10 aprile 2015 redazione
pubb. su n.2/2015
Devastazione e saccheggio L’impatto della guerra sulla salute e sull’ambiente non si limita al conflitto armato, si protrae già dalla fase di armamento, di addestramento fino al periodo post-bellico Per preparare le guerre vengono utilizzati fino a 15 milioni di km² di terra (più dell’intero territorio dell’Europa) e il 6% del consumo delle materie prime, producendo circa il 10% delle emissioni globali di carbonio l’anno Il Pentagono produce mezzo miliardo di rifiuti tossici l’anno Tra le spese militari dello Stato Italiano ci sono 52 milioni di euro al giorno alla Nato L'F16 consuma in un’ora 3.400 litri di carburante. Negli ultimi cinque anni il commercio mondiale di armamenti è cresciuto del 16%; nello stesso periodo in Italia l’export militare è aumentato del 30% La polvere all’uranio impoverito rimane nell’aria, nel suolo, nelle falde acquifere, nelle culture, nella flora, nella fauna. La radioattività persiste per 4,5 miliardi di anni Daniela Folcolini Gli Usa da sempre vedono minati i loro piani di espansione e si servono della Nato per mantenere la supremazia economica, politica e militare. Così la Nato, e con essa l’Italia fedele alleata, dopo aver annunciato il potenziamento delle forze militari (portandole da 13mila a 30mila uomini in sei paesi dell’Europa orientale) apre due fronti di guerra: orientale (per contrastare l’avanzata dell’asse Russia-Cina) e meridionale, dove estende la sua strategia al Nordafrica e al Medioriente. Gli atroci giochi di guerra imperialista continuano alla ricerca di risorse energetiche vecchie e nuove, di nuovi mercati, di aree di influenza e potere goepolitico. L’imperativo è la crescita dei margini di profitto, passa in secondo piano l’impatto devastante che l’attività militare e bellica ha sui sistemi naturali e sulla salute di intere popolazioni. L’indifferenza verso l’ambiente va di pari passo con quella verso la vita umana. Le attuali strategie di guerra prevedono l’uso di forze armate più flessibili e di rapido dispiegamento, dotate di sistemi d’arma ad elevata tecnologia, l’attacco aperto viene preparato e accompagnato con forze sostenute e infiltrate dall’esterno per minare il paese all’interno, come si è fatto in Libia, in Siria, (armando e addestrando le formazioni islamiche, salvo poi usarle come giustificazioni per l’attacco) ma anche in Ucraina (dove la Nato addestra da anni i gruppi neonazisti). Si fomentano così focolai che sfociano in guerre civili e il ricorso sistematico ad armamenti chimici, biologici, radioattivi, strategie militari che rendono impossibile la discriminazione tra obiettivi civili e militari. Evidenti le conseguenze: dagli anni ‘90 in poi il 90% dei morti nelle guerre sono civili. Tragico esempio l’Iraq: più di 3,3 milioni di iracheni, uomini, donne e bambini, sono morti a causa della criminale aggressione degli Stati Uniti e del Regno Unito tra il 1991 e il 2011: 200.000 morti nella prima guerra del Golfo, 1.700.000 morti a causa delle sanzioni, e 1.400.000 persone massacrate durante l'invasione del 2003. Tra il 1991 e il 2003, l’esercito statunitense ha riversato sull’Iraq circa 2000 tonnellate di uranio impoverito. Le statistiche ufficiali del governo iracheno mostrano che prima dello scoppio della prima guerra del Golfo, nel 1991, il tasso dei casi di cancro era di 40 su 100.000. Nel 1995 era salito a 800 su 100.000, e nel 2005 era raddoppiato ad almeno 1.600 persone su 100.000. Dati scomodi visto che dal novembre 2012 l’Oms ha bloccato la pubblicazione del rapporto sugli effetti devastanti dei bombardamenti all’uranio impoverito (DU: scorie radioattive risultanti dall’arricchimento di uranio per reattori militari, per esempio i missili Cruise) sulla salute della popolazione irachena. Oltre all’uranio il napalm, il plasma, il fosforo sono dispersi in miliardi di particelle nell’aria portata dal vento in tutta la regione, ma anche nel mondo. La polvere all’uranio impoverito rimarrà nell’aria, nel suolo, nelle falde acquifere, nelle culture, nella flora, nella fauna. La radioattività persisterà per 4,5 miliardi di anni. Bombe all’uranio impoverito usate anche nell’aggressione militare statunitense con la partecipazione dell'Italia contro la Jugoslavia. Le proiezioni basate sulla quantità di proiettili sparati (circa 500.000 nel solo Kosovo) e sugli altri usi del DU in Jugoslavia stimano il danno in una decina di migliaia di casi fatali nell’uomo; per non parlare delle ulteriori malattie indotte dal trasferimento del metallo radioattivo nel corpo e negli organismi in generale che opera sul nucleo ed in particolare sul DNA delle cellule degli esseri viventi determinandone mutazioni genetiche ai diversi livelli di organizzazione. A questo vanno aggiunte le emissioni di molte sostanze altamente nocive prodotte dai bombardamenti di raffinerie, impianti chimici e petrolchimici come Novi Sad e Pacevo (cloruro di vinile monomero, bifenili policlorurati, idrocarburi policiclici aromatici, diossine, nafta, metalli pesanti) con abnormi riversamenti diretti di sostanze chimiche nel sistema idrico continentale fino al mare, nel mar Nero, nell’Egeo, nell’Adriatico e alla fine in tutto il Mediterraneo. Prima della guerra la Jugoslavia rappresentava uno dei 6 centri europei e uno dei 153 centri mondiali più importanti della diversità biologica (38,93% di piante vascolari, 51,16% della fauna ittica, 74,03% degli uccelli, 67,61% della fauna a mammiferi con 1600 specie di significato internazionale). Oggi non più, depauperato il patrimonio forestale, marittimo e agricolo, i danni all’ecosistema sono irreversibili. Ma l’impatto della guerra sulla salute dell’ambiente non si limita al conflitto armato, si protrae già dalla fase di armamento, di addestramento fino, come si è visto, al periodo post-bellico. Per preparare le guerre vengono utilizzati fino a 15 milioni di km² di terra (più dell’intero territorio dell’Europa) e il 6% del consumo delle materie prime, producendo circa il 10% delle emissioni globali di carbonio l’anno. L’impatto delle basi militari statunitensi è ben illustrato dall’Isola di Vieques, nei Caraibi, che per 60 anni ha visto il susseguirsi di addestramenti, esperimenti, bombardamenti, stoccaggi, test e smantellamenti. L’effetto: la distruzione di centinaia di specie animali e vegetali, un tasso di tumori di molto superiore alle altre isole caraibiche e la contaminazione di tutto l’ecosistema. In Italia una delle zone più interessate da servitù militari, 60% dell’intero territorio, è la Sardegna. La Regione ospita il poligono terrestre, aereo e marittimo più grande d’Europa, Salto di Quirra, che con i suoi 130 km2 a terra e 28.400 km2 a mare copre più della superficie dell’intera Sardegna. Aree militari e infrastrutture che determinano un fabbisogno maggiore di acqua, trasporti ed energia, con conseguente aumento delle emissioni di inquinanti atmosferici e di gas serra. Anche la produzione di armamenti produce inquinamento, consumo di energia, d’acqua ed effetti tossici sui lavoratori del settore. Partendo dall’estrazione delle materie prime, che ha come effetto principale il loro progressivo esaurimento (ma anche la contaminazione dell’aria con sostanze come il piombo, il cadmio, l’amianto) alla raffinazione, all’utilizzo, fino allo smaltimento. Si stima che il consumo mondiale a scopi militari di alluminio, rame, nickel, platino eccede il fabbisogno di queste materie dell’intero “terzo mondo”. L’US Defence Department è il più grande consumatore di petrolio al mondo (un F16 consuma in un’ora 3.400 litri di carburante). Ma ancora: il pentagono produce mezzo miliardo di rifiuti tossici l’anno (più delle cinque più grandi aziende chimiche messe insieme). E dove li buttano? Nell’agosto del 2010 l’US Central Command ha stimato la presenza di 251 “pozzi” per lo smaltimento di rifiuti in Afghanistan e di 22 in Iraq in cui vengono bruciati rifiuti delle basi militari di ogni tipo. Il susseguirsi incessante di sempre nuove situazioni di conflitto fa sembrare inattuale perfino la possibilità di un disastro nucleare. Eppure il 5 febbraio si è riunito il Gruppo di pianificazione nucleare dei ministri della difesa dei paesi Nato (compresa l’Italia) che rilancia lo sviluppo dei programmi per la modernizzazione delle armi nucleari e il blocco del meccanismo di disarmo. Il numero totale delle testate nucleari viene stimato in 16.300, di cui 4.350 pronte al lancio, energia sufficiente a far saltare la terra. Se una guerra nucleare strategica che implica un arsenale di diecimila megatoni avesse luogo, un miliardo di persone morirebbe immediatamente per gli effetti combinati delle ferite dirette (esplosione, calore, radiazioni), un altro miliardo soccomberebbe per le malattie dovute alle radiazioni ed i sopravvissuti dovrebbero vivere in un ambiente esposto ai residui radioattivi che eserciterebbero effetti somatici e genetici dalle conseguenze probabilmente irreversibili per la biosfera. Ma non è necessario attendere la guerra atomica per calcolare gli effetti devastanti sull’ambiente e sulla salute, uno studio di qualche anno fa, in piena fase sperimentale, sosteneva che negli Stati Uniti vi erano oltre 30.000 morti l’anno per cancro dovuto agli esperimenti nucleari e ai residui attivi (mancano studi dettagliati su flora e fauna). Solo in Italia vi sono 70-90 bombe nucleari USA in fase di “ammodernamento” e per il secondo anno consecutivo si è svolta l’esercitazione Nato di guerra nucleare. Nell’Italia imperialista e complice esistono 120 basi Usa-Nato dichiarate, oltre a 20 basi militari Usa totalmente segrete e un numero variabile (al momento sono una sessantina) d'insediamenti militari o semplicemente residenziali con la presenza di militari USA, alle quali si vorrebbe aggiungere, a Niscemi, una stazione di terra del M.U.O.S., un moderno sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense utilizzato per il coordinamento capillare di tutti i sistemi militari statunitensi dislocati nel globo; in pratica comporterebbe l’installazione di tre grandi parabole del diametro di 18,4 metri e due antenne alte 149 metri. Comprensibili le preoccupazioni riguardo le conseguenze di tale struttura su salute umana ed ecosistema della popolazione locale. Devastazione e saccheggio dell’ecosistema in cui viviamo finanziato proprio da noi lavoratrici e lavoratori! Secondo fonti Nato le spese militari dello Stato Italiano ammontano a 52 milioni di euro al giorno, stima al ribasso visto che non comprende per esempio le spese per le missioni all’estero o le spese per mantenere ufficiali e soldati dell'esercito Usa di stanza nel nostro territorio. Milioni che escono dalle casse pubbliche - sottratti dai servizi sociali - per entrare nelle casse delle aziende private. Come l’acquisto dei 90 cacciabombardieri F-35, confermato di recente, di cui l’Italia non è semplice acquirente ma fa parte della filiera produttiva con una rilevante rete di aziende. Oppure l’acquisto, per l’Aeronautica militare, di sei velivoli a pilotaggio remoto P-1HH (droni che possono trasportare fino a 500 kg di armamenti) realizzati e progettati negli stabilimenti della Piaggio Aerospace di Savona (il cui capitale azionario è in mano ad una società gestita dal governo degli Emirati Arabi Uniti) in collaborazione con la Selex Es, gruppo Finmeccanica che con l’ad. Moretti (quello della strage di Viareggio!) ha deciso di convertire progressivamente la produzione da civile a militare. In questo contesto di “crisi” i grandi capitalisti delle industrie belliche vedono aumentare notevolmente i loro profitti. Negli ultimi cinque anni il commercio mondiale di armamenti è cresciuto del 16%; nello stesso periodo in Italia l’export militare è aumentato del 30% guadagnandosi l’ottavo posto mondiale dopo Usa, Russia, Cina, Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna. Le necessità dell’ambiente vanno di pari passo con quelle dei popoli oppressi e sfruttati. Si sa, è la borghesia imperialista che fomenta la guerra ma si sa anche che la guerra è la continuazione della politica del tempo di pace e la pace è la continuazione della politica del tempo di guerra. Le guerre sono inevitabili finché sussisterà la società divisa in classi e lo sfruttamento. Soltanto dopo aver disarmato il capitalismo con la lotta di classe e aver costruito una società senza padroni il proletariato potrà pensare di gettare tutte le armi.
20 dicembre 2014 redazione
anniversario
Piazza Fontana 12 dicembre 1969-2014 Nel mezzo dell'autunno caldo, nel pieno della lotta di classe Perché dobbiamo ancora indignarci per questa cinica montatura del potere in funzione antipopolare Qualcuno disse che quel giorno perdemmo l'innocenza e scoprimmo la cattiveria, il complotto, la faccia assassina della politica. Non so se questo possa essere vero. È probabile che quell'innocenza non sia mai esistita: per noi italiani quel 12 dicembre del '69 arrivava dopo una lunga convivenza con alluvioni e frane, mafia e potere religioso, scioperi e scontri di piazza. In quell'epoca di boom economico, prodotto dallo spostamento di milioni di lavoratori dal sud al nord e all'estero, la nostra fragile democrazia borghese era ancora impregnata, appena un quarto di secolo dopo la caduta del fascismo, di funzionari e portavoce del fascismo. Una folta schiera di servi del regime, pronti a cambiar bandiera quando cambia il vento o scappare come topi dalla barca che affonda, sottobosco ideale per trame che attraversavano magistratura e polizia, i servizi segreti e le basi Nato, per organizzare la violenza dello Stato al fine di tenere in piedi il regime, garantire il funzionamento delle istituzioni repressive, magistratura e polizia, proteggere le illegalità e l'uso di parte dei mezzi di informazione. Ma non era un paese cupo, il nostro. Dall'altra parte esisteva ed era ben vivo un forte e articolato movimento di classe, operaio e proletario, che garantiva la difesa e il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita sul versante sindacale, mentre su quello politico garantiva l'espressione politica delle proprie avanguardie, sfidando l'egemonia della classe borghese. Nel mezzo dell'autunno caldo Nel pieno della lotta di classe, quel giorno, contemporaneamente, scoppiarono bombe a Roma e a Milano. Quest'ultima, in una borsa collegata ad un timer, sotto il tavolo centrale della Banca dell'Agricoltura, uccise diciassette persone e ne ferì seriamente ottantacinque. Fu l'inizio. Dopo piazza Fontana, il 22 luglio 1970, l'attentato al treno del Sole a Gioia Tauro (6 morti); il 17 maggio 1973, davanti alla questura di Milano, un ordigno causò 4 morti e 45 feriti; il 28 maggio 1974, una bomba in piazza della Loggia a Brescia provoca 8 morti e 103 feriti; il 4 agosto 1974, l'attentato al treno Italicus (13 morti e 48 feriti); fino all'orrore della bomba di Bologna, il 2 agosto 1980 che fece 85 morti e 200 feriti. Undici stragi che durarono 15 anni, dal 1969 al 1984, intervallate da tentativi di golpe o complotti militari. Una strategia della tensione, di marca fascista, intessuta da ipocrisie, violenze e menzogne che non ebbero una fine. Per nessuna di queste stragi è stato trovato un colpevole. La sentenza della Corte di Cassazione del 3 maggio 2005 condannò i familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana a pagare le spese processuali, mentre lasciò impuniti o sconosciuti esecutori e mandanti. Per capirne le origini Per capirne le origini è necessario risalire a quegli anni di risveglio dal torpore che durava dal dopoguerra. Succede che, come per gli studenti un anno prima, anche gli operai decidono bruscamente di mettere in discussione la loro condizione. Le contestazioni davanti ai cancelli delle fabbriche, le rivendicazioni che da sindacali si trasformano in politiche, le dimostrazioni e i cortei che quotidianamente paralizzano tante parti del paese, registrano una spinta ed una partecipazione via via crescenti, attraverso volantinaggi e sit-in, serrate e scioperi che costringono allo schieramento della polizia armata davanti ai cancelli, alle provocazioni dei fascisti e della stessa polizia nelle manifestazioni, alla pioggia di denunce ed arresti da parte della magistratura. Solo un mese prima, in novembre, con lo sciopero dei metalmeccanici, arriva la prima ondata di denunce (quattordicimila in tutta Italia), mentre a spinte di centomila per volta cortei e manifestazioni chiedono il rilascio di operai e compagni arrestati. La classe operaia, con ogni evidenza, si dimostra vincente. Risultò quindi evidente che quelle bombe non furono una combinazione, come non fu una combinazione il depistaggio, che cercò da subito i responsabili tra gli anarchici e tralasciò la pista nera, dei fascisti, già autori – guarda caso - in tutto il '69 di molti attentati. Gli anarchici funzionarono da capro espiatorio. Preso Valpreda e "suicidato" Pinelli, lo Stato avrebbe così voluto mettere la parola fine a quella stagione di lotta, impartendo una dura lezione al movimento di classe: la giustizia non è uguale per tutti. Ma così non sarà. Subito dopo Piazza Fontana, infatti, la campagna stampa avviata dalla sinistra extraparlamentare contro la "strage di Stato" smonta la tesi accusatoria contro gli anarchici e costruisce una mobilitazione politica per allargare gli spazi di verità e giustizia nel nostro paese. Anche chi era assuefatto alla menzogna scopre il volto autentico del potere. Un episodio di questo periodo è esemplare del modo con cui i poteri pubblici scelgono gli interessi da tutelare, associandosi alla parte più occulta dei poteri privati. Nel corso del 1971 il giudice Guariniello, durante una perquisizione presso la sede della Fiat, per una causa di lavoro intentata da un ex dipendente, scopre una serie di contenitori metallici che racchiudono "schede informative" relative a 354.077 individui e che raccolgono informazioni su dipendenti ed altri cittadini, militanti addetti ai volantinaggi a Mirafiori, giornalisti, professori, uomini politici. In bella evidenza, il giudice scopre le prove dei versamenti effettuati dalla Fiat a carabinieri, poliziotti ed agenti dei servizi (Sid) per il loro lavoro di schedatura. Tutto finì prescritto otto anni dopo, ma soprattutto dopo che la procura, facendo riferimento al rischio di incrinare i buoni rapporti tra magistratura e polizia, trovò inopportuno accusare i massimi dirigenti di un complesso industriale che "dà lavoro e benessere a tutta la popolazione", con la possibilità di "innescare uno stato di agitazione" tra le masse operaie della Fiat. Lo stragismo si intreccia con gli omicidi di militanti Piazza Fontana fu all'origine del decennio denominato "gli anni di piombo". Il piombo di chi? Nel vuoto lasciato da uno Stato reticente, ambiguo e palesemente coinvolto e da una giustizia di parte, lo stragismo si intreccia con gli omicidi dei militanti. Serantini, Franceschi, Lo Russo, Bruno, Saltarelli, Zibecchi, Costantino sono uccisi da poliziotti o carabinieri; Pinelli "cade" dalla finestra della questura; Miccichè viene ucciso da una guardia giurata; Brasili, Amoroso, Varalli, Miccoli, Rossi dai fascisti. A questi si aggiungono i tanti compagni morti ammazzati per i quali non sarà possibile risalire all'esecutore materiale, come Fausto e Iaio nel '78. In mezzo a questo decennio viene approvata il 22 maggio 1975 la prima legge eccezionale sull'ordine pubblico, la legge Reale, passata col voto determinante dei fascisti, che riconosce alla polizia il diritto di sparare, incoraggiando e proteggendo l'omicidio di Stato. Un episodio da non dimenticare Piazza Fontana (e dintorni) è dunque prima di tutto un fatto da non dimenticare e che comporta indignazione e rabbia in tutti noi. Ma è solo un tragico episodio del passato, superato dagli avvenimenti e dall'evoluzione della società? Niente affatto! Anzitutto la totale impunità di esecutori e mandanti costituisce motivo fondante per cui questa vicenda non può appartenere al passato, anche se il regime con il corollario dei media vorrebbe farci intendere che quell'epoca è definitivamente chiusa. Chi è Stato? Ma è proprio la cronaca di questi giorni a smascherare e spiegare una volta di più quel nesso con la realtà odierna che dalle vicende di quegli anni ha preso le mosse. Parliamo della recentissima inchiesta di corruzione e malaffare denominata "Mafia capitale", al cui vertice supremo risulta essere Massimo Carminati, già fascista e stragista dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), elemento di spicco della destra eversiva romana, abilitato ai lavori sporchi per conto della banda della Magliana. È lo stesso Carminati che venne pesantemente indiziato assieme ai suoi camerati Mario Corsi e Claudio Bracci per l'omicidio a sangue freddo dei compagni Fausto Tinelli e Giacomo Iannucci (Fausto e Iaio), uccisi a Milano nel '78, e poi prosciolti "pur in presenza di significativi elementi giudiziari e di rilevanti dichiarazioni di ben sei pentiti". Non c'è niente di rivoluzionario in questi individui. Da bravi fascisti, sono servi al soldo dei padroni, alle dirette dipendenze dei servizi segreti. Ciò che emerge a Roma in questi giorni è stato costruito dall'eversione fascista negli anni '70 ed è cresciuto nel sottobosco politico di regime (il mondo di mezzo) che ha garantito prima la loro totale impunità e poi la scalata ai palazzi del potere. Le foto che li ritraggono con tanti personaggi del governo del "cambiamento", di marca PD, testimoniano una volta di più la natura di questo partito, decisamente organica al grande capitale. Piazza Fontana ha assunto un ruolo centrale nell'analisi politica di questi anni. Lo assume ancor di più per tanti di noi comunisti che, a quella strage, lontana negli anni ma vicinissima nella coscienza, dobbiamo la nostra formazione politica.
ottobre 2012 nu
Accordo Intesa San Paolo
Il verbo di Marchionne trova nuovi adepti Nuovo accordo Intesa San Paolo al centro di diverse riflessioni per essere la principale banca armata del paese, il principale sponsor della lobby affaristico religiosa, Comunione e Liberazio-ne, e per il finanziamento di grandi opere di pubblica inutilità come il TAV e la Pedemontana Nei primi giorni di ottobre ha fatto scalpore la notizia che la potente e ricca banca Intesa San Paolo si apprestava a non rinno-vare i contratti in scadenza di 600 lavoratori apprendisti. Come mai questa tonnara? Sempre la stesse scuse… la crisi e il problema esodati emerso dopo la “geniale” riforma Fornero (già membro del Consiglio di Sorveglianza di Intesa San Paolo) delle pensioni. Come sempre, specialmente con la parolina magica crisi, sebbene gli utili siano stati al di sopra delle aspettative (Marco Ferran-do Il Sole 24 ore del 16 maggio 2012), si usano i lavoratori, so-prattutto se assunti con tipologie contrattuali a scadenza, per far calare ulteriormente le braghe ai sindacati che, anche stavol-ta, non sono stati da meno nella loro funzione di gendarmi dei pa-droni (fatta eccezione per qualche sigla minoritaria). Se è vero, come si apprende in pompa magna da tutti i giornali, che gli apprendisti sono stati riconfermati (anche se balza all’occhio che in questo caso si parla di 1300 persone e non più di 600, come si spiega questa lievitazione?), quello che viene ce-lato è il prezzo che i lavoratori devono pagare anche grazie ai sindacati che il 2 luglio scorso avevano pure proclamato uno scio-pero. Come prima cosa viene introdotto il contributo di solidarietà pari a 4 giornate lavorative (in pratica per il triennio 2012-2015 i lavoratori rimarranno a casa per quattro giorni senza perciò per-cepire il relativo salario), mentre gli azionisti percepiscono u-tili da capogiro (nel far ciò l’azienda ha messo mano al patrimo-nio, vendendo importanti asset) e lo stesso Amministratore Delega-to Cucchiani si è aumentato il compenso del 20% rispetto al prede-cessore, ora ministro, Corrado Passera, guadagnando 66mila euro a settimana (vedere la Repubblica del 28 maggio 2012)!!! Slittamento di 18 mesi per i percorsi di carriera. Ex festività non monetizzabili e, dulcis in fundo, in deroga a quanto stabilisce il codice civile possibilità di demansionare il lavoratore o di trasferirlo per un raggio illimitato al fine di mantenere le mansioni. Possibilità da parte dell’azienda di trasferire di imperio il la-voratore fino a 70 km di distanza senza che questi possa percepire indennità alcuna, la tal cosa si applica anche a lavoratori part time, mamme e fruitori della legge 104 se la tal cosa e dovuta ad accorpamento/chiusura di filiale. Già… il disegno sopra citato va inserito nel quadro che prevede la soppressione di 1000 filiali nel territorio nazionale. A tutto ciò si aggiunga l’aumento di orario dalle 8 alle 20 senza però avere in cambio 1000 nuove assunzioni come invece promesso a seguito de-gli accordi del 29 luglio 2011. Insomma i padroni non solo ribadiscono la volontà di vincere la loro lotta di classe contro i lavoratori, ma vogliono stravincere! Banca Intesa San Paolo, già al centro di diverse riflessioni per essere la principale banca armata del paese, per essere il princi-pale sponsor della lobby affaristico religiosa, Comunione e Libe-razione, e per il finanziamento di grandi opere di pubblica inuti-lità quali il TAV e la Pedemontana, complice il momento politico favorevole, diviene altresì un laboratorio per erodere le ultime conquiste dei lavoratori, così come lo è stato la Fiat nei mesi scorsi nei confronti della classe operaia. È un ulteriore esempio di come la cosiddetta classe media (così come gli ingegneri di Motorola e della Alcatel di Vimercate a ri-schio licenziamento), composta da lavoratori con altissime quali-fiche, si stia giorno per giorno proletarizzando, grazie ad un si-stema dai connotati sempre più parassitari. Il tutto avviene mentre il Governo tecnico (ovvero delle lobby che stanno dissanguando il Paese) con un provvedimento prevede un au-mento delle franchigie per le detrazioni d’imposta e introdotto un tetto massimo alle deduzioni, che farà aumentare il carico fiscale anche per i redditi superiori ai 15.000, favorendo un ulteriore impoverimento della classe media, che accelererà la discesa verso il disagio economico, sociale e verso gli inferi della povertà. Governo tecnico già autore di provvedimenti contro i lavoratori (quali la riforma del lavoro fortemente voluta dall’orrenda Forne-ro) che sono intrisi d’ingiustizia, giacché, come si apprende dal-la relazione annuale ISTAT resa pubblica nel maggio del 2012, per grado di flessibilità nei rapporti di lavoro, tra il 1995 ed il 2008, l'Italia è «profondamente cambiata» è «scesa di tredici po-sizioni» nella classifica per rigidità basata sull'indice Ocse. Il Rapporto rileva che nel 2011 in Italia sono aumentati i contratti a tempo determinato e di collaborazione (+5,3% pari a 136 mila u-nità), ed è aumentato anche il numero di contratti di breve dura-ta: quelli fino a sei mesi sono cresciuti dell'8,8% (+83 mila uni-tà), mentre è diminuito quello dei contratti con durata superiore all'anno (-32 mila unità). Dall'inizio della crisi, cioè dal 2008, le famiglie hanno visto crescere del 2,1% il reddito disponibile in valori correnti, cui è corrisposta però una riduzione del potere d'acquisto di circa il 5%. Se si considera la dinamica crescente della popolazione resi-dente, nel 2011, il potere d'acquisto delle famiglie per abitante è del 4% inferiore a quello del 1992. Persino meno, molto meno, di quanto non venga "percepito" dalla popolazione. Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali in Italia in termini reali sono rimaste ferme, ma i prezzi, le tasse e le ta-riffe ovviamente no. E quindi il reddito disponibile delle fami-glie italiane in termini reali è diminuito nel 2011 (-0,6) per il quarto anno consecutivo, tornando sui livelli di dieci anni fa. Il reddito procapite è inferiore del 4% a livello del 1992 e del 7% a quello del 2007. In 4 anni, ha aggiunto, la perdita in termini re-ali è stata pari 1300 euro a testa e la propensione al risparmio delle famiglie è scesa dal 12,6% all'8,8%. Quindi, non sarà per caso che la crisi che stiamo vivendo non sia anche il frutto di una sempre più feroce polarizzazione della di-stribuzione della ricchezza a danno dei lavoratori creata grazie a leggi che penalizzano i veri produttori della ricchezza, i lavora-tori, e favoriscono sempre più i ceti parassitari quali banchieri e imprese che stanno a galla solo grazie a precarietà e lavoro ne-ro? Tornando al mondo delle banche, fa specie notare che mentre sia a livello di contrattazione nazionale (nella primavera scorsa la firma del CCNL ha lasciato strascichi di polemiche dato che il nuovo contratto firmato tra ABI e Sindacati era alquanto peggiora-tivo per i lavoratori), sia a livello aziendale si parli di ri-sparmiare su tutto ciò che concerne il costo del lavoro, lo stesso presidente dell’ABI, tale Mussar, sia l’emblema della scandalosa gestione della ricchezza raccolta sul territorio da parte degli istituti di credito, in quanto da ex Amministratore delegato del Monti Paschi di Siena si è reso colpevole del suo fallimento, che ha avuto come conseguenza pesanti ricadute sugli impiegati (cassa integrazione) e sulla cittadinanza in forma di mancata erogazione di credito, per esempio, per i mutui sulla prima casa. Il tutto mentre le stesse banche ricevevano prestiti a tasso agevolato dal-la BCE di Draghi e i Tremonti bond (i Tremonti bond sono obbliga-zioni bancarie speciali emesse dagli istituti di credito quotati che siano in sane condizioni finanziarie. Questi titoli sono sottoscritti dal ministero dell’Economia e han-no l’obiettivo di rafforzare il capitale di vigilanza “Core Tier 1” e, di conseguenza, favorire, almeno in teoria, l’erogazione del credito a famigli e imprese, invece utilizzati per comprare titoli di stato, o erogare prestiti solo a quei pochi grossi imprenditori che sono seduti nel CDA delle banche stesse e che le usano come bocchettone di ossigeno quando non hanno più i capitali per poter portare avanti i loro “faraonici” progetti, come nel caso di Li-gresti che colle sue speculazioni immobiliari ci propinerà ulte-riori colate di cemento sulle nostre già martoriate città). Come si evince dai pochi dati su elencati, in questo momento sto-rico non sono solo gli operai ad essere sotto torchio. Anche il ceto medio impiegatizio vede pesare sulle proprie spalle il peso di un sistema ingiusto, illogico che costituisce un freno allo sviluppo dell’umanità tutta, e che quindi deve essere abbattuto, al fine di costruirne un altro a partire dalle fondamenta. A parere dello scrivente quindi, avremmo bisogno anche di loro per cambiare lo status quo e porre fine all’orrendo mondo attuale fat-to di capitalismo.
settembre 2013 nu
Follia religiosa
La tragica illusione Anche nel secondo Millennio le masse vittime della follia religiosa Pacifico “La puttana, la gran puttana, la grandissima puttana, la bacchet-tona, la simoniaca, la inquisitrice, la torturatrice, la falsifi-catrice, l'assassina, la brutta, la matta, la cattiva; quella del-l'Inquisizione e dell'Indice dei Libri Proibiti; quella delle Cro-ciate e della notte di San Bartolomeo; quella che saccheggiò Co-stantinopoli e bagnò di sangue Gerusalemme; quella che sterminò gli albigesi ed ai ventimila abitanti di Beziers; quella che rase al suolo le culture indigene di America; quella che bruciò Sega-relli a Parma, Jan Hus a Costanza e Giordano Bruno a Roma; la squalificatrice della scienza, la nemica della verità, la manipo-latrice della Storia; la persecutrice degli ebrei, l'accenditrice di roghi, la bruciatrice di eretici e streghe; la ricattatrice di vedove, la cacciatrice di eredità, la venditrice di indulgenze; quella che ha inventato a Cristopazzo il rabbioso ed a Pietropie-tra lo scemo; quella che promette il noioso regno dei cieli e mi-naccia con il fuoco eterno dell'inferno; quella che imbavaglia la parola ed incatena la libertà dell'anima; quella che reprime le altre religioni dove comanda e che esige la libertà di culto dove non comanda; quella che mai ha voluto bene agli animali ed ha avu-to compassione verso di essi; l'oscurantista, l'impostora, l'ab-bindolatrice, la diffamatrice, la calunniatrice, la repressa, la soffocatrice di libertà, la guardona, la ficcanaso, la contumace, la relapsa [?], la corrotta, l'ipocrita, la parassita, la fannul-lona; l'antisemita, la schiavista, l'omofobica, la misogina; la carnivora, la macellaia, l'elemosiniera, la tartufa, la bugiarda, l'insidiosa, la traditrice, la rapinatrice, la ladra, la manipola-trice, la depredatrice, colei che opprime; la perfida, la fallace, la rapace, la fellona; l'aberrante la non conseguente, l'incoeren-te, l'assurda; la cretina, la stolta, l'imbecille, la stupida; la travestita, l'orrida, la frociona; l'autocratica, la dispotica, la tirannica; la cattolica, l'apostolica, la romana; la gesuitica, la domenicana, quella dell'Opus Dei; la concubina di Costantino, di Giustiniano, di Carlo Magno; l'altra faccia di Mussolini ed Hit-ler; la mignotta delle mignotte, la meretrice delle meretrici, la puttana di Babilonia, l'impunita da duemila anni ha conti pendenti con me a partire dalla mia infanzia e qui vado a riscuotere”. Tratto da La puttana di Babilonia di Fernando Vallejo, edizione Nuovi Mondi La visita del luglio scorso in Brasile dell’attuale papa Francesco I, ha fatto emergere come ancora oggi la religione sia una compo-nente fondamentale all’interno della nostra società. Nel 2013, no-nostante gli enormi progressi in campo scientifico, tecnologico e industriale le masse (anche giovani) sentono il bisogno di affi-darsi a qualcosa di immateriale, esterno, a credenze millenari ri-salenti a culti di tribù nomadi e razziatrici mediorientali, come è la mitologia ebraica da cui prende spunto l’antico testamento e quindi anche il cristianesimo. Come mai tutto questo? Perché tanti seguaci verso una chiesa i cui crimini non si contano più, guidata da un papa con trascorsi oscuri per quel che concerne i rapporti col suo paese d’origine, l’Argentina. Naturalmente non si tratta di fare di tutta l’erba un fascio, sebbene la chiesa abbia fatto un concordato con ogni fascio. Per cercar di rispondere a questa domanda cercheremo di prendere vari testi di esperti sull’argomento, a cominciare da quanto riportato dal gigante Am-brogio Donini, autore che non ha pari quanto a profondità di ana-lisi e conoscenza del tema. Ritengo importante trattare l’argomento visto che i fenomeni religiosi influiscono pesantemen-te sulla vita di tutti noi, sebbene non credenti, anzi siamo pro-prio noi che dobbiamo accollarci la difesa della laicità. Il grande studioso di matrice marxista ci insegna che i vangeli e tutto il materiale neotestamentario non sono documenti attendibili per dimostrare l’esistenza storica di Gesù Cristo. Essi sono popo-lati di miti e di leggende, nulla ci dicono sul contesto storico-sociale in cui sarebbe vissuto e avrebbe operato il Nazareno, es-sendo stati pensati e scritti lontano dalla Palestina, nel greco popolare dei centri urbani dell’Asia Minore e dell’Africa setten-trionale, dove esisteva da tempo una forte migrazione ebraica. E-lementi essenziali, come la data di nascita di Gesù, risultano in-certi, anzi contraddittori, persino attraverso il confronto tra i vangeli “sinottici”, che presentano il maggior numero di affinità tra loro. Secondo il vangelo di Luca, Cristo sarebbe nato a Bet-lemme in occasione di un censimento, ma l’unico censimento dispo-sto dai romani in Palestina è quello dell’anno 6 o 7 d.C. Secon-do il vangelo di Matteo, sarebbe, invece, nato “ai tempi del re Erode”, che morì nell’anno 4 a.C. La data riconosciuta dalla chie-sa cattolica, andrebbe, dunque, spostata in avanti o indietro. Ri-mane poi l’enigma degli “anni oscuri” della vita di Gesù, che van-no dai 12 ai 30, dei quali i vangeli canonici non parlano. Cristo è la traslitterazione del termine greco Christos cioè l’unto, tra-duzione dall’ebraico di Mashiah, messia, col quale l’antico testa-mento indicava colui che doveva venire a restaurare il regno di Israele. Fra i vari cristi e cristelli venuti in questa terra, i vangeli canonici hanno nominato uno di nome Gesù, il cui nome è la traslitterazione di Yehoshua, “Dio salva” oppure “Dio aiuta”, un nome comune ebraico, che secondo Matteo un angelo avrebbe suggeri-to a Giuseppe perché avrebbe salvato “il suo popolo dai peccati”. L’immagine esteriore di Gesù è dunque solo una creazione fantasti-ca, elaborata nel corso dei tempi. La leggenda cristiana è il frutto di una complessa opera di costruzione svolta dagli uomini nei secoli, attraverso un lento e laborioso processo di trasforma-zione e di adattamento. La cosa che più appare come errore grosso-lano che si è tramandato nel corso dei secoli, è la collocazione della città di Nazareth, che sorge in pianura e lontana dal lago Tiberiade, mentre nei vangeli viene descritta sopra un monte e in riva ad un lago. L’appellativo Nazareno, invece, deriva da Nazir che in aramaico indica l’uomo dalle lunghe chiome consacrato con voto speciale al culto della purezza e della verità, appartenente alla setta giudaica dei Nazir, che predicava l’ideologia del mes-sia che avrebbe liberato le masse dai loro dolori, dall’oppressione. Non deve sorprendere quest’aspetto se si pensa che i 4 vangeli e i testi canonici sono stati elaborati solo verso la fine del II se-colo della nostra era. Quindi, fino ad allora la dottrina era sta-ta trasmessa solo oralmente. La versione scritta, di molto poste-riore agli eventi che sono narrati, è frutto di adattamenti alle citazioni del vecchio testamento, di modo che quest’ultimo potesse essere spacciato per profezia, ad esempio come la nascita vergina-le che deriva da Isaia, o la nascita a Betlemme per far avverare la profezia di Michea, anche se su questo punto emerge una con-traddizione tra il vangelo di Luca, che motiva lo spostamento a Betlemme da Nazareth per via dell’obbligo di censimento, e il van-gelo di Matteo che lo fa nascere a Betlemme in quanto i genitori lì vi erano residenti, per farlo poi fuggire in Egitto per scampa-re ad Erode (per far adempiere la profezia di Osea), e successiva-mente recatisi a Nazareth. Nemmeno le date tra gli eventi narrati coincidono perché, se Matteo lo fa nascere prima della morte di Erode, che avvenne nel quarto anno prima dell’era volgare, Luca pone la nascita del bambinello più famoso del mondo nel sesto anno della nostra epoca. Ciò dimostra che i vangeli non hanno valenza storica. La nascita del cristianesimo si colloca in un’epoca in cui per mi-lioni e milioni di schiavi l’illusione della redenzione celeste si sostituisce alla speranza della liberazione terrena. L’intero mito cristiano della salvezza è già racchiuso in questa formula. Essen-do l’uomo peccatore, e incapace di salvarsi pagando alla divinità il prezzo del proprio riscatto, interviene un «redentore», il qua-le lo paga per lui con la sua passione e il suo sangue: la funzio-ne del Cristo è quella di essere il prezzo di «riscatto per mol-ti». All’epoca erano diffuse le cosiddette religioni misteriche. Il culto dei misteri era il nome che si dava a particolari cerimonie religiose cui potevano partecipare soltanto gli iniziati. I miste-ri miravano alla salvezza dell’individuo per mezzo dell’iniziazione a una dottrina e a pratiche rituali ad essa rela-tive che dovevano rimanere celate a chi non era appartenente alla setta. Il dio dei misteri è quasi sempre un deus patiens, che pa-tisce e muore di morte violenta, come il Cristo dei vangeli. Culti di simile matrice erano quelli del dio Mitra, della dea Isi-de, Dioniso e Demetra. Ciò è dovuto al fatto che nel bacino medi-terraneo le condizioni di vita e rapporti sociali fossero collima-bili. Nella storia delle religioni si nota che ad una determinata fase dello sviluppo sociale ha corrisposto una analoga fase nello sviluppo religioso. L’origine di una religione va pertanto ricer-cata non nella teologia o nella morale, ma nel carattere della so-cietà che l’ha scaturita. Occorre abbandonare la vecchia idea del passaggio dell’umanità alla credenza in un solo dio grazie a un processo di spiritualizzazione o di razionalizzazione. Le radici del monoteismo non vanno cercate nella morale o nella ragione, ma nelle condizioni reali degli uomini e nella loro transizione da un tipo di società all’altro. Tuttavia quando l’antica società è mutata, il mito del salvatore non si è estinto, proprio come molti degli aspetti magici e tote-mici originari persistono ancora, tanti secoli dopo la scomparsa della comunità primitiva. Naturalmente, la ragione principale di questa sopravvivenza è nel fatto che sia nel regime feudale che in quello capitalistico, gli uomini hanno sempre avuto un padrone e hanno quindi continuato a sentire il bisogno di un salvatore. Che il credente non ne sia consapevole, non cambia la natura dei fat-ti. Il Donini ci insegna che le variazioni che intervengono nei rapporti sociali si riflettono nelle credenze religiose; ma le i-dee, una volta entrate a far parte della sovrastruttura, si muovo-no poi seguendo una loro linea autonoma di sviluppo, che prescinde dalle condizioni di fatto, in cui sono sorte. Donini ha preso le distanze dalle interpretazioni progressiste del messaggio evange-lico, proprie di alcuni settori, seppur minoritari, della chiesa e del suo stesso maestro Buonaiuti, definendole “manifestazione di buone intenzioni e di coraggioso impegno sociale, sul terreno del-la lotta per la libertà e per il progresso”, in quanto “sia i quattro vangeli che gli altri scritti neotestamentari sono preoc-cupati in primo luogo di «spoliticizzare» al massimo la biografia di Gesù e di inquadrarla in un mito religioso di salvezza ultra-terrena. Oggi come ieri la religione assume la funzione che le è propria nella società di classe: giustificare l’esistenza di precisi rap-porti di sudditanza tra gli uomini. Tuttavia, come ricordato in apertura, le masse vi ricorrono in quanto, con la crisi delle si-nistre, vi è un vuoto politico e sociale che lascia gli oppressi in mano a false ideologie che solo a parole vogliono emanciparli. Occorre pertanto che vi sia un partito del proletariato in grado di spezzare quest’egemonia e che guidi i “vinti” verso la libera-zione da una condizione che promette solo miseria e mediocrità. Bibliografia Luigi Cascioli, La Favola di Cristo Viterbo 2006 Ambrogio Donini, Lineamenti di storia delle religioni Editori Riu-niti Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e me-no che mai cattolici) Longanesi
settembre 2013 nu
Concetto Marchesi
La lezione di Concetto Marchesi, "Maestro e Compagno" Un intellettuale che ha “tradito” la propria classe di origine rinunciando a comodità e privilegi della vita borghese per militare con coerenza nelle file dell’esercito proletario Aldo Calcidese “Essere nel patito operaio – quale animo, corpo, volontà – sentire nell’interesse della classe lavoratrice la somma degli interessi propri, significa veramente possedere una valida ragione di esistenza, significa aver definito una volta per sempre i nostri rapporti con il mondo, aver liberato da impedimenti l’animo nostro in ogni condizione o necessità di vita”. (Concetto Marchesi) “Giovani, guardate al mondo del lavoro, al gran porto da cui si parte e a cui si arriva in ogni vagare dell’intelletto alla ricerca di una verità. Al di là della classe lavoratrice, tutti i quesiti restano insoluti, da quelli sociali dell’economia a quelli individuali dello spirito”. (Concetto Marchesi) Nella storia del movimento comunista si sono distinti intellettuali che – provenendo dalla classe antagonista al proletariato – hanno scelto di “tradire” la propria classe di origine e, rinunciando alle comodità e ai privilegi della vita borghese, hanno militato con coerenza nelle file dell’esercito proletario. Concetto Marchesi fu uno di questi intellettuali. Uomo di profondissima cultura, studioso della civiltà e della letteratura greca e romana, fu maestro di una generazione di giovani che il criminale regime mussoliniano aveva gettato in un abisso di distruzione e di rovine. Marchesi affermava che “l’attività intellettuale non può ricevere danno dall’emancipazione del popolo lavoratore… attingere dal popolo non significa abbassare il livello della cultura, ma dilatarne i confini e sollevarne l’altezza”. A coloro che gli chiedevano come mai avesse scelto di militare nel movimento comunista, Marchesi rispondeva ricordando la propria infanzia nelle campagne catanesi dove fu testimone dello sfruttamento dei braccianti e dei contadini poveri, vedendo ‘’uomini coperti di stracci avviarsi verso la piana desolata con un pezzo di pane nella sacca e una cipolla e la bomboletta di vino inacidito destinato, secondo il costume, all’uso dei braccianti. Così negli anni della puerizia cresceva in me un rancore sordo verso l’offesa che sentivo mia. Avevo l’animo dell’oppresso senza averne la rassegnazione”. Da qui la partecipazione alle lotte dei lavoratori, ai moti dei fasci siciliani, il primo arresto a 15 anni, "vergogna della famiglia", e il progressivo distacco dall’ambiente borghese e piccolo-borghese. Del suo itinerario ideale, Marchesi ha indicato alcuni incontri importanti, per esempio con l’utopismo di Proudhon, fino a giungere al Manifesto del 1848, "il gran fascio di luce, il messaggio rivelatore, quell’opuscolo di 23 pagine è l’opera più ricca di germi che il secolo diciannovesimo abbia prodotto… Il Manifesto diceva ciò che è, non ciò che dovrebbe essere, non ciò che dovrebbe accadere: ciò che accade necessariamente". Marchesi aderisce al movimento socialista e, successivamente, al Partito Comunista d’Italia. Maestro e compagno Il 9 novembre 1943 Concetto Marchesi, che era Rettore dell’Università di Padova, pronuncia nell’Aula Magna gremita di studenti il famoso discorso che scatenò la furiosa reazione degli sgherri fascisti presenti nell’aula: "Oggi da ogni parte si guarda al mondo del lavoro come al regno atteso della giustizia… cadono per sempre privilegi secolari e insaziabili fortune; cadono signorie, reami, assemblee che assumevano il titolo della perennità: ma perenne e irrevocabile è solo la forza e la potestà del popolo che lavora e della comunità che costituisce la gente invece della casta". (Concetto Marchesi, Umanesimo e comunismo, Editori Riuniti, p.126) Alla fine del discorso, gli sbirri fascisti che tentano di scagliarsi su Marchesi vengono fermati dalla muraglia di studenti intervenuti a sua difesa. Alcuni giorni dopo Marchesi, rassegnate le dimissioni, rivolge un Appello agli studenti: “Sono rimasto a capo della vostra Università finché speravo di mantenerla immune dall’offesa fascista e dalla minaccia germanica, fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio e al segreto. Oggi il dovere mi chiama altrove. Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l’ordine di un governo che – per la defezione di un vecchio complice – ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori. “Nel giorno inaugurale dell’anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell’Aula Magna, travolti sotto l’immensa ondata del vostro sdegno. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria, vi ha gettato tra cumuli di rovine. Traditi dalla frode, dalla violenza, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia. Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta". (Concetto Marchesi, op. cit., pp.129-130) Nel suo appello, Marchesi chiarisce come non si possano ricondurre le responsabilità della tragedia solo ai criminali fascisti, quando afferma che “dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto o ha coperto con il silenzio o con la codarda rassegnazione, c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dall’inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina”. Dopo avere partecipato alla Lotta Partigiana, Concetto Marchesi continua nel dopoguerra la sua battaglia politica e culturale, polemizzando con le correnti reazionarie che volevano precludere al popolo l’accesso alla cultura e all’arte. “Alla cultura è mancato – afferma Marchesi – l’alimento che viene dal basso, è mancato l’alimento che verrà dalla liberazione e dall’utilizzazione di tutte le energie e di tutte le fonti della genialità umana. La cultura non può prosperare nel chiuso dei ceti privilegiati. Essa ha bisogno di affondare le sue radici nella moltitudine lavoratrice perché sia dato uno spazio maggiore alla stessa operosità individuale”. Negli scritti e nei discorsi del dopoguerra è costante la denuncia del pericolo del risorgere del fascismo, della crociata anticomunista, della repressione violenta delle lotte dei lavoratori, dei tentativi di leggi liberticide. In quegli anni, la polemica di Marchesi si rivolge principalmente contro la DC e la Chiesa cattolica per una politica di restaurazione dei privilegi, del potere del capitale, una politica che minacciava la pace con l’isteria anticomunista e antisovietica. Un settimanale cattolico preannunciava il fatale tramonto dell’ideologia comunista che ‘’si riduce necessariamente a materia: salari, posti, attribuzioni di quattrini e di forza. La botte dà il vino che ha: dalla materia non esce lo spirito, dall’economia non scaturisce una fede, quella fede che conquista le coscienze, fino al sacrificio’’. Marchesi risponde: "Pare di sognare. Dunque non hanno fede gli operai, i contadini, gli organizzatori comunisti, e non conoscono sacrifizi, ma salari, posti, quattrini, come sanno le galere italiane che nel ventennio fascista furono una vera cuccagna per i profittatori del comunismo’’. Dall’economia non scaturisce una fede; parole gravi e imprudenti, che imporrebbero una dimostrazione fra tutte la più disperata: che regime edificante di fede, di astinenza, di sacrificio è quello che oggi governa l’Italia e prende nome dalla Democrazia Cristiana". (ibidem, p.65) Il Vaticano e la stampa clericale portavano avanti in quel periodo la più rozza propaganda anticomunista. Perché la Chiesa romana dai suoi pulpiti – si chiede Marchesi – continua ad attaccare l’Unione Sovietica e i paesi socialisti? La verità è che ai clericali non basta la fede delle anime. “Essi hanno disertato il regno di Cristo, dove non c’è posto per gli Eisenhower, per i Dulles, per gli Adenauer. Essi vogliono che le leve di comando restino dove finora sono state e che una casta di potenti, come nei secoli scorsi, abbia al suo dominio una massa di umiliati, sfruttati, disperati, cui si possa gettare il tozzo della carità, l’incantesimo della superstizione, il monito dell’ubbidienza e della rassegnazione". (ibidem, p.39) Negli scritti di Marchesi vi è un’altra costante: la grande ammirazione per le realizzazioni che il sistema socialista aveva portato ai popoli sovietici. La sua difesa della patria del socialismo non è una difesa fideistica, ma si nutre di argomenti relativi alla grande avanzata culturale delle masse che solo il socialismo può permettere. In una conferenza tenuta il 18 aprile 1945, Marchesi sottolinea: "La moltitudine non è il gorgo che inghiotte i valori individuali; è l’immensa e inesauribile fonte da cui i valori individuali scaturiscono. Qual è il mezzo? Mi domandate. La scuola. Dov’è la prova? Nella Russia. Prima della guerra le scuole superiori in Russia erano 91, ora sono 708; e coi 600.000 e più studenti delle scuole superiori l’Unione Sovietica conta più studenti che tutti i grandi stati europei. Nel 1914 la Russia aveva 231 mila insegnanti, nel 1937 circa un milione; nel 1913, 19.785 medici, nel 1937 132.000, e poi 250.000 ingegneri, 160.000 artisti: un’enorme fioritura intellettuale sorta dal ceppo operaio e contadino. Nel 1938 lo Stato sovietico non spese meno di 800 milioni di rubli per borse di studio. Così nell’Unione Sovietica i grandi progetti di costruzione del terzo piano quinquennale furono stabiliti quasi esclusivamente da forze tecniche indigene; e si è formata quella gioventù sovietica che ha salvato la Russia sul fronte della produzione e sul fronte della guerra: coi trattori di Stalingrado prima, con gli eroi di Stalingrado poi. Questo la Russia sovietica ha saputo creare. Dico creare perché non si tratta di un rapido sviluppo impresso a un movimento di cultura già iniziato e progressivamente condotto, ma di una nuova leva della cultura, di una chiamata in massa del popolo a una rapida e immediata conoscenza ed esperienza fatta nella scuola e nell’officina". (ibidem, pp.41-42) Rivolgendosi particolarmente agli intellettuali che criticavano i sistemi socialisti, Marchesi dice: discutiamo e dissentiamo pure sui limiti e sull’estensione della nostra libertà individuale, ma lungo il cammino per cui si muovono le armate sovietiche stiano bene attenti "i dilettanti della politica e i sentimentali della democrazia a non confondere le loro voci con quelle degli eserciti bianchi e dei concistori sacerdotali". ‘Quelle armate hanno aperto nel mondo la strada per cui la classe lavoratrice è andata avanti e andrà avanti nella civiltà, nella cultura, nella incontestata dignità e libertà della persona umana. C’è qualcosa di sacro, compagni, nella storia del proletariato. Ciò che gli operai e i soldati della Russia hanno creato con la Rivoluzione d’Ottobre, quello è sacro per noi comunisti che in quella rivoluzione vediamo incominciata la nuova storia del mondo". (Concetto Marchesi, op. cit., p.116) Il coraggio di andare controcorrente In più di un’occasione accadde a Concetto Marchesi di non trovarsi d’accordo con la linea del suo partito e, in queste occasioni, egli non si inchinò a una malintesa disciplina di partito, ma sostenne fermamente le proprie convinzioni. In due occasioni ciò avviene in maniera particolarmente evidente. Quando Palmiro Togliatti fa approvare dai parlamentari del PCI l’art. 7 della Costituzione, che include nella Carta costituzionale italiana i Patti Lateranensi con la Santa Sede, stipulati nel 1929 col governo fascista, Concetto Marchesi esce dall’aula insieme a Teresa Noce, rifiutando di votare secondo le indicazioni del partito. Dopo il XX Congresso del PCUS e le cosiddette rivelazioni di Nikita Chruscev, mentre tutto il gruppo dirigente del PCI si allinea col nuovo corso revisionista (salvo alcuni sottili distinguo di Palmiro Togliatti) Marchesi, anche in questo caso, va controcorrente. Nel suo discorso all’VIII Congresso del PCI, egli afferma che il "rapporto segreto" di Chruscev serviva soltanto all’imperialismo e alle forze reazionarie. “Tali rivelazioni che infusero così sfrenata letizia nel campo avversario suscitarono sorpresa e dolore in molti compagni, specie tra i fedelissimi della classe operaia. Dei comunisti, diciamo così, intellettuali, alcuni, quelli più esposti alle agitate correnti del pensiero, vacillarono. Altri, incorreggibili, restarono fermi. Tra i comunisti incorreggibili meno delusi sono stato anch’io. Non ho mai pensato, infatti, compagni, che nei paesi dove la guerra e la rivoluzione e il genio dei capi avevano abbattuto il dominio autocratico e imperialista, potessero immediatamente succedere il benessere dei popoli e il regno degli uomini giusti. Il benessere dei popoli è frutto lento a maturare specie là dove si edifica sul deserto o si riedifica sulle rovine; e gli uomini non nascono giusti, ma – se natura consente – lo diventano nei loro rapporti individuali e sociali, attraverso un succedersi di esperienze e quindi anche di incertezze e di errori. D’altra parte, è facile comprendere come le aperte critiche, e subito dopo le acerbe accuse fatte all’opera di un uomo che parve compendiare in sé, durante lunghi e terribili anni, l’anima e la forza dell’URSS, abbiano alimentato le furie dell’attacco capitalistico". (ibidem, p. 113) E Marchesi non nasconde il suo disprezzo per Chruscev. “Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma, trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Chruscev. All’odio capitalistico mai attenuato contro i regimi socialisti non era forse necessario, a guarigione dei nostri mali, aggiungere la nostra maledizione. Si possono fare molte più cose con le opere dei vivi che non con la condanna dei morti”. (ibidem, p.113) Questo fu l’ultimo discorso di Concetto Marchesi, pronunciato poche settimane prima della sua morte. Maestro e compagno Marchesi voleva essere e fu per le generazioni della Resistenza, per gli antifascisti di tutta Italia; lo è oggi, e lo sarà domani, maestro e compagno, per tutti quei giovani che sentono quella “esigenza che chiede oggi più che mai di essere ascoltata, la guerra dell’uomo oppresso contro la società che l’opprime", e che "al di là di questo campo dove si combatte e si cammina è la finzione e l’inerzia e l’inutile vita".