7 novembre 2007 redazione
90 Rivoluzione d'Ottobre

KKE
Sul 90° anniversario della Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre in Russia (1917)
La posizione del Comitato Centrale del Partito Comunista della Grecia

È con ottimismo rivoluzionario che il Comitato Centrale del KKE celebra il 90° Anniversario della Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre. I suoi insegnamenti guidano la lotta del KKE. La Rivoluzione di Ottobre richiama alla mente i comunisti della prima Internazionale di Karl Marx e Friedrich Engels, quelli della Seconda Internazionale, l'eroica Comune di Parigi, la prima rivoluzione proletaria che tentò "l'assalto al cielo" ma che per inesperienza non fu in grado di consolidare il suo potere, lo slogan rivoluzionario "Proletari di tutto il mondo, unitevi!". Emergono alla memoria l'Armata Rossa, la Terza Internazionale Comunista, i lavoratori rivoluzionari di Canton, Torino, Berlino, della Spagna, dell’Ungheria e di tutti i centri proletari del mondo.
Nel glorioso Ottobre, donne e uomini comunisti vedono la realizzazione della missione storica della classe operaia. Sono testimoni della giustezza della teoria di Marx ed Engels chiarita nel Manifesto Comunista: "Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e muoiono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più genuino".
L'Ottobre rivela l'insostituibile ruolo d'avanguardia nella rivoluzione socialista del Partito comunista, come Partito nuovo rispetto ai compromessi partiti socialdemocratici e rivela la forza dell'internazionalismo proletario. Con grande emozione onoriamo quella moltitudine che diede la vita per il movimento comunista mondiale, quell'invincibile forza rivoluzionaria, quell'eroica sollevazione degli operai e operaie e dei contadini poveri veri artefici della storia. Il loro esempio ha riscattato l'esistenza umana: ha educato e costituito l'inestimabile eredità dei comunisti e dei popoli.
La Rivoluzione di Ottobre è stato un evento di proporzioni storiche, il più grande del XX secolo, ed ha posto il timbro per decenni sul corso dell'umanità. Il "fantasma del Comunismo" che alcuni anni prima vagava per l'Europa, assunse il suo significato concreto nella forma del potere proletario.
La vittoriosa Rivoluzione di Ottobre ha segnato il passaggio per il genere umano "dal regno delle necessità al regno della libertà".

"Abbiamo intrapreso il cammino. La questione centrale non è quando esattamente o dopo quanto tempo e in quale nazione i proletari riusciranno a portare a termine il loro cammino. Ciò che è essenziale è che il ghiaccio sia rotto, che la strada sia aperta, il percorso tracciato",
scriveva Lenin.
La Rivoluzione di Ottobre è stata la scintilla che ha alimentato la progressiva crescita del Movimento Comunista Internazionale. La sua fiamma ha accelerato la formazione di numerosi Partiti comunisti fra cui il KKE. Ha portato alla creazione della Terza Internazionale Comunista (1919-1943), la cui necessità derivava dalla natura internazionale del potere del capitale e anche dal tradimento degli interessi dei lavoratori da parte della Seconda Internazionale. Fin dal 1917, il capitalismo internazionale, nell'elaborazione della sua politica, fu obbligato a tenere conto dell'esistenza di un'equivalente forza di opposizione. Grazie alla Rivoluzione socialista di Ottobre, furono create le condizioni per riconoscere ai lavoratori i diritti fin a quel momento negati, anche nei paesi capitalisti più avanzati.
I risultati conseguiti da lavoratori e contadini sotto il potere sovietico hanno portato benefici anche ai lavoratori dei paesi capitalistici La competitività ha obbligato i partiti borghesi di governo, liberali e socialdemocratici a concedere dei diritti alla classe operaia.
Il colpo che la Rivoluzione di Ottobre ha inferto alle fondamenta del vecchio mondo ha avuto un riflesso positivo e immediato sui movimenti di liberazione dal colonialismo. Questi regimi disumani hanno iniziato a sbriciolarsi. La forza vitale dell'Ottobre ha trovato espressione anche nella cultura, nelle arti e nelle lettere. I più grandi artisti di tutto il mondo confluirono nel Movimento Rivoluzionario Proletario, si ispirarono ai messaggi della Rivoluzione d'Ottobre, e misero il loro lavoro al servizio dei suoi ideali, al servizio della classe operaia internazionale. Le controrivoluzioni degli anni 1989-1991 non contraddicono che il carattere della nostra epoca sia di transizione dal capitalismo al socialismo, che trova il suo inizio simbolico nella Rivoluzione di Ottobre. Gli sviluppi storici confutano l'ipotesi della natura utopistica dell'impresa socialista-comunista. Nessun sistema socio-economico è per sempre nella storia dell'umanità, neanche il capitalismo affermatosi dalla sconfitta del feudalesimo. Anche se i teorici e rappresentanti politici della classe borghese hanno decretato la fine delle ideologie, il socialismo resta pertinente e necessario.
La necessità e l'opportunità del socialismo derivano dalle contraddizioni interne al sistema capitalista che generano le pre condizioni materiali per la transizione dell'umanità ad un sistema socioeconomico superiore, per quanto al momento diverso a causa dell'avverso rapporto di forza che fa apparire invincibile l'aggressività capitalista.
La transizione al socialismo è connaturata al capitalismo stesso nel quale - sebbene lavoro e produzione siano socializzati come mai - i prodotti del lavoro organizzato costituiscono la proprietà privata capitalista. Questa contraddizione è la madre di tutte le crisi verificatesi nelle società capitaliste contemporanee, ma nel contempo indica la necessità e la via per adeguare i rapporti di produzione allo sviluppo delle forze produttive, per l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la loro socializzazione, per pianificarne l'uso sociale da parte del potere socialista nell'interesse collettivo. Le teorie che sostengono la non esistenza delle condizioni oggettive per la realizzazione della Rivoluzione di Ottobre sono frutto di propaganda o di superficiali interpretazioni della realtà.
La Rivoluzione di Ottobre è cresciuta sul terreno dello sviluppo capitalista in Russia, che già evolveva nella fase imperialista, nonostante la profonda arretratezza e la prevalenza di condizioni pre capitaliste in grande parte dell'impero zarista. L'esistenza delle condizioni materiali per la trasformazione socialista della Russia può essere provato da statistiche del periodo.
Nella classe operaia Russa e specialmente nel comparto industriale, furono fondati i soviet come cellule attorno alle quali organizzare la lotta rivoluzionaria per il potere.
Il Partito bolscevico aveva fiducia illimitata nella forza e nelle capacità della classe operaia, anche se allora costituiva una minoranza di tutta la forza lavoro, di attrarre e guidare le masse nella lotta. Il Partito ha imparato dall'iniziativa rivoluzionaria delle masse, dalle istituzioni che si seppe dare nei momenti più duri della lotta di classe. Nello stesso tempo ha saputo guidare gli sviluppi ed elevarne il livello di coscienza.
Le parole di Karl Marx hanno dimostrato d'essere vere: la lotta di classe, anche nella sua violenza rivoluzionaria, è "levatrice della storia", e la storia da sempre è storia di lotta di classe. L'Ottobre camminò sulle orme della grande sollevazione degli schiavi condotti da Spartaco, su quelle delle rivolte dei contadini nel Medioevo e delle gloriose rivoluzioni borghesi, prima tra tutte la Rivoluzione francese.
L'Ottobre vittorioso costituì l'espressione più alta della superiorità della teoria del socialismo-comunismo scientifico marxista-leninista su qualsiasi altra variante idealista filosofica anti-dialettica su cui poggia l'ideologia borghese. È provato che il marxismo costituisce un balzo in avanti rispetto le più avanzate teorie elaborate da mente umana fino al XIX secolo, in filosofia e nelle scienze sociali, superando l'economia politica inglese, la filosofia tedesca e il socialismo utopistico francese.
Gli ideali dell'Illuminismo che hanno ispirato e guidato le rivoluzioni borghesi sono da lungo tempo superati, perché la borghesia ha cessato d'essere una classe in ascesa ed è diventata classe reazionaria. Il Partito bolscevico ha trattato la lotta economica, politica ed ideologica della classe operaia come un tutt'uno indivisibile, secondo i principi leninisti: perché un ruolo d'avanguardia richiede una teoria di avanguardia.
L'ideologia socialista-comunista - che spiega le leggi di movimento della società capitalista, le leggi per la transizione rivoluzionaria dal capitalismo al socialismo e generalizza l'esperienza della lotta di classe - è divulgato e sviluppato tra la classe operaia dal Partito comunista rivoluzionario, sua avanguardia cosciente e organizzata. Qui risiede la necessità di un Partito comunista.
La teoria della rivoluzione socialista e stata forgiata nell'incessante lotta contro l'ideologia borghese e contro le diverse teorie riformatrici e opportuniste. È scientificamente provato che le condizioni della classe operaia non possono mutare sostanzialmente attraverso una lotta per le riforme.
Dopo la costituzione del Partito bolscevico (1903) ed un'intensa lotta ideologica che durò per molti anni tra i leninisti e l'ala opportunista del partito, fu creata, per la prima volta nella storia, un'organizzazione statutaria con diritti e doveri per i membri del partito, operante sul principio del centralismo democratico. Ciò significa diritto di opinione e di critica per i militanti, ma unità di azione e disciplina quando la parola è data, la decisione presa; e forti legami con le masse popolari e lavoratrici, che si rafforzano per la democrazia interna e l'autocritica sviluppata nel partito secondo il supremo principio del primato dell'interesse collettivo.
La complessiva preparazione teorica del Partito bolscevico, sotto la direzione di Lenin, lo rese capace di valutare correttamente posizioni e correlazioni tra le forze politiche e sociali; di attuare una politica adeguata e flessibile, senza allontanarsi dalla meta strategica del potere operaio; di risolvere problemi connessi alla politica delle alleanze a beneficio del movimento rivoluzionario; di adeguare le parole d'ordine alle situazioni contingenti, in un quadro fluido, complesso e in continua evoluzione.
Uno dei fattori decisivi per la vittoria della Rivoluzione fu la politica bolscevica durante la I Guerra mondiale. Una guerra imperialista che si poneva l'obiettivo di ridistribuire mercati, le sfere d'influenza e le colonie e che acutizzò al massimo grado tutte le contraddizioni della società russa, provocando un più grande e immediato deterioramento della vita delle masse. Si comprese che la guerra costituiva la continuazione della stessa politica interna con mezzi militari, ossia serviva gli interessi delle stesse classi che sfruttavano la classe operaia e gettava decine di milioni di contadini in stato di indigenza.
La direzione della Seconda Internazionale, invocando la "difesa della madre patria", nascondeva la natura imperialista della guerra. La classe operaia mondiale, che si apprestava a difendere i propri ladri - la borghesia nazionale - veniva così condotta alla frammentazione. Al contrario, i bolscevichi non solo denunciarono la guerra come fecero i pacifisti, ma apportò ragioni per trasformare la guerra imperialista in guerra di classe, per rovesciare le classi dominanti. Solo questa via avrebbe potuto portare a una pace giusta con l'eliminazione dello sfruttamento di classe e dell'oppressione imperialista.
Si erano venute a creare le condizioni per l'assalto della Rivoluzione socialista, quelle condizioni - come disse Lenin - indispensabili alla concretizzazione della situazione rivoluzionaria: 1 "L'impossibilità per le classi dominanti di conservare il loro dominio senza modificare la forma [...] per lo scoppio della rivoluzione non basta ordinariamente che gli strati inferiori non vogliano, ma occorre anche che gli strati superiori non possano vivere come nel passato; 2. un aggravamento maggiore del solito dell'angustia e della miseria delle classi oppresse; 3. in forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell'attività delle masse, le quali, in un periodo "pacifico" si lasciano depredare tranquillamente ma in tempi burrascosi sono spinte, sia da tutto l'insieme della crisi che dagli stessi strati superiori, ad un'azione storica indipendente”.
Durante la guerra, i bolscevichi non permisero che le masse rivoluzionarie fossero influenzate dalle forze borghesi che salirono al potere nella Rivoluzione del febbraio 1917 dopo il rovesciamento del governo zarista, ma le condussero alla Rivoluzione di Ottobre. Non presero parte ai governi borghesi che andavano formandosi tra il febbraio e l'ottobre 1917, ma trassero vantaggio dalla persistenza delle contraddizioni che protraevano la situazione rivoluzionaria e che permisero anche di modificare i rapporti di forza nei Soviet. L'ultimo governo borghese, quello di Kerensky, fu incapace di risolvere i problemi che avevano coinvolto milioni di persone in una lotta mortale, incapace di conquistare la fiducia di coloro cui tutto appartiene e che meritano una vita di pace.
Lo slogan "Tutto il potere ai soviet!" conquistò la maggioranza della classe operaia e attrasse rapidamente milioni di contadini e fece presa nelle file dell'esercito borghese, dove i soldati rimossero gli ufficiali reazionari che vennero sostituiti con dei rivoluzionari.
La teoria leninista sulla debolezza del sistema imperialista è stata pienamente confermata. Nelle condizioni di ineguaglianza connaturate allo sviluppo economico e politico capitalista c'è la possibilità della vittoria della rivoluzione socialista in alcuni paesi o anche in un solo paese.
Lo Stato nuovo - quello della dittatura del proletariato - venne costruito sui soviet, risultato della fiamma rivoluzionaria del 1905-07, e sostituì il vecchio apparato statale schiacciato dalla Rivoluzione di Ottobre.
L'eliminazione delle strutture dello Stato borghese è necessaria perché "lo stato moderno, qualsiasi forma assuma, è essenzialmente una macchina capitalista, lo stato dei capitalisti" come scriveva Engels.

"La democrazia si basa sulla proprietà privata o sulla lotta per abolire la proprietà privata? (...) Libertà e uguaglianza per i lavoratori, i contadini, per la classe oppressa! Questo è il nostro motto!"
dichiarava V.I Lenin. Che aggiungeva: "La dittatura del proletariato (...) non è il puro esercizio della violenza contro gli sfruttatori (...) rappresenta e realizza una forma più alta dell'organizzazione sociale del lavoro".
Lo sforzo del giovane Governo sovietico nella costruzione delle fondamenta economiche del socialismo avanzò nelle avverse condizioni di aspra lotta contro gli eserciti stranieri, contro la borghesia nazionale, l'accerchiamento imperialista, la sovversione interna con cospirazioni, sabotaggio e attentati ai bolscevichi. L'aver effettivamente fondato il socialismo costituisce un atto di valore storico senza precedenti nelle condizioni date. Non è casuale l'accanita offensiva scatenata dalla borghesia e dagli opportunisti. La bandiera della crociata "antistalinista" è servita a screditare la lotta comunista e le sue prospettive.
L'attività del Partito poggiava sull'ipotesi del socialismo in un paese, un paese tra l'altro delle dimensioni della Russia, in opposizione alla prospettiva trotzkista della "rivoluzione permanente". Si basava sull'alleanza della classe operaia con i contadini poveri, presupposto indispensabile per lo sviluppo industriale e la collettivizzazione, nella forma cooperativa, della produzione agricola. Contribuì significativamente alla costruzione del socialismo l'avanguardia del movimento Stacanovista che contava nelle sue fila milioni di rivoluzionari, la crema della nuova società.
Grazie a tutto questo, l'Unione Sovietica si trasformò in una grande potenza economica e militare alla vigilia della II Guerra mondiale imperialista.
Il ruolo dell'Unione Sovietica nella vittoria antifascista nella II Guerra Mondiale fu decisivo. L'URSS decimò la macchina militare della Germania e dei suoi alleati che avevano invaso il territorio sovietico. Liberò diversi paesi europei dalle forze di occupazione tedesche. Per la patria socialista oltre 20 milioni di cittadini sovietici diedero la vita, e altri 10 milioni furono feriti o resi invalidi.
Le vittorie dell'Armata Rossa diedero una spinta considerevole allo sviluppo dei movimenti di liberazione nazionale e antifascisti che contavano in prima linea i Partiti comunisti. Non a caso la loro crescita fu prospera proprio dopo la battaglia di Stalingrado che segnò il rovesciamento nelle sorti della guerra a sfavore delle forze dell'Asse. Le lotte di classe in Cina, a Cuba, in Vietnam, e nella R.D.P. della Corea trovarono nella politica dell'Unione Sovietica un sostegno disinteressato ed un appoggio contro l'imperialismo.
L'Unione Sovietica aiutò i popoli dell'Afghanistan, dell'Angola, della Cambogia, dello Yemen Meridionale, dell'Etiopia e di dozzine di altri paesi in Africa, in Asia e nelle Americhe. Sostenne la Palestina e Cipro. Grazie all'URSS e agli altri paesi del Patto di Varsavia, regioni intere come i Balcani vissero decenni di pacifica convivenza nonostante le differenze etniche.
L'URSS si impegnò nella realizzazione di una politica di pace e tentò di placare le tensioni e le guerre innescate dall'imperialismo già responsabile di due guerre mondiali e di un centinaio di conflitti locali. L'Unione Sovietica sottoscrisse dozzine di proposte per l'abolizione o la riduzione degli armamenti nucleari e per la conclusione di accordi di non proliferazione, proposte del tutto vanificate dal carattere aggressivo degli stati capitalisti. Il Patto di Varsavia - firmato nel 1955, sei anni dopo il Patto imperialista della Nato - fu strumento di difesa e bastione del socialismo. L'Unione Sovietica e gli altri stati membri proposero ripetutamente lo scioglimento simultaneo dei due trattati di alleanza, ma senza risposta. La decisione del Patto di Varsavia di offrire la sua tutela internazionale all'Ungheria (1956) e alla Cecoslovacchia (1968) fu intesa per difendere il potere socialista dalla controrivoluzione. La lotta di classe, tra capitalismo e socialismo si svolse su un piano internazionale.
La stragrande maggioranza dei popoli devono alla Rivoluzione di Ottobre, il diritto ad un lavoro stabile, all'istruzione gratuita, alle cure sanitarie ed al sistema di previdenza, alla casa e ai diritti politici e civili.
In pochi anni dalla Rivoluzione di Ottobre scomparve la disoccupazione in Unione Sovietica. Dal 1956 fu introdotta la giornata lavorativa di 7 e poi di 6 ore, così come la settimana di cinque giorni. Fu assicurato tempo libero a tutti i lavoratori e il potere sovietico realizzò le infrastrutture per goderne appieno: come case vacanza, di villeggiatura e campeggi. Una rete enorme di teatri e cinema, associazioni culturali, sportive, artistiche e musicali e di biblioteche ricoprirono l'Unione Sovietica, raggiungendo il più piccolo villaggio e le zone più remote della Siberia, distese enormi letteralmente trasformate grazie all'eroico impegno di migliaia di lavoratori, di molti volontari. La previdenza era interesse primario per lo Stato sovietico. Il pensionamento era universale, all'età di 55 anni per donne e 60 per uomini. I fondi per la previdenza trovavano copertura nel bilancio di Stato e nei contributi delle imprese. La stessa cosa accadeva negli altri paesi socialisti dell'Europa. I lavoratori non sperimentavano mai l'insicurezza e l'ansietà cui i lavoratori e i giovani sono costretti nei paesi capitalisti.
Il potere sovietico gettò le fondamenta per abolire la discriminazione e l'oppressione contro la donna. Le diede pieni diritti. Tutelò la maternità come questione sociale e non come un fatto privato o un dovere familiare. Alleviò le donne da molte responsabilità nella cura della famiglia, attivando un sistema statale gratuito. Per la prima volta in assoluto affrontò pregiudizi vecchi di secoli e si scontrò con enormi difficoltà oggettive. Mostrò particolare interesse per le giovani coppie. Anche se tutto questo non ha comportato la fine di tutte le disuguaglianze tra donne e uomini, è certo che il potere sovietico aiutò il genere femminile a sollevarsi dallo stato di subalternità, di seconda classe tra gli esseri umani. Lo sforzo per innalzare il livello di istruzione pubblica a tutti i livelli è stata parte integrante e sforzo costante della politica sovietica. Oltre i 3/4 dei lavoratori dell'URSS conseguì la laurea o il diploma di istruzione secondaria, mentre l'analfabetismo che nel 1917 affliggeva i 2/3 della popolazione, fu immediatamente sradicato.
I risultati si sono manifestati nel fiorire delle scienze, dal primo volo spaziale di Yuri Gagarin, dall'ascesa mondiale di scienziati in tutti i campi: dalla fisica alla matematica, dalla chimica alla medicina, dall'ingegneria alla psicologia, una miniera enorme di conoscenza.
L'economia socialista e lo Stato dei lavoratori forgiarono "l'uomo nuovo" creatore della cultura socialista. La sua universale influenza abbracciò tutti i popoli e le regioni di questo enorme paese. I frutti della cultura in tutti i campi furono socializzati e divennero patrimonio di ampie masse popolari. Lo Stato fornì risorse per l'educazione artistica fin dall'infanzia, finalizzate allo sviluppo della creatività. L'Unione Sovietica non si distingueva solo per i suoi grandi artisti in tutti i campi dell'estetica, ma soprattutto per l'elevato livello culturale delle masse. Uguale cura fu posta nel tutelare e diffondere le più grandi conquiste intellettuali mai raggiunte nella storia dell'umanità. Insieme con i frutti dell'arte e della cultura socialiste più in generale, milioni di cittadini sovietici furono capaci di apprendere e godere delle grandi opere frutto dell'intelletto. Dopo il Louvre e il Vaticano, il museo dell'Hermitage aveva la migliore collezione di opere d'arte del mondo, accessibile a tutti. Il popolo sovietico familiarizzò con i frutti della cultura sin dall'epoca della Rivoluzione di Ottobre e della guerra civile, quando ancora soffriva la fame, il freddo e moriva di colera o sul campo di battaglia. I progressi compiuti dalle popolazioni dell'Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti prova la superiorità del modo di produzione socialista rispetto a quello capitalista. Mostrano un valore anche maggiore se consideriamo la disparità e l'arretratezza del capitalismo in Russia al tempo della rivoluzione, sia in confronto con gli Stati Uniti, ma anche rispetto la Gran Bretagna, la Francia, la Germania ed il Giappone.
La costruzione del socialismo iniziò in Russia sulle rovine lasciate dalla I Guerra Mondiale, dalla guerra civile e dagli eserciti inviati da 16 Stati imperialisti. A ciò si aggiunga la distruzione ancor più grave della II Guerra Mondiale. La ricostruzione dell'URSS, senza alcun aiuto esterno, nel giro di soli quattro anni (1945-1949) costituisce un'altra testimonianza del valore del potere sovietico socialista. Viceversa, la ricostruzione dell'Europa capitalista si affidò ampiamente al Piano Marshall statunitense.
La costituzione dell'Unione Sovietica è consistita in un processo di unificazione progressiva e popolare, tutto il contrario "dell'Unione degli Stati Uniti d'Europa sotto il regime capitalista" che è invece un progetto "irrealizzabile e reazionario", come aveva previsto Lenin.
Oggi, le unioni imperialiste sono permeate da contraddizioni insormontabili. La competizione per la supremazia deriva dalla proprietà privata dei mezzi di produzione. Le relazioni dell’UE con gli altri Stati e anche tra gli Stati membri sono governate da iniquità e dominio. Il governo sovietico si oppose al nazionalismo, al localismo e alla xenofobia. Riconobbe il diritto di ogni popolo all'autodeterminazione fino all'indipendenza. Promosse il rispetto reciproco e l'uguaglianza tra nazioni e gruppi etnici, propugnò la convivenza volontaria nell'unico quadro dell'Unione Sovietica. Questa politica trovava fondamento nell'internazionalismo proletario, il solo principio la cui effettiva applicazione assicura rispetto per le differenze etniche, linguistiche, culturali e l'ugualitaria partecipazione alla costruzione dell'edificio socialista. Al contrario, la violazione dell'internazionalismo proletario soprattutto in presenza di crisi interne, crea le condizioni per indebolire e allentare i legami, fino all'aperta opposizione all'unificazione. Il fattore imperialista agendo assieme alle forze interne controrivoluzionarie ha approfittato delle distorsioni e degli errori, e ha innescato sentimenti nazionalistici volti a minare il sistema socialista ed aggravare tendenze secessioniste.
Il Governo sovietico, agendo a vari livelli con così tanti problemi, ha dimostrato che sono propri della natura ed impliciti al socialismo-comunismo il continuo miglioramento della qualità della vita e lo sviluppo della personalità dei lavoratori. Tali risultati possono essere raggiunti solamente attraverso la corretta azione dei Partiti comunisti. Le deviazioni e le deroghe a tali principi costituiscono fattori di ritardo, stagnazione e conducono ad un declino controrivoluzionario.
Il KKE, nell'analisi e nelle conclusioni della Conferenza Nazionale del luglio 1995 su "Le cause del rovesciamento del sistema socialista in Europa", ha compiuto un primo passo nello studio di questo funesto sviluppo per i popoli. Ulteriori osservazioni e valutazioni sono state formulate nelle "Tesi del CC del KKE sul 60° Anniversario della grande Vittoria Antifascista dei popoli, maggio 2005". Oggi il KKE, con una maggior maturità e conoscenza delle fonti storiche, avendo seguito le discussioni affrontate da studiosi marxisti a livello internazionale e non ritenendo sufficientemente esplorata la questione, si sta sforzando di approfondire ulteriormente la comprensione delle cause del rovesciamento controrivoluzionario.
Il rovesciamento del sistema socialista costituisce una controrivoluzione perché ha condotto ad una regressione sociale. Il dominio assoluto del capitalismo ha provocato grandi sofferenze per milioni di persone, sia nei paesi capitalisti che socialisti. Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, il crimine, la prostituzione e il narcotraffico, la disoccupazione e la depredazione capitalista dell'enorme ricchezza dell'Unione Sovietica - sconosciute per sette decenni - sono all'ordine del giorno dopo la controrivoluzione e lo scioglimento dell'URSS. La controrivoluzione ha portato ad una distruzione incredibilmente estesa delle forze produttive. La propaganda controrivoluzionaria ha universalmente alimentato l'idea che i disastri della controrivoluzione derivino dall'edificazione socialista. Ora i popoli sono privati di un grande supporto e del più sincero alleato. Migliaia i morti, le vittime dell'aggressione imperialista, i reduci ed i rifugiati. Nei Balcani, in Iraq e Afghanistan, nel Ruanda, a Haiti e in Somalia, le vittime indicative del nuovo rapporto di forza affermatosi su scala globale dopo il 1989-91.
Il nazionalismo, il razzismo, le differenze religiose e culturali, il sentimento antisocialista ed anticomunista sono diventate armi nelle mani degli imperialisti per fomentare l'odio tra i popoli e tra le Nazioni. Nuove armi ed apparati nucleari vengono sviluppati. Il dettato anticomunista assunto come politica ufficiale di molti paesi rivela il carattere formale e limitato della democrazia borghese quale dittatura del capitale. In Stati emergenti dalla restaurazione capitalista e dallo scioglimento dell'Unione Sovietica, nei Paesi Baltici, in Polonia nella Repubblica Ceca ed altrove, vengano onorati i criminali di guerra e i collaborazionisti dei tedeschi, mentre gli eroi della lotta antifascista sono perseguitati ed i simboli della vittoria dei popoli contro il fascismo vengono rovesciati.
Respingiamo la definizione "crollo del sistema socialista", perché suggerisce una qualche necessità del processo controrivoluzionario, nasconde lo scontro sociale e le condizioni per la sua evoluzione in aperta lotta di classe. Pur con debolezze, errori e deviazioni, riteniamo invece che nell'Est progrediva l'edificazione socialista. Non si trattava della transizione di un qualche "sistema di sfruttamento" o di una forma di "capitalismo di Stato", come sostengono alcune correnti nel Movimento operaio. Il fatto che nei paesi ex socialisti il rovesciamento è stato condotto dal Partito e dalla direzione statale conferma che l'opportunismo nel suo sviluppo, soprattutto quando la lotta di classe diventa più acuta, matura in forma controrivoluzionaria. I nostri avversari, distorcendo le nostre posizioni, sostengono che il KKE riduce l'intera questione delle cause del capovolgimento controrivoluzionario all'attività sovversiva degli agenti imperialisti nel Partito e nello Stato. Questa interpretazione è una volgarizzazione delle posizioni del KKE e mira a svilire il pensiero del Partito ed a screditarlo agli occhi della classe lavoratrice interessata.
L'accerchiamento imperialista del sistema socialista rafforzò enormemente i problemi interni e le contraddizioni. Condusse a scelte che rendevano più difficoltosa l'edificazione socialista. La corsa agli armamenti assorbì una grande parte delle risorse dell'Unione Sovietica. La linea della coesistenza pacifica - come sviluppata nell'immediato dopoguerra - fino al 19esimo (ottobre 1952), ma specialmente al 20esimo Congresso del Partito comunista dell'URSS (febbraio 1956), coltivò la visione utopistica che fosse possibile per l'imperialismo abbandonare la guerra ed i mezzi militari. Nella formazione dei rapporti di forza su scala mondiale, ebbero un ruolo significativo gli sviluppi del Movimento Comunista Internazionale e le sue difficoltà strategiche. La decisione di sciogliere l'Internazionale Comunista (maggio-giugno 1943) segnò la fine di un Centro in cui potesse formularsi la strategia rivoluzionaria contro il sistema imperialista internazionale. Nonostante la II Guerra Mondiale avesse creato le condizioni per acuire fortemente le contraddizioni di classe, la lotta antifascista condusse al rovesciamento del potere borghese solo nei paesi dell'Europa centrale ed orientale, e in un modo o nell'altro, col contributo decisivo dell'Armata Rossa.
Nell'Occidente capitalista i Partiti comunisti non poterono elaborare una strategia per la trasformazione della guerra imperialista o di liberazione in lotta per la conquista del potere della classe lavoratrice. Venne posposta la meta socialista e ci si limitò alla lotta contro il fascismo. Prevalse l'idea che fosse possibile, tra borghesia e potere rivoluzionario, passare per uno stadio intermedio che evolvesse successivamente in potere della classe lavoratrice.
Dopo la II Guerra mondiale, mancava ovviamente un collegamento organizzato tra i Partiti comunisti che sarebbe stato utile per definire una strategia unitaria e autonoma contro la strategia unitaria dell'imperialismo internazionale. L'Information Bureau dei Partiti comunisti, istituito nel 1947 e sciolto nel 1956, e le Conferenze Internazionali dei Partiti comunisti tenutesi da allora in poi, non riuscirono a contribuire all'unità ideologica e a progettare una strategia rivoluzionaria.
Le analisi condotte dal Movimento Comunista Internazionale non valutarono pienamente la portata delle versatili tattiche del capitalismo. Le contraddizioni tra Stati capitalisti su cui naturalmente agivano fattori di dipendenza, come sempre accade nella piramide imperialista, non furono tenute nella debita considerazione, cosa che portò ad alleanze con settori della borghesia definiti "nazionali", ossia intesi come contrari alla dominazione straniera. Inoltre, non furono tratte corrette e esaustive conclusioni riguardo all'aperta attività controrivoluzionaria imperialista avviatasi dapprima nella Repubblica Democratica Tedesca e poi in Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia. La politica perseguita da un numero di Partiti comunisti di collaborare con la socialdemocrazia era parte di una strategia avversa a "governi monocolore", una sorta di via di mezzo tra il capitalismo e il socialismo, che riuscì ad esprimere anche governi che tentarono di amministrare il sistema capitalista.
D'altra parte, subito dopo la fine della guerra, sotto il comando degli Stati Uniti, l'imperialismo lanciò la "guerra fredda". Che comportava tra l'altro la guerra psicologica contro i paesi socialisti, l'intensificazione della corsa agli armamenti, la realizzazione di reti sovversive e di sabotaggio all'interno del sistema socialista, la fomentazione di sollevazioni controrivoluzionarie, oltre ad una politica differenziata, sia in termini economici che diplomatici, nei confronti delle nuove repubbliche popolari, volte a minare le alleanze con l'URSS. Nel contempo il sistema imperialista mise a punto coalizioni militari, civili ed economiche e organizzazioni di credito internazionale come la Nato, la Comunità Europea, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale ed una serie di accordi commerciali transnazionali che hanno coordinato l'azione tra Stati capitalisti. Sia le sezioni del Movimento Comunista al potere che no fallirono nella corretta stima del rapporto di forze mondiale e sottovalutarono il potenziale della riorganizzazione capitalista postbellica. Nel contempo si approfondì la crisi nel Movimento Comunista Internazionale, inizialmente manifestato nella totale rottura di relazioni tra il Partito Comunista dell'Unione Sovietica ed i Partiti comunisti di Cina e Albania. Poi le difficoltà aumentarono con la formazione dell'opportunismo di destra nel Movimento Comunista dell'Europa Occidentale, nella cosiddetta corrente dell'"Eurocomunismo" che convergeva apertamente con la socialdemocrazia.
Su tutti questi fronti si è manifestato un sentimento antisovietico diventato elemento politico. Da parte del PCCinese raggiunse manifestazioni anche più dure. Intanto cresceva, sotto la minaccia nucleare contro i paesi socialisti, l'influenza reciproca dell'opportunismo tra Partiti comunisti nei paesi capitalisti e Partiti comunisti al potere. È opportuno evidenziare che la differenza fondamentale tra capitalismo e socialismo-comunismo risiede nel fatto che, mentre i rapporti di produzione capitalista nacquero in seno al feudalesimo, un'analoga origine non può aversi tra capitalismo e socialismo-comunismo, in quanto sono rapporti destinati ad entrare in conflitto in tutte le forme di sfruttamento.
Il potere rivoluzionario deve rovesciare radicalmente e rimodellare tutte le relazioni sociali ereditate dal capitalismo, deve consapevolmente costruire un nuovo modo di produzione, ponendo fine alle contraddizioni sociali al fine dell'edificazione socialista. Questo è il motivo per cui incontra enormi difficoltà nella costruzione, diffusione, sviluppo e dominio dei nuovi rapporti di produzione e distribuzione. Il capitalismo non ha incontrato simili difficoltà. Sulla società socialista gravano, a vari livelli, pesanti eredità della società capitalista.
Nel socialismo, lo sfruttamento di classe è abolito, ma non possono essere abolite tutte le forme di ingiustizia e stratificazione sociale che si riflettono nelle coscienze e negli atteggiamenti delle persone. Nell'edificazione socialista, anche le differenze tra città e campagna, tra lavoro manuale e intellettuale devono essere eliminate. Solo allora potrà dirsi, come scriveva Lenin, che piantiamo "l'ultimo chiodo sulla bara della società capitalista che stiamo seppellendo". La lotta per fondare e sviluppare la società nuova è condotta dal potere dei lavoratori rivoluzionari al cui centro agisce il Partito Comunista che consapevolmente interpreta le leggi del movimento della società socialista; pertanto la natura scientifica e di classe della politica del Partito Comunista, soprattutto lo sviluppo della teoria del socialismo-comunismo scientifico del Partito comunista, è un compito indispensabile nell'edificazione socialista. I partiti al potere non portarono a termine con successo questo compito e laddove la politica socialista è fallita nel risolvere le contraddizioni sociali, queste entrarono in concorrenza. La teoria opportunista che le contraddizioni "non competitive" non possano evolvere in contraddizioni "competitive" non è confermata. Dopo la guerra, come rilevato nel 19esimo Congresso del PCUS, nonostante i successi conseguiti nella piena realizzazione del 4° Piano quinquennale (1946-1950), c'erano problemi riguardo alla modernizzazione e allo sviluppo dei mezzi di produzione, alla gestione delle imprese e al livello di welfare sociale. A partire dal 20esimo Congresso del PCUS del 1956, furono gradualmente adottati approcci teorici errati per risolvere taluni problemi e vennero realizzate politiche opportuniste nell'economia, nella gestione del potere socialista e nelle relazioni internazionali. Nel contempo, col pretesto di combattere il "culto della personalità", fu scatenata una feroce campagna contro la politica dello Stato sovietico sotto Stalin, spianando la strada al grave spostamento opportunista di destra del Movimento Comunista Internazionale.
Anziché rafforzare i rapporti di produzione/distribuzione, vennero rafforzate le relazioni commerciali potenzialmente capitaliste. La pianificazione centrale intraprese il suo declino e la proprietà collettiva venne erosa. Una parte significativa della produzione agricola sia privata che cooperativa iniziò a vendersi liberamente sul mercato, ossia al valore più alto di fluttuazione dei prezzi. La sperequazione sociale nell'industria fu anche più forte. L'arricchimento illegale, il cosiddetto "capitale ombra", venne fatto operare come capitale di produzione, ossia verso la restaurazione di capitalismo. Questo colpì il Partito, mentre rinvigorì l'ala opportunista e la degenerazione socialdemocratica. Il soggettivismo nel valutare l'evoluzione dell'edificazione socialista come "socialismo sviluppato" e lo sviluppo dell'opportunismo sono registrati nelle relazioni del 21esimo Congresso del PCUS del 1959: "Il socialismo nell'URSS ha finalmente vinto, definitivamente (...) entra nel periodo dell'estesa edificazione della società socialista". Nel 22esimo Congresso del 1961 venne adottato il "Programma di costruzione del comunismo". Nel 1977 venne modificata la Costituzione introducendo i costrutti di "Stato dell'intero popolo" e "partito del popolo". La teoria dello "Stato dell'intero popolo" fu funzionale all’alterazione delle caratteristiche dello Stato, e nel declassamento del ruolo della classe operaia. Modificò anche la natura della democrazia socialista. Contestualmente, la definizione del partito come "partito dell'intero popolo" comportò un mutamento della sua natura di classe.
Nel documento della Conferenza Nazionale del KKE, luglio di 1995, su "Le cause del rovesciamento del sistema socialista in Europa", è detto che "il ruolo di avanguardia del Partito si indebolì progressivamente (...). Nel periodo della perestrojka, il Partito raggiunse il punto di degenerazione". Le forze comuniste che non erano scivolate consapevolmente verso l'opportunismo guardavano al ruolo del Partito nella società come dato e insindacabile. Il controllo della classe operaia sul partito venne gradualmente indebolito e infine scomparve. Il principio di uguaglianza tra comunisti venne violato, si produssero le condizioni per il carrierismo tra i quadri.
La classe operaia, e le masse popolari più in generale, non rigettarono il socialismo. È significativo che le parole d'ordine usate durante la perestrojka erano "rivoluzione dentro la rivoluzione" e "più socialismo". Ciò spiega, assieme altri fattori, perché la classe operaia non reagì alla controrivoluzione. Quando le leadership dei partiti comunisti adottarono scelte che erodevano la natura sociale della proprietà e rafforzavano specifici interessi privati si generarono sentimenti contrari alla proprietà collettiva e venne meno la stessa coscienza. Si alimentavano passività e indifferenza. L'erosione opportunista del Movimento Comunista Internazionale fu un processo lungo, con radici profonde nello sviluppo capitalista del XX secolo che non fu prontamente e obiettivamente analizzato. L'interazione tra l'opportunismo nei partiti comunisti dei paesi a capitalismo sviluppato, nel PCUS e negli altri partiti comunisti al governo, richiedono un approfondimento storico ulteriore, necessario per il rafforzamento ideologico e politico e per l'unità del movimento comunista nel XXI secolo.
Al tempo stesso è opportuno comprendere e trarre conclusioni sullo sviluppo e la crescita della lotta di classe durante l'edificazione socialista del XX secolo. La futura costruzione socialista certamente comincerà ed evolverà ad uno stadio superiore rispetto al XX secolo e il livello di scontro sul piano economico, politico e ideologico con l'eredità capitalista, non sarà meno aspro.
Attualmente il movimento dei lavoratori nei paesi capitalisti sconta il problema d'essere irretito in massa nelle strutture del sistema (parlamento, governo, controllo padronale, sindacati, istituzioni locali e altro). La potente influenza ideologica borghese sul movimento dei lavoratori è espressa anche dal revisionismo e dall'opportunismo in numerosi partiti comunisti.
Ora, che i bisogni immediati stanno cambiando, sia da parte del capitale che della classe operaia, è più che mai certo che la lotta di classe non può muoversi su un piano difensivo per la salvaguardia dei diritti acquisiti. Risultati immediati e in particolare a lungo termine possono essere raggiunti solo politicizzando l'azione, con rivendicazioni che contrastino la strategia del capitale, che rivendichino la ricchezza a beneficio di chi la produce e che contestualmente preparino i fattori soggettivi per la conquista del potere. Queste lotte possono dare origine a rapporti di forza favorevoli alla classe operaia ed ai suoi potenziali alleati, le masse popolari. Uno dei compiti principali del fronte ideologico comunista è di ripristinare agli occhi dei lavoratori la verità sul socialismo del XX secolo, senza idealizzazioni, in modo obiettivo e scevro delle calunnie borghesi. La difesa delle leggi di sviluppo del socialismo e la difesa del contributo al socialismo nel XX secolo offrono una risposta alle teorie opportuniste sui "modelli" socialisti adattati alle peculiarità "nazionali" e respingono le discussioni disfattiste sugli errori commessi. La difesa di questo contributo è, per il KKE, un criterio nelle relazioni con gli altri Partiti comunisti e dei Lavoratori per la creazione di un polo comunista nel movimento internazionale. La calunnia e la crociata anticomunista non possono nascondere a lungo la verità. Il sentimento anticomunista, alimentato tra l'altro dal revisionismo storico, è indice della paura della classe borghese.
È provato che non esiste un modello senza classi o una terza via nel sistema capitalista: la via persegue o l'imperialismo, ossia la gestione del sistema capitalista, o il socialismo. Tutti i miti, vecchi o contemporanei, saranno abbattuti e denunciati nella pratica: il "liberismo economico", la "competitività", la "modernizzazione", il "consenso", il "dialogo sociale", la "democrazia delle istituzioni", le "scelte a senso unico" e i miti sulla sicurezza e sul rispetto della sovranità e delle frontiere. La domanda è: chi è al potere, chi domina, chi ne trae beneficio, a quale fine? La classe operaia e le fasce povere della popolazione non resteranno inchiodate al passato. La classe lavoratrice, in particolare le nuove generazioni, i giovani delle masse popolari in generale, meritano un solo futuro, quello tanto temuto dall'imperialismo: un futuro socialista-comunista. Come insistevamo nel Programma del KKE adottato al 15esimo Congresso: "Il XXI sarà il secolo in cui le forze rivoluzionarie si uniranno, l'offensiva del capitale internazionale sarà respinta e monterà una decisiva volontà di controffensiva. Sarà il secolo di una nuova crescita nel movimento mondiale rivoluzionario e di una nuova ondata di rivoluzioni sociali".
Il Comitato Centrale del KKE


25 novembre 2006 redazione
Internazionalismo

Incontro internazionale dei Partiti comunisti e operai a Lisbona
Il 10-12 novembre scorso si è svolto a Lisbona il tradizionale Meeting Internazionale dei Partiti Comunisti e operai, a cui hanno preso parte delegazioni di 63 partiti da ogni parte del mondo, mentre 17 partiti, impossibilitati per varie ragioni a partecipare, hanno inviato messaggi o contributi scritti. Questo "evento" è stato costruito negli anni sopratutto per iniziativa del KKE greco, e infatti le prime otto edizioni si sono svolte ad Atene. Quest'anno il partito organizzatore è stato il Partito Comunista Portoghese (PCP), a conferma di uno sforzo per una maggiore circolarità e socializzazione nella preparazione di questo tipo di Conferenze,  divenute la principale occasione di incontro/confronto per la quasi totalità dei Partiti comunisti del mondo. Questo, già in sé, è un fatto di rilievo: dopo il crollo dell'Urss e la fase di isolamento/smarrimen to delle forze comuniste, riprende un dialogo ed un confronto multilaterale che si era per molti anni interrotto, ed emergono anche i primi segni di una volontà di cooperazione e azione comune o convergente. Il tema all’ordine del giorno non è certo quello di una nuova "Internazionale dei comunisti", di cui non esistono certamente oggi le condizioni; lo spirito di questi appuntamenti è viceversa quello di offrire a tutte le forze comuniste e  rivoluzionarie un "luogo" ed una occasione di confronto e di coordinamento.

Comunicato stampa conclusivo
La versione in inglese del comunicato emesso al termine dell’Incontro di Lisbona è stata tradotta dal Centro di Cultura e Documentazione Popolare per www.resistenze.org  
(dove si trovano tradotti in italiano diversi materiali relativi all’Incontro)

1. Un incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai si è tenuto a Lisbona, il 10, 11 e 12 novembre 2006, sul tema : “Pericoli e potenzialità dell’attuale situazione. La strategia dell’imperialismo e la questione dell’energia. La lotta dei popoli e l’esperienza dell’America Latina. La prospettiva del socialismo”.
L’Incontro, che ha visto la partecipazione di 63 partiti e a cui 17 partiti che, per varie ragioni, non hanno potuto essere presenti, hanno inviato messaggi di saluto, ha messo in rilievo gli aspetti più rilevanti della situazione internazionale. Oltre ad avere espresso un forte allarme per le grandi minacce che caratterizzano il nostro tempo, ha manifestato la propria fiducia nella capacità dei popoli di costringere l’imperialismo a desistere dai suoi disegni egemonici e a realizzare nuove avanzate, sulla strada del progresso sociale, della pace e del socialismo.
2. L’Incontro ha rilevato la crescente acutezza della lotta di classe e sottolineato la necessità di intensificare la lotta contro il neoliberalismo e il neocolonialismo e contro l’offensiva dello sfruttamento da parte del grande capitale, che – attaccando i valori umani più elementari – è responsabile della regressione sociale, culturale e democratica.
3. È stato messo in evidenza che il neoliberalismo, il militarismo, la guerra e l’attacco ai diritti fondamentali, alle libertà e alle garanzie sono componenti inseparabili dell’offensiva del grande capitale e dell’imperialismo.
La lotta per il dominio sulle risorse energetiche del pianeta è un fattore importante nella geopolitica dell’imperialismo, sia in termini di collaborazione che in termini di rivalità, come si può constatare in Europa, Medio Oriente, Asia Centrale, Africa e in altre regioni. Allo stesso tempo, i partecipanti hanno denunciato lo spreco di risorse energetiche dovuto ai consumi senza limiti che caratterizzano le società capitalistiche.
4. È stata presa in considerazione la necessità di intensificare la lotta contro il militarismo e la guerra; per il ritiro delle forze di occupazione dall’Afghanistan e dall’Iraq; per lo scioglimento della NATO e degli altri patti militari aggressivi; per la drastica riduzione delle spese militari che devono essere dirottate verso la promozione dello sviluppo; per l’eliminazione delle basi militari straniere. L’urgenza della questione del disarmo, e in particolare del disarmo nucleare, è stata ancora una volta evidenziata.
5. La generalizzazione degli attacchi contro i diritti fondamentali, le libertà e le garanzie dei cittadini appare una linea di tendenza particolarmente inquietante nella situazione internazionale. E’ stata condannata l’adozione da parte del Congresso USA delle pratiche della tortura e del terrorismo di Stato. I presenti all’incontro hanno lanciato un vibrante appello alla lotta in difesa delle libertà democratiche, contro l’avanzata dell’estrema destra, contro la xenofobia, il razzismo, il fanatismo religioso e l’oscurantismo, contro l’anticomunismo. Essi hanno espresso la loro solidarietà con i giovani comunisti Cechi, chiedendo il ripristino dei diritti della Gioventù Comunista Ceca. Hanno respinto i tentativi di criminalizzare le forze e i popoli che resistono allo sfruttamento capitalistico e all’oppressione imperialista.
6. I partecipanti hanno inteso valorizzare la crescente resistenza contro l’ingerenza e l’aggressione imperialista e hanno sottolineato l’importanza del rafforzamento della solidarietà con tutti i popoli che si trovano in prima linea in quella lotta. Essi hanno sottolineato il significato della forte resistenza che le forze di occupazione USA e NATO devono fronteggiare in Afghanistan e in Iraq. Sono state condannate le minacce contro la Siria e l’Iran, diventate particolarmente serie negli ultimi giorni. E’ stato richiesto il pieno rispetto della sovranità del Libano. I partecipanti hanno denunciato i crimini perpetrati da Israele in Libano e in Palestina, e la complicità dell’Unione Europea con gli USA, che porta la responsabilità per la situazione di repressione e catastrofe umanitaria a Gaza e nel West Bank. Essi hanno espresso il loro sostegno alla lotta per il completo ritiro di Israele da tutti i territori Arabi occupati nel 1967, nel rispetto delle relative risoluzioni dell’ONU, e la loro attiva solidarietà con l’OLP e il popolo Palestinese nella lotta per l’instaurazione di un proprio Stato indipendente e sovrano sul territorio della Palestina.
7. Le concrete esperienze di lotta in paesi e regioni diversi hanno generalmente trovato spazio negli interventi, a conferma che i lavoratori e i popoli non intendono rassegnarsi e che, persino nelle attuali condizioni, conquiste di libertà nella direzione della sovranità e del progresso sociale sono possibili. Sono stati salutati i progressi delle lotte popolari e antimperialiste che stanno dilagando in America Latina e i processi di sovranità e cooperazione nella solidarietà che là hanno luogo. Solidarietà è stata espressa con Cuba socialista – rinnovando la richiesta di cessazione del blocco criminale imposto dagli USA -, con il popolo del Venezuela e la sua Rivoluzione Bolivariana , con il popolo della Bolivia e con altri popoli dell’America Latina e dei Caraibi.
8. L’importanza e l’urgenza del socialismo sono state in generale sottolineate. Dallo scambio di opinioni è emersa l’incapacità del capitalismo di fornire soluzioni ai problemi urgenti con cui si confrontano i lavoratori e i popoli, e sono state rilevate le minacce a cui il capitalismo espone il futuro del pianeta. Sempre di più il socialismo emerge come alternativa al capitalismo e come condizione per la sopravvivenza dell’Umanità stessa.
9. È stato messo in rilievo come l’attuale situazione internazionale renda particolarmente indispensabile rafforzare la cooperazione di tutte le forze progressiste e antimperialiste e, in particolare, quelle dei Partiti Comunisti e Operai di tutto il mondo. In tal senso, lo svolgimento di questo tipo di Incontri, è stato valutato come un’arena per lo scambio di informazioni, di esperienze, di punti di vista e per la possibile definizione di posizioni e iniziative comuni. E’ stata presa in considerazione l’importanza del fatto che ne venga garantita la continuità.
Varie questioni, linee d’azione e iniziative per lo sviluppo della solidarietà e dell’azione comune dei Partiti Comunisti e Operai, come pure delle altre forze progressiste e rivoluzionarie, sono state proposte, in particolare:
- Contro il militarismo e la guerra e in particolare per il ritiro delle forze di occupazione dall’Iraq;
- Per lo scioglimento della NATO e l’eliminazione delle basi militari straniere;
- Contro la strategia imperialista nel Medio Oriente e per azioni di immediata solidarietà con il Popolo Palestinese e per l’invio di missioni di solidarietà in Palestina e Libano;
- Di solidarietà con il Venezuela Bolivariano, con la Bolivia e con Cuba socialista, attraverso la promozione di una settimana di azioni comuni di solidarietà con questo paese;
- Contro il revisionismo storico, la copertura del fascismo, e l’anticomunismo, mettendo in risalto date significative, come l’11 settembre in Cile;
- Contro l’offensiva neoliberale scatenata per smantellare i diritti e le conquiste dei lavoratori, operando per rafforzare l’azione di massa e il movimento sindacale di classe e per difendere i lavoratori migranti;
- Utilizzare la partecipazione ad eventi internazionali per tenere incontri e coordinare l’attività dei comunisti;
- Stimolare la cooperazione tra i Partiti su base regionale e su questioni specifiche.
È stato dato risalto all’importanza della battaglia delle idee nel nostro tempo. I partecipanti hanno messo in rilievo quanto sia necessario celebrare il 90° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre con varie iniziative ed hanno espresso il loro appoggio al progetto di iniziativa internazionale da realizzarsi nella Federazione Russa.
Il PCP ha informato della sua intenzione di promuovere un’iniziativa internazionale, a livello europeo, in coincidenza con la presidenza portoghese dell’Unione Europea, nel secondo semestre del 2007.
10. La data, il luogo e il tema per l’Incontro Internazionale del 2007 saranno decisi dalla riunione del Gruppo di Lavoro dei Partiti Comunisti e Operai, che avrà luogo in tempi adeguati, e saranno annunciati in una Conferenza Stampa.
11. L’Incontro ha approvato un “Appello contro il militarismo e la guerra, per la libertà, la democrazia, la pace e il progresso sociale” e una “Mozione di solidarietà con l’America Latina e Cuba”.
12. Questo incontro ha visto la partecipazione dei Partiti inclusi nella lista annessa a questo Comunicato Stampa.
Lisbona, 12 novembre 2006

Incontro di Lisbona 10-12 novembre 2006: Partiti partecipanti
Algerian Party for Democracy & Socialism, PADS; Communist Party of Argentina; Communist Party of Australia; Democratic Progressive Tribune , Bahrain; Workers Party of Belgium; Communist Party of Bolivia; WCP of Bosnia & Herzegonvia; Communist Party of Brazil; Brazilian Communist Party; Communist Party of Britain; New Communist Party of Britain; Communist Party of Canada; Communist Party of Chile; Communist Party of China *; Colombian Communist Party; Communist Party of Cuba; AKEL-Cyprus; Communist Party of Bohemia & Moravia; Communist Party in Denmark; Communist Party of Denmark; Communist Party of Finland; French Communist Party*; Communist Party of Macedonia; Unified Communist Party of Georgia; German Communist Party (DKP); Communist Party of Greece; Hungarian Worker' Party; Communist Party of India (Marxist); Communist Party of India; Tudeh Party of Iran; Iraqi Communist Party;
The Worker's Party of Ireland; Party of the Communist Refoundation; Party of the Italian Communists; Peoples' Revolutionary Party, Laos; Socialist Party of Latvia; Lebanese Communist Party; Communist Party of Luxembourg; Communist Party of Malta; Party of the Communists of Mexico; Popular Socialist Party , Mexico; New Communist Party of Netherlands; Communist Party of Norway; Communist Party of Peru (Patria Roja); Peruvian Communist Party; Portuguese Communist Party; Communist Party of Russian Federation; Communist Workers Party of Russia-Party of the Communists of Russia; New Communist Party of Yugoslavia; Communist Party of Slovakia; South African Communist Party; Communist Party of Spain; Communist Party of Peoples of Spain; Party of the Communists of Cataluna; Sudanese Communist Party; Syrian Communist Party; Syrian Communist Party; Communist Party of Turkey; The Party of Labour, (EMEP), Turkey; Communist Party of Ukraine; Union of Communists of Ukraine; Communist Party , USA; Communist Party of Vietnam
* In qualità di osservatori

Lisbona 10-12 novembre 2006: Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai

Appello contro il militarismo e la guerra, per la libertà, la democrazia, la pace e il progresso sociale

(approvato da tutti i partiti presenti)

All’inizio del XXI secolo, in un contesto denso di incertezza e pericolo a causa del capitalismo, vale la pena sottolineare che vi è anche un reale potenziale di liberazione. Quindici anni dopo la scomparsa dell’URSS, l’offensiva globale dell’imperialismo ha portato nell’intero pianeta più guerra, più militarismo, più violenza, più torture, più prigioni illegali, maggiori restrizioni di libertà e più repressione antidemocratica. Sono già centinaia di migliaia i morti per le tante guerre, mentre nuove aggressioni si profilano all’orizzonte. Vi sono dichiarazioni sempre più esplicite sull’utilizzo di armi nucleari nei teatri di guerra, così come sono state utilizzate sempre più di frequente armi terribili quali fosforo bianco, bombe a grappolo, armi all’uranio impoverito. La sovranità e l’indipendenza di popoli e nazioni sono minacciate in misura sempre maggiore dalle potenze imperialiste. Le spese militari sono in aumento, così come si registra una crescente corsa agli armamenti. Emergono sempre maggiori restrizioni e persecuzioni nei confronti delle forze democratiche e popolari. Razzismo, xenofobia, fascismo e anticomunismo sono in aumento.
Questa offensiva costituisce parte integrante dell’attacco scatenato, sul piano economico come sociale, dalle classi dominanti, dal grande capitale economico e finanziario, dalle multinazionali transnazionali e dalle agenzie internazionali al loro servizio. Dovunque sono sotto attacco il posto di lavoro come il salario, le pensioni come lo stato sociale, il lavoro come i diritti sindacali. I servizi sociali essenziali sono stati trasformati in merce e fonte di profitto per le grandi compagnie. Il diritto all’istruzione, alla salute, a una vita dignitosa, di cui milioni di esseri umani non hanno mai potuto godere, viene oggi negato sempre più anche a coloro che lo avevano ottenuto. Vi è una crescente povertà, un’estrema povertà, fame, sfruttamento, precarietà e insicurezza, muri per i migranti, la minaccia di una catastrofe ecologica, mentre, allo stesso tempo, vi è una ricchezza sempre più oscena, favolosi profitti e privilegi per una minoranza sfruttatrice e dominante. Le crescenti disuguaglianze e ingiustizie vanno di pari passo con la guerra e la repressione. Questa è l’essenza del capitalismo, che si rende ben evidente nella nostra epoca.
Questa offensiva globale dell’imperialismo deve confrontarsi sempre più con la lotta dei lavoratori e dei popoli su scala planetaria. Dal Medio Oriente all’America Latina, dall’Europa all’Asia sta crescendo una forte resistenza e stanno avanzando con decisione processi di cambiamento in senso progressista, a dimostrazione che è possibile invertire l’attuale situazione. I partiti comunisti e operai, riuniti a Lisbona dal 10 al 12 novembre 2006, salutano le lotte e la resistenza dei lavoratori e dei popoli nel mondo contro l’offensiva imperialista, contro gli interventi e le occupazioni militari, contro la globalizzazione neoliberale, elementi determinanti per aprire di nuovo un varco verso la pace e il progresso sociale per l’intera umanità. I nostri partiti rafforzeranno la loro cooperazione e l’azione comune, così come contribuiranno attivamente a rafforzare il movimento operaio e antimperialista. Nello stesso momento in cui evidenziamo i pericoli della nostra epoca e facciamo appello alla mobilitazione di tutte le forze favorevoli alla pace e al progresso sociale, per evitare che il capitalismo conduca il mondo verso la catastrofe – come accaduto nel secolo scorso - vogliamo esprimere profonda fiducia sulle possibilità di costruire un nuovo mondo, socialista.
Lisbona, 12 novembre 2006

 


28 febbraio 2004 ufficio stampa
relazione

L’assassinio di Spartaco Lavagnini e le lotte antifasciste
Dalla relazione di Aldo Serafini all’iniziativa
del Comitato antimperialista-antifascista di Firenze
Contro il dilagante revisionismo storico, contro la quotidiana riabilitazione del fascismo e la denigrazione della Resistenza, contro l'intollerabile apertura di sedi neofasciste anche nella nostra città, il Comitato Antimperialista e Antifascista fiorentino «Spartaco Lavagnini» vuole stasera ricordare e onorare la memoria di quell'indimenticabile militante antifascista e rivoluzionario che fu Spartaco Lavagnini e rievocare la rivolta popolare antifascista di Firenze del 1921.
Nato a Cortona (Arezzo) il 6 settembre 1889, Spartaco Lavagnini, compì gli studi ad Arezzo e a Siena diplomandosi in ragioneria. Nel 1907 entrò come impiegato nelle Ferrovie dello Stato, aderendo alla Confederazione Generale del Lavoro e svolgendo intensa attività sindacale. Nel 1920 fu eletto segretario regionale toscano del Sindacato ferrovieri.Nel 1914 divenne membro del Comitato esecutivo della Federazione fiorentina del Partito Socialista Italiano. Nel 1915 fu candidato alle elezioni amministrative sulla base di una decisa opposizione alla prima guerra mondiale imperialista. Collaborò al settimanale della Federazione fiorentina del PSI La Difesa, su posizioni antinterventiste e rivoluzionarie.
Nel 1917-18 divenne direttore de La Difesa, battendosi contro la linea ufficiale del PSI sulla guerra, espressa dalla formula opportunista «né aderire né sabotare».Ammiratore di Karl Liebknecht, condusse sul giornale una forte battaglia politica internazionalista, per la netta separazione dei socialisti italiani dai socialsciovinisti e dai centristi europei. Su posizioni vicine a quelle di Lenin, aderì alla sinistra di Zimmerwald, e nel luglio 1917 affermò, sulle colonne de La Difesa, la necessità di una scissione della sinistra rivoluzionaria del PSI dal centrismo opportunista.
Dopo la fine della prima guerra mondiale, si battè per trasformare i moti di protesta per il caroviveri in una vera azione rivoluzionaria. Condusse poi una vivace campagna per la partecipazione al programmato sciopero rivoluzionario internazionale del 21 febbraio 1919.
Alla vigilia del Congresso di Livorno del 1921, scrisse su La Difesa: «Il Partito Comunista soltanto potrà guidare il proletariato verso i suoi immancabili destini». Aderì, sin dalla fondazione, al Partito Comunista d'Italia e fondò il settimanale della Federazione fiorentina del nuovo partito, L'Azione Comunista, di cui divenne direttore; e ne diresse i primi cinque numeri, fino al 27 febbraio 1921, giorno del suo assassinio. L'impegno politico e sindacale di Lavagnini fece di lui uno dei protagonisti della vita politica fiorentina e uno dei dirigenti più rispettati e amati dalla classe operaia e dalle masse popolari di Firenze e della provincia. Le sue capacità politiche, il suo coraggio e la sua grande energia ne fecero anche uno degli uomini più odiati dai fascisti, che più volte lo minacciarono di morte dalle colonne dei loro giornali. Egli fu barbaramente e vigliaccamente assassinato in Firenze da una squadraccia fascista il 27 febbraio 1921, verso le ore 18, mentre - solo e disarmato - al n. 2 di Via Taddea (sede del Sindacato ferrovieri, della Lega proletaria dei mutilati, invalidi e reduci di guerra, della Federazione provinciale comunista e della redazione del settimanale L'Azione Comunista), era intento alla revisione del sesto numero del giornale. Due colpi alla testa sparati a bruciapelo, un colpo al petto e un quarto alla regione lombare posero fine alla sua esistenza.
"Il giorno prima" - ricordava molti anni più tardi un suo compagno - "avevamo tentato di dissuaderlo dal recarsi in ufficio, dato il clima di scatenata violenza, ma Spartaco non volle desistere dal compiere il suo dovere". Alcuni giorni dopo la sua morte, L'Ordine Nuovo, nel suo numero dell'11 marzo 1921, scriveva: "Spartaco Lavagnini, caduto come un capo, al suo posto di lavoro, ha forse giovato di più all'idea in cui credeva, ha forse insegnato maggiori cose al popolo con la sua morte, di quanto nessuno possa mai insegnare con la parola".
Diffusasi la voce dell'uccisione di Lavagnini, i ferrovieri interruppero  spontaneamente il lavoro e proclamarono immediatamente uno sciopero di protesta. I treni vennero fermati alle stazioni di Rifredi, di Campo di Marte e di San Donnino. Furono subito costituiti due comitati di agitazione, d'accordo con la direzione nazionale dalla CGdL, e lo sciopero venne esteso a tutte le categorie e a tutta la provincia. Era la prima giornata della rivolta di Firenze, un grande episodio - superbo di generosità  e  di slancio  - di lotta  proletaria e popolare  contro  il fascismo  e  la reazione,  che, iniziato come risposta alla distruzione della sede del giornale socialista La Difesa, compiuta il 26 febbraio dagli squadristi, durò ininterrottamente fino al 3 marzo, estendendosi dalla città fino ai paesi limitrofi, Scandicci,  Empoli, Bagno a Ripoli, Ponte a Ema, con erezione di barricate e con una lunga ed eroica resistenza contro le forze della repressione che vide protagonista, in Firenze, soprattutto il quartiere di San Frediano, insieme a quello di Santa Croce.
In quale clima, in quale momento politico avviene la rivolta antifascista di Firenze?
Dopo l'occupazione delle fabbriche, mentre prosegue in modo inarrestabile la crisi economica del dopoguerra e cresce nelle masse proletarie il fermento rivoluzionario, la scelta reazionaria dei gruppi dirigenti della borghesia capitalistica punta su una resa dei conti col movimento rivoluzionario. Entrano in scena, prima nelle zone agricole della Valla Padana, poi anche in Toscana e in altre regioni,  le «squadre d'azione» fasciste, la cui prima impresa di risonanza nazionale è, a Bologna in occasione dell'insediamento del nuovo sindaco socialista, l'assalto a Palazzo d'Accursio (9 morti e un centinaio di feriti).. Dal 31 marzo al 31 agosto 1920 il numero delle sezioni fasciste passa da 317 a 1001, e gli aderenti ai Fasci passano da 80 000 a 187 000. Nel giro di sei mesi vengono saccheggiate o incendiate 59 Case del popolo, 119 Camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 28 sindacati di categoria, 141 sezioni e circoli socialisti e comunisti.
Le violenze e le «spedizioni punitive» dei fascisti si scatenano in tutta Italia, con la tolleranza e, in certi casi, con l'aperta complicità delle autorità statali, e proseguono per tutto il 1921 e il 1922 fino alla Marcia su Roma e oltre. Nelle loro azioni, i Fasci assumono sempre più l'aspetto e la funzione di «braccio punitivo» dello Stato contro le lotte dei lavoratori; il movimento operaio è impreparato inizialmente a fronteggiare questo attacco, anche e soprattutto per la direzione politica incerta e compromissoria del Partito Socialista Italiano, che tende ad assumere un atteggiamento di «pacificazione» nei confronti della violenza fascista. Non mancano, tuttavia, a Milano, ad Ancona, a Bari, a Sarzana, a Roma (nel quartiere di S. Lorenzo), episodi di resistenza e di lotta popolare contro lo squadrismo. La battaglia più conosciuta contro l'offensiva fascista è quella che si combatte, e si conclude vittoriosamente, a Parma, dove gli Arditi del Popolo, comandati con audacia e perizia dal deputato socialista Guido Picelli (che nel 1923 aderirà al P.C.d'I), mettono in fuga nell'agosto 1922 gli squadristi di Italo Balbo, che lasciano sul terreno 39 morti e 150 feriti. La rivolta antifascista di Firenze del 1921 è, invece, molto meno conosciuta, e per questo noi compagni del Comitato Antimperialista e Antifascista «Spartaco Lavagnini» vogliamo rievocarla questa sera, perché essa è ancora ricca di insegnamenti per l'antifascismo militante di oggi.
Come ha inizio e come si sviluppa la rivolta di Firenze?

Sabato 26 febbraio

Gli squadristi, dopo aver tentato un primo assalto alla Camera del Lavoro in Corso dei Tintori, andato a vuoto perché la trovano presidiata, incendiano la sede del settimanale socialista fiorentino La Difesa in Via Laura. La risposta proletaria è immediata. Viene proclamato uno sciopero generale senza limitazione di tempo; durante la notte cominciano i primi scontri fra la popolazione e i fascisti.

Domenica 27 febbraio

Nella mattinata si tengono due manifestazioni politiche: presso la Camera del Lavoro un convegno indetto dall'Unione Anarchica, e presso la Camera di Commercio (all'interno del Palazzo della Borsa) una manifestazione promossa dal Gruppo studentesco di azione giovanile liberale. I partecipanti a quest'ultima manifestazione si incolonnano in uno sparuto corteo, formato da meno di cento persone, scortato da una sessantina di carabinieri e da due ufficiali, il quale si immette in via Tornabuoni.
Ore 12:  all'altezza di piazza Antinori, viene lanciata sul corteo - dall'attiguo vicolo Antinori - una bomba sipe:  2 morti (fra cui un carabiniere) e numerosi feriti. Poco dopo, un altro carabiniere uccide - presso la Loggia del Bigallo - il capotreno delle ferrovie Gino Mugnai, che stava tranquillamente leggendo l'Avanti!. Le indagini della Questura per l'attentato di piazza Antinori si indirizzano subito in direzione della «pista rossa».

Ore 14. Gli squadristi, al comando del loro caporione, il marchese Dino Perrone Compagni, si radunano in Piazza Ottaviani, ritrovo abituale dei fascisti fiorentini, e di lì scatenano i loro assalti contro varie sedi. Attaccano, fra le altre, la sede della sezione comunista di S. Croce, in Via dell'Agnolo, ma sono respinti.
Ore 18. In via Taddea 2, gli squadristi uccidono Spartaco Lavagnini al suo tavolo di lavoro.
Appena avuta la notizia della morte di Lavagnini, i ferrovieri lasciano in massa il lavoro, fermano i treni e proclamano lo sciopero di protesta. Lo sciopero si estende a tutte le categorie e a tutta la provincia. Autoblinde presidiano i viali di circonvallazione. Mitragliatrici dell'esercito piazzate sui tetti tengono sotto tiro i ponti sull'Arno. In Piazza Duomo e in piazza Vittorio Emanuele, quattro cannoni da 75 millimetri dominano le strade principali del centro cittadino. Per tutta la notte la città è percorsa da autoblindate e le vie del centro sono pattugliate da drappelli di guardie regie e di carabinieri, mentre i fascisti continuano indisturbati la loro caccia all'uomo.
Lunedì 28 febbraio

Sono in sciopero tutti i servizi: luce, acqua, gas e tram; le linee telefoniche sono interrotte. Un'ordinanza del Prefetto vieta cortei, comizi e assembramenti di ogni genere. Da via dei Serragli, trecento popolani di S. Frediano si dirigono incolonnati in Via dei Fossi per dare l'assalto alla sede degli ex Combattenti in piazza Ottaviani. Si formano gruppi di Guardie rosse e nel quartiere di S. Frediano vengono erette barricate in Via del Leone, in Via dell'Orto, in piazza del Carmine, in Via della Chiesa e in altre strade.  Si accendono scontri anche in Piazza Signoria e in Piazza Santa Maria Novella. La città è presidiata da pattuglie di guardie regie e da soldati di cinque reggimenti di stanza a Firenze.
I fascisti fiorentini pubblicano un loro infame manifesto, che è un vero e proprio invito al linciaggio, e gli squadristi organizzano delle spedizioni punitive in S. Frediano. Dalle 14 alle 17, l'intero quartiere di S. Frediano è un campo di battaglia fra proletari, squadre fasciste, carabinieri e reparti di fanteria e cavalleria. Dopo tre ore di battaglia, la rivolta popolare volge al termine, sopraffatta dal massiccio impiego delle truppe e dell'artiglieria, ma l'improvvisato esercito di proletari e sottoproletari (che, per una giornata, avevano abbandonato i loro mestieri di carbonai, renaioli, carrettieri, fabbri, fonditori e cenciaioli, per rispondere come era necessario alle violenze fasciste) ne esce con onore. Duecento insorti vengono arrestati in S. Frediano;  mentre altri conflitti a fuoco si svolgono in Piazza Cavour, Via Palazzuolo e Via della Spada. Anche a Varlungo e a Compiobbi sorgono barricate e si formano gruppi di Guardie rosse.
Ore 17,30: sul Ponte Sospeso transita lo squadrista Giovanni Berta, il cui cadavere viene ritrovato poco dopo nelle acque dell'Arno.

Martedì 1° marzo

Prosegue compatto lo sciopero, esteso ormai a tutta la provincia. Durante la notte, una barricata era stata eretta nel quartiere operaio del Bandino. La Società di Mutuo Soccorso del Bandino viene attaccata, dopo le 11,  da carabinieri, guardie regie e reparti di artiglieria, con un'autoblindata e cannoni. Più tardi, arrivano i fascisti che sparano con delle mitragliatrici. Viene arrestato il sindaco di Bagno a Ripoli. Nuove barricate a Bagno a Ripoli, a Ponte a Ema e in località Le Panche. Nel pomeriggio, nuovo assalto fascista alla sezione comunista di via dell'Agnolo. Scontri in tutto il quartiere di S. Croce fra dimostranti - radunatisi in piazza Beccaria al canto dell'Internazionale - e carabinieri, reparti di fanteria e bersaglieri. La sera, i fascisti devastano e incendiano la Camera del Lavoro e la sede della FIOM. Vengono diffusi i  manifesti dei deputati liberali e del Partito Popolare, che invitano alla «pacificazione».

Mercoledì 2 marzo

Mentre a S. Frediano si accendono le ultime scintille della rivolta popolare, un manifesto dell'arcivescovo invita anch'esso alla «pacificazione». I ferrovieri deliberano la ripresa del lavoro. L'incidente di Empoli: alcuni marinai in borghese, armati e scortati da carabinieri, vengono inviati su camion da La Spezia a Firenze per sostituire i ferrovieri fiorentini in sciopero. Da molti giorni i fascisti avevano indirizzato minacce all'amministrazione comunale di sinistra empolese, e la popolazione si era mobilitata. Giunti a Empoli, i marinai vengono scambiati per fascisti e accolti a fucilate: nove morti e quindici feriti.. I fascisti organizzano una dura spedizione punitiva a Empoli.
A Scandicci si erigono barricate e viene costruito il «trincerone». Le guardie regie vengono  costrette ad abbandonare un camion carico di materiale incendiario con cui si dirigevano verso il paese, e il camion viene dato alle fiamme e gettato nel fiume. Alla fine, una colonna militare dà l'assalto al trincerone con autoblindate, cannoni e mitragliatrici, e pone termine alla resistenza popolare. Vengono arrestati il sindaco di Scandicci e oltre 150 persone.
I fascisti rientrano a Firenze da Empoli e  sfilano trionfanti per le strade cittadine.
Il PSI e il Partito Comunista d'Italia pubblicano i loro manifesti. Il riformismo socialista   proclama: «Violenza chiama violenza. Sangue chiama sangue. […] Bisogna cessare da ambo le parti. Bisogna rientrare tutti nel grembo della civiltà». Il manifesto comunista riconosce «l'inferiorità proletaria» dovuta alla mancanza nel proletariato di un inquadramento rivoluzionario, ma afferma la necessità di «accettare la lotta sullo stesso terreno su cui la borghesia scende», la necessità «di rispondere colla preparazione alla preparazione, coll'organizzazione all'organizzazione, coll'inquadramento all'inquadra-mento, colla disciplina alla disciplina, colla forza alla forza, colle armi alle armi». Siamo ormai quasi all'epilogo di quelle straordinarie giornate. Quasi tutti i lavoratori riprendono il lavoro. Polizia e fascisti iniziano l'opera di rastrellamento: i quartieri popolari vengono setacciati casa per casa, con arresti in massa. La piazza rimane in mano agli squadristi. Ultimo episodio di violenza fascista: viene aggredito in piazza Antinori l'esponente socialista Gaetano Pieraccini.
Bilancio della provocazione fascista e della rivolta popolare: 17 morti, centinaia di feriti e oltre 1500 proletari arrestati.
Quattro sono gli elementi di riflessione politica che è possibile trarre dalla rievocazione  delle «giornate fiorentine» del 1921:
• La risposta unitaria di massa dei proletari e dei popolani alla provocazione fascista, una risposta che viene data nei modi e con i mezzi richiesti dal legittimo diritto di autodifesa contro la violenza squadristica.
  Il coraggio e la determinazione dei proletari e dei popolani, a cui fa riscontro la durezza della repressione: le cifre che ho sopra ricordato parlano da sé.
• Il massiccio sostegno dato ai fascisti dai due quotidiani fiorentini Il Nuovo Giornale e soprattutto La Nazione, forcaiola ieri come oggi, che definiva «baldi giovani» i provocatori fascisti e parlava di una «santa reazione» dei «gruppi nazionali» contro l'estremismo. La Nazione era arrivata a scrivere il 30 gennaio 1921: «Il fascismo non è che un riflesso di uomini che hanno un senso di responsabilità e anche di umanità superiori a quelli della media dei politicanti».
• L'aperta complicità degli ufficiali e della truppa con i fascisti: gran parte delle armi in possesso degli squadristi proveniva dalle caserme regie, e in alcuni casi, i militari stessi prendevano parte direttamente alle spedizioni fasciste.
• L'appoggio entusiastico dato ai fascisti, dopo le «giornate di Firenze», dall'apparato burocratico dello Stato e dalla maggioranza delle classi medie fiorentine. Il prefetto di Firenze, Carlo Olivieri, in una sua comunicazione ufficiale al Ministero dell'Interno, dopo aver rilevato che i fascisti fiorentini erano «largamente sovvenzionati, per i fondi che industriali, proprietari e commercianti versano», aggiungeva: «E' da avvertire che truppa, Carabinieri, Guardia regia, Municipio e la stessa Magistratura simpatizzano pienamente coi fascisti, all'unisono in questo col sentimento della maggior parte della popolazione».
Ma a commento delle «giornate di Firenze» credo che valgano, meglio delle mie parole, due articoli pubblicati - alcuni giorni dopo la conclusione della rivolta popolare - da L'Ordine Nuovo, di cui leggerò alcuni estratti. Nel primo articolo, del 9 marzo 1921, intitolato Episodi della guerra civile in Toscana, il giornale comunista scriveva:
«Chi è stato il primo a Firenze? Si è incominciato con l'episodio della bomba lanciata in piazza degli Antinori contro un corteo nel quale, secondo un loro costume, le autorità avevano inquadrato, fra i carabinieri e i fascisti, l'infanzia degli asili e delle scuole elementari, tanto per far numero, o non si era invece incominciato con gli assalti e con la distruzione della Difesa, giornale dei socialisti fiorentini incendiato dai fascisti? […] La bomba degli Antinori non si sa chi l'ha tirata […] - sono troppi gli esempi di atti simili compiuti per provocare e per giustificare la reazione successiva, perché si debba dare a quella bomba il valore che i nemici nostri le danno, e non invece proprio l'opposto. L'incendio della Difesa, invece, pubblicamente i fascisti hanno detto e stampato di averlo compiuto essi, non solo, ma di averlo compiuto come primo di una serie di atti la quale doveva culminare nella uccisione dei capi del movimento proletario fiorentino. Basta prendere il numero della Riscossa, organo dei fascisti di Firenze, del 26 gennaio, per trovarvi affermato, in un titolo su sei colonne, che la Difesa è stata distrutta dal Fascio di combattimento; basta scorrere il numero del 29 gennaio dello sesso libello per vedere come in esso si indichino a nome i capi che sono già stati condannati a morte. E primo tra di essi figura Spartaco Lavagnini».
Più avanti, l'articolo così continua: «I fatti di Bologna, di Ferrara, di Modena, il terrore instaurato in questa o quell'altra regione, hanno contribuito e contribuiscono a creare in tutte le regioni, in tutta Italia, le premesse e le condizioni dello stato di guerra civile aperta tra le classi. […]  Se ci si mette da questo punto di vista, se si pensa che questo è il momento dello scatenarsi della guerra civile e che la guerra civile assume in un primo tempo una forma speciale, quella dello sviluppo del fascismo come forma della resistenza violenta della borghesia, allora tutto si capisce, allora tutto si vede sotto una luce nuova, tutto si colloca al suo posto e la lotta combattuta dal proletariato di Firenze e di Toscana nei giorni passati rientra nel quadro storico normale della vita italiana dell'oggi, e non può essere indicata ai proletari delle altre regioni se non a questo modo, come un esempio dal quale tutti debbono trarre norme e insegnamenti. […] E' giunto il momento per i proletari di impugnare con freddezza le armi per difendere se stessi e la classe loro, per salvare ciò che essi hanno creato in tanti anni di lotta, per salvare il loro avvenire. Rendiamo ai proletari di Toscana questo primo merito: il merito di avere avuto questa freddezza, il merito di essersi gettati nel combattimento senza fare nessuna riserva».

L'esempio di Firenze
è il titolo del secondo articolo de L'Ordine Nuovo, che l'11 marzo  così sviluppava la sua analisi politica degli avvenimenti:
a Firenze, «dove la prima provocazione ha fatto scoppiare, spontanea, violenta, irresistibile, la risposta della sommossa proletaria, lo Stato ha svelato il proprio giuoco in un modo brutale. Il fascismo è scomparso dalla scena per lasciar posto alle forze di repressione e di attacco dell'esercito e della polizia». Non ci ricorda, tutto questo, Napoli? Non ci ricorda Genova, nel momento in cui è imminente, da parte della Procura della Repubblica di quella città, il deposito della richiesta di rinvio a giudizio di trenta funzionari e agenti di polizia, accusati del rivoltante pestaggio alla Scuola Diaz e di altri gravi reati?
La tattica seguita dalla forza pubblica« - continuava l'articolo - «è stata uguale dappertutto e si può esporre schematicamente in questo modo. Primo tempo: i fascisti attaccano e fanno ciò che possono, coll'appoggio indiretto della guardia regia, ecc. Secondo tempo: per la reazione spontanea, violentissima.del proletariato, i fascisti sono costretti a «sparire».Terzo tempo: allora la forza pubblica agisce da sola, senza ritegni, senza rispetto di alcuna legalità esteriore. […] Il popolo ha capito immediatamente come bisognava reagire. Ha capito che quando si attaccano gli istituti proletari con la violenza si attacca tutto il proletariato. Ha capito che il proletariato non deve mai dare esempio di viltà».
« […] La rivolta del proletariato fiorentino è stata completa, superba di generosità e di slancio. Chi ne farà la storia dovrà dire come per due giorni il popolo fu padrone dei suoi borghi e delle sue case e le difese con le armi in pugno. […] La rivolta fu completa, si estese a tutti i borghi, strinse in una cerchia di ferro e fuoco la città. Il fascista che fu gettato in  Arno lo fu mentre cercava, precedendo una pattuglia armata dei suoi, di rinnovare l'attacco al rione popolare: morto in guerra, dunque, e non più da compassionare di tutti gli altri morti, anzi, non degno di compassione perché a capo e promotore del movimento fascista cittadino; con piena coscienza, dunque, eccitatore della sommossa e giustamente punito. […] Di fronte alla sommossa vittoriosa, le autorità parvero perdere la testa. Le pattuglie ebbero l'ordine di girare sparando all'impazzata, contro tutte le case, contro tutte le finestre, contro tutte le persone. Ogni muricciolo di mattoni diventò una barricata e richiese l'uso del cannone; ogni Casa del popolo fu considerata come un fortilizio; ogni abitazione privata di operai come un deposito di armi».

L'Ordine Nuovo
così concludeva: «Si era ottenuta da parte nostra, in modo spontaneo, la saldatura dell'azione della città con quella dei borghi e delle campagne; si aveva la dimostrazione continua che nessuno era scoraggiato, avvilito o stanco, si aveva, lo stesso giorno della cessazione dello sciopero, la prova della freschezza e della combattività inalterata della massa, disposta a scendere immediatamente di nuovo in lotta, alla notizia di nuove provocazioni».
Questo esempio di combattività, di coraggio, di fermezza, noi dobbiamo saperlo raccogliere  oggi per portare avanti la nostra lotta antifascista nelle nuove condizioni in cui opera attualmente, in modo ancor più insidioso di allora, il fascismo del nostro tempo.

È alle più avanzate esperienze di lotta popolare antifascista degli anni Venti che si ricollegò la lotta partigiana dopo il 1943. E proprio al nome di Spartaco Lavagnini si intitolò, nel corso della Guerra di liberazione contro il nazifascismo, una Brigata garibaldina operante nelle province di Siena e di Grosseto.
Voglio concludere questa mia introduzione nel ricordo di tutti i partigiani caduti in Toscana durante la Resistenza, e soprattutto nel ricordo di Aligi Barducci ("Potente"), comandante della gloriosa Divisione garibaldina "Arno", caduto nelle due prime settimane di lotta per la liberazione di Firenze.
A suo nome desidero associare quello del compagno Angiolo Gracci ("Gracco"), comandante della Brigata partigiana "Sinigaglia", che, per ragioni di salute, non può essere qui stasera insieme con noi.  Ma col suo cuore, e col suo entusiasmo di sempre, egli è qui con noi, e noi tutti gli rivolgiamo il nostro fraterno saluto.

Viva la Resistenza!
Viva l'antifascismo militante fiorentino!

27 febbraio 2004


30 gennaio 2004 redazione
Michel Collon

WASHINGTON HA TROVATO LA SOLUZIONE
“Dividiamo l'Iraq come abbiamo fatto con la Yugoslavia!"
di Michel Collon

Loro hanno trovato la soluzione! Dividiamo l'Iraq in tre mini Stati e quindi li mettiamo uno contro l'altro. Questo vi fa ricordare qualcos'altro? Ma sicuro! Non è la prima volta che qualcosa di analogo è successo. The New York Times ha pubblicato un editoriale, il 25 novembre 2003, a firma di Leslie Gelb. Questo signore è un uomo di grande influenza che, fino a poco tempo fa, è stato presidente del Consiglio per gli Affari Esteri, un centro di elaborazioni strategiche veramente importante che riunisce assieme la CIA, il Segretario di Stato e i grossi calibri delle corporations multinazionali statunitensi.
Il piano di Gelb? Sostituire l'Iraq con tre mini Stati: "I Curdi al nord, i Sunniti al centro e gli Sciiti al sud." L'obiettivo? "Piazzare la maggior parte del denaro e delle truppe dove è possibile ottenere rapidamente il massimo risultato - cioè presso i Curdi e gli Sciiti. Gli Stati Uniti devono tirarsi fuori con tutte le loro forze dal cosiddetto Triangolo Sunnita, a nord e a ovest di Baghdad, infatti, i dirigenti americani, nei confronti dei Sunniti fastidiosi e prepotenti, privi di petrolio o di entrate petrolifere, dovrebbero moderarne le ambizioni o soffrire le conseguenze". In breve, portare alla fame lo Stato centrale attorno a Baghdad, dato che i Sunniti da sempre sono alla testa della resistenza all'imperialismo USA. Noi avevamo denunciato questo piano della CIA, che era stato per qualche tempo fatto circolare, seppur discretamente, in un articolo apparso nel settembre 2002. Ma, questo di dividere l'Iraq di fatto è sempre stato un vecchio sogno di Israele. Nel 1982, Oded Yinon, un ufficiale dell'ufficio Affari Esteri di Israele, scriveva "Disgregare l'Iraq per noi è ancora più importante che disgregare la Siria. In poche parole, è la potenza Irachena che costituisce la più grande minaccia per Israele. La guerra Iran-Iraq ha prodotto in Iraq lacerazioni e ha provocato la sua rovina. Qualsiasi tipo di conflitto inter-Arabo ci aiuta ed accelera il nostro obiettivo di spaccare l'Iraq in tanti piccoli frammenti".

Farete di nuovo un poco di pulizia etnica?

Allora, Gelb desidera spezzare l'Iraq trasformando il nord (a maggioranza curda) e il sud (a maggioranza Sciita) in "regioni autonome, con confini tracciati quanto più strettamente possibile lungo una linea di demarcazione etnica". Ma questo metodo non ha provocato in Yugoslavia una guerra civile e un bagno di sangue? Tutto ciò perché in generale le diverse regioni di quella nazione contenevano numericamente significative minoranze etniche e la spartizione era impossibile senza il trasferimento forzoso delle popolazioni. Allora, ecco che Berlino, e Washington, sotto banco hanno finanziato e armato gli estremisti razzisti, che avevano nostalgie dei tempi della Seconda Guerra Mondiale. Questo ha generato una guerra civile pressoché inevitabile, dato che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale avevano fatto precipitare la Yugoslavia nella bancarotta, in maniera tale da sottometterla al trionfante neo-liberalismo, dopo la caduta del Muro di Berlino.
Tutto questo veniva accuratamente nascosto all'opinione pubblica. Proprio come adesso, che si nasconde al pubblico il fatto che tutte le popolazioni della ex Yugoslavia sono piombate nella miseria e nella disoccupazione peggiori, che mai si erano viste. Nel frattempo le imprese multinazionali hanno messo le loro mani sul controllo delle ricchezze della regione.
In Iraq, inoltre, le tre più grandi popolazioni non risiedono "ognuna nella loro regione", ma sono, per la maggior parte, mescolate. Sicuramente Gelb conosce molto bene dove conduce questa strategia in Iraq, che potrebbe ancora una volta provocare seri conflitti "etnici", forse anche una guerra civile. Gelb cinicamente annuncia che lo stato nel centro dell'Iraq "dovrebbe penalizzare le sostanziali minoranze abbandonate nel centro, particolarmente le vaste popolazioni Curde e Sciite di Baghdad. Queste minoranze trovino il tempo e i mezzi per organizzare e condurre i loro affari, o andarsene al nord o al sud." In questo modo, milioni di persone verranno forzate ad abbandonare le regioni dove hanno vissuto da sempre, ma Gelb non considera questo inopportuno, se può essere permessa agli Stati Uniti una dominazione coloniale in tutta sicurezza. Dunque, il precedente della Yugoslavia non serve da sufficiente avvertimento? La verità è che, per Gelb, la guerra civile in Yugoslavia è stato un grande successo per gli Stati Uniti, dato che ha permesso il disgregamento di una nazione che resisteva alle multinazionali.

Ancora la Teoria degli "Stati etnicamente puri"!

Effettivamente Gelb fa aperto riferimento ad "un promettente precedente... la Yugoslavia". Davvero un fatto curioso! Non ci avevano informato che gli Stati Uniti erano intervenuti in quella regione in ordine a prevenire la "pulizia etnica"? Niente affatto, lui confessa: gli Stati "etnicamente puri" sicuramente vanno bene, quando servono ai piani di Washington. Mentre magnifica "gli Stati etnicamente puri" (Gelb parla anche di "Stati naturali"!), egli muove critiche a Tito per aver raggruppato in una Yugoslavia unita "gruppi etnici i più disparati", ma per le stesse ragioni finge che l'Iraq sia "uno Stato artificiale"; Gelb fa ricorso alle vecchie teorie sostenute dall'estrema destra. Questa teoria sugli Stati etnicamente puri è del tutto identica al: "Ein Volk, ein Reich, ein Führer" (un popolo, uno stato, un duce) di Hitler. Di più, è anche la teoria adottata dai Sionisti, che sognano un Israele "purificato dagli Arabi". In Yugoslavia, era la teoria sostenuta dai protégés dell'Occidente, il croato Tudjman e il Bosniaco Mussulmano Izetbegovic. Ma era anche la teoria sostenuta del leader dell'ala destra Serba, Karadzic. Risulta singolare riscontrare che gli USA esaltano teorie che in precedenza avevano finto di combattere!
La verità è che gli Stati Uniti - proprio come tutti gli altri colonialisti - sono per o contro gli stati etnicamente puri in conseguenza del fatto che questo soddisfi i loro interessi strategici. La sola cosa che conta è come indebolire la resistenza. Dividi per conquistare! Come sempre. I britannici hanno organizzato attentamente la divisione dell'Irlanda, dell'India e del Pakistan e di tante altre regioni nel mondo. L'influente esperto di strategie, Zbigniew Brzezinski, richiede di dividere la Russia in tre regioni in modo da isolare Mosca dalle riserve petrolifere. Anche la CIA ha i suoi "specifici piani" per dividere l'Arabia Saudita.
In un tempo in cui si stanno strutturando istituzioni politiche ed economiche veramente importanti nell'Unione Europea e negli Stati Uniti, possiamo vedere come queste stesse Grandi Potenze stiano organizzando la balcanizzazione di certi altri Stati, Stati che loro resistono.
Il principio guida della politica internazionale degli Stati Uniti è che non vi siano principi guida. Gli USA, un giorno possono fingere di combattere la pulizia etnica e il giorno dopo organizzarla. E in completa arbitrarietà. In passato, gli Stati Uniti hanno obbligato i Curdi a rimanere all'interno dello stato Turco, che era governato da generali fascisti, ma oggi gli USA stanno preparando lo stato dei Curdi, presuntivamente radicato sul principio di "autodeterminazione" (in realtà uno stato fantoccio). Gli USA stanno fingendo di portare la democrazia al mondo, ma con questi presupposti gli USA stanno riabilitando le teorie fasciste circa gli stati "etnicamente puri".

Il pericolo di una Teoria che è esportabile in tutto il Mondo

Il pericolo di questa fallace teoria va ben oltre l'Iraq e la Yugoslavia. Molti degli stati esistenti nel pianeta oggi sono "multietnici". E la gente razionale considera che essa stessa viene arricchita dal mescolamento di culture. Ma se un popolo segue teorie di stati "etnicamente puri", gli USA potrebbero avere il pretesto di disgregare qualsiasi nazione "multinazionale" che resiste a tutto questo. Washington, in effetti, intende calpestare nella più larga misura il diritto internazionale e la sovranità statuale. Gli USA si stanno preparando a compiere nel mondo quello che hanno iniziato a fare con la Yugoslavia e l'Afghanistan, e, sfortunatamente, la maggior parte dei politici di sinistra Occidentali li hanno seguiti, dandosi le peggiori ragioni. Basta! È giunto il momento di sconfessare l'alleanza disastrosa di questa Sinistra con gli Stati Uniti negli affari Yugoslavi e Afghani. Per chiunque voglia resistere alla guerra globale, vale a dire alla ricolonizzazione del mondo, questo è il momento di correre in difesa della sovranità delle nazioni del Terzo Mondo, un principio che è incorporato nella Carta dell'ONU. Questo assunto storico si è verificato nel 1945 e oggi gli USA si stanno accanendo al suo smantellamento.

Sostegno alla Resistenza

L'essenza del piano Gelb è di far precipitare l'Iraq in una lunga guerra civile, in modo da salvaguardare l'occupazione coloniale USA e di consentire la continua ruberia di petrolio. Gli USA tenteranno di dividere la resistenza - che viene riscontrata in tutte le diverse popolazioni dell'Iraq - penalizzando coloro che vogliono continuare a vivere insieme e organizzando ipocritamente "la pulizia etnica". Il piano statunitense è di dividere l'Iraq con il ricatto, diffamando i Sunniti, che sono stati da sempre in prima linea della resistenza all'imperialismo.
Washington renderà effettivo il piano di Gelb? Cosa impedirà loro di realizzarlo? Il timore che uno Stato Sciita-Iracheno possa congiungersi con l'Iran, che presenta l'esercito "ostile" più potente in Medio Oriente. E la paura che uno Stato curdo-iracheno possa diventare punto di riferimento luminoso per quei Curdi che vogliono separarsi dalla Turchia, un alleato strategico decisivo posizionato sui corridoi che si intersecano fra i Balcani, il Caucaso ed il Medio Oriente. Ma se la resistenza irachena continua a crescere e ad unire le diverse correnti, compresi gli Sciiti, allora Washington rischia di perdere la possibilità di realizzare il suo progetto di smantellamento della regione.
Il precedente yugoslavo deve servire come avvertimento! Il far piombare altre nazioni nello stesso dramma dovrebbe essere fuori questione! In vista del fatto che Bush ha scatenato nuovi pericoli attraverso il mondo intero, e in vista del fatto che sempre più frequentemente si fa ricorso a teorie fasciste, la sola risposta possibile è la costruzione di un fronte mondiale unito contro le politiche degli Stati Uniti e l'appoggio alla resistenza in ogni parte del mondo - anzitutto, alla straordinaria resistenza irachena (il flusso delle informazioni dei mezzi di comunicazioni di massa ha spesso caratterizzato questa resistenza con la categoria di "terrorismo").
La resistenza irachena sta impedendo che Bush aggredisca l'Iran, la Siria, la Corea del Nord e, a grandi passi, Cuba. Inoltre questa resistenza dimostra che gli Stati Uniti non sono stati sempre invincibili. Bush sta diventando lo zimbello del mondo, "Tigre di carta" è la classica espressione! In questo modo, la resistenza irachena ha fatto muro contro lo scoraggiamento e il pessimismo che avevano iniziato a diffondersi in Iraq dopo la "liberazione di Baghdad". La guerra non è finita, anzi è solo all'inizio. Sostenere questa resistenza significa sostenere noi stessi!

Per meglio comprendere la situazione irachena:

- 23 milioni di abitanti, divisi in tre grandi gruppi etnici (nessun censimento ufficiale e niente registri di stato civile distrutti dagli Americani).

- Sciiti: 55-60%. Al più nel sud.

- Sunniti: 20-25%. Quasi completamente al centro (tra Mosul e Baghdad).

- Curdi: 20%. Per la maggior parte al nord (significative minoranze Curde vivono in Turchia, Iran, Siria, Russia). La maggioranza di questi è Sunnita.

- Minoranze 5%: da 200.000 a 300.000 Turcomanni, Assiro-Caldei (Cristiani), Yezidi, 2.000 Ebrei...
Ma nessuna regione è etnicamente "pura": almeno un milione di Curdi vive fuori del Kurdistan (principalmente a Baghdad, ma anche al sud, nella zona di Bassora); almeno un milione di Sciiti vive a Baghdad; un certo numeri di Sunniti vive al sud; un certo numero di Arabi vive in Kurdistan.
Per queste ragioni, dividere l'Iraq risulta impossibile senza il rischio di una guerra civile e di pulizie etniche. E questo specialmente in una situazione ambientale in cui gli USA hanno fatto di tutto il possibile negli ultimi venti anni per scatenare conflitti, provocando (cioè, finanziando) alcuni leaders delle minoranze a favorire una disgregazione. Questo è del tutto analogo alle loro procedure in Yugoslavia.
In breve, se agli USA è permesso smembrare l'Iraq, importanti "minoranze" corrono il rischio in tutta la regione di diventare degli obiettivi. Ed ecco Bush che si affanna nell'affermare di essere obbligato a mantenere sul posto le sue truppe, per proteggere queste "minoranze"!
Esattamente come in Kosovo, dove gli USA hanno installato una base militare con una pista di atterraggio che può accogliere bombardieri (sic!), dopo aver sistematicamente alimentato le fiamme del conflitto dietro le quinte. Oggi, gli USA in Kosovo stanno proteggendo i criminali dell'UCK e la mafia che pratica la pulizia etnica (vedi Test-medias, domande sul Kosovo n. 2, 5, 7 nel nostro documento "Autopsia della Yugoslavia").

Per meglio comprendere la situazione yugoslava

- 21 milioni di abitanti, divisi in 6 Repubbliche. Secondo un censimento ufficiale del 1991: Slovenia (1.9 milioni), Croazia (4.7), Serbia (9.7), Macedonia (2.0), Montenegro (0.6), Bosnia (4.3).

- nessuna regione era etnicamente "pura": consistenti minoranze risiedevano in tutta la regione, cosa che rendeva la nazione indivisibile.

- in Croazia: Serbi (12%).

- in Macedonia: Albanesi (21%), Turchi (5%), Zingari Rom (2%), Serbi (2%).

- in Bosnia: Mussulmani (43%), Serbi (31%), Croati (17%), altri (7%). Tutti questi gruppi erano mescolati insieme in tutta la regione.

Malgrado gli avvertimenti di molti esperti analisti politici e di leaders Occidentali, la Germania, e quindi gli Stati Uniti, hanno scatenato la divisione della regione, al prezzo di una terribile guerra civile e di spostamenti forzati delle popolazioni di tutte la minoranze. Per realizzare tutto questo, Berlino e Washington hanno appoggiato, finanziato e armato segretamente, i leader e gli estremisti separatisti. Tutto questo è stato accuratamente nascosto all'opinione pubblica.
Michel Collon, Liar's Poker: The Great Powers, Yugoslavia and the Wars of the Future, IAC, New York 2001, P. 11 & 13.
Le carte geografiche che dimostrano la natura "indivisibile" della Yugoslavia e, in particolare, della Bosnia.
(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)