dicembre 2020 redazione
La Wiphala sventola di nuovo
La Wiphala sventola di nuovo Irisultati di 11 mesi di governo golpista: il PIL è caduto dell’11%, il debito estero ha raggiunto i 1.500 milioni e le riserve sono passate da 8.900 a 6.800 milioni di dollari. Circa l’82% della Popolazione Economicamente Attiva fa un lavoro senza contratto né regole; la disoccupazione è passata dal 4% al 30% “Tornerò e sarò milioni”, disse Tùpac Katari il giorno della sua esecuzione per squartamento da parte degli spagnoli, il 15 novembre 1781 a La Paz. Era il leader aymara di una delle più significative ribellioni indigene contro le autorità coloniali dell’Alto Perù, l’attuale Bolivia: il suo esercito di 40.000 uomini aveva messo sotto assedio la città per ben due volte, prima che la rivolta fosse stroncata dopo più di 100 giorni. E milioni sono stati i boliviani che – nonostante un colpo di Stato e infinite violenze e minacce poliziesche – hanno riportato il Movimento al Socialismo (MAS) al potere e il suo leader Evo Morales, caricato in fretta su un aereo messicano a Chimoré e spedito in esilio dai golpisti, nuovamente in Bolivia. E proprio a Chimoré più di 100.000 persone hanno accolto il suo ritorno. Come scrive la giornalista Vicky Pelàez, “i colpi di Stato non sono niente di nuovo in America Latina e rappresentano una realtà latente nel corso della storia repubblicana del continente. In Brasile il golpe militare durò 21 anni, in Cile 17, in Uruguay 12, in Argentina 7 e nella Bolivia di Hugo Banzer altri 7”. L’ultimo golpe nella Bolivia di Evo Morales che ha portato al potere il governo de facto di Jeanine Anez, nonostante tre tentativi di ritardare le elezioni (e meno male che doveva “riscattare la democrazia dalla dittatura del MAS”), è durato solo (!!) 11 mesi. Il MAS ha vinto dappertutto, compreso a Santa Cruz de la Sierra, nel bastione storico della destra fascista e bianca (che nelle elezioni ha preso circa il 10% dei voti). Ma andiamo per gradi, per capire come mai, dopo 14 anni di governo del MAS, il novembre 2019 c’è stato questo colpo di Stato lampo. La parola magica Se nel 1973, nel Cile di Salvador Allende, la parola magica fu “rame”, nella Bolivia del 2020 è “litio”. Il paese possiede una delle più grandi riserve al mondo di questo metallo, circa 21 milioni di tonnellate, e all’inizio del 2019 Morales aveva reso noto che era stato firmato un contratto tra Bolivia e Cina per l’estrazione del litio e la produzione “nazionale” di batterie e altri prodotti, con la costituzione di una società in cui la Bolivia aveva il 51% delle azioni e la Cina il 49%. Solo alle aziende statali o a maggioranza statale era concessa l’estrazione del prezioso metallo, in modo che lo Stato Plurinazionale mantenesse il controllo su una delle risorse più importanti del paese. Il congressista repubblicano statunitense, Richard Blake, disse molto tranquillamente nel giugno 2020 che “c’è stata la preoccupazione che i cinesi potessero cominciare ad avere influenza all’interno della Bolivia e che in qualche modo sarebbe stato più difficile per noi ottenere il litio”. Ed Elon Musk (il 5° uomo più ricco del mondo) fu ancora più schietto, commentando il golpe: “Faremo un colpo di Stato contro chi vogliamo, e questo è un fatto”. Prima del contratto con la Cina il governo boliviano ne aveva firmato un altro con la società tedesca ACI System per la costruzione di una fabbrica di materiali catodici e batterie destinate al mercato europeo, tagliando così fuori gli USA. E Morales sorprese il mondo presentando la prima auto elettrica prodotta in Bolivia. Questa è la trama economica su cui si è tessuto il golpe. Restavano poi da smantellare le conquiste sociali, distruggere tutte quelle misure, economiche e non, che hanno migliorato le condizioni di lavoro e di vita dei boliviani, in particolare del proletariato costituito in grandissima parte da indigeni (il 49,95% della popolazione e nelle zone rurali il 73,20%), quechua, aymara, meticci ed europei (il 15%) che formano lo Stato Plurinazionale di Bolivia. Il “governo” golpista Come in ogni golpe che si rispetti, i primi atti del governo “provvisorio” sono repressione, arresti, assalti alle case dei dirigenti del MAS. Tutto ciò che sapeva anche lontanamente di “socialismo” e di democrazia partecipativa viene attaccato, così come le sedi sindacali e le organizzazioni popolari. Presieduto da un'auto-proclamata presidentessa (com'è successo in Venezuela con il burattino Juan Guaidò, ormai consegnato – peccato per gli Stati europei che l’hanno riconosciuto – alla pattumiera della Storia), Jeanine Anez, il “governo” si attiva subito per cancellare e distruggere quanto conquistato dai boliviani in 14 anni di governo del MAS. In 11 mesi di governo golpista questi sono i risultati: il PIL è caduto dell’11%, il debito estero ha raggiunto i 1.500 milioni e le riserve sono passate da 8.900 a 6.800 milioni di dollari. Circa l’82% della Popolazione Economicamente Attiva (PEA) fa un lavoro “informale” (cioè senza contratto né regole); la disoccupazione è passata dal 4% al 30%, generando due milioni di nuovi poveri; colpite al cuore – oltre al proletariato e ai settori popolari - sia la borghesia tradizionale che quella “nuova”, risultato del miglioramento delle condizioni di vita dei boliviani; saccheggiato l’oro della Banca Centrale, finito negli USA a pagare l’acquisto di armi da utilizzare contro il popolo. Già, perché tra i primi atti del “governo” golpista c’è la firma del decreto 4078 che esenta l’esercito da qualsiasi responsabilità penale per l’uso della forza. E così a Sencata (El Alto), a Sacaba (Cochabamba) e a Yapacani (Santa Cruz) si sono consumate ben tre stragi, con 37 morti e centinaia di feriti tra i manifestanti che protestavano contro il golpe nel novembre 2019. Quanto alle pretese di partecipazione alla vita sociale degli “indigeni”, valgano come dichiarazione di guerra del nuovo governo le immagini delle squadracce paramilitari che colpiscono la sindaca di Vinto de Cochabamba Patricia Arce, le rasano i capelli, le tingono di rosso il viso e la obbligano a camminare scalza per ore sputandole addosso. La politica estera del governo golpista viene immediatamente chiarita: assalto all’ambasciata del Venezuela, espulsione dei medici cubani, mano tesa ai governi di destra (Bolsonaro, Moreno, Duque). L’autodeterminazione e la dignità conquistati dal popolo boliviano si trasformano in dipendenza, svendita delle risorse del paese, violazione dei diritti umani. Ultimo, ma non meno importante, la gestione della pandemia di covid-19 è stata disastrosa, il sistema sanitario del paese è al collasso, con un centinaio di medici infettati e scioperi negli ospedali per protestare contro l’assenza di risorse. In questa situazione lo stesso ministro della Salute è finito in carcere accusato di malversazione di soldi pubblici per aver acquistato 170 respiratori ad un costo quattro volte più alto. I minatori e i contadini La Bolivia ha una classe operaia organizzata e piena di storiche tradizioni di lotta sanguinosa, il cui fulcro - a partire dagli anni ’40 - sono i minatori. Lasciamo descrivere il loro ruolo a Orlando Gutièrrez, dirigente della Federazione Sindacale dei Lavoratori delle Miniere della Bolivia (FSTMB), che ha passato ben 15 anni nel sottosuolo, a estrarre stagno e zinco nelle miniere di Colquiri. Nel luglio scorso aveva così risposto ad un giornalista: “Se parliamo dei minatori, parliamo della storia della Bolivia. Se parliamo della creazione della gloriosa Federazione Sindacale dei Lavoratori delle Miniere della Bolivia, questa è la colonna vertebrale della COB (Centrale Operaia Boliviana). Noi ci consideriamo la punta di lancia della lotta. Per questo, ahimé, abbiamo moltissimi martiri e questo è ciò che ci hanno insegnato i nostri antenati, è la nostra eredità. Ci hanno lasciato questo principio unico della lotta per non essere più oppressi da governi neoliberisti e capitalisti”. Gli abbiamo dato la parola perché Orlando Gutièrrez, che si ipotizzava potesse assumere il Ministero del Lavoro nel nuovo governo di Luis Arce, non c’è più. È morto in ospedale alla fine di ottobre, dopo essere stato aggredito da una squadraccia fascista. È questo il livello della lotta di classe in Bolivia oggi, al di là del risultato delle urne, e Orlando è diventato uno in più dei martiri di cui parlava. Ma anche i contadini non scherzano, quanto a tradizioni e durezza di lotta. Ricordiamo solo i circa 80 morti e i 500 feriti a La Paz nell’ottobre 2003, quando 20.000 manifestanti e l’esercito si scontrarono per tre giorni in quella che fu definita “la guerra del gas”, la svendita del gas boliviano alle multinazionali USA. Tre giorni di battaglia, e i soldati dei corpi speciali dell’esercito che si rifiutano, il 3° giorno, di uscire dalle caserme a sparare sui fratelli, poveri montanari come loro; due presidenti - Sanchez de Losada e Carlos Mesa - che fuggono negli USA. Il gas rimane al popolo boliviano. E sono proprio gli operai e i contadini che votano in modo massiccio Luìs Arce e David Choquehuanca del MAS, dandogli un vantaggio tale che i golpisti non possono parlare, come di solito - vedi Paraguay, Honduras, Brasile ecc. - di frode elettorale. E ora? Ora si tratta di ricostruire quello che è stato distrutto, contando soprattutto sulle organizzazioni del potere popolare che non si sono fatte piegare e che hanno organizzato questa fase della lotta - le elezioni - con intelligenza e coraggio, nonostante le pesanti intimidazioni e minacce. Il nuovo governo boliviano ha già spazzato via i vertici militari e della polizia, complici attivi del golpe di Stato; resta da disarticolare la “piattaforma civica” che ha propiziato il colpo di Stato e i golpisti stessi. Il potere popolare e le sue organizzazioni vanno rafforzate perché, in ogni caso, l’unica opzione della destra e dei suoi ispiratori a Washington, resta sempre il golpe. Intanto, da dove si trova, certamente il Che Guevara sorriderà per questa svolta nel paese dove egli ha dato la vita. Canta Piero de Benedictis, attore e cantautore di protesta nato a Gallipoli ma in Argentina dall’infanzia: Per il popolo/quello che è del popolo/perché il popolo se l’è guadagnato Ma altre braci covano sotto la cenere. In Cile, dove la lotta prima degli studenti e poi di larga parte della popolazione (che continua sporadicamente, nonostante covid-19) ha infranto le vetrine e l’immagine del capitalismo vincente rivelando invece un abisso di povertà e miseria, il 25 ottobre di quest’anno finisce nella pattumiera la costituzione redatta da Augusto Pinochet nel 1980, rimasta finora in vigore . In Perù, in poche settimane, sono “saltati” ben due presidenti - Martìn Vizcarra e Manuel Merino. La lotta popolare, che ha già visto 2 morti e il ferimento di un centinaio di persone, oltre a numerosi arresti, non esprime solo la rabbia per la corruzione endemica ma si allarga a rivendicare soluzioni per i milioni di disoccupati, per la salute, l’alimentazione, le case, l’educazione, tutti i diritti negati da decine di anni di governi neoliberisti. Anche il Guatemala è in mobilitazione, nonostante il coronavirus. Il 21 novembre scorso, dopo l’approvazione della nuova legge di bilancio che stanziava la cifra record di 13 milioni di dollari per la creazione di infrastrutture legate alle grandi imprese (poi ritirata in seguito alle manifestazioni di protesta), tagliando invece il budget per istruzione e salute, è stato incendiato il Parlamento (20 arresti e 50 feriti). Obiettivo della lotta popolare non è solo la corruzione ad altissimi livelli, ma il problema – anche qui – della fame, della disoccupazione, della sanità e dell’educazione allo sfascio, tutti problemi acutizzati non solo dalla covid-19 ma anche dal passo di due uragani. Ricordate le dotte discussioni sulla “fine del ciclo” progressista in America Latina? A quanto pare non è finito proprio niente, men che meno la lotta e l’organizzazione del proletariato sfruttato e oppresso.
dicembre 2020 redazione
Dalla Peste al Coronavirus: le pandemie nella stor
Dalla Peste al Coronavirus: le pandemie nella storia dell’uomo Nel corso della storia dell’umanità, prima del Covid-19, almeno altre 13 pandemie negli ultimi 3000 anni hanno colpito gli esseri umani. Il salto di specie fra gli animali, selvatici o da allevamento e l’uomo attraverso successive mutazioni genetiche dei virus ha prodotto le pandemie. Polli, anatre, suini, topi, pulci, bovini, dromedari, zibetti e pipistrelli hanno fatto da conduttori, soprattutto in Asia e in modo particolare in Cina, dove hanno sempre vissuto a stretto contatto con l’uomo. Dall’epoca dell’urbanizzazione di massa e della globalizzazione, gli allevamenti intensivi alle porte delle metropoli e i sempre più vasti mercati di animali vivi dentro le megalopoli hanno fatto stragi mondiali: da 500 milioni al miliardo di vittime in totale nel corso dei secoli, secondo calcoli approssimativi. Nell’epoca moderna le forti urbanizzazioni, lo sviluppo industriale, l’inquinamento, il disboscamento e la distruzione della natura hanno costretto gli animali a vivere sempre più stretto contatto con l’uomo. Le pandemie, i lutti e le crisi economiche hanno contribuito a cambiare la storia causando guerre, migrazioni e crolli di sistemi economici-politici-sociali. Vogliamo ricordare solo quelle più recenti. La Spagnola del 1918-1920 (che avvenne in due ondate, una primaverile e una autunnale) colpì alla fine della 1° guerra mondiale, quando le popolazioni povere, i proletari e i contadini, le classi sociali più debilitate, subivano e pativano per le privazioni degli interventi bellici, a contatto con soldati che erano stati inviati da un continente all’altro. Con il rientro a casa dei soldati americani di ritorno dall’Europa la pandemia arrivò anche negli Usa. L’influenza asiatica nel 1956, un’epidemia trasmessa da uccelli, durò due anni e fece 1 milione di vittime nel mondo. Nel 2003 arriva la Sars (prima epidemia da coronavirus del ventunesimo secolo), molto contagiosa, ma rispetto a altre poco letale (8.200 vittime nel mondo). Negli ultimi 100 anni, la scienza ha accertato senza più dubbi l’origine zoonotica di varie pandemie. Secondo gli scienziati fu lo scimpanzé dei Laghi, in Africa, morsicando un essere umano, a trasmettere nel 1980 il virus dell’HIV-Aids che ha causato circa 36 milioni di vittime nel mondo. Su ogni pandemia le case farmaceutiche si gettano a capofitto pregustando miliardari profitti e la ricerca cerca di trovare nuovi vaccini, ma i coronavirus continuano a proliferare. Che la scienza sia al servizio del capitale, delle multinazionali che finanziano le ricerche, al servizio delle classi ricche è sempre più evidente. Lo dimostra il fatto che finora sono stati i paesi imperialisti, capitalisti, i più ricchi, ad accaparrarsi centinaia di milioni di dosi di vaccino per il virus. Le varie teorie degli “esperti” sul corona virus fanno riflettere anche sul modello di scienza che il potere ci propina. Più che il virus, sembra che la malattia sia il capitalismo e anche se le eventuali cure e i vaccini - una volta testati - dovessero funzionare nel presente, alla lunga non serviranno se si continua rovinare e inquinare il pianeta. I paesi in cui il neoliberismo ha privatizzato la medicina trasformandola in grande mercato sono quelli che si sono trovati più impreparati ad affrontare l’emergenza. La pandemia ha dimostrato che la ricerca del massimo profitto - anche nella sanità - a scapito della salute umana e di quella del pianeta sta portando il mondo verso la catastrofe. I paesi più ricchi che dominano il mondo, i sostenitori della proprietà privata materiale e intellettuale che applicano embarghi, sanzioni economiche e attuano guerre in tutto il mondo contro i paesi che si oppongono alla penetrazione imperialista e contro il socialismo hanno distrutto la medicina territoriale e oggi anche gli strati popolari, la classe proletaria e i poveri dei paesi ricchi pagano un alto prezzo in costo di vite umane. Il paradosso è che questi criminali - oggi in difficoltà - sono stati costretti a chiedere aiuti ai paesi asiatici e socialisti (Cuba in testa) che hanno sempre combattuto come nemici. La pandemia ha tolto la maschera che portava il capitale, dimostrando che di umano non ha nulla, mostrando la sua faccia parassitaria.
dicembre 2020 redazione
I falsi storici dell'anticomunismo
Si vuole incuneare nelle menti il rifiuto “cosciente” del comunismo, l'assioma che i comunisti nella storia si sono macchiati di vari crimini L'anticomunismo è nato con il comunismo; è nato con la presa di coscienza della propria condizione da parte della classe operaia, sottoposta alla diretta oppressione della moderna classe dominante, la borghesia. Marx ed Engels cominciavano il Manifesto del Partito comunista con le parole “Uno spettro si aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa, il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi, si sono alleati in una santa caccia spietata contro questo spettro. Qual è il partito di opposizione, che non sia stato tacciato di comunista dai suoi avversari che si trovano al potere?”. Il comunismo faceva e fa paura: continua a ricordare alla classe borghese il destino che la attende. Nei decenni, l'anticomunismo ha assunto varie forme, è ricorso agli interpreti e ai mezzi più diversi: dai più estremi e terroristici, ai più sofisticati. L'obiettivo è sempre quello di scongiurare la presa di coscienza delle condizioni di vita e di sfruttamento da parte delle classi sottomesse e, dunque, irretire la loro aspirazione a liberarsi. La vittoria degli operai e dei contadini in Russia, nel 1917, con la creazione del proprio Stato, di un tipo del tutto nuovo rispetto alla macchina con cui la borghesia tiene sottomesse le classi sfruttate, imbestialirono oltre ogni limite le classi dominanti. Attacchi armati contro il primo Stato socialista; interventi diretti e armamento delle potenze fasciste per indirizzarle contro quello Stato; poi, falliti gli attacchi armati, costruzione di “cortine di ferro”, insurrezioni reazionarie contro le democrazie popolari, addestramento delle quinte colonne chiamate a realizzare le “rivoluzioni per la libertà”: senza sosta, il ricorso permanente alla menzogna ideologica, ora più aperta, ora più sottile. Soltanto l'obiettivo non cambia: cercare di assuefare le coscienze delle classi sottomesse alla “universalità” dell'ordine capitalista, alla sua “naturale” eternità, alla irrealizzabilità di un diverso ordine sociale, senza sfruttamento dell'uomo sull'uomo. In questa campagna, fanno da sempre da stampella alla borghesia gli elementi opportunisti e revisionisti tra le file del movimento operaio: cent'anni fa i social-patrioti, poi i revisionisti, fino ai dottrinari inconcludenti attuali. Si è ormai arrivati al punto che, diononvoglia ci si azzardi a mettere in discussione la vulgata sulle cosiddette “repressioni staliniane” e il GULag: si viene subito equiparati a quelli che “giustificano il fascismo perché ha fatto anche cose buone”. A tal punto le menti sono state obnubilate dalle giaculatorie europeiste e dalla costante instillazione mediatica su “i crimini comunisti”. Pezzo forte della campagna sono i premi Nobel ai vari Pasternak, Sakharov, Solženitsyn, Gorbačëv, Aleksievič; il premio “Sakharov” ai vari “Memorial”, Oleg Sentsov o opposizione “democratica” bielorussa. Falsificazione della storia Nella campagna anticomunista, la borghesia ricorre all'aperta falsificazione della storia. Operano in tal senso, i programmi scolastici e educativi, insieme all'indottrinamento mediatico, da quello più becero a quello più raffinato. In parallelo, si ostenta capillarmente una semplificazione dell'insegnamento e una volgarizzazione del linguaggio, una loro mondializzazione per l'esigenza del capitale internazionale di uniformare le conoscenze minime atte a servire i suoi interessi. Non fanno eccezione nemmeno in Russia i manuali scolastici adottati negli ultimi decenni e i serial televisivi (equivalente dell'italico Giorno del ricordo e dei film sulle foibe) sfornati a ritmo costante sui “crimini” di GPU-NKVD: tra giustificazioni della dittatura cilena, vomitevoli condanne dei “regimi totalitari comunisti” e santificazione delle “vittime innocenti dello stalinismo”. Sembra che lo slogan della perestrojka, "Con Stalin colpiamo il socialismo, e poi con il socialismo colpiamo Lenin", sia stato fatto proprio anche da Vladimir Putin. Di recente, è tornato proprio sul ruolo di Lenin, “distruttivo per la Russia”, a proposito della possibilità, sancita dalle Costituzioni sovietiche, di uscita volontaria dall'URSS: se qualche mese fa aveva parlato di una “bomba atomica”, ora Putin è passato a una “mina a scoppio ritardato”, che oggi insidierebbe l'unità della Russia. Eppure Putin dovrebbe sapere che gli storici, sulla base dei diari delle segretarie e dei medici, tendono a dubitare che Lenin fosse stato in grado di dettare l'articolo “Sulla questione delle nazionalità o della "autonomizzazione" – come anche i famosi “Lettera al Congresso”, o “Come riorganizzare la RabKrIn” - in cui avrebbe proposto la fondazione di una Unione con facoltà di separazione per le singole Repubbliche, in contrasto con l'idea di uno Stato unitario sostenuta da Stalin. Lo slogan “prendetevi tutta l'autonomia che volete” è stato lanciato alle regioni russe da Eltsin e non da Lenin. Qualche settimana fa, Putin ha detto che “nei decenni passati e nel periodo della guerra, c'era molto di ideologico nei programmi scolastici. Oggi noi cerchiamo di ripulire i programmi da tale ideologizzazione”, cioè dalla presunta ideologizzazione dell'eroismo dei soldati sovietici. Dunque, la de-ideologizzazione della vittoria sul nazismo non è altro che de-sovietizzazione. È così che il 7 novembre si tiene da qualche anno la parata sulla Piazza Rossa, in ricordo della parata del 7 novembre 1941, ma non si dice che allora essa si svolse per celebrare il 24° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre: si evita così di ricordare il nome di Stalin quale Comandante in capo, oppure si sentenzia che la vittoria fu ottenuta nonostante Stalin e il partito bolscevico. Scrivendo per l'americana The National Interest su "Le vere lezioni del 75° anniversario della Seconda guerra mondiale", Putin ha parlato del ruolo di Stalin nella storia sovietica e non ha mancato di infilare “i crimini commessi dal regime contro il proprio popolo e gli orrori delle repressioni"; ipse dixit. Chi ha sconfitto il nazismo In generale, negli ultimi tempi, la campagna anticomunista mondiale di falsificazione storica punta particolarmente (non solo, ovviamente) sulla passata storia sovietica e sul ruolo dell'URSS nella sconfitta del nazismo. Il 9 maggio 2020 si è celebrato il 75° anniversario della vittoria e della fine della Seconda guerra mondiale, costati ai popoli del mondo settanta milioni di morti, di cui oltre i tre quarti ai popoli di Cina e Unione Sovietica. Prima dello scoppio della guerra, le “democrazie liberali” avevano cercato in ogni modo di utilizzare il nazismo tedesco per l'obiettivo cui non avevano mai rinunciato sin dal 1917: quello di soffocare il primo Stato socialista al mondo. Scoppiato il conflitto, si erano unite - loro malgrado e non subito - all'URSS nella lotta contro il nazifascismo. Oggi, cercano di appropriarsi di una vittoria cui avevano dovuto contribuire; peraltro, in misura molto ridotta, rispetto allo sforzo militare e sociale sovietico. Così, capovolgono e stravolgono date, avvenimenti, protagonisti. Il tema, naturalmente, non è nuovo; ma la campagna “alleata” ha assunto aspetti grotteschi in coincidenza con l'anniversario della vittoria. Medaglie commemorative delle “tre potenze vincitrici” sul nazismo: USA, Gran Bretagna, Francia; apoteosi di sbarchi a Occidente che, in realtà, in assenza di adeguate controffensive sul fronte orientale, avrebbero rischiato di trasformarsi in disfatte; e via di questo passo. Solo infamie sul ruolo dell'URSS. Ma, il vero obiettivo della “campagna alleata” era già stato messo in chiaro dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019, con l'approvazione della risoluzione che vorrebbe equiparare nazismo e comunismo. L'obiettivo non è affatto, o non solamente, storico. Non per nulla, a farsi promotori del documento di Strasburgo, erano stati incaricati quei paesi d'Europa orientale che, più di tutti, videro masse intere di Komplizen e Hilfswilligen delle SS e che oggi, tra parate in uniformi naziste e celebrazioni di quegli “eroi” autori di massacri contro civili, soldati sovietici, comunisti, ebrei, tsigani, intendono dar lezioni al mondo su come “la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. Il fronte comunista oggi Si è insomma in presenza di una tempesta mediatica su tutte le questioni riguardanti la storia del movimento comunista, in generale, e dell'Unione Sovietica degli anni '30 e '40, in particolare. Sotto l'insegna della “informazione” e della “Storia” servite al “più vasto pubblico”, si propagandano miti che, ripetuti migliaia di volte, secondo un metodo sperimentato nella Germania hitleriana, penetrano e rimangono infissi nelle menti. In questa situazione, difficile stabilire cosa significhi oggi essere “obiettivi”. Ci troviamo da una parte del fronte, sottoposti al martellamento dell'avversario, il quale non ha mai smesso di far fuoco con le “armi leggere” e negli ultimi anni ha messo in azione anche i “grossi calibri”. L'artiglieria martella menti e coscienze, cominciando col riscrivere la storia dei comunisti, in tutte le sue pagine, non solo in Unione Sovietica, e spiana così la strada alle divisioni corazzate contro i comunisti di oggi: l'obiettivo è quello di decretare per legge il bando del comunismo e dei comunisti, e fare in modo che la coscienza “di massa” lo accolga come un “atto necessario”, dopo di che, “andrà tutto bene”. Un po' come avvenuto con la campagna avviata durante la pandemia, allorché, tramite Covid-19, si è imposta una delazione poliziesca di massa, facendola accettare alle persone come “doverosa” e “naturale”, opportuna “per il bene di tutti”, appellandosi alla “unità della nazione” attorno al tricolore, nell'abbraccio patriottico teso a pacificare lo scontro tra le classi e mettere sullo stesso piano partigiani e “ragazzi di Salò”, all'insegna di “consumatori”, “famiglie”, in cui scompare ogni differenza di classe. Cosa significa dunque, in queste condizioni, essere “obiettivi”? Significa opporre ai colpi del nemico un martellamento uguale e contrario delle nostre artiglierie “storiche”, per non essere impreparati all'attacco “politico” contro i comunisti di oggi. Si deve esser consapevoli dell'urgenza di rispondere a ogni colpo dell'avversario, sapendo che i “dettagli storici” da contrapporgli servono solo per mantenere quanto più possibile intatte le nostre forze politiche. Un attacco di classe Quello del nemico di classe non è un attacco “storico”; il martellamento delle artiglierie “storiche” del nemico di classe non è che un aspetto dell'attacco di classe cui i comunisti sono da sempre sottoposti. Di fronte all'attacco nient'affatto storico e tantomeno “imparziale”, da parte di coloro il cui unico obiettivo dichiarato è quello di tentare di diffamare il comunismo e i comunisti, per arrivare a mettere l'uno e gli altri fuori della legge borghese, restare “imparziali” significa stare dalla parte di un anticomunismo che, ormai da trent'anni, cerca di riprendere il lavoro solo parzialmente interrotto nel periodo a cavallo tra gli anni '40 e '50 del XX secolo. Lo scontro non è “storico” o “intellettuale”: è uno scontro di classe, in cui si usano anche armi “storiche” e “intellettuali”. Non si tratta di una disputa storico-accademico. Si tratta di un attacco di classe, che passa per la falsificazione della storia, e l'obiettivo è sempre lo stesso: prendere di mira la prospettiva della società socialista per cercare di eliminarla dalla coscienza della classe operaia e delle masse lavoratrici e arrivare quindi mettere fuori legge i comunisti, oggi, con il “beneplacito” della cosiddetta “opinione pubblica”. Si vuole insomma incuneare nelle menti il rifiuto “cosciente” del comunismo, l'assioma che “i comunisti nella storia si sono macchiati di tali e talaltri crimini”. Ne deve conseguire che i comunisti di oggi non possono esser diversi da quelli di ieri e siano quindi pronti a macchiarsi di crimini allo stesso modo dei loro predecessori. Se ieri i comunisti si erano macchiati dell'olocausto – ormai si arriva a dire questo: se Stalin “si è alleato con Hitler”, significa che è parimenti responsabile non solo della “invasione della Polonia”, non solo della “spartizione dell'Europa”, ma anche degli stessi crimini del nazismo: anzi, se non fosse stato per Stalin, Hitler non avrebbe nemmeno cominciato la guerra - allora “non c'è da aspettarsi nulla di diverso dai comunisti di oggi”. Questo vien fatto diventare un assioma; si insinua nelle menti, e queste accettano come un atto dovuto che i comunisti vadano messi fuori legge in quanto “criminali” come i loro predecessori. Per il “bene comune”, il comunismo deve essere abolito per legge e la massa deve arrivare a richiederlo, per la “propria sicurezza”. Così, proprio in corrispondenza con il 75° anniversario della fine della guerra, si sono accentuate le accuse all'Unione Sovietica di essere stata corresponsabile del suo scoppio, unite alle falsità sui reali artefici della disfatta del nazismo. Accuse e falsità che nascondono almeno due obiettivi, che è necessario tenere ben distinti. Da una parte, la disputa geopolitica sul ruolo della Russia moderna: su questo versante, non crediamo che Mosca abbia necessità di esser difesa dall'esterno e ci sembra anzi quantomeno zoppicante l'intreccio, teorizzato anche in certa sinistra, secondo cui “chiunque pratichi l'antisovietismo, giunge inevitabilmente alla russofobia”. Una variante di tale “teoria” è in Russia quella dei cosiddetti nazional-patrioti di “sinistra”, che esaltano forza e potenza dell'URSS, ma sono estranei al marxismo e ripetono i mantra dei nazionalisti borghesi, i quali tacciono sul fatto che le conquiste dell'URSS fossero il frutto del potere sovietico, delle scelte del partito bolscevico, di Lenin e di Stalin. Dall'altra parte, c'è invece il più becero antisovietismo, e questo riguarda molto direttamente i comunisti in ogni parte del mondo, dal momento che l'attacco alla bandiera con falce e martello issata sulle rovine del Reichstag, non rappresenta che il viatico per dare forma “legale” alla moderna crociata contro il comunismo e i comunisti. L'anticomunismo “istituzionalizzato” In questo senso, la risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019, è stata solo una tappa nella “istituzionalizzazione” della tesi sulla pari responsabilità di Germania nazista e URSS nello scatenamento della guerra e su un fantomatico “retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo”, dato che, già da anni, si sta percorrendo quella strada. Per un sommario e incompleto elenco di simili obbrobri, basti citare la risoluzione del 1996 su “Misure per smantellare l'eredità degli ex sistemi totalitari comunisti”; del 2006 su “Necessità di condanna internazionale dei crimini dei regimi totalitari comunisti”; del 2008 su “Coscienza europea e comunismo”; del 2012 su “Regolamentazione giuridica dei crimini comunisti”, insieme a tutte le sparate di paesi come Polonia e Baltici che, mentre proibiscono “ideologia e simbologia comunista”, celebrano i veterani locali delle divisioni SS e istituzionalizzano le loro sfilate. Curioso peraltro notare come quelle risoluzioni, oltre ai simboli, mirino alla sostanza dell'ideologia che rappresentano, laddove, ad esempio, sentenziano che “le proprietà, comprese quelle delle chiese, sequestrate illegalmente o ingiustamente dallo Stato, nazionalizzate, confiscate o altrimenti espropriate durante il regno dei sistemi totalitari comunisti, in linea di principio, siano restituite ai proprietari originari in integrum, se questo è possibile senza violare i diritti degli attuali proprietari”. Proprietari che, spesso, fino a trent'anni fa, rivestivano ruoli dirigenti nei partiti e negli Stati ex socialisti. D'altronde, come detto, le sparate “europeiste” incontrano un terreno fertile nella stessa Russia eltsiniano-putiniana. Come scriveva pochi anni fa il comunista lituano Juozas Ermalavičjus “Gli attacchi sofisticati dell'anticomunismo sono diretti contro lo strumento principale della liberazione rivoluzionaria dell'uomo: quella scienza che ha ricevuto una base teorica e metodologica onnipotente nella dottrina filosofica del materialismo dialettico... Guidati dal loro approccio dialettico-materialista, K. Marx e F. Engels hanno rivelato che la causa fondamentale della schiavitù umana è la proprietà privata dei mezzi di produzione”. Oggi “l'escalation globale dell'anticomunismo è fondamentalmente l'incarnazione dell'agonia generale del capitalismo monopolistico transnazionale. Gli intrighi controrivoluzionari del dominio indiviso del sistema sociale capitalista su scala globale sono oggettivamente destinati al fallimento... Il degrado sociale e spirituale della società borghese porta al completo esaurimento del suo potenziale creativo, quindi si conclude con la cessazione della sua esistenza... Gli sforzi anticomunisti della borghesia imperialista testimoniano del suo destino fatale. L'anticomunismo è la manifestazione più caratteristica dell'impotenza e della disperazione del capitalismo monopolistico transnazionale”.
ottobre redazione
I capitalisti unici “responsabili” della nostra mi
I capitalisti unici “responsabili” della nostra miseria Michele Michelino I nostri nemici sono in casa nostra e sono quelli di sempre: i padroni e i loro governi di centro destra e centrosinistra, politici e sindacalisti sul loro libro paga In una società divisa in classi antagoniste, con interessi diversi la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Anche nelle crisi e nelle pandemie ci sono capitalisti che realizzano lauti profitti, mentre le condizioni di vita e di lavoro dei proletari peggiorano costantemente. I borghesi e i loro rappresentanti politici dicono che siamo tutti sulla stessa barca. Una colossale bugia, ma anche se lo fossimo noi proletari continuiamo a remare incatenati come gli schiavi e i padroni a godersi il sole in plancia serviti e riveriti. La crisi porta ad acuire le contraddizioni anche fra i vari blocchi imperialisti, le contraddizioni interimperialiste portano alcuni paesi a scontrarsi con altri. La crisi che scuote dalle fondamenta il sistema capitalista ha unificato, in funzione antioperaia, le varie frazioni della borghesia imperialista che, pur lottando fra loro con guerre commerciali e militari, trovano nell’unità di classe contro il proletariato, gli operai, i lavoratori, i disoccupati, i pensionati, il loro comune interesse quando il sistema del lavoro salariato e il loro potere sono messi in discussione dai proletari in lotta che rivendicano il potere operaio o da governi di paesi che si oppongono alla penetrazione imperialista e nazionalizzano le risorse delle multinazionali. Nell’epoca dell’imperialismo o degli imperialismi che si combattono per la supremazia nel mercato mondiale, crisi, guerre e repressione degli oppositori sono inevitabili nel sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Secondo un rapporto pubblicato il 27 aprile dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri) nel 2019 sono stati destinati alle spese militari nel mondo più di 1.900 miliardi di dollari, la cifra più alta, al netto dell’inflazione, degli ultimi tre decenni. Anche in Italia, per difendere i loro interessi in “patria” e all’estero i capitalisti italiani spendono oltre 26 miliardi di euro per spese militari, cifra che aumenta ogni anno mentre diminuiscono la spesa per la sanità pubblica, negli ultimi 10 anni oltre 37 miliardi di euro. Con il costo di un F35 si potrebbero attrezzare centocinquantamila terapie intensive, una portaerei cinquantamila respiratori polmonari, anche solo risparmiando sulle esercitazioni dei blindati ed elicotteri si risparmierebbero soldi per attrezzare trecentotrentamila posti letto oppure dieci miliardi di mascherine. Le misure anticovid decise dal governo e dalle regioni aumentano ancor più le diseguaglianze sociali, in un paese che ha già milioni di poveri. Le varie frazioni della classe dominante, tramite i loro partiti di riferimento (sia di centro destra sia di centrosinistra), fanno finta di litigare, ma sono sempre pronti a unirsi quando il loro sistema di potere e di dominio scricchiola e vacilla sotto i colpi della crisi. Ecco che allora viene fuori l’interesse comune della classe borghese. Non è un caso che le spese militari decise dal governo sono votate da tutti i partiti di maggioranza e opposizione. I provvedimenti governativi e regionali, hanno colpito duramente solo gli strati proletari (alcuni stanno ancora aspettando la cassa integrazione da maggio) e la piccola borghesia, ma non hanno toccato quelli delle multinazionali, della finanza, delle grandi banche e hanno conservato tutti i privilegi della casta politica borghese, concedendo nuove agevolazioni alla Confindustria. La manovra del governo con il lockdown ha avuto conseguenze disastrose sulle condizioni di vita e di lavoro dei proletari ed è di una violenza inaudita. Si toglie ai poveri per dare ai ricchi. Anche in piena crisi di Covid19 aumentano le spese militari con nuovi impegni in Sahel e nel Golfo di Guinea mandando soldati italiani a occupare territori sovrani in altri paesi per difendere gli interessi dell’imperialismo italiano e delle multinazionali e rapinare petrolio, gas e altre risorse. A oggi sono quarantuno gli impegni all’estero del governo italiano con 8.600 militari, schierati dal Golfo di Guinea all’Afghanistan per la difesa degli “interessi nazionali e il contributo alla pace e stabilità internazionale”, con l’obiettivo di una spesa per la difesa pari al 2 per cento del Pil entro il 2024. Rafforzato anche l’impegno in Libia con EuNavForMed-Irini, la missione al comando dell’ammiraglio Fabio Agostini che punta a garantire l’embargo sancito dall’Onu. L’Italia vi parteciperà con un contributo di 500 militari, un’unità navale e tre mezzi aerei, da aggiungere agli assetti (ancora pochi), messi a disposizione degli altri Paesi. La spesa militare italiana, nel 2020 è aumentata di oltre il 6% rispetto al 2019, ha superato i 26 miliardi di euro su base annua, equivalenti a una media di 72 milioni di euro il giorno. In base all’impegno preso nella Nato, essa dovrà continuare a crescere fino a raggiungere una media di circa 100 milioni di euro al giorno. Anche in tempi di pandemia c’è chi si arricchisce e chi muore di fame. Il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e delle tariffe dei servizi significa una riduzione del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, alla sanità, il peggioramento alla scuola e ai servizi sociali che colpisce milioni di persone che già faticavano a mettere insieme il pranzo con la cena, agevolano solo gli sfruttatori. La ricchezza dei borghesi è frutto della nostra miseria, non è possibile nessuna unità fra sfruttati e sfruttatori. La verità e che i nostri nemici sono in casa nostra e sono quelli di sempre: i padroni e i loro governi di centro destra e centrosinistra, giallo verde o giallo rossi insieme ai loro servi, politici e sindacalisti sul loro libro paga.
ottobre redazione
Basta morti per il profitto
Basta morti per il profitto Unire le lotte operaie per la sicurezza e difesa della salute nei luoghi di lavoro a quelle contro le stragi sul territorio Michele Michelino Le morti giornaliere, le mutilazioni, gli infortuni tra i lavoratori non dipendono mai dal caso o dalla fatalità, ma sono il risultato dello sfruttamento padronale della forza-lavoro, dell’organizzazione capitalistica del lavoro. Allo stesso modo i morti, i feriti, i malati e gli invalidi per “disastri ambientali” (Vajont, terre dei fuochi, Tav, terremoti, ponti che crollano, stragi ferroviarie, avvelenamento dei territori come a Taranto), sono anch’essi morti del profitto. Ogni anno nel mondo circa due milioni di persone muoiono a causa di un incidente sul lavoro o per malattia professionale, di cui 12.000 sono minori. Su 250 milioni d’infortuni 335.000 sono mortali: 170.000 nel settore agricolo, 55.000 nel settore minerario e 55.000 nelle costruzioni. Oltre 100.000 sono i decessi causati dall’amianto (dati OIL-organizzazione internazionale del lavoro, agenzia dell’ONU). In Italia ogni giorno per infortuni su lavoro perdono la vita 4 lavoratori, più di 1.400 ogni anno; altre decine di migliaia rimangono invalidi permanenti e perdono per la vita per malattie professionali, altri ancora per disastri ambientali evitabili con una normale prevenzione. Dal nord al sud il bollettino di guerra riporta giornalmente il numero dei morti e dei feriti, operai e lavoratori mandati al macello per il profitto. A queste si devono aggiungere quelle per “disastri ambientali e territoriali”. Per sminuire la gravità di questo massacro e le loro responsabilità, Confindustria, Governo, sindacati di regime e istituzioni chiamano queste stragi “morti bianche”, morti “sul” lavoro, come se loro non avessero alcuna responsabilità. Nell’ultimo decennio sono stati registrati più di 17.000 lavoratori morti sul luogo di lavoro. Numeri impressionanti, drammatici; più morti sul lavoro che in una guerra, perché I MORTI SUL LAVORO SONO IL COSTO DEL PROFITTO. Covid-19 - con il 65% circa delle fabbriche in cui si lavorava nonostante il lockdown (dati de Il Sole 24 Ore) - ha dimostrato la centralità della classe operaia nel processo di produzione di plusvalore, facendo tabula rasa di tutte teorie che da anni parlano di "scomparsa" della classe operaia. Anche durante Covid 19 tutti i giorni e le notti della settimana, sabati e domeniche compresi, centinaia di migliaia di operai, di lavoratori di tutti i settori hanno continuato a varcare i cancelli delle fabbriche, degli ospedali, delle logistiche, dei vari luoghi di commercio, nelle campagne, costretti a lavorare senza sicurezza, senza protezioni individuali e collettive. Nel settore della sanità e dell'assistenza sociale le denunce d’infortunio sono aumentate del 124% nei primi otto mesi (dai 18mila casi del 2019 ai 40 mila del 2020), con punte di oltre il +500% a marzo e del +450% ad aprile rispetto al 2019. Nel 2020, due denunce su tre del settore hanno riguardato il contagio da Covid-19. Il conflitto capitale-lavoro si manifesta in tutta la sua violenza e brutalità nello sfruttamento e nei morti del profitto. La lotta per la sicurezza nei luoghi di lavoro e di vita, contro le morti sul lavoro e di lavoro, deve diventare il primo punto di ogni piattaforma o rivendicazione sindacale, com'è già successo localmente in alcune realtà lavorative durante il coronavirus. Il regime dispotico della fabbrica ormai è diffuso in tutta la società. I licenziamenti di chi ha infranto il “vincolo di fedeltà” aziendale per denunciare situazioni di pericolo, la repressione che ha colpito i compagni che hanno manifestato il 25 Aprile portando un fiore alle lapidi partigiane e manifestato il 1° Maggio e le manifestazioni contro la Regione e governo vietate con la scusa del contagio, sono prove generali di normalizzazione della società, una proibizione della socialità. La repressione selettiva ha colpito i compagni, i militanti, ma anche persone che andavano a fare la spesa durante il lockdow deciso dal governo e regioni, o che andavano a trovare familiari in ospedale in macchina, attuando la logica terroristica di colpire alcuni per spaventare tutti. I sindacati confederali Cgil-Cisl-Uil, ma anche alcuni sindacati cosiddetti di base, invece di accodarsi alle sirene padronali e di preoccuparsi del costo del lavoro, dovrebbero preoccuparsi di quanto sia alto il costo di vite umane che gli operai devono pagare per far arricchire i padroni. Nella crisi la contraddizione capitale–lavoro salariato che investe tutti i settori della società genera movimenti di opposizione in vari strati del proletariato, ma anche di altre classi. Intervenire nel movimento di massa del proletariato e delle classi sottomesse con posizioni anticapitaliste, partendo dal principio della solidarietà di classe, dimostrando che un mondo senza sfruttamento è possibile solo eliminando i padroni, con il potere in mano agli operai, può battere il cretinismo parlamentare e impedire uno sbocco reazionario al movimento di massa. La nostra lotta non può limitarsi a combattere gli effetti dello sfruttamento capitalista, dobbiamo distruggere le cause che continuano a riprodurre i borghesi come padroni e i proletari, i lavoratori, come schiavi salariati. Per questo serve un’organizzazione politica di classe in cui i lavoratori siano il soggetto dirigente. Tutti i governi di qualsiasi colore e i sindacati filo padronali hanno permesso che il capitalismo potesse disporre a suo piacimento della forza lavoro accrescendo i propri profitti. Il risultato è che il lavoro è diventato sempre più precario, senza protezioni e sicurezza. Con il continuo ricatto è aumentato lo sfruttamento e il totale disprezzo per la salute dei lavoratori: il “lavoro” è diventato sempre più fonte di alienazione, di disperazione, di povertà, di morte per migliaia di lavoratori. Nel capitalismo la vita degli operai per i padroni non vale niente; per ottenere il massimo profitto risparmiano anche i pochi euro necessari a fornire misure di protezione individuali e collettive, mandandoli consapevolmente a morte certa. Il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, il ricatto occupazionale, la mancanza di un’organizzazione politica e sindacale di classe, proletaria, lascia i lavoratori completamente alla mercé dei padroni. Nel sistema capitalista tutte le istituzioni, i sindacati collaborazionisti e di regime che “rappresentano i lavoratori”, considerano legittimo e legale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; quindi perché “ostacolare il progresso” da cui traggono le briciole e i loro privilegi? D’altra parte ogni giorno ci sono decine di morti sul lavoro e per malattie professionali, migliaia gli operai e i lavoratori che ogni anno sono assassinati sul posto di lavoro, e scioperare per costringere i padroni a bonificare gli ambienti e rispettare le misure di sicurezza antinfortunistiche significherebbe far perdere ai padroni decine di migliaia di ore di profitti. Il conflitto fra capitale e lavoro fa morti, feriti e invalidi ogni giorno. È arrivato il momento per tutte le vittime del profitto, lavorativo o ambientale di scendere in piazza uniti a difesa della propria vita, della propria salute e di quella del pianeta, per gridare forte la protesta contro il sistema capitalista, unendo le lotte di tutte le vittime del profitto, sia del movimento operaio per la salute e la sicurezza, sia quelle sociali dei familiari delle stragi (ponti, case e scuole che crollano, disastri ambientali e ferroviari che hanno responsabilità ben precise), riconoscendole tutte come stragi del profitto. Dobbiamo lottare affinché tutti i morti per il profitto siano considerati crimini contro l’umanità. L’unità delle lotte proletarie e sociali, oggi disperse in mille rivoli, è la nostra forza. Per la sicurezza nei luoghi di lavoro e di vita, contro le morti del profitto, lavoriamo per organizzare una manifestazione nazionale operaia, proletaria, sociale a Roma contro governo, confindustra e il sistema di sfruttamento capitalista che uccide gli esseri umani e la natura.