5 maggio 2008 redazione
omologazione

RESPINGIAMO LE PROVOCAZIONI
SUL TIBET

Quando si dice moda. All’anticomunismo dei politici e alla superficialità della stampa si aggiungono gli “artisti”: Martina Stella (che per l’occasione indossa  magliette firmate Max), Jovannotti e Pelù (che sarebbe meglio imparassero a cantare)

Era venuto in Italia qualche mese, praticamente snobbato dalle istituzioni, molto probabilmente per non intaccare il rapporto con il Vaticano né gli affari commerciali con la Cina. Qualche mese dopo il Dalai Lama è al centro dell’attenzione internazionale.
Le Olimpiadi in Cina, o meglio la corsa della fiaccola olimpica, ha risvegliato il non proprio pacifismo dei monaci tibetani e dei loro sostenitori, appoggiati da tutti i mass-media artefici della trasformazione del Dalai Lama in punto di riferimento e sempre pronti a falsificare gli avvenimenti storici.
Siamo da anni ormai bersaglio di un’informazione sulle bugie. Disinformazione c’è stata su Yugoslavia, Iraq, Venezuela, Cuba, Afghanistan, Palestina ecc. Ovunque ci sono in gioco gli interessi statunitensi ed europei. Ora tocca al Tibet perché anche qui ci sono interessi strategici degli Stati Uniti e perché la Cina, come si legge nel documento “Project for a new american century”, risulta l’ostacolo principale alla dominazione mondiale degli Stati Uniti.
Ecco perché tutte le violenze attuate in Tibet e raccontate dagli stessi turisti che si trovavano a Lhasa sono state manipolate. Vecchi presi a sassate, giovani commesse bruciate vive nell’incendio di un negozio, attacchi a tutto ciò che non era tibetano, negozi saccheggiati, il quartiere musulmano completamente distrutto. Non un’esplosione di furia popolare, ma una ribellione pianificata in occasione dei Giochi olimpici.
C’è un popolo palestinese massacrato dagli israeliani e il mondo occidentale si occupa della difesa dei diritti umani in Cina e dei monaci tibetani. Come se negli Stati Uniti si rispettassero i diritti umani. Con le guerre? Con Guantanamo? Con la morte dei condannati? Ci sono sempre meno posti al mondo dove si rispettano i diritti. Allora perché questa grande operazione?
Se si pensa che dopo 50 anni la borghesia ancora demonizza Stalin, si capisce chi e perché difende il Dalai Lama. La funzione è la stessa: non perdonare chi spezza le catene e si rende indipendente, colpire il socialismo (il comunismo ancora non è stato applicato) anche se con lo sviluppo economico la Cina vi si allontana a grandi passi. Se non ci fosse stato l’operato del Partito Comunista Cinese e la grande Rivoluzione che ha riscattato i contadini poveri cinesi – che avevano vita breve e misera - ridistribuendo loro le terre e cacciando i vecchi signori feudali il Tibet ed il suo buddismo avrebbero ben poco interessato le potenze imperialiste.
Nell’anno della costituzione della Cina rivoluzionaria gli Stati dell’Occidente, Stati Uniti in testa, hanno iniziato ad interessarsene creando eserciti controrivoluzionari. Nel 1957 – in pieno assedio statunitense alla Cina – i servizi segreti inglesi e americani (la Cia di recente ha ammesso di aver finanziato tutta l’operazione) fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani che venne giustamente, date le condizioni dell’epoca, represse dal governo cinese. Fu allora che il Dalai Lama, che aveva fatto parte della 1 Assemblea nazionale popolare della Cina ed elaborato la Costituzione cinese, e che nel 1951 aveva raggiunto un accordo per la concessione di un regime di autonomia, dichiarò decaduto l’accordo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana (13mila persone), nobili ed alto clero con i propri schiavi, in India dove costituì un proprio governo in esilio ed il proprio centro di propaganda.

E dal 1964 questo “umile” monaco figura sulla lista della Cia che, nel quadro di un programma per demolire i paesi comunisti, lo ha trasformato in un simbolo della guerra contro la rivoluzione socialista e il Partito comunista cinese, mantenendolo con 180mila dollari all’anno e 1,7 milioni di dollari per finanziare il suo governo. Altri dollari arrivano, sempre dagli Stati Uniti, al Tibet found che ha come obiettivo quello di convincere il mondo della legittimità del Dalai Lama e che ha per direttore Sharon Bush, cioè la cognata dell’attuale Presidente Usa! E poi c’è il sostegno alla Società letteraria tibetana, al Tibet times, al Tibet Multimedia center ecc.
Questo santone che, dicono, non ammazzerebbe una zanzara, denuncia l’aborto, l’omosessualità e tutte le forme di controllo delle nascite, ma ammira il presidente Bush, si era dichiarato contro la condanna del criminale Pinochet, ha appoggiato i bombardamenti NATO sulla Yugoslavia, frequenta ricchi, personaggi del mondo della cultura e del cinema. E sono i ricchi gruppi che controllano Hollywood e appoggiano l’organizzazione Free Tibet, Disney e Tristar, che lo scorso anno hanno realizzato due film sul Tibet, uno dei quali “Sette anni in Tibet” è stato ripreso da un libro scritto da Heinrich Harrer, un nazista coinvolto in alcuni dei crimini più brutali dei nazifascisti austriaci, finito in Tibet durante la seconda guerra mondiale in missione segreta per l’imperialismo tedesco che era in competizione con l’imperialismo britannico in Asia ed accettato fra la nobiltà tibetana.

Ma cos’era il Tibet proprio nel 1949, all’epoca della Rivoluzione popolare? In Tibet era in vigore un regime feudale, autoritario e teocratico basato sulle caste che costringeva la maggioranza della popolazione ad una condizione di schiavitù (dichiarata fuori legge solo nel 1959, 10 anni dopo la Rivoluzione) e servitù. Il 90% della popolazione – che ha sofferto costantemente il freddo, la fame, il più alto tasso di tubercolosi e mortalità infantile, solo il vaiolo ha sterminato 7mila abitanti di Lhasa - era senza terra e senza la proprietà dei propri figli che erano registrati fra le proprietà del loro Signore. Non esistevano strade, elettricità, scuole (oggi ne conta 2380 tra primarie, e professionali e l’istruzione è su lingua tibetana) tranne i monasteri dove pochi giovani studiavano i canti; né ospedali (oggi vi sono 95 cittadini, 770 cliniche e 2000 dottori), non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria. Alle donne non solo era preclusa l’educazione, ma essendo considerate inferiori e non esseri umani erano costrette a dormire con gli animali. Se partorivano gemelli erano considerate indemoniate e si potevano bruciarle insieme ai piccoli. I ricchi, poi potevano avere molte mogli e, se un nobile aveva poca terra, doveva dividere la donna con i propri fratelli.
Si continua a parlare di Tibet occupato dai cinesi, complice anche una certa sinistra, ma questo territorio è unito alla Cina dal XII secolo come provincia con diversi gradi di autonomia, con il riconoscimento della lingua, della cultura e della religione. Negli ultimi 40 anni la popolazione è più che raddoppiata e la durata della vita è passata dai 35 anni del 1950 ai 69. Sui circa 3 milioni di abitanti il 90% è di origine tibetana e solo il 10% è composto da residenti di altre zone. Dagli anni ’90 il Pil è aumentato del 13% l’anno, ancora più dello sviluppo della Cina, sono raddoppiate le opere edili ed il commercio.
Davanti al cambiamento delle condizioni e alla differenza di cifre in tutti i campi si può parlare di occupazione? È occupazione la fantascientifica costruzione della ferrovia più alta del mondo che unisce Lhasa a Golmud, il centro ovest del Paese? Una ferrovia dove il treno con carrozze pressurizzate viaggia per 960 dei 1142 chilometri complessivi sopra i 4mila metri. In alcuni punti sopra i 4500 e addirittura sale ai 5100 mt. della stazione sul passo Tanggula.
Chi difende del Tibet e appoggia il Dalai Lama e le rivolte non poi così tanto pacifiste, quindi, si schiera con la strategia tipica dell’imperialismo in particolare quello Usa che, quando non interviene militarmente e direttamente, fomenta guerre civili - non disdegnando la strumentalizzazione della religione (per abbattere il socialismo in Polonia la Cia formò un blocco unico con Wojtyla che aveva l’appoggio di milioni di cattolici) - con gruppi appositamente addestrati e sostenute da un’appropriata e martellante propaganda.
Evitiamo di cadere nelle trappole delle facili emozioni pseudo-umanitarie e respingiamo le provocazioni, le mire imperialiste, il Medioevo del Dalai Lama e di tutte le religioni.

 


28 aprile 2008 redazione
editoriale

1° Maggio
giornata di lotta internazionale
contro lo sfruttamento capitalista

Da decenni i padroni di tutto il mondo ed i loro governi hanno trasformato il 1° Maggio nella giornata della “pacificazione” fra capitale e lavoro salariato, trasformando una giornata di lotta nella quale gli operai di tutto il mondo si riconoscono come appartenenti ad un’unica classe che lotta contro la schiavitù salariata in “festa del lavoro”. In questo modo i borghesi di tutto il mondo cercando di espropriare agli operai persino della memoria storica, ma i dati della guerra di classe la riportano ogni giorno di attualità. Ogni anno nel mondo muoiono per cause legate all’attività lavorativa 2 milioni di persone, e per gli infortuni sono oltre 270 milioni i lavoratori che subiscono gravi menomazioni. Dal 2001 al 2007 in Italia, secondo i dati Inail - che sono sottostimati perché non tengono conto dei 3milioni e 500mila lavoratori immigrati e pagati a nero - i casi mortali per infortunio sul lavoro sono stati 9720, più del doppio dei soldati delle truppe di occupazione della coalizione imperialista caduti in Iraq. La recessione statunitense e la crisi che comincia ad investire l’Europa e l’Italia acuisce le contraddizioni accentuando il conflitto fra i sostenitori del sistema di sfruttamento e gli operai ed i popoli del mondo che lo subiscono. Aumento dello sfruttamento, licenziamenti, salari e pensioni da fame, guerre e barbarie sono il nostro futuro se non riusciamo ad opporci con la lotta a tutto questo.
Per i capitalisti tutti gli operai impiegati nel processo lavorativo sono uguali al di là del colore della pelle. Italiani, stranieri, di qualunque nazionalità e religione per i padroni non sono altro che forza-lavoro da sfruttare produttori di profitto di cui loro si appropriano.
Mentre i padroni diventano sempre più ricchi e potenti, gli operai ed i proletari vedono le loro condizioni di vita e di lavoro peggiorare costantemente.

La rabbia operaia
di chi è sottoposto ai ritmi massacranti, ai lavori nocivi, di chi è sottomesso alla brutalità delle condizioni di fabbrica, dei cantieri, aumenta ogni giorno, quando vede che questa società e al di là delle lacrime di coccodrillo dei responsabili, considera normale che 4 e più operai ogni giorno perdano la vita in nome del profitto. Ma questa rabbia deve però ancora diventare odio di classe prima contro i propri padroni e poi contro l’intera classe padronale, il suo Stato le sue istituzioni trasformandosi in coscienza di classe.
Il 1° Maggio rappresenta il risveglio cosciente della classe operaia. In questa data i lavoratori di tutto il mondo ricordano e rinnovano l’unione dei proletari di tutto il mondo nella lotta per la loro liberazione, contro la violenza, lo sfruttamento e l’oppressione dell’uomo sull’uomo.
Agli operai coscienti spetta il compito di organizzare unitariamente la classe. Ponendo il problema della distruzione della società capitalista e del potere politico operaio si può avanzare verso il futuro, verso una società dove si produce per soddisfare il bisogno degli esseri umani e gli operai emancipando se stessi rendono possibile l’emancipazione di tutta l’umanità.


27 marzo 2008 redazione
editoriale

UNITÀ E LOTTA CONTRO L’AVANZATA DELLA DESTRA

La campagna elettorale è partita in pieno stile Usa e con un vergognoso mercato delle poltrone. Nelle liste c’è tutto e di più.
All’insegna del “bon ton”, della riconciliazione e sulla pelle delle donne. Al centro dei programmi, infatti, c’è la cosiddetta questione etica che altro non è che criminalizzare le opportunità e le scelte di vita delle donne e, contemporaneamente, deviare dai veri temi come il lavoro e la casa; da una crisi economica mondiale e senza uscita.
Il Pd perché alla conquista dei cattolici e dei centristi; i centrodestri per tenerseli; la sua parte la fa anche quel venduto, neo campione delle libertà Giuliano Ferrara, Berlusconi alla conquista di casalinghe e… precarie. Tutti difendono la vita e la famiglia. Tutti succubi di un Papa reazionario e oscurantista. Tutte stampelle del Vaticano che sempre più si impone ed entra a gamba tesa nella vita politica e individuale delle masse e delle donne in particolare. E i comunisti che aspettavano la “transizione” da rifondazione a partito comunista si trovano davanti un arcobaleno e la prospettiva di una nuova sinistra (?).
Strumentalizzato a fini elettorali anche l’8 Marzo. Le donne sono tornate in piazza dopo molto tempo di apatia non per caso, coinvolte persino in un centenario dell’8 Marzo che non esiste. Perché è vero che le 129 operaie bruciate in fabbrica sono morte nel 1908 (e già per questo non ci sarebbe nulla da festeggiare come impone il consumismo che se ne è appropriato), ma la Giornata internazionale della donna viene istituita nel 1910 su richiesta di Clara Zetkin alla conferenza di Copenaghen delle donne socialiste.
Tutte insieme appassionatamente come vuole l’attuale politica tesa a cancellare definitivamente la lotta di classe. Come non esiste riconciliazione tra classe operaia e padronato anche per le donne non esiste trasversalità. Cos’hanno in comune le lavoratrici con le imprenditrici? Cos’hanno da dividere con una come l'ultima arrivata, la ricca Santanché. Che difende tanto il suo essere fascista ignorando – nei salotti da dove proviene non se ne parla certo - che il fascismo impediva alle donne di fare politica e laurearsi e che le faceva lavorare solo in sostituzione degli uomini al fronte di guerra. Anche per le donne vale lo stesso criterio della divisione di classe. È per questo che c’è da scendere in piazza – e non solo, c’è da lottare in modo costante. Siamo al punto in cui dobbiamo difendere uno straccio di legge sull’aborto. Non era questa che si voleva ai tempi delle vere lotte per l’emancipazione. Le donne di una certa età sanno bene cosa vuol dire abortire clandestinamente da medici che procuravano l’aborto a suon di quattrini, che se non ne avevi abbastanza non avevi diritto neppure all’anestesia; che respingevano ogni responsabilità sulle conseguenze e che, una volta approvata la legge, si sono dichiarati obiettori di coscienza.
Le donne morivano, ma ai politicanti che vivono nelle loro gabbie dorate e alla chiesa, questo non interessa. È più importante una cellula priva di forma e di cervello che viene staccata dall’utero, e che definiscono persona, della donna. Sono invece persone quei bambini condannati a lavorare per la povertà causata dall’imperialismo, che muoiono, restano mutilati od orfani nelle guerre di rapina come in Afghanistan o in Iraq (che oggi, a distanza di 5 anni solleva dubbi a molti). Lo sono quelli oggetto di commercio sessuale e quelli violati dai numerosi preti pedofili.
Politici e chiesa per attaccare la 194 ed impedire l’introduzione della Ru 486 (in Europa è usata da decenni!) marciano di pari passo. Calcano la mano e tirano in ballo la salvezza del feto… cioè l’accanimento sui feti da aborti terapeutici. Ma chi pensa al trauma psicologico della donna che rifiuta il figlio malformato e poi sa che è vivo, ma non sa in quali mani è e che vita avrà davanti?Tutti coloro che criticavano i paesi socialisti dicendo che i bambini erano figli dello Stato - perché avevano garantiti assistenza, asili, scuole, occupazione ecc. - ora vogliono persino mettere le mani sui feti abortiti.
L’aborto non è mai una soluzione piacevole. Ma chiediamoci perché tante donne – e giovani - sono obbligate a farlo. Da un lato c’è la totale assenza dell’educazione sessuale e della prevenzione; dall’altro lato c’è un aggravamento delle condizioni sociali e occupazionali che non favoriscono certo la maternità. Sono veramente offensive le proposte elettorali - come i provvedimenti dei governi che si sono susseguiti – che non sono mai andati oltre il bonus di mussoliniana memoria per ogni figlio nato. Alle donne non serve carità e beneficenza come quella che arriva sotto forma di assegno familiare. Per mantenere i figli ci vogliono strutture di servizi e soprattutto un lavoro sicuro e regolare per entrambi i genitori perché oggi anche i padri rimangono disoccupati e… perdono la vita con gli infortuni o, peggio, si suicidano per vergogna. Chi si occupa di questi bambini, altro che embrioni e feti!
La politica dei partiti - e lo si verifica anche in questa campagna elettorale - sulle famiglie di fatto, sugli omosessuali, sull’aborto, il divorzio ecc. tendono a ridurre l’Italia in un paese confessionale e ci riporta nel medioevo. Criticano l’Islam per fare peggio, forse è paura della concorrenza, ma il nostro Stato è laico per Costituzione. Anche se la laicità non è al centro neppure delle numerose iniziative istituzionali per il suo 60° anniversario.
A distanza di 40 anni da quel ‘68 che è stato un lungo periodo di lotte anticapitaliste e antifasciste e di conquiste dei diritti civili - anche se pur sempre mediati da compromessi: l’aborto con obiezione di coscienza, divorzio con 5 anni di ripensamento ecc. -, di quel periodo di speranze, oggi la classe lavoratrice vede solo un avvenire nero: aumentano affitti, mutui, carovita, inquinamento. Crescono le spese militari (1.204 miliardi di dollari nel mondo, pari a +37% rispetto 10 anni fa), le aggressioni fasciste, la corruzione, le mafie. Per contro diminuiscono occupazione, servizi e potere d’acquisto di lavoratori e pensionati. Una situazione che mette sempre più in difficoltà le famiglie dove aumentano suicidi e violenze fisiche e psicologiche.
Gli operai, da anni ormai in difesa esasperata del posto di lavoro, costretti a momenti di ribellione esasperata e generosa (soprattutto di fronte alle morti bianche), non svolgono un ruolo dirigente e di impegno sul territorio e nelle lotte sociali, anche per mancanza di un partito comunista.
Qualunque parte vinca le elezioni ci sarà uno spostamento a destra. Alcun governo esprimerà gli interessi fondamentali della classe operaia e delle masse popolari. Che in questo sistema parlamentare borghese non hanno rappresentanza politica. Diventa perciò di primaria importanza che si rafforzi la lotta operaia e popolare contro i vecchi e nuovi socialdemocratici, per abbattere il sistema capitalista e imperialista affamatore ed oppressore in tutto il mondo - e che sta dimostrando il suo fallimento -, ed avviare una concezione del mondo diversa, socialista.

 


12 febbraio 2008 redazione
editoriale

QUANDO I GOVERNI SONO COMITATI
D’AFFARI DELLA BORGHESIA

E alla fine il governo è caduto. Non sotto il peso della protesta sociale, ma per i “capricci” individualisti di un Mastella e di un Dini (gia passato sotto l’ala di Forza Italia, del resto di sinistra questi individui hanno solo l’appoggio elettorale) che hanno ceduto alle lusinghe (e a qualcos’altro di più materiale) di Berlusconi.
A mantenerlo in vita non sono bastati né la complicità dei sindacati confederali, né la cosiddetta “sinistra radicale” che, più di ogni altro, ha svenduto le speranze di tutti coloro che li hanno votati nell’illusione di sconfiggere la destra e ottenere un miglioramento di vita e di lavoro.
Che non era un governo amico l’abbiamo detto da subito, non ne sentiremo la mancanza. Sono bastati due anni, con la sua politica di guerra, di continuità con le leggi antioperaie del precedente governo Berlusconi, di aumento dei costi della politica, per dimostrarsi nemico di classe.
Questo centrosinistra, più centro che sinistra, voleva dare prova di saper governare il capitalismo e per farlo ha scelto di favorire Confindustria e padronato a discapito del proletariato, dei lavoratori, dei pensionati. Ha lasciato le leggi sul lavoro che favoriscono precarietà, infortuni e morti bianche come ha ridotto gli spazi di democrazia sui luoghi di lavoro per ingabbiare e frenare le lotte del movimento operaio. Ha rifinanziato le missioni di guerra in Kosovo ed in Afghanistan e finanziata una nuova in Libano. Ha confermato l’ampliamento della base statunitense a Vicenza e mantenuto i privilegi alla Chiesa cattolica.
Insomma cosa c’è di sinistra in tutto questo? C’è il proseguimento della politica berlusconiana della salvaguardia dei profitti e del passaggio dei profitti alla rendita finanziaria imponendo nuovi e continui sacrifici ai lavoratori.
Con la caduta del governo si sono subito aperti i giochi elettorali con la caccia al centro e ai cattolici, con gli accordi sottobanco per una grande coalizione. Il tutto rivolto a far pagare la crisi ai lavoratori. Infatti, sia Veltroni che ha aperto la sua campagna “francescanamente” in un luogo bucolico, ma anche in quell’Umbria che gli ha garantito 4 legislature; sia Berlusconi che ha scelto il simbolo dei fascisti: piazza San Babila di Milano, si offrono al capitale, paladini di Confindustria che si fa sempre più pressante.
E poi ci sono in ballo trecento milioni di euro, il costo aggiuntivo delle elezioni del 13/14 aprile. La fine legislatura, infatti, non blocca il pagamento dei rimborsi elettorali per il 2006. I partiti continueranno a riscuotere nei tre anni che mancano alla fine naturale della XV legislatura e che si accumulano ai nuovi rimborsi cui avranno diritto per il fatto stesso di correre ed avere eletti tra due mesi (e ciò fa capire la difesa del simbolo e la nascita di nuove liste). E, siccome i partiti spendono molto meno di ciò che ricevono questi rimborsi sono un vero e proprio finanziamento pubblico. Tanto per aggirare il risultato del referendum!
La debolezza e la continua degenerazione delle forze del centrosinistra sviluppano forme di fascismo, alimentano le attività di gruppi squadristi e favoriscono la vergognosa ingerenza del Vaticano. Non bastavano la farsa del family day; l’attacco alla legge 194 (di recente a Lucca una donna all’8 mese di gravidanza abortisce per colpa di uno sfratto coattivo; a Milano un’operaia viene licenziata perché doveva accudire la figlia ecc.); al ’68; né le elucubrazioni sulla famiglia eterosessuale intesa come “agenzia di pace”. Il Vaticano - dopo essere intervenuto attraverso i suoi vescovi in Spagna dove hanno indicato di non votare Zapatero, ma per “una scelta responsabile” – entra a gamba tesa nella politica italiana. Attraverso la Cei manda a dire di votare per i valori cristiani (quali? repressione, proibizioni, guerra ecc.). Quelli di Casini e di Mastella? O quelli di Berlusconi, Fini, Bossi?
Il revisionismo storico porta ad una fascistizzazione della società. A Roma, Verona, Treviso, Firenze, Pisa, Lucca ecc. rigurgiti neofascisti e neonazisti - che si presentano sotto diverse sigle - aggrediscono nelle scuole, minacciano, provocano.
Anche quest’anno si è ripetuta in varie parti d’Italia la strumentalizzazione delle foibe. Nuovo discorso di Napoletano (lo aveva già fatto nel 2007 in continuità col suo predecessore Ciampi), con la martellante disinformazione dei mass-media nazionali e con l’infame propaganda dei fascisti che si sono riappropriati delle piazze, complici le istituzioni comprese quelle del centrosinistra. A Pistoia la provincia ha concesso ad un gruppo di estrema destra la sala intitolata al partigiano Vincenzo Nardi, a Roma, alla Fiamma tricolore era stato concesso il teatro Brancaccio, finanziato dal Comune e attualmente diretto da Maurizio Costanzo (lo ricordiamo nelle liste della P2). Annullato il permesso all’ultimo momento, in seguito alla mobilitazione antifascista, gli squadristi hanno tentato di occupare il teatro esprimendo tutta la loro truce gestualità in piena apologia di reato. Ma loro non vengono denunciati, né caricati, anzi le Forze dell’ordine sono lì a proteggerli. Caricati, denunciati e condannati sono coloro che protestano contro le guerre di aggressione come a Firenze dove, dopo 9 anni dalla manifestazione del sindacalismo di base contro la guerra Nato e del governo D’Alema in Jugoslavia, è arrivata la sentenza: 7 anni (già sembrava eccessiva la richiesta del Pm: dai 4 ai 5 anni)! O come a Bologna dove sono stati inflitti 10 mesi a tre giovani per una scritta sui muri del centro.
La campagna di stravolgimento della verità storica che mette sullo stesso piano antifascisti e nazi-fascisti; combattenti per la libertà ed oppressori, o, peggio, presentano i carnefici come vittime e i martiri perseguitati come aggressori ci porterà ad assolvere il fascismo e alla definitiva denigrazione di chi lo ha combattuto, soprattutto dei comunisti che ebbero un ruolo fondamentale nella Resistenza.
Resistenza e antifascismo, valori e fondamenti del nostro vivere, non a caso dimenticati nel “manifesto” del PD di Prodi-Veltroni (aggiunto in seguito su sollecitazione anche dei suoi stessi aderenti!).
La situazione è ancora più grave alla luce della mancanza di un partito comunista e della frammentazione del movimento comunista tra “Cosa multicolore” che ha fatto sparire la falce e il martello e microgruppi (spesso autoreferenziali) per cui la maggior parte del proletariato non è organizzato. È disorientato e rischia di perdere quella coscienza di classe che è alla base della sua forza di cambiamento. L’unità dei comunisti, a partire dai luoghi di lavoro, resta l’obiettivo da risolvere. Lavoriamo da tempo per questo e non ci stancheremo.

 


30 gennaio 2008 redazione
"giornata del ricordo"

FOIBE E MANIPOLAZIONI STORICHE
Un’operazione anticomunista, complici anche le forze di “sinistra“ che, con un’enorme mistificazione, vorrebbe far credere che le colpe sono uguali e che lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano

Prima i fatti e poi le considerazioni politiche se si vuole tracciare un quadro sufficientemente chiaro delle vicende, compreso le foibe, che si sono succedute in Istria negli anni bui del fascismo e cioè tra il 1920 e il 1945. Un periodo questo particolarmente tragico per la popolazione istriana inserita in un territorio di frontiera di un’Italia asservita al regime fascista e perciò totalmente negata a governare territori plurietnici, plurilingui e multiculturali, spinta a realizzare un programma di oppressione e di snazionalizzazione dei cittadini di etnia diversa da quella italiana.
A partire dagli anni ’20 del secolo scorso lo squadrismo fascista importato da Trieste si rende protagonista di numerosi crimini- dagli assassini di antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Pupo a Buie e altri – alla distruzione delle Camere del lavoro ed all’incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei villaggi croati e sloveni dell’interno. Questi crimini continuarono sotto altra forma dopo l’affermazione del regime fascista: furono soppresse tutte le associazioni culturali, sociali e sportive della popolazione slovena e croata, vennero abolite le loro scuole, cessarono di uscire i loro giornali e i libri scritti nella loro lingua vennero considerati materiale sovversivo. Con un decreto del 1927 venne imposto l’italianizzazione dei cognomi di famiglia, nelle chiese le messe potevano essere celebrate solo in italiano e le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali. Insomma scomparve ogni segno esteriore della presenza di croati e sloveni.
C’è una canzoncina che risale agli anni ’20 e allora in voga tra gli squadristi di Pisino, che il ministro dei Lavori pubblici dell’era fascista Giuseppe Cobolli Gigli volle tramandare ai posteri e che rende bene il clima politico dell’epoca. Il paese di Pisino sorge sul bordo di una voragine che – scrisse Giuseppe Cobolli Gigli –“la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionali dell’Istria”. Quindi chi, tra i croati aveva la pretesa, per esempio, di parlare la lingua materna mettendo così in dubbio le “caratteristiche nazionali” dell’Istria, correva il rischio di finire in una foiba.
La canzoncina (testo in dialetto e traduzione in italiano) diceva:
A Pola xe l’Arena/la Foiba xe a Pisin/che i buta zo in quel fondo/chi ga certo morbin.
(A Pola c’è l’Arena/a Pisino c’è la Foiba/in quell’abisso viene gettato/chi ha certi pruriti).
Da qui si può vedere che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e risale agli anni ’20. Inoltre essi non rimasero allo stato di progetto e di canzoncina di paese. Riportiamo qui di seguito la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924 (dal quotidiano il Piccolo di Trieste del 5 novembre 2001).
“Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro ”coatto“, in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S.Domenico d’Albona. Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell’incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l’italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome, croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini giovani e vecchi e con sistemi incredibili li trascinavano fino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c’erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro (…)”.
Furono circa 60.000 gli slavi che fuggirono dall’Istria nel periodo 1920–1943. Altro odio poi fu seminato dal fascismo quando l’Italia, nell’aprile del 1941, invase la Jugoslavia. La responsabilità dell’Italia fascista è incontrovertibile. Il fascismo e la monarchia seguirono Hitler nell’aggressione alla Jugoslavia, l'Italia pretese un dominio particolare sulla Croazia, appoggiando il capo degli ustascia Ante Pavelic e sovrapponendogli a mo' di sovrano Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto. Per due anni (aprile ’43 settembre ’45) i corpi di armata italiani, sopratutto il Pusteria, e i generali Ambrosio, Roatta, Robotti e Cavallero misero in atto operazioni orrende contro l’armata partigiana di Tito, contro gli ebrei, i musulmani, i serbi e altre minoranze. La ferocia dei generali Robotti e Roatta emerge chiaramente da una serie di documenti. Il generale Robotti a proposito di “sospetti di favoreggiamento“ arrestati, in una nota scritta a mano impose: ”Chiarire bene il trattamento dei sospetti (…). Cosa dicono le norme 4 c e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco! ”Roatta, comandante della 2^ armata italiana in Slovenia e Croazia, nel marzo del 1943 diramò una circolare 3 c nella quale si legge: ”Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì di testa per dente”. E il numero dei civili “ribelli” uccisi dai plotoni di esecuzione italiani fu davvero elevato: circa 200.000 (fonti dello storico Renzo De Felice). È possibile indicare decine e decine di documenti che ci mostrano il volto feroce dell’Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi od occupati nella seconda guerra mondiale. Tra i tanti episodi il più terribile avvenne nella zona di Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa reparti di camice nere e di truppe regolari, irruppero nel villaggio di Podhum all’alba del 13 luglio 1943. Rastrellata l’intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato.Oltre mille capi di bestiame grosso e mille trecento di bestiame minuto furono razziati, 889 persone finirono nei campi di internamento italiani e più di cento uomini furono fucilati nelle cave: il più anziano aveva 64 anni ed il più giovane appena 13.
L’8 settembre 1943, alla notizia della capitolazione italiana, in Istria ci fu una generale e quasi spontanea insurrezione che coinvolse sia la popolazione italiana che quella croata e slovena. Nei giorni immediatamente successivi, mentre su tutto incombe la minaccia tedesca rappresentata da una divisione che scende lungo la penisola istriana, i capi improvvisati del movimento insurrezionale di Parenzo, Rovigno e Albona, tutti italiani, decidono di opporsi con le armi ai tedeschi. Iniziano così le prime azioni di formazioni partigiane italiane in una regione attraversata dalla fuga precipitosa di migliaia e migliaia di soldati e marinai che in tutta fretta abbandonano caserme e installazione militari cercando di intraprendere la strada del ritorno verso le proprie famiglie e ricevendo appoggio e solidarietà concreta proprio da slavi e croati delle zone interne dell’Istria.
Verso la metà di settembre del 1943 cominciano gli arresti. Finiscono arrestati, sia per iniziativa di singoli che per ordine dei comandi partigiani per essere poi consegnati a tribunali popolari, gerarchi fascisti, segretari dei fasci locali, podestà, camice nere, militi del Mvsn, squadristi della prima ora. Ma già dal 24 settembre, di fronte a fenomeni di esecuzioni sommarie e arbitrarie, per iniziativa del comando partigiano di Pisino fu costituito un tribunale militare mobile che interveniva nelle varie località dell’Istria dove erano detenuti i fascisti arrestati. Ma quanti furono i fascisti uccisi e gettati nelle foibe? Oggi la pubblicistica fascista parla indiscriminatamente di vittime civili innocenti, massacrati solo perché italiani inventando cifre di migliaia e migliaia di infoibati per contrapporli ai partigiani torturati e fucilati dai fascisti e dai nazisti, alle popolazioni deportate e internate, ai civili uomini donne e bambini massacrati solo perché sospettati di aver aiutato i partigiani. Parla di genocidio degli italiani puntando sul sensazionalismo, sull’effetto del numero che dovrebbe affermare il concetto di olocausto se non di “martirio olocaustico degli italiani d’Istria“ mentre fonti dell’epoca parlano invece di circa 200 prigionieri fascisti gettati nelle foibe. Solo successivamente questo numero si ingigantisce fino ad arrivare a migliaia e migliaia se non a decine di migliaia di morti nelle foibe.
Altri, politici e “storici“, si sentono investiti della missione di riscrivere la storia arrivando quasi a riconoscere dignità a quanti, fascisti e nazisti, massacrarono e oppressero milioni e milioni di uomini, loro sì responsabili di genocidi e di crimini inenarrabili. Quattro anni di guerra condotta da un esercito potente e crudele, quattro anni di scontri e di massacri, per non parlare del periodo precedente fatto di angherie, soprusi e crimini contro gli oppositori del regime fascista e contro le popolazioni slovene e croate, rappresentano un tempo infinito. L’odio seminato da fascisti e collaborazionisti, fu grande e non dimenticato. Le foibe – e non sarà certo la “Giornata del ricordo“ dedicata alle “vittime delle foibe“ e istituita dal governo Berlusconi per il 10 febbraio a capovolgere questa verità - rappresentano l’inevitabile e meritata risposta popolare a più di venti anni di oppressione fascista e alle atrocità e ai crimini commessi da fascisti, nazisti, collaborazionisti e delatori in quattro anni di una guerra crudele cercata e voluta dal nazismo e dal fascismo. E la prova che i cadaveri  rinvenuti nelle foibe non erano solo di italiani e tanto meno di semplici e comuni civili ce la fornisce la stampa dell’epoca (il Corriere Istriano di Pola e il Piccolo di Trieste) che nei necrologici in occasione della riesumazione e della sepoltura dei corpi recuperati dalle foibe alla fine della guerra, accanto ai nomi e cognomi non solo italiani indica le cariche ricoperte e cioè podestà, segretario del fascio locale, camicia nera, squadrista della prima ora mentre oggi accanto a quei nomi figurano solo professioni e mestieri con l’aggiunta di “vittime della barbarie comunista slava“.
Un’aggiunta fortemente provocatoria per un’operazione bassamente anticomunista che ha visto come compartecipi anche le forze di “sinistra“ (la giornata del ricordo è stata voluta da tutti i partiti) e che vorrebbe, con un’enorme mistificazione, far credere che le colpe sono uguali e che in definitiva lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano.     

 

 

 

 

 


15 gennaio 2008 redazione
vittoria

NO DELLA SAPIENZA A RATZINGER
GRANDE VITTORIA

Un plauso agli studenti della Sapienza che hanno vinto la lotta contro la presenza di Ratzinger all’apertura dell’Anno accademico di un Ateneo dove si studia la scienza, esattamente il contrario di ciò che intende il papa.
Non è intolleranza, è un diritto. Ed è la dimostrazione che nelle lotte, quando si è decisi e compatti, si vince.
Non è bastato il servilismo del Rettore (che gli avrebbe procurato anche tanto prestigio in questo periodo di crisi e concorrenza universitaria), probabilmente affiliato a Comunione e Liberazione, a imporre questa presenza che già occupa giornali e televisione, soprattutto la rete 1.
Il Papa vada a parlare nei suoi ambienti, nelle sue chiese, negli ambienti che gli sono propri.
Perché dobbiamo essere noi i “privilegiati” e non va nelle Università di altri Paesi europei?
Il Papa, portatore di dogmi e di valori reazionari e oscurantisti, col suo gesto di rinuncia passerà per martire, sostenuto da un’ondata di ipocrisia: dal Presidente ai politici, ai mass-media che fa veramente vergognare.
Non abbiamo bisogno di un Paese confessionale come l’Iran o altri così tanto criticati dagli stessi sostenitori di Ratzinger, l’Italia è una Repubblica laica, quindi nessuna “figuraccia” (quella c’è già con la spazzatura della Campania) per il paese come sostiene Mastella, semmai la figuraccia la sta facendo sua moglie… Nessuna “ferita per tutti” come dice Fini, la ferita sarà per quei leccabalaustre che poi nella vita privata fanno i propri comodi: divorziano, fanno figli fuori dal matrimonio, sono a favore delle violenze ecc.  Berlusconi si “limita” a denunciare la “campagna anticlericale in un’Italia umiliata” (proprio lui che l’ha più che umiliata con le provocazioni e la violenza del G8). Magari!!! Sarebbe proprio ora di smascherare tutte le malefatte e le falsità del Vaticano.


18 dicembre 2007 redazione
editoriale

Il marxismo è la teoria che libera
la classe sfruttata

Siamo arrivati alla conclusione di un altro anno in un momento in cui ci dibattiamo tra carovita, caropetrolio, carobollette (che si mangiano la tredicesima), disoccupazione, pessima qualità della vita e di lavoro dovuta anche alle scelte di guerra e armamento. Le masse popolari tirano la cinghia, ma evidentemente c'è ancora un margine per andare avanti. Fino a quando? Non si può dire, ma la stessa borghesia e la Chiesa - che sanno cosa rischiano - prevedono che qualche ribellione può arrivare.
E allora ecco che si reprimono i lavoratori più combattivi sui luoghi di lavoro tacciandoli di terrorismo, con la complicità dei sindacati confederali; ecco aumentare i rigurgiti fascisti nelle scuole e nelle piazze; ecco arrivare la "pastorale" del Papa. In questo mondo capitalistico dove la crisi generale colpisce a tutti i livelli il proletariato e le masse popolari, cosa scrive il Papa? Che "il marxismo e l'ateismo hanno lasciato distruzione".
Certo è veramente duro il rospo da ingoiare anche dopo 90 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre, ne abbiamo parlato il mese scorso. Ma la paura che emerge da queste "pastorali" sul ritorno al socialismo ci fa ben sperare. Sperare che i lavoratori prendano sempre più coscienza della propria capacità e della propria forza e mandino a casa tutti i parlamentari e con loro il padronato e il Vaticano. Purché, disillusi dal governo di centrosinistra, non cadano nella trappola dell'alternanza offerta dal cretinismo parlamentare e votino per la destra, seguano il populismo di vecchi e nuovi "uomini qualunque" o di "uomini della provvidenza" come Veltroni.
Marx non ha dimenticato l'uomo privilegiando l'assetto economico - come sostiene - Ratzinger - ma ha messo al centro della sua analisi l'uomo sfruttato da un'aristocrazia e da una borghesia che negava i principi fondamentali dell'uomo sostituiti dai diritti della proprietà privata. E per dimostrare scientificamente che la sua denuncia non era frutto di un'affermazione di principio moralistica, ma di un'analisi della realtà, Marx si è basato sull'economia classica. Analisi tuttora valida e ancora troppo poco conosciuta dalla maggioranza della forza lavoro. In quanto all'attacco all'ateismo basta rispondere con l'operato della Chiesa nei numerosi processi storici, con le benedizioni dei gagliardetti fascisti e con la continua negazione delle libertà delle donne che non l'ha certo schierata dalla parte dei più deboli. E continua. Con la sua storica ipocrisia del porgi l'altra guancia si schiera sempre dalla parte dei forti, del capitalismo e dell'imperialismo, attaccando il marxismo.
La lotta di classe non si è affatto esaurita. La borghesia odia chi sfrutta perché sa che gli oppressi, se coscienti e organizzati, possono abbatterla ed eliminarla. Ma dall'organizzare la classe operaia e tutti gli sfruttati la "sinistra" alla ricerca di una "cosa rossa" è sempre più lontana. Mette in soffitta la falce e il martello creando - come se ce ne fosse bisogno - ancora più confusione tra i propri militanti in nome di un'unità puramente elettorale. I Ds sciolti nel Pd portano alla Margherita il patrimonio immobiliare, oltre alle sezioni, le Case del popolo che si trasformeranno definitivamente.
L'esperienza non certo esaltante del governo di centrosinistra che ha confermato la svendita del territorio agli Stati Uniti con Dal Molin e la concessione dell'installazione di un pericoloso sistema di radar a Sigonella; che non ha abolito le leggi liberticide del centrodestra, anzi l'ha rincorso in materia di ordine pubblico, apre spazi di agibilità alle forze fasciste (che prendono in mano pure le proteste corporative di taxisti, metronotte, camionisti) e a Berlusconi che, preso da un attacco di Peronismo, gira le piazze incitando le masse dal predellino di una... Mercedes. Ovviamente!
L'apoteosi delle morti bianche, cioè l'incidente alla TyssenKrupp, diventata colosso mondiale dell'acciaio con il commercio di armi ai nazisti, dove hanno perso la vita cinque operai ha fatto scoprire l'esistenza della classe operaia. Fiumi di parole parlate e scritte, finte lacrime dei sindacati confederali che nulla hanno fatto e nulla fanno per porre fine allo sfruttamento.
Ci sono voluti questi morti per sapere che gli operai erano costretti a turni massacranti, a straordinari, che in fabbrica gli idranti erano rotti e molti estintori scarichi. Ma la strage continua. Negli stessi giorni altri lavoratori morivano nelle ferrovie, nei cantieri di Milano, Roma, San Casciano e nel silenzio mediatico e istituzionale perché ormai è la normalità. Sono 1007 al momento in cui scriviamo i morti sul lavoro ai quali si aggiungono coloro che perdono la vita o si ammalano per aver lavorato con l'amianto e i disoccupati che si suicidano. Tutto in virtù del massimo profitto. I capitalisti, non paghi di spremere dagli operai il plusvalore che li arricchisce sempre più, ne dispongono anche della vita.
Non si può morire di lavoro e da lavoro. Le condizioni di sfruttamento pongono il problema della partecipazione, del controllo operaio. Se è giusto scioperare per il rinnovo del contratto, per gli aumenti di salario, è anche giusto verificare le condizioni di sicurezza e denunciarle fino a scioperare quando non vengono rispettate dall'azienda, reagendo e rispondendo compatti senza cedere ai ricatti del padrone che considera gli operai solo carne da macello.

 

 

 


8 dicembre 2007 ricevuto
comunicato

STRAGE ALLA THYSSENKRUPP DI TORINO:
IL COSTO DEL PROFITTO
 

4 operai morti, bruciati vivi, altri 3 in condizioni gravissime con ustioni sul 90% del corpo; altri, più “fortunati” se la sono cavata solo con qualche bruciatura.
Nella fabbrica il padrone, con la complicità dei sindacati confederali, aveva imposto turni di lavoro di 12 ore. Alcuni degli operai uccisi lavoravano con 4 ore di straordinario alle spalle.
Nella fabbrica, in smobilitazione e destinata a chiudere a settembre, si risparmia sulla manutenzione e sulla sicurezza. Spremendo dai 200 operai rimasti la produzione che fino a luglio era fatta da 385, la multinazionale ThyssenKrupp incrementa i propri profitti con turni anche di 16 ore. Questo ennesimo “incidente” ha colpito l’opinione pubblica per le modalità con cui è avvenuta: operai bruciati vivi come se fossimo ancora nell’800.

Questa, invece, è la “modernità” del capitalismo.

Da sempre per il capitale gli investimenti devono servire ad aumentare i profitti e ciò che non rende è capitale “morto”. Muoiano quindi gli operai pur di non spendere qualche euro in più in prevenzione e sicurezza.
Ora tutti piangono lacrime di coccodrillo. I padroni, definendo questa ennesima strage un “fatale incidente”; i politici borghesi parlando di “piaga inaccettabile” ma dimenticando di dire che nel 2006, mettendo nell’indulto l’omicidio colposo per cause di lavoro, hanno garantito l’impunità ai padroni e ai loro dirigenti; i sindacati confederali che accettano come legittimo il profitto e a questo subordinano ogni piattaforma sindacale e ogni legge sul lavoro, siglando in ogni accordo il peggioramento delle condizioni di lavoro.

Come sempre succede in questi casi, finito il clamore e la protesta operaia,  i padroni se la caveranno con un risarcimento pagato dalle assicurazioni.
I dirigenti della Thyssenkrupp, recidivi e già condannati 4 anni fa per incendio colposo, allora se la cavarono con due patteggiamenti.
Portare a casa un salario nella guerra quotidiana fra capitale e lavoro è sempre più rischioso.
Nel 2006, sono stati 1.302 i lavoratori morti per arricchire i loro padroni, 28 in più del 2005 e nel 2007 si prevede un nuovo “record”. Anche le malattie professionali non tabellate sono in aumento, dal  71% del 2002 all’83% del 2006.
Dietro ai morti sul lavoro c’è la brutalità e la violenza del sistema capitalista. Protetti dalle leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione, in nome del libero mercato e del profitto, i capitalisti hanno impunità e licenza di uccidere.
Negli ultimi anni la condizione operaia è peggiorata costantemente.

L’aumento dello sfruttamento e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro sono la causa principale dell’aumento degli infortuni e dei morti sul lavoro.

Con il ricatto del posto di lavoro e la riduzione dei salari reali, subordinati alla produttività, i padroni ci costringono a lavorare sempre di più e sempre peggio.

ECCO COSA SONO GLI OPERAI NEL SISTEMA CAPITALISTA: CARNE DA MACELLO…

Solo in una società socialista dove si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, eliminando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è possibile mettere i lavoratori e la vita umana al primo posto creando le condizioni per mettere al bando i morti sul lavoro e di lavoro.
SOLIDARIETÀ PROLETARIA AI LAVORATORI MORTI E FERITI E AI LORO FAMILIARI
RICORDIAMO I NOSTRI COMPAGNI ASSASSINATI DAL CAPITALISMO ORGANIZZANDO ASSEMBLEE, FERMATE DI PROTESTA NELLE FABBRICHE E NEI LUOGHI DI LAVORO
COSTRUIAMO UN COORDINAMENTO NAZIONALE DEGLI OPERAI, DEI PROLETARI E DEI LAVORATORI COMUNISTI PER COMINCIARE AD ORGANIZZARE UNITARIAMENTE LA LOTTA CONTRO LO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA E PER IL SOCIALISMO

Coordinamento Lavoratori Comunisti
lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


7 novembre 2007 redazione
editoriale

90° DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

IL MOTORE DELLA STORIA

 

Ogni anniversario della Rivoluzione d’Ottobre è occasione di menzogne e bugie revisioniste e opportuniste per denigrarla. Per questo importante 90° Anniversario e con il centrosinistra al potere le trasmissioni radiotelevisive si sono scatenate. Calunnie e mistificazioni denunciate anche in Senato, da Fosco Giannini, in un clima reazionario di insulti. La borghesia proprio non manda giù questa sconfitta storica che ha messo a nudo la sua debolezza nel rappresentare come unica e universale la sua “civiltà”.

I tentativi di soffocamento della rivoluzione bolscevica sono innumerevoli: dall’impiego delle armate di tutte principali potenze imperialiste, che allora si chiamava Intesa, e successivamente con le armate naziste nella seconda guerra mondiale, ma tutti i piani si sono infranti contro il muro della rivoluzione proletaria e della sua Armata Rossa.
Nel 1917, sulla strada aperta dalla Comune di Parigi 46 anni prima, per la prima volta il Proletariato ha preso il potere, ha instaurato un nuovo Stato basato sui Soviet. Il proletariato ha esercitato il suo potere prendendo in mano i principali mezzi di produzione sottraendoli alla proprietà privata, distribuito la terra ai contadini, nazionalizzato le banche, proposto un decreto sulla pace ed una serie di diritti civili che hanno emancipato la donna. Ciò creava quella forza che ha permesso al Partito Comunista di dirigere milioni di uomini e donne – sopportando i più grandi sacrifici - nella resistenza agli attacchi feroci della borghesia e delle sue armate.
“Prima il proletariato rivoluzionario abbatta la borghesia, spezzi il giogo del capitale, frantumi l’apparato statale borghese, e allora il proletariato, ottenuta la vittoria, potrà rapidamente attrarre dalla sua parte le simpatie e l’appoggio della maggioranza delle masse lavoratrici non proletarie soddisfacendone i bisogni a spese degli sfruttatori” sono le parole chiare e lungimiranti di Lenin in polemica con chi voleva ottenere i cambiamenti e la conquista della maggioranza della popolazione tramite il voto parlamentare. E questo è stato fatto dal partito bolscevico!
Capitalisti, borghesi, clero e revisionisti sono oggi impegnati a dimostrare che “l’orrore comunista” è stato un errore della storia che non si potrà ripetere, soprattutto dopo il crollo dell’URSS, ribadendo come unico modello di vita quello basato sul mercato, sul merito e la competizione, sulla supremazia della proprietà privata unica ed inviolabile sorgente di vita civile.
Già Lenin diceva: “il capitalismo non sarebbe capitalismo se, da una parte, non condannasse le masse a uno stato di abbrutimento, di oppressione, di intimidazione, di divisione e di ignoranza e se dall’altra, non mettesse nelle mani della borghesia l’apparato gigantesco della menzogna e dell’inganno, della mistificazione in massa degli operai e dei contadini, del loro istupidimento ecc.”.
Ciononostante milioni di comunisti e di proletari in tutto il mondo sono orgogliosi di fare parte di quel grande Partito Internazionale che novanta anni fa ha iniziato una nuova epoca, quella delle rivoluzioni proletarie, dell’abbattimento del capitalismo e dell’imperialismo, l’epoca della realizzazione della dittatura del proletariato sulla borghesia quale forma più alta di democrazia.
L’attacco scomposto e isterico contro la Rivoluzione d’Ottobre e i comunisti viene portato avanti dalla borghesia, memore della storia, nella coscienza che il pericolo incombe. L’Europa di Maastricht studia come mettere fuori legge i simboli della lotta di classe, del riscatto degli sfruttati equiparandoli a quelli del nazismo, il capogruppo Udc alla Camera, Luca Volontè, propone l’introduzione del reato di apologia del comunismo. Gli fa eco Veltroni con il parallelo tra comunismo e nazismo riferendosi a Pol Pot, il capo dei Khmer rossi cambogiani sul cui sterminio non ci sono certezze.
Non va meglio nell’ex Urss dove sono stati aboliti i festeggiamenti del 7 novembre sostituito da due anni con la Festa dell’unità nazionale che, proprio il 4 novembre, ha visto scendere in piazza l’estrema destra russa. Né in Cecoslovacchia ed in Ungheria dove i comunisti sono perseguiti e processati.
Lo sviluppo imperialista porta con sé sempre maggiori divisioni e contraddizioni tra capitalisti in competizione tra loro; porta a guerre locali come preparazione di scontri sempre più ampi e devastanti, che inevitabilmente porteranno ad un indebolimento dell’intera classe borghese mentre, dall’altra parte, la classe operaia continua a crescere sia numericamente che intellettualmente, i popoli dei paesi più poveri non accettano più l’oppressione e lo sfruttamento secolare dei paesi ricchi. La rivoluzione ed il socialismo rappresentano sempre più l’unica via di sviluppo dell’umanità.
La contraddizione tra capitale e lavoro, infatti, diventa sempre più acuta, insanabile e inconciliabile. Le teorie riformiste si infrangono contro la realtà di tutti i giorni e ciò conferma che il capitalismo non è riformabile ma che deve essere abbattuto.
Nel nostro paese la necessità della borghesia di esercitare meglio il potere e imporre alle masse popolari il peso della crisi pone alle forze politiche istituzionali il problema della governabilità, attraverso decisionismo e repressione, Da qui tutti i movimenti per il Partito Democratico, e per la “Cosa rossa” - prossima sinistra europea - da un lato ed il partito delle libertà dall’altra. Una cosa è certa: la classe operaia ed il proletariato non hanno la loro rappresentanza politica e neanche quella sindacale.
La necessità del partito comunista è sempre più pressante, ma questo deve essere il Partito della classe operaia, non dei cittadini, né dei movimenti, anzi deve essere una parte di essa, quella più combattiva e cosciente che si organizza in partito politico.
Questo deve diventare il nostro impegno per attualizzare la Rivoluzione d’Ottobre perché solo il reparto cosciente e organizzato della classe operaia è in grado di superare la frammentazione e il gruppettarismo spesso settario e fine a se stesso che ha pervaso i comunisti in questi ultimi anni, permettendo all’avversario di classe in tutte le sue sfumature di lavorare indisturbato nella disgregazione dei ranghi proletari.
Riprendere la via tracciata dalla Rivoluzione d’Ottobre – grazie alla quale è stato sconfitto il nazi-fascismo, ha portato alla vittoria la Resistenza partigiana in Italia, enormi masse si sono liberate dal colonialismo e dalle dittature - è possibile, anzi necessario, per superare le difficoltà e le esitazioni e per passare da piccoli gruppi isolati e divisi ad un unico autentico e autorevole Partito Comunista nella stessa convinzione che abbiamo oggi - come aveva Lenin al primo Anniversario della vittoria della Rivoluzione -: “… qualsiasi cosa accada, quali che siano le calamità che gli imperialisti possono ancora provocare, essi non si salveranno. L’imperialismo perirà e la rivoluzione socialista internazionale vincerà malgrado tutto! “

  

 


30 ottobre 2007 redazione
manifestazione

sabato 10 novembre

a partire dalle h. 16.30, presso il Villaggio Globale di Roma si svolge la manifestazione per il 90° anniversario della Rivoluzione Socialista d’Ottobre.
Per quanto riguarda lo svolgimento dei lavori
L’assemblea inizierà non più tardi delle 17. Vi sarà una presidenza composta dai promotori che aprirà l’assemblea e leggerà una relazione introduttiva comune. Seguiranno gli eventuali interventi delle singole forze promotrici ed aderenti, che avranno la precedenza su quelli dei non-aderenti presenti in sala (salvo il caso di compagni che devono ripartire). Gli interventi dovranno essere contenuti entro i 10-12 minuti (max. 4 cartelle scritte con Times New Roman 12), per dar modo a tutti di parlare. Relazioni più ampie potranno essere illustrate o sintetizzate nello stesso tempo e successivamente consegnate alla presidenza per la pubblicazione di un fascicolo interamente dedicato al 90° anniversario che conterrà relazioni, interventi, comunicati, messaggi, ecc. e sarà inviato in forma elettronica agli interessati.
Fra un intervento e l’altro sarà data lettura di comunicazioni e/o messaggi di partiti ed organizzazioni esteri.
Chiunque abbia intenzione di intervenire è bene che si prenoti fin da subito facendolo presente a questo indirizzo e-mail.
Al termine dell’assemblea (h. 20.30-21) si potrà cenare a prezzi popolari in una sala vicina. Verso la fine della cena inizierà, nello stesso locale, lo spettacolo teatrale, ed a seguire canzoni di lotta.
indicazioni
Il Villaggio Globale è così raggiungibile: dalla stazione Termini prendere il bus 170 (parte ogni 12’) e scendere alla fermata di Largo Giovan Battista Marzi. Proseguire a piedi in direzione di Ponte Testaccio (60 mt.) e quindi  sempre diritti sul Lungotevere Testaccio, fiancheggiando l’ex mattatoio, per altri 100 mt. circa, fino all’ingresso del Villaggio Globale (la strada è riconoscibile per la presenza di un campo nomadi).
In alternativa: prendere dalla stazione Termini la metro B, direzione Laurentina, scendere alla fermata “Piramide”, raggiungere a piedi Via della Piramide Cestia e prendere l’autobus 719 per 5 fermate, fino alla fermata di Largo G.B. Marzi. Da lì come sopra.
Per chi viene in auto: si può parcheggiare in Via di Monte Testaccio, alle spalle del Villaggio Globale.
Tutte le realtà aderenti avranno la possibilità di esporre libri, giornali, documentazione ecc.
A tutti i partecipanti è chiesta una libera sottoscrizione che serve a coprire le spese di propaganda e di organizzazione dell’iniziativa. I compagni che necessitano di un posto letto per la notte del 10 devono avvisare il più presto possibile a novantesimoanniversario@yahoo.it.


2 ottobre 2007 redazione
editoriale

CLASSE CONTRO CLASSE
Francesco Rutelli è invitato a Monza per una premiazione e vi si reca con un volo di Stato (per la Formula Uno questo ed altro!). Mastella ne approfitta e si porta al seguito figlio e amici. E per par condicio sale sull’aereo anche Renzo Lusetti (anche lui ha iniziato la sua carriera politica nella Dc) con relativo figlio. Perché? Il bambino aveva la febbre e lui dice: “qualsiasi padre farebbe di tutto per il figlio malato”. Sì però non c’è un padre lavoratore che possa chiedere un passaggio sull’aereo di Stato perché il figlio non sta bene.
E, tra mogli, figli, amici e portaborse l’aereo si è riempito, forse volevano ammortizzare il costo del viaggetto: solo 20mila euro, spesi dopo mesi e mesi di bla bla sui costi della politica. Troppi privilegi, troppa arroganza, troppa furbizia. Intanto le famiglie sono sempre più in crisi. Si parla dei mutui a rischio nella “libera” America, ma in Italia è calcolato che 3,5 milioni hanno difficoltà a pagare mutui e affitti (che assorbono il 30% del reddito). Con il petrolio alle stelle (anche se lo paghiamo con un euro forte) e il continuo aumento delle bollette – che precede quelli di pasta, pane, carne ecc. - sarà un inverno gelido, una vera e propria stangata che non potrà certo essere arginata dal “bonus”, l’elemosina della Finanziaria.
Scandaloso il volo a Monza? Se Montezemolo invita dovrebbe pure pagare ma lui – come tutti gli industriali - è abituato solo a chiedere e non contento di ciò che già gli viene concesso sul fronte delle tasse, risparmia pure il viaggio dei politici. Ma lo scandalo vero è che per “rientrare nei parametri” imposti da Maastricht e per pagare il debito pubblico accumulato dai tempi di dominio della Dc, il governo non bada alle spese istituzionali, ma insiste sul taglio delle già minime pensioni. Presenta un piano welfare da fame, attacca i metalmeccanici che si ribellano, è arrogante di fronte alla protesta degli operai Fiat, presenta una Finanziaria che assicura alla Nato il 2% del Pil, cioè l’1% in più; stanzia 500 milioni di euro in più per la “sicurezza”; incrementa di 7-8.000 unità le varie Forze dell’ordine. Che, oltre ad essere utilizzate per addestrare le polizie delle neocolonie sulla base delle tecniche utilizzate a Genova nel 2001, garantiranno che alcun lavavetri o Rom sfugga dalle grinfie di Amato e dei sindaci di centrosinistra.
Il ministro della Difesa, Parisi “per non fare trovare in gravi difficoltà le missioni all’estero” porta i costi della nostra “proiezione bellica” da 18 a 36 miliardi.
Che la gente sia stufa dello strapotere anche di quello del centrosinistra - che ha deluso tutti coloro che più o meno per ordine di partito lo hanno votato - è emerso dalle piazze riempite da Grillo. Che da comico era già diventato un po’ “santone” e ora, con il suo Vday è entrato in modo dirompente, oltre che nelle piazze – facilitato dalla sua popolarità -, nei mass-media ed ha mandato in fibrillazione il mondo politico - che non si era ancora ripreso dalla bocciatura di Fiom dell’accordo di luglio.
Tutti hanno cercato di demonizzarlo. Il Vaticano, che ha sempre taciuto col governo Berlusconi e ormai si pronuncia su tutto, ha cavalcato la tigre e per bocca del presidente Cei, Bagnasco osserva che l’Italia è spaesata e in crisi morale e che il clima di materialismo tende a sfilacciare le persone.
Fassino urla pateticamente che “dobbiamo restituire al paese la buona politica”, mentre consegna il suo partito ai democristiani. In controtendenza persino con la Svizzera dove i comunisti recuperano, grazie ai giovani, il nome originario del partito comunista dichiarato fuorilegge nel 1940 e risorto nel dopoguerra come Partito del lavoro.
Solo che tutti quelli che sono stati travolti dal ciclone possono dormire sonni sereni perché la proposta di Grillo è debole, non è certo rivoluzionaria (Mauro Mazza può stare tranquillo). Tra demagogia e populismo, con il rischio del qualunquismo dietro l’angolo, da Grillo emerge però un elemento reale: la partecipazione attiva. Proprio quello che è mancato negli ultimi anni, grazie alla linea verticistica adottata da tutti i partiti che utilizzano iscritti e lavoratori solo quando la mobilitazione è funzionale alla politica dei leader.
Non si tratta, quindi, di fare antipolitica, ma di antipartitismo sì, in un’Italia dove - in nome del bipolarismo tanto sbandierato - continuano a nascere partiti (siamo a quota 46 se non sbagliamo). E anche quelli che si uniscono lo fanno sul piano federativo per poter mantenere ciascuno le proprie poltrone.
La democrazia non si misura con il numero dei partiti che sono strumento di tornaconto di alcuni individui (ora va di moda il termine casta) a discapito delle grandi masse lavoratrici.
È vero che tutti i politici sarebbero da mandare a casa come suggerisce Grillo, ma ci vuole un’alternativa. Un’organizzazione che prenda in mano la situazione. Quando si distrugge bisogna pensare a ricostruire e non è facile.
È quello che noi proponiamo da sempre: costruire il nuovo partito comunista degno di questo nome da troppo tempo e da troppi mestatori usurpato e infangato. Il partito della classe operaia che, con la sua lotta contro la proprietà privata dei mezzi di produzione e contro la borghesia, difenda gli interessi di tutte le masse lavoratrici e popolari.
Mandare a casa i politici non ci preoccupa né ci scandalizza convinti come siamo che questo Stato borghese sia da abbattere e sostituire con uno Stato proletario e rivoluzionario che imponga la propria democrazia basata sull’egemonia del proletariato. Capace di mandare a casa non solo i “servi”, ma di eliminare i loro padroni e mandanti: i capitalisti, il potere finanziario, il clero.


30 agosto 2007 redazione
vergogna

Che vergogna!!!
STIPENDI D’ORO E VOGLIONO FARCI CREDERE CHE L’AUMENTO DELLE PENSIONI (circa 1 euro al giorno) È UN SUCCESSO!

Mentre si prospetta un autunno di rincari: dal pane alla pasta, alla carne e continua lo stillicidio della disoccupazione, il governo sbandiera l’aumento delle pensioni per
3,4 milioni di pensionati. Il provvedimento riguarda chi ha più di 64 anni ed è titolare di un reddito inferiore o pari a 8.500 € l’anno (circa 654€ mensili, pari ad una volta e mezzo la pensione sociale di 436€). L’aumento sarà liquidato nel prossimo novembre in un’unica soluzione, per forza, visto che oscillerà fra i 262€ (20,15 € al mese) e i 392 € (27,85 € al mese). L’anno prossimo crescerà fino ad un minimo di 336 € (25,84 € al mese) e un massimo di 504 € (38,77 € al mese).
Dal 1° gennaio 2008 aumento da 559 € a 580€ (21€ al mese) per coloro che hanno almeno 70 anni e ricevono una pensione o un assegno sociale o trattamenti assistenziali per invalidi civili, ciechi e sordomuti.
Bravi, si sono sforzati davvero”!
Ma al singolo pensionato quanto viene al mese? Neppure un euro. Parlamentari e politici di governo - che non pensano minimamente a diminuire le spese statali e gli sprechi - hanno dichiarato che finalmente si è pensato ai più deboli. E allora pensiamo che per un pasto consumato alla “mensa” del Parlamento dove gli eletti pagano solo 9 € (rispetto al suo valore di 60 €), lo Stato copre i rimanenti 51 €, quasi il doppio dell’aumento mensile delle pensioni minime.
E sono sempre loro ad acquistare lussuosi appartamenti a prezzi di favore mentre i comuni mortali sono costretti ad anni di sacrifici per pagare mutui sempre più cari.
E c’è chi, tra i parlamentari che, abituati come sono (dovrebbero spiegarci come si fa a campare con quelle cifre) dichiara che nell’ipotesi in cui in sede di approvazione in Parlamento dell’accordo raggiunto a luglio, fossero richiesti e concessi ulteriori aumenti, “voterebbe contro”, aggiungendo: “Chi fa queste richieste punta a proteggere gli interessi di alcune categorie senza farsi carico dell’insieme” e tacciono sui vantaggi agli industriali e alla Chiesa (che ha il coraggio di ribellarsi!). Ma questi 3,4 milioni di cittadini non fanno parte dell’insieme?
Poi alla vergogna, si aggiunge vergogna.
I governanti ci illudono sulla ripresa economica e lo sviluppo, in realtà viviamo una crisi profonda, per giustificare i loro continui aumenti. A fronte di 1 euro al giorno per i pensionati ai consiglieri regionali vanno – per effetto di una legge nazionale – 320 euro in più, al mese! E tutti i discorsi di qualche mese sui costi della politica? Non c’è bisogno di scervellarsi molto per capire perché c’è la corsa alla politica istituzionale, infatti già molti (a partire dalla Lega) hanno giustificato l’aumento se si fa il proprio lavoro, e perché la “sinistra” va sempre più a destra!


29 luglio 2007 redazione
solidarietà

GRAVE PROVOCAZIONE CONTRO UN DELEGATO R.S.U.
LICENZIATO IL COMPAGNO FRANCO

Nel mese di luglio, con un banale pretesto, l’azienda SACECCAV SpA di Desio ha licenziato in tronco Franco Zanon.
Il compagno Franco, delegato sindacale FIOM, da anni impegnato in prima fila nel movimento operaio nel difendere gli interessi e i diritti dei suoi compagni di lavoro, ha pagato con il licenziamento l’opposizione ai piani di ristrutturazione che l’azienda da tempo ha messo in atto.
Franco da tempo era nel mirino della direzione per la sua attività sindacale. L’azienda, prendendo a pretesto il fatto che, mentre era fuori sede per servizio, si era fermato alcuni minuti ad un CAF per consegnare il 730 senza aver avvisato preventivamente, gli ha inviato una lettera di contestazione e, subito dopo, quella di licenziamento in tronco.
In questi ultimi anni, con il sistema della “cessione di ramo d’azienda” la Saceccav è stata spezzettata in più società a discapito della “funzionalità” e di una “efficiente organizzazione aziendale”.
Tutto ciò ha portato ad una perdita di diritti sindacali per alcuni gruppi di dipendenti e a forti preoccupazioni nei lavoratori per il loro futuro. A questo si aggiunge il fatto che uno dei delegati RSU, ex collega di Franco (licenziato), è stato promosso al rango di amministratore delegato di una delle società nate dallo scorporo.
Come si vede, anche in questo caso, il padrone usa sempre due pesi e due misure: da un lato repressione e licenziamenti alla prima occasione per i delegati combattivi che, difendendo gli interessi e i diritti dei lavoratori, ostacolano la “pacifica accumulazione dei profitti”; dall’altro premi e promozioni per i fedeli “cani da guardia” che agevolano e difendono gli interessi padronali.
Davanti a questo grave attacco ad un delegato RSU, ai diritti sindacali e dei lavoratori, FIM-CISL e FIOM-CGIL hanno fatto un comunicato di denuncia dell’operato aziendale, ma l’ufficio legale della CGIL, dopo aver aperto la procedura di conciliazione, necessaria e preliminare ad ogni causa di lavoro, sembra orientato a rinunciare a fare causa ex art. 28 (comportamento antisindacale), limitandosi ad avviare la procedura ordinaria e l’art. 700 (procedura d’urgenza) per il prossimo mese di settembre.
Il Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” esprime la sua più viva solidarietà di classe e si schiera accanto al compagno Franco colpito dalla repressione padronale.
Nessuna azione repressiva deve passare sotto silenzio, l’attacco padronale a chi è in prima fila nella lotta è sempre il primo passo dei padroni per eliminare i possibili organizzatori dell’opposizione anticapitalista nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro.

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli

Sesto S.Giovanni


23 luglio 2007 redazione
editoriale

SQUARCI SUL LUGLIO 2001
MA NON CI BASTANO, LA LOTTA CONTINUA

Sono passati 6 anni da quel luglio 2001 e in quella vicenda si apre uno squarcio. Su quel disegno repressivo noi non abbiamo mai avuto dubbi. C’eravamo a Genova e abbiamo vissuto quel che è successo, poi c’era il governo Berlusconi, il ministro Fini nella sala operativa e anche il capo di Polizia De Gennaro. Che, una volta emerso il suo coinvolgimento nel blitz alla Diaz è passato al nuovo incarico come capo di gabinetto del ministero dell’Interno, praticamente promosso dal governo Prodi e sostituito con Antonio Manganelli, gradito al Prc perché non era a Genova (però lui era assente perché in ferie!).
E proprio dalla sala operativa oggi sono venute alla luce delle telefonate tra le forze “dell’ordine” – che a Genova hanno procurato solo disordine e morti – che non ci indignano perché sappiamo da che parte sta la polizia, ma ci confermano la presenza di attivisti fascisti al suo interno.
Il vicequestore, Michelangelo Fournier, si pente dopo ben sei anni e in aula confessa di aver taciuto per vergogna e spirito di appartenenza. Testimonianza tardiva, ma che conferma, anche con particolari significativi come quello del poliziotto che ha mimato un atto sessuale su una ragazza che perdeva materia cerebrale, ciò che il movimento contro la guerra ha da subito sostenuto. Il blitz, come le cariche in piazza e l’uccisione di Carlo Giuliani sono stati una prova di forza del governo Berlusconi ben sostenuto dalla sua coalizione, a partire dal fascista Fini. Fournier definisce quella carneficina fascista una “macelleria messicana”, espressione che rievoca le parole usate da Ferruccio Parri, primo presidente del Consiglio e capo di un governo di unità nazionale per descrivere l’esposizione in piazzale Loreto di Mussolini & soci il 25 Aprile 1945. Non è la stessa cosa. L’esposizione di Mussolini è del tutto condivisibile, quello di Genova è stato un deliberato atto di forza su civili inermi.
In questo anniversario il Coisp, Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia (indipendente da chi e da che cosa?) voleva sfilare a Genova dove ha organizzato un dibattito dal titolo “L’estintore come strumento di pace” – sicuramente di difesa, vista la situazione del 2001 -. All’iniziativa partecipa l’ex carabiniere, ricompensato da Berlusconi con l’unico premio che conosce, quello dei soldi, Mario Placanica, ovvero l’assassino di Carlo. Quindi altra dimostrazione – se ce n’era bisogno – che nelle forze di polizia si annidano facinorosi fascisti. Che, insieme con quelli che siedono in Parlamento e con quelli delle formazioni di manovalanza (braccio armato della reazione), ci fanno ben capire quanto bisogno ci sia di mantenere vivo l’antifascismo militante.
Sono mesi, ormai, che le squadracce nazifasciste rialzano la testa colpendo giovani dei centri sociali, sedi – persino quelle del Prc -, sfregiano lapidi dei partigiani, si lanciano al grido di duce, duce contro il pubblico di un concerto, quello di Villa Ada del 29 giugno.
A Firenze, dove i fascisti si presentano difensori della sicurezza, pochi giorni dopo un’assemblea fallita per la mobilitazione di “Firenze antifascista”, sapientemente strumentalizzata dalla stampa locale, si sono scatenati con minacciose scritte sui muri contro il sindaco e l’assessore alla sicurezza pubblica, siglate da svastiche. Immediate le reazioni di solidarietà e condanna da parte dei politici, gli stessi che hanno solidarizzato qualche giorno prima con l’ex picchiatore del Msi, Totaro ora senatore contestato dagli antifascisti, processato e assolto per aver definito il gappista fiorentino, Medaglia d’Oro al valor militare Bruno Fanciullacci un vigliacco assassino. Insulto che non ha indignato nessun politico istituzionale.
La “condanna” che emerge in alcuni casi di fronte alle violenze fasciste è pura ipocrisia. È una reazione superficiale e priva di contenuti – come lo sono le celebrazioni retoriche degli anniversari (a pochi giorni dal 27° anniversario della strage di Bologna si mette in discussione la colpevolezza degli unici due fascisti condannati…) – e della volontà di scoprire le verità. È sempre più evidente che chi arriva alla politica istituzionale lo fa per garantirsi un sistemazione a vita e non certo per fare l’interesse della comunità.
Se questi gravi fatti di violenze fasciste si sommano con ciò che è emerso sulla Diaz, con le intercettazioni e gli intrighi delle logge segrete e degli affari che ipotizzano una nuova P2 (puntualmente smentita dal ministro della Difesa Parisi!), i dossier del Sismi, con i misteri sull’attentato a Borsellino, con l’attivismo della mafia, con il programma di costituzione di una brigata di “Soldati del futuro” muniti di equipaggiamento ipertecnologico, armi supersofisticate, collegamenti computerizzati annunciato dalla Stato maggiore dell’esercito, e con il servilismo del Governo verso l’imperialismo Usa al quale si concede potenziamento e nuove Basi militari come Dal Molin, c’è di che preoccuparsi. Siamo in un clima di fascismo strisciante e il pericolo di un piano eversivo incombe sempre. Oggi, come in tutte le trame che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra si fa riferimento ai servizi deviati, ma di quale deviazione si parla? I servizi fanno il loro mestiere secondo i potenti cui sono legati, ogni tanto qualche magistrato apre inchieste che poi… si chiudono e tutto torna a tacere.
Perché sono possibili tutti questi fatti? E qui la risposta è facile. Quando si rinuncia all’ideologia comunista e ai valori antifascisti per costruire a tavolino partiti “che vadano bene per tutti”: dalla Confindustria al Vaticano, si lascia libero campo al nemico. E i nemici del proletariato si annidano ovunque e sono pronti ad intervenire per frenare le mobilitazioni del movimento comunista, operaio e popolare e colpire il conflitto di classe che inevitabilmente si svilupperà.
Ci può stupire se in questo governo di isterici del centrosinistra c’è una Bonino che ricatta il governo in funzione anticomunista quando un Fassino va a piangere le vittime dei “gulag” a san Pietroburgo? Con il suo discorso di frasi secche e taglienti sul fallimento del comunismo, sui suoi crimini, sulle colpe dei dirigenti del Pci, sull’”ingenua speranza di una società nuova”. Fassino paga il prezzo del centrosinistra al governo e della liquidazione totale di un’esperienza di sinistra a favore della nascita di un non ben definito partito democratico che raccoglierà i rimasugli della vecchia Dc.
Ed è sugli ex Pci, ormai sparsi sotto diverse sigle, senza più punti di riferimento, ma tutti subalterni ai processi liberisti, che ricade la maggiore responsabilità della riabilitazione del fascismo e della creazione della sua legittimazione. Che, ultima notizia, ha portato un dirigente dell’MSI-fiamma tricolore che definisce il termine fascista a lui molto caro, che suona in un complesso musicale un repertorio di brani che celebrano i gerarchi nazisti, capogruppo della lista del sindaco leghista Tosi, Andrea Miglioranzi, rappresentante del consiglio comunale di Verona nell’Istituto veronese per la Storia della Resistenza.
A noi rimane l’esigenza di mantenere viva la presenza organizzata dei comunisti basata sulla lotta di classe e continuiamo nel nostro impegno verso la costituzione del partito comunista. La divisione tra le classi, lo sfruttamento della borghesia capitalista, l’imperialismo e le sue guerre sono una realtà. E a pagare è il proletariato mondiale che non resterà passivo, al di là di tutto ciò che sostengono i revisionisti e i vari “buonisti”.

 


5 giugno 2007 redazione
editoriale nu 4/2007
NO ALL'IMPERIALISMO, AL CAPITALISMO, ALL’OSCURANTSIMO
Chiesa e destra scoprono l’esistenza della “gente” e delle famiglie e si inventano il “family day”. E in diretta tv sono state trasmesse immagini idilliache di mamme e bambini, tanti figli, spaventati dai Dico, liberali e cattolici che però chiedono aiuto allo Stato. Fa notizia che la Caritas consegna pacchi ai poveri. La gente e le famiglie, arrancano da anni per arrivare a fine mese perché i salari sono da sempre miseri. Ricordiamo bene quando, all’epoca della Dc, erano gli stessi candidati a portare personalmente i viveri nelle zone più povere delle città alla vigilia delle elezioni! Un sistema di acquisto voti che non è cambiato se si pensa che a Palermo, sotto elezioni, l’assessore al personale ha fatto assumere all’azienda dei trasporti 110 conducenti… privi di patente. Impareranno ha risposto, “è solo questione di pochi mesi”. Giusto il tempo di incassare il voto!
Fiumi di parole sulla famiglia. Il governo organizza la Conferenza nazionale sulla famiglia dove la Bindi affossa i Dico e propone un tavolo permanente e Prodi analizza che la precarietà distrugge i giovani e promette che il Tesoretto andrà alle famiglie. Nel frattempo, dopo quello delle elezioni in Francia – prima per il candidato donna, poi con la vittoria di Sarkozy (elogiato da Veltroni) -, nasce un altro tormentone: la crisi e i costi della politica. D’Alema lancia i
l sasso sulla credibilità della politica. Perspicace! Però non riconosce che la colpa è sua e di tutti coloro che hanno affossato gli ideali comunisti.
Se nel governo Berlusconi era chiaro che c’era un padrone con un entourage sottomesso e ossequiente, nel governo Prodi c’è un’accozzaglia di vice e ministri e sottosegretari che, senza una linea comune, sparano a ruota libera ciò che gli viene in mente giorno per giorno. Ancora una volta il centrosinistra, succube del Vaticano, dimostra di non saper governare neppure sul piano riformista. Privo di una strategia non è in grado di affrontare né la questione morale né i problemi veri della società e dare delle risposte e neppure di governare l’emergenza.
La Turco militarizza il territorio mandando la polizia nelle scuole per arginare l’uso di droga, reprimere invece di educare e colpire i mercanti; Amato, strumentalizzando il malcontento operaio, lancia l’allarme sul terrorismo non ancora estirpato e sull’ostilità verso la polizia e punta sulla repressione; il Presidente Napoletano fa il mea culpa nell’anniversario della morte di Calabresi; Parisi manda Predator e più mezzi al contingente italiano in Afghanistan (che però rimangono bloccati a Kabul e perfino a Herat). C’è qualcosa di sinistra in questo? C’è qualcosa di sinistra nel futuro Pd dove tutti stanno correndo verso la direzione?
Le elezioni amministrative sono state un banco di prova, non tanto per le città perse dove la presenza di industriali, artigiani, commercianti del ricco nord Italia, ben oleati dalla relazione di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria, rappresentano la base elettorale del centrodestra, quanto per l’aumento dell’astensionismo evidentemente di protesta.
Non si può pensare di conquistare i lavoratori a livello elettoralistico – sebbene siano ancora tanti quelli che votano turandosi il naso come a Genova, per esempio -, con un governo antipopolare e ondivago. Gli avvisi ci sono stati anche quando Giordano e Ferrero sono andati a volantinare davanti alla Fiat. L’accoglienza non è stata calorosa, anzi molti operai hanno ribadito “credevo che con la sinistra al governo sarebbe cambiato qualcosa, ma non è vero” o “fate qualcosa di sinistra, ridate una dignità agli stipendi e alle pensioni. Ma hanno anche denunciato che “ci stiamo riducendo alla schiavitù”. “I lavoratori chiedono un segno importante a loro favore”, dice Ferrero, che ringrazia per aver “fatto sentire la loro voce”, cioè per aver scioperato, tanto a rimetterci sono loro! Ma come la mette con la partecipazione e la cogestione dei “comunisti” al governo?
Ma c’è voluto questo scossone elettorale per far sì che i partiti di sinistra – che puntano tutto e solo sulle elezioni – si rianimassero. Ma come lo fanno? Prc e PdCi chiedono una svolta su pensioni e salari, di risarcire gli operai. Se dopo una campagna elettorale basata su un programma di 400 pagine, dopo un anno di governo e dopo la debacle dell’astensionismo l’obiettivo di PRC (considerata sinistra radicale!) è risarcire gli operai siamo veramente ridotti male e non si capisce proprio dove sia la differenza tra governi di cd e cs.
La differenza non si riscontra neppure a livello internazionale. Il 9 giugno il governo riceve il capo dell’imperialismo Bush, reduce dal G8, il cui arrivo è già stato preceduto da una richiesta di guerra. E le forze che sostengono il governo dividono la piazza in due manifestazioni, una della “sinistra radicale”, che dovrebbe arginare la protesta contro il governo Prodi e le sue scelte di guerra con truppe specializzate in 24 Paesi, con l’aumento del 13% delle spese militari; con l’appartenenza alla Nato, con il mantenimento delle costose basi militari e la concessione al raddoppio della base Usa di Vicenza, con l’accelerazione della ricerca militare con Finmeccanica dopo la firma dell’accordo segreto sullo “scudo spaziale”; con l’appoggio della fusione delle banche per meglio finanziare i futuri interventi negli scenari di guerra a rimorchio dell’imperialismo Usa, con lo sfruttamento industriale della manodopera nei paesi a bassissimi salari. E l’altra che combatte contro l’imperialismo statunitense ed europeo e, al tempo stesso, la politica dell’attuale governo.
Forti manifestazioni sono previste ad Heiligendamm, sulla costa nord orientale della Germania, contro il vertice. E in previsione la Germania ha ristabilito una pratica usata dal Reich guglielmino - occasione ghiotta per dire che era usata anche dalla Germania dell’Est -. Il ministero dell’Interno ha deciso di usare i cani da fiuto per raccogliere e schedare l’odore degli attivisti. Nelle ultime settimane la polizia si è presentata di buon mattino a casa dei militanti più conosciuti e li hanno obbligati a tenere in mano barrette di metallo avvolte poi in panni e sigillate in barattoli di vetro con su scritto il nome. Anche questa è l’Europa dei capitali.
La vera crisi è quella dei valori propri di una società collettiva, della mancanza di un’ideologia che rafforzi la prospettiva socialista, cioè la vittoria dei lavoratori sul capitalismo e l’imperialismo. E dopo il devastante declino di “Liberazione” (basta leggere gli articoli su Cuba) Bertinotti sulla sua rivista “Alternative per il socialismo” di prossima uscita, abbandona persino il termine comunismo e sancisce così l’ultimo strappo. Cossutta l’aveva già preceduto dicendo che era pronto a rinunciare al simbolo della falce e martello, al nome “comunisti” perché quello che conta è l’obiettivo. Ma quale obiettivo? I lavoratori hanno bisogno di certezze, di un partito comunista che rappresenti effettivamente gli interessi della propria classe di appartenenza. Abbandonare tutto ciò significa cedere e concedere completamente la società alla borghesia. Partecipare a governi che gestiscono il capitalismo significa abbandonare il fondamentale concetto della lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione. Diventano patetici i grandi discorsi sulle morti bianche e la precarietà se in pratica non si agisce per un cambiamento reale. Per cambiare realmente, per capovolgere i rapporti di forza, la classe operaia e il mondo del lavoro devono riprendere in mano politicamente il proprio destino e ritornare protagonisti della storia.


16 aprile redazione
editoriale

25 APRILE E 1° MAGGIO
RESISTENZA OPERAIA E INTERNAZIONALISMO PROLETARIO

Queste due date rappresentano conquiste bagnate dal sangue proletario nella lotta contro il capitale che, con il passare degli anni, il capitalismo cerca di snaturare, cancellandone la memoria storica.
Se 62 anni fa la resistenza operaia e proletaria contro il nazifascismo determinò il crollo del regime fascista, ciò si deve soprattutto al ruolo fondamentale che svolse la classe operaia nelle fabbriche, nelle città ed in montagna. La resistenza fu sostenuta da un grande consenso popolare fra le masse operaie e proletarie. In molte fabbriche gli operai si privarono di parte del cibo,  sottraendolo alla mensa per inviarlo in montagna ai partigiani.
Nella primavera del 1943 (8-13 marzo) avviene il grande sciopero operaio nell’industria torinese.
Alla Fiat - su circa 21 mila operai - gli iscritti al PCI erano poco più di cento. Furono queste poche centinaia di quadri comunisti, sparsi in qualche decina di fabbriche, gli organizzatori delle lotte che videro oltre centomila operai incrociare le braccia e scioperare fermando la produzione.
Lo stesso processo avvenne in altre parti d’Italia. Nelle fabbriche milanesi e di Sesto San Giovanni (Pirelli, Borletti; Breda, Falck) gli operai - controllati a vista dalla milizia fascista e dalla Gestapo - per impedire ritorsioni e arresti contro i primi lavoratori che fermavano le macchine decisero di ricorrere ad uno stratagemma: fermarsi contemporaneamente tutti insieme al suono di una sirena (azionata clandestinamente da un operaio) per rendere più difficile il riconoscimento degli organizzatori della protesta.
Insieme con gli obiettivi politici “contro la guerra e contro il fascismo, per la pace” c’erano obiettivi economici immediati: “più razioni alimentari” “indennità di carovita” “assistenza agli sfollati e nuove abitazioni per le famiglie rimaste senza casa per i bombardamenti”.
Il regime fascista, dopo vent’anni di relativa pace sociale ottenuta attraverso le leggi antisciopero, veniva scosso dalle fondamenta dalla lotta del proletariato italiano.
I primi segnali della ripresa della lotta della classe operaia in Europa avvennero con lo sciopero del febbraio 1941 ad Amsterdam contro la deportazione degli ebrei. Questo fu il primo atto di lotta aperta della classe operaia contro il fascismo.
Con gli scioperi del marzo ‘43 in Italia, che portarono anche a miglioramenti alimentari e salariali, la classe operaia riprende  coscienza della propria forza e fiducia nella lotta e nei suoi dirigenti più coerenti, gli operai comunisti.
Le proteste continuarono nei primi mesi del 1944, in particolare in Lombardia e in Liguria dove 8 comunisti vengono condannati a morte da una corte marziale italiana ed assassinati come monito per gli scioperanti.
Nel marzo del 1944 (dall’1 all’8) si ebbe il più grande sciopero generale contro il nazi-fascismo con parole d’ordine come “via i tedeschi dall’Italia” “pace subito”. I lavoratori con alla testa  gli operai comunisti preparavano le condizioni dell’insurrezione.
La reazione nazi-fascista fu durissima. Serrate di fabbriche, migliaia di arresti, minacce di fucilazione, centinaia di lavoratori deportati in Germania non riusciranno ad impedire - l’anno seguente - la liberazione.
Contemporaneamente la repressione  spinse molti lavoratori ad abbandonare le loro case, le fabbriche e ad unirsi ai partigiani sulle montagne. Gli scioperi, i sabotaggi, la lotta antifascista delle masse operaie unendosi alla resistenza armata dei partigiani nelle città e sulle montagne furono determinanti per la caduta del regime fascista.
Nel dopoguerra, la borghesia, con il revisionismo storico, ha cercato prima di annacquare e poi di cancellare il carattere di classe della Resistenza in Italia, trasformando il 25 Aprile in una giornata “tricolore”, di “concordia nazionale”, di “festa di tutti gli italiani”, una giornata in cui sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori si trovano retoricamente uniti nel celebrare l’Italia nata dalla Resistenza.
La classe operaia organizzata nel suo partito, guidando la lotta antifascista, non delegando ad altri la liberazione del paese lasciò la sua impronta classista facendo del proletariato italiano e delle classi sottomesse gli artefici della liberazione dal nazi-fascismo. La stessa operazione viene fatta contro un’altra data simbolo della lotta proletaria.

Il 1° Maggio,
celebrato per la prima volta a Chicago 121 anni fa, nel 1886, sul sangue di 5 lavoratori anarchici assassinati dal capitalismo, divenne nel 1890 una grande giornata di lotta internazionale degli operai per la conquista delle otto ore e di altri provvedimenti legislativi a tutela dell’integrità fisica del proletariato. Questa lotta non aveva solo l’obiettivo di migliorare le condizioni brutali di lavoro e di vita della classe operaia, ma di inquadrarla nella lotta di classe per l’abbattimento del sistema capitalistico. Il Primo maggio fu fin da subito una giornata di lotta internazionalista contro nazionalismi e sentimenti “patriottici”, che chiamava all’unità degli sfruttati e alla solidarietà di classe contro il comune nemico, il capitale internazionale. Il movimento internazionale dei lavoratori dal 1° Maggio, quando fu istituita questa giornata internazionale di lotta in tutti i paesi è sceso in piazza, nelle strade rischiando licenziamenti, arresti e talvolta la vita i nome dell’internazionalismo proletario. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.
Il primo conflitto mondiale apre la fase delle guerre imperialiste e delle rivoluzioni proletarie, mettendo all’ordine del giorno la questione del potere proletario e della dittatura del proletariato.
Trasformando questa giornata di lotta in una giornata di festa nazionale nel 1919 il governo tedesco di Schedemann - che per primo istituì i campi di concentramento per detenuti politi rinchiudendoci migliaia di spartachisti - cerca di recidere il carattere rivoluzionario e sovversivo di questa giornata di lotta che fa tremare i capitalisti e gli sfruttatori di tutto il mondo.
Nel 1933 Hitler ribattezzerà il 1° maggio “Festa del Lavoro Nazionale” trasformandolo in una grande parata nazista. Negli stessi anni in Francia la borghesia durante i governi espressi da raggruppamenti radicali, del Partito socialista e del PCF fa del 1° Maggio la “Festa Tricolore”. Il 18 aprile 1946 in Italia il Consiglio dei Ministri decreta il 1° maggio “Festa Nazionale”. Lo stesso avviene anche in altri paesi dove, all’insegna dell’unita antifascista, la borghesia cerca di sottomettere gli interessi della classe proletaria a quelli degli schieramenti imperialisti che si contendono la spartizione del mondo. Anche la Chiesa cattolica ci mette del suo, trasformando il 1° Maggio nella “Festa di S. Giuseppe lavoratore”. In Italia il 1° maggio, è stato snaturato sempre più proprio dagli ex partiti comunisti, da anni nella gestione diretta degli interessi borghesi, e ora al governo, e dai sindacati (Cgil-Cisl-Uil), trasformandolo in una giornata di festa in cui si fa un grande concerto a Roma. Anche alcuni sindacati di base si limitano ad  organizzare la “festa” del May Day Parade.
Ancora una volta tocca agli operai, ai lavoratori, ai proletari comunisti ripristinare i caratteri di classe fondanti di questa giornata di lotta internazionale. La classe operaia internazionale ha interessi comuni e la solidarietà di tutti i lavoratori, al di là della razza, della nazionalità, delle qualifiche e dei settori industriali in cui è impiegata, è necessaria perché solo unendosi può creare le condizioni per abbattere l’imperialismo nella prospettiva del socialismo.
I padroni, in tutto il mondo, da anni cercano di trasformare le giornate di lotte proletarie in ricorrenze retoriche svuotandole dei loro contenuti. Il 25 Aprile è stato trasformato ”nella giornata della pacificazione e concordia nazionale”, nella “festa di tutti gli italiani”. Il 1° Maggio nella festa della celebrazione e santificazione del lavoro.
In queste occasioni dai vari palchi gli ex partiti operai (DS-PRC-PdCI) ed i sindacati di regime (Cgil-Cisl-Uil-Ugl ecc), sostenitori delle “guerre umanitarie e preventive”, si riempiono la bocca di “internazionalismo, emancipazione, difesa della pace e democrazia”.
In realtà il loro “internazionalismo“ è il diritto del capitale italiano ed europeo a penetrare nei paesi concorrenti. La loro “emancipazione” significa aumento delle aree di sfruttamento a scapito di altri capitalisti. La loro “pace” è quella dei bombardieri che massacrano le popolazioni civili inermi e la collaborazione tra operai e padroni per combattere insieme contro gli operai ed i padroni dei paesi concorrenti. Così si cerca di snaturare la giornata di solidarietà rivoluzionaria degli sfruttati di tutto il mondo: dal motto “i proletari non hanno patria” alle parate nazionalistiche.

Da tempo i padroni cercano di toglierci anche il 25 Aprile ed il 1° Maggio. La classe operaia internazionale deve riprendere in mano le sue bandiere, collegandosi ed organizzandosi per ricostruire il suo partito e il suo programma – l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della proprietà privata del capitale, preparandosi a rispondere alla guerra imperialista con la rivoluzione proletaria.


31 marzo 2007 redazione
comunicato coord. lavoratori comunisti

CONTRO LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA LOTTA DI CLASSE
coordinamento Lavoratori Comunisti

In questi ultimi mesi, prendendo a pretesto l'arresto di alcuni compagni, accusati di appartenere alle nuove B.R. lo Stato borghese ha avviato una campagna di criminalizzazione su vasta scala delle avanguardie proletarie, a cominciare dai posti di lavoro. Contiamo già una decina di licenziamenti, tra Padova, Torino e Sesto S.Giovanni.
Tutto questo non è nuovo. L'obiettivo, di sempre poiché le campagne politiche anticomuniste e antioperaie non hanno mai avuto bisogno di pretesti, è quello di isolare i compagni e soprattutto - con la denigrazione, i licenziamenti politici, gli arresti - è intimidire tutti i lavoratori che si organizzano e si battono contro lo sfruttamento, al di fuori delle "compatibilità" e delle regole democratico-borghesi stabilite dai padroni.
In Italia ogni anno muoiono sul lavoro e di lavoro più di 1.500 lavoratori, 2.500 ogni giorno sono coinvolte in infortuni; 200mila gli infortuni annui tra i lavoratori "in nero". Decine di migliaia rimangono gravemente menomati, altre migliaia si ammalano e muoiono a causa delle malattie contratte sul lavoro. Nel mondo gli incidenti sul lavoro causano la morte di 2 milioni di lavoratori e gli infortuni totali sono 270 milioni.
I lavoratori sono sempre più precari e con salari sempre più bassi, milioni di anziani sopravvivono con pensioni di fame e milioni di giovani, oltre a un presente di totale precarietà, se mai arriveranno a percepire la pensione prenderanno la metà di quello che oggi hanno i loro genitori, grazie alle politiche filopadronali dei sindacati collaborazionisti Cgil-Cisl-Uil.
Ogni giorno peggiorano le nostre condizioni di vita e di lavoro, ogni giorno aumenta la ricchezza che noi produciamo e di cui si appropriano i capitalisti. Nel mondo si combatte una guerra di classe "non dichiarata" le cui vittime sono tutte da una sola parte: i proletari e le masse oppresse e sfruttate. Questa è la realtà della società capitalista.
Ciò genera inevitabilmente l'opposizione di gruppi di lavoratori e compagni che, individuando nel sistema capitalista la causa dello sfruttamento, si organizzano e lottano su posizioni antimperialiste, anticapitaliste, per il socialismo.
I padroni e il loro Stato si sono fatti la società su misura e le leggi per tutelare i propri interessi. Per i capitalisti è legale sfruttare la forza-lavoro, è normale che migliaia di lavoratori siano sacrificati sull'altare del profitto, è "legale" fare guerre "umanitarie" e preventive contro il terrorismo e missioni militari per portare a suon di bombe "democrazia e pace" a centinaia di migliaia di morti innocenti.

È invece illegale tutto ciò che ostacola e mette in discussione il loro sistema di rapina, sfruttamento e oppressione.
Attaccare l'avanguardia del proletariato, attaccare i rivoluzionari cercando di farli apparire esterni al movimento operaio è funzionale al progetto borghese.  I governi di centro-destra e di centro-sinistra, le due facce dell'imperialismo italiano, hanno sempre fatto a gara nell'orchestrare campagne forcaiole contro la lotta rivoluzionaria della classe operaia e proletaria e, ciclicamente, rispolverano la "lotta al terrorismo" nel tentativo di stringere tutte le classi sociali intorno agli interessi della classe padronale dominante. In queste operazioni si sono distinti, e si distinguono anche oggi, i partiti della sinistra borghese -Verdi, DS, PdCI, PRC, alcuni centri sociali ormai "normalizzati"- che, insieme ai sindacati collaborazionisti Cgil-Cisl-Uil, si dimostrano i più fedeli cani da guardia dei padroni.
In realtà quello che, oggi una volta ancora, si vuole criminalizzare è la lotta di classe, ogni lotta che metta in discussione la "pacifica accumulazione dei profitti, eliminando così i possibili organizzatori dell'acuirsi dello scontro di classe domani
. Nessuna azione repressiva contro i lavoratori deve passare. Lasciar passare sotto silenzio la criminalizzazione e la repressione di chi non accetta di sottoporsi allo sfruttamento significa lasciare la strada aperta a chi prepara le future azioni repressive contro l'insieme delle classi sfruttate ed oppresse.  Si può non condividere la strategia di lotta ma non può venire mai meno la solidarietà.
Ai lavoratori licenziati, a quelli espulsi dalla Cgil, a quelli colpiti dalla repressione va la nostra solidarietà di classe.
31 marzo 2007

lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


20 marzo 2007 redazione
editoriale

I COMUNISTI NON SONO TERRORISTI
Ma in che mondo viviamo? Se si presta attenzione a tutto ciò che succede non ci vuole molto a capirlo. Il garante della privacy blocca la diffusione di notizie che offendono la dignità umana e che riguardano la sfera sessuale e la vita privata delle persone (chi viola questo diktat rischia il carcere da 3 mesi a due anni) per l’inchiesta di Potenza. Vicenda che fa emergere altro marcio di questa società priva di valori, ma lo stesso garante non è intervenuto per nulla ad impedire che dei giovani comunisti finiscano sbattuti in prima pagina come mostri perché arrestati per aver affisso manifesti o per essere impegnati nelle lotte sindacali in difesa dei propri diritti e di quelli dei lavoratori. Dei 4 compagni arrestati il mese scorso a Milano si è scritto di tutto e di più. Infatti, nonostante la scarcerazione, sono arrivate puntuali – come prevedibile - le lettere di licenziamento. I benpensanti tanto garantisti quando si tratta di colpire truffatori, palazzinari bancarottieri, delinquenti o politici corrotti diventano i peggiori forcaioli quando si tratta di colpire chi non si sottomette al volere capitalista. Oggi si viene accusati di terrorismo e, quindi, si viene sbattuti in prima pagina sui giornali con tanto di nome cognome e foto (alla faccia della privacy) e poi licenziati e prima ancora di subire un processo ed un’eventuale condanna.
Licenziamenti politici in quanto le motivazioni addotte si basano su concetti che mobilitano milioni di persone nel mondo, ed introducono un principio molto pericoloso che chi professa idee comuniste non può lavorare. E questo clima di criminalizzazione delle lotte si abbatte su tutto il movimento dei lavoratori.
Subito sono partite le epurazioni interne ai sindacati confederali, fedeli difensori e cogestori del capitalismo. Dalla gestione della pace sociale alla gestione del Tfr, concertano insieme al padronato per restringere ulteriormente gli spazi ai lavoratori più combattivi e non concertativi, togliendo le deleghe e non rispettando il diritto di assemblea nei luoghi di lavoro.
Bush insegna, quando vuoi toglierti un nemico, inventa documenti, accusalo di terrorismo e il gioco è fatto. Ci sono molti rospi da far ingoiare al movimento operaio sia sul piano dello sfruttamento padronale che su quello governativo. Non si cancella, infatti, la legge Biagi, avanza la riforma delle pensioni - ovviamente quelle dei dipendenti mentre restano intatte quelle d’oro e di platino dei Parlamentari -, abbiamo gli stipendi più bassi d’Europa (… ma il numero più alto di forze dell’ordine!).
L’operazione degli arresti scattata alla vigilia della manifestazione a Vicenza - anticipata da un clima di tensione e intimidazione - ha lo scopo di eliminare quelle voci che non si piegano al pensiero unico ed ha l’obiettivo di togliere di mezzo coloro che lottano fuori da ogni concertazione.
La repressione si abbatte anche contro i luoghi di aggregazione come i centri sociali che, quando non vengono sgomberati, gli si alza intorno un clima di sospetto e diffidenza, spesso basati su pressione dei fascisti e sostenuti dai quotidiani reazionari.
È in atto la criminalizzazione della lotta di classe, dell’aspirazione all’emancipazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della costruzione di una società socialista.
I comunisti non sono terroristi, ma sono implacabili nemici della proprietà privata, del capitalismo e del suo Stato, e lottano ogni giorno per il loro indebolimento fino ad arrivare al definitivo abbattimento. E nonostante il crescente revisionismo storico della “sinistra” e tutte le attività dei partiti e vari gruppi di destra non moriranno perché fino a che ci sarà oppressione e sfruttamento ci sarà chi resisterà.
Ci si può forse adagiare su scelte come quelle del governo di centrosinistra di mantenere truppe militari in varie parti del mondo?
Si può accettare il rifinanziamento della “missione” in Afghanistan – cioè il potenziamento delle dotazioni militari (Predator ed elicotteri)? Sono passati sei anni da quando gli Stati Uniti decisero, coinvolgendo l’Italia attraverso la Nato, per “trovare Bin Landen” che mai è stato trovato, e togliere il “burqa” alle donne. Una vera e propria guerra che ha distrutto popolazione civile e territorio mentre le donne continuano a portare il burqa, i talebani si sono riorganizzati e si è sviluppato a dismisura il mercato dell’oppio.
Si può tacere su 5 anni di guerra in Iraq, altro paese annientato per le mire espansioniste degli Stati Uniti?
Dovremmo abbassare la testa di fronte alla repressione, all’aggressività delle squadracce fasciste; all’oscurantismo Vaticano intenzionato a riportare la società al Medioevo?
Ci sembra pienamente coerente voler trasformare una società marcia fatta di commistione tra 007, servizi segreti, carabinieri, faccendieri legati a Gelli, mafia, massoneria, capitalisti, giornalisti spie cresciuti negli oratori come quelli di “Libero” e di “Famiglia Cristiana”; di voli “segreti” della Cia e quant’altro.
Un paese dove 50 militari reduci dalla guerra, voluta da D’Alema, sono morti a causa dell’uranio impoverito, ma il 70% è malato ed è stato operato alla tiroide (e chissà la popolazione locale in che stato si trova!). La popolazione non vuole la guerra e vuole salvaguardare la salute, ciononostante il governo – suddito dell’imperialismo - riconferma la presenza delle basi Usa e Nato, anzi concorda il loro ampliamento.
Sul piano interno i Ds accelerano lo scioglimento - liquidando completamente l’esperienza di un patrimonio che ha portato la vittoria della Resistenza contro il nazi-fascismo – confluendo nel partito democratico con gran parte di quei democristiani che, dalla loro nascita, hanno svenduto il Paese. Di fronte alla modifica della legge elettorale che li taglierebbe fuori emergono le proposte di “riconciliazione” tra PdCI e Prc che, pur di sostenere il governo Prodi, giustificano qualsiasi scelta scellerata e producono una grande confusione tra i loro stessi iscritti.
In questi partiti di comunista nulla rimane, se non nel nome. Racchiusi nel loro cretinismo parlamentare puntano sul concetto della non violenza – intesa come rinuncia alla lotta di classe – e, quindi alla rinuncia del marxismo e della prospettiva di una società socialista ponendosi, oggettivamente, dalla parte della borghesia.
Eppure la storia del movimento operaio e comunista ha dimostrato che riscattarsi è possibile, che c’è una possibilità di società diversa da quella in cui viviamo fatta di sfruttamento, guerre, omicidi bianchi, mafia, logge massoniche, corruzioni, scandali, sottocultura, prostituzione, razzismo ecc.
Non c’è bisogno di cercare nuove strade. Bisogna però individuare i nemici – che non sono solo dall’altra parte della barricata – e rilanciare la lotta di classe senza temere, per questo, di essere accusati di terrorismo.