25 luglio 2010 redazione
editoriale

Il capitalismo non ha futuro e va abbattuto
Non sono i lavoratori che devono pagare la crisi delle speculazioni

Le famiglie tagliano le spese. Per ridurle comprano ai discount le mozzarelle “blu” - prodotte da aziende che lucrano pure sulle difficoltà economiche dei consumatori - con gravi conseguenze sulla salute. Cosa che non succede né ai parlamentari, né ai politici che, in aggiunta ai loro numerosi benefici hanno sufficienti mezzi per spendere in cocaina e trans. I tagli a regioni e comuni imporranno nuove tasse locali fino al 90% -, la liquidazione del sistema sociale a partire dalla salute, tanto che perfino i medici scendono in sciopero. È la nuova manovra economica “anticrisi” da “lacrime e sangue” per oltre 27 miliardi di euro (e non sarà la sola) che colpisce duramente i lavoratori, compresi quelli pubblici, e le masse popolari. In poche parole i lavoratori dovranno subire nuovi sacrifici, licenziamenti, cassa integrazione, ristrutturazioni, privatizzazioni e delocalizzazioni delle fabbriche.
I Governi dei paesi capitalisti hanno bruciato miliardi di fondi pubblici per salvare le banche, le stesse che oggi traggono enormi benefici dai debiti degli Stati.
Le misure antipopolari, quindi, non sono chieste solo alla Grecia. Anche l’Italia si adegua alla crisi internazionale nel tentativo di salvare dalla bancarotta banche e imperi finanziari ed è in prima fila nell’applicare la ricetta che sta sperimentando la Grecia.
In Italia - già strangolata dal debito pubblico (attualmente ha raggiunto il record di 1.753,5 miliardi di euro) prodotto dalla Dc e dai governi che si sono succeduti, ostaggio delle banche, delle politiche liberiste dell’Europa di Maastricht e della Banca centrale europea - diminuirà ulteriormente il potere di acquisto e crescerà l’abisso sociale tra le masse e gruppi sempre più ristretti di capitalisti. Infatti nessuna misura viene presa contro i monopoli, le banche, gli speculatori finanziari, gli evasori fiscali, i grandi patrimoni, i corrotti e i ladri di Stato. Anzi il governo procede a passi veloci sulle sue riforme come quella delle intercettazioni per salvare tutti i faccendieri, imprenditori, mafiosi e pitreisti del centrodestra.
Governo e Confindustria proseguono nello smantellamento dei diritti conquistati dalla classe operaia in tanti anni di lotta procedendo con la nuova legislazione del lavoro per togliere le residue garanzie giuridiche ai lavoratori.
Significativo è Pomigliano d’Arco dove la Fiat - con il no della FIOM e il consenso di Cisl, Uil, Ugl, Governo, Confindustria e di ondeggianti Cgil e PD, impone - attraverso il ricatto della produzione in Polonia - un piano i cui contenuti sono ferocemente peggiorativi dei diritti e della salute dei lavoratori e assicura l’assoluta libertà di sfruttamento del capitalismo che fa da apripista non solo per altre fabbriche ma per la stessa Fiat che ha obiettivi ben chiari.
Fiat, che torna in utile grazie alla Cig pagata dai lavoratori italiani, non si accontenta di un accordo capestro che dalla Polonia più che la Panda importa le condizioni dei polacchi, né della chiusura di Termini Imerese. Sono bastati pochi giorni e sono arrivati i primi 5 licenziamenti politici, vera e propria rappresaglia, di iscritti alla Fiom e l’annuncio della produzione della monovolume in Serbia. Cosa faranno adesso Cisl (il cui segretario sostiene che il metodo Pomigliano va “esportato”), Uil e Ugl? Firmeranno anche la chiusura di Mirafiori?
L’obiettivo è uno solo: scaricare sulla classe operaia, sui lavoratori, sui pensionati e sulle masse popolari il peso della crisi e dei debiti del capitalismo per consentire ad una minoranza di sfruttatori di continuare a vivere nei privilegi.
Nessun provvedimento per colpire l’evasione fiscale, la speculazione edilizia, nessun taglio per i fondi che vanno al Vaticano, alle scuole private cattoliche, alle spese senza fine per la politica, alle spese per le missioni militari all’estero (oltre 500milioni di euro all’anno). Nessun taglio agli sprechi, ai privilegi, ai costi delle oltre 90mila auto blu (3300 euro l’anno escluso il personale), ai doppi e tripli compensi di tanti parlamentari. Anzi aumenta il numero di sottosegretari, ministri e ministri del niente. È ridicolo, puramente demagogico e non significativo l’annuncio dell’alleggerimento del cedolino (non del compenso) del 10% sull’indennità dei parlamentari. Anche per i rimborsi elettorali si taglia del 10% quando era stato annunciato il 50%. Questo Governo “del fare” rimane alle enunciazioni di propaganda più che ai fatti!
Alla “solidarietà europea” – quella tra capitalisti, monopoli e governi - che conosce solo il supersfruttamento dei lavoratori, la privatizzazione degli utili e la collettivizzazione delle perdite, si deve contrapporre la solidarietà della classe operaia e dei lavoratori vittime della loro politica e delle potenze imperialiste che dominano ovunque e che, approfittano della crisi per rafforzarsi, guadagnare sempre più ed accaparrarsi i mercati.
L’opposizione non è certo al livello della Grecia - dove si susseguono scioperi generali e proteste dure (nel silenzio dei mass-media) perché sostenuti dai comunisti e dai sindacati – ma una certa risposta, seppure frantumata e senza una direzione politica, c’è. E il Governo si attrezza per affrontarla anche sul piano repressivo e non solo aprendo nuovi CIE contro gli immigrati o tenendo i carcerati in condizioni disumane, non solo con il pacchetto sicurezza, ma con ma
nganellate come ai lavoratori della Mangiarotti Nuclear a Milano e ai terremotati dell’Aquila a Roma.
Il Governo, inoltre, vuole mantenere la popolazione nell’ignoranza - molto più facile da manipolare politicamente - con la riforma della scuola, imbavaglia l’informazione e limita internet, si basa sulla corruzione, maschera i condoni, vuole cambiare la Costituzione e difende le nuove logge segrete, gruppi di potere occulto formati da individui del partito al potere che intervenivano con forti pressioni sul CSM per pilotarne le nomine.
Il foraggiamento delle varie sigle fasciste da parte del ministro della gioventù Meloni (che i giovani Pd invitano alle loro feste…),  mantiene attiva la manodopera squadrista che apre sedi ovunque e provoca, scaricando le proprie malefatte sugli antifascisti che, regolarmente, vengono condannati.
Proprio questo mese di luglio ci riporta al luglio ’60, al famigerato e autoritario governo Tambroni che ottenne la fiducia grazie ai voti dei fascisti e monarchici – con i suoi operai morti -, ci riporta al G8 di Genova. A distanza di 9 anni l’ex capo di polizia (poi promosso) De Gennaro è stato condannato in appello per le aggressioni e le provocazioni alla Diaz. Al solo accenno di dimissioni, questo governo glielo impedisce e gli conferma piena fiducia. È la difesa di un servitore, infatti, a Genova gli ordini arrivavano dal Governo e da Fini presente fisicamente nel centro operativo.
I lavoratori, le masse popolari non sono responsabili della crisi del settore speculativo. Non devono pagare né per la crisi, né la repressione.
È più attuale che mai una battaglia di classe per uscire da quella Europa dei trattati, di dominio e supersfruttamento che abbiamo sempre e da subito denunciato.
È fondamentale continuare la mobilitazione e la lotta contro il padronato e il governo, lavorare per unificare i comunisti e la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare il proletariato nelle battaglie che ci aspettano e per cambiare la società.
Il capitalismo non ha futuro, ha già dimostrato il suo fallimento, e va abbattuto. Solo il socialismo, con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con la pianificazione dell’economia, può assicurare - senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con una vera uguaglianza tra gli uomini - stabilità del lavoro, giustizia e progresso per l’intera società.            


9 giugno 2010 redazione
editoriale

LA GRANDE STANGATA
Passate e vinte le elezioni, arrivano tagli e sacrifici

La destra ha impostato tutta la campagna elettorale illudendo gli elettori. Tutti i leader, Berlusconi in primis, hanno martellato che in Italia tutto andava bene, che la crisi non c’era, che non si sono e non si sarebbero aumentate le tasse. E gli elettori ci sono cascati. A distanza di un mese il Governo e le forze che lo compongono e sostengono sono sbugiardati dalla presentazione della manovra economica. Mentre si analizzava il problema Grecia e molti lavoratori sono scesi in piazza in solidarietà con i sacrifici “lacrime e sangue” imposte ai greci, ecco che l’Italia non è da meno. “Lacrime e sangue” per 27 miliardi di euro (e non bastano) – che, mentre andiamo in stampa sta per essere firmata dal Presidente Napolitano - anche per i lavoratori italiani che forse non se ne sono ancora resi conto, tant’è che nessuno ha manifestato (forse sono in attesa dello sciopero generale promesso da Epifani) – o forse perché influenzati dalla Cisl, Bonanni si dice “Orgoglioso di aver collaborato; e dalla Uil, Angeletti la definisce “un po’ più equa”.
Berlusconi, dopo aver cercato di scaricare su Tremonti la decisione delle misure presentate, torna in pubblico per dire “I sacrifici sono necessari, indispensabili”, “siamo tutti nella stessa barca” (quale barca? Non certo su quella di 37 metri di suo figlio!). Una stangata che colpisce i lavoratori, i giovani, i pensionati mentre gli evasori continuano ad evadere e i corruttori a corrompere. Mentre, al di là della pura demagogia, non si parla più dello scudo fiscale (servito solo per il rientro del capitale Anemone-Balducci) non si toccano le spese della politica, dello Stato e delle Camere, né quelle per la costruzione di nuovi CIE e quelle militari. Tant’è che La Russa ha subito dichiarato che le missioni non si toccano, anzi entro l’anno altri 1000 soldati saranno inviati in Afghanistan (oltre 500 milioni all’anno) a combattere la guerra – parola che il Pd non pronuncia per coprire le proprie responsabilità del voto sistematico delle missioni militari all’estero. Così come hanno fatto il governo Prodi ed i partiti che l’hanno sostenuto - degli Usa e della Nato, a nostre spese. E procede la fornitura dei nuovi caccia F35 che costeranno 13 miliardi e l’ampliamento di Camp Darby. Aerei da guerra per un’Italia che si è dotata di una Costituzione (che molti festeggiano il 2 giugno evidentemente senza conoscerla) che ripudia la guerra. Nessun taglio agli sprechi, ai costi delle oltre 600mila auto blu, ai doppi, tripli compensi dei parlamentari, la quasi totalità già professionisti.
I tagli colpiscono soprattutto i dipendenti pubblici con il blocco delle retribuzioni per tre anni e tagli agli stipendi del 5/10%, blocco del turn over, liquidazioni rateizzate ecc. ma soprattutto i tagli colpiranno la sanità, la scuola, la cultura, la ricerca, gli istituti previdenziali (compreso quello di Prevenzione e Sicurezza sul lavoro): in poche parole più disoccupazione nuova e prolungamento per i giovani. Attacco che si ripercuoterà inevitabilmente anche a livello regionale e comunale con tagli sul welfare e sui servizi.
E se non bastasse l’esorbitante prezzo del carburante, da luglio aumenteranno anche le autostrade. Altro che rinviare l’apertura delle scuole per permettere le ferie alle famiglie!
È ovvio che da Bruxelles e dall’Ocse le intenzioni del governo siano state accolte con favore ed apprezzate. All’UE si sono appena aumentati lo stipendio di 1500 euro al mese e qualcuno le deve pagare!
Per non sentirsi messo in disparte il ministro Maroni lancia l’ennesimo allarme terroristi. Pensando alle rivolte che si prospettano di fronte all’acuirsi della crisi, il pretesto è buono per approntare nuovi tipi di intervento repressivo.
Il grande capitale e i suoi governi vogliono salvarsi da una crisi mondiale creata dai grandi monopoli, dalle multinazionali, dalle banche, dal Fondo monetario internazionale e dall’Unione europea, scaricando tutti i costi sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, del proletariato, delle masse popolari.
La classe lavoratrice non solo deve rispondere sul piano economico rifiutando di pagare un duro prezzo imposto dal nemico di classe, ma deve organizzarsi per abbattere il sistema capitalista.


19 aprile 2010 redazione
editoriale nu/3

25 Aprile

OGGI COME IERI: NO AL FASCISMO

RESISTENZA CONTINUA FINO ALL’ABOLIZIONE DELLO SFRUTTAMENTO DELL’UOMO SULL’UOMO

Da alcuni anni è in atto un tentativo, da parte della borghesia, di riscrivere la storia della Resistenza al nazi-fascismo deresponsabilizzando la classe dirigente dai crimini commessi contro l’umanità.
I borghesi sono maestri nel rifare la storia scaricando su altri i propri crimini e hanno i mezzi economici, di informazione e gli intellettuali prezzolati che fanno questo per loro.
Con questa operazione si cerca di autoassolvere le responsabilità del capitale, imputando alla natura umana la bestialità presente in ogni essere umano che scatenerebbe l’uomo contro il suo simile. In questo modo le responsabilità del capitale vengono meno e il sistema completamente assolto.
Secondo questo schema i responsabili dei campi di sterminio nazi-fascisti, dei milioni di proletari mandati al macello nella 2° guerra mondiale, dei morti e degli invalidi non sono più i padroni, le multinazionali legate all’industria militare, ma diventano l’egoismo, l’invidia, l’ignoranza e l’istinto violento che secondo loro è patrimonio delle classi sottomesse. Si cerca di far dimenticare che nei lager, oltre agli ebrei, non sono finiti solo i “pericolosi bolscevichi”, ma tutti coloro che ostacolavano o che osavano sfidare il “nuovo” ordine, primi fra tutti i lavoratori tedeschi ribelli. In particolare gli operai che nelle fabbriche, in sintonia con i partigiani “sabotavano” la produzione”.
Oggi i borghesi e gli intellettuali al loro servizio, sia al governo che all’opposizione non perdono occasione per denigrare la resistenza, parlando di “pacificazione” e di pari dignità fra chi combatteva per la libertà (i partigiani) e chi per mantenere la dittatura (i fascisti), cercando di mettere sullo stesso piano oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori. Questi paladini della dignità umana usano tutte le occasioni per scaricare sul movimento comunista i loro crimini.
Centrodestra e centrosinistra sono le due facce della stessa medaglia capitalista, accomunati da un unico interesse: la salvaguardia del sistema capitalista che continua a riprodurre i borghesi come padroni e gli operai, i proletari, come schiavi salariati.
Oggi nella crisi mondiale continuiamo a sentire i ritornelli di sempre; salvezza dell’economia nazionale, maggior produttività, aiuti di stato alle imprese, obiettivi da sempre perseguiti dai padroni di tutto il mondo.
La storia insegna e noi non dimentichiamo che chi parla di bestialità insita nell’uomo, chi persegue la logica del massimo profitto rendendosi responsabile degli omicidi di migliaia di lavoratori sul lavoro e di lavoro, appartiene alla stessa classe sociale di chi nel campo di sterminio di Auschwitz fece mettere la scritta “il lavoro rende liberi”. Nel momento in cui la concorrenza si acuisce, la guerra economica si trasforma sempre più in guerre militari per la conquista di nuovi mercati, continuano le campagne contro lo straniero; i cinesi che invadono il “nostro” mercato, gli arabi che continuano a rincarare il petrolio, i lavoratori “extracomunitarii” che “rubano “il lavoro agli italiani, argomenti che non sono poi così diversi da quelli usati da Hitler e Mussolini. La crisi rafforza e dà voce ai nuovi promotori dell’olocausto del capitale. Tocca agli operai, ai lavoratori, alla loro parte più cosciente, i comunisti, combatterli, affinché la storia non si ripeta.

1° Maggio

I lavoratori uniti contro il capitalismo e l’imperialismo

Il 1° Maggio nato nel 1886 a Chicago dal sangue operaio divenne nel 1889 per decisione della Seconda Internazionale giornata internazionale di lotta e simbolo per tutto il mondo del lavoro. Nata come giornata internazionale per la riduzione d’orario ad otto ore è stata una tappa importante nel processo di trasformazione degli operai in classe; portando negli operai prima alla consapevolezza e poi alla coscienza che essi si contrapponevano come classe proletaria alla classe borghese nel rivendicare diritti collettivi. Da sempre la borghesia ha cercato di svuotare questa giornata di lotta dei suoi contenuti rivoluzionari, tanto che negli ultimi anni in Italia in molte città (salvo qualche caso particolare) non sfila più alcun corteo, e dove si manifesta lo si fa come nella rituale manifestazione nazionale di CGIL-CISL-UIL, su contenuti di collaborazione di classe.
In questa giornata trasformata in festa, Cgil-Cisl-Uil non trovano di meglio che organizzare un grande concerto a Roma che passa in diretta TV facendo rivoltare nella tomba tutti gli operai e i combattenti per l’emancipazione del proletariato che hanno versato il loro sangue a questa causa.
Negli anni scorsi si sono sprecati fiumi d’inchiostro, studi e immagini tv per spacciare come vere enormi sciocchezze come la scomparsa della classe operaia e più in generali delle classi, ma la crisi mondiale si è incaricata di spazzare via tutto il ciarpame che sosteneva queste tesi. Dopo decenni di apparente benessere, il mercato capitalistico ha riportato le condizioni della classe operaia a condizioni che in alcuni casi si avvicinano o sono simili a quelle di un secolo fa. Conclusosi quasi ovunque il processo di formazioni degli stati nazionali con le lotte di liberazione, oggi esiste ancora una classe internazionale sfruttata e oppressa che non si è ancora liberata dalle catene e che non ha ancora concluso la lotta per la sua liberazione. Rivendicazioni e conquiste ottenute oltre 160 anni fa dal movimento operaio, come le otto ore di lavoro, l’abolizione del lavoro notturno e successivamente il diritto di sciopero vengono continuamente rimessi in discussione.
L’Associazione Internazionale dei lavoratori nel suo primo congresso (3-8, settembre 1886) decise la rivendicazione della giornata lavorativa a 8 ore con l’aggiunta di otto ore di riposo, di permettere il lavoro notturno solo in via eccezionale, escludendo le donne e i minori da “ogni tipo di lavoro notturno e da ogni tipo di lavoro in cui il pudore venga leso e i cui organismi siano esposti a veleni o a altri agenti nocivi”, rivendicazioni che i sindacati filopadronali oggi si guardano bene dal sostenere, perché rischierebbero di ridurre i margini di profitto delle imprese. La lotta diretta degli operai, al di fuori di ogni legislazione, portò negli Stati Uniti alla conquista delle otto ore e questa lotta per la riduzione della giornata lavorativa è stata ed è tuttora una lotta di liberazione che permette ai proletari di avere più tempo libero per loro e meno tempo di lavoro da schiavo per il padrone.
La lotta della classe operaia per la liberazione dello sfruttamento capitalistico è un movimento di classe che si batte contro il dominio della classe borghese.
Nella crisi la concertazione lascia sempre più spazio al conflitto. Sempre più spesso si vedono uomini e donne che lottano contro i licenziamenti, per la difesa del posto di lavoro e del salario, soccombere davanti alle serrate delle aziende e dalla “pace” imposta dai manganelli di poliziotti e carabinieri al servizio dello stato dei padroni. Nei prossimi anni, con la continua perdita dei posti lavoro, venendo meno l’aspetto di mediazione dello stato e accentuandosi ancor più l’aspetto repressivo dello stato, i lavoratori saranno spinti prima o poi ad usare gli stessi mezzi per autodifesa con conseguenze al momento imprevedibili.
Tutte le forze politiche di centrodestra e centrosinistra e i sindacali confederali che hanno sostenuto e votato in parlamento le guerre imperialiste, approvando i finanziamenti alle missioni militari delle truppe di occupazione della NATO o dell’ONU con la partecipazione di truppe italiane di aggressione hanno contribuito a mantenere sottomessa la classe. Anni di politica di collaborazione di classe, di sostegno alla politica interna e internazionale del proprio imperialismo hanno snaturato il 1° maggio svuotandolo dei suoi contenuti rivoluzionari e ora è giunto il momento di riprenderselo.
Il 1° Maggio è il giorno di lotta in cui gli operai coscienti di tutto il mondo dimostrano uniti con manifestazioni in ogni paese contro il capitalismo e l’imperialismo, contro lo sfruttamento degli esseri umani, per l’emancipazione della classe operaia e di tutta l’umanità. Obiettivi che si possono raggiungere solo con l’azione internazionale del proletariato organizzato nel suo partito di classe che, prendendo il potere politico attraverso una rivoluzione, espropria la parassitaria classe capitalista impadronendosi dei mezzi di produzione.
Mentre nei paesi industrializzati e nel mondo aumenta la disoccupazione, che in Italia ha raggiunto l1,5% secondo dati Cgil, il governo sostenuto dal “partito dell’amore” di Berlusconi e dalla Lega cerca di mettere gli operai di una nazionalità contro l’altra, fomentando la rabbia degli italiani (operai, disoccupati C.I, piccolo borghesi, e tutti coloro che subiscono gli effetti della crisi) fornendo falsi responsabili della situazione, fomentando il nazionalismo, la paura del diverso e la divisione fra proletari.
Ai proletari coscienti, ai comunisti, spetta il compito di lavorare nella loro classe affinché la protesta, la giusta rabbia per la mancanza del lavoro, del salario e di una vita decente si trasformi in forma organizzata e in odio di classe verso i capitalisti, unici responsabili della nostra miseria.


10 novembre 2009 redazione
editoriale

A BERLINO È CADUTO IL MURO MA NON LA NECESSITÀ DEL SOCIALISMO

E anche per i tanti muri che ancora esistono è sempre tempo di rivoluzione
È dall’inizio dell’anno che i mass-media ci martellano con l’anniversario del crollo del muro di Berlino. Tra i tanti libri usciti per raccontare la sua storia ce n’è anche uno illustrato, un’antologia di racconti firmati da grandi autori europei dal titolo: 1989. Dieci storie per attraversare i muri”. Autore per l’Italia Andrea Camilleri, che avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui suoi apprezzabili gialli. Tutti recensiti e pubblicizzati con dovizia escluso uno, “Uccisi due volte” (ed. Zambon), che abbiamo recensito nei mesi scorsi e che consigliamo di leggere. L’autrice, Monika Zorn profonda conoscitrice della storia della resistenza tedesca documenta come sia in atto nella Germania unificata la “soluzione finale” della resistenza antifascista.
l muro è al centro anche della scelta per il Nobel letteratura 2009 assegnato alla romena Herta Muller (accostarla a Grazia Deledda è un’offesa). Scrittrice di lingua tedesca, semisconosciuta, non certo per volere di Ceausescu come hanno scritto alcuni giornali, visto che lei ha 56 anni ed è emigrata in Germania nel 1987, ma si è laureata a Timisoara e il suo primo libro è stato pubblicato in Romania dove lavorava come traduttrice e poi – come scrive la Nazione - “si è ridotta a vivere lavorando come maestra in un asilo”. Non sapevamo che la maestra d’asilo fosse un impiego degradante.
Ore e ore di trasmissioni sul muro di Berlino e nessuna parola sui tanti altri muri e non solo ideologici. A partire da quello indegno costruito dai sionisti in Palestina, muro che divide terre e famiglie e acqua per 600 km., quello del Messico dove i diseredati che cercano occupazione negli Stati Uniti muoiono come mosche uccisi dalle guardie armate.
Ma per il mondo borghese conta solo il muro di Berlino (104 km.), definito fascia della morte, prigione, luogo di orrori e la ministra Gelmini non ha perso l’occasione dei 20 anni per inserire nei prossimi libri di testo questa storia del muro. Perché? Perché il muro di Berlino (caduto in coincidenza con l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre) è il pretesto per fare anticomunismo, è la libertà di sguazzare tra superficialità e servilismo dei mezzi di informazione che, purtroppo per ignoranza di molti – anche di giovani studenti – trovano terreno facile.
Sul muro si è sentito di tutto e di più. In effetti alla sua caduta è corrisposta la vittoria dei capitalisti.
Tra le tante parole e i fiumi di scritti emerge l’assoluta disonestà intellettuale perché gli stessi interpellati, intervistatori e autori ignorano e manipolano le posizioni di tanta parte della popolazione che sostiene il passato. Tacciono quando sentono gli abitanti dire che non chiudevano le porte a chiave. Tacciono anche sul divieto ai comunisti di lavorare, soprattutto negli enti pubblici, della Germania ovest. Martellano invece sul controllo capillare della Stasi e denunciano perfino l’uso totale di intercettazioni (?) senza fare paragoni con il potere dell’Occidente dove chi si oppone viene schedato, spiato, seguito ed intimidito e dove addirittura vogliono schedare tutti fin dalla nascita (il ruolo della Cia nel caso Abur Omar è sintomatico). Parlano di comunismo mentre in tutti i paesi dell’Est si cercava di costruire il socialismo, un’esperienza che non ha avuto molto tempo per perfezionarsi.
Ma se questo era un regime così totalitario come ha fatto a cadere senza rivolte, scontri e morti?
Noi abbiamo la nostra verità, quella che abbiamo visto e vissuto a Berlino come in altre parti della RDT: senza pressioni, senza militarismo, senza paure. Abbiamo visto una popolazione che viveva la piena occupazione, il completo diritto allo studio, alla sanità e che poteva godere degli affitti, della cultura di alto livello: teatri, opera; dello sport (ad incredibili centri sportivi e piscine si accedeva con pochi centesimi), del tempo libero, potevano mangiare fuori casa, sebbene nei negozi non mancasse nulla, perché i prezzi erano veramente irrisori.
È anche per questo che è stato issato il muro. Perché nessuno dei soloni che si sono sfogati nelle più bieche falsità, compresi i servi dell’informazione, ha tenuto conto che i berlinesi, prima del muro, facevano i pendolari lavorando nella parte occidentale e non erano “prigionieri”, erano semmai sfruttati dal potere occidentale che tentava con ogni mezzo di recuperare quei lavoratori e quei professionisti – molto validi perché avevano avuto una formazione (gratuita) dal governo comunista -.
La costruzione del muro ha determinato una crisi di mano d’opera e di produzione nella Germania occidentale, infatti Berlino ha perso 60mila operai pendolari qualificati e i cittadini dell’ovest hanno perso la possibilità di recarsi a est per usufruire dei servizi a basso costo (a ovest guadagnavano di più ma la vita costava ancora di più e, quindi andavano a Est per risparmiare): dalle trattorie ai parrucchieri ai teatri a tutto svantaggio dell’economia e della vita dei berlinesi dell’est. Inoltre da ovest avanzava una campagna di sabotaggio economico e addestramento di gruppi che potessero compiere atti di terrorismo e delinquenza che indebolissero il governo socialista. Provocazioni (vi hanno fatto comizi anche Kennedy e Reagan) e violazioni, scritte neofasciste, lancio di molotov, stampa di propaganda, tentativi di corruzione delle guardie sono proseguite anche dopo la costruzione del muro, dove sono morte almeno 8 guardie di frontiera in seguito ad attentati da ovest e che nessun borghese ha interesse a ricordare.
Anche l’argomentazione della bancarotta dell’RDT – rievocata in questi giorni, tra l’altro mentre il mondo è caduto in una crisi economica abissale, e sbandierata per giustificare l’annessione da parte del governo Kohl – è una falsità. Nel 1988 il reddito nazionale era aumentato del 3%, come nei due anni precedenti e quello procapite del 4%; la produttività del lavoro aumentata del 7% nel settore industriale e del 4,8% in quello edile (219.243 alloggi nuovi e ristrutturati). La produzione dei beni industriali era stata incrementata del 3,7% e gli investimenti erano concentrati in importanti campi per potenziare l’economia e la politica sociale. Solo nell’agricoltura non avevano raggiunto gli indici prefissi che però erano sorpassati dalla produzione zootecnica. Sempre nell’88 la ricerca era concentrata sulla microelettronica che doveva prendere l’avvio della produzione nel 1989, anno in cui sarebbero aumentate le pensioni per la “terza età” che invece con la caduta del muro si sono ritrovati improvvisamente scaraventati nell’abbandono e nella totale povertà.
Proprio nel 1988 gli Stati socialisti perfezionarono la loro cooperazione con l’obiettivo di aumentare il livello di vita dei propri popoli.
Non avevano fatto i conti con l’imperialismo che agiva per distruggerli e per questo anche noi li criticavamo. Evidentemente i servizi segreti non erano così potenti! Non certo come quelli dell’Occidente che hanno tramato al servizio dei poteri reazionari, delle borghesie, del Vaticano. In più una bella spallata per svendere l’RDT l’ha data Gorbaciov con il quale Honnecker si è incontrato dal 27 al 29 settembre - solo due mesi prima della caduta – per “intraprendere ulteriori sforzi per estendere la specializzazione e la collaborazione nei campi della scienza, della tecnica e della produzione”. Un’iniziativa ritenuta importante per i forti impulsi che ricadevano sulla cooperazione.
Altra falsificazione della storia – gradita ai manipolatori dell’informazione - è il totalitarismo ignorando (o volendo ignorare) che nell’RDT esisteva la Camera del popolo, cioè il Parlamento, che era il massimo organo statale dove erano rappresentati cinque partiti politici (Sed, DBD-contadini, CDU-cristiani democratici, LDPD-liberaldemocratici, NDPD-nazionaldemocratico) e cinque organizzazioni di massa: sindacati, gioventù, donne, lega della cultura e il mutuo soccorso contadino.
Noi comunisti, quindi, non festeggiamo la caduta del muro perché l’annessione, e non l’unificazione, ha rappresentato disoccupazione, povertà per molti, prostituzione, emigrazione di tanti sfuggiti alla catastrofe sociale, nascita di gruppi neonazisti, cancellazione dell’antinazismo e dell’antifascismo. È stata fatta piazza pulita della memoria sia per la collusione dei capitalisti tedeschi con Hitler che per l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt e si associano le vittime del nazismo ai carnefici delle SS definiti “vittime dello stalinismo”.
E ci ripugna vedere traditori, potenti ed ex ormai cariatidi riesumate per l’occasione riunirsi e partecipare ad eventi mass-mediatici, demagogici e funzionali al sistema (come quello del 1989 quando i picconi usati erano forniti da opportuni venditori a caro prezzo in strada). Vogliamo distinguerci dalla Castellina che parla di “liberazione da regimi certamente oppressivi” e da Paolo Ferrero (segretario PRC) che saluta positivamente la caduta perché il socialismo senza libertà non è socialismo e del tentativo abortito di andare oltre il capitalismo. Quale libertà, per chi? Per i capitalisti di sfruttare? di imporre la cultura dell’individualismo? del libero mercato? di aver affossato le necessità e le aspirazioni di cambiamento della classe operaia e dei popoli con demagogiche promesse di “un nuovo ordine mondiale”? Non a caso per l’imperialismo con la caduta del muro era finita la storia, ha decretato la fine delle ideologie sostenendo che l’unica soluzione era quella fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Honnecker (morto nel 1994) ha preferito l’esilio e oggi sua moglie Margot dal Cile dove si erano rifugiati manda a dire che il socialismo tornerà in Germania. Certo nonostante tutti gli sforzi dell’imperialismo, dei revisionisti e degli opportunisti i comunisti in tutti i paesi continuano ad esistere e lottano per liberare la classe sfruttata ed oppressa ed eliminare la borghesia. Ma pur essendo una necessità oggi non è così facile. Quando si lasciano cadere i muri a Berlino, quando si sconquassa il movimento comunista, quando intellettuali e segretari di partito non parlano più di comunismo ma di generica sinistra, tutto diventa più difficile. Questo ci impone una lotta ancora più dura e costante per ricostruire le condizioni e ristabilire l’ideologia marxista e leninista con la quale sarà possibile dare una spallata al potere borghese e imperialista.

 


25 settembre 2009 redazione
editoriale

PROTAGONISMO OPERAIO E REPRESSIONE

Oggi più che mai ci trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili
Operai barricati sulle gru, lavoratori accampati sui tetti delle aziende, presidi davanti alle fabbriche chiuse o in crisi, operai in sciopero della fame, precari della scuola incatenati e in mutande sono forme di lotta estrema, preludio di un autunno che si annuncia molto caldo. Lotte, in alcuni casi ai limiti dell’autolesionismo (come in Francia), che un proletariato senza un’organizzazione politica combatte da solo contro il singolo padrone, una ripresa del conflitto a volte discutibile, ma che dimostrano la rottura della passività e il risveglio del protagonismo operaio.
L’unità e la solidarietà di classe che generano questi momenti di resistenza - come si sono espresse nella lotta dell’INNSE e in diverse altre realtà - suonano come un campanello d’allarme pericoloso per l’intera classe borghese. Nella società capitalista una serie di circostanze, rapporti di forza favorevoli possono far vincere temporaneamente gli operai com’è successo all’INNSE di Lambrate a Milano, diventando un esempio per tutta la classe operaia, ma questo scatena l’odio della classe dominante. Così com’è già successo nel 2003 nella lotta vittoriosa degli autoferrotranvieri, che con forme di lotta autorganizzate, dure e indipendenti da tutti i sindacati e partiti, bloccarono nelle rimesse tutti i mezzi di trasporto nel mese di dicembre per tre giorni, anche stavolta la vendetta padronale non si è fatta attendere. Come allora anche oggi scattano denunce e multe.
La Magistratura, che tutela la proprietà privata e il profitto, ha già cominciato a dividere il fronte di lotta “in buoni e cattivi” per far pagare cara la solidarietà di classe e l’insubordinazione operaia.
Agli operai e lavoratori di altre fabbriche, ai compagni che hanno partecipato alle manifestazioni e blocchi stradali durante i dieci giorni di lotta all’INNSE, sono arrivate le prime denunce e multe, che vanno dai 5mila ai 10mila euro.

Il conflitto è inevitabile
in una società divisa in classi, dove il potere è nelle mani della borghesia imperialista. Finché lo scontro rimane nella singola fabbrica e sotto la direzione dei sindacati che riconoscono come legittimo il profitto, è tollerato. Finché è controllato, disperso e frammentato dai cosiddetti “rappresentanti dei lavoratori” sia politici che sindacali in una miriade di lotte locali - azienda per azienda o per settori produttivi - tali da limitare fino a privare la classe della necessaria forza d’urto che la porterebbe a combattere classe contro classe, tale conflitto è considerato “legale”. Quando questo sfugge di mano e gli operai dimostrano con azioni concrete, la loro indipendenza, la lotta diventa “illegale” e scatta la reazione con la repressione.
I partiti (sia quelli di centrodestra, sia di centrosinistra) e i sindacati concertativi lavorano per evitare che la lotta politica sia condotta dalla classe operaia in forma diretta, tentando di arginarla per le vie rappresentative all’interno delle forme istituzionali stabilite dallo Stato borghese, quindi attraverso la pressione esercitata sugli organismi legislativi e di governo. Non è quindi un caso che la lotta – come quella dell’INNSE - sia anche l’occasione per la passerella di molti rappresentanti politici e sindacali, responsabili o corresponsabili anche dei licenziamenti.
Oggi sempre più proletari cominciano a prendere coscienza che all’attacco generale del capitale si deve rispondere unificando la classe sugli interessi immediati e futuri, unificando lotte e obiettivi, schierando i ranghi di tutto l’esercito proletario. Anni di revisionismo, di riformismo e di opportunismo, di settarismo e di diffidenze reciproche hanno impedito la nascita di un’organizzazione generale che permetta al proletariato di organizzarsi come classe in un partito adeguato all’attuale scontro di classe.
Solo diventando protagoniste del loro destino e non delegando ad altri i propri interessi, le masse proletarie possono non solo presentarsi organizzate sul campo di battaglia, unificando la lotta economica (oggi dispersa in mille rivoli) e quella politica, bensì possono trasformarla in lotta rivoluzionaria di massa, capace non solo di resistere agli attacchi del capitalismo o di limitarne lo sfruttamento e porre le basi per distruggere il sistema di potere della società borghese basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Dividere la lotta economica da quella politica, ridurre la politica della classe operaia al sistema parlamentare serve solo a mantenere sottomesso il proletariato. Parlamentarismo e sindacalismo sono complementari, entrambi agiscono sul terreno delle riforme (politiche o economiche) lasciando inalterato il problema del potere borghese. L’obiettivo di chi vuole liberarsi dalla schiavitù salariata è quello di distruggere lo Stato e l’ordine sociale borghese. Non possiamo lottare semplicemente contro gli effetti del sistema, dobbiamo andare alla radice, alle cause.
Noi proletari abbiamo i numeri e la ragione storica, ma senza la forza dell’organizzazione siamo alla mercé dei padroni. Le lotte creano condizioni favorevoli all’unità. Sono il terreno migliore per cominciare a confrontarci, per rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di presentarci come classe sulla scena politica. Ogni classe ha le sue avanguardie e i suoi partiti. Solo la classe operaia è oggi e da troppi anni senza un’organizzazione generale anticapitalista e antimperialista, senza il suo partito. In questa situazione il nostro compito di rivoluzionari non è solo quello di partecipare e guidare le lotte di resistenza, ma quello di mettere all’ordine del giorno in tutte le lotte di massa la concezione del mondo che ci guida, il modello di società che vogliamo dotandoci degli strumenti organizzativi che ci permettono di perseguire quest’obiettivo, come la costruzione di un partito comunista adeguato ad affrontare lo scontro di classe.
Oggi più che mai ci si trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili. Dobbiamo intensificare i nostri sforzi nel lavoro di ricomposizione di classe, lavorare nel proletariato di ogni nazionalità, perché si riconosca come classe internazionale che ha gli stessi interessi comuni nella lotta contro il sistema capitalista. L’obiettivo di distruggere lo Stato borghese che esercita la dittatura del capitale, di espropriare i borghesi impedendo loro di sfruttare gli esseri umani e la natura si può realizzare solo attraverso l’organizzazione proletaria. Solo con la dittatura del proletariato, il socialismo ed il comunismo, dove si produce e lavora per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, la classe operaia può avanzare verso l’emancipazione di se stessa e di tutta l’umanità.


8 luglio 2009 redazione
editoriale

Demagogia e razzismo del governo e della destra

Col pretesto della sicurezza si alimenta la paura

Il pacchetto sicurezza è legge. Giovedì 2 luglio il Governo, con voto di fiducia, ha approvato definitivamente il già contestato ddl sicurezza. Con questo disegno di legge esulta soprattutto la Lega Nord che sulla sicurezza ha puntato la sua politica demagogica e la recente campagna elettorale. Maroni, infatti, si è definito “molto soddisfatto”, ma più che soddisfatti sono anche il ministro della Difesa La Russa che conferma: “Berlusconi mantiene le promesse” e Maurizio Gasparri secondo il quale “La sicurezza prima di tutto è oggi ancora di più un nostro principio fondamentale”.
Ma di quale sicurezza si parla, se persino l’Unione delle Camere penali denuncia le norme come “inaccettabili e di propaganda”?
Istituzionalizzazione delle ronde, reato di clandestinità, prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE, aumento delle tasse per cittadinanza e permessi di soggiorno, e carcere per chi affitta a clandestini sono i contenuti principali di chiara marca razzista del decreto Sicurezza convertito in legge.
Il Governo prosegue la sua opera di criminalizzazione degli immigrati per distogliere le masse dalle vere preoccupazioni che sono il lavoro (i suoi infortuni e le sue morti), la casa, la salute, il futuro; e per far scordare la crisi economica che ci attanaglia e peggiora le condizioni generali di vita.
Ma, al tempo stesso, il governo si garantisce il consenso della Lega e ottiene l’aumento di ricattabilità degli immigrati presenti in Italia – prima di tutto delle badanti – portando al ribasso la concorrenza su salari (nell’interesse dei capitalisti che non disdegnano l’uso dei clandestini per aumentare i propri profitti) e diritti e forzando la guerra tra poveri.

È il trionfo della destra che usa le paure e le fomenta e invece di aumentare la sicurezza, aumenta il caos e la confusione.
Episodi di razzismo istituzionale - già sviluppati prima ancora della Legge - si stanno moltiplicando sul piano nazionale. Le ronde, infatti, ovvero le milizie di partito dal funesto ricordo delle Sa nazionalsocialiste, sono l’elemento più pericoloso perché hanno una base politica mascherata. E neppure di fronte a questa gravità si muove la cosiddetta sinistra.
Abbiamo in numeri scorsi denunciato quelle create mesi fa a Massa con la sigla SSS. Recentemente a Milano sono state presentate ad un convegno dell’MSI (convegno per la ricostituzione del partito fascista e annessa apologia) come associazione apolitica e apartitica, ma il loro ispiratore è quel Gaetano Saya già rinviato a giudizio per aver diffuso “idee fondate sulla superiorità e l’odio razziale” e che parla degli immigrati come di “un pericolo per la nostra razza”. La sua Guardia nazionale italiana: camicia kaki con aquila imperiale romana, fascia nera al braccio con impressa la “ruota solare” pantaloni neri con striscia gialla, una divisa che rievoca la più terribile pagina della storia europea, è pronta a pattugliare le strade 24 ore su 24. Alle camicie kaki si affiancheranno ovviamente le camicie verdi!
I rondisti in altre città si chiamano “Veneto sicuro” a Vicenza e sono collegati con la Lega. Anche a Genova con la Lega pattugliano muniti di pettorina verde; a Bologna ci sono gli “angeli delle fermate”, a Roma le “ronde nere” - armate di torce e bombolette spray urticanti sono affiancate dalle squadre Rosa, ronde femminili targate La Destra di Storace, nate già a febbraio. A Latina, dove la destra è storicamente più forte, sono attive oltre 1200 persone e poi Parma ecc.

In un mondo di subappalti, anche la “sicurezza” è subappaltata.
Ma il controllo del territorio non spetterebbe alle cosiddette forze dell’ordine? Non ce ne sono abbastanza, risponde il governo, però le ronde – che dovrebbero essere disarmate (!?) – dovrebbero segnalare le “anomalie” alla polizia che dopo può intervenire… se ha il carburante!
Come, nonostante la presenza dei militari muniti di tanto mitra per le strade non ha evitato scippi o stupri che continuano ad esistere (cresce anche l’inevitabile taccheggio nei supermercati per la difficile situazione economica dei pensionati) e censurati dalla stampa, il Governo ha ora istituzionalizzato esaltati e fascisti che
alimentano la paura anche attraverso l’esposizione iconografica che incita alla violenza e alla repressione.
In realtà
di fronte all’aggravarsi della crisi che può comportare momenti di tensione sociale nei prossimi mesi per l’ulteriore mancanza di lavoro, il Governo si attrezza con forze ausiliarie da poter impiegare contro il movimento dei lavoratori e degli studenti. Manganello e lacrimogeni sono la risposta a chi si ribella. Sempre più spesso vengono caricati cortei, presidi e manifestazioni e addirittura sono arrestati preventivamente i militanti più attivi e conosciuti, come ai tempi di Mussolini.
Come in guerra quando con le truppe al fronte vengono mobilitati i riservisti, così le ronde hanno il compito, almeno per ora, di coprire il lato facile, le truppe invece saranno impegnate contro la classe operaia e le masse popolari in difesa degli interessi dei capitalisti, della sacra proprietà privata, della chiesa e di tutti i privilegiati che vivono sulle spalle di chi suda e lavora.

La sicurezza è solo per il potere. La nostra sicurezza rimane quella che saremo più sfruttati e repressi; che dovremo fare ancora più sacrifici per campare noi ed i nostri figli, fino a quando non riusciremo ad eliminare il capitalismo e tutti i suoi comitati d’affari.

30 maggio 2009 redazione
editoriale

NESSUNA ILLUSIONE ELETTORALE
La classe operaia è in sé, per il posto che occupa nella società, la sola classe antagonista al capitalismo su scala mondiale

A giugno siamo nuovamente chiamati a votare in molte amministrazioni locali e per il parlamento europeo. Le manovre politiche sono in atto con effetti a dir poco sorprendenti, anche per la nuova regola – stabilita a due mesi dal voto - del 4%.
Lo vediamo con il terremoto in Abruzzo. Berlusconi e il suo seguito di ministri, pronti a rassicurare le popolazioni colpite che lui - come ha fatto il miracolo della spazzatura a Napoli - ora lo farà con le case anche grazie alle… preghiere del Papa. Sicuramente le chiese saranno ricostruite. Non servirà alla popolazione per vivere, ma piacerà tanto al Vaticano e ai turisti!
Ed ecco tutti, dai capi dei vari partiti ai sindacati, correre in modo strumentale in Abruzzo, in particolare ad Onna, mentre aumentano le voci di allarme per il pericolo di infiltrazione della mafia nella ricostruzione.
Lo vediamo con la crisi che devasta le famiglie dei lavoratori che perdono l’occupazione o vivono con salario ridotto con la cassa integrazione, mentre per il ministro Tremonti il peggio è già passato, aiutato dalla  Marcegaglia di Confindustria che, dopo aver ottenuto i soldi “veri” che aveva richiesto al governo a favore della grande industria, si adegua al coro degli ottimisti: va da sé che per le elezioni serve tranquillità, ottimismo, fiducia nella classe dirigente del paese e nelle istituzioni.
Lo vediamo con la nascita di “nuove” sigle come Sinistra e libertà che unisce socialisti, verdi e vendoliani con il solo disperato scopo di arrivare alla soglia del 4%. Lo stesso vale per Prc e PdCI che, divisi come partiti, si riuniscono non sulla base di un programma ed una pratica politici comuni e di classe, ma sul simbolo della falce e martello come se bastasse per farsi votare.
Nello stesso tempo assistiamo allo spettacolo delle candidature oscene: dalle veline e attricette a Corona, al principe ballerino, ai magistrati, a politici inquisiti o trombati. L’importante è la celebrità, non importa per cosa e se questa è televisiva è ancora meglio.
Alle elezioni amministrative lo spettacolo è anche peggiore. Sul piano locale le logiche di potere sono più immediate, nelle province, nei comuni e quartieri, le alleanze sono completamente diverse. Ecco allora gli stessi partiti fare le cosiddette scelte possibiliste: chi appoggia i candidati del PD passati con le primarie farsa anche con i voti della destra; chi, come ad esempio il Prc di Firenze, che invece di portare avanti il proprio candidato a sindaco ha deciso di ritirarlo e di appoggiare addirittura la candidatura del socialista Valdo Spini, alla faccia della falce e martello.
Nei varchi aperti dalla sinistra di governo si inserisce la destra che estende la deriva reazionaria e che la stessa sinistra non ha la forza di arginare. Come è successo con la legge Treu che ha introdotto il lavoro interinale; con la modifica della Costituzione che ha favorito l’introduzione del federalismo fiscale della Lega; così con la Resistenza e l’equiparazione dei repubblichini di Salò ai partigiani che hanno combattuto per la libertà e per una società diversa come ha fatto Violante.
Nel recente 25 Aprile abbiamo assistito allo spettacolo della destra passare da vittima per le proteste annunciate alla loro partecipazione alle manifestazioni, mentre per la prima volta Berlusconi - sollecitato da questa cosiddetta sinistra - ha potuto celebrare l’anniversario della Liberazione strumentalizzando, ancora una volta, i terremotati di Onna.
Scelte che ci fanno intravedere un pericoloso ed insidioso progetto di trasformare il 25 Aprile in giornata contro i totalitarismi, intendendo con ciò portare avanti il loro principale obiettivo: la lotta contro il comunismo, unico vero nemico di lor signori. Con il pericolo concreto che i comunisti possano essere messi al bando con leggi liberticide già apparse in alcuni paesi europei, mentre i fascisti potrebbero sempre essere riciclati tra ronde, polizia ed esercito di professione sotto la direzione di un’autoritaria Repubblica presidenziale.
Durante la campagna elettorale la lotta di classe e i crimini dei padroni vengono nascosti. Il conflitto di classe è sostituito dallo scontro elettorale e il nemico diventa chi non si riconosce nelle istituzioni che legittimano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tutti i partiti, indistintamente, si trovano d’accordo sul fatto che si voti e combattono, anche a suon di spot televisivi, la crescente protesta di strati sempre più vasti di masse popolari che non si riconoscono nelle istituzioni borghesi, che si oppongono alla logica di scegliere chi gestirà nel modo migliore gli interessi del capitale e chi sarà il prossimo strumento di sfruttamento.
Se da un lato le elezioni sono state una delle rivendicazioni del movimento operaio e popolare per la democrazia, nello stesso tempo l’influenza ideologica della borghesia e degli opportunisti le ha fatte diventare l’unico sistema in mano al popolo per poter cambiare la società. Così come ci sono proletari che ancora oggi pensano non sia possibile la vita senza avere un padrone, così pensano che la situazione non possa cambiare senza partecipare alle competizioni elettorali.
È invece illusorio pensare che con più presenza parlamentare o con la partecipazione ai governi sia degli enti locali che nazionali si possano ottenere vittorie grazie ai rapporti di forza presenti nelle stanze delle istituzioni, invece di essere il frutto di aspre ed ampie lotte di massa.
Tutte le conquiste proletarie e operaie sono state frutto di grandi lotte, alcune hanno avuto addirittura la forza di diventare leggi dello Stato, anche se ciò non basta a garantirne il rispetto e l’applicazione. Appena il movimento operaio abbassa la guardia come in questo periodo, i capitalisti sono pronti a sferrare il loro attacco per riconquistare le posizioni perdute e portare indietro la ruota della storia a loro unico vantaggio.
Il capitalismo riesce a dominare in tutto il pianeta, anche attraverso le elezioni, mistificando come democrazia la partecipazione alle votazioni, anche se estremamente bassa.
Per le prossime elezioni europee sono le stesse stime delle istituzioni borghesi a dare la previsione di partecipazione non superiore al 35% degli aventi diritto.
Si può votare ma non si può mettere in discussione il sistema di potere e i suoi strumenti perché altrimenti scatta l’allarme terrorismo e tutti temono che si possa scatenare la piazza e ci possano essere lotte non controllate che potrebbero travalicare il “normale senso civico e democratico fuori dalla dialettica parlamentare“. Come è successo alla manifestazione di Torino quando i lavoratori del gruppo FIAT che stanno perdendo il lavoro, hanno semplicemente protestato e rivendicato il diritto alla parola fuori dal coro sindacale ufficiale.
A cosa servirebbe, dunque, per la classe operaia irrompere nel teatrino della politica borghese? A fare le comparse, a far guadagnare il “socialismo parlamentare” a qualche operaio pronto a rappresentare la “sua classe” (!) con 15/20/30mila euro al mese nel Parlamento Europeo, diventando stampella di un sistema marcio che del suo marciume ne fa un idolo da adorare.
Questo sistema è da abbattere, dobbiamo lottare tenacemente contro ogni illusione elettorale e riporre tutte la nostre forze nella capacità distruttiva della classe operaia del sistema borghese.
La classe operaia è in sé, per il posto che occupa nella società, la sola classe antagonista al capitalismo su scala mondiale occupando i gangli vitali del sistema di produzione capitalista. E da ciò trae la sua forza propulsiva e la capacità strategica di costruire quella società che, liberando se stessa dalla schiavitù salariale, può liberare tutti.


19 maggio 2009 redazione
comunicato

Solidarietà con i lavoratori dello Slai-Cobas
Un copione già recitato, con gli aggrediti ed i discriminati trasformati in aggressori: questo, e non altro, è quello che è successo a Torino.
I lavoratori dello Slai-Cobas che hanno rivendicato il loro diritto a parlare in piazza sono stati vittime di una provocazione. Come al solito una legittima reazione in risposta ad una prevaricazione è additata come violenza mentre la violenza vera, più subdola e quindi più pericolosa, è quella che esercitano i dirigenti di Cgil-Cisl-Uil ed i loro alleati, i post (?) fascisti dell’UGL. Sono loro che si riservano, in maniera mafiosa, un terzo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, infischiandosene del voto dei lavoratori. Sono loro che da decenni firmano accordi antioperai che aumentano precarietà e sfruttamento e diminuiscono diritti e salari. Sono loro che stanno bruciando, con i fondi pensione di categoria, una parte del salario dei lavoratori, la liquidazione, giocandoselo in borsa.
Purtroppo non basta che sia chiaro per le minoranze: o la maggioranza dei lavoratori capisce che i dirigenti di  Cgil-Cisl-Uil-Ugl sono la quinta colonna dei padroni all’interno del movimento operaio e si organizzano di conseguenza o la sconfitta sarà inevitabile e disastrosa.


27 aprile 2009 redazione
festa dei lavoratori

1° MAGGIO

giornata di lotta internazionalista
contro lo sfruttamento capitalistico

Da anni in Italia il 1° Maggio, giornata di lotta internazionalista dei lavoratori di tutto il mondo contro lo sfruttamento capitalistico, è stato trasformato in una giornata di festa o di santificazione del lavoro. I sindacati confederali organizzano cortei svuotati di contenuti di classe e il concerto di Roma, la Chiesa festeggia S. Giuseppe patrono dei lavoratori e predica rassegnazione e speranza in un mondo migliore. I partiti politici di sinistra, rievocano il 1° Maggio guardandosi bene, però, dal mettere in discussione questa società borghese basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento del lavoro salariato. Parlano, i partiti di sinistra, di una diversa distribuzione della ricchezza ma la società borghese e le sue istituzioni sono intoccabili! Riprendere nelle proprie mani il 1° Maggio con i suoi contenuti di classe è per il proletariato un’esigenza vitale soprattutto ora nel vivo di una crisi economica mondiale di grandi dimensioni, destinata ad aggravarsi e il cui peso (aumento dello sfruttamento, morti sul lavoro e di lavoro, peggiori condizioni di vita con licenziamenti, cassa integrazione, aumento del precariato, allungamento dell’età della pensione delle donne) il padronato pretende di scaricare sui lavoratori e sulle masse popolari.
Questa profonda, globale crisi economica, paragonabile se non più terribile del 1929, è caratteristica del capitalismo nella sua fase imperialista; non è stata determinata dalle malefatte di un gruppo di capitalisti senza principi e senza scrupoli come ripetono gli economisti borghesi o socialdemocratici; e neppure dalla mancanza di regole e controlli nel settore borsistico ma è organica al capitalismo nella sua fase imperialista. Le borghesie nazionali, a cominciare da quella USA, avevano promesso benessere, pace, democrazia e invece hanno seminato in tutto il mondo fame, guerra, ingiustizie e feroci dittature antipopolari. La crisi dimostra una volta di più che lo sviluppo ed il progresso sociale dei popoli non sono possibili nel capitalismo e dimostra anche che la liberazione della classe operaia e dei popoli si può raggiungere solo con la rivoluzione ed il socialismo. Alla crisi di questo regime di sfruttamento e rapina la classe operaia e i lavoratori devono rispondere con la mobilitazione e la lotta contro il padronato e il governo.
Riprendere nelle proprie mani il 1° Maggio con i suoi contenuti di classe, per i proletari è diventata oggi più che mai una necessità. Unificare le lotte di resistenza del proletariato sia italiano che straniero, dei “fissi” come dei precari, senza delegare a nessuno la lotta per il proprio futuro, dimostrando nella pratica della lotta che la nostra classe è unica, con identici interessi ed un solo nemico: il capitale.
Se vogliamo che le lotte abbiano un successo, elevino la coscienza di classe del proletariato e pongano realmente e concretamente il problema della conquista del potere politico e del socialismo è indispensabile porsi, innanzitutto, la questione della ricostruzione del partito comunista e lavorare concretamente in questa direzione con spirito aperto e unitario.
Lottare partendo dalla nostra realtà, dalla consapevolezza che il nemico è in casa nostra: l’imperialismo italiano e la sua borghesia. In questa battaglia diamo un contributo necessario all’internazionalismo proletario legando la nostra lotta a quella dei proletari e dei popoli di tutto il mondo per costruire una nuova società senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


23 aprile 2009 redazione
volantino

25 Aprile

Impediamo al governo di destra e ai revisionisti

di riscrivere la storia

Il 25 Aprile è un ulteriore momento per riflettere su ciò che sta accadendo a livello culturale e sociale con questo governo formato da capitalisti, professionisti, nani e ballerine e fascisti di provenienza MSI - quel partito che avrebbe dovuto essere messo al bando come ricostituito partito fascista – invece ha potuto stare in Parlamento generando tutti coloro che ora, da ministri e nelle massime istituzioni impongono la loro aberrante cultura di prevaricazione che mette in discussione le stesse libertà democratico-borghesi.
La legittimazione dei fascisti nel Partito delle libertà è lo sdoganamento di An da parte di Berlusconi. Non caschiamo nel tranello dei cambiamenti, è solo il gioco delle parti. La Russa e Ronchi sono stati perfino fotografati convivialmente con esponenti dell’estremismo neofascista e neonazista, oltre che con un presunto appartenente al mondo dello spaccio di droga collegato alla n’drangheta.
Si moltiplicano i gruppi di squadristi - storicamente manodopera del potere autoritario - dai più svariati nomi: Forza nuova, Casa Pound, Viking, Azione giovani, Azione sociale, Cuore nero ecc. che difendono la Repubblica di Salò e che, imbevuti di razzismo aggrediscono, picchiano militanti e stranieri, provocano nelle manifestazioni degli studenti, distruggono circoli di sinistra e centri sociali, imbrattano monumenti alla Resistenza, intervengono con violenza nelle università e nelle scuole.
Le pressioni della Lega – dopo l’invio dei militari nelle grandi città (che sta raddoppiando) – portano al “pacchetto sicurezza” e alla legalizzazione delle ronde (pagandole) dal sapore del passato squadrista dove si sfogano razzisti e xenofobi. A Massa addirittura sono in mano ai fascisti di Storace e girano in tuta con la scritta SSS, un chiaro riferimento al Ventennio fascista. I sindaci fascisti vogliono vietare persino le consumazioni notturne nei bar, evidentemente per evitare gli assembramenti come ai tempi di Mussolini.
Con l’avanzare dei governi di destra a livello europeo e internazionale questi gruppi nazisti si sviluppano ovunque in Russia come a Berlino e nessun Paese – nonostante tutte le parole sull’olocausto li mette fuori legge.  Il raduno internazionale a Milano del 2 aprile di Forza Nuova proveniente da tutta Europa è stato definito dalla sindaca Moratti “eventi di idee”. Un’offesa alla città Medaglia d’oro alla Resistenza e a tutti i partigiani morti nella lotta per liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista. La stessa offesa che a Firenze ha visto l’assoluzione del picchiatore Totaro (oggi senatore) per aver definito il partigiano gappista Bruno Fanciullacci assassino.
Nel frattempo sono stati liberati la fascista Francesca Mambro anche se la sua pena si estinguerà nel 2013, accusata della strage di Bologna (aveva già avuto un figlio in regime di semilibertà da un altro fascista accusato per Bologna, Fioravanti), ed è in regime di semilibertà (e in silenzio stampa) anche Pierluigi Ciavardini, l’appartenente ai NAR condannato a 30 anni per aver partecipato materialmente alla strage di Bologna e che, nel 2007, era stato condannato ad altri 7 anni e 4 mesi per rapina.
A sinistra avanza l’opportunismo e il conciliatorismo. Il Pd, dopo la modifica del tit. V della Costituzione e dopo – per bocca di Violante – aver equiparato i repubblichini che appoggiavano la causa nazista ai Partigiani liberatori, oggi favorisce la concessione di maggiori poteri al presidente del Consiglio, come ha richiesto Berlusconi alla fondazione del partito delle libertà, espressione della Loggia P2 (benedetto dal Papa e appoggiato dalla mafia). A Bassanini l’onore dell’accordo della modifica della Costituzione in una commissione “bipartisan”.
L’aggravamento della crisi economica che i capitalisti non vogliono pagare e che si ripercuote su lavoratori e pensionati, aumenterà il clima reazionario anche per contenere potenziali proteste di massa.
Alla militarizzazione del territorio si aggiunge la limitazione del diritto allo sciopero, la repressione sui luoghi di lavoro, l’aumento dei contingenti nelle guerre in diverse paesi del mondo, l’aumento delle spese militari (nonostante l’art. 11 della Costituzione), il servilismo nei confronti della Nato con la concessione di Basi militari su tutto il territorio in funzione aggressiva e di occupazione nei confronti di altri Paesi come Afghanistan, Iraq, ex Jugoslavia, Libano ecc., la sudditanza verso il Vaticano.
Continua la complicità e la subalternità dell’Italia verso i crimini di guerra israeliani contro il popolo palestinese. Il ministro degli Esteri Frattini si è subito attivato per consolidare le relazioni “speciali” e la grande amicizia con i sionisti invitando a Roma il suo omologo israeliano, il razzista Lieberman.
In Italia, come in tutta Europa si afferma il modello autoritario che dà libertà d’azione alle forze dell’ordine di manganellare operai e studenti che si rifiutano di pagare la crisi dei padroni.
Insomma destra, revisionisti e opportunisti vogliono riscrivere la storia. All’egemonia politica segue l’egemonia culturale. La destra ora si sente talmente forte che vuole prendersi tutto e la deriva reazionaria va avanti anche perché non è contrastata dall’antifascismo militante che sradichi le radici politica ed economica del fascismo.
C’è bisogno di comunisti e del partito comunista, non per i lavoratori o con i lavoratori, ma della classe operaia. Il partito che non delega, ma nel quale ognuno è protagonista e attivista.
Oltre alle manifestazioni di piazza, nelle fabbriche, nei quartieri è indispensabile organizzarsi non solo per sconfiggere il governo Berlusconi o qualsiasi altro governo antipopolare, ma per abbattere il sistema capitalista che produce guerre, fascismo e miseria e costruire una società nuova, socialista - quella per cui hanno lottato e sono morti molti partigiani -, dove al centro ci sia la classe lavoratrice e i suoi bisogni
.


13 aprile 2009 redazione
editoriale

LA RESISTENZA NON SI TOCCA

Impediamo che venga riscritta la storia da chi ci porta alla barbarie sociale
Gli ultimi mesi si sono caratterizzati per le “emergenze”. Emergenza clandestini, emergenza Eluana, emergenza stupri, emergenza stalking, emergenza Battisti, emergenza criminalità, rifiuti e perfino cani randagi. Tutte emergenze amplificate e strumentalizzate su intere paginate di giornali e servizi televisivi. Si tace invece sui pericoli del fascismo, sul lavoro che si fa sempre più pressante, sui costi della politica e del riarmo che aumentano in modo smisurato.
Nel frattempo – a telecamere spente – è stato liberato il veronese Marco Furlan (Ludwig) teorico della purificazione del mondo attraverso la cancellazione fisica di omosessuali, barboni, prostitute ecc. che, dal 1977 al 1988, ha commesso un omicidio all’anno.
Libertà anche per la fascista Francesca Mambro anche se la sua pena si estinguerà nel 2013. Accusata della strage di Bologna aveva già avuto la libertà di formarsi una famiglia e fare un figlio con un altro fascista accusato sempre per Bologna, Fioravanti.
Nel mese di marzo fuori in semilibertà (e in silenzio stampa) anche Pierluigi Ciavardini, l’appartenente ai NAR condannato a 30 anni per aver partecipato materialmente alla strage di Bologna e che, nel 2007, era stato condannato ad altri 7 anni e 4 mesi per rapina.
Due pesi, due misure della destra che governa sull’onda dell’emotività pilotata ma che gestisce i propri interessi e tratta gli italiani come sudditi e non cittadini, complice il Pd che, pur di non giocarsi le poltrone elettorali, tace, concilia, rinuncia ed ha abbandonato l’antifascismo.
Il Pd continua a cedere su tutti i piani rinunciando (nonostante la scomparsa di Veltroni) persino all’organizzazione e alle stesse istituzioni. Come dimostrano le recenti “primarie” che hanno visto in molte città la candidatura ad individui che di sinistra non hanno veramente nulla. Prc e PdCI resuscitano e si uniscono formalmente in vista delle elezioni perché si muovono solo sul piano elettorale.
Cresce in Italia, come in tutta Europa, il modello autoritario, di attacco alle stesse libertà democratico-borghesi che dà libertà d’azione alle forze dell’ordine di manganellare operai e studenti che si rifiutano di pagare la crisi dei padroni. Più si va avanti più la situazione peggiorerà – nonostante le dichiarazioni di Marchionne e i suoi traffici con gli Stati Uniti –, nonostante le sollecitazioni all’ottimismo e gli inviti di Berlusconi ai disoccupati perché “si diano da fare”.
Durante il Governo Prodi la destra ci ha tartassato sul costo della politica e delle caste, oggi non se ne parla più. L’ottimista Governo Berlusconi che ripete all’infinito di volere il bene degli italiani non rinuncia a nessun privilegio, i parlamentari non ci pensano neppure lontanamente a ridurre i loro lauti stipendi, che, soprattutto per gli europei (sintomatica è la corsa ai posti e a nuove liste, alla vigilia delle elezioni) sono il doppio dei rappresentanti degli altri Paesi; le regioni non tagliano i consiglieri (che percepiscono quanto un parlamentare ed in Sicilia si sono aumentati gli stipendi del 114,77%). Perfino negli Stati Uniti, che non sono certo un esempio di democrazia, i governatori percepiscono in media all’anno meno della metà dei compensi lordi di un consigliere lombardo. Il presidente della provincia autonoma di Bolzano porta a casa circa 36mila euro in più di quanto guadagna il presidente degli Stati Uniti.
I Palazzi del potere hanno aumentato spese, sprechi e privilegi. Nel 2008 le uscite di Palazzo Madama sono salite di 13 milioni di euro per colpa dei nuovi vitalizi a 57 membri non eletti. Solo per le agendine personalizzate del 2009 e firmate Nazareno Gabrielli sono stati spesi 260mila euro. Una cifra superiore del triplo o quadruplo di quanto stanzia mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova. In soli due anni le auto blu sono passate da 198.596 a 574.215 (in Francia sono 65mila, in Germania 54mila, in Inghilterra 58mila e negli Usa 73mila).
Il finanziamento pubblico dei partiti costa 150 milioni di euro, ai gruppi parlamentari vanno 34 milioni. Per controllare l'andamento del voto, nel 2007, è stato speso oltre un milione di euro.
È una vergogna, un’offesa per tutti coloro che vivono le difficoltà quotidiane.
Non diminuiscono, anzi aumentano, la spesa militare – che nel 2008 ha superato i 30 miliardi di dollari - e i costi dei contingenti all’estero in guerre di occupazione e rapina pagate con le tasse dei cittadini per soddisfare la sete di guerra di La Russa & C. Nonostante l’art. 11 della Costituzione l’Italia continua il riarmo. Per il 2009 il Ministero della Difesa ha già stanziato 47 milioni di euro per i caccia F35, ma la spesa totale sarà di 1 miliardo di euro che aumenterà perché tutti i sistemi di arma hanno continue necessità di ammodernamento.
L’occupazione, i debiti per arrivare a fine a mese, il mutuo o l’affitto sono le principali preoccupazioni delle masse popolari. Il protrarsi della crisi economica aumenterà lo sfruttamento e la repressione, le contraddizioni si acutizzeranno. È prevedibile che lavoratori, pensionati, precari e giovani sempre più impoveriti e disoccupati, reagiscano e non solo con pacifiche manifestazioni di piazza. Ma con lotte, anche acute, probabilmente non organizzate per la mancanza di un partito comunista che organizzi e coordini, ma che già il governo, che non dà risposte alla crisi economica se non sostenendo banche e capitalisti – liberisti che non disdegnano gli aiuti statalisti pur di non rinunciare ai propri profitti - si prepara ad affrontare.
Da un lato interviene sulla limitazione del diritto di sciopero, sulla detassazione degli straordinari, la decontrattualizzazione, inventando i fannulloni, aumentando l’età della pensione alle donne. Dall’altro lato con il pretesto della “percezione” della sicurezza, le emergenze appunto, elabora un “pacchetto” reazionario.
Oltre all’intervento della polizia e l’impiego dei militari nelle grandi città (che stanno raddoppiando), vuole legalizzare (pagandole) le ronde dal sapore del passato squadrista dove si sfogano razzisti e xenofobi. Come a Massa, nella “Toscana rossa”, dove sono in mano ai fascisti della destra di Storace che girano in tuta con stampato SSS. Anche il coprifuoco dei sindaci (Roma in testa) che vietano il consumo di bevande, gelati, cornetti alle due di notte per evitare il rumore notturno, si può leggere come divieto di assembramento di mussoliniana memoria.
Per assicurarsi la governabilità e portare avanti il disegno autoritario e anticomunista – già progetto di Gelli e della Loggia P2 – è nato il Partito della libertà. Una grande operazione mediatica e di gioco delle parti tra leader per ingannare, ancora una volta, arrivare alla modifica della Costituzione con il benestare del Vaticano (scritto nero su bianco sull’Osservatore Romano) e il sostegno della mafia. Ma anche del Pd. Violante, dopo la modifica del Tit. V della Costituzione e l’equiparazione dei repubblichini ai partigiani liberatori oggi si pronuncia a favore delle riforme istituzionali come il presidenzialismo, tanto caro a Berlusconi.
Intanto gruppi di fascisti che si presentano sotto varie sigle aprono sedi, imbrattano monumenti alla Resistenza, manifestano e spadroneggiano: picchiano militanti di sinistra e stranieri, assaltano centri sociali, circoli di sinistra, intervengono con violenza nelle università e nelle scuole. La destra europea armata di tutta la simbologia nazista si riunisce a Milano e la sindaca Moratti lo definisce un “evento di idee”.
C’è peggio del peggio? Grazie all’opportunismo della “sinistra” la destra si sente egemone politicamente e culturalmente. Vuole cambiare, affossare l’antifascismo e tutto ciò che è nato dalla Resistenza, dividere e disorientare gli sfruttati, eliminare le conquiste operaie, militarizzare il territorio e sostenere i capitalisti con i fondi pubblici affinché mantengano i loro profitti scaricando tutto il peso sulla classe lavoratrice.
È l’imbarbarimento sociale e non possiamo permetterlo. L’unico modo per contrastare l’avanzata reazionaria è costruire il partito comunista. Il partito che non c’è, bisogna accelerare i tempi per ricostruire l’identità, l’autonomia e un sano odio di classe contro la borghesia per abbattere la società capitalista – che si dimostra sempre più fallimentare – e costruire quella veramente socialista.


7 febbraio 2009 redazione
editoriale

CONTINUARE LA LOTTA CONTRO IL SIONISMO
Antisionismo non è antisemitismo. Chi nega l’olocausto viene riabilitato da Ratzinger
Perché non si può attaccare il governo Israeliano? I sionisti strumentalizzano e vivono di rendita sulla Shoah come se solo loro fossero stati colpiti. E i comunisti, gli antifascisti, i rom, gli omosessuali, gli andicappati? Ci martellano con l’olocausto ma non disdegnano di aggredire il popolo palestinese. Perché con Israele non vale la differenza tra sionismo e semitismo? Perché il governo israeliano è intoccabile?
Il mondo che si batte per mantenere in vita Eluana, i feti e persino gli spermatozoi, difende a spada tratta “l’operazione piombo fuso” di Israele incurante di tutta la popolazione civile – già chiusa in un recinto e fiaccata da due anni di blocco totale di alimentari, medicine, combustibili - morta e ferita, tra cui moltissimi bambini. E non è meglio per i superstiti che subiscono traumi e paure difficilmente superabili anche perché non sono certo assistiti da psicologi come oggi si usa fare per i parenti dei militari caduti nelle zone di guerra.
Orrore, morte e macerie. È l’ennesima aggressione di Israele (strumentale alle proprie contraddizioni interne e per le prossime elezioni), uno degli Stati militarmente più potente al mondo (ed in possesso dell’atomica) sul popolo palestinese bombardato da 60 F16 con bombe a grappolo al fosforo bianco, e decine di elicotteri prima dell’invasione terrestre che ha scatenato la reazione in tutto il mondo. Sono state moltissime le manifestazioni di piazza in appoggio alla Resistenza palestinese e molto partecipate anche in Italia, con una notevole presenza degli immigrati arabi.
Ovviamente i mass-media si sono messi al servizio della macchina propagandistica sionista. Hanno cercato di giustificare l’aggressione continuando a diffondere la bugia della violazione della tregua da parte dei palestinesi, dando voce alla guerrafondaia Livni (figlia di Eitan Livni, il capo delle operazioni dell'organizzazione terroristica Irgun Zvai Leumi, che ha organizzato l'attentato dell'hotel King David di Gerusalemme, in cui perirono 91 vittime, di cui 4 ebrei) che sostiene “Hamas vuole colpire i nostri piccoli, noi miriamo ai terroristi che si nascondono dietro ai bimbi”. Ma quelli morti sono solo i bambini palestinesi. Persino in una scuola dell’ONU dove pensavano di essere protetti. La stessa agenzia per i rifugiati ha sostenuto che gli israeliani sapevano cosa bombardavano.
Amnesty International – per non smentirsi - ha parlato di crimini di guerra da entrambe le parti. È vero il contrario. Sono stati i sionisti a violare ripetutamente la tregua moltiplicando i loro attacchi terroristici mirati contro la popolazione palestinese, ampliando le loro colonie nei territori occupati, togliendo l’acqua ed innalzando il Muro della vergogna che spezza le famiglie e impedisce ai palestinesi di poter coltivare la terra o di recarsi a lavorare, in spregio al diritto internazionale e alle stesse risoluzioni dell’Onu, mai rispettate. Un progetto da “Grande Israele” tanto che Israele è l’unico Stato al mondo che non ha dichiarato e depositato i propri confini.
Chi non si omologa come il corrispondente Pagliara, fa scoppiare la bufera. Come Santoro con Annozero. Attaccato dalla destra, ovvio, per la sua puntata su Gaza, definita indecente da Fini e dal Pd, altrettanto ovvio, nella quale Lucia Annunziata ha brillato per la sceneggiata. Mino Fuccillo (ex direttore de l’Unità) che cura la rassegna stampa di RaiNews24, sul 3, ha sostenuto che Santoro ha superato il limite, praticamente ha sconfinato dall’informazione allo spettacolo. Ma il bombardamento del governo israeliano su Gaza con relativi “effetti collaterali” non è un bello spettacolo!
Anche i politici e le amministrazioni di “sinistra”, che demagogicamente si sono offerte per ricoverare i bambini massacrati, hanno fatto un grosso sforzo per convincere l’opinione pubblica che Israele è dalla parte giusta. Cosa non si farebbe per mantenere la poltrona!
Fassino, che ha partecipato alla manifestazione pro Israele, ha detto che “ci sono settori di sinistra con parole d’ordine fondate su un pregiudizio ideologico verso Israele”. Iniziativa alla quale non è stato invitato D’Alema, solo per aver detto che l’opinione pubblica è più scossa dalle immagini dei bambini palestinesi uccisi più che dalle bandiere bruciate. Per Chiamparino: lo Stato ebraico è il nuovo nemico a sinistra.
Sansonetti (già defenestrato da direttore): “ho letto l’articolo di Angelo d’Orsi su Liberazione. Agghiacciante, Santoro a confronto è un moderato, un articolo antiisraeliano per non dire peggio”.
Ma l’operazione non è riuscita. Chi non ha manifestato contro Israele o non ha comunque espresso il proprio sdegno è rimasto nell’indifferenza. Come dire: ancora una guerra. Una come tante!
Un’aggressione che continua. Come si può chiamare tregua o ritiro delle truppe se dal mare la Marina israeliana spara sui pescatori e sui bambini in spiaggia? Sono pericolosi terroristi? O sono potenziali per cui è meglio prevenire che curare? Solo che non tratta di malattie, ma della vita di essere umani! È tregua bloccare l’arrivo di aiuti di cibo e coperte sparando alla nave umanitaria?

Dal 26 al 29 gennaio una delegazione guidata da Antonio Taiani e formata da rappresentanti dell’Agenzia spaziale italiana, da associazioni del settore dell’industria si è recata a Tel Aviv per offrire la possibilità di stringere importanti relazioni di natura economica e scientifica. Rapporti che sono già caratterizzati da un ottimo andamento. L’Italia, infatti, è tra i partner di Israele – molto interessato al settore satellitare e delle telecomunicazioni del sistema Italia - di maggiore importanza a livello mondiale (4° fornitore, 5° acquirente).

Noi comunisti siamo a fianco della giusta causa del popolo palestinese, coscienti che può essere risolta solo in stretto rapporto con la questione generale della rivoluzione proletaria.
Ma nel frattempo il sostegno militante pone dei precisi compiti e non solo sull’onda dell’emotività del momento in cui i palestinesi vengono massacrati.

L’impegno a fianco di questo popolo oppresso da decenni deve continuare a
ttraverso la lotta contro il governo Berlusconi che sostiene politicamente, economicamente e militarmente Israele; contro l’imperialismo nordamericano ed europeo e tutti i riformisti e gli ipocriti che mettono sullo stesso piano i sionisti aggressori e i palestinesi aggrediti.
Attraverso la lotta contro l’imperialismo, il sionismo e la loro politica di guerra e di apartheid.

Per impedire i massacri sionisti, per il ritiro dell’esercito da Gaza e da tutti i territori occupati, per la revoca del blocco affamatore e la fine del furto delle risorse naturali come l’acqua, per il diritto dei palestinesi di difendersi con le armi, per lo smantellamento del Muro, per il ritorno di tutti i profughi e la liberazione dei prigionieri, per la fine degli accordi militari tra Italia ed Israele, per il ritiro delle truppe italiane dal Libano - funzionali solo alle operazioni militari israeliane - per la campagna di boicottaggio dell’economia di guerra israeliana.
Con l’appoggio ai comunisti nell’affermazione di una Palestina libera, unita e socialista.


10 gennaio 09 redazione
solidarietà

FERMIAMO IL MASSACRO SIONISTA DEL POPOLO PALESTINESE

Continuano i bombardamenti su Gaza, dopo circa due anni di blocco, che causano centinaia di morti e migliaia di feriti fra la popolazione civile, che distruggono case, scuole, ospedali.
I massmedia giustificano l’aggressione israeliana diffondendo la bugia che sarebbe stata violata la tregua dai palestinesi. Non è vero! Sono stati i sionisti con la moltiplicazione degli attacchi terroristici e “mirati” contro la popolazione, con l’ampliamento delle loro colonie nei territori occupati, con la costruzione del Muro della vergogna, in continuo disprezzo del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.
Noi comunisti siamo a fianco della giusta causa palestinese attraverso la lotta contro il governo Berlusconi che sostiene politicamente, economicamente e militarmente Israele; contro l’imperialismo nordamericano ed europeo e tutti i riformisti e gli ipocriti che mettono sullo stesso piano i sionisti aggressori e i palestinesi aggrediti. E con il sostegno militante:

per la cessazione immediata dei massacri sionisti,
per il ritiro dell’esercito da Gaza e da tutti i territori occupati,
per la revoca del blocco affamatore,
per il diritto dei palestinesi di difendersi con le armi,
per lo smantellamento del Muro,
per il ritorno di tutti i profughi,
per la fine degli accordi militari tra Italia ed Israele,
per il ritorno delle truppe italiane dal Libano, funzionali solo alle operazioni militari israeliane,
per la campagna di boicottaggio dell’economia di guerra israeliana,
per una Palestina unita e socialista.


13 dicembre 2008 redazione
editoriale
L’ANTIFASCISMO MILITANTE È SEMPRE VALIDO
Più avanzano crisi e fascistizzazione dello Stato, più si fa impellente la lotta contro il capitale

Quando Gramsci metteva in guardia dal pericolo fascista, aveva ben chiara la situazione. In un articolo dell’8 maggio del 1920 scriveva: “La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo ad un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia (Partito socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (i sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello Stato borghese”.
Gramsci indivuò per primo il pericolo e il ruolo dei fascisti quando per i partiti di allora e per le stesse masse il fascismo costituiva il fenomeno folcloristico di un manipolo di sbandati. Per Gramsci è stato chiaro sino da subito che, nel disastro economico, sociale e morale prodotto dalla guerra, i rischi maggiori di sovversione reazionaria venivano soprattutto dai ceti medi e dal possibile saldarsi tra gli interessi di questi con quelli di un grande capitale in profonda crisi.
La borghesia di ieri ha instaurato la sua dittatura sulle masse per reprimere le organizzazioni che lottavano per la trasformazione della società, che volevano un sistema economico che avesse come obiettivo il soddisfacimento dei bisogni materiali, che volevano lavoro e salari decenti. Dittatura che per milioni di persone ha rappresentato repressione delle lotte operaie e contadine, azioni delle squadracce, corporazioni sindacali, censura, leggi razziali, nazionalismo, mito del superuomo e della razza eletta, espansionismo economico e militare, campi di concentramento e guerra.
Oggi vediamo il continuo affermarsi di provocazioni e aggressioni in ogni parte d’Italia di gruppi fascisti e squadracce che si presentano sotto diverse sigle; di licenziamenti, precarietà, infortuni e morti sul lavoro, di repressione delle lotte dei lavoratori e di piazza, di sindacati collaborazionisti, di razzismo, nazionalismo e guerre tra poveri, di CPT, censura, espansionismo economico e militare, di appartenenza alla NATO e coinvolgimento nelle guerre imperialiste. Anche le grandi manovre della destra al potere sul fronte giustizia con la riforma dell’ordinamento giudiziario - il governo Berlusconi e il suo maestro Gelli vogliono scardinare la Costituzione che dovrebbe garantire l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e sottoporre la Magistratura a spartizioni partitiche che, di fatto, la porterebbe a espressione della maggioranza – non devono solo preoccuparci. Devono indurci ad organizzarci, a rispondere con forme di antifascismo militante che non lasci campo libero a forze reazionarie e fasciste che si misurano sul sociale, spesso ottenendo successi anche sul piano elettorale. Per il momento non ci troviamo a dover fronteggiare una dittatura fascista, piuttosto una forma di fascistizzazione dello Stato con la quale si tenta di togliere terreno all’iniziativa rivoluzionaria dei comunisti.

Ieri come reazione si è sviluppata la Resistenza (in un continuo processo di revisione storica) che per molti non è stata solo lotta di Liberazione nazionale ma anche lotta contro lo sfruttamento, per cambiare radicalmente la società, percorso interrotti dalla presenza di forze reazionarie e dal prevalere dei revisionisti.
Oggi manca l’ideologia del partito comunista che affermi verità come: s
olo la lotta di classe può vincere il
fascismo perché la classe operaia deve essere il becchino e il successore al potere; come il fatto che non sono certo gli intrighi parlamentari a combattere il fascismo crescente.
Di fronte ad un'acutizzazione reazionaria, legata anche all’avanzare della crisi economica, Pd e sinistra varia - come i socialisti nel 1921 - non hanno né un piano, né un programma. Sempre pronti all’inciucio sottovalutano il problema. Ignorano completamente l’impegno e la lotta antifascista e lasciano la borghesia padrona ed il fascismo al suo servizio. Come diceva Gramsci se la classe lavoratrice deve riacquistare la propria coscienza di classe e se non vuole illudersi, deve agire sul terreno della lotta di classe come una forza indipendente che sarà presto determinante e non sul terreno della collaborazione di classe per cambiare soltanto la maschera alla borghesia italiana.
La lotta deve contrastare la deriva autoritaria e impedire che, mentre i fascisti si riciclano nelle istituzioni, la sua base occupi spazi strumentalizzando il sociale e i bisogni delle masse. Una lotta non fine a se stessa, ma inserita nell’obiettivo più generale dell’abbattimento del capitalismo e vada nella direzione di una società diversa, socialista. Quella che fa così paura a Berlusconi da fargli insultare i leninisti (anche se Pd e sinistra nulla hanno a che fare con Lenin). Che fa paura a Ratzinger che - con tutti i suoi sermoni fondamentalisti del no a tutto, tranne che per i tradimenti che secondo il Vaticano vanno perdonati, ritenendo Zapatero socialista, ha promosso il card. Antonio Canizares Llovera arcivescovo di Toledo, primate della chiesa di Spagna e protagonista delle battaglie della chiesa cattolica spagnola contro il governo, prefetto della congregazione per il culto divino.


6 novembre 2008 redazione
editoriale sulla crisi

Ma non era il mercato che doveva salvare il mondo?
Non si può scegliere tra capitalismo in crisi o riforma del capitalismo. L’unica via d’uscita possibile è la lotta

Quando i paesi dell’est hanno ceduto alle lusinghe dell’occidente ed in particolare con la caduta del muro di Berlino la borghesia internazionale ha festeggiato la sua vittoria sul socialismo gridando alla superiorità del capitalismo e molti ci hanno creduto.
Le vicende di questi ultimi giorni dimostrano ciò che sosteniamo, in quanto marxisti e leninisti, da sempre e cioè che il capitalismo è un sistema fallimentare, perché si basa sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Per sopravvivere i capitalisti devono continuamente lottare tra di loro, in una concorrenza spietata, devono gettare nella povertà e nella fame milioni di persone, distruggere le forze produttive che hanno creato, devastare la natura e saccheggiare le risorse naturali.
Le crisi sono una malattia cronica del capitalismo. Si ripetono periodicamente e si estendono a sempre più paesi. E ogni crisi si differenzia da quella precedente per la sua estensione, profondità e durata. La crisi che ha investito l’economia statunitense negli anni 1929-1933, che tutti gli organi di informazione paragonano all’attuale -, e che in seguito alla quale la produzione industriale fu rimandata indietro per decenni facendo perdere l’occupazione ad un terzo dei lavoratori dei paesi capitalistici - non è che una somiglianza per difetto perché questa crisi per le sue dimensioni e conseguenze sociali sarà molto più grave e devastante.
Di fronte a questo sfacelo i capitalisti – dopo aver teorizzato per anni la validità del mercato finanziario promettendo benessere per tutti – la cosiddetta new economy cui hanno dato credito anche settori di “sinistra”, con i soliti intellettuali che da subito hanno teorizzato il superamento dell’analisi marxista ritenuta vecchia, scoprono l’acqua calda, cioè che la ricchezza viene dalla produzione e non dalle bolle speculative delle borse.
Dopo aver teorizzato la scomparsa della classe operaia, la funzione positiva e propulsiva della concorrenza capitalistica, la scelta di affidarsi al capitale finanziario per difendere le pensioni con i fondi che scippano il TFR, cosa si dovranno inventare ora i capi sindacali ed i dirigenti riformisti e revisionisti per spiegare ai lavoratori che anche quei pochi soldi sono andati persi insieme alla speranza e all’illusione di concertare con il padronato il cosiddetto sviluppo sostenibile che avrebbe garantito un futuro di benessere senza bisogno di lotte e rivoluzioni?
I governi – appoggiati dai più convinti liberali che, per interesse, oggi chiedono perfino un ritorno all’etica e reclamano più controlli e nuove regole - ricorrono a misure statali al fine di affievolire gli effetti della crisi, salvano le banche dal fallimento e socializzano le perdite con un “sano statalismo”.
Per i proletari e la stragrande maggioranza della popolazione mondiale l’attuale crisi si tradurrà in licenziamenti in massa dovuti alle chiusure aziendali, in abbassamento dei salari e del potere d’acquisto ed un peggioramento dello stato sociale e delle più generali condizioni di vita e di lavoro.
Una situazione che porterà i governi borghesi a gettare la maschera della democrazia per far accettare le manovre restrittive non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale dei diritti: di sciopero, sindacali, di organizzazione, utilizzando la militarizzazione della società, attraverso una costante fascistizzazione nel tentativo di salvare gli interessi del capitale.
Nel corso dell’ultimo secolo lo sviluppo dell’imperialismo si è manifestato come ultima fase del capitalismo: il capitale finanziario si è imposto su quello industriale e produttivo; la guerra – unico mezzo per risolvere le ricorrenti crisi capitalistiche - si è estesa.
Tutto ciò conferma le teorie di Marx e di Lenin e dimostrano la necessità del socialismo e del comunismo da troppo tempo e da troppi “soloni” della politica della cosiddetta sinistra dato per morto. La realtà è che il modello capitalistico non può essere migliorato e non c’è il capitalismo buono legato alle attività industriali e capitalismo cattivo legato alle attività finanziarie, come sostengono i riformisti che hanno spianato il terreno ai capitalisti, perché i suoi danni non derivano dalla cattiva gestione e/o corruzione di manager e politicanti (premiati con stipendi d’oro), o dagli imprenditori, ma proprio dalle leggi ferree che lo regolano e che sono improntate a produrre profitti sempre più alti.
Per i comunisti e i proletari non si tratta di scegliere tra capitalismo in crisi o riforma del capitalismo. Non è la borghesia che ci fa uscire dalla crisi perché è responsabile della decadenza della società. L’unica via d’uscita – possibile attraverso l’organizzazione - è la lotta per l’abbattimento del sistema capitalista e la costruzione di un sistema socialista basato sull’eliminazione della proprietà privata dei principali mezzi produttivi e su un nuovo modo di produzione, attraverso l’instaurazione della dittatura del proletariato, come forma di governo.


4 settembre 2008 redazione
in breve

QUANTO CI MARCIA LA BETANCOURT!

Incredibile! Ingrid Betancourt (esponente dell’oligarchia colombiana) è riuscita a farsi fotografare “prigioniera” affaticata e “morente” su una panchina e dopo soli due mesi dalla liberazione è pimpante, allegra, gira il mondo e soprattutto l’Italia dove le amministrazioni di destra a Roma e di “sinistra” a Firenze, si sono prodigate ad ospitarla, insieme alla mamma, ai parenti e persino ad un cugino venuto appositamente da Miami (che combinazione!) e generosamente insignirla del Giglio d’Oro (cittadinanza onoraria) e farle regali (tanto paghiamo noi). A Firenze ha voluto passeggiare in piazza della Signoria (“A Firenze, mi sento come se ci fossi nata…”), fare shopping in pelletteria, ovviamente, cenare a piazzale Michelangelo (non è certo da tutti).
Già dalla sua discesa dell’aereo non ci sembrava così sciupata come nella foto pubblicizzata, neppure la sua pelle ha subito danni dal lungo periodo nella foresta dove la signora poteva ascoltare la radio e procurarsi un rosario. Due elementi che sono bastati per essere ricevuta dal papa in pompa magna.
La signora, che ha trovato la gallina dalle uova d’oro, dice di non volersi più candidare e non perde occasione per attaccare le Farc e tace sull’attuale situazione della Colombia dove, pesino la Corte suprema ha, negli ultimi anni, incrinato e in molti casi arrestato decine di parlamentari in carica, ministri e viceministri dell’attuale governo e alcuni individui vicini al presidente Alvaro Uribe Velez per i loro comprovati legami con esponenenti del paramilitarismo e del narcotraffico.
Ma proprio in questi giorni del suo tour, in Colombia c’è una donna, la sindacalista Ruby Castano – che nella sua lunga militanza ha subito vari attentati - è sotto minaccia di morte e può essere uccisa, non solo sequestrata, in qualunque momento dai paramilitari. Manuel Mendez – che aveva ricevuto le stesse minacce – è stato assassinato il 13 agosto scorso nella sua residenza. Ma in Colombia, oltre le Farc, si contano centinaia di migliaia di donne e uomini vivi e morti che hanno lottato e lottano per la giustizia sociale. Il trattamento da “capo di Stato” riservato alla Betancourt è un’offesa per tutto il popolo colombiano.

USA: IL TRIONFO DELL’IPOCRISIA

Oscurata Hilary Clinton, grande risalto per la candidatura di Sarah Palin a vicepresidente degli Usa, almeno per la stampa italiana (non abbiamo verificato come viene trattata all’estero). Questa supermamma – 5 figli di cui uno affetto da sindrome di Down – superwoman, pescatrice, cacciatrice, ex miss, ex sindaco, manager, governatrice dell’Alaska, giovane, religiosa e soprattutto antiaborista.
Che ha rubato la scena ai candidati proprio mentre è in vendita la sua biografia “Sarah: how a hokey mom turned Alaska’s political establishment upside down (Sarah, come una mamma che accompagna i figli a hockey ha scombussolato l’establishment politico dell’Alaska) in ristampa per 45mila copie.
A romperle le uova nel paniere la gravidanza della figlia minorenne che, quindi per essere incinta, ha avuto rapporti prematrimoniali (ma si sposerà col padre di suo figlio, anche se lui non è d’accordo!).
Ma questo non è l’unico neo nella vita della signora. A parte l’arresto del marito per guida in stato di ubriachezza, ha a suo carico multe per divieto di pesca; accuse di abuso di potere – si dice che abbia licenziato un capo della polizia che si era rifiutato di cedere alle sue pressioni per espellere dai ranghi l’ex marito di sua sorella accusato di brutalità nella causa di divorzio -; accuse di utilizzo di una lobby per assicurare il comune di cui era sindaco, fondi federali per oltre 27 milioni di dollari.
Ma la perla della signora è il suo silenzio sulla pena di morte negli Usa, sull’appoggio alla guerra in Iraq (uno dei suoi figli sta per partire militare) e sul suo coinvolgimento in un’industria bellica. Meglio salvare i feti! Ancora una volta gli Stati Uniti dimostrano quanto siano permeati di ipocrisia.

 CAROVITA ALLA BUVETTE!

Aumentati i prezzi alla buvette della Camera. Mai quanto quelli che notiamo facendo la spesa. Ad esempio i panini da 1,30 a 2,30; cappuccino da 0,90 a 1 (il caffè resta invariato a 0,70); yogurt da 1,40 a 1,60 (meno di quanto costato al supermercato) pasto da 7,50 a 10 (poco di più di un primo per chi è costretto a mangiare al bar); secondo piatto da 3,50 a 5 euro. Ebbene gli “onorevoli” si lamentano! E pensano che tra poco al ristorante del Transatlantico non potranno più mangiare il pesce a 12 euro!

 


22 luglio 2008 redazione
editoriale

PORTARE LA LOTTA OLTRE LA RIVENDICAZIONE ECONOMICA
Mentre il Governo è tutto concentrato a risolvere i propri affari sulla “giustizia” e la “sicurezza”, gli imprenditori chiudono le fabbriche buttando sulla strada operai – spesso in età avanzata - che non trovano più un’altra occupazione decente.
Da una prima rilevazione del censimento nazionale sui senza casa emerge che sono già 100 mila (in Germania 20mila e in Spagna 21mila) e che non sono “clochard” per scelta ma disoccupati. E tra rincari di pane, pasta, bollette, carburante e affitti il numero crescerà velocemente.
I casi di Electrolux a Firenze, trascinata da mesi con l’illusione del passaggio ad una nuova cordata (come Alitalia!), e della Magnetto Wheels a Torino dove il padrone ha impiegato un minuto per dire “vi ho convocato per comunicare che l’azienda chiude” buttano sul lastrico circa 1000 lavoratori, più ovviamente quelli dell’indotto, ma c’è un’infinità di piccole realtà produttive che chiudono i battenti. E i dipendenti, disabituati al controllo operaio dai sindacati Confederali e da anni di delega politica, cadono dalle nuvole. Eppure solo nel 2005 da Electrolux, una fabbrica produttiva, erano stati espulsi 170 lavoratori, nel 2007 avevano persino rinunciato alle ferie. Magnetto che produce cerchioni per autoveicoli (Volkswagen, Renault, Fiat) era evidentemente a rischio tanto che veniva definita una grande “boita” così in piemontese si indicano le vecchie officine.
Quelli che lavorano sono costretti a orari (vergognosa è l’ultima direttiva dell’Europa dei capitali che stabilisce la settimana lavorativa di 65 ore) e turni massacranti che causano infortuni e morti bianche, malattie professionali; sono costretti alla flessibilità, agli straordinari – che con la detassazione aumenteranno ulteriormente – costretti a sopportare ogni tipo di sfruttamento pur di mantenere l’occupazione. Condizioni disumane soprattutto per i lavoratori delle cooperative di servizio, dell’edilizia, dell’agricoltura (è del mese di luglio la morte di un indiano di 44 anni per fatica).
Non solo chi lavora nei call center è precario, precaria è la situazione occupazionale complessiva. Chiunque può perdere il posto da un giorno all’altro è una costante del capitalismo che usa la manodopera, ma non ha scrupoli a gettarla sul lastrico quando non serve più.
Gli imprenditori, vuoi per la delocalizzazione, vuoi perché spostano gli investimenti nella finanza, non investono, non ristrutturano e licenziano. Però si lamentano della concorrenza, del costo del lavoro ecc. Confindustria continua a chiedere collaborazione e concertazione ma per cosa? Per guadagnare di più. I capitalisti sono delle sanguisughe assetate ai quali i profitti non bastano mai!
Il sistema di produzione capitalistico, basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la ricerca del massimo profitto, è un dato di fatto - nonostante tutti coloro che cercano nuove vie lo neghino. I comunisti, quindi, lottano per riproporre la centralità operaia e proletaria, cioè la centralità della classe antagonista al capitale – affermando l’attualità del marxismo e del leninismo – per distruggere un sistema che mantiene il proletariato nel ruolo di moderni schiavi salariati. Ecco perché la borghesia si affanna tanto per eliminare i comunisti dalla lotta di classe, persino i partiti che di comunista hanno solo il nome. Ecco perché è indispensabile affermare la validità del Partito comunista e lavorare per la sua ricostituzione. La resistenza, le proteste, le lotte possono portare qualche cambiamento in un sistema che impone condizioni di lavoro e di vita ormai inaccettabili, ma il vero obiettivo deve essere la prospettiva rivoluzionaria per l’abbattimento del sistema capitalista e la costruzione di una società socialista, cioè a misura d’uomo, senza padroni, senza sfruttamento. È ora che la classe operaia riprenda in mano il proprio destino, si assuma le responsabilità, sia protagonista e si organizzi rifiutando tutti i meschini giochi dei politicanti di mestiere. È un sacrificio? Forse, ma paga!

                       


25 giugno 2008 redazione
sostegno

Mozione conclusiva dell’assemblea nazionale autoconvocata
Milano il 21/6/2008, sala del Dopolavoro Ferroviario

Gli operai e i lavoratori delle situazioni di fabbrica e di lavoro, dei comitati e degli organismi di lotta riuniti in assemblea, dopo essersi confrontati sulla situazione attuale della classe proletaria, hanno deciso di aprire un percorso di unità e di lotta, rilevando che:

  1. Gli operai e i lavoratori isolati e non organizzati sono nelle mani dei padroni e delle politiche concertative filopadronali, che continuano a mantenerli nella condizione di schiavi salariati, sempre più colpiti dalla repressione padronale e politica.
  1. L’acuirsi della crisi economica che stiamo vivendo peggiorerà le condizioni di vita e di lavoro dei proletari e svilupperà nuove guerre imperialiste. Questo impone una risposta chiaramente anticapitalista, altrimenti i proletari saranno ancora più oppressi e sfruttati, con più morti sul lavoro e di lavoro, con più razzismo e divisione.
  1. L’aumento della concorrenza capitalista spinge i proletari gli uni contro gli altri, facendoli scontrare come nemici sul mercato del lavoro, a tutto vantaggio dei padroni, deviandoli dal vero nemico, che è il capitalismo. Il nemico, infatti, è in “casa nostra”, sono i padroni e i vari organismi politici e sindacali che vogliono mantenere in vita il capitalismo, diffondendo l’illusione che sia possibile “umanizzarlo” e “riformarlo”.
  1. Nell’attuale situazione economica di crisi e recessione i proletari, per difendersi, devono quindi darsi un’organizzazione indipendente - anticapitalista e antimperialista - sul piano politico e sul piano sindacale che, lottando contro gli effetti del capitalismo, al tempo stesso mette in discussione l’attuale sistema economico sociale e rompe con tutte le politiche collaborazioniste delle sinistra “istituzionale”.
  1. Poiché gli sfruttati sono divisi in nazionalità, etnie, religioni, “specificità” (di categoria, contratto, ecc.), su cui governi e padronato fanno leva per mantenere i proletari divisi, quest’organizzazione deve puntare all’unificazione politica e sindacale della classe proletaria, che è unica. Deve sforzarsi di raggrupparvi tutti gli operai e i lavoratori, i precari e i soci delle cooperative, i disoccupati e i pensionati, ... a prescindere dalla nazionalità e dalle singole specificità.
  1. Il nazionalismo della borghesia, che scatena l’offensiva razzista, impone alla classe di farsi carico direttamente della difesa degli immigrati e di sostenerne le lotte e la mobilitazione, non solo perché oggi è la parte più debole del proletariato, ma perché gli immigrati saranno sempre più destinati ad essere una parte fondamentale del proletariato.
  1. Per questi motivi l’assemblea ha deciso di iniziare un percorso di confronto e di coordinamento, aperto da subito anche a chi non ha partecipato all’assemblea, ma concorda con i suoi contenuti, su obiettivi condivisi e su un lavoro pratico comune, di unità e di solidarietà di classe, che superi il localismo e l’isolamento, che rafforzi le singole realtà proletarie oggi frazionate tra di loro, costituendo un coordinamento nazionale composto da rappresentanti delle singole realtà, che terrà la prima riunione sabato 20 settembre a Milano (il posto sarà comunicato successivamente), con all’ordine del giorno:
    • discussione su modi e strumenti per coordinare stabilmente le singole realtà di lotta
    • discussione sugli obiettivi e sulle scadenze (da promuovere o a cui partecipare) in relazione alle mobilitazioni del prossimo autunno
    • discussione su come impostare un’iniziativa che non si limiti al piano dell’interevento sindacale e che inizi a gettare le basi di una politica indipendente dei proletari, radicalmente e conseguentemente anticapitalista e antimperialista

All’assemblea hanno partecipato e/o aderito operai, lavoratori delle seguenti località e realtà: Aci Sant’Antonio (CT) – Comune; Arese (MI) - Fiat Alfa Romeo; Arcore (MI) – operai di piccole fabbriche; Benevento – Enel, Bergamo – operai di piccole fabbriche; Como – Sisme; Corteolona (PV) - Coop. Meneghina, Coop. Team Resources; Cosenza – Banco di Napoli; Crema – Uffici Giudiziari; Cremona – operai di piccole fabbriche; Firenze – Poste; Garbagnate (MI) – A.O. Salvini; Genova – Acquario, Comune, Rip. Navali, Tempoq; Linate (MI) SEA; Malpensa (VA) SEA; Mantova – scuola; Milano – A.O. Ist. Clinici Perfezionamento, A.O. Niguarda, A.S.P. Golgi Redaelli, ATM, Comune (Coll. Prendiamo la Parola), Coop. Codess, FFSS, Intesa Sanpaolo, Italtel, Ortomercato, Pellegrini Ristorazione, Regione Lombardia, Sipa Bindi, lavoratori studi professionali; Massa (MC) – precariato; Modena – Fiat New Holland, Gruppo Hera; Origgio (VA) – Leonardo Soc. Coop.; Piombino (LI) – Magona; Pisa – Comune; Pomigliano d’Arco (NA) – Fiat Alfa Romeo; Praia a Mare (CS) – Marlane; Prato–Poste; Roma–Agenzia delle Entrate; San Giuliano Milanese (MI) – Genia; Sesto San Giovanni (MI) – Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, Centro d’Iniziativa Proletaria G. Tagarelli; Termoli (CB) – Fiat; Tezze-Bassano (VI) – Comitato per la salute; Trento – Coop. Sociali; Vado Ligure (SV) – Vetrotex; Valtellina (SO) – operai di piccole fabbriche; Verona – Unicredit GIS; Vicenza – FFSS, OGR; Pensionati di Milano, Napoli, Piombino (LI), Praia a Mare (CS), Sesto San Giovanni (MI), Udine.

Hanno aderito: Centro Autogestito Vittoria, Circolo Internazionalista di Torino, redazione di nuova unità, Primo Maggio
autorganizzati.milano@gmail.com
per contatti telefonici: 3357850799, 3381168898
Chi volesse indire localmente delle riunioni o assemblee, anche in preparazione dell’incontro nazionale di sabato 20 settembre, ci contatti al più presto.

Contro la repressione padronale unità di classe
Solidarietà militante ai lavoratori delle cooperative licenziati per aver rivendicato i loro diritti

Cinque lavoratori Harrison Leyanage, Dickson Anthony Silvane Jayaratne Noel, Wanigatunga (della cooperativa Leonardo), Malko Dritan (coop. Meneghina), e Andrea Del Meglio (coop. Team Logistica resources)che si sono ribellati alla loro condizione bestiale di sfruttamento e organizzati con i propri compagni di lavoro per rivendicare la difesa dei loro interessi, sono stati brutalmente repressi (uno di essi spostato dalla mansione di carellista a quella da spazzino degli scantinati, ricoverato nell'ospedale di Saronno, semi paralizzato per l'utilizzo di solventi senza nessuna protezione), due licenziati (uno dei quali padre di 5 figli), con l'avvallo dei sindacati concertativi presenti in azienda.
Per i padroni è intollerabile che dei lavoratori, per di più immigrati, alcuni clandestini e perciò ricattabili, si mettano in prima fila nella lotta insieme con pochi italiani presenti per mettere in discussione, con la lotta, la loro condizione di sfruttamento, perché se l'esempio fosse seguito da altri (il Consorzio presente alla DHL, ad esempio è formato da 21 aziende con 4500 lavoratori) metterebbe in crisi il sistema che permette l'enorme accumulazione di profitti sulla pelle dei lavoratori.
La repressione padronale da sempre colpisce gli operai e i lavoratori che lottano contro lo sfruttamento e che rivendicano i loro interessi, nel tentativo di intimorire la grande massa dei lavoratori.
Contro la repressione i lavoratori hanno nelle loro mani una grande arma: l'unità e la solidarietà, USIAMOLA.

Contro la repressione padronale, a fianco dei 4 compagni licenziati e di tutti i compagni colpiti dalla repressione, perché la loro lotta è la nostra lotta.

L'assemblea dà l'indicazione di organizzare questa solidarietà in occasione degli scioperi e picchetti che si faranno in questa realtà
Approvata all'unanimità dall'assemblea nazionale autoconvocata a Milano il 21/6/2008, sala del Dopolavoro Ferroviario


11 giugno 2008 redazione
ricevuto

APPELLO AI LAVORATORI ITALIANI E STRANIERI
Assemblea nazionale autoconvocata a Milano il 21 giugno

Operai, lavoratori, proletari italiani e di ogni nazionalità: per i nostri padroni noi non siamo altro che merce forza-lavoro che produce profitti di cui loro si appropriano. Il nostro diritto a vivere come esseri umani è subordinato alle esigenze economiche del nostro padrone e del mercato. Il diritto allo sfruttamento operaio è sancito dallo Stato e a questo - se "compatibili" - sono subordinati tutti gli altri "diritti", a cominciare da quello di guadagnarci da vivere per noi e per le nostre famiglie. Molti capitalisti, nella ricerca del massimo profitto, chiudono le fabbriche in una Regione e le aprono in un'altra, le chiudono in Italia e le aprono in Paesi dove il costo del lavoro è irrisorio.
Altri chiamano in Italia, ogni anno, centinaia di migliaia di lavoratori immigrati da sfruttare con salari da fame nelle fabbriche, nei cantieri, nell'industria agricola, mettendoli in concorrenza con i lavoratori italiani per abbassare i salari e dividere i lavoratori, alimentando la guerra fra poveri, per poi abbandonarli senza mezzi al loro destino quando non servono più..I padroni ed i loro governi (sia quelli di CentroDestra che quelli di CentroSinistra) – sono i primi responsabili del peggioramento della nostra condizione di vita e di lavoro, dell'aumento dello sfruttamento, dei morti sul lavoro e di lavoro, delle malattie professionali, della mancanza di case, dello strangolamento dei mutui e degli affitti - cercano di nascondere le loro responsabilità mettendoci gli uni contro gli altri per deviare la lotta dal vero obiettivo: il sistema capitalista. A differenza delle epoche passate, quando i lavoratori delle classi subalterne pativano la fame per effetto delle carestie, nel sistema capitalista i lavoratori peggiorano le loro condizioni per aver prodotto troppo. La sovrabbondanza di capitali e di merci diventa oggi fonte di miseria e la recessione americana e la crisi, ormai giunta anche alle porte dell'Europa, porterà nuove guerre e peggiorerà ulteriormente la condizione della classe lavoratrice se non ci sarà una risposta adeguata.
Noi lavoratori non abbiamo niente da spartire con i nostri padroni. La difesa dei nostri interessi ci spinge a fianco e non contro i lavoratori di tutti i Paesi.
Oggi l'impoverimento e la miseria crescente di intere popolazioni del "terzo" e "quarto" mondo, di sempre maggiori settori di proletari, è frutto dell'abbondanza in mano a pochi.
Il nemico è in casa nostra, sono i padroni, i parassiti di vario genere, e i loro governi.
Anni di deleghe (in bianco o "critiche") ad organizzazioni politiche e sindacali della sinistra filoimperialista sono servite solo a creare una nuova classe dirigente borghese, composta da ex "sindacalisti di sinistra" ed ex "sovversivi", che ha fatto carriera e si è sistemata sulla pelle dei lavoratori.
Nessuno difende gli operai se non sono loro stessi a farlo.
Noi operai, lavoratori, proletari di ogni razza, etnia e religione che ci scontriamo ogni giorno sui posti di lavoro e nella società contro il capitalismo dobbiamo riprendere in mano il nostro destino costruendo adeguate forme di organizzazione di difesa economica conseguentemente anticapitalista, ed una forza politica autonoma che sappia mettere in discussione con la lotta un sistema che continua a riprodurre i padroni come borghesi e gli operai come schiavi salariati.
Per discutere della nostra condizione e ripristinare un punto di vista proletario sui temi dell'organizzazione, delle lotte e della prospettiva politica, invitiamo tutti i lavoratori che condividono il contenuto di questo appello a firmarlo e a mettersi in contatto col comitato promotore per partecipare all'assemblea nazionale autoconvocata che si pone fuori e contro tutte quelle iniziative, attraverso le quali, oggi, i vecchi esponenti della sinistra parlamentare e sindacale tentano di riciclarsi, in nome dei lavoratori.
L'assemblea si tiene sabato 21 giugno a Milano ore 10-16
presso il Dopolavoro ferrovieri del Sottopasso Tonale/Pergolesi, Stazione Centrale
bus 90/91–MM2 stazione centrale
Comitato promotore Assemblea nazionale autoconvocata
per contatti, adesioni e promuovere con noi l'iniziativa:

posta elettronica: autorganizzati.milano@gmail.com
cell. 3357850799 e 3381168898
L'adesione deve indicare nome, luogo, posto di lavoro, email/telefono per essere ricontattati


21 maggio 2008 redazione
poesia

Prima di tutto
vennero
a prendere
gli zingari…

Prima di tutto vennero a prendere
gli zingari e fui contento perché
rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perché mi stavano
antipatici.
Poi vennero a prendere gli
omosessuali e fui sollevato perché
mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perché
non ero comunista.
Poi vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno
a protestare

Bertold Brecht

 


5 maggio 2008 redazione
omologazione

RESPINGIAMO LE PROVOCAZIONI
SUL TIBET

Quando si dice moda. All’anticomunismo dei politici e alla superficialità della stampa si aggiungono gli “artisti”: Martina Stella (che per l’occasione indossa  magliette firmate Max), Jovannotti e Pelù (che sarebbe meglio imparassero a cantare)

Era venuto in Italia qualche mese, praticamente snobbato dalle istituzioni, molto probabilmente per non intaccare il rapporto con il Vaticano né gli affari commerciali con la Cina. Qualche mese dopo il Dalai Lama è al centro dell’attenzione internazionale.
Le Olimpiadi in Cina, o meglio la corsa della fiaccola olimpica, ha risvegliato il non proprio pacifismo dei monaci tibetani e dei loro sostenitori, appoggiati da tutti i mass-media artefici della trasformazione del Dalai Lama in punto di riferimento e sempre pronti a falsificare gli avvenimenti storici.
Siamo da anni ormai bersaglio di un’informazione sulle bugie. Disinformazione c’è stata su Yugoslavia, Iraq, Venezuela, Cuba, Afghanistan, Palestina ecc. Ovunque ci sono in gioco gli interessi statunitensi ed europei. Ora tocca al Tibet perché anche qui ci sono interessi strategici degli Stati Uniti e perché la Cina, come si legge nel documento “Project for a new american century”, risulta l’ostacolo principale alla dominazione mondiale degli Stati Uniti.
Ecco perché tutte le violenze attuate in Tibet e raccontate dagli stessi turisti che si trovavano a Lhasa sono state manipolate. Vecchi presi a sassate, giovani commesse bruciate vive nell’incendio di un negozio, attacchi a tutto ciò che non era tibetano, negozi saccheggiati, il quartiere musulmano completamente distrutto. Non un’esplosione di furia popolare, ma una ribellione pianificata in occasione dei Giochi olimpici.
C’è un popolo palestinese massacrato dagli israeliani e il mondo occidentale si occupa della difesa dei diritti umani in Cina e dei monaci tibetani. Come se negli Stati Uniti si rispettassero i diritti umani. Con le guerre? Con Guantanamo? Con la morte dei condannati? Ci sono sempre meno posti al mondo dove si rispettano i diritti. Allora perché questa grande operazione?
Se si pensa che dopo 50 anni la borghesia ancora demonizza Stalin, si capisce chi e perché difende il Dalai Lama. La funzione è la stessa: non perdonare chi spezza le catene e si rende indipendente, colpire il socialismo (il comunismo ancora non è stato applicato) anche se con lo sviluppo economico la Cina vi si allontana a grandi passi. Se non ci fosse stato l’operato del Partito Comunista Cinese e la grande Rivoluzione che ha riscattato i contadini poveri cinesi – che avevano vita breve e misera - ridistribuendo loro le terre e cacciando i vecchi signori feudali il Tibet ed il suo buddismo avrebbero ben poco interessato le potenze imperialiste.
Nell’anno della costituzione della Cina rivoluzionaria gli Stati dell’Occidente, Stati Uniti in testa, hanno iniziato ad interessarsene creando eserciti controrivoluzionari. Nel 1957 – in pieno assedio statunitense alla Cina – i servizi segreti inglesi e americani (la Cia di recente ha ammesso di aver finanziato tutta l’operazione) fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani che venne giustamente, date le condizioni dell’epoca, represse dal governo cinese. Fu allora che il Dalai Lama, che aveva fatto parte della 1 Assemblea nazionale popolare della Cina ed elaborato la Costituzione cinese, e che nel 1951 aveva raggiunto un accordo per la concessione di un regime di autonomia, dichiarò decaduto l’accordo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana (13mila persone), nobili ed alto clero con i propri schiavi, in India dove costituì un proprio governo in esilio ed il proprio centro di propaganda.

E dal 1964 questo “umile” monaco figura sulla lista della Cia che, nel quadro di un programma per demolire i paesi comunisti, lo ha trasformato in un simbolo della guerra contro la rivoluzione socialista e il Partito comunista cinese, mantenendolo con 180mila dollari all’anno e 1,7 milioni di dollari per finanziare il suo governo. Altri dollari arrivano, sempre dagli Stati Uniti, al Tibet found che ha come obiettivo quello di convincere il mondo della legittimità del Dalai Lama e che ha per direttore Sharon Bush, cioè la cognata dell’attuale Presidente Usa! E poi c’è il sostegno alla Società letteraria tibetana, al Tibet times, al Tibet Multimedia center ecc.
Questo santone che, dicono, non ammazzerebbe una zanzara, denuncia l’aborto, l’omosessualità e tutte le forme di controllo delle nascite, ma ammira il presidente Bush, si era dichiarato contro la condanna del criminale Pinochet, ha appoggiato i bombardamenti NATO sulla Yugoslavia, frequenta ricchi, personaggi del mondo della cultura e del cinema. E sono i ricchi gruppi che controllano Hollywood e appoggiano l’organizzazione Free Tibet, Disney e Tristar, che lo scorso anno hanno realizzato due film sul Tibet, uno dei quali “Sette anni in Tibet” è stato ripreso da un libro scritto da Heinrich Harrer, un nazista coinvolto in alcuni dei crimini più brutali dei nazifascisti austriaci, finito in Tibet durante la seconda guerra mondiale in missione segreta per l’imperialismo tedesco che era in competizione con l’imperialismo britannico in Asia ed accettato fra la nobiltà tibetana.

Ma cos’era il Tibet proprio nel 1949, all’epoca della Rivoluzione popolare? In Tibet era in vigore un regime feudale, autoritario e teocratico basato sulle caste che costringeva la maggioranza della popolazione ad una condizione di schiavitù (dichiarata fuori legge solo nel 1959, 10 anni dopo la Rivoluzione) e servitù. Il 90% della popolazione – che ha sofferto costantemente il freddo, la fame, il più alto tasso di tubercolosi e mortalità infantile, solo il vaiolo ha sterminato 7mila abitanti di Lhasa - era senza terra e senza la proprietà dei propri figli che erano registrati fra le proprietà del loro Signore. Non esistevano strade, elettricità, scuole (oggi ne conta 2380 tra primarie, e professionali e l’istruzione è su lingua tibetana) tranne i monasteri dove pochi giovani studiavano i canti; né ospedali (oggi vi sono 95 cittadini, 770 cliniche e 2000 dottori), non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria. Alle donne non solo era preclusa l’educazione, ma essendo considerate inferiori e non esseri umani erano costrette a dormire con gli animali. Se partorivano gemelli erano considerate indemoniate e si potevano bruciarle insieme ai piccoli. I ricchi, poi potevano avere molte mogli e, se un nobile aveva poca terra, doveva dividere la donna con i propri fratelli.
Si continua a parlare di Tibet occupato dai cinesi, complice anche una certa sinistra, ma questo territorio è unito alla Cina dal XII secolo come provincia con diversi gradi di autonomia, con il riconoscimento della lingua, della cultura e della religione. Negli ultimi 40 anni la popolazione è più che raddoppiata e la durata della vita è passata dai 35 anni del 1950 ai 69. Sui circa 3 milioni di abitanti il 90% è di origine tibetana e solo il 10% è composto da residenti di altre zone. Dagli anni ’90 il Pil è aumentato del 13% l’anno, ancora più dello sviluppo della Cina, sono raddoppiate le opere edili ed il commercio.
Davanti al cambiamento delle condizioni e alla differenza di cifre in tutti i campi si può parlare di occupazione? È occupazione la fantascientifica costruzione della ferrovia più alta del mondo che unisce Lhasa a Golmud, il centro ovest del Paese? Una ferrovia dove il treno con carrozze pressurizzate viaggia per 960 dei 1142 chilometri complessivi sopra i 4mila metri. In alcuni punti sopra i 4500 e addirittura sale ai 5100 mt. della stazione sul passo Tanggula.
Chi difende del Tibet e appoggia il Dalai Lama e le rivolte non poi così tanto pacifiste, quindi, si schiera con la strategia tipica dell’imperialismo in particolare quello Usa che, quando non interviene militarmente e direttamente, fomenta guerre civili - non disdegnando la strumentalizzazione della religione (per abbattere il socialismo in Polonia la Cia formò un blocco unico con Wojtyla che aveva l’appoggio di milioni di cattolici) - con gruppi appositamente addestrati e sostenute da un’appropriata e martellante propaganda.
Evitiamo di cadere nelle trappole delle facili emozioni pseudo-umanitarie e respingiamo le provocazioni, le mire imperialiste, il Medioevo del Dalai Lama e di tutte le religioni.

 


28 aprile 2008 redazione
editoriale

1° Maggio
giornata di lotta internazionale
contro lo sfruttamento capitalista

Da decenni i padroni di tutto il mondo ed i loro governi hanno trasformato il 1° Maggio nella giornata della “pacificazione” fra capitale e lavoro salariato, trasformando una giornata di lotta nella quale gli operai di tutto il mondo si riconoscono come appartenenti ad un’unica classe che lotta contro la schiavitù salariata in “festa del lavoro”. In questo modo i borghesi di tutto il mondo cercando di espropriare agli operai persino della memoria storica, ma i dati della guerra di classe la riportano ogni giorno di attualità. Ogni anno nel mondo muoiono per cause legate all’attività lavorativa 2 milioni di persone, e per gli infortuni sono oltre 270 milioni i lavoratori che subiscono gravi menomazioni. Dal 2001 al 2007 in Italia, secondo i dati Inail - che sono sottostimati perché non tengono conto dei 3milioni e 500mila lavoratori immigrati e pagati a nero - i casi mortali per infortunio sul lavoro sono stati 9720, più del doppio dei soldati delle truppe di occupazione della coalizione imperialista caduti in Iraq. La recessione statunitense e la crisi che comincia ad investire l’Europa e l’Italia acuisce le contraddizioni accentuando il conflitto fra i sostenitori del sistema di sfruttamento e gli operai ed i popoli del mondo che lo subiscono. Aumento dello sfruttamento, licenziamenti, salari e pensioni da fame, guerre e barbarie sono il nostro futuro se non riusciamo ad opporci con la lotta a tutto questo.
Per i capitalisti tutti gli operai impiegati nel processo lavorativo sono uguali al di là del colore della pelle. Italiani, stranieri, di qualunque nazionalità e religione per i padroni non sono altro che forza-lavoro da sfruttare produttori di profitto di cui loro si appropriano.
Mentre i padroni diventano sempre più ricchi e potenti, gli operai ed i proletari vedono le loro condizioni di vita e di lavoro peggiorare costantemente.

La rabbia operaia
di chi è sottoposto ai ritmi massacranti, ai lavori nocivi, di chi è sottomesso alla brutalità delle condizioni di fabbrica, dei cantieri, aumenta ogni giorno, quando vede che questa società e al di là delle lacrime di coccodrillo dei responsabili, considera normale che 4 e più operai ogni giorno perdano la vita in nome del profitto. Ma questa rabbia deve però ancora diventare odio di classe prima contro i propri padroni e poi contro l’intera classe padronale, il suo Stato le sue istituzioni trasformandosi in coscienza di classe.
Il 1° Maggio rappresenta il risveglio cosciente della classe operaia. In questa data i lavoratori di tutto il mondo ricordano e rinnovano l’unione dei proletari di tutto il mondo nella lotta per la loro liberazione, contro la violenza, lo sfruttamento e l’oppressione dell’uomo sull’uomo.
Agli operai coscienti spetta il compito di organizzare unitariamente la classe. Ponendo il problema della distruzione della società capitalista e del potere politico operaio si può avanzare verso il futuro, verso una società dove si produce per soddisfare il bisogno degli esseri umani e gli operai emancipando se stessi rendono possibile l’emancipazione di tutta l’umanità.


27 marzo 2008 redazione
editoriale

UNITÀ E LOTTA CONTRO L’AVANZATA DELLA DESTRA

La campagna elettorale è partita in pieno stile Usa e con un vergognoso mercato delle poltrone. Nelle liste c’è tutto e di più.
All’insegna del “bon ton”, della riconciliazione e sulla pelle delle donne. Al centro dei programmi, infatti, c’è la cosiddetta questione etica che altro non è che criminalizzare le opportunità e le scelte di vita delle donne e, contemporaneamente, deviare dai veri temi come il lavoro e la casa; da una crisi economica mondiale e senza uscita.
Il Pd perché alla conquista dei cattolici e dei centristi; i centrodestri per tenerseli; la sua parte la fa anche quel venduto, neo campione delle libertà Giuliano Ferrara, Berlusconi alla conquista di casalinghe e… precarie. Tutti difendono la vita e la famiglia. Tutti succubi di un Papa reazionario e oscurantista. Tutte stampelle del Vaticano che sempre più si impone ed entra a gamba tesa nella vita politica e individuale delle masse e delle donne in particolare. E i comunisti che aspettavano la “transizione” da rifondazione a partito comunista si trovano davanti un arcobaleno e la prospettiva di una nuova sinistra (?).
Strumentalizzato a fini elettorali anche l’8 Marzo. Le donne sono tornate in piazza dopo molto tempo di apatia non per caso, coinvolte persino in un centenario dell’8 Marzo che non esiste. Perché è vero che le 129 operaie bruciate in fabbrica sono morte nel 1908 (e già per questo non ci sarebbe nulla da festeggiare come impone il consumismo che se ne è appropriato), ma la Giornata internazionale della donna viene istituita nel 1910 su richiesta di Clara Zetkin alla conferenza di Copenaghen delle donne socialiste.
Tutte insieme appassionatamente come vuole l’attuale politica tesa a cancellare definitivamente la lotta di classe. Come non esiste riconciliazione tra classe operaia e padronato anche per le donne non esiste trasversalità. Cos’hanno in comune le lavoratrici con le imprenditrici? Cos’hanno da dividere con una come l'ultima arrivata, la ricca Santanché. Che difende tanto il suo essere fascista ignorando – nei salotti da dove proviene non se ne parla certo - che il fascismo impediva alle donne di fare politica e laurearsi e che le faceva lavorare solo in sostituzione degli uomini al fronte di guerra. Anche per le donne vale lo stesso criterio della divisione di classe. È per questo che c’è da scendere in piazza – e non solo, c’è da lottare in modo costante. Siamo al punto in cui dobbiamo difendere uno straccio di legge sull’aborto. Non era questa che si voleva ai tempi delle vere lotte per l’emancipazione. Le donne di una certa età sanno bene cosa vuol dire abortire clandestinamente da medici che procuravano l’aborto a suon di quattrini, che se non ne avevi abbastanza non avevi diritto neppure all’anestesia; che respingevano ogni responsabilità sulle conseguenze e che, una volta approvata la legge, si sono dichiarati obiettori di coscienza.
Le donne morivano, ma ai politicanti che vivono nelle loro gabbie dorate e alla chiesa, questo non interessa. È più importante una cellula priva di forma e di cervello che viene staccata dall’utero, e che definiscono persona, della donna. Sono invece persone quei bambini condannati a lavorare per la povertà causata dall’imperialismo, che muoiono, restano mutilati od orfani nelle guerre di rapina come in Afghanistan o in Iraq (che oggi, a distanza di 5 anni solleva dubbi a molti). Lo sono quelli oggetto di commercio sessuale e quelli violati dai numerosi preti pedofili.
Politici e chiesa per attaccare la 194 ed impedire l’introduzione della Ru 486 (in Europa è usata da decenni!) marciano di pari passo. Calcano la mano e tirano in ballo la salvezza del feto… cioè l’accanimento sui feti da aborti terapeutici. Ma chi pensa al trauma psicologico della donna che rifiuta il figlio malformato e poi sa che è vivo, ma non sa in quali mani è e che vita avrà davanti?Tutti coloro che criticavano i paesi socialisti dicendo che i bambini erano figli dello Stato - perché avevano garantiti assistenza, asili, scuole, occupazione ecc. - ora vogliono persino mettere le mani sui feti abortiti.
L’aborto non è mai una soluzione piacevole. Ma chiediamoci perché tante donne – e giovani - sono obbligate a farlo. Da un lato c’è la totale assenza dell’educazione sessuale e della prevenzione; dall’altro lato c’è un aggravamento delle condizioni sociali e occupazionali che non favoriscono certo la maternità. Sono veramente offensive le proposte elettorali - come i provvedimenti dei governi che si sono susseguiti – che non sono mai andati oltre il bonus di mussoliniana memoria per ogni figlio nato. Alle donne non serve carità e beneficenza come quella che arriva sotto forma di assegno familiare. Per mantenere i figli ci vogliono strutture di servizi e soprattutto un lavoro sicuro e regolare per entrambi i genitori perché oggi anche i padri rimangono disoccupati e… perdono la vita con gli infortuni o, peggio, si suicidano per vergogna. Chi si occupa di questi bambini, altro che embrioni e feti!
La politica dei partiti - e lo si verifica anche in questa campagna elettorale - sulle famiglie di fatto, sugli omosessuali, sull’aborto, il divorzio ecc. tendono a ridurre l’Italia in un paese confessionale e ci riporta nel medioevo. Criticano l’Islam per fare peggio, forse è paura della concorrenza, ma il nostro Stato è laico per Costituzione. Anche se la laicità non è al centro neppure delle numerose iniziative istituzionali per il suo 60° anniversario.
A distanza di 40 anni da quel ‘68 che è stato un lungo periodo di lotte anticapitaliste e antifasciste e di conquiste dei diritti civili - anche se pur sempre mediati da compromessi: l’aborto con obiezione di coscienza, divorzio con 5 anni di ripensamento ecc. -, di quel periodo di speranze, oggi la classe lavoratrice vede solo un avvenire nero: aumentano affitti, mutui, carovita, inquinamento. Crescono le spese militari (1.204 miliardi di dollari nel mondo, pari a +37% rispetto 10 anni fa), le aggressioni fasciste, la corruzione, le mafie. Per contro diminuiscono occupazione, servizi e potere d’acquisto di lavoratori e pensionati. Una situazione che mette sempre più in difficoltà le famiglie dove aumentano suicidi e violenze fisiche e psicologiche.
Gli operai, da anni ormai in difesa esasperata del posto di lavoro, costretti a momenti di ribellione esasperata e generosa (soprattutto di fronte alle morti bianche), non svolgono un ruolo dirigente e di impegno sul territorio e nelle lotte sociali, anche per mancanza di un partito comunista.
Qualunque parte vinca le elezioni ci sarà uno spostamento a destra. Alcun governo esprimerà gli interessi fondamentali della classe operaia e delle masse popolari. Che in questo sistema parlamentare borghese non hanno rappresentanza politica. Diventa perciò di primaria importanza che si rafforzi la lotta operaia e popolare contro i vecchi e nuovi socialdemocratici, per abbattere il sistema capitalista e imperialista affamatore ed oppressore in tutto il mondo - e che sta dimostrando il suo fallimento -, ed avviare una concezione del mondo diversa, socialista.

 


12 febbraio 2008 redazione
editoriale

QUANDO I GOVERNI SONO COMITATI
D’AFFARI DELLA BORGHESIA

E alla fine il governo è caduto. Non sotto il peso della protesta sociale, ma per i “capricci” individualisti di un Mastella e di un Dini (gia passato sotto l’ala di Forza Italia, del resto di sinistra questi individui hanno solo l’appoggio elettorale) che hanno ceduto alle lusinghe (e a qualcos’altro di più materiale) di Berlusconi.
A mantenerlo in vita non sono bastati né la complicità dei sindacati confederali, né la cosiddetta “sinistra radicale” che, più di ogni altro, ha svenduto le speranze di tutti coloro che li hanno votati nell’illusione di sconfiggere la destra e ottenere un miglioramento di vita e di lavoro.
Che non era un governo amico l’abbiamo detto da subito, non ne sentiremo la mancanza. Sono bastati due anni, con la sua politica di guerra, di continuità con le leggi antioperaie del precedente governo Berlusconi, di aumento dei costi della politica, per dimostrarsi nemico di classe.
Questo centrosinistra, più centro che sinistra, voleva dare prova di saper governare il capitalismo e per farlo ha scelto di favorire Confindustria e padronato a discapito del proletariato, dei lavoratori, dei pensionati. Ha lasciato le leggi sul lavoro che favoriscono precarietà, infortuni e morti bianche come ha ridotto gli spazi di democrazia sui luoghi di lavoro per ingabbiare e frenare le lotte del movimento operaio. Ha rifinanziato le missioni di guerra in Kosovo ed in Afghanistan e finanziata una nuova in Libano. Ha confermato l’ampliamento della base statunitense a Vicenza e mantenuto i privilegi alla Chiesa cattolica.
Insomma cosa c’è di sinistra in tutto questo? C’è il proseguimento della politica berlusconiana della salvaguardia dei profitti e del passaggio dei profitti alla rendita finanziaria imponendo nuovi e continui sacrifici ai lavoratori.
Con la caduta del governo si sono subito aperti i giochi elettorali con la caccia al centro e ai cattolici, con gli accordi sottobanco per una grande coalizione. Il tutto rivolto a far pagare la crisi ai lavoratori. Infatti, sia Veltroni che ha aperto la sua campagna “francescanamente” in un luogo bucolico, ma anche in quell’Umbria che gli ha garantito 4 legislature; sia Berlusconi che ha scelto il simbolo dei fascisti: piazza San Babila di Milano, si offrono al capitale, paladini di Confindustria che si fa sempre più pressante.
E poi ci sono in ballo trecento milioni di euro, il costo aggiuntivo delle elezioni del 13/14 aprile. La fine legislatura, infatti, non blocca il pagamento dei rimborsi elettorali per il 2006. I partiti continueranno a riscuotere nei tre anni che mancano alla fine naturale della XV legislatura e che si accumulano ai nuovi rimborsi cui avranno diritto per il fatto stesso di correre ed avere eletti tra due mesi (e ciò fa capire la difesa del simbolo e la nascita di nuove liste). E, siccome i partiti spendono molto meno di ciò che ricevono questi rimborsi sono un vero e proprio finanziamento pubblico. Tanto per aggirare il risultato del referendum!
La debolezza e la continua degenerazione delle forze del centrosinistra sviluppano forme di fascismo, alimentano le attività di gruppi squadristi e favoriscono la vergognosa ingerenza del Vaticano. Non bastavano la farsa del family day; l’attacco alla legge 194 (di recente a Lucca una donna all’8 mese di gravidanza abortisce per colpa di uno sfratto coattivo; a Milano un’operaia viene licenziata perché doveva accudire la figlia ecc.); al ’68; né le elucubrazioni sulla famiglia eterosessuale intesa come “agenzia di pace”. Il Vaticano - dopo essere intervenuto attraverso i suoi vescovi in Spagna dove hanno indicato di non votare Zapatero, ma per “una scelta responsabile” – entra a gamba tesa nella politica italiana. Attraverso la Cei manda a dire di votare per i valori cristiani (quali? repressione, proibizioni, guerra ecc.). Quelli di Casini e di Mastella? O quelli di Berlusconi, Fini, Bossi?
Il revisionismo storico porta ad una fascistizzazione della società. A Roma, Verona, Treviso, Firenze, Pisa, Lucca ecc. rigurgiti neofascisti e neonazisti - che si presentano sotto diverse sigle - aggrediscono nelle scuole, minacciano, provocano.
Anche quest’anno si è ripetuta in varie parti d’Italia la strumentalizzazione delle foibe. Nuovo discorso di Napoletano (lo aveva già fatto nel 2007 in continuità col suo predecessore Ciampi), con la martellante disinformazione dei mass-media nazionali e con l’infame propaganda dei fascisti che si sono riappropriati delle piazze, complici le istituzioni comprese quelle del centrosinistra. A Pistoia la provincia ha concesso ad un gruppo di estrema destra la sala intitolata al partigiano Vincenzo Nardi, a Roma, alla Fiamma tricolore era stato concesso il teatro Brancaccio, finanziato dal Comune e attualmente diretto da Maurizio Costanzo (lo ricordiamo nelle liste della P2). Annullato il permesso all’ultimo momento, in seguito alla mobilitazione antifascista, gli squadristi hanno tentato di occupare il teatro esprimendo tutta la loro truce gestualità in piena apologia di reato. Ma loro non vengono denunciati, né caricati, anzi le Forze dell’ordine sono lì a proteggerli. Caricati, denunciati e condannati sono coloro che protestano contro le guerre di aggressione come a Firenze dove, dopo 9 anni dalla manifestazione del sindacalismo di base contro la guerra Nato e del governo D’Alema in Jugoslavia, è arrivata la sentenza: 7 anni (già sembrava eccessiva la richiesta del Pm: dai 4 ai 5 anni)! O come a Bologna dove sono stati inflitti 10 mesi a tre giovani per una scritta sui muri del centro.
La campagna di stravolgimento della verità storica che mette sullo stesso piano antifascisti e nazi-fascisti; combattenti per la libertà ed oppressori, o, peggio, presentano i carnefici come vittime e i martiri perseguitati come aggressori ci porterà ad assolvere il fascismo e alla definitiva denigrazione di chi lo ha combattuto, soprattutto dei comunisti che ebbero un ruolo fondamentale nella Resistenza.
Resistenza e antifascismo, valori e fondamenti del nostro vivere, non a caso dimenticati nel “manifesto” del PD di Prodi-Veltroni (aggiunto in seguito su sollecitazione anche dei suoi stessi aderenti!).
La situazione è ancora più grave alla luce della mancanza di un partito comunista e della frammentazione del movimento comunista tra “Cosa multicolore” che ha fatto sparire la falce e il martello e microgruppi (spesso autoreferenziali) per cui la maggior parte del proletariato non è organizzato. È disorientato e rischia di perdere quella coscienza di classe che è alla base della sua forza di cambiamento. L’unità dei comunisti, a partire dai luoghi di lavoro, resta l’obiettivo da risolvere. Lavoriamo da tempo per questo e non ci stancheremo.

 


30 gennaio 2008 redazione
"giornata del ricordo"

FOIBE E MANIPOLAZIONI STORICHE
Un’operazione anticomunista, complici anche le forze di “sinistra“ che, con un’enorme mistificazione, vorrebbe far credere che le colpe sono uguali e che lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano

Prima i fatti e poi le considerazioni politiche se si vuole tracciare un quadro sufficientemente chiaro delle vicende, compreso le foibe, che si sono succedute in Istria negli anni bui del fascismo e cioè tra il 1920 e il 1945. Un periodo questo particolarmente tragico per la popolazione istriana inserita in un territorio di frontiera di un’Italia asservita al regime fascista e perciò totalmente negata a governare territori plurietnici, plurilingui e multiculturali, spinta a realizzare un programma di oppressione e di snazionalizzazione dei cittadini di etnia diversa da quella italiana.
A partire dagli anni ’20 del secolo scorso lo squadrismo fascista importato da Trieste si rende protagonista di numerosi crimini- dagli assassini di antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Pupo a Buie e altri – alla distruzione delle Camere del lavoro ed all’incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei villaggi croati e sloveni dell’interno. Questi crimini continuarono sotto altra forma dopo l’affermazione del regime fascista: furono soppresse tutte le associazioni culturali, sociali e sportive della popolazione slovena e croata, vennero abolite le loro scuole, cessarono di uscire i loro giornali e i libri scritti nella loro lingua vennero considerati materiale sovversivo. Con un decreto del 1927 venne imposto l’italianizzazione dei cognomi di famiglia, nelle chiese le messe potevano essere celebrate solo in italiano e le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali. Insomma scomparve ogni segno esteriore della presenza di croati e sloveni.
C’è una canzoncina che risale agli anni ’20 e allora in voga tra gli squadristi di Pisino, che il ministro dei Lavori pubblici dell’era fascista Giuseppe Cobolli Gigli volle tramandare ai posteri e che rende bene il clima politico dell’epoca. Il paese di Pisino sorge sul bordo di una voragine che – scrisse Giuseppe Cobolli Gigli –“la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionali dell’Istria”. Quindi chi, tra i croati aveva la pretesa, per esempio, di parlare la lingua materna mettendo così in dubbio le “caratteristiche nazionali” dell’Istria, correva il rischio di finire in una foiba.
La canzoncina (testo in dialetto e traduzione in italiano) diceva:
A Pola xe l’Arena/la Foiba xe a Pisin/che i buta zo in quel fondo/chi ga certo morbin.
(A Pola c’è l’Arena/a Pisino c’è la Foiba/in quell’abisso viene gettato/chi ha certi pruriti).
Da qui si può vedere che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e risale agli anni ’20. Inoltre essi non rimasero allo stato di progetto e di canzoncina di paese. Riportiamo qui di seguito la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924 (dal quotidiano il Piccolo di Trieste del 5 novembre 2001).
“Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro ”coatto“, in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S.Domenico d’Albona. Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell’incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l’italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome, croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini giovani e vecchi e con sistemi incredibili li trascinavano fino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c’erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro (…)”.
Furono circa 60.000 gli slavi che fuggirono dall’Istria nel periodo 1920–1943. Altro odio poi fu seminato dal fascismo quando l’Italia, nell’aprile del 1941, invase la Jugoslavia. La responsabilità dell’Italia fascista è incontrovertibile. Il fascismo e la monarchia seguirono Hitler nell’aggressione alla Jugoslavia, l'Italia pretese un dominio particolare sulla Croazia, appoggiando il capo degli ustascia Ante Pavelic e sovrapponendogli a mo' di sovrano Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto. Per due anni (aprile ’43 settembre ’45) i corpi di armata italiani, sopratutto il Pusteria, e i generali Ambrosio, Roatta, Robotti e Cavallero misero in atto operazioni orrende contro l’armata partigiana di Tito, contro gli ebrei, i musulmani, i serbi e altre minoranze. La ferocia dei generali Robotti e Roatta emerge chiaramente da una serie di documenti. Il generale Robotti a proposito di “sospetti di favoreggiamento“ arrestati, in una nota scritta a mano impose: ”Chiarire bene il trattamento dei sospetti (…). Cosa dicono le norme 4 c e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco! ”Roatta, comandante della 2^ armata italiana in Slovenia e Croazia, nel marzo del 1943 diramò una circolare 3 c nella quale si legge: ”Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì di testa per dente”. E il numero dei civili “ribelli” uccisi dai plotoni di esecuzione italiani fu davvero elevato: circa 200.000 (fonti dello storico Renzo De Felice). È possibile indicare decine e decine di documenti che ci mostrano il volto feroce dell’Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi od occupati nella seconda guerra mondiale. Tra i tanti episodi il più terribile avvenne nella zona di Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa reparti di camice nere e di truppe regolari, irruppero nel villaggio di Podhum all’alba del 13 luglio 1943. Rastrellata l’intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato.Oltre mille capi di bestiame grosso e mille trecento di bestiame minuto furono razziati, 889 persone finirono nei campi di internamento italiani e più di cento uomini furono fucilati nelle cave: il più anziano aveva 64 anni ed il più giovane appena 13.
L’8 settembre 1943, alla notizia della capitolazione italiana, in Istria ci fu una generale e quasi spontanea insurrezione che coinvolse sia la popolazione italiana che quella croata e slovena. Nei giorni immediatamente successivi, mentre su tutto incombe la minaccia tedesca rappresentata da una divisione che scende lungo la penisola istriana, i capi improvvisati del movimento insurrezionale di Parenzo, Rovigno e Albona, tutti italiani, decidono di opporsi con le armi ai tedeschi. Iniziano così le prime azioni di formazioni partigiane italiane in una regione attraversata dalla fuga precipitosa di migliaia e migliaia di soldati e marinai che in tutta fretta abbandonano caserme e installazione militari cercando di intraprendere la strada del ritorno verso le proprie famiglie e ricevendo appoggio e solidarietà concreta proprio da slavi e croati delle zone interne dell’Istria.
Verso la metà di settembre del 1943 cominciano gli arresti. Finiscono arrestati, sia per iniziativa di singoli che per ordine dei comandi partigiani per essere poi consegnati a tribunali popolari, gerarchi fascisti, segretari dei fasci locali, podestà, camice nere, militi del Mvsn, squadristi della prima ora. Ma già dal 24 settembre, di fronte a fenomeni di esecuzioni sommarie e arbitrarie, per iniziativa del comando partigiano di Pisino fu costituito un tribunale militare mobile che interveniva nelle varie località dell’Istria dove erano detenuti i fascisti arrestati. Ma quanti furono i fascisti uccisi e gettati nelle foibe? Oggi la pubblicistica fascista parla indiscriminatamente di vittime civili innocenti, massacrati solo perché italiani inventando cifre di migliaia e migliaia di infoibati per contrapporli ai partigiani torturati e fucilati dai fascisti e dai nazisti, alle popolazioni deportate e internate, ai civili uomini donne e bambini massacrati solo perché sospettati di aver aiutato i partigiani. Parla di genocidio degli italiani puntando sul sensazionalismo, sull’effetto del numero che dovrebbe affermare il concetto di olocausto se non di “martirio olocaustico degli italiani d’Istria“ mentre fonti dell’epoca parlano invece di circa 200 prigionieri fascisti gettati nelle foibe. Solo successivamente questo numero si ingigantisce fino ad arrivare a migliaia e migliaia se non a decine di migliaia di morti nelle foibe.
Altri, politici e “storici“, si sentono investiti della missione di riscrivere la storia arrivando quasi a riconoscere dignità a quanti, fascisti e nazisti, massacrarono e oppressero milioni e milioni di uomini, loro sì responsabili di genocidi e di crimini inenarrabili. Quattro anni di guerra condotta da un esercito potente e crudele, quattro anni di scontri e di massacri, per non parlare del periodo precedente fatto di angherie, soprusi e crimini contro gli oppositori del regime fascista e contro le popolazioni slovene e croate, rappresentano un tempo infinito. L’odio seminato da fascisti e collaborazionisti, fu grande e non dimenticato. Le foibe – e non sarà certo la “Giornata del ricordo“ dedicata alle “vittime delle foibe“ e istituita dal governo Berlusconi per il 10 febbraio a capovolgere questa verità - rappresentano l’inevitabile e meritata risposta popolare a più di venti anni di oppressione fascista e alle atrocità e ai crimini commessi da fascisti, nazisti, collaborazionisti e delatori in quattro anni di una guerra crudele cercata e voluta dal nazismo e dal fascismo. E la prova che i cadaveri  rinvenuti nelle foibe non erano solo di italiani e tanto meno di semplici e comuni civili ce la fornisce la stampa dell’epoca (il Corriere Istriano di Pola e il Piccolo di Trieste) che nei necrologici in occasione della riesumazione e della sepoltura dei corpi recuperati dalle foibe alla fine della guerra, accanto ai nomi e cognomi non solo italiani indica le cariche ricoperte e cioè podestà, segretario del fascio locale, camicia nera, squadrista della prima ora mentre oggi accanto a quei nomi figurano solo professioni e mestieri con l’aggiunta di “vittime della barbarie comunista slava“.
Un’aggiunta fortemente provocatoria per un’operazione bassamente anticomunista che ha visto come compartecipi anche le forze di “sinistra“ (la giornata del ricordo è stata voluta da tutti i partiti) e che vorrebbe, con un’enorme mistificazione, far credere che le colpe sono uguali e che in definitiva lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano.     

 

 

 

 

 


15 gennaio 2008 redazione
vittoria

NO DELLA SAPIENZA A RATZINGER
GRANDE VITTORIA

Un plauso agli studenti della Sapienza che hanno vinto la lotta contro la presenza di Ratzinger all’apertura dell’Anno accademico di un Ateneo dove si studia la scienza, esattamente il contrario di ciò che intende il papa.
Non è intolleranza, è un diritto. Ed è la dimostrazione che nelle lotte, quando si è decisi e compatti, si vince.
Non è bastato il servilismo del Rettore (che gli avrebbe procurato anche tanto prestigio in questo periodo di crisi e concorrenza universitaria), probabilmente affiliato a Comunione e Liberazione, a imporre questa presenza che già occupa giornali e televisione, soprattutto la rete 1.
Il Papa vada a parlare nei suoi ambienti, nelle sue chiese, negli ambienti che gli sono propri.
Perché dobbiamo essere noi i “privilegiati” e non va nelle Università di altri Paesi europei?
Il Papa, portatore di dogmi e di valori reazionari e oscurantisti, col suo gesto di rinuncia passerà per martire, sostenuto da un’ondata di ipocrisia: dal Presidente ai politici, ai mass-media che fa veramente vergognare.
Non abbiamo bisogno di un Paese confessionale come l’Iran o altri così tanto criticati dagli stessi sostenitori di Ratzinger, l’Italia è una Repubblica laica, quindi nessuna “figuraccia” (quella c’è già con la spazzatura della Campania) per il paese come sostiene Mastella, semmai la figuraccia la sta facendo sua moglie… Nessuna “ferita per tutti” come dice Fini, la ferita sarà per quei leccabalaustre che poi nella vita privata fanno i propri comodi: divorziano, fanno figli fuori dal matrimonio, sono a favore delle violenze ecc.  Berlusconi si “limita” a denunciare la “campagna anticlericale in un’Italia umiliata” (proprio lui che l’ha più che umiliata con le provocazioni e la violenza del G8). Magari!!! Sarebbe proprio ora di smascherare tutte le malefatte e le falsità del Vaticano.


18 dicembre 2007 redazione
editoriale

Il marxismo è la teoria che libera
la classe sfruttata

Siamo arrivati alla conclusione di un altro anno in un momento in cui ci dibattiamo tra carovita, caropetrolio, carobollette (che si mangiano la tredicesima), disoccupazione, pessima qualità della vita e di lavoro dovuta anche alle scelte di guerra e armamento. Le masse popolari tirano la cinghia, ma evidentemente c'è ancora un margine per andare avanti. Fino a quando? Non si può dire, ma la stessa borghesia e la Chiesa - che sanno cosa rischiano - prevedono che qualche ribellione può arrivare.
E allora ecco che si reprimono i lavoratori più combattivi sui luoghi di lavoro tacciandoli di terrorismo, con la complicità dei sindacati confederali; ecco aumentare i rigurgiti fascisti nelle scuole e nelle piazze; ecco arrivare la "pastorale" del Papa. In questo mondo capitalistico dove la crisi generale colpisce a tutti i livelli il proletariato e le masse popolari, cosa scrive il Papa? Che "il marxismo e l'ateismo hanno lasciato distruzione".
Certo è veramente duro il rospo da ingoiare anche dopo 90 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre, ne abbiamo parlato il mese scorso. Ma la paura che emerge da queste "pastorali" sul ritorno al socialismo ci fa ben sperare. Sperare che i lavoratori prendano sempre più coscienza della propria capacità e della propria forza e mandino a casa tutti i parlamentari e con loro il padronato e il Vaticano. Purché, disillusi dal governo di centrosinistra, non cadano nella trappola dell'alternanza offerta dal cretinismo parlamentare e votino per la destra, seguano il populismo di vecchi e nuovi "uomini qualunque" o di "uomini della provvidenza" come Veltroni.
Marx non ha dimenticato l'uomo privilegiando l'assetto economico - come sostiene - Ratzinger - ma ha messo al centro della sua analisi l'uomo sfruttato da un'aristocrazia e da una borghesia che negava i principi fondamentali dell'uomo sostituiti dai diritti della proprietà privata. E per dimostrare scientificamente che la sua denuncia non era frutto di un'affermazione di principio moralistica, ma di un'analisi della realtà, Marx si è basato sull'economia classica. Analisi tuttora valida e ancora troppo poco conosciuta dalla maggioranza della forza lavoro. In quanto all'attacco all'ateismo basta rispondere con l'operato della Chiesa nei numerosi processi storici, con le benedizioni dei gagliardetti fascisti e con la continua negazione delle libertà delle donne che non l'ha certo schierata dalla parte dei più deboli. E continua. Con la sua storica ipocrisia del porgi l'altra guancia si schiera sempre dalla parte dei forti, del capitalismo e dell'imperialismo, attaccando il marxismo.
La lotta di classe non si è affatto esaurita. La borghesia odia chi sfrutta perché sa che gli oppressi, se coscienti e organizzati, possono abbatterla ed eliminarla. Ma dall'organizzare la classe operaia e tutti gli sfruttati la "sinistra" alla ricerca di una "cosa rossa" è sempre più lontana. Mette in soffitta la falce e il martello creando - come se ce ne fosse bisogno - ancora più confusione tra i propri militanti in nome di un'unità puramente elettorale. I Ds sciolti nel Pd portano alla Margherita il patrimonio immobiliare, oltre alle sezioni, le Case del popolo che si trasformeranno definitivamente.
L'esperienza non certo esaltante del governo di centrosinistra che ha confermato la svendita del territorio agli Stati Uniti con Dal Molin e la concessione dell'installazione di un pericoloso sistema di radar a Sigonella; che non ha abolito le leggi liberticide del centrodestra, anzi l'ha rincorso in materia di ordine pubblico, apre spazi di agibilità alle forze fasciste (che prendono in mano pure le proteste corporative di taxisti, metronotte, camionisti) e a Berlusconi che, preso da un attacco di Peronismo, gira le piazze incitando le masse dal predellino di una... Mercedes. Ovviamente!
L'apoteosi delle morti bianche, cioè l'incidente alla TyssenKrupp, diventata colosso mondiale dell'acciaio con il commercio di armi ai nazisti, dove hanno perso la vita cinque operai ha fatto scoprire l'esistenza della classe operaia. Fiumi di parole parlate e scritte, finte lacrime dei sindacati confederali che nulla hanno fatto e nulla fanno per porre fine allo sfruttamento.
Ci sono voluti questi morti per sapere che gli operai erano costretti a turni massacranti, a straordinari, che in fabbrica gli idranti erano rotti e molti estintori scarichi. Ma la strage continua. Negli stessi giorni altri lavoratori morivano nelle ferrovie, nei cantieri di Milano, Roma, San Casciano e nel silenzio mediatico e istituzionale perché ormai è la normalità. Sono 1007 al momento in cui scriviamo i morti sul lavoro ai quali si aggiungono coloro che perdono la vita o si ammalano per aver lavorato con l'amianto e i disoccupati che si suicidano. Tutto in virtù del massimo profitto. I capitalisti, non paghi di spremere dagli operai il plusvalore che li arricchisce sempre più, ne dispongono anche della vita.
Non si può morire di lavoro e da lavoro. Le condizioni di sfruttamento pongono il problema della partecipazione, del controllo operaio. Se è giusto scioperare per il rinnovo del contratto, per gli aumenti di salario, è anche giusto verificare le condizioni di sicurezza e denunciarle fino a scioperare quando non vengono rispettate dall'azienda, reagendo e rispondendo compatti senza cedere ai ricatti del padrone che considera gli operai solo carne da macello.

 

 

 


8 dicembre 2007 ricevuto
comunicato

STRAGE ALLA THYSSENKRUPP DI TORINO:
IL COSTO DEL PROFITTO
 

4 operai morti, bruciati vivi, altri 3 in condizioni gravissime con ustioni sul 90% del corpo; altri, più “fortunati” se la sono cavata solo con qualche bruciatura.
Nella fabbrica il padrone, con la complicità dei sindacati confederali, aveva imposto turni di lavoro di 12 ore. Alcuni degli operai uccisi lavoravano con 4 ore di straordinario alle spalle.
Nella fabbrica, in smobilitazione e destinata a chiudere a settembre, si risparmia sulla manutenzione e sulla sicurezza. Spremendo dai 200 operai rimasti la produzione che fino a luglio era fatta da 385, la multinazionale ThyssenKrupp incrementa i propri profitti con turni anche di 16 ore. Questo ennesimo “incidente” ha colpito l’opinione pubblica per le modalità con cui è avvenuta: operai bruciati vivi come se fossimo ancora nell’800.

Questa, invece, è la “modernità” del capitalismo.

Da sempre per il capitale gli investimenti devono servire ad aumentare i profitti e ciò che non rende è capitale “morto”. Muoiano quindi gli operai pur di non spendere qualche euro in più in prevenzione e sicurezza.
Ora tutti piangono lacrime di coccodrillo. I padroni, definendo questa ennesima strage un “fatale incidente”; i politici borghesi parlando di “piaga inaccettabile” ma dimenticando di dire che nel 2006, mettendo nell’indulto l’omicidio colposo per cause di lavoro, hanno garantito l’impunità ai padroni e ai loro dirigenti; i sindacati confederali che accettano come legittimo il profitto e a questo subordinano ogni piattaforma sindacale e ogni legge sul lavoro, siglando in ogni accordo il peggioramento delle condizioni di lavoro.

Come sempre succede in questi casi, finito il clamore e la protesta operaia,  i padroni se la caveranno con un risarcimento pagato dalle assicurazioni.
I dirigenti della Thyssenkrupp, recidivi e già condannati 4 anni fa per incendio colposo, allora se la cavarono con due patteggiamenti.
Portare a casa un salario nella guerra quotidiana fra capitale e lavoro è sempre più rischioso.
Nel 2006, sono stati 1.302 i lavoratori morti per arricchire i loro padroni, 28 in più del 2005 e nel 2007 si prevede un nuovo “record”. Anche le malattie professionali non tabellate sono in aumento, dal  71% del 2002 all’83% del 2006.
Dietro ai morti sul lavoro c’è la brutalità e la violenza del sistema capitalista. Protetti dalle leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione, in nome del libero mercato e del profitto, i capitalisti hanno impunità e licenza di uccidere.
Negli ultimi anni la condizione operaia è peggiorata costantemente.

L’aumento dello sfruttamento e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro sono la causa principale dell’aumento degli infortuni e dei morti sul lavoro.

Con il ricatto del posto di lavoro e la riduzione dei salari reali, subordinati alla produttività, i padroni ci costringono a lavorare sempre di più e sempre peggio.

ECCO COSA SONO GLI OPERAI NEL SISTEMA CAPITALISTA: CARNE DA MACELLO…

Solo in una società socialista dove si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, eliminando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è possibile mettere i lavoratori e la vita umana al primo posto creando le condizioni per mettere al bando i morti sul lavoro e di lavoro.
SOLIDARIETÀ PROLETARIA AI LAVORATORI MORTI E FERITI E AI LORO FAMILIARI
RICORDIAMO I NOSTRI COMPAGNI ASSASSINATI DAL CAPITALISMO ORGANIZZANDO ASSEMBLEE, FERMATE DI PROTESTA NELLE FABBRICHE E NEI LUOGHI DI LAVORO
COSTRUIAMO UN COORDINAMENTO NAZIONALE DEGLI OPERAI, DEI PROLETARI E DEI LAVORATORI COMUNISTI PER COMINCIARE AD ORGANIZZARE UNITARIAMENTE LA LOTTA CONTRO LO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA E PER IL SOCIALISMO

Coordinamento Lavoratori Comunisti
lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


7 novembre 2007 redazione
editoriale

90° DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

IL MOTORE DELLA STORIA

 

Ogni anniversario della Rivoluzione d’Ottobre è occasione di menzogne e bugie revisioniste e opportuniste per denigrarla. Per questo importante 90° Anniversario e con il centrosinistra al potere le trasmissioni radiotelevisive si sono scatenate. Calunnie e mistificazioni denunciate anche in Senato, da Fosco Giannini, in un clima reazionario di insulti. La borghesia proprio non manda giù questa sconfitta storica che ha messo a nudo la sua debolezza nel rappresentare come unica e universale la sua “civiltà”.

I tentativi di soffocamento della rivoluzione bolscevica sono innumerevoli: dall’impiego delle armate di tutte principali potenze imperialiste, che allora si chiamava Intesa, e successivamente con le armate naziste nella seconda guerra mondiale, ma tutti i piani si sono infranti contro il muro della rivoluzione proletaria e della sua Armata Rossa.
Nel 1917, sulla strada aperta dalla Comune di Parigi 46 anni prima, per la prima volta il Proletariato ha preso il potere, ha instaurato un nuovo Stato basato sui Soviet. Il proletariato ha esercitato il suo potere prendendo in mano i principali mezzi di produzione sottraendoli alla proprietà privata, distribuito la terra ai contadini, nazionalizzato le banche, proposto un decreto sulla pace ed una serie di diritti civili che hanno emancipato la donna. Ciò creava quella forza che ha permesso al Partito Comunista di dirigere milioni di uomini e donne – sopportando i più grandi sacrifici - nella resistenza agli attacchi feroci della borghesia e delle sue armate.
“Prima il proletariato rivoluzionario abbatta la borghesia, spezzi il giogo del capitale, frantumi l’apparato statale borghese, e allora il proletariato, ottenuta la vittoria, potrà rapidamente attrarre dalla sua parte le simpatie e l’appoggio della maggioranza delle masse lavoratrici non proletarie soddisfacendone i bisogni a spese degli sfruttatori” sono le parole chiare e lungimiranti di Lenin in polemica con chi voleva ottenere i cambiamenti e la conquista della maggioranza della popolazione tramite il voto parlamentare. E questo è stato fatto dal partito bolscevico!
Capitalisti, borghesi, clero e revisionisti sono oggi impegnati a dimostrare che “l’orrore comunista” è stato un errore della storia che non si potrà ripetere, soprattutto dopo il crollo dell’URSS, ribadendo come unico modello di vita quello basato sul mercato, sul merito e la competizione, sulla supremazia della proprietà privata unica ed inviolabile sorgente di vita civile.
Già Lenin diceva: “il capitalismo non sarebbe capitalismo se, da una parte, non condannasse le masse a uno stato di abbrutimento, di oppressione, di intimidazione, di divisione e di ignoranza e se dall’altra, non mettesse nelle mani della borghesia l’apparato gigantesco della menzogna e dell’inganno, della mistificazione in massa degli operai e dei contadini, del loro istupidimento ecc.”.
Ciononostante milioni di comunisti e di proletari in tutto il mondo sono orgogliosi di fare parte di quel grande Partito Internazionale che novanta anni fa ha iniziato una nuova epoca, quella delle rivoluzioni proletarie, dell’abbattimento del capitalismo e dell’imperialismo, l’epoca della realizzazione della dittatura del proletariato sulla borghesia quale forma più alta di democrazia.
L’attacco scomposto e isterico contro la Rivoluzione d’Ottobre e i comunisti viene portato avanti dalla borghesia, memore della storia, nella coscienza che il pericolo incombe. L’Europa di Maastricht studia come mettere fuori legge i simboli della lotta di classe, del riscatto degli sfruttati equiparandoli a quelli del nazismo, il capogruppo Udc alla Camera, Luca Volontè, propone l’introduzione del reato di apologia del comunismo. Gli fa eco Veltroni con il parallelo tra comunismo e nazismo riferendosi a Pol Pot, il capo dei Khmer rossi cambogiani sul cui sterminio non ci sono certezze.
Non va meglio nell’ex Urss dove sono stati aboliti i festeggiamenti del 7 novembre sostituito da due anni con la Festa dell’unità nazionale che, proprio il 4 novembre, ha visto scendere in piazza l’estrema destra russa. Né in Cecoslovacchia ed in Ungheria dove i comunisti sono perseguiti e processati.
Lo sviluppo imperialista porta con sé sempre maggiori divisioni e contraddizioni tra capitalisti in competizione tra loro; porta a guerre locali come preparazione di scontri sempre più ampi e devastanti, che inevitabilmente porteranno ad un indebolimento dell’intera classe borghese mentre, dall’altra parte, la classe operaia continua a crescere sia numericamente che intellettualmente, i popoli dei paesi più poveri non accettano più l’oppressione e lo sfruttamento secolare dei paesi ricchi. La rivoluzione ed il socialismo rappresentano sempre più l’unica via di sviluppo dell’umanità.
La contraddizione tra capitale e lavoro, infatti, diventa sempre più acuta, insanabile e inconciliabile. Le teorie riformiste si infrangono contro la realtà di tutti i giorni e ciò conferma che il capitalismo non è riformabile ma che deve essere abbattuto.
Nel nostro paese la necessità della borghesia di esercitare meglio il potere e imporre alle masse popolari il peso della crisi pone alle forze politiche istituzionali il problema della governabilità, attraverso decisionismo e repressione, Da qui tutti i movimenti per il Partito Democratico, e per la “Cosa rossa” - prossima sinistra europea - da un lato ed il partito delle libertà dall’altra. Una cosa è certa: la classe operaia ed il proletariato non hanno la loro rappresentanza politica e neanche quella sindacale.
La necessità del partito comunista è sempre più pressante, ma questo deve essere il Partito della classe operaia, non dei cittadini, né dei movimenti, anzi deve essere una parte di essa, quella più combattiva e cosciente che si organizza in partito politico.
Questo deve diventare il nostro impegno per attualizzare la Rivoluzione d’Ottobre perché solo il reparto cosciente e organizzato della classe operaia è in grado di superare la frammentazione e il gruppettarismo spesso settario e fine a se stesso che ha pervaso i comunisti in questi ultimi anni, permettendo all’avversario di classe in tutte le sue sfumature di lavorare indisturbato nella disgregazione dei ranghi proletari.
Riprendere la via tracciata dalla Rivoluzione d’Ottobre – grazie alla quale è stato sconfitto il nazi-fascismo, ha portato alla vittoria la Resistenza partigiana in Italia, enormi masse si sono liberate dal colonialismo e dalle dittature - è possibile, anzi necessario, per superare le difficoltà e le esitazioni e per passare da piccoli gruppi isolati e divisi ad un unico autentico e autorevole Partito Comunista nella stessa convinzione che abbiamo oggi - come aveva Lenin al primo Anniversario della vittoria della Rivoluzione -: “… qualsiasi cosa accada, quali che siano le calamità che gli imperialisti possono ancora provocare, essi non si salveranno. L’imperialismo perirà e la rivoluzione socialista internazionale vincerà malgrado tutto! “

  

 


30 ottobre 2007 redazione
manifestazione

sabato 10 novembre

a partire dalle h. 16.30, presso il Villaggio Globale di Roma si svolge la manifestazione per il 90° anniversario della Rivoluzione Socialista d’Ottobre.
Per quanto riguarda lo svolgimento dei lavori
L’assemblea inizierà non più tardi delle 17. Vi sarà una presidenza composta dai promotori che aprirà l’assemblea e leggerà una relazione introduttiva comune. Seguiranno gli eventuali interventi delle singole forze promotrici ed aderenti, che avranno la precedenza su quelli dei non-aderenti presenti in sala (salvo il caso di compagni che devono ripartire). Gli interventi dovranno essere contenuti entro i 10-12 minuti (max. 4 cartelle scritte con Times New Roman 12), per dar modo a tutti di parlare. Relazioni più ampie potranno essere illustrate o sintetizzate nello stesso tempo e successivamente consegnate alla presidenza per la pubblicazione di un fascicolo interamente dedicato al 90° anniversario che conterrà relazioni, interventi, comunicati, messaggi, ecc. e sarà inviato in forma elettronica agli interessati.
Fra un intervento e l’altro sarà data lettura di comunicazioni e/o messaggi di partiti ed organizzazioni esteri.
Chiunque abbia intenzione di intervenire è bene che si prenoti fin da subito facendolo presente a questo indirizzo e-mail.
Al termine dell’assemblea (h. 20.30-21) si potrà cenare a prezzi popolari in una sala vicina. Verso la fine della cena inizierà, nello stesso locale, lo spettacolo teatrale, ed a seguire canzoni di lotta.
indicazioni
Il Villaggio Globale è così raggiungibile: dalla stazione Termini prendere il bus 170 (parte ogni 12’) e scendere alla fermata di Largo Giovan Battista Marzi. Proseguire a piedi in direzione di Ponte Testaccio (60 mt.) e quindi  sempre diritti sul Lungotevere Testaccio, fiancheggiando l’ex mattatoio, per altri 100 mt. circa, fino all’ingresso del Villaggio Globale (la strada è riconoscibile per la presenza di un campo nomadi).
In alternativa: prendere dalla stazione Termini la metro B, direzione Laurentina, scendere alla fermata “Piramide”, raggiungere a piedi Via della Piramide Cestia e prendere l’autobus 719 per 5 fermate, fino alla fermata di Largo G.B. Marzi. Da lì come sopra.
Per chi viene in auto: si può parcheggiare in Via di Monte Testaccio, alle spalle del Villaggio Globale.
Tutte le realtà aderenti avranno la possibilità di esporre libri, giornali, documentazione ecc.
A tutti i partecipanti è chiesta una libera sottoscrizione che serve a coprire le spese di propaganda e di organizzazione dell’iniziativa. I compagni che necessitano di un posto letto per la notte del 10 devono avvisare il più presto possibile a novantesimoanniversario@yahoo.it.


2 ottobre 2007 redazione
editoriale

CLASSE CONTRO CLASSE
Francesco Rutelli è invitato a Monza per una premiazione e vi si reca con un volo di Stato (per la Formula Uno questo ed altro!). Mastella ne approfitta e si porta al seguito figlio e amici. E per par condicio sale sull’aereo anche Renzo Lusetti (anche lui ha iniziato la sua carriera politica nella Dc) con relativo figlio. Perché? Il bambino aveva la febbre e lui dice: “qualsiasi padre farebbe di tutto per il figlio malato”. Sì però non c’è un padre lavoratore che possa chiedere un passaggio sull’aereo di Stato perché il figlio non sta bene.
E, tra mogli, figli, amici e portaborse l’aereo si è riempito, forse volevano ammortizzare il costo del viaggetto: solo 20mila euro, spesi dopo mesi e mesi di bla bla sui costi della politica. Troppi privilegi, troppa arroganza, troppa furbizia. Intanto le famiglie sono sempre più in crisi. Si parla dei mutui a rischio nella “libera” America, ma in Italia è calcolato che 3,5 milioni hanno difficoltà a pagare mutui e affitti (che assorbono il 30% del reddito). Con il petrolio alle stelle (anche se lo paghiamo con un euro forte) e il continuo aumento delle bollette – che precede quelli di pasta, pane, carne ecc. - sarà un inverno gelido, una vera e propria stangata che non potrà certo essere arginata dal “bonus”, l’elemosina della Finanziaria.
Scandaloso il volo a Monza? Se Montezemolo invita dovrebbe pure pagare ma lui – come tutti gli industriali - è abituato solo a chiedere e non contento di ciò che già gli viene concesso sul fronte delle tasse, risparmia pure il viaggio dei politici. Ma lo scandalo vero è che per “rientrare nei parametri” imposti da Maastricht e per pagare il debito pubblico accumulato dai tempi di dominio della Dc, il governo non bada alle spese istituzionali, ma insiste sul taglio delle già minime pensioni. Presenta un piano welfare da fame, attacca i metalmeccanici che si ribellano, è arrogante di fronte alla protesta degli operai Fiat, presenta una Finanziaria che assicura alla Nato il 2% del Pil, cioè l’1% in più; stanzia 500 milioni di euro in più per la “sicurezza”; incrementa di 7-8.000 unità le varie Forze dell’ordine. Che, oltre ad essere utilizzate per addestrare le polizie delle neocolonie sulla base delle tecniche utilizzate a Genova nel 2001, garantiranno che alcun lavavetri o Rom sfugga dalle grinfie di Amato e dei sindaci di centrosinistra.
Il ministro della Difesa, Parisi “per non fare trovare in gravi difficoltà le missioni all’estero” porta i costi della nostra “proiezione bellica” da 18 a 36 miliardi.
Che la gente sia stufa dello strapotere anche di quello del centrosinistra - che ha deluso tutti coloro che più o meno per ordine di partito lo hanno votato - è emerso dalle piazze riempite da Grillo. Che da comico era già diventato un po’ “santone” e ora, con il suo Vday è entrato in modo dirompente, oltre che nelle piazze – facilitato dalla sua popolarità -, nei mass-media ed ha mandato in fibrillazione il mondo politico - che non si era ancora ripreso dalla bocciatura di Fiom dell’accordo di luglio.
Tutti hanno cercato di demonizzarlo. Il Vaticano, che ha sempre taciuto col governo Berlusconi e ormai si pronuncia su tutto, ha cavalcato la tigre e per bocca del presidente Cei, Bagnasco osserva che l’Italia è spaesata e in crisi morale e che il clima di materialismo tende a sfilacciare le persone.
Fassino urla pateticamente che “dobbiamo restituire al paese la buona politica”, mentre consegna il suo partito ai democristiani. In controtendenza persino con la Svizzera dove i comunisti recuperano, grazie ai giovani, il nome originario del partito comunista dichiarato fuorilegge nel 1940 e risorto nel dopoguerra come Partito del lavoro.
Solo che tutti quelli che sono stati travolti dal ciclone possono dormire sonni sereni perché la proposta di Grillo è debole, non è certo rivoluzionaria (Mauro Mazza può stare tranquillo). Tra demagogia e populismo, con il rischio del qualunquismo dietro l’angolo, da Grillo emerge però un elemento reale: la partecipazione attiva. Proprio quello che è mancato negli ultimi anni, grazie alla linea verticistica adottata da tutti i partiti che utilizzano iscritti e lavoratori solo quando la mobilitazione è funzionale alla politica dei leader.
Non si tratta, quindi, di fare antipolitica, ma di antipartitismo sì, in un’Italia dove - in nome del bipolarismo tanto sbandierato - continuano a nascere partiti (siamo a quota 46 se non sbagliamo). E anche quelli che si uniscono lo fanno sul piano federativo per poter mantenere ciascuno le proprie poltrone.
La democrazia non si misura con il numero dei partiti che sono strumento di tornaconto di alcuni individui (ora va di moda il termine casta) a discapito delle grandi masse lavoratrici.
È vero che tutti i politici sarebbero da mandare a casa come suggerisce Grillo, ma ci vuole un’alternativa. Un’organizzazione che prenda in mano la situazione. Quando si distrugge bisogna pensare a ricostruire e non è facile.
È quello che noi proponiamo da sempre: costruire il nuovo partito comunista degno di questo nome da troppo tempo e da troppi mestatori usurpato e infangato. Il partito della classe operaia che, con la sua lotta contro la proprietà privata dei mezzi di produzione e contro la borghesia, difenda gli interessi di tutte le masse lavoratrici e popolari.
Mandare a casa i politici non ci preoccupa né ci scandalizza convinti come siamo che questo Stato borghese sia da abbattere e sostituire con uno Stato proletario e rivoluzionario che imponga la propria democrazia basata sull’egemonia del proletariato. Capace di mandare a casa non solo i “servi”, ma di eliminare i loro padroni e mandanti: i capitalisti, il potere finanziario, il clero.


30 agosto 2007 redazione
vergogna

Che vergogna!!!
STIPENDI D’ORO E VOGLIONO FARCI CREDERE CHE L’AUMENTO DELLE PENSIONI (circa 1 euro al giorno) È UN SUCCESSO!

Mentre si prospetta un autunno di rincari: dal pane alla pasta, alla carne e continua lo stillicidio della disoccupazione, il governo sbandiera l’aumento delle pensioni per
3,4 milioni di pensionati. Il provvedimento riguarda chi ha più di 64 anni ed è titolare di un reddito inferiore o pari a 8.500 € l’anno (circa 654€ mensili, pari ad una volta e mezzo la pensione sociale di 436€). L’aumento sarà liquidato nel prossimo novembre in un’unica soluzione, per forza, visto che oscillerà fra i 262€ (20,15 € al mese) e i 392 € (27,85 € al mese). L’anno prossimo crescerà fino ad un minimo di 336 € (25,84 € al mese) e un massimo di 504 € (38,77 € al mese).
Dal 1° gennaio 2008 aumento da 559 € a 580€ (21€ al mese) per coloro che hanno almeno 70 anni e ricevono una pensione o un assegno sociale o trattamenti assistenziali per invalidi civili, ciechi e sordomuti.
Bravi, si sono sforzati davvero”!
Ma al singolo pensionato quanto viene al mese? Neppure un euro. Parlamentari e politici di governo - che non pensano minimamente a diminuire le spese statali e gli sprechi - hanno dichiarato che finalmente si è pensato ai più deboli. E allora pensiamo che per un pasto consumato alla “mensa” del Parlamento dove gli eletti pagano solo 9 € (rispetto al suo valore di 60 €), lo Stato copre i rimanenti 51 €, quasi il doppio dell’aumento mensile delle pensioni minime.
E sono sempre loro ad acquistare lussuosi appartamenti a prezzi di favore mentre i comuni mortali sono costretti ad anni di sacrifici per pagare mutui sempre più cari.
E c’è chi, tra i parlamentari che, abituati come sono (dovrebbero spiegarci come si fa a campare con quelle cifre) dichiara che nell’ipotesi in cui in sede di approvazione in Parlamento dell’accordo raggiunto a luglio, fossero richiesti e concessi ulteriori aumenti, “voterebbe contro”, aggiungendo: “Chi fa queste richieste punta a proteggere gli interessi di alcune categorie senza farsi carico dell’insieme” e tacciono sui vantaggi agli industriali e alla Chiesa (che ha il coraggio di ribellarsi!). Ma questi 3,4 milioni di cittadini non fanno parte dell’insieme?
Poi alla vergogna, si aggiunge vergogna.
I governanti ci illudono sulla ripresa economica e lo sviluppo, in realtà viviamo una crisi profonda, per giustificare i loro continui aumenti. A fronte di 1 euro al giorno per i pensionati ai consiglieri regionali vanno – per effetto di una legge nazionale – 320 euro in più, al mese! E tutti i discorsi di qualche mese sui costi della politica? Non c’è bisogno di scervellarsi molto per capire perché c’è la corsa alla politica istituzionale, infatti già molti (a partire dalla Lega) hanno giustificato l’aumento se si fa il proprio lavoro, e perché la “sinistra” va sempre più a destra!


29 luglio 2007 redazione
solidarietà

GRAVE PROVOCAZIONE CONTRO UN DELEGATO R.S.U.
LICENZIATO IL COMPAGNO FRANCO

Nel mese di luglio, con un banale pretesto, l’azienda SACECCAV SpA di Desio ha licenziato in tronco Franco Zanon.
Il compagno Franco, delegato sindacale FIOM, da anni impegnato in prima fila nel movimento operaio nel difendere gli interessi e i diritti dei suoi compagni di lavoro, ha pagato con il licenziamento l’opposizione ai piani di ristrutturazione che l’azienda da tempo ha messo in atto.
Franco da tempo era nel mirino della direzione per la sua attività sindacale. L’azienda, prendendo a pretesto il fatto che, mentre era fuori sede per servizio, si era fermato alcuni minuti ad un CAF per consegnare il 730 senza aver avvisato preventivamente, gli ha inviato una lettera di contestazione e, subito dopo, quella di licenziamento in tronco.
In questi ultimi anni, con il sistema della “cessione di ramo d’azienda” la Saceccav è stata spezzettata in più società a discapito della “funzionalità” e di una “efficiente organizzazione aziendale”.
Tutto ciò ha portato ad una perdita di diritti sindacali per alcuni gruppi di dipendenti e a forti preoccupazioni nei lavoratori per il loro futuro. A questo si aggiunge il fatto che uno dei delegati RSU, ex collega di Franco (licenziato), è stato promosso al rango di amministratore delegato di una delle società nate dallo scorporo.
Come si vede, anche in questo caso, il padrone usa sempre due pesi e due misure: da un lato repressione e licenziamenti alla prima occasione per i delegati combattivi che, difendendo gli interessi e i diritti dei lavoratori, ostacolano la “pacifica accumulazione dei profitti”; dall’altro premi e promozioni per i fedeli “cani da guardia” che agevolano e difendono gli interessi padronali.
Davanti a questo grave attacco ad un delegato RSU, ai diritti sindacali e dei lavoratori, FIM-CISL e FIOM-CGIL hanno fatto un comunicato di denuncia dell’operato aziendale, ma l’ufficio legale della CGIL, dopo aver aperto la procedura di conciliazione, necessaria e preliminare ad ogni causa di lavoro, sembra orientato a rinunciare a fare causa ex art. 28 (comportamento antisindacale), limitandosi ad avviare la procedura ordinaria e l’art. 700 (procedura d’urgenza) per il prossimo mese di settembre.
Il Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” esprime la sua più viva solidarietà di classe e si schiera accanto al compagno Franco colpito dalla repressione padronale.
Nessuna azione repressiva deve passare sotto silenzio, l’attacco padronale a chi è in prima fila nella lotta è sempre il primo passo dei padroni per eliminare i possibili organizzatori dell’opposizione anticapitalista nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro.

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli

Sesto S.Giovanni


23 luglio 2007 redazione
editoriale

SQUARCI SUL LUGLIO 2001
MA NON CI BASTANO, LA LOTTA CONTINUA

Sono passati 6 anni da quel luglio 2001 e in quella vicenda si apre uno squarcio. Su quel disegno repressivo noi non abbiamo mai avuto dubbi. C’eravamo a Genova e abbiamo vissuto quel che è successo, poi c’era il governo Berlusconi, il ministro Fini nella sala operativa e anche il capo di Polizia De Gennaro. Che, una volta emerso il suo coinvolgimento nel blitz alla Diaz è passato al nuovo incarico come capo di gabinetto del ministero dell’Interno, praticamente promosso dal governo Prodi e sostituito con Antonio Manganelli, gradito al Prc perché non era a Genova (però lui era assente perché in ferie!).
E proprio dalla sala operativa oggi sono venute alla luce delle telefonate tra le forze “dell’ordine” – che a Genova hanno procurato solo disordine e morti – che non ci indignano perché sappiamo da che parte sta la polizia, ma ci confermano la presenza di attivisti fascisti al suo interno.
Il vicequestore, Michelangelo Fournier, si pente dopo ben sei anni e in aula confessa di aver taciuto per vergogna e spirito di appartenenza. Testimonianza tardiva, ma che conferma, anche con particolari significativi come quello del poliziotto che ha mimato un atto sessuale su una ragazza che perdeva materia cerebrale, ciò che il movimento contro la guerra ha da subito sostenuto. Il blitz, come le cariche in piazza e l’uccisione di Carlo Giuliani sono stati una prova di forza del governo Berlusconi ben sostenuto dalla sua coalizione, a partire dal fascista Fini. Fournier definisce quella carneficina fascista una “macelleria messicana”, espressione che rievoca le parole usate da Ferruccio Parri, primo presidente del Consiglio e capo di un governo di unità nazionale per descrivere l’esposizione in piazzale Loreto di Mussolini & soci il 25 Aprile 1945. Non è la stessa cosa. L’esposizione di Mussolini è del tutto condivisibile, quello di Genova è stato un deliberato atto di forza su civili inermi.
In questo anniversario il Coisp, Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia (indipendente da chi e da che cosa?) voleva sfilare a Genova dove ha organizzato un dibattito dal titolo “L’estintore come strumento di pace” – sicuramente di difesa, vista la situazione del 2001 -. All’iniziativa partecipa l’ex carabiniere, ricompensato da Berlusconi con l’unico premio che conosce, quello dei soldi, Mario Placanica, ovvero l’assassino di Carlo. Quindi altra dimostrazione – se ce n’era bisogno – che nelle forze di polizia si annidano facinorosi fascisti. Che, insieme con quelli che siedono in Parlamento e con quelli delle formazioni di manovalanza (braccio armato della reazione), ci fanno ben capire quanto bisogno ci sia di mantenere vivo l’antifascismo militante.
Sono mesi, ormai, che le squadracce nazifasciste rialzano la testa colpendo giovani dei centri sociali, sedi – persino quelle del Prc -, sfregiano lapidi dei partigiani, si lanciano al grido di duce, duce contro il pubblico di un concerto, quello di Villa Ada del 29 giugno.
A Firenze, dove i fascisti si presentano difensori della sicurezza, pochi giorni dopo un’assemblea fallita per la mobilitazione di “Firenze antifascista”, sapientemente strumentalizzata dalla stampa locale, si sono scatenati con minacciose scritte sui muri contro il sindaco e l’assessore alla sicurezza pubblica, siglate da svastiche. Immediate le reazioni di solidarietà e condanna da parte dei politici, gli stessi che hanno solidarizzato qualche giorno prima con l’ex picchiatore del Msi, Totaro ora senatore contestato dagli antifascisti, processato e assolto per aver definito il gappista fiorentino, Medaglia d’Oro al valor militare Bruno Fanciullacci un vigliacco assassino. Insulto che non ha indignato nessun politico istituzionale.
La “condanna” che emerge in alcuni casi di fronte alle violenze fasciste è pura ipocrisia. È una reazione superficiale e priva di contenuti – come lo sono le celebrazioni retoriche degli anniversari (a pochi giorni dal 27° anniversario della strage di Bologna si mette in discussione la colpevolezza degli unici due fascisti condannati…) – e della volontà di scoprire le verità. È sempre più evidente che chi arriva alla politica istituzionale lo fa per garantirsi un sistemazione a vita e non certo per fare l’interesse della comunità.
Se questi gravi fatti di violenze fasciste si sommano con ciò che è emerso sulla Diaz, con le intercettazioni e gli intrighi delle logge segrete e degli affari che ipotizzano una nuova P2 (puntualmente smentita dal ministro della Difesa Parisi!), i dossier del Sismi, con i misteri sull’attentato a Borsellino, con l’attivismo della mafia, con il programma di costituzione di una brigata di “Soldati del futuro” muniti di equipaggiamento ipertecnologico, armi supersofisticate, collegamenti computerizzati annunciato dalla Stato maggiore dell’esercito, e con il servilismo del Governo verso l’imperialismo Usa al quale si concede potenziamento e nuove Basi militari come Dal Molin, c’è di che preoccuparsi. Siamo in un clima di fascismo strisciante e il pericolo di un piano eversivo incombe sempre. Oggi, come in tutte le trame che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra si fa riferimento ai servizi deviati, ma di quale deviazione si parla? I servizi fanno il loro mestiere secondo i potenti cui sono legati, ogni tanto qualche magistrato apre inchieste che poi… si chiudono e tutto torna a tacere.
Perché sono possibili tutti questi fatti? E qui la risposta è facile. Quando si rinuncia all’ideologia comunista e ai valori antifascisti per costruire a tavolino partiti “che vadano bene per tutti”: dalla Confindustria al Vaticano, si lascia libero campo al nemico. E i nemici del proletariato si annidano ovunque e sono pronti ad intervenire per frenare le mobilitazioni del movimento comunista, operaio e popolare e colpire il conflitto di classe che inevitabilmente si svilupperà.
Ci può stupire se in questo governo di isterici del centrosinistra c’è una Bonino che ricatta il governo in funzione anticomunista quando un Fassino va a piangere le vittime dei “gulag” a san Pietroburgo? Con il suo discorso di frasi secche e taglienti sul fallimento del comunismo, sui suoi crimini, sulle colpe dei dirigenti del Pci, sull’”ingenua speranza di una società nuova”. Fassino paga il prezzo del centrosinistra al governo e della liquidazione totale di un’esperienza di sinistra a favore della nascita di un non ben definito partito democratico che raccoglierà i rimasugli della vecchia Dc.
Ed è sugli ex Pci, ormai sparsi sotto diverse sigle, senza più punti di riferimento, ma tutti subalterni ai processi liberisti, che ricade la maggiore responsabilità della riabilitazione del fascismo e della creazione della sua legittimazione. Che, ultima notizia, ha portato un dirigente dell’MSI-fiamma tricolore che definisce il termine fascista a lui molto caro, che suona in un complesso musicale un repertorio di brani che celebrano i gerarchi nazisti, capogruppo della lista del sindaco leghista Tosi, Andrea Miglioranzi, rappresentante del consiglio comunale di Verona nell’Istituto veronese per la Storia della Resistenza.
A noi rimane l’esigenza di mantenere viva la presenza organizzata dei comunisti basata sulla lotta di classe e continuiamo nel nostro impegno verso la costituzione del partito comunista. La divisione tra le classi, lo sfruttamento della borghesia capitalista, l’imperialismo e le sue guerre sono una realtà. E a pagare è il proletariato mondiale che non resterà passivo, al di là di tutto ciò che sostengono i revisionisti e i vari “buonisti”.

 


5 giugno 2007 redazione
editoriale nu 4/2007
NO ALL'IMPERIALISMO, AL CAPITALISMO, ALL’OSCURANTSIMO
Chiesa e destra scoprono l’esistenza della “gente” e delle famiglie e si inventano il “family day”. E in diretta tv sono state trasmesse immagini idilliache di mamme e bambini, tanti figli, spaventati dai Dico, liberali e cattolici che però chiedono aiuto allo Stato. Fa notizia che la Caritas consegna pacchi ai poveri. La gente e le famiglie, arrancano da anni per arrivare a fine mese perché i salari sono da sempre miseri. Ricordiamo bene quando, all’epoca della Dc, erano gli stessi candidati a portare personalmente i viveri nelle zone più povere delle città alla vigilia delle elezioni! Un sistema di acquisto voti che non è cambiato se si pensa che a Palermo, sotto elezioni, l’assessore al personale ha fatto assumere all’azienda dei trasporti 110 conducenti… privi di patente. Impareranno ha risposto, “è solo questione di pochi mesi”. Giusto il tempo di incassare il voto!
Fiumi di parole sulla famiglia. Il governo organizza la Conferenza nazionale sulla famiglia dove la Bindi affossa i Dico e propone un tavolo permanente e Prodi analizza che la precarietà distrugge i giovani e promette che il Tesoretto andrà alle famiglie. Nel frattempo, dopo quello delle elezioni in Francia – prima per il candidato donna, poi con la vittoria di Sarkozy (elogiato da Veltroni) -, nasce un altro tormentone: la crisi e i costi della politica. D’Alema lancia i
l sasso sulla credibilità della politica. Perspicace! Però non riconosce che la colpa è sua e di tutti coloro che hanno affossato gli ideali comunisti.
Se nel governo Berlusconi era chiaro che c’era un padrone con un entourage sottomesso e ossequiente, nel governo Prodi c’è un’accozzaglia di vice e ministri e sottosegretari che, senza una linea comune, sparano a ruota libera ciò che gli viene in mente giorno per giorno. Ancora una volta il centrosinistra, succube del Vaticano, dimostra di non saper governare neppure sul piano riformista. Privo di una strategia non è in grado di affrontare né la questione morale né i problemi veri della società e dare delle risposte e neppure di governare l’emergenza.
La Turco militarizza il territorio mandando la polizia nelle scuole per arginare l’uso di droga, reprimere invece di educare e colpire i mercanti; Amato, strumentalizzando il malcontento operaio, lancia l’allarme sul terrorismo non ancora estirpato e sull’ostilità verso la polizia e punta sulla repressione; il Presidente Napoletano fa il mea culpa nell’anniversario della morte di Calabresi; Parisi manda Predator e più mezzi al contingente italiano in Afghanistan (che però rimangono bloccati a Kabul e perfino a Herat). C’è qualcosa di sinistra in questo? C’è qualcosa di sinistra nel futuro Pd dove tutti stanno correndo verso la direzione?
Le elezioni amministrative sono state un banco di prova, non tanto per le città perse dove la presenza di industriali, artigiani, commercianti del ricco nord Italia, ben oleati dalla relazione di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria, rappresentano la base elettorale del centrodestra, quanto per l’aumento dell’astensionismo evidentemente di protesta.
Non si può pensare di conquistare i lavoratori a livello elettoralistico – sebbene siano ancora tanti quelli che votano turandosi il naso come a Genova, per esempio -, con un governo antipopolare e ondivago. Gli avvisi ci sono stati anche quando Giordano e Ferrero sono andati a volantinare davanti alla Fiat. L’accoglienza non è stata calorosa, anzi molti operai hanno ribadito “credevo che con la sinistra al governo sarebbe cambiato qualcosa, ma non è vero” o “fate qualcosa di sinistra, ridate una dignità agli stipendi e alle pensioni. Ma hanno anche denunciato che “ci stiamo riducendo alla schiavitù”. “I lavoratori chiedono un segno importante a loro favore”, dice Ferrero, che ringrazia per aver “fatto sentire la loro voce”, cioè per aver scioperato, tanto a rimetterci sono loro! Ma come la mette con la partecipazione e la cogestione dei “comunisti” al governo?
Ma c’è voluto questo scossone elettorale per far sì che i partiti di sinistra – che puntano tutto e solo sulle elezioni – si rianimassero. Ma come lo fanno? Prc e PdCi chiedono una svolta su pensioni e salari, di risarcire gli operai. Se dopo una campagna elettorale basata su un programma di 400 pagine, dopo un anno di governo e dopo la debacle dell’astensionismo l’obiettivo di PRC (considerata sinistra radicale!) è risarcire gli operai siamo veramente ridotti male e non si capisce proprio dove sia la differenza tra governi di cd e cs.
La differenza non si riscontra neppure a livello internazionale. Il 9 giugno il governo riceve il capo dell’imperialismo Bush, reduce dal G8, il cui arrivo è già stato preceduto da una richiesta di guerra. E le forze che sostengono il governo dividono la piazza in due manifestazioni, una della “sinistra radicale”, che dovrebbe arginare la protesta contro il governo Prodi e le sue scelte di guerra con truppe specializzate in 24 Paesi, con l’aumento del 13% delle spese militari; con l’appartenenza alla Nato, con il mantenimento delle costose basi militari e la concessione al raddoppio della base Usa di Vicenza, con l’accelerazione della ricerca militare con Finmeccanica dopo la firma dell’accordo segreto sullo “scudo spaziale”; con l’appoggio della fusione delle banche per meglio finanziare i futuri interventi negli scenari di guerra a rimorchio dell’imperialismo Usa, con lo sfruttamento industriale della manodopera nei paesi a bassissimi salari. E l’altra che combatte contro l’imperialismo statunitense ed europeo e, al tempo stesso, la politica dell’attuale governo.
Forti manifestazioni sono previste ad Heiligendamm, sulla costa nord orientale della Germania, contro il vertice. E in previsione la Germania ha ristabilito una pratica usata dal Reich guglielmino - occasione ghiotta per dire che era usata anche dalla Germania dell’Est -. Il ministero dell’Interno ha deciso di usare i cani da fiuto per raccogliere e schedare l’odore degli attivisti. Nelle ultime settimane la polizia si è presentata di buon mattino a casa dei militanti più conosciuti e li hanno obbligati a tenere in mano barrette di metallo avvolte poi in panni e sigillate in barattoli di vetro con su scritto il nome. Anche questa è l’Europa dei capitali.
La vera crisi è quella dei valori propri di una società collettiva, della mancanza di un’ideologia che rafforzi la prospettiva socialista, cioè la vittoria dei lavoratori sul capitalismo e l’imperialismo. E dopo il devastante declino di “Liberazione” (basta leggere gli articoli su Cuba) Bertinotti sulla sua rivista “Alternative per il socialismo” di prossima uscita, abbandona persino il termine comunismo e sancisce così l’ultimo strappo. Cossutta l’aveva già preceduto dicendo che era pronto a rinunciare al simbolo della falce e martello, al nome “comunisti” perché quello che conta è l’obiettivo. Ma quale obiettivo? I lavoratori hanno bisogno di certezze, di un partito comunista che rappresenti effettivamente gli interessi della propria classe di appartenenza. Abbandonare tutto ciò significa cedere e concedere completamente la società alla borghesia. Partecipare a governi che gestiscono il capitalismo significa abbandonare il fondamentale concetto della lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione. Diventano patetici i grandi discorsi sulle morti bianche e la precarietà se in pratica non si agisce per un cambiamento reale. Per cambiare realmente, per capovolgere i rapporti di forza, la classe operaia e il mondo del lavoro devono riprendere in mano politicamente il proprio destino e ritornare protagonisti della storia.


16 aprile redazione
editoriale

25 APRILE E 1° MAGGIO
RESISTENZA OPERAIA E INTERNAZIONALISMO PROLETARIO

Queste due date rappresentano conquiste bagnate dal sangue proletario nella lotta contro il capitale che, con il passare degli anni, il capitalismo cerca di snaturare, cancellandone la memoria storica.
Se 62 anni fa la resistenza operaia e proletaria contro il nazifascismo determinò il crollo del regime fascista, ciò si deve soprattutto al ruolo fondamentale che svolse la classe operaia nelle fabbriche, nelle città ed in montagna. La resistenza fu sostenuta da un grande consenso popolare fra le masse operaie e proletarie. In molte fabbriche gli operai si privarono di parte del cibo,  sottraendolo alla mensa per inviarlo in montagna ai partigiani.
Nella primavera del 1943 (8-13 marzo) avviene il grande sciopero operaio nell’industria torinese.
Alla Fiat - su circa 21 mila operai - gli iscritti al PCI erano poco più di cento. Furono queste poche centinaia di quadri comunisti, sparsi in qualche decina di fabbriche, gli organizzatori delle lotte che videro oltre centomila operai incrociare le braccia e scioperare fermando la produzione.
Lo stesso processo avvenne in altre parti d’Italia. Nelle fabbriche milanesi e di Sesto San Giovanni (Pirelli, Borletti; Breda, Falck) gli operai - controllati a vista dalla milizia fascista e dalla Gestapo - per impedire ritorsioni e arresti contro i primi lavoratori che fermavano le macchine decisero di ricorrere ad uno stratagemma: fermarsi contemporaneamente tutti insieme al suono di una sirena (azionata clandestinamente da un operaio) per rendere più difficile il riconoscimento degli organizzatori della protesta.
Insieme con gli obiettivi politici “contro la guerra e contro il fascismo, per la pace” c’erano obiettivi economici immediati: “più razioni alimentari” “indennità di carovita” “assistenza agli sfollati e nuove abitazioni per le famiglie rimaste senza casa per i bombardamenti”.
Il regime fascista, dopo vent’anni di relativa pace sociale ottenuta attraverso le leggi antisciopero, veniva scosso dalle fondamenta dalla lotta del proletariato italiano.
I primi segnali della ripresa della lotta della classe operaia in Europa avvennero con lo sciopero del febbraio 1941 ad Amsterdam contro la deportazione degli ebrei. Questo fu il primo atto di lotta aperta della classe operaia contro il fascismo.
Con gli scioperi del marzo ‘43 in Italia, che portarono anche a miglioramenti alimentari e salariali, la classe operaia riprende  coscienza della propria forza e fiducia nella lotta e nei suoi dirigenti più coerenti, gli operai comunisti.
Le proteste continuarono nei primi mesi del 1944, in particolare in Lombardia e in Liguria dove 8 comunisti vengono condannati a morte da una corte marziale italiana ed assassinati come monito per gli scioperanti.
Nel marzo del 1944 (dall’1 all’8) si ebbe il più grande sciopero generale contro il nazi-fascismo con parole d’ordine come “via i tedeschi dall’Italia” “pace subito”. I lavoratori con alla testa  gli operai comunisti preparavano le condizioni dell’insurrezione.
La reazione nazi-fascista fu durissima. Serrate di fabbriche, migliaia di arresti, minacce di fucilazione, centinaia di lavoratori deportati in Germania non riusciranno ad impedire - l’anno seguente - la liberazione.
Contemporaneamente la repressione  spinse molti lavoratori ad abbandonare le loro case, le fabbriche e ad unirsi ai partigiani sulle montagne. Gli scioperi, i sabotaggi, la lotta antifascista delle masse operaie unendosi alla resistenza armata dei partigiani nelle città e sulle montagne furono determinanti per la caduta del regime fascista.
Nel dopoguerra, la borghesia, con il revisionismo storico, ha cercato prima di annacquare e poi di cancellare il carattere di classe della Resistenza in Italia, trasformando il 25 Aprile in una giornata “tricolore”, di “concordia nazionale”, di “festa di tutti gli italiani”, una giornata in cui sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori si trovano retoricamente uniti nel celebrare l’Italia nata dalla Resistenza.
La classe operaia organizzata nel suo partito, guidando la lotta antifascista, non delegando ad altri la liberazione del paese lasciò la sua impronta classista facendo del proletariato italiano e delle classi sottomesse gli artefici della liberazione dal nazi-fascismo. La stessa operazione viene fatta contro un’altra data simbolo della lotta proletaria.

Il 1° Maggio,
celebrato per la prima volta a Chicago 121 anni fa, nel 1886, sul sangue di 5 lavoratori anarchici assassinati dal capitalismo, divenne nel 1890 una grande giornata di lotta internazionale degli operai per la conquista delle otto ore e di altri provvedimenti legislativi a tutela dell’integrità fisica del proletariato. Questa lotta non aveva solo l’obiettivo di migliorare le condizioni brutali di lavoro e di vita della classe operaia, ma di inquadrarla nella lotta di classe per l’abbattimento del sistema capitalistico. Il Primo maggio fu fin da subito una giornata di lotta internazionalista contro nazionalismi e sentimenti “patriottici”, che chiamava all’unità degli sfruttati e alla solidarietà di classe contro il comune nemico, il capitale internazionale. Il movimento internazionale dei lavoratori dal 1° Maggio, quando fu istituita questa giornata internazionale di lotta in tutti i paesi è sceso in piazza, nelle strade rischiando licenziamenti, arresti e talvolta la vita i nome dell’internazionalismo proletario. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.
Il primo conflitto mondiale apre la fase delle guerre imperialiste e delle rivoluzioni proletarie, mettendo all’ordine del giorno la questione del potere proletario e della dittatura del proletariato.
Trasformando questa giornata di lotta in una giornata di festa nazionale nel 1919 il governo tedesco di Schedemann - che per primo istituì i campi di concentramento per detenuti politi rinchiudendoci migliaia di spartachisti - cerca di recidere il carattere rivoluzionario e sovversivo di questa giornata di lotta che fa tremare i capitalisti e gli sfruttatori di tutto il mondo.
Nel 1933 Hitler ribattezzerà il 1° maggio “Festa del Lavoro Nazionale” trasformandolo in una grande parata nazista. Negli stessi anni in Francia la borghesia durante i governi espressi da raggruppamenti radicali, del Partito socialista e del PCF fa del 1° Maggio la “Festa Tricolore”. Il 18 aprile 1946 in Italia il Consiglio dei Ministri decreta il 1° maggio “Festa Nazionale”. Lo stesso avviene anche in altri paesi dove, all’insegna dell’unita antifascista, la borghesia cerca di sottomettere gli interessi della classe proletaria a quelli degli schieramenti imperialisti che si contendono la spartizione del mondo. Anche la Chiesa cattolica ci mette del suo, trasformando il 1° Maggio nella “Festa di S. Giuseppe lavoratore”. In Italia il 1° maggio, è stato snaturato sempre più proprio dagli ex partiti comunisti, da anni nella gestione diretta degli interessi borghesi, e ora al governo, e dai sindacati (Cgil-Cisl-Uil), trasformandolo in una giornata di festa in cui si fa un grande concerto a Roma. Anche alcuni sindacati di base si limitano ad  organizzare la “festa” del May Day Parade.
Ancora una volta tocca agli operai, ai lavoratori, ai proletari comunisti ripristinare i caratteri di classe fondanti di questa giornata di lotta internazionale. La classe operaia internazionale ha interessi comuni e la solidarietà di tutti i lavoratori, al di là della razza, della nazionalità, delle qualifiche e dei settori industriali in cui è impiegata, è necessaria perché solo unendosi può creare le condizioni per abbattere l’imperialismo nella prospettiva del socialismo.
I padroni, in tutto il mondo, da anni cercano di trasformare le giornate di lotte proletarie in ricorrenze retoriche svuotandole dei loro contenuti. Il 25 Aprile è stato trasformato ”nella giornata della pacificazione e concordia nazionale”, nella “festa di tutti gli italiani”. Il 1° Maggio nella festa della celebrazione e santificazione del lavoro.
In queste occasioni dai vari palchi gli ex partiti operai (DS-PRC-PdCI) ed i sindacati di regime (Cgil-Cisl-Uil-Ugl ecc), sostenitori delle “guerre umanitarie e preventive”, si riempiono la bocca di “internazionalismo, emancipazione, difesa della pace e democrazia”.
In realtà il loro “internazionalismo“ è il diritto del capitale italiano ed europeo a penetrare nei paesi concorrenti. La loro “emancipazione” significa aumento delle aree di sfruttamento a scapito di altri capitalisti. La loro “pace” è quella dei bombardieri che massacrano le popolazioni civili inermi e la collaborazione tra operai e padroni per combattere insieme contro gli operai ed i padroni dei paesi concorrenti. Così si cerca di snaturare la giornata di solidarietà rivoluzionaria degli sfruttati di tutto il mondo: dal motto “i proletari non hanno patria” alle parate nazionalistiche.

Da tempo i padroni cercano di toglierci anche il 25 Aprile ed il 1° Maggio. La classe operaia internazionale deve riprendere in mano le sue bandiere, collegandosi ed organizzandosi per ricostruire il suo partito e il suo programma – l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della proprietà privata del capitale, preparandosi a rispondere alla guerra imperialista con la rivoluzione proletaria.


31 marzo 2007 redazione
comunicato coord. lavoratori comunisti

CONTRO LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA LOTTA DI CLASSE
coordinamento Lavoratori Comunisti

In questi ultimi mesi, prendendo a pretesto l'arresto di alcuni compagni, accusati di appartenere alle nuove B.R. lo Stato borghese ha avviato una campagna di criminalizzazione su vasta scala delle avanguardie proletarie, a cominciare dai posti di lavoro. Contiamo già una decina di licenziamenti, tra Padova, Torino e Sesto S.Giovanni.
Tutto questo non è nuovo. L'obiettivo, di sempre poiché le campagne politiche anticomuniste e antioperaie non hanno mai avuto bisogno di pretesti, è quello di isolare i compagni e soprattutto - con la denigrazione, i licenziamenti politici, gli arresti - è intimidire tutti i lavoratori che si organizzano e si battono contro lo sfruttamento, al di fuori delle "compatibilità" e delle regole democratico-borghesi stabilite dai padroni.
In Italia ogni anno muoiono sul lavoro e di lavoro più di 1.500 lavoratori, 2.500 ogni giorno sono coinvolte in infortuni; 200mila gli infortuni annui tra i lavoratori "in nero". Decine di migliaia rimangono gravemente menomati, altre migliaia si ammalano e muoiono a causa delle malattie contratte sul lavoro. Nel mondo gli incidenti sul lavoro causano la morte di 2 milioni di lavoratori e gli infortuni totali sono 270 milioni.
I lavoratori sono sempre più precari e con salari sempre più bassi, milioni di anziani sopravvivono con pensioni di fame e milioni di giovani, oltre a un presente di totale precarietà, se mai arriveranno a percepire la pensione prenderanno la metà di quello che oggi hanno i loro genitori, grazie alle politiche filopadronali dei sindacati collaborazionisti Cgil-Cisl-Uil.
Ogni giorno peggiorano le nostre condizioni di vita e di lavoro, ogni giorno aumenta la ricchezza che noi produciamo e di cui si appropriano i capitalisti. Nel mondo si combatte una guerra di classe "non dichiarata" le cui vittime sono tutte da una sola parte: i proletari e le masse oppresse e sfruttate. Questa è la realtà della società capitalista.
Ciò genera inevitabilmente l'opposizione di gruppi di lavoratori e compagni che, individuando nel sistema capitalista la causa dello sfruttamento, si organizzano e lottano su posizioni antimperialiste, anticapitaliste, per il socialismo.
I padroni e il loro Stato si sono fatti la società su misura e le leggi per tutelare i propri interessi. Per i capitalisti è legale sfruttare la forza-lavoro, è normale che migliaia di lavoratori siano sacrificati sull'altare del profitto, è "legale" fare guerre "umanitarie" e preventive contro il terrorismo e missioni militari per portare a suon di bombe "democrazia e pace" a centinaia di migliaia di morti innocenti.

È invece illegale tutto ciò che ostacola e mette in discussione il loro sistema di rapina, sfruttamento e oppressione.
Attaccare l'avanguardia del proletariato, attaccare i rivoluzionari cercando di farli apparire esterni al movimento operaio è funzionale al progetto borghese.  I governi di centro-destra e di centro-sinistra, le due facce dell'imperialismo italiano, hanno sempre fatto a gara nell'orchestrare campagne forcaiole contro la lotta rivoluzionaria della classe operaia e proletaria e, ciclicamente, rispolverano la "lotta al terrorismo" nel tentativo di stringere tutte le classi sociali intorno agli interessi della classe padronale dominante. In queste operazioni si sono distinti, e si distinguono anche oggi, i partiti della sinistra borghese -Verdi, DS, PdCI, PRC, alcuni centri sociali ormai "normalizzati"- che, insieme ai sindacati collaborazionisti Cgil-Cisl-Uil, si dimostrano i più fedeli cani da guardia dei padroni.
In realtà quello che, oggi una volta ancora, si vuole criminalizzare è la lotta di classe, ogni lotta che metta in discussione la "pacifica accumulazione dei profitti, eliminando così i possibili organizzatori dell'acuirsi dello scontro di classe domani
. Nessuna azione repressiva contro i lavoratori deve passare. Lasciar passare sotto silenzio la criminalizzazione e la repressione di chi non accetta di sottoporsi allo sfruttamento significa lasciare la strada aperta a chi prepara le future azioni repressive contro l'insieme delle classi sfruttate ed oppresse.  Si può non condividere la strategia di lotta ma non può venire mai meno la solidarietà.
Ai lavoratori licenziati, a quelli espulsi dalla Cgil, a quelli colpiti dalla repressione va la nostra solidarietà di classe.
31 marzo 2007

lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


20 marzo 2007 redazione
editoriale

I COMUNISTI NON SONO TERRORISTI
Ma in che mondo viviamo? Se si presta attenzione a tutto ciò che succede non ci vuole molto a capirlo. Il garante della privacy blocca la diffusione di notizie che offendono la dignità umana e che riguardano la sfera sessuale e la vita privata delle persone (chi viola questo diktat rischia il carcere da 3 mesi a due anni) per l’inchiesta di Potenza. Vicenda che fa emergere altro marcio di questa società priva di valori, ma lo stesso garante non è intervenuto per nulla ad impedire che dei giovani comunisti finiscano sbattuti in prima pagina come mostri perché arrestati per aver affisso manifesti o per essere impegnati nelle lotte sindacali in difesa dei propri diritti e di quelli dei lavoratori. Dei 4 compagni arrestati il mese scorso a Milano si è scritto di tutto e di più. Infatti, nonostante la scarcerazione, sono arrivate puntuali – come prevedibile - le lettere di licenziamento. I benpensanti tanto garantisti quando si tratta di colpire truffatori, palazzinari bancarottieri, delinquenti o politici corrotti diventano i peggiori forcaioli quando si tratta di colpire chi non si sottomette al volere capitalista. Oggi si viene accusati di terrorismo e, quindi, si viene sbattuti in prima pagina sui giornali con tanto di nome cognome e foto (alla faccia della privacy) e poi licenziati e prima ancora di subire un processo ed un’eventuale condanna.
Licenziamenti politici in quanto le motivazioni addotte si basano su concetti che mobilitano milioni di persone nel mondo, ed introducono un principio molto pericoloso che chi professa idee comuniste non può lavorare. E questo clima di criminalizzazione delle lotte si abbatte su tutto il movimento dei lavoratori.
Subito sono partite le epurazioni interne ai sindacati confederali, fedeli difensori e cogestori del capitalismo. Dalla gestione della pace sociale alla gestione del Tfr, concertano insieme al padronato per restringere ulteriormente gli spazi ai lavoratori più combattivi e non concertativi, togliendo le deleghe e non rispettando il diritto di assemblea nei luoghi di lavoro.
Bush insegna, quando vuoi toglierti un nemico, inventa documenti, accusalo di terrorismo e il gioco è fatto. Ci sono molti rospi da far ingoiare al movimento operaio sia sul piano dello sfruttamento padronale che su quello governativo. Non si cancella, infatti, la legge Biagi, avanza la riforma delle pensioni - ovviamente quelle dei dipendenti mentre restano intatte quelle d’oro e di platino dei Parlamentari -, abbiamo gli stipendi più bassi d’Europa (… ma il numero più alto di forze dell’ordine!).
L’operazione degli arresti scattata alla vigilia della manifestazione a Vicenza - anticipata da un clima di tensione e intimidazione - ha lo scopo di eliminare quelle voci che non si piegano al pensiero unico ed ha l’obiettivo di togliere di mezzo coloro che lottano fuori da ogni concertazione.
La repressione si abbatte anche contro i luoghi di aggregazione come i centri sociali che, quando non vengono sgomberati, gli si alza intorno un clima di sospetto e diffidenza, spesso basati su pressione dei fascisti e sostenuti dai quotidiani reazionari.
È in atto la criminalizzazione della lotta di classe, dell’aspirazione all’emancipazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della costruzione di una società socialista.
I comunisti non sono terroristi, ma sono implacabili nemici della proprietà privata, del capitalismo e del suo Stato, e lottano ogni giorno per il loro indebolimento fino ad arrivare al definitivo abbattimento. E nonostante il crescente revisionismo storico della “sinistra” e tutte le attività dei partiti e vari gruppi di destra non moriranno perché fino a che ci sarà oppressione e sfruttamento ci sarà chi resisterà.
Ci si può forse adagiare su scelte come quelle del governo di centrosinistra di mantenere truppe militari in varie parti del mondo?
Si può accettare il rifinanziamento della “missione” in Afghanistan – cioè il potenziamento delle dotazioni militari (Predator ed elicotteri)? Sono passati sei anni da quando gli Stati Uniti decisero, coinvolgendo l’Italia attraverso la Nato, per “trovare Bin Landen” che mai è stato trovato, e togliere il “burqa” alle donne. Una vera e propria guerra che ha distrutto popolazione civile e territorio mentre le donne continuano a portare il burqa, i talebani si sono riorganizzati e si è sviluppato a dismisura il mercato dell’oppio.
Si può tacere su 5 anni di guerra in Iraq, altro paese annientato per le mire espansioniste degli Stati Uniti?
Dovremmo abbassare la testa di fronte alla repressione, all’aggressività delle squadracce fasciste; all’oscurantismo Vaticano intenzionato a riportare la società al Medioevo?
Ci sembra pienamente coerente voler trasformare una società marcia fatta di commistione tra 007, servizi segreti, carabinieri, faccendieri legati a Gelli, mafia, massoneria, capitalisti, giornalisti spie cresciuti negli oratori come quelli di “Libero” e di “Famiglia Cristiana”; di voli “segreti” della Cia e quant’altro.
Un paese dove 50 militari reduci dalla guerra, voluta da D’Alema, sono morti a causa dell’uranio impoverito, ma il 70% è malato ed è stato operato alla tiroide (e chissà la popolazione locale in che stato si trova!). La popolazione non vuole la guerra e vuole salvaguardare la salute, ciononostante il governo – suddito dell’imperialismo - riconferma la presenza delle basi Usa e Nato, anzi concorda il loro ampliamento.
Sul piano interno i Ds accelerano lo scioglimento - liquidando completamente l’esperienza di un patrimonio che ha portato la vittoria della Resistenza contro il nazi-fascismo – confluendo nel partito democratico con gran parte di quei democristiani che, dalla loro nascita, hanno svenduto il Paese. Di fronte alla modifica della legge elettorale che li taglierebbe fuori emergono le proposte di “riconciliazione” tra PdCI e Prc che, pur di sostenere il governo Prodi, giustificano qualsiasi scelta scellerata e producono una grande confusione tra i loro stessi iscritti.
In questi partiti di comunista nulla rimane, se non nel nome. Racchiusi nel loro cretinismo parlamentare puntano sul concetto della non violenza – intesa come rinuncia alla lotta di classe – e, quindi alla rinuncia del marxismo e della prospettiva di una società socialista ponendosi, oggettivamente, dalla parte della borghesia.
Eppure la storia del movimento operaio e comunista ha dimostrato che riscattarsi è possibile, che c’è una possibilità di società diversa da quella in cui viviamo fatta di sfruttamento, guerre, omicidi bianchi, mafia, logge massoniche, corruzioni, scandali, sottocultura, prostituzione, razzismo ecc.
Non c’è bisogno di cercare nuove strade. Bisogna però individuare i nemici – che non sono solo dall’altra parte della barricata – e rilanciare la lotta di classe senza temere, per questo, di essere accusati di terrorismo.

 

 


10 marzo 2007 redazione
appello

Libertà per Bahar e i prigionieri turchi
Bahar Kimyongür è un cittadino belga che da oltre 12 anni denuncia le numerose violazioni dei diritti dell’uomo che hanno avuto luogo in Turchia.
Non ha commesso alcun delitto, né alcun atto di violenza, né in Belgio, né in Turchia, né in un altro luogo, tuttavia il 7 novembre 2006 un tribunale belga lo ha condannato a 5 anni di reclusione!
La condanna di Bahar Kimyongür è derivata all’utilizzazione dalle nuove leggi «antiterrorismo» ispirate dall’amministrazione Bush e dalle pressioni esercitate dal regime turco. Lo Stato belga ha, inoltre, voluto condurre un processo parziale, finalizzato a poter definire gli oppositori politici dei criminali. Bahar Kimyongür, Musa Asoğlu, Şükriye Akar et Kaya Saz stanno scontano pesanti pene in seguito alla loro condanna nel quadro del «processo al DHKP-C», un’organizzazione rivoluzionaria turca.
La condanna di Bahar Kimyongür ha il significato che esprimere un punto di vista antagonista e organizzarsi conseguentemente è divenuto, ormai, passibile di parecchi anni di prigione. È inammissibile: esprimersi, organizzarsi, contestare… non è terrorismo!
Bahar Kimyongür è diventato un simbolo, il simbolo delle minacce che «la guerra contro il terrorismo» fa pesare sulla libertà di espressione e la libertà di associazione. Tutti coloro che si oppongono all’ingiustizia possono diventare, essi stessi, vittime.
Per noi, la condanna di Bahar Kimyongür assolutamente inaccettabile.

NOI RECLAMIAMO LA LIBERTÀ PER BAHAR
PER FIRMARE L’APPELLO IN INTERNET VEDI: www.leclea.be/


5 marzo 2007 redazione
8 Marzo

8 marzo giornata internazionale della donna

Come ogni anno l'8 Marzo si spende molta retorica sulla Giornata internazionale della donna diventata una festa commerciale e ludica.
Ciò che nessuno dice neppure in occasione dell'8 Marzo è che il meccanismo di funzionamento dei fondi pensione discrimina pesantemente la donna.
A PARITÀ DI CONTRIBUTI VERSATI CON UN UOMO IL FONDO PENSIONE EROGHERÀ AD UNA DONNA UN ASSEGNO INTEGRATIVO INFERIORE DI CIRCA 1/3 DA QUELLO DI UN MASCHIO.
Questa discriminazione viene
motivata col fatto che una donna ha una maggior aspettativa di vita rispetto al maschio e, quindi, la compagnia di assicurazioni incaricata dal fondo pensione di pagarle l'assegno integrativo sarebbe costretta a farlo per più anni.
Contributi versati uguali, assegno integrativo diverso. Sono queste le pari opportunità di cui parlano tanto i vari "piazzisti" dei fondi pensione?

CON IL FONDO PENSIONE LA REVERSIBILITÀ DELL'ASSEGNO INTEGRATIVO NON È AUTOMATICA?

I "piazzisti" dei fondi pensione, quando lo fanno, dicono che la reversibilità occorre chiederla. Quello che non vogliono dire è che la reversibilità occorre pagarla. Poniamo che un assegno integrativo arrivi ai 500 euro al mese (un'ipotesi veramente benevola). Questa è la cifra senza la reversibilità, con la reversibilità l'importo mensile scenderebbe a 280 - 300 euro.
Ma la colpa è sempre di queste benedette donne che vivono più dei maschi.

QUESTI SONO ALTRI DUE BUONI MOTIVI PER NON VERSARE IL TFR NEI FONDI PENSIONE.
SE IN PASSATO HAI GI
À INIZIATO A VERSARVI UNA QUOTA, PER CONFERMARE SOLO LA PERCENTUALE CHE GIÀ VERSI (antidemocraticamente ti è proibito di scegliere di non versare più il tuo TFR se in passato lo hai fatto!), SE NON FARAI ALCUNA SCELTA, CON LA TRUFFA DEL "SILENZIOASSENSO" IL TUO TFR VERRÀ VERSATO PER SEMPRE NEI FONDI E NON POTRAI MAI PIÚ SCEGLIERE UNA FORMA DIVERSA!

 


13 febbraio 2007 redazione
editoriale

SEDUTI SU UNA POLVERIERA
Con la Finanziaria il Governo Prodi – che mai abbiamo considerato “amico” - tra tagli e scippo del Tfr, aumenta di oltre 2 miliardi di euro (l’11%) le spese belliche, i fondi per le Forze armate e per dotarsi di nuovi armamenti sempre più offensivi finanziando il settore militare-industriale.
Sebbene la propaganda della destra ritenga il governo ricattato dalla “sinistra radicale” la delusione di tutti coloro che hanno votato per il centrosinistra con la speranza di ottenere qualcosa è davvero tanta. La cosiddetta sinistra radicale è compenetrata e appiattita nel suo ruolo di governo. Così si giustifica la missione in Libano, si accetta la presenza in Afghanistan dove i militari italiani sono comandati dal generale Dan K. McNeill – quello delle torture nel carcere di Bagram – a conferma che le forze italiane sono inserite nel comando e controllo del Pentagono e legate alla strategia statunitense, quindi sottratte al controllo del Parlamento e dello stesso Governo. Così non si critica più l’Europa di Maastricht che costringe i governi a tagli su sanità e pensioni (quelle dei lavoratori ovviamente, non quelle d’oro e degli ex parlamentari).
E si cede al revisionismo storico - intensificato con lo “sdoganamento” di AN, la legittimazione dei neofascisti come nuova forza democratica e la denigrazione della Resistenza - sulle foibe e ai compromessi sui “Dico”.
La conferma di Prodi all’insediamento della base Usa a Vicenza – voluta dal governo filoatlantico Berlusconi - è l’ennesima doccia fredda per l’elettorato di sinistra. È la contropartita per il ritiro dall’Iraq? Sicuramente è una prova di servilismo e di svendita del territorio, non dimentichiamo che Prodi è “figlio” del democristiano De Gasperi che per primo ha venduto l’Italia agli Stati Uniti.
Dal Molin, infatti, diventerebbe – secondo gli stessi strateghi del Pentagono – la base logistica più importante dell’esercito statunitense, rivolta verso il martoriato mediooriente. A Vicenza la 173^ brigata Airborne si trasformerebbe in una Unità d’Azione pronta in poche ore all’aggressione di popoli che non si sottomettono alla politica egemonica degli Stati Uniti.
L’obiettivo della fuoriuscita dell’Italia dal Patto Atlantico e della cacciata delle basi Usa e Nato (avvenuta più tardi con la creazione di una organizzazione militare integrata che imponeva la dislocazione di truppe americane in Europa) per noi è stato sempre presente. Abbiamo condotto campagne riproponendo la pericolosità militare e ambientale in particolare di Camp Darby (sotto il comando di Ederle ed Aviano) che, secondo qualcuno doveva essere smantellata, mentre in realtà viene potenziata; e della base navale di Taranto diventata recentemente base Nato come per quella della Maddalena dove più che di smantellamento si parla di trasformazione e quella di Sigonella che ora raddoppia.
Con una nuova base a Vicenza si rafforza l’aggressività dell’imperialismo Usa, un aumento delle già numerose servitù militari sul nostro territorio che aumenta i rischi di salute per la popolazione a causa della radioattività e quelli di diventare obiettivo militare. Ma ha anche un importante scopo di guerra interna: il sistema integrato Vicenza-Aviano serve al controllo sull’Europa e a proteggere le nuove conquiste in Yugoslavia, in Ucraina e nei Carpazi.
Un ulteriore strumento nel rafforzamento della guerra preventiva di Bush – assecondata dall’Europa e dal governo italiano - che ha già usato Aviano per il blitz contro Abu Omar e probabilmente per altri casi.
Ma le basi Usa e Nato – che portano vantaggi solo in casi limitati come per la federmeccanica di Calearo, l’industria vinicola di Zonin e i trasporti di container di Cozzi -, sono centrali di addestramento ed eversione. La vicenda dei contractor in Iraq che ha fatto comodo dimenticare ci riporta al fondatore della destra nazionale-nuovo Msi, Gaetano Saya, appunto, noto frequentatore di Camp Darby.
Poca economia e poca occupazione tant’è che la stessa popolazione locale si è ribellata a questa decisione creando Comitati e manifestando fino ad arrivare alla mobilitazione nazionale del 17 febbraio. Per questa manifestazione, già definita “bipartisan” perché prevede la partecipazione di iscritti a Prc, Comunisti italiani e ai Ds - che ha costretto alcuni dirigenti di questi partiti ad intervenire pur accettando in Parlamento la continuità della politica di guerra italiana - ecco pronta, come in ogni occasione di questo tipo, la provocazione.
L’arresto di un gruppo di militanti, controllati da due anni, e accusati di terrorismo è la carta da sempre usata dal potere in funzione anticomunista e di freno delle lotte operaie e popolari. È il tentativo di intimidire coloro che hanno deciso di partecipare a Vicenza ma, nel momento in cui aumenta il malcontento operaio e il conflitto sociale, è anche funzionale al controllo e alla repressione dei movimenti di lotta, con la complicità dei sindacati confederali.
Si mette in opera il terrorismo per giustificare la guerra ai terroristi. Lo stragismo degli anni 70/80 quello di Piazza Fontana, di Bologna, di Brescia, il caso Moro, sono un esempio palese della capacità dei servizi segreti e del potere, con i piani della P2, i tentativi golpisti orditi dalla destra, il coinvolgimento degli Stati Uniti attraverso la Cia.
Tutto viene strumentalizzato: dall’olocausto alle foibe all’11 settembre e sempre si cerca il terrorismo a sinistra. Intanto i fascisti sfilano protetti dalla polizia per le strade in piena apologia di reato nella giornata della memoria e non solo (i saluti romani alla manifestazione nazionale della CdL a Roma sono stati più che evidente!), si scontrano per il calcio e uccidono i poliziotti, ma si condannano gli antifascisti come squadristi rossi. Non a caso la legge Pisanu ha esteso l’ambito dei reati associativi previsti dal Codice penale fascista (mai abrogato), ampliando la discrezionalità della polizia e della magistratura nell’esercizio del loro potere repressivo contro chiunque sia accusato di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”.
L’antifascismo e l’opposizione alle guerre imperialiste e alle occupazioni militari sono un punto fermo per i comunisti mentre oggi per i partiti della “sinistra” al governo sono uno scambio per salvaguardare Prodi e l’Unione che conferma l’impianto liberista del governo precedente.
Finiremo come in Germania dove sono riprese le iniziative in favore dell’introduzione del “Beruf verboten”, la legge, mai revocata, che vietava ai comunisti di lavorare nell’amministrazione pubblica?

 


7 febbraio 2007 redazione
Dal Molin

IL NEMICO È IN CASA NOSTRA!
contro l’imperialismo e i suoi governi

via le basi USA e NATO

Appena insediato, il governo Prodi, con il benestare di Rifondazione, Verdi e “Comunisti” Italiani, ha varato il rifinanziamento delle missioni di guerra, in piena continuità con il centro-destra. Ha poi approvato la mozione che definisce tutte le missioni militari italiane “missioni di pace”. Ha armato e spedito un nuovo contingente in Libano per ottenere il disarmo della resistenza libanese, a tutto vantaggio dell’aggressore israeliano. Oggi da’ l’approvazione alla nuova base USA di Vicenza.

Che sia di destra o di sinistra il governo finanzia ed appoggia la guerra imperialista!

Questi governi portano avanti gli interessi dei padroni che, per massimizzare e accumulare sempre nuovi profitti, scatenano guerre di rapina di materie prime e risorse altrui. Aumenta la concorrenza tra capitalisti nella corsa alla conquista di nuove posizioni di egemonia sul mercato mondiale e questa competizione globale genera nuove guerre tra potenze imperialiste per la ripartizione del pianeta in sfere di controllo e di influenza.
All’interno dei paesi capitalisti concorrenti (a capitalismo avanzato) si intensifica lo sfruttamento dei lavoratori; aumentano ristrutturazioni, licenziamenti, tagli allo stato sociale, precarietà, povertà, perdita di diritti (come IL TFR) e repressione.

Il profitto, generato dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è il padre di tutte le ingiustizie, delle disuguaglianze e delle guerre.

Più l’imperialismo dominante fa ricorso alla guerra ed alle soluzioni di forza, più aumenta la resistenza dei popoli oppressi, privati delle proprie risorse, della propria indipendenza e sovranità.  Cresce contemporaneamente la resistenza dei lavoratori e delle classi oppresse al processo di militarizzazione dell’economia e della società.

Contro l’imperialismo e la sua violenza, ora e sempre Resistenza!

Nostro compito di lavoratori comunisti è di unirci e contribuire alle lotte dei proletari e dei popoli oppressi, affinché sia chiaro che il nostro vero nemico è la classe padronale e i suoi governi. Senza un preciso connotato di classe nessun movimento contro la guerra può sperare di incidere concretamente nella realtà.  Il movimento operaio, la classe proletaria è l’unica classe che può farsi portatrice di interessi realmente antagonisti, per la costruzione di una reale alternativa di pace e giustizia.

PACE SÌ, MA NON CON I PADRONI

Coordinamento Lavoratori Comunisti

lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


6 febbraio 2007 redazione
antifascismo

MANTENIAMO VIVO L'ANTIFASCISMO!
MOBILITIAMOCI CONTRO LE PROVOCAZIONI FASCISTE!

In questi ultimi tempi i fascisti ritornano in piazza in Italia come in Europa: saluti romani, svastiche e croci celtiche tornano a fare bella mostra di sé, e non solo alla manifestazione nazionale della Casa delle Libertà. Il rigurgito fascista si manifesta anche in Toscana, terra di cruente stragi nazifasciste come quella di Sant'Anna di Stazzema, ma anche culla di gloriosi partigiani e partigiane che ci hanno liberato dall'oppressione nazifascista con eroici sacrifici, profonda dedizione e forti ideali.
Ideali che oggi sono mistificati e traditi dal crescente revisionismo storico dei partiti di «sinistra», in particolare dai Ds in sempre più accentuata deriva liberalista: essi mettono sullo stesso piano i fascisti della Repubblica di Salò e i partigiani che hanno liberato l'Italia; riconoscono il genocidio degli ebrei, ma quasi mai quello dei comunisti, dei disabili, degli omosessuali e dei rom da parte nazista; cercano - col pretesto di eliminare i simboli nazifascisti - di eliminare anche quelli comunisti, simboli di libertà e di riscatto dall'oppressione e dallo sfruttamento; in nome della condanna della violenza, mettono sullo stesso piano carnefici e vittime proponendo una pacificazione senza giustizia. È un affossamento dei veri valori che stanno alla base della Resistenza, vittoriosa anche e soprattutto grazie all'antifascismo e alla lotta del movimento operaio che ha pagato il prezzo più caro sia in fabbrica che sul territorio.
I fascisti, da sempre artefici e coinvolti nei tentativi di golpe e nelle stragi che hanno insanguinato l'Italia (grazie anche al ruolo della basi USA e Nato sul nostro territorio, vere e proprie centrali di addestramento dell'eversione, che il governo Prodi ha deciso di mantenere e di ampliare), sono il braccio armato oggi di Fini che si maschera da democratico, come lo erano ieri del torturatore di partigiani Almirante. I fascisti non hanno diritto di esistere né di sfilare per le strade delle nostre città: lo vietano la Costituzione nata dalla Resistenza che proibisce la ricostituzione del partito fascista, e le leggi che proibiscono qualsiasi forma di apologia del fascismo.
I fascisti sono un pericolo per tutti i lavoratori perché il loro ruolo è un ruolo di difesa del capitalismo e della borghesia che li usano quando temono di perdere il loro potere. Impediamo a Firenze, come a Livorno, che le neocamicie nere, difese dalle Forze dell'ordine, spadroneggino il 10 febbraio, giornata per le "vittime delle foibe" inventata dal governo Berlusconi per attaccare il comunismo e la lotta partigiana. Senza dimenticare che lo spazio concesso dalla democrazia borghese all'antifascismo e alle lotte dei lavoratori si restringe: difendere la libertà come la Resistenza e la memoria dei nostri gloriosi partigiani richiede un impegno antifascista e antimperialista costante. Affermare un ideale che accomuna la lotta di ieri e quella di oggi è, per noi comunisti, l'affermazione del diritto alla resistenza contro l'oppressore in ogni parte del mondo.

LA RESISTENZA CONTINUA!  IL FASCISMO NON PASSERÀ!

Teoria e Prassi

n
uova unità


8 novembre2006 redazione
antimperialismo

BASTA CON LE STRAGI SIONISTE
CONTRO I PALESTINESI

La situazione dei palestinesi che già vivono in condizioni precarie, soprattutto dopo la costruzione del muro che divide terre e famiglie, peggiora di giorno in giorno.
I sionisti, col pretesto del terrorismo, vogliono distruggere il popolo palestinese e uccidono donne, bambini e vecchi e poi… si scusano.
Stragi che si perpetuano con il silenzio della politica e la manipolazione della stampa e con l’impegno militare del governo italiano che in Libano – distrutto dai bombardamenti e da armi di nuova generazione - sostituisce e legittima le forze armate israeliane.
a fianco del popolo Palestinese lottiamo contro l’imperialismo Usa, israeliano
italiano ed europeo


12 giugno 2006 redazione
referendum

NO ALL’AUTORITARISMO
Siamo alla vigilia del referendum sulla riforma costituzionale voluta dal centrodestra, una riforma che modifica 53 articoli e mette seriamente a rischio la stessa democrazia borghese. Ciononostante l’argomento sembra non interessare la gente, che dovrebbe andare a votare. I mass-media praticamente lo ignorano, quando non disinformano, e le forze politiche dell’Unione – preoccupate solo ad occupare poltrone (con 102 sottosegretari hanno battuto il governo Andreotti) – lo trascurano. Il progetto autoritario, già nei piani di Gelli, che ci porterebbe al presidenzialismo e al federalismo – frantumazione oltre che del territorio del fronte di lotta dei lavoratori, svuotando il ruolo del Parlamento e trasformandolo in un organo agli ordini di un premier - ci riporta alla vecchia politica reazionaria di regime del “capo di governo” e della “sussidiarietà dello Stato” introdotta da Mussolini e, in seguito a Tambroni.
Questa riforma è un grave attacco ai diritti democratici, già minati con la modifica del Titolo V dal precedente governo di centrosinistra, conquistati dalla Lotta di Liberazione contro il nazi-fascismo, anche se la parte più avanzata dei partigiani, con la loro lotta, intendevano instaurare una repubblica di lavoratori.
Tutte le scelte politiche sarebbero nelle mani di un individuo che potrebbe prendere qualsiasi decisione senza regole e senza dover rendere conto. Noi non ci illudiamo, anzi siamo convinti che nella società borghese i governi restano un comitato d’affari della borghesia e che anche il Parlamento è ormai invaso da ceti borghesi e medio-piccolo borghesi, ma che comunque esprime delle contraddizioni. E non si cambia certo la situazione con le elezioni, ma la riforma reazionaria della Costituzione ci riporterebbe ancora più indietro. La battaglia però non finisce con il referendum. Sono già in corso le trattative per una modifica “bipartisan”.
La democrazia è sempre più in pericolo. Il coinvolgimento dell’Italia nella “ragnatela” mondiale di prigioni segrete e di aeroporti per il trasferimento illegale da una parte all’altra della terra di presunti terroristi costruita dagli Stati Uniti, con l’aiuto di agenti italiani, e oggi venuta a galla, è un segnale serio sul quale tace anche il centrosinistra. Così come è in pericolo per le scelte internazionali: la presenza dei soldati sugli scenari di guerra in Iraq – che ci è costata finora oltre 1500 milioni di euro a scapito dei benefici per la popolazione -; in Afghanistan e in altre parti del mondo; con la fedeltà agli Usa attraverso la concessione del territorio italiano per le Basi di guerra. Fedeltà che resta un obiettivo primario di questo Governo: il balletto sulla scadenza del ritiro dall’Iraq per non “irritare Bush”, il rifinanziamento per l’Afghanistan (la spesa fino al 30 giugno è stata di 16.235.103 euro), le rassicurazioni sui forti legami transatlantici di D’Alema sono una conferma della tendenza ipocrita del centrosinistra. Che, peraltro distingue tra missione Iraq e Afghanistan per il fatto che quest’ultima è legittimata dall’Onu (comunque missione Nato) come se l’avallo Onu (che punta a rafforzare l’Isaf da 9 a 15 mila soldati, circa 2.000 italiani) fosse una garanzia di giustizia internazionale (già visto per la Yugoslavia), tranne quando si tratta di risoluzioni che condannano Israele per l’occupazione militare dei territori palestinesi che, proprio in questi giorni subiscono ulteriori feroci attacchi indiscriminati contro i civili inermi.
A 60 anni dall’elaborazione della Costituzione siamo consapevoli che per entrambi i poli la comune strategia è quella del consolidamento del capitalismo. Che significa abbandono dei valori dell’antifascismo e della lotta di classe. È su questa e contro la concertazione che avanza, che bisogna puntare.


16 maggio 2006 redazione
editoriale

Nuovo governo, vecchi problemi
Continua la lotta

Carla Francone
Dal nostro precedente numero sono passate le elezioni, la nomina del Presidente della Repubblica, di quelli delle Camere, l’insediamento del Parlamento (un’infornata di giornalisti, soubrette, vedove che si aggiungono agli avvocati, commercialisti ecc.), del Governo. Due importanti date: 25 Aprile e 1 Maggio e ci stiamo avviando verso il referendum sulla Costituzione.
La nostra campagna elettorale, sebbene improntata a battere Berlusconi e tutti i fascisti di cui si è circondato non si è schierata sul voto. In effetti per i comunisti è difficile dare un’indicazione di voto quando manca il partito comunista da votare e, del resto, non sarebbe neppure compito di un giornale, comunista sì, ma senza organizzazione. Ma le elezioni sono servite come momento politico per riportare al centro dell’attenzione la lotta di classe. E il voto dato all’Ulivo “turandosi il naso” e alla destra anche di settori popolari confermano che c’è bisogno di intervenire maggiormente per combattere la tendenza dell’alternanza. Il problema non è, infatti, passare da destra a sinistra o viceversa, pensando che ci sia un governo che risolve i propri problemi. I governi sono e restano il comitato d’affari della borghesia. Berlusconi – che non si rassegna alla sconfitta con continue minacce, atteggiamenti e proclami eversivi, tali da raccomandare un attento controllo vigilante - lo rappresentava direttamente, altri come l’attuale Prodi, indirettamente.
Non ci sono, quindi, governi che agiscono nell’interesse delle masse popolari né tantomeno del movimento operaio, e anche quelli di centrosinistra si adeguano a ciò che impongono la politica e l’economia nazionale e internazionale. Sono due varianti dello stesso modello di società. Società funzionali allo sfruttamento.
Non dimentichiamoci di avere già avuto un governo Prodi e uno D’Alema che hanno approvato e appoggiato la guerra in Yugoslavia e che hanno imposto il famigerato pacchetto Treu, precursore della Legge 30. Che, con la modifica del titolo 5 il centrosinistra ha aperto la modifica della Costituzione; che l’equiparazione tra partigiani e repubblichini è partita dai Ds. Qualche sfumatura va riconosciuta… Ad esempio Prodi presenzierà alle celebrazioni del 24 Aprile… impedendo di fischiare i non desiderati con la motivazione che è “una festa per tutti”!
Ma questo governo – che già si pone il problema di escludere con la forza le contestazioni all’interno delle manifestazioni – farà rispettare la Costituzione e impedirà la vergogna dell’occupazione delle piazze da parte dei fascisti vecchi e nuovi? Se a Milano il 14 marzo, i fascisti hanno liberamente manifestato in piena apologia di reato e gli antifascisti sono in carcere, è passato nell’assoluto silenzio della grande stampa l’iniziativa senza precedenti di Piacenza. Nella città, medaglia d’oro della Resistenza, il giorno della Liberazione in piazza Duomo Forza nuova, capeggiata dal segretario emiliano Nicola Ferrarese ha commemorato, con tanto di autorizzazione, i repubblichini morti durante la guerra e nell’immediato dopoguerra. Lo stesso striscione “25 aprile vergogna nazionale” e forse gli stessi mercenari che sono stati rintuzzati lo scorso anno a Firenze, sono riusciti nel loro intento. Silenzio anche sulle devastazioni di sede e bandiere del Prc e di quelle dei Ds e Prc e del monumento alla Libertà di Fiorenzuola coperte da croci celtiche e svastiche.
La scelta di Napoletano a Presidente della Repubblica, di D’Alema a ministro degli esteri europeisti convinti (così come il banchiere neoministro Schioppa), conferma la forte connotazione verso l’Europa – non già dei lavoratori e dei popoli – ma quella di Maastricht, del riarmo, delle leggi repressive, della Bolkestein. Il graduale ritiro dall’Iraq e la conferma dei militari in altre zone del mondo, a partire dall’Afghanistan (probabilmente anche la conferma dell’acquisto dei micidiali F35), provano invece la continuità della fedeltà agli Stati Uniti.
Né sono una garanzia i due ex sindacalisti (i cui ruoli erano discutibili anche quando non erano ex) nominati presidenti di Senato e Camera. Anzi Marini, ha già esordito prendendo le difese dell’ex ministro Pisanu – quel solerte accusatore dei terroristi assimilati ai marxisti-leninisti e agli anarchici – implicato nello scandalo del calcio.
Sul piano interno era evidente che il conflitto sociale prodotto dal governo Berlusconi andava anche contro gli interessi di Confindustria – sottolineato dall’editoriale di Paolo Mieli sul Corsera alla vigilia delle elezioni. È tempo, quindi, di concertazione, di governare il conflitto avvalendosi di ministri come Damiano sindacalista Fiom al Lavoro e Ferrero demoproletario valdese operaio Fiat alla Solidarietà sociale. Ancora una volta si tenta di ottenebrare le menti dei lavoratori e illuderli sulla ripresa dell’economia e sulla competitività. L’atipicità dei lavori, più che precarietà, in quanto precari lo sono tutti – basta vedere i licenziamenti delle numerose fabbriche in ogni regione, la situazione all’Alfa Romeo, alla Fiat, la chiusura per delocalizzazione e lo smantellamento di interi comparti produttivi - diventerà flessibilità cioè la possibilità di saltare da un’occupazione all’altra senza potersi radicare politicamente e sindacalmente sul luogo di lavoro, già presentata come valore.
E allora quello che ci aspetta non è solo la difesa dell’occupazione e dei propri diritti in tutti i campi. Si tratta di passare all’attacco, di respingere la concertazione e la concezione che siamo davanti ad un governo amico. Il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori che si accompagna all’autoritarismo della politica del massimo profitto, della guerra e della crescente repressione padronale – come nel caso di Pomigliano, dove 8 operai dello Slai Cobas, avanguardia combattiva delle lotte, sono stati licenziati con la complicità di Fiom-Cgil - è parte integrante dell’approfondirsi della crisi del capitalismo. Che non si può abbellire ma sconfiggere. Ci vuole un partito comunista, è vero, e per arrivarci, per fare questo salto di qualità, ci vuole l’unità della classe sfruttata. In questi mesi il movimento operaio si sta muovendo: dalla costituzione del coordinamento lavoratori comunisti alle assemblee di Napoli del 25 marzo e di Roma del 13 maggio emerge questo bisogno. Sarà possibile? Certo lo sforzo per superare le divisioni di “bottega” e l’opportunismo di chi cerca, nascondendosi dietro una fraseologia rivoluzionaria di ottenere “favori”, “spazi politici” e “poltroncine”, deve essere molto profondo.   


8 maggio 2006 redazione
corsi

Dopo l'esperienza positiva del precedente corso di formazione sulla teoria della rivoluzione proletaria, sul Partito comunista e il suo ruolo di reparto di avanguardia della classe operaia nella lotta per l’abbattimento del capitalismo, e per dare continuità all'attività di studio e approfondimento teorico, da considerarsi una componente irriducibile e organica al lavoro militante nel suo complesso, le riviste teoria e prassi  e nuova unità  propongono il corso di economia politica marxista.
Il corso è rivolto all'acquisizione delle categorie di base della materia, attraverso il metodo dello studio collettivo e del dibattito, e sarà articolato in una serie di incontri.
Esso avrà come testo di riferimento il Corso elementare di economia politica di A. Leontiev, Edizioni di cultura popolare, Milano 1974 (2a ed. 1977).

A FIRENZE PRESSO LA REDAZIONE
DI NUOVA UNITÀ
VIA REGINALDO GIULIANI 160 R
tel. 055450760

Venerdì 26 maggio alle ore 21
Il feticismo (idolatria) delle merci
L’importanza del denaro nel sistema della produzione mercantile
Le varie funzioni del denaro
La legge del valore
(da pag. 49 a pag. 57)



9 marzo 2006 redazione
editoriale

Viva il comunismo
e la lotta di classe

Carla Francone
A fine gennaio, a Strasburgo, l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (46 paesi membri, niente a che vedere con la Ue), ha approvato una “risoluzione” contro i “crimini dei regimi totalitari comunisti” da far approvare anche al Comitato dei ministri e rivolta ai Paesi dell’Europa per sollecitare, tra l’altro, la costruzione di monumenti alle “vittime del comunismo” (ci avevano già provato, Frattini in testa, equiparando i simboli comunisti a quelli nazisti).
La risoluzione, che ha raccolto 99 voti a favore contro i 42 contrari, non ha raggiunto il quorum necessario a far passare la “raccomandazione”. Il relatore, il conservatore svedese Goran Lindblad, ha fatto sua l’offensiva politica della destra, ha elencato i “crimini” quelli già conosciuti per il famigerato “libro nero del comunismo” ed ha sostenuto che il “15 anniversario della caduta dei regimi comunisti in numerosi Paesi offre un’occasione molto favorevole a questa iniziativa”.
All’esterno del Consiglio i militanti di 15 partiti comunisti hanno protestato, tra questi il KKE che di questa vicenda ne ha fatto una vera e propria campagna e del quale, lo scorso mese, abbiamo pubblicato un comunicato insieme all’appello lanciato dai giovani cechi minacciati di messa fuori legge.
I socialisti hanno cercato un “miglioramento del testo”, Fausto Bertinotti l’ha definito “un segno inquietante di regressione politica e culturale perché equipara nazismo e comunismo”. In Italia la notizia, in particolare quella relativa alla protesta, è passata sotto silenzio e non poteva essere diversamente (solo Berlusconi vede comunisti anche nei giornali!).
È uno scandalo! Questa proposta – non ancora chiara ai movimenti di lotta e antagonisti - è gravissima e minaccia la stessa democrazia borghese. Viene avanzata contemporaneamente alla condanna “di ogni apologia e giustificazione del nazismo” ed ha l’intenzione di scatenare un clima di “opposti estremismi” e di “caccia alle streghe” che tende a criminalizzare i comunisti in quanto tali, che mette al bando i loro ideali, i loro simboli e la loro stessa storia.
La necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo trova terreno nei governi dei vari Paesi a regime borghese e reazionario e nella politica di destra di quelli dell’Est europeo dove i centri delle loro capitali sono attraversati da sfilate neonaziste degne di quelle che ormai invadono la Germania. Negli Stati Uniti si richiede persino di istituire una taglia di 100 dollari a chi denuncia i professori “troppo di sinistra”; in Italia, dove l’anticomunismo viscerale di Berlusconi è sostenuto dai mille divieti degli alleati della “casa della libertà”, a Trieste il vicesindaco di An impedisce ad un coro partigiano di commemorare la “giornata della memoria” davanti alla Risiera di San Saba; a Sciacca, in chiesa vengono distribuiti volantini che chiedono di “salvarci dal comunismo e dal marxismo; prolifera la toponomastica sui martiri delle foibe, su intellettuali dal passato fascista, sui presunti eroi della guerra in Iraq (complici i sindaci di centrosinistra); le liste elettorali traboccano di fascisti, faccendieri e loschi individui. Sono solo alcuni esempi che confermano come l’anticomunismo si manifesti a tutti i livelli e si basano sulla difesa della propria classe.
La borghesia e il grande capitale per continuare a mantenere il potere attaccano l’ideale del comunismo criminalizzando i partiti comunisti e i Paesi che difendono l’ordinamento socialista (Cuba in testa), agitando lo spauracchio del terrorismo (bin Laden è una creatura Usa), il pericolo islamico, la guerra infinita, e rafforzando gli strumenti repressivi: servizi segreti, Basi Nato (ampliate e foraggiate con 400 milioni di euro all’anno dalla Finanziaria!), leggi liberticide, controlli satellitari, riarmo nucleare e chimico. E con il sostegno, l’intervento e l’oscurantismo del Vaticano (al quale andranno pure i finanziamenti tagliati all’Onu) che tace persino sulla violazione dei diritti umani. Tutti loro sanno che l’idea comunista e il sistema socialista sono la vera alternativa dei popoli oppressi e sfruttati al contrario del capitalismo che per perpetuare il massimo profitto deve colpire le condizioni di vita e di lavoro delle masse proletarie (che si aggravano su scala mondiale), deve sfruttare e rapinare i popoli; deve ricorrere alle guerre di aggressione. Ma sono anche coscienti che ciò produce movimenti di opposizione che, quando fanno proprie le teorie marxiste e leniniste e si organizzano, diventano un vero pericolo. Ecco perché bisogna rispondere agli attacchi del revisionismo della “sinistra” sul riconoscimento dei “processi degenerativi del socialismo reale”; alle abiure, ai pentimenti, alle incertezze che dominano i partiti della “sinistra” che, proiettati alla conquista del ceto medio, creano una grande confusione soprattutto tra i giovani.
Ecco perché bisogna respingere il concetto che il sindacato non deve fare politica. Per la classe operaia, così soggiogata e vituperata, così oppressa dai licenziamenti e dalla delocalizzazione la lotta economica e quella politica devono compenetrarsi in un’unica lotta di classe che tenda contemporaneamente a limitare ed abolire lo sfruttamento capitalistica fino a distruggere la società borghese. Non c’è avvenire se la lotta sindacale rimane fine a se stessa su obiettivi rivendicativi, pure importanti e immediati, ma che rimane perdente se non si lega all’abolizione del sistema del lavoro salariato e all’emancipazione del proletariato. Ecco perché ci vuole il comunismo.
E ribadiamo (lo abbiamo già scritto nell’editoriale del n. 5/2005) il nostro orgoglio di essere comunisti, di identificare nel capitalismo e nell’imperialismo il nostro nemico. Orgogliosi della nostra storia, quella della Lotta di Liberazione e della lotta di classe che ha liberato tanti popoli – anche se poi cedimenti e tradimenti revisionisti, ingerenze clericali e l’azione dell’imperialismo ci hanno frenato e anche riportato indietro. E per riprendere il cammino del socialismo abbiamo bisogno di intelligenze, per formare una sola intelligenza collettiva che chiamiamo Partito comunista.


redazione 18 febbraio 2006
riceviamo

APPELLO PER LA COSTRUZIONE DI UN COORDINAMENTO DI LAVORATORI COMUNISTI

SABATO 11 MARZO

Come operai, proletari, lavoratori comunisti oggi dobbiamo riprendere la battaglia per ricompattare e unificare la nostra classe oggi frazionata e divisa. Anni di contrasti, di lotte politiche “gruppettare” e revisioniste, di tradimenti sindacali, hanno creato diffidenze e incomprensioni che pesano negativamente sull’unità politica e sindacale della classe.Ricominciare a lavorare insieme, discutere sul cosa fare e come farlo, agitare parole d’ordine ed obiettivi comuni e condivisi, riconoscersi ed agire nella pratica come appartenenti alla medesima classe – senza imporre la propria organizzazione, spesso autoreferenziale – significa dare concretamente strumenti e possibilità agli operai ed ai proletari che vorrebbero resistere ma che, per mancanza di un’organizzazione adeguata alla lotta, o cadono progressivamente nella passività e nell’inattività o si sottomettono alle organizzazioni borghesi.

Siamo coscienti che la nostra emancipazione e la nostra liberazione dal sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo – insieme con quella di tutte le classi sfruttate ed oppresse – non può prescindere da un movimento mondiale contro l’imperialismo, ma non possiamo più aspettare che altri vengano in nostro aiuto: dobbiamo cominciare noi.

Come operai, proletari, lavoratori comunisti riteniamo che il nostro compito sia quello di lavorare per ricompattare la classe in un’organizzazione antagonista alla borghesia. Il 9 e 10 aprile, attraverso le elezioni, gli schieramenti di centro-destra e centro-sinistra ci chiamano a votare per decidere quale dei due schieramenti, nei prossimi cinque anni – dovrà governare nell’interesse dei padroni. La realtà ci ha dimostrato che i due schieramenti non sono affatto alternativi, ma complementari all’imperialismo italiano.

La costruzione di un coordinamento di lavoratori comunisti ci permetterebbe di dare una prospettiva alle singole lotte isolate e di non disperdere capacità politiche e tecniche frutto della storia delle masse proletarie. Solo con un lavoro concreto nella classe proletaria per favorirne l’indipendenza teorico/politica/organizzativa potremo combattere efficacemente la cultura borghese che mina la nostra unità di classe.

Proponiamo quindi agli operai e lavoratori che si riconoscono in questa battaglia la costituzione di un coordinamento di lavoratori comunisti in grado di approntare gli strumenti per combattere i nostri padroni e la loro guerra: quella esterna di aggressione all’Iraq (e ad altre popolazioni) come quella interna che, attraverso la riduzione dello stato sociale, i provvedimenti governativi come la Finanziaria e il Tfr ecc, paghiamo sulla nostra pelle.

Su questi temi invitiamo i compagni interessati alla riunione che si terrà

SABATO 11 MARZO, dalle ore 10 alle ore 16, a Milano, Dopolavoro Ferroviario della Stazione Centrale (accanto alla Mensa ferrovieri–sottopasso Pergolesi).

Operai, lavoratori, delegati di

Genova, Milano, Prato, Bassano del Grappa, Parma


30 gennaio 2006 redazione
editoriale

METALMECCANICI: IL CONTRATTO DELLA VERGOGNA

Eraldo Mattarocci

Fim–Fiom–Uilm, smentendo la loro presunta diversità, hanno sottoscritto per i metalmeccanici un accordo perfettamente in linea con quelli firmati dalle altre organizzazioni di categoria: svende diritti, introduce ulteriore flessibilità, porta in busta paga aumenti salariali risibili.

In particolare per la Fiom, quello che, in altri tempi, sarebbe stato semplicemente uno dei tanti contratti a perdere si è trasformato nel contratto della vergogna. Con esso, la Fiom ha siglato il suo atto di resa nei confronti di Fim e Uilm e segnalato al governo di centrosinistra prossimo venturo che avrà, nei suoi confronti lo stesso occhio di riguardo che ebbe verso i governi di centrosinistra precedenti. La conflittualità è finita perché anche la Fiom si appresta a ripercorrere la strada disastrosa della concertazione (governo–padroni–sindacati) insieme con le altre componenti della Cgil, con la Cisl e con la Uil.La ricomposizione del centrosinistra è stata “finalmente” realizzata anche a livello sindacale e, con la scomparsa dell’anomalia metalmeccanica, l’imperialismo italiano può contare sulla pace sociale.Certificare e garantire il proprio rientro nei ranghi: è questo il motivo per cui la Fiom, giocandosi la fiducia di quanti dal 2001 l’hanno sostenuta lottando contro i contratti separati, si è trovata ad approvare il secondo biennio di quello stesso Contratto Nazionale firmato dalle sole Fim e Uilm nel 2003, contro la cui validità organizzò scioperi, manifestazioni, vertenze e tentò anche la carta perdente dei precontratti.Con questa tornata contrattuale la Fiom ha fatto entrare i metalmeccanici italiani, di diritto, nel Guinness dei primati quale unica categoria, nel mondo, che abbia scioperato sia contro che a favore dello stesso contratto!Per mascherare questa contraddizione, non di poco conto, e per convincere, contro ogni evidenza, i lavoratori che l’accordo è positivo, Fim–Fiom-Uilm hanno messo in campo tutto il loro apparato scenico, organizzativo e mediatico. Il Manifesto, Liberazione, L’Unità hanno immediatamente inneggiato alla vittoria meravigliosa dei metalmeccanici; lo stesso hanno fatto i dirigenti della “sinistra” con Bertinotti in testa, memore dei suoi trascorsi da sindacalista.Ma, nonostante le fanfare, la credibilità della Fiom (Fim e Uilm non ne hanno da tempo) è in discesa libera ed i funzionari, pur solerti, non riescono a sedare il dissenso di una categoria stanca di essere usata per interessi di partito o di schieramento e sempre più cosciente del fatto che sostituire Berlusconi con Prodi non è sufficiente.Quando i lavoratori più anziani sentono le percentuali bulgare con cui il contratto è stato approvato dal comitato centrale della Fiom o dall’assemblea dei 500 “cosiddetti” delegati (ma chi li ha mai eletti?) si fanno una risata e, alla stessa maniera, non nutrono illusioni sul risultato del referendum perché sanno, per antica esperienza, che i burocrati sindacali tireranno fuori dal cilindro il risultato utile.

Il referendum è uno strumento che, per essere democratico, dovrebbe essere usato in un contesto in cui tutte le parti in causa abbiano accesso agli stessi diritti ed agli stessi spazi di intervento. Se così non è (perché i sindacati di base sono penalizzati nelle elezioni delle RSU e nella convocazione delle assemblee, perché non vengono individuati prima quanti e quali sono i posti di lavoro in cui si vota etc.) diviene uno strumento di prevaricazione, utilizzato per tappare la bocca, con risultati pilotati, ad un’opposizione sindacale tanto vasta quanto frammentata. In questo caso è sufficiente far votare i lavoratori delle situazioni sindacalmente più arretrate, quelli che non sono in grado di fare contrattazione aziendale e che, da questo contratto, ricaveranno un’indennità di “mancata contrattazione” di 130 euro annui per mettere in minoranza chi si è sobbarcato più di cinquanta ore di sciopero e, proprio per questo, non è disposto a chiudere il contratto in maniera fallimentare.

Votare no al contratto o non votare, in mancanza di un’organizzazione politica o sindacale che abbia l’autorevolezza necessaria a dare un’indicazione nazionale, diviene una scelta tattica che i compagni dovranno fare in base alla situazione esistente sul proprio posto di lavoro. È importante invece che, quale che sia la scelta, questa sia collettiva, condivisa dal maggior numero possibile di lavoratori ed organizzata.

Noi comunisti, in fabbrica ci siamo e molti di noi cercano di svolgere un ruolo di orientamento e di avanguardia, talvolta riuscendovi ma la vicenda contrattuale dei metalmeccanici dimostra che l’impegno individuale dei compagni non è sufficiente: diventa ogni giorno più urgente la necessità di fare un salto organizzativo. Riproporre la costruzione dell’ennesimo soggetto politico comunista sarebbe, in questo momento, un ulteriore elemento di divisione ma proporre un percorso unitario all’interno del quale i lavoratori comunisti, pur mantenendo la loro diversa militanza politica e sindacale, inizino a confrontarsi sui contenuti ed a coordinare il loro intervento, può essere lo strumento per superare, a partire dalla base e dalla lotta, divisioni di cui le nuove generazioni operaie neppure capiscono il senso. Il nostro compito, con il dovuto rispetto per la Storia del movimento operaio ed anche per la storia di ognuno di noi, è quello di costruire il partito comunista rivoluzionario del terzo Millennio.


25 novembre 2005 redazione
golpe strisciante

Costituzione
IL GOVERNO TERMINA I PIANI DI BORGHESE, DE LORENZO E GELLI
Il Senato, dopo la doppia votazione, ha dato il via libero definitivo alla riforma della Costituzione e precisamente della parte seconda, titoli 1°, 2°, 3 ° e 6°. Il passo conclusivo è ora la pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale dalla quale scatteranno i tre mesi per il referendum.
Se il successo politico va a Bossi e alla Lega che da anni perseguono questo fine, anche Berlusconi e Forza Italia registrano un risultato positivo, quello di stabilizzare la coalizione e renderla più unita in vista delle elezioni politiche del 2006. AN fa buon viso a cattivo gioco e nasconde la sua insoddisfazione sotto il discorso che la legge, che ha modificato ben 53 articoli della Costituzione, non pregiudica l’unità nazionale. L’UDC, invece, si smarca attraverso le dichiarazioni di Follini che invoca la libertà di coscienza nel prossimo referendum e di Casini che, pur di accreditare il suo partito come l’unico partito dei cattolici, critica la riforma, guarda caso dopo che il cardinale Ruini aveva espresso preoccupazione per una sanità divisa in venti Regioni.
Ben altro però, rispetto a questi risultati tattici, è il risultato strategico che la borghesia finanziaria del nostro paese ha perseguito e ottenuto.
Dopo anni e anni di proposte di restaurazione istituzionale (dai tentativi golpisti di Junio Valerio Borghese e del generale dell’Arma dei Carabinieri De Lorenzo, ai piani piduisti di Gelli fino alla riforma del titolo 5° della Costituzione voluta dal centro sinistra) la borghesia riesce a mettere a segno il suo progetto reazionario: capovolgere una costituzione inizialmente subita e poi sabotata proprio perché, nonostante sia la legge fondamentale di una repubblica che negli articoli 41 e 42 consacra i capisaldi del capitalismo (libero mercato e proprietà privata) risente ancora troppo della grande spinta al cambiamento impressa dalla classe operaia e dalle masse lavoratrici durante la Resistenza e negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra.
La riforma della Costituzione è il tassello più importante, sotto il profilo politico, di un progetto involutivo e autoritario che, unitamente alla riforma elettorale e ad altri provvedimenti istituzionali e a leggi antiterrorismo, interviene direttamente sul terreno delle libertà democratiche.
La borghesia, attraverso il governo Berlusconi, ha sferrato con la riforma della Costituzione un attacco pesantissimo ai diritti e alle conquiste democratiche, civili e sociali dei lavoratori. Un attacco che va di pari passo con le continue crociate anticomuniste, con l’oscurantismo e con l’ingerenza della Chiesa nella vita dello Stato, con i tentativi, spesso riusciti, di riabilitazione del fascismo e con la perenne sudditanza politica e culturale del nostro paese all’imperialismo statunitense.
Il governo di centrodestra, dopo che quello di centrosinistra gli ha fatto da apri pista modificando la parte seconda, titolo 5° della Costituzione, quella relativa alle Regioni, Province e Comuni nei loro rapporti con lo Stato, ha stravolto pesantemente i restanti quattro titoli sempre della parte seconda (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo e Garanzie Costituzionali) con una vera e propria riscrittura del testo costituzionale che altera i rapporti di equilibrio tra i maggiori organi costituzionali a tutto vantaggio dell’esecutivo, o meglio, del presidente del Consiglio dei ministri che non ha più bisogno del voto di fiducia del parlamento, che “determina” e non più “dirige” la politica del governo, che può chiedere al capo dello Stato di sciogliere la Camera.
Ma più che vedere le singole modifiche, è importante cogliere l'essenziale di questa contro riforma costituzionale. E l’essenziale, i cardini questa contro riforma sono il premierato forte, il federalismo e la devoluzione.
Con il primo si rafforzano in maniera abnorme i poteri del capo del governo, si svuotano le prerogative del parlamento, si controlla l’opposizione eliminando il voto di fiducia e sciogliendo la Camera. Si vuole rafforzare il potere politico borghese per portare avanti, senza intralci, i piani anti operai e antipopolari. Con il federalismo e la devoluzione legislativa (quella fiscale farà seguito a completare il quadro), il Senato viene riciclato in Senato federale con rappresentanti delle regioni senza diritto di voto ed esaminerà solo le leggi regionali e quelle che interessano le Regioni. Le funzioni del presidente della Repubblica vengono ridotte a semplici funzioni notarili, la Corte Costituzionale viene “regionalizzata” in quanto una parte dei giudici verrà nominata dal Senato federale mentre la Camera voterà da sola le leggi di competenza dello Stato restando per le altre leggi il doppio passaggio (Camera e Senato federale). Con la devoluzione poi le Regioni hanno potestà legislativa piena su tre materie: l’organizzazione della sanità, l’istruzione e la polizia amministrativa locale. Il federalismo unito alla devoluzione rappresenta un congegno micidiale. Mina l’unità della repubblica e con essa l’unità della classe operaia e dei lavoratori, crea le premesse per operazioni di secessione, discrimina i cittadini e accentua le differenze tra le Regioni. Le Regioni più ricche, e perciò a maggiore capacità di spesa, avranno standard più alti di assistenza sanitaria e di istruzione di cui beneficeranno i cittadini delle classi più alte, mentre i cittadini delle classi e strati sociali a minor reddito (operai, artigiani etc.) dovranno accontentarsi – sempre che vada bene - di una sanità e di un’ istruzione sempre più care e dequalificate.
La grande borghesia finanziaria non tollera più un ordinamento costituzionale liberal-democratico: diventa reazionaria e anticostituzionale in ogni suo aspetto.
L’ opposizione di centrosinistra ha già annunciato il referendum previsto dall’ art. 138 della Costituzione e punta tutto su questa carta. Nello scorso mese di ottobre la coalizione di centro sinistra ha portato a votare per le elezioni primarie più di quattro milioni di cittadini eppure si guarda bene dal mobilitare e portare in piazza questi milioni di lavoratori, di studenti, di pensionati.
Ne chiedono immeritatamente i voti ma non li mobilita perché la politica dei partiti del centro sinistra, dei vari Prodi, D’Alema, Fassino, Rutelli, Boselli, Mastella, al di là delle chiacchiere, non ha nulla a che vedere con gli interessi del proletariato e delle masse lavoratrici.
Noi comunisti, consapevoli dell’ importanza della posta in gioco, riteniamo che la lotta contro questa riforma reazionaria della Costituzione richiede la mobilitazione e l’ intervento diretto della classe operaia e di tutti i lavoratori. Sappiamo che il ruolo fondamentale della Costituzione è quello di essere posta a garanzia dei rapporti capitalistici in atto nel nostro paese, ma nel contempo non siamo indifferenti al terreno sul quale si svolge la lotta di classe. Una cosa è lottare sul terreno della democrazia parlamentare borghese, altra cosa è essere costretti a lottare – e ci stiamo avvicinando sempre più – in un regime fortemente autoritario o, peggio ancora, in un regime fascista.
Partendo da queste considerazioni, con la necessaria consapevolezza che la Costituzione và difesa per mantenere aperti spazi di democrazia più favorevoli alla lotta rivoluzionaria e alla prospettiva del socialismo, è necessario organizzare e mobilitare la classe operaia e le masse lavoratrici, praticando ogni opportuna politica delle alleanze, per battere questa svolta reazionaria e con essa la legge di controriforma della Costituzione. 


28 ottobre 2005 redazione
editoriale

La Rivoluzione d’Ottobre e i suoi insegnamenti

Putin ha deciso di eliminare il 7 novembre, la festa più importante per l’unione Sovietica, festeggiata dal 1918 e perfino nel 1941 quando il nazismo era alle porte di Mosca e Stalin non volle annullare la celebrazione dell’anniversario. Già con Eltsin la festa aveva cambiato il nome in Giornata della riconciliazione nazionale e la sfilata sulla piazza Rossa era cambiata, Putin è andato oltre. Ha cancellato del tutto la Rivoluzione d’Ottobre, ha trasformato questo giorno in Festa dell’unità nazionale e cambiato data: il 4 novembre, cioè l’anniversario della vittoria del 1612 sui polacchi che avevano invaso il Paese e occupato Mosca, la liberazione della Russia ortodossa dal gioco della Polonia cattolica. Una data che non ha più alcun significato mentre, secondo un sondaggio, il 60% rimpiange la Giornata della Rivoluzione e non sono solo i vecchi e i vetero comunisti. La gran parte dei russi si rileva che – insieme a questa celebrazione - rimpiange la sicurezza di uno Stato che pensava a tutto: dai servizi che funzionavano alle strade pulite e sicure; dalla garanzia della casa, del lavoro e dell’istruzione alla cultura e alle vacanze gratuite per tutti.
Quella di Putin è la democrazia che non ha più bisogno di usare i dissidenti e il loro ruolo anticomunista e che piace tanto all’Occidente e che fa scendere in piazza migliaia di fascisti e razzisti con svastiche e bandiere imperiali che chiedono la cacciata di tutti gli immigrati.
Ma per i comunisti la Rivoluzione d’Ottobre resta l’avvenimento che ha aperto una nuova epoca storica: quella delle rivoluzioni proletarie e delle lotte di liberazione dei popoli oppressi dall’imperialismo. Per questo è importante riappropriarsi dei suoi insegnamenti che sono parte della teoria del socialismo scientifico e sappiamo bene che senza teoria rivoluzionaria non vi può essere alcun movimento rivoluzionario. In che cosa consiste l’attualità della Rivoluzione d’Ottobre?
Un primo insegnamento che possiamo trarre è che questa Rivoluzione  è stata supportata da una teoria, la teoria leninista della rivoluzione proletaria che ha il suo fondamento scientifico nel materialismo storico, nell’analisi materialistica delle classi sociali, del loro rapporto con i mezzi di produzione in base allo sviluppo storicamente raggiunto dalle forze produttive. Si fonda dunque su una ricognizione marxista delle strutture della società, non separandola da una ricognizione anche delle sovrastrutture politiche e ideologiche, ma guardando in primo luogo alla materialità, in un dato periodo storico, della formazione economico-sociale esistente e alla posizione che in essa occupano le varie classi sulla base dei loro interessi materiali. La teoria della rivoluzione proletaria è una teoria nuova rispetto a quell’elaborata dalla 2^ Internazionale basata su un’errata interpretazione, economicistica e deterministica, del materialismo storico. Il leninismo ha fatto giustizia di questa interpretazione errata, risuscitando il contenuto rivoluzionario del marxismo e sviluppandolo in un’integrale strategia della rivoluzione.
I perni fondamentali della teoria leninista della rivoluzione sono a. il concetto di egemonia del proletariato e della conquista della maggioranza attiva della classe operaia, concetto poi deformato dal revisionismo del gruppo dirigente del PCI perché inteso in maniera idealistica come direzione puramente culturale mentre vedeva il proletariato capace di realizzare alleanze con gli altri strati sociali delle masse lavoratrici e non isolato dalla borghesia; b. il concetto di situazione rivoluzionaria alla quale si giunge dopo un lungo periodo di accumulazione delle forze e dopo ampie e prolungate lotte di massa in ogni campo e ad ogni livello della società.
Le situazioni rivoluzionarie che si presentano raramente in coincidenza con particolari congiunture storico-politiche e che necessitano per il loro esito positivo di una forte direzione politica e cioè del partito, si sono manifestate nella Russia zarista del 1917 per effetto dell’ineguale sviluppo del capitalismo nei vari paesi e hanno determinato la rottura della catena imperialista nel suo anello più debole e cioè nel punto di convergenza di tutte le contraddizioni dell’imperialismo.
Nel corso del 1917 in Russia non si manifestò una semplice crisi di governo, ma una crisi politica di tutta la nazione che si espresse nei seguenti sintomi: a. la classe dominante non era più in grado di governare come prima perché indebolita da forti contrasti interni: b. le forze intermedie della piccola borghesia si erano ormai completamente screditate agli occhi della classe operaia e delle masse lavoratrici nel quadro di un aumento dell’attività politica, il proletariato avverte ormai come intollerabili le sue condizioni di vita economiche e sociali ed è pronto a tutto pur di cambiare radicalmente la propria situazione e con essa la società. Condizione imprescindibile per una rivoluzione socialista vittoriosa è la conquista della maggioranza attiva del proletariato da parte della sua avanguardia politica.
Un secondo insegnamento di tutta evidenza, ma che in un periodo di esaltazione della non violenza anche da parte di gruppi dirigenti che si definiscono comunisti va ribadito, è che la borghesia non cederà mai pacificamente il proprio potere. La storia ha ampiamente sbugiardato tutti gli opportunisti delle varie vie parlamentari, elettorali e pacifiche al socialismo. Il Cile è uno degli esempi più tragici. E sempre parlando di violenza va detto che i comunisti non debbono liberarsi di una “specie di peccato originale“ che sarebbe il ricorso alla violenza. Al contrario è la storia della borghesia che è piena di violenza, di sfruttamento e di guerre. Ma per i comunisti non esiste solo il problema della conquista del potere politico. Non si tratta tanto di conquistare la macchina statale quanto piuttosto di distruggerla, di sostituirla con una macchina statale nuova, con un nuovo tipo di stato il cui primo esempio, sia pure breve e imperfetto, si è avuto con la Comune di Parigi.
Dopo la conquista del potere politico, questo potere va mantenuto ed il suo esercizio non può avvenire se non attraverso la dittatura del proletariato e cioè la dittatura della maggioranza della popolazione lavoratrice su di una minoranza borghese.
Per quanto riguarda la sua forma politica, in Russia, la dittatura del proletariato ha assunto la forma dei Soviet (i Consigli dei deputati operai e dei soldati). All’inizio i Soviet sono organismi di massa e di lotta, poi embrioni del potere proletario e infine organi statali. Il loro compito è quello di avvicinare le masse lavoratrici all’apparato amministrativo mediante la fusione del potere legislativo con il potere esecutivo e di dare vita ad una nuova forma di rappresentanza politica attraverso la sostituzione delle circoscrizioni elettorali su base territoriale, tipiche del sistema parlamentare borghese, con unità elettorali basate sui luoghi di produzione e di lavoro, sul mandato imperativo imposto agli eletti, sul controllo permanente e sulla revoca dei deputati se inadempienti ai loro compiti.
Infine la terza riflessione che ci lascia l’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre è quella sul partito, sul suo ruolo, sulla necessità di questo strumento per organizzare e indirizzare le lotte verso l’obiettivo della conquista del potere e dell’edificazione del socialismo.
Noi non teorizziamo i pochi ma buoni. Non siamo bordighisti. È nostra convinzione, però, suffragata da anni di esperienza politica che non sia tanto la quantità l’elemento determinante per la vittoria di un partito comunista quanto piuttosto la sua qualità.
Il partito comunista non ha bisogno di folle di iscritti, ma di un’organizzazione composta fondamentalmente da operai e lavoratori, disseminata nei gangli vitali della società. Il partito di Lenin era un partito di quadri, in grado di orientare larghe masse e dotato di una grande capacità di analisi. Questo partito non aveva nulla a che vedere con i partiti politici tradizionali, con i cosiddetti partiti di massa dove chiunque può iscriversi. Nei partiti leninisti è l’organizzazione che decide chi e quando ne può fare parte e la loro struttura risponde alle esigenze della lotta rivoluzionaria e non certo alle esigenze di consenso elettorale. Per vincere non abbiamo bisogno di un partito qualsiasi ma di un partito unito, forte, disciplinato, strutturato particolarmente sui luoghi di produzione e di lavoro e dotato di una teoria rivoluzionaria.
Oggi noi viviamo sempre nell’epoca dell’imperialismo e delle rivoluzioni proletarie. Proprio per questo la Rivoluzione d’Ottobre e i suoi insegnamenti conservano una grande attualità. È vero che da allora sono trascorsi quasi novanta anni, che nel mondo si sono verificati grandi sconvolgimenti e che il socialismo ha subito una sconfitta, ma le condizioni oggettive, materiali, per una ripresa rivoluzionaria esistono da tempo. Quello che manca nel nostro paese è il partito comunista. Noi di nuova unità, da tempo, ci adoperiamo in questo senso, perché avanzi il processo di unità dei comunisti e con esso il processo di ricostruzione del partito comunista.


20 settembre 2005 redazione
editoriale

COMUNISTI CON ORGOGLIO
di Carla Francone
Domenica 11 settembre è stata la giornata contro le basi Usa e Nato in Italia. Anche i compagni della redazione di “nuova unità” hanno manifestato. Quella contro la presenza delle basi statunitensi sul nostro territorio è da sempre una campagna del nostro giornale, supportata per anni dal contributo del compagno “Gracco”. L’attualità della battaglia per la chiusura di Camp Darby e di tutte le basi militari Usa e Nato sul territorio italiano ed europeo è più che mai evidente.
Contemporaneamente alla mobilitazione contro Camp Darby si svolgeva la marcia Assisi-Perugia. A differenza di Camp Darby, dove è in atto il potenziamento, lì c’erano le folle. E c’erano tutti i politici, i leader dei partiti, i cattolici, i verdi, i pacifisti. Che senso ha marciare “pacificamente”, seppure in tanti, senza denunciare le vere cause della guerra e dello sfruttamento dei popoli? Sarà folkloristico e darà più soddisfazione essere in tanti, ma queste masse non vanno oltre la richiesta di un altro mondo possibile. Ma quale altro mondo? È evidente che sono fortemente influenzate dalle forze revisioniste e riformiste. Ciò richiede la moltiplicazione della nostra informazione e della nostra attività.
Nel rifiuto delle basi straniere in Italia non c’è solo la rivendicazione della sovranità nazionale. C’è la denuncia del ruolo di queste basi. Un ruolo che passa con l’indifferenza - più o meno inconscia della gente - perché, appunto, i tradizionali partiti della “sinistra” ne trascurano volutamente il pericolo e sulle basi mantengono posizioni ambigue e accettano compromessi.
Il ruolo centrale della base di Camp Darby è quello logistico per i rifornimenti di armi nelle guerre di aggressione: dalla “guerra umanitaria” contro la Yugoslavia, alle “azioni chirurgiche” sull’Afghanistan alle “operazioni di polizia internazionale” contro l’Iraq e alle future in nome del pretesto terrorismo, ma non solo. A Camp Darby sono stati addestrati centinaia di personaggi legati alla struttura Gladio, alla Loggia P2 (che aveva sede a Tirrenia, adiacente alla base Usa) mentre sia nel 1974 che nel 1980 sono venuti alla luce i campi paramilitari per i fascisti implicati in innumerevoli vicende della nostra storia segnata da stragi. Fascisti addestrati all’interno della base dai “seminari” sull’uso delle armi e lo studio delle tecniche investigative da Gianni Bandoli di Ordine nuovo, fascista veneto connesso ad Amos Spiazzi il colonnello protagonista del golpe Borghese e della Rosa dei venti. Ora è in atto l’aumento della militarizzazione del territorio: 2mila ettari di terreno interno al parco naturale Migliarino-San Rossore tra Pisa e Livorno, ceduta nel 1951 con accordo segreto dal ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, protagonista di trame golpiste negli anni ’70. Da quest’area, attrezzata con magazzini e bunker in gran parte sotterranei dove sono custodite testate nucleari, partirono già i B52 che massacrarono il popolo vietnamita e da qui partirono i rifornimenti per i Contras del Nicaragua, per il “desert storm” del ’91, per la guerra dei Balcani e fino all’Iraq di oggi.
Al potenziamento di Camp Darby, di quello annunciato di Taranto e di Aviano si aggiunge quello della Maddalena dove da anni popolazione e pescatori, in seguito alle menomazioni fisiche dei neonati e alle limitazioni e al pericolo di pesca dovuti alla presenza di navi e sottomarini nucleari, lottano per il suo smantellamento. Un allargamento, secondo un documento inglese, che è già in atto e che, quindi, vede la complicità del governo Berlusconi passata in gran segreto come l’installazione concessa nel 1972 con un accordo mai ratificato dal Parlamento.
La borghesia monopolistica imperialista che genera il terrorismo del quale si serve pretestuosamente per attaccare il movimento dei lavoratori e per fare guerre di conquista continua ad attrezzarsi militarmente ma anche culturalmente. Si accentua la demonizzazione dei comunisti. Alle terroristiche relazioni del ministro Pisanu, con relative leggi liberticide, si aggiunge l’Europa che sta discutendo il progetto di una risoluzione (basata sul “Libro nero del comunismo”) sulla “necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo” da presentare alla seduta dove verrà discussa la risoluzione di “condanna di ogni apologia e giustificazione del nazismo”.
Nel 60° anno della Liberazione dell’Europa dall’oppressore nazista e fascista resa possibile grazie al contributo fondamentale dell’Armata Rossa.
Nell’attuale situazione è sempre più difficile essere comunisti anche grazie al revisionismo della sinistra che con i suoi pentimenti e le sue ambiguità, completamente succube della pressione ideologica e culturale della borghesia, dell’imperialismo e del Vaticano, frena la lotta di classe e riduce tutto alla conquista e alla gestione del potere fermo restando il capitalismo. I veri comunisti sono orgogliosi di essere tali e della loro storia, quella della Lotta di Liberazione e della lotta di classe - anche se cedimenti e tradimenti - hanno impedito di portarla a termine.
Mobilitiamoci quindi su obiettivi intermedi che difendano quelle minime conquiste ottenute a caro prezzo, che sviluppino le contraddizioni e facciano crescere la coscienza, ma non dimentichiamo che l’obiettivo finale è quello del socialismo, del raggiungimento di una società senza classi né sfruttamento, né logica del massimo profitto, dove il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti, dove ognuno è veramente libero e artefice del proprio avvenire non in rivalità, ma in solidarietà con gli altri. In questa lotta, nell’epoca attuale, l’imperialismo – che sia statunitense e/o europeo - resta il massimo pericolo da combattere.  Da questa prospettiva emerge la forza di essere comunisti.


10 settembre 2005 redazione
incontri
Discutiamo di comunismo
Le redazioni delle riviste "Teoria e prassi" e "nuova unità" promuovono un corso di formazione indirizzato ai compagni ed in particolare agli operai e lavoratori comunisti.

Riprendere la tradizione dello studio e dell'educazione ideologico-politico per elevare la propria coscienza di classe serve a formare militanti comunisti capaci di orientarsi ed orientare.
Nell'attuale situazione di divisione delle forze comuniste riprendere lo studio, vuol dire riprendere una discussione che porti ad una pratica coerente finalizzata alla ricostruzione del partito comunista.

Come base e punti di partenza abbiamo scelto dei testi di STALIN perché rappresentano, secondo noi, la migliore sintesi del marxismo e del leninismo sugli argomenti proposti.

Programma

Venerdì 7 ottobre

1.    il metodo di analisi e di azione dei comunisti. Materialismo dialettico e materialismo storico;

Venerdì 28 ottobre

2.    l'epoca dell'imperialismo, le classi sociali e il partito della classe operaia;

Venerdì 18 novembre

3.    la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato;

Mercoledì 7 dicembre

4.    il partito: reparto organizzato d'avanguardia della classe operaia, strumento della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato;

Venerdì 20 gennaio 2006

5.  strategia e tattica: le forze motrici della rivoluzione, forme, metodi di lotta e parole d'ordine.

Per una partecipazione attiva consigliamo:

1)    di appuntarsi le scadenze per non perdere nessun incontro e seguire in modo continuo e regolare il corso di formazione;
2)    di leggere i testi che vengono consigliati prima di ogni incontro, per essere preparati al dibattito di approfondimento.
Chi non ha i testi può richiederli: sarà nostra cura fornirli.

7 ottobre
- STALIN, Materialismo dialettico e materialismo storico
28 ottobre -
STALIN, Principi del leninismo
Cap. 1. - LE RADICI STORICHE DEL LENINISMO
Cap. 3. - LA TEORIA. Il paragrafo 2) Critica della teoria della spontaneità. Funzione dell'avanguardia nel movimento
Cap. 8. - IL PARTITO. L'introduzione che precede il par. 1; e il par. 1) Il partito, reparto di avanguardia della classe operaia
18 novembre - STALIN, Principi del leninismo
Cap. 3. - LA TEORIA. Il par. 3) La teoria della rivoluzione proletaria
Cap. 4. - LA DITTATURA DEL PROLETARIATO (tutto il capitolo)

7 dicembre -
STALIN, Principi del leninismo
Cap. 8. - IL PARTITO. Il par. 2) Il partito, reparto organizzato della classe operaia,
 e i successivi paragrafi 3, 4, 5 e 6
20 gennaio 2006 -
STALIN, Principi del leninismo
Cap. 7. - STRATEGIA E TATTICA (tutto il capitolo)

 
I corsi si tengono alle ore 21,15
presso la redazione di "nuova unità"
Coloro che sono interessati a partecipare, sono invitati a prendere contatto con la redazione ai nr. 055450760-3938423653 entro il 3 ottobre via R.Giuliani, 160 rosso
Firenze - tel. 055450760


30 agosto 2005 ufficio stampa
solidarietà

CON LA RESISTENZA IRACHENA
CONTRO L’IMPERIALISMO E I DISEGNI REAZIONARI

In seguito alla pressione esercitata da alcuni membri del Congresso Usa, il governo italiano ha deciso di non dare i visti per l’ingresso nel nostro paese ad esponenti iracheni invitati a partecipare ad una conferenza internazionale sulla Resistenza irachena, prevista per l’1-2 ottobre.
È un’ulteriore prova di servilismo e sottomissione del governo Berlusconi alla politica statunitense che, in questo caso fa anche il suo gioco. Con questi attacchi si cerca di colpire tutti coloro che sostengono il diritto dei popoli alla lotta di liberazione e all’indipendenza.
Borghesia e imperialismo sono maestri nel trovare pretesti per coprire il proprio sistema di sfruttamento aggravato dall’aumento autoritario.
In gioco ci sono le libertà democratico-borghesi, i principi costituzionali e lo stesso diritto alla libera espressione del pensiero e di organizzazione.
La Resistenza irachena, come quella palestinese e di altri Paesi è oggi un esempio di lotta contro l’imperialismo che, per uscire dalla sua crisi, invade – con menzogne – paesi, opprime, reprime, uccide e distrugge.
Battiamoci ovunque e in particolare in ogni luogo di lavoro contro il disegno reazionario che permette l’avanzata di forze fasciste, ben appoggiate dai fascisti di AN in Parlamento;
per il ritiro di tutti gli eserciti dall’Iraq e dal mondo
per la cacciata delle Basi Usa e Nato – vere centrali del terrorismo imperialista - dal nostro territorio e dall’Europa
per la costruzione del Partito comunista e di una società socialista


23 luglio 2005 redazione
comunicato

Portiamo avanti la battaglia antimperialista

La risposta a coloro che sono d’accordo sui pacchetti di leggi liberticide perché, dichiarano di non avere nulla da temere (se ne sentono tanti anche alle trasmissioni radiofoniche aperte alle telefonate), non si è fatta attendere.
Jean Charles de Menezes, il giovane brasiliano è stato ucciso a Londra dalla polizia, con 5 colpi alla testa, “per sbaglio” e il governo inglese si scusa. Si scusa di sparare alla testa? Si scusa di sparare nel mucchio? Si scusa di avere tranciato una giovane vita?
Come abbiamo scritto nell’editoriale del n. 4 di nuova unità la situazione creata – e per questo ci chiediamo a chi giova? – porta alla caccia allo straniero, agli immigrati. E Jean Charles era straniero: alla polizia è bastato vederlo per sparare e non alle gambe per fermarlo, ma alla testa per uccidere. E la politica di uccidere è tale che nonostante l’”errore” il governo inglese ha deciso di “continuare a sparare”. Ciò, sommato alle leggi repressive dell’Unione europea, alle proposte di leggi di emergenza del governo italiano e delle posizioni ancora più reazionarie della Lega portano al dilagare in tutto il mondo di una terrificante guerra. I guerrafondai, capitanati dagli Stati Uniti, si serviranno della “ferocia del terrorismo” per estendere la guerra permanente.
Nel mondo si spendono 2,200 milioni di dollari al giorno nell’industria militare, industria della morte e ogni giorno la cifra sale. Le guerre hanno bisogno di armi, le armi hanno bisogno di guerre e le guerre e le armi hanno bisogno di nemici. Non c’è commercio più lucroso dell’assassinio praticato su scala industriale.
Dopo Londra, dopo Sharm el Sheik dobbiamo essere ancora più convinti dell’uscita dalle aree di guerra e del ritiro delle truppe dall’Iraq e dalle altre parti del mondo dove stazionano i militari italiani. Dobbiamo con più vigore appoggiare le lotte di liberazione dei popoli, dalla Palestina all’Iraq e lottare per porre fine al riarmo; al mercato delle armi, comprese quelle atomiche installate in molti paesi, a partire da Israele, pronte a colpire e distruggere i popoli in lotta; dobbiamo mobilitarci per lo smantellamento delle basi Usa e Nato in Italia ed in Europa, vere centrali del terrore e di addestramento per l’eversione fascista.


18 luglio 2005 redazione
editoriale nu n.4

ARIA DI GOLPE
Avevamo ragione a definire Quattrocchi (e i suoi soci) mercenario. Dall’inchiesta, presto zittita, della procura di Genova emerge che l’italiano - fatto passare da eroe per la frase “vi faccio vedere come muore un italiano” – è uno degli agenti che sarebbero entrati nel Dssa, un’organizzazione nata dopo l’attentato di Atocha dell’11 marzo 2004. Il settimanale News uscito il 20 maggio ha pubblicato fotografie tratte da un filmato dove il contractor genovese gira per Bagdad in auto indicando obiettivi sensibili o mentre si esercita al tiro o ancora nella sua stanza d’albergo seduto vicino al suo fucile. Del Dssa, un’organizzazione organizzata in 6 divisioni – spiega News – la cui sede legale è in Italia e quelle operative in diversi paesi del mondo, fanno parte tecnici ed esperti italiani, americani, israeliani, spagnoli, francesi, tedeschi, inglesi, russi e pakistani. Il responsabile ed il suo vice sono italiani: Gaetano Saya (fondatore della “destra nazionale nuovo Msi”) e Riccardo Sindoca. Entrambi, sempre secondo News, provengono dalla struttura della Nato Stay Behind e non smentiscono i loro collegamenti con la Cia.
Un’organizzazione che sa molto di squadroni della morte e che ci riporta indietro ai tempi di Gelli (col quale Saya dice di essere collegato), alla loggia P2 che “raccoglieva gli uomini migliori del Paese”, infatti vi apparteneva anche Berlusconi (tessera n. 1816).
Non si può credere che si tratti di pochi squilibrati o caduti nella rete in “buona fede” come sostiene Cossiga – proprio perché se ne intende di massoneria e servizi paralleli – le sue esternazioni non ci tranquillizzano.
Dopo i tentativi del golpe Borghese, del piano Solo, di Gladio non ci illudevamo che il Paese fosse immune da altre esperienze golpiste, anzi con questo governo delle banane, pienamente coinvolto nell’aggressione all’Iraq, che ignora tutto, si tratti del rapimento dell’imam (nonostante un blitz a Milano e l’utilizzo della base di Aviano), dell’assassinio di Calidari, o della “polizia parallela” (che aveva pure in sito internet) è pensabile che il pericolo sia ancora più incombente.
È proprio l’Italia delle stragi di Stato, attuate da mano fascista con la complicità dei servizi segreti interni ed internazionali, che ci conferma la continua attività di questo genere. Tant’è che, a partire da piazza Fontana i colpevoli sono sempre assolti o, addirittura, non ci sono colpevoli e solo in rari casi è stata colpita la manovalanza. Tanto che da un recente sondaggio emerge che solo il 22% degli intervistati ha risposto che per la bomba alla stazione di Bologna sono stati condannati Mambro e Fioravanti, il 21% l’attribuisce alle Br e il 34% ignora del tutto gli autori. In questa Italia a distanza di 26 anni Giovanni Galloni rivela che nella borsa sparita di Moro c’erano le carte sugli infiltrati nelle Br; ci vogliono tre anni per conoscere la registrazione dalla quale emerge l’ordine “devi massacrare” al G8. Passata anche questa sotto silenzio della “grande” stampa, ma quel 20 luglio 2001 a Genova, dalla centrale operativa (dov’era presente il ministro Fini) alle 18,49 è stato detto “Devi scendere per corso Gastaldi e vai in piazza Martinez, hai capito?” e la risposta: “Sì, ho capito, con tutti quelli che ho qui con me?” e dalla centrale: “Confermo, con tutti. Però devi fare una cosa veloce e devi massacrare”. La risposta: “Confermo”. A cento metri di distanza moriva Carlo Giuliani, dopo quattro anni il Viminale ha promosso Vincenzo Canterini e Alessandro Perugini: la premiazione per un comportamento che è oggetto di indagine penale!
Mentre andiamo in stampa le pagine sono riempite dalle bombe a Londra, sulle quali nutriamo molti dubbi. Viviamo già in un clima di estrema ristrettezza delle libertà democratico-borghesi: echelon è in funzione da anni, le intercettazioni telefoniche sono illegali, siamo circondati da telecamere; la Digos si permette di reperire dati direttamente dai provider senza mandato e senza convocare i titolari; i comunisti sono schedati; gli immigrati – soprattutto se musulmani – tenuti sotto controllo.
Nell’Europa di Maastricht, allineata all’imperialismo Usa facendo proprie le liste nere delle organizzazioni rivoluzionarie e paesi “canaglia” come Cuba, scoppiano le bombe. E guarda caso, dall’11 settembre 2001 a Madrid, a Londra, nel giro di pochi giorni sono stati scoperti gli attentatori. Di loro sapevano tutto, hanno pure i filmati con gli… zaini e la composizione dell’esplosivo.
A chi giovano gli attentati contro la popolazione se non a giustificare l’aumento di misure repressive, restrittive e reazionarie? L’Italia si è subito attivata, ma il pacchetto del ministro Pisanu per la Lega non è sufficiente e invoca lo stato di guerra.
Il Copaco (uno dei tanti carrozzoni messi in piedi per collocare i “trombati” della politica) cioè il comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti, su informazioni del Sismi, cerca di terrorizzare la gente alimentando un clima allarmistico (aggravato da Bertolaso che parla di “rischio di attacco chimico”) prevedendo attentati. Ciò scatena la caccia a “islamici” e stranieri e la cultura del sospetto. Ma l’obiettivo primario resta l’attacco alle lotte: operaie, rivoluzionarie e di liberazione che nulla hanno a che fare con gli attacchi terroristici contro la popolazione inerme.


1 luglio 2005 ufficio stampa
comunicato

Mezze verità e aria di golpe

Ma il governo non ne sa nulla!

La CIA agisce e rapisce sul territorio italiano e il governo non ne sa nulla. Questo governo non sa mai nulla su qualunque cosa che riguardi le operazioni degli Stati Uniti. Ciò evidenzia la totale assenza della sovranità italiana e il servilismo nei confronti del padrone statunitense e del suo predominio. Non solo è stato concesso il territorio per installare le basi Usa e Nato, non solo si accettano le giustificazioni statunitensi sulla morte di Calipari o su stragi come quella del Cermis. Si lasciano circolare e spadroneggiare per tutta Italia gli agenti CIA che usufruiscono delle Basi militari come sedi strategiche e di “formazione”. Infatti nello specifico del rapimento dell’Imam Abu Omar è stata usata quella di Aviano.

Il Governo però non ne sa niente, anche se l’Imam era tenuto sotto controllo dalla Digos. Non ne sa nulla neppure Enzo Bianco (ben pagato) per presiedere il Copaco, quella farsa di Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti che alla notizia ha deciso di aspettare le comunicazioni del governo…

Ma la CIA è in buona compagnia.

Per qualche contraddizione è emersa la rete clandestina, una struttura segreta, formata da poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, ex appartenenti alla Gladio, mercenari (vi faceva parte anche Quattrocchi) e fascisti, un clima da squadroni della morte.

I capi Saya e Sindoca, oltre ad essere massoni (ex P2, la stessa di Gelli e di Berlusconi), sono i capi della “destra nazionale nuovo Msi” e stavano proprio in Toscana, quella regione che si preoccupa di cacciare dalle spiagge i venditori ambulanti stranieri “per sicurezza”, e che permette ai fascisti di Forza nuova di scendere in piazza ed aprire sedi.

E sempre nella ricerca della legalità, termine sempre più usato, il potere ricorre a controlli su provider utilizzati dalla sinistra antagonista e da nuova unità attaccando il diritto di espressione.

E di nuovo si intrecciano potere, eversione reazionaria, servizi segreti nostrani e stranieri. E la storia d’Italia ne è piena, a partire dalla strage di Portella delle Ginestre, “madre” di tutte le stragi di Stato del nostro dopoguerra.

Il tutto conferma la necessità di rafforzare il movimento antifascista e antimperialista ed applicare la massima vigilanza.

 

 


24 maggio 2005 ufficio stampa
Cuba

A proposito delle espulsioni dei giornalisti
Nota dell'Ambasciata cubana in Italia

In base alle norme internazionali ed agli accordi bilaterali, nessun cittadino può entrare nel territorio di un altro Stato senza aver previamente ottenuto un visto, qualunque sia il motivo del viaggio: per turismo, per lavoro, per studio o anche per ragioni di salute. Naturalmente, la Repubblica di Cuba ha un proprio regolamento migratorio assistito dagli strumenti giuridici che il paese si è dato.
Recentemente, gli organi di stampa italiani Corriere della Sera e La Repubblica, entrambi al corrente dei regolamenti esistenti nel nostro paese concernenti lo svolgimento dell'attività giornalistica da parte di professionisti stranieri, hanno mandato a Cuba dei loro inviati provvisti soltanto di tessera turistica con la deliberata intenzione di violare i suddetti regolamenti, come é stato ampiamente dimostrato dal modo di agire di tali inviati nel territorio nazionale cubano dove, fin dal primo momento, essi hanno svolto attività giornalistica. Nessuno dei due inviati rimpatriati aveva chiesto il corrispondente visto per l'ingresso nella Repubblica di Cuba.
Di conseguenza, le autorità cubane competenti hanno proceduto ad agire in base alle leggi vigenti che regolano l'esercizio dell'attività della stampa estera a Cuba. Entrambi gli organi di stampa, nel violare le leggi di un altro Stato e in aperta provocazione verso le nostre autorità, hanno con ciò dato dimostrazione di un atteggiamento irresponsabile.
Per quanto riguarda il Corriere della Sera, il caso è ancora più grave dato che tale quotidiano aveva ricevuto un chiaro segnale secondo cui le autorità cubane non avrebbero permesso l'ingresso nel paese di un inviato che non avesse presentato neanche la richiesta di accredito, come occorso in una precedente occasione, quando un altro giornalista dello stesso organo di stampa era stato reimbarcato.

Il trattamento informativo dato a tali fatti ha scatenato una nuova campagna contro Cuba, facendo intendere all'opinione pubblica che era stato impedito a due giornalisti l'esercizio della loro professione, mentre si è taciuto sui veri motivi che hanno provocato il loro rimpatrio, e cioè la violazione delle leggi del nostro paese. È inoltre passato sotto silenzio il comportamento disonesto, manipolatore e poco obiettivo che, come in tante altre occasioni, viene applicato contro Cuba dai mezzi di informazione.

A differenza di quanto sopra segnalato, organi di stampa italiani (tra cui un importante canale televisivo) che, nel rispetto dei regolamenti vigenti, hanno fatto richiesta di inviare un loro gruppo per svolgere attività giornalistica in questo periodo, hanno ottenuto l'autorizzazione ed il relativo visto. Ciò pone in evidenza chiaramente la nostra disponibilità ad accogliere e a lasciar lavorare ogni professionista che agisca seriamente rispettando le istituzioni e le leggi cubane.


19 maggio 2005 ufficio stampa
4 SI

REFERENDUM 12-13 GIUGNO
VOTIAMO 4 SÌ

- Sì contro l’oscurantismo clericale e il governo reazionario
- Sì contro la strumentalizzazione politica e la rimessa in discussione della 194 (legge sull’aborto)
- Sì contro il divieto di ricerca scientifica, speranza di tanti malati di diabete, cancro, Parkinson e Alzheimer
- Sì contro la demagogia del fascista Fini che in Parlamento si è battuto per l’approvazione del testo blindato della Legge 40 e a distanza di qualche mese dichiara di votare 3 sì

lottiamo però per una società che garantisca
la libertà di scelta sulla maternità

nuova unità

rivista comunista di politica e cultura
via R. Giuliani, 160r – Firenze – tel. 055450760
nuovaunita.Firenze@tin.it

redazione@nuovaunita.info
www.nuovaunita.info


25 aprile 2005 ufficio stampa
25 Aprile

È ANCORA RESISTENZA!

 Quest'anno il 25 Aprile è tornato alla ribalta guadagnando pagine di giornale, trasmissioni radio-televisive, dibattiti, iniziative di scuole ed enti locali. Non lo si deve solo al 60° anniversario, ma al tentativo di capovolgere il significato di questa data.
La Resistenza è stata il punto più alto di capacità egemonica raggiunta dal movimento operaio italiano nella storia nazionale e nella lotta di classe vissuta dalle masse lavoratrici guidate dal Pci, unico partito che ha retto il fronte della ventennale lotta, nella clandestinità, contro la dittatura fascista. Non ci sarebbe stata, infatti, la Resistenza  senza l'antifascismo precedente della lotta della classe operaia e del proletariato che hanno conosciuto l'orrore del nazi-fascismo e hanno pagato a caro prezzo sia in fabbrica che sul territorio.
La vittoria del 25 Aprile 1945 ha aperto una strada, la prospettiva che, soprattutto per i giovani, deve essere un punto di partenza. Gli ideali della Resistenza conservano in pieno il loro valore rivoluzionario perché ieri si trattò di abbattere il fascismo e il nazismo e di conquistare la libertà, nella prospettiva di costruire una società socialista di liberi ed uguali. Oggi la Resistenza - che non è solo celebrazione e neppure lotta di un tempo passato - si propone di portare a compimento quel processo di rinnovamento. Resistenza oggi è difendere l'antifascismo dalla politica del governo Berlusconi, dagli attacchi della destra e dalla sua produzione ideologica che nega e mistifica il passato per riscrivere la storia e i testi scolastici. Al Ministero degli esteri c'è il fascista Fini, braccio destro di quell'Almirante che fu giudicato dagli stessi tribunali torturatore di partigiani, e che era alla direzione delle Forze di polizia, a Genova nel 2001, dimostrando capacità degne di Pinochet.
Un governo che, dopo aver violato l'art.11 della Costituzione portando l'Italia in guerra contro l'Afghanistan e l'Iraq (alla Yugoslavia ci aveva pensato il governo del centrosinistra), la smantella e la riscrive in senso autoritario, imponendo un ordinamento fondato sul governo individuale e personale di un capo e cancellando quei principi democratici (grazie a modifiche già attuate dal centrosinistra) peraltro mai attuati completamente.
Nel 60° della Liberazione:
- AN presenta la proposta di legge per equiparare efferati assassini della Repubblica di Salò, alleati dei nazisti tedeschi, ai partigiani liberatori;
- Mantica urla il suo "basta con l'antifascismo";
- La Russa vuole cancellare il 25 Aprile perché nel frattempo sono state inserite il 10 febbraio (giornata della memoria), il 2 giugno, il 9 novembre (giornata della libertà), date considerate feste della Repubblica e dell'unità nazionale;
- all'Anpi vengono tagliati i fondi per la propria esistenza e per le celebrazioni del 60°;
- aumenta la produzione editoriale e televisiva che mescola e strumentalizza il passato come con le foibe;
- l'informazione stravolge la realtà ad uso e consumo del governo;
- proliferano gruppi fascisti che, forti della copertura governativa, aprono sedi e distruggono quelle di sinistra, sprangano i militanti, provocano.
Ma l'antifascismo va difeso anche dal revisionismo di quella "sinistra" che, per dimostrare di essere nuova e buona, offusca la coscienza di classe con le dichiarazioni di Violante sui "ragazzi di Salò"; considerando totalitaristi i paesi come l'Urss che, con l'Armata Rossa e pagando 20 milioni di morti, ha determinato la caduta del nazismo. Su questa strada potrebbe arrivare a tacere, o peggio accettare, la proposta europea (caldeggiata da Frattini) di paragonare i simboli macabri della repressione e della dittatura fascista con la falce e il martello simboli del lavoro e del riscatto dalla sfruttamento padronale.
Il 25 Aprile è pure un momento di riflessione sulla catena di orrende stragi che dal dopoguerra, in aperta collusione con il restaurato potere della borghesia capitalista, hanno insanguinato per decenni piazze e strade d'Italia grazie anche alla presenza sul nostro territorio delle basi Usa e Nato, vere e proprie centrali di addestramento per l'eversione fascista, supporto dei servizi di sicurezza e spionaggio, basi logistiche per le guerre  e depositi di micidiali armi di distruzione di massa.
Il fascismo non è un incidente della storia. È lo strumento che la borghesia capitalista usa per opprimere e schiacciare la classe operaia e le masse popolari quando non è più in grado di mantenere il proprio potere col sistema democratico-borghese. Impegnati nelle lotte di oggi non sottovalutiamo il pericolo fascista che va combattuto su tutti i terreni nei quali si manifesta.
Per noi comunisti ricordare la Resistenza significa ricordare la lotta armata dei partigiani che si sono sacrificati per liberare l’Italia dalla dittatura di Mussolini e dall’aggressore nazista con l’aspirazione di liberarci da ogni forma di sfruttamento ed oppressione. Questa lotta ha dato vita alla Costituzione repubblicana e per questo ne difendiamo i principi. Ma la resistenza continua per portare a compimento le aspirazioni di classe che l’hanno animata nella lotta contro il capitalismo e i suoi governi. Ci battiamo per la cacciata delle basi Usa e Nato e per il ritiro delle truppe straniere dall’Iraq; combattiamo la nascita del nuovo polo imperialista europeo e la sua Costituzione reazionaria.
Viva il 25 Aprile, viva la Resistenza
Morte al fascismo, libertà ai popoli
Ora e sempre Resistenza 

 


3 aprile 2005 ufficio stampa
la morte del Papa

Un bell’esempio di dittatura mediatica e idolatria oscurantista!
Il papa è morto, del resto non poteva essere sostituito se non moriva. Nelle regole del Vaticano non è prevista la sostituzione del papa neppure se è demente. Una morte avvenuta come la sua vita, in funzione della destra.
Una morte gestita abilmente dal Vaticano per creare pathos e poter mettere in moto la macchina organizzativa e commerciale.
Contemporaneamente si è scatenato il servilismo. Da destra a sinistra tutti ad incensare questo individuo, già santo, che ha contribuito a far cadere gli ordinamenti socialisti, puntando sull’anello debole, la Polonia (finanziando largamente Solidarnosc e altro) ma che ha anche avuto il merito di creare una valanga di poveri, di prostituzione e di bambini (… a lui tanto cari!!) abbandonati in miseria (come i vecchi) in tutti i paesi dell’Est Europa.
Il Governo, i cui ministri brillano per i pluridivorzi, la concezione allegra e superficiale della vita, che riconoscono solo il dio denaro e considerano l’individuo solo per quello che ha nel portafoglio, si è riunito di domenica per stabilire tre giorni di lutto con sospensione dello sport e dei programmi televisivi sostituiti da un palinsesto degno di radio vaticana, e per gestire l’arrivo dei pellegrini a Roma.
Il tutto, compresa l’anticipazione della chiusura della campagna elettorale, condito da speculazioni e strumentalizzazioni politiche anticomuniste.
Veramente schifosa la corsa dei mass-media, soprattutto radio-televisi, per arrivare primo, cavalcando l’emotività voluta dal Vaticano con l’aggiunta di una vergognosa campagna elettorale indotta.
Si è sentito di tutto e di più anche se le cose erano le stesse rimescolate e tritate da giornalisti che si sono lasciati andare - quando non addirittura al pianto – a commenti, giudizi e accuse al totalitarismo comunista, in barba alla professionalità e all’obiettività della stampa! E hanno fermato il mondo. Non più notizie – anche se ultimamente sono sempre meno – da nessuna parte, su alcun argomento.
In tutti i casi uno sfruttamento della gente che, intervistata, ripeteva ciò che i mass-media e la Chiesa, le ha messo in bocca, ritornelli sentiti da sempre ed assimilati: il papa contro la guerra, a favore dei giovani; del dialogo intrareligioso. Ma chi è tanto cattolico perché piange? Perché si dispera? Se davvero credono nel paradiso siano contenti che c’è qualcuno che può andarci!
Altrettanto indecente l’allineamento di certi sportivi, a partire dai piloti di Formula uno, che si sono lanciati in dichiarazioni completamente estranee alle loro scelte di vita.
Questo papa che, proprio perché ha conosciuto il pesante lavoro di fabbrica, ha deciso di diventare qualcuno: prima ha provato cavalcando le scene locali, poi quelle internazionali. Facendo sempre ciò che gli piaceva: viaggiare, sciare, riposare, studiare!
Dietro l’apparenza creata dall’uso sapiente dell’immagine è stato un misogino e reazionario che nel 1991 allo scoppio della guerra in Jugoslavia ha definito “legittime le aspirazioni del popolo croato”, di quei croati (cattolici) che hanno compiuto i crimini più efferati con il rosario al collo. Che chiedeva ai benestanti di aprire il cuore ai bisognosi confermando l’esistenza dei ricchi e dei poveri. Che ha santificato, tra i tanti, il reazionario Pio IX e il fondatore fascista dell’Opus dei, Escriva; di Pavelic sostenitore degli ustascia. Non ha aperto nessuna porta, come i suoi predecessori, all’uso del preservativo, della pillola, né all’aborto o al divorzio (sebbene la gran parte dei suoi sostenitori sia divorziato).
Sicuramente i capitalisti gli devono molto.
Ora, morto un papa se ne fa un altro, come si dice. Un altro che si inserisca nella continuità anticomunista. Tra un Tettamanzi e un Lustiger, il meglio per l’imperialismo sarebbe un papa cubano. Ciò che non distrugge Bush, forse lo può il clero.  All’Avana Ortega y Alamino Jaime Lucas ha già l’onore delle prime pagine.
Ma nonostante tutti i tentativi, gli inganni, le mistificazioni ecc. non finirà, il comunismo è l’unico bene per le masse popolari, è l’unico modo per sconfiggere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e non può morire. E sarà capito. È solo questione di tempo.

 

 


7 marzo 2005 redazione
Giuliana liberata

COMMENTO A CALDO

Giuliana Sgrena è stata liberata. Ne siamo tutti contenti, e per questo abbiamo manifestato, perché è una giornalista schierata contro la guerra, ma anche di quelle che cercano di conoscere la verità “sul campo” e non leggendo veline al seguito delle truppe statunitensi. Ma, mentre veniva trasportata all’aeroporto, una pattuglia statunitense spara e uccide il funzionario del Sismi, ferisce un altro agente e Giuliana.
Immediatamente si è messa in moto la macchina mediatica per far emergere che un “servitore dello Stato” è morto per una pacifista e per creare quell’emotività che umanizzi il lavoro dei servizi segreti e portasse a quella mobilitazione che ha elevato Calipari al rango di eroe. E che, ad arte, indirizza le notizie sul pagamento del riscatto e sull’aver difeso la vita di Giuliana. Notizie che disorientano, basta ascoltare le trasmissioni dove telefona la gente. C’è addirittura chi è convinto che le due Simona sono state liberate da un blitz dei soldati americani.
Calipari svolgeva il suo lavoro ed è morto per “fuoco amico”, a causa degli alleati, o meglio, dei padroni visto il rapporto Governo italiano-amministrazione Bush. Non ci associamo al coro demagogico ed ipocrita. Il fatto che sia morto, non per liberare la Sgrena, ma per l’arroganza degli occupanti dell’Iraq, non alleggerisce il ruolo dei servizi segreti che non sono amici dei comunisti. E noi, a differenza di Bertinotti sempre più socialdemocratico, non esaltiamo il ruolo degli 007.
Berlusconi, viso contrito, appare in tv per dire di aver chiesto spiegazioni. Lacrime di coccodrillo.
Ma quale spiegazione?
Quale verità in questo paese di stragi impunite?
Ciò è bastato per ricevere l’elogio di Sansonetti che parla di comportamento da statista; di Bertinotti: “Berlusconi si è comportato da buon politico”; di Curzi “Berlusconi si sta comportando bene”; della Rossanda “Perfino Berlusconi ha chiesto che i responsabili paghino” ecc. ecc.
Cosa devono chiarire gli Usa se il Pentagono ha già attribuito la colpa alla disorganizzazione degli italiani?
Manovre per conquistare l’opinione pubblica.
Mera speculazione politica, perché la verità non uscirà, come in altre innumerevoli occasioni e i colpevoli – che non possono essere giudicati da tribunali non americani - non saranno puniti, come è stato per la tragedia del Cermis. Anzi il pilota accusato, intoccabile, ha fatto carriera.
Cossiga, avvezzo alle esternazioni, dice “Quando si è in guerra è secondario liberare gli ostaggi”. Siamo in guerra, dunque, e allora come la mettiamo con l’art.11?

Tra le tante cose che emergono c’è anche quella che non è la prima volta che in quel punto i soldati sparano prima di fermare l’auto per il controllo. Notizie tenute nascoste. Eppure hanno detto che la guerra è finita!
Ogni giorno muoiono sul posto di lavoro centinaia di operai, per le decine e decine di morti a causa del mesioteloma provocato dall’amianto non c’è colpevole. Per questi lavoratori non ci sono messe solenni né mobilitazioni delle alte cariche dello Stato, né telegrammi del Papa. Per loro non ci sono continue trasmissioni radio televisive, non ci sono paginate di giornali. Eppure lascino le mogli, le madri, i figli ecc. e li lasciano in condizioni economiche disperate e… senza medaglia d’oro. È veramente un’offesa!
Invece di denunciare la facilità con cui sparano i soldati americani e, ancora una volta, riconoscere che l’Iraq è occupato anche la “sinistra” - che ovviamente respinge la tesi dell’agguato - cade nella trappola dell’incidente, dell’errore, della mancanza di comunicazione.
Doveva morire Giuliana o Calipari? L’interrogativo è d’obbligo.


19 febbraio 2005 ufficio stampa
manifestazione

ora e sempre Resistenza
Incontro nel ricordo
del compagno Angiolo Gracci, Comandante "Gracco"
sabato 12 marzo
ore 10-17
presso la Casa del Popolo XXV Aprile
via Bronzino, 117
Firenze
redazione nuova unità
rivista comunista di politica e cultura
collettivo Antinebbia-Valdarno

 

 


10 gennaio 2005 redazione
antifascismo

BASTA CON LA PROPAGANDA!

Riprendiamo la lotta contro la destra e la sua cultura che sta invadendo tutti i campi e cambiando la storia
Il giorno del ricordo è il giorno della memoria falsificata e lottizzata. La campagna sulle foibe, oggi così centrale, è iniziata con la disgregazione dell’ex Jugoslavia. Si attribuiscono ai comunisti, partigiani titini tutti i mali e le responsabilità, in realtà questi “ricordi” e “memorie” servono a riabilitare il fascismo dei figli del torturatore di partigiani e razzista, Almirante, e che al governo, stanno cambiando la storia a loro vantaggio; serve a riabilitare repubblica e repubblichini di Salò e denigrare la Resistenza.
Governo, AN, la destra riprendono e strumentalizzano le notizie della propaganda nazifascista (e la “sinistra” cade nella trappola). E allora si nega che prima del 1938 la popolazione jugoslava fu cacciata dalle terre dove risiedeva da secoli; che le sue attività e beni furono confiscati. Coloro che si ribellarono furono incarcerati come sovversivi grazie al codice Rocco secondo il quale ogni voce di dissenso contro il fascismo era soggetta all’accusa dia associazione sovversiva e punita con l’incarcerazione o il confino.
Si nega che nel 1941 le truppe nazifasciste causarono la morte di 40mila persone e che, con il regno della Croazia affidato ad Aimone di Savoia, iniziò una durissima repressione nei confronti delle popolazioni jugoslave, rastrellamenti di massa di comunisti, donne, bambini, vecchi e nomadi. Chi non era ucciso subito veniva trasferito nei lager e lasciati morire di fame. È in queste condizioni che si è sviluppato il movimento partigiano jugoslavo che è cresciuto nel 4 anni (‘41/45) di centinaia d stragi compiute dai nazifascisti, paesi bruciati e rasi al suolo in tutto il territorio jugoslavo dove il fascismo ha occupato con l’esercito seguendo gli stessi sistemi tedeschi di stragi e rappresaglie.
La sola conquista del Montenegro è costata 5mila partigiani uccisi, 7mila feriti, 10mila uomini e donne internati nei campi di concentramento.
Blocchiamo il processo di fascistizzazione, impediamo il ritorno del fascismo

 


15 dicembre redazione
editoriale

L’INFORMAZIONE DI CLASSE
CONTRO IL POTERE DELL’INFORMAZIONE
di Carla Francone

In un’iniziativa organizzata a fine novembre con le edizioni Antinebbia abbiamo trattato lo spinoso argomento dell’informazione di classe che si è poi articolato nelle difficoltà incontrate dalla editoria indipendente. Gli interventi delle relatrici hanno dimostrato, e documentato, la faziosità e la manipolazione dell’informazione, la mancanza di verità, gli intrecci dei colossi editoriali e dei gruppi finanziari. Hanno dimostrato che, nella società capitalista in cui viviamo, l’informazione è potere, è uno strumento nelle mani di chi detiene il potere che usa per condizionare e influenzare a proprio beneficio l’opinione pubblica. Quindi le idee dominanti della nostra società sono le idee delle classi dominanti. Si può parlare di libertà di stampa ci siamo chiesti? La libertà di stampa – come ogni altra libertà – è legata alla libertà di vivere in un sistema sociale dove non ci si arricchisce sulle spalle altrui e, quindi, dove non ci sia la possibilità oggettiva di sottomettere direttamente o indirettamente la stampa al potere del denaro. Che senso ha parlare di pluralismo, di riforma dell’informazione, di conflitto di interessi o di libertà di stampa come fanno i revisionisti? Per noi comunisti il problema è quello di andare oltre, al cambiamento della società, dei rapporti di forza e, di conseguenza, dell’informazione. Lenin diceva che bisogna togliere al capitale la possibilità di acquistare case editoriali, corrompere, superpagare – accaparrandoseli - certi giornalisti malati di protagonismo, di assoldare scrittori (e oggi ce ne sono molti), bisogna togliere i mezzi di produzione, le tipografie e perfino la carta. Ciò significa che senza una lotta rivoluzionaria di massa per la libertà della stampa comunista (e non semplicemente della stampa) non si ha libertà come di nessun altra libertà.
Alla borghesia non è bastato contribuire e prendere atto con gioia al crollo dei paesi dell’Est. Vuole affossare l’idea stessa del socialismo e fare tabula rasa del patrimonio culturale ed ideologico della classe operaia. Siamo bombardati (anche dalla “sinistra”) dal concetto che le ideologie sono superate, ma nel frattempo si impone l’ideologia borghese. All’interno del coro generale di negazione e occultamento della realtà, inoltre, le forze più reazionarie conducono una campagna subdola e pericolosa: il travisamento della storia più recente, dell’antifascismo e della lotta di Liberazione, l’attacco alla Resistenza mettendo sullo stesso piano partigiani e fascisti.
Ecco perché è così difficile, lunga e complessa la lotta ideologica e culturale che noi comunisti incontriamo nel propagandare la nostra concezione del mondo e come i risultati di questa lotta siano legati ai rapporti di forza tra le classi e, in definitiva, alla vittoria finale del proletariato sulla borghesia.
Ecco perché è di fondamentale importanza difendere e sostenere un giornale comunista come il nostro. Sì siamo per un’informazione di classe, ma informazione comunista, quella che è in grado di dare strumenti di emancipazione dallo sfruttamento e dall’oppressione e per questo resistiamo nonostante tutte le difficoltà. Per trasmettere la concezione del mondo dei comunisti che, se non diventerà anche patrimonio della classe operaia e dei lavoratori, non ci porterà ad alcun cambiamento. E l’informazione continuerà ad essere gestita dal potere borghese che influenzerà larghi strati di massa con la propria visione del mondo.
Alla fine di un altro anno, anno in cui abbiamo cercato, ancora una volta, di mantenere viva la nostra voce sebbene non siamo riusciti a sostenere ciò che ci eravamo prefissi. Vere e proprie campagne contro l’imperialismo e tutti i suoi danni; contro il rigurgito fascista e per la costituzione del Partito comunista.
Campagne di solidarietà ai popoli, contro le discriminazioni e la repressione (a partire da Mumia Abu Jamal, che è entrato nel 24 anno di detenzione e che è completamento ignorato dai mass-media).
I nostri lettori si sono resi conto che non abbiamo raggiunto i 10 numeri, ma i costi, gli aumenti di carta e delle tariffe postali ci strangolano (e comunque manteniamo le stesse tariffe di abbonamento). Sono comunisti e in quanto tali sanno di non essere “clienti” ma artefici di un giornale comunista portato avanti su basi esclusivamente volontarie.
A questi lettori, ai compagni, ai comunisti ci rivolgiamo per chiedere - nonostante la crisi che ci attanaglia e che ci fa vivere di sacrifici - uno sforzo di sottoscrizione ed il sostegno per il nostro giornale, per mantenere viva una voce di classe, comunista. Chiediamo di partecipare al miglioramento del nostro giornale (scaricabile anche da internet: www.nuovaunita.info) per contrastare l’informazione e la cultura della borghesia, ma anche per mantenere viva una voce rivoluzionaria che aiuta ad organizzarsi, a lottare fino a capovolgere i rapporti di forza.


11 settembre 2004 redazione
editoriale n. 5

Resistenza e trappole
di Carla Francone

Il 28 luglio in piena estate abbiamo avuto la bella notizia che siamo più giovani e più sani e, quindi, possiamo lavorare ancora per decenni dopo i primi 40 anni. La notizia si è aggiunta ad una serie di altre buone: milioni di italiani sono in ferie, si affaccia la ripresa dei consumi, la benzina costa poco diminuiscono le tasse, gli incidenti e i morti sulle strade. Quest’anno non muoiono neppure i vecchi che, grazie alle idee brillanti del ministro della Salute, sono stati “trasferiti” negli ipermercati e prendere il fresco e nelle caserme per vincere la solitudine. Non si sono abbandonati gli animali e persino il mare era più pulito.
Il Governo è positivo, ottimista e… guerrafondaio. Occupa l’Iraq partecipando ad azioni di guerra mascherate da operazioni di pace, in piena sintonia con la posizione imperialista della guerra preventiva – che non è iniziata col fatidico 11 settembre 2001 – e agisce di conseguenza.
Il 20 luglio, nel terzo anniversario della morte di Carlo Giuliani e di tutto ciò che di vergognoso successe a Genova, Ciampi ha inaugurato l’ammiraglia, la portaerei Cavour, la più grande nave che la Marina militare italiana abbia mai avuto. Esternazioni nazionalistiche in un discorso carico di retorica militare e di “aspirazione a ruoli strategici”, ovvero ci attrezziamo per entrare in guerra. E l’art. 11 della Costituzione? E quanto è costata questa nave strumento di guerra? Quanto costano gli eurofighter arrivati in sostituzione dei caccia F104 (che il ministro Castelli pilota quando è in ferie)? Quanto ci è costato il riscatto dei mercenari? Quanto ci costano i militari all’estero? Quanto costano i piani antiterrorismo: dagli agenti del Mossad al porto di Livorno al bunker di Berlusconi, al potenziamento delle basi Usa e Nato sul nostro territorio? Ma quanto ci costa anche la clientelare gestione di 1500 dipendenti di Palazzo Chigi ai quali recentemente sono stati concessi 2 milioni di aumento, buoni pasto a 6,40 euro e polizza assicurativa integrativa?
Tanto poi i tagli, con l’ennesima maxi stangata sulla pelle delle masse popolari arrivano con il Dpef. E sono le stesse statistiche a dimostrare che gli italiani sono sempre più poveri, che il crollo dei consumi non è mai stato così basso dal 1966, tanto che metà italiani si sono limitati a ferie economiche e pure i saldi hanno fatto flop.
Sempre più fedele alleato di Bush l’attuale reazionario esecutivo ribadisce la validità della scelta aggressiva contro l’Iraq. Approfitta dei rapimenti per affermare la sua posizione di fermezza e attaccare la resistenza di un popolo intenzionato a liberarsi dagli occupanti. Perché i rapimenti delle due Simona, di Enzo Baldoni (sacrificato coscientemente) e dei due giornalisti francesi sono funzionali solo al potere borghese, come lo è stato l’11 settembre. Queste vicende – che ci ricordano molto le attività degli “squadroni della morte” tipici dell’America latina – sono utilizzate per delegittimare la resistenza irachena, influenzare l’opinione pubblica occidentale contro chi la sostiene e ricompattare il fronte politica interno sulla validità dell’intervento. Trappola in cui ovviamente è caduto l’Ulivo, ma nella quale è rimasto subito Bertinotti che finora – seppure con dei distinguo rispetto alle nostre posizioni – ha partecipato al fronte contro la guerra e per il ritiro delle truppe dall’Iraq, peraltro molto conveniente sul piano elettorale. Prese di posizione che premiano le scelte guerrafondaie e antipopolari della triplice Bush, Blair, Berlusconi.
A fronte di un Governo demagogico, millantatore e imbroglione c’è la gente, quella che lavora, che arriva a fine mese a suon di rinunce e che si scontra ogni giorno con le mille difficoltà della burocrazia e della mancanza dei servizi. Ci sono 150mila bambini costretti a lavorare. C’è la crisi del mondo del lavoro, con le morti, la chiusura delle fabbriche; lo spostamento della produzione nei Paesi dell’Est europeo, in Cina e persino in Australia. C’è la messa in Cig e migliaia di licenziamenti: dall’Alfa Romeo alla Fiat, dalla Piaggio al tessile, ai trasporti. C’è un attacco diretto alle conquiste che ci accomuna ad altre situazioni in Francia e Germania. Tutto in nome della ricerca del massimo profitto da parte dei capitalisti.
C’è il rischio che si vada oltre un autunno caldo. Ecco allora il Governo che prende provvedimenti (preventivi com’è ormai la tendenza!) basati sulla psicosi del terrorismo interno e internazionale e sullo spettro dell’alleanza marxisti leninisti e anarchici. Un ritornello ormai per il ministro Pisanu che ignora o forse gli fa comodo non sapere che questa alleanza non ha riscontro storico. Quello che sa è che il pericolo, per la classe borghese, sono i comunisti e la classe operaia coscienti e organizzati nel loro Partito. Allora deve rimescolare le carte promulgando leggi oscurantiste, stravolgendo la storia, affermando una cultura individualista e meschina; sfruttando e strumentalizzando l’informazione con martellamenti e menzogne. Fino ad ignorare gli anniversari della Liberazione dal nazifascismo, fondamento essenziale della nostra identità, e di conseguenza tagliare le radici che ci legano alla lotta antifascista. È proprio di questi giorni, nel Sessantesimo, il taglio del 55% del finanziamento (già ridotto del 10% nel 2002) dell’Anpi, che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo, vista l’influenza revisionista su questa associazione) testimoniare la memoria storica della Resistenza. E, puntuale, è arrivata da An la proposta di legge per il riconoscimento dello status di “belligeranti” ed “ex combattenti” ai reduci della Repubblica di Salò. Tutto ciò non è un caso.

(dal n.5 di nuova unità 2004)


3 luglio 2004 redazione
editoriale

IRAQ
La lotta deve continuare

Qualche mese fa la RAI ha ritirato dall’Iraq alcuni giornalisti perché ritenuti pro resistenza. Il fatto non sussiste, ma il centrosinistra continua a preoccuparsi del conflitto di interessi contando quante volte Berlusconi appare sulla Tv di Stato, cosa del tutto normale, considerando che è presidente del Consiglio. Non si preoccupa, invece, dei terribili servizi di Monica Maggioni che, al seguito delle truppe angloamericane fin dall’inizio della guerra si limita a leggere le veline, cioè le notizie favorevoli agli interessi di invasori e alleati. Delle torture, delle quali si è venuti a conoscenza tramite mass-media stranieri (o probabilmente tenute appositamente nascoste), dopo aver inondato i giornali sono sparite; sulla violazione della stessa Convenzione di Ginevra si tace (come a Guantanamo, o nelle carceri israeliane). Gli Stati Uniti, ovviamente all’oscuro di tutto (come il governo italiano!), prima decidono di ammodernare il carcere dandogli un nome nuovo e poi di abbatterlo. Così con le macerie si eliminano anche le prove. Nel frattempo avanzano le “nuove figure”: il presidente Ghazi Al Yawar che dice “chi ha fatto parte della resistenza contro l’occupazione Usa (allora resistenza è! – ndr) ora dovrebbe dimostrare di essere un vero patriota. Siamo pronti a concedere l’amnistia. E il primo ministro Iyad Allawi. La Contini, il governatore italiano che si è insediata promettendo la creazione di migliaia di posti di lavoro (mai visti), piange al passaggio dei poteri (o forse per la perdita del compenso) e Bush arriva al vertice Nato con il biglietto di annuncio firmato Condoleeza Rice dove aggiunge “Che la libertà regni”.
Il meccanismo è il solito. Come strumento degli Usa sono stati Bin Laden e Saddam Hussein ora lo è Iyad Allawi. Ex medico e uomo d’affari sciita, esule a Londra dal ’71 è noto per essere legato alla Cia e al M16. Nel suo primo discorso ha subito messo le cose in chiaro: “Avremo bisogno della partecipazione delle forze multinazionali per sconfiggere i nemici dell’Iraq. Entreremo in una coalizione coi nostri alleati per portare a termine questo obiettivo”. È così che la tanta sbandierata libertà dell’Iraq, ora paese normale (!?) e del nuovo vero governo degli iracheni si traduce in presenza certa di basi Nato (che addestrerà le forze di sicurezza) e di militari statunitensi (sono già pronti altri 25mila), in limitazione delle libertà – è lo stesso vicepresidente Jaafari a dire “dovremo rinunciare a qualcuna delle nostre libertà pur di riportare l’ordine nel paese” -, in repressione e perfino in pena di morte. Si conferma anche la presenza dell’esercito dei mercenari. Cosa cambia dunque per l’Iraq? Cambia il burattino. L’abbiamo già visto e l’abbiamo a suo tempo detto ai compagni iracheni: o si ha la forza di fare una rivoluzione e di capovolgere Saddam Hussein o se si pensa, come loro pensavano, che gli americani sarebbero stati utili per abbattere il dittatore e, in un secondo tempo, avrebbero sconfitto gli Stati Uniti, sarebbe stato enormemente difficile.
In Italia abbiamo fatto la Resistenza, cacciato il nemico straniero, giustiziato il dittatore Mussolini, ma abbiamo le Basi Usa e Nato. Le ha volute De Gasperi, la Dc e tutti coloro scesi a compromessi nel momento della ricostruzione del Paese. Dopo 50 anni di lotte, non solo non siamo in grado di buttare fuori questa occupazione straniera del nostro territorio (e tantomeno di uscire dalla Nato), nonostante sia da sempre un obiettivo dei comunisti e del movimento antimperialista, ma, proprio in questo periodo, sono allargate, ammodernate e rafforzate.
Comunque in Iraq una Resistenza c’è e ha messo in crisi l’occupazione e Bush, in corsa per la rielezione, ha bisogno di una nuova strategia per il controllo sull’Iraq. Che continua in altre forme. Da quando è presidente (e prima ancora visti i brogli della Florida) ne ha combinate veramente di tutti i colori, anche per lo stesso elettorato americano: ha scatenato una guerra in Yugoslavia, in Afghanistan, ha mentito sulle armi di distruzione di massa in Iraq; ha presentato una nuova guerra come una passeggiata ma che ha prodotto, oltre a migliaia di morti civili iracheni e danni incalcolabili, più di 1000 morti americani (che non fanno più notizia). Ha dovuto affrontare le torture contro gli iracheni alle quali si aggiungono quelle contro gli afgani nel Paese e a Guantanamo. Per non parlare della gestione dell’11 settembre.
Comunque il cambiamento in Iraq – come un eventuale cambio a Washington - non deve farci desistere dalla nostra lotta. Gli imperialisti proseguono nello sfruttamento e nel dominio di tutto il mondo. Powell, che dopo un anno ha confessato i suoi dubbi sull’arsenale di Hussein, è già stato in Sudan (preceduto dalla Boniver che ha portato, a suo dire, miliardi del governo italiano). Un altro intervento umanitario?. No, un buon mercato. In questo paese il petrolio ha un’alta qualità per il basso tasso di zolfo. Gli Usa hanno già le mani sull’Africa: in Nigeria, in Ciad dove, l’oleodotto è finanziato da un consorzio formato anche da Petronas, ExxonMobil, Texaco e dalla… Banca mondiale.
Non è un caso che la Tv dello Stato Berlusconi-Fini abbia iniziato a trasmettere servizi sull’Africa e le “sue” disgrazie. 

Carla Francone

(da nuova unità n. 4/2004)

 


27 maggio redazione
4 giugno
FUORI BUSH DALL’ITALIA
VIA IL GOVERNO BERLUSCONI
Insieme occupano, bombardano, rapinano, torturano, uccidono
L’aggressività dell’imperialismo americano per il dominio sul mondo cresce con l’appoggio dei suoi fedeli alleati coinvolgendo il nostro paese in avventure belliche.
Il complesso militare-industriale degli Usa è interessato alle guerre per trarre i massimi profitti.
Ma i costi e le conseguenze delle guerre si ripercuotono sulla popolazione con l’attacco ai salari, alle pensioni, alla sanità, alla scuola; con il carovita, la disoccupazione, lo sfruttamento, la repressione
MOBILITIAMOCI CONTRO

  • le spese militari
  • la politica di guerra
  • le basi Usa e Nato in Italia ed in Europa
  • l’invasione di Iraq e Afghanistan
  • il sionismo israeliano in Palestina
  • le liste nere e i paesi canaglia
    Contro l’imperialismo e con la Resistenza dei popoli che lottano in tutto il mondo per la propria liberazione

18 maggio 2004 ufficio stampa
no al genocidio

BASTA CON IL GENOCIDIO DEI PALESTINESI
In lotta a fianco di tutti i popoli contro l'imperialismo

Mentre intellettuali, giornalisti e politicanti attaccano Cuba che cerca disperatamente di difendersi dall'attacco dell'imperialismo Usa che - oltre all'embargo economico - vorrebbe ridurre l'isola in colonia americana (come già fatto con la Jugoslavia, l'Afghanistan e l'Iraq ecc.), tacciono sui quotidiani crimini di Israele contro i palestinesi senza distinzione di età, tanto quando sono uccisi i bambini, spesso in casa, è un errore per il quale non si chiede neppure scusa.
Va avanti la politica del sionista Sharon del terrorismo di Stato e cioè "colpire i nemici in qualsiasi luogo e in qualsiasi modo" nel pieno disprezzo di ogni risoluzione internazionale e nell'assoluta mancanza del rispetto dei diritti umani. Sostenuto dall'amministrazione Bush e dal governo Berlusconi Sharon, non solo prosegue la costruzione del muro portando avanti la politica di occupazione delle terre più fertili della Palestina, ma per il 2005 ha già previsto la costruzione di una mega-trincea lungo il confine fra la striscia di Gaza e l'Egitto.
I palestinesi sono condannati a vivere in una prigione a cielo aperto con conseguente peggioramento delle condizioni di vita, costretti a ulteriori restrizioni di libertà di movimento che provocheranno aumento della disoccupazione e della povertà; la distruzione della proprietà; l'aumento dei problemi di salute e di malnutrizione; i feriti; le uccisioni ecc. Si aggraveranno anche i rapporti sociali fra la popolazione e le stesse famiglie divise da un vergognoso muro alto 8 metri.
Rafforziamo la solidarietà con la lotta del popolo palestinese, mobilitiamoci contro la politica di apartheid del governo Sharon e dei suoi complici per il sostegno del diritto inalienabile dei palestinesi alla vita, alla terra, alla libertà.
La lotta contro l'occupazione militare in Palestina marcia di pari passo con la resistenza del popolo iracheno e con quella di tutti i popoli che rispondono allo sfruttamento dell'imperialismo e della sua guerra preventiva e permanente.


6 maggio 2004 redazione
editoriale

Lotta di classe
e lotta per le poltrone

Le città sono invase da maximanifesti con un Berlusconi che dà i numeri. Avanza la filosofia americaneggiante del tutto va bene: più soldi ai pensionati, più occupati, più sanità, più asili, meno tasse e pure meno incidenti ecc.
Chi deve fare i conti tutti i giorni con lo stipendio, il posto di lavoro e la sanità (chiudono i piccoli ospedali, sono interminabili le liste d’attesa per le analisi, si pagano le medicine) evidentemente vive in un altro mondo. Quel mondo fatto di lotte dei lavoratori dei trasporti: dall’Atm di Milano all’Alitalia, dalle ferrovie all’Ataf di Firenze; fatto di proteste che vanno dall’Alfa Romeo di Arese agli scioperi alla Fiat di Melfi e di Pomigliano come in numerose piccole fabbriche. Se prendiamo d’esempio la Toscana: alla Manetti&Roberts (Calenzano) si sciopera contro la nuova organizzazione del lavoro; ai cantieri Apuania per la sicurezza, alla Ginori (Firenze) contro la Cig, alla Magona (Piombino) si riducono persino i posti interinali (7 su 13), impossibile elencarle tutte. Scioperano insegnanti, studenti e persino i medici. È un mondo dove in un anno nella grande industria sono andati persi 21mila posti, dove ci si preoccupa degli incidenti stradali e non di quelli sul lavoro che aumentano anche a causa delle allegre gestioni del padronato. Tanto oggi se un operaio muore (schiacciato dal muletto) per mancanza di sicurezza come in questi giorni alla Sammontana di Empoli si rimpiazza facilmente: era un marocchino (al suo primo giorno di lavoro) e fuori ce ne sono tanti!
Il governo, fedele interprete del capitalismo, insiste sul rilancio dei consumi. Ma con quali soldi se con l’euro e non solo, tutto è aumentato tranne che gli stipendi, se il prezzo del carburante non ha eguali e la bolletta dell’elettricità è la più cara d’Europa?
Una situazione non rosea che marcia di pari passo con l’aumento delle misure repressive e antipopolari, della retorica patriottica, con l’imposizione della cultura anticomunista e dell’informazione limitata agli interessi del centrodestra (in Rai si consolidano AN e Lega), con la censura; con lo stravolgimento dei principi della Costituzione e la restrizione delle stesse libertà democratico-borghesi, giustificate dal piano di sicurezza antiterrorismo.
Lo sciopero è un diritto, ma contro gli scioperanti si scatena la polizia; in piazza si può scendere, ma non in funzione antigoverno e soprattutto senza i bambini. Si può parlare di pace, ma non chiedere di ritirare le truppe dall’Iraq ecc.
L’entrata nell’Ue di altri 10 Paesi galvanizza tutti coloro che sperano nell’aumento del turismo e dell’export. La realtà è che in questi paesi la gente, sfruttata dalle industrie straniere, che ha perso ogni copertura sociale e sanitaria, ha fatto le scorte di alimentari per arginare gli aumenti previsti dall’arrivo dell’euro. Al poco entusiasmo si contrappone la paura per le conseguenze e la sensazione più diffusa è sull’instabilità del lavoro e di una maggiore criminalità.
Fa gola a tanti, invece l’Europa delle poltrone. È iniziata la corsa all’Europarlamento di attrici, cantanti, presentatori, giornalisti, ex sportivi, principi e perfino la figlia di Fede!
Per AN Clarissa Burt (già promossa opinion leader e madrina della manifestazione azzurra contro il terrorismo), Marcella Bella (caduta in disgrazia come cantante), il tennista Nargiso, l’ex modella Stubing. Per FI, Manuela Di Centa, Elisabetta Gardini, Iva Zanicchi, Cecchi Paone. Maria Teresa Ruta ha rinunciato e si candida a sindaco (sempre FI) di Cesano Boscone. La Lega punta sul suo boss (sull’effetto emotivo del ricovero), sul leader dei Cobas del latte e sul principe Lillio Ruspoli.
Tra i candidati c’è anche la vedova (lista civica in sostegno al candidato sindaco di centrodestra di Livorno) del maresciallo Enzo Fregasi, uno dei morti di Nassirija (premiati con la nomina del generale Gottardo al vertice dell’Arma, dopo 60 anni).
Con la Mussolini ci sono i leader del Fronte nazionale, Tilgher e di Forza nuova, Roberto Fiore. Mentre il centrosinistra scende sul piano della concorrenza. Ignorando rappresentanti del proletariato e della classe operaia, oltre ai soliti garantiti, schiera girotondini e astronauti (PdC’I).
Altro che Europa dei popoli! È sempre più illusorio pensare che i problemi che accomunano i lavoratori europei possano essere risolti attraverso le istituzioni. E questo vale a tutti i livelli.
Ad un anno dalla guerra in Iraq l’occidente scopre l’uso della tortura e le uccisioni ed è corsa allo sconcerto. Parole al vento: Bush, come al solito, non sapeva nulla ma difende il ministro della Difesa Rumsfeld ed esclude le sue dimissioni. Come per l’11 settembre 2001 la colpa è della Cia e tanto basta.
Blair è impegnato a studiare la politica della Thatcher; Berlusconi “addolorato e impressionato” - ignorando che solo a metà aprile la CdL ha votato alla Camera il sì al reato della tortura (versione Lega) quando le violenze sono reiterate… - rassicura la Casa Bianca e conferma la presenza che diventa “umanitaria” (il centrosinistra ha fatto scuola!). Ma le torture non sono una novità, e non sono un fatto isolato. Sono sistematiche dentro (Guantanamo, Turchia, Palestina, America latina ecc.) e fuori le prigioni in tutti i Paesi (dall’Algeria al Vietnam all’ex Yugoslavia) dove l’imperialismo è intervenuto con i suoi “liberatori” a portare la “democrazia”. Fanno parte della cultura del dominatore, tanto che le riprendono per vantarsene e magari ottenere promozioni (la “bravata” del top gun che ha provocato la tragedia del Cermis è libero e promosso. Il che la dice lunga anche sulla presenza Nato e delle sue Basi in Italia!).
Ci sono aguzzini specializzati, ci sono i mercenari addestrati dal Mossad, assunti come bodyguard da strane compagnie private. Quelli che i benpensanti considerano bravi ragazzi costretti a fare questo mestiere per guadagnare e potere sposarsi e che ottengono la solidarietà di pacifisti e certi antimperialisti che così si uniscono nel disegno governativo della difesa degli “italiani”. Mentre sono criminalizzati, denunciati, isolati gli operai di Melfi bastonati, come quelli dell’Ilva, perché chiedono migliori condizioni di lavoro e parità di salario. Dalle cariche contro gli operai di Melfi (senza dimenticare Genova) o nelle retate dei venditori ambulanti stranieri, a Firenze per esempio, emerge l’odio viscerale delle “forze dell’ordine” contro gli operai e gli immigrati. Da lì alle torture il passo è breve.
Dove finiranno le inchieste ipocritamente promesse? Come quelle in Somalia (che ora è assediata dai rifiuti tossici europei arenati sulle sue spiagge) nel silenzio.
La situazione è davvero pesante ed è aggravata dai continui allarmi di Pisanu che, dopo aver visto marxisti leninisti ovunque e dopo aver constatato che le cariche ai cancelli Fiat di Melfi non hanno intimorito gli operai, insiste sull’“ombra dell’eversione dietro le proteste sindacali”.
E allora noi ribadiamo che per i lavoratori non c’è futuro se, alle lotte per migliori condizioni di vita e di lavoro non si fa seguire un progetto più generale che, attraverso la costruzione del proprio partito di classe, porti all’abbattimento del potere capitalista, all’eliminazione della proprietà privata e alla costruzione di un nuovo sistema sociale.
Altrimenti resteranno le lotte, anche dure, i sacrifici, lo sfruttamento e la repressione. Resteranno solo poche briciole.
L’altro mondo possibile è solo quello socialista.


23 aprile 2004 redazione
liberazione
25 APRILE: OGGI COME IERI A FIANCO DELLA RESISTENZA DEI POPOLI
CONTRO L’OPPRESSIONE E LE GUERRE DELL’ IMPERIALISMO


Il 25 Aprile, anniversario della liberazione del nostro paese dal nazifascismo, si ripropone come giornata di lotta contro l’arroganza del governo Berlusconi (in continuità con l’eversiva P2) che taglia sempre più le pensioni, vuole eliminare del tutto la scuola pubblica, vuole riportare la cultura e i diritti civili al medioevo (ben appoggiato dal Vaticano), perseguita ed espelle gli immigrati, assicura l’impunità al suo leader con leggi specifiche e personali e manda i soldati italiani, sotto il pretesto della missione umanitaria, in Iraq a servire gli interessi imperialisti. Questo governo reazionario e antipopolare sta portando avanti un processo di fascistizzazione dello Stato e delle sue istituzioni teso a restringere le libertà democratiche e a stravolgere i principi della Costituzione e promuove con livore anticomunista la repressione sistematica dell’opposizione operaia e sociale e dell’opposizione politica (ultimo episodio quello degli arresti di militanti antimperialisti avvenuti a Perugia).
Oggi, a sessanta anni dalla fine della Lotta di Liberazione nazionale contro il nazismo ed il fascismo, ci ritroviamo con i fascisti in doppio petto, sdoganati da Berlusconi al governo, fascisti come Tuti e Fioravanti, autore della strage alla stazione di Bologna, che escono dal carcere (nel frattempo si è costruito una famiglia con quella Mambro condannata a 8 ergastoli e libera pure lei) e la manovalanza di Fini che apre sedi, veri e propri covi di squadristi, il cui credo politico è costituito dal peggiore razzismo e dalla peggiore xenofobia.
Il 25 Aprile, in tutte le piazze italiane dove vuote e retoriche celebrazioni ufficiali lo ricordano, deve significare resistenza all’imperialismo statunitense (che in Italia ha sperimentato, per la prima volta, le tecniche terroristiche della cosiddetta “guerra a bassa intensità”) che con il suo enorme complesso militare-industriale continua a dominare tutto il mondo e solidarietà alla lotta di tutti i popoli - a cominciare da quelli iracheno e palestinese - che si battono per la propria autodeterminazione, la propria indipendenza e sovranità nazionale. Nonostante l’inferiorità sul piano degli armamenti, i combattenti iracheni stanno dimostrando che l’imperialismo può essere messo in crisi con la mobilitazione popolare ed evocano per il governo USA l’incubo di un nuovo Vietnam.
Il 25 Aprile deve significare lotta al revisionismo storico, quello ufficiale della destra e quello strisciante e subdolo dei partiti di “sinistra“.  È rivalutato il fascista Gentile, si vogliono intitolare vie e piazze ai fascisti, si glorificano i morti nelle foibe rimuovendo la causa di quelle morti che affonda le radici nella feroce occupazione della Jugoslavia da parte dei fascisti italiani. Mentre i partiti di centrodestra, per nulla contrastati da quelli di centrosinistra, portano avanti campagne di denigrazione della Resistenza fino al tentativo di rilegittimare i “ragazzi” della repubblica di Salò mettendo sullo stesso piano i partigiani e il loro patrimonio di lotta per la libertà e la giustizia sociale ed i loro oppressori.
Il 25 Aprile ci riporta alla Resistenza partigiana, all’insegnamento che la libertà è una conquista ed ai suoi programmi di profondo rinnovamento e trasformazione politica e sociale contro padroni e sfruttamento capitalistico (garantito dai fascisti con la carcerazione, le torture e l’assassinio di comunisti e oppositori), valori reali poi vigliaccamente traditi da molti dirigenti del Pci e dal successivo revisionismo storico.
Riprendiamo quegli ideali che hanno animato la parte migliore e più combattiva del movimento partigiano per lottare contro i propagandisti al servizio della borghesia, dell’interclassismo, del liberalismo, del riformismo socialdemocratico e di quello che pretende revisionare il marxismo. Gli ideali comunisti non sono un’utopia, ma l’oggettivo e scientifico esame dei problemi della società e della loro realistica soluzione sulla base dell’ideologia marxista e leninista, che esprime l’esperienza storica della lotta di classe sulla base del materialismo dialettico e storico come filosofia non solo per spiegare la realtà, ma anche per trasformarla.
-  VIA TUTTE LE TRUPPE DALL’AFGHANISTAN E DALL’ IRAQ!
- NO AL MURO DELL’ APARTHEID IN PALESTINA!
- FUORI LE BASI USA E NATO DAL TERRITORIO ITALIANO (strumenti di guerra e di egemonia dell’imperialismo Usa) E       DALL’EUROPA!
-         GUERRA ALLA GUERRA IMPERIALISTA!
-         ORA E SEMPRE RESISTENZA!


8 aprile 2004 redazione
solidarietà

L'ANTIMPERIALISMO NON SI ARRESTA

  La Redazione di nuova unità denuncia e condanna l'operazione che giovedì 1° aprile, su mandato della procura di Perugia, ha prodotto l'arresto di tre militanti del Campo Antimperialista con l'accusa di "terrorismo" insieme ad un'altra cinquantina di militanti della sinistra turca in vari paesi europei. Questa operazione, spacciata per "anti-terrorismo", rappresenta un fatto gravissimo anche perchè è stata promossa su scala europea e in coordinamento con le autorità fasciste e militari della Turchia - paese che si distingue per le violazioni dei diritti umani, sindacali e politici, e per il genocidio del popolo curdo.
  L'obiettivo della repressione sono coloro che si battono per dare voce alle lotte di liberazione dei popoli oppressi e chi sostiene la resistenza del popolo iracheno contro l'occupazione delle forze imperialiste USA e dei loro alleati.
  Denunciamo il clima repressivo che attraversa tutta l'Italia con  centinaia di perquisizioni, decine di arresti, accuse di "cospirazione politica",  minacce e intimidazioni, rastrellamenti e criminalizzazione nei confronti degli immigrati.
     Il polo imperialista europeo (UE) e il governo italiano, al pari degli USA,hanno scatenato una "caccia alle streghe" col pretesto della "lotta al terrorismo". L'obiettivo reale di questa campagna repressiva, poliziesca e antidemocratica è di chiudere ogni spazio politico e organizzativo ai movimenti antimperialisti e ad ogni opposizione politica che si muova in questa direzione; sia che si tratti di una serie di organizzazioni rivoluzionarie di massa come il DHKP-C in Turchia, le FARC in Colombia, Batasuna nei Paesi Baschi, il Fronte Popolare in Palestina messe fuori legge, demonizzate dai massmedia borghesi, classificate come terroristiche e inserite nella lista nera delgi USA e del EU; sia che si tratti di associazioni e compagni che pubblicamente si battono contro l'imperialismo ed il sistema capitalista.
Esprimiamo, quindi, la nostra solidarietà militante ai compagni arrestati  del Campo Antimperialista ed ai compagni turchi e ribadiamo la nostra ferma convinzione che solo con lo sviluppo della lotta di classe e con il rafforzamento della lotta antimperialista si può rispondere in modo efficace all'aggressione dell'avversario.
  L'ANTIMPERIALISMO NON SI  ARRESTA NÈ SI PROCESSA
  ORA E SEMPRE RESISTENZA

 


12 marzo 2004 ufficio stampa
comunicato

UNA STRAGE DI STATO SPAGNOLA?
Madrid: 198 morti e oltre 1000 feriti: una strage di lavoratori pendolari e studenti a chi giova?
Subito viene sposata la tesi dei baschi o di Al Qaeda: i primi respingono, i secondi rivendicano 16 ore dopo senza alcun riferimento ai particolari dell’attentato.
Non si fermano le partite di calcio e l’ex el pelele del dittatore Franco, il re, appare in tv cosa assolutamente insolita.
Considerando che la Spagna è alla vigilia delle elezioni, nell’immediato, il pensiero va ad una strage di Stato orchestrata per far salire il consenso verso il partito di governo e attaccare l’antagonista che nel suo programma è contrario all’Iraq e a Bush.
Una strage ad hoc per fare avanzare la strumentalizzazione che borghesia e imperialismo fanno del terrorismo. Troppo facile scegliere l’11 di marzo – che diventa l’11 settembre europeo – com’è facile dire che l’esplosivo è dello stesso tipo che usano i baschi.
Il messaggio che passa è la giustezza della guerra preventiva al terrorismo quella che ha portato all’aggressione dell’Iraq (dove la Spagna, come l’Italia è impegnata in prima fila) ed è motivo per contrastare le lotte, le proteste e non passerà molto, anche la possibilità di organizzazione al di fuori degli schemi dominanti.
Non dimentichiamo che cosa ha significato per l’Italia il periodo delle bombe: da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. Stragi di chiara marca fascista e golpista – anche se proprio stamani (12/3) Zorzi e compari sono stati assolti per non aver commesso il fatto – e così dopo il rientro di Roberto Fiore capo di Forza nuova, potrà rientrare anche Zorzi dal suo esilio dorato in Giappone e Berlusconi non potrà più dire che la magistratura è in mano ai rossi! 


10 marzo 2004 redazione
lutto

IL COMANDANTE GRACCO CI HA LASCIATO

Mentre stiamo andando in stampa Margherita ci telefona che Angiolo non ce l’ha fatta. Difficile pensarlo dopo che l’abbiamo sempre considerato una roccia, nonostante i suoi anni e la grave malattia che lo ha colpito 8 mesi fa.
È venuto a mancare un combattente comunista, Partigiano nella Lotta di Liberazione, comandante della Brigata Sinigaglia, Medaglia d’Argento al valor militare per la liberazione di Firenze, antifascista e antimperialista coerente. Avvocato del proletariato e soprattutto dei braccianti del Sud.
Gracci lo conosciamo da sempre: ha fondato il movimento marxista-leninista e “nuova unità” 40 anni fa (l’anniversario è proprio questo mese), si era staccato negli anni ’70, ma lo avevamo ritrovato più tardi nella battaglia contro le guerre imperialiste, l’avanzare della fascistizzazione, il potere della mafia e contro il governo Berlusconi. Contro la presenza delle basi Usa e Nato sul nostro territorio sulle quali aveva steso un documento presentato a Cuba nel novembre 1997 (nuova unità 1/97). Ma non era solo contro. Particolarmente attento alle nuove generazioni si adoperava per trovare obiettivi su cui mobilitare le masse.
Il suo forte carattere portava spesso discussioni all’interno della redazione di “nuova unità” di cui faceva parte da dieci anni convinto della necessità di uno strumento per l’unità dei comunisti; lo abbiamo avuto a fianco nella costruzione dei Comitati antimperialisti e antifascisti; a fianco in varie esperienze di percorsi unitari.
Posizioni e scelte revisioniste dell’Anpi (che lo aveva punito per aver preso la parola il 25 giugno 2000 nel 56° della Battaglia di Pian dell’Albero) e del PRC (che criticava anche per l’assenza di operai e lavoratori nelle strutture dirigenti) non lo deludevano. Grazie alla sua coerenza non ha mai esitato a scontrarsi all’interno di organizzazioni che lo vedevano come un militante “scomodo”. Come è successo in occasione del XIII Congresso Anpi (marzo 2001) quando ha denunciato le contraddizioni sulla linea politica sorte tra i compagni del PRC e, dopo, con il suo rapporto inviato a Bertinotti, Curzi e Giordano e rimasto inevaso, come le numerose lettere (nuova unità n.7 e n.9/2001).
Solo la malattia poteva fermarlo.
Lo ricordiamo sempre in prima fila nelle manifestazioni come quelle contro il vertice NATO del 2000, o a Camp Darby nel 2002, a Malga Zonta, a Pietrasanta, con la resistenza palestinese il 25 Aprile ecc. sempre con la stessa passione, ma lo ricorderemo come preferirebbe:, portando avanti la lotta per riconquistare all’Italia la piena indipendenza e sovranità e tenendo viva la “memoria storica della Resistenza” su cui Gracco insisteva: “(…) la nostra generazione, in fase di inesorabile estinzione, non può assumersi l’imperdonabile colpa di lasciare, ambigui o insoluti, alle proprie spalle, come eredità negativa che comprometterebbe, mortificandolo, il prezioso patrimonio della Resistenza…”.
Ciao Gracco!

la redazione di nuova unità

Partecipiamo al lutto di nuova unità per la scomparsa del compagno Gracco ringraziandolo per tutto quello che ha fatto per la causa della giustizia e della libertà.
Circolo “Gastone Foco”
Padova

Messaggi di partecipazione alla perdita di Angiolo stanno arrivando da molti compagni di varie parti d’Italia. Ringraziamo tutti e li trasmetteremo alla famiglia.


24 febbraio 2004 redazione
rapimento sotto silenzio
solidarietà a Tayad per il rapimento di Tekin

Il compagno turco Tekin Tangun, presidente dell'Associazione dei prigionieri e dei familiari Tayad, che in dicembre ha partecipato al Seminario di Firenze contro la tortura e l'isolamento carcerario, è stato rapito.
La polizia turca, dopo aver fatto irruzione negli uffici dell'organizzazione mettendoli a soqquadro, ha aggredito Tekin e portato via su un furgone della polizia.
È un ulteriore atto repressivo che testimonia il regime fascista turco. Mentre esprimiamo la nostra solidarietà a Tayad e ai compagni turchi, ribadiamo la necessità di denunciare  il governo turco, baluardo della Nato verso il Medio Oriente, e il suo regime  che si maschera dietro un manto democratico per entrare nell'Europa di Maastricht.
Rompere il silenzio, che è stato un obiettivo del Seminario di dicembre, a partire dall'isolamento, dalle torture e persecuzioni cui sono costretti i prigionieri politici comunisti in Turchia.
Siamo vicini all'organizzazione nella battaglia contro il capitalismo e l'imperialismo, vere cause dell'attuale situazione: da un lato la guerra e, dall'altro, l'acutizzazione dello sfruttamento dei lavoratori e con questo il  controllo poliziesco e la repressione, anche delle sole opinioni.

 

 


10 febbraio 2004 redazione
basta con le foibe
BASTA CON LE FOIBE!

La questione delle foibe riguarda un momento determinante della storia del nostro paese, quello della Resistenza. Si sta giocando una partita che questa Italia vuole vincere a tutti i costi per poter voltare completamente pagina.. ma per voltare pagina occorre demolire un mito: il mito della Resistenza.
Occorre svuotare la resistenza del suo grande significato, negarne i valori, infrangerne la memoria, cancellarne ogni traccia con l’omologazione.
A questa mira anche la polemica delle foibe, ad intaccare ogni aspetto della Lotta partigiana, ad attaccare la dove è più possibile confondere le acque e scaricare le responsabilità dei massacri sui comunisti sloveni, serbi, croati, là, a Trieste, zona di confine dove è bene mantenere alta la tensione.
Del contenuto delle foibe nulla si sa con sicurezza, non sono mai state esplorate, una è stata anche usata come discarica dal governo italiano subentrato agli alleati.
Come si conciliano gli infoibati e la discarica? Ciò dimostra l’incosistenza di quanto si è sempre affermato nei suoi riguardi, dimostra nessuna voglia di fare chiarezza, ma tanta di fare demagogia e strumentalizzazione. È notorio che le foibe, il cui utilizzo viene attribuito solo ai partigiani di Tito furono utilizzate da tutti coloro che si scontrarono in quei luoghi prima, durante e dopo la guerra.
La campagna denigratoria in atto è contro la componente comunista del movimento partigiano, con particolare riferimento a chi operò nelle zone di confine ad est. Una campagna scatenata proprio dalla “sinistra” e cavalcata a dovere dalla destra, che ha superato perfino il più ottuso revisionismo.


2 febbraio 2004 redazione
violenza e non violenza

IL MOVIMENTO COMUNISTA DEL ‘900 E LA “LUNGA MARCIA“ DI BERTINOTTI

 

Avanza il processo di distacco dal patrimonio storico ed ideale del movimento comunista del ‘900

 

“Dal proletariato ai no global: la Bad Godsberg di Bertinotti“. Così era titolato un ampio servizio sulla “lunga marcia“ - così la definisce il giornalista – di Bertinotti nella storia del movimento comunista del ‘900.
L’articolo, a firma di De Marchis, che ripercorre le tappe di Bertinotti in questa rilettura, è stato pubblicato da “la Repubblica” del 27 dicembre ed è stato offerto da Liberazione all’attenzione dei suoi lettori, senza alcun commento, il giorno dopo. Non è da ieri che Bertinotti e larga parte del gruppo dirigente portano avanti un processo di lento distacco dal patrimonio storico ed ideale del movimento comunista del ‘900. La novità è che in questi ultimi mesi questa campagna mediatica fatta di interviste, convegni come quello di Venezia sulle foibe e di articoli di dirigenti del Prc, ha subito una brusca accelerazione. Si avvicinano i tempi delle elezioni amministrative ed europee e non sono poi così lontani i tempi delle elezioni politiche. Appare evidente che le ampie e pubbliche sconfessioni della storia e dell’ideologia del movimento comunista servono a rendere più facili gli accordi e soprattutto – in caso di successo del centro-sinistra allargato a Rifondazione nelle elezioni politiche del 2006 – a rendere possibile la presenza del Prc al governo. Il nome di comunisti non si cambia continua a dire Bertinotti. È la sostanza del comunismo che va svuotata, è il legame con il Novecento che va sciolto.
L’articolo di Repubblica elenca le tappe di questo percorso di rivisitazione intrapreso da Bertinotti: dalla cancellazione dallo statuto, all’ultimo congresso, del richiamo a Gramsci alla rilettura della Resistenza “per lavorare sui nostri errori“, ai giudizi sulle foibe (le foibe – dice Bertinotti – sono state per troppo tempo minimizzate) ai gulag e a Kronstadt definito un massacro, fino ad arrivare al dibattito sulla violenza-non violenza con l’affermazione che “la non violenza, dunque, come pratica alta del conflitto - come opposto della passività e della rassegnazione- è oggi l’arma più forte di cui noi disponiamo“. (A. Curzi e R. Gagliardi –Liberazione, 18 gennaio). Non una riflessione, non un dubbio su quanto e su come abbiano pesato su certi episodi, per esempio Kronstadt, la dura necessità di difendere la neonata repubblica sovietica da una rivolta scoppiata in un momento terribile come la guerra civile e all’insegna della parola d’ordine “i soviet senza comunisti”. Oppure, per parlare delle foibe, solo ”le anime belle” possono pensare che dopo un ventennio di dittatura fascista fatta di persecuzioni e di soprusi e della negazione più dura per le popolazioni di confine (Trieste e Gorizia) della loro identità nazionale, il trapasso dei poteri potesse avvenire in maniera incruenta.
La Gagliardi, condirettore di Liberazione, in un suo articolo pubblicato su Liberazione il 16 gennaio, nel chiedersi perché il servizio di De Marchis avesse suscitato una reazione così intensa tra i compagni ed i lettori, si risponde dicendo: “Perché si teme – per farla breve – che Repubblica abbia detto il vero”. Ed è così dal momento che l’aver pubblicato l’articolo di De Marchis senza alcun commento è la conferma della condivisione degli organismi dirigenti di Rifondazione di quella analisi. E cioè che Bertinotti e larga parte del gruppo dirigente per i quali il comunismo non è altro che “un processo aperto e indefinito“ (siamo ormai nel regno dell’utopia n.d.r.), in questa loro ricerca continua della rifondazione, si sono ormai separati dal patrimonio ideale, storico e politico del movimento comunista del ‘900. Siamo alla liquidazione, alla ripulsa di quel grande processo storico che si è aperto con la rivoluzione d’ottobre e che ha fatto vedere all’intera umanità che era possibile abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e con essa lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e costruire una società diversa, una società socialista. E non si dica che la conclusione negativa di quella esperienza ha segnato la fine di ogni possibile trasformazione rivoluzionaria delle società capitalistiche. Altre rivoluzioni che hanno compiuto uno sviluppo sociale determinato, hanno subito sconfitte. Dopo la rivoluzione francese del 1789 vi fu il periodo della Restaurazione imposta dalle monarchie assolute. Ma non per questo si fermò il passaggio dal feudalesimo al capitalismo.
C’è poi un problema di metodo che difficilmente è separabile dal merito. Tutto questo dibattito che ha implicazioni politiche profonde (si pensi, per restare al tema della violenza-non violenza, cosa significa affermare che la non violenza è l’arma più forte di cui dispongono i comunisti) sta avvenendo travalicando le tesi dell’ultimo congresso del Prc e totalmente al di fuori delle sedi opportune ridotte, a questo punto, a luoghi di semplice registrazione di un dibattito già avvenuto.
Sul tema della violenza-non violenza Bertinotti esprime la rottura più profonda e totale con la concezione dei comunisti.
Nell’intervista a Repubblica sul dibattito aperto da Sergio Segio a proposito delle possibili infiltrazioni Br nel movimento, Bertinotti usa le forbici della memoria: ”Non mi appartiene più il Brecht che diceva: ”Vogliamo un mondo gentile ma per averlo non possiamo essere gentili“. Oggi la scelta non può essere altro che respingere ogni atto di violenza“. Per Bertinotti, pertanto, la resistenza del popolo iracheno, come quella di qualsiasi popolo oppresso dall’imperialismo, non è accettabile. Va condannata. Così si snoda il pensiero del segretario di Rifondazione che rivisita anche alcuni passaggi sulla Resistenza.
C’è stata una angelizzazione della Resistenza. Sarà pure un problema se Pavese scrive del suo orrore per il sangue e Pintor ci racconta il ribrezzo delle armi ha detto a Venezia, al convegno sulle foibe, il segretario di Rifondazione. E questa illusione della non violenza come “l’unica modalità per esprimere tutta la radicalità dei bisogni che si oppongono alla nuova società capitalistica” (Bertinotti, Repubblica 24 gennaio) il leader di Rifondazione la sparge a tutte mani sul suo partito e sul movimento dei no global contribuendo così al disarmo ideologico del proletariato e delle masse popolari facendo credere che il passaggio dal capitalismo al socialismo (quello che Bertinotti definisce l’altro mondo possibile) avverrà per un processo storico lento ma inarrestabile e che la borghesia metterà fine al proprio dominio di classe in maniera tranquilla e indolore.
È ben strano questo capovolgimento dei ruoli, come è altrettanto strano che i comunisti ed il proletariato debbano liberarsi da un “peccato originale“, quello del ricorso alla violenza quando è invece la storia della borghesia che è piena di sfruttamento e di oppressione, di violenza e di sangue. Per restare in Italia basta pensare che il fascismo non è stato certo un incidente della storia, un bubbone in un corpo sano, come pretende Croce, ma è stato, e lo potrebbe ancora essere, un’alternativa che le classi dominanti praticano quando il loro potere viene messo in discussione.
L’imperialismo, a cominciare da quello USA, ha dimostrato ampiamente di essere disposto a tutto e a passare su qualsiasi cadavere pur di conservare il potere economico e politico. E questo non è storia passata. Il secondo dopoguerra è costellato da interventi devastanti e da aggressione alla libertà e all’indipendenza dei popoli: dall’Indonesia alla Grecia, dal Cile di Allende all’Argentina, dalla guerra del Vietnam a Cuba. Un susseguirsi di violenze e di massacri. E questi pochi esempi non esauriscono la storia feroce dell’imperialismo. Quando – sempre a cominciare da Marx – i comunisti hanno parlato di violenza, lo hanno fatto sempre precisando che si trattava” di giusta violenza rivoluzionaria di massa “difensiva e cioè di una necessità imposta dalla violenza del capitalismo e dell’imperialismo per rimuovere ostacoli diversamente non rimovibili.
Insomma i comunisti ed il proletariato, a differenza delle classi dominanti e di tutti i suoi apparati repressivi, non hanno la violenza e la guerra iscritti nel proprio codice genetico. Ma Bertinotti e gran parte del gruppo dirigente del Prc, nella loro ansia di rifondazione arrivano ad escludere tutto il patrimonio storico e ideale del movimento comunista del ‘900 finendo così con l’abbracciare una concezione borghese del socialismo. Non a caso, infatti, non si pongono in alcun modo il problema del potere politico e con questo l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, ma semplicemente quello di una più equa distribuzione della ricchezza.
Se i comunisti di Rifondazione e i compagni dell’area dell’Ernesto vogliono bloccare questo processo, è ora che diano battaglia. Ce lo auguriamo fortemente perché solo dando battaglia potranno rendersi conto di quanto le loro aspirazioni sono lontane e opposte alle scelte di Bertinotti e del gruppo dirigente e maturare così la convinzione di rompere con l’opportunismo e lavorare per l’unità dei comunisti e per la ricostruzione del partito della classe operaia.  


31 dicembre 2003 redazione
Chi siamo

8 novembre redazione
a fianco della lotta del popolo palestinese

NO al muro dell’apartheid

NO all’occupazione sionista

Il governo israeliano continua la costruzione del muro della Cisgiordania, che non è un semplice muro, ma una barriera che comporta da una parte e dall’altra una zona di sicurezza larga dai 30 ai 100 metri, sotto stretta sorveglianza (pattuglie, trincee, telecamere, elettricità). 
Il primo tratto di cemento è lungo 145 chilometri, in alcune zone è alto fino ad otto metri; in alcune aree la trincea è profonda fino a 4 metri per impedire il passaggio di veicoli mentre è previsto il passaggio per le pattuglie dell’esercito israeliano. 
La torre di osservazione è munita di radar ed ospita i soldati muniti di equipaggiamento per la visione notturna. La telecamera a infrarossi è completata da una sorveglianza video costante da palloni frenati e aerei senza pilota. Tutte le informazioni sono inviate in tempo reale verso un posto di comando. Il "razor wire", il filo spinato affilato è alto 1 metro e 80 cm. e la recinzione metallica, alta 3 metri, è munita di sensori al suolo per individuare ogni movimento prima che sia raggiunta la recinzione. Nelle zone considerate "ad alto rischio" la recinzione è costituita da un muro di cemento alto 8 metri (come a Qalqiliya). Un fossato profondo due metri impedisce il passaggio dei veicoli palestinesi. Jayyous con i suoi 900 ettari di terreni isolati è uno dei villaggi (3mila abitanti) vicini alla Linea verde le cui risorse saranno più colpite: una grande porzione di terra è già stata spianata e tre sentieri sono stati bloccati. A Falamya, una trincea larga 100 metri e lunga 8 km. ha annientato gran parte delle terre di questo villaggio di 600 abitanti. Il resto della terra (circa 35 ettari) sarà isolato e inaccessibile ai proprietari. I terreni di Falamya rappresentano circa il 45% della produzione agricola palestinese e approvvigionano di frutta e legumi tutta la Cisgiordania. 
Ma la costruzione della trincea ha danneggiato pure i canali della rete di distribuzione dell’acqua che alimenta anche quattro villaggi vicini.  "Il muro serve alla nostra sicurezza" tuona Sharon, sostenuto sia dall’amministrazione Bush che dal governo Berlusconi (accomunati dalla politica neocolonialista), in realtà il muro rientra nella politica di occupazione che Israele porta avanti da anni; è un’offensiva unilaterale contro una delle terre più fertili della Palestina; è un’ulteriore annessione di territori; è una prigione a cielo aperto. Peggioreranno le condizioni di vita dei palestinesi costretti a restrizioni di libertà di movimento che provocherà un aumento della disoccupazione e della povertà, la distruzione della proprietà, aumenteranno i problemi di salute e di malnutrizione, i feriti, le uccisioni. Saranno gravemente ostacolati i rapporti sociali fra la popolazione e le stesse famiglie che saranno separate dal muro. Minacciato anche il diritto all’istruzione. Le risorse educative saranno ostacolate a causa dell’assenza degli insegnanti che non potranno raggiungere le scuole e viceversa per gli studenti. Come in molti avevamo previsto, il processo negoziale noto come "Road map", già contraddittorio, è abortito ancor prima di aver sortito il minimo effetto ed è stato affossato dalle scelte dello Stato di Israele che ha perseguito nella politica degli omicidi, della demolizione delle case, dell’incremento delle colonie e della costruzione del Muro dell’Apartheid che trasforma le città e i villaggi palestinesi in altrettanti campi di concentramento. 
Ma Sharon, non contento del muro, dice che "colpirà i suoi nemici in qualsiasi luogo e in qualsiasi modo" ed è pronto ad usare l’arma nucleare (che dichiara di possedere e che mise già in campo nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni e nel 1973 all’inizio della Guerra del Kippur).Israele, infatti, dispone di un potenziale d’attacco da terra, cielo e mare in grado di minacciare qualsiasi altro Paese osi mettersi all’attenzione del Medioriente. Non solo la Siria, dunque, ma qualsiasi paese arabo può essere colpito e con qualsiasi arma. Il Governo israeliano, con i suoi crimini contro i palestinesi, con il suo disprezzo per ogni risoluzione internazionale e per il mancato rispetto dei diritti nazionale e umani, pratica il terrorismo di Stato.
Impegnamoci nella solidarietà con la lotta del popolo palestinese affinché si sviluppi una grande mobilitazione contro il Muro dell’apartheid e in sostegno del diritto inalienabile del popolo palestinese alla vita, alla terra, alla libertà.
 
Mobilitiamoci a fianco della Resistenza palestinese ed irachena contro l’occupazione militare, e a fianco di tutti i popoli che lottano contro lo sfruttamento dell’imperialismo e della sua guerra preventiva e permanente.

 


5 novembre redazione
iniziativa
COMITATO ANTIMPERIALISTA E ANTIFASCISTA FIORENTINO
''Spartaco Lavagnini''

Domenica 9 Novembre
ore 21.15
c/o 'Sala Biblioteca' SMS di Rifredi
via Vittorio Emanuele (zona piazza Dalmazia)
FIRENZE

Incontro Dibattito:
LA CADUTA DEL MURO DELL'IGNORANZA: 1941/1945
OCCUPAZIONE MILITARE E COLONIZZAZIONE FASCISTA
ITALIANA NELLA JUGOSLAVIA.LE FOIBE FRA STORIA E
STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA.

partecipano:
prof. Joze PIRJEVEC
(Ordinario di Storia dei Popoli Slavi - Università di Trieste)

on. Alberto CECCHI
(ANPI Firenze, già Vicepresidente Commissione P2 del Parlamento Italiano)

presiede:Alessandro LEONI
(Istituto Storico Resistenza in Toscana)


28 ottobre 2003 redazione
serata proPalestina

Comitato Antimperialista Antifascista

Spartaco Lavagnini, Firenze

 

VENERDI’ 31 OTTOBRE

Ore 21.15

 

Circolo XXV APRILE - via Bronzino,118 – Firenze

 

Le ragioni dei palestinesi

e della loro lotta anticoloniale e di liberazione nazionale contro l’azione dell’imperialismo israeliano ed USA

in Medioriente

Parliamone con Kutaiba Younis

(Unione Democratica Arabo Palestinese – Torino)

 

Partecipiamo alla MANIFESTAZIONE NAZIONALE di ROMA

sabato 8 novembre

 

"Stop the wall, Stop the war – Vita, Terra e libertà per il popolo palestinese e tutti i popoli del Medioriente"

contro:

  • l’occupazione militare e la colonizzazione israeliana dei territori palestinesi
  • il Muro dell’apartheid, in costruzione, che annette parte del Territorio palestinese occupato e frantuma il resto
  • la guerra permanente e preventiva di Bush e Sharon contro i popoli e gli Stati del Medioriente
  • la partecipazione italiana all’occupazione USA dell’Iraq.

 

A fianco della resistenza dei popoli palestinese ed iracheno contro l’imperialismo di U.S.A–Israele

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


30 settembre 2003 redazione
editoriale

NON SONO SOLO NOSTALGIE

di Carla Francone

Settembre ormai è diventato il mese del fatidico 11 del 2001 su cui abbiamo scritto e detto molto, soprattutto per le conseguenze legate alla guerra infinita di Bush. Per noi, settembre è il golpe cileno, la strage di 3mila palestinesi a Sabra e Shatila, è il triennale della seconda Intifada.
A trent’anni dal colpo di Stato dei generali cileni appaiono notizie persino sulla stampa Usa che confermano complicità e ruolo della destra, dei militari e di Nixon su quel giorno diventato "giornata della liberazione nazionale".
È Roberto Thieme che all’epoca era uno dei leader dell’estrema destra Patria y Libertad (e pure marito della figlia maggiore di Pinochet) e uno dei protagonisti del golpe, a testimoniare oggi sugli avvenimenti di 30 anni fa. Su come la destra – che a suo dire faceva un’analisi molto simile alla sinistra, ma in modo duramente anticomunista – provocava il caos, portava avanti azioni di sabotaggio, colpiva strade, linee ferroviarie e la distribuzione dell’elettricità. Attività su incarico della Marina dalla quale lui venne a conoscenza tre mesi prima del golpe. Notizie che passano in secondo piano nei mezzi di informazione nostrani. Troppo compromettenti per il potere, per la sua esaltazione e imitazione degli Stati Uniti cui assistiamo sempre più, per la sua stretta alleanza.
Ed è in questo mese che il presidente Berlusconi ha dato prova delle sue simpatie filomussoliniane e filoisraeliane. Secondo il New York Times la politica filoisraeliana di Berlusconi è vero motivo di riconoscimento, quello del "Distinguished Statesman Award". E molto filostatunitense, aggiungiamo.

Ciò che accade in questi giorni non è la nostalgia isolata di Berlusconi nei confronti del fascista Mussolini come non lo è quella delle sezioni di An che inneggiano a Pavolini, né dei gruppi come Forza Nuova che scendono in piazza. I fascisti alzano la testa perché sono protetti, perché rimangono il braccio armato delle forze politiche reazionarie che li usano al momento opportuno.
Berlusconi incarna il progetto politico conservatore filoamericano e anticomunista di Licio Gelli, il cosiddetto "Piano di rinascita democratica" (aggettivo che anche oggi sta a significare completa dittatura della borghesia). Quello attuale è, aggiornato e contestualizzato, il piano della loggia P2 (Hod, di cui Berlusconi deteneva la tessera n. 1816), basato sulla massoneria, l’anticomunismo, i grandi affari intrecciati alla politica, l’uso delle organizzazioni criminali e dei servizi segreti, le trame sotterranee, la destra, i legami con gli Stati Uniti e l’appoggio della Cia. Fino allo svuotamento della Carta costituzionale, alla creazione di uno Stato autoritario con l’allargamento dei poteri del Presidente e all’assoggettamento della magistratura al potere politico (piano gradito anche all’ex presidente Cossiga già impegnato nella rete Gladio il cui centro logistico Usa, tanto per far tornare i conti, era nella base di Camp Darby!).
Quelle di ieri e quelle di oggi sono tutte operazioni che mirano a colpire i comunisti, ad impedire la loro riorganizzazione e l’affermarsi di una società socialista. È la dittatura per mantenere il potere della "sana imprenditoria" e del "libero mercato", quel potere che sfrutta la classe operaia italiana e internazionale, che ci impone il carovita e il consumismo, la cultura dell’individualismo e la religione cattolica, la guerra imperialista. Che attacca pensioni e stato sociale. Ecco perché i governanti vanno denunciati, smascherati e combattuti, senza tralasciare quei partiti di centrosinistra che sono stati incapaci di governare (l’unico loro successo è stata la demolizione completa della Yugoslavia) e che oggi ci riprovano con un’operazione demagogica che disorienta i lavoratori e in questo modo servono organicamente gli interessi della borghesia e del padronato.

 


2 settembre 2003 redazione
processo a Stella Rossa

SOLIDARIETÀ con il CSO "STELLA ROSSA"

Sabato 13 settembre ore 16,30
MANIFESTAZIONE

a BASSANO in piazza Garibaldi

dalle ore 20 CONCERTO di chiusura
c/o mercato ortofrutticolo via Ca' Baroncello

Con il processo del 19 settembre nei confronti di componenti e simpatizzanti dello "Stella Rossa" si vogliono incriminare 10 anni di autogestione, di organizzazione delle lotte, di cultura e socialità al di fuori delle leggi del profitto, di denuncia di speculazioni in città, di solidarietà proletaria, di opposizione alla degenerazione sociale e ambientale, di costruzione di un'alternativa alla città dei padroni.
Non ci fermeranno. La lotta continua!

Stella Rossa

25 luglio redazione
comunicato
<

ATTACCO DEI CARABINIERI ITALIANI ALL'UFFICIO
DEL PARTITO COMUNISTA D'IRAQ

Riceviamo e diffondiamo questo comunicato che nessun organo di stampa ha preso in considerazione, chi ha la possibilità lo faccia girare.

Il TG2 delle 20.30 del 23 luglio, in un flash ha riferito: "I nostri carabinieri sono dovuti intervenire per sedare uno scontro tra estremisti a Nasiryia"  e questa è l'informazione!

FERMA CONDANNA PER L'ATTACCO DEI CARABINIERI ITALIANI ALL'UFFICIO DEL NOSTRO PARTITO A NASIRYIA

I fatti:

Il 16 luglio una banda terrorista islamica appartenente a Baqir Al-sadr e denominata Al-hawza Al-elmyia ha attaccato l'ufficio del Partito Comunista Operaio d'Iraq a Nasiryia. Lo scontro è stato inevitabile, e i terroristi sono stati respinti. Durante il fine settimana, mentre la sede del Partito era chiusa, hanno sfondato la porta, sono entrati, hanno appiccato fuoco ai mobili, ai documenti, ai giornali, e hanno preso posizione nell'ufficio.
Il 20 luglio siamo stati in grado di scacciare la banda dall'ufficio e ne abbiamo ripreso possesso.
Il 21 luglio questa banda di terroristi con rinforzi armati e l'appoggio del Supremo Consiglio Islamico e di reazionari gruppi tribali ha di nuovo attaccato il nostro ufficio e lo scontro è stato estremamente duro. Hanno brutalmente portato a termine il piano di rapire quattro membri del nostro Partito e li hanno torturati selvaggiamente.
Dopo l'incidente, i carabinieri italiani, assegnati nell'ambito delle forze alleate al controllo della città di Nasiryia hanno fatto incursione nella sede del nostro Partito, ne hanno preso possesso arrestando tutti i compagni presenti, circa venti, e non li hanno rilasciati. Alcuni compagni sono stati consegnati dai carabinieri italiani al generale Hassad Ibrahim Dahad, losco figuro comandante della polizia locale, il quale ha consegnato i nostri compagni ai terroristi islamici di Heidere Al-ghazi.

La vita di tutti questi compagni è dunque in pericolo

Ovunque prendono piede, queste bande terroriste islamiche producono soltanto terrore e crimini, violano la libertà politica e i basilari diritti civili, si scagliano alla cieca contro tutto ciò che è moderno e umano, contro ogni rispetto umano, contro ogni diritto della donna. D'altra parte, mentre gli USA e i loro alleati hanno reso il mondo intero un campo di battaglia per schierare le proprie truppe e il proprio militarismo con il pretesto della "guerra al terrorismo", con l'imposizione del giogo militare in Iraq hanno creato la situazione nella quale queste bande hanno mano libera per terrore, rapimenti, violazione dei diritti civili e politici di tutti, in particolare delle donne. Esemplare l'attacco ai comunisti, l'unica forza che difende la sicurezza e l'incolumità, la libertà, i valori moderni.
Dichiariamo che questa azione terrorista di questa banda assassina non rimarrà senza risposta, e costoro riceveranno la risposta appropriata. Allo stesso tempo, condanniamo le forze alleate per aver fornito al terrorismo islamico l'opportunità di operare, e condanniamo l'attacco dei carabinieri italiani alla nostra sede e l'arresto dei nostri compagni. La posizione e l'azione dei carabinieri italiani è un servizio offerto al terrorismo islamico, un invito ad avere mano libera.
Essendosi autoproclamate l'ordine pubblico dell'Iraq, le forze alleate sono di conseguenza responsabili per la vita e l'incolumità dei nostri compagni sequestrati, e i carabinieri italiani devono rilasciare i nostri compagni immediatamente, non devono porre alcun ostacolo all'attività del nostro Partito, e attenersi alla libertà politica e alla salvaguardia della popolazione.
Facciamo appello a tutti coloro che amano la libertà, a tutti gli operai, ai partiti e alle organizzazioni socialiste, ai difensori dei diritti umani, per condannare l'azione della banda terrorista di Al-Sadr e l'intervento dei carabinieri italiani, per esercitare pressione affinché i nostri compagni vengano rilasciati, venga garantita la libertà politica, e il terrorismo islamico tolga le sue grinfie dalla popolazione dell'Iraq.

Partito Comunista Operaio d'Iraq, 21 luglio 2003


23 luglio 2003 redazione
solidarietà con i lavoratori iracheni

GFTU riprende i contatti con l’estero e chiede solidarietà

Il Pame, l’organizzazione sindacale greca, il 10 luglio ha trasmesso un messaggio della Confederazione generale degli operai iracheni (Gftu).

"Tutti gli edifici, la nostra documentazione, i nostri materiali e i nostri contatti sono stati distrutti dalla guerra o sono stati rubati. Noi continueremo la nostra attività ripartendo da zero! Ma abbiamo bisogno della vostra solidarietà".

È il primo messaggio inviato all’estero, per la prima volta dall’inizio della guerra e dell’occupazione statunitense dell’Iraq. In 34 parole - sottolinea Georges Mavrikos coordinatore dell’Ufficio regionale europeo del FSM – l’unica organizzazione sindacale a livello confederale irachena che conta 3 milioni di membri descrive, dalla clandestinità, la situazione nella quale si trova oggi il movimento sindacale di un paese sotto occupazione. Erano almeno tre mesi che molti quadri della Federazione sindacale mondiale (FSM), della quale la Gftu è membro fondatore, e l’Ufficio regionale europeo cercavano di avere un contatto diretto con la direzione degli operai iracheni. E solo il 10 luglio Mavrikos è riuscito a parlare telefonicamente con K.A. Hamza. A parte la gioia di questa telefonata, segno di vita, dice Mavrikos, le informazioni ricevute non fanno che allarmare ulteriormente le forze della classe lavoratrice: importanti quadri della Confederazione irachena sono stati uccisi mentre il suo presidente, Jamil Al Joboory e alcuni altri dirigenti sono ancora vivi. Tutti i loro sforzi per comunicare con il resto del mondo sono stati bloccati dalle forze di occupazione statunitense. Significativo è che tutta una serie di indirizzi elettronici venivano bloccati subito dopo l’attivazione. La Gftu sta riorganizzando le proprie forze per proseguire la sua attività ripartendo letteralmente da zero.
La Gftu chiede di far circolare la nuova e-mail a tutte le organizzazioni e a tutti i lavoratori che vorranno inviare la loro solidarietà.
Lo facciamo anche come "nuova unità" che molto si è impegnata contro l’aggressione imperialista all’Iraq, a fianco dei lavoratori e del popolo iracheno, e che si unisce alla solidarietà, in attesa di ricevere notizie migliori e cioè la liberazione dell’Iraq con la cacciata degli invasori stranieri: hamza_fgtu@hotmail.com


25 giugno 2003 redazione
comunicato
SOLIDARIETÀ CONTRO LA REPRESSIONE E LE PROVOCAZIONI

La nostra solidarietà agli arrestati e contro le perquisizioni in atto in Italia e all’estero per questa ennesima caccia alle streghe frutto dell’Europa imperialista che si sta consolidando e del processo di fascistizzazione che avanza velocemente con il governo Berlusconi. Repressione e intimidazioni, militarizzazione del territorio (si schierano a Trapani gli F16); aumento delle spese militari, poteri speciali, razzismo contro gli immigrati, giro di vite sulle carceri (dove è scattato l’allarme sicurezza: cecchini sui muri di cinta, blindati, massima vigilanza, peggioramento condizioni interne ecc.), censure, moralismo ipocrita e soprattutto campagna anticomunista. Da mesi il ministro Pisanu attacca i gruppi marxisti-leninisti e li collega ai gruppi "terroristici islamici". È l'attacco ai comunisti (i veri nemici) che non accettano compromessi, che non si adeguano alle "mode" del momento né all'arroganza del potere borghese e vogliono l'abbattimento del sistema capitalista, il cambiamento radicale della società. Una lotta che non si può vincere con atti di terrorismo individuale, ma solo con la rivoluzione socialista che esproprierà il padronato, eliminerà lo sfruttamento e la proprietà privata e creerà una nuova società di liberi ed uguali. La stretta reazionaria in atto in questi giorni è destinata ad accentuarsi anche a causa della collaborazione del nostro Paese alle scelte statunitensi e del semestre europeo. Col criterio della guerra "preventiva" contro i paesi "canaglia" si colpiscono preventivamente coloro che si rifanno ai valori del comunismo e si prepara il terreno per colpire e isolare le lotte operaie contro i piani del capitalismo, a partire dalla Fiat, e tutte le altre che vedranno protagonisti i lavoratori licenziati o confinati al limite della sussistenza per garantire il massimo profitto ai capitalisti.
Mettere sullo stesso piano i comunisti con il terrorismo - in piena sintonia con la politica imperialista della guerra infinita - questa è la manovra in atto della borghesia per poter giustificare repressione e disegni reazionari. Oggi tocca a Giuseppe Maj ed ai Carc domani a chiunque si impegni per la ricostruzione del partito comunista. Nonostante le provocazioni e i piani repressivi della borghesia imperialista, la situazione interna e internazionale ripropone con forza la necessità del cambiamento rivoluzionario: o si afferma un ordine sociale nuovo, il socialismo, oppure il mondo è destinato a precipitare in un baratro. La repressione deve spingere ancor più i comunisti ad unirsi, organizzarsi e mobilitarsi contro tutti gli attacchi e, intensificando la vigilanza rivoluzionaria, ad operare con maggior forza per la ricostruzione del partito comunista. Il comunismo non è morto neppure durante il nazismo e il fascismo. Non sono bastati vari golpe militari per annientarlo, perché solo il comunismo è la scienza che permette alle classi oppresse di emanciparsi.


26 giugno 2003 redazione
referendum

DUE SI PER IL 15 GIUGNO

  • Per dare concretezza alle grandi manifestazioni in difesa dei diritti di tutti i lavoratori;
  • Per l’unificazione del mondo del lavoro e per contrastare la flessibilità e la precarietà
  • Contro lo sfruttamento padronale e la politica antipopolare, reazionaria e guerrafondaia

del governo Berlusconi-Fini-Bossi

  • Per la tutela della salute e dell’ambiente, contro
    gli inquinamenti del territorio prodotti dai processi
    di privatizzazione

SI all’estensione dell’art. 18 a tutti i lavoratori

SI alla difesa della salute e dell’ambiente


25 Aprile 2003 adesioni
raccolta firme

Con Cuba e contro l'imperialismo

Continua la raccolta di adesioni per una presa di posizione sull'attacco

politico e mediatico scatenato contro Cuba.

Francamente tutto si può dire contro l'imperialismo, tranne il fatto che nasconda il suo progetto egemonico fondamentale e, perfino, il nome delle sue vittime più immediate. Per quanto possa sembrare paradossale (ma s'è verificato così tante volte nella storia, che evidentemente paradossale non è), tuttavia si è costretti a riconoscere che una delle reazioni all'aperta aggressività imperialistica è che una parte delle organizzazioni del movimento operaio (alcune delle quali, oggi, si dicono perfino "comuniste") tendano a separarsi da ogni forma di giusta reazione proletaria, protestando la propria radicale, sincera adesione ai valori della "democrazia" (naturalmente, quella borghese, che com'è noto, è morta almeno dall'inizio del Novecento). Negli ultimi tempi italiani quell'imbelle nulla, che si chiama Veltroni, dopo aver dichiarato d'essersi a suo tempo iscritto al PCI senza esser comunista, proclamò - è noto - l'inconciliabilità fra comunismo e libertà. Oggi, dopo prove chiare del nesso profondo, che lega invece imperialismo e "libertà" (aggressione all'Iraq, alla Jugoslavia, organizzazione del falso attentato dell'11 settembre, aggressione all'Afghanistan, genocidio in atto del popolo palestinese e, infine, la recente - e non terminata - carneficina ancora una volta in Iraq), altri si sono incamminati sulla strada di Veltroni, con l'illusione di poter essere accolti come sinistra (comunista!) ufficiale nell'Europa delle multinazionali. Non tutti, però, si pongono su questa china. Ad esempio, quell'importantissima cosa che è il Movimento brasiliano dei lavoratori Senza Terra; la nobile e ferma organizzazione della Madri di Piazza di Maggio: ecco alcuni organismi che non hanno atteso a schierarsi subito a fianco di Cuba che, mentre viene sottoposta a cntinui attentati terroristici, subisce una ridicola (se non fosse tanto drammatica e pericolosa) denuncia di violazione dei "diritti umani&quo