20 maggio 2019 redazione
elezioni europee

“LA SINISTRA” PER LA UE
I COMUNISTI CONTRO UE E CAPITALISMO

Fabrizio Poggi
Classi sociali; antagonismi di classe; sfruttamento del lavoro salariato; dittatura della borghesia. Lotta di classe; liberazione del lavoro dal giogo del capitale; rivoluzione; eliminazione dei rapporti sociali capitalistici; dittatura del proletariato. Socialismo; comunismo.
Inutile cercare simili concetti nell'interminabile elenco di buoni propositi con cui il PRC chiama a votare per “La Sinistra” alle elezioni europee del 26 maggio. Inutile cercarveli, perché non ci sono nei programmi del PRC, con o senza elezioni europee.
La questione del voto del 26 maggio è quella che, al momento, incombe sulle scelte sia dei comunisti, sia della sinistra in generale. La questione dei punti presentati dal PRC per “La Sinistra”, in vista di quel voto, è quella che lega il momento contingente dell'atteggiamento dei comunisti nei confronti della “riformabilità” o meno della Unione Europea - che si esprime, tra l'altro, anche nella scelta di partecipare o meno al voto del 26 maggio e, se vi si partecipa, in che forma, con quale visione della UE stessa e con quali obiettivi – a quello più ampio del giudizio su tale “cartello” imperialista di potenze dal peso tra loro disomogeneo e, soprattutto, alla visione strategica del passaggio rivoluzionario dai rapporti sociali antagonistici del capitalismo al socialismo.
Lasciando per un momento in sospeso la questione della partecipazione o meno al voto per il Parlamento di un'istituzione per sua natura espressione del capitale monopolistico - l’Unione Europea, come detto nell'appello comune “per l'astensione attiva” lanciato da alcune organizzazioni comuniste, “non è riformabile a favore dei lavoratori e dei popoli, né si può “emendare”, perché è diretta dal grande capitale e dai centri di potere della finanza” - i punti (ben undici) presentati da “La Sinistra” annunciano il proposito di una “rifondazione democratica dell'Europa”, che “ponga alla sua base i diritti sociali, civili, di libertà, delle persone”, per sviluppare “tutte le forme di espressione e di democrazia diretta dei cittadini su scala europea”.
In base a quei punti, sembra che i mali che affliggono “l'Europa” - non la classe operaia, non i lavoratori, ma il “popolo” europeo – siano dovuti al fatto che essa, Unione Europea, è basata su “l’impianto neoliberista dei trattati”. Dunque, la UE dovrebbe esser “riformata” perché fondata sul neoliberismo: non sul capitalismo; non sul lavoro salariato sottomesso al capitale.
Parlando di neoliberismo e non di capitalismo, si presuppone che dunque sufficiente “riformare” la UE nel senso di un “capitalismo sano”, scevro dagli eccessi del neoliberismo, così che cada anche ogni necessità di lottare per l'abbattimento dei rapporti sociali capitalistici, una volta riportati quegli stessi rapporti nell'alveo di un armonico corso volto ad accrescere quella “ricchezza nazionale” di neoliberismo e non di capitalismo, si presuppone che sia dunque che, scriveva Friedrich Engels, “finché continua a sussistere la proprietà privata, è priva di senso” (Lineamenti di una critica dell'economia politica).
Ci sarebbe dunque il “neoliberismo” alla base delle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia, che sono tremende in Italia, in Grecia e in genere alla periferia della UE, ma che non sono meno dolorose anche al centro dell'impero. E da dove nascono tali condizioni, se non dagli stessi rapporti capitalistici, sui quali si eleva oggi il neoliberismo? L'aumento della disoccupazione, della precarietà, dello sfruttamento, dell’impoverimento generale, sono acuiti nel nostro paese, a causa del ruolo marginale assegnatogli per rispondere alle esigenze dei gruppi monopolistici “capi-cordata”; sono inaspriti, a causa della crisi che da oltre dieci anni non conosce soluzione di continuità; sono accentuati dalle scelte politiche funzionali al “mercato del lavoro”; ma sono, di per sé, nella loro essenza, “compagni di viaggio” inseparabili del capitalismo, cui la UE ha dato una “legittimazione” continentale.
L'operaio, scriveva Engels, “sia che si attui il sistema protezionista o quello liberoscambista o un sistema misto di entrambi, non riceve un salario superiore a quanto basta precisamente per il suo più stretto sostentamento. In un modo o nell'altro il lavoratore riceve il compenso che gli occorre per continuare a funzionare come macchina da lavoro” (Dazio protettivo o sistema di libero scambio). Karl Marx affermava che “I costi di produzione del semplice lavoro ammontano quindi ai costi di esistenza e di riproduzione dell'operaio. Il prezzo di questi costi di esistenza e di riproduzione costituisce il salario. Il salario così determinato si chiama salario minimo. Questo salario minimo, come, in generale, la determinazione del prezzo delle merci secondo i costi di produzione, vale non per il singolo individuo, ma per la specie... Singoli operai, milioni di operai non ricevono abbastanza per vivere e riprodursi; ma il salario dell'intera classe operaia, entro i limiti delle sue oscillazioni, è uguale a questo minimo” (Lavoro salariato e capitale). E, per definire più precisamente l'antagonismo di interessi tra lavoro e capitale: “Quando il lavoro salariato produce la ricchezza estranea che lo domina, il potere che gli è nemico, il capitale, i mezzi di occupazione, cioè i mezzi di sussistenza, rifluiscono nuovamente verso di lui, a condizione che esso si trasformi di nuovo in una parte del capitale, in una leva che imprime di nuovo al capitale un accelerato movimento di sviluppo. Dire che gli interessi del capitale e gli interessi del lavoro sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L'uno condiziona l'altro, allo stesso modo che si condizionano a vicenda lo strozzino e il dissipatore” (Idem).
Che l'impianto di base su cui si erge la sovrastruttura “europeista” sia quello dei rapporti antagonistici tra capitale e lavoro non sembra interessare “La Sinistra”: le pecche dell'Unione Europea sembrano riguardare tutti i cittadini che la compongono, indipendentemente dalla classe sociale di cui fanno parte; dunque, si sorvola tranquillamente sul fatto che i “rapporti di produzione entro i quali si muove la borghesia non hanno un carattere unico, semplice, bensì un carattere duplice, che negli stessi rapporti in cui si produce la ricchezza, si produce altresì la miseria” (Marx, Miseria della filosofia).
Nella scaletta dei “vanno riscritti i trattati”, “cancellando i principi fondativi del neoliberismo”, “disobbedienza ai trattati”, “imporre una svolta” ecc., si auspica che obiettivo della BCE (!) divenga “la piena e buona occupazione”, contro i “parametri folli” del Fiscal Compact che, “per quel che riguarda l’Italia, considerano “naturali” gli attuali livelli di disoccupazione, oltre il 10%”. Si tace però sul fatto della disoccupazione quale elemento essenziale dei rapporti sociali capitalistici. “La grande industria ha costante bisogno di un esercito di riserva di operai disoccupati per i periodi di sovrapproduzione. Lo scopo principale del borghese di fronte all'operaio è anzi, in generale, di avere la merce lavoro il più possibile a buon mercato, ciò che è possibile soltanto se l'offerta di questa merce è il più possibile grande in rapporto alla domanda, cioè se si ha il massimo della sovrappopolazione” (Marx, Salario).
Insieme ai ripetuti “vanno avviate”, “va promossa”, “bisogna bloccare”, si intima “STOP paradisi fiscali, STOP finanza tossica” e “STOP TTIP”; ma non si dice chi e come debba organizzarsi per raggiungere tali obiettivi e contro chi ci si debba battere: sembra sufficiente affermare che le “politiche commerciali europee devono all’opposto essere subordinate al rispetto dei diritti del lavoro e alla salvaguardia della natura, attraverso la definizione di standard retributivi, dei diritti, ambientali”. Ma, diceva ancora Marx, “se le associazioni facessero soltanto ciò che appare, se cioè dovessero soltanto determinare il salario, il rapporto tra lavoro e capitale sarebbe eterno e queste coalizioni fallirebbero di fronte alla necessità delle cose”, mentre invece devono essere “lo strumento che unisce la classe operaia, che prepara l'abbattimento di tutta la vecchia società con i suoi contrasti di classe” (Salario).
“Dobbiamo impedire che passi il disegno di un’Europa a due velocità, sia di fatto che, peggio ancora, istituzionalizzato”: ma è proprio questo l'impianto della UE, fatto di un centro che comanda le scelte industriali e finanziarie funzionali alla centralizzazione dei capitali, e una periferia cui si sottraggono le ultime risorse produttive. E per quanto si auspichi l'introduzione di “sistemi fiscali secondo criteri di progressività e introducendo una patrimoniale che si applichi a tutte le forme di ricchezza mobiliari ed immobiliari” e non manchi nemmeno la speranza di “Un Green New Deal per la natura, il clima, la transizione ecologica dell’economia”, proponendo la “riconversione ecologica con investimenti nelle filiere industriali”, si tace sul fatto che queste sono conseguenze del sistema capitalistico stesso e che proprio il suo sviluppo e la necessità per il capitale europeo di imporsi quale polo imperialista a livello mondiale, ha condotto alla nascita di questa Unione Europea dei monopoli e delle banche.
“La Sinistra” non parla della liberazione del lavoro salariato dal giogo del capitale; in compenso, è “Per un’Europa femminista. Per l’autodeterminazione e la libertà delle persone; per la rottura delle asimmetrie tra uomini e donne nel lavoro domestico; per garantire l’uguale rappresentanza delle donne nella politica e nello spazio pubblico; l’affermazione dei diritti delle persone LGBTQI: l’introduzione del matrimonio egualitario”. C'è stato un tempo in cui i comunisti intendevano che “Tutta la libertà politica in generale, sul terreno dei rapporti di produzione moderni, cioè capitalistici, è libertà borghese. La rivendicazione della libertà esprime prima di tutto gli interessi della borghesia” (Lenin, Due tattiche della social-democrazia). C'è stato un tempo, appena tre anni fa, in cui la femminista americana Nancy Fraser affermava che molte frasi a effetto sul femminismo sono del tutto confacenti e funzionali all'ideologia borghese, a quello che lei definiva il “
neoliberismo progressista”, interpretazioni cioè liberal-individualiste del “progresso”. Da comunisti, invece di adagiarsi su “obiettivi” confacenti all'ideologia dominante, si dovrebbe dire che con l'eliminazione della divisione del lavoro si elimina anche la sottomissione degli individui ai rapporti di classe e si liberano le relazioni personali e dunque si pongono su tutt'altro piano anche i rapporti tra uomo e donna. “Una classe oppressa è la condizione vitale di ogni società fondata sull'antagonismo delle classi. L'affrancamento della classe oppressa implica dunque di necessità la creazione di una società nuova” (Marx, Miseria della filosofia).
In sostanza, nell'elenco di magnanimi proponimenti per “riformare l'Europa”, mancando un'analisi degli antagonismi sociali della società capitalista su cui è costruita la UE, manca l'essenziale per i comunisti: l'obiettivo del socialismo. Quando, nel 1907, Lenin esortava a prestare “particolare attenzione alle leggi che riguardano le necessità più urgenti del popolo”, alle rivendicazioni su “libertà e uguaglianza illimitate, giornata lavorativa di otto ore, agevolazione delle condizioni di lavoro per gli operai”, sottolineava al tempo stesso l'impegno a “indicare la grande meta che si propone di raggiungere il proletariato di tutti i paesi, il socialismo, la distruzione completa della schiavitù salariata”. Nel programma de “La Sinistra”, pur così attenta a numerosi e doverosi aspetti rivendicativi - “diritti delle e dei migranti”, per “una Europa dell’accoglienza, antirazzista e inclusiva”; per “garantire e potenziare la scuola pubblica” e “l’accesso libero e gratuito al sistema universitario”; per “Proteggere dalle privatizzazioni e dal degrado i beni pubblici di valore culturale”; “32 ore a parità di salario, salario minimo europeo, reddito di base, welfare” e “rimettere in discussione le controriforme pensionistiche”; ”introduzione di una “scala mobile” europea”; il “contratto di lavoro europeo deve essere quello a tempo indeterminato” - questi non vengono legati a un obiettivo strategico di classe.
Accade al programma de “La Sinistra” più o meno quanto denunciato sempre da Lenin nel 1911, allorché vedeva nella “Associazione per la difesa degli interessi della classe operaia”, fondata dallo storico ed ex bolscevico Nikolaj Rožkov, nient'altro che una “associazione per la difesa liberale degli interessi della classe operaia intesi in senso liberale”; perché, affermava Lenin nel luglio 1916, “ogni rivendicazione democratica è subordinata agli interessi generali della lotta di classe del proletariato”. E, cinque mesi dopo, avvertiva che “ singole rivendicazioni del programma minimo (“alcune sue rivendicazioni”) né la somma complessiva delle rivendicazioni del programma minimo danno mai “il passaggio a un sistema sociale diverso in linea di principio”... il programma minimo è un programma compatibile in linea di principio con il capitalismo, un programma che non travalica i confini del capitalismo”.
Il coronamento delle pie intenzioni de “La Sinistra” è sanzionato dall'undicesimo e ultimo paragrafo, che invoca “Un’Europa in pace e fattore di pace nel mondo”. Di nuovo “Va contrastata la tendenza” (chi deve farlo? quale classe deve contrastarla?) “alla militarizzazione, nell’ottica dell’Europa “fortezza” che porta ai progetti di nuovi armamenti, di portaerei, di un nuovo esercito europeo”: come se la tendenza (che non è già più semplicemente una “tendenza”, ma un percorso preciso e da tempo intrapreso: ricordiamo soltanto le bombe sulla Jugoslavia) alla militarizzazione e la messa in conto di conflitti non sia all'ordine del giorno del polo imperialista europeo e la guerra non sia un elemento che accompagna, sin dal suo sorgere, l'imperialismo e le rivalità tra potenze e poli imperialisti. Ed è così che “Coerentemente chiediamo il superamento della NATO, che appartiene, non con merito, ad un’altra epoca storica” e l'Unione Europea “deve esigere il disarmo nucleare, una drastica riduzione dell’armamento convenzionale”. Ora, nella lingua italiana, il verbo superare significa, tra l'altro, “andare oltre”: cioè, si chiede di andare oltre la NATO; non si rivendica una battaglia per la liquidazione della NATO in quanto alleanza di guerra; non si esige l'uscita dalla NATO; non si chiamano i lavoratori e le forze democratiche alla lotta per buttare a mare le basi militari USA e NATO in Italia e nei Paesi europei. Si chiede di “superare” la NATO: come se la Pesco (
cooperazione strutturata permanente nel settore della politica di sicurezza e di difesa) non vada già “oltre la NATO”. E, soprattutto, non si parla del ruolo che il complesso militare-industriale mondiale ha nel business del riarmo e del commercio delle armi. Basterebbe anche solo accennare alla vicenda del caccia statunitense F-35, un aereo che gli stessi esperti USA definiscono superato prima ancora di esser completato e di cui tuttavia viene imposto l'acquisto ai paesi europei membri della NATO, suscitando in qualche caso le reazioni dei concorrenti europei, produttori ad esempio del Dassault Rafale o dell'Eurofighter. Se su alcuni fronti si mugugna per lo strapotere di alcune capitali UE rispetto ad altre, sul fronte degli armamenti c'è pieno accordo a far sì che le industrie militari nazionali collaborino sempre più strettamente alla militarizzazione della UE, che contrasti la supremazia USA e consenta a Bruxelles di intervenire nel mondo, in maniera indipendente da Washington.
“La Ue deve agire da subito per la pace nel Mediterraneo”, si dice, tacendo sul ruolo che vari Paesi della UE hanno avuto nelle guerre in Europa e in Medio Oriente, sul ruolo nel golpe in Ucraina e sul sostegno che la UE continua a dare ai nazigolpisti di Kiev. “La Ue deve [condannare] ogni violenza e ogni organizzazione neofascista e neonazista”, si dice, tacendo sul ruolo antioperaio e antipopolare affidato all'aperto fascismo ogni qualvolta il capitale non sia più in grado di tenere soggiogato il lavoro salariato con i normali strumenti della democrazia borghese e tacendo, come affermava Georgij Dimitrov al VII Congresso dell'IC, il “significato che hanno per l'instaurazione della dittatura fascista le misure reazionarie della borghesia che si vanno oggi rafforzando nei paesi di democrazia borghese e che sopprimono le libertà democratiche dei lavoratori”. Misure già in atto e sempre più draconiane in Italia e altri paesi della UE.
Ma basta.
Al pari di un rosario di buone intenzioni, in tutti i grani dei “si deve esigere”, “vogliamo”, “è necessario”, manca completamente la forza sociale chiamata a esser protagonista del cambiamento e, soprattutto, è assente il soggetto politico interprete dell'esigenza storica del rivolgimento sociale. E si capisce che sia così, in un programma in cui, come denunciava Lenin contro gli “amici del popolo”, non c'è “proprio niente di socialista nella richiesta di eliminare quei mali”, se si fanno derivare, come fa “La Sinistra”, dai “principi fondativi del neoliberismo che li ispirano, quali la competitività, la libera circolazione dei capitali senza alcuna regolazione della finanza speculativa”, invece che partire dal fondamento, cioè dai rapporti sociali antagonistici, che non sono prerogativa di una UE in cui c'è “libertà assoluta di movimento dei capitali, la finanza speculativa non ha nessuno controllo”, ma stanno alla base del sistema capitalista stesso. In questo modo, gli estensori del “programma”, agiscono proprio come quegli “amici del popolo”: parlano di quei mali del neoliberismo, ma, tacendo dell'espropriazione dei mezzi di produzione, del loro accaparramento in mani private, sorvolando sullo sfruttamento del lavoro salariato, anche l'eliminazione di quei mali “non tocca il giogo del capitale sul lavoro” (Lenin). Per tornare a Marx, certa sinistra e “La Sinistra” si comportano alla maniera di quei “filantropi [che] vogliono insomma conservare le categorie che esprimono i rapporti borghesi, senza l'antagonismo che li costituisce” (Miseria della filosofia).
In tutta quella disamina, non un accenno agli antagonismi di classe; non una parola sull'asservimento del lavoro salariato, che è “inevitabile proprio come conseguenza del carattere capitalistico dei rapporti di produzione”; in sostanza, se gli “amici del popolo”, si riducevano al “piagnisteo sul tema che c'è lotta e sfruttamento, ma “potrebbe” anche non esserci, se... se non ci fossero sfruttatori” (Lenin), ai vertici del PRC si parla di sfruttamento solamente per denunciare che “il lavoro sottopagato e senza diritti non è lavoro ma sfruttamento”, ma si guarda dal dire che il lavoro salariato è sempre sfruttamento, in quanto appropriazione privata del frutto del lavoro altrui. Si dice giustamente che il lavoro sottopagato, la precarietà, le forme contrattuali ricattatorie si accentuano nei periodi di crisi; ma non si dice che le crisi non finiranno finché ci sarà il capitalismo, che il capitalismo non sarebbe capitalismo se il salario con cui si paga la forza lavoro fosse uguale all'intero prodotto del lavoro ecc. Come i vecchi “amici del popolo”, gli estensori del programma si guardano dal parlare “dell'eliminazione dell'economia mercantile: evidentemente, i loro stessi ideali non possono in alcun modo uscire dal quadro di questo sistema sociale” (Lenin). Ma, soprattutto, ciò che è completamente assente, è l'impegno a definire e organizzare il solo soggetto che, invertendo i rapporti di forza nella società, possa contrastare e rigettare le scelte neoliberiste e la schiavitù salariale che ne è alla base: la classe operaia e i lavoratori, organizzati in un partito comunista.
Nel programma de “La Sinistra”, il tutto è sostituito dalle cristiane genuflessioni del “vanno avviate” e “va promossa”. Amen.
I comunisti non possono limitarsi a contestare le scelte dei partiti borghesi; devono contrapporre alla loro natura di classe borghese, la natura di classe degli interessi operai. Finché ci si limita a opporre una scelta “più democratica” a una liberale, senza indicare una visione generalmente anticapitalista, che contrapponga gli interessi generali dei lavoratori a quelli borghesi, l'identità di classe del partito rimane dietro le quinte. Finché si fanno propri gli obiettivi che l'ideologia dominante proclama quali traguardi fondamentali di ogni progresso democratico, si finisce per rimanere al rimorchio degli interessi di classe della borghesia. Un partito operaio non tralascia nessuno dei temi che fanno della democrazia borghese un'autentica democrazia e la difende da ogni attacco che tenti di mutilarla; ma il partito operaio va oltre quella democrazia, ne denuncia il carattere di classe e indica il passaggio a obiettivi superiori.
Nel caso del voto del 26 maggio, ventilare una “riformabilità” dell'Unione Europea, partecipando all'elezione di uno degli istituti con cui si tenta di fuorviare operai e lavoratori dalla lotta contro i fondamenti di classe della UE, i monopoli industriali e finanziari, invece di organizzare la lotta per la liquidazione della UE, significa appunto rimanere al rimorchio degli interessi del capitale.


17 marzo 2019 redazione
Intervista

Gilet gialli per far cadere Macron e la sua grandeur
Samuel è l'operaio che il 7 novembre 2018 ha contestato pubblicamente il Presidente francese Macron in visita alla fabbrica dove lavora

Michele Michelino

In occasione dell'iniziativa del 16 marzo a Milano, abbiamo intervistato il "gilet giallo" presente, attivo nella lotta fin dall’inizio: Samuel Beauvois, operaio MCA RENAULT MAUBERGE, delegato di fabbrica per il sindacato SUD Industrie/Solidaires.

D.
Il movimento dei gilet gialli è composto da frazioni di varie classi sociali; qual è il punto di vista di un operaio, di quel settore della classe operaia industriale che partecipa a questo movimento?
R
. È una buona cosa che strati sociali diversi si trovino a lottare insieme, dagli operai ai professionisti, ai padroncini, ai dirigenti, perché questo significa che il popolo francese dice basta a un governo repressivo che in pratica reprime i francesi. È un governo che fa parte di una élite ben precisa. Macron sostiene tutte le multinazionali penalizzando le piccole e medie imprese, facendole fallire.
D
. Esiste un’organizzazione nazionale dei gilet gialli? Qual è il ruolo degli operai e delle loro organizzazioni in questo movimento? Come siete organizzati.
R
. Non esiste un’organizzazione nazionale centralizzata, è un movimento in un certo senso anarchico che si organizza sui territori. Per quanto riguarda gli operai che partecipano a questo movimento, riporto l’esempio della fabbrica in cui lavoro, la Renault: su 2.400 lavoratori gli aderenti ai gilet gialli sono circa 800. Inoltre esiste un coordinamento nazionale dei sindacati dell’industria, cui non partecipano i riformisti favorevoli al governo Macron.
D.
Questa lotta si è radicalizzata sempre più, le manifestazioni continuano e ci sono stati molti arresti; cosa fa questo movimento per i compagni e i manifestanti arrestati?
R
. Chi viene arrestato non è mai una sola persona, è sempre un gruppetto. Dopo gli arresti i gilet gialli si precipitano al commissariato locale assediandolo e dopo il presidio di mezz’ora o un’ora la maggior parte viene liberata. Io stesso sono stato arrestato e poi liberato.
D
. Questa lotta che è partita per motivi economici, contro l’aumento del prezzo del carburante, si è trasformata in una lotta politica contro il governo Macron e le multinazionali; cosa pensi della decisione di una parte dei gilet gialli di presentarsi alle elezioni istituzionalizzando la lotta?
R
. Quelli che vogliono costituirsi in partito e presentarsi alle elezioni sono degli infiltrati. In questo momento il movimento si sta radicalizzando e quindi ci sono delle azioni di distruzione dei radar sulle strade, delle pompe di benzina, dei bancomat e oggi anche il sindacato Solidaires si presenterà in piazza a Parigi e sarà una giornata molto calda.
D
. Il movimento dei gilet gialli ha dimostrato a tutta l’Europa che con la lotta radicale è possibile ottenere, anche se finora solo in parte, dei risultati. Il vostro obiettivo si limita a cambiare il governo Macron, a ottenere un salario dignitoso e la patrimoniale che Macron ha abolito o vi ponete l’obiettivo di cambiare la società?
R
. L’obiettivo principale che ci poniamo è quello di far cadere il governo francese, il nemico di classe. Certo che sarebbe un’ottima cosa se il movimento dei gilet gialli si estendesse in Europa e contro le istituzioni europee che hanno l’obiettivo di abbassare i salari facendoli precipitare, portando i nostri salari ai livelli della Romania, della Polonia ecc. In Belgio il movimento dei gilet gialli è abbastanza cresciuto, ci sono già delle frange anche in Inghilterra e quindi l’auspicio sarebbe quello di dilagare in tutta Europa.
D
. Perché avete deciso di caratterizzare questo movimento con i gilet gialli?
R.
In Francia è tradizione del movimento operaio, ad esempio fra i vari sindacati, ma anche di altri settori di massa, di caratterizzarsi con casacche di diverso colore. Dato il carattere del movimento che vede scendere in lotta insieme frazioni di classi diverse è stato scelto il giallo perché è un colore neutro.
D.
Grazie dell’intervista a "nuova unità". La vostra lotta contro le multinazionali e il governo è anche la nostra lotta, la lotta degli operai italiani e di tutto il mondo, perché abbiamo un obiettivo comune che è quello di cambiare questo sistema basato sullo sfruttamento capitalista dell’uomo sull’uomo.
(Intervista rilasciata la mattina del 16 marzo 2019)

politica
Contratto di governo, contratto di classe
L'insediamento del nuovo governo Di Maio-Salvini ha una sua originalità sia sul come Lega-M5S siano arrivati al risultato elettorale, sia su com'è stato definito il cosiddetto contratto tra Lega (nord) e Movimento 5 stelle. Un risultato che ha visto la partecipazione al voto di poco più del 50% degli aventi diritto con la Lega di Salvini che ha portato via voti soprattutto ai suoi alleati di centro-destra arrivando ad un risultato del 16% contro un M5S che invece ha superato il 34%. Ma, buon viso a cattiva sorte, è andato bene al M5S per riuscire a formare un governo che hanno definito di cambiamento. Abbiamo assistito alle manovre del Presidente Mattarella per dare a tutti i costi un governo al paese, tanto che è stata rifiutata la nomina a ministro dell'economia di Savona perchè poteva rappresentare un pericolo per l'economia, di far fluttuare i mercati finanziari, di spaventare i grandi investitori stranieri, far aumentare lo spread mentre è stato accettato Salvini a ministro degli Interni. Evidentemente secondo la Presidenza della Repubblica sarebbe meno pericoloso!! Invece quanto sia pericoloso lo abbiamo visto fin dai suoi primi giorni del suo insediamento. Salvini spaventa gli immigrati, è ben accetto dai settori economicamente dominanti perché piace al grande capitale chi è forte con i deboli e debole con forti. Una formula nuova di governo, quella di un contratto privatistico tra due parti apparentemente diverse, ma che trovano un comune interesse nel Programma del fare e nella spartizione delle poltrone di governo e del sotto-governo. Un contratto che consente ad ognuna delle parti di fare e dire quello che elettoralmente ritengono più conveniente in vista di prossime elezioni. Un governo di propaganda reazionaria urlata, ma che nella sostanza rappresenta una continuità con i governi borghesi che lo hanno preceduto, altro che cambiamento! E non poteva che essere così. Il loro stare insieme è possibile perché hanno un blocco sociale cui fanno riferimento entrambi, una comune base elettorale divisa tra Nord (la lega) e Sud (M5S). La borghesia come classe sociale è stratificata in settori e interessi diversi e anche contrapposti. Nel suo sviluppo moderno - quella delle grandi aziende, dei monopoli e delle multinazionali, della grande finanza - il grande capitale è costretto, per la sua sopravvivenza, a gettare sul lastrico settori interi della sua classe . “I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l'artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare l'esistenza loro di ceti medi dalla rovina. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancor più, essi sono reazionari, essi tentano di far girare all'indietro la ruota della storia”. (Manifesto Marx-Engels) La crisi generale, in particolare nel nostro paese, ha acutizzato questa contraddizione: da un lato nel periodo di sviluppo o di minor crisi è stato incrementato lo sviluppo della piccola e media borghesia utile sia a frammentare la lotta del proletariato, sia a creare quella sovrastruttura tecnologica, intellettuale e infrastrutturale necessaria a mantenere il paese nelle prime file degli Stati imperialisti. Dall'altro lo sviluppo ineguale e la concorrenza - che caratterizzano la società capitalista - hanno distrutto gran parte delle strutture produttive piccole e medie e intaccano anche quei settori della pubblica amministrazione che fino ad ora sono stati la base elettorale dei vari partiti borghesi dalla DC al PSI e al PCI poi PD. Il grande capitale deve risparmiare sulle spese di gestione del proprio Stato borghese per poter dirottare maggiori soldi alle grandi imprese che si trovano in competizione sullo scenario internazionale. La massa enorme di piccola borghesia rivendica il suo “posto al sole”: “Oggi la piccola borghesia si è trasformata nella truppa scelta della reazione, vigila sui castelli, altari e troni dai quali spera la salvezza contro la miseria, in cui è stata spinta dallo sviluppo economico...” (Kautsky-1906) L'approccio a queste contraddizioni divide la politica dei vari schieramenti politici che, come espressione del grande capitale, promette ricchezze a tutto il popolo. Se il paese è tra i primi posti dello schieramento imperialista, sarà maggiormente sensibile all'esportazione di merci e capitali e appoggerà politiche estere adeguate a stare in Europa ecc. Chi è maggiormente legato ai settori in sofferenza a causa della stasi del mercato interno, della difficoltà di ottenere credito bancario senza possibilità di fare investimenti produttivi o è maggiormente colpito dalla concorrenza dei capitalisti italiani ed esteri più competitivi, tenderà a legarsi alle proposte nazionaliste, ai dazi protezionistici alle parole d'ordine del “prima gli italiani”. Ma nessuna delle varie fazioni della borghesia mette in discussione il capitalismo, anzi tutti lo prospettano come la società migliore per l'umanità. Il comune denominatore rimane quello di dare aiuti alle imprese: chi vuole aiutare le grandi ad essere competitive sui mercati internazionali e chi vuole aiutare le piccole per essere all'altezza delle richieste qualitative delle grandi. Una frattura che nella descrizione appare schematica e netta, ma che nella realtà non è. Le posizioni politiche della piccola borghesia oscillano e si contraddicono contemporaneamente ma sono univoche contro il proletariato che lotta per la sua emancipazione dallo sfruttamento. Sono con la Russia di Putin e con gli Usa di Trump; tutti sono con Israele e la NATO; sono contro l'Europa ma sono tutti per l'Unione Europea; sono contro gli immigrati: chi li vuole accogliere e chi no, ma sono tutti pronti a pagare le bande di miliziani (Libia) o paesi come la Turchia di Erdogan per fare il lavoro sporco. Tutti sono d'accordo per un'immigrazione programmata in base alle esigenze dell'economia nazionale e possibilmente di alta qualità professionale. E c'è chi propone un piano Marshall europeo per l'Africa al fine di poter partecipare al bottino da contendere con altre potenze imperialiste già presenti nel Continente. Sono gli esponenti della stessa classe sociale che oltre un secolo fa ha deportato e reso schiavi, per incrementare le proprie ricchezze, milioni di uomini. Nella mobilitazione reazionaria della borghesia le sue frazioni piccolo-medie sono le “truppe scelte”, sono quella parte più vicina al popolo che possono fare da trade-union con esso. Quando sbraitano contro le banche, contro la legge Fornero o per il reddito di cittadinanza, contro i privilegi della casta ecc. - in un paese dove la disoccupazione arriva a superare il 40% della popolazione attiva e dove non esistono case popolari -, lo slogan "prima di tutto gli italiani" convince o illude anche settori popolari. Inventare poi un finto nemico (l'immigrato) da combattere è sempre stato un buon metodo usato dai padroni al potere per nascondere la verità e orientare la rabbia contro falsi obiettivi. Le forze reazionarie Lega e M5S sono state percepite come alternative (a cosa?) come forze capaci di andare contro lo stato di cose presenti. Una percezione stimolata dai mezzi di informazione e anche da quelle forze di "sinistra" e da settori sindacali che le hanno indicate come cambiamento sia prima che dopo le ultime elezioni. Da quando D'Alema definiva la Lega Nord di Bossi una “costola della sinistra” alle ultime elucubrazioni sinistre di chi pensava che il M5S potesse essere uno strumento di indebolimento e destabilizzazione dello schieramento e del potere borghese, o che votare M5S fosse il male minore, il voto utile (a cosa?) di fronte allo sfascio della sinistra borghese e riformista. Anche ora si intravedono esitazioni nell'attaccare il governo DiMaio-Salvini, differenziano tra le parti più reazionarie - apertamente razziste e fasciste di Salvini -, diventano cauti e possibilisti con la parte rappresentata dal M5S e sperano sempre nello sviluppo di contraddizioni tra i componenti del governo invece che puntare sulla mobilitazione e l'organizzazione dei lavoratori per abbattere questo governo, nel suo insieme, antipopolare, fascista e razzista. Queste posizioni derivano dal fatto che una parte consistente della piccola borghesia è scaraventata nelle fila del proletariato e questi strati declassati portano il proprio punto di vista nel proletariato stesso. Esprime le sue oscillazioni di classe intermedia e in via di estinzione attraverso opinioni e atteggiamenti politici e, naturalmente, entra in contatto con partiti e organizzazioni varie, anche quelle proletarie. Anzi fa di tutto per creare Partiti e organizzazioni, per porsi alla testa del proletariato e tentare di dirigerlo. Organizzazioni che oscillano da posizioni super-rivoluzionarie e parole d'ordine altisonanti, a posizioni riformiste e conciliatrici con il potere borghese e imperialista. Questa piccola borghesia rappresenta uno dei tanti pericoli per la classe operaia in quanto strumento diretto o indiretto della penetrazione dell'ideologia borghese nella classe. È lo strumento della frammentazione, del frazionismo, è il freno per l'organizzazione autonoma e indipendente della classe in partito politico, nel Partito Comunista.
Decreto dignità: ora è legge
Il testo della legge di conversione del DL n. 87/2
Le nuove norme: dai contratti ai licenziamenti illegittimi alle scom-messe, ecco le misure Il Decreto Dignità - dopo aver ottenuto il via libera definitivo dell’Aula del Se-nato con 155 sì, 125 no e 1 astenuto - è diventato legge in un clima di rissa. Urla, cartelli, appelli alla calma, con cori da stadio che ripetevano più volte la parola `Di-gni-tà´, hanno accompagnato a Palazzo Madama il voto definitivo. Il decreto dignità, su cui il viceministro 5Stelle Di Maio si era speso parec-chio, aveva creato molte aspettative negli elettori del governo del “cambia-mento” Lega-5 Stelle ma, una volta definitivamente approvato, delude tutte le aspettative non solo di chi si aspettava la definitiva abrogazione del Job acts, ma anche di imprese, professionisti e soprattutto lavoratori. Nella legge, infatti, non si parla di flat tax, e non è stato abrogato lo spe-sometro (di fatto neanche una proroga), solo un ritocco (peraltro ancora non pienamente definito) del redditometro. Anche per chi ci aveva creduto, il risultato è abbastanza deludente, o quan-tomeno inferiore alle aspettative. Non viene ripristinato l’art. 18, non è abolito il job acts, ma solo riformate le norme sui licenziamenti e sui contratti a termine; ed è introdotto un vincolo sulle delocalizzazioni. Quindi per i padroni rimane la libertà di licenziare come e quando vogliono: pagheranno qualche mensilità in più, un’elemosina che non cambia la sostan-za del potere padronale sulla forza lavoro. Eppure la questione lavoro è stato il cavallo di battaglia su cui il vice premier e ministro del lavoro Luigi Di Maio aveva molto insistito in campagna elettorale. Ma vediamo i punti del decreto dove sono riformate le norme sui licenzia-menti e sui contratti a termine; e viene introdotto un vincolo sulle delo-calizzazioni. 1 - Le novità sul lavoro a) I contratti a termine avranno una durata massima di 24 mesi rispetto ai 36 della vecchia legge. Per i nuovi contratti ci sarà l’obbligo di motivare i rin-novi. Se il contratto a termine supera i 12 mesi e non sono indicate le causali, il contratto si trasforma automaticamente a tempo indeterminato. I contratti a tempo determinato, compresi quelli in somministrazione, non possono superare il 30% dei contratti a tempo indeterminato nella stes-sa azienda. Previste anche multe di 20 euro al giorno per la somministrazione fraudolenta e l’esclusione delle agenzie di somministrazione dall’obbligo di in-dicare le causali per il rinnovo dei contratti a termine. I costi aggiuntivi applicati ai rinnovi (0,5%) si applicheranno anche ai contrat-ti a termine in somministrazione. Da questo provvedimento è però escluso il lavoro domestico, che non rientra nelle penalizzazioni stabilite per i rinnovi dei contratti a termine. La maggiora-zione contributiva dello 0,5 per cento non varrà per collaboratori domestici e badanti. b) Bonus Istituito un bonus del 50% dei contributi per le assunzioni di under 35, che dal prossimo anno sarebbe scattato solo per assunzioni di under 30; esso sa-rà esteso anche al 2019 e al 2020. L’esonero del 50% dei contributi previden-ziali a carico dei padroni è riconosciuto per massimo 3 anni e con un tetto di 3mila euro su base annua. Le coperture arriveranno dall’aumento del prelievo erariale unico sugli apparecchi da gioco a partire dal 2019. c) Licenziamenti illegittimi È innalzata l’indennità massima che passa da 24 a 36 mensilità, mentre la minima passa da 4 a 6 mensilità. 2 - Voucher I nuovi voucher potranno essere utilizzati dalle aziende agricole, e anche da-gli alberghi con un massimo di 8 dipendenti (per gli altri settori è 5 il limite di dipendenti). I voucher diventano una forma di pagamento per pensionati, disoccupati, studenti under 25 con durata massima di 10 giorni di contratto. I lavoratori dovranno essere pagati entro il termine di 15 giorni dallo svolgimento della prestazione lavorativa. 3 – Delocalizzazioni e contrasto alla delocalizzazione Multe a chi delocalizza: le aziende che hanno ottenuto aiuti dallo Stato per impiantare, ampliare e sostenere le proprie attività economiche in Italia e che spostano la sede al di fuori dell’Unione Europea prima che siano trascorsi 5 anni dalla fine delle agevolazioni subiranno una sanzione da 2 a 4 volte il be-neficio ricevuto. Sulla scia del nazionalismo, dello slogan “prima gli italiani” e per la “protezio-ne del lavoro italiano”, è introdotto un vincolo alle delocalizzazioni: chi riceve aiuti statali per investimenti produttivi non potrà spostare la sede aziendale all’estero per i successivi cinque anni. 4 - Gioco d’azzardo Fine della pubblicità del gioco per limitare le ‘ludopatie’ . Il famoso “nuoce alla salute”, dopo i pacchetti di sigarette, varrà anche per i “gratta e vinci”. I tagliandi per tentare la fortuna dovranno avere note espli-cative (che coprano almeno il 20 per cento della superficie del biglietto su en-trambi i lati) sui rischi del gioco d’azzardo, come succede per i pacchetti di si-garette. Chi viola il divieto di pubblicità del gioco d’azzardo sarà sanzionato con multe fino al 20% della sponsorizzazione (minimo 50mila euro). Per giocare alle slot e per tutelare i minori sarà obbligatorio, come avviene per le macchinette che distribuiscono tabacco, la tessera sanitaria. Ma anche qui fatta la legge ecco subito l’inganno e l’ipocrisia: l’unica eccezione al divie-to è rappresentata dalle lotterie nazionali. 5 - Maestre Proroga dei contratti fino a 30 giugno 2019 e un concorso straordinario per risolvere il problema delle maestre diplomate prima del 2001/2002. Sa-ranno prorogati tutti i contratti fino al 2019, trasformando quelli a tempo in-determinato in contratti a termine fino al 30 giugno 2019 e prorogando chi aveva già il contratto a tempo determinato. Queste in sintesi le misure del Decreto Dignità Come sempre qualcuno pensa "piuttosto di niente, anche se poco meglio questo rispetto a quanto fatto dai governi di "centrosinistra”, anche se il “piuttosto” è poca casa rispetto alle promesse elettorali. In ogni caso sui contratti a tempo determinato vengono introdotte, rispetto a prima, due importanti novità: • la durata massima scende da 36 a 24 mesi; • tornano le causali, che devono essere inserite per giustificare i rinnovi (la norma parla di inserimento dopo i primi dodici mesi. In caso di violazione dell’obbligo di indicare la causale in caso di rinnovo dopo dodici mesi, il contratto si trasforma automaticamente in assunzione stabile. Aumenta poi l’indennità massima per i licenziamenti illegittimi che passa da 24 a 36 mensilità, mentre la minima sale da 4 a 6 mensilità. Ma le delusioni più grandi per la classe media sono state prodotte dalla parte fiscale: erano attesi provvedimenti ampiamente pubblicizzati come quelli su spesometro, redditometro, studi di settore e split payment. L’unico di questi provvedimenti realmente concretizzatosi è l’abolizione dello split payment per i soli professionisti. Con il Decreto Dignità, d’ora in poi ai professionisti, l’IVA non si applicherà più alle prestazioni di servizi assoggetta-te a ritenuta Irpef. Ciò significa che i professionisti (ingegneri, architetti, av-vocati e altri a partita Iva) torneranno a riscuotere l'imposta sui compensi fat-turati alle amministrazioni pubbliche, con loro grande soddisfazione. Per il resto, chi si era illuso che con la Lega al governo sarebbe cominciata la pacchia ha dovuto subire una serie di delusioni cocenti. Quella più clamorosa riguarda lo spesometro, che non solo non viene abro-gato ma che non sarà nemmeno oggetto di proroga. Il decreto legge in og-getto, non fa altro che statuire una situazione già prevista. L’invio telematico dello spesometro potrà essere trimestrale o semestrale. L’unica novità rispet-to a prima è che l’invio del terzo trimestre potrà essere effettuata sino al prossimo 28 febbraio 2019. Per il primo semestre la scadenza rimane al 1° ottobre, mentre quello del secondo semestre rimane sempre al 28 febbraio. Quindi tanto rumore per nulla... Altra delusione è quella del redditometro. Anche questo adempimento non è stato abrogato, come promesso da diversi esponenti della maggioranza di Governo. Il decreto prevede solo la sospensione dei controlli sugli anni 2016 e seguenti, in attesa che un ulteriore provvedimento introduca un nuovo strumento. Viene, infine, limitato il beneficio fiscale dell’iper-ammortamento, che potrà essere ripreso a tassazione qualora i beni agevolabili siano stati destinati a strutture con sede all’estero. L’unica promessa pienamente mantenuta è quindi essere quella sul divieto della pubblicità del gioco d’azzardo.
Migranti e rifugiati politici
Migranti e rifugiati politici Gli operai, i prolet
Sulla pelle dei migranti è in atto una campagna che ha fatto la fortuna elettorale di diversi partiti, dalla Le-ga di Salvini al M5 Stelle Di Maio e Grillo, ma questo è un tema abbastanza traversale che accumuna anche partiti di centrosinistra, a cominciare dal PD. La caccia e il disprezzo razzista verso lo “straniero” fanno ormai parte del pensiero dominante di un popolo – il nostro - che ha dimenticato che milioni di suoi fra-telli, connazionali, sono stati costretti a spargersi per il mondo quando gli stranieri eravamo noi. Chi si scrive non ha mai dimenticato i racconti del padre e dei suoi amici e compagni, meridionali venuti al nord in cerca di lavoro e in seguito, per mancanza di lavoro, trasferitisi in Germania. Più volte ho ascoltato di na-scosto i racconti di mio padre che, quando tornava a ca-sa, diceva a mia madre che gli italiani, al pari di altri lavoratori, turchi, spagnoli ecc., erano costretti a emi-grare per guadagnarsi il pane, erano considerati esseri umani di serie b. In Germania questi lavoratori vivevano in baracche e quelli che non avevano il permesso di lavoro erano “clan-destini” e spesso quando al sabato sera si ritrovavano fra compaesani e tra alcuni scoppiava qualche zuffa - i-nevitabile quando si è lontani da casa e il sabato sera è l’unica occasione di svago - tutti gli italiani venivano identificati come mafiosi e attaccabrighe e per questo era impedito loro di entrare in alcuni bar o caffè dove campeggiava la scritta “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Quando arrivavano negli Stati Uniti erano te-nuti in quarantena. Anche nella Repubblica Italiana nata dalla Resistenza la divisione fra il nord e sud dell’Italia non si è mai sa-nata e allora era ancora più evidente. Le fabbriche del “miracolo economico” di Milano e di Torino reclutavano manodopera dal sud e dal Veneto, costringendo al trasfe-rimento coatto decine di miglia di persone senza fornir-gli adeguati servizi. Quelli erano gli anni in cui a To-rino e Milano nelle portinerie dei palazzi erano affissi cartelli con la scritta “qui non si affittano case ai me-ridionali” costringendo molti lavoratori a dormire nelle macchine dismesse o ad occupare le case sfitte o appena costruite (come succede oggi agli esseri umani chiamati “extracomunitari”). I loro figli erano chiamati “i fiò del terùn” (i figli dei terroni). I paesi occidentali, capitalisti, l’imperialismo - com-preso quello italiano - prima depredano le risorse, le materie prime con le guerre di rapina, distruggendo le risorse locali dei paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina costringendo milioni di esseri umani a fuggire dalle guerre e dalla fame e poi, ipocritamente, davanti agli esodi di massa parlano di invasione e mobi-litano gli eserciti, la polizia alle frontiere, fino alla chiusura dei porti. La penetrazione economica delle economie imperialiste in paesi sovrani distrugge le economie locali, costringe al-la fame e alla sete milioni di persone nel mondo provo-cando nuove forme di schiavitù. L’ultimo esempio del respingimento della nave Aquarius dai porti italiani attuato dal governo giallo-verde di leghisti e 5 Stelle, è l’esempio lampante dell’ipocrisia dei difensori dei “valori cristiani” e chi, come il Mini-stro dell’Interno Salvini, ha fatto la campagna elettora-le e i comizi ostentando il rosario in mano. Che cosa sarebbe successo se invece di migranti sulla na-ve Aquarius al posto di 629 profughi a bordo, ci fossero stati degli animali in quelle pessime condizioni? Sareb-bero stati considerati animali “clandestini” da abbattere o da salvare? I benpensanti di tutti gli schieramenti po-litici sarebbero insorti. La maggioranza della popolazione sarebbe insorta indigna-ta; in primis i due vice primi ministri a caccia di voti e consensi per le prossime tornate elettorali. In realtà, come dimostra il grafico che riportiamo, l’Italia è il paese che ha meno rifugiati in Europa. grafico E ancora, la proposta del Ministro dell’Interno Salvini di schedare i Rom (dimenticandosi della Costituzione ita-liana e che i numerosi nomadi che vivono nei campi di cittadinanza italiana al pari di Salvini) è in continuità con le leggi razziali dei regimi nazisti e fascisti. L’ipocrisia dei razzisti del governo gialloverde del “cambiamento”, in particolare del Ministro dell’interno, nasconde la realtà - quella di essere forte con i deboli e servi dei poteri forti - che a parole dicono di voler combattere. I difensori del libero mercato che rivendica-no la libera circolazione delle merci e dei capitali, la sovranità nazionale prima di tutto, si inchinano ai capi-talisti di ogni colore, ai ricchi, al capitale interna-zionale e transazionale, mentre trattano gli esseri umani poveri peggio degli animali. Con la parola d’ordine “prima gli italiani” la Lega - ma anche il movimento 5Stelle - hanno fatto il pieno dell’elettorato piccolo borghese e, in mancanza di un’organizzazione che rappresenti gli interessi immediati e storici della classe operaia e proletaria, hanno rac-colto consensi e voti anche fra gli sfruttati, illusi di poter mantenere i loro “miserabili privilegi” (così oggi vengono definiti dai borghesi i diritti conquistati con le lotte operaie che oggi stanno smantellando), convinti che i migranti siano la causa del peggioramento delle lo-ro condizioni di vita e di lavoro. In realtà il nemico degli italiani è in casa loro e non sono gli immigrati che arrivano con i barconi. Sono i pa-droni, i borghesi che sfruttano la forza lavoro al di là del colore della pelle, e che attraverso la concorrenza fra proletari abbassano a tutti il salario e creano un enorme esercito di riserva. Il governo del “cambiamento” si esprime a parole contro l’Europa e i poteri forti, rivendica la sovranità nazio-nale nei servizi TV, ma si genuflette davanti all’imperialismo europeo, e in particolare quello ameri-cano: il governo continua a pagare oltre 80 milioni di euro al giorno per appartenere alla NATO, oltre alle spe-se per le missioni dei militari italiani impegnati nelle guerre di rapina nel mondo e per il continuo riarmo. I sostenitori dello slogan “padroni a casa nostra” accet-tano senza discutere la servitù militare cedendo, come già i precedenti governi borghesi che governano nell’interesse dei padroni, molte parti del territorio dello Stato italiano a uno Stato estero (USA) e alla Na-to, mantenendo e accollandosi i costi delle 120 basi di-chiarate, ufficialmente, oltre a 20 basi militari Usa to-talmente segrete e ad un numero variabile (al momento so-no una sessantina) d’insediamenti militari o semplicemen-te residenziali con la presenza di militari USA, senza sapere dove siano ubicate le armi, anche se è risaputo che molte basi sono provviste di atomiche “tattiche” tan-to da far considerare l’Italia la più importante portae-rei USA del Mediterraneo. Cartina basi Nato in Italia In Italia ci sono oltre 100 miliardi di evasione fiscale, altri 100 miliardi si calcola siano le spese per la buro-crazia, altrettante sono il costo della corruzione. Milioni di persone sono senza lavoro e senza pensione, ma Salvini - scaricando la colpa di tutti i mali sui migran-ti - dichiara che la “festa è finita” e definisce “cro-ciere” l'attraversamento del mare su barconi fatiscenti, fa la guerra ai migranti - badate bene non ai padroni che li sfruttano per pochi euro nella raccolta degli ortaggi e della frutta - ma alle ONLUS e alle cooperative solida-li, riducendo la spesa per la solidarietà (che in massima parte proviene dal fondo europeo): secondo il Ministro dell’Interno oggi la spesa di 5 miliardi per i migranti è insostenibile. Dividere i lavoratori in base al colore della pelle, alla nazionalità, mettendoli in concorrenza fra di loro è uti-le solo ai padroni e ai loro governi. Gli operai nel si-stema capitalista non hanno patria, ma sono solo forza lavoro al servizio del capitale, da sfruttare quando l’industria tira e licenziare quando non servono più a valorizzare il capitale o perché lo spostano all'estero sfruttando altra manodopera. Gli operai, i proletari, sono una classe internazionale con gli stessi interessi. Schiavi nel sistema capitalista che lottano per la loro liberazione dalle catene e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo per loro e per tutta l’umanità. Parafrasando Salvini anche noi diciamo che il nemico è in casa nostra ma non sono i migranti economici o i rifugia-ti politici, sono i padroni e i loro governi (oggi gial-loverde). Nella nostra lotta di resistenza, per il potere operaio e il socialismo contro l’imperialismo mondiale cominciamo a combattere prima i padroni italiani e i loro governi. Sulle nostre bandiere riscriviamo il motto: Proletari di tutto il mondo uniamoci.