più flessibili e di rapido dispiegamento, dotate di sistemi d’arma ad elevata tecnologia, l’attacco aperto viene preparato e accompagnato con forze sostenute e infiltrate dall’esterno per minare il paese all’interno, come si è fatto in Libia, in Siria, (armando e addestrando le formazioni islamiche, salvo poi usarle come giustificazioni per l’attacco) ma anche in Ucraina (dove la Nato addestra da anni i gruppi neonazisti). Si fomentano così focolai che sfociano in guerre civili e il ricorso sistematico ad armamenti chimici, biologici, radioattivi, strategie militari che rendono impossibile la discriminazione tra obiettivi civili e militari. Evidenti le conseguenze: dagli anni ‘90 in poi il 90% dei morti nelle guerre sono civili. Tragico esempio l’Iraq: più di 3,3 milioni di iracheni, uomini, donne e bambini, sono morti a causa della criminale aggressione degli Stati Uniti e del Regno Unito tra il 1991 e il 2011: 200.000 morti nella prima guerra del Golfo, 1.700.000 morti a causa delle sanzioni, e 1.400.000 persone massacrate durante l'invasione del 2003. Tra il 1991 e il 2003, l’esercito statunitense ha riversato sull’Iraq circa 2000 tonnellate di uranio impoverito. Le statistiche ufficiali del governo iracheno mostrano che prima dello scoppio della prima guerra del Golfo, nel 1991, il tasso dei casi di cancro era di 40 su 100.000. Nel 1995 era salito a 800 su 100.000, e nel 2005 era raddoppiato ad almeno 1.600 persone su 100.000. Dati scomodi visto che dal novembre 2012 l’Oms ha bloccato la pubblicazione del rapporto sugli effetti devastanti dei bombardamenti all’uranio impoverito (DU: scorie radioattive risultanti dall’arricchimento di uranio per reattori militari, per esempio i missili Cruise) sulla salute della popolazione irachena. Oltre all’uranio il napalm, il plasma, il fosforo sono dispersi in miliardi di particelle nell’aria portata dal vento in tutta la regione, ma anche nel mondo. La polvere all’uranio impoverito rimarrà nell’aria, nel suolo, nelle falde acquifere, nelle culture, nella flora, nella fauna. La radioattività persisterà per 4,5 miliardi di anni. Bombe all’uranio impoverito usate anche nell’aggressione militare statunitense con la partecipazione dell'Italia contro la Jugoslavia. Le proiezioni basate sulla quantità di proiettili sparati (circa 500.000 nel solo Kosovo) e sugli altri usi del DU in Jugoslavia stimano il danno in una decina di migliaia di casi fatali nell’uomo; per non parlare delle ulteriori malattie indotte dal trasferimento del metallo radioattivo nel corpo e negli organismi in generale che opera sul nucleo ed in particolare sul DNA delle cellule degli esseri viventi determinandone mutazioni genetiche ai diversi livelli di organizzazione. A questo vanno aggiunte le emissioni di molte sostanze altamente nocive prodotte dai bombardamenti di raffinerie, impianti chimici e petrolchimici come Novi Sad e Pacevo (cloruro di vinile monomero, bifenili policlorurati, idrocarburi policiclici aromatici, diossine, nafta, metalli pesanti) con abnormi riversamenti diretti di sostanze chimiche nel sistema idrico continentale fino al mare, nel mar Nero, nell’Egeo, nell’Adriatico e alla fine in tutto il Mediterraneo. Prima della guerra la Jugoslavia rappresentava uno dei 6 centri europei e uno dei 153 centri mondiali più importanti della diversità biologica (38,93% di piante vascolari, 51,16% della fauna ittica, 74,03% degli uccelli, 67,61% della fauna a mammiferi con 1600 specie di significato internazionale). Oggi non più, depauperato il patrimonio forestale, marittimo e agricolo, i danni all’ecosistema sono irreversibili. Ma l’impatto della guerra sulla salute dell’ambiente non si limita al conflitto armato, si protrae già dalla fase di armamento, di addestramento fino, come si è visto, al periodo post-bellico. Per preparare le guerre vengono utilizzati fino a 15 milioni di km² di terra (più dell’intero territorio dell’Europa) e il 6% del consumo delle materie prime, producendo circa il 10% delle emissioni globali di carbonio l’anno. L’impatto delle basi militari statunitensi è ben illustrato dall’Isola di Vieques, nei Caraibi, che per 60 anni ha visto il susseguirsi di addestramenti, esperimenti, bombardamenti, stoccaggi, test e smantellamenti. L’effetto: la distruzione di centinaia di specie animali e vegetali, un tasso di tumori di molto superiore alle altre isole caraibiche e la contaminazione di tutto l’ecosistema. In Italia una delle zone più interessate da servitù militari, 60% dell’intero territorio, è la Sardegna. La Regione ospita il poligono terrestre, aereo e marittimo più grande d’Europa, Salto di Quirra, che con i suoi 130 km2 a terra e 28.400 km2 a mare copre più della superficie dell’intera Sardegna. Aree militari e infrastrutture che determinano un fabbisogno maggiore di acqua, trasporti ed energia, con conseguente aumento delle emissioni di inquinanti atmosferici e di gas serra. Anche la produzione di armamenti produce inquinamento, consumo di energia, d’acqua ed effetti tossici sui lavoratori del settore. Partendo dall’estrazione delle materie prime, che ha come effetto principale il loro progressivo esaurimento (ma anche la contaminazione dell’aria con sostanze come il piombo, il cadmio, l’amianto) alla raffinazione, all’utilizzo, fino allo smaltimento. Si stima che il consumo mondiale a scopi militari di alluminio, rame, nickel, platino eccede il fabbisogno di queste materie dell’intero “terzo mondo”. L’US Defence Department è il più grande consumatore di petrolio al mondo (un F16 consuma in un’ora 3.400 litri di carburante). Ma ancora: il pentagono produce mezzo miliardo di rifiuti tossici l’anno (più delle cinque più grandi aziende chimiche messe insieme). E dove li buttano? Nell’agosto del 2010 l’US Central Command ha stimato la presenza di 251 “pozzi” per lo smaltimento di rifiuti in Afghanistan e di 22 in Iraq in cui vengono bruciati rifiuti delle basi militari di ogni tipo. Il susseguirsi incessante di sempre nuove situazioni di conflitto fa sembrare inattuale perfino la possibilità di un disastro nucleare. Eppure il 5 febbraio si è riunito il Gruppo di pianificazione nucleare dei ministri della difesa dei paesi Nato (compresa l’Italia) che rilancia lo sviluppo dei programmi per la modernizzazione delle armi nucleari e il blocco del meccanismo di disarmo. Il numero totale delle testate nucleari viene stimato in 16.300, di cui 4.350 pronte al lancio, energia sufficiente a far saltare la terra. Se una guerra nucleare strategica che implica un arsenale di diecimila megatoni avesse luogo, un miliardo di persone morirebbe immediatamente per gli effetti combinati delle ferite dirette (esplosione, calore, radiazioni), un altro miliardo soccomberebbe per le malattie dovute alle radiazioni ed i sopravvissuti dovrebbero vivere in un ambiente esposto ai residui radioattivi che eserciterebbero effetti somatici e genetici dalle conseguenze probabilmente irreversibili per la biosfera. Ma non è necessario attendere la guerra atomica per calcolare gli effetti devastanti sull’ambiente e sulla salute, uno studio di qualche anno fa, in piena fase sperimentale, sosteneva che negli Stati Uniti vi erano oltre 30.000 morti l’anno per cancro dovuto agli esperimenti nucleari e ai residui attivi (mancano studi dettagliati su flora e fauna). Solo in Italia vi sono 70-90 bombe nucleari USA in fase di “ammodernamento” e per il secondo anno consecutivo si è svolta l’esercitazione Nato di guerra nucleare. Nell’Italia imperialista e complice esistono 120 basi Usa-Nato dichiarate, oltre a 20 basi militari Usa totalmente segrete e un numero variabile (al momento sono una sessantina) d'insediamenti militari o semplicemente residenziali con la presenza di militari USA, alle quali si vorrebbe aggiungere, a Niscemi, una stazione di terra del M.U.O.S., un moderno sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense utilizzato per il coordinamento capillare di tutti i sistemi militari statunitensi dislocati nel globo; in pratica comporterebbe l’installazione di tre grandi parabole del diametro di 18,4 metri e due antenne alte 149 metri. Comprensibili le preoccupazioni riguardo le conseguenze di tale struttura su salute umana ed ecosistema della popolazione locale. Devastazione e saccheggio dell’ecosistema in cui viviamo finanziato proprio da noi lavoratrici e lavoratori! Secondo fonti Nato le spese militari dello Stato Italiano ammontano a 52 milioni di euro al giorno, stima al ribasso visto che non comprende per esempio le spese per le missioni all’estero o le spese per mantenere ufficiali e soldati dell'esercito Usa di stanza nel nostro territorio. Milioni che escono dalle casse pubbliche - sottratti dai servizi sociali - per entrare nelle casse delle aziende private. Come l’acquisto dei 90 cacciabombardieri F-35, confermato di recente, di cui l’Italia non è semplice acquirente ma fa parte della filiera produttiva con una rilevante rete di aziende. Oppure l’acquisto, per l’Aeronautica militare, di sei velivoli a pilotaggio remoto P-1HH (droni che possono trasportare fino a 500 kg di armamenti) realizzati e progettati negli stabilimenti della Piaggio Aerospace di Savona (il cui capitale azionario è in mano ad una società gestita dal governo degli Emirati Arabi Uniti) in collaborazione con la Selex Es, gruppo Finmeccanica che con l’ad. Moretti (quello della strage di Viareggio!) ha deciso di convertire progressivamente la produzione da civile a militare. In questo contesto di “crisi” i grandi capitalisti delle industrie belliche vedono aumentare notevolmente i loro profitti. Negli ultimi cinque anni il commercio mondiale di armamenti è cresciuto del 16%; nello stesso periodo in Italia l’export militare è aumentato del 30% guadagnandosi l’ottavo posto mondiale dopo Usa, Russia, Cina, Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna. Le necessità dell’ambiente vanno di pari passo con quelle dei popoli oppressi e sfruttati. Si sa, è la borghesia imperialista che fomenta la guerra ma si sa anche che la guerra è la continuazione della politica del tempo di pace e la pace è la continuazione della politica del tempo di guerra. Le guerre sono inevitabili finché sussisterà la società divisa in classi e lo sfruttamento. Soltanto dopo aver disarmato il capitalismo con la lotta di classe e aver costruito una società senza padroni il proletariato potrà pensare di gettare tutte le armi.
20 dicembre 2014 redazione
anniversario
Piazza Fontana 12 dicembre 1969-2014 Nel mezzo dell'autunno caldo, nel pieno della lotta di classe Perché dobbiamo ancora indignarci per questa cinica montatura del potere in funzione antipopolare Qualcuno disse che quel giorno perdemmo l'innocenza e scoprimmo la cattiveria, il complotto, la faccia assassina della politica. Non so se questo possa essere vero. È probabile che quell'innocenza non sia mai esistita: per noi italiani quel 12 dicembre del '69 arrivava dopo una lunga convivenza con alluvioni e frane, mafia e potere religioso, scioperi e scontri di piazza. In quell'epoca di boom economico, prodotto dallo spostamento di milioni di lavoratori dal sud al nord e all'estero, la nostra fragile democrazia borghese era ancora impregnata, appena un quarto di secolo dopo la caduta del fascismo, di funzionari e portavoce del fascismo. Una folta schiera di servi del regime, pronti a cambiar bandiera quando cambia il vento o scappare come topi dalla barca che affonda, sottobosco ideale per trame che attraversavano magistratura e polizia, i servizi segreti e le basi Nato, per organizzare la violenza dello Stato al fine di tenere in piedi il regime, garantire il funzionamento delle istituzioni repressive, magistratura e polizia, proteggere le illegalità e l'uso di parte dei mezzi di informazione. Ma non era un paese cupo, il nostro. Dall'altra parte esisteva ed era ben vivo un forte e articolato movimento di classe, operaio e proletario, che garantiva la difesa e il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita sul versante sindacale, mentre su quello politico garantiva l'espressione politica delle proprie avanguardie, sfidando l'egemonia della classe borghese. Nel mezzo dell'autunno caldo Nel pieno della lotta di classe, quel giorno, contemporaneamente, scoppiarono bombe a Roma e a Milano. Quest'ultima, in una borsa collegata ad un timer, sotto il tavolo centrale della Banca dell'Agricoltura, uccise diciassette persone e ne ferì seriamente ottantacinque. Fu l'inizio. Dopo piazza Fontana, il 22 luglio 1970, l'attentato al treno del Sole a Gioia Tauro (6 morti); il 17 maggio 1973, davanti alla questura di Milano, un ordigno causò 4 morti e 45 feriti; il 28 maggio 1974, una bomba in piazza della Loggia a Brescia provoca 8 morti e 103 feriti; il 4 agosto 1974, l'attentato al treno Italicus (13 morti e 48 feriti); fino all'orrore della bomba di Bologna, il 2 agosto 1980 che fece 85 morti e 200 feriti. Undici stragi che durarono 15 anni, dal 1969 al 1984, intervallate da tentativi di golpe o complotti militari. Una strategia della tensione, di marca fascista, intessuta da ipocrisie, violenze e menzogne che non ebbero una fine. Per nessuna di queste stragi è stato trovato un colpevole. La sentenza della Corte di Cassazione del 3 maggio 2005 condannò i familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana a pagare le spese processuali, mentre lasciò impuniti o sconosciuti esecutori e mandanti. Per capirne le origini Per capirne le origini è necessario risalire a quegli anni di risveglio dal torpore che durava dal dopoguerra. Succede che, come per gli studenti un anno prima, anche gli operai decidono bruscamente di mettere in discussione la loro condizione. Le contestazioni davanti ai cancelli delle fabbriche, le rivendicazioni che da sindacali si trasformano in politiche, le dimostrazioni e i cortei che quotidianamente paralizzano tante parti del paese, registrano una spinta ed una partecipazione via via crescenti, attraverso volantinaggi e sit-in, serrate e scioperi che costringono allo schieramento della polizia armata davanti ai cancelli, alle provocazioni dei fascisti e della stessa polizia nelle manifestazioni, alla pioggia di denunce ed arresti da parte della magistratura. Solo un mese prima, in novembre, con lo sciopero dei metalmeccanici, arriva la prima ondata di denunce (quattordicimila in tutta Italia), mentre a spinte di centomila per volta cortei e manifestazioni chiedono il rilascio di operai e compagni arrestati. La classe operaia, con ogni evidenza, si dimostra vincente. Risultò quindi evidente che quelle bombe non furono una combinazione, come non fu una combinazione il depistaggio, che cercò da subito i responsabili tra gli anarchici e tralasciò la pista nera, dei fascisti, già autori – guarda caso - in tutto il '69 di molti attentati. Gli anarchici funzionarono da capro espiatorio. Preso Valpreda e "suicidato" Pinelli, lo Stato avrebbe così voluto mettere la parola fine a quella stagione di lotta, impartendo una dura lezione al movimento di classe: la giustizia non è uguale per tutti. Ma così non sarà. Subito dopo Piazza Fontana, infatti, la campagna stampa avviata dalla sinistra extraparlamentare contro la "strage di Stato" smonta la tesi accusatoria contro gli anarchici e costruisce una mobilitazione politica per allargare gli spazi di verità e giustizia nel nostro paese. Anche chi era assuefatto alla menzogna scopre il volto autentico del potere. Un episodio di questo periodo è esemplare del modo con cui i poteri pubblici scelgono gli interessi da tutelare, associandosi alla parte più occulta dei poteri privati. Nel corso del 1971 il giudice Guariniello, durante una perquisizione presso la sede della Fiat, per una causa di lavoro intentata da un ex dipendente, scopre una serie di contenitori metallici che racchiudono "schede informative" relative a 354.077 individui e che raccolgono informazioni su dipendenti ed altri cittadini, militanti addetti ai volantinaggi a Mirafiori, giornalisti, professori, uomini politici. In bella evidenza, il giudice scopre le prove dei versamenti effettuati dalla Fiat a carabinieri, poliziotti ed agenti dei servizi (Sid) per il loro lavoro di schedatura. Tutto finì prescritto otto anni dopo, ma soprattutto dopo che la procura, facendo riferimento al rischio di incrinare i buoni rapporti tra magistratura e polizia, trovò inopportuno accusare i massimi dirigenti di un complesso industriale che "dà lavoro e benessere a tutta la popolazione", con la possibilità di "innescare uno stato di agitazione" tra le masse operaie della Fiat. Lo stragismo si intreccia con gli omicidi di militanti Piazza Fontana fu all'origine del decennio denominato "gli anni di piombo". Il piombo di chi? Nel vuoto lasciato da uno Stato reticente, ambiguo e palesemente coinvolto e da una giustizia di parte, lo stragismo si intreccia con gli omicidi dei militanti. Serantini, Franceschi, Lo Russo, Bruno, Saltarelli, Zibecchi, Costantino sono uccisi da poliziotti o carabinieri; Pinelli "cade" dalla finestra della questura; Miccichè viene ucciso da una guardia giurata; Brasili, Amoroso, Varalli, Miccoli, Rossi dai fascisti. A questi si aggiungono i tanti compagni morti ammazzati per i quali non sarà possibile risalire all'esecutore materiale, come Fausto e Iaio nel '78. In mezzo a questo decennio viene approvata il 22 maggio 1975 la prima legge eccezionale sull'ordine pubblico, la legge Reale, passata col voto determinante dei fascisti, che riconosce alla polizia il diritto di sparare, incoraggiando e proteggendo l'omicidio di Stato. Un episodio da non dimenticare Piazza Fontana (e dintorni) è dunque prima di tutto un fatto da non dimenticare e che comporta indignazione e rabbia in tutti noi. Ma è solo un tragico episodio del passato, superato dagli avvenimenti e dall'evoluzione della società? Niente affatto! Anzitutto la totale impunità di esecutori e mandanti costituisce motivo fondante per cui questa vicenda non può appartenere al passato, anche se il regime con il corollario dei media vorrebbe farci intendere che quell'epoca è definitivamente chiusa. Chi è Stato? Ma è proprio la cronaca di questi giorni a smascherare e spiegare una volta di più quel nesso con la realtà odierna che dalle vicende di quegli anni ha preso le mosse. Parliamo della recentissima inchiesta di corruzione e malaffare denominata "Mafia capitale", al cui vertice supremo risulta essere Massimo Carminati, già fascista e stragista dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), elemento di spicco della destra eversiva romana, abilitato ai lavori sporchi per conto della banda della Magliana. È lo stesso Carminati che venne pesantemente indiziato assieme ai suoi camerati Mario Corsi e Claudio Bracci per l'omicidio a sangue freddo dei compagni Fausto Tinelli e Giacomo Iannucci (Fausto e Iaio), uccisi a Milano nel '78, e poi prosciolti "pur in presenza di significativi elementi giudiziari e di rilevanti dichiarazioni di ben sei pentiti". Non c'è niente di rivoluzionario in questi individui. Da bravi fascisti, sono servi al soldo dei padroni, alle dirette dipendenze dei servizi segreti. Ciò che emerge a Roma in questi giorni è stato costruito dall'eversione fascista negli anni '70 ed è cresciuto nel sottobosco politico di regime (il mondo di mezzo) che ha garantito prima la loro totale impunità e poi la scalata ai palazzi del potere. Le foto che li ritraggono con tanti personaggi del governo del "cambiamento", di marca PD, testimoniano una volta di più la natura di questo partito, decisamente organica al grande capitale. Piazza Fontana ha assunto un ruolo centrale nell'analisi politica di questi anni. Lo assume ancor di più per tanti di noi comunisti che, a quella strage, lontana negli anni ma vicinissima nella coscienza, dobbiamo la nostra formazione politica.
ottobre 2012 nu
Accordo Intesa San Paolo
Il verbo di Marchionne trova nuovi adepti Nuovo accordo Intesa San Paolo al centro di diverse riflessioni per essere la principale banca armata del paese, il principale sponsor della lobby affaristico religiosa, Comunione e Liberazio-ne, e per il finanziamento di grandi opere di pubblica inutilità come il TAV e la Pedemontana Nei primi giorni di ottobre ha fatto scalpore la notizia che la potente e ricca banca Intesa San Paolo si apprestava a non rinno-vare i contratti in scadenza di 600 lavoratori apprendisti. Come mai questa tonnara? Sempre la stesse scuse… la crisi e il problema esodati emerso dopo la “geniale” riforma Fornero (già membro del Consiglio di Sorveglianza di Intesa San Paolo) delle pensioni. Come sempre, specialmente con la parolina magica crisi, sebbene gli utili siano stati al di sopra delle aspettative (Marco Ferran-do Il Sole 24 ore del 16 maggio 2012), si usano i lavoratori, so-prattutto se assunti con tipologie contrattuali a scadenza, per far calare ulteriormente le braghe ai sindacati che, anche stavol-ta, non sono stati da meno nella loro funzione di gendarmi dei pa-droni (fatta eccezione per qualche sigla minoritaria). Se è vero, come si apprende in pompa magna da tutti i giornali, che gli apprendisti sono stati riconfermati (anche se balza all’occhio che in questo caso si parla di 1300 persone e non più di 600, come si spiega questa lievitazione?), quello che viene ce-lato è il prezzo che i lavoratori devono pagare anche grazie ai sindacati che il 2 luglio scorso avevano pure proclamato uno scio-pero. Come prima cosa viene introdotto il contributo di solidarietà pari a 4 giornate lavorative (in pratica per il triennio 2012-2015 i lavoratori rimarranno a casa per quattro giorni senza perciò per-cepire il relativo salario), mentre gli azionisti percepiscono u-tili da capogiro (nel far ciò l’azienda ha messo mano al patrimo-nio, vendendo importanti asset) e lo stesso Amministratore Delega-to Cucchiani si è aumentato il compenso del 20% rispetto al prede-cessore, ora ministro, Corrado Passera, guadagnando 66mila euro a settimana (vedere la Repubblica del 28 maggio 2012)!!! Slittamento di 18 mesi per i percorsi di carriera. Ex festività non monetizzabili e, dulcis in fundo, in deroga a quanto stabilisce il codice civile possibilità di demansionare il lavoratore o di trasferirlo per un raggio illimitato al fine di mantenere le mansioni. Possibilità da parte dell’azienda di trasferire di imperio il la-voratore fino a 70 km di distanza senza che questi possa percepire indennità alcuna, la tal cosa si applica anche a lavoratori part time, mamme e fruitori della legge 104 se la tal cosa e dovuta ad accorpamento/chiusura di filiale. Già… il disegno sopra citato va inserito nel quadro che prevede la soppressione di 1000 filiali nel territorio nazionale. A tutto ciò si aggiunga l’aumento di orario dalle 8 alle 20 senza però avere in cambio 1000 nuove assunzioni come invece promesso a seguito de-gli accordi del 29 luglio 2011. Insomma i padroni non solo ribadiscono la volontà di vincere la loro lotta di classe contro i lavoratori, ma vogliono stravincere! Banca Intesa San Paolo, già al centro di diverse riflessioni per essere la principale banca armata del paese, per essere il princi-pale sponsor della lobby affaristico religiosa, Comunione e Libe-razione, e per il finanziamento di grandi opere di pubblica inuti-lità quali il TAV e la Pedemontana, complice il momento politico favorevole, diviene altresì un laboratorio per erodere le ultime conquiste dei lavoratori, così come lo è stato la Fiat nei mesi scorsi nei confronti della classe operaia. È un ulteriore esempio di come la cosiddetta classe media (così come gli ingegneri di Motorola e della Alcatel di Vimercate a ri-schio licenziamento), composta da lavoratori con altissime quali-fiche, si stia giorno per giorno proletarizzando, grazie ad un si-stema dai connotati sempre più parassitari. Il tutto avviene mentre il Governo tecnico (ovvero delle lobby che stanno dissanguando il Paese) con un provvedimento prevede un au-mento delle franchigie per le detrazioni d’imposta e introdotto un tetto massimo alle deduzioni, che farà aumentare il carico fiscale anche per i redditi superiori ai 15.000, favorendo un ulteriore impoverimento della classe media, che accelererà la discesa verso il disagio economico, sociale e verso gli inferi della povertà. Governo tecnico già autore di provvedimenti contro i lavoratori (quali la riforma del lavoro fortemente voluta dall’orrenda Forne-ro) che sono intrisi d’ingiustizia, giacché, come si apprende dal-la relazione annuale ISTAT resa pubblica nel maggio del 2012, per grado di flessibilità nei rapporti di lavoro, tra il 1995 ed il 2008, l'Italia è «profondamente cambiata» è «scesa di tredici po-sizioni» nella classifica per rigidità basata sull'indice Ocse. Il Rapporto rileva che nel 2011 in Italia sono aumentati i contratti a tempo determinato e di collaborazione (+5,3% pari a 136 mila u-nità), ed è aumentato anche il numero di contratti di breve dura-ta: quelli fino a sei mesi sono cresciuti dell'8,8% (+83 mila uni-tà), mentre è diminuito quello dei contratti con durata superiore all'anno (-32 mila unità). Dall'inizio della crisi, cioè dal 2008, le famiglie hanno visto crescere del 2,1% il reddito disponibile in valori correnti, cui è corrisposta però una riduzione del potere d'acquisto di circa il 5%. Se si considera la dinamica crescente della popolazione resi-dente, nel 2011, il potere d'acquisto delle famiglie per abitante è del 4% inferiore a quello del 1992. Persino meno, molto meno, di quanto non venga "percepito" dalla popolazione. Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali in Italia in termini reali sono rimaste ferme, ma i prezzi, le tasse e le ta-riffe ovviamente no. E quindi il reddito disponibile delle fami-glie italiane in termini reali è diminuito nel 2011 (-0,6) per il quarto anno consecutivo, tornando sui livelli di dieci anni fa. Il reddito procapite è inferiore del 4% a livello del 1992 e del 7% a quello del 2007. In 4 anni, ha aggiunto, la perdita in termini re-ali è stata pari 1300 euro a testa e la propensione al risparmio delle famiglie è scesa dal 12,6% all'8,8%. Quindi, non sarà per caso che la crisi che stiamo vivendo non sia anche il frutto di una sempre più feroce polarizzazione della di-stribuzione della ricchezza a danno dei lavoratori creata grazie a leggi che penalizzano i veri produttori della ricchezza, i lavora-tori, e favoriscono sempre più i ceti parassitari quali banchieri e imprese che stanno a galla solo grazie a precarietà e lavoro ne-ro? Tornando al mondo delle banche, fa specie notare che mentre sia a livello di contrattazione nazionale (nella primavera scorsa la firma del CCNL ha lasciato strascichi di polemiche dato che il nuovo contratto firmato tra ABI e Sindacati era alquanto peggiora-tivo per i lavoratori), sia a livello aziendale si parli di ri-sparmiare su tutto ciò che concerne il costo del lavoro, lo stesso presidente dell’ABI, tale Mussar, sia l’emblema della scandalosa gestione della ricchezza raccolta sul territorio da parte degli istituti di credito, in quanto da ex Amministratore delegato del Monti Paschi di Siena si è reso colpevole del suo fallimento, che ha avuto come conseguenza pesanti ricadute sugli impiegati (cassa integrazione) e sulla cittadinanza in forma di mancata erogazione di credito, per esempio, per i mutui sulla prima casa. Il tutto mentre le stesse banche ricevevano prestiti a tasso agevolato dal-la BCE di Draghi e i Tremonti bond (i Tremonti bond sono obbliga-zioni bancarie speciali emesse dagli istituti di credito quotati che siano in sane condizioni finanziarie. Questi titoli sono sottoscritti dal ministero dell’Economia e han-no l’obiettivo di rafforzare il capitale di vigilanza “Core Tier 1” e, di conseguenza, favorire, almeno in teoria, l’erogazione del credito a famigli e imprese, invece utilizzati per comprare titoli di stato, o erogare prestiti solo a quei pochi grossi imprenditori che sono seduti nel CDA delle banche stesse e che le usano come bocchettone di ossigeno quando non hanno più i capitali per poter portare avanti i loro “faraonici” progetti, come nel caso di Li-gresti che colle sue speculazioni immobiliari ci propinerà ulte-riori colate di cemento sulle nostre già martoriate città). Come si evince dai pochi dati su elencati, in questo momento sto-rico non sono solo gli operai ad essere sotto torchio. Anche il ceto medio impiegatizio vede pesare sulle proprie spalle il peso di un sistema ingiusto, illogico che costituisce un freno allo sviluppo dell’umanità tutta, e che quindi deve essere abbattuto, al fine di costruirne un altro a partire dalle fondamenta. A parere dello scrivente quindi, avremmo bisogno anche di loro per cambiare lo status quo e porre fine all’orrendo mondo attuale fat-to di capitalismo.
settembre 2013 nu
Follia religiosa
La tragica illusione Anche nel secondo Millennio le masse vittime della follia religiosa Pacifico “La puttana, la gran puttana, la grandissima puttana, la bacchet-tona, la simoniaca, la inquisitrice, la torturatrice, la falsifi-catrice, l'assassina, la brutta, la matta, la cattiva; quella del-l'Inquisizione e dell'Indice dei Libri Proibiti; quella delle Cro-ciate e della notte di San Bartolomeo; quella che saccheggiò Co-stantinopoli e bagnò di sangue Gerusalemme; quella che sterminò gli albigesi ed ai ventimila abitanti di Beziers; quella che rase al suolo le culture indigene di America; quella che bruciò Sega-relli a Parma, Jan Hus a Costanza e Giordano Bruno a Roma; la squalificatrice della scienza, la nemica della verità, la manipo-latrice della Storia; la persecutrice degli ebrei, l'accenditrice di roghi, la bruciatrice di eretici e streghe; la ricattatrice di vedove, la cacciatrice di eredità, la venditrice di indulgenze; quella che ha inventato a Cristopazzo il rabbioso ed a Pietropie-tra lo scemo; quella che promette il noioso regno dei cieli e mi-naccia con il fuoco eterno dell'inferno; quella che imbavaglia la parola ed incatena la libertà dell'anima; quella che reprime le altre religioni dove comanda e che esige la libertà di culto dove non comanda; quella che mai ha voluto bene agli animali ed ha avu-to compassione verso di essi; l'oscurantista, l'impostora, l'ab-bindolatrice, la diffamatrice, la calunniatrice, la repressa, la soffocatrice di libertà, la guardona, la ficcanaso, la contumace, la relapsa [?], la corrotta, l'ipocrita, la parassita, la fannul-lona; l'antisemita, la schiavista, l'omofobica, la misogina; la carnivora, la macellaia, l'elemosiniera, la tartufa, la bugiarda, l'insidiosa, la traditrice, la rapinatrice, la ladra, la manipola-trice, la depredatrice, colei che opprime; la perfida, la fallace, la rapace, la fellona; l'aberrante la non conseguente, l'incoeren-te, l'assurda; la cretina, la stolta, l'imbecille, la stupida; la travestita, l'orrida, la frociona; l'autocratica, la dispotica, la tirannica; la cattolica, l'apostolica, la romana; la gesuitica, la domenicana, quella dell'Opus Dei; la concubina di Costantino, di Giustiniano, di Carlo Magno; l'altra faccia di Mussolini ed Hit-ler; la mignotta delle mignotte, la meretrice delle meretrici, la puttana di Babilonia, l'impunita da duemila anni ha conti pendenti con me a partire dalla mia infanzia e qui vado a riscuotere”. Tratto da La puttana di Babilonia di Fernando Vallejo, edizione Nuovi Mondi La visita del luglio scorso in Brasile dell’attuale papa Francesco I, ha fatto emergere come ancora oggi la religione sia una compo-nente fondamentale all’interno della nostra società. Nel 2013, no-nostante gli enormi progressi in campo scientifico, tecnologico e industriale le masse (anche giovani) sentono il bisogno di affi-darsi a qualcosa di immateriale, esterno, a credenze millenari ri-salenti a culti di tribù nomadi e razziatrici mediorientali, come è la mitologia ebraica da cui prende spunto l’antico testamento e quindi anche il cristianesimo. Come mai tutto questo? Perché tanti seguaci verso una chiesa i cui crimini non si contano più, guidata da un papa con trascorsi oscuri per quel che concerne i rapporti col suo paese d’origine, l’Argentina. Naturalmente non si tratta di fare di tutta l’erba un fascio, sebbene la chiesa abbia fatto un concordato con ogni fascio. Per cercar di rispondere a questa domanda cercheremo di prendere vari testi di esperti sull’argomento, a cominciare da quanto riportato dal gigante Am-brogio Donini, autore che non ha pari quanto a profondità di ana-lisi e conoscenza del tema. Ritengo importante trattare l’argomento visto che i fenomeni religiosi influiscono pesantemen-te sulla vita di tutti noi, sebbene non credenti, anzi siamo pro-prio noi che dobbiamo accollarci la difesa della laicità. Il grande studioso di matrice marxista ci insegna che i vangeli e tutto il materiale neotestamentario non sono documenti attendibili per dimostrare l’esistenza storica di Gesù Cristo. Essi sono popo-lati di miti e di leggende, nulla ci dicono sul contesto storico-sociale in cui sarebbe vissuto e avrebbe operato il Nazareno, es-sendo stati pensati e scritti lontano dalla Palestina, nel greco popolare dei centri urbani dell’Asia Minore e dell’Africa setten-trionale, dove esisteva da tempo una forte migrazione ebraica. E-lementi essenziali, come la data di nascita di Gesù, risultano in-certi, anzi contraddittori, persino attraverso il confronto tra i vangeli “sinottici”, che presentano il maggior numero di affinità tra loro. Secondo il vangelo di Luca, Cristo sarebbe nato a Bet-lemme in occasione di un censimento, ma l’unico censimento dispo-sto dai romani in Palestina è quello dell’anno 6 o 7 d.C. Secon-do il vangelo di Matteo, sarebbe, invece, nato “ai tempi del re Erode”, che morì nell’anno 4 a.C. La data riconosciuta dalla chie-sa cattolica, andrebbe, dunque, spostata in avanti o indietro. Ri-mane poi l’enigma degli “anni oscuri” della vita di Gesù, che van-no dai 12 ai 30, dei quali i vangeli canonici non parlano. Cristo è la traslitterazione del termine greco Christos cioè l’unto, tra-duzione dall’ebraico di Mashiah, messia, col quale l’antico testa-mento indicava colui che doveva venire a restaurare il regno di Israele. Fra i vari cristi e cristelli venuti in questa terra, i vangeli canonici hanno nominato uno di nome Gesù, il cui nome è la traslitterazione di Yehoshua, “Dio salva” oppure “Dio aiuta”, un nome comune ebraico, che secondo Matteo un angelo avrebbe suggeri-to a Giuseppe perché avrebbe salvato “il suo popolo dai peccati”. L’immagine esteriore di Gesù è dunque solo una creazione fantasti-ca, elaborata nel corso dei tempi. La leggenda cristiana è il frutto di una complessa opera di costruzione svolta dagli uomini nei secoli, attraverso un lento e laborioso processo di trasforma-zione e di adattamento. La cosa che più appare come errore grosso-lano che si è tramandato nel corso dei secoli, è la collocazione della città di Nazareth, che sorge in pianura e lontana dal lago Tiberiade, mentre nei vangeli viene descritta sopra un monte e in riva ad un lago. L’appellativo Nazareno, invece, deriva da Nazir che in aramaico indica l’uomo dalle lunghe chiome consacrato con voto speciale al culto della purezza e della verità, appartenente alla setta giudaica dei Nazir, che predicava l’ideologia del mes-sia che avrebbe liberato le masse dai loro dolori, dall’oppressione. Non deve sorprendere quest’aspetto se si pensa che i 4 vangeli e i testi canonici sono stati elaborati solo verso la fine del II se-colo della nostra era. Quindi, fino ad allora la dottrina era sta-ta trasmessa solo oralmente. La versione scritta, di molto poste-riore agli eventi che sono narrati, è frutto di adattamenti alle citazioni del vecchio testamento, di modo che quest’ultimo potesse essere spacciato per profezia, ad esempio come la nascita vergina-le che deriva da Isaia, o la nascita a Betlemme per far avverare la profezia di Michea, anche se su questo punto emerge una con-traddizione tra il vangelo di Luca, che motiva lo spostamento a Betlemme da Nazareth per via dell’obbligo di censimento, e il van-gelo di Matteo che lo fa nascere a Betlemme in quanto i genitori lì vi erano residenti, per farlo poi fuggire in Egitto per scampa-re ad Erode (per far adempiere la profezia di Osea), e successiva-mente recatisi a Nazareth. Nemmeno le date tra gli eventi narrati coincidono perché, se Matteo lo fa nascere prima della morte di Erode, che avvenne nel quarto anno prima dell’era volgare, Luca pone la nascita del bambinello più famoso del mondo nel sesto anno della nostra epoca. Ciò dimostra che i vangeli non hanno valenza storica. La nascita del cristianesimo si colloca in un’epoca in cui per mi-lioni e milioni di schiavi l’illusione della redenzione celeste si sostituisce alla speranza della liberazione terrena. L’intero mito cristiano della salvezza è già racchiuso in questa formula. Essen-do l’uomo peccatore, e incapace di salvarsi pagando alla divinità il prezzo del proprio riscatto, interviene un «redentore», il qua-le lo paga per lui con la sua passione e il suo sangue: la funzio-ne del Cristo è quella di essere il prezzo di «riscatto per mol-ti». All’epoca erano diffuse le cosiddette religioni misteriche. Il culto dei misteri era il nome che si dava a particolari cerimonie religiose cui potevano partecipare soltanto gli iniziati. I miste-ri miravano alla salvezza dell’individuo per mezzo dell’iniziazione a una dottrina e a pratiche rituali ad essa rela-tive che dovevano rimanere celate a chi non era appartenente alla setta. Il dio dei misteri è quasi sempre un deus patiens, che pa-tisce e muore di morte violenta, come il Cristo dei vangeli. Culti di simile matrice erano quelli del dio Mitra, della dea Isi-de, Dioniso e Demetra. Ciò è dovuto al fatto che nel bacino medi-terraneo le condizioni di vita e rapporti sociali fossero collima-bili. Nella storia delle religioni si nota che ad una determinata fase dello sviluppo sociale ha corrisposto una analoga fase nello sviluppo religioso. L’origine di una religione va pertanto ricer-cata non nella teologia o nella morale, ma nel carattere della so-cietà che l’ha scaturita. Occorre abbandonare la vecchia idea del passaggio dell’umanità alla credenza in un solo dio grazie a un processo di spiritualizzazione o di razionalizzazione. Le radici del monoteismo non vanno cercate nella morale o nella ragione, ma nelle condizioni reali degli uomini e nella loro transizione da un tipo di società all’altro. Tuttavia quando l’antica società è mutata, il mito del salvatore non si è estinto, proprio come molti degli aspetti magici e tote-mici originari persistono ancora, tanti secoli dopo la scomparsa della comunità primitiva. Naturalmente, la ragione principale di questa sopravvivenza è nel fatto che sia nel regime feudale che in quello capitalistico, gli uomini hanno sempre avuto un padrone e hanno quindi continuato a sentire il bisogno di un salvatore. Che il credente non ne sia consapevole, non cambia la natura dei fat-ti. Il Donini ci insegna che le variazioni che intervengono nei rapporti sociali si riflettono nelle credenze religiose; ma le i-dee, una volta entrate a far parte della sovrastruttura, si muovo-no poi seguendo una loro linea autonoma di sviluppo, che prescinde dalle condizioni di fatto, in cui sono sorte. Donini ha preso le distanze dalle interpretazioni progressiste del messaggio evange-lico, proprie di alcuni settori, seppur minoritari, della chiesa e del suo stesso maestro Buonaiuti, definendole “manifestazione di buone intenzioni e di coraggioso impegno sociale, sul terreno del-la lotta per la libertà e per il progresso”, in quanto “sia i quattro vangeli che gli altri scritti neotestamentari sono preoc-cupati in primo luogo di «spoliticizzare» al massimo la biografia di Gesù e di inquadrarla in un mito religioso di salvezza ultra-terrena. Oggi come ieri la religione assume la funzione che le è propria nella società di classe: giustificare l’esistenza di precisi rap-porti di sudditanza tra gli uomini. Tuttavia, come ricordato in apertura, le masse vi ricorrono in quanto, con la crisi delle si-nistre, vi è un vuoto politico e sociale che lascia gli oppressi in mano a false ideologie che solo a parole vogliono emanciparli. Occorre pertanto che vi sia un partito del proletariato in grado di spezzare quest’egemonia e che guidi i “vinti” verso la libera-zione da una condizione che promette solo miseria e mediocrità. Bibliografia Luigi Cascioli, La Favola di Cristo Viterbo 2006 Ambrogio Donini, Lineamenti di storia delle religioni Editori Riu-niti Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e me-no che mai cattolici) Longanesi
settembre 2013 nu
Concetto Marchesi
La lezione di Concetto Marchesi, "Maestro e Compagno" Un intellettuale che ha “tradito” la propria classe di origine rinunciando a comodità e privilegi della vita borghese per militare con coerenza nelle file dell’esercito proletario Aldo Calcidese “Essere nel patito operaio – quale animo, corpo, volontà – sentire nell’interesse della classe lavoratrice la somma degli interessi propri, significa veramente possedere una valida ragione di esistenza, significa aver definito una volta per sempre i nostri rapporti con il mondo, aver liberato da impedimenti l’animo nostro in ogni condizione o necessità di vita”. (Concetto Marchesi) “Giovani, guardate al mondo del lavoro, al gran porto da cui si parte e a cui si arriva in ogni vagare dell’intelletto alla ricerca di una verità. Al di là della classe lavoratrice, tutti i quesiti restano insoluti, da quelli sociali dell’economia a quelli individuali dello spirito”. (Concetto Marchesi) Nella storia del movimento comunista si sono distinti intellettuali che – provenendo dalla classe antagonista al proletariato – hanno scelto di “tradire” la propria classe di origine e, rinunciando alle comodità e ai privilegi della vita borghese, hanno militato con coerenza nelle file dell’esercito proletario. Concetto Marchesi fu uno di questi intellettuali. Uomo di profondissima cultura, studioso della civiltà e della letteratura greca e romana, fu maestro di una generazione di giovani che il criminale regime mussoliniano aveva gettato in un abisso di distruzione e di rovine. Marchesi affermava che “l’attività intellettuale non può ricevere danno dall’emancipazione del popolo lavoratore… attingere dal popolo non significa abbassare il livello della cultura, ma dilatarne i confini e sollevarne l’altezza”. A coloro che gli chiedevano come mai avesse scelto di militare nel movimento comunista, Marchesi rispondeva ricordando la propria infanzia nelle campagne catanesi dove fu testimone dello sfruttamento dei braccianti e dei contadini poveri, vedendo ‘’uomini coperti di stracci avviarsi verso la piana desolata con un pezzo di pane nella sacca e una cipolla e la bomboletta di vino inacidito destinato, secondo il costume, all’uso dei braccianti. Così negli anni della puerizia cresceva in me un rancore sordo verso l’offesa che sentivo mia. Avevo l’animo dell’oppresso senza averne la rassegnazione”. Da qui la partecipazione alle lotte dei lavoratori, ai moti dei fasci siciliani, il primo arresto a 15 anni, "vergogna della famiglia", e il progressivo distacco dall’ambiente borghese e piccolo-borghese. Del suo itinerario ideale, Marchesi ha indicato alcuni incontri importanti, per esempio con l’utopismo di Proudhon, fino a giungere al Manifesto del 1848, "il gran fascio di luce, il messaggio rivelatore, quell’opuscolo di 23 pagine è l’opera più ricca di germi che il secolo diciannovesimo abbia prodotto… Il Manifesto diceva ciò che è, non ciò che dovrebbe essere, non ciò che dovrebbe accadere: ciò che accade necessariamente". Marchesi aderisce al movimento socialista e, successivamente, al Partito Comunista d’Italia. Maestro e compagno Il 9 novembre 1943 Concetto Marchesi, che era Rettore dell’Università di Padova, pronuncia nell’Aula Magna gremita di studenti il famoso discorso che scatenò la furiosa reazione degli sgherri fascisti presenti nell’aula: "Oggi da ogni parte si guarda al mondo del lavoro come al regno atteso della giustizia… cadono per sempre privilegi secolari e insaziabili fortune; cadono signorie, reami, assemblee che assumevano il titolo della perennità: ma perenne e irrevocabile è solo la forza e la potestà del popolo che lavora e della comunità che costituisce la gente invece della casta". (Concetto Marchesi, Umanesimo e comunismo, Editori Riuniti, p.126) Alla fine del discorso, gli sbirri fascisti che tentano di scagliarsi su Marchesi vengono fermati dalla muraglia di studenti intervenuti a sua difesa. Alcuni giorni dopo Marchesi, rassegnate le dimissioni, rivolge un Appello agli studenti: “Sono rimasto a capo della vostra Università finché speravo di mantenerla immune dall’offesa fascista e dalla minaccia germanica, fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio e al segreto. Oggi il dovere mi chiama altrove. Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l’ordine di un governo che – per la defezione di un vecchio complice – ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori. “Nel giorno inaugurale dell’anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell’Aula Magna, travolti sotto l’immensa ondata del vostro sdegno. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria, vi ha gettato tra cumuli di rovine. Traditi dalla frode, dalla violenza, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia. Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta". (Concetto Marchesi, op. cit., pp.129-130) Nel suo appello, Marchesi chiarisce come non si possano ricondurre le responsabilità della tragedia solo ai criminali fascisti, quando afferma che “dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto o ha coperto con il silenzio o con la codarda rassegnazione, c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dall’inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina”. Dopo avere partecipato alla Lotta Partigiana, Concetto Marchesi continua nel dopoguerra la sua battaglia politica e culturale, polemizzando con le correnti reazionarie che volevano precludere al popolo l’accesso alla cultura e all’arte. “Alla cultura è mancato – afferma Marchesi – l’alimento che viene dal basso, è mancato l’alimento che verrà dalla liberazione e dall’utilizzazione di tutte le energie e di tutte le fonti della genialità umana. La cultura non può prosperare nel chiuso dei ceti privilegiati. Essa ha bisogno di affondare le sue radici nella moltitudine lavoratrice perché sia dato uno spazio maggiore alla stessa operosità individuale”. Negli scritti e nei discorsi del dopoguerra è costante la denuncia del pericolo del risorgere del fascismo, della crociata anticomunista, della repressione violenta delle lotte dei lavoratori, dei tentativi di leggi liberticide. In quegli anni, la polemica di Marchesi si rivolge principalmente contro la DC e la Chiesa cattolica per una politica di restaurazione dei privilegi, del potere del capitale, una politica che minacciava la pace con l’isteria anticomunista e antisovietica. Un settimanale cattolico preannunciava il fatale tramonto dell’ideologia comunista che ‘’si riduce necessariamente a materia: salari, posti, attribuzioni di quattrini e di forza. La botte dà il vino che ha: dalla materia non esce lo spirito, dall’economia non scaturisce una fede, quella fede che conquista le coscienze, fino al sacrificio’’. Marchesi risponde: "Pare di sognare. Dunque non hanno fede gli operai, i contadini, gli organizzatori comunisti, e non conoscono sacrifizi, ma salari, posti, quattrini, come sanno le galere italiane che nel ventennio fascista furono una vera cuccagna per i profittatori del comunismo’’. Dall’economia non scaturisce una fede; parole gravi e imprudenti, che imporrebbero una dimostrazione fra tutte la più disperata: che regime edificante di fede, di astinenza, di sacrificio è quello che oggi governa l’Italia e prende nome dalla Democrazia Cristiana". (ibidem, p.65) Il Vaticano e la stampa clericale portavano avanti in quel periodo la più rozza propaganda anticomunista. Perché la Chiesa romana dai suoi pulpiti – si chiede Marchesi – continua ad attaccare l’Unione Sovietica e i paesi socialisti? La verità è che ai clericali non basta la fede delle anime. “Essi hanno disertato il regno di Cristo, dove non c’è posto per gli Eisenhower, per i Dulles, per gli Adenauer. Essi vogliono che le leve di comando restino dove finora sono state e che una casta di potenti, come nei secoli scorsi, abbia al suo dominio una massa di umiliati, sfruttati, disperati, cui si possa gettare il tozzo della carità, l’incantesimo della superstizione, il monito dell’ubbidienza e della rassegnazione". (ibidem, p.39) Negli scritti di Marchesi vi è un’altra costante: la grande ammirazione per le realizzazioni che il sistema socialista aveva portato ai popoli sovietici. La sua difesa della patria del socialismo non è una difesa fideistica, ma si nutre di argomenti relativi alla grande avanzata culturale delle masse che solo il socialismo può permettere. In una conferenza tenuta il 18 aprile 1945, Marchesi sottolinea: "La moltitudine non è il gorgo che inghiotte i valori individuali; è l’immensa e inesauribile fonte da cui i valori individuali scaturiscono. Qual è il mezzo? Mi domandate. La scuola. Dov’è la prova? Nella Russia. Prima della guerra le scuole superiori in Russia erano 91, ora sono 708; e coi 600.000 e più studenti delle scuole superiori l’Unione Sovietica conta più studenti che tutti i grandi stati europei. Nel 1914 la Russia aveva 231 mila insegnanti, nel 1937 circa un milione; nel 1913, 19.785 medici, nel 1937 132.000, e poi 250.000 ingegneri, 160.000 artisti: un’enorme fioritura intellettuale sorta dal ceppo operaio e contadino. Nel 1938 lo Stato sovietico non spese meno di 800 milioni di rubli per borse di studio. Così nell’Unione Sovietica i grandi progetti di costruzione del terzo piano quinquennale furono stabiliti quasi esclusivamente da forze tecniche indigene; e si è formata quella gioventù sovietica che ha salvato la Russia sul fronte della produzione e sul fronte della guerra: coi trattori di Stalingrado prima, con gli eroi di Stalingrado poi. Questo la Russia sovietica ha saputo creare. Dico creare perché non si tratta di un rapido sviluppo impresso a un movimento di cultura già iniziato e progressivamente condotto, ma di una nuova leva della cultura, di una chiamata in massa del popolo a una rapida e immediata conoscenza ed esperienza fatta nella scuola e nell’officina". (ibidem, pp.41-42) Rivolgendosi particolarmente agli intellettuali che criticavano i sistemi socialisti, Marchesi dice: discutiamo e dissentiamo pure sui limiti e sull’estensione della nostra libertà individuale, ma lungo il cammino per cui si muovono le armate sovietiche stiano bene attenti "i dilettanti della politica e i sentimentali della democrazia a non confondere le loro voci con quelle degli eserciti bianchi e dei concistori sacerdotali". ‘Quelle armate hanno aperto nel mondo la strada per cui la classe lavoratrice è andata avanti e andrà avanti nella civiltà, nella cultura, nella incontestata dignità e libertà della persona umana. C’è qualcosa di sacro, compagni, nella storia del proletariato. Ciò che gli operai e i soldati della Russia hanno creato con la Rivoluzione d’Ottobre, quello è sacro per noi comunisti che in quella rivoluzione vediamo incominciata la nuova storia del mondo". (Concetto Marchesi, op. cit., p.116) Il coraggio di andare controcorrente In più di un’occasione accadde a Concetto Marchesi di non trovarsi d’accordo con la linea del suo partito e, in queste occasioni, egli non si inchinò a una malintesa disciplina di partito, ma sostenne fermamente le proprie convinzioni. In due occasioni ciò avviene in maniera particolarmente evidente. Quando Palmiro Togliatti fa approvare dai parlamentari del PCI l’art. 7 della Costituzione, che include nella Carta costituzionale italiana i Patti Lateranensi con la Santa Sede, stipulati nel 1929 col governo fascista, Concetto Marchesi esce dall’aula insieme a Teresa Noce, rifiutando di votare secondo le indicazioni del partito. Dopo il XX Congresso del PCUS e le cosiddette rivelazioni di Nikita Chruscev, mentre tutto il gruppo dirigente del PCI si allinea col nuovo corso revisionista (salvo alcuni sottili distinguo di Palmiro Togliatti) Marchesi, anche in questo caso, va controcorrente. Nel suo discorso all’VIII Congresso del PCI, egli afferma che il "rapporto segreto" di Chruscev serviva soltanto all’imperialismo e alle forze reazionarie. “Tali rivelazioni che infusero così sfrenata letizia nel campo avversario suscitarono sorpresa e dolore in molti compagni, specie tra i fedelissimi della classe operaia. Dei comunisti, diciamo così, intellettuali, alcuni, quelli più esposti alle agitate correnti del pensiero, vacillarono. Altri, incorreggibili, restarono fermi. Tra i comunisti incorreggibili meno delusi sono stato anch’io. Non ho mai pensato, infatti, compagni, che nei paesi dove la guerra e la rivoluzione e il genio dei capi avevano abbattuto il dominio autocratico e imperialista, potessero immediatamente succedere il benessere dei popoli e il regno degli uomini giusti. Il benessere dei popoli è frutto lento a maturare specie là dove si edifica sul deserto o si riedifica sulle rovine; e gli uomini non nascono giusti, ma – se natura consente – lo diventano nei loro rapporti individuali e sociali, attraverso un succedersi di esperienze e quindi anche di incertezze e di errori. D’altra parte, è facile comprendere come le aperte critiche, e subito dopo le acerbe accuse fatte all’opera di un uomo che parve compendiare in sé, durante lunghi e terribili anni, l’anima e la forza dell’URSS, abbiano alimentato le furie dell’attacco capitalistico". (ibidem, p. 113) E Marchesi non nasconde il suo disprezzo per Chruscev. “Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma, trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Chruscev. All’odio capitalistico mai attenuato contro i regimi socialisti non era forse necessario, a guarigione dei nostri mali, aggiungere la nostra maledizione. Si possono fare molte più cose con le opere dei vivi che non con la condanna dei morti”. (ibidem, p.113) Questo fu l’ultimo discorso di Concetto Marchesi, pronunciato poche settimane prima della sua morte. Maestro e compagno Marchesi voleva essere e fu per le generazioni della Resistenza, per gli antifascisti di tutta Italia; lo è oggi, e lo sarà domani, maestro e compagno, per tutti quei giovani che sentono quella “esigenza che chiede oggi più che mai di essere ascoltata, la guerra dell’uomo oppresso contro la società che l’opprime", e che "al di là di questo campo dove si combatte e si cammina è la finzione e l’inerzia e l’inutile vita".
gennaio 2013 redazione
Guantanamo

Cuba

La Base di Guantánamo

Una storia lunga più di un secolo

Sergio Marinoni

 

In questi ultimi anni, diversi articoli pubblicati dai più importanti quotidiani italiani hanno riguardato il trattamento inumano e le torture praticate ai detenuti nelle carceri nordamericane di Abu Ghraib, nelle vicinanze di Baghdad, e di Guantánamo, nell’estremità orientale di Cuba. Mentre nel primo caso le prigioni si trovano in una nazione tuttora occupata dai nordamericani, attraverso una guerra che per anni ha tenuto le prime pagine dei giornali e l’apertura dei notiziari della televisione, la maggior parte della gente praticamente non conosce i precedenti storici che hanno fatto sì che gli Stati Uniti occupino ancora oggi una parte del territorio della Repubblica di Cuba e mantengano, illegalmente e contro la volontà di un intero popolo, una base militare in uno Stato socialista.

La base navale di Guantánamo ha un’estensione di quasi 120 kmq. ed è occupata dagli Stati Uniti dal 1903. Quando stava per terminare la Seconda Guerra di Indipendenza (1895-1898) per la liberazione dell’isola dal dominio coloniale spagnolo, gli Stati Uniti erano intervenuti nella contesa tra cubani e spagnoli accusando pretestuosamente questi ultimi di un attentato a una nave statunitense - la corazzata Maine che esplose causando la morte 266 marinai - mentre si trovava in visita di cortesia nel porto di La Habana. Con questo loro intervento, durato solo tre mesi, gli Stati Uniti presero due piccioni con una fava: da una parte portarono via Cuba alla Spagna, un sogno accarezzato per un centinaio d’anni, e dall’altra impedirono ai mambises cubani di ottenere quell’indipendenza per la quale avevano lottato, a più riprese e con immensi sacrifici, per quasi mezzo secolo.

Dopo quattro anni di protettorato sull’isola, gli Stati Uniti concessero ai cubani una “caricatura” di indipendenza, imponendo alla loro Costituzione un emendamento in otto punti. Di fatto questa vessazione nota come Emendamento Platt, dal nome del senatore statunitense che l’aveva proposto, svuotava di significato ogni concetto di indipendenza. Infatti tale Emendamento concedeva, tra l’altro, il diritto agli Stati Uniti di intervenire militarmente a Cuba ogni volta che lo ritenessero necessario.

Il punto VII dell’Emendamento affermava: “Che per mettere in condizioni gli Stati Uniti di mantenere l’indipendenza di Cuba e di proteggere il popolo, come pure per la sua difesa, il Governo di Cuba venderà o affitterà agli Stati Uniti i terreni necessari per depositi di carbone o per stazioni navali in certi punti stabiliti che saranno concordati con il Presidente degli Stati Uniti”.

In quest’ottica, nel febbraio 1903 a La Habana e a Washington, fu firmato un “Accordo per le Stazioni di Carbone e Navali” che prevedeva l’affitto di due aree: Bahía Honda e Guantánamo, anche se successivamente in realtà la prima non fu mai utilizzata. 

L’articolo II di questo Accordo stabiliva testualmente “di fare tutto quanto fosse necessario per mettere questi luoghi in condizioni di essere usati esclusivamente come depositi di carbone o stazioni navali e a nessun altro scopo”.

In aggiunta a questo accordo, il 22 maggio 1903 fu firmato un Trattato Permanente di Relazioni tra Cuba e Stati Uniti d’America, in cui gli otto punti dell’Emendamento Platt vennero presi testualmente e trasformati negli articoli del Trattato.

Trentun anni dopo, il 29 maggio 1934, fu sottoscritto un nuovo Trattato di Relazioni tra la Repubblica di Cuba e gli Stati Uniti d’America, che annullava quello del 1903 (e quindi l’emendamento Platt), ma che manteneva la presenza statunitense nella base navale di Guantánamo.

Per essere più precisi, l’articolo III del nuovo Trattato stabiliva: “Fino a quando le due parti contraenti non saranno d’accordo per una modifica o per l’abrogazione dei punti stabiliti nell’Accordo firmato dal Presidente della Repubblica di Cuba il 16 febbraio 1903 e dal Presidente degli Stati Uniti d’America il 23 dello stesso mese e anno, riguardo all’affitto agli Stati Uniti d’America di territori a Cuba per stazioni di carbone o navali, continuerà a valere quanto stipulato in questo Accordo in relazione alla stazione navale di Guantánamo. Rispetto a questa stazione navale continuerà a essere valido con le stesse modalità e condizioni l’accordo supplementare che si riferisce a stazioni navali o di carbone concordato tra i due Governi il 2 luglio 1903.

Fino a quando gli Stati Uniti d’America non lasceranno la citata Stazione Navale di Guantánamo o fino a quando i due Governi non concordino una modifica agli attuali limiti, si continuerà a mantenere l’estensione territoriale occupata ora, con i limiti che vi sono alla data della firma del presente Trattato”.  

Per dare un’idea della condizione impositiva di questo Accordo, gli Stati Uniti avrebbero dovuto pagare un affitto di 2.000 dollari all’anno (poco meno di 5.000 dollari al valore attuale), per l’occupazione di una superficie di territorio pari a 117.6 kmq., importo che la Rivoluzione cubana non ha mai ritirato.

Gli Stati Uniti considerano tuttora valido il punto del Trattato che riguarda la Base di Guantánamo, dato che nel testo è specificato che per la sua modifica o abrogazione è necessario l’accordo tra le “due parti contraenti”.

Cuba, al contrario, considera illegale l’occupazione di questa zona del suo territorio perché la parte contraente cubana che ha firmato il Trattato non esiste più. Con la vittoria della Rivoluzione è subentrato un tipo di Stato totalmente diverso da quello che esisteva prima, e la Rivoluzione cubana non riconosce proprie le obbligazioni dei precedenti Governi. Oltretutto questa occupazione è in netto contrasto con la volontà del popolo cubano.

Inoltre, Cuba denunzia anche il cambiamento della destinazione d’uso: da deposito di carbone o stazione navale, come previsto negli accordi, a base militare navale e, ultimamente, anche a inumana prigione in cui si pratica la tortura. Qualsiasi contratto di affitto può essere rescisso nel caso cambi la destinazione d’uso per la quale è stato sottoscritto senza il benestare della parte che è proprietaria.

Ma c’è di più. Un contratto è tale se ha una data di inizio e una data di scadenza. Non esistono contratti a tempo illimitato in attesa di un accordo tra le “due parti contraenti” che ne stabilisca la modifica o l’abrogazione.

Questo è il quadro globale della Base di Guantánamo, uno dei molti punti di divergenza tra Cuba e Stati Uniti, che potrà avere una soluzione non tanto sul piano legale ma solamente su quello politico, quando il Governo nordamericano avrà messo da parte la sua arroganza e la sua prepotenza.


19 dicembre 2011 redazione
antifascismo

CASAPOUND&FRIENDS
di Claudia Cernigoi

Gianluca Casseri, non molto noto come neofascista, ha conquistato i primi titoli dei giornali dopo essere diventato un assassino, andando al mercato a Firenze a fare il tiro al senegalese (ne ha ammazzati due, ma avrebbe potuto fare di peggio, visto l’armamentario che s’era portato dietro), una cosa che ci ha ricordato un po’ certe sparate (metaforiche, ovviamente) di un sindaco di Treviso che proponeva di “vestire gli immigrati da lepri” il giorno dell’apertura della caccia “per far divertire i cacciatori”. (Sissignori, l’Italia è anche questo, caso mai ce lo fossimo dimenticato).
Casseri si è poi ucciso, ma quanti Casseri esistono in Italia, persone che vivono un po’ nell’ombra, un po’ isolate, un po’ strane, appassionate di fantasy, possiedono armi (legalmente? Illegalmente?), frequentano circoli ed associazioni di destra come CasaPound… no, questo non lo dovete dire! Casseri è venuto a volte, ma non è, insomma non fa, lo si conosceva ma non era dei nostri…

Copione già visto, come all’epoca dell’attentato al Manifesto dove l’attentatore si fece male da solo (e per fortuna non fece male a nessun altro), dal quale Forza nuova prese subito le distanze, diceva che sì, girava, vedeva gggente, ma però non c’entrava…
Salvo qualche anno dopo, alle manifestazioni di Forza nuova filmate in “Nazirock”, si veda benissimo come la folla inneggi al mitico “camerata Insabato”, con applausi ed ovazioni. Ciò ci ricorda quella vecchia storiella yiddish, dove un rabbino, un sabato pomeriggio, trova in mezzo alla strada una cassettina piena di monete d’oro e di gioielli, e non la può prendere, perché di shabbath l’ebreo osservante non può toccare nulla di prezioso. Allora si mette a pregare, e Dio compie il miracolo: dappertutto nel mondo in quel momento è sabato, ma nel metro quadrato dove si trovano il rabbino e la cassettina è giovedì, quindi il rabbino può prendere l’oro senza problemi.
Insabato frequentava Forza nuova prima, la frequenta adesso, non era di Forza nuova solo il giorno in cui è andato alla redazione del Manifesto…?
Chissà se anche Gianluca Casseri, dal quale oggi CasaPound prende le distanze, nonostante le numerose foto che lo ritraggono con le bandiere dell’associazione, avrà un recupero post-mortem, chissà se ne leggeremo tra qualche anno il nome sui muri delle città, come oggi a Trieste trionfa una scritta inneggiante ad Alibrandi nel trentesimo anniversario della morte?
Alibrandi, chi era costui? Lo sanno i ragazzini della scuola media su cui troneggia da giorni una frase che nessuno ha ancora pensato a cancellare? Gli insegnanti della scuola hanno spiegato ai loro studenti che Alessandro Alibrandi era un criminale, un terrorista dei NAR che collaborò a diversi attentati per cui furono condannati Mambro e Fioravanti; Alibrandi fu chi mostrò il giudice Amato, che indagava sul terrorismo di destra, al camerata Fioravanti (che non lo conosceva di persona) affinché potesse riconoscerlo, il giudice Amato che cadde poi sotto il piombo dei NAR; Alibrandi stesso partecipò al massacro di due poliziotti a Roma il 21/10/81, ed il 5 dicembre successivo rimase ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia stradale. Ecco perché a trent’anni di distanza viene ricordato sui muri di una scuola triestina da una firma GUD
(Gruppo unione difesa, una delle entità affini, contigue, similari a Forza nuova). Ma esiste ancora il reato di apologia di reato in questo paese? Perché noi un po’ di apologia la si ravviserebbe… e dato che i nomi dei facenti parte del GUD dovrebbero essere nomi noti, non crediamo che un’indagine in merito sarebbe inutile.

Dopo l’episodio Casseri, è stato fatto girare in rete un documento con dei nomi (di “intellettuali” e “persone di cultura”) che firmarono tempo fa per “sdoganare” CasaPound, nel senso che si attivarono perché non fosse loro impedito di organizzare iniziative pubbliche.
A parte i nomi delle solite “anime belle” che spesso non comprendono a fondo le cose della vita, e che ritengono di dover difendere i diritti di persone che poi si guarderebbero bene dal difendere i diritti di coloro che li hanno difesi, come i giornalisti Piero Sansonetti, Ritanna Armeni od Andrea Colombo, o l’Ugo Maria Tassinari che a forza di studiare i fascisti se ne è invaghito, anzi affascinato, troviamo anche dei nomi coerentemente presenti. Ne prendiamo fuori alcuni.
“Mario Michele Merlino – poeta e autore teatrale”: ah, questa è bella, ultimamente lo trovavamo come “filosofo”. Merlino è lo stesso Merlino fascista che si era infiltrato tra gli anarchici romani dopo il “viaggio di studio” sulle tecniche di infiltrazione in Grecia nel 1969, e fu coinvolto nelle indagini su piazza Fontana.
“Maurizio Murelli – società editrice barbarossa”: sì, Murelli fondò un circolo Barbarossa, dopo avere scontato 11 anni di prigione per l’omicidio dell’agente Antonio Marino avvenuto a Reggio Calabria nel 1973. Fondò anche la rivista Orion assieme a Marco Battarra, col quale mise anche in piedi un negozio di fantasy, “la bottega del fantastico”. Chi era appassionato di fantasy? Casseri? Bravi, risposta esatta, ma si tratta sicuramente di una coincidenza.
“Gabriele Adinolfi – Noreporter”, altro nome noto. Fu in Terza Posizione assieme a Roberto Fiore, ed oggi sempre con Fiore sta in Forza nuova, dopo vent’anni di latitanza perché condannato per banda armata (come Fiore, del resto).
L’abbiamo lasciato per ultimo per la sua importanza istituzionale: “Cristano De Eccher – senatore del Pdl”.

Il trentino De Eccher fu negli anni ’60 militante di estrema destra e sospettato addirittura di collusione con gli stragisti neri; la scorsa primavera ha presentato un disegno di legge costituzionale per abolire la XII norma transitoria della Costituzione, quella che vieta la riorganizzazione del partito fascista. Il fatto che De Eccher sia stato condannato proprio per questo reato, da giovane, è puramente casuale, ovviamente.
Questi alcuni amici di CasaPound, ma ne hanno anche altri di una certa importanza, se esaminiamo il programma relativo alla loro Festa nazionale “Direzione Rivoluzione”, svoltasi a Roma dal 15 al 18 settembre scorsi (il programma è a questo link):

http://casapounditalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2363%3Acasapound-italia-direzione-rivoluzione-dal-15-al-18-settembre-a-roma-la-festa-nazionale-del-movimento&catid=59%3Agenerico&Itemid=169

 

“Roma, 9 settembre – Dibattiti con nomi della politica e dell’informazione, da Stefania Craxi a Mario Sechi, da Pietrangelo Buttafuoco a Gabriele Adinolfi. Ma anche formazione, sport, musica, teatro, volontariato, impegno sociale e un omaggio video a Pietro Taricone. Da giovedì 15 a domenica 18 settembre CasaPound Italia, chiuso il terzo anno di attività, si ritrova nel cuore di Roma, nella ‘postazione nemica’ di Area 19, per ‘Direzione Rivoluzione’, la festa nazionale del movimento nato a giugno 2008”
Stefania Craxi e Pietrangelo Buttafuoco sono relatori in un dibattito sulle “primavere arabe”, ma la notizia più ghiotta ci sembra quella della “presentazione della nuova onlus di CasaPound Italia, Solidarité-Identités, già impegnata in progetti di solidarietà in Birmania, Kosovo e Kenya, sarà l’occasione per discutere della funzione dell’associazionismo nel settore della cooperazione con Franco Nerozzi della comunità solidarista Popoli e Walter Pilo dell’Uomo libero onlus”.
Cosa sia “l’Uomo libero onlus” lo leggiamo nel loro sito: si sono dati da fare dopo la caduta del muro di Berlino (1990) a portare la loro “solidarietà” con i viaggi “in Romania, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia e soprattutto in Lituania dove la popolazione combatteva ancora nelle strade contro le truppe speciali dell’Armata Rossa sovietica”. Noi ricordiamo che all’epoca della rivolta contro Ceausescu partivano per la Romania da Trieste diversi furgoni in regime Tir, cioè sigillati alla partenza e apribili solo a destinazione, che non sappiamo cosa portassero, ma sappiamo che ad organizzare il tutto erano personalità del calibro del socialista Arduino Agnelli assieme all’ex ordinovista Francesco Neami ed al suo socio Claudio Bressan (che avendo la moglie di origine romena probabilmente partiva avvantaggiato nei contatti). Così come gli ex dirigenti del Fronte della Gioventù triestino Roberto Menia (poi sottosegretario nel governo Berlusconi) e Gilberto Paris Lippi (poi vicesindaco nella gestione Di Piazza) si sono fatti un vanto di avere parlato il12/3/90 a Timisoara a 15.000 romeni per portare la solidarietà della “gioventù italiana”, dopo avere raggiunto “la Romania in rivolta nel dicembre 1989, per portare concreta solidarietà alla popolazione” (da “20 anni di lotta e di sogni” edito dal Fronte della Gioventù di Trieste nel 1992).

Negli anni ‘90 l’Uomo libero onlus (da non confondersi con l’Uomo libero che fu una testata comunitarista molti anni or sono) si è occupato dell’ex Jugoslavia “durante tutto il conflitto l’Uomo Libero ha sostenuto ben trentotto viaggi per trasportare aiuti umanitari, raccolti principalmente nel basso Trentino”, (chi è trentino? Ah, de Eccher, sicuramente una coincidenza) ed oggi si occupa dei Serbi del Kosovo. E qui noi che ci lasciamo andare ai ricordi, dobbiamo annotare che nella manifestazione organizzata dal GUD a Trieste il 5 novembre scorso c’era una forte presenza serba (considerando una quindicina di persone su un centinaio totali, va detto) che sosteneva il diritto serbo sul Kosovo (fattore sul quale siamo d’accordo anche noi, ma che viene politicamente egemonizzato dalla destra estrema, in funzione di barriera cristiana contro l’islamismo).
“L’uomo libero onlus” ha però anche un progetto per il popolo Karen della Birmania, e qui entra in scena il veronese Franco Nerozzi della comunità solidarista “Popoli”, il quale ha patteggiato una condanna a diversi mesi per una questione di “mercenari” che avrebbero dovuto andare a fare un golpe alle isole Comore.

Nerozzi (“bieco e delirante anticomunista” per sua stessa definizione durante una conferenza tenutasi a Trieste ed organizzata dal Partito radicale), era passato da reporter free lance (nella Jugoslavia degli anni 90, vi ricorda qualcosa?) ad organizzatore di “iniziative umanitarie”, come queste che porta da anni avanti nel sudest asiatico, sia con i Karen che con i Montagnards del Viet Nam, spesso fregandosene delle necessarie autorizzazioni dei governi legittimi. Ma tanto per restare tutti in famiglia, ricordiamo che all’epoca tra gli indagati veronesi per presunti traffici d’armi che si sarebbero celati sotto pretese “operazioni umanitarie” in Birmania vi fu anche Giulio Spiazzi (figlio del più ben noto generale Amos) che scelse come proprio avvocato il veronese Roberto Bussinello, altro esponente di Forza nuova. Che Nerozzi abbia patteggiato è di dominio pubblico; come invece si sia conclusa la vicenda di Spiazzi non lo sappiamo, però troviamo nel sito http://educazionedemocratica.org/?p=1208#comments che cinque anni fa (l’articolo è del 2011) un “giovane papà”, dopo avere fatto l’inviato di guerra in praticamente tutto il mondo ha deciso di fondare una “scuola di stampo libertario”, andando oltre la propria formazione steineriana per “ispirarsi alla filosofia libertaria”. Chi è questo “giovane papà” tanto libertario? Giulio Spiazzi, l’avreste mai creduto?

Smettiamola di dietrologare e torniamo alla festa di CasaPound, dove a parlare di politica e di economia assieme al direttore de “il Tempo” Mario Sechi ed il giornalista del “Sole 24 ore” Augusto Grandi (e ad un responsabile di CasaPound) troviamo nuovamente Gabriele Adinolfi, qualificato come fondatore del Centro studi Polaris, la cui competenza in materia economica ci è oscura e tanto meno ci è stata chiarita leggendo l’introduzione del sito di tale Centro studi:

Cos’è Polaris

Il modello cui tendiamo, e al quale ci avviciniamo progressivamente ogni giorno di più, non ha ancora un nome proprio in italiano. Usando l’anglicismo corrente, si potrebbe definire, non senza qualche disagio per la sudditanza linguistica, un Think Tank. La scommessa che ci prefiggiamo di vincere è di farne qualcosa di simile ma di diverso, in quanto non lo intendiamo al servizio di potentati economici ma della comunità nazionale. Quando potremo dire di aver vinto questa scommessa saremo probabilmente anche riusciti a dare la definizione italiana di un Think Tank oltre alla sua italica versione.
Noi non ci abbiamo capito niente, ma dato che non intendiamo aderire a Polaris possiamo ora riprendere lo studio di CasaPound. A Trieste non ha una sede, però a Udine sì, e nel 2010 avevano organizzato un dibattito sulle “foibe” invitando a parlare la sottoscritta, Giacomo Scotti, Alessandra Kersevan, Sandi Volk… non si capiva se per un linciaggio (metaforico, ovviamente) in diretta o se per crearsi una copertura bipartisan, che logicamente ci siamo ben guardati di fornire loro, declinando l’invito con la massima cortesia.

Alla fine alla conferenza hanno parlato il biologo triestino Giorgio Rustia ed il medico Vincenzo Maria De Luca, già tra i relatori (assieme a Roberto Fiore, sì sempre quello di Forza nuova) invitati da Lotta studentesca (associazione vicina a Forza nuova) di Roma per una conferenza dal titolo “Foibe l’unica verità” da tenersi alla Sapienza, iniziativa saltata per le proteste degli studenti (non per vantarmi, ma lo scopo della conferenza sarebbe stato quello di “sbugiardare” il mio studio sulle foibe, attività che sembra essere uno degli scopi della vita del dottor Rustia). Insomma, gira che ti rigira, tornano fuori sempre gli stessi nomi: il che dovrebbe essere positivo, perché vuol dire che più di tanti in Italia non sono.

A Brescia CasaPound ha giocato ancora più sporco, invitando ad un dibattito dal titolo “C’era una volta 28 maggio 1974” il rappresentante dei familiari delle vittime della strage di Brescia, Manlio Milani (che purtroppo si è prestato al gioco) assieme a Gabriele Adinolfi (sempre come Polaris) e due esponenti di CasaPound. Questo episodio ha creato una frattura piuttosto pesante all’interno dell’associazione per la memoria che sono giunti addirittura a chiedere le dimissioni di Milani. Ovviamente ciascuno ha diritto di partecipare alle iniziative che crede, ma quando si ricopre una carica come quella di Milani dare un qualsivoglia avallo di dialogo su un argomento tanto scottante con persone di quella fatta, nell’insieme quello che viene da pensare è che certe iniziative di CasaPound abbiano un contrappunto provocatorio e che a volte la provocazione gli riesca.

Mi rendo conto di essere andata un po’ a ruota libera in questo articolo, ma la ricerca sul neofascismo è come le ciliegie, una notizia tira l’altra, e poi si arriva un po’ dappertutto per tornare al punto di partenza.

Naturalmente questi sono solo degli appunti che richiedono assolutamente degli approfondimenti e dei chiarimenti, cosa che mi riprometto di fare quanto prima. E se qualcuno ha idee, notizie, sospetti o anche solo pettegolezzi, me li mandi, così posso destreggiarmi meglio in questa galassia nerofumo.

 

Dicembre 2011

 

 

 


2 giugno 2011 redazione
Congresso PCC
Una premessa Diamo ampio spazio al VI Congresso del Partito comunista di Cuba che si è svolto in aprile, come materiale di riflessione "Uno dei nostri più grandi errori all’inizio, e molte volte nel corso della Rivoluzione, è stato di credere che qualcuno sapesse come si costruiva il socialismo” Fidel Castro Ruz, 17 novembre 2005 Cuba resiste all’imperialismo da 50 anni e da 50 anni cerca di di-fendere – sola, accerchiata e sottoposta al bloqueo - il sociali-smo che è riuscita a costruire. Qualunque giudizio si possa dare sulle misure che prende, si deve partire dalla consapevolezza di questo e dal profondo rispetto che si deve alla Rivoluzione Cubana e al suo popolo, soprattutto da parte di chi, in 50 anni, non è riuscito – per questioni storiche, oggettive, soggettive… ecc. ecc. – a fare altrettanto. Il VI congresso del Partito Comunista di Cuba, centrato sulla discussione dei Lineamenti di Politica Economica, ha dato la stura – come al solito – ad una serie di “speranze” (da destra) e di critiche (da sinistra): finalmente torna il capitalismo a Cuba, per gli uni; purtroppo torna il capitalismo a Cuba, per gli altri. Curiosa coincidenza di vedute. Il primo elemento da prendere in esame è qualcosa che noi tutti sappiamo ma che troppo spesso sottostimiamo o dimentichiamo: l’idea che le questioni economiche, lungi dall’essere governate dalla “ferrea legge del mercato”, sacra e inviolabile per “ragioni oggettive” nel mondo capitalista, possano diventare invece oggetto di decisioni politiche, cioè della volontà e dell’agire cosciente degli uomini, e in quanto tali possano essere discusse dai diretti interessati, cioè da tutti i cittadini cubani. Nei paesi capitalisti è semplicemente assurdo pensare che un governo (che oggi a Cuba coincide, per le ragioni spiegate nel di-scorso di Raul, con il Partito) possa organizzare un dibattito tra la popolazione sul taglio delle pensioni, sulle riforme del lavoro né, tantomeno, sul finanziamento pubblico per salvare le banche dalla crisi. La discussione sui Lineamenti ricorda invece al mondo che le “leg-gi naturali” cui l’economia non può far altro che obbedire – con tutte le sue tragiche e sanguinose conseguenze per i popoli, e ormai forse per la stessa specie umana nel suo complesso – in realtà sono una colossale menzogna che copre i “sacri” interessi del capitale. Altro elemento: nel Rapporto centrale al Congresso fatto da Raùl Castro si concede ben poco alle condizioni “oggettive”. L’analisi della necessità di adeguare il modello economico cubano alla re-altà non si basa sulle difficoltà esterne – il blocco, lo strangolamento economico, la guerra strisciante e spietata degli Stati Uniti (tutte le scuse, secondo alcuni, dietro cui i dirigenti della Rivoluzione nasconderebbero l’incapacità della Rivoluzione stessa a garantire una vita decente al popolo cubano) – ma sulle contraddizioni e le storture interne, del resto già segnalate da Fidel Castro nel suo discorso all’Università dell’Avana nel novembre 2005. Neanche questo è un fatto nuovo. Tutti ricorderanno il dibattito che si sviluppò nell’isola sulla svolta da dare all’economia negli anni ’60, dibattito il cui protagonista principale – non solo nella discussione ma nell’azione pratica come ministro - fu il Che Guevara e che è stato spesso banalizzato nell’alternativa tra “incentivi materiali” e “morali”. Il dibattito di allora, come quello di oggi sui Lineamenti, fu pubblico e aperto, senza “scomuniche” di alcun genere ma con la tensione di fondo – da entrambe le parti - di chi stava operando in una realtà che, per fattori esterni ed interni, cambiava ogni giorno e presentava nuove sfide, sfide non solo ideologiche ma reali, di carne e sangue, per proseguire nella difficile strada della costruzione del socialismo in un paese come Cuba, che non rispondeva ai “canoni classici” del marxismo. “Siamo realisti, vogliamo l’impossibile”: l’Uomo Nuovo pensato dal Che altro non è altro, secondo noi, che l’azione cosciente dell’avanguardia, ruolo fondamentale che nel Rapporto viene rivendicato per tutti gli appartenenti al Partito in quanto tali. Altro che “via cinese” o apertura al capitalismo…! Anche oggi il Congresso – e tutto il popolo cubano - è chiamato a riflettere, analizzare e cambiare quello che è diventato, nel corso degli anni e sulla scia della necessità, il ruolo del Parti-to comunista e dei suoi membri, il ruolo dell’avanguardia, il ruolo della coscienza nella trasformazione della realtà. Qualcuno pensa forse che esistano misure economiche che possano, - di per sé, automaticamente - superare il capitalismo? Se sì, ripensi all’esperienza delle democrazie socialiste dell’Est Europa (e non solo) e ne faccia un bilancio. La democrazia – o meglio, la sua mancanza - è un altro cavallo di battaglia di chi vuole male alla Rivoluzione cubana. Tutti i cubani sono stati invitati NON ad approvare, ma a conoscere, discutere, criticare i Lineamenti. Nella relazione di Raùl Castro vengono forniti i dati della consultazione e i suoi risultati, che parlano da soli. Cuba oggi ci dà un esempio di democrazia effettiva, mentre in tutto il mondo cresce il rifiuto della pseudo-democrazia del capitale (Plaza del Sol di Madrid, come ultimo esempio nel tempo). Giudicare - spesso senza conoscerle, “contrarie al socialismo” le misure proposte con i Lineamenti, di cui peraltro si rivendica da parte del Partito Comunista cubano la necessità vitale di bilanci nel tempo per verificarne i risultati - presuppone che esista un solo modello di socialismo, buono per tutti i tempi e tutti i pae-si, che basti replicare una ricetta già sperimentata. Nella società cubana, così come in ogni altra società che si è definita socialista in altri periodi storici, continuano certamente ad esistere elementi di capitalismo (le merci, il mercato, il lavoro salariato, lo Stato, ecc.). Ma cos’è il socialismo - cioè il processo di transizione al comu-nismo - se non la lotta di classe contro questi elementi, i grandi mezzi di dominazione del capitalismo? “Il socialismo è un fatto di coscienza” scriveva il Che; le forme che si scelgono vanno valuta-te – secondo noi - in questo senso: rafforzano o no la coscienza, non solo dell’avanguardia ma delle masse, rispetto alla lotta ne-cessaria per abolire questi elementi? Chiedere a Cuba misure “comuniste”, indipendentemente dallo sviluppo delle società e della produzione nel resto del pianeta è assurdo. La Rivoluzione cubana, intanto, ha saputo mantenere e sviluppare la possibilità di un comunismo “impossibile”, e questo chiama in causa la responsabilità, il ruolo e la capacità di inci-dere sulla realtà dei rivoluzionari di tutto il mondo. Certo che oggi, nella società cubana, esistono contraddizioni di ogni genere, del resto sempre riconosciute dai rivoluzionari stes-si, oltre che definite con spietata chiarezza nel Rapporto di Raùl Castro. La scarsezza materiale di beni (al di là degli effetti di quel continuo, ormai cinquantennale, atto di guerra che è il bloqueo), la necessità di una vita materiale accettabile per l’insieme della popolazione, la possibilità di dare uno sbocco ad una popolazione in maggioranza giovane e con un alto livello culturale, il protagonismo effettivo del popolo rivoluzionario, in altre parole lo sviluppo dell’iniziativa economica e politica: queste sono le sfide che affronta oggi la Rivoluzione cubana e il dibattito sui Lineamenti a noi sembra un primo, importantissimo passo in questa direzione. Ci fermiamo qui nella nostra premessa ed invitiamo tutti i compagni a leggere il “Rapporto centrale al VI Congresso”, che pubblichiamo integralmente perché ognuno possa farsi un’idea e trarne le debite conseguenze. Rapporto centrale al VI Congresso del Partito Comunista di Cuba 16 aprile 2011 Compagne e compagni, iniziamo questo pomeriggio le sessioni del VI Congresso del Parti-to Comunista di Cuba in una data molto importante della nostra storia, il 50° Anniversario della proclamazione del carattere socialista della Rivoluzione da parte del suo Comandante in Capo, Fidel Castro Ruz, il 16 aprile 1961, nel dare l’addio ai caduti nei bombardamenti delle basi aeree, il giorno prima, come preludio dell’invasione mercenaria di Playa Giròn, organizzata e finanziata dal governo degli Stati Uniti, che faceva parte dei suoi piani per distruggere la Rivoluzione e restaurare, con il concerto dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), il dominio su Cu-ba. Fidel diceva allora al popolo armato e furioso: “Questo è ciò che non possono perdonarci (…) che abbiamo fatto una Rivoluzione so-cialista sotto lo stesso naso degli Stati Uniti. Compagni operai e contadini, questa è la Rivoluzione socialista e democratica degli umili, con gli umili e per gli umili. E per questa Rivoluzione so-cialista e democratica degli umili, fatta dagli umili e per gli umili, siamo disposti a dare la vita”. (fine della citazione). La risposta a questo appello non si fece aspettare e nell’affrontare l’aggressione, alcune ore dopo, i combattenti dell’Esercito Ribelle, polizia e miliziani sparsero, per la prima volta, il loro sangue in difesa del socialismo e ottennero la vittoria prima di 72 ore, sotto il comando dello stesso compagno Fidel. La Sfilata Militare cui abbiamo assistito questa mattina, dedicata alle giovani generazioni e, in particolare, l’entusiasta marcia del popolo che è seguita, sono una prova eloquente delle forze di cui la Rivoluzione dispone per seguire l’esempio degli eroici com-battenti di Playa Giròn. Faremo lo stesso in occasione della Giornata Internazionale dei Lavoratori, il prossimo primo maggio, in lungo e in largo nel paese, per dar conto dell’unità dei cubani in difesa della loro indipendenza e sovranità nazionale, concetti che la storia ha provato che è possibile conquistare solo con il socialismo. Questo Congresso – quale organo supremo dell’organizzazione di partito, come stabilito dall’art.20 dei suoi Statuti, che riunisce oggi migliaia di delegati in rappresentanza di circa 800 mila militanti raggruppati in più di 61 mila nuclei - è iniziato in pratica il 9 novembre dell’anno sorso, quando è stato presentato il Progetto di Lineamenti della Politica Economica e Sociale del Partito e della Rivoluzione, questione che, come è già stato indicato, costituisce il tema principale di questo evento, in cui stanno inscritte grandi aspettative del popolo. Da allora si sono fatti numerosi seminari che sono serviti al pro-posito di chiarire e approfondire il contenuto dei Lineamenti, e in questo modo preparare adeguatamente i quadri e i funzionari che, a loro volta, dovevano guidare il processo di discussione con i militanti, le organizzazioni di massa e la popolazione in gene-rale. Per tre mesi, dal 1° dicembre 2010 al 28 febbraio del presente an-no, si è sviluppato il dibattito cui hanno partecipato 8.913.838 persone in più di 163 mila riunioni effettuate in seno alle diffe-renti organizzazioni, con una cifra superiore a tre milioni di in-terventi. Bisogna chiarire che nell’insieme dei partecipanti sono inclusi, senza essersi definiti con esattezza, decine di migliaia di militanti del Partito e dell’Unione della Gioventù Comunista, che hanno assistito sia alle riunioni dei loro nuclei o comitati di base sia a quelle effettuate nei centri di lavoro e di studio e anche nelle comunità dove risiedono. È anche il caso di coloro che non militano e che hanno partecipato nei loro collettivi di lavoro e successivamente nei rispettivi quartieri. La stessa Assemblea Nazionale del Potere Popolare ha dedicato quasi tre giorni interi della sua ultima sessione ordinaria, lo scorso dicembre, all’analisi tra i deputati del progetto dei Lineamenti. Questo processo ha messo in chiaro la capacità del Partito di condurre un dialogo serio e trasparente con la popolazione su qualsiasi argomento, per quanto sia sensibile, soprattutto quando si tratta di andare a plasmare un consenso sui tratti che dovranno caratterizzare il Modello Economico e Sociale del paese. A loro volta i risultati del dibattito, per i dati raccolti, costituiscono un formidabile strumento di lavoro – per la direzione del Governo e del Partito a tutti i livelli –così come una sorta di referendum popolare rispetto alla profondità, alla portata e al ritmo dei cambiamenti che dobbiamo introdurre. È un vero e ampio esercizio democratico, il popolo ha manifestato liberamente le sue opinioni, ha chiarito dubbi, ha proposto modifiche, ha espresso le sue insoddisfazioni e differenze e ha anche suggerito di studiare la soluzione di altri problemi non contenuti nel documento. Una volta di più sono state messe alla prova la fiducia e l’unità maggioritaria dei cubani attorno al Partito e alla Rivoluzione, unità che non nega differenze di opinioni, ma che si rafforza e si consolida con queste. Tutte le proposte, nessuna esclusa, sono state aggiunte all’analisi, cosa che ha permesso di arricchire il progetto all’attenzione dei delegati al Congresso. Non sarebbe immotivato affermare che, nella sua essenza, il Congresso si è già celebrato attraverso questo magnifico dibattito con la popolazione. A noi delegati resterebbe, in queste sessioni, da realizzare la discussione finale del progetto e l’elezione degli organi superiori della direzione del Partito. La Commissione di Politica Economica del VI Congresso del Partito, precedentemente incaricata dell’elaborazione del progetto di Line-amenti, ha poi assunto la responsabilità dell’organizzazione del progetto della sua discussione e ha lavorato nelle cinque seguenti direzioni principali: 1. Riformulazione dei Lineamenti tenendo conto delle opinioni rac-colte; 2. Organizzazione, orientamento e controllo della sua strumenta-zione; 3. Preparazione minuziosa dei quadri e degli altri partecipanti; 4. Supervisione sistematica degli organismi ed entità incaricati di mettere in pratica le decisioni derivate dai Lineamenti e valu-tazione dei risultati; 5. Gestione della divulgazione alla popolazione. In attuazione di quanto sopra, è stato riformulato il progetto dei Lineamenti, che è stato sottoposto ad analisi i giorni 19 e 20 marzo in importanti sessioni dell’Ufficio Politico e del Comitato Esecutivo del Consiglio dei Ministri, con la partecipazione del Segretariato del Comitato Centrale del Partito, dei quadri centra-li della Centrale dei Lavoratori di Cuba (CTC) e delle altre orga-nizzazioni di massa e dell’Unione dei Giovani Comunisti (UJC); (il progetto) è stato approvato in questa istanza, anche se in qualità di progetto, e vi è stato distribuito per l’esame per tre giorni in seno ad ognuna delle delegazioni provinciali al Congresso, con l’intervento attivo degli invitati e sarà dibattuto nelle cinque commissioni di questa riunione del Partito per la sua approvazio-ne. Di seguito fornirò alcuni dati per illustrare alla popolazione i risultati della discussione dei Lineamenti, anche se successiva-mente sarà pubblicata un’informazione dettagliata. Il documento originale conteneva 291 lineamenti, dei quali 16 sono stati integrati in altri, 94 hanno mantenuto il testo originale, in 181 è stato modificato il contenuto e ne sono stati aggiunti 36 nuovi, per un totale di 311 nel progetto attuale. Questi numeri, con una semplice aritmetica, mostrano la qualità della consultazione in cui, in maggiore o minore misura, circa più di due terzi dei lineamenti, più precisamente il 68%, sono stati riformulati. Questo processo è stato guidato dal principio di non rendere dipendente la validità di una proposta dalla quantità di opinioni espresse. Esempio di questo è che vari lineamenti sono stati modi-ficati o soppressi, partendo dalla proposta di una sola persona, o da poche. Così, è necessario spiegare che alcune risoluzioni non sono state prese in considerazione in questa tappa, sia perché è necessario approfondire la tematica, poiché non esistono le condizioni ri-chieste o, in altri casi, perché entrano in aperta contraddizione con l’essenza del socialismo come, ad esempio, 45 proposte che chiedono di permettere la concentrazione della proprietà. Con questo intendo dire che, anche se come tendenza c’è stata in generale comprensione e appoggio al contenuto dei lineamenti, non c’è stata unanimità né nulla del genere e questo è esattamente quello di cui avevamo bisogno, se davvero vogliamo un confronto democratico e serio con il popolo. Per questo possiamo definire, con completa sicurezza, i lineamenti come espressione della volontà del popolo - contenuta nella poli-tica del Partito, del Governo e dello Stato – di attualizzare il Modello Economico e Sociale con l’obiettivo di garantire la continuità ed irreversibilità del socialismo, così come lo sviluppo economico del paese e l’elevazione del livello di vita coniugati con la necessaria formazione di valori etici e politici dei nostri cittadini. Come c’era da aspettarsi, nella discussione dei Lineamenti la maggior parte delle proposte si è concentrata nel capitolo SESTO “Politica Sociale” e nel capitolo SECONDO “Politiche macroeconomi-che”, che rappresentano insieme il 50,9% del totale. Sono seguiti, in ordine decrescente, i capitoli UNDICESIMO “Politiche per le Co-struzioni, le Abitazioni e le Risorse Idrauliche”, il DECIMO “Po-litica per il Trasporto” e il capitolo PRIMO “Modello di Gestione Economica”. In questi cinque capitoli, su un totale di 12, si rag-gruppa il 75% delle opinioni. D’altra parte – in 33 lineamenti, l’11% del totale – si sono rag-gruppate il 67% delle proposte: in particolare riguardo al n. 162, che tratta dell’eliminazione della “libreta” di approvvigionamento; i nn. 61 e 62 sulla politica dei prezzi; il n. 262 sul trasporto di passeggeri; il n. 133 riferito all’educazione; il n. 54 relativo all’unificazione monetaria e il n. 143 associato alla qualità dei servizi alla salute; questi sono quelli che hanno dato luogo alla maggior quantità di proposte. La “libreta” di approvvigionamento e la sua eliminazione è stata, senza dubbio, il tema che ha provocato più interventi dei partecipanti ai dibattiti ed è logico che sia stato così; due generazioni di cubani hanno passato la loro vita sotto questo sistema di razionamento che, nonostante il suo nocivo carattere egualitaristico, ha permesso per decenni a tutti i cittadini l’accesso agli alimenti base a prezzi irrisori, altamente sovvenzionati. Questo strumento di distribuzione, anche se fu introdotto negli anni ’60 - con una vocazione egualitaria in momenti di scarsità - per proteggere il nostro popolo dalla speculazione e dall’accaparramento a fini di lucro da parte di pochi, è diventato, col passare degli anni, un carico insopportabile per l’economia e un freno al lavoro, oltre che aver generato varie il-legalità nella società. Dato che la “libreta” è disegnata per coprire ugualmente i più di 11 milioni di cubani, non mancano gli esempi assurdi, come il fat-to che il caffè razionato viene assegnato anche ai neonati. Lo stesso succedeva con i sigari fino al settembre 2010, forniti senza distinguo a fumatori e non fumatori, favorendo anche la crescita di questa dannosa abitudine nella popolazione. Su questo tema sensibile, il ventaglio di opinioni è molto grande, da quelli che suggeriscono di sopprimerla immediatamente a quelli che si oppongono recisamente e propongono di normare tutto, anche gli articoli industriali. Altri ritengono che per combattere l’accaparramento e garantire l’accesso di tutti agli alimenti basici bisognerebbe, in una prima fase, mantenere la quota norma-ta, anche se i prezzi non verrebbero più sovvenzionati. Non pochi raccomandano di privare della “libreta” quelli che non studiano o non lavorano o consigliano che i cittadini con maggiore reddito rinuncino volontariamente a questo sistema. Certamente il paniere familiare normato, giustificato in circostanze storiche concrete, per essersi mantenuto durante così tanto tempo contraddice nella sua essenza il principio della distribuzione che deve caratterizzare il socialismo, ossia “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro” e questa situazione deve essere superata. A questo riguardo, considero adatto ricordare quanto prospettato dal compagno Fidel nel Rapporto Centrale al primo Congresso del Partito, il 17 dicembre 1975, e cito: “Nella conduzione della no-stra economia abbiamo indubbiamente sofferto di errori di ideali-smo e, a volte, abbiamo ignorato la realtà che esistono leggi economiche oggettive cui dobbiamo attenerci” (fine della citazio-ne). Il problema che affrontiamo non è di concetto, ha le sue radici nel come, quando e con che gradualità lo faremo. La soppressione della “libreta” non costituisce un fine in se stessa, né può esse-re vista come una decisione isolata, ma come una delle misure principali che sarà necessario applicare per sradicare le profonde distorsioni esistenti nel funzionamento dell’economia e della società nel suo insieme. Nessuno sano di mente nella direzione del paese può pensare di de-cretare di colpo l’eliminazione di questo sistema, senza creare prima le condizioni per questo, ciò che si traduce nel realizzare altre trasformazioni del Modello Economico con l’obiettivo di incrementare l’efficienza e la produttività del lavoro, in modo che si possano garantire con stabilità livelli di produzione e di offerta dei prodotti e servizi di base a prezzi non sovvenzionati e, nello stesso tempo, accessibili a tutti i cittadini. Questo tema, logicamente, ha una stretta relazione con i prezzi e l’unificazione monetaria, i salari e il fenomeno della “piramide invertita” che, come si è chiarito in parlamento lo scorso 18 dicembre, si esprime nella non corrispondenza della retribuzione salariale con la gerarchia e l’importanza del lavoro eseguito, problematiche che si riflettono in grande proporzione nelle pro-poste realizzate. A Cuba, nel socialismo, non ci sarà mai spazio per le “terapie shock” contro coloro che più hanno bisogno e che sono, tradizionalmente, coloro che appoggiano la Rivoluzione con maggior fermezza, a differenza dei pacchetti di misure impiegate con frequenza su mandato del Fondo Monetario Internazionale e di altre organizzazioni economiche internazionale ai danni dei popoli del Terzo Mondo e anche, negli ultimi tempi, nelle nazioni più sviluppate, dove si reprimono con violenza le manifestazioni popolari e studentesche. La Rivoluzione non abbandonerà alcun cubano e si sta riorganizzando il sistema di attenzione sociale per assicurare il sostegno differenziato e razionale a coloro che realmente ne abbiano bisogno. Invece di sovvenzionare massicciamente i prodotti, come facciamo ora, si passerà progressivamente all’appoggio delle persone senza altro sostegno. Questo principio conserva il completo valore nel riordinamento della forza lavoratrice, già in marcia, per ridurre gli organici gonfiati nel settore statale, sotto la stretta osservanza dell’idoneità dimostrata, processo che continuerà, senza fretta ma senza pausa e il suo ritmo sarà determinato dalla nostra capacità di andare creando le condizioni richieste per il suo completo spiegamento. A questo dovrà contribuire, tra altri fattori, l’ampliamento e la flessibilizzazione del lavoro nel settore non statale. Questa forma di impiego, cui hanno ricorso un po’ più di 200 mila cubani dall’ottobre dell’anno scorso ad oggi, raddoppian-do così la quantità di lavoratori per proprio conto, costituisce un’alternativa lavorativa al riparo della legislazione vigente, e quindi deve contare sull’appoggio, il supporto e la protezione delle autorità, a tutti i livelli, ed esigendo, col rigore che la legge impone, il compimento delle sue obbligazioni, comprese quelle tributarie. L’incremento del settore non statale dell’economia, lungi dal significare una presunta privatizzazione della proprietà sociale come affermano alcuni teorici, è chiamato a diventare un fattore facilitatore per la costruzione del socialismo a Cuba, visto che permetterà allo Stato di concentrarsi nell’elevazione dell’efficienza dei mezzi fondamentali di produzione, proprietà di tutto il popolo, e liberarsi dell’amministrazione di attività non strategiche per il paese. Questo, d’altra parte, favorirà lo Stato nel continuare ad assicurare a tutta la popolazione, nello stesso modo e in maniera gratuita, i servizi di Salute ed Educazione, a proteggerli in modo adeguato attraverso i sistemi di Sicurezza e Assistenza Sociale, a promuovere la cultura fisica e lo sport in tutte le loro manifestazioni e a difendere l’identità e la conservazione del patrimonio culturale e della ricchezza artistica, scientifica e storica della nazione. Lo Stato Socialista avrà allora maggiori possibilità di rendere realtà il pensiero martiano che guida la nostra Costituzione: “Io voglio che la prima Legge della nostra Repubblica sia il culto dei cubani alla piena dignità dell’uomo”. Tocca allo Stato difendere la sovranità e l’indipendenza naziona-le, valori che rendono orgogliosi i cubani, e continuare a garantire l’ordine pubblico e la sicurezza della cittadinanza che distinguono Cuba per essere uno dei paesi più sicuri e tranquilli del mondo, senza narcotraffico né crimine organizzato, senza mendicanti bambini o adulti, senza lavoro infantile, senza cariche di cavalleria contro i lavoratori, gli studenti e altri settori della popolazione, senza esecuzioni extra-giudiziali, carceri clandestine né torture, nonostante le campagne senza alcuna prova che si organizzano costantemente contro di noi, ignorando intenzionalmente che tutte queste realtà sono, in primo luogo, diritti umani fondamentali, ai quali la maggioranza degli abitanti del pianeta non può neppure aspirare. Ora, per poter garantire tutte queste conquiste del socialismo senza tornare indietro rispetto alla sua qualità e portata, i programmi sociali devono caratterizzarsi per una maggiore razionalità, in modo che con minori costi si ottengano risultati superiori e sostenibili nel futuro e che oltretutto mantengano una correlazione adeguata con la situazione economica generale della nazione. Come si può capire dai Lineamenti, queste idee non sono neanche incompatibili con l’importanza che diamo alla precisa separazione del ruolo che devono giocare nell’economia gli organismi statali da una parte e le imprese dall’altra, questione che per decenni è stata turbata da confusione e improvvisazioni e che ora siamo obbligati a risolvere a medio raggio nella cornice del perfeziona-mento e rafforzamento dell’istituzionalità. La piena comprensione di questi concetti ci permetterà di avanzare con forza e senza ritorni nella lenta decentralizzazione di facoltà, dal Governo centrale verso le amministrazioni locali e dai ministeri e altre entità nazionali a favore dell’autonomia crescente dell’impresa statale socialista. Il modello eccessivamente centralizzato che caratterizza attualmente la nostra economia dovrà passare, con ordine e disciplina e con la partecipazione dei lavoratori, verso un sistema decentralizzato in cui prevarrà la pianificazione ma che non ignorerà le tendenze presenti sul mercato, cosa che contribuirà alla flessibilizzazione e permanente attuazione del piano. L’esperienza pratica ci ha insegnato che l’eccesso di centralizza-zione cospira contro lo sviluppo dell’iniziativa nella società e in tutta la catena produttiva, dove i quadri si abituano al fatto che tutto sia deciso “dall’alto” e, di conseguenza, smettono di sentirsi responsabili rispetto ai risultati dell’organizzazione che dirigono. I nostri “impresari”, salvo eccezioni, si sono accomodati nella tranquillità e nella sicurezza “dell’attesa” e hanno sviluppato un’allergia per il rischio che fa parte dell’azione di prendere decisioni, o quello che è lo stesso: far bene o sbagliare. Questa mentalità dell’inerzia deve essere sradicata definitivamen-te per sciogliere definitivamente i nodi che attanagliano lo sviluppo delle forze produttive. È un compito di importanza strategica e non è casuale che sia compreso, in un modo o nell’altro, nei 24 lineamenti del capitolo PRIMO, “Modello di Gestione Economica”. In questa materia non possiamo ammettere improvvisazioni o fretta. Per decentralizzare e cambiare la mentalità, è requisito obbliga-torio elaborare il quadro di regole che definisca con chiarezza le facoltà e le funzioni di ogni anello, dalla nazione alla base, ac-compagnate inevitabilmente dai procedimenti di controllo contabi-le, finanziario e amministrativo. Stiamo già avanzando in questa direzione. Da quasi due anni sono iniziati gli studi per perfezio-nare il funzionamento, così come la struttura e la composizione degli organi di Governo ai differenti livelli di direzione, otte-nendo come risultato la messa in vigore del Regolamento de Consiglio dei Ministri, la riorganizzazione del metodo di lavoro con i quadri dello Stato e del Governo, l’introduzione di processi di pianificazione delle attività principali, l’organizzazione delle basi organizzative per disporre di un sistema di informazioni del Governo, effettivo e opportuno, con la sua infrastruttura di infocomunicazioni e la creazione, a carattere sperimentale, in conformità a una nuova concezione funzionale e strutturale, delle provincie di Mayabeque e Artemisa. Per iniziare a decentralizzare le competenze, bisognerà che parte dei quadri statali e imprenditoriali riscattino il noto ruolo che deve giocare il contratto nell’economia, esattamente com’è espres-so nel lineamento n.1. Anche questo contribuirà a ristabilire la disciplina e l’ordine nelle entrate e nelle uscite, materia con voti insoddisfacenti in buona parte della nostra economia. Come sottoprodotto non meno importante, l’uso adeguato del contratto come strumento regolatore delle interrelazioni tra i differenti attori economici, diventerà un effettivo antidoto con l’estesa a-bitudine del “riunionismo”, o, che è la stessa cosa, l’eccesso di riunioni, esami e altre attività collettive, frequentemente presiedute dal livello superiore e con l’assistenza improduttiva di numerosi partecipanti, per far compiere ciò che le due parti di un contratto hanno firmato come dovere e diritto e che - per mancanza di richiesta - mai hanno reclamato il suo compiersi davanti alle istanze fissate dallo stesso documento contrattuale. Relativamente a questo si devono sottolineare 19 opinioni, in 9 provincie, che reclamano la necessità di diminuire allo stretto necessario il numero delle riunioni e la loro durata. Riprenderò più avanti questo tema, quando parlerò del funzionamento del Partito. Siamo convinti che il compito che abbiamo davanti, su questo ed altri problemi legali all’attualizzazione del Modello Economico, sia irto di complessità ed interrelazioni che toccano, in maggiore o minor misura, tutte le sfaccettature della società nel suo insieme e per questo sappiamo che non si tratta di una questione da risolvere in un giorno, e neppure in un anno e che avrà bisogno per lo meno di un quinquennio per sviluppare la sua implementazio-ne con l’armonia e la completezza richieste e che quando lo si re-alizzi, è necessario non fermarci più e lavorare al suo perfezionamento in modo permanente per essere in condizioni di superare le nuove sfide che lo sviluppo ci lancerà. Facendo una similitudine, si potrebbe dire che per un certo periodo di tempo, nella misura in cui si modifica lo scenario, il paese deve cucirsi un vestito su misura. Non ci facciamo illusione che i Lineamenti e le misure per imple-mentare il Modello Economico, da soli, costituiscano il rimedio universale di tutti i nostri mali. Sarà ugualmente necessario ele-vare ad un livello superiore la sensibilità politica, il senso comune, l’intransigenza davanti alle violazioni e alla disciplina di tutti, in primo luogo dei quadri direttivi. Quanto sopra è evidenziato efficacemente nelle deficienze presentatesi, mesi fa, nella strumentazione di alcune misure puntuali, non complesse né di grande rilievo, a causa degli ostacoli burocratici e della mancanza di previsione degli organi locali di governo, manifestatisi a riguardo dell’ampliamento del lavoro per conto proprio. Non è inutile ripetere che i nostri quadri devono abituarsi a lavorare con le indicazioni che emettono gli organismi appositi e smettere l’irresponsabile vizio di accantonarli. La vita ci ha insegnato che non basta promulgare una buona norma giuridica, non importa che si tratti di una legge o di una semplice risoluzione. È anche indispensabile preparare chi è incaricato di metterla in pratica, controllarlo e verificare il risultato pratico di ciò che si è stabilito. Ricordatevi che non c’è peggior legge di quella che non si mette in pratica e che non si rispetta. Il sistema di scuole di Partito a livello provinciale e nazionale, in parallelo con l’obbligato ri-orientamento dei suoi programmi, giocherà un ruolo da protagonista nella preparazione e riqua-lificazione continua in questi campi dei quadri del Partito, dell’amministrazione e imprenditoriali, con l’apporto delle istituzioni specializzate del settore dell’educazione e della valida collaborazione degli aderenti all’Associazione Nazionale degli Economisti e Contabili, come è stato dimostrato durante la discussione dei Lineamenti. Nello stesso tempo, col proposito di gerarchizzare appropriatamente l’introduzione dei cambi richiesti, l’Ufficio Politico ha deciso di proporre al Congresso la costituzione di una Commissione Permanente del Governo per l’Implementazione e lo Sviluppo, subordinata al Presidente dei Consiglio di Stato e dei Ministri che, senza ledere le funzioni che corrispondono ai rispettivi Organismi dell’Amministrazione Centrale dello Stato, avrà la responsabilità di controllare, verificare e coordinare le azioni di tutti quelli coinvolti in questa attività, così come di proporre l’introduzione di nuovi lineamenti, cosa che sarà assolutamente necessaria nel futuro. In questo senso abbiamo considerato conveniente ricordare l’orientamento che il compagno Fidel includeva nel suo Rapporto Centrale al Primo Congresso del Partito, ormai quasi 36 anni fa, sul Sistema di Direzione dell’Economia, che allora ci proponevamo di realizzare e che per la nostra mancanza di sistematicità, controllo e pretese si è guastato, cito: “Che i dirigenti del Partito, e soprattutto dello Stato facciano cosa propria e impegno d’onore la sua realizzazione, prendano coscienza della sua impor-tanza vitale e della necessità di lottare con tutte le forze per applicarlo conseguentemente, sempre sotto la direzione della Commissione Nazionale creata per questo…” e concludeva “… divulgare ampiamente il sistema, i suoi principi e i suoi meccanismi attraverso una letteratura alla portata delle masse, perché diventi una questione che i lavoratori dominino. Il risultato del sistema dipenderà in misura decisiva dal dominio che di esso abbiano i lavoratori” (fine della citazione). Non mi stancherò di ripetere che in questa Rivoluzione tutto è già stato detto e il miglior esempio di ciò sono le idee di Fidel che il giornale Granma, Organo Ufficiale del Partito, ha pubblicato nel corso di questi ultimi anni. Ciò che approveremo in questo Congresso non può soffrire la stessa sorte delle direttive precedenti, quasi tutte dimenticate senza essere realizzati. Ciò che approviamo in questa e in future oc-casioni deve costituire una guida per la condotta e l’azione dei militanti e dei dirigenti del Partito e, per garantire la sua materializzazione, rispecchiarsi negli strumenti giuridici che tocca stabilire all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, al Consiglio di Stato o al Governo, secondo le loro facoltà legislative, in accordo alla Costituzione. È opportuno chiarire, per evitare interpretazioni sbagliate, che le risoluzioni del congresso e di altri organi della direzione del Partito non diventano in se stesse leggi, ma sono orientamenti di carattere politico e morale, e che compete al Governo, che è quello che amministra, regolare la loro applicazione. Per questa ragione la Commissione Permanente di Implementazione e Sviluppo comprenderà un Sottogruppo Giuridico composto da specialisti di alta qualifica, che coordinerà con gli organismi corrispondenti, in stretto rispetto all’istituzionalità, le modifiche richieste sul piano legale per accompagnare l’attualizzazione del Modello Economico e Sociale, semplificando e armonizzando il contenuto di centinaia di risoluzioni ministeriali, accordi di Governo, decreti-legge e leggi e di conseguenza proporre, al momento opportuno, l’introduzione di modifiche pertinenti alla stessa Costituzione della Repubblica. Senza pensare di avere elaborato tutto, si trovano in fase avanza-ta le norme giuridiche relative alla compravendita di abitazioni e automobili, la modifica del Decreto Legge 259 per ampliare i limiti delle terre oziose da attribuire in usufrutto a quei produttori agricoli con risultati significativi, così come la concessione di crediti ai lavoratori per conto proprio e alla popolazione in generale. Nello stesso modo consideriamo conveniente proporre al Congresso che il futuro Comitato Centrale includa, come primo punto, in tut-ti i suoi plenum, che dovranno celebrarsi non meno di due volte l’anno, un rapporto sullo stato dell’implementazione delle diret-tive adottate in questa riunione sull’attualizzazione del Modello Economico, e come secondo, l’analisi sul compimento del piano dell’economia, che sia del primo semestre o dell’anno in questio-ne. Nello stesso modo raccomanderemo all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare di utilizzare un simile sistema nelle sue sessioni ordinarie, col proposito di potenziare il protagonismo inerente alla sua condizione di organo supremo del potere dello Stato. Partendo dalla profonda convinzione che nulla di ciò che facciamo è perfetto e che quello che oggi sembra tale non lo sarà domani a fronte di nuove circostanze, gli organi superiori del Partito e del Potere Statale e Governativo devono mantenere una stretta e sistematica vigilanza su questo processo ed essere capaci di in-trodurre opportunamente i correttivi appropriati per correggere gli effetti negativi. Si tratta, compagne e compagni, di stare all’erta, mettere i piedi e l’orecchio a terra e quando sorga un problema pratico in qual-siasi sfera o luogo, i quadri ai diversi livelli devono agire con prontezza e volontà e non tornare a lasciare al tempo la sua solu-zione, dato che per nostra stessa esperienza sappiamo che l’unica cosa che succede è che si complica ancora di più. Allo stesso modo dobbiamo coltivare e preservare l’interrelazione incessante con le masse, spogliata di qualsiasi formalismo, per retroalimentarci efficacemente delle loro preoccupazioni e insod-disfazioni e perché siano direttamente esse quelle che indicano il ritmo dei cambiamenti che si devono introdurre. L’attenzione a recenti incomprensioni, associate alla riorganizza-zione di alcuni servizi di base, dimostra che quando il Partito e il Governo - ognuno col proprio ruolo, con metodi e stili diversi – agiscono con rapidità e armonia facendosi carico delle preoccupazioni della popolazione e dialogano con questa con chiarezza e semplicità, si ottiene l’appoggio alla misura e si stimola la fiducia del popolo nei suoi dirigenti. Per conseguire quanto sopra la stampa cubana, nei suoi differenti formati, è chiamata a giocare un ruolo decisivo nella chiarifica-zione e diffusione oggettiva, costante e critica dell’attualizzazione del Modello Economico, in modo che con articoli e lavori intelligenti e concreti, in un linguaggio accessibile a tutti, si continui a stimolare nel paese una cultura su questi temi. Su questo fronte è necessario anche lasciarsi indietro, definitivamente, l’abitudine al trionfalismo, lo strepito e il formalismo nell’affrontare l’attualità nazionale e produrre materiali scritti e programmi televisivi e radio che, per il loro contenuto e stile, catturino l’attenzione e stimolino il dibattito nell’opinione pubblica, cosa che presume elevare la professionalità e le conoscenze dei nostri giornalisti; anche se è vero che, nonostante le risoluzioni adottati dal Partito sulla politica informativa, nella maggior parte delle volte essi non hanno l’accesso opportuno all’informazione né il contatto frequente coi quadri e gli specialisti che si occupano delle tematiche in questione. La somma di questi fattori spiega la diffusione, in non poche occasioni, di materiale noioso, improvvisato e superficiale. Non meno importante sarà l’apporto che i nostri mezzi di informa-zione di massa devono apportare in favore della cultura nazionale e del recupero dei valori civici nella società. Passando ad un altro problema vitale, che ha una relazione molto stretta con l’attualizzazione del Modello Economico e Sociale del paese e che deve aiutare la sua materializzazione: ci proponiamo di celebrare una Conferenza Nazionale del Partito, per arrivare a delle conclusioni rispetto alle modifiche dei suoi metodi e stile di lavoro, con l’obiettivo di rendere concreto nel suo agire, oggi e sempre, il contenuto dell’art. 5 della Costituzione della Repub-blica dove si stabilisce che l’organizzazione di partito è l’avanguardia organizzata della nazione cubana e la forza dirigen-te superiore della società e dello Stato. Inizialmente avevamo pensato di convocare questa Conferenza per dicembre 2011 tuttavia, tenendo in conto le complicazioni proprie dell’ultimo mese dell’anno e la convenienza di contare con una prudente riserva di tempo per puntualizzare i dettagli, abbiamo ritenuto di realizzare questo evento alla fine del gennaio 2012. Già lo scorso 18 dicembre ho spiegato davanti al Parlamento che, a causa delle deficienze presentate dagli organi amministrativi del Governo nel compimento delle loro funzioni, il Partito per anni è stato coinvolto in compiti che non gli corrispondevano, limitando e compromettendo il suo ruolo. Siamo convinti che l’unica cosa che può far fallire la Rivoluzione e il socialismo a Cuba, mettendo a rischio il futuro della nazione, è la nostra incapacità di superare gli errori che abbiamo fatto per oltre 50 anni e quelli nuovi che potremmo fare. La prima cosa che dobbiamo fare per correggere un errore è ricono-scerlo coscientemente in tutta la sua dimensione e il fatto reale è che, nonostante che fin dai primi ani della Rivoluzione Fidel abbia diviso con chiarezza i ruoli del Partito e dello Stato, non siamo stati conseguenti nel realizzare le sue istruzioni e ci sia-mo lasciati trasportare dalle urgenze e dall’improvvisazione. Quale esempio migliore di quello espresso dal leader della Rivolu-zione in una data tanto di buon’ora come il 26 marzo 1962, quando si presentò davanti alla radio e alla televisione per spiegare al popolo i metodi e il funzionamento delle Organizzazioni Rivoluzio-narie Integrate (ORI) che precedettero il Partito, quando disse: “… Il Partito dirige, dirige attraverso tutto il Partito e dirige attraverso l’amministrazione pubblica. Un funzionario deve avere autorità. Un ministro deve avere autorità, un amministratore deve avere autorità, discutere tutto quello che sia necessario con il Consiglio Tecnico Consulente (oggi, Consiglio di Direzione), discutere con le masse operaie, discutere con il nucleo, ma decide l’amministratore, perché la responsabilità è sua…” (fine della ci-tazione). Questo orientamento venne dato 49 anni fa. Esistono concetti molto ben definiti e che nell’essenza conservano piena validità per raggiungere l’esito in questa direzione, nono-stante il tempo trascorso da quando Lenin li formulava, già quasi cento anni fa, che devono essere ripresi decisamente, secondo le caratteristiche e l’esperienza del nostro paese. Nel 1973, nella cornice del processo preparatorio del Primo Con-gresso, fu stabilito che il Partito dirige e controlla attraverso vie e metodi che gli sono propri e che differiscono dalle vie e dai metodi di cui dispone lo Stato per esercitare la sua autorità. Le direttive, le risoluzioni e le disposizioni del Partito non hanno direttamente carattere giuridico obbligatorio per tutti i cittadini, ma devono essere compiute dai militanti in base alla loro coscienza, perché questo non dispone di alcun apparato di forza e coercizione. Questa è una differenza importante del ruolo e dei metodi del Par-tito e dello Stato. Il potere del Partito riposa essenzialmente nella sua autorità mo-rale, nell’influenza che esercita sulle masse e nella fiducia che ha in esso il popolo. L’azione del Partito ha la sua base, prima di tutto, nella convinzione che proviene dai suoi atti e dalla giustezza della sua linea politica. Il potere dello Stato parte dalla sua autorità morale, che consi-ste nella forza delle istituzioni incaricate di esigere da tutti che si compiano le norme giuridiche che emana. Il danno che provoca la confusione in questi concetti si esprime, in primo luogo, nell’indebolimento del lavoro politico che il Partito deve realizzare e, in secondo luogo, nel deterioramento dell’autorità dello Stato e del Governo, perché i funzionari smettono di sentirsi responsabili delle loro decisioni. Si tratta, compagne e compagni, di spogliare per sempre il Partito di tutte le attività non proprie del suo carattere di organizzazione politica; in poche parole, liberarsi di funzioni amministrative e dedicarci, ognuno, a quello che ci tocca. Molto legate con queste concezioni errate sono le deficienze nella politica dei Quadri di Partito, che anch’essa dovrà essere oggetto di analisi della citata Conferenza nazionale. Non poche lezioni amare ci hanno lasciato gli errori sofferti in questo ambito a causa della mancanza di rigore e di visione che hanno aperto le porte alla promozione accelerata di quadri inesperti e immaturi a colpi di simulazione e opportunismo, attitudini alimentate anche dall’errato concetto che per occupare un posto di direzione si esigeva, come tacito requisito, militare nel Partito o nella Gio-ventù Comunista. Questa pratica va decisamente abbandonata e, salvo per le responsabilità proprie delle organizzazioni politiche, la militanza non deve significare una condizione vincolante all’esercizio di un posto di direzione nel Governo o nello Stato, ma la preparazione per esercitarlo e la disposizione a riconoscere come proprie la politica e il Programma del Partito. I dirigenti non escono dalle scuole né dall’amicizia favoreggiatrice, si formano nella base, esercitando la professione per cui hanno studiato, a contatto con i lavoratori e devono salire gradualmente in forza della leadership che solo l’essere d’esempio nei sacrifici e nei risultati conferisce loro. In questo senso consi-dero che la direzione del Partito, a tutti i livelli, deve farsi una severa autocritica e adottare le misure necessarie per evitare che riappaiano tali tendenze. Ciò, a sua volta, è applicabile all’insufficiente sistematicità e volontà politica di assicurare la promozione a incarichi decisio-nali di donne, neri, meticci e giovani, sulla base del merito e delle condizioni personali. Non aver risolto quest’ultimo problema in più di mezzo secolo è una vera vergogna, che porteremo nelle nostre coscienze per molti anni, perché semplicemente non siamo stati conseguenti con gli innumerevoli orientamenti che, dai primi giorni del trionfo rivoluzionario e nel corso degli anni, ci ha dato il compagno Fidel, e perché oltretutto la soluzione di queste disuguaglianze formava parte delle risoluzioni adottate dal fondamentale Primo Congresso del Partito e dei quattro che gli succedettero, e non le abbiamo compiute. Argomenti come questi, che definiscono il futuro, mai più dovranno essere guidati dalla spontaneità, ma dalla previsione e dalla più ferma volontà politica di preservare e perfezionare il socialismo a Cuba. Nonostante non abbiamo mai smesso di fare tentativi per promuovere giovani agli incarichi principali, la vita ci ha dimostrato che non sempre le selezioni sono state centrate. Oggi affrontiamo le conseguenze di non contare con una riserva di sostituti debitamen-te preparati, con sufficiente esperienza e maturità per assumere i nuovi e complessi compiti di direzione nel Partito, nello Stato e nel Governo, questione cui dobbiamo dare soluzione gradualmente, nel corso del quinquennio, senza precipitazioni né improvvisazio-ni, ma cominciando appena il Congresso sia finito. A questo contribuirà, inoltre, il rafforzamento dello spirito democratico e il carattere collettivo del funzionamento degli organi di direzione del Partito e del potere statale e governativo, mentre si garantisca il ringiovanimento sistematico in tutta la catena di cariche amministrative e di partito, dalla base fino ai compagni che occupano le responsabilità principali, senza escludere l’attuale Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri né il Primo Segretario del Comitato Centrale che risulti eletto in questo Congresso. Al riguardo siamo giunti alla conclusione che sia raccomandabile limitare, ad un massimo di due periodi consecutivi di cinque anni, l’esercizio delle cariche politiche e statali fondamentali. Questo è possibile e necessario nelle circostanze attuali, ben diverse da quelle dei primi decenni della Rivoluzione, non ancora consolidata e oltretutto sottomessa a costanti minacce e aggressioni. Il rafforzamento sistematico della nostra istituzionalità sarà, allo stesso tempo, condizione e garanzia imprescindibile perché questa politica di ringiovanimento dei quadri non ponga mai a ri-schio la continuità del socialismo a Cuba. In questa sfera stiamo cominciando con un primo passo nel ridurre sostanzialmente la nomenclatura degli incarichi di direzione, che le istanze municipali, provinciali e nazionali del Partito dove-vano approvare e delegare ai dirigenti ministeriali e delle imprese le facoltà per la nomina, la sostituzione e l’applicazione di misure disciplinari a gran parte dei dirigenti subordinati, assistiti dalle rispettive commissioni di quadri, nelle quali il Partito è rappresentato ed esprime la sua opinione, ma che vengono presiedute da un dirigente amministrativo, che è quello che decide. L’opinione dell’organizzazione di partito è preziosa ma il fattore determinante è il dirigente, visto che dobbiamo preservare e potenziare la sua autorità, in armonia con il Partito. Quanto alla vita interna, tema che allo stesso modo inviamo all’analisi della Conferenza, pensiamo che dobbiamo meditare sugli effetti controproducenti di vecchie abitudini che nulla hanno a che vedere con il ruolo di avanguardia dell’organizzazione nella società, tra le quali la superficialità e il formalismo con cui si sviluppa il lavoro politico-ideologico, l’utilizzazione di metodi e termini antiquati che non prendono in considerazione il livello di istruzione dei militanti, la realizzazione di riunioni eccessivamente lunghe e fatte spesso all’interno della giornata lavorativa, che deve essere sacra, in primo luogo per i comunisti; con agende molto spesso inflessibili dettate dagli organismi superiori, senza differenziare lo scenario in cui si sviluppa la vita dei militanti, le frequenti convocazioni ad attività commemorative formali, con discorsi ancor più formali e l’organizzazione del lavoro volontario nei giorni di riposo senza contenuto reale né debita coordinazione, generando spese inutili e diffondendo il disgusto e l’apatia tra i nostri compagni. Questi criteri sono applicabili anche all’emulazione, movimento che con gli anni è andato perdendo la sua essenza di mobilitazione dei collettivi operai nel trasformarsi in un meccanismo alternati-vo di distribuzione di stimoli morali e materiali, non sempre giu-stificati da risultati concreti e che in non poche occasioni ha generato frodi nell’informazione. La Conferenza dovrà, inoltre, considerare le relazioni del Partito con l’Unione dei Giovani Comunisti e le organizzazioni di massa, per spogliarle degli schematismi e della routine e perché tutte riscattino la loro ragione di essere, adeguata alle condizioni at-tuali. In sintesi, compagne e compagni, la Conferenza nazionale si incen-trerà sul potenziamento del ruolo del Partito, come massimo espo-nente della difesa degli interessi del popolo cubano. Per raggiungere questa meta è fondamentale cambiare la mentalità, lasciare da parte il formalismo e le fanfaronate nelle idee e nel-le azioni o – che è lo stesso – sradicare l’immobilismo fondato su dogmi e consegne vuote per arrivare all’essenza più profonda delle cose, come dimostrano brillantemente nell’opera teatrale “Abraca-dabra” i bambini della compagnia “La Colmenita”. Solo così il Partito Comunista di Cuba potrà essere in condizioni di essere, per tutti i tempi, il degno erede dell’autorità e della fiducia illimitata del popolo nella Rivoluzione e nel suo unico Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, il cui apporto morale e guida indiscutibile non dipendono da alcun incarico e che dalla sua posizione di soldato delle idee non ha smesso di lottare e di con-tribuire, con le sue riflessioni chiarificatrici e altre azioni, alla causa rivoluzionaria e alla difesa dell’Umanità di fronte ai pericoli che la minacciano. A proposito della situazione internazionale, dedicheremo alcuni minuti a valutare la congiuntura esistente sul pianeta. L’uscita dalla crisi economica che colpisce tutte le nazioni non si intravede, dato il suo carattere strutturale. I rimedi utiliz-zati dai potenti sono stati diretti a proteggere le istituzioni e le pratiche che le hanno dato origine e a scaricare il terribile peso delle conseguenze sui lavoratori nei loro territori e in par-ticolare nei paesi sottosviluppati. La spirale dei prezzi degli alimenti e del petrolio spingono centinaia di milioni di persone alla povertà estrema. Gli effetti del cambio climatico sono ormai devastanti e la mancanza di volontà politica delle nazioni industriale impedisce di adottare le misure urgenti e imprescindibili per prevenire la catastrofe. Viviamo in un mondo convulso nel quale si succedono disastri naturali come i terremoti di Haiti, del Cile e del Giappone, mentre gli Stati Uniti portano avanti guerre di conquista in Iraq e Afganistan, che sono costate più di un milione di civili morti. Movimenti popolari nei paesi arabi si ribellano contro governi corrotti ed oppressori, alleati degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Il triste conflitto in Libia, nazione sottomessa ad un brutale intervento militare della NATO, è servito un’altra volta come pretesto a questa organizzazione per eccedere i suoi limiti difensivi originali e a spandere su scala globale le minacce e gli interventi bellici a guardia di interessi geostrategici e dell’accesso al petrolio. L’imperialismo e le forze reazionarie interne cospirano per destabilizzare altri paesi, mentre Israele opprime e massacra il popolo palestinese nella totale impunità. Gli Stati Uniti e la NATO inseriscono nelle loro dottrine l’interventismo aggressivo contro i paesi del Terzo Mondo per saccheggiare le loro risorse, impongono alle nazioni Unite il doppio binario e utilizzano in modo ogni volta più concertato i poderosi consorzi mediatici per nascondere o distorcere i fatti, secondo come conviene ai centri di potere mondiale, in una farsa ipocrita destinata ad ingannare l’opinione pubblica. Nel mezzo di una complessa situazione economica, il nostro paese mantiene la cooperazione con 101 nazioni del Terzo Mondo. Ad Haiti il personale medico cubano, dopo aver compiuto 12 anni di intenso lavoro salvando vite, da gennaio 2010 affronta, insieme a collaboratori di altri paesi, le conseguenze del terremoto e della successiva epidemia di colera con dedizione ammirabile. Alla Rivoluzione Bolivariana e al compagno Hugo Chàvez Frìas e-sprimiamo la più decisa solidarietà e impegno, coscienti dell’importanza del processo che vive il popolo venezuelano fra-tello per la Nostra America, nel Bicentenario della sua indipen-denza. Continueremo a contribuire ai processi di integrazione dell’Alleanza Bolivariana per i popoli della Nostra America (ALBA), alla Unione del Sud (UNASUR) e della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei caraibi (CELAC), che prepara la celebrazione a Caracas del suo vertice iniziale nel luglio del presente anno, il fatto istituzionale di maggiore importanza nel nostro emisfero durante l’ultimo secolo, perché per la prima volta tutti i paesi al sud del Rio Bravo si riuniranno tra loro. Ci incoraggiano questa America e questi Caraibi, ogni volta più uniti e indipendenti, per la cui solidarietà ringraziamo. Continueremo a difendere il rispetto per il Diritto Internazionale e sosteniamo il principio di eguaglianza sovrana degli Stati e il diritto alla libera determinazione dei popoli. Rifiutiamo l’uso della forza, l’aggressione, le guerre di conquista, la spoliazione delle risorse naturali e lo sfruttamento dell’uomo. Condanniamo il terrorismo in tutte le sue forme, in particolare il terrorismo di stato. Difenderemo la pace e lo sviluppo per tutti i popoli e lotteremo che per il futuro dell’Umanità. Il governo nordamericano non ha cambiato la sua tradizionale politica diretta a screditare e ad abbattere la Rivoluzione; al contrario, ha continuato a finanziare progetti per promuovere direttamente la sovversione, provocare la destabilizzazione e interferire nei nostri affari interni. L’attuale amministrazione ha preso alcune misure positive, ma infinitamente limitate. Il blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti contro Cuba persiste e si è anche intensificato sotto l’attuale presidenza, in particolare nelle transazioni bancarie, ignorando la condanna quasi unanime della comunità internazionale, che si è sempre più massicciamente pronunciata per la sua eliminazione per 19 anni consecutivi. Nonostante, a quanto pare, come si è reso evidente nella recente visita al Palazzo della Moneda a Santiago del Cile, ai governanti degli Stati Uniti non piaccia rifarsi alla storia nel trattare il presente e il futuro, è necessario ribadire che il blocco contro Cuba non è questione del passato, per cui ci vediamo obbligati a ricordare il contenuto di un memorandum segreto, declassificato nel 1991, del Sottosegretario Aggiunto di Stato per gli affari in-teramericani, Lester D. Mallory, del 6 aprile 1960, e cito: “La maggioranza dei cubani appoggia Castro… Non esiste un’opposizione politica effettiva… L’unico modo possibile per fargli perdere l’appoggio interno (al governo) è provocare la perdita delle spe-ranze e la sfiducia attraverso l’insoddisfazione economica e la penuria… Bisogna mettere in pratica rapidamente tutti i mezzi pos-sibili per indebolire la vita economica… negando a Cuba denaro e forniture col fine di ridurre i salari nominali e reali, con l’obiettivo di provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo” (fine della citazione). Guardate la data del memorandum: 6 aprile 1960, quasi un anno e-satto prima dell’invasione di Playa Giròn. Il memorandum in questione non nacque per iniziativa di quel fun-zionario, ma si inquadrava nella politica di rovesciamento della Rivoluzione, come il “Programma di Azione Occulta contro il regime di Castro”, approvato dal presidente Eisenhower il 17 marzo 1960, 20 giorni prima del citato memorandum, utilizzando tutti i mezzi possibili, dalla creazione di un’opposizione unificata, alla guer-ra psicologica, alle azioni clandestine di intelligence e alla preparazione in paesi terzi di forze paramilitari capaci di inva-dere l’isola. Gli Stati Uniti hanno stimolato il terrorismo nelle città e quello stesso anno, prima di Playa Giròn, promossero la creazione di ban-de controrivoluzionarie armate, rifornite per aria e per mare, che commisero saccheggi e assassinii di contadini, di operai e di giovani alfabetizzatori fino alla loro distruzione definitiva nel 1965. Noi cubani non dimenticheremo mai i 3.478 morti e i 2.099 feriti che sono stati vittime della politica del terrorismo di Stato. Mezzo secolo di privazioni e sofferenze è passato per il nostro popolo, che ha saputo resistere e difendere la sua Rivoluzione e non è disposto ad arrendersi né a macchiare la memoria dei caduti, negli ultimi 150 anni, dall’inizio delle nostre lotte per l’indipendenza. Il governo nord americano non ha smesso di dare riparo o proteggere noti terroristi, mentre prolunga la sofferenza e l’ingiusta prigione dei Cinque eroici lottatori antiterroristi cubani. La sua politica verso Cuba non ha credibilità né ragione morale alcuna. Per cercare di giustificarla si sbandierano pretesti in-credibili che, nel diventare obsoleti, si cambiano a seconda della convenienza di Washington. Il governo degli Stati Uniti non do-vrebbe avere più alcun dubbio che la Rivoluzione cubana uscirà rafforzata da questo Congresso. Se desiderano continuare a restare attaccati alla loro politica di ostilità, blocco e sovversione, siamo preparati a continuare ad affrontarla. Riaffermiamo la disponibilità al dialogo e accetteremo la sfida di sostenere una relazione normale con gli Stati Uniti in cui possiamo convivere in maniera civile con le nostre differenze. Sulla base del mutuo rispetto e della non ingerenza negli affari interni. Allo stesso modo, manterremo in modo permanente la priorità della difesa, seguendo le istruzioni del compagno Fidel, quando nel suo Rapporto entrale al Primo Congresso, affermò (cito): “Finché esiste l’imperialismo, il Partito, lo Stato e il popolo presteranno la massima attenzione ai servizi di difesa. Non si trascurerà mai la vigilanza rivoluzionaria. La storia insegna con troppo eloquenza che coloro che dimenticano questo principio non sopravvivono all’errore”. Nello scenario attuale e in quello prevedibile, conserva tutto il suo valore la concezione strategica della “Guerra di tutto il po-polo”, che si arricchisce e perfeziona in modo costante. Il suo sistema di comando e di direzione si è rafforzato, aumentando la capacità di reagire davanti a diverse situazioni eccezionali pre-viste. La capacità difensiva del paese ha acquisito una dimensione supe-riore, tanto sul piano qualitativo quanto quantitativo. Partendo dalle nostre risorse disponibili, abbiamo elevato lo stato tecnico e di mantenimento così come la conservazione degli armamenti e abbiamo proseguito lo sforzo nella produzione e in particolare nella modernizzazione della tecnica militare, tenendo conto dei suoi prezzi proibitivi sul mercato mondiale. In questa sfera è giusto riconoscere l’apporto di decine di istituzioni, civili e militari, che hanno dimostrato le enormi potenzialità scientifiche, tecnologiche produttive che la Rivoluzione ha creato. Il grado di preparazione del territorio nazionale, come teatro di operazioni militare, è aumentato significativamente, l’armamento fondamentale è protetto così come una parte importante delle trup-pe, degli organi di direzione, così come la popolazione. È stata realizzata l’infrastruttura di comunicazione che assicura il funzionamento stabile del comando ai diversi livelli. Sono sta-te aumentate le riserve materiali di ogni tipo, con un maggior scaglionamento e una maggiore protezione. Le Forze Armate Rivoluzionarie, o ciò che è lo stesso, il popolo in uniforme, dovranno continuare il loro permanente perfezionamen-to e preservare davanti alla società l’autorità e il prestigio conquistati per la loro disciplina e il loro ordine nella difesa del popolo e del socialismo. Affronteremo ora un altro aspetto dell’attualità, non meno signi-ficativo. Il Partito deve essere convinto che, al di là delle richieste materiali e anche di quelle culturali, nel nostro popolo esiste una diversità di concetti e idee sulle proprie necessità spirituali. Sono molte le idee su questo tema dell’Eroe Nazionale José Martì, uomo che sintetizzava questa congiunzione di spiritualità e sentimento rivoluzionario. Su questo tema Fidel si è espresso molto presto, nel 1954 dalla prigione, ricordando il martire del Moncada Renato Guitart, (cito): “La vita fisica è effimera, passa inesorabilmente, com’è passata quella di tante e tante generazioni di uomini, come passe-rà in breve quella di ognuno di noi. Questa verità dovrebbe inse-gnare a tutti gli esseri umani che al di sopra di loro stanno i valori immortali dello spirito. Che senso ha quella senza questi? Che cos’è allora vivere? Come potranno morire coloro che, avendolo capito, la sacrificano generosamente per il bene e la giustizia!”. Questi valori sono sempre stati presenti nel suo pensiero, e così lo ha riaffermato nel 1971 riunendosi con un gruppo di sacerdoti cattolici a Santiago del Cile (cito): “Io vi dico che ci sono diecimila volte più cose in comune nel cristianesimo con il comunismo di quelle che ci possono essere con il capitalismo”. A questa idea tornerà parlando con i membri delle chiese cristiane in Giamaica nel 1977, quando disse: “Bisogna lavorare insieme perché quando l’idea politica trionfi, l’idea religiosa non rimanga da parte, non appaia nemica dei cambiamenti. Non ci sono contraddizioni tra i propositi della religione e i propositi del socialismo” (fine della citazione). L’unità tra la dottrina e il pensiero rivoluzione in relazione al-la fede e ai credenti ha le sue radici nei fondamenti stessi della nazione che, affermando il suo carattere laico, propugnava come principio irrinunciabile l’unione della spiritualità con la Patria che ci hanno lasciato in eredità Padre Félix Varela e gli enuncia-ti pedagogici di José de la Luz y Caballero, che fu categorico nell’affermare: “Preferirei, lo dico, che crollassero le istituzioni degli uomini – re e imperatori – gli astri stessi del firmamento, prima di veder cadere dal cuore dell’uomo il sentimento di giustizia, questo sole del mondo morale”. Nel 1991 in IV Congresso del partito decise di modificare l’interpretazione degli statuti che limitava l’ingresso nell’organizzazione dei rivoluzionari credenti. La giustezza di questa decisione è stata confermata dal ruolo che hanno giocato i leader e i rappresentanti delle diverse istituzio-ni religiose nei vari aspetti dei problemi nazionali, compresa la lotta per il ritorno del bimbo Eliàn in Patria, in cui si è particolarmente segnalato il Consiglio delle Chiese di Cuba. Ciò nonostante, è necessario continuare ad eliminare qualsiasi pregiudizio che impedisca di affratellare nella virtù e nella di-fesa della nostra Rivoluzione tutte e tutti i cubani, credenti o no, tutti coloro che fanno parte delle chiese cristiane, tra cui sono comprese quella cattolica, le ortodosse russe e greche, le evangeliche e le protestanti; allo stesso modo delle religioni cu-bane di origine africana, spiritiste, ebrea, islamica, buddista e le fraternità, tra le altre. Per ognuna di esse la Rivoluzione ha avuto gesti di apprezzamento e di concordia. L’indimenticabile Cintio Vitier, quello straordinario poeta e scrittore che fu deputato della nostra Assemblea Nazionale, con la forza della penna e della sua etica martiana, cristiana e profon-damente rivoluzionaria, ci ha lasciato avvertimenti per il presente e la posterità che dobbiamo ricordare. Scriveva Cintio: “Ciò che è in pericolo, lo sappiamo, è la nazione stessa. La nazione è già inseparabile dalla Rivoluzione che dal 10 ottobre 1868 la costituisce e non ha altra alternativa: o è indi-pendente o smette di essere in assoluto. Se la Rivoluzione fosse sconfitta, cadremmo nel vuoto storico che il nemico ci augura e ci prepara, che persino all’elemento più semplice del popolo sa di abisso”. Continua Cintio: “Alla sconfitta si può arrivare, lo sappiamo, per l’intervento del blocco, per il deterioramento interno e per le tentazioni imposte dalla nuova situazione egemonica del mondo”. Dopo aver affermato che “siamo nel momento più difficile della no-stra storia”, ha detto “obbligata a battersi con l’insensatezza del mondo cui fatalmente appartiene, sempre minacciata dall’insieme di oscure cicatrici secolari, implacabilmente osteggiata dalla nazione più potente del pianeta, vittima anche di sbagli autoctoni o importati che mai nella storia si commettono impunemente, la nostra piccola isola si stringe e si dilata, sistola e diastola, come una scintilla di speranza per sé e per tutti” (fine della citazione). Dobbiamo riferirci al processo, appena concluso, di scarcerazione di prigionieri controrivoluzionari, di coloro che, in tempi difficili e amari per la Patria, hanno cospirato contro di lei al servizio di una potenza straniera. Per decisione sovrana del nostro Governo, sono stati liberati sen-za aver scontato completamente la loro pena. Abbiamo potuto farlo direttamente e attribuirci il vero merito di ciò che decidevamo considerando la forza della Rivoluzione, tuttavia lo abbiamo fatto nel quadro di un dialogo di mutuo rispetto, lealtà e trasparenza con l’alta gerarchia della chiesa cattolica, che ha contribuito col suo impegno umanitario perché questa vicenda si concludesse con armonia e i cui allori, in ogni caso, vanno riconosciuti a questa istituzione religiosa. I rappresentanti di questa Chiesa hanno manifestato i loro punti di vista, non sempre coincidenti con i nostri, ma costruttivi. Questo, almeno, è il nostro bilan-cio, dopo le lunghe conversazioni con il Cardinale Jaime Ortega e il Presidente della Conferenza Episcopale Monsignor Dionisio Gar-cìa. Con questa azione abbiamo favorito il consolidamento del più pre-zioso lascito della nostra storia e del processo rivoluzionario: l’unità della nazione. Così dobbiamo ricordare il contributo del precedente Ministri degli Affari Esteri e della Cooperazione di Spagna, Miguel Angel Moratinos, che ha aiutato l’impegno umanitario della chiesa, in modo che coloro che avevano manifestato il desiderio e accettato l’idea, potessero viaggiare all’estero insieme ai loro familiari. Altri hanno deciso di restare a Cuba. Abbiamo sopportato pazientemente le implacabili campagne di discredito in materia di diritti umani, concertate dagli Stati Uniti e da vari paesi dell’Unione Europea, che ci chiedono niente meno che la resa incondizionata e la distruzione del nostro regime socialista e incitano, consigliano e aiutano i mercenari interni a disobbedire alla legge. Al riguardo, è necessario chiarire che quello che non faremo mai è negare al popolo il diritto di difendere la sua Rivoluzione, dato che la difesa dell’indipendenza, delle conquiste del socialismo e delle nostre piazze e strade continuerà ad essere il primo dovere di tutti i patrioti cubani. Ci aspettano giorni e anni di intenso lavoro e di enorme responsabilità per preservare e sviluppare, su basi ferme e sostenibili, il futuro socialista e indipendente della Patria. Finisce qui il Rapporto centrale al VI Congresso. Molte grazie. Raùl Castro Ruz
7 novembre 2007 redazione
90 Rivoluzione d'Ottobre

KKE
Sul 90° anniversario della Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre in Russia (1917)
La posizione del Comitato Centrale del Partito Comunista della Grecia

È con ottimismo rivoluzionario che il Comitato Centrale del KKE celebra il 90° Anniversario della Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre. I suoi insegnamenti guidano la lotta del KKE. La Rivoluzione di Ottobre richiama alla mente i comunisti della prima Internazionale di Karl Marx e Friedrich Engels, quelli della Seconda Internazionale, l'eroica Comune di Parigi, la prima rivoluzione proletaria che tentò "l'assalto al cielo" ma che per inesperienza non fu in grado di consolidare il suo potere, lo slogan rivoluzionario "Proletari di tutto il mondo, unitevi!". Emergono alla memoria l'Armata Rossa, la Terza Internazionale Comunista, i lavoratori rivoluzionari di Canton, Torino, Berlino, della Spagna, dell’Ungheria e di tutti i centri proletari del mondo.
Nel glorioso Ottobre, donne e uomini comunisti vedono la realizzazione della missione storica della classe operaia. Sono testimoni della giustezza della teoria di Marx ed Engels chiarita nel Manifesto Comunista: "Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e muoiono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più genuino".
L'Ottobre rivela l'insostituibile ruolo d'avanguardia nella rivoluzione socialista del Partito comunista, come Partito nuovo rispetto ai compromessi partiti socialdemocratici e rivela la forza dell'internazionalismo proletario. Con grande emozione onoriamo quella moltitudine che diede la vita per il movimento comunista mondiale, quell'invincibile forza rivoluzionaria, quell'eroica sollevazione degli operai e operaie e dei contadini poveri veri artefici della storia. Il loro esempio ha riscattato l'esistenza umana: ha educato e costituito l'inestimabile eredità dei comunisti e dei popoli.
La Rivoluzione di Ottobre è stato un evento di proporzioni storiche, il più grande del XX secolo, ed ha posto il timbro per decenni sul corso dell'umanità. Il "fantasma del Comunismo" che alcuni anni prima vagava per l'Europa, assunse il suo significato concreto nella forma del potere proletario.
La vittoriosa Rivoluzione di Ottobre ha segnato il passaggio per il genere umano "dal regno delle necessità al regno della libertà".

"Abbiamo intrapreso il cammino. La questione centrale non è quando esattamente o dopo quanto tempo e in quale nazione i proletari riusciranno a portare a termine il loro cammino. Ciò che è essenziale è che il ghiaccio sia rotto, che la strada sia aperta, il percorso tracciato",
scriveva Lenin.
La Rivoluzione di Ottobre è stata la scintilla che ha alimentato la progressiva crescita del Movimento Comunista Internazionale. La sua fiamma ha accelerato la formazione di numerosi Partiti comunisti fra cui il KKE. Ha portato alla creazione della Terza Internazionale Comunista (1919-1943), la cui necessità derivava dalla natura internazionale del potere del capitale e anche dal tradimento degli interessi dei lavoratori da parte della Seconda Internazionale. Fin dal 1917, il capitalismo internazionale, nell'elaborazione della sua politica, fu obbligato a tenere conto dell'esistenza di un'equivalente forza di opposizione. Grazie alla Rivoluzione socialista di Ottobre, furono create le condizioni per riconoscere ai lavoratori i diritti fin a quel momento negati, anche nei paesi capitalisti più avanzati.
I risultati conseguiti da lavoratori e contadini sotto il potere sovietico hanno portato benefici anche ai lavoratori dei paesi capitalistici La competitività ha obbligato i partiti borghesi di governo, liberali e socialdemocratici a concedere dei diritti alla classe operaia.
Il colpo che la Rivoluzione di Ottobre ha inferto alle fondamenta del vecchio mondo ha avuto un riflesso positivo e immediato sui movimenti di liberazione dal colonialismo. Questi regimi disumani hanno iniziato a sbriciolarsi. La forza vitale dell'Ottobre ha trovato espressione anche nella cultura, nelle arti e nelle lettere. I più grandi artisti di tutto il mondo confluirono nel Movimento Rivoluzionario Proletario, si ispirarono ai messaggi della Rivoluzione d'Ottobre, e misero il loro lavoro al servizio dei suoi ideali, al servizio della classe operaia internazionale. Le controrivoluzioni degli anni 1989-1991 non contraddicono che il carattere della nostra epoca sia di transizione dal capitalismo al socialismo, che trova il suo inizio simbolico nella Rivoluzione di Ottobre. Gli sviluppi storici confutano l'ipotesi della natura utopistica dell'impresa socialista-comunista. Nessun sistema socio-economico è per sempre nella storia dell'umanità, neanche il capitalismo affermatosi dalla sconfitta del feudalesimo. Anche se i teorici e rappresentanti politici della classe borghese hanno decretato la fine delle ideologie, il socialismo resta pertinente e necessario.
La necessità e l'opportunità del socialismo derivano dalle contraddizioni interne al sistema capitalista che generano le pre condizioni materiali per la transizione dell'umanità ad un sistema socioeconomico superiore, per quanto al momento diverso a causa dell'avverso rapporto di forza che fa apparire invincibile l'aggressività capitalista.
La transizione al socialismo è connaturata al capitalismo stesso nel quale - sebbene lavoro e produzione siano socializzati come mai - i prodotti del lavoro organizzato costituiscono la proprietà privata capitalista. Questa contraddizione è la madre di tutte le crisi verificatesi nelle società capitaliste contemporanee, ma nel contempo indica la necessità e la via per adeguare i rapporti di produzione allo sviluppo delle forze produttive, per l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la loro socializzazione, per pianificarne l'uso sociale da parte del potere socialista nell'interesse collettivo. Le teorie che sostengono la non esistenza delle condizioni oggettive per la realizzazione della Rivoluzione di Ottobre sono frutto di propaganda o di superficiali interpretazioni della realtà.
La Rivoluzione di Ottobre è cresciuta sul terreno dello sviluppo capitalista in Russia, che già evolveva nella fase imperialista, nonostante la profonda arretratezza e la prevalenza di condizioni pre capitaliste in grande parte dell'impero zarista. L'esistenza delle condizioni materiali per la trasformazione socialista della Russia può essere provato da statistiche del periodo.
Nella classe operaia Russa e specialmente nel comparto industriale, furono fondati i soviet come cellule attorno alle quali organizzare la lotta rivoluzionaria per il potere.
Il Partito bolscevico aveva fiducia illimitata nella forza e nelle capacità della classe operaia, anche se allora costituiva una minoranza di tutta la forza lavoro, di attrarre e guidare le masse nella lotta. Il Partito ha imparato dall'iniziativa rivoluzionaria delle masse, dalle istituzioni che si seppe dare nei momenti più duri della lotta di classe. Nello stesso tempo ha saputo guidare gli sviluppi ed elevarne il livello di coscienza.
Le parole di Karl Marx hanno dimostrato d'essere vere: la lotta di classe, anche nella sua violenza rivoluzionaria, è "levatrice della storia", e la storia da sempre è storia di lotta di classe. L'Ottobre camminò sulle orme della grande sollevazione degli schiavi condotti da Spartaco, su quelle delle rivolte dei contadini nel Medioevo e delle gloriose rivoluzioni borghesi, prima tra tutte la Rivoluzione francese.
L'Ottobre vittorioso costituì l'espressione più alta della superiorità della teoria del socialismo-comunismo scientifico marxista-leninista su qualsiasi altra variante idealista filosofica anti-dialettica su cui poggia l'ideologia borghese. È provato che il marxismo costituisce un balzo in avanti rispetto le più avanzate teorie elaborate da mente umana fino al XIX secolo, in filosofia e nelle scienze sociali, superando l'economia politica inglese, la filosofia tedesca e il socialismo utopistico francese.
Gli ideali dell'Illuminismo che hanno ispirato e guidato le rivoluzioni borghesi sono da lungo tempo superati, perché la borghesia ha cessato d'essere una classe in ascesa ed è diventata classe reazionaria. Il Partito bolscevico ha trattato la lotta economica, politica ed ideologica della classe operaia come un tutt'uno indivisibile, secondo i principi leninisti: perché un ruolo d'avanguardia richiede una teoria di avanguardia.
L'ideologia socialista-comunista - che spiega le leggi di movimento della società capitalista, le leggi per la transizione rivoluzionaria dal capitalismo al socialismo e generalizza l'esperienza della lotta di classe - è divulgato e sviluppato tra la classe operaia dal Partito comunista rivoluzionario, sua avanguardia cosciente e organizzata. Qui risiede la necessità di un Partito comunista.
La teoria della rivoluzione socialista e stata forgiata nell'incessante lotta contro l'ideologia borghese e contro le diverse teorie riformatrici e opportuniste. È scientificamente provato che le condizioni della classe operaia non possono mutare sostanzialmente attraverso una lotta per le riforme.
Dopo la costituzione del Partito bolscevico (1903) ed un'intensa lotta ideologica che durò per molti anni tra i leninisti e l'ala opportunista del partito, fu creata, per la prima volta nella storia, un'organizzazione statutaria con diritti e doveri per i membri del partito, operante sul principio del centralismo democratico. Ciò significa diritto di opinione e di critica per i militanti, ma unità di azione e disciplina quando la parola è data, la decisione presa; e forti legami con le masse popolari e lavoratrici, che si rafforzano per la democrazia interna e l'autocritica sviluppata nel partito secondo il supremo principio del primato dell'interesse collettivo.
La complessiva preparazione teorica del Partito bolscevico, sotto la direzione di Lenin, lo rese capace di valutare correttamente posizioni e correlazioni tra le forze politiche e sociali; di attuare una politica adeguata e flessibile, senza allontanarsi dalla meta strategica del potere operaio; di risolvere problemi connessi alla politica delle alleanze a beneficio del movimento rivoluzionario; di adeguare le parole d'ordine alle situazioni contingenti, in un quadro fluido, complesso e in continua evoluzione.
Uno dei fattori decisivi per la vittoria della Rivoluzione fu la politica bolscevica durante la I Guerra mondiale. Una guerra imperialista che si poneva l'obiettivo di ridistribuire mercati, le sfere d'influenza e le colonie e che acutizzò al massimo grado tutte le contraddizioni della società russa, provocando un più grande e immediato deterioramento della vita delle masse. Si comprese che la guerra costituiva la continuazione della stessa politica interna con mezzi militari, ossia serviva gli interessi delle stesse classi che sfruttavano la classe operaia e gettava decine di milioni di contadini in stato di indigenza.
La direzione della Seconda Internazionale, invocando la "difesa della madre patria", nascondeva la natura imperialista della guerra. La classe operaia mondiale, che si apprestava a difendere i propri ladri - la borghesia nazionale - veniva così condotta alla frammentazione. Al contrario, i bolscevichi non solo denunciarono la guerra come fecero i pacifisti, ma apportò ragioni per trasformare la guerra imperialista in guerra di classe, per rovesciare le classi dominanti. Solo questa via avrebbe potuto portare a una pace giusta con l'eliminazione dello sfruttamento di classe e dell'oppressione imperialista.
Si erano venute a creare le condizioni per l'assalto della Rivoluzione socialista, quelle condizioni - come disse Lenin - indispensabili alla concretizzazione della situazione rivoluzionaria: 1 "L'impossibilità per le classi dominanti di conservare il loro dominio senza modificare la forma [...] per lo scoppio della rivoluzione non basta ordinariamente che gli strati inferiori non vogliano, ma occorre anche che gli strati superiori non possano vivere come nel passato; 2. un aggravamento maggiore del solito dell'angustia e della miseria delle classi oppresse; 3. in forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell'attività delle masse, le quali, in un periodo "pacifico" si lasciano depredare tranquillamente ma in tempi burrascosi sono spinte, sia da tutto l'insieme della crisi che dagli stessi strati superiori, ad un'azione storica indipendente”.
Durante la guerra, i bolscevichi non permisero che le masse rivoluzionarie fossero influenzate dalle forze borghesi che salirono al potere nella Rivoluzione del febbraio 1917 dopo il rovesciamento del governo zarista, ma le condussero alla Rivoluzione di Ottobre. Non presero parte ai governi borghesi che andavano formandosi tra il febbraio e l'ottobre 1917, ma trassero vantaggio dalla persistenza delle contraddizioni che protraevano la situazione rivoluzionaria e che permisero anche di modificare i rapporti di forza nei Soviet. L'ultimo governo borghese, quello di Kerensky, fu incapace di risolvere i problemi che avevano coinvolto milioni di persone in una lotta mortale, incapace di conquistare la fiducia di coloro cui tutto appartiene e che meritano una vita di pace.
Lo slogan "Tutto il potere ai soviet!" conquistò la maggioranza della classe operaia e attrasse rapidamente milioni di contadini e fece presa nelle file dell'esercito borghese, dove i soldati rimossero gli ufficiali reazionari che vennero sostituiti con dei rivoluzionari.
La teoria leninista sulla debolezza del sistema imperialista è stata pienamente confermata. Nelle condizioni di ineguaglianza connaturate allo sviluppo economico e politico capitalista c'è la possibilità della vittoria della rivoluzione socialista in alcuni paesi o anche in un solo paese.
Lo Stato nuovo - quello della dittatura del proletariato - venne costruito sui soviet, risultato della fiamma rivoluzionaria del 1905-07, e sostituì il vecchio apparato statale schiacciato dalla Rivoluzione di Ottobre.
L'eliminazione delle strutture dello Stato borghese è necessaria perché "lo stato moderno, qualsiasi forma assuma, è essenzialmente una macchina capitalista, lo stato dei capitalisti" come scriveva Engels.

"La democrazia si basa sulla proprietà privata o sulla lotta per abolire la proprietà privata? (...) Libertà e uguaglianza per i lavoratori, i contadini, per la classe oppressa! Questo è il nostro motto!"
dichiarava V.I Lenin. Che aggiungeva: "La dittatura del proletariato (...) non è il puro esercizio della violenza contro gli sfruttatori (...) rappresenta e realizza una forma più alta dell'organizzazione sociale del lavoro".
Lo sforzo del giovane Governo sovietico nella costruzione delle fondamenta economiche del socialismo avanzò nelle avverse condizioni di aspra lotta contro gli eserciti stranieri, contro la borghesia nazionale, l'accerchiamento imperialista, la sovversione interna con cospirazioni, sabotaggio e attentati ai bolscevichi. L'aver effettivamente fondato il socialismo costituisce un atto di valore storico senza precedenti nelle condizioni date. Non è casuale l'accanita offensiva scatenata dalla borghesia e dagli opportunisti. La bandiera della crociata "antistalinista" è servita a screditare la lotta comunista e le sue prospettive.
L'attività del Partito poggiava sull'ipotesi del socialismo in un paese, un paese tra l'altro delle dimensioni della Russia, in opposizione alla prospettiva trotzkista della "rivoluzione permanente". Si basava sull'alleanza della classe operaia con i contadini poveri, presupposto indispensabile per lo sviluppo industriale e la collettivizzazione, nella forma cooperativa, della produzione agricola. Contribuì significativamente alla costruzione del socialismo l'avanguardia del movimento Stacanovista che contava nelle sue fila milioni di rivoluzionari, la crema della nuova società.
Grazie a tutto questo, l'Unione Sovietica si trasformò in una grande potenza economica e militare alla vigilia della II Guerra mondiale imperialista.
Il ruolo dell'Unione Sovietica nella vittoria antifascista nella II Guerra Mondiale fu decisivo. L'URSS decimò la macchina militare della Germania e dei suoi alleati che avevano invaso il territorio sovietico. Liberò diversi paesi europei dalle forze di occupazione tedesche. Per la patria socialista oltre 20 milioni di cittadini sovietici diedero la vita, e altri 10 milioni furono feriti o resi invalidi.
Le vittorie dell'Armata Rossa diedero una spinta considerevole allo sviluppo dei movimenti di liberazione nazionale e antifascisti che contavano in prima linea i Partiti comunisti. Non a caso la loro crescita fu prospera proprio dopo la battaglia di Stalingrado che segnò il rovesciamento nelle sorti della guerra a sfavore delle forze dell'Asse. Le lotte di classe in Cina, a Cuba, in Vietnam, e nella R.D.P. della Corea trovarono nella politica dell'Unione Sovietica un sostegno disinteressato ed un appoggio contro l'imperialismo.
L'Unione Sovietica aiutò i popoli dell'Afghanistan, dell'Angola, della Cambogia, dello Yemen Meridionale, dell'Etiopia e di dozzine di altri paesi in Africa, in Asia e nelle Americhe. Sostenne la Palestina e Cipro. Grazie all'URSS e agli altri paesi del Patto di Varsavia, regioni intere come i Balcani vissero decenni di pacifica convivenza nonostante le differenze etniche.
L'URSS si impegnò nella realizzazione di una politica di pace e tentò di placare le tensioni e le guerre innescate dall'imperialismo già responsabile di due guerre mondiali e di un centinaio di conflitti locali. L'Unione Sovietica sottoscrisse dozzine di proposte per l'abolizione o la riduzione degli armamenti nucleari e per la conclusione di accordi di non proliferazione, proposte del tutto vanificate dal carattere aggressivo degli stati capitalisti. Il Patto di Varsavia - firmato nel 1955, sei anni dopo il Patto imperialista della Nato - fu strumento di difesa e bastione del socialismo. L'Unione Sovietica e gli altri stati membri proposero ripetutamente lo scioglimento simultaneo dei due trattati di alleanza, ma senza risposta. La decisione del Patto di Varsavia di offrire la sua tutela internazionale all'Ungheria (1956) e alla Cecoslovacchia (1968) fu intesa per difendere il potere socialista dalla controrivoluzione. La lotta di classe, tra capitalismo e socialismo si svolse su un piano internazionale.
La stragrande maggioranza dei popoli devono alla Rivoluzione di Ottobre, il diritto ad un lavoro stabile, all'istruzione gratuita, alle cure sanitarie ed al sistema di previdenza, alla casa e ai diritti politici e civili.
In pochi anni dalla Rivoluzione di Ottobre scomparve la disoccupazione in Unione Sovietica. Dal 1956 fu introdotta la giornata lavorativa di 7 e poi di 6 ore, così come la settimana di cinque giorni. Fu assicurato tempo libero a tutti i lavoratori e il potere sovietico realizzò le infrastrutture per goderne appieno: come case vacanza, di villeggiatura e campeggi. Una rete enorme di teatri e cinema, associazioni culturali, sportive, artistiche e musicali e di biblioteche ricoprirono l'Unione Sovietica, raggiungendo il più piccolo villaggio e le zone più remote della Siberia, distese enormi letteralmente trasformate grazie all'eroico impegno di migliaia di lavoratori, di molti volontari. La previdenza era interesse primario per lo Stato sovietico. Il pensionamento era universale, all'età di 55 anni per donne e 60 per uomini. I fondi per la previdenza trovavano copertura nel bilancio di Stato e nei contributi delle imprese. La stessa cosa accadeva negli altri paesi socialisti dell'Europa. I lavoratori non sperimentavano mai l'insicurezza e l'ansietà cui i lavoratori e i giovani sono costretti nei paesi capitalisti.
Il potere sovietico gettò le fondamenta per abolire la discriminazione e l'oppressione contro la donna. Le diede pieni diritti. Tutelò la maternità come questione sociale e non come un fatto privato o un dovere familiare. Alleviò le donne da molte responsabilità nella cura della famiglia, attivando un sistema statale gratuito. Per la prima volta in assoluto affrontò pregiudizi vecchi di secoli e si scontrò con enormi difficoltà oggettive. Mostrò particolare interesse per le giovani coppie. Anche se tutto questo non ha comportato la fine di tutte le disuguaglianze tra donne e uomini, è certo che il potere sovietico aiutò il genere femminile a sollevarsi dallo stato di subalternità, di seconda classe tra gli esseri umani. Lo sforzo per innalzare il livello di istruzione pubblica a tutti i livelli è stata parte integrante e sforzo costante della politica sovietica. Oltre i 3/4 dei lavoratori dell'URSS conseguì la laurea o il diploma di istruzione secondaria, mentre l'analfabetismo che nel 1917 affliggeva i 2/3 della popolazione, fu immediatamente sradicato.
I risultati si sono manifestati nel fiorire delle scienze, dal primo volo spaziale di Yuri Gagarin, dall'ascesa mondiale di scienziati in tutti i campi: dalla fisica alla matematica, dalla chimica alla medicina, dall'ingegneria alla psicologia, una miniera enorme di conoscenza.
L'economia socialista e lo Stato dei lavoratori forgiarono "l'uomo nuovo" creatore della cultura socialista. La sua universale influenza abbracciò tutti i popoli e le regioni di questo enorme paese. I frutti della cultura in tutti i campi furono socializzati e divennero patrimonio di ampie masse popolari. Lo Stato fornì risorse per l'educazione artistica fin dall'infanzia, finalizzate allo sviluppo della creatività. L'Unione Sovietica non si distingueva solo per i suoi grandi artisti in tutti i campi dell'estetica, ma soprattutto per l'elevato livello culturale delle masse. Uguale cura fu posta nel tutelare e diffondere le più grandi conquiste intellettuali mai raggiunte nella storia dell'umanità. Insieme con i frutti dell'arte e della cultura socialiste più in generale, milioni di cittadini sovietici furono capaci di apprendere e godere delle grandi opere frutto dell'intelletto. Dopo il Louvre e il Vaticano, il museo dell'Hermitage aveva la migliore collezione di opere d'arte del mondo, accessibile a tutti. Il popolo sovietico familiarizzò con i frutti della cultura sin dall'epoca della Rivoluzione di Ottobre e della guerra civile, quando ancora soffriva la fame, il freddo e moriva di colera o sul campo di battaglia. I progressi compiuti dalle popolazioni dell'Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti prova la superiorità del modo di produzione socialista rispetto a quello capitalista. Mostrano un valore anche maggiore se consideriamo la disparità e l'arretratezza del capitalismo in Russia al tempo della rivoluzione, sia in confronto con gli Stati Uniti, ma anche rispetto la Gran Bretagna, la Francia, la Germania ed il Giappone.
La costruzione del socialismo iniziò in Russia sulle rovine lasciate dalla I Guerra Mondiale, dalla guerra civile e dagli eserciti inviati da 16 Stati imperialisti. A ciò si aggiunga la distruzione ancor più grave della II Guerra Mondiale. La ricostruzione dell'URSS, senza alcun aiuto esterno, nel giro di soli quattro anni (1945-1949) costituisce un'altra testimonianza del valore del potere sovietico socialista. Viceversa, la ricostruzione dell'Europa capitalista si affidò ampiamente al Piano Marshall statunitense.
La costituzione dell'Unione Sovietica è consistita in un processo di unificazione progressiva e popolare, tutto il contrario "dell'Unione degli Stati Uniti d'Europa sotto il regime capitalista" che è invece un progetto "irrealizzabile e reazionario", come aveva previsto Lenin.
Oggi, le unioni imperialiste sono permeate da contraddizioni insormontabili. La competizione per la supremazia deriva dalla proprietà privata dei mezzi di produzione. Le relazioni dell’UE con gli altri Stati e anche tra gli Stati membri sono governate da iniquità e dominio. Il governo sovietico si oppose al nazionalismo, al localismo e alla xenofobia. Riconobbe il diritto di ogni popolo all'autodeterminazione fino all'indipendenza. Promosse il rispetto reciproco e l'uguaglianza tra nazioni e gruppi etnici, propugnò la convivenza volontaria nell'unico quadro dell'Unione Sovietica. Questa politica trovava fondamento nell'internazionalismo proletario, il solo principio la cui effettiva applicazione assicura rispetto per le differenze etniche, linguistiche, culturali e l'ugualitaria partecipazione alla costruzione dell'edificio socialista. Al contrario, la violazione dell'internazionalismo proletario soprattutto in presenza di crisi interne, crea le condizioni per indebolire e allentare i legami, fino all'aperta opposizione all'unificazione. Il fattore imperialista agendo assieme alle forze interne controrivoluzionarie ha approfittato delle distorsioni e degli errori, e ha innescato sentimenti nazionalistici volti a minare il sistema socialista ed aggravare tendenze secessioniste.
Il Governo sovietico, agendo a vari livelli con così tanti problemi, ha dimostrato che sono propri della natura ed impliciti al socialismo-comunismo il continuo miglioramento della qualità della vita e lo sviluppo della personalità dei lavoratori. Tali risultati possono essere raggiunti solamente attraverso la corretta azione dei Partiti comunisti. Le deviazioni e le deroghe a tali principi costituiscono fattori di ritardo, stagnazione e conducono ad un declino controrivoluzionario.
Il KKE, nell'analisi e nelle conclusioni della Conferenza Nazionale del luglio 1995 su "Le cause del rovesciamento del sistema socialista in Europa", ha compiuto un primo passo nello studio di questo funesto sviluppo per i popoli. Ulteriori osservazioni e valutazioni sono state formulate nelle "Tesi del CC del KKE sul 60° Anniversario della grande Vittoria Antifascista dei popoli, maggio 2005". Oggi il KKE, con una maggior maturità e conoscenza delle fonti storiche, avendo seguito le discussioni affrontate da studiosi marxisti a livello internazionale e non ritenendo sufficientemente esplorata la questione, si sta sforzando di approfondire ulteriormente la comprensione delle cause del rovesciamento controrivoluzionario.
Il rovesciamento del sistema socialista costituisce una controrivoluzione perché ha condotto ad una regressione sociale. Il dominio assoluto del capitalismo ha provocato grandi sofferenze per milioni di persone, sia nei paesi capitalisti che socialisti. Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, il crimine, la prostituzione e il narcotraffico, la disoccupazione e la depredazione capitalista dell'enorme ricchezza dell'Unione Sovietica - sconosciute per sette decenni - sono all'ordine del giorno dopo la controrivoluzione e lo scioglimento dell'URSS. La controrivoluzione ha portato ad una distruzione incredibilmente estesa delle forze produttive. La propaganda controrivoluzionaria ha universalmente alimentato l'idea che i disastri della controrivoluzione derivino dall'edificazione socialista. Ora i popoli sono privati di un grande supporto e del più sincero alleato. Migliaia i morti, le vittime dell'aggressione imperialista, i reduci ed i rifugiati. Nei Balcani, in Iraq e Afghanistan, nel Ruanda, a Haiti e in Somalia, le vittime indicative del nuovo rapporto di forza affermatosi su scala globale dopo il 1989-91.
Il nazionalismo, il razzismo, le differenze religiose e culturali, il sentimento antisocialista ed anticomunista sono diventate armi nelle mani degli imperialisti per fomentare l'odio tra i popoli e tra le Nazioni. Nuove armi ed apparati nucleari vengono sviluppati. Il dettato anticomunista assunto come politica ufficiale di molti paesi rivela il carattere formale e limitato della democrazia borghese quale dittatura del capitale. In Stati emergenti dalla restaurazione capitalista e dallo scioglimento dell'Unione Sovietica, nei Paesi Baltici, in Polonia nella Repubblica Ceca ed altrove, vengano onorati i criminali di guerra e i collaborazionisti dei tedeschi, mentre gli eroi della lotta antifascista sono perseguitati ed i simboli della vittoria dei popoli contro il fascismo vengono rovesciati.
Respingiamo la definizione "crollo del sistema socialista", perché suggerisce una qualche necessità del processo controrivoluzionario, nasconde lo scontro sociale e le condizioni per la sua evoluzione in aperta lotta di classe. Pur con debolezze, errori e deviazioni, riteniamo invece che nell'Est progrediva l'edificazione socialista. Non si trattava della transizione di un qualche "sistema di sfruttamento" o di una forma di "capitalismo di Stato", come sostengono alcune correnti nel Movimento operaio. Il fatto che nei paesi ex socialisti il rovesciamento è stato condotto dal Partito e dalla direzione statale conferma che l'opportunismo nel suo sviluppo, soprattutto quando la lotta di classe diventa più acuta, matura in forma controrivoluzionaria. I nostri avversari, distorcendo le nostre posizioni, sostengono che il KKE riduce l'intera questione delle cause del capovolgimento controrivoluzionario all'attività sovversiva degli agenti imperialisti nel Partito e nello Stato. Questa interpretazione è una volgarizzazione delle posizioni del KKE e mira a svilire il pensiero del Partito ed a screditarlo agli occhi della classe lavoratrice interessata.
L'accerchiamento imperialista del sistema socialista rafforzò enormemente i problemi interni e le contraddizioni. Condusse a scelte che rendevano più difficoltosa l'edificazione socialista. La corsa agli armamenti assorbì una grande parte delle risorse dell'Unione Sovietica. La linea della coesistenza pacifica - come sviluppata nell'immediato dopoguerra - fino al 19esimo (ottobre 1952), ma specialmente al 20esimo Congresso del Partito comunista dell'URSS (febbraio 1956), coltivò la visione utopistica che fosse possibile per l'imperialismo abbandonare la guerra ed i mezzi militari. Nella formazione dei rapporti di forza su scala mondiale, ebbero un ruolo significativo gli sviluppi del Movimento Comunista Internazionale e le sue difficoltà strategiche. La decisione di sciogliere l'Internazionale Comunista (maggio-giugno 1943) segnò la fine di un Centro in cui potesse formularsi la strategia rivoluzionaria contro il sistema imperialista internazionale. Nonostante la II Guerra Mondiale avesse creato le condizioni per acuire fortemente le contraddizioni di classe, la lotta antifascista condusse al rovesciamento del potere borghese solo nei paesi dell'Europa centrale ed orientale, e in un modo o nell'altro, col contributo decisivo dell'Armata Rossa.
Nell'Occidente capitalista i Partiti comunisti non poterono elaborare una strategia per la trasformazione della guerra imperialista o di liberazione in lotta per la conquista del potere della classe lavoratrice. Venne posposta la meta socialista e ci si limitò alla lotta contro il fascismo. Prevalse l'idea che fosse possibile, tra borghesia e potere rivoluzionario, passare per uno stadio intermedio che evolvesse successivamente in potere della classe lavoratrice.
Dopo la II Guerra mondiale, mancava ovviamente un collegamento organizzato tra i Partiti comunisti che sarebbe stato utile per definire una strategia unitaria e autonoma contro la strategia unitaria dell'imperialismo internazionale. L'Information Bureau dei Partiti comunisti, istituito nel 1947 e sciolto nel 1956, e le Conferenze Internazionali dei Partiti comunisti tenutesi da allora in poi, non riuscirono a contribuire all'unità ideologica e a progettare una strategia rivoluzionaria.
Le analisi condotte dal Movimento Comunista Internazionale non valutarono pienamente la portata delle versatili tattiche del capitalismo. Le contraddizioni tra Stati capitalisti su cui naturalmente agivano fattori di dipendenza, come sempre accade nella piramide imperialista, non furono tenute nella debita considerazione, cosa che portò ad alleanze con settori della borghesia definiti "nazionali", ossia intesi come contrari alla dominazione straniera. Inoltre, non furono tratte corrette e esaustive conclusioni riguardo all'aperta attività controrivoluzionaria imperialista avviatasi dapprima nella Repubblica Democratica Tedesca e poi in Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia. La politica perseguita da un numero di Partiti comunisti di collaborare con la socialdemocrazia era parte di una strategia avversa a "governi monocolore", una sorta di via di mezzo tra il capitalismo e il socialismo, che riuscì ad esprimere anche governi che tentarono di amministrare il sistema capitalista.
D'altra parte, subito dopo la fine della guerra, sotto il comando degli Stati Uniti, l'imperialismo lanciò la "guerra fredda". Che comportava tra l'altro la guerra psicologica contro i paesi socialisti, l'intensificazione della corsa agli armamenti, la realizzazione di reti sovversive e di sabotaggio all'interno del sistema socialista, la fomentazione di sollevazioni controrivoluzionarie, oltre ad una politica differenziata, sia in termini economici che diplomatici, nei confronti delle nuove repubbliche popolari, volte a minare le alleanze con l'URSS. Nel contempo il sistema imperialista mise a punto coalizioni militari, civili ed economiche e organizzazioni di credito internazionale come la Nato, la Comunità Europea, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale ed una serie di accordi commerciali transnazionali che hanno coordinato l'azione tra Stati capitalisti. Sia le sezioni del Movimento Comunista al potere che no fallirono nella corretta stima del rapporto di forze mondiale e sottovalutarono il potenziale della riorganizzazione capitalista postbellica. Nel contempo si approfondì la crisi nel Movimento Comunista Internazionale, inizialmente manifestato nella totale rottura di relazioni tra il Partito Comunista dell'Unione Sovietica ed i Partiti comunisti di Cina e Albania. Poi le difficoltà aumentarono con la formazione dell'opportunismo di destra nel Movimento Comunista dell'Europa Occidentale, nella cosiddetta corrente dell'"Eurocomunismo" che convergeva apertamente con la socialdemocrazia.
Su tutti questi fronti si è manifestato un sentimento antisovietico diventato elemento politico. Da parte del PCCinese raggiunse manifestazioni anche più dure. Intanto cresceva, sotto la minaccia nucleare contro i paesi socialisti, l'influenza reciproca dell'opportunismo tra Partiti comunisti nei paesi capitalisti e Partiti comunisti al potere. È opportuno evidenziare che la differenza fondamentale tra capitalismo e socialismo-comunismo risiede nel fatto che, mentre i rapporti di produzione capitalista nacquero in seno al feudalesimo, un'analoga origine non può aversi tra capitalismo e socialismo-comunismo, in quanto sono rapporti destinati ad entrare in conflitto in tutte le forme di sfruttamento.
Il potere rivoluzionario deve rovesciare radicalmente e rimodellare tutte le relazioni sociali ereditate dal capitalismo, deve consapevolmente costruire un nuovo modo di produzione, ponendo fine alle contraddizioni sociali al fine dell'edificazione socialista. Questo è il motivo per cui incontra enormi difficoltà nella costruzione, diffusione, sviluppo e dominio dei nuovi rapporti di produzione e distribuzione. Il capitalismo non ha incontrato simili difficoltà. Sulla società socialista gravano, a vari livelli, pesanti eredità della società capitalista.
Nel socialismo, lo sfruttamento di classe è abolito, ma non possono essere abolite tutte le forme di ingiustizia e stratificazione sociale che si riflettono nelle coscienze e negli atteggiamenti delle persone. Nell'edificazione socialista, anche le differenze tra città e campagna, tra lavoro manuale e intellettuale devono essere eliminate. Solo allora potrà dirsi, come scriveva Lenin, che piantiamo "l'ultimo chiodo sulla bara della società capitalista che stiamo seppellendo". La lotta per fondare e sviluppare la società nuova è condotta dal potere dei lavoratori rivoluzionari al cui centro agisce il Partito Comunista che consapevolmente interpreta le leggi del movimento della società socialista; pertanto la natura scientifica e di classe della politica del Partito Comunista, soprattutto lo sviluppo della teoria del socialismo-comunismo scientifico del Partito comunista, è un compito indispensabile nell'edificazione socialista. I partiti al potere non portarono a termine con successo questo compito e laddove la politica socialista è fallita nel risolvere le contraddizioni sociali, queste entrarono in concorrenza. La teoria opportunista che le contraddizioni "non competitive" non possano evolvere in contraddizioni "competitive" non è confermata. Dopo la guerra, come rilevato nel 19esimo Congresso del PCUS, nonostante i successi conseguiti nella piena realizzazione del 4° Piano quinquennale (1946-1950), c'erano problemi riguardo alla modernizzazione e allo sviluppo dei mezzi di produzione, alla gestione delle imprese e al livello di welfare sociale. A partire dal 20esimo Congresso del PCUS del 1956, furono gradualmente adottati approcci teorici errati per risolvere taluni problemi e vennero realizzate politiche opportuniste nell'economia, nella gestione del potere socialista e nelle relazioni internazionali. Nel contempo, col pretesto di combattere il "culto della personalità", fu scatenata una feroce campagna contro la politica dello Stato sovietico sotto Stalin, spianando la strada al grave spostamento opportunista di destra del Movimento Comunista Internazionale.
Anziché rafforzare i rapporti di produzione/distribuzione, vennero rafforzate le relazioni commerciali potenzialmente capitaliste. La pianificazione centrale intraprese il suo declino e la proprietà collettiva venne erosa. Una parte significativa della produzione agricola sia privata che cooperativa iniziò a vendersi liberamente sul mercato, ossia al valore più alto di fluttuazione dei prezzi. La sperequazione sociale nell'industria fu anche più forte. L'arricchimento illegale, il cosiddetto "capitale ombra", venne fatto operare come capitale di produzione, ossia verso la restaurazione di capitalismo. Questo colpì il Partito, mentre rinvigorì l'ala opportunista e la degenerazione socialdemocratica. Il soggettivismo nel valutare l'evoluzione dell'edificazione socialista come "socialismo sviluppato" e lo sviluppo dell'opportunismo sono registrati nelle relazioni del 21esimo Congresso del PCUS del 1959: "Il socialismo nell'URSS ha finalmente vinto, definitivamente (...) entra nel periodo dell'estesa edificazione della società socialista". Nel 22esimo Congresso del 1961 venne adottato il "Programma di costruzione del comunismo". Nel 1977 venne modificata la Costituzione introducendo i costrutti di "Stato dell'intero popolo" e "partito del popolo". La teoria dello "Stato dell'intero popolo" fu funzionale all’alterazione delle caratteristiche dello Stato, e nel declassamento del ruolo della classe operaia. Modificò anche la natura della democrazia socialista. Contestualmente, la definizione del partito come "partito dell'intero popolo" comportò un mutamento della sua natura di classe.
Nel documento della Conferenza Nazionale del KKE, luglio di 1995, su "Le cause del rovesciamento del sistema socialista in Europa", è detto che "il ruolo di avanguardia del Partito si indebolì progressivamente (...). Nel periodo della perestrojka, il Partito raggiunse il punto di degenerazione". Le forze comuniste che non erano scivolate consapevolmente verso l'opportunismo guardavano al ruolo del Partito nella società come dato e insindacabile. Il controllo della classe operaia sul partito venne gradualmente indebolito e infine scomparve. Il principio di uguaglianza tra comunisti venne violato, si produssero le condizioni per il carrierismo tra i quadri.
La classe operaia, e le masse popolari più in generale, non rigettarono il socialismo. È significativo che le parole d'ordine usate durante la perestrojka erano "rivoluzione dentro la rivoluzione" e "più socialismo". Ciò spiega, assieme altri fattori, perché la classe operaia non reagì alla controrivoluzione. Quando le leadership dei partiti comunisti adottarono scelte che erodevano la natura sociale della proprietà e rafforzavano specifici interessi privati si generarono sentimenti contrari alla proprietà collettiva e venne meno la stessa coscienza. Si alimentavano passività e indifferenza. L'erosione opportunista del Movimento Comunista Internazionale fu un processo lungo, con radici profonde nello sviluppo capitalista del XX secolo che non fu prontamente e obiettivamente analizzato. L'interazione tra l'opportunismo nei partiti comunisti dei paesi a capitalismo sviluppato, nel PCUS e negli altri partiti comunisti al governo, richiedono un approfondimento storico ulteriore, necessario per il rafforzamento ideologico e politico e per l'unità del movimento comunista nel XXI secolo.
Al tempo stesso è opportuno comprendere e trarre conclusioni sullo sviluppo e la crescita della lotta di classe durante l'edificazione socialista del XX secolo. La futura costruzione socialista certamente comincerà ed evolverà ad uno stadio superiore rispetto al XX secolo e il livello di scontro sul piano economico, politico e ideologico con l'eredità capitalista, non sarà meno aspro.
Attualmente il movimento dei lavoratori nei paesi capitalisti sconta il problema d'essere irretito in massa nelle strutture del sistema (parlamento, governo, controllo padronale, sindacati, istituzioni locali e altro). La potente influenza ideologica borghese sul movimento dei lavoratori è espressa anche dal revisionismo e dall'opportunismo in numerosi partiti comunisti.
Ora, che i bisogni immediati stanno cambiando, sia da parte del capitale che della classe operaia, è più che mai certo che la lotta di classe non può muoversi su un piano difensivo per la salvaguardia dei diritti acquisiti. Risultati immediati e in particolare a lungo termine possono essere raggiunti solo politicizzando l'azione, con rivendicazioni che contrastino la strategia del capitale, che rivendichino la ricchezza a beneficio di chi la produce e che contestualmente preparino i fattori soggettivi per la conquista del potere. Queste lotte possono dare origine a rapporti di forza favorevoli alla classe operaia ed ai suoi potenziali alleati, le masse popolari. Uno dei compiti principali del fronte ideologico comunista è di ripristinare agli occhi dei lavoratori la verità sul socialismo del XX secolo, senza idealizzazioni, in modo obiettivo e scevro delle calunnie borghesi. La difesa delle leggi di sviluppo del socialismo e la difesa del contributo al socialismo nel XX secolo offrono una risposta alle teorie opportuniste sui "modelli" socialisti adattati alle peculiarità "nazionali" e respingono le discussioni disfattiste sugli errori commessi. La difesa di questo contributo è, per il KKE, un criterio nelle relazioni con gli altri Partiti comunisti e dei Lavoratori per la creazione di un polo comunista nel movimento internazionale. La calunnia e la crociata anticomunista non possono nascondere a lungo la verità. Il sentimento anticomunista, alimentato tra l'altro dal revisionismo storico, è indice della paura della classe borghese.
È provato che non esiste un modello senza classi o una terza via nel sistema capitalista: la via persegue o l'imperialismo, ossia la gestione del sistema capitalista, o il socialismo. Tutti i miti, vecchi o contemporanei, saranno abbattuti e denunciati nella pratica: il "liberismo economico", la "competitività", la "modernizzazione", il "consenso", il "dialogo sociale", la "democrazia delle istituzioni", le "scelte a senso unico" e i miti sulla sicurezza e sul rispetto della sovranità e delle frontiere. La domanda è: chi è al potere, chi domina, chi ne trae beneficio, a quale fine? La classe operaia e le fasce povere della popolazione non resteranno inchiodate al passato. La classe lavoratrice, in particolare le nuove generazioni, i giovani delle masse popolari in generale, meritano un solo futuro, quello tanto temuto dall'imperialismo: un futuro socialista-comunista. Come insistevamo nel Programma del KKE adottato al 15esimo Congresso: "Il XXI sarà il secolo in cui le forze rivoluzionarie si uniranno, l'offensiva del capitale internazionale sarà respinta e monterà una decisiva volontà di controffensiva. Sarà il secolo di una nuova crescita nel movimento mondiale rivoluzionario e di una nuova ondata di rivoluzioni sociali".
Il Comitato Centrale del KKE


25 novembre 2006 redazione
Internazionalismo

Incontro internazionale dei Partiti comunisti e operai a Lisbona
Il 10-12 novembre scorso si è svolto a Lisbona il tradizionale Meeting Internazionale dei Partiti Comunisti e operai, a cui hanno preso parte delegazioni di 63 partiti da ogni parte del mondo, mentre 17 partiti, impossibilitati per varie ragioni a partecipare, hanno inviato messaggi o contributi scritti. Questo "evento" è stato costruito negli anni sopratutto per iniziativa del KKE greco, e infatti le prime otto edizioni si sono svolte ad Atene. Quest'anno il partito organizzatore è stato il Partito Comunista Portoghese (PCP), a conferma di uno sforzo per una maggiore circolarità e socializzazione nella preparazione di questo tipo di Conferenze,  divenute la principale occasione di incontro/confronto per la quasi totalità dei Partiti comunisti del mondo. Questo, già in sé, è un fatto di rilievo: dopo il crollo dell'Urss e la fase di isolamento/smarrimen to delle forze comuniste, riprende un dialogo ed un confronto multilaterale che si era per molti anni interrotto, ed emergono anche i primi segni di una volontà di cooperazione e azione comune o convergente. Il tema all’ordine del giorno non è certo quello di una nuova "Internazionale dei comunisti", di cui non esistono certamente oggi le condizioni; lo spirito di questi appuntamenti è viceversa quello di offrire a tutte le forze comuniste e  rivoluzionarie un "luogo" ed una occasione di confronto e di coordinamento.

Comunicato stampa conclusivo
La versione in inglese del comunicato emesso al termine dell’Incontro di Lisbona è stata tradotta dal Centro di Cultura e Documentazione Popolare per www.resistenze.org  
(dove si trovano tradotti in italiano diversi materiali relativi all’Incontro)

1. Un incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai si è tenuto a Lisbona, il 10, 11 e 12 novembre 2006, sul tema : “Pericoli e potenzialità dell’attuale situazione. La strategia dell’imperialismo e la questione dell’energia. La lotta dei popoli e l’esperienza dell’America Latina. La prospettiva del socialismo”.
L’Incontro, che ha visto la partecipazione di 63 partiti e a cui 17 partiti che, per varie ragioni, non hanno potuto essere presenti, hanno inviato messaggi di saluto, ha messo in rilievo gli aspetti più rilevanti della situazione internazionale. Oltre ad avere espresso un forte allarme per le grandi minacce che caratterizzano il nostro tempo, ha manifestato la propria fiducia nella capacità dei popoli di costringere l’imperialismo a desistere dai suoi disegni egemonici e a realizzare nuove avanzate, sulla strada del progresso sociale, della pace e del socialismo.
2. L’Incontro ha rilevato la crescente acutezza della lotta di classe e sottolineato la necessità di intensificare la lotta contro il neoliberalismo e il neocolonialismo e contro l’offensiva dello sfruttamento da parte del grande capitale, che – attaccando i valori umani più elementari – è responsabile della regressione sociale, culturale e democratica.
3. È stato messo in evidenza che il neoliberalismo, il militarismo, la guerra e l’attacco ai diritti fondamentali, alle libertà e alle garanzie sono componenti inseparabili dell’offensiva del grande capitale e dell’imperialismo.
La lotta per il dominio sulle risorse energetiche del pianeta è un fattore importante nella geopolitica dell’imperialismo, sia in termini di collaborazione che in termini di rivalità, come si può constatare in Europa, Medio Oriente, Asia Centrale, Africa e in altre regioni. Allo stesso tempo, i partecipanti hanno denunciato lo spreco di risorse energetiche dovuto ai consumi senza limiti che caratterizzano le società capitalistiche.
4. È stata presa in considerazione la necessità di intensificare la lotta contro il militarismo e la guerra; per il ritiro delle forze di occupazione dall’Afghanistan e dall’Iraq; per lo scioglimento della NATO e degli altri patti militari aggressivi; per la drastica riduzione delle spese militari che devono essere dirottate verso la promozione dello sviluppo; per l’eliminazione delle basi militari straniere. L’urgenza della questione del disarmo, e in particolare del disarmo nucleare, è stata ancora una volta evidenziata.
5. La generalizzazione degli attacchi contro i diritti fondamentali, le libertà e le garanzie dei cittadini appare una linea di tendenza particolarmente inquietante nella situazione internazionale. E’ stata condannata l’adozione da parte del Congresso USA delle pratiche della tortura e del terrorismo di Stato. I presenti all’incontro hanno lanciato un vibrante appello alla lotta in difesa delle libertà democratiche, contro l’avanzata dell’estrema destra, contro la xenofobia, il razzismo, il fanatismo religioso e l’oscurantismo, contro l’anticomunismo. Essi hanno espresso la loro solidarietà con i giovani comunisti Cechi, chiedendo il ripristino dei diritti della Gioventù Comunista Ceca. Hanno respinto i tentativi di criminalizzare le forze e i popoli che resistono allo sfruttamento capitalistico e all’oppressione imperialista.
6. I partecipanti hanno inteso valorizzare la crescente resistenza contro l’ingerenza e l’aggressione imperialista e hanno sottolineato l’importanza del rafforzamento della solidarietà con tutti i popoli che si trovano in prima linea in quella lotta. Essi hanno sottolineato il significato della forte resistenza che le forze di occupazione USA e NATO devono fronteggiare in Afghanistan e in Iraq. Sono state condannate le minacce contro la Siria e l’Iran, diventate particolarmente serie negli ultimi giorni. E’ stato richiesto il pieno rispetto della sovranità del Libano. I partecipanti hanno denunciato i crimini perpetrati da Israele in Libano e in Palestina, e la complicità dell’Unione Europea con gli USA, che porta la responsabilità per la situazione di repressione e catastrofe umanitaria a Gaza e nel West Bank. Essi hanno espresso il loro sostegno alla lotta per il completo ritiro di Israele da tutti i territori Arabi occupati nel 1967, nel rispetto delle relative risoluzioni dell’ONU, e la loro attiva solidarietà con l’OLP e il popolo Palestinese nella lotta per l’instaurazione di un proprio Stato indipendente e sovrano sul territorio della Palestina.
7. Le concrete esperienze di lotta in paesi e regioni diversi hanno generalmente trovato spazio negli interventi, a conferma che i lavoratori e i popoli non intendono rassegnarsi e che, persino nelle attuali condizioni, conquiste di libertà nella direzione della sovranità e del progresso sociale sono possibili. Sono stati salutati i progressi delle lotte popolari e antimperialiste che stanno dilagando in America Latina e i processi di sovranità e cooperazione nella solidarietà che là hanno luogo. Solidarietà è stata espressa con Cuba socialista – rinnovando la richiesta di cessazione del blocco criminale imposto dagli USA -, con il popolo del Venezuela e la sua Rivoluzione Bolivariana , con il popolo della Bolivia e con altri popoli dell’America Latina e dei Caraibi.
8. L’importanza e l’urgenza del socialismo sono state in generale sottolineate. Dallo scambio di opinioni è emersa l’incapacità del capitalismo di fornire soluzioni ai problemi urgenti con cui si confrontano i lavoratori e i popoli, e sono state rilevate le minacce a cui il capitalismo espone il futuro del pianeta. Sempre di più il socialismo emerge come alternativa al capitalismo e come condizione per la sopravvivenza dell’Umanità stessa.
9. È stato messo in rilievo come l’attuale situazione internazionale renda particolarmente indispensabile rafforzare la cooperazione di tutte le forze progressiste e antimperialiste e, in particolare, quelle dei Partiti Comunisti e Operai di tutto il mondo. In tal senso, lo svolgimento di questo tipo di Incontri, è stato valutato come un’arena per lo scambio di informazioni, di esperienze, di punti di vista e per la possibile definizione di posizioni e iniziative comuni. E’ stata presa in considerazione l’importanza del fatto che ne venga garantita la continuità.
Varie questioni, linee d’azione e iniziative per lo sviluppo della solidarietà e dell’azione comune dei Partiti Comunisti e Operai, come pure delle altre forze progressiste e rivoluzionarie, sono state proposte, in particolare:
- Contro il militarismo e la guerra e in particolare per il ritiro delle forze di occupazione dall’Iraq;
- Per lo scioglimento della NATO e l’eliminazione delle basi militari straniere;
- Contro la strategia imperialista nel Medio Oriente e per azioni di immediata solidarietà con il Popolo Palestinese e per l’invio di missioni di solidarietà in Palestina e Libano;
- Di solidarietà con il Venezuela Bolivariano, con la Bolivia e con Cuba socialista, attraverso la promozione di una settimana di azioni comuni di solidarietà con questo paese;
- Contro il revisionismo storico, la copertura del fascismo, e l’anticomunismo, mettendo in risalto date significative, come l’11 settembre in Cile;
- Contro l’offensiva neoliberale scatenata per smantellare i diritti e le conquiste dei lavoratori, operando per rafforzare l’azione di massa e il movimento sindacale di classe e per difendere i lavoratori migranti;
- Utilizzare la partecipazione ad eventi internazionali per tenere incontri e coordinare l’attività dei comunisti;
- Stimolare la cooperazione tra i Partiti su base regionale e su questioni specifiche.
È stato dato risalto all’importanza della battaglia delle idee nel nostro tempo. I partecipanti hanno messo in rilievo quanto sia necessario celebrare il 90° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre con varie iniziative ed hanno espresso il loro appoggio al progetto di iniziativa internazionale da realizzarsi nella Federazione Russa.
Il PCP ha informato della sua intenzione di promuovere un’iniziativa internazionale, a livello europeo, in coincidenza con la presidenza portoghese dell’Unione Europea, nel secondo semestre del 2007.
10. La data, il luogo e il tema per l’Incontro Internazionale del 2007 saranno decisi dalla riunione del Gruppo di Lavoro dei Partiti Comunisti e Operai, che avrà luogo in tempi adeguati, e saranno annunciati in una Conferenza Stampa.
11. L’Incontro ha approvato un “Appello contro il militarismo e la guerra, per la libertà, la democrazia, la pace e il progresso sociale” e una “Mozione di solidarietà con l’America Latina e Cuba”.
12. Questo incontro ha visto la partecipazione dei Partiti inclusi nella lista annessa a questo Comunicato Stampa.
Lisbona, 12 novembre 2006

Incontro di Lisbona 10-12 novembre 2006: Partiti partecipanti
Algerian Party for Democracy & Socialism, PADS; Communist Party of Argentina; Communist Party of Australia; Democratic Progressive Tribune , Bahrain; Workers Party of Belgium; Communist Party of Bolivia; WCP of Bosnia & Herzegonvia; Communist Party of Brazil; Brazilian Communist Party; Communist Party of Britain; New Communist Party of Britain; Communist Party of Canada; Communist Party of Chile; Communist Party of China *; Colombian Communist Party; Communist Party of Cuba; AKEL-Cyprus; Communist Party of Bohemia & Moravia; Communist Party in Denmark; Communist Party of Denmark; Communist Party of Finland; French Communist Party*; Communist Party of Macedonia; Unified Communist Party of Georgia; German Communist Party (DKP); Communist Party of Greece; Hungarian Worker' Party; Communist Party of India (Marxist); Communist Party of India; Tudeh Party of Iran; Iraqi Communist Party;
The Worker's Party of Ireland; Party of the Communist Refoundation; Party of the Italian Communists; Peoples' Revolutionary Party, Laos; Socialist Party of Latvia; Lebanese Communist Party; Communist Party of Luxembourg; Communist Party of Malta; Party of the Communists of Mexico; Popular Socialist Party , Mexico; New Communist Party of Netherlands; Communist Party of Norway; Communist Party of Peru (Patria Roja); Peruvian Communist Party; Portuguese Communist Party; Communist Party of Russian Federation; Communist Workers Party of Russia-Party of the Communists of Russia; New Communist Party of Yugoslavia; Communist Party of Slovakia; South African Communist Party; Communist Party of Spain; Communist Party of Peoples of Spain; Party of the Communists of Cataluna; Sudanese Communist Party; Syrian Communist Party; Syrian Communist Party; Communist Party of Turkey; The Party of Labour, (EMEP), Turkey; Communist Party of Ukraine; Union of Communists of Ukraine; Communist Party , USA; Communist Party of Vietnam
* In qualità di osservatori

Lisbona 10-12 novembre 2006: Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai

Appello contro il militarismo e la guerra, per la libertà, la democrazia, la pace e il progresso sociale

(approvato da tutti i partiti presenti)

All’inizio del XXI secolo, in un contesto denso di incertezza e pericolo a causa del capitalismo, vale la pena sottolineare che vi è anche un reale potenziale di liberazione. Quindici anni dopo la scomparsa dell’URSS, l’offensiva globale dell’imperialismo ha portato nell’intero pianeta più guerra, più militarismo, più violenza, più torture, più prigioni illegali, maggiori restrizioni di libertà e più repressione antidemocratica. Sono già centinaia di migliaia i morti per le tante guerre, mentre nuove aggressioni si profilano all’orizzonte. Vi sono dichiarazioni sempre più esplicite sull’utilizzo di armi nucleari nei teatri di guerra, così come sono state utilizzate sempre più di frequente armi terribili quali fosforo bianco, bombe a grappolo, armi all’uranio impoverito. La sovranità e l’indipendenza di popoli e nazioni sono minacciate in misura sempre maggiore dalle potenze imperialiste. Le spese militari sono in aumento, così come si registra una crescente corsa agli armamenti. Emergono sempre maggiori restrizioni e persecuzioni nei confronti delle forze democratiche e popolari. Razzismo, xenofobia, fascismo e anticomunismo sono in aumento.
Questa offensiva costituisce parte integrante dell’attacco scatenato, sul piano economico come sociale, dalle classi dominanti, dal grande capitale economico e finanziario, dalle multinazionali transnazionali e dalle agenzie internazionali al loro servizio. Dovunque sono sotto attacco il posto di lavoro come il salario, le pensioni come lo stato sociale, il lavoro come i diritti sindacali. I servizi sociali essenziali sono stati trasformati in merce e fonte di profitto per le grandi compagnie. Il diritto all’istruzione, alla salute, a una vita dignitosa, di cui milioni di esseri umani non hanno mai potuto godere, viene oggi negato sempre più anche a coloro che lo avevano ottenuto. Vi è una crescente povertà, un’estrema povertà, fame, sfruttamento, precarietà e insicurezza, muri per i migranti, la minaccia di una catastrofe ecologica, mentre, allo stesso tempo, vi è una ricchezza sempre più oscena, favolosi profitti e privilegi per una minoranza sfruttatrice e dominante. Le crescenti disuguaglianze e ingiustizie vanno di pari passo con la guerra e la repressione. Questa è l’essenza del capitalismo, che si rende ben evidente nella nostra epoca.
Questa offensiva globale dell’imperialismo deve confrontarsi sempre più con la lotta dei lavoratori e dei popoli su scala planetaria. Dal Medio Oriente all’America Latina, dall’Europa all’Asia sta crescendo una forte resistenza e stanno avanzando con decisione processi di cambiamento in senso progressista, a dimostrazione che è possibile invertire l’attuale situazione. I partiti comunisti e operai, riuniti a Lisbona dal 10 al 12 novembre 2006, salutano le lotte e la resistenza dei lavoratori e dei popoli nel mondo contro l’offensiva imperialista, contro gli interventi e le occupazioni militari, contro la globalizzazione neoliberale, elementi determinanti per aprire di nuovo un varco verso la pace e il progresso sociale per l’intera umanità. I nostri partiti rafforzeranno la loro cooperazione e l’azione comune, così come contribuiranno attivamente a rafforzare il movimento operaio e antimperialista. Nello stesso momento in cui evidenziamo i pericoli della nostra epoca e facciamo appello alla mobilitazione di tutte le forze favorevoli alla pace e al progresso sociale, per evitare che il capitalismo conduca il mondo verso la catastrofe – come accaduto nel secolo scorso - vogliamo esprimere profonda fiducia sulle possibilità di costruire un nuovo mondo, socialista.
Lisbona, 12 novembre 2006

 


28 febbraio 2004 ufficio stampa
relazione

L’assassinio di Spartaco Lavagnini e le lotte antifasciste
Dalla relazione di Aldo Serafini all’iniziativa
del Comitato antimperialista-antifascista di Firenze
Contro il dilagante revisionismo storico, contro la quotidiana riabilitazione del fascismo e la denigrazione della Resistenza, contro l'intollerabile apertura di sedi neofasciste anche nella nostra città, il Comitato Antimperialista e Antifascista fiorentino «Spartaco Lavagnini» vuole stasera ricordare e onorare la memoria di quell'indimenticabile militante antifascista e rivoluzionario che fu Spartaco Lavagnini e rievocare la rivolta popolare antifascista di Firenze del 1921.
Nato a Cortona (Arezzo) il 6 settembre 1889, Spartaco Lavagnini, compì gli studi ad Arezzo e a Siena diplomandosi in ragioneria. Nel 1907 entrò come impiegato nelle Ferrovie dello Stato, aderendo alla Confederazione Generale del Lavoro e svolgendo intensa attività sindacale. Nel 1920 fu eletto segretario regionale toscano del Sindacato ferrovieri.Nel 1914 divenne membro del Comitato esecutivo della Federazione fiorentina del Partito Socialista Italiano. Nel 1915 fu candidato alle elezioni amministrative sulla base di una decisa opposizione alla prima guerra mondiale imperialista. Collaborò al settimanale della Federazione fiorentina del PSI La Difesa, su posizioni antinterventiste e rivoluzionarie.
Nel 1917-18 divenne direttore de La Difesa, battendosi contro la linea ufficiale del PSI sulla guerra, espressa dalla formula opportunista «né aderire né sabotare».Ammiratore di Karl Liebknecht, condusse sul giornale una forte battaglia politica internazionalista, per la netta separazione dei socialisti italiani dai socialsciovinisti e dai centristi europei. Su posizioni vicine a quelle di Lenin, aderì alla sinistra di Zimmerwald, e nel luglio 1917 affermò, sulle colonne de La Difesa, la necessità di una scissione della sinistra rivoluzionaria del PSI dal centrismo opportunista.
Dopo la fine della prima guerra mondiale, si battè per trasformare i moti di protesta per il caroviveri in una vera azione rivoluzionaria. Condusse poi una vivace campagna per la partecipazione al programmato sciopero rivoluzionario internazionale del 21 febbraio 1919.
Alla vigilia del Congresso di Livorno del 1921, scrisse su La Difesa: «Il Partito Comunista soltanto potrà guidare il proletariato verso i suoi immancabili destini». Aderì, sin dalla fondazione, al Partito Comunista d'Italia e fondò il settimanale della Federazione fiorentina del nuovo partito, L'Azione Comunista, di cui divenne direttore; e ne diresse i primi cinque numeri, fino al 27 febbraio 1921, giorno del suo assassinio. L'impegno politico e sindacale di Lavagnini fece di lui uno dei protagonisti della vita politica fiorentina e uno dei dirigenti più rispettati e amati dalla classe operaia e dalle masse popolari di Firenze e della provincia. Le sue capacità politiche, il suo coraggio e la sua grande energia ne fecero anche uno degli uomini più odiati dai fascisti, che più volte lo minacciarono di morte dalle colonne dei loro giornali. Egli fu barbaramente e vigliaccamente assassinato in Firenze da una squadraccia fascista il 27 febbraio 1921, verso le ore 18, mentre - solo e disarmato - al n. 2 di Via Taddea (sede del Sindacato ferrovieri, della Lega proletaria dei mutilati, invalidi e reduci di guerra, della Federazione provinciale comunista e della redazione del settimanale L'Azione Comunista), era intento alla revisione del sesto numero del giornale. Due colpi alla testa sparati a bruciapelo, un colpo al petto e un quarto alla regione lombare posero fine alla sua esistenza.
"Il giorno prima" - ricordava molti anni più tardi un suo compagno - "avevamo tentato di dissuaderlo dal recarsi in ufficio, dato il clima di scatenata violenza, ma Spartaco non volle desistere dal compiere il suo dovere". Alcuni giorni dopo la sua morte, L'Ordine Nuovo, nel suo numero dell'11 marzo 1921, scriveva: "Spartaco Lavagnini, caduto come un capo, al suo posto di lavoro, ha forse giovato di più all'idea in cui credeva, ha forse insegnato maggiori cose al popolo con la sua morte, di quanto nessuno possa mai insegnare con la parola".
Diffusasi la voce dell'uccisione di Lavagnini, i ferrovieri interruppero  spontaneamente il lavoro e proclamarono immediatamente uno sciopero di protesta. I treni vennero fermati alle stazioni di Rifredi, di Campo di Marte e di San Donnino. Furono subito costituiti due comitati di agitazione, d'accordo con la direzione nazionale dalla CGdL, e lo sciopero venne esteso a tutte le categorie e a tutta la provincia. Era la prima giornata della rivolta di Firenze, un grande episodio - superbo di generosità  e  di slancio  - di lotta  proletaria e popolare  contro  il fascismo  e  la reazione,  che, iniziato come risposta alla distruzione della sede del giornale socialista La Difesa, compiuta il 26 febbraio dagli squadristi, durò ininterrottamente fino al 3 marzo, estendendosi dalla città fino ai paesi limitrofi, Scandicci,  Empoli, Bagno a Ripoli, Ponte a Ema, con erezione di barricate e con una lunga ed eroica resistenza contro le forze della repressione che vide protagonista, in Firenze, soprattutto il quartiere di San Frediano, insieme a quello di Santa Croce.
In quale clima, in quale momento politico avviene la rivolta antifascista di Firenze?
Dopo l'occupazione delle fabbriche, mentre prosegue in modo inarrestabile la crisi economica del dopoguerra e cresce nelle masse proletarie il fermento rivoluzionario, la scelta reazionaria dei gruppi dirigenti della borghesia capitalistica punta su una resa dei conti col movimento rivoluzionario. Entrano in scena, prima nelle zone agricole della Valla Padana, poi anche in Toscana e in altre regioni,  le «squadre d'azione» fasciste, la cui prima impresa di risonanza nazionale è, a Bologna in occasione dell'insediamento del nuovo sindaco socialista, l'assalto a Palazzo d'Accursio (9 morti e un centinaio di feriti).. Dal 31 marzo al 31 agosto 1920 il numero delle sezioni fasciste passa da 317 a 1001, e gli aderenti ai Fasci passano da 80 000 a 187 000. Nel giro di sei mesi vengono saccheggiate o incendiate 59 Case del popolo, 119 Camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 28 sindacati di categoria, 141 sezioni e circoli socialisti e comunisti.
Le violenze e le «spedizioni punitive» dei fascisti si scatenano in tutta Italia, con la tolleranza e, in certi casi, con l'aperta complicità delle autorità statali, e proseguono per tutto il 1921 e il 1922 fino alla Marcia su Roma e oltre. Nelle loro azioni, i Fasci assumono sempre più l'aspetto e la funzione di «braccio punitivo» dello Stato contro le lotte dei lavoratori; il movimento operaio è impreparato inizialmente a fronteggiare questo attacco, anche e soprattutto per la direzione politica incerta e compromissoria del Partito Socialista Italiano, che tende ad assumere un atteggiamento di «pacificazione» nei confronti della violenza fascista. Non mancano, tuttavia, a Milano, ad Ancona, a Bari, a Sarzana, a Roma (nel quartiere di S. Lorenzo), episodi di resistenza e di lotta popolare contro lo squadrismo. La battaglia più conosciuta contro l'offensiva fascista è quella che si combatte, e si conclude vittoriosamente, a Parma, dove gli Arditi del Popolo, comandati con audacia e perizia dal deputato socialista Guido Picelli (che nel 1923 aderirà al P.C.d'I), mettono in fuga nell'agosto 1922 gli squadristi di Italo Balbo, che lasciano sul terreno 39 morti e 150 feriti. La rivolta antifascista di Firenze del 1921 è, invece, molto meno conosciuta, e per questo noi compagni del Comitato Antimperialista e Antifascista «Spartaco Lavagnini» vogliamo rievocarla questa sera, perché essa è ancora ricca di insegnamenti per l'antifascismo militante di oggi.
Come ha inizio e come si sviluppa la rivolta di Firenze?

Sabato 26 febbraio

Gli squadristi, dopo aver tentato un primo assalto alla Camera del Lavoro in Corso dei Tintori, andato a vuoto perché la trovano presidiata, incendiano la sede del settimanale socialista fiorentino La Difesa in Via Laura. La risposta proletaria è immediata. Viene proclamato uno sciopero generale senza limitazione di tempo; durante la notte cominciano i primi scontri fra la popolazione e i fascisti.

Domenica 27 febbraio

Nella mattinata si tengono due manifestazioni politiche: presso la Camera del Lavoro un convegno indetto dall'Unione Anarchica, e presso la Camera di Commercio (all'interno del Palazzo della Borsa) una manifestazione promossa dal Gruppo studentesco di azione giovanile liberale. I partecipanti a quest'ultima manifestazione si incolonnano in uno sparuto corteo, formato da meno di cento persone, scortato da una sessantina di carabinieri e da due ufficiali, il quale si immette in via Tornabuoni.
Ore 12:  all'altezza di piazza Antinori, viene lanciata sul corteo - dall'attiguo vicolo Antinori - una bomba sipe:  2 morti (fra cui un carabiniere) e numerosi feriti. Poco dopo, un altro carabiniere uccide - presso la Loggia del Bigallo - il capotreno delle ferrovie Gino Mugnai, che stava tranquillamente leggendo l'Avanti!. Le indagini della Questura per l'attentato di piazza Antinori si indirizzano subito in direzione della «pista rossa».

Ore 14. Gli squadristi, al comando del loro caporione, il marchese Dino Perrone Compagni, si radunano in Piazza Ottaviani, ritrovo abituale dei fascisti fiorentini, e di lì scatenano i loro assalti contro varie sedi. Attaccano, fra le altre, la sede della sezione comunista di S. Croce, in Via dell'Agnolo, ma sono respinti.
Ore 18. In via Taddea 2, gli squadristi uccidono Spartaco Lavagnini al suo tavolo di lavoro.
Appena avuta la notizia della morte di Lavagnini, i ferrovieri lasciano in massa il lavoro, fermano i treni e proclamano lo sciopero di protesta. Lo sciopero si estende a tutte le categorie e a tutta la provincia. Autoblinde presidiano i viali di circonvallazione. Mitragliatrici dell'esercito piazzate sui tetti tengono sotto tiro i ponti sull'Arno. In Piazza Duomo e in piazza Vittorio Emanuele, quattro cannoni da 75 millimetri dominano le strade principali del centro cittadino. Per tutta la notte la città è percorsa da autoblindate e le vie del centro sono pattugliate da drappelli di guardie regie e di carabinieri, mentre i fascisti continuano indisturbati la loro caccia all'uomo.
Lunedì 28 febbraio

Sono in sciopero tutti i servizi: luce, acqua, gas e tram; le linee telefoniche sono interrotte. Un'ordinanza del Prefetto vieta cortei, comizi e assembramenti di ogni genere. Da via dei Serragli, trecento popolani di S. Frediano si dirigono incolonnati in Via dei Fossi per dare l'assalto alla sede degli ex Combattenti in piazza Ottaviani. Si formano gruppi di Guardie rosse e nel quartiere di S. Frediano vengono erette barricate in Via del Leone, in Via dell'Orto, in piazza del Carmine, in Via della Chiesa e in altre strade.  Si accendono scontri anche in Piazza Signoria e in Piazza Santa Maria Novella. La città è presidiata da pattuglie di guardie regie e da soldati di cinque reggimenti di stanza a Firenze.
I fascisti fiorentini pubblicano un loro infame manifesto, che è un vero e proprio invito al linciaggio, e gli squadristi organizzano delle spedizioni punitive in S. Frediano. Dalle 14 alle 17, l'intero quartiere di S. Frediano è un campo di battaglia fra proletari, squadre fasciste, carabinieri e reparti di fanteria e cavalleria. Dopo tre ore di battaglia, la rivolta popolare volge al termine, sopraffatta dal massiccio impiego delle truppe e dell'artiglieria, ma l'improvvisato esercito di proletari e sottoproletari (che, per una giornata, avevano abbandonato i loro mestieri di carbonai, renaioli, carrettieri, fabbri, fonditori e cenciaioli, per rispondere come era necessario alle violenze fasciste) ne esce con onore. Duecento insorti vengono arrestati in S. Frediano;  mentre altri conflitti a fuoco si svolgono in Piazza Cavour, Via Palazzuolo e Via della Spada. Anche a Varlungo e a Compiobbi sorgono barricate e si formano gruppi di Guardie rosse.
Ore 17,30: sul Ponte Sospeso transita lo squadrista Giovanni Berta, il cui cadavere viene ritrovato poco dopo nelle acque dell'Arno.

Martedì 1° marzo

Prosegue compatto lo sciopero, esteso ormai a tutta la provincia. Durante la notte, una barricata era stata eretta nel quartiere operaio del Bandino. La Società di Mutuo Soccorso del Bandino viene attaccata, dopo le 11,  da carabinieri, guardie regie e reparti di artiglieria, con un'autoblindata e cannoni. Più tardi, arrivano i fascisti che sparano con delle mitragliatrici. Viene arrestato il sindaco di Bagno a Ripoli. Nuove barricate a Bagno a Ripoli, a Ponte a Ema e in località Le Panche. Nel pomeriggio, nuovo assalto fascista alla sezione comunista di via dell'Agnolo. Scontri in tutto il quartiere di S. Croce fra dimostranti - radunatisi in piazza Beccaria al canto dell'Internazionale - e carabinieri, reparti di fanteria e bersaglieri. La sera, i fascisti devastano e incendiano la Camera del Lavoro e la sede della FIOM. Vengono diffusi i  manifesti dei deputati liberali e del Partito Popolare, che invitano alla «pacificazione».

Mercoledì 2 marzo

Mentre a S. Frediano si accendono le ultime scintille della rivolta popolare, un manifesto dell'arcivescovo invita anch'esso alla «pacificazione». I ferrovieri deliberano la ripresa del lavoro. L'incidente di Empoli: alcuni marinai in borghese, armati e scortati da carabinieri, vengono inviati su camion da La Spezia a Firenze per sostituire i ferrovieri fiorentini in sciopero. Da molti giorni i fascisti avevano indirizzato minacce all'amministrazione comunale di sinistra empolese, e la popolazione si era mobilitata. Giunti a Empoli, i marinai vengono scambiati per fascisti e accolti a fucilate: nove morti e quindici feriti.. I fascisti organizzano una dura spedizione punitiva a Empoli.
A Scandicci si erigono barricate e viene costruito il «trincerone». Le guardie regie vengono  costrette ad abbandonare un camion carico di materiale incendiario con cui si dirigevano verso il paese, e il camion viene dato alle fiamme e gettato nel fiume. Alla fine, una colonna militare dà l'assalto al trincerone con autoblindate, cannoni e mitragliatrici, e pone termine alla resistenza popolare. Vengono arrestati il sindaco di Scandicci e oltre 150 persone.
I fascisti rientrano a Firenze da Empoli e  sfilano trionfanti per le strade cittadine.
Il PSI e il Partito Comunista d'Italia pubblicano i loro manifesti. Il riformismo socialista   proclama: «Violenza chiama violenza. Sangue chiama sangue. […] Bisogna cessare da ambo le parti. Bisogna rientrare tutti nel grembo della civiltà». Il manifesto comunista riconosce «l'inferiorità proletaria» dovuta alla mancanza nel proletariato di un inquadramento rivoluzionario, ma afferma la necessità di «accettare la lotta sullo stesso terreno su cui la borghesia scende», la necessità «di rispondere colla preparazione alla preparazione, coll'organizzazione all'organizzazione, coll'inquadramento all'inquadra-mento, colla disciplina alla disciplina, colla forza alla forza, colle armi alle armi». Siamo ormai quasi all'epilogo di quelle straordinarie giornate. Quasi tutti i lavoratori riprendono il lavoro. Polizia e fascisti iniziano l'opera di rastrellamento: i quartieri popolari vengono setacciati casa per casa, con arresti in massa. La piazza rimane in mano agli squadristi. Ultimo episodio di violenza fascista: viene aggredito in piazza Antinori l'esponente socialista Gaetano Pieraccini.
Bilancio della provocazione fascista e della rivolta popolare: 17 morti, centinaia di feriti e oltre 1500 proletari arrestati.
Quattro sono gli elementi di riflessione politica che è possibile trarre dalla rievocazione  delle «giornate fiorentine» del 1921:
• La risposta unitaria di massa dei proletari e dei popolani alla provocazione fascista, una risposta che viene data nei modi e con i mezzi richiesti dal legittimo diritto di autodifesa contro la violenza squadristica.
  Il coraggio e la determinazione dei proletari e dei popolani, a cui fa riscontro la durezza della repressione: le cifre che ho sopra ricordato parlano da sé.
• Il massiccio sostegno dato ai fascisti dai due quotidiani fiorentini Il Nuovo Giornale e soprattutto La Nazione, forcaiola ieri come oggi, che definiva «baldi giovani» i provocatori fascisti e parlava di una «santa reazione» dei «gruppi nazionali» contro l'estremismo. La Nazione era arrivata a scrivere il 30 gennaio 1921: «Il fascismo non è che un riflesso di uomini che hanno un senso di responsabilità e anche di umanità superiori a quelli della media dei politicanti».
• L'aperta complicità degli ufficiali e della truppa con i fascisti: gran parte delle armi in possesso degli squadristi proveniva dalle caserme regie, e in alcuni casi, i militari stessi prendevano parte direttamente alle spedizioni fasciste.
• L'appoggio entusiastico dato ai fascisti, dopo le «giornate di Firenze», dall'apparato burocratico dello Stato e dalla maggioranza delle classi medie fiorentine. Il prefetto di Firenze, Carlo Olivieri, in una sua comunicazione ufficiale al Ministero dell'Interno, dopo aver rilevato che i fascisti fiorentini erano «largamente sovvenzionati, per i fondi che industriali, proprietari e commercianti versano», aggiungeva: «E' da avvertire che truppa, Carabinieri, Guardia regia, Municipio e la stessa Magistratura simpatizzano pienamente coi fascisti, all'unisono in questo col sentimento della maggior parte della popolazione».
Ma a commento delle «giornate di Firenze» credo che valgano, meglio delle mie parole, due articoli pubblicati - alcuni giorni dopo la conclusione della rivolta popolare - da L'Ordine Nuovo, di cui leggerò alcuni estratti. Nel primo articolo, del 9 marzo 1921, intitolato Episodi della guerra civile in Toscana, il giornale comunista scriveva:
«Chi è stato il primo a Firenze? Si è incominciato con l'episodio della bomba lanciata in piazza degli Antinori contro un corteo nel quale, secondo un loro costume, le autorità avevano inquadrato, fra i carabinieri e i fascisti, l'infanzia degli asili e delle scuole elementari, tanto per far numero, o non si era invece incominciato con gli assalti e con la distruzione della Difesa, giornale dei socialisti fiorentini incendiato dai fascisti? […] La bomba degli Antinori non si sa chi l'ha tirata […] - sono troppi gli esempi di atti simili compiuti per provocare e per giustificare la reazione successiva, perché si debba dare a quella bomba il valore che i nemici nostri le danno, e non invece proprio l'opposto. L'incendio della Difesa, invece, pubblicamente i fascisti hanno detto e stampato di averlo compiuto essi, non solo, ma di averlo compiuto come primo di una serie di atti la quale doveva culminare nella uccisione dei capi del movimento proletario fiorentino. Basta prendere il numero della Riscossa, organo dei fascisti di Firenze, del 26 gennaio, per trovarvi affermato, in un titolo su sei colonne, che la Difesa è stata distrutta dal Fascio di combattimento; basta scorrere il numero del 29 gennaio dello sesso libello per vedere come in esso si indichino a nome i capi che sono già stati condannati a morte. E primo tra di essi figura Spartaco Lavagnini».
Più avanti, l'articolo così continua: «I fatti di Bologna, di Ferrara, di Modena, il terrore instaurato in questa o quell'altra regione, hanno contribuito e contribuiscono a creare in tutte le regioni, in tutta Italia, le premesse e le condizioni dello stato di guerra civile aperta tra le classi. […]  Se ci si mette da questo punto di vista, se si pensa che questo è il momento dello scatenarsi della guerra civile e che la guerra civile assume in un primo tempo una forma speciale, quella dello sviluppo del fascismo come forma della resistenza violenta della borghesia, allora tutto si capisce, allora tutto si vede sotto una luce nuova, tutto si colloca al suo posto e la lotta combattuta dal proletariato di Firenze e di Toscana nei giorni passati rientra nel quadro storico normale della vita italiana dell'oggi, e non può essere indicata ai proletari delle altre regioni se non a questo modo, come un esempio dal quale tutti debbono trarre norme e insegnamenti. […] E' giunto il momento per i proletari di impugnare con freddezza le armi per difendere se stessi e la classe loro, per salvare ciò che essi hanno creato in tanti anni di lotta, per salvare il loro avvenire. Rendiamo ai proletari di Toscana questo primo merito: il merito di avere avuto questa freddezza, il merito di essersi gettati nel combattimento senza fare nessuna riserva».

L'esempio di Firenze
è il titolo del secondo articolo de L'Ordine Nuovo, che l'11 marzo  così sviluppava la sua analisi politica degli avvenimenti:
a Firenze, «dove la prima provocazione ha fatto scoppiare, spontanea, violenta, irresistibile, la risposta della sommossa proletaria, lo Stato ha svelato il proprio giuoco in un modo brutale. Il fascismo è scomparso dalla scena per lasciar posto alle forze di repressione e di attacco dell'esercito e della polizia». Non ci ricorda, tutto questo, Napoli? Non ci ricorda Genova, nel momento in cui è imminente, da parte della Procura della Repubblica di quella città, il deposito della richiesta di rinvio a giudizio di trenta funzionari e agenti di polizia, accusati del rivoltante pestaggio alla Scuola Diaz e di altri gravi reati?
La tattica seguita dalla forza pubblica« - continuava l'articolo - «è stata uguale dappertutto e si può esporre schematicamente in questo modo. Primo tempo: i fascisti attaccano e fanno ciò che possono, coll'appoggio indiretto della guardia regia, ecc. Secondo tempo: per la reazione spontanea, violentissima.del proletariato, i fascisti sono costretti a «sparire».Terzo tempo: allora la forza pubblica agisce da sola, senza ritegni, senza rispetto di alcuna legalità esteriore. […] Il popolo ha capito immediatamente come bisognava reagire. Ha capito che quando si attaccano gli istituti proletari con la violenza si attacca tutto il proletariato. Ha capito che il proletariato non deve mai dare esempio di viltà».
« […] La rivolta del proletariato fiorentino è stata completa, superba di generosità e di slancio. Chi ne farà la storia dovrà dire come per due giorni il popolo fu padrone dei suoi borghi e delle sue case e le difese con le armi in pugno. […] La rivolta fu completa, si estese a tutti i borghi, strinse in una cerchia di ferro e fuoco la città. Il fascista che fu gettato in  Arno lo fu mentre cercava, precedendo una pattuglia armata dei suoi, di rinnovare l'attacco al rione popolare: morto in guerra, dunque, e non più da compassionare di tutti gli altri morti, anzi, non degno di compassione perché a capo e promotore del movimento fascista cittadino; con piena coscienza, dunque, eccitatore della sommossa e giustamente punito. […] Di fronte alla sommossa vittoriosa, le autorità parvero perdere la testa. Le pattuglie ebbero l'ordine di girare sparando all'impazzata, contro tutte le case, contro tutte le finestre, contro tutte le persone. Ogni muricciolo di mattoni diventò una barricata e richiese l'uso del cannone; ogni Casa del popolo fu considerata come un fortilizio; ogni abitazione privata di operai come un deposito di armi».

L'Ordine Nuovo
così concludeva: «Si era ottenuta da parte nostra, in modo spontaneo, la saldatura dell'azione della città con quella dei borghi e delle campagne; si aveva la dimostrazione continua che nessuno era scoraggiato, avvilito o stanco, si aveva, lo stesso giorno della cessazione dello sciopero, la prova della freschezza e della combattività inalterata della massa, disposta a scendere immediatamente di nuovo in lotta, alla notizia di nuove provocazioni».
Questo esempio di combattività, di coraggio, di fermezza, noi dobbiamo saperlo raccogliere  oggi per portare avanti la nostra lotta antifascista nelle nuove condizioni in cui opera attualmente, in modo ancor più insidioso di allora, il fascismo del nostro tempo.

È alle più avanzate esperienze di lotta popolare antifascista degli anni Venti che si ricollegò la lotta partigiana dopo il 1943. E proprio al nome di Spartaco Lavagnini si intitolò, nel corso della Guerra di liberazione contro il nazifascismo, una Brigata garibaldina operante nelle province di Siena e di Grosseto.
Voglio concludere questa mia introduzione nel ricordo di tutti i partigiani caduti in Toscana durante la Resistenza, e soprattutto nel ricordo di Aligi Barducci ("Potente"), comandante della gloriosa Divisione garibaldina "Arno", caduto nelle due prime settimane di lotta per la liberazione di Firenze.
A suo nome desidero associare quello del compagno Angiolo Gracci ("Gracco"), comandante della Brigata partigiana "Sinigaglia", che, per ragioni di salute, non può essere qui stasera insieme con noi.  Ma col suo cuore, e col suo entusiasmo di sempre, egli è qui con noi, e noi tutti gli rivolgiamo il nostro fraterno saluto.

Viva la Resistenza!
Viva l'antifascismo militante fiorentino!

27 febbraio 2004


30 gennaio 2004 redazione
Michel Collon

WASHINGTON HA TROVATO LA SOLUZIONE
“Dividiamo l'Iraq come abbiamo fatto con la Yugoslavia!"
di Michel Collon

Loro hanno trovato la soluzione! Dividiamo l'Iraq in tre mini Stati e quindi li mettiamo uno contro l'altro. Questo vi fa ricordare qualcos'altro? Ma sicuro! Non è la prima volta che qualcosa di analogo è successo. The New York Times ha pubblicato un editoriale, il 25 novembre 2003, a firma di Leslie Gelb. Questo signore è un uomo di grande influenza che, fino a poco tempo fa, è stato presidente del Consiglio per gli Affari Esteri, un centro di elaborazioni strategiche veramente importante che riunisce assieme la CIA, il Segretario di Stato e i grossi calibri delle corporations multinazionali statunitensi.
Il piano di Gelb? Sostituire l'Iraq con tre mini Stati: "I Curdi al nord, i Sunniti al centro e gli Sciiti al sud." L'obiettivo? "Piazzare la maggior parte del denaro e delle truppe dove è possibile ottenere rapidamente il massimo risultato - cioè presso i Curdi e gli Sciiti. Gli Stati Uniti devono tirarsi fuori con tutte le loro forze dal cosiddetto Triangolo Sunnita, a nord e a ovest di Baghdad, infatti, i dirigenti americani, nei confronti dei Sunniti fastidiosi e prepotenti, privi di petrolio o di entrate petrolifere, dovrebbero moderarne le ambizioni o soffrire le conseguenze". In breve, portare alla fame lo Stato centrale attorno a Baghdad, dato che i Sunniti da sempre sono alla testa della resistenza all'imperialismo USA. Noi avevamo denunciato questo piano della CIA, che era stato per qualche tempo fatto circolare, seppur discretamente, in un articolo apparso nel settembre 2002. Ma, questo di dividere l'Iraq di fatto è sempre stato un vecchio sogno di Israele. Nel 1982, Oded Yinon, un ufficiale dell'ufficio Affari Esteri di Israele, scriveva "Disgregare l'Iraq per noi è ancora più importante che disgregare la Siria. In poche parole, è la potenza Irachena che costituisce la più grande minaccia per Israele. La guerra Iran-Iraq ha prodotto in Iraq lacerazioni e ha provocato la sua rovina. Qualsiasi tipo di conflitto inter-Arabo ci aiuta ed accelera il nostro obiettivo di spaccare l'Iraq in tanti piccoli frammenti".

Farete di nuovo un poco di pulizia etnica?

Allora, Gelb desidera spezzare l'Iraq trasformando il nord (a maggioranza curda) e il sud (a maggioranza Sciita) in "regioni autonome, con confini tracciati quanto più strettamente possibile lungo una linea di demarcazione etnica". Ma questo metodo non ha provocato in Yugoslavia una guerra civile e un bagno di sangue? Tutto ciò perché in generale le diverse regioni di quella nazione contenevano numericamente significative minoranze etniche e la spartizione era impossibile senza il trasferimento forzoso delle popolazioni. Allora, ecco che Berlino, e Washington, sotto banco hanno finanziato e armato gli estremisti razzisti, che avevano nostalgie dei tempi della Seconda Guerra Mondiale. Questo ha generato una guerra civile pressoché inevitabile, dato che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale avevano fatto precipitare la Yugoslavia nella bancarotta, in maniera tale da sottometterla al trionfante neo-liberalismo, dopo la caduta del Muro di Berlino.
Tutto questo veniva accuratamente nascosto all'opinione pubblica. Proprio come adesso, che si nasconde al pubblico il fatto che tutte le popolazioni della ex Yugoslavia sono piombate nella miseria e nella disoccupazione peggiori, che mai si erano viste. Nel frattempo le imprese multinazionali hanno messo le loro mani sul controllo delle ricchezze della regione.
In Iraq, inoltre, le tre più grandi popolazioni non risiedono "ognuna nella loro regione", ma sono, per la maggior parte, mescolate. Sicuramente Gelb conosce molto bene dove conduce questa strategia in Iraq, che potrebbe ancora una volta provocare seri conflitti "etnici", forse anche una guerra civile. Gelb cinicamente annuncia che lo stato nel centro dell'Iraq "dovrebbe penalizzare le sostanziali minoranze abbandonate nel centro, particolarmente le vaste popolazioni Curde e Sciite di Baghdad. Queste minoranze trovino il tempo e i mezzi per organizzare e condurre i loro affari, o andarsene al nord o al sud." In questo modo, milioni di persone verranno forzate ad abbandonare le regioni dove hanno vissuto da sempre, ma Gelb non considera questo inopportuno, se può essere permessa agli Stati Uniti una dominazione coloniale in tutta sicurezza. Dunque, il precedente della Yugoslavia non serve da sufficiente avvertimento? La verità è che, per Gelb, la guerra civile in Yugoslavia è stato un grande successo per gli Stati Uniti, dato che ha permesso il disgregamento di una nazione che resisteva alle multinazionali.

Ancora la Teoria degli "Stati etnicamente puri"!

Effettivamente Gelb fa aperto riferimento ad "un promettente precedente... la Yugoslavia". Davvero un fatto curioso! Non ci avevano informato che gli Stati Uniti erano intervenuti in quella regione in ordine a prevenire la "pulizia etnica"? Niente affatto, lui confessa: gli Stati "etnicamente puri" sicuramente vanno bene, quando servono ai piani di Washington. Mentre magnifica "gli Stati etnicamente puri" (Gelb parla anche di "Stati naturali"!), egli muove critiche a Tito per aver raggruppato in una Yugoslavia unita "gruppi etnici i più disparati", ma per le stesse ragioni finge che l'Iraq sia "uno Stato artificiale"; Gelb fa ricorso alle vecchie teorie sostenute dall'estrema destra. Questa teoria sugli Stati etnicamente puri è del tutto identica al: "Ein Volk, ein Reich, ein Führer" (un popolo, uno stato, un duce) di Hitler. Di più, è anche la teoria adottata dai Sionisti, che sognano un Israele "purificato dagli Arabi". In Yugoslavia, era la teoria sostenuta dai protégés dell'Occidente, il croato Tudjman e il Bosniaco Mussulmano Izetbegovic. Ma era anche la teoria sostenuta del leader dell'ala destra Serba, Karadzic. Risulta singolare riscontrare che gli USA esaltano teorie che in precedenza avevano finto di combattere!
La verità è che gli Stati Uniti - proprio come tutti gli altri colonialisti - sono per o contro gli stati etnicamente puri in conseguenza del fatto che questo soddisfi i loro interessi strategici. La sola cosa che conta è come indebolire la resistenza. Dividi per conquistare! Come sempre. I britannici hanno organizzato attentamente la divisione dell'Irlanda, dell'India e del Pakistan e di tante altre regioni nel mondo. L'influente esperto di strategie, Zbigniew Brzezinski, richiede di dividere la Russia in tre regioni in modo da isolare Mosca dalle riserve petrolifere. Anche la CIA ha i suoi "specifici piani" per dividere l'Arabia Saudita.
In un tempo in cui si stanno strutturando istituzioni politiche ed economiche veramente importanti nell'Unione Europea e negli Stati Uniti, possiamo vedere come queste stesse Grandi Potenze stiano organizzando la balcanizzazione di certi altri Stati, Stati che loro resistono.
Il principio guida della politica internazionale degli Stati Uniti è che non vi siano principi guida. Gli USA, un giorno possono fingere di combattere la pulizia etnica e il giorno dopo organizzarla. E in completa arbitrarietà. In passato, gli Stati Uniti hanno obbligato i Curdi a rimanere all'interno dello stato Turco, che era governato da generali fascisti, ma oggi gli USA stanno preparando lo stato dei Curdi, presuntivamente radicato sul principio di "autodeterminazione" (in realtà uno stato fantoccio). Gli USA stanno fingendo di portare la democrazia al mondo, ma con questi presupposti gli USA stanno riabilitando le teorie fasciste circa gli stati "etnicamente puri".

Il pericolo di una Teoria che è esportabile in tutto il Mondo

Il pericolo di questa fallace teoria va ben oltre l'Iraq e la Yugoslavia. Molti degli stati esistenti nel pianeta oggi sono "multietnici". E la gente razionale considera che essa stessa viene arricchita dal mescolamento di culture. Ma se un popolo segue teorie di stati "etnicamente puri", gli USA potrebbero avere il pretesto di disgregare qualsiasi nazione "multinazionale" che resiste a tutto questo. Washington, in effetti, intende calpestare nella più larga misura il diritto internazionale e la sovranità statuale. Gli USA si stanno preparando a compiere nel mondo quello che hanno iniziato a fare con la Yugoslavia e l'Afghanistan, e, sfortunatamente, la maggior parte dei politici di sinistra Occidentali li hanno seguiti, dandosi le peggiori ragioni. Basta! È giunto il momento di sconfessare l'alleanza disastrosa di questa Sinistra con gli Stati Uniti negli affari Yugoslavi e Afghani. Per chiunque voglia resistere alla guerra globale, vale a dire alla ricolonizzazione del mondo, questo è il momento di correre in difesa della sovranità delle nazioni del Terzo Mondo, un principio che è incorporato nella Carta dell'ONU. Questo assunto storico si è verificato nel 1945 e oggi gli USA si stanno accanendo al suo smantellamento.

Sostegno alla Resistenza

L'essenza del piano Gelb è di far precipitare l'Iraq in una lunga guerra civile, in modo da salvaguardare l'occupazione coloniale USA e di consentire la continua ruberia di petrolio. Gli USA tenteranno di dividere la resistenza - che viene riscontrata in tutte le diverse popolazioni dell'Iraq - penalizzando coloro che vogliono continuare a vivere insieme e organizzando ipocritamente "la pulizia etnica". Il piano statunitense è di dividere l'Iraq con il ricatto, diffamando i Sunniti, che sono stati da sempre in prima linea della resistenza all'imperialismo.
Washington renderà effettivo il piano di Gelb? Cosa impedirà loro di realizzarlo? Il timore che uno Stato Sciita-Iracheno possa congiungersi con l'Iran, che presenta l'esercito "ostile" più potente in Medio Oriente. E la paura che uno Stato curdo-iracheno possa diventare punto di riferimento luminoso per quei Curdi che vogliono separarsi dalla Turchia, un alleato strategico decisivo posizionato sui corridoi che si intersecano fra i Balcani, il Caucaso ed il Medio Oriente. Ma se la resistenza irachena continua a crescere e ad unire le diverse correnti, compresi gli Sciiti, allora Washington rischia di perdere la possibilità di realizzare il suo progetto di smantellamento della regione.
Il precedente yugoslavo deve servire come avvertimento! Il far piombare altre nazioni nello stesso dramma dovrebbe essere fuori questione! In vista del fatto che Bush ha scatenato nuovi pericoli attraverso il mondo intero, e in vista del fatto che sempre più frequentemente si fa ricorso a teorie fasciste, la sola risposta possibile è la costruzione di un fronte mondiale unito contro le politiche degli Stati Uniti e l'appoggio alla resistenza in ogni parte del mondo - anzitutto, alla straordinaria resistenza irachena (il flusso delle informazioni dei mezzi di comunicazioni di massa ha spesso caratterizzato questa resistenza con la categoria di "terrorismo").
La resistenza irachena sta impedendo che Bush aggredisca l'Iran, la Siria, la Corea del Nord e, a grandi passi, Cuba. Inoltre questa resistenza dimostra che gli Stati Uniti non sono stati sempre invincibili. Bush sta diventando lo zimbello del mondo, "Tigre di carta" è la classica espressione! In questo modo, la resistenza irachena ha fatto muro contro lo scoraggiamento e il pessimismo che avevano iniziato a diffondersi in Iraq dopo la "liberazione di Baghdad". La guerra non è finita, anzi è solo all'inizio. Sostenere questa resistenza significa sostenere noi stessi!

Per meglio comprendere la situazione irachena:

- 23 milioni di abitanti, divisi in tre grandi gruppi etnici (nessun censimento ufficiale e niente registri di stato civile distrutti dagli Americani).

- Sciiti: 55-60%. Al più nel sud.

- Sunniti: 20-25%. Quasi completamente al centro (tra Mosul e Baghdad).

- Curdi: 20%. Per la maggior parte al nord (significative minoranze Curde vivono in Turchia, Iran, Siria, Russia). La maggioranza di questi è Sunnita.

- Minoranze 5%: da 200.000 a 300.000 Turcomanni, Assiro-Caldei (Cristiani), Yezidi, 2.000 Ebrei...
Ma nessuna regione è etnicamente "pura": almeno un milione di Curdi vive fuori del Kurdistan (principalmente a Baghdad, ma anche al sud, nella zona di Bassora); almeno un milione di Sciiti vive a Baghdad; un certo numeri di Sunniti vive al sud; un certo numero di Arabi vive in Kurdistan.
Per queste ragioni, dividere l'Iraq risulta impossibile senza il rischio di una guerra civile e di pulizie etniche. E questo specialmente in una situazione ambientale in cui gli USA hanno fatto di tutto il possibile negli ultimi venti anni per scatenare conflitti, provocando (cioè, finanziando) alcuni leaders delle minoranze a favorire una disgregazione. Questo è del tutto analogo alle loro procedure in Yugoslavia.
In breve, se agli USA è permesso smembrare l'Iraq, importanti "minoranze" corrono il rischio in tutta la regione di diventare degli obiettivi. Ed ecco Bush che si affanna nell'affermare di essere obbligato a mantenere sul posto le sue truppe, per proteggere queste "minoranze"!
Esattamente come in Kosovo, dove gli USA hanno installato una base militare con una pista di atterraggio che può accogliere bombardieri (sic!), dopo aver sistematicamente alimentato le fiamme del conflitto dietro le quinte. Oggi, gli USA in Kosovo stanno proteggendo i criminali dell'UCK e la mafia che pratica la pulizia etnica (vedi Test-medias, domande sul Kosovo n. 2, 5, 7 nel nostro documento "Autopsia della Yugoslavia").

Per meglio comprendere la situazione yugoslava

- 21 milioni di abitanti, divisi in 6 Repubbliche. Secondo un censimento ufficiale del 1991: Slovenia (1.9 milioni), Croazia (4.7), Serbia (9.7), Macedonia (2.0), Montenegro (0.6), Bosnia (4.3).

- nessuna regione era etnicamente "pura": consistenti minoranze risiedevano in tutta la regione, cosa che rendeva la nazione indivisibile.

- in Croazia: Serbi (12%).

- in Macedonia: Albanesi (21%), Turchi (5%), Zingari Rom (2%), Serbi (2%).

- in Bosnia: Mussulmani (43%), Serbi (31%), Croati (17%), altri (7%). Tutti questi gruppi erano mescolati insieme in tutta la regione.

Malgrado gli avvertimenti di molti esperti analisti politici e di leaders Occidentali, la Germania, e quindi gli Stati Uniti, hanno scatenato la divisione della regione, al prezzo di una terribile guerra civile e di spostamenti forzati delle popolazioni di tutte la minoranze. Per realizzare tutto questo, Berlino e Washington hanno appoggiato, finanziato e armato segretamente, i leader e gli estremisti separatisti. Tutto questo è stato accuratamente nascosto all'opinione pubblica.
Michel Collon, Liar's Poker: The Great Powers, Yugoslavia and the Wars of the Future, IAC, New York 2001, P. 11 & 13.
Le carte geografiche che dimostrano la natura "indivisibile" della Yugoslavia e, in particolare, della Bosnia.
(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)