17 marzo 2019 redazione
Intervista

Gilet gialli per far cadere Macron e la sua grandeur
Samuel è l'operaio che il 7 novembre 2018 ha contestato pubblicamente il Presidente francese Macron in visita alla fabbrica dove lavora

Michele Michelino

In occasione dell'iniziativa del 16 marzo a Milano, abbiamo intervistato il "gilet giallo" presente, attivo nella lotta fin dall’inizio: Samuel Beauvois, operaio MCA RENAULT MAUBERGE, delegato di fabbrica per il sindacato SUD Industrie/Solidaires.

D.
Il movimento dei gilet gialli è composto da frazioni di varie classi sociali; qual è il punto di vista di un operaio, di quel settore della classe operaia industriale che partecipa a questo movimento?
R
. È una buona cosa che strati sociali diversi si trovino a lottare insieme, dagli operai ai professionisti, ai padroncini, ai dirigenti, perché questo significa che il popolo francese dice basta a un governo repressivo che in pratica reprime i francesi. È un governo che fa parte di una élite ben precisa. Macron sostiene tutte le multinazionali penalizzando le piccole e medie imprese, facendole fallire.
D
. Esiste un’organizzazione nazionale dei gilet gialli? Qual è il ruolo degli operai e delle loro organizzazioni in questo movimento? Come siete organizzati.
R
. Non esiste un’organizzazione nazionale centralizzata, è un movimento in un certo senso anarchico che si organizza sui territori. Per quanto riguarda gli operai che partecipano a questo movimento, riporto l’esempio della fabbrica in cui lavoro, la Renault: su 2.400 lavoratori gli aderenti ai gilet gialli sono circa 800. Inoltre esiste un coordinamento nazionale dei sindacati dell’industria, cui non partecipano i riformisti favorevoli al governo Macron.
D.
Questa lotta si è radicalizzata sempre più, le manifestazioni continuano e ci sono stati molti arresti; cosa fa questo movimento per i compagni e i manifestanti arrestati?
R
. Chi viene arrestato non è mai una sola persona, è sempre un gruppetto. Dopo gli arresti i gilet gialli si precipitano al commissariato locale assediandolo e dopo il presidio di mezz’ora o un’ora la maggior parte viene liberata. Io stesso sono stato arrestato e poi liberato.
D
. Questa lotta che è partita per motivi economici, contro l’aumento del prezzo del carburante, si è trasformata in una lotta politica contro il governo Macron e le multinazionali; cosa pensi della decisione di una parte dei gilet gialli di presentarsi alle elezioni istituzionalizzando la lotta?
R
. Quelli che vogliono costituirsi in partito e presentarsi alle elezioni sono degli infiltrati. In questo momento il movimento si sta radicalizzando e quindi ci sono delle azioni di distruzione dei radar sulle strade, delle pompe di benzina, dei bancomat e oggi anche il sindacato Solidaires si presenterà in piazza a Parigi e sarà una giornata molto calda.
D
. Il movimento dei gilet gialli ha dimostrato a tutta l’Europa che con la lotta radicale è possibile ottenere, anche se finora solo in parte, dei risultati. Il vostro obiettivo si limita a cambiare il governo Macron, a ottenere un salario dignitoso e la patrimoniale che Macron ha abolito o vi ponete l’obiettivo di cambiare la società?
R
. L’obiettivo principale che ci poniamo è quello di far cadere il governo francese, il nemico di classe. Certo che sarebbe un’ottima cosa se il movimento dei gilet gialli si estendesse in Europa e contro le istituzioni europee che hanno l’obiettivo di abbassare i salari facendoli precipitare, portando i nostri salari ai livelli della Romania, della Polonia ecc. In Belgio il movimento dei gilet gialli è abbastanza cresciuto, ci sono già delle frange anche in Inghilterra e quindi l’auspicio sarebbe quello di dilagare in tutta Europa.
D
. Perché avete deciso di caratterizzare questo movimento con i gilet gialli?
R.
In Francia è tradizione del movimento operaio, ad esempio fra i vari sindacati, ma anche di altri settori di massa, di caratterizzarsi con casacche di diverso colore. Dato il carattere del movimento che vede scendere in lotta insieme frazioni di classi diverse è stato scelto il giallo perché è un colore neutro.
D.
Grazie dell’intervista a "nuova unità". La vostra lotta contro le multinazionali e il governo è anche la nostra lotta, la lotta degli operai italiani e di tutto il mondo, perché abbiamo un obiettivo comune che è quello di cambiare questo sistema basato sullo sfruttamento capitalista dell’uomo sull’uomo.
(Intervista rilasciata la mattina del 16 marzo 2019)

politica
Contratto di governo, contratto di classe
L'insediamento del nuovo governo Di Maio-Salvini ha una sua originalità sia sul come Lega-M5S siano arrivati al risultato elettorale, sia su com'è stato definito il cosiddetto contratto tra Lega (nord) e Movimento 5 stelle. Un risultato che ha visto la partecipazione al voto di poco più del 50% degli aventi diritto con la Lega di Salvini che ha portato via voti soprattutto ai suoi alleati di centro-destra arrivando ad un risultato del 16% contro un M5S che invece ha superato il 34%. Ma, buon viso a cattiva sorte, è andato bene al M5S per riuscire a formare un governo che hanno definito di cambiamento. Abbiamo assistito alle manovre del Presidente Mattarella per dare a tutti i costi un governo al paese, tanto che è stata rifiutata la nomina a ministro dell'economia di Savona perchè poteva rappresentare un pericolo per l'economia, di far fluttuare i mercati finanziari, di spaventare i grandi investitori stranieri, far aumentare lo spread mentre è stato accettato Salvini a ministro degli Interni. Evidentemente secondo la Presidenza della Repubblica sarebbe meno pericoloso!! Invece quanto sia pericoloso lo abbiamo visto fin dai suoi primi giorni del suo insediamento. Salvini spaventa gli immigrati, è ben accetto dai settori economicamente dominanti perché piace al grande capitale chi è forte con i deboli e debole con forti. Una formula nuova di governo, quella di un contratto privatistico tra due parti apparentemente diverse, ma che trovano un comune interesse nel Programma del fare e nella spartizione delle poltrone di governo e del sotto-governo. Un contratto che consente ad ognuna delle parti di fare e dire quello che elettoralmente ritengono più conveniente in vista di prossime elezioni. Un governo di propaganda reazionaria urlata, ma che nella sostanza rappresenta una continuità con i governi borghesi che lo hanno preceduto, altro che cambiamento! E non poteva che essere così. Il loro stare insieme è possibile perché hanno un blocco sociale cui fanno riferimento entrambi, una comune base elettorale divisa tra Nord (la lega) e Sud (M5S). La borghesia come classe sociale è stratificata in settori e interessi diversi e anche contrapposti. Nel suo sviluppo moderno - quella delle grandi aziende, dei monopoli e delle multinazionali, della grande finanza - il grande capitale è costretto, per la sua sopravvivenza, a gettare sul lastrico settori interi della sua classe . “I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l'artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare l'esistenza loro di ceti medi dalla rovina. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancor più, essi sono reazionari, essi tentano di far girare all'indietro la ruota della storia”. (Manifesto Marx-Engels) La crisi generale, in particolare nel nostro paese, ha acutizzato questa contraddizione: da un lato nel periodo di sviluppo o di minor crisi è stato incrementato lo sviluppo della piccola e media borghesia utile sia a frammentare la lotta del proletariato, sia a creare quella sovrastruttura tecnologica, intellettuale e infrastrutturale necessaria a mantenere il paese nelle prime file degli Stati imperialisti. Dall'altro lo sviluppo ineguale e la concorrenza - che caratterizzano la società capitalista - hanno distrutto gran parte delle strutture produttive piccole e medie e intaccano anche quei settori della pubblica amministrazione che fino ad ora sono stati la base elettorale dei vari partiti borghesi dalla DC al PSI e al PCI poi PD. Il grande capitale deve risparmiare sulle spese di gestione del proprio Stato borghese per poter dirottare maggiori soldi alle grandi imprese che si trovano in competizione sullo scenario internazionale. La massa enorme di piccola borghesia rivendica il suo “posto al sole”: “Oggi la piccola borghesia si è trasformata nella truppa scelta della reazione, vigila sui castelli, altari e troni dai quali spera la salvezza contro la miseria, in cui è stata spinta dallo sviluppo economico...” (Kautsky-1906) L'approccio a queste contraddizioni divide la politica dei vari schieramenti politici che, come espressione del grande capitale, promette ricchezze a tutto il popolo. Se il paese è tra i primi posti dello schieramento imperialista, sarà maggiormente sensibile all'esportazione di merci e capitali e appoggerà politiche estere adeguate a stare in Europa ecc. Chi è maggiormente legato ai settori in sofferenza a causa della stasi del mercato interno, della difficoltà di ottenere credito bancario senza possibilità di fare investimenti produttivi o è maggiormente colpito dalla concorrenza dei capitalisti italiani ed esteri più competitivi, tenderà a legarsi alle proposte nazionaliste, ai dazi protezionistici alle parole d'ordine del “prima gli italiani”. Ma nessuna delle varie fazioni della borghesia mette in discussione il capitalismo, anzi tutti lo prospettano come la società migliore per l'umanità. Il comune denominatore rimane quello di dare aiuti alle imprese: chi vuole aiutare le grandi ad essere competitive sui mercati internazionali e chi vuole aiutare le piccole per essere all'altezza delle richieste qualitative delle grandi. Una frattura che nella descrizione appare schematica e netta, ma che nella realtà non è. Le posizioni politiche della piccola borghesia oscillano e si contraddicono contemporaneamente ma sono univoche contro il proletariato che lotta per la sua emancipazione dallo sfruttamento. Sono con la Russia di Putin e con gli Usa di Trump; tutti sono con Israele e la NATO; sono contro l'Europa ma sono tutti per l'Unione Europea; sono contro gli immigrati: chi li vuole accogliere e chi no, ma sono tutti pronti a pagare le bande di miliziani (Libia) o paesi come la Turchia di Erdogan per fare il lavoro sporco. Tutti sono d'accordo per un'immigrazione programmata in base alle esigenze dell'economia nazionale e possibilmente di alta qualità professionale. E c'è chi propone un piano Marshall europeo per l'Africa al fine di poter partecipare al bottino da contendere con altre potenze imperialiste già presenti nel Continente. Sono gli esponenti della stessa classe sociale che oltre un secolo fa ha deportato e reso schiavi, per incrementare le proprie ricchezze, milioni di uomini. Nella mobilitazione reazionaria della borghesia le sue frazioni piccolo-medie sono le “truppe scelte”, sono quella parte più vicina al popolo che possono fare da trade-union con esso. Quando sbraitano contro le banche, contro la legge Fornero o per il reddito di cittadinanza, contro i privilegi della casta ecc. - in un paese dove la disoccupazione arriva a superare il 40% della popolazione attiva e dove non esistono case popolari -, lo slogan "prima di tutto gli italiani" convince o illude anche settori popolari. Inventare poi un finto nemico (l'immigrato) da combattere è sempre stato un buon metodo usato dai padroni al potere per nascondere la verità e orientare la rabbia contro falsi obiettivi. Le forze reazionarie Lega e M5S sono state percepite come alternative (a cosa?) come forze capaci di andare contro lo stato di cose presenti. Una percezione stimolata dai mezzi di informazione e anche da quelle forze di "sinistra" e da settori sindacali che le hanno indicate come cambiamento sia prima che dopo le ultime elezioni. Da quando D'Alema definiva la Lega Nord di Bossi una “costola della sinistra” alle ultime elucubrazioni sinistre di chi pensava che il M5S potesse essere uno strumento di indebolimento e destabilizzazione dello schieramento e del potere borghese, o che votare M5S fosse il male minore, il voto utile (a cosa?) di fronte allo sfascio della sinistra borghese e riformista. Anche ora si intravedono esitazioni nell'attaccare il governo DiMaio-Salvini, differenziano tra le parti più reazionarie - apertamente razziste e fasciste di Salvini -, diventano cauti e possibilisti con la parte rappresentata dal M5S e sperano sempre nello sviluppo di contraddizioni tra i componenti del governo invece che puntare sulla mobilitazione e l'organizzazione dei lavoratori per abbattere questo governo, nel suo insieme, antipopolare, fascista e razzista. Queste posizioni derivano dal fatto che una parte consistente della piccola borghesia è scaraventata nelle fila del proletariato e questi strati declassati portano il proprio punto di vista nel proletariato stesso. Esprime le sue oscillazioni di classe intermedia e in via di estinzione attraverso opinioni e atteggiamenti politici e, naturalmente, entra in contatto con partiti e organizzazioni varie, anche quelle proletarie. Anzi fa di tutto per creare Partiti e organizzazioni, per porsi alla testa del proletariato e tentare di dirigerlo. Organizzazioni che oscillano da posizioni super-rivoluzionarie e parole d'ordine altisonanti, a posizioni riformiste e conciliatrici con il potere borghese e imperialista. Questa piccola borghesia rappresenta uno dei tanti pericoli per la classe operaia in quanto strumento diretto o indiretto della penetrazione dell'ideologia borghese nella classe. È lo strumento della frammentazione, del frazionismo, è il freno per l'organizzazione autonoma e indipendente della classe in partito politico, nel Partito Comunista.
Decreto dignità: ora è legge
Il testo della legge di conversione del DL n. 87/2
Le nuove norme: dai contratti ai licenziamenti illegittimi alle scom-messe, ecco le misure Il Decreto Dignità - dopo aver ottenuto il via libera definitivo dell’Aula del Se-nato con 155 sì, 125 no e 1 astenuto - è diventato legge in un clima di rissa. Urla, cartelli, appelli alla calma, con cori da stadio che ripetevano più volte la parola `Di-gni-tà´, hanno accompagnato a Palazzo Madama il voto definitivo. Il decreto dignità, su cui il viceministro 5Stelle Di Maio si era speso parec-chio, aveva creato molte aspettative negli elettori del governo del “cambia-mento” Lega-5 Stelle ma, una volta definitivamente approvato, delude tutte le aspettative non solo di chi si aspettava la definitiva abrogazione del Job acts, ma anche di imprese, professionisti e soprattutto lavoratori. Nella legge, infatti, non si parla di flat tax, e non è stato abrogato lo spe-sometro (di fatto neanche una proroga), solo un ritocco (peraltro ancora non pienamente definito) del redditometro. Anche per chi ci aveva creduto, il risultato è abbastanza deludente, o quan-tomeno inferiore alle aspettative. Non viene ripristinato l’art. 18, non è abolito il job acts, ma solo riformate le norme sui licenziamenti e sui contratti a termine; ed è introdotto un vincolo sulle delocalizzazioni. Quindi per i padroni rimane la libertà di licenziare come e quando vogliono: pagheranno qualche mensilità in più, un’elemosina che non cambia la sostan-za del potere padronale sulla forza lavoro. Eppure la questione lavoro è stato il cavallo di battaglia su cui il vice premier e ministro del lavoro Luigi Di Maio aveva molto insistito in campagna elettorale. Ma vediamo i punti del decreto dove sono riformate le norme sui licenzia-menti e sui contratti a termine; e viene introdotto un vincolo sulle delo-calizzazioni. 1 - Le novità sul lavoro a) I contratti a termine avranno una durata massima di 24 mesi rispetto ai 36 della vecchia legge. Per i nuovi contratti ci sarà l’obbligo di motivare i rin-novi. Se il contratto a termine supera i 12 mesi e non sono indicate le causali, il contratto si trasforma automaticamente a tempo indeterminato. I contratti a tempo determinato, compresi quelli in somministrazione, non possono superare il 30% dei contratti a tempo indeterminato nella stes-sa azienda. Previste anche multe di 20 euro al giorno per la somministrazione fraudolenta e l’esclusione delle agenzie di somministrazione dall’obbligo di in-dicare le causali per il rinnovo dei contratti a termine. I costi aggiuntivi applicati ai rinnovi (0,5%) si applicheranno anche ai contrat-ti a termine in somministrazione. Da questo provvedimento è però escluso il lavoro domestico, che non rientra nelle penalizzazioni stabilite per i rinnovi dei contratti a termine. La maggiora-zione contributiva dello 0,5 per cento non varrà per collaboratori domestici e badanti. b) Bonus Istituito un bonus del 50% dei contributi per le assunzioni di under 35, che dal prossimo anno sarebbe scattato solo per assunzioni di under 30; esso sa-rà esteso anche al 2019 e al 2020. L’esonero del 50% dei contributi previden-ziali a carico dei padroni è riconosciuto per massimo 3 anni e con un tetto di 3mila euro su base annua. Le coperture arriveranno dall’aumento del prelievo erariale unico sugli apparecchi da gioco a partire dal 2019. c) Licenziamenti illegittimi È innalzata l’indennità massima che passa da 24 a 36 mensilità, mentre la minima passa da 4 a 6 mensilità. 2 - Voucher I nuovi voucher potranno essere utilizzati dalle aziende agricole, e anche da-gli alberghi con un massimo di 8 dipendenti (per gli altri settori è 5 il limite di dipendenti). I voucher diventano una forma di pagamento per pensionati, disoccupati, studenti under 25 con durata massima di 10 giorni di contratto. I lavoratori dovranno essere pagati entro il termine di 15 giorni dallo svolgimento della prestazione lavorativa. 3 – Delocalizzazioni e contrasto alla delocalizzazione Multe a chi delocalizza: le aziende che hanno ottenuto aiuti dallo Stato per impiantare, ampliare e sostenere le proprie attività economiche in Italia e che spostano la sede al di fuori dell’Unione Europea prima che siano trascorsi 5 anni dalla fine delle agevolazioni subiranno una sanzione da 2 a 4 volte il be-neficio ricevuto. Sulla scia del nazionalismo, dello slogan “prima gli italiani” e per la “protezio-ne del lavoro italiano”, è introdotto un vincolo alle delocalizzazioni: chi riceve aiuti statali per investimenti produttivi non potrà spostare la sede aziendale all’estero per i successivi cinque anni. 4 - Gioco d’azzardo Fine della pubblicità del gioco per limitare le ‘ludopatie’ . Il famoso “nuoce alla salute”, dopo i pacchetti di sigarette, varrà anche per i “gratta e vinci”. I tagliandi per tentare la fortuna dovranno avere note espli-cative (che coprano almeno il 20 per cento della superficie del biglietto su en-trambi i lati) sui rischi del gioco d’azzardo, come succede per i pacchetti di si-garette. Chi viola il divieto di pubblicità del gioco d’azzardo sarà sanzionato con multe fino al 20% della sponsorizzazione (minimo 50mila euro). Per giocare alle slot e per tutelare i minori sarà obbligatorio, come avviene per le macchinette che distribuiscono tabacco, la tessera sanitaria. Ma anche qui fatta la legge ecco subito l’inganno e l’ipocrisia: l’unica eccezione al divie-to è rappresentata dalle lotterie nazionali. 5 - Maestre Proroga dei contratti fino a 30 giugno 2019 e un concorso straordinario per risolvere il problema delle maestre diplomate prima del 2001/2002. Sa-ranno prorogati tutti i contratti fino al 2019, trasformando quelli a tempo in-determinato in contratti a termine fino al 30 giugno 2019 e prorogando chi aveva già il contratto a tempo determinato. Queste in sintesi le misure del Decreto Dignità Come sempre qualcuno pensa "piuttosto di niente, anche se poco meglio questo rispetto a quanto fatto dai governi di "centrosinistra”, anche se il “piuttosto” è poca casa rispetto alle promesse elettorali. In ogni caso sui contratti a tempo determinato vengono introdotte, rispetto a prima, due importanti novità: • la durata massima scende da 36 a 24 mesi; • tornano le causali, che devono essere inserite per giustificare i rinnovi (la norma parla di inserimento dopo i primi dodici mesi. In caso di violazione dell’obbligo di indicare la causale in caso di rinnovo dopo dodici mesi, il contratto si trasforma automaticamente in assunzione stabile. Aumenta poi l’indennità massima per i licenziamenti illegittimi che passa da 24 a 36 mensilità, mentre la minima sale da 4 a 6 mensilità. Ma le delusioni più grandi per la classe media sono state prodotte dalla parte fiscale: erano attesi provvedimenti ampiamente pubblicizzati come quelli su spesometro, redditometro, studi di settore e split payment. L’unico di questi provvedimenti realmente concretizzatosi è l’abolizione dello split payment per i soli professionisti. Con il Decreto Dignità, d’ora in poi ai professionisti, l’IVA non si applicherà più alle prestazioni di servizi assoggetta-te a ritenuta Irpef. Ciò significa che i professionisti (ingegneri, architetti, av-vocati e altri a partita Iva) torneranno a riscuotere l'imposta sui compensi fat-turati alle amministrazioni pubbliche, con loro grande soddisfazione. Per il resto, chi si era illuso che con la Lega al governo sarebbe cominciata la pacchia ha dovuto subire una serie di delusioni cocenti. Quella più clamorosa riguarda lo spesometro, che non solo non viene abro-gato ma che non sarà nemmeno oggetto di proroga. Il decreto legge in og-getto, non fa altro che statuire una situazione già prevista. L’invio telematico dello spesometro potrà essere trimestrale o semestrale. L’unica novità rispet-to a prima è che l’invio del terzo trimestre potrà essere effettuata sino al prossimo 28 febbraio 2019. Per il primo semestre la scadenza rimane al 1° ottobre, mentre quello del secondo semestre rimane sempre al 28 febbraio. Quindi tanto rumore per nulla... Altra delusione è quella del redditometro. Anche questo adempimento non è stato abrogato, come promesso da diversi esponenti della maggioranza di Governo. Il decreto prevede solo la sospensione dei controlli sugli anni 2016 e seguenti, in attesa che un ulteriore provvedimento introduca un nuovo strumento. Viene, infine, limitato il beneficio fiscale dell’iper-ammortamento, che potrà essere ripreso a tassazione qualora i beni agevolabili siano stati destinati a strutture con sede all’estero. L’unica promessa pienamente mantenuta è quindi essere quella sul divieto della pubblicità del gioco d’azzardo.
Migranti e rifugiati politici
Migranti e rifugiati politici Gli operai, i prolet
Sulla pelle dei migranti è in atto una campagna che ha fatto la fortuna elettorale di diversi partiti, dalla Le-ga di Salvini al M5 Stelle Di Maio e Grillo, ma questo è un tema abbastanza traversale che accumuna anche partiti di centrosinistra, a cominciare dal PD. La caccia e il disprezzo razzista verso lo “straniero” fanno ormai parte del pensiero dominante di un popolo – il nostro - che ha dimenticato che milioni di suoi fra-telli, connazionali, sono stati costretti a spargersi per il mondo quando gli stranieri eravamo noi. Chi si scrive non ha mai dimenticato i racconti del padre e dei suoi amici e compagni, meridionali venuti al nord in cerca di lavoro e in seguito, per mancanza di lavoro, trasferitisi in Germania. Più volte ho ascoltato di na-scosto i racconti di mio padre che, quando tornava a ca-sa, diceva a mia madre che gli italiani, al pari di altri lavoratori, turchi, spagnoli ecc., erano costretti a emi-grare per guadagnarsi il pane, erano considerati esseri umani di serie b. In Germania questi lavoratori vivevano in baracche e quelli che non avevano il permesso di lavoro erano “clan-destini” e spesso quando al sabato sera si ritrovavano fra compaesani e tra alcuni scoppiava qualche zuffa - i-nevitabile quando si è lontani da casa e il sabato sera è l’unica occasione di svago - tutti gli italiani venivano identificati come mafiosi e attaccabrighe e per questo era impedito loro di entrare in alcuni bar o caffè dove campeggiava la scritta “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Quando arrivavano negli Stati Uniti erano te-nuti in quarantena. Anche nella Repubblica Italiana nata dalla Resistenza la divisione fra il nord e sud dell’Italia non si è mai sa-nata e allora era ancora più evidente. Le fabbriche del “miracolo economico” di Milano e di Torino reclutavano manodopera dal sud e dal Veneto, costringendo al trasfe-rimento coatto decine di miglia di persone senza fornir-gli adeguati servizi. Quelli erano gli anni in cui a To-rino e Milano nelle portinerie dei palazzi erano affissi cartelli con la scritta “qui non si affittano case ai me-ridionali” costringendo molti lavoratori a dormire nelle macchine dismesse o ad occupare le case sfitte o appena costruite (come succede oggi agli esseri umani chiamati “extracomunitari”). I loro figli erano chiamati “i fiò del terùn” (i figli dei terroni). I paesi occidentali, capitalisti, l’imperialismo - com-preso quello italiano - prima depredano le risorse, le materie prime con le guerre di rapina, distruggendo le risorse locali dei paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina costringendo milioni di esseri umani a fuggire dalle guerre e dalla fame e poi, ipocritamente, davanti agli esodi di massa parlano di invasione e mobi-litano gli eserciti, la polizia alle frontiere, fino alla chiusura dei porti. La penetrazione economica delle economie imperialiste in paesi sovrani distrugge le economie locali, costringe al-la fame e alla sete milioni di persone nel mondo provo-cando nuove forme di schiavitù. L’ultimo esempio del respingimento della nave Aquarius dai porti italiani attuato dal governo giallo-verde di leghisti e 5 Stelle, è l’esempio lampante dell’ipocrisia dei difensori dei “valori cristiani” e chi, come il Mini-stro dell’Interno Salvini, ha fatto la campagna elettora-le e i comizi ostentando il rosario in mano. Che cosa sarebbe successo se invece di migranti sulla na-ve Aquarius al posto di 629 profughi a bordo, ci fossero stati degli animali in quelle pessime condizioni? Sareb-bero stati considerati animali “clandestini” da abbattere o da salvare? I benpensanti di tutti gli schieramenti po-litici sarebbero insorti. La maggioranza della popolazione sarebbe insorta indigna-ta; in primis i due vice primi ministri a caccia di voti e consensi per le prossime tornate elettorali. In realtà, come dimostra il grafico che riportiamo, l’Italia è il paese che ha meno rifugiati in Europa. grafico E ancora, la proposta del Ministro dell’Interno Salvini di schedare i Rom (dimenticandosi della Costituzione ita-liana e che i numerosi nomadi che vivono nei campi di cittadinanza italiana al pari di Salvini) è in continuità con le leggi razziali dei regimi nazisti e fascisti. L’ipocrisia dei razzisti del governo gialloverde del “cambiamento”, in particolare del Ministro dell’interno, nasconde la realtà - quella di essere forte con i deboli e servi dei poteri forti - che a parole dicono di voler combattere. I difensori del libero mercato che rivendica-no la libera circolazione delle merci e dei capitali, la sovranità nazionale prima di tutto, si inchinano ai capi-talisti di ogni colore, ai ricchi, al capitale interna-zionale e transazionale, mentre trattano gli esseri umani poveri peggio degli animali. Con la parola d’ordine “prima gli italiani” la Lega - ma anche il movimento 5Stelle - hanno fatto il pieno dell’elettorato piccolo borghese e, in mancanza di un’organizzazione che rappresenti gli interessi immediati e storici della classe operaia e proletaria, hanno rac-colto consensi e voti anche fra gli sfruttati, illusi di poter mantenere i loro “miserabili privilegi” (così oggi vengono definiti dai borghesi i diritti conquistati con le lotte operaie che oggi stanno smantellando), convinti che i migranti siano la causa del peggioramento delle lo-ro condizioni di vita e di lavoro. In realtà il nemico degli italiani è in casa loro e non sono gli immigrati che arrivano con i barconi. Sono i pa-droni, i borghesi che sfruttano la forza lavoro al di là del colore della pelle, e che attraverso la concorrenza fra proletari abbassano a tutti il salario e creano un enorme esercito di riserva. Il governo del “cambiamento” si esprime a parole contro l’Europa e i poteri forti, rivendica la sovranità nazio-nale nei servizi TV, ma si genuflette davanti all’imperialismo europeo, e in particolare quello ameri-cano: il governo continua a pagare oltre 80 milioni di euro al giorno per appartenere alla NATO, oltre alle spe-se per le missioni dei militari italiani impegnati nelle guerre di rapina nel mondo e per il continuo riarmo. I sostenitori dello slogan “padroni a casa nostra” accet-tano senza discutere la servitù militare cedendo, come già i precedenti governi borghesi che governano nell’interesse dei padroni, molte parti del territorio dello Stato italiano a uno Stato estero (USA) e alla Na-to, mantenendo e accollandosi i costi delle 120 basi di-chiarate, ufficialmente, oltre a 20 basi militari Usa to-talmente segrete e ad un numero variabile (al momento so-no una sessantina) d’insediamenti militari o semplicemen-te residenziali con la presenza di militari USA, senza sapere dove siano ubicate le armi, anche se è risaputo che molte basi sono provviste di atomiche “tattiche” tan-to da far considerare l’Italia la più importante portae-rei USA del Mediterraneo. Cartina basi Nato in Italia In Italia ci sono oltre 100 miliardi di evasione fiscale, altri 100 miliardi si calcola siano le spese per la buro-crazia, altrettante sono il costo della corruzione. Milioni di persone sono senza lavoro e senza pensione, ma Salvini - scaricando la colpa di tutti i mali sui migran-ti - dichiara che la “festa è finita” e definisce “cro-ciere” l'attraversamento del mare su barconi fatiscenti, fa la guerra ai migranti - badate bene non ai padroni che li sfruttano per pochi euro nella raccolta degli ortaggi e della frutta - ma alle ONLUS e alle cooperative solida-li, riducendo la spesa per la solidarietà (che in massima parte proviene dal fondo europeo): secondo il Ministro dell’Interno oggi la spesa di 5 miliardi per i migranti è insostenibile. Dividere i lavoratori in base al colore della pelle, alla nazionalità, mettendoli in concorrenza fra di loro è uti-le solo ai padroni e ai loro governi. Gli operai nel si-stema capitalista non hanno patria, ma sono solo forza lavoro al servizio del capitale, da sfruttare quando l’industria tira e licenziare quando non servono più a valorizzare il capitale o perché lo spostano all'estero sfruttando altra manodopera. Gli operai, i proletari, sono una classe internazionale con gli stessi interessi. Schiavi nel sistema capitalista che lottano per la loro liberazione dalle catene e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo per loro e per tutta l’umanità. Parafrasando Salvini anche noi diciamo che il nemico è in casa nostra ma non sono i migranti economici o i rifugia-ti politici, sono i padroni e i loro governi (oggi gial-loverde). Nella nostra lotta di resistenza, per il potere operaio e il socialismo contro l’imperialismo mondiale cominciamo a combattere prima i padroni italiani e i loro governi. Sulle nostre bandiere riscriviamo il motto: Proletari di tutto il mondo uniamoci.
Ucraina
Il Donbass teme sempre più un attacco ucraino
Che Kiev stia preparando qualcosa di grave nel Donbass sembra fuor di dubbio; da tempo si parla di un'offensiva su larga scala contro le milizie popolari. Quando i let-tori di nuova unità vedranno questo numero del giornale, quello di cui scriviamo potrebbe essere già di molto in-vecchiato. Si ipotizza infatti che una grossa provocazio-ne dei putschisti potrebbe verificarsi quando l'attenzio-ne di tutti sarà concentrata sul mondiale di calcio in Russia. Dopo accuse e controaccuse, olandesi e malesi, su chi avrebbe abbattuto - la Russia oppure l'Ucraina - il Boeing civile malese sul Donbass nel luglio 2014, c'è ad-dirittura chi ipotizza un ricatto di Washington a Kiev del tipo: preparate una provocazione in vista del mondia-le, se no noi spifferiamo il nome del colpevole e, quin-di, si teme che se da Washington partisse l'ordine, Po-rošenko potrebbe davvero lanciare un'offensiva. Soldati ucraini fatti prigionieri dalle milizie testimoniano che istruttori statunitensi, canadesi e polacchi insegnano loro tattiche di assalti a edifici e città. Insieme ad autoblindo, droni, sistemi radar e attrezzature, gli USA riforniscono le truppe ucraine di fucili pesanti da cec-chino “Barrett M107A1” e razzi anticarro “Javelin”; nei soli primi mesi del 2018, Kiev avrebbe ricevuto armi ed equipaggiamenti per oltre 40 milioni di dollari da Stati Uniti, Lituania, Gran Bretagna e Canada. Ma, anche al di là del mondiale di calcio, l'offensiva ripresa da Kiev a inizio maggio, indica l'intenzione di forzare i tempi e sfiancare le milizie, in vista di qual-cosa di più grosso. Il 7 giugno ne ha parlato anche Vla-dimir Putin ed è stata la prima volta, dopo tanto tempo, che dal Cremlino si è lanciato un avvertimento così pre-ciso a Kiev. In diretta televisiva, rispondendo a una do-manda sulla possibilità di un attacco ucraino durante i mondiali, Vladimir Putin ha detto: “Spero che non si ar-rivi a tale provocazione; ma se ciò accadrà, credo che le conseguenze per il regime statale ucraino nella sua tota-lità saranno molto serie”. Qualche effetto, almeno psico-logico, la dichiarazione lo deve aver avuto, se Porošenko si è sentito in obbligo di telefonargli, il 9 giugno, mentre Putin era in riunione al vertice SCO (l'Organizza-zione per la Cooperazione di Shanghai) in Cina: dopotut-to, anche le attività industriali e finanziarie che con-trolla in Russia hanno contribuito alle fortune di Petro Porosenko, valutate, a seconda delle classifiche mondia-li, tra 0,8 e 1,5 miliardi di dollari. In precedenza, ne aveva parlato anche l'ex leader della DNR e oggi presidente dell'Unione dei volontari del Don-bass, Aleksandr Borodaj, indicando nell'area di Želobok, a nordovest di Lugansk, una delle possibili direttrici dell'attacco ucraino. Le sue parole non hanno certo la risonanza mediatica di quelle di Putin, ma, data la sua conoscenza delle forze in campo, non è da sottovalutare la previsione secondo cui, se Kiev deciderà davvero una provocazione, ciò “potrebbe significare la fine dell'U-craina”. Le milizie, ha detto Borodaj, dispongono di così tante riserve e potenza di fuoco da consentire di accer-chiare gli attaccanti in una sacca come quella di Debal-tsevo: il saliente in cui si consumò la più sonora scon-fitta ucraina, nel febbraio 2015. Preparativi ucraini d'attacco Al momento di scrivere, la situazione si è già comunque di molto inasprita, rispetto anche solo a uno o due mesi fa. Qui, non possiamo far altro che riportare le ultime (per ora) notizie, con la speranza di non dover aggiorna-re l'elenco dei lutti sul successivo numero del giornale. Le fonti propagandistiche ucraine scrivono ogni giorno di “pesanti perdite inflitte ai terroristi” - come essi de-finiscono i miliziani – e, in effetti, non passa giorno che anche le agenzie della Novorossija non diano notizia di ufficiali e volontari delle milizie caduti sotto i colpi di cecchini e dei mortai pesanti, oltre ai civili che rimangono sotto le bombe. Da quasi due mesi sono sotto assedio Gorlovka e Debaltse-vo, importanti snodi viari e ferroviari sulla direttrice che unisce Donetsk a Lugansk; le forze ucraine sono con-vinte che la conquista delle alture attorno a Gorlovka permetterà loro di stringere d'assedio la stessa Dontesk. Il 5 giugno, Novorosinform scriveva dell'assassinio, da parte ucraina, di due dei tre miliziani della DNR fatti prigionieri pochi giorni prima a Zajtsevo, una decina di km a nord di Gorlovka. Il 3 giugno, oltre quaranta abitanti dei piccoli villaggi di Gladosovo e Travnevogo (tra Gorlovka e Zajtsevo, in una delle ex “zone grigie”, create per escludere i bom-bardamenti ucraini sulle aree civili lungo il fronte, ma poi via via occupate dai battaglioni neonazisti) sono stati cacciati dalle abitazioni: di sette di essi non si hanno più notizie; molte delle loro case sono state de-predate dai soldati di Kiev e alcune incendiate. Kiev sta ricorrendo sempre più spesso a tali azioni terroristiche, tanto che si parla della nascita di gruppi partigiani tra la popolazione ormai estenuata, cui Kiev avrebbe risposto con la creazione di una cosiddetta “Brigata di difesa territoriale" per il rastrellamento dei civili, forte di cinquemila uomini tra militi nazisti e delinquenti comuni arruolati nelle galere di Dnepropetrovsk e Kharkov. Secondo il vice Presidente della missione OSCE, Aleksandr Hug, in tutto il mese di maggio sarebbero rimasti uccisi in Donbass 10 civili e altri 25 feriti. Ma la responsabi-le per i diritti umani nella DNR, Darja Morozova ha scritto che soltanto dal 18 al 25 maggio, nella sola DNR, si sarebbero contati 9 morti (sei miliziani e tre civili) e 17 feriti. Il 6 giugno, l'OSCE ha accertato la concentrazione di mezzi corazzati e artiglierie semoventi ucraine in punti del fronte vietati dagli accordi di Minsk: la cosa è sta-ta confermata dalle immagini registrate da un drone u-craino abbattuto dalle milizie, in cui si vedono tali mezzi radunati addirittura in quartieri civili di Artëmo-vska e Kostantinovka. L'8 giugno, la missione OSCE è fi-nita sotto il fuoco ucraino nell'area di Golubovskoe, nella LNR, mentre tentava di avvicinarsi al luogo in cui, il giorno precedente, un autobus di linea era stato ber-sagliato da lanciagranate e sei persone erano rimaste fe-rite. L'8 giugno, un civile è rimasto ferito da schegge di granata a Zajtsevo, mentre colpi di mortaio sono cadu-ti sull'asilo infantile di Donetskij, nella LNR. Piani dei golpisti e accordi internazionali Da parte ucraina, il Ministro degli interni golpista, Ar-sen Avakov, ha “ufficialmente” dichiarato morto il pro-cesso degli accordi di Minsk: come dire che ora Kiev si ritiene libera anche formalmente (di fatto, lo è stata sin dall'inizio, non avendo rispettato nessuna delle con-dizioni poste dagli accordi del febbraio 2015, a partire dal ritiro dal fronte delle artiglierie pesanti e dal ri-conoscimento di uno status speciale per il Donbass) di fare tutto ciò che vuole in Donbass. “La situazione at-tuale è quella di un conflitto congelato” ha detto Avakov il 7 giugno, contraddicendo direttamente quanto detto al-la vigilia dal presidente golpista Petro Porošenko, se-condo cui nel Donbass è in atto una “fase calda” della guerra e non un “conflitto congelato”. Avakov ha anche detto che “la riacquisizione del Donbass sarà tecnicamen-te piuttosto un'operazione di polizia” e si svolgerà se-condo una larga azione di “filtraggio” tra coloro che non hanno “collaborato con le attuali autorità d'occupazione” e chi invece “si è macchiato del sangue di soldati ucrai-ni”. Nonostante tutto, l'11 giugno si è regolarmente tenuto a Berlino il previsto incontro del “quartetto normanno” (Ministri degli esteri di Francia, Germania, Russia e U-craina) a 16 mesi dall'ultima riunione e il cui tema principale è stato l'introduzione di forze ONU in Don-bass. Mosca è a favore dell'invio di forze ONU, a garan-zia dell'incolumità degli osservatori OSCE, ma è assolu-tamente contraria alla posizione USA (ovviamente sostenu-ta da Kiev) di una missione “di pace” ONU che, di fatto, si trasformerebbe in "una sorta di Kommandantur militar-politica che prenderebbe il controllo dell'intero terri-torio delle Repubbliche popolari": ciò porterebbe alla completa demolizione degli accordi di Minsk. Discussa, a Berlino, anche la questione dell'arretramento delle forze dalle “zone grigie” e l'inizio dello sminamento della re-gione. Informatori ucraini hanno rivelato alle milizie che l'agenzia privata anglo-americana “HALO Trust”, die-tro la maschera dello sminamento, starebbe in realtà mi-nando ampi settori delle “zone grigie” occupate dagli u-craini. In effetti, il 17 maggio tre militari canadesi erano rimasti uccisi e due americani feriti, dopo che il mezzo su cui viaggiavano era saltato su una mina nell'a-rea di Avdeevka, nella DNR. È risaputo che i neonazisti di Pravyj Sektor, sono soliti vendere saporitamente ai comandi ucraini le mappe delle nuove aree minate, mentre lo scorso gennaio un alto funzionario ucraino avrebbe venduto alle milizie della LNR il programma NATO "United Multinational Preparation Group - Ukraine", insieme al-l'elenco degli istruttori stranieri in Ucraina. Terrorismo contro i civili Come per il passato, oltre che con i bombardamenti sulle aree civili, Kiev cerca di spezzare la resistenza della popolazione con il blocco totale di alimenti, medicinali, pensioni, fonti di energia. Regolarmente, vengono colpite le stazioni di filtraggio dell'acqua potabile; il 5 giu-gno, tiri di mortaio su Avdeevka e Jasinovataja (sobbor-ghi settentrionali di Donetsk) hanno colpito le linee dell'alta tensione, lasciando senza corrente la stazione di filtraggio della capitale della DNR, che fornisce l'acqua a 400.000 abitanti. A metà maggio, bombardamenti ucraini avevano messo fuori uso gli impianti di depura-zione di Golmovska, a nord di Zajtsevo, fonte principale del sistema idrico che rifornisce Gorlovka ed era stata bombardata la stazione di filtraggio dell'acqua di Do-netsk. A metà maggio, mentre al festival di Cannes il “mondo li-bero” omaggiava l'ucraino Sergei Loznitsa, per il film “Donbass”, autentica beffa e ridicolizzazione delle mili-zie, civili continuavano a morire a Zajtsevo e a Gorlo-vka. A nord di Donetsk, venivano colpiti i centri di Gol-movska e Trudovskie e, più a sud, bersagliati Kominterno-vo, Leninskoe e Petrovskoe, nel tentativo di accerchiare la capitale della DNR. Nel villaggio di Troitskoe, una trentina di km a ovest di Alčevsk, nella LNR, padre, ma-dre e figlio tredicenne sono rimasti sotto le macerie della propria abitazione, centrata da un ordigno ucraino. A fine aprile, due uomini erano rimasti uccisi e una don-na ferita a Dokučaevsk. Da giugno, i quartieri occidenta-li di Donetsk sono quotidianamente sotto il fuoco di lan-ciagranate automatici. Ed è rimasta ignorata la testimonianza di un reduce delle Forze operative speciali (SSO) ucraine, tal Aleksandr Me-dinskij (rifugiato in Finlandia), su come, nell'estate 2015, le SSO avessero usato sostanze chimiche contro le milizie. Sulla notizia è ovviamente calato il silenzio, non trattandosi di uno “Stato canaglia” e non si è levato alcun coro “di sdegno” dell'Occidente libero a chiedere la “necessaria risposta” a un governo dittatoriale che impiega armi proibite contro donne e bambini. Quanto la popolazione ucraina, pur stanca della guerra, ma sottoposta a quattro anni di martellamento ideologico neonazista e oltre venti anni di indottrinamento “indi-pendentista”, sia d'altra parte davvero propensa a rico-noscere l'autodeterminazione del Donbass, è questione quantomeno controversa. I racconti di quanti, in questi ultimi anni, si sono rifugiati in Russia e anche delle persone con cui è stato possibile intrattenersi nel corso della Carovana antifascista organizzata a inizio maggio dalla Banda Bassotti nella LNR e nella DNR, parlano di una propaganda nazionalista che ha fatto breccia in larga parte della popolazione ucraina, portando a scontri aper-ti all'interno di nuclei familiari, amicizie troncate, tra chi vive da una parte e dall'atra del fronte, rotture irrevocabili anche tra parenti stretti. È questo il frut-to del bombardamento psicologico golpista e dell'ideolo-gia dell'odio sbandierata nelle strade ucraine, che è stata pubblicamente espressa dal console ucraino ad Am-burgo, Vasilij Maruščinets, che ha esortato a uccidere ebrei, “sionisti”, “moskali” (dispregiativo ucraino per indicare i russi), ungheresi e polacchi, da cui liberare le “terre ucraine”, inserire la svastica sullo stemma na-zionale e definire ariani gli ucraini. Conclusioni (temporanee) Il politologo Aleksandr Šatilov afferma che gli USA vor-rebbero piegare Mosca all'introduzione di “caschi blu” non lungo la linea di contatto tra milizie e forze ucrai-ne, bensì sul confine tra Donbass e Russia. Il risultato sarebbe che le Repubbliche popolari verrebbero di fatto tagliate fuori dagli aiuti russi, si arriverebbe alla ca-pitolazione del Donbass e, sotto la maschera di forze di pace, la NATO avrebbe l'opportunità di portare truppe in Ucraina. Ma la Russia, dice Šatilov, “ha un atteggiamento attendista”, a metà strada tra i liberali che ignorano la questione e coloro che vorrebbero un'azione più decisa in favore del Donbass. “Se Kiev passerà all'offensiva” dice, “si dovrà reagire in qualche modo. Spero che la Russia non ostacoli le milizie se queste risponderanno più dura-mente ai bombardamenti”. È evidente che Kiev non ha alcuna intenzione di metter fine all'aggressione. Di fronte a una popolazione ucraina che i sondaggi indicano come sempre più stanca di un con-flitto quadriennale, il golpista numero uno, Petro Po-rošenko, comincia a dar segni di nervosismo, consapevole che le presidenziali del 2019 potrebbero dare la vittoria a quel candidato che avanzi concrete proposte di uscita dal vicolo cieco in cui la junta ha cacciato il paese. E allora tenta il tutto per tutto per stroncare ora il Don-bass. “Ci sono due varianti per la soluzione del conflitto” ha detto il 9 maggio il leader della DNR Alexander Za-kharčenko; “la prima è la capitolazione dell'Ucraina e allora noi acquisiremo il territorio che consideriamo da sempre nostro” - DNR e LNR non controllano infatti la totalità delle regioni di Donetsk e di Lugansk – e la seconda variante è che a Kiev vadano al potere persone con cui si possano avviare colloqui”. Zakharčenko ha detto di essere pronto a esaminare la questione della missione ONU, alle condizioni presentate da Mosca alle Nazioni Unite lo scorso settembre: a garanzia cioè dell'incolumità degli osservatori OSCE e lungo la linea di demarcazione tra forze ucraine e milizie che, in alcuni punti del fronte, è di appena 20-30 metri. Dopo quattro anni di bombardamenti terroristici sulle a-ree civili che, secondo Kiev, dovevano spezzare il morale della popolazione e costringere le milizie alla resa, la gente del Donbass non si stanca di maledire i nuovi nazi-sti e di aver fiducia nella vittoria. Ce lo hanno detto i volti delle migliaia di persone che il 9 maggio, nell'an-niversario della vittoria sul nazismo, sfilavano a Lu-gansk, gridando contro il fascismo di ieri e di oggi. Lo dicono le parole di quel volontario russo, intervistato insieme a miliziani tedeschi, francesi, colombiani, che alla domanda su quali motivazioni lo abbiano spinto nel Donbass, ha risposto: “Motivazioni?! Che razza di doman-da! Il fascismo non è forse un motivo sufficiente?”.