19 gennaio 2012 redazione
anniversario

PER LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA

RICOSTRUIRE IL PARTITO DEL PROLETARIATO

 

Sono passati 91 anni da quando è stato fondato il Partito comunista d’Italia e i motivi per cui fu costituito sono sempre attuali e indispensabili per la vittoria della classe operaia nella sua lotta per l’emancipazione dallo sfruttamento: la rottura con il riformismo social-patriottico e la prospettiva della Rivoluzione proletaria per l’instaurazione della dittatura del proletariato.
La crisi di sovrapproduzione che ha investito il sistema capitalista e imperialista acutizza la contraddizione tra capitale e lavoro. Ma nel nostro paese ciò è in contrasto con il ritardo nella costruzione di un forte Partito Comunista.
Dopo la vittoria della Lotta partigiana, diretta dai comunisti, la borghesia è riuscita a modificarne la strategia e così dalla democrazia progressiva e la via italiana e parlamentare al socialismo siamo passati al compromesso storico fino allo scioglimento dello stesso Partito comunista trasformato nella sua versione attuale di PD, fedele e convinto sostenitore dell’imperialismo europeo, garante del grande capitale e delle banche. Gli eredi di quel Partito si sono invece rivelati incapaci di ricostruire un autentico Partito comunista come dimostrano tutte le versioni che conosciamo, dal PRC al PdCI.
In questi anni la frantumazione in piccoli gruppi ha prevalso sul senso di unità di classe e anche sulla ragionevolezza. Nello stesso tempo sul piano internazionale le sconfitte del movimento operaio sono state cocenti e hanno dato fiato all’imperialismo.
Ciononostante possiamo dire onestamente di aver fatto qualche passo in avanti per realizzare lo Stato Maggiore del proletariato? Certamente no, né si potrà fare se non riusciremo a dare una sterzata al modo di pensare e di agire dei comunisti.
Se come diceva Marx… “l’emancipazione della classe deve essere opera della stessa classe operaia…” allora ancora di più devono essere gli operai e i lavoratori comunisti a battersi per la costruzione del loro Partito facendo fare un passo indietro ai vari dirigenti che vogliono continuare a coltivare il proprio orticello e far fare un passo in avanti verso la costruzione di un Partito che non sia più una sintesi astratta dei vari settori sociali (classe operaia, proletariato, contadini, commercianti,  borghesi “illuminati”) ma la parte più avanzata della classe operaia stessa, capace di esercitare quel ruolo egemone e indispensabile a garantire la rivoluzione e la dittatura del proletariato.
Il movimento operaio ha di fronte a sé due possibilità: quella di aderire alla mobilitazione reazionaria promossa dai capitalisti che lo porterà verso il baratro del fascismo e della guerra – costringendolo a sempre maggiori privazioni e sfruttamento - oppure lottare per i propri interessi, sempre con grandi sacrifici e privazioni ma questa volta per la propria vita, per l’emancipazione dallo sfruttamento e la vera libertà; per eliminare l’odioso sistema capitalista con una società socialista.
Ora che diventa sempre più evidente come l'Unione europea sia il guardiano del potere e dei profitti dei monopoli, ora che le contraddizioni tra gli stessi paesi capitalistici si acutizzano, è particolarmente importante respingere quelle posizioni opportuniste che sostengono possibile una riforma dei trattati per una presunta “Europa dei popoli”, posizione che porta al disarmo del movimento operaio e popolare.
Oggi abbiamo bisogno di lottare immediatamente e senza indugi, utilizzando tutte le forme di lotta; scioperi, manifestazioni, comitati a livello di base. Non deve esserci una fabbrica, una scuola o un quartiere senza un centro di azione e di mobilitazione e tutti devono unirsi, come un torrente in piena, per il rovesciamento del potere dei monopoli. Non esiste una soluzione alternativa.
Il debito, il deficit, i programmi di medio termine, lo spread ecc. sono preoccupazioni della classe dominante del nostro paese e dei partiti che la servono; al proletariato invece spetta di occuparsi di una sola cosa: come prevenire e rovesciare le misure, come far cadere i governi antipopolari, come creare le condizioni per uscirne vittorioso.
Abbiamo bisogno di creare un ampio fronte di lotta anticapitalista e di resistenza ma il fronte di cui abbiamo bisogno oggi non può essere semplicemente un fronte "anti". Deve invece indicare la direzione, dove andare, è in questo modo che si determina il suo carattere antitetico.
Un fronte popolare, diretto dalla classe operaia, per il rovesciamento del potere dei monopoli, per la loro socializzazione, per il controllo operaio-popolare, per il disimpegno dall'UE e dalla NATO e, naturalmente, per l'implicita cancellazione del debito.
I lavoratori e le masse popolari non sono responsabili della crisi e non la devono pagare. Paghino i capitalisti la loro crisi e i loro debiti!
Lavoriamo per unificare i comunisti e la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare il proletariato nelle battaglie che ci aspettano e per cambiare la società.
Il capitalismo non ha futuro, ha già dimostrato il suo fallimento, e va abbattuto. Solo il socialismo, con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con la pianificazione dell’economia, può assicurare - senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con una vera uguaglianza tra gli uomini - stabilità del lavoro, giustizia e progresso per l’ intera società.

Nella continuità di Antonio Gramsci ricostruiamo il Partito Comunista
Proletari di tutto il mondo uniamoci              


20 dicembre 2011 redazione
editoriale

PIÙ VECCHI, PIÙ POVERI E SENZA LAVORO

 

L’UNICA RISPOSTA ALL’ATTUALE SITUAZIONE È ORGANIZZARSI PER CAMBIARE IL SISTEMA

 

Se il Presidente della Repubblica sottolinea che anche i meno “abbienti” devono fare sacrifici (come se non ne facessero già abbastanza) Tarcisio Bertone che dall’alto del suo ruolo di segretario di Stato Vaticano non pare sia patito, dice: “I sacrifici fanno parte della vita”. Ma si sa bene… da che pulpito viene la predica! E poi non si può andare contro le scelte di un governo presieduto da un fervente che non perde una messa. Che, presentato come “tecnico”, ha dimostrato subito di essere molto politico. Debole con i forti e forte con i deboli cede alle lobbies, ai proprietari di yacht e ai politici rinviando a sine die il “taglio” di stipendi e vitalizi dei parlamentari che al primo avviso si sono subito agitati. Anzi questi “tecnici” hanno subito provveduto ad un comma ad hoc che preservi i loro redditi, i doppi compensi e rimborsi.
Nel frattempo la regione Lazio aggira la legge per estendere la pensione agli assessori esterni cioè mai eletti (14 su 15) nella giunta Polverini.

A ridurre le enormi spese per gli armamenti non ci pensano neppure lontanamente. Alimentare il complesso militare-industriale, Finmeccanica in testa, e partecipare alle guerre contro i popoli per conto dell’imperialismo e della Nato è la sola scelta di sviluppo del neogoverno che, usando tutte le risorse per ripianare il debito ci sprofonda in un’economia di guerra.

Come già detto sul numero scorso il governo Monti è stato chiamato a salvare banche ed Europa imponendo una stretta (in attesa della prossima) che dissangua il proletariato e le masse popolari su tutti i settori della vita: dal lavoro alla casa, dai trasporti alla salute. Certo non ci voleva un governo “tecnico” per scaricare tutto il peso della crisi su lavoratori, pensionati, giovani e donne. La manovra era già impostata da Berlusconi che aveva assicurato l’Europa e accettato la famigerata lettera della BCE, ma è diventata un accordo gestito dal presidente della Repubblica che ha salvato capra e cavoli: gli affari di Berlusconi, il centrosinistra non ancora pronto, l’UDC che ha tempo per raccattare i pentiti pidiellini, la Lega nord che – dopo tutte le porcate filoberlusconiane - doveva riconquistarsi la verginità e recuperare consensi tra il suo elettorato, arrivando alle proteste in aula e a strumentalizzare demagogicamente l’operaia in parlamento.

Un accordo volto a calmare gli animi (com’è successo per il governo Prodi) che dimostra quanto sia forte l’influenza del riformismo sulle masse confuse su chi le rappresenta. Il Pd, appiattito, subalterno e coerente con la sua politica liberista, per fare ingoiare le scelte salva banche e capitalisti ha rinunciato alle elezioni, assumendosi tutta la responsabilità del disastro che si presenta nei prossimi anni.
Ma i lavoratori non sono rappresentati neppure dai sindacati confederali accordatisi – anche loro con lo scopo di dare un contentino, frenare le lotte e far sfogare il malcontento – per uno sciopericchio. Il solito evento che si consuma in un giorno con una manifestazione che non lascia il segno. Una crisi di queste proporzioni richiede una risposta politica. Lo sciopero deve essere generale nazionale, deve fermare tutto il paese, danneggiare in modo consistente i capitalisti e i loro profitti (i dati confermano che il fatturato dell’industria italiana, grazie a licenziamenti, accordi capestro, Cig e delocalizzazioni, è in crescita) e dimostrare la forza della classe lavoratrice.

Uno sciopero che dovrebbe vedere la partecipazione di tutti: dai negozianti che piagnucolano per il calo dei consumi (temevano che i comunisti portassero via loro le proprietà mentre gliele porta via proprio il capitalismo) ai giornalisti. Sempre pronti a servire il potere manipolando le informazioni quando si tratta di denigrare socialismo e comunisti e a chiedere solidarietà per le loro iniziative corporative.

Se non si capisce quanto sia fondamentale la partecipazione diretta della classe operaia e del proletariato in ogni campo della vita politica e non solo sindacale, prendendo il destino nelle proprie mani, non c’è sbocco, ci sono solo situazioni tampone.
La catastrofe che ci si prospetta nei prossimi anni ha portato, in questi due ultimi mesi ad una nuova esperienza. Con due assemblee a Roma, il primo ottobre e il 17 dicembre, molti lavoratori si sono ritrovati per discutere sul rifiuto di pagare il debito e costruire una sorta di fronte di resistenza contro le misure antipopolari; l’attacco alla democrazia (borghese) e ai diritti. Queste esperienze volontarie le abbiamo già viste nei tanti anni di impegno politico, nessuna è andata a buon fine sia per l’isolamento cui sono relegate, sia per i difetti della direzione. In questo caso non si tratta di ricostruire il partito comunista, indispensabile per eliminare il sistema capitalista, causa di tutti i danni, ma di un movimento che si pone contro il governo Monti ritenuto rappresentante del governo, delle banche e della BCE e che vuole costruire un’opposizione sociale e politica togliendo terreno al razzismo della Lega nord e al fascismo.

È un percorso che merita una riflessione.

Però la situazione non è grave solo dal punto di vista economico. Come la storia insegna, quando il capitalismo si trova alle strette ricorre alla guerra o ad una soluzione autoritaria. E l’esclusione di organizzazioni sindacali dalle fabbriche e l’attacco all’art. 18 sono già preoccupanti. Le ultime dichiarazioni di Berlusconi sulla democrazia del duce nello stesso momento in cui attacca Monti - come il fatto che il Pdl mantiene, alimenta e ospita nelle proprie sedi gruppi neofascisti - sono un altro segnale che si aggiunge alla cultura reazionaria che attraversa la società. Inoltre va messo in conto che l’eventuale sviluppo di proteste e ribellioni - in mancanza del partito comunista - potrebbe essere strumentalizzato e gestito dalla destra in tutte le sue varianti.

Le conseguenze dell’uso, della protezione e della cultura razzista dei partiti parlamentari, si sono viste a Firenze (e non è il primo caso) con l’uccisione di due lavoratori senegalesi per mano non di un pazzo né di un maniaco depresso come le istituzioni, i benpensanti e la stampa borghese e di destra ci propinano, ma per mano di un noto fascista, armato, militante di Casa Pound (anche se qualcuno ne ha preso le distanze), uno dei gruppi che si spacciano per centri sociali. Che continueranno a spadroneggiare ed aggredire, anche grazie al sindaco e ai politici della città.
Il movimento antifascista cittadino, del quale fanno parte i compagni di “nuova unità”, e i collettivi degli studenti si sono mobilitati subito dal momento dell’apertura sia di Casa Pound (sdoganata e difesa da partiti ed intellettuali) sia di Casaggi, in quanto veri centri di propaganda reazionaria e razzista e per la loro chiusura. Nonostante l’assassinio, di fronte alle pressanti richieste di intervento - anche della comunità senegalese - il sindaco risponde che se non ci sono reati la sede non si può chiudere. Il reato è la loro esistenza, la loro cultura e la loro attività reazionaria. La risposta del sindaco equivale a dire che si devono aspettare altre uccisioni, fermo restando che gli assassini lascino sui morti le sigle dei loro gruppi fascisti come prova!
Con questo numero si chiude un altro anno di sacrifici anche per noi. Non è facile mantenere il nostro giornale con i continui aumenti delle materie prime e delle tariffe postali e senza alcuna sovvenzione per la stampa, se non gli abbonamenti, la diffusione e qualche sottoscrizione da sostenitore. Pensiamo che sono in difficoltà persino Liberazione e il Manifesto nonostante usufruiscano del finanziamento pubblico dell’editoria.

Di fronte a tutto ciò che denunciamo, alla necessità di una voce marxista che porti avanti la lotta di classe, e fermi sul concetto che il giornale comunista deve svolgere il ruolo di organizzatore collettivo, usciremo ancora nel 2012, anche se non si riesce a rispettare la regolare mensilità. Ma siamo sicuri che voi lettori e abbonati capirete le nostre difficoltà, il nostro lavoro volontario e continuerete a sostenerci – magari passando la voce per trovare nuovi lettori e abbonati -, nonostante le sempre più precarie condizioni.

 


22 novembre 2011 redazione
editoriale

IL GOVERNO DI DIO, BANCHE, EUROPA E MERCATI
Nel nuovo esecutivo una pattuglia cattolica, facce nuove per poteri forti, con tre donne in posti chiave: Interni, Giustizia, Welfare per sostenere il grande capitale. La nostra lotta deve continuare
Mentre stavamo per andare in stampa la situazione italiana è precipitata. Il presidente Napolitano ha preso in mano la situazione e costretto Berlusconi a dimettersi. A giornale ormai impaginato abbiamo deciso di aspettare il nuovo esecutivo per cui alcuni articoli potrebbero sembrare “datati”, ma la sostanza del loro contenuto resta comunque valida.
Berlusconi, quindi, sotto attacco anche sul piano finanziario (i titoli Mediaset hanno perso in due giorni 19 punti) si è dimesso, non è stato defenestrato dalla lotta di massa né dall’opposizione che lo supplicava di dimettersi in realtà senza ostacolarlo, ma in seguito anche a pressioni esterne, con un atto dal sapore di repubblica presidenziale, sul filo di lama dello stesso parlamentarismo borghese, per superare un dibattito acceso (si fa per dire), in nome di una presunta unità nazionale, ma più vicino ad un compromesso storico, ad un patto sociale.
Ma non prima di aver chiesto e fatto passare il patto di stabilità con le disposizioni imposte dalla BCE.
Il governo Monti, cosiddetto tecnico, è subentrato ad un centrodestra non più in grado di dare garanzie e credibilità delle imposizioni europee nel momento in cui il centrosinistra non era ancora pronto a sostituirlo. Un’operazione pericolosa dal punto di vista democratico-borghese perché se ora la giustificazione è quella dell’emergenza economica, domani potrebbe esserlo di ordine pubblico e portare ad una soluzione autoritaria. Con il plauso delle forze politiche parlamentari e no (se pure con qualche distinguo) e, purtroppo, della “gente” che non ne poteva più della gestione personale del potere di Berlusconi, della mafia, delle logge segrete e della massoneria; dei suoi ministri e sottosegretari arroganti, supponenti, prevaricatori e ignoranti. Che non si arrendono, preparano il governo ombra, nel senso che agiranno nell’ombra per tornare a cavalcare il potere con le prossime elezioni. Berlusconi se n’è andato col suo smagliante sorriso stampato sulla bocca affidando alla TV il messaggio autoreferenziale: “l’ho fatto per l’interesse del paese…”, velina di martellamento per tutto il Pdl! Insomma un salvatore della patria, come Napolitano, come Monti!
Finisce l’era berlusconiana dello spreco, degli scandali, delle barzellette e della prostituzione d’alto bordo e ne inizia un’altra opposta - tempestivamente benedetta dal Vaticano: “Una bella squadra alla quale auguro buon lavoro” - basata sul rigore, sull’ordine, su dio e famiglia. Ma soprattutto sulle banche, l’Europa, la Nato e… il conflitto di interessi. Monti e i suoi ministri sono l’espressione del liberismo finanziario, del potere economico e militare, infatti, la Difesa, già in mano al deprecabile fascista La Russa, è stata affidata ad un ammiraglio, presidente del comitato militare della Nato, dal quale ha seguito le operazioni contro la Libia.

Monti ha ottenuto 281 voti (25 no) al Senato e 556 (61 no) alla Camera (esclusa la Lega nord che sceglie l’opposizione in funzione del recupero del suo elettorato e dei suoi militanti fortemente scontenti dei suoi inciuci con il Pdl). Le forze politiche lasciano il dominio dell’economia sulla politica, si fanno da parte di fronte al fiduciario del capitalismo e degli imprenditori, e alimentano nella popolazione e nella stessa classe operaia - oggi in una fase di debolezza politica e frammentazione sindacale - l’illusione che un nuovo e “tecnico” governo abbia la giusta cura per risolvere i problemi.
Monti, consulente della Goldman Sachs - una delle più grandi banche d’affari fondata da un ebreo tedesco (nella quale sono passati Prodi, Draghi vicepresidente, Gianni Letta advisor e persino Papademos, attuale primo ministro greco) - si è instaurato con un gesuitico discorso nel nome di De Gasperi e dell’Europa “non c’è un noi e loro, l’Europa siamo noi”. Per indorare la pillola il nuovo presidente ha subito respinto la definizione dei provvedimenti “lacrime e sangue” e l’ha sostituita con “sacrifici equi” (per chi?), che sempre drammatici saranno e non solo sul piano economico, altrimenti non sarebbe apprezzato dalla stampa estera né dalla holding bancaria Morgan Stanley. E lo verificheremo nel postdiscorso dei principi quando i ministri presenteranno alle commissioni le misure e le priorità da prendere.
In un’intervista al Corriere della Sera del 2 novembre Monti ha già anticipato la sua tendenza anticomunista e clericale, precisando che “In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini (che ha rovinato la scuola, ndr) e a Sergio Marchionne (che dopo aver introdotto contratti capestro si è rimangiato tutti gli accordi, ndr). Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.
Nessuna illusione, dunque, questo governo resterà il tempo necessario per ridare all’Italia l’immagine forte e seria di un Paese che, Monti o non Monti, non si può salvare perché affetto da una malattia che non ha colpito solo l’Italia, la Grecia, la Spagna o il Portogallo. È una malattia che si chiama capitalismo che riguarda tutta l’Europa condizionata dalla Germania, frutto della competizione interimperialistica che sempre più porterà alla repressione, se non addirittura ad una guerra e che non si può curare. L’unica terapia valida è il cambiamento del sistema sociale.
Evitiamo il fumo negli occhi e proseguiamo con la lotta e l’organizzazione di un’opposizione di classe che rifiuti di pagare il debito pubblico, usato per colpire tutto il mondo del lavoro, dai salari ai diritti.

Classe operaia, lavoratori, masse popolari e studenti – chiamati a salvare il sistema bancario ed il capitalismo – pagheranno un caro prezzo con qualunque governo che non rappresenta loro, ma i propri interessi.

 

Chi sono i tecnici del nuovo esecutivo
Economia-Finanza
: Mario Monti, prof. in Economia alla Bocconi di Milano, specializzato all´università americana di Yale, insieme al Premio Nobel per l´Economia James Tobin. Dal 1969 è docente ordinario all´università di Trento; dal ´70 all´85 insegna anche a Torino, poi alla Bocconi come direttore dell´Istituto di Economia Politica. Consulente della Goldman Sachs.

Ha ricoperto incarichi di alta responsabilità in diverse commissioni parlamentari, fra cui quella sulla difesa del risparmio dall´inflazione, è stato presidente della commissione sul sistema finanziario e creditizio, poi componente della Commissione Sarcinelli (1986-87) e del Comitato sul Debito Pubblico (1988-89). Dal 1994 al 2000 è stato Commissario presso l´Unione Europea insieme a Emma Bonino, con delega assegnata dal presidente della Commissione UE, Jacques Santer, per il Mercato Interno Europeo, Servizi e Integrazione Finanziaria, Unione Doganale e Fiscalità. Riceve anche la Delega per la Normativa sulla Concorrenza. È fra i promotori del procedimento contro la Microsoft di Bill Gates, facendo forza sulla Legge Antirust. Nel 2010, su incarico del Presidente della Commissione Europea, Barroso, è il principale redattore del "Rapporto sul futuro del mercato unico".
Interno:
Anna Maria Cancellieri (carica coperta dalla Iervolino nel 1988’89), prefetto in pensione, commissario del comune di Bologna e di Parma. Molto apprezzata dal centrodestra.
Esteri:
Giulio Terzi Sant’Agata, ambasciatore a Washington, in Israele e altri Paesi. Molto legato a Gianfranco Fini
Difesa
: Giampaolo di Paola, presidente del Comitato militare della Nato. È stato capo del gabinetto del ministro della Difesa con Carlo Sconamiglio e poi con Sergio Mattarella
Giustizia
: Paola Severino, noto avvocato penalista (tra i suoi clienti Prodi, Fininvest, Formigoni, Caltagirone, Rai, Morgan Stanley), dal 1997 al 2001 è stata vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura militare ed è prorettore vicario alla Luiss Guido Carli
Sviluppo economico e infrastrutture
: Corrado Passera, Ad di Intesa Sanpaolo (che si prepara a ricevere oltre 3,8miliardi di euro (dagli utili del 2011), socio nella Ntv (la società dei treni di Montezemolo). Al vertice di Poste italiane nei governi Ciampi e Prodi, si è avvicinato al centrodestra per “risanare” l’Alitalia
Welfare e Pari opportunità
: Elsa Fornero, una lady di ferro, convinta del contributivo e dell’allungamento dell’età pensionabile. Editorialista del Sole 24ore, vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, è sposata con Mario Deaglio giornalista de “La Stampa”
Istruzione
: Francesco Profumo, scelto dalla Gelmini per la presidenza del CNR, dal 2005 rettore del Politecnico di Torino; candidato per il centrodestra a sindaco di Torino; fa parte dell’Accademia delle scienze, dei cda Telecom e Pirelli
Salute
: Roberto Balduzzi, giurista e presidente dell’Agenas (agenzia per i servizi sanitari regionali e al ministero della Salute), ha già lavorato con Rosy Bindi, dal 2006 è consigliere giuridico del ministero delle Politiche per la famiglia
Beni culturali
: Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica, fa parte del comitato nazionale per il progetto culturale voluto dalla Cei
Ambiente:
Corrado Clini, laureato in medicina, ex membro dell’Enea e ora nel Cipe, coordina progetti e commissioni sullo sviluppo sostenibile ma con tendenza al nucleare
Turismo e Sport
: Gnudi, presidente Enel per tre mandati e numerosi incarichi in diversi cda e collegi sindacali di importanti società tra cui Stet, Eni, Enichem, Credito italiano
Agricoltura:
Mario Catania, da due anni capo dipartimento delle politiche europee ed internazionali del ministero agricoltura è stato uno dei tecnici a fianco dei ministri nelle negoziazioni a Bruxelles
Rapporti con il Parlamento
: Piero Giarda, giudice di primo grado della Corte di Giustizia Ue; esperto di mercato e concorrenza, è stato capo gabinetto della commissione Ue guidata da Monti; nel 2002 al Tesoro con Draghi, consigliere di Amato e Ciampi col quale ha portato l’Italia in Europa
Coesione territoriale
: Fabrizio Barca, direttore generale al Ministero dell’economia, per 20 anni all’Ufficio studi di Bankitalia; con Ciampi al ministero del Tesoro
Affari europei
: Enzo Moavero Milanesi, docente alla Cattolica di Milano dal 1968 al 2001; sottosegretario al Tesoro dal 1995 al 2001; presidente della Commissione tecnica per la spesa pubblica dal 1986 al 1995
Cooperazione internazionale
: Andrea Riccardi, fondatore e leader della Comunità di Sant’Egidio; ordinario di Storia contemporanea alla Terza Università di Roma

 

 

 

 

 


2 ottobre 2011 redazione
editoriale
PRODUCI, CONSUMA, PAGA E… CREPA Partecipazione e costruzione dell’autentico partito comunista per abbattere il capitalismo La quinta versione della manovra è stata approvata, ma non è finita qui perché l’Unione europea, con la minaccia della Grecia, e la stessa Confindustria con i suoi 5 punti stanno già chiedendo misure aggiuntive. Peggio del peggio, una manovra tutta riversata su coloro che hanno una busta paga, sui pensionati attraverso tasse, ticket, costi della scuola, sui giovani che restano senza prospettive per il futuro anche per il mancato turn over a causa del prolungamento dell’entrata in pensione. E sulle donne, lavoratrici ovviamente, che come se non bastasse lo sfruttamento come tutti i dipendenti e la vita passata a svolgere due, tre ruoli pensando a figli, faccende domestiche e anziani di famiglia si vedono allontanare sempre più l’entrata in pensione. Una manovra che demolisce per legge i contratti nazionali e cancella lo Statuto di lavoratori aprendo le porte alla libertà di licenziamento e producendo ulteriore disoccupazione. Politici ed economisti inneggiano allo sviluppo – intendendo far girare i soldi consumando, ma siamo al livello che, chi lavora e soprattutto chi ha figli, non riesce ad arrivare a fine mese. E come se non bastasse il primo risultato di questa manovra ha prodotto un aumento dei prezzi, in particolare dei carburanti (già gravati dalla guerra in Libia) che non sono usati solo per le automobili – che molti usano per carenza di mezzi pubblici – ma sono utilizzati in agricoltura e per riscaldamento. La situazione è davvero grave. La crisi è sistemica, ma non siamo tutti nella stessa barca e la conseguenza non è la necessità di “sacrifici purché equi” o “paghino anche i ricchi” come viene sostenuto anche dai partiti dell’”opposizione” e dagli stessi sindacati confederali. Paghino solo i ricchi! Quei capitalisti che continuano a produrre profitti, sia con la delocalizzazione, sia per il sostegno statale della Cig. o chiudono le fabbriche gettando sul lastrico migliaia di famiglie per investimenti finanziari più redditizi. Pirelli, infatti, amplia lo stabilimento a Slatina e assume 1000 operai oltre i 2400 già in forza; Moretti ha chiuso con un utile del gruppo Fs di 90 milioni di euro (34 milioni dello stesso periodo del 2010), con un margine operativo lordo di 841 milioni ma chiede regole più flessibili e invoca le deroghe previste dall’art. 8 della manovra per rinnovare i contratti con i ferrovieri, scaduti nel 2007. L’obiettivo di tutti i borghesi è la centralità del profitto come dimostra l’accordo del 28 giugno scorso firmato da governo, padroni e sindacati, compresa la Cgil. Accordo che, nel nome della coesione e dell’unità nazionale sposa completamente la linea Marchionne e sottomette i diritti dei lavoratori alle imprese. Nel frattempo il governo – tutto preso da beghe interne, da sessuomanie e dal pensiero di come salvare i propri ministri e sottosegretari coinvolti in affari loschi e di mafia – non solo non taglia il bilancio militare (27 miliardi nel 2010), ma continua a spendere cifre esorbitanti per farsi trascinare in guerre di rapina, ultima quella contro la Libia, da altri paesi imperialisti per il proprio tornaconto. Spende 90 mila euro al giorno per militarizzare il territorio della val Susa contro la popolazione che lotta per salvare ambiente e salute e spende 17miliardi di euro per acquistare cacciabombardieri come gli F35 in grado di trasportare armi atomiche e i politici seguitano a non farsi mancare nulla. L’industria militare è sempre in attivo, aziende come Finmeccanica e Oto Melara lucrano con le banche sulle forniture di armi e chissà quante tangenti vanno ai partiti della guerra. Che di fronte ad una crisi mondiale così grave è sempre più un pericolo reale. Una voce del bilancio su cui tacciono tutti dal Vaticano ai cattolici sempre solerti a difendere un feto, ma non le migliaia di civili che muoiono sotto i bombardamenti. Ciò finalmente scandalizza le masse popolari non più disposte a sopportare tant’è che lo sciopero generale proclamato per il 6 settembre dalla Cgil - dopo aver firmato l’accordo capestro del 28 giugno - con l’intento di frenare il malcontento, ma finalmente appoggiato dalla maggioranza dei sindacati di base, ha avuto un successo oltre le previsioni. Ma, non ci stancheremo mai di dirlo, lo sciopero non basta. Pur essendo importante, così come lo sono le manifestazioni operaie che si sviluppano da Pomigliano a Termini Imerese, ad Ancona, a Genova (che sono caricate dalla polizia), il problema fondamentale è non pagare questa crisi causata dal sistema bancario e finanziario mondiale ed europeo, dalle scelte imprenditoriali, dalle cattive gestioni economiche dei governi. Per quello italiano dovremmo pagare il debito pubblico prodotto da anni di Dc, Psi e centrosinistra e aggravato da Berlusconi e per le conseguenze delle misure imposte dai parameri di Maastricht sommate alle imposizioni della Bce su liberalizzazioni, flessibilità del lavoro e privatizzazioni. Le imposizioni fiscali non sono il pagamento di tasse per ricevere dei servizi che vengono continuamente tagliati, sono il trasferimento della ricchezza della popolazione ai banchieri, sono uno strumento di azione illecita per rifondere un debito pubblico artefatto, una pirateria internazionale di rapina. Giorno dopo giorno il capitalismo si dimostra un sistema fallimentare. È necessario abbatterlo e cambiare rifiutando l’idea che vorrebbero inculcarci che anche il socialismo è fallito. Quello che è fallito è una gestione revisionista del socialismo. La società socialista è l’unica alternativa possibile per eliminare padroni, speculatori, faccendieri, politici corrotti. Andiamo, quindi, oltre la protesta e le lotte difensive attraverso un percorso di lotta di classe che porti al cambiamento radicale, che elimini lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Bisogna agire e per questo ci vuole il protagonismo dei lavoratori, in particolare della classe operaia, attraverso lo strumento del partito comunista.
15 luglio 2011 redazione
editoriale
LACRIME E SANGUE PER MANTENERE POLITICA E CORRUZIONE CON LA RICETTA DELLA BORGHESIA SI RIMANE NEL PANTANO DELLA CRISI. SE NE ESCE SOLO SEGUENDO LA STRADA DI RIVOLUZIONARIE TRASFORMAZIONI SOCIO-ECONOMICHE C’è chi dice “Il bicchiere italiano è ancora mezzo pieno” (Balice, presidente degli analisti finanziari), chi sostiene che “banche contagiate ma l’Italia non fallirà mai” (Bini Smaghi), c’è il pressing della Germania, per accelerare il risanamento. Chi ha creato la crisi e chi la paga e pagherà? La crisi viene da lontano, è una malattia cronica ed è intrinseca al sistema capitalista le cui contraddizioni si inaspriscono accanto alla rivalità tra le maggiori potenze imperialistiche. Sistema che genera milioni di disoccupati, incertezza nel domani; una politica antipopolare e repressiva; di sfruttamento delle risorse; di aumento delle spese militari; di crisi morale. È dal 1825 che ciclicamente, ogni 8-12 anni, le crisi si ripetono estendendosi a paesi sempre più numerosi, ma ogni nuovo sconvolgimento si differenzia da quello precedente e si intreccia tra crisi di sovrapproduzione, agrarie e valutarie fino a strutturali mondiali. L’Italia si trova aggravata dalla gestione clientelare dei passati governi democristiani e dalle allegre gestioni, prima di Craxi, e poi del governo Berlusconi. Che non bada a spese e, pur di mantenere il numero per governare (e portare a termine i suoi affari), appesantisce le già costose spese della politica pagando segretari e sottosegretari che scaldano la poltrona e che si aggiungono alle spese di partecipazione alle guerre di invasione e l’acquisto in miliardi di euro in aerei da guerra. Il governo vive sulla demagogia. La sforbiciata alle “missioni” all’estero di 120 milioni propagandata da La Russa che assicura “continueremo a garantire la sicurezza dei nostri soldati”, non è tale. È che il rifinanziamento dei giorni scorsi di 694 milioni di euro si aggiungono agli 811 milioni del primo semestre (solo per l’Afghanistan ne vengono spesi 380 milioni di euro). Tanto che la Nato ha commentato: “L’Italia è un forte alleato ed un finanziatore affidabile dell’Alleanza”. Se poi saranno ritirati 2000 soldati come annunciato andrà verificato e, comunque, non cambia nulla. Le presenze in guerra, compresa l’avventura libica - che paghiamo con un’ulteriore accisa sul carburante - restano. Questo governo, composto da ministri imputati di mafia, implicati in trame e doppi giochi di potere, in mano a faccendieri e Logge (Bisignani della P4 era già iscritto alla P2), con superpoteri come Marco Milanese (la cui compagna è portavoce del ministro Tremonti) - per non parlare degli scandali sessuali - prende in giro anche con la manovra finanziaria. Nessuno tocchi i suoi politici! Sono troppo preziosi per mantenere il consenso elettorale, lo sviluppo degli affari, garantire loro la pensione e salvarli dalle imputazioni che pesano soprattutto sugli appartenenti al Pdl. Su quel partito che il nuovo segretario (che non si dimette da Ministro) sostiene sia un partito di onesti! Nessun taglio alla politica (men che meno agli sprechi), quindi. Vale la pena ricordare che in questo Paese i parlamentari (spesso con doppi e tripli incarichi) sono pagati con circa 1500 euro in più di un parlamentare statunitense e che il governatore dello Stato di New York percepisce la metà di quanto prende il governatore della Sicilia! Costi e sprechi che si aggiungono a quelli di Regioni, Province, Comuni e di tutti i loro sporchi affari ottenuti a suon di tangenti. Si potrebbe definire vergognosa la decisione di PD (ed IVD) di favorire il voto della manovra, salvando il governo, in una ritrovata unità per il bene del paese secondo la dottrina del Presidente della Repubblica e di Draghi, ma tale non è. È solo il frutto della linea di un partito borghese che non è né democratico, né riformista. È uno dei tanti partiti della borghesia che - qualora vincesse alle prossime elezioni - si troverebbe – ancora una volta – a gestire i debiti con finanziarie lacrime e sangue, in piena sintonia con i diktat di Confindustria e Bruxelles. Chi paga dunque la crisi, il debito pubblico e le soluzioni prese? Le masse popolari. Quelle che, scoraggiate dall’assenza di un’opposizione vera e disabituate a prendere in mano il proprio destino perché condizionate da anni - grazie ai partiti della cosiddetta sinistra - dalla pratica della delega, non protestano (per ora) ma riducono i consumi – anche quelli alimentari – e sacrificano le ferie. I tagli, come il carovita, infatti colpiscono i più bisognosi, i pensionati, i giovani. Questa ultima manovra (approfondimento a pag. 5) scippa ai futuri pensionati con 40 anni di lavoro da uno a tre mesi, mentre ciò che è spacciato per misura di solidarietà sulle pensioni d’oro è un’altra truffa. Il contributo del 5% non è calcolato sugli importi dei trattamenti pensionistici di 90mila euro (che sarebbe 4.500 euro), ma sulla parte eccedente fino a 150mila (su 150mila diventano 3.000!) e il 10% per la parte eccedente i 150mila. Ma la misura più infame è quella sulla sanità che entra in vigore nell’immediato e che ripristina (già introdotto dal governo Prodi) il ticket per l’assistenza ambulatoriale specialistica e 25 euro per le prestazioni di Pronto soccorso (che in molte regioni è comunque in vigore da tempo). Non è qualunquismo né antipolitica denunciare le scelte governative e organizzarsi contro le misure – come i benpensanti e i diretti interessati continuano a ripetere -. La borghesia non ha una ricetta di guarigione, ma gravi misure economiche al fine di affievolirla, scaricandola su chi già stringe i denti per andare avanti. Si può uscire dal pantano della crisi solo se si rimette in moto una seria lotta di classe e si segue la strada di rivoluzionarie trasformazioni socio-economiche.
14 giugno 2011 redazione
solidarietà
La repressione non ci fermerà Solidarietà agli arrestati e ai denunciati A Firenze nell’ultimo mese, dopo una serie di operazioni di controlli della Digos, per strada, dei militanti, si è scatenata la caccia a chi protesta. Per primi sono stati colpiti 78 studenti dei quali 5 messi agli arresti domiciliari e 17 sottoposti all’obbligo di firma. A questi si som-mano altri 9 “rei” di aver impedito alla fascista Santanchè di entrare all’Università. Altri 10 compagni sono stati denunciati per interruzione di servizio pubblico, in occasione di una manifestazione contro la guerra in Libia. Per aver risposto alla repressione lunedì mattina sono arrivati altri 16 provvedimenti ad al-trettanti compagni, dei quali 1 in carcere, 6 agli arresti domiciliari e 9 con obbligo di firma. Questa pioggia di denunce ha lo scopo di intimidire e fermare quelle forze sociali, soprattutto giovanili, che si battono contro la scuola di classe e più in generale contro una società che nega ogni prospettiva di lavoro e di vita. Che lottano contro il capitalismo, il fascismo e i rigurgiti fascisti quali nemici giurati dei comunisti, e più in generale, delle masse proletarie italiane e straniere. È un attacco alla stessa democrazia borghese. Colpire chi lotta contro il sistema con denunce, perquisizioni, arresti, aggiornando le schedature della polizia è il solito metodo usato dal potere per difendere lo Stato capitalista. È una strategia per dare una risposta alla crisi cercando di isolare e colpire i mi-litanti (lavoratori e operai che rischiano di perdere la propria occupazione) delle varie organizzazioni che operano politicamente sul territorio contro la guerra, lo sfruttamento e per una società di liberi ed uguali. Politici e mass-media (anche nazionali) si scatenano contro i “violenti” e lanciano l’allarme sulla perdita di democrazia, chiedono la chiusura dei centri sociali. Ma violenza e terrorismo sono gli strumenti di comando e prevaricazione tipici del sistema capitalista e imperialista e di chi lo sostiene. Che sfrutta i lavoratori imponendo contratti capestri, licenziando o uccidendoli in nome del profitto. Che attacca i diritti, reprime la protesta, infonde una cultura razzista che arriva a marchiare gli ambulanti stranieri e respingere i profughi di guerra. Ai compagni denunciati e arrestati, ai compagni che saranno prossimamente processati a Firenze va tutta la nostra solidarietà militante. Chiediamo a tutte le forze politiche, sindacali e culturali di pronunciarsi contro questo clima di autoritarismo che si sta imponendo a Firenze e in Toscana. Continuiamo la lotta e l’impegno per respingere la repressione e per la liberazione di tutti i compagni! I compagni del Comitato Comunista toscano e di “nuova unità”
28 aprile 2011 redazione
Giornata di lotta internazionale
1° MAGGIO DI LOTTA DEL PROLETARIATO MONDIALE CONTRO LO SFRUTTAMENTO CAPITALISTICO CONTRO l’IMPERIALISMO E LA GUERRA L’attuale sistema è legato al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato: aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, della precarizzazione e della Cig, abbassamento dei livelli salariali, licenziamenti, aumento dello sfruttamento e della repressione, morti sul lavoro e di lavoro, attacco alla contrattazione nazionale, tagli e privatizzazione dei servizi essenziali, carovita, sfratti ecc. E la crisi è destinata ad aggravarsi sempre più acuendo le contraddizioni tra capitale e lavoro. Sia i partiti di opposizione che quelli di governo, e le varie organizzazioni sindacali ritengono, del tutto legittima questa società, anzi l’unica possibile, tutti impegnati a sostenere il “sistema paese” e nella difesa di un presunto interesse nazionale dove se va bene per i capitalisti andrebbe bene anche ai lavoratori. La mancanza di un autentico Partito comunista e di un sindacato di classe porta il proletariato, i lavoratori e le masse popolari – nonostante importanti lotte di resistenza a livello locale, che non riuscendo ad essere generalizzate spesso rimangono isolate – ad indietreggiare e anche soccombere davanti alla forza dello Stato e dei suoi apparati repressivi. Da anni sono state sacrificate le lotte in nome dell’unità sindacale per trovarci oggi sui posti di lavoro sindacati come CISL e UIL, insieme al sindacato fascista UGL, che firmano contratti capestro, e pretendono anche di diventare gli unici legittimati a rappresentare i lavoratori. Da decenni, in Italia, il 1° Maggio è diventata solamente una giornata di festa privata di qualsiasi contenuto di classe. E ora vogliono toglierci anche questo, noi dobbiamo lavorare, sempre per il bene del paese, mentre la Chiesa festeggia i suoi santi e predica rassegnazione e speranza in un mondo migliore dopo la morte. Per i lavoratori riprendere nelle proprie mani il 1° Maggio con i suoi contenuti di classe è ormai una esigenza imprescindibile. Lo sviluppo ed il progresso sociale sono incompatibili con il capitalismo. Il futuro della classe operaia e del proletariato non è migliorare l’attuale società, né una diversa distribuzione della ricchezza, ma eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione che è alla base dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della concorrenza tra lavoratori italiani e stranieri e delle guerre imperialiste delle quali la Libia è l’esempio più attuale. Solo la classe operaia attraverso le lotte, riprendendo in mano anche la lotta politica in prima persona, senza delegare a nessuno la propria liberazione, può ricostruire un Partito comunista capace di conquistare il potere politico ed instaurare una società socialista. 22 aprile redazione 25 APRILE 2011 25 APRILE NO AL REVISIONISMO STORICO TRA I DISCORSI EVERSIVI DI BERLUSCONI, LEGGI REAZIONARIE, REPRESSIONE, SFRUTTAMENTO I partigiani hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupazione nazista e dall’odiosa dittatura fascista di Mussolini ed essendo la stragrande maggioranza di loro di provenienza operaia e da ceti popolari hanno portato con sé, nella Lotta di liberazione, anche l’aspirazione di liberarsi dall’oppressione delle ingiustizie sociali e di costruire uno Stato di uguali, laico, indipendente, con una forte connotazione di pace tra i popoli, nello spirito internazionalista che contraddistingue la classe operaia. In tutti questi anni che ci separano da quel vittorioso 25 Aprile 1945 la Resistenza non ha avuto vita facile. Già nel 1947 a soli due anni dalla fine della guerra di Liberazione nazionale, Secchia rivolgendosi ai partigiani denunciava come si conducesse contro di loro una lotta a base di diffamazione, di calunnie e di insulti e come i traditori volessero vestire la divisa dei traditi invertendo i ruoli e trasformando le vittime, i partigiani, in assassini. Quella che nel 1947 era una campagna di calunnie e di denigrazione si trasformava nel 1949 in una politica di persecuzione dei partigiani. Politica portata avanti particolarmente da dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948 vinte dalla DC grazie ad abusi, mezzi illeciti ma soprattutto grazie al sostegno del Vaticano e degli USA. Artefice negli anni ‘50 di questa politica di persecuzione dei partigiani, di repressione delle lotte degli operai, dei contadini e dei lavoratori e della liberazione dei più odiosi criminali fascisti è il governo De Gasperi, con il ministro dell’Interno Scelba, tristemente noto per la sua “Celere”, entrambi democristiani. Quando parliamo di liberazione dei criminali fascisti ci riferiamo ad uno dei maggiori responsabili dei crimini fascisti, il “principe nero”, Junio Valerio Borghese, capo di quella X Mas che ha avuto al suo attivo ottocento omicidi documentati, il saccheggio, la razzia e l’incendio di interi villaggi e centinaia di partigiani seviziati e torturati. A proposito di scarcerazione ricordiamo che se i fascisti uscirono dalle carceri, mentre i partigiani vi entravano, si deve alla legge di amnistia promossa in nome della pacificazione nazionale da Togliatti, allora ministro della Giustizia, un provvedimento formulato in maniera volutamente generica che lasciava ampia discrezionalità di interpretazione e di operatività alla Magistratura molti dei cui componenti si erano formati e avevano fatto carriera durante il ventennio dimostrando ben scarsa indipendenza dal regime fascista. In libertà i torturatori di partigiani, i boia della repubblica di Salò, Borghese, Anfuso, Graziani, Almirante. La Direzione del PCI e Togliatti, sperando di ingraziarsi la Magistratura, non sollevano grandi riserve. Eppure la Magistratura, come negli anni ‘20, aveva ripreso ad emettere sentenze scandalose di assoluzione dei fascisti e perseguiva i partigiani per le azioni commesse durante la Lotta di Liberazione. L’arresto di fascisti o la loro detenzione venivano equiparati, per esempio, al sequestro di persona; alla stessa stregua erano considerati delitti comuni altri fatti relativi alla lotta partigiana come il possesso di armi, la confisca di beni degli ex gerarchi. Addirittura erano riesaminate le sentenze di proscioglimento di partigiani emesse prima del provvedimento di amnistia e erano tradotte in sentenze di condanna. Dissenso, insoddisfazione e risentimento si manifestarono tra i militanti comunisti, i partigiani e le masse lavoratrici in tutto il paese ma a questo non fece seguito una seria autocritica di Togliatti e della Direzione del PCI. La stagione dell’unità nazionale si avviava al tramonto in una situazione caratterizzata da un diffuso sentimento di sfiducia e di ribellione tra le masse popolari deluse per il permanere di condizioni di vita e di lavoro insopportabili e per il continuo e pesante immiserimento dovuto all’inflazione che nel periodo novembre 1946–giugno 1947 provocò un aumento del costo della vita pari al 50%. L’alleanza con la DC e il PSI continuava comunque ad essere la pietra miliare attorno alla quale ruotava la politica di Togliatti e, sia pure tra mugugni e dissensi, dell’intero PCI. Il feticcio dell’unità nazionale e con esso il disegno del PCI si sarebbe ben presto sgretolato sotto l’incalzare delle forze conservatrici, in particolare della DC, ormai certe di aver impresso un indirizzo moderato allo scenario politico uscito dalla Liberazione. La permanenza del PCI al governo, ormai precaria, ricevette il colpo di grazia a causa dell’intervento del governo degli Stati Uniti. Il 12 marzo 1947 il presidente Truman pronunciò davanti al Congresso il discorso che era destinato a diventare noto come “la dottrina Truman” con il quale annunciava che era ”impegno degli Stati Uniti sostenere quei popoli liberi che intendono resistere a tentativi di sovversione interna da parte di minoranze armate e a pressioni esterne“. Il 1° maggio il generale Marshall, che aveva assunto la guida del Dipartimento di Stato statunitense, inviò un messaggio all’ambasciatore a Roma nel quale, entrando nel merito della permanenza del PCI al governo, chiedeva “quali passi il governo americano potesse effettuare per rafforzare le forze democratiche e filoamericane tenendo presente l’importanza dell’Italia per la politica americana nel Mediterraneo”. La risposta dell’ambasciatore Dunn fu estremamente chiara e suonava come segue: “la concessione di aiuti all’Italia era subordinata a che gli italiani mettessero ordine in casa propria”. L’esclusione dei comunisti dai governi dei paesi occidentali era la moneta di scambio dei finanziamenti americani per la ricostruzione economica. E così prima i comunisti belgi e poi quelli francesi furono estromessi dal governo. Il 31 maggio 1947, De Gasperi annunciò la nascita di un monocolore democristiano mettendo alla porta il PCI e il PSI, concludendo la fase dei governi di unità nazionale. Per comprendere la Resistenza è indispensabile collocarla nelle condizioni storiche che la fecero sorgere, è indispensabile partire dal fascismo, da come è nato e si è sviluppato, come ha potuto vincere nel nostro paese ma anche come per un ventennio, nella clandestinità e nella repressione più dura, un numero limitato di militanti, particolarmente i comunisti, ma anche i socialisti e gli anarchici, tennero viva e alimentarono la lotta e dopo l’8 settembre 1943 salirono in montagna costituendo le prime formazioni partigiane contro i fascisti repubblichini e i nazisti. Vari sono stati i tentativi in quegli anni, e tuttora presenti, di deformare e falsificare la Resistenza o di darne una lettura del tutto diversa rispetto al suo vero significato. Tra le forme di falsificazione storica vi è quella dell’omissione. Coloro che parlano o scrivono della guerra di Liberazione nazionale tacendo delle innumerevoli azioni di massa, degli scioperi e delle manifestazioni condotte da operai, contadini e lavoratori falsificano la storia della Resistenza, ne danno un’immagine limitata, deformata. La grande borghesia reazionaria, gli esponenti politici del vecchio MSI-DN riciclatosi in AN, sdoganati – ma sempre fascisti - da Berlusconi e ora nel PdL, i gruppi apertamente fascisti ed eversivi, i partiti di centrodestra, intellettuali di destra come Pansa e altri non hanno alcun interesse a far conoscere la vera storia della Resistenza perché suona condanna per loro e per le classi dominanti che in tutti questi anni hanno permesso che i fascisti, nonostante il divieto della Costituzione, si ricostituissero in partito, prima clandestinamente, assumendo il nome di PFD (Partito fascista democratico) e poi, negli anni '50, di MSI, successivamente di MSI-DN e infine, dopo lo sdoganamento, di AN. Un partito, il MSI-DN, al quale la DC non ha esitato in varie occasioni - pensiamo al governo Tambroni - a chiedere voti e alleanze per formare i governi assicurando, come corrispettivo, legittimazione e coperture politiche. Un partito implicato nell’eccidio di Portella della Ginestra, che è stato al centro, da sempre, di trame torbide con i servizi segreti italiani e statunitensi, artefice con Junio Valerio Borghese di un tentato colpo di Stato e poi della strategia della tensione portata avanti per più di un decennio mediante attentati e stragi da Piazza Fontana all‘Italicus, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Stragi rimaste quasi tutte impunite, di cui non si conoscono giudiziariamente i mandanti, ma stragi di Stato nella coscienza dei lavoratori perché commesse dai fascisti ma in combutta con apparati dello Stato italiano e con i servizi segreti statunitensi. Altra deformazione della storia della Resistenza è quella in base alla quale si vorrebbe fare credere che la Resistenza fu un grande movimento spontaneo che non appartiene ad alcun partito, tutti gli italiani furono per la Resistenza. Si tratta di una teoria di comodo. La Resistenza non appartiene ad alcun partito ma è vero che non tutti i partiti vi contribuirono in uguale misura. Ben altro è stato l’apporto che hanno dato i partigiani del PCI, PSI e Partito d’Azione rispetto a quelli della DC, del PLI e del Partito monarchico (questi ultimi presenti in maniera quasi risibile e fautori della teoria: aspettiamo che arrivino le truppe angloamericane a liberarci!"). La guerra partigiana ha avuto in Italia un carattere diverso che in altri paesi d’Europa. Il nostro era non soltanto un Paese invaso dallo straniero, ma un Paese oppresso da più di venti anni di dittatura fascista. Più che altrove la guerra partigiana è stata in Italia lotta militare per l’indipendenza nazionale e la libertà contro fascisti e nazisti, ha avuto le caratteristiche della guerra civile combattuta tra italiani e italiani e, nelle aspirazioni dei partigiani più avanzati, particolarmente di quelli raccolti nelle formazioni Garibaldi, è stata vissuta come lotta sociale, rivoluzionaria per un cambiamento radicale della società italiana. Non a caso protagonisti della Resistenza sono stati la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici, classi e strati sociali all’avanguardia da sempre nella lotta per la rivoluzione e il socialismo. Con la disgregazione dell’esercito l’8 settembre ’43, si formarono spontaneamente gruppi e bande di soldati e ufficiali la cui preoccupazione principale era quella di non lasciarsi catturare dai tedeschi e di rifugiarsi in montagna. Ma non era ancora la Resistenza. Il movimento dei partigiani e la costituzione di formazioni armate combattenti non sorse spontaneamente, al contrario. All’inizio l’effettiva Resistenza dovette affrontare e superare l’ostacolo dell’attesismo ed occorsero alcuni mesi per organizzare il movimento partigiano vero e proprio e perché iniziasse la lotta armata contro tedeschi e fascisti. Dal 25 luglio all’8 settembre ‘43 ci fu tutto un lavoro di organizzazione e, precedentemente, il fuoco sotto la cenere, la lotta contro la dittatura fascista furono mantenuti vivi lungo tutto il ventennio fascista. Sembra una cosa banale sostenerlo, ma non si può parlare della Resistenza senza partire dalla lotta contro il fascismo. È vero che per taluni la Resistenza comincia soltanto dal 25 luglio o dall’8 settembre 1943 da quando cioè la monarchia cercò di separare le proprie responsabilità da quelle del fascismo. Per costoro divenne legittimo combattere il fascismo solo nel momento in cui questo, ricostituitosi nella repubblica di Salò, si pose apertamente contro le istituzioni italiane mettendosi al servizio dello straniero. Coloro che ragionano così vedono la Resistenza solo come lotta contro lo straniero e non come lotta contro il fascismo mentre in Italia durante vent’anni vi fu, se pure condotta da piccole minoranze d’avanguardia, particolarmente, ma non solo, dai comunisti, una lotta accanita. In secondo luogo ritenere che la Resistenza comincia solo dal 25 luglio 1943 significherebbe praticamente riconoscere la legittimità del ventennio fascista fino al momento del disastro. E non possiamo non soffermarci sui rapporti che intercorrono tra la Resistenza ed il Risorgimento italiano, su quella impostazione storica che parla di primo e secondo Risorgimento. La Resistenza non rappresenta la continuità del Risorgimento, ha caratteristiche del tutto diverse. La diversità fondamentale sta nel fatto che la Resistenza ha avuto come forza trainante, come protagonista una nuova classe sociale, una classe rivoluzionaria: la classe operaia diretta dal PCI e dagli altri partiti di sinistra. E con la classe operaia si schierarono altri strati sociali popolari. La Resistenza fu lotta per la libertà e per l’indipendenza nazionale, ma non solo. Fu lotta contro la grande borghesia, contro quella classe reazionaria che nell’immediato primo dopo guerra armò la mano dei fascisti e impose la dittatura. La Resistenza non fu lotta per la rivoluzione proletaria perché nel programma di Togliatti e della direzione del PCI non rientrava in alcun modo la trasformazione della guerra di Liberazione in guerra civile rivoluzionaria, in lotta aperta per il potere politico. Troppo pesante fu considerata allora la presenza nel nostro paese dell’esercito anglo-americano. E la conferma di un atteggiamento di esclusione, non tanto nei militanti e in larghi settori delle masse lavoratrici della lotta aperta per la rivoluzione proletaria si ebbe al momento dell’attentato a Togliatti quando i dirigenti del PCI si prodigarono per bloccare e riportare in un alveo di normalità il tentativo insurrezionale che investì l’intero paese, soprattutto le città del nord. Ma se pure la Resistenza non aveva all’ordine del giorno la rivoluzione socialista, è altrettanto vero che il fine della lotta non era solo la riconquista della libertà e dell’indipendenza nazionale. Era molto di più. Le aspirazioni dei partigiani, particolarmente di quelli comunisti, erano quelle di epurare gli apparati dello Stato dai fascisti, di estirpare le radici del fascismo cambiando profondamente la società, di battere i gruppi capitalisti che avevano alimentato il fascismo, di porre al primo posto, in una società più giusta, la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici e non i padroni. Nel Risorgimento il popolo lottò non per propri obiettivi ma in un contesto condotto dalla borghesia per affermarsi sulla vecchia società feudale. La borghesia italiana non seppe muovere le masse popolari, non seppe alleare a sé i contadini e i lavoratori del nord e del sud, ebbe paura che le masse popolari uscissero dai limiti che aveva fissato. Non vi fu perciò una vera rivoluzione nazionale. Oggi, lo Stato è in mano ai capitalisti che, appoggiati da un governo reazionario, trasferiscono all’estero la produzione alla ricerca del massimo profitto con sfruttamento e bassi salari, impoverendo il paese che è al massimo della disoccupazione, soprattutto giovanile. Un governo guidato da Berlusconi che non perde occasione per fare discorsi eversivi, un Parlamento composto da nani e ballerine che pensano solo al proprio interesse e che esprimono leggi repressive e razziste. A pochi giorni dal 25 Aprile un gruppo di parlamentari del Senato del Pdl - il cui primo firmatario è Cristano De Eccher, rampollo di una famiglia nobile di Trento e già responsabile per il Triveneto del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, indagato per la strage di piazza Fontana e arrestato e condannato tra il 1973 e il 1975 per un fallito attentato ad uno studente comunista e per attività eversive - ha presentato un disegno di legge che propone l’abolizione della XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione, quella che vieta “la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito Fascista”. Scilipoti, tra i comprati dal PdL per mantenere la maggioranza, presenta il suo programma copiandolo dal manifesto fascista del 1925. Si moltiplicano in molte città le sedi di gruppi di estrema destra, mascherati da circoli sociali e culturali, ma basati su azioni squadristiche e foraggiati dal ministro Meloni, già dirigente dei giovani fascisti di AN. Il pericolo di una recrudescenza fascista è sempre presente. Non esistono automatismi, ma non si può escludere una simile evenienza che è collegata ad una molteplicità di fattori (acutezza della crisi del capitalismo, livello di combattività del proletariato). Sappiamo che le radici del fascismo affondano nel capitalismo, si è affermato come il sistema di reazione integrale più conseguente del grande capitale come “la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario”; nei rapporti di produzione, nei profitti e nei privilegi di cui gode la borghesia attraverso lo sfruttamento della classe operaia e dei lavoratori. Profitti e privilegi che la borghesia più reazionaria interessata alla stabilità e all’ordine, a bandire gli scioperi e a comprimere i salari per aumentare i profitti, difende fino all’estremo arrivando, se necessario, ad imporre anche il fascismo quale ultima carta per la sua sopravvivenza. Perciò il fascismo non è da sottovalutare come nell’immediato primo dopo guerra, quando si affermò - accettato dalla monarchia e dalla Chiesa (Papa Pio XI benedisse Mussolini come l’uomo della provvidenza, quella divina si intende) - travolgendo il regime liberale borghese perché la borghesia, i suoi partiti e l’apparato dello Stato sottovalutarono questo fenomeno eversivo e non lo contrastarono. L'antifascismo non può essere solo memoria storica, lontana nel tempo o limitato a cerimonie celebrative come ogni 25 Aprile, vuote di qualsiasi contenuto di classe. Ha un senso ed una attualità se viene praticato e cioè se è anche antifascismo militante. E non è la lotta antifascista una battaglia di secondo ordine, di retroguardia come si sente dire talvolta anche perché questa lotta si intreccia con quella a difesa da ogni involuzione reazionaria dello Stato e dei suoi apparati, contro quel processo di fascistizzazione della società limitativo degli spazi di democrazia reale, intriso di razzismo. Organizzarsi in organismi di massa, negando ai fascisti qualsiasi agibilità politica (e dare concreta attuazione alla norma costituzionale che vieta la ricostituzione del partito fascista) e combattere qualsiasi forma di razzismo, è già una risposta. 20 aprile redazione editoriale ANCORA UNA GUERRA IMPERIALISTA Anche nel nord d’Africa la tattica segue gli interessi… petroliferi unendo Onu (organismo dominato dai maggiori paesi imperialisti) e Nato Negli ultimi mesi inaspettate mobilitazioni popolari partite dalla Tunisia e allargatasi ad Egitto e Libia e in altri paesi hanno sconvolto il nord Africa. Fame, sofferenza, privazioni, sfruttamento e i governi corrotti sono stati i motivi alla base di queste rivolte. In Tunisia hanno portato alla deposizione di Ben Ali, in Egitto di Mubarak. Anche altri paesi – Yemen, Algeria, Barhein, sono segnati da proteste. In questi paesi le contraddizioni sono esplose con manifestazioni generose di popoli e lavoratori che non ne possono più di essere sottomessi da governi dittatoriali e sottopagati da imprenditori europei (solo in Tunisia ci sono 700 imprese italiane), sono proteste che hanno avuto il pregio di dimostrare la forza delle masse popolari che porranno ai lavoratori dei paesi arabi nuovi orizzonti di lotta per consolidare gli obiettivi raggiunti e poterne raggiungere di ancora più avanzati, altrimenti rischiano di essere riassorbite dai poteri reazionari dei vari paesi, dimostrando la loro debolezza: la mancanza o insufficienza del partito comunista in grado di dirigere le lotte, in grado di porre a questi movimenti l’obiettivo di prendere il potere politico e trasformare in realtà le proprie richieste. È così anche per le lotte che si sviluppano in Italia dove, proprio per l’assenza di un autentico Partito comunista, restano tali e senza prospettive. Lotte che non trovano certo la sponda nei sindacati consociativi, come dimostra il mini sciopero promosso da Cgil dopo tanto tempo e tante pressioni, invece di un vero sciopero generale nazionale che danneggi effettivamente il capitale. Gli imperialisti, con a capo gli Usa, sempre pronti ad intervenire per manipolare i processi di cambiamento e trasformarli, ancora una volta, con il saccheggio delle risorse naturali, minerali ed energetiche, come creano i dittatori, li distruggono. Inventano roboanti notizie fasulle e lo stesso linguaggio di grande effetto mediatico: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani, bombe intelligenti (non tanto se colpiscono pure i rivoltosi!) ecc. Come per Saddam Hussein ora è toccato a Gheddafi. Si scaricano i vecchi amici sostituendoli con nuovi complici che continuano a servire i loro interessi. L’Egitto garantisce Israele agli ordini del Pentagono e la Tunisia - in tre mesi, tre governi - è in mano ai militari. Ma alle rivolte del Maghreb la risposta è stata diversa. La decisione di aggredire la Libia - dove il reddito procapite era di 6/7 volte superiore agli altri Paesi e dove lavoravano 2 milioni di stranieri - è dettata solo dagli interessi degli Stati coinvolti e delle multinazionali per il controllo delle sfere d’influenza e delle materie prime: petrolio di ottima qualità a basso prezzo e gas naturale. La Francia ha fatto da apripista in un conflitto nato da proteste, ma sul quale si è innestata la spaccatura interna al governo. Ancora prima di bombardare, dietro risoluzione dell’Onu che nessuno rispetta nei confronti dei palestinesi (che continuano ad essere massacrati), “consulenti” militari statunitensi, inglesi e francesi, agenti dei servizi segreti erano presenti in Cirenaica in “aiuto” ai rivoltosi (avvocati, giuristi, ex governanti, ex ministri oggi nel governo provvisorio) - che sventolano la bandiera della monarchia Idriss e quella francese - per organizzarli in unità paramilitari, mentre flotte navali da guerra si avvicinavano alle coste. Un’invasione di tipo colonialista cui il servile e guerrafondaio governo italiano, che spende 25 miliardi di euro l’anno in spese militari, non poteva che accodarsi. E non solo per mire colonialiste che 60 anni fa, con Mussolini, sono costate 100mila morti, ma per gli accordi di affari, interessi (Eni, Fiat, Finmeccanica, Unicredit, Juventus) e connivenze iniziati nel 2004 da Berlusconi, proseguiti nel 2006 da Prodi, ed aggravati nel 2010 ancora dal governo Berlusconi. Appoggiando, riverendo Gheddafi e vendendogli le armi, il governo ha anche ottenuto la cooperazione poliziesca e militare che impediva il flusso migratorio dai suoi porti. Giovani in cerca di lavoro che il capitale sa bene come utilizzare: o li spreme in lavori supersfruttati e sottopagati, o li rimanda indietro, o li priva della libertà rinchiudendoli in lager chiamati CIE. L’Italia è, come per tutte le altre guerre, la portaerei del Mediterraneo. Dalle basi Usa e Nato seminate ovunque partono i bombardieri e la fornitura dell’apparato di guerra, ed è a Napoli il comando delle forze navali Usa, nonché quartier generale delle forze del comando Africa. Oltre ai costi della guerra che si riverseranno sulla popolazione con nuovi sacrifici la pericolosità aumenta con la militarizzazione del territorio. Se non bastassero le basi straniere, in continuo incremento come a Vicenza, prende corpo il progetto dell’Hub militare che coinvolge una vasta area di Pisa e Livorno dove è già presente Camp Darby, per ottimizzare al massimo le “proiezioni di forza” degli eserciti della Nato. L’Italia è implicata anche con l’utilizzo degli aeroporti civili, in particolare quelli del sud. Una condizione che si ripercuote sul turismo con conseguenze occupazionali. Ragioni in più per ribellarsi a questa guerra. Abbiamo già visto cosa ha prodotto l’intervento “umanitario” in Yugoslavia; in Iraq e in Afghanistan. E ancora prima, dalla metà del secolo XX con la nascita dei Paesi non Allineati - che si caratterizzavano per i processi di indipendenza e politiche di carattere progressista. Un processo di liberazione nazionale iniziato con una forte opposizione all’imperialismo che intervenne perseguitando e uccidendo come in Congo (Lumumba), in Burkina Faso (Sankara), in Guinea Bissau (Cabral); finanziando e mantenendo per anni la guerriglia dell’Unita in Angola; consegnando il Sahara alla monarchia del Marocco; facendo diventare Israele la punta di diamante dell’imperialismo in Medio Oriente, e che si è nel tempo trasformato in riconciliazione e retorica dietro i quali si nascondevano accordi economici e politici di carattere strategico per l’imperialismo, di sfruttamento dei lavoratori e saccheggio delle risorse. Per giustificare questa guerra il centrosinistra e molti cattolici, si sono messi l’elmetto in testa e il Presidente della Repubblica è riuscito persino a legare la necessità dell’intervento con il clima nazionalista alimentato in occasione del 150°anniversario dell’unità d’Italia. Si trova in buona compagnia Marco Ferrando, segretario del PCL. Con la sua posizione e la sua polemica astratta contro gli stalinisti che accusa di difendere Gheddafi non contribuisce certo a fare chiarezza, e a rafforzare il fronte di lotta necessario contro la guerra. Gheddafi non è difendibile, è un dittatore e si conosce bene la sua storia, ma si tratta di rifiutare una guerra che rappresenta la tipica guerra imperialista. E considerare le conseguenze che si scaricano sulla popolazione: distruzione, mancanza di approvvigionamento alimentare e sanitario, morti e feriti civili. Una situazione che non è certo favorevole allo sviluppo di una rivoluzione come non lo è stato per l’Iraq, dove l’illusione del Partito comunista iracheno di liberarsi da Saddan Hussein appoggiandosi ai “liberatori” USA ha favorito i piani dell’imperialismo e non ha certamente fatto fare passi avanti alla lotta di liberazione del popolo iracheno dall’oppressione e dallo sfruttamento. Certamente non è appoggiandosi ad un imperialismo per combatterne un altro che si può sviluppare la lotta per la rivoluzione. Ferrando sostiene che agli stalinisti manca il programma rivoluzionario, perché non riconoscono i processi rivoluzionari ovunque si manifestano e non assumono la dinamica della lotta di classe. Proprio perché comunisti, utilizziamo il metodo scientifico del materialismo dialettico, riconosciamo i processi rivoluzionari - e sappiamo distinguere tra rivolte, guerre civili e rivoluzioni e quindi riconoscere chi sviluppa la lotta di classe nel processo di liberazione della classe operaia su scala mondiale. Perché da marxisti e leninisti ci battiamo per l’autodeterminazione dei popoli e portiamo avanti un coerente internazionalismo proletario. Siamo in prima fila nella lotta contro l’imperialismo di casa nostra che vuole sostenere l’interventismo guerrafondaio delle potenze reazionarie, pronti a fornire i ribelli di armi e inviare truppe di terra solo perché interessate a spartirsi il bottino o a sperimentare nuovi e pericolosi aerei come i Global Hawk. Perché allora non chiedere l’intervento contro il Barhein? Anche qui si stanno sviluppando importanti lotte e la popolazione vive sotto un’occupazione militare che impone rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro degli oppositori. 20 marzo 2011 redazione antimperialismo NO ALLA GUERRA DEL PETROLIO Contro l’aggressione imperialista Deboli con i forti e forti con i deboli. È questa la politica del Governo italiano pronto a baciare le mani e non solo a Gheddafi, e poi a mettersi al servizio dei potenti per andare a fargli la guerra. Infatti è pienamente coinvolto nell’aggressione contro la Libia. Nel tentativo di salvare il salvabile del proprio interesse imperialista il governo, dopo avere fatto affari con gas e petrolio e per conto degli industriali nostrani con lucrosi investimenti, utilizzato i capitali libici nelle banche come Unicredit, nelle imprese come Fiat, Fincantieri, Juventus… e utilizzato la Libia come immenso centro di detenzione, repressione e contenimento dell’emigrazione africana e non solo, eccolo accodarsi alle spinte guerrafondaie di Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Sotto la copertura Onu e Ue sono in molti che vogliono andare a conquistare e garantirsi il “posto al sole”, naturalmente sotto la solita ipocrita motivazione degli aiuti umanitari e appoggio al cosiddetto processo di “democratizzazione” del cosiddetto “consiglio provvisorio della Libia” come un branco di lupi pronti a buttarsi sulla preda per sbranarla e accaparrarsi ognuno il proprio pezzo di carne. Usa, NATO, i paesi dell’Ue, Israele, i paesi reazionari del nord Africa e dell’Arabia, complici dello sfruttamento dei popoli nell’area pur con diverse sfumature (questioni di politica interna: per la Francia Sarkozy in discesa, per la Germania elezioni in vari laender), sono uniti nell’aggressione per spartirsi il bottino, sulle spalle dei paesi aggrediti. Non facciamoci ingannare da come gli imperialisti e i loro servi intendono portare la “democrazia” uccidendo civili. Appoggiati da faziosi mass-media che – dopo le roboanti notizie fasulle - adottano lo stesso schema più volte visto: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani. Già visto in Jugoslavia con il governo D’Alema, in Somalia, Iraq ed in Afghanistan. Sono le stesse forze imperialiste che appoggiano Israele nella sua aggressione continua contro la Palestina e nascondono la repressione di Yemen e Bahrein (dov’è in atto un’occupazione militare, rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro di oppositori). L’apertura di un terzo fronte di guerra contro la Libia non è per i diritti del popolo quanto per i giacimenti di petrolio e gas, strategici di fronte all’acutizzarsi della crisi economica internazionale. Non si opera per la pace chiedendo lo scudo della Nato per la difesa del nostro paese come ha fatto D’Alema né schierandosi come il Pd (che continua, dopo il patriottismo del 17 marzo, il sorpasso a destra con la chiara posizione proNato), Vendola ecc. – e lo stesso Presidente della Repubblica - con le forze di destra sostenendo la guerra in nome della “giustizia”. Né votando a favore della mozione presentata al Parlamento Europeo che legittima l’intervento imperialista, come ha fatto il Partito della sinistra europea cui fanno riferimento lo stesso Prc e la Federazione della sinistra, ma lottando per affermare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, della neutralità e della lotta contro le politiche imperialiste in primo luogo quelle del nostro paese. Non è offrendo il nostro territorio come base logistica delle aggressioni, attraverso le basi Usa e Nato sparse in tutto il nostro paese, ma uscendo dal Patto Atlantico e chiudendo tutte le basi Usa che occupano il nostro paese. Noi comunisti chiamiamo alla lotta contro l’imperialismo perché il nostro paese rispetti l’art. 11 della stessa Costituzione borghese e si impedisca che diventi un bersaglio. Chiamiamo alla lotta per battere il governo Berlusconi, governo dei servi dell’imperialismo, di avventurieri, fascisti, mafiosi e faccendieri, di scandali e ruberie. Che, forte con i deboli, taglia su scuola, servizi sociali, pensioni, ma, debole con i forti, aumenta le spese militari con l’acquisto di nuove armi e il mantenimento delle truppe all’estero. Chiamiamo alla lotta per rompere il muro del consociativismo (significativa è la posizione di alcuni sindacalisti Cgil), il balletto che continua tra maggioranza e opposizione. Il proletariato e le masse popolari non giudichino le forze politiche in base al nome o a come si definiscono, ma in base alle posizioni che assumono rispetto alla classe borghese e capitalista, da come rispondono agli interessi dei monopoli interni e internazionali e rispetto alle potenze imperialiste nel loro complesso. Gli aiuti contro la Libia non sono umanitari, impediamo la partecipazione dell’Italia e l’uso delle Basi Usa e Nato Fuori le basi Usa–Nato dall’Italia. Fuori l’Italia dalla Nato No alla nuova guerra imperialista per il petrolio in Libia Sosteniamo i movimenti e i popoli in lotta per consentire la crescita delle forze rivoluzionarie nella costruzione nei loro paesi di società democratiche e socialiste affinché questi popoli siano liberi dal controllo e dall’ingerenza delle potenze imperialiste e possano decidere liberamente del proprio destino 13 febbraio 2011 redazione editoriale Guardare oltre lo sciopero dei metalmeccanici Il rischio reale è che la partecipazione sia utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si battono per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati Per avere una visione della realtà più chiara ed il più possibile rispondente al vero, è necessario non farsi ingannare dalle apparenze anche se questo comporta andare contro il comune sentire di gran parte dei compagni e dei lavoratori. Ed è appunto sulla differenza tra l’apparenza e la realtà che è necessario confrontarsi per ridurre l’impatto dell’inevitabile disillusione, derivante non tanto da eventuali sconfitte quanto dall’incomprensione dei ruoli delle forze in campo e della natura dello scontro. La Fiom ha un sex-appeal particolare, solo così si spiega che compagni assolutamente in grado di fare analisi corrette della situazione politica e sindacale, quando si parla di questa organizzazione, smettano di utilizzare la ragione per avventurarsi nei meandri della fantapolitica sentimentale. Ci dispiace riportarli tra di noi ma la Fiom è un sindacato di categoria concertativo, lo è nella stessa maniera in cui lo sono tutti gli altri sindacati di categoria della CGIL. Come loro anche la Fiom firma pessimi accordi e, come loro, si ripara dietro ad una situazione sfavorevole che, peraltro, ha contribuito a far degenerare, per giustificare le sue firme. Per chi l’avesse scordato anche la Fiom, anziché difendere le pensioni pubbliche, promuove e propaganda, in joint venture con Federmeccanica, Fim, Uilm i fondi pensione di categoria. Per chi l’avesse scordato anche la Fiom ha sottoscritto, subito dopo gli accordi del luglio 1993 sul contenimento del costo del lavoro, un altro accordo che prevede una forte discriminazione nelle RSU per i sindacati non firmatari di contratti nazionali, giungendo addirittura ad inserire una clausola mafiosa per garantirsi insieme con Fim e Uilm un terzo dei rappresentanti, indipendentemente dal voto dei lavoratori. Quando la Fiom indice, come ha fatto il 28 gennaio, uno sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori lancia una parola d’ordine mistificatoria non solo perché il diritto messo in discussione non riguarda i lavoratori ma l’organizzazione, ma anche perché un diritto è tale se è per tutti, diversamente è un privilegio. Ma questo privilegio, visto che i padroni non regalano nulla, in cambio di che cosa è stato concesso? Forse in cambio di accordi altrettanto negativi di quello siglato a Mirafiori o dell’opera di contenimento e di repressione dei lavoratori autorganizzati? Di sicuro l’avvento di Marchionne alla guida della Fiat ha cambiato le regole del gioco perché il nuovo Amministratore delegato, più attento al mercato internazionale che agli equilibri politici e sindacali in azienda, ha imposto ai sindacati un cambio di ruolo costringendoli a passare dalla concertazione alla collaborazione. La Fiom non ha voluto o potuto fare il salto richiestole e Marchionne insieme con Fim, Uilm e Fismic ha escluso la Fiom dalle RSU della Fiat. Per ottenere questo risultato non ha fatto altro che utilizzare, applicandolo anche alla Fiom, quanto la Fiom aveva sottoscritto per discriminare i Sindacati di Base: o firmi il contratto o non hai diritto alla rappresentanza sul posto di lavoro. Il paradosso, solo apparente, è che la Fiom esercita tuttora questa discriminazione nei confronti dei Sindacati di Base nel resto del settore metalmeccanico, dove continua ad applicare l’accordo sottoscritto a suo tempo con Fim e Uilm in merito alle elezioni delle RSU. Altro che sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori! Nondimeno quando centinaia di migliaia di lavoratori si mobilitano è sempre un fatto positivo perché si mettono in moto nuove energie e bene hanno fatto i compagni a dare il massimo per la riuscita dello sciopero. Altrettanto giusta è stata la scelta fatta dai Sindacati di Base di proclamare nella stessa giornata lo sciopero anche per le altre categorie, non fosse altro perché ha permesso a molti lavoratori di scendere in piazza smascherando l’atteggiamento ipocrita della CGIL che a parole ha sostenuto lo sciopero ma in realtà lo ha boicottato. A Genova hanno persino spezzato il corteo per impedire che il grande spezzone dei Sindacati di Base confluisse sotto la sede di Confindustria insieme con i lavoratori della Fiom. In ogni caso, il 28 gennaio, le piazze erano piene ed i cortei partecipati come, a livello operaio, non si vedeva da tempo. È un segno evidente che esiste nel nostro paese e nella classe lavoratrice una volontà di riscossa non ancora sopita ma è anche un segno, ancor più evidente, che questa massa non trova nessun riscontro organizzativo né politico né sindacale tant’è vero che erroneamente individua oggi nella Fiom, così come anni addietro confidò in Cofferati, un’avanguardia in grado di guidarla. Al contrario, proprio perché non esiste riscontro, il rischio reale è che questa partecipazione venga utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si stanno battendo, per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi, all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati. Non è un mistero per nessuno il fatto che tra partiti e sindacati confederali esista uno stretto intreccio di uomini, di legami politici e personali, di interessi. Non dovrebbe quindi stupire nessuno che la lotta all’interno dei partiti si rifletta nei sindacati e viceversa e che, in tutta evidenza, ad essere maggiormente coinvolta ed attraversata da questi scontri sia la CGIL non solo perché è il sindacato più numeroso ma perché il partito che in origine la egemonizzava, il PCI, si è dissolto in mille rivoli con un peso preponderante degli uomini del PD in tutte le categorie tranne che tra i metalmeccanici dove la maggioranza è in mano a dirigenti in quota Rifondazione, PdCI, SEL. Questi dirigenti, però, non essendo più i loro partiti rappresentati in Parlamento, hanno un problema da risolvere.Infatti sia la CGIL che la Fiom ancor prima di essere dei grandi sindacati sono grandi aziende, grandi apparati alla cui direzione si accede in maniera proporzionale al peso elettorale del partito di riferimento. Diventa perciò necessario che riparta il movimento, che i lavoratori ritrovino la passione della politica. L’attacco che il padronato sta portando alla Fiom, costringendola alla lotta, capita a fagiolo e diventa funzionale ad un progetto elettoralistico, con l’organizzazione sindacale maggioritaria tra i metalmeccanici che diventa l’elemento aggregante di organizzazioni politiche, centri sociali, comitati, movimenti studenteschi. Un esempio di questo è “Uniti contro la crisi”, un’aggregazione di tutti i soggetti suddetti che è presente in parecchie città d’Italia e si muove appunto in questa direzione, un bel cartello di movimento che nasconde un cartello elettorale. Tutto ciò lascia presumere che la mobilitazione che abbiamo visto a gennaio abbia una scadenza a breve perché nessuno può realisticamente pensare che la CGIL proclami lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie anche perché è evidente che sul modo di fronteggiare la crisi, facendola pagare ai lavoratori, tra il centrodestra ed il centrosinistra non ci sono differenze. Per fortuna la realtà non rientra negli schemi, tantomeno in quelli di chi non vede al di là dei propri interessi di bottega, e neanche questa volta fa eccezione. Il mondo è in fiamme ed anche da qui se ne intravedono i bagliori che, facendo un po’ di luce sulle prospettive, ci riscaldano il cuore. Sbaglia chi pensa che lo scontro in atto alla Fiat sia decisivo, nonostante sia da condurre fino in fondo con coerenza e decisione non è qui che si giocano i destini della classe operaia e soprattutto non è sul tema della rappresentanza. C’è una parte di classe operaia sfruttata, precaria, ricattata che si affaccia oggi prepotentemente alla lotta, una classe operaia giovane che ha dato forti segnali negli scioperi della logistica nell’hinterland milanese, nelle campagne calabresi e negli scioperi degli immigrati nel nordest e che, sempre più spesso, vediamo alla testa delle manifestazioni: qui è il nostro futuro.
22 aprile redazione
25 APRILE 2011

25 APRILE

NO AL REVISIONISMO STORICO

TRA I DISCORSI EVERSIVI DI BERLUSCONI, LEGGI REAZIONARIE, REPRESSIONE, SFRUTTAMENTO

 

I partigiani hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupazione nazista e dall’odiosa dittatura fascista di Mussolini ed essendo la stragrande maggioranza di loro di provenienza operaia e da ceti popolari hanno portato con sé, nella Lotta di liberazione, anche l’aspirazione di liberarsi dall’oppressione delle ingiustizie sociali e di costruire uno Stato di uguali, laico, indipendente, con una forte connotazione di pace tra i popoli, nello spirito internazionalista che contraddistingue la classe operaia.
In tutti questi anni che ci separano da quel vittorioso 25 Aprile 1945 la Resistenza non ha avuto vita facile. Già nel 1947 a soli due anni dalla fine della guerra di Liberazione nazionale, Secchia rivolgendosi ai partigiani denunciava come si conducesse contro di loro una lotta a base di diffamazione, di calunnie e di insulti e come i traditori volessero vestire la divisa dei traditi invertendo i ruoli e trasformando le vittime, i partigiani, in assassini.
Quella che nel 1947 era una campagna di calunnie e di denigrazione si trasformava nel 1949 in una politica di persecuzione dei partigiani. Politica portata avanti particolarmente da dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948 vinte dalla DC grazie ad abusi, mezzi illeciti ma soprattutto grazie al sostegno del Vaticano e degli USA. Artefice negli anni ‘50 di questa politica di persecuzione dei partigiani, di repressione delle lotte degli operai, dei contadini e dei lavoratori e della liberazione dei più odiosi criminali fascisti è il governo De Gasperi, con il ministro dell’Interno Scelba, tristemente noto per la sua “Celere”, entrambi democristiani. Quando parliamo di liberazione dei criminali fascisti ci riferiamo ad uno dei maggiori responsabili dei crimini fascisti, il “principe nero”, Junio Valerio Borghese, capo di quella X Mas che ha avuto al suo attivo ottocento omicidi documentati, il saccheggio, la razzia e l’incendio di interi villaggi e centinaia di partigiani seviziati e torturati.
A proposito di scarcerazione ricordiamo che se i fascisti uscirono dalle carceri, mentre i partigiani vi entravano, si deve alla legge di amnistia promossa in nome della pacificazione nazionale da Togliatti, allora ministro della Giustizia, un provvedimento formulato in maniera volutamente generica che lasciava ampia discrezionalità di interpretazione e di operatività alla Magistratura molti dei cui componenti si erano formati e avevano fatto carriera durante il ventennio dimostrando ben scarsa indipendenza dal regime fascista.
In libertà i torturatori di partigiani, i boia della repubblica di Salò, Borghese, Anfuso, Graziani, Almirante. La Direzione del PCI e Togliatti, sperando di ingraziarsi la Magistratura, non sollevano grandi riserve. Eppure la Magistratura, come negli anni ‘20, aveva ripreso ad emettere sentenze scandalose di assoluzione dei fascisti e perseguiva i partigiani per le azioni commesse durante la Lotta di Liberazione. L’arresto di fascisti o la loro detenzione venivano equiparati, per esempio, al sequestro di persona; alla stessa stregua erano considerati delitti comuni altri fatti relativi alla lotta partigiana come il possesso di armi, la confisca di beni degli ex gerarchi. Addirittura erano riesaminate le sentenze di proscioglimento di partigiani emesse prima del provvedimento di amnistia e erano tradotte in sentenze di condanna.
Dissenso, insoddisfazione e risentimento si manifestarono tra i militanti comunisti, i partigiani e le masse lavoratrici in tutto il paese ma a questo non fece seguito una seria autocritica di Togliatti e della Direzione del PCI. La stagione dell’unità nazionale si avviava al tramonto in una situazione caratterizzata da un diffuso sentimento di sfiducia e di ribellione tra le masse popolari deluse per il permanere di condizioni di vita e di lavoro insopportabili e per il continuo e pesante immiserimento dovuto all’inflazione che nel periodo novembre 1946–giugno 1947 provocò un aumento del costo della vita pari al 50%. L’alleanza con la DC e il PSI continuava comunque ad essere la pietra miliare attorno alla quale ruotava la politica di Togliatti e, sia pure tra mugugni e dissensi, dell’intero PCI.
Il feticcio dell’unità nazionale e con esso il disegno del PCI si sarebbe ben presto sgretolato sotto l’incalzare delle forze conservatrici, in particolare della DC, ormai certe di aver impresso un indirizzo moderato allo scenario politico uscito dalla Liberazione. La permanenza del PCI al governo, ormai precaria, ricevette il colpo di grazia a causa dell’intervento del governo degli Stati Uniti. Il 12 marzo 1947 il presidente Truman pronunciò davanti al Congresso il discorso che era destinato a diventare noto come “la dottrina Truman” con il quale annunciava che era ”impegno degli Stati Uniti sostenere quei popoli liberi che intendono resistere a tentativi di sovversione interna da parte di minoranze armate e a pressioni esterne“. Il 1° maggio il generale Marshall, che aveva assunto la guida del Dipartimento di Stato statunitense, inviò un messaggio all’ambasciatore a Roma nel quale, entrando nel merito della permanenza del PCI al governo, chiedeva “quali passi il governo americano potesse effettuare per rafforzare le forze democratiche e filoamericane tenendo presente l’importanza dell’Italia per la politica americana nel Mediterraneo”.
La risposta dell’ambasciatore Dunn fu estremamente chiara e suonava come segue: “la concessione di aiuti all’Italia era subordinata a che gli italiani mettessero ordine in casa propria”. L’esclusione dei comunisti dai governi dei paesi occidentali era la moneta di scambio dei finanziamenti americani per la ricostruzione economica. E così prima i comunisti belgi e poi quelli francesi furono estromessi dal governo. Il 31 maggio 1947, De Gasperi annunciò la nascita di un monocolore democristiano mettendo alla porta il PCI e il PSI, concludendo la fase dei governi di unità nazionale.

Per comprendere la Resistenza è indispensabile collocarla nelle condizioni storiche che la fecero sorgere, è indispensabile partire dal fascismo, da come è nato e si è sviluppato, come ha potuto vincere nel nostro paese ma anche come per un ventennio, nella clandestinità e nella repressione più dura, un numero limitato di militanti, particolarmente i comunisti, ma anche i socialisti e gli anarchici, tennero viva e alimentarono la lotta e dopo l’8 settembre 1943 salirono in montagna costituendo le prime formazioni partigiane contro i fascisti repubblichini e i nazisti.
Vari sono stati i tentativi in quegli anni, e tuttora presenti, di deformare e falsificare la Resistenza o di darne una lettura del tutto diversa rispetto al suo vero significato. Tra le forme di falsificazione storica vi è quella dell’omissione. Coloro che parlano o scrivono della guerra di Liberazione nazionale tacendo delle innumerevoli azioni di massa, degli scioperi e delle manifestazioni condotte da operai, contadini e lavoratori falsificano la storia della Resistenza, ne danno un’immagine limitata, deformata. La grande borghesia reazionaria, gli esponenti politici del vecchio MSI-DN riciclatosi in AN, sdoganati – ma sempre fascisti - da Berlusconi e ora nel PdL, i gruppi apertamente fascisti ed eversivi, i partiti di centrodestra, intellettuali di destra come Pansa e altri non hanno alcun interesse a far conoscere la vera storia della Resistenza perché suona condanna per loro e per le classi dominanti che in tutti questi anni hanno permesso che i fascisti, nonostante il divieto della Costituzione, si ricostituissero in partito, prima clandestinamente, assumendo il nome di PFD (Partito fascista democratico) e poi, negli anni '50, di MSI, successivamente di MSI-DN e infine, dopo lo sdoganamento, di AN. Un partito, il MSI-DN, al quale la DC non ha esitato in varie occasioni - pensiamo al governo Tambroni - a chiedere voti e alleanze per formare i governi assicurando, come corrispettivo, legittimazione e coperture politiche. Un partito implicato nell’eccidio di Portella della Ginestra, che è stato al centro, da sempre, di trame torbide con i servizi segreti italiani e statunitensi, artefice con Junio Valerio Borghese di un tentato colpo di Stato e poi della strategia della tensione portata avanti per più di un decennio mediante attentati e stragi da Piazza Fontana all‘Italicus, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Stragi rimaste quasi tutte impunite, di cui non si conoscono giudiziariamente i mandanti, ma stragi di Stato nella coscienza dei lavoratori perché commesse dai fascisti ma in combutta con apparati dello Stato italiano e con i servizi segreti statunitensi.
Altra deformazione della storia della Resistenza è quella in base alla quale si vorrebbe fare credere che la Resistenza fu un grande movimento spontaneo che non appartiene ad alcun partito, tutti gli italiani furono per la Resistenza. Si tratta di una teoria di comodo. La Resistenza non appartiene ad alcun partito ma è vero che non tutti i partiti vi contribuirono in uguale misura. Ben altro è stato l’apporto che hanno dato i partigiani del PCI, PSI e Partito d’Azione rispetto a quelli della DC, del PLI e del Partito monarchico (questi ultimi presenti in maniera quasi risibile e fautori della teoria: aspettiamo che arrivino le truppe angloamericane a liberarci!"). La guerra partigiana ha avuto in Italia un carattere diverso che in altri paesi d’Europa. Il nostro era non soltanto un Paese invaso dallo straniero, ma un Paese oppresso da più di venti anni di dittatura fascista. Più che altrove la guerra partigiana è stata in Italia lotta militare per l’indipendenza nazionale e la libertà contro fascisti e nazisti, ha avuto le caratteristiche della guerra civile combattuta tra italiani e italiani e, nelle aspirazioni dei partigiani più avanzati, particolarmente di quelli raccolti nelle formazioni Garibaldi, è stata vissuta come lotta sociale, rivoluzionaria per un cambiamento radicale della società italiana. Non a caso protagonisti della Resistenza sono stati la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici, classi e strati sociali all’avanguardia da sempre nella lotta per la rivoluzione e il socialismo.
Con la disgregazione dell’esercito l’8 settembre ’43, si formarono spontaneamente gruppi e bande di soldati e ufficiali la cui preoccupazione principale era quella di non lasciarsi catturare dai tedeschi e di rifugiarsi in montagna. Ma non era ancora la Resistenza. Il movimento dei partigiani e la costituzione di formazioni armate combattenti non sorse spontaneamente, al contrario. All’inizio l’effettiva Resistenza dovette affrontare e superare l’ostacolo dell’attesismo ed occorsero alcuni mesi per organizzare il movimento partigiano vero e proprio e perché iniziasse la lotta armata contro tedeschi e fascisti. Dal 25 luglio all’8 settembre ‘43 ci fu tutto un lavoro di organizzazione e, precedentemente, il fuoco sotto la cenere, la lotta contro la dittatura fascista furono mantenuti vivi lungo tutto il ventennio fascista.
Sembra una cosa banale sostenerlo, ma non si può parlare della Resistenza senza partire dalla lotta contro il fascismo. È vero che per taluni la Resistenza comincia soltanto dal 25 luglio o dall’8 settembre 1943 da quando cioè la monarchia cercò di separare le proprie responsabilità da quelle del fascismo. Per costoro divenne legittimo combattere il fascismo solo nel momento in cui questo, ricostituitosi nella repubblica di Salò, si pose apertamente contro le istituzioni italiane mettendosi al servizio dello straniero. Coloro che ragionano così vedono la Resistenza solo come lotta contro lo straniero e non come lotta contro il fascismo mentre in Italia durante vent’anni vi fu, se pure condotta da piccole minoranze d’avanguardia, particolarmente, ma non solo, dai comunisti, una lotta accanita. In secondo luogo ritenere che la Resistenza comincia solo dal 25 luglio 1943 significherebbe praticamente riconoscere la legittimità del ventennio fascista fino al momento del disastro.
E non possiamo non soffermarci sui rapporti che intercorrono tra la Resistenza ed il Risorgimento italiano, su quella impostazione storica che parla di primo e secondo Risorgimento. La Resistenza non rappresenta la continuità del Risorgimento, ha caratteristiche del tutto diverse. La diversità fondamentale sta nel fatto che la Resistenza ha avuto come forza trainante, come protagonista una nuova classe sociale, una classe rivoluzionaria: la classe operaia diretta dal PCI e dagli altri partiti di sinistra. E con la classe operaia si schierarono altri strati sociali popolari. La Resistenza fu lotta per la libertà e per l’indipendenza nazionale, ma non solo. Fu lotta contro la grande borghesia, contro quella classe reazionaria che nell’immediato primo dopo guerra armò la mano dei fascisti e impose la dittatura. La Resistenza non fu lotta per la rivoluzione proletaria perché nel programma di Togliatti e della direzione del PCI non rientrava in alcun modo la trasformazione della guerra di Liberazione in guerra civile rivoluzionaria, in lotta aperta per il potere politico. Troppo pesante fu considerata allora la presenza nel nostro paese dell’esercito anglo-americano. E la conferma di un atteggiamento di esclusione, non tanto nei militanti e in larghi settori delle masse lavoratrici della lotta aperta per la rivoluzione proletaria si ebbe al momento dell’attentato a Togliatti quando i dirigenti del PCI si prodigarono per bloccare e riportare in un alveo di normalità il tentativo insurrezionale che investì l’intero paese, soprattutto le città del nord. Ma se pure la Resistenza non aveva all’ordine del giorno la rivoluzione socialista, è altrettanto vero che il fine della lotta non era solo la riconquista della libertà e dell’indipendenza nazionale. Era molto di più.

Le aspirazioni dei partigiani, particolarmente di quelli comunisti, erano quelle di  epurare gli apparati dello Stato dai fascisti, di estirpare le radici del fascismo cambiando profondamente la società, di battere i gruppi capitalisti che avevano alimentato il fascismo, di porre al primo posto, in una società più giusta, la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici e non i padroni.
Nel Risorgimento il popolo lottò non per propri obiettivi ma in un contesto condotto dalla borghesia per affermarsi sulla vecchia società feudale. La borghesia italiana non seppe muovere le masse popolari, non seppe alleare a sé i contadini e i lavoratori del nord e del sud, ebbe paura che le masse popolari uscissero dai limiti che aveva fissato. Non vi fu perciò una vera rivoluzione nazionale.
Oggi, lo Stato è in mano ai capitalisti che, appoggiati da un governo reazionario, trasferiscono all’estero la produzione alla ricerca del massimo profitto con sfruttamento e bassi salari, impoverendo il paese che è al massimo della disoccupazione, soprattutto giovanile. Un governo guidato da Berlusconi che non perde occasione per fare discorsi eversivi, un Parlamento composto da nani e ballerine che pensano solo al proprio interesse e che esprimono leggi repressive e razziste.
A pochi giorni dal 25 Aprile un gruppo di parlamentari del Senato del Pdl - il cui primo firmatario è Cristano De Eccher, rampollo di una famiglia nobile di Trento e già responsabile per il Triveneto del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, indagato per la strage di piazza Fontana e arrestato e condannato tra il 1973 e il 1975 per un fallito attentato ad uno studente comunista e per attività eversive - ha presentato un disegno di legge che propone l’abolizione della XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione, quella che vieta “la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito Fascista”. Scilipoti, tra i comprati dal PdL per mantenere la maggioranza, presenta il suo programma copiandolo dal manifesto fascista del 1925. Si moltiplicano in molte città le sedi di gruppi di estrema destra, mascherati da circoli sociali e culturali, ma basati su azioni squadristiche e foraggiati dal ministro Meloni, già dirigente dei giovani fascisti di AN.
Il pericolo di una recrudescenza fascista è sempre presente. Non esistono automatismi, ma non si può escludere una simile evenienza che è collegata ad una molteplicità di fattori (acutezza della crisi del capitalismo, livello di combattività del proletariato). Sappiamo che le radici del fascismo affondano nel capitalismo, si è affermato come il sistema di reazione integrale più conseguente del grande capitale come “la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario”; nei rapporti di produzione, nei profitti e nei privilegi di cui gode la borghesia attraverso lo sfruttamento della classe operaia e dei lavoratori. Profitti e privilegi che la borghesia più reazionaria interessata alla stabilità e all’ordine, a bandire gli scioperi e a comprimere i salari per aumentare i profitti, difende fino all’estremo arrivando, se necessario, ad imporre anche il fascismo quale ultima carta per la sua sopravvivenza.
Perciò il fascismo non è da sottovalutare come nell’immediato primo dopo guerra, quando si affermò - accettato dalla monarchia e dalla Chiesa (Papa Pio XI benedisse Mussolini come l’uomo della provvidenza, quella divina si intende) - travolgendo il regime liberale borghese perché la borghesia, i suoi partiti e l’apparato dello Stato sottovalutarono questo fenomeno eversivo e non lo contrastarono.

L'antifascismo non può essere solo memoria storica, lontana nel tempo o limitato a cerimonie celebrative come ogni 25 Aprile, vuote di qualsiasi contenuto di classe. Ha un senso ed una attualità se viene praticato e cioè se è anche antifascismo militante. E non è la lotta antifascista una battaglia di secondo ordine, di retroguardia come si sente dire talvolta anche perché questa lotta si intreccia con quella a difesa da ogni involuzione reazionaria dello Stato e dei suoi apparati, contro quel processo di fascistizzazione della società limitativo degli spazi di democrazia reale, intriso di razzismo.
Organizzarsi in organismi di massa, negando ai fascisti qualsiasi agibilità politica (e dare concreta attuazione alla norma costituzionale che vieta la ricostituzione del partito fascista) e combattere qualsiasi forma di razzismo, è già una risposta.

 


20 aprile redazione
editoriale

ANCORA UNA GUERRA IMPERIALISTA
Anche nel nord d’Africa la tattica segue gli interessi… petroliferi unendo Onu (organismo dominato dai maggiori paesi imperialisti) e Nato

Negli ultimi mesi inaspettate mobilitazioni popolari partite dalla Tunisia e allargatasi ad Egitto e Libia e in altri paesi hanno sconvolto il nord Africa. Fame, sofferenza, privazioni, sfruttamento e i governi corrotti sono stati i motivi alla base di queste rivolte. In Tunisia hanno portato alla deposizione di Ben Ali, in Egitto di Mubarak. Anche altri paesi – Yemen, Algeria, Barhein, sono segnati da proteste.
In questi paesi le contraddizioni sono esplose con manifestazioni generose di popoli e lavoratori che non ne possono più di essere sottomessi da governi dittatoriali e sottopagati da imprenditori europei (solo in Tunisia ci sono 700 imprese italiane), sono proteste che hanno avuto il pregio di dimostrare la forza delle masse popolari che porranno ai lavoratori dei paesi arabi nuovi orizzonti di lotta per consolidare gli obiettivi raggiunti e poterne raggiungere di ancora più avanzati, altrimenti rischiano di essere riassorbite dai poteri reazionari dei vari paesi, dimostrando la loro debolezza: la mancanza o insufficienza del partito comunista in grado di dirigere le lotte, in grado di porre a questi movimenti l’obiettivo di prendere il potere politico e trasformare in realtà le proprie richieste.
È così anche per le lotte che si sviluppano in Italia dove, proprio per l’assenza di un autentico Partito comunista, restano tali e senza prospettive. Lotte che non trovano certo la sponda nei sindacati consociativi, come dimostra il mini sciopero promosso da Cgil dopo tanto tempo e tante pressioni, invece di un vero sciopero generale nazionale che danneggi effettivamente il capitale.
Gli imperialisti, con a capo gli Usa, sempre pronti ad intervenire per manipolare i processi di cambiamento e trasformarli, ancora una volta, con il saccheggio delle risorse naturali, minerali ed energetiche, come creano i dittatori, li distruggono. Inventano roboanti notizie fasulle e lo stesso linguaggio di grande effetto mediatico: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani, bombe intelligenti (non tanto se colpiscono pure i rivoltosi!) ecc. Come per Saddam Hussein ora è toccato a Gheddafi. Si scaricano i vecchi amici sostituendoli con nuovi complici che continuano a servire i loro interessi. L’Egitto garantisce Israele agli ordini del Pentagono e la Tunisia - in tre mesi, tre governi - è in mano ai militari. Ma alle rivolte del Maghreb la risposta è stata diversa. La decisione di aggredire la Libia - dove il reddito procapite era di 6/7 volte superiore agli altri Paesi e dove lavoravano 2 milioni di stranieri - è dettata solo dagli interessi degli Stati coinvolti e delle multinazionali per il controllo delle sfere d’influenza e delle materie prime: petrolio di ottima qualità a basso prezzo e gas naturale.
La Francia ha fatto da apripista in un conflitto nato da proteste, ma sul quale si è innestata la spaccatura interna al governo. Ancora prima di bombardare, dietro risoluzione dell’Onu che nessuno rispetta nei confronti dei palestinesi (che continuano ad essere massacrati), “consulenti” militari statunitensi, inglesi e francesi, agenti dei servizi segreti erano presenti in Cirenaica in “aiuto” ai rivoltosi (avvocati, giuristi, ex governanti, ex ministri oggi nel governo provvisorio) - che sventolano la bandiera della monarchia Idriss e quella francese - per organizzarli in unità paramilitari, mentre flotte navali da guerra si avvicinavano alle coste.
Un’invasione di tipo colonialista cui il servile e guerrafondaio governo italiano, che spende 25 miliardi di euro l’anno in spese militari, non poteva che accodarsi. E non solo per mire colonialiste che 60 anni fa, con Mussolini, sono costate 100mila morti, ma per gli accordi di affari, interessi (Eni, Fiat, Finmeccanica, Unicredit, Juventus) e connivenze iniziati nel 2004 da Berlusconi, proseguiti nel 2006 da Prodi, ed aggravati nel 2010 ancora dal governo Berlusconi. Appoggiando, riverendo Gheddafi e vendendogli le armi, il governo ha anche ottenuto la cooperazione poliziesca e militare che impediva il flusso migratorio dai suoi porti. Giovani in cerca di lavoro che il capitale sa bene come utilizzare: o li spreme in lavori supersfruttati e sottopagati, o li rimanda indietro, o li priva della libertà rinchiudendoli in lager chiamati CIE.
L’Italia è, come per tutte le altre guerre, la portaerei del Mediterraneo. Dalle basi Usa e Nato seminate ovunque partono i bombardieri e la fornitura dell’apparato di guerra, ed è a Napoli il comando delle forze navali Usa, nonché quartier generale delle forze del comando Africa. Oltre ai costi della guerra che si riverseranno sulla popolazione con nuovi sacrifici la pericolosità aumenta con la militarizzazione del territorio. Se non bastassero le basi straniere, in continuo incremento come a Vicenza, prende corpo il progetto dell’Hub militare che coinvolge una vasta area di Pisa e Livorno dove è già presente Camp Darby, per ottimizzare al massimo le “proiezioni di forza” degli eserciti della Nato. L’Italia è implicata anche con l’utilizzo degli aeroporti civili, in particolare quelli del sud. Una condizione che si ripercuote sul turismo con conseguenze occupazionali. Ragioni in più per ribellarsi a questa guerra.
Abbiamo già visto cosa ha prodotto l’intervento “umanitario” in Yugoslavia; in Iraq e in Afghanistan. E ancora prima, dalla metà del secolo XX con la nascita dei Paesi non Allineati - che si caratterizzavano per i processi di indipendenza e politiche di carattere progressista. Un processo di liberazione nazionale iniziato con una forte opposizione all’imperialismo che intervenne perseguitando e uccidendo come in Congo (Lumumba), in Burkina Faso (Sankara), in Guinea Bissau (Cabral); finanziando e mantenendo per anni la guerriglia dell’Unita in Angola; consegnando il Sahara alla monarchia del Marocco; facendo diventare Israele la punta di diamante dell’imperialismo in Medio Oriente, e che si è nel tempo trasformato in riconciliazione e retorica dietro i quali si nascondevano accordi economici e politici di carattere strategico per l’imperialismo, di sfruttamento dei lavoratori e saccheggio delle risorse.
Per giustificare questa guerra il centrosinistra e molti cattolici, si sono messi l’elmetto in testa e il Presidente della Repubblica è riuscito persino a legare la necessità dell’intervento con il clima nazionalista alimentato in occasione del 150°anniversario dell’unità d’Italia.
Si trova in buona compagnia Marco Ferrando, segretario del PCL. Con la sua posizione e la sua polemica astratta contro gli stalinisti che accusa di difendere Gheddafi non contribuisce certo a fare chiarezza, e a rafforzare il fronte di lotta necessario contro la guerra.
Gheddafi non è difendibile, è un dittatore e si conosce bene la sua storia, ma si tratta di rifiutare una guerra che rappresenta la tipica guerra imperialista. E considerare le conseguenze che si scaricano sulla popolazione: distruzione, mancanza di approvvigionamento alimentare e sanitario, morti e feriti civili.
Una situazione che non è certo favorevole allo sviluppo di una rivoluzione come non lo è stato per l’Iraq, dove l’illusione del Partito comunista iracheno di liberarsi da Saddan Hussein appoggiandosi ai “liberatori” USA ha favorito i piani dell’imperialismo e non ha certamente fatto fare passi avanti alla lotta di liberazione del popolo iracheno dall’oppressione e dallo sfruttamento.
Certamente non è appoggiandosi ad un imperialismo per combatterne un altro che si può sviluppare la lotta per la rivoluzione.
Ferrando sostiene che agli stalinisti manca il programma rivoluzionario, perché non riconoscono i processi rivoluzionari ovunque si manifestano e non assumono la dinamica della lotta di classe.
Proprio perché comunisti, utilizziamo il metodo scientifico del materialismo dialettico, riconosciamo i processi rivoluzionari - e sappiamo distinguere tra rivolte, guerre civili e rivoluzioni e quindi riconoscere chi sviluppa la lotta di classe nel processo di liberazione della classe operaia su scala mondiale.
Perché da marxisti e leninisti ci battiamo per l’autodeterminazione dei popoli e portiamo avanti un coerente internazionalismo proletario. Siamo in prima fila nella lotta contro l’imperialismo di casa nostra che vuole sostenere l’interventismo guerrafondaio delle potenze reazionarie, pronti a fornire i ribelli di armi e inviare truppe di terra solo perché interessate a spartirsi il bottino o a sperimentare nuovi e pericolosi aerei come i Global Hawk.
Perché allora non chiedere l’intervento contro il Barhein? Anche qui si stanno sviluppando importanti lotte e la popolazione vive sotto un’occupazione militare che impone rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro degli oppositori.


20 marzo 2011 redazione
antimperialismo

NO ALLA GUERRA DEL PETROLIO

Contro l’aggressione imperialista

Deboli con i forti e forti con i deboli. È questa la politica del Governo italiano pronto a baciare le mani e non solo a Gheddafi, e poi a mettersi al servizio dei potenti per andare a fargli la guerra. Infatti è pienamente coinvolto nell’aggressione contro la Libia. Nel tentativo di salvare il salvabile del proprio interesse imperialista il governo, dopo avere fatto affari con gas e petrolio e per conto degli industriali nostrani con lucrosi investimenti, utilizzato i capitali libici nelle banche come Unicredit, nelle imprese come Fiat, Fincantieri, Juventus… e utilizzato la Libia come immenso centro di detenzione, repressione e contenimento dell’emigrazione africana e non solo, eccolo accodarsi alle spinte guerrafondaie di Francia, Inghilterra e Stati Uniti.
Sotto la copertura Onu e Ue sono in molti che vogliono andare a conquistare e garantirsi il “posto al sole”, naturalmente sotto la solita ipocrita motivazione degli aiuti umanitari e appoggio al cosiddetto processo di “democratizzazione” del cosiddetto “consiglio provvisorio della Libia” come un branco di lupi pronti a buttarsi sulla preda per sbranarla e accaparrarsi ognuno il proprio pezzo di carne.
Usa, NATO, i paesi dell’Ue, Israele, i paesi reazionari del nord Africa e dell’Arabia, complici dello sfruttamento dei popoli nell’area pur con diverse sfumature (questioni di politica interna: per la Francia Sarkozy in discesa, per la Germania elezioni in vari laender), sono uniti nell’aggressione per spartirsi il bottino, sulle spalle dei paesi aggrediti.
Non facciamoci ingannare da come gli imperialisti e i loro servi intendono portare la “democrazia” uccidendo civili. Appoggiati da faziosi mass-media che – dopo le roboanti notizie fasulle - adottano lo stesso schema più volte visto: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani. Già visto in Jugoslavia con il governo D’Alema, in Somalia, Iraq ed in Afghanistan. Sono le stesse forze imperialiste che appoggiano Israele nella sua aggressione continua contro la Palestina e nascondono la repressione di Yemen e Bahrein (dov’è in atto un’occupazione militare, rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro di oppositori).

L’apertura di un terzo fronte di guerra contro la Libia non è per i diritti del popolo quanto per i giacimenti di petrolio e gas, strategici di fronte all’acutizzarsi della crisi economica internazionale.

Non si opera per la pace chiedendo lo scudo della Nato per la difesa del nostro paese come ha fatto D’Alema né schierandosi come il Pd (che continua, dopo il patriottismo del 17 marzo, il sorpasso a destra con la chiara posizione proNato), Vendola ecc. – e lo stesso Presidente della Repubblica - con le forze di destra sostenendo la guerra in nome della “giustizia”.

N
é votando a favore della mozione presentata al Parlamento Europeo che legittima l’intervento imperialista, come ha fatto il Partito della sinistra europea cui fanno riferimento lo stesso Prc e la Federazione della sinistra, ma lottando per affermare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, della neutralità e della lotta contro le politiche imperialiste in primo luogo quelle del nostro paese.
Non è offrendo il nostro territorio come base logistica delle aggressioni, attraverso le basi Usa e Nato sparse in tutto il nostro paese, ma uscendo dal Patto Atlantico e chiudendo tutte le basi Usa che occupano il nostro paese.
Noi comunisti chiamiamo alla lotta contro l’imperialismo perché il nostro paese rispetti l’art. 11 della stessa Costituzione borghese e si impedisca che diventi un bersaglio.

Chiamiamo alla lotta per battere il governo Berlusconi, governo dei servi dell’imperialismo, di avventurieri, fascisti, mafiosi e faccendieri, di scandali e ruberie. Che, forte con i deboli, taglia su scuola, servizi sociali, pensioni, ma, debole con i forti, aumenta le spese militari con l’acquisto di nuove armi e il mantenimento delle truppe all’estero.

Chiamiamo alla lotta per rompere il muro del consociativismo (significativa è la posizione di alcuni sindacalisti Cgil), il balletto che continua tra maggioranza e opposizione. Il proletariato e le masse popolari non giudichino le forze politiche in base al nome o a come si definiscono, ma in base alle posizioni che assumono rispetto alla classe borghese e capitalista, da come rispondono agli interessi dei monopoli interni e internazionali e rispetto alle potenze imperialiste nel loro complesso.

Gli aiuti contro la Libia non sono umanitari, impediamo la partecipazione dell’Italia e l’uso delle Basi Usa e Nato

Fuori le basi Usa–Nato dall’Italia. Fuori l’Italia dalla Nato

No alla nuova guerra imperialista per il petrolio in Libia

Sosteniamo i movimenti e i popoli in lotta per consentire la crescita delle forze rivoluzionarie nella costruzione nei loro paesi di società democratiche e socialiste affinché questi popoli siano liberi dal controllo e dall’ingerenza delle potenze imperialiste e possano decidere liberamente del proprio destino

 


13 febbraio 2011 redazione
editoriale

Guardare oltre lo sciopero dei metalmeccanici

Il rischio reale è che la partecipazione sia utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si battono per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati 

Per avere una visione della realtà più chiara ed il più possibile rispondente al vero, è necessario non farsi ingannare dalle apparenze anche se questo comporta andare contro il comune sentire di gran parte dei compagni e dei lavoratori. Ed è appunto sulla differenza tra l’apparenza e la realtà che è necessario confrontarsi per ridurre l’impatto dell’inevitabile disillusione, derivante non tanto da eventuali sconfitte quanto dall’incomprensione dei ruoli delle forze in campo e della natura dello scontro.
La Fiom ha un sex-appeal particolare, solo così si spiega che compagni assolutamente in grado di fare analisi corrette della situazione politica e sindacale, quando si parla di questa organizzazione, smettano di utilizzare la ragione per avventurarsi nei meandri della fantapolitica sentimentale. Ci dispiace riportarli tra di noi ma la Fiom è un sindacato di categoria concertativo, lo è nella stessa maniera in cui lo sono tutti gli altri sindacati di categoria della CGIL. Come loro anche la Fiom firma pessimi accordi e, come loro, si ripara dietro ad una situazione sfavorevole che, peraltro, ha contribuito a far degenerare, per giustificare le sue firme.
Per chi l’avesse scordato anche la Fiom, anziché difendere le pensioni pubbliche, promuove e propaganda, in joint venture con Federmeccanica, Fim, Uilm i fondi pensione di categoria. Per chi l’avesse scordato anche la Fiom ha sottoscritto, subito dopo gli accordi del luglio 1993 sul contenimento del costo del lavoro, un altro accordo che prevede una forte discriminazione nelle RSU per i sindacati non firmatari di contratti nazionali, giungendo addirittura ad inserire una clausola mafiosa per garantirsi insieme con Fim e Uilm un terzo dei rappresentanti, indipendentemente dal voto dei lavoratori.
Quando la Fiom indice, come ha fatto il 28 gennaio, uno sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori lancia una parola d’ordine mistificatoria non solo perché il diritto messo in discussione non riguarda i lavoratori ma l’organizzazione, ma anche perché un diritto è tale se è per tutti, diversamente è un privilegio. Ma questo privilegio, visto che i padroni non regalano nulla, in cambio di che cosa è stato concesso? Forse in cambio di accordi altrettanto negativi di quello siglato a Mirafiori o dell’opera di contenimento e di repressione dei lavoratori autorganizzati?
Di sicuro l’avvento di Marchionne alla guida della Fiat ha cambiato le regole del gioco perché il nuovo Amministratore delegato, più attento al mercato internazionale che agli equilibri politici e sindacali in azienda, ha imposto ai sindacati un cambio di ruolo costringendoli a passare dalla concertazione alla collaborazione. La Fiom non ha voluto o potuto fare il salto richiestole e Marchionne insieme con Fim, Uilm e Fismic ha escluso la Fiom dalle RSU della Fiat.
Per ottenere questo risultato non ha fatto altro che utilizzare, applicandolo anche alla Fiom, quanto la Fiom aveva sottoscritto per discriminare i Sindacati di Base: o firmi il contratto o non hai diritto alla rappresentanza sul posto di lavoro. Il paradosso, solo apparente, è che la Fiom esercita tuttora questa discriminazione nei confronti dei Sindacati di Base nel resto del settore metalmeccanico, dove continua ad applicare l’accordo sottoscritto a suo tempo con Fim e Uilm in merito alle elezioni delle RSU.
Altro che sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori!
Nondimeno quando centinaia di migliaia di lavoratori si mobilitano è sempre un fatto positivo perché si mettono in moto nuove energie e bene hanno fatto i compagni a dare il massimo per la riuscita dello sciopero. Altrettanto giusta è stata la scelta fatta dai Sindacati di Base di proclamare nella stessa giornata lo sciopero anche per le altre categorie, non fosse altro perché ha permesso a molti lavoratori di scendere in piazza smascherando l’atteggiamento ipocrita della CGIL che a parole ha sostenuto lo sciopero ma in realtà lo ha boicottato. A Genova hanno persino spezzato il corteo per impedire che il grande spezzone dei Sindacati di Base confluisse sotto la sede di Confindustria insieme con i lavoratori della Fiom.
In ogni caso, il 28 gennaio, le piazze erano piene ed i cortei partecipati come, a livello operaio, non si vedeva da tempo. È un segno evidente che esiste nel nostro paese e nella classe lavoratrice una volontà di riscossa non ancora sopita ma è anche un segno, ancor più evidente, che questa massa non trova nessun riscontro organizzativo né politico né sindacale tant’è vero che erroneamente individua oggi nella Fiom, così come anni addietro confidò in Cofferati, un’avanguardia in grado di guidarla. Al contrario, proprio perché non esiste riscontro, il rischio reale è che questa partecipazione venga utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si stanno battendo, per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi, all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati.
Non è un mistero per nessuno il fatto che tra partiti e sindacati confederali esista uno stretto intreccio di uomini, di legami politici e personali, di interessi. Non dovrebbe quindi stupire nessuno che la lotta all’interno dei partiti si rifletta nei sindacati e viceversa e che, in tutta evidenza, ad essere maggiormente coinvolta ed attraversata da questi scontri sia la CGIL non solo perché è il sindacato più numeroso ma perché il partito che in origine la egemonizzava, il PCI, si è dissolto in mille rivoli con un peso preponderante degli uomini del PD in tutte le categorie tranne che tra i metalmeccanici dove la maggioranza è in mano a dirigenti in quota Rifondazione, PdCI, SEL. Questi dirigenti, però, non essendo più i loro partiti rappresentati in Parlamento, hanno un problema da risolvere.Infatti sia la CGIL che la Fiom ancor prima di essere dei grandi sindacati sono grandi aziende, grandi apparati alla cui direzione si accede in maniera proporzionale al peso elettorale del partito di riferimento. Diventa perciò necessario che riparta il movimento, che i lavoratori ritrovino la passione della politica. L’attacco che il padronato sta portando alla Fiom, costringendola alla lotta, capita a fagiolo e diventa funzionale ad un progetto elettoralistico, con l’organizzazione sindacale maggioritaria tra i metalmeccanici che diventa l’elemento aggregante di organizzazioni politiche, centri sociali, comitati, movimenti studenteschi.
Un esempio di questo è “Uniti contro la crisi”, un’aggregazione di tutti i soggetti suddetti che è presente in parecchie città d’Italia e si muove appunto in questa direzione, un bel cartello di movimento che nasconde un cartello elettorale. Tutto ciò lascia presumere che la mobilitazione che abbiamo visto a gennaio abbia una scadenza a breve perché nessuno può realisticamente pensare che la CGIL proclami lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie anche perché è evidente che sul modo di fronteggiare la crisi, facendola pagare ai lavoratori, tra il centrodestra ed il centrosinistra non ci sono differenze.
Per fortuna la realtà non rientra negli schemi, tantomeno in quelli di chi non vede al di là dei propri interessi di bottega, e neanche questa volta fa eccezione. Il mondo è in fiamme ed anche da qui se ne intravedono i bagliori che, facendo un po’ di luce sulle prospettive, ci riscaldano il cuore. Sbaglia chi pensa che lo scontro in atto alla Fiat sia decisivo, nonostante sia da condurre fino in fondo con coerenza e decisione non è qui che si giocano i destini della classe operaia e soprattutto non è sul tema della rappresentanza. C’è una parte di classe operaia sfruttata, precaria, ricattata che si affaccia oggi prepotentemente alla lotta, una classe operaia giovane che ha dato forti segnali negli scioperi della logistica nell’hinterland milanese, nelle campagne calabresi e negli scioperi degli immigrati nel nordest e che, sempre più spesso, vediamo alla testa delle manifestazioni: qui è il nostro futuro.


12 dicembre 2010 redazione
editoriale

IMPUNITI GLI ASSASSINI DELLA STRAGE DI BRESCIA

Nessun colpevole. Continuano i misteri d’Italia. L’illusione elettoralistica della cosiddetta sinistra rafforza la fascistizzazione dello Stato

Assoluzione per non aver commesso il fatto. Sono passati 36 anni da quando una bomba collocata in piazza della Loggia a Brescia ha causato la morte di 8 persone ed il ferimento di 120. Anche il terzo processo non ha individuato i colpevoli ed ha assolto i cinque imputati Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi (che ha cambiato nome vive agiatamente in Giappone), Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti, appartenenti ad Ordine Nuovo. Ancora una volta è l’Italia delle stragi, impunite, che restano un mistero sulle quali non si vuole dire la verità né fare giustizia, come quelle di Piazza Fontana (depistata sugli anarchici per colpire il biennio di lotte operaie e studentesche), dell’Italicus, della Stazione di Bologna (strage fascista diventata terrorista sulla targa apposta dall’Unesco), Ustica e, in seguito dei Georgofili a Firenze. Stragi che hanno visto implicati servizi segreti militari Usa e i loro agenti italiani che hanno agito con i fascisti e gli apparati dello Stato e la Democrazia cristiana nella guerra contro i comunisti utilizzando le basi militari Usa/NATO che sono sparse in tutta Italia e che invece di eliminare, imponendo la propria indipendenza, vengono rafforzate e ampliate.  E, a proposito di sentenze, sempre a Firenze, recentemente è stato assolto il fascista, senatore Totaro che era stato denunciato per avere insultato come “vigliacco assassino” l’eroe della Resistenza il gappista Bruno Fanciullacci.
Queste sentenze sono segnali di continuità politica e ideologica di fronte ai quali non ci si può arrendere. Anche perché
la situazione è in continuo peggioramento. Oggi si grida al terrorismo internazionale e per combatterlo l’Italia - governata da ministri provenienti dal MSI di Almirante - partecipa alle guerre imperialiste distruggendo popolazioni, paesi, ambiente. Viene portata avanti una politica di repressione contro operai e studenti in lotta, la militarizzazione del territorio con il pacchetto sicurezza – in particolare contro gli immigrati –, si riscrive la storia attraverso pubblicazioni con la complicità di autori (pentiti socialisti) e quella dei libri di testo. Finanziamenti e coperture politiche delle forze di governo ridanno spazio a pseudo intellettuali di destra che diventano opinionisti in tutti i mass media nel tentativo di affermare l’anticomunismo soprattutto tra le giovani generazioni. Il ministero della Gioventù, anche questo in mano ad una fascista, alimenta e sostiene finanziariamente gruppi che aprono sedi in tutte le città con le loro attività violente e provocatorie. Nei luoghi di lavoro, compreso le fabbriche – grazie alla debolezza dei sindacati confederali concertativi - entra l’UGL.
E si deve sempre al fascista Roberto Menia (ex capo del Fronte della gioventù, ex presidente nazionale Fuan, ex coord. regionale AN) la proposta – diventata legge 92 il 30/3/2004 - della giornata del Ricordo, una vera e propria strumentalizzazione.
Eppure l’antifascismo militante è ancora sottovalutato, soprattutto da quei partiti che pur definendosi di sinistra l’hanno abbandonato da tempo. Ed è persino carente nel documento, fotocopia del Pd, dell’Anpi che si avvia al congresso.
Le forze di sinistra, abbagliate dai contrasti all’interno dei partiti di governo, sentono odore di elezioni ed entrano subito in fibrillazione. Dopo varie separazioni e scissioni si riuniscono in una Federazione (senza consultazione della base) per riprendersi qualche poltrona ed ottenere quei finanziamenti senza i quali sono incapaci di fare politica. Queste forze, a partire dal Pd - così preoccupate di rifare la legge elettorale e malate di cretinismo parlamentare - saranno responsabili dell’aumento dell’autoritarismo.
Perché se nella fase attuale il fascismo non si presenterà come
lugubre fenomeno del passato, i fattori che favoriscono il suo risveglio ed il suo sviluppo sono propri del mondo capitalista, anche di quello attuale in quanto agisce, sul piano economico, a totale vantaggio delle grandi oligarchie industriali ed agrarie. Ed è l’arma che necessita alla borghesia ed al capitalismo per reprimere il malcontento operaio e popolare e lo scontro di classe, per imporre al proletariato l’ordine sociale ed impedire la riorganizzazione dei comunisti.
Smascherare i fascisti di ieri e quelli di oggi e difendere i valori che sono stati alla base della Lotta di Liberazione è indispensabile per impedire la ripetizione dei terribili eventi che hanno funestato il nostro Paese.
Riaffermare l’antifascismo militante attraverso organismi specifici che controinformino, anche sul piano culturale, l’avanzata della demagogia e del razzismo delle forze di governo e di tutti quei gruppuscoli collaterali è un dovere.
La politica repressiva, liberticida, autoritaria e razzista è tipica dei governi di destra che non ammettono alcun tipo di opposizione vera e che vorrebbero annientare la coscienza di classe. In particolare in momenti di crisi come l’attuale, crisi creata dal capitale e scaricata sui lavoratori, le masse popolari, i pensionati, gli studenti e gli immigrati.
Ad appoggiare un governo autoritario entra in scena anche il Vaticano. Il 4 dicembre Berlusconi incontra il segretario di stato Bertone, colloquio definito di grande valore, e il 5 dicembre il cardinale Ruini al forum della CEI propone un rafforzamento istituzionale dell’esecutivo per bilanciare la riforma federalista dello Stato e difende il sistema maggioritario. Una conferma. Si sa da che parte sta ed è sempre stato il Vaticano che, ipocritamente, sostiene di non fare politica né ingerenza.
L’attuale situazione, quindi, non è grave solo dal punto di vista economico. La crisi è anche politica, cultuale e morale ed implica una lotta antagonistica e inconciliabile tra le classi.

Compito dei comunisti - che non si illudono di cambiare il governo attraverso le elezioni (Prodi docet) è quello di abbattere il capitalismo, causa del duro attacco alle condizioni di vita, di lavoro, della salute, della disoccupazione e precarietà, dei rincari. Una lotta che implica il ruolo fondamentale del partito comunista, effettivo strumento della classe operaia. Che solo così si può liberare e passare dalla difensiva all’offensiva.

 


26 settembre 2010 redazione
editoriale

I metalmeccanici, la Fiat e la lotta di classe      

È giunto il momento che i lavoratori, i militanti ed i delegati che hanno scelto di resistere e di rilanciare prendano in mano la situazione
La disdetta da parte di Federmeccanica del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dei Metalmeccanici, l’ultimo siglato unitariamente da Fim, Fiom e Uilm nel 2008, è solo l’ennesimo colpo che il padronato sferra al movimento operaio. Solo gli ingenui o gli imbecilli possono pensare che l’attacco feroce e determinato che viene portato avanti da anni contro la contrattazione collettiva nazionale riguardi la sfera sindacale. In realtà la questione sindacale è solo la cortina fumogena che copre la lotta di classe che il padronato dispiega a tutto campo. Come sempre nei momenti di svolta, a condurre pesantemente la partita c’è la Fiat, che ha imposto a Federmeccanica la sua posizione. Non è un problema di colombe e di falchi ma, semplicemente, di interessi di classe.
Una volta di più, per capire quanto sta succedendo, è necessario guardare a questa azienda ed alle sue scelte strategiche. L’obiettivo che gli azionisti hanno assegnato a Marchionne, nel momento in cui l’hanno nominato amministratore delegato, è stato quello di  ricollocare la Fiat sullo scacchiere globale dell’auto e di ridefinirne le priorità industriali allo scopo di partecipare, con rapporti di forza più favorevoli, alla dura  contesa imperialista che interessa il settore e che vede affacciarsi sul mercato nuovi produttori estremamente aggressivi dal punto di vista commerciale. La stessa operazione con cui le attività automotive ed i restanti settori industriali verranno definitivamente separati, il cosiddetto spin-off, va in questa direzione.
Il primo passaggio della gestione Marchionne, come tutti sanno, è stata l’acquisizione di Chrysler avvenuta con la benedizione di Barak Obama e la connivenza del sindacato americano dell’automobile, che non ha esitato a lasciare sul tavolo delle trattative diritti, salario e pensioni dei lavoratori. Il secondo passaggio avrebbe dovuto essere l’acquisizione di Opel, ma il tentativo di creare un gruppo, ancor più globale, in grado di massimizzare le proprie sinergie interne è stato sconfitto da una serie di fattori concomitanti, quali la concorrenza di Magna e l’opposizione di una parte significativa della classe dirigente, dei sindacati e dell’opinione pubblica tedesca.
Sconfitto su quel fronte, Marchionne ha concentrato la sua attenzione sulla situazione italiana iniziando dalla chiusura di Termini Imerese che, molto probabilmente, ultimerà la sua storia produttiva alla fine del 2011. I programmi del nuovo soggetto Fiat–Chrysler, definiti al Lingotto proprio mentre a Termini Imerese si consumavano gli ultimi scioperi, prevedono una “razionalizzazione” radicale della produzione e della distribuzione. Il marchio Lancia, negli anni a venire, vivrà un processo di fusione pressoché totale con Chrysler che diverrà a tutti gli effetti la sua gemella americana: modelli identici, meccaniche condivise, gamme prodotto del tutto sovrapponibili. Solo i mercati su cui insisteranno le due case saranno diversi, per il resto tutto sarà in comune, compresa la rete di vendita. Anche la 500 varcherà l’oceano in tempi brevi e verrà prodotta nella fabbrica Chrysler di Toluca in Messico, insieme alle sue derivate cabriolet ed Abarth. Il nuovo motore MultiAir verrà invece realizzato nello stabilimento di Dundee, in Michigan, e verrà installato anche in molti modelli americani. Ancora più difficile è la posizione del marchio Alfa, fortemente ridimensionato ed al centro di voci che lo vogliono in vendita, forse a Volkswagen.
Di sicuro il progressivo spostamento del baricentro della Fiat al di fuori dell’Italia non sarà indolore ma implicherà la chiusura di altri stabilimenti ed ulteriori perdite di posti di lavoro anche nel nostro paese. La decisione di produrre la nuova Fiat Panda nella fabbrica campana di Pomigliano d’Arco anziché in quella polacca di Tychy, anche se al momento garantisce la salvezza dell’impianto napoletano, non risolve certo il problema di un settore a forte concentrazione imperialistica e costantemente in crisi di sovrapproduzione. È evidente che, per Marchionne e soci, il cosiddetto piano Fabbrica Italia ha un senso solo in rapporto ai benefici, agli sgravi fiscali ed agli incentivi che hanno ottenuto e che, in prospettiva, riusciranno ad ottenere dal governo italiano, quale che sia.
Ma c’è un altro nodo fondamentale che la Fiat deve sciogliere, per poter essere veramente competitiva a livello internazionale, ed è quello del “costo del lavoro” che, nella concezione padronale, non significa altro che riduzione del salario, aumento della produttività, abolizione dei diritti dei lavoratori. Per raggiungere questo obiettivo si deve sconfiggere il movimento operaio, non solo distruggendo le sue organizzazioni sindacali ma l’idea stessa che, attraverso il conflitto, si possano rivendicare diritti collettivi. Il tentativo fatto a Pomigliano d’Arco non ha ottenuto, dal loro punto di vista, i risultati sperati. Il ricatto effettuato, cioè la richiesta di scegliere tra un lavoro senza diritti e con poco salario e la disoccupazione,  ha trovato tra i lavoratori una resistenza non prevista nonostante l’accordo sottoscritto da Fim, Uilm e Ugl, la sostanziale condivisione della maggioranza della CGIL e la posizione “tremolante” della Fiom. Da qui la necessità, per i padroni, di compiere un’ulteriore aggressione. Dopo una pesante campagna mediatica gestita e condotta in prima persona da Marchionne e Marcegaglia che, nel momento in cui attaccano più pesantemente, parlano di stipulare un patto sociale e da Tremonti che sostiene apertamente l’antieconomicità delle leggi sulla sicurezza, Federmeccanica ha alzato il livello dello scontro. La Fiom diviene l’obiettivo da isolare ed attaccare non in quanto organizzazione di avanguardia, cosa che non è, ma in quanto organizzazione più rappresentativa  dei lavoratori metalmeccanici che continuano, testardamente, a non farsi  normalizzare.
A dirla tutta, la Fiom raccoglie quello che ha seminato. Come tutte le organizzazioni massimaliste ha individuato, negli anni, i nemici alla sua sinistra anziché alla sua destra ed ha contribuito attivamente al contenimento e, talvolta, alla repressione di quei militanti e delegati dei Sindacati di Base che, in fabbrica, si ponevano in maniera antagonista a difesa degli interessi della categoria e della classe.
Non dimentichiamo che a Pomigliano la Fiom, insieme con Fim e Uilm, ha stipulato un accordo per il trasferimento di centinaia di lavoratori, la maggior parte dei quali aderenti allo Slai-Cobas, allo stabilimento confino di Nola; non dimentichiamo neppure che a Melfi nel momento in cui due delegati di FLMUniti–CUB sono stati sottoposti al medesimo trattamento antidemocratico cui sono sottoposti oggi i tre delegati Fiom, questa organizzazione si è tirata fuori dalla lotta come se il mancato reintegro in produzione di un delegato, eletto dai lavoratori, non fosse un problema loro. Detto questo per amore di verità, visto che la verità è sempre rivoluzionaria, è giunto il momento che i lavoratori, i militanti ed i delegati che hanno scelto di resistere e di rilanciare  superino le divisioni ed impongano ai loro vertici che, ovviamente hanno responsabilità diverse a seconda che siano dirigenti dei Sindacati di Base o dei Sindacati Confederali, uno SCIOPERO GENERALE NAZIONALE DI TUTTE LE CATEGORIE che risponda fabbrica per fabbrica, territorio per territorio, che fermi il Paese, che esprima e rappresenti realmente le aspirazioni ed i bisogni del popolo lavoratore.
Alla guerra come alla guerra, alla guerra di classe come alla guerra di classe! 


25 luglio 2010 redazione
editoriale

Il capitalismo non ha futuro e va abbattuto
Non sono i lavoratori che devono pagare la crisi delle speculazioni

Le famiglie tagliano le spese. Per ridurle comprano ai discount le mozzarelle “blu” - prodotte da aziende che lucrano pure sulle difficoltà economiche dei consumatori - con gravi conseguenze sulla salute. Cosa che non succede né ai parlamentari, né ai politici che, in aggiunta ai loro numerosi benefici hanno sufficienti mezzi per spendere in cocaina e trans. I tagli a regioni e comuni imporranno nuove tasse locali fino al 90% -, la liquidazione del sistema sociale a partire dalla salute, tanto che perfino i medici scendono in sciopero. È la nuova manovra economica “anticrisi” da “lacrime e sangue” per oltre 27 miliardi di euro (e non sarà la sola) che colpisce duramente i lavoratori, compresi quelli pubblici, e le masse popolari. In poche parole i lavoratori dovranno subire nuovi sacrifici, licenziamenti, cassa integrazione, ristrutturazioni, privatizzazioni e delocalizzazioni delle fabbriche.
I Governi dei paesi capitalisti hanno bruciato miliardi di fondi pubblici per salvare le banche, le stesse che oggi traggono enormi benefici dai debiti degli Stati.
Le misure antipopolari, quindi, non sono chieste solo alla Grecia. Anche l’Italia si adegua alla crisi internazionale nel tentativo di salvare dalla bancarotta banche e imperi finanziari ed è in prima fila nell’applicare la ricetta che sta sperimentando la Grecia.
In Italia - già strangolata dal debito pubblico (attualmente ha raggiunto il record di 1.753,5 miliardi di euro) prodotto dalla Dc e dai governi che si sono succeduti, ostaggio delle banche, delle politiche liberiste dell’Europa di Maastricht e della Banca centrale europea - diminuirà ulteriormente il potere di acquisto e crescerà l’abisso sociale tra le masse e gruppi sempre più ristretti di capitalisti. Infatti nessuna misura viene presa contro i monopoli, le banche, gli speculatori finanziari, gli evasori fiscali, i grandi patrimoni, i corrotti e i ladri di Stato. Anzi il governo procede a passi veloci sulle sue riforme come quella delle intercettazioni per salvare tutti i faccendieri, imprenditori, mafiosi e pitreisti del centrodestra.
Governo e Confindustria proseguono nello smantellamento dei diritti conquistati dalla classe operaia in tanti anni di lotta procedendo con la nuova legislazione del lavoro per togliere le residue garanzie giuridiche ai lavoratori.
Significativo è Pomigliano d’Arco dove la Fiat - con il no della FIOM e il consenso di Cisl, Uil, Ugl, Governo, Confindustria e di ondeggianti Cgil e PD, impone - attraverso il ricatto della produzione in Polonia - un piano i cui contenuti sono ferocemente peggiorativi dei diritti e della salute dei lavoratori e assicura l’assoluta libertà di sfruttamento del capitalismo che fa da apripista non solo per altre fabbriche ma per la stessa Fiat che ha obiettivi ben chiari.
Fiat, che torna in utile grazie alla Cig pagata dai lavoratori italiani, non si accontenta di un accordo capestro che dalla Polonia più che la Panda importa le condizioni dei polacchi, né della chiusura di Termini Imerese. Sono bastati pochi giorni e sono arrivati i primi 5 licenziamenti politici, vera e propria rappresaglia, di iscritti alla Fiom e l’annuncio della produzione della monovolume in Serbia. Cosa faranno adesso Cisl (il cui segretario sostiene che il metodo Pomigliano va “esportato”), Uil e Ugl? Firmeranno anche la chiusura di Mirafiori?
L’obiettivo è uno solo: scaricare sulla classe operaia, sui lavoratori, sui pensionati e sulle masse popolari il peso della crisi e dei debiti del capitalismo per consentire ad una minoranza di sfruttatori di continuare a vivere nei privilegi.
Nessun provvedimento per colpire l’evasione fiscale, la speculazione edilizia, nessun taglio per i fondi che vanno al Vaticano, alle scuole private cattoliche, alle spese senza fine per la politica, alle spese per le missioni militari all’estero (oltre 500milioni di euro all’anno). Nessun taglio agli sprechi, ai privilegi, ai costi delle oltre 90mila auto blu (3300 euro l’anno escluso il personale), ai doppi e tripli compensi di tanti parlamentari. Anzi aumenta il numero di sottosegretari, ministri e ministri del niente. È ridicolo, puramente demagogico e non significativo l’annuncio dell’alleggerimento del cedolino (non del compenso) del 10% sull’indennità dei parlamentari. Anche per i rimborsi elettorali si taglia del 10% quando era stato annunciato il 50%. Questo Governo “del fare” rimane alle enunciazioni di propaganda più che ai fatti!
Alla “solidarietà europea” – quella tra capitalisti, monopoli e governi - che conosce solo il supersfruttamento dei lavoratori, la privatizzazione degli utili e la collettivizzazione delle perdite, si deve contrapporre la solidarietà della classe operaia e dei lavoratori vittime della loro politica e delle potenze imperialiste che dominano ovunque e che, approfittano della crisi per rafforzarsi, guadagnare sempre più ed accaparrarsi i mercati.
L’opposizione non è certo al livello della Grecia - dove si susseguono scioperi generali e proteste dure (nel silenzio dei mass-media) perché sostenuti dai comunisti e dai sindacati – ma una certa risposta, seppure frantumata e senza una direzione politica, c’è. E il Governo si attrezza per affrontarla anche sul piano repressivo e non solo aprendo nuovi CIE contro gli immigrati o tenendo i carcerati in condizioni disumane, non solo con il pacchetto sicurezza, ma con ma
nganellate come ai lavoratori della Mangiarotti Nuclear a Milano e ai terremotati dell’Aquila a Roma.
Il Governo, inoltre, vuole mantenere la popolazione nell’ignoranza - molto più facile da manipolare politicamente - con la riforma della scuola, imbavaglia l’informazione e limita internet, si basa sulla corruzione, maschera i condoni, vuole cambiare la Costituzione e difende le nuove logge segrete, gruppi di potere occulto formati da individui del partito al potere che intervenivano con forti pressioni sul CSM per pilotarne le nomine.
Il foraggiamento delle varie sigle fasciste da parte del ministro della gioventù Meloni (che i giovani Pd invitano alle loro feste…),  mantiene attiva la manodopera squadrista che apre sedi ovunque e provoca, scaricando le proprie malefatte sugli antifascisti che, regolarmente, vengono condannati.
Proprio questo mese di luglio ci riporta al luglio ’60, al famigerato e autoritario governo Tambroni che ottenne la fiducia grazie ai voti dei fascisti e monarchici – con i suoi operai morti -, ci riporta al G8 di Genova. A distanza di 9 anni l’ex capo di polizia (poi promosso) De Gennaro è stato condannato in appello per le aggressioni e le provocazioni alla Diaz. Al solo accenno di dimissioni, questo governo glielo impedisce e gli conferma piena fiducia. È la difesa di un servitore, infatti, a Genova gli ordini arrivavano dal Governo e da Fini presente fisicamente nel centro operativo.
I lavoratori, le masse popolari non sono responsabili della crisi del settore speculativo. Non devono pagare né per la crisi, né la repressione.
È più attuale che mai una battaglia di classe per uscire da quella Europa dei trattati, di dominio e supersfruttamento che abbiamo sempre e da subito denunciato.
È fondamentale continuare la mobilitazione e la lotta contro il padronato e il governo, lavorare per unificare i comunisti e la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare il proletariato nelle battaglie che ci aspettano e per cambiare la società.
Il capitalismo non ha futuro, ha già dimostrato il suo fallimento, e va abbattuto. Solo il socialismo, con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con la pianificazione dell’economia, può assicurare - senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con una vera uguaglianza tra gli uomini - stabilità del lavoro, giustizia e progresso per l’intera società.            


9 giugno 2010 redazione
editoriale

LA GRANDE STANGATA
Passate e vinte le elezioni, arrivano tagli e sacrifici

La destra ha impostato tutta la campagna elettorale illudendo gli elettori. Tutti i leader, Berlusconi in primis, hanno martellato che in Italia tutto andava bene, che la crisi non c’era, che non si sono e non si sarebbero aumentate le tasse. E gli elettori ci sono cascati. A distanza di un mese il Governo e le forze che lo compongono e sostengono sono sbugiardati dalla presentazione della manovra economica. Mentre si analizzava il problema Grecia e molti lavoratori sono scesi in piazza in solidarietà con i sacrifici “lacrime e sangue” imposte ai greci, ecco che l’Italia non è da meno. “Lacrime e sangue” per 27 miliardi di euro (e non bastano) – che, mentre andiamo in stampa sta per essere firmata dal Presidente Napolitano - anche per i lavoratori italiani che forse non se ne sono ancora resi conto, tant’è che nessuno ha manifestato (forse sono in attesa dello sciopero generale promesso da Epifani) – o forse perché influenzati dalla Cisl, Bonanni si dice “Orgoglioso di aver collaborato; e dalla Uil, Angeletti la definisce “un po’ più equa”.
Berlusconi, dopo aver cercato di scaricare su Tremonti la decisione delle misure presentate, torna in pubblico per dire “I sacrifici sono necessari, indispensabili”, “siamo tutti nella stessa barca” (quale barca? Non certo su quella di 37 metri di suo figlio!). Una stangata che colpisce i lavoratori, i giovani, i pensionati mentre gli evasori continuano ad evadere e i corruttori a corrompere. Mentre, al di là della pura demagogia, non si parla più dello scudo fiscale (servito solo per il rientro del capitale Anemone-Balducci) non si toccano le spese della politica, dello Stato e delle Camere, né quelle per la costruzione di nuovi CIE e quelle militari. Tant’è che La Russa ha subito dichiarato che le missioni non si toccano, anzi entro l’anno altri 1000 soldati saranno inviati in Afghanistan (oltre 500 milioni all’anno) a combattere la guerra – parola che il Pd non pronuncia per coprire le proprie responsabilità del voto sistematico delle missioni militari all’estero. Così come hanno fatto il governo Prodi ed i partiti che l’hanno sostenuto - degli Usa e della Nato, a nostre spese. E procede la fornitura dei nuovi caccia F35 che costeranno 13 miliardi e l’ampliamento di Camp Darby. Aerei da guerra per un’Italia che si è dotata di una Costituzione (che molti festeggiano il 2 giugno evidentemente senza conoscerla) che ripudia la guerra. Nessun taglio agli sprechi, ai costi delle oltre 600mila auto blu, ai doppi, tripli compensi dei parlamentari, la quasi totalità già professionisti.
I tagli colpiscono soprattutto i dipendenti pubblici con il blocco delle retribuzioni per tre anni e tagli agli stipendi del 5/10%, blocco del turn over, liquidazioni rateizzate ecc. ma soprattutto i tagli colpiranno la sanità, la scuola, la cultura, la ricerca, gli istituti previdenziali (compreso quello di Prevenzione e Sicurezza sul lavoro): in poche parole più disoccupazione nuova e prolungamento per i giovani. Attacco che si ripercuoterà inevitabilmente anche a livello regionale e comunale con tagli sul welfare e sui servizi.
E se non bastasse l’esorbitante prezzo del carburante, da luglio aumenteranno anche le autostrade. Altro che rinviare l’apertura delle scuole per permettere le ferie alle famiglie!
È ovvio che da Bruxelles e dall’Ocse le intenzioni del governo siano state accolte con favore ed apprezzate. All’UE si sono appena aumentati lo stipendio di 1500 euro al mese e qualcuno le deve pagare!
Per non sentirsi messo in disparte il ministro Maroni lancia l’ennesimo allarme terroristi. Pensando alle rivolte che si prospettano di fronte all’acuirsi della crisi, il pretesto è buono per approntare nuovi tipi di intervento repressivo.
Il grande capitale e i suoi governi vogliono salvarsi da una crisi mondiale creata dai grandi monopoli, dalle multinazionali, dalle banche, dal Fondo monetario internazionale e dall’Unione europea, scaricando tutti i costi sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, del proletariato, delle masse popolari.
La classe lavoratrice non solo deve rispondere sul piano economico rifiutando di pagare un duro prezzo imposto dal nemico di classe, ma deve organizzarsi per abbattere il sistema capitalista.


19 aprile 2010 redazione
editoriale nu/3

25 Aprile

OGGI COME IERI: NO AL FASCISMO

RESISTENZA CONTINUA FINO ALL’ABOLIZIONE DELLO SFRUTTAMENTO DELL’UOMO SULL’UOMO

Da alcuni anni è in atto un tentativo, da parte della borghesia, di riscrivere la storia della Resistenza al nazi-fascismo deresponsabilizzando la classe dirigente dai crimini commessi contro l’umanità.
I borghesi sono maestri nel rifare la storia scaricando su altri i propri crimini e hanno i mezzi economici, di informazione e gli intellettuali prezzolati che fanno questo per loro.
Con questa operazione si cerca di autoassolvere le responsabilità del capitale, imputando alla natura umana la bestialità presente in ogni essere umano che scatenerebbe l’uomo contro il suo simile. In questo modo le responsabilità del capitale vengono meno e il sistema completamente assolto.
Secondo questo schema i responsabili dei campi di sterminio nazi-fascisti, dei milioni di proletari mandati al macello nella 2° guerra mondiale, dei morti e degli invalidi non sono più i padroni, le multinazionali legate all’industria militare, ma diventano l’egoismo, l’invidia, l’ignoranza e l’istinto violento che secondo loro è patrimonio delle classi sottomesse. Si cerca di far dimenticare che nei lager, oltre agli ebrei, non sono finiti solo i “pericolosi bolscevichi”, ma tutti coloro che ostacolavano o che osavano sfidare il “nuovo” ordine, primi fra tutti i lavoratori tedeschi ribelli. In particolare gli operai che nelle fabbriche, in sintonia con i partigiani “sabotavano” la produzione”.
Oggi i borghesi e gli intellettuali al loro servizio, sia al governo che all’opposizione non perdono occasione per denigrare la resistenza, parlando di “pacificazione” e di pari dignità fra chi combatteva per la libertà (i partigiani) e chi per mantenere la dittatura (i fascisti), cercando di mettere sullo stesso piano oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori. Questi paladini della dignità umana usano tutte le occasioni per scaricare sul movimento comunista i loro crimini.
Centrodestra e centrosinistra sono le due facce della stessa medaglia capitalista, accomunati da un unico interesse: la salvaguardia del sistema capitalista che continua a riprodurre i borghesi come padroni e gli operai, i proletari, come schiavi salariati.
Oggi nella crisi mondiale continuiamo a sentire i ritornelli di sempre; salvezza dell’economia nazionale, maggior produttività, aiuti di stato alle imprese, obiettivi da sempre perseguiti dai padroni di tutto il mondo.
La storia insegna e noi non dimentichiamo che chi parla di bestialità insita nell’uomo, chi persegue la logica del massimo profitto rendendosi responsabile degli omicidi di migliaia di lavoratori sul lavoro e di lavoro, appartiene alla stessa classe sociale di chi nel campo di sterminio di Auschwitz fece mettere la scritta “il lavoro rende liberi”. Nel momento in cui la concorrenza si acuisce, la guerra economica si trasforma sempre più in guerre militari per la conquista di nuovi mercati, continuano le campagne contro lo straniero; i cinesi che invadono il “nostro” mercato, gli arabi che continuano a rincarare il petrolio, i lavoratori “extracomunitarii” che “rubano “il lavoro agli italiani, argomenti che non sono poi così diversi da quelli usati da Hitler e Mussolini. La crisi rafforza e dà voce ai nuovi promotori dell’olocausto del capitale. Tocca agli operai, ai lavoratori, alla loro parte più cosciente, i comunisti, combatterli, affinché la storia non si ripeta.

1° Maggio

I lavoratori uniti contro il capitalismo e l’imperialismo

Il 1° Maggio nato nel 1886 a Chicago dal sangue operaio divenne nel 1889 per decisione della Seconda Internazionale giornata internazionale di lotta e simbolo per tutto il mondo del lavoro. Nata come giornata internazionale per la riduzione d’orario ad otto ore è stata una tappa importante nel processo di trasformazione degli operai in classe; portando negli operai prima alla consapevolezza e poi alla coscienza che essi si contrapponevano come classe proletaria alla classe borghese nel rivendicare diritti collettivi. Da sempre la borghesia ha cercato di svuotare questa giornata di lotta dei suoi contenuti rivoluzionari, tanto che negli ultimi anni in Italia in molte città (salvo qualche caso particolare) non sfila più alcun corteo, e dove si manifesta lo si fa come nella rituale manifestazione nazionale di CGIL-CISL-UIL, su contenuti di collaborazione di classe.
In questa giornata trasformata in festa, Cgil-Cisl-Uil non trovano di meglio che organizzare un grande concerto a Roma che passa in diretta TV facendo rivoltare nella tomba tutti gli operai e i combattenti per l’emancipazione del proletariato che hanno versato il loro sangue a questa causa.
Negli anni scorsi si sono sprecati fiumi d’inchiostro, studi e immagini tv per spacciare come vere enormi sciocchezze come la scomparsa della classe operaia e più in generali delle classi, ma la crisi mondiale si è incaricata di spazzare via tutto il ciarpame che sosteneva queste tesi. Dopo decenni di apparente benessere, il mercato capitalistico ha riportato le condizioni della classe operaia a condizioni che in alcuni casi si avvicinano o sono simili a quelle di un secolo fa. Conclusosi quasi ovunque il processo di formazioni degli stati nazionali con le lotte di liberazione, oggi esiste ancora una classe internazionale sfruttata e oppressa che non si è ancora liberata dalle catene e che non ha ancora concluso la lotta per la sua liberazione. Rivendicazioni e conquiste ottenute oltre 160 anni fa dal movimento operaio, come le otto ore di lavoro, l’abolizione del lavoro notturno e successivamente il diritto di sciopero vengono continuamente rimessi in discussione.
L’Associazione Internazionale dei lavoratori nel suo primo congresso (3-8, settembre 1886) decise la rivendicazione della giornata lavorativa a 8 ore con l’aggiunta di otto ore di riposo, di permettere il lavoro notturno solo in via eccezionale, escludendo le donne e i minori da “ogni tipo di lavoro notturno e da ogni tipo di lavoro in cui il pudore venga leso e i cui organismi siano esposti a veleni o a altri agenti nocivi”, rivendicazioni che i sindacati filopadronali oggi si guardano bene dal sostenere, perché rischierebbero di ridurre i margini di profitto delle imprese. La lotta diretta degli operai, al di fuori di ogni legislazione, portò negli Stati Uniti alla conquista delle otto ore e questa lotta per la riduzione della giornata lavorativa è stata ed è tuttora una lotta di liberazione che permette ai proletari di avere più tempo libero per loro e meno tempo di lavoro da schiavo per il padrone.
La lotta della classe operaia per la liberazione dello sfruttamento capitalistico è un movimento di classe che si batte contro il dominio della classe borghese.
Nella crisi la concertazione lascia sempre più spazio al conflitto. Sempre più spesso si vedono uomini e donne che lottano contro i licenziamenti, per la difesa del posto di lavoro e del salario, soccombere davanti alle serrate delle aziende e dalla “pace” imposta dai manganelli di poliziotti e carabinieri al servizio dello stato dei padroni. Nei prossimi anni, con la continua perdita dei posti lavoro, venendo meno l’aspetto di mediazione dello stato e accentuandosi ancor più l’aspetto repressivo dello stato, i lavoratori saranno spinti prima o poi ad usare gli stessi mezzi per autodifesa con conseguenze al momento imprevedibili.
Tutte le forze politiche di centrodestra e centrosinistra e i sindacali confederali che hanno sostenuto e votato in parlamento le guerre imperialiste, approvando i finanziamenti alle missioni militari delle truppe di occupazione della NATO o dell’ONU con la partecipazione di truppe italiane di aggressione hanno contribuito a mantenere sottomessa la classe. Anni di politica di collaborazione di classe, di sostegno alla politica interna e internazionale del proprio imperialismo hanno snaturato il 1° maggio svuotandolo dei suoi contenuti rivoluzionari e ora è giunto il momento di riprenderselo.
Il 1° Maggio è il giorno di lotta in cui gli operai coscienti di tutto il mondo dimostrano uniti con manifestazioni in ogni paese contro il capitalismo e l’imperialismo, contro lo sfruttamento degli esseri umani, per l’emancipazione della classe operaia e di tutta l’umanità. Obiettivi che si possono raggiungere solo con l’azione internazionale del proletariato organizzato nel suo partito di classe che, prendendo il potere politico attraverso una rivoluzione, espropria la parassitaria classe capitalista impadronendosi dei mezzi di produzione.
Mentre nei paesi industrializzati e nel mondo aumenta la disoccupazione, che in Italia ha raggiunto l1,5% secondo dati Cgil, il governo sostenuto dal “partito dell’amore” di Berlusconi e dalla Lega cerca di mettere gli operai di una nazionalità contro l’altra, fomentando la rabbia degli italiani (operai, disoccupati C.I, piccolo borghesi, e tutti coloro che subiscono gli effetti della crisi) fornendo falsi responsabili della situazione, fomentando il nazionalismo, la paura del diverso e la divisione fra proletari.
Ai proletari coscienti, ai comunisti, spetta il compito di lavorare nella loro classe affinché la protesta, la giusta rabbia per la mancanza del lavoro, del salario e di una vita decente si trasformi in forma organizzata e in odio di classe verso i capitalisti, unici responsabili della nostra miseria.


10 novembre 2009 redazione
editoriale

A BERLINO È CADUTO IL MURO MA NON LA NECESSITÀ DEL SOCIALISMO

E anche per i tanti muri che ancora esistono è sempre tempo di rivoluzione
È dall’inizio dell’anno che i mass-media ci martellano con l’anniversario del crollo del muro di Berlino. Tra i tanti libri usciti per raccontare la sua storia ce n’è anche uno illustrato, un’antologia di racconti firmati da grandi autori europei dal titolo: 1989. Dieci storie per attraversare i muri”. Autore per l’Italia Andrea Camilleri, che avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui suoi apprezzabili gialli. Tutti recensiti e pubblicizzati con dovizia escluso uno, “Uccisi due volte” (ed. Zambon), che abbiamo recensito nei mesi scorsi e che consigliamo di leggere. L’autrice, Monika Zorn profonda conoscitrice della storia della resistenza tedesca documenta come sia in atto nella Germania unificata la “soluzione finale” della resistenza antifascista.
l muro è al centro anche della scelta per il Nobel letteratura 2009 assegnato alla romena Herta Muller (accostarla a Grazia Deledda è un’offesa). Scrittrice di lingua tedesca, semisconosciuta, non certo per volere di Ceausescu come hanno scritto alcuni giornali, visto che lei ha 56 anni ed è emigrata in Germania nel 1987, ma si è laureata a Timisoara e il suo primo libro è stato pubblicato in Romania dove lavorava come traduttrice e poi – come scrive la Nazione - “si è ridotta a vivere lavorando come maestra in un asilo”. Non sapevamo che la maestra d’asilo fosse un impiego degradante.
Ore e ore di trasmissioni sul muro di Berlino e nessuna parola sui tanti altri muri e non solo ideologici. A partire da quello indegno costruito dai sionisti in Palestina, muro che divide terre e famiglie e acqua per 600 km., quello del Messico dove i diseredati che cercano occupazione negli Stati Uniti muoiono come mosche uccisi dalle guardie armate.
Ma per il mondo borghese conta solo il muro di Berlino (104 km.), definito fascia della morte, prigione, luogo di orrori e la ministra Gelmini non ha perso l’occasione dei 20 anni per inserire nei prossimi libri di testo questa storia del muro. Perché? Perché il muro di Berlino (caduto in coincidenza con l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre) è il pretesto per fare anticomunismo, è la libertà di sguazzare tra superficialità e servilismo dei mezzi di informazione che, purtroppo per ignoranza di molti – anche di giovani studenti – trovano terreno facile.
Sul muro si è sentito di tutto e di più. In effetti alla sua caduta è corrisposta la vittoria dei capitalisti.
Tra le tante parole e i fiumi di scritti emerge l’assoluta disonestà intellettuale perché gli stessi interpellati, intervistatori e autori ignorano e manipolano le posizioni di tanta parte della popolazione che sostiene il passato. Tacciono quando sentono gli abitanti dire che non chiudevano le porte a chiave. Tacciono anche sul divieto ai comunisti di lavorare, soprattutto negli enti pubblici, della Germania ovest. Martellano invece sul controllo capillare della Stasi e denunciano perfino l’uso totale di intercettazioni (?) senza fare paragoni con il potere dell’Occidente dove chi si oppone viene schedato, spiato, seguito ed intimidito e dove addirittura vogliono schedare tutti fin dalla nascita (il ruolo della Cia nel caso Abur Omar è sintomatico). Parlano di comunismo mentre in tutti i paesi dell’Est si cercava di costruire il socialismo, un’esperienza che non ha avuto molto tempo per perfezionarsi.
Ma se questo era un regime così totalitario come ha fatto a cadere senza rivolte, scontri e morti?
Noi abbiamo la nostra verità, quella che abbiamo visto e vissuto a Berlino come in altre parti della RDT: senza pressioni, senza militarismo, senza paure. Abbiamo visto una popolazione che viveva la piena occupazione, il completo diritto allo studio, alla sanità e che poteva godere degli affitti, della cultura di alto livello: teatri, opera; dello sport (ad incredibili centri sportivi e piscine si accedeva con pochi centesimi), del tempo libero, potevano mangiare fuori casa, sebbene nei negozi non mancasse nulla, perché i prezzi erano veramente irrisori.
È anche per questo che è stato issato il muro. Perché nessuno dei soloni che si sono sfogati nelle più bieche falsità, compresi i servi dell’informazione, ha tenuto conto che i berlinesi, prima del muro, facevano i pendolari lavorando nella parte occidentale e non erano “prigionieri”, erano semmai sfruttati dal potere occidentale che tentava con ogni mezzo di recuperare quei lavoratori e quei professionisti – molto validi perché avevano avuto una formazione (gratuita) dal governo comunista -.
La costruzione del muro ha determinato una crisi di mano d’opera e di produzione nella Germania occidentale, infatti Berlino ha perso 60mila operai pendolari qualificati e i cittadini dell’ovest hanno perso la possibilità di recarsi a est per usufruire dei servizi a basso costo (a ovest guadagnavano di più ma la vita costava ancora di più e, quindi andavano a Est per risparmiare): dalle trattorie ai parrucchieri ai teatri a tutto svantaggio dell’economia e della vita dei berlinesi dell’est. Inoltre da ovest avanzava una campagna di sabotaggio economico e addestramento di gruppi che potessero compiere atti di terrorismo e delinquenza che indebolissero il governo socialista. Provocazioni (vi hanno fatto comizi anche Kennedy e Reagan) e violazioni, scritte neofasciste, lancio di molotov, stampa di propaganda, tentativi di corruzione delle guardie sono proseguite anche dopo la costruzione del muro, dove sono morte almeno 8 guardie di frontiera in seguito ad attentati da ovest e che nessun borghese ha interesse a ricordare.
Anche l’argomentazione della bancarotta dell’RDT – rievocata in questi giorni, tra l’altro mentre il mondo è caduto in una crisi economica abissale, e sbandierata per giustificare l’annessione da parte del governo Kohl – è una falsità. Nel 1988 il reddito nazionale era aumentato del 3%, come nei due anni precedenti e quello procapite del 4%; la produttività del lavoro aumentata del 7% nel settore industriale e del 4,8% in quello edile (219.243 alloggi nuovi e ristrutturati). La produzione dei beni industriali era stata incrementata del 3,7% e gli investimenti erano concentrati in importanti campi per potenziare l’economia e la politica sociale. Solo nell’agricoltura non avevano raggiunto gli indici prefissi che però erano sorpassati dalla produzione zootecnica. Sempre nell’88 la ricerca era concentrata sulla microelettronica che doveva prendere l’avvio della produzione nel 1989, anno in cui sarebbero aumentate le pensioni per la “terza età” che invece con la caduta del muro si sono ritrovati improvvisamente scaraventati nell’abbandono e nella totale povertà.
Proprio nel 1988 gli Stati socialisti perfezionarono la loro cooperazione con l’obiettivo di aumentare il livello di vita dei propri popoli.
Non avevano fatto i conti con l’imperialismo che agiva per distruggerli e per questo anche noi li criticavamo. Evidentemente i servizi segreti non erano così potenti! Non certo come quelli dell’Occidente che hanno tramato al servizio dei poteri reazionari, delle borghesie, del Vaticano. In più una bella spallata per svendere l’RDT l’ha data Gorbaciov con il quale Honnecker si è incontrato dal 27 al 29 settembre - solo due mesi prima della caduta – per “intraprendere ulteriori sforzi per estendere la specializzazione e la collaborazione nei campi della scienza, della tecnica e della produzione”. Un’iniziativa ritenuta importante per i forti impulsi che ricadevano sulla cooperazione.
Altra falsificazione della storia – gradita ai manipolatori dell’informazione - è il totalitarismo ignorando (o volendo ignorare) che nell’RDT esisteva la Camera del popolo, cioè il Parlamento, che era il massimo organo statale dove erano rappresentati cinque partiti politici (Sed, DBD-contadini, CDU-cristiani democratici, LDPD-liberaldemocratici, NDPD-nazionaldemocratico) e cinque organizzazioni di massa: sindacati, gioventù, donne, lega della cultura e il mutuo soccorso contadino.
Noi comunisti, quindi, non festeggiamo la caduta del muro perché l’annessione, e non l’unificazione, ha rappresentato disoccupazione, povertà per molti, prostituzione, emigrazione di tanti sfuggiti alla catastrofe sociale, nascita di gruppi neonazisti, cancellazione dell’antinazismo e dell’antifascismo. È stata fatta piazza pulita della memoria sia per la collusione dei capitalisti tedeschi con Hitler che per l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt e si associano le vittime del nazismo ai carnefici delle SS definiti “vittime dello stalinismo”.
E ci ripugna vedere traditori, potenti ed ex ormai cariatidi riesumate per l’occasione riunirsi e partecipare ad eventi mass-mediatici, demagogici e funzionali al sistema (come quello del 1989 quando i picconi usati erano forniti da opportuni venditori a caro prezzo in strada). Vogliamo distinguerci dalla Castellina che parla di “liberazione da regimi certamente oppressivi” e da Paolo Ferrero (segretario PRC) che saluta positivamente la caduta perché il socialismo senza libertà non è socialismo e del tentativo abortito di andare oltre il capitalismo. Quale libertà, per chi? Per i capitalisti di sfruttare? di imporre la cultura dell’individualismo? del libero mercato? di aver affossato le necessità e le aspirazioni di cambiamento della classe operaia e dei popoli con demagogiche promesse di “un nuovo ordine mondiale”? Non a caso per l’imperialismo con la caduta del muro era finita la storia, ha decretato la fine delle ideologie sostenendo che l’unica soluzione era quella fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Honnecker (morto nel 1994) ha preferito l’esilio e oggi sua moglie Margot dal Cile dove si erano rifugiati manda a dire che il socialismo tornerà in Germania. Certo nonostante tutti gli sforzi dell’imperialismo, dei revisionisti e degli opportunisti i comunisti in tutti i paesi continuano ad esistere e lottano per liberare la classe sfruttata ed oppressa ed eliminare la borghesia. Ma pur essendo una necessità oggi non è così facile. Quando si lasciano cadere i muri a Berlino, quando si sconquassa il movimento comunista, quando intellettuali e segretari di partito non parlano più di comunismo ma di generica sinistra, tutto diventa più difficile. Questo ci impone una lotta ancora più dura e costante per ricostruire le condizioni e ristabilire l’ideologia marxista e leninista con la quale sarà possibile dare una spallata al potere borghese e imperialista.

 


25 settembre 2009 redazione
editoriale

PROTAGONISMO OPERAIO E REPRESSIONE

Oggi più che mai ci trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili
Operai barricati sulle gru, lavoratori accampati sui tetti delle aziende, presidi davanti alle fabbriche chiuse o in crisi, operai in sciopero della fame, precari della scuola incatenati e in mutande sono forme di lotta estrema, preludio di un autunno che si annuncia molto caldo. Lotte, in alcuni casi ai limiti dell’autolesionismo (come in Francia), che un proletariato senza un’organizzazione politica combatte da solo contro il singolo padrone, una ripresa del conflitto a volte discutibile, ma che dimostrano la rottura della passività e il risveglio del protagonismo operaio.
L’unità e la solidarietà di classe che generano questi momenti di resistenza - come si sono espresse nella lotta dell’INNSE e in diverse altre realtà - suonano come un campanello d’allarme pericoloso per l’intera classe borghese. Nella società capitalista una serie di circostanze, rapporti di forza favorevoli possono far vincere temporaneamente gli operai com’è successo all’INNSE di Lambrate a Milano, diventando un esempio per tutta la classe operaia, ma questo scatena l’odio della classe dominante. Così com’è già successo nel 2003 nella lotta vittoriosa degli autoferrotranvieri, che con forme di lotta autorganizzate, dure e indipendenti da tutti i sindacati e partiti, bloccarono nelle rimesse tutti i mezzi di trasporto nel mese di dicembre per tre giorni, anche stavolta la vendetta padronale non si è fatta attendere. Come allora anche oggi scattano denunce e multe.
La Magistratura, che tutela la proprietà privata e il profitto, ha già cominciato a dividere il fronte di lotta “in buoni e cattivi” per far pagare cara la solidarietà di classe e l’insubordinazione operaia.
Agli operai e lavoratori di altre fabbriche, ai compagni che hanno partecipato alle manifestazioni e blocchi stradali durante i dieci giorni di lotta all’INNSE, sono arrivate le prime denunce e multe, che vanno dai 5mila ai 10mila euro.

Il conflitto è inevitabile
in una società divisa in classi, dove il potere è nelle mani della borghesia imperialista. Finché lo scontro rimane nella singola fabbrica e sotto la direzione dei sindacati che riconoscono come legittimo il profitto, è tollerato. Finché è controllato, disperso e frammentato dai cosiddetti “rappresentanti dei lavoratori” sia politici che sindacali in una miriade di lotte locali - azienda per azienda o per settori produttivi - tali da limitare fino a privare la classe della necessaria forza d’urto che la porterebbe a combattere classe contro classe, tale conflitto è considerato “legale”. Quando questo sfugge di mano e gli operai dimostrano con azioni concrete, la loro indipendenza, la lotta diventa “illegale” e scatta la reazione con la repressione.
I partiti (sia quelli di centrodestra, sia di centrosinistra) e i sindacati concertativi lavorano per evitare che la lotta politica sia condotta dalla classe operaia in forma diretta, tentando di arginarla per le vie rappresentative all’interno delle forme istituzionali stabilite dallo Stato borghese, quindi attraverso la pressione esercitata sugli organismi legislativi e di governo. Non è quindi un caso che la lotta – come quella dell’INNSE - sia anche l’occasione per la passerella di molti rappresentanti politici e sindacali, responsabili o corresponsabili anche dei licenziamenti.
Oggi sempre più proletari cominciano a prendere coscienza che all’attacco generale del capitale si deve rispondere unificando la classe sugli interessi immediati e futuri, unificando lotte e obiettivi, schierando i ranghi di tutto l’esercito proletario. Anni di revisionismo, di riformismo e di opportunismo, di settarismo e di diffidenze reciproche hanno impedito la nascita di un’organizzazione generale che permetta al proletariato di organizzarsi come classe in un partito adeguato all’attuale scontro di classe.
Solo diventando protagoniste del loro destino e non delegando ad altri i propri interessi, le masse proletarie possono non solo presentarsi organizzate sul campo di battaglia, unificando la lotta economica (oggi dispersa in mille rivoli) e quella politica, bensì possono trasformarla in lotta rivoluzionaria di massa, capace non solo di resistere agli attacchi del capitalismo o di limitarne lo sfruttamento e porre le basi per distruggere il sistema di potere della società borghese basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Dividere la lotta economica da quella politica, ridurre la politica della classe operaia al sistema parlamentare serve solo a mantenere sottomesso il proletariato. Parlamentarismo e sindacalismo sono complementari, entrambi agiscono sul terreno delle riforme (politiche o economiche) lasciando inalterato il problema del potere borghese. L’obiettivo di chi vuole liberarsi dalla schiavitù salariata è quello di distruggere lo Stato e l’ordine sociale borghese. Non possiamo lottare semplicemente contro gli effetti del sistema, dobbiamo andare alla radice, alle cause.
Noi proletari abbiamo i numeri e la ragione storica, ma senza la forza dell’organizzazione siamo alla mercé dei padroni. Le lotte creano condizioni favorevoli all’unità. Sono il terreno migliore per cominciare a confrontarci, per rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di presentarci come classe sulla scena politica. Ogni classe ha le sue avanguardie e i suoi partiti. Solo la classe operaia è oggi e da troppi anni senza un’organizzazione generale anticapitalista e antimperialista, senza il suo partito. In questa situazione il nostro compito di rivoluzionari non è solo quello di partecipare e guidare le lotte di resistenza, ma quello di mettere all’ordine del giorno in tutte le lotte di massa la concezione del mondo che ci guida, il modello di società che vogliamo dotandoci degli strumenti organizzativi che ci permettono di perseguire quest’obiettivo, come la costruzione di un partito comunista adeguato ad affrontare lo scontro di classe.
Oggi più che mai ci si trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili. Dobbiamo intensificare i nostri sforzi nel lavoro di ricomposizione di classe, lavorare nel proletariato di ogni nazionalità, perché si riconosca come classe internazionale che ha gli stessi interessi comuni nella lotta contro il sistema capitalista. L’obiettivo di distruggere lo Stato borghese che esercita la dittatura del capitale, di espropriare i borghesi impedendo loro di sfruttare gli esseri umani e la natura si può realizzare solo attraverso l’organizzazione proletaria. Solo con la dittatura del proletariato, il socialismo ed il comunismo, dove si produce e lavora per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, la classe operaia può avanzare verso l’emancipazione di se stessa e di tutta l’umanità.


8 luglio 2009 redazione
editoriale

Demagogia e razzismo del governo e della destra

Col pretesto della sicurezza si alimenta la paura

Il pacchetto sicurezza è legge. Giovedì 2 luglio il Governo, con voto di fiducia, ha approvato definitivamente il già contestato ddl sicurezza. Con questo disegno di legge esulta soprattutto la Lega Nord che sulla sicurezza ha puntato la sua politica demagogica e la recente campagna elettorale. Maroni, infatti, si è definito “molto soddisfatto”, ma più che soddisfatti sono anche il ministro della Difesa La Russa che conferma: “Berlusconi mantiene le promesse” e Maurizio Gasparri secondo il quale “La sicurezza prima di tutto è oggi ancora di più un nostro principio fondamentale”.
Ma di quale sicurezza si parla, se persino l’Unione delle Camere penali denuncia le norme come “inaccettabili e di propaganda”?
Istituzionalizzazione delle ronde, reato di clandestinità, prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE, aumento delle tasse per cittadinanza e permessi di soggiorno, e carcere per chi affitta a clandestini sono i contenuti principali di chiara marca razzista del decreto Sicurezza convertito in legge.
Il Governo prosegue la sua opera di criminalizzazione degli immigrati per distogliere le masse dalle vere preoccupazioni che sono il lavoro (i suoi infortuni e le sue morti), la casa, la salute, il futuro; e per far scordare la crisi economica che ci attanaglia e peggiora le condizioni generali di vita.
Ma, al tempo stesso, il governo si garantisce il consenso della Lega e ottiene l’aumento di ricattabilità degli immigrati presenti in Italia – prima di tutto delle badanti – portando al ribasso la concorrenza su salari (nell’interesse dei capitalisti che non disdegnano l’uso dei clandestini per aumentare i propri profitti) e diritti e forzando la guerra tra poveri.

È il trionfo della destra che usa le paure e le fomenta e invece di aumentare la sicurezza, aumenta il caos e la confusione.
Episodi di razzismo istituzionale - già sviluppati prima ancora della Legge - si stanno moltiplicando sul piano nazionale. Le ronde, infatti, ovvero le milizie di partito dal funesto ricordo delle Sa nazionalsocialiste, sono l’elemento più pericoloso perché hanno una base politica mascherata. E neppure di fronte a questa gravità si muove la cosiddetta sinistra.
Abbiamo in numeri scorsi denunciato quelle create mesi fa a Massa con la sigla SSS. Recentemente a Milano sono state presentate ad un convegno dell’MSI (convegno per la ricostituzione del partito fascista e annessa apologia) come associazione apolitica e apartitica, ma il loro ispiratore è quel Gaetano Saya già rinviato a giudizio per aver diffuso “idee fondate sulla superiorità e l’odio razziale” e che parla degli immigrati come di “un pericolo per la nostra razza”. La sua Guardia nazionale italiana: camicia kaki con aquila imperiale romana, fascia nera al braccio con impressa la “ruota solare” pantaloni neri con striscia gialla, una divisa che rievoca la più terribile pagina della storia europea, è pronta a pattugliare le strade 24 ore su 24. Alle camicie kaki si affiancheranno ovviamente le camicie verdi!
I rondisti in altre città si chiamano “Veneto sicuro” a Vicenza e sono collegati con la Lega. Anche a Genova con la Lega pattugliano muniti di pettorina verde; a Bologna ci sono gli “angeli delle fermate”, a Roma le “ronde nere” - armate di torce e bombolette spray urticanti sono affiancate dalle squadre Rosa, ronde femminili targate La Destra di Storace, nate già a febbraio. A Latina, dove la destra è storicamente più forte, sono attive oltre 1200 persone e poi Parma ecc.

In un mondo di subappalti, anche la “sicurezza” è subappaltata.
Ma il controllo del territorio non spetterebbe alle cosiddette forze dell’ordine? Non ce ne sono abbastanza, risponde il governo, però le ronde – che dovrebbero essere disarmate (!?) – dovrebbero segnalare le “anomalie” alla polizia che dopo può intervenire… se ha il carburante!
Come, nonostante la presenza dei militari muniti di tanto mitra per le strade non ha evitato scippi o stupri che continuano ad esistere (cresce anche l’inevitabile taccheggio nei supermercati per la difficile situazione economica dei pensionati) e censurati dalla stampa, il Governo ha ora istituzionalizzato esaltati e fascisti che
alimentano la paura anche attraverso l’esposizione iconografica che incita alla violenza e alla repressione.
In realtà
di fronte all’aggravarsi della crisi che può comportare momenti di tensione sociale nei prossimi mesi per l’ulteriore mancanza di lavoro, il Governo si attrezza con forze ausiliarie da poter impiegare contro il movimento dei lavoratori e degli studenti. Manganello e lacrimogeni sono la risposta a chi si ribella. Sempre più spesso vengono caricati cortei, presidi e manifestazioni e addirittura sono arrestati preventivamente i militanti più attivi e conosciuti, come ai tempi di Mussolini.
Come in guerra quando con le truppe al fronte vengono mobilitati i riservisti, così le ronde hanno il compito, almeno per ora, di coprire il lato facile, le truppe invece saranno impegnate contro la classe operaia e le masse popolari in difesa degli interessi dei capitalisti, della sacra proprietà privata, della chiesa e di tutti i privilegiati che vivono sulle spalle di chi suda e lavora.

La sicurezza è solo per il potere. La nostra sicurezza rimane quella che saremo più sfruttati e repressi; che dovremo fare ancora più sacrifici per campare noi ed i nostri figli, fino a quando non riusciremo ad eliminare il capitalismo e tutti i suoi comitati d’affari.

30 maggio 2009 redazione
editoriale

NESSUNA ILLUSIONE ELETTORALE
La classe operaia è in sé, per il posto che occupa nella società, la sola classe antagonista al capitalismo su scala mondiale

A giugno siamo nuovamente chiamati a votare in molte amministrazioni locali e per il parlamento europeo. Le manovre politiche sono in atto con effetti a dir poco sorprendenti, anche per la nuova regola – stabilita a due mesi dal voto - del 4%.
Lo vediamo con il terremoto in Abruzzo. Berlusconi e il suo seguito di ministri, pronti a rassicurare le popolazioni colpite che lui - come ha fatto il miracolo della spazzatura a Napoli - ora lo farà con le case anche grazie alle… preghiere del Papa. Sicuramente le chiese saranno ricostruite. Non servirà alla popolazione per vivere, ma piacerà tanto al Vaticano e ai turisti!
Ed ecco tutti, dai capi dei vari partiti ai sindacati, correre in modo strumentale in Abruzzo, in particolare ad Onna, mentre aumentano le voci di allarme per il pericolo di infiltrazione della mafia nella ricostruzione.
Lo vediamo con la crisi che devasta le famiglie dei lavoratori che perdono l’occupazione o vivono con salario ridotto con la cassa integrazione, mentre per il ministro Tremonti il peggio è già passato, aiutato dalla  Marcegaglia di Confindustria che, dopo aver ottenuto i soldi “veri” che aveva richiesto al governo a favore della grande industria, si adegua al coro degli ottimisti: va da sé che per le elezioni serve tranquillità, ottimismo, fiducia nella classe dirigente del paese e nelle istituzioni.
Lo vediamo con la nascita di “nuove” sigle come Sinistra e libertà che unisce socialisti, verdi e vendoliani con il solo disperato scopo di arrivare alla soglia del 4%. Lo stesso vale per Prc e PdCI che, divisi come partiti, si riuniscono non sulla base di un programma ed una pratica politici comuni e di classe, ma sul simbolo della falce e martello come se bastasse per farsi votare.
Nello stesso tempo assistiamo allo spettacolo delle candidature oscene: dalle veline e attricette a Corona, al principe ballerino, ai magistrati, a politici inquisiti o trombati. L’importante è la celebrità, non importa per cosa e se questa è televisiva è ancora meglio.
Alle elezioni amministrative lo spettacolo è anche peggiore. Sul piano locale le logiche di potere sono più immediate, nelle province, nei comuni e quartieri, le alleanze sono completamente diverse. Ecco allora gli stessi partiti fare le cosiddette scelte possibiliste: chi appoggia i candidati del PD passati con le primarie farsa anche con i voti della destra; chi, come ad esempio il Prc di Firenze, che invece di portare avanti il proprio candidato a sindaco ha deciso di ritirarlo e di appoggiare addirittura la candidatura del socialista Valdo Spini, alla faccia della falce e martello.
Nei varchi aperti dalla sinistra di governo si inserisce la destra che estende la deriva reazionaria e che la stessa sinistra non ha la forza di arginare. Come è successo con la legge Treu che ha introdotto il lavoro interinale; con la modifica della Costituzione che ha favorito l’introduzione del federalismo fiscale della Lega; così con la Resistenza e l’equiparazione dei repubblichini di Salò ai partigiani che hanno combattuto per la libertà e per una società diversa come ha fatto Violante.
Nel recente 25 Aprile abbiamo assistito allo spettacolo della destra passare da vittima per le proteste annunciate alla loro partecipazione alle manifestazioni, mentre per la prima volta Berlusconi - sollecitato da questa cosiddetta sinistra - ha potuto celebrare l’anniversario della Liberazione strumentalizzando, ancora una volta, i terremotati di Onna.
Scelte che ci fanno intravedere un pericoloso ed insidioso progetto di trasformare il 25 Aprile in giornata contro i totalitarismi, intendendo con ciò portare avanti il loro principale obiettivo: la lotta contro il comunismo, unico vero nemico di lor signori. Con il pericolo concreto che i comunisti possano essere messi al bando con leggi liberticide già apparse in alcuni paesi europei, mentre i fascisti potrebbero sempre essere riciclati tra ronde, polizia ed esercito di professione sotto la direzione di un’autoritaria Repubblica presidenziale.
Durante la campagna elettorale la lotta di classe e i crimini dei padroni vengono nascosti. Il conflitto di classe è sostituito dallo scontro elettorale e il nemico diventa chi non si riconosce nelle istituzioni che legittimano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tutti i partiti, indistintamente, si trovano d’accordo sul fatto che si voti e combattono, anche a suon di spot televisivi, la crescente protesta di strati sempre più vasti di masse popolari che non si riconoscono nelle istituzioni borghesi, che si oppongono alla logica di scegliere chi gestirà nel modo migliore gli interessi del capitale e chi sarà il prossimo strumento di sfruttamento.
Se da un lato le elezioni sono state una delle rivendicazioni del movimento operaio e popolare per la democrazia, nello stesso tempo l’influenza ideologica della borghesia e degli opportunisti le ha fatte diventare l’unico sistema in mano al popolo per poter cambiare la società. Così come ci sono proletari che ancora oggi pensano non sia possibile la vita senza avere un padrone, così pensano che la situazione non possa cambiare senza partecipare alle competizioni elettorali.
È invece illusorio pensare che con più presenza parlamentare o con la partecipazione ai governi sia degli enti locali che nazionali si possano ottenere vittorie grazie ai rapporti di forza presenti nelle stanze delle istituzioni, invece di essere il frutto di aspre ed ampie lotte di massa.
Tutte le conquiste proletarie e operaie sono state frutto di grandi lotte, alcune hanno avuto addirittura la forza di diventare leggi dello Stato, anche se ciò non basta a garantirne il rispetto e l’applicazione. Appena il movimento operaio abbassa la guardia come in questo periodo, i capitalisti sono pronti a sferrare il loro attacco per riconquistare le posizioni perdute e portare indietro la ruota della storia a loro unico vantaggio.
Il capitalismo riesce a dominare in tutto il pianeta, anche attraverso le elezioni, mistificando come democrazia la partecipazione alle votazioni, anche se estremamente bassa.
Per le prossime elezioni europee sono le stesse stime delle istituzioni borghesi a dare la previsione di partecipazione non superiore al 35% degli aventi diritto.
Si può votare ma non si può mettere in discussione il sistema di potere e i suoi strumenti perché altrimenti scatta l’allarme terrorismo e tutti temono che si possa scatenare la piazza e ci possano essere lotte non controllate che potrebbero travalicare il “normale senso civico e democratico fuori dalla dialettica parlamentare“. Come è successo alla manifestazione di Torino quando i lavoratori del gruppo FIAT che stanno perdendo il lavoro, hanno semplicemente protestato e rivendicato il diritto alla parola fuori dal coro sindacale ufficiale.
A cosa servirebbe, dunque, per la classe operaia irrompere nel teatrino della politica borghese? A fare le comparse, a far guadagnare il “socialismo parlamentare” a qualche operaio pronto a rappresentare la “sua classe” (!) con 15/20/30mila euro al mese nel Parlamento Europeo, diventando stampella di un sistema marcio che del suo marciume ne fa un idolo da adorare.
Questo sistema è da abbattere, dobbiamo lottare tenacemente contro ogni illusione elettorale e riporre tutte la nostre forze nella capacità distruttiva della classe operaia del sistema borghese.
La classe operaia è in sé, per il posto che occupa nella società, la sola classe antagonista al capitalismo su scala mondiale occupando i gangli vitali del sistema di produzione capitalista. E da ciò trae la sua forza propulsiva e la capacità strategica di costruire quella società che, liberando se stessa dalla schiavitù salariale, può liberare tutti.


19 maggio 2009 redazione
comunicato

Solidarietà con i lavoratori dello Slai-Cobas
Un copione già recitato, con gli aggrediti ed i discriminati trasformati in aggressori: questo, e non altro, è quello che è successo a Torino.
I lavoratori dello Slai-Cobas che hanno rivendicato il loro diritto a parlare in piazza sono stati vittime di una provocazione. Come al solito una legittima reazione in risposta ad una prevaricazione è additata come violenza mentre la violenza vera, più subdola e quindi più pericolosa, è quella che esercitano i dirigenti di Cgil-Cisl-Uil ed i loro alleati, i post (?) fascisti dell’UGL. Sono loro che si riservano, in maniera mafiosa, un terzo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, infischiandosene del voto dei lavoratori. Sono loro che da decenni firmano accordi antioperai che aumentano precarietà e sfruttamento e diminuiscono diritti e salari. Sono loro che stanno bruciando, con i fondi pensione di categoria, una parte del salario dei lavoratori, la liquidazione, giocandoselo in borsa.
Purtroppo non basta che sia chiaro per le minoranze: o la maggioranza dei lavoratori capisce che i dirigenti di  Cgil-Cisl-Uil-Ugl sono la quinta colonna dei padroni all’interno del movimento operaio e si organizzano di conseguenza o la sconfitta sarà inevitabile e disastrosa.


27 aprile 2009 redazione
festa dei lavoratori

1° MAGGIO

giornata di lotta internazionalista
contro lo sfruttamento capitalistico

Da anni in Italia il 1° Maggio, giornata di lotta internazionalista dei lavoratori di tutto il mondo contro lo sfruttamento capitalistico, è stato trasformato in una giornata di festa o di santificazione del lavoro. I sindacati confederali organizzano cortei svuotati di contenuti di classe e il concerto di Roma, la Chiesa festeggia S. Giuseppe patrono dei lavoratori e predica rassegnazione e speranza in un mondo migliore. I partiti politici di sinistra, rievocano il 1° Maggio guardandosi bene, però, dal mettere in discussione questa società borghese basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento del lavoro salariato. Parlano, i partiti di sinistra, di una diversa distribuzione della ricchezza ma la società borghese e le sue istituzioni sono intoccabili! Riprendere nelle proprie mani il 1° Maggio con i suoi contenuti di classe è per il proletariato un’esigenza vitale soprattutto ora nel vivo di una crisi economica mondiale di grandi dimensioni, destinata ad aggravarsi e il cui peso (aumento dello sfruttamento, morti sul lavoro e di lavoro, peggiori condizioni di vita con licenziamenti, cassa integrazione, aumento del precariato, allungamento dell’età della pensione delle donne) il padronato pretende di scaricare sui lavoratori e sulle masse popolari.
Questa profonda, globale crisi economica, paragonabile se non più terribile del 1929, è caratteristica del capitalismo nella sua fase imperialista; non è stata determinata dalle malefatte di un gruppo di capitalisti senza principi e senza scrupoli come ripetono gli economisti borghesi o socialdemocratici; e neppure dalla mancanza di regole e controlli nel settore borsistico ma è organica al capitalismo nella sua fase imperialista. Le borghesie nazionali, a cominciare da quella USA, avevano promesso benessere, pace, democrazia e invece hanno seminato in tutto il mondo fame, guerra, ingiustizie e feroci dittature antipopolari. La crisi dimostra una volta di più che lo sviluppo ed il progresso sociale dei popoli non sono possibili nel capitalismo e dimostra anche che la liberazione della classe operaia e dei popoli si può raggiungere solo con la rivoluzione ed il socialismo. Alla crisi di questo regime di sfruttamento e rapina la classe operaia e i lavoratori devono rispondere con la mobilitazione e la lotta contro il padronato e il governo.
Riprendere nelle proprie mani il 1° Maggio con i suoi contenuti di classe, per i proletari è diventata oggi più che mai una necessità. Unificare le lotte di resistenza del proletariato sia italiano che straniero, dei “fissi” come dei precari, senza delegare a nessuno la lotta per il proprio futuro, dimostrando nella pratica della lotta che la nostra classe è unica, con identici interessi ed un solo nemico: il capitale.
Se vogliamo che le lotte abbiano un successo, elevino la coscienza di classe del proletariato e pongano realmente e concretamente il problema della conquista del potere politico e del socialismo è indispensabile porsi, innanzitutto, la questione della ricostruzione del partito comunista e lavorare concretamente in questa direzione con spirito aperto e unitario.
Lottare partendo dalla nostra realtà, dalla consapevolezza che il nemico è in casa nostra: l’imperialismo italiano e la sua borghesia. In questa battaglia diamo un contributo necessario all’internazionalismo proletario legando la nostra lotta a quella dei proletari e dei popoli di tutto il mondo per costruire una nuova società senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


23 aprile 2009 redazione
volantino

25 Aprile

Impediamo al governo di destra e ai revisionisti

di riscrivere la storia

Il 25 Aprile è un ulteriore momento per riflettere su ciò che sta accadendo a livello culturale e sociale con questo governo formato da capitalisti, professionisti, nani e ballerine e fascisti di provenienza MSI - quel partito che avrebbe dovuto essere messo al bando come ricostituito partito fascista – invece ha potuto stare in Parlamento generando tutti coloro che ora, da ministri e nelle massime istituzioni impongono la loro aberrante cultura di prevaricazione che mette in discussione le stesse libertà democratico-borghesi.
La legittimazione dei fascisti nel Partito delle libertà è lo sdoganamento di An da parte di Berlusconi. Non caschiamo nel tranello dei cambiamenti, è solo il gioco delle parti. La Russa e Ronchi sono stati perfino fotografati convivialmente con esponenti dell’estremismo neofascista e neonazista, oltre che con un presunto appartenente al mondo dello spaccio di droga collegato alla n’drangheta.
Si moltiplicano i gruppi di squadristi - storicamente manodopera del potere autoritario - dai più svariati nomi: Forza nuova, Casa Pound, Viking, Azione giovani, Azione sociale, Cuore nero ecc. che difendono la Repubblica di Salò e che, imbevuti di razzismo aggrediscono, picchiano militanti e stranieri, provocano nelle manifestazioni degli studenti, distruggono circoli di sinistra e centri sociali, imbrattano monumenti alla Resistenza, intervengono con violenza nelle università e nelle scuole.
Le pressioni della Lega – dopo l’invio dei militari nelle grandi città (che sta raddoppiando) – portano al “pacchetto sicurezza” e alla legalizzazione delle ronde (pagandole) dal sapore del passato squadrista dove si sfogano razzisti e xenofobi. A Massa addirittura sono in mano ai fascisti di Storace e girano in tuta con la scritta SSS, un chiaro riferimento al Ventennio fascista. I sindaci fascisti vogliono vietare persino le consumazioni notturne nei bar, evidentemente per evitare gli assembramenti come ai tempi di Mussolini.
Con l’avanzare dei governi di destra a livello europeo e internazionale questi gruppi nazisti si sviluppano ovunque in Russia come a Berlino e nessun Paese – nonostante tutte le parole sull’olocausto li mette fuori legge.  Il raduno internazionale a Milano del 2 aprile di Forza Nuova proveniente da tutta Europa è stato definito dalla sindaca Moratti “eventi di idee”. Un’offesa alla città Medaglia d’oro alla Resistenza e a tutti i partigiani morti nella lotta per liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista. La stessa offesa che a Firenze ha visto l’assoluzione del picchiatore Totaro (oggi senatore) per aver definito il partigiano gappista Bruno Fanciullacci assassino.
Nel frattempo sono stati liberati la fascista Francesca Mambro anche se la sua pena si estinguerà nel 2013, accusata della strage di Bologna (aveva già avuto un figlio in regime di semilibertà da un altro fascista accusato per Bologna, Fioravanti), ed è in regime di semilibertà (e in silenzio stampa) anche Pierluigi Ciavardini, l’appartenente ai NAR condannato a 30 anni per aver partecipato materialmente alla strage di Bologna e che, nel 2007, era stato condannato ad altri 7 anni e 4 mesi per rapina.
A sinistra avanza l’opportunismo e il conciliatorismo. Il Pd, dopo la modifica del tit. V della Costituzione e dopo – per bocca di Violante – aver equiparato i repubblichini che appoggiavano la causa nazista ai Partigiani liberatori, oggi favorisce la concessione di maggiori poteri al presidente del Consiglio, come ha richiesto Berlusconi alla fondazione del partito delle libertà, espressione della Loggia P2 (benedetto dal Papa e appoggiato dalla mafia). A Bassanini l’onore dell’accordo della modifica della Costituzione in una commissione “bipartisan”.
L’aggravamento della crisi economica che i capitalisti non vogliono pagare e che si ripercuote su lavoratori e pensionati, aumenterà il clima reazionario anche per contenere potenziali proteste di massa.
Alla militarizzazione del territorio si aggiunge la limitazione del diritto allo sciopero, la repressione sui luoghi di lavoro, l’aumento dei contingenti nelle guerre in diverse paesi del mondo, l’aumento delle spese militari (nonostante l’art. 11 della Costituzione), il servilismo nei confronti della Nato con la concessione di Basi militari su tutto il territorio in funzione aggressiva e di occupazione nei confronti di altri Paesi come Afghanistan, Iraq, ex Jugoslavia, Libano ecc., la sudditanza verso il Vaticano.
Continua la complicità e la subalternità dell’Italia verso i crimini di guerra israeliani contro il popolo palestinese. Il ministro degli Esteri Frattini si è subito attivato per consolidare le relazioni “speciali” e la grande amicizia con i sionisti invitando a Roma il suo omologo israeliano, il razzista Lieberman.
In Italia, come in tutta Europa si afferma il modello autoritario che dà libertà d’azione alle forze dell’ordine di manganellare operai e studenti che si rifiutano di pagare la crisi dei padroni.
Insomma destra, revisionisti e opportunisti vogliono riscrivere la storia. All’egemonia politica segue l’egemonia culturale. La destra ora si sente talmente forte che vuole prendersi tutto e la deriva reazionaria va avanti anche perché non è contrastata dall’antifascismo militante che sradichi le radici politica ed economica del fascismo.
C’è bisogno di comunisti e del partito comunista, non per i lavoratori o con i lavoratori, ma della classe operaia. Il partito che non delega, ma nel quale ognuno è protagonista e attivista.
Oltre alle manifestazioni di piazza, nelle fabbriche, nei quartieri è indispensabile organizzarsi non solo per sconfiggere il governo Berlusconi o qualsiasi altro governo antipopolare, ma per abbattere il sistema capitalista che produce guerre, fascismo e miseria e costruire una società nuova, socialista - quella per cui hanno lottato e sono morti molti partigiani -, dove al centro ci sia la classe lavoratrice e i suoi bisogni
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13 aprile 2009 redazione
editoriale

LA RESISTENZA NON SI TOCCA

Impediamo che venga riscritta la storia da chi ci porta alla barbarie sociale
Gli ultimi mesi si sono caratterizzati per le “emergenze”. Emergenza clandestini, emergenza Eluana, emergenza stupri, emergenza stalking, emergenza Battisti, emergenza criminalità, rifiuti e perfino cani randagi. Tutte emergenze amplificate e strumentalizzate su intere paginate di giornali e servizi televisivi. Si tace invece sui pericoli del fascismo, sul lavoro che si fa sempre più pressante, sui costi della politica e del riarmo che aumentano in modo smisurato.
Nel frattempo – a telecamere spente – è stato liberato il veronese Marco Furlan (Ludwig) teorico della purificazione del mondo attraverso la cancellazione fisica di omosessuali, barboni, prostitute ecc. che, dal 1977 al 1988, ha commesso un omicidio all’anno.
Libertà anche per la fascista Francesca Mambro anche se la sua pena si estinguerà nel 2013. Accusata della strage di Bologna aveva già avuto la libertà di formarsi una famiglia e fare un figlio con un altro fascista accusato sempre per Bologna, Fioravanti.
Nel mese di marzo fuori in semilibertà (e in silenzio stampa) anche Pierluigi Ciavardini, l’appartenente ai NAR condannato a 30 anni per aver partecipato materialmente alla strage di Bologna e che, nel 2007, era stato condannato ad altri 7 anni e 4 mesi per rapina.
Due pesi, due misure della destra che governa sull’onda dell’emotività pilotata ma che gestisce i propri interessi e tratta gli italiani come sudditi e non cittadini, complice il Pd che, pur di non giocarsi le poltrone elettorali, tace, concilia, rinuncia ed ha abbandonato l’antifascismo.
Il Pd continua a cedere su tutti i piani rinunciando (nonostante la scomparsa di Veltroni) persino all’organizzazione e alle stesse istituzioni. Come dimostrano le recenti “primarie” che hanno visto in molte città la candidatura ad individui che di sinistra non hanno veramente nulla. Prc e PdCI resuscitano e si uniscono formalmente in vista delle elezioni perché si muovono solo sul piano elettorale.
Cresce in Italia, come in tutta Europa, il modello autoritario, di attacco alle stesse libertà democratico-borghesi che dà libertà d’azione alle forze dell’ordine di manganellare operai e studenti che si rifiutano di pagare la crisi dei padroni. Più si va avanti più la situazione peggiorerà – nonostante le dichiarazioni di Marchionne e i suoi traffici con gli Stati Uniti –, nonostante le sollecitazioni all’ottimismo e gli inviti di Berlusconi ai disoccupati perché “si diano da fare”.
Durante il Governo Prodi la destra ci ha tartassato sul costo della politica e delle caste, oggi non se ne parla più. L’ottimista Governo Berlusconi che ripete all’infinito di volere il bene degli italiani non rinuncia a nessun privilegio, i parlamentari non ci pensano neppure lontanamente a ridurre i loro lauti stipendi, che, soprattutto per gli europei (sintomatica è la corsa ai posti e a nuove liste, alla vigilia delle elezioni) sono il doppio dei rappresentanti degli altri Paesi; le regioni non tagliano i consiglieri (che percepiscono quanto un parlamentare ed in Sicilia si sono aumentati gli stipendi del 114,77%). Perfino negli Stati Uniti, che non sono certo un esempio di democrazia, i governatori percepiscono in media all’anno meno della metà dei compensi lordi di un consigliere lombardo. Il presidente della provincia autonoma di Bolzano porta a casa circa 36mila euro in più di quanto guadagna il presidente degli Stati Uniti.
I Palazzi del potere hanno aumentato spese, sprechi e privilegi. Nel 2008 le uscite di Palazzo Madama sono salite di 13 milioni di euro per colpa dei nuovi vitalizi a 57 membri non eletti. Solo per le agendine personalizzate del 2009 e firmate Nazareno Gabrielli sono stati spesi 260mila euro. Una cifra superiore del triplo o quadruplo di quanto stanzia mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova. In soli due anni le auto blu sono passate da 198.596 a 574.215 (in Francia sono 65mila, in Germania 54mila, in Inghilterra 58mila e negli Usa 73mila).
Il finanziamento pubblico dei partiti costa 150 milioni di euro, ai gruppi parlamentari vanno 34 milioni. Per controllare l'andamento del voto, nel 2007, è stato speso oltre un milione di euro.
È una vergogna, un’offesa per tutti coloro che vivono le difficoltà quotidiane.
Non diminuiscono, anzi aumentano, la spesa militare – che nel 2008 ha superato i 30 miliardi di dollari - e i costi dei contingenti all’estero in guerre di occupazione e rapina pagate con le tasse dei cittadini per soddisfare la sete di guerra di La Russa & C. Nonostante l’art. 11 della Costituzione l’Italia continua il riarmo. Per il 2009 il Ministero della Difesa ha già stanziato 47 milioni di euro per i caccia F35, ma la spesa totale sarà di 1 miliardo di euro che aumenterà perché tutti i sistemi di arma hanno continue necessità di ammodernamento.
L’occupazione, i debiti per arrivare a fine a mese, il mutuo o l’affitto sono le principali preoccupazioni delle masse popolari. Il protrarsi della crisi economica aumenterà lo sfruttamento e la repressione, le contraddizioni si acutizzeranno. È prevedibile che lavoratori, pensionati, precari e giovani sempre più impoveriti e disoccupati, reagiscano e non solo con pacifiche manifestazioni di piazza. Ma con lotte, anche acute, probabilmente non organizzate per la mancanza di un partito comunista che organizzi e coordini, ma che già il governo, che non dà risposte alla crisi economica se non sostenendo banche e capitalisti – liberisti che non disdegnano gli aiuti statalisti pur di non rinunciare ai propri profitti - si prepara ad affrontare.
Da un lato interviene sulla limitazione del diritto di sciopero, sulla detassazione degli straordinari, la decontrattualizzazione, inventando i fannulloni, aumentando l’età della pensione alle donne. Dall’altro lato con il pretesto della “percezione” della sicurezza, le emergenze appunto, elabora un “pacchetto” reazionario.
Oltre all’intervento della polizia e l’impiego dei militari nelle grandi città (che stanno raddoppiando), vuole legalizzare (pagandole) le ronde dal sapore del passato squadrista dove si sfogano razzisti e xenofobi. Come a Massa, nella “Toscana rossa”, dove sono in mano ai fascisti della destra di Storace che girano in tuta con stampato SSS. Anche il coprifuoco dei sindaci (Roma in testa) che vietano il consumo di bevande, gelati, cornetti alle due di notte per evitare il rumore notturno, si può leggere come divieto di assembramento di mussoliniana memoria.
Per assicurarsi la governabilità e portare avanti il disegno autoritario e anticomunista – già progetto di Gelli e della Loggia P2 – è nato il Partito della libertà. Una grande operazione mediatica e di gioco delle parti tra leader per ingannare, ancora una volta, arrivare alla modifica della Costituzione con il benestare del Vaticano (scritto nero su bianco sull’Osservatore Romano) e il sostegno della mafia. Ma anche del Pd. Violante, dopo la modifica del Tit. V della Costituzione e l’equiparazione dei repubblichini ai partigiani liberatori oggi si pronuncia a favore delle riforme istituzionali come il presidenzialismo, tanto caro a Berlusconi.
Intanto gruppi di fascisti che si presentano sotto varie sigle aprono sedi, imbrattano monumenti alla Resistenza, manifestano e spadroneggiano: picchiano militanti di sinistra e stranieri, assaltano centri sociali, circoli di sinistra, intervengono con violenza nelle università e nelle scuole. La destra europea armata di tutta la simbologia nazista si riunisce a Milano e la sindaca Moratti lo definisce un “evento di idee”.
C’è peggio del peggio? Grazie all’opportunismo della “sinistra” la destra si sente egemone politicamente e culturalmente. Vuole cambiare, affossare l’antifascismo e tutto ciò che è nato dalla Resistenza, dividere e disorientare gli sfruttati, eliminare le conquiste operaie, militarizzare il territorio e sostenere i capitalisti con i fondi pubblici affinché mantengano i loro profitti scaricando tutto il peso sulla classe lavoratrice.
È l’imbarbarimento sociale e non possiamo permetterlo. L’unico modo per contrastare l’avanzata reazionaria è costruire il partito comunista. Il partito che non c’è, bisogna accelerare i tempi per ricostruire l’identità, l’autonomia e un sano odio di classe contro la borghesia per abbattere la società capitalista – che si dimostra sempre più fallimentare – e costruire quella veramente socialista.


7 febbraio 2009 redazione
editoriale

CONTINUARE LA LOTTA CONTRO IL SIONISMO
Antisionismo non è antisemitismo. Chi nega l’olocausto viene riabilitato da Ratzinger
Perché non si può attaccare il governo Israeliano? I sionisti strumentalizzano e vivono di rendita sulla Shoah come se solo loro fossero stati colpiti. E i comunisti, gli antifascisti, i rom, gli omosessuali, gli andicappati? Ci martellano con l’olocausto ma non disdegnano di aggredire il popolo palestinese. Perché con Israele non vale la differenza tra sionismo e semitismo? Perché il governo israeliano è intoccabile?
Il mondo che si batte per mantenere in vita Eluana, i feti e persino gli spermatozoi, difende a spada tratta “l’operazione piombo fuso” di Israele incurante di tutta la popolazione civile – già chiusa in un recinto e fiaccata da due anni di blocco totale di alimentari, medicine, combustibili - morta e ferita, tra cui moltissimi bambini. E non è meglio per i superstiti che subiscono traumi e paure difficilmente superabili anche perché non sono certo assistiti da psicologi come oggi si usa fare per i parenti dei militari caduti nelle zone di guerra.
Orrore, morte e macerie. È l’ennesima aggressione di Israele (strumentale alle proprie contraddizioni interne e per le prossime elezioni), uno degli Stati militarmente più potente al mondo (ed in possesso dell’atomica) sul popolo palestinese bombardato da 60 F16 con bombe a grappolo al fosforo bianco, e decine di elicotteri prima dell’invasione terrestre che ha scatenato la reazione in tutto il mondo. Sono state moltissime le manifestazioni di piazza in appoggio alla Resistenza palestinese e molto partecipate anche in Italia, con una notevole presenza degli immigrati arabi.
Ovviamente i mass-media si sono messi al servizio della macchina propagandistica sionista. Hanno cercato di giustificare l’aggressione continuando a diffondere la bugia della violazione della tregua da parte dei palestinesi, dando voce alla guerrafondaia Livni (figlia di Eitan Livni, il capo delle operazioni dell'organizzazione terroristica Irgun Zvai Leumi, che ha organizzato l'attentato dell'hotel King David di Gerusalemme, in cui perirono 91 vittime, di cui 4 ebrei) che sostiene “Hamas vuole colpire i nostri piccoli, noi miriamo ai terroristi che si nascondono dietro ai bimbi”. Ma quelli morti sono solo i bambini palestinesi. Persino in una scuola dell’ONU dove pensavano di essere protetti. La stessa agenzia per i rifugiati ha sostenuto che gli israeliani sapevano cosa bombardavano.
Amnesty International – per non smentirsi - ha parlato di crimini di guerra da entrambe le parti. È vero il contrario. Sono stati i sionisti a violare ripetutamente la tregua moltiplicando i loro attacchi terroristici mirati contro la popolazione palestinese, ampliando le loro colonie nei territori occupati, togliendo l’acqua ed innalzando il Muro della vergogna che spezza le famiglie e impedisce ai palestinesi di poter coltivare la terra o di recarsi a lavorare, in spregio al diritto internazionale e alle stesse risoluzioni dell’Onu, mai rispettate. Un progetto da “Grande Israele” tanto che Israele è l’unico Stato al mondo che non ha dichiarato e depositato i propri confini.
Chi non si omologa come il corrispondente Pagliara, fa scoppiare la bufera. Come Santoro con Annozero. Attaccato dalla destra, ovvio, per la sua puntata su Gaza, definita indecente da Fini e dal Pd, altrettanto ovvio, nella quale Lucia Annunziata ha brillato per la sceneggiata. Mino Fuccillo (ex direttore de l’Unità) che cura la rassegna stampa di RaiNews24, sul 3, ha sostenuto che Santoro ha superato il limite, praticamente ha sconfinato dall’informazione allo spettacolo. Ma il bombardamento del governo israeliano su Gaza con relativi “effetti collaterali” non è un bello spettacolo!
Anche i politici e le amministrazioni di “sinistra”, che demagogicamente si sono offerte per ricoverare i bambini massacrati, hanno fatto un grosso sforzo per convincere l’opinione pubblica che Israele è dalla parte giusta. Cosa non si farebbe per mantenere la poltrona!
Fassino, che ha partecipato alla manifestazione pro Israele, ha detto che “ci sono settori di sinistra con parole d’ordine fondate su un pregiudizio ideologico verso Israele”. Iniziativa alla quale non è stato invitato D’Alema, solo per aver detto che l’opinione pubblica è più scossa dalle immagini dei bambini palestinesi uccisi più che dalle bandiere bruciate. Per Chiamparino: lo Stato ebraico è il nuovo nemico a sinistra.
Sansonetti (già defenestrato da direttore): “ho letto l’articolo di Angelo d’Orsi su Liberazione. Agghiacciante, Santoro a confronto è un moderato, un articolo antiisraeliano per non dire peggio”.
Ma l’operazione non è riuscita. Chi non ha manifestato contro Israele o non ha comunque espresso il proprio sdegno è rimasto nell’indifferenza. Come dire: ancora una guerra. Una come tante!
Un’aggressione che continua. Come si può chiamare tregua o ritiro delle truppe se dal mare la Marina israeliana spara sui pescatori e sui bambini in spiaggia? Sono pericolosi terroristi? O sono potenziali per cui è meglio prevenire che curare? Solo che non tratta di malattie, ma della vita di essere umani! È tregua bloccare l’arrivo di aiuti di cibo e coperte sparando alla nave umanitaria?

Dal 26 al 29 gennaio una delegazione guidata da Antonio Taiani e formata da rappresentanti dell’Agenzia spaziale italiana, da associazioni del settore dell’industria si è recata a Tel Aviv per offrire la possibilità di stringere importanti relazioni di natura economica e scientifica. Rapporti che sono già caratterizzati da un ottimo andamento. L’Italia, infatti, è tra i partner di Israele – molto interessato al settore satellitare e delle telecomunicazioni del sistema Italia - di maggiore importanza a livello mondiale (4° fornitore, 5° acquirente).

Noi comunisti siamo a fianco della giusta causa del popolo palestinese, coscienti che può essere risolta solo in stretto rapporto con la questione generale della rivoluzione proletaria.
Ma nel frattempo il sostegno militante pone dei precisi compiti e non solo sull’onda dell’emotività del momento in cui i palestinesi vengono massacrati.

L’impegno a fianco di questo popolo oppresso da decenni deve continuare a
ttraverso la lotta contro il governo Berlusconi che sostiene politicamente, economicamente e militarmente Israele; contro l’imperialismo nordamericano ed europeo e tutti i riformisti e gli ipocriti che mettono sullo stesso piano i sionisti aggressori e i palestinesi aggrediti.
Attraverso la lotta contro l’imperialismo, il sionismo e la loro politica di guerra e di apartheid.

Per impedire i massacri sionisti, per il ritiro dell’esercito da Gaza e da tutti i territori occupati, per la revoca del blocco affamatore e la fine del furto delle risorse naturali come l’acqua, per il diritto dei palestinesi di difendersi con le armi, per lo smantellamento del Muro, per il ritorno di tutti i profughi e la liberazione dei prigionieri, per la fine degli accordi militari tra Italia ed Israele, per il ritiro delle truppe italiane dal Libano - funzionali solo alle operazioni militari israeliane - per la campagna di boicottaggio dell’economia di guerra israeliana.
Con l’appoggio ai comunisti nell’affermazione di una Palestina libera, unita e socialista.


10 gennaio 09 redazione
solidarietà

FERMIAMO IL MASSACRO SIONISTA DEL POPOLO PALESTINESE

Continuano i bombardamenti su Gaza, dopo circa due anni di blocco, che causano centinaia di morti e migliaia di feriti fra la popolazione civile, che distruggono case, scuole, ospedali.
I massmedia giustificano l’aggressione israeliana diffondendo la bugia che sarebbe stata violata la tregua dai palestinesi. Non è vero! Sono stati i sionisti con la moltiplicazione degli attacchi terroristici e “mirati” contro la popolazione, con l’ampliamento delle loro colonie nei territori occupati, con la costruzione del Muro della vergogna, in continuo disprezzo del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.
Noi comunisti siamo a fianco della giusta causa palestinese attraverso la lotta contro il governo Berlusconi che sostiene politicamente, economicamente e militarmente Israele; contro l’imperialismo nordamericano ed europeo e tutti i riformisti e gli ipocriti che mettono sullo stesso piano i sionisti aggressori e i palestinesi aggrediti. E con il sostegno militante:

per la cessazione immediata dei massacri sionisti,
per il ritiro dell’esercito da Gaza e da tutti i territori occupati,
per la revoca del blocco affamatore,
per il diritto dei palestinesi di difendersi con le armi,
per lo smantellamento del Muro,
per il ritorno di tutti i profughi,
per la fine degli accordi militari tra Italia ed Israele,
per il ritorno delle truppe italiane dal Libano, funzionali solo alle operazioni militari israeliane,
per la campagna di boicottaggio dell’economia di guerra israeliana,
per una Palestina unita e socialista.


13 dicembre 2008 redazione
editoriale
L’ANTIFASCISMO MILITANTE È SEMPRE VALIDO
Più avanzano crisi e fascistizzazione dello Stato, più si fa impellente la lotta contro il capitale

Quando Gramsci metteva in guardia dal pericolo fascista, aveva ben chiara la situazione. In un articolo dell’8 maggio del 1920 scriveva: “La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo ad un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia (Partito socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (i sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello Stato borghese”.
Gramsci indivuò per primo il pericolo e il ruolo dei fascisti quando per i partiti di allora e per le stesse masse il fascismo costituiva il fenomeno folcloristico di un manipolo di sbandati. Per Gramsci è stato chiaro sino da subito che, nel disastro economico, sociale e morale prodotto dalla guerra, i rischi maggiori di sovversione reazionaria venivano soprattutto dai ceti medi e dal possibile saldarsi tra gli interessi di questi con quelli di un grande capitale in profonda crisi.
La borghesia di ieri ha instaurato la sua dittatura sulle masse per reprimere le organizzazioni che lottavano per la trasformazione della società, che volevano un sistema economico che avesse come obiettivo il soddisfacimento dei bisogni materiali, che volevano lavoro e salari decenti. Dittatura che per milioni di persone ha rappresentato repressione delle lotte operaie e contadine, azioni delle squadracce, corporazioni sindacali, censura, leggi razziali, nazionalismo, mito del superuomo e della razza eletta, espansionismo economico e militare, campi di concentramento e guerra.
Oggi vediamo il continuo affermarsi di provocazioni e aggressioni in ogni parte d’Italia di gruppi fascisti e squadracce che si presentano sotto diverse sigle; di licenziamenti, precarietà, infortuni e morti sul lavoro, di repressione delle lotte dei lavoratori e di piazza, di sindacati collaborazionisti, di razzismo, nazionalismo e guerre tra poveri, di CPT, censura, espansionismo economico e militare, di appartenenza alla NATO e coinvolgimento nelle guerre imperialiste. Anche le grandi manovre della destra al potere sul fronte giustizia con la riforma dell’ordinamento giudiziario - il governo Berlusconi e il suo maestro Gelli vogliono scardinare la Costituzione che dovrebbe garantire l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e sottoporre la Magistratura a spartizioni partitiche che, di fatto, la porterebbe a espressione della maggioranza – non devono solo preoccuparci. Devono indurci ad organizzarci, a rispondere con forme di antifascismo militante che non lasci campo libero a forze reazionarie e fasciste che si misurano sul sociale, spesso ottenendo successi anche sul piano elettorale. Per il momento non ci troviamo a dover fronteggiare una dittatura fascista, piuttosto una forma di fascistizzazione dello Stato con la quale si tenta di togliere terreno all’iniziativa rivoluzionaria dei comunisti.

Ieri come reazione si è sviluppata la Resistenza (in un continuo processo di revisione storica) che per molti non è stata solo lotta di Liberazione nazionale ma anche lotta contro lo sfruttamento, per cambiare radicalmente la società, percorso interrotti dalla presenza di forze reazionarie e dal prevalere dei revisionisti.
Oggi manca l’ideologia del partito comunista che affermi verità come: s
olo la lotta di classe può vincere il
fascismo perché la classe operaia deve essere il becchino e il successore al potere; come il fatto che non sono certo gli intrighi parlamentari a combattere il fascismo crescente.
Di fronte ad un'acutizzazione reazionaria, legata anche all’avanzare della crisi economica, Pd e sinistra varia - come i socialisti nel 1921 - non hanno né un piano, né un programma. Sempre pronti all’inciucio sottovalutano il problema. Ignorano completamente l’impegno e la lotta antifascista e lasciano la borghesia padrona ed il fascismo al suo servizio. Come diceva Gramsci se la classe lavoratrice deve riacquistare la propria coscienza di classe e se non vuole illudersi, deve agire sul terreno della lotta di classe come una forza indipendente che sarà presto determinante e non sul terreno della collaborazione di classe per cambiare soltanto la maschera alla borghesia italiana.
La lotta deve contrastare la deriva autoritaria e impedire che, mentre i fascisti si riciclano nelle istituzioni, la sua base occupi spazi strumentalizzando il sociale e i bisogni delle masse. Una lotta non fine a se stessa, ma inserita nell’obiettivo più generale dell’abbattimento del capitalismo e vada nella direzione di una società diversa, socialista. Quella che fa così paura a Berlusconi da fargli insultare i leninisti (anche se Pd e sinistra nulla hanno a che fare con Lenin). Che fa paura a Ratzinger che - con tutti i suoi sermoni fondamentalisti del no a tutto, tranne che per i tradimenti che secondo il Vaticano vanno perdonati, ritenendo Zapatero socialista, ha promosso il card. Antonio Canizares Llovera arcivescovo di Toledo, primate della chiesa di Spagna e protagonista delle battaglie della chiesa cattolica spagnola contro il governo, prefetto della congregazione per il culto divino.


6 novembre 2008 redazione
editoriale sulla crisi

Ma non era il mercato che doveva salvare il mondo?
Non si può scegliere tra capitalismo in crisi o riforma del capitalismo. L’unica via d’uscita possibile è la lotta

Quando i paesi dell’est hanno ceduto alle lusinghe dell’occidente ed in particolare con la caduta del muro di Berlino la borghesia internazionale ha festeggiato la sua vittoria sul socialismo gridando alla superiorità del capitalismo e molti ci hanno creduto.
Le vicende di questi ultimi giorni dimostrano ciò che sosteniamo, in quanto marxisti e leninisti, da sempre e cioè che il capitalismo è un sistema fallimentare, perché si basa sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Per sopravvivere i capitalisti devono continuamente lottare tra di loro, in una concorrenza spietata, devono gettare nella povertà e nella fame milioni di persone, distruggere le forze produttive che hanno creato, devastare la natura e saccheggiare le risorse naturali.
Le crisi sono una malattia cronica del capitalismo. Si ripetono periodicamente e si estendono a sempre più paesi. E ogni crisi si differenzia da quella precedente per la sua estensione, profondità e durata. La crisi che ha investito l’economia statunitense negli anni 1929-1933, che tutti gli organi di informazione paragonano all’attuale -, e che in seguito alla quale la produzione industriale fu rimandata indietro per decenni facendo perdere l’occupazione ad un terzo dei lavoratori dei paesi capitalistici - non è che una somiglianza per difetto perché questa crisi per le sue dimensioni e conseguenze sociali sarà molto più grave e devastante.
Di fronte a questo sfacelo i capitalisti – dopo aver teorizzato per anni la validità del mercato finanziario promettendo benessere per tutti – la cosiddetta new economy cui hanno dato credito anche settori di “sinistra”, con i soliti intellettuali che da subito hanno teorizzato il superamento dell’analisi marxista ritenuta vecchia, scoprono l’acqua calda, cioè che la ricchezza viene dalla produzione e non dalle bolle speculative delle borse.
Dopo aver teorizzato la scomparsa della classe operaia, la funzione positiva e propulsiva della concorrenza capitalistica, la scelta di affidarsi al capitale finanziario per difendere le pensioni con i fondi che scippano il TFR, cosa si dovranno inventare ora i capi sindacali ed i dirigenti riformisti e revisionisti per spiegare ai lavoratori che anche quei pochi soldi sono andati persi insieme alla speranza e all’illusione di concertare con il padronato il cosiddetto sviluppo sostenibile che avrebbe garantito un futuro di benessere senza bisogno di lotte e rivoluzioni?
I governi – appoggiati dai più convinti liberali che, per interesse, oggi chiedono perfino un ritorno all’etica e reclamano più controlli e nuove regole - ricorrono a misure statali al fine di affievolire gli effetti della crisi, salvano le banche dal fallimento e socializzano le perdite con un “sano statalismo”.
Per i proletari e la stragrande maggioranza della popolazione mondiale l’attuale crisi si tradurrà in licenziamenti in massa dovuti alle chiusure aziendali, in abbassamento dei salari e del potere d’acquisto ed un peggioramento dello stato sociale e delle più generali condizioni di vita e di lavoro.
Una situazione che porterà i governi borghesi a gettare la maschera della democrazia per far accettare le manovre restrittive non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale dei diritti: di sciopero, sindacali, di organizzazione, utilizzando la militarizzazione della società, attraverso una costante fascistizzazione nel tentativo di salvare gli interessi del capitale.
Nel corso dell’ultimo secolo lo sviluppo dell’imperialismo si è manifestato come ultima fase del capitalismo: il capitale finanziario si è imposto su quello industriale e produttivo; la guerra – unico mezzo per risolvere le ricorrenti crisi capitalistiche - si è estesa.
Tutto ciò conferma le teorie di Marx e di Lenin e dimostrano la necessità del socialismo e del comunismo da troppo tempo e da troppi “soloni” della politica della cosiddetta sinistra dato per morto. La realtà è che il modello capitalistico non può essere migliorato e non c’è il capitalismo buono legato alle attività industriali e capitalismo cattivo legato alle attività finanziarie, come sostengono i riformisti che hanno spianato il terreno ai capitalisti, perché i suoi danni non derivano dalla cattiva gestione e/o corruzione di manager e politicanti (premiati con stipendi d’oro), o dagli imprenditori, ma proprio dalle leggi ferree che lo regolano e che sono improntate a produrre profitti sempre più alti.
Per i comunisti e i proletari non si tratta di scegliere tra capitalismo in crisi o riforma del capitalismo. Non è la borghesia che ci fa uscire dalla crisi perché è responsabile della decadenza della società. L’unica via d’uscita – possibile attraverso l’organizzazione - è la lotta per l’abbattimento del sistema capitalista e la costruzione di un sistema socialista basato sull’eliminazione della proprietà privata dei principali mezzi produttivi e su un nuovo modo di produzione, attraverso l’instaurazione della dittatura del proletariato, come forma di governo.


4 settembre 2008 redazione
in breve

QUANTO CI MARCIA LA BETANCOURT!

Incredibile! Ingrid Betancourt (esponente dell’oligarchia colombiana) è riuscita a farsi fotografare “prigioniera” affaticata e “morente” su una panchina e dopo soli due mesi dalla liberazione è pimpante, allegra, gira il mondo e soprattutto l’Italia dove le amministrazioni di destra a Roma e di “sinistra” a Firenze, si sono prodigate ad ospitarla, insieme alla mamma, ai parenti e persino ad un cugino venuto appositamente da Miami (che combinazione!) e generosamente insignirla del Giglio d’Oro (cittadinanza onoraria) e farle regali (tanto paghiamo noi). A Firenze ha voluto passeggiare in piazza della Signoria (“A Firenze, mi sento come se ci fossi nata…”), fare shopping in pelletteria, ovviamente, cenare a piazzale Michelangelo (non è certo da tutti).
Già dalla sua discesa dell’aereo non ci sembrava così sciupata come nella foto pubblicizzata, neppure la sua pelle ha subito danni dal lungo periodo nella foresta dove la signora poteva ascoltare la radio e procurarsi un rosario. Due elementi che sono bastati per essere ricevuta dal papa in pompa magna.
La signora, che ha trovato la gallina dalle uova d’oro, dice di non volersi più candidare e non perde occasione per attaccare le Farc e tace sull’attuale situazione della Colombia dove, pesino la Corte suprema ha, negli ultimi anni, incrinato e in molti casi arrestato decine di parlamentari in carica, ministri e viceministri dell’attuale governo e alcuni individui vicini al presidente Alvaro Uribe Velez per i loro comprovati legami con esponenenti del paramilitarismo e del narcotraffico.
Ma proprio in questi giorni del suo tour, in Colombia c’è una donna, la sindacalista Ruby Castano – che nella sua lunga militanza ha subito vari attentati - è sotto minaccia di morte e può essere uccisa, non solo sequestrata, in qualunque momento dai paramilitari. Manuel Mendez – che aveva ricevuto le stesse minacce – è stato assassinato il 13 agosto scorso nella sua residenza. Ma in Colombia, oltre le Farc, si contano centinaia di migliaia di donne e uomini vivi e morti che hanno lottato e lottano per la giustizia sociale. Il trattamento da “capo di Stato” riservato alla Betancourt è un’offesa per tutto il popolo colombiano.

USA: IL TRIONFO DELL’IPOCRISIA

Oscurata Hilary Clinton, grande risalto per la candidatura di Sarah Palin a vicepresidente degli Usa, almeno per la stampa italiana (non abbiamo verificato come viene trattata all’estero). Questa supermamma – 5 figli di cui uno affetto da sindrome di Down – superwoman, pescatrice, cacciatrice, ex miss, ex sindaco, manager, governatrice dell’Alaska, giovane, religiosa e soprattutto antiaborista.
Che ha rubato la scena ai candidati proprio mentre è in vendita la sua biografia “Sarah: how a hokey mom turned Alaska’s political establishment upside down (Sarah, come una mamma che accompagna i figli a hockey ha scombussolato l’establishment politico dell’Alaska) in ristampa per 45mila copie.
A romperle le uova nel paniere la gravidanza della figlia minorenne che, quindi per essere incinta, ha avuto rapporti prematrimoniali (ma si sposerà col padre di suo figlio, anche se lui non è d’accordo!).
Ma questo non è l’unico neo nella vita della signora. A parte l’arresto del marito per guida in stato di ubriachezza, ha a suo carico multe per divieto di pesca; accuse di abuso di potere – si dice che abbia licenziato un capo della polizia che si era rifiutato di cedere alle sue pressioni per espellere dai ranghi l’ex marito di sua sorella accusato di brutalità nella causa di divorzio -; accuse di utilizzo di una lobby per assicurare il comune di cui era sindaco, fondi federali per oltre 27 milioni di dollari.
Ma la perla della signora è il suo silenzio sulla pena di morte negli Usa, sull’appoggio alla guerra in Iraq (uno dei suoi figli sta per partire militare) e sul suo coinvolgimento in un’industria bellica. Meglio salvare i feti! Ancora una volta gli Stati Uniti dimostrano quanto siano permeati di ipocrisia.

 CAROVITA ALLA BUVETTE!

Aumentati i prezzi alla buvette della Camera. Mai quanto quelli che notiamo facendo la spesa. Ad esempio i panini da 1,30 a 2,30; cappuccino da 0,90 a 1 (il caffè resta invariato a 0,70); yogurt da 1,40 a 1,60 (meno di quanto costato al supermercato) pasto da 7,50 a 10 (poco di più di un primo per chi è costretto a mangiare al bar); secondo piatto da 3,50 a 5 euro. Ebbene gli “onorevoli” si lamentano! E pensano che tra poco al ristorante del Transatlantico non potranno più mangiare il pesce a 12 euro!

 


22 luglio 2008 redazione
editoriale

PORTARE LA LOTTA OLTRE LA RIVENDICAZIONE ECONOMICA
Mentre il Governo è tutto concentrato a risolvere i propri affari sulla “giustizia” e la “sicurezza”, gli imprenditori chiudono le fabbriche buttando sulla strada operai – spesso in età avanzata - che non trovano più un’altra occupazione decente.
Da una prima rilevazione del censimento nazionale sui senza casa emerge che sono già 100 mila (in Germania 20mila e in Spagna 21mila) e che non sono “clochard” per scelta ma disoccupati. E tra rincari di pane, pasta, bollette, carburante e affitti il numero crescerà velocemente.
I casi di Electrolux a Firenze, trascinata da mesi con l’illusione del passaggio ad una nuova cordata (come Alitalia!), e della Magnetto Wheels a Torino dove il padrone ha impiegato un minuto per dire “vi ho convocato per comunicare che l’azienda chiude” buttano sul lastrico circa 1000 lavoratori, più ovviamente quelli dell’indotto, ma c’è un’infinità di piccole realtà produttive che chiudono i battenti. E i dipendenti, disabituati al controllo operaio dai sindacati Confederali e da anni di delega politica, cadono dalle nuvole. Eppure solo nel 2005 da Electrolux, una fabbrica produttiva, erano stati espulsi 170 lavoratori, nel 2007 avevano persino rinunciato alle ferie. Magnetto che produce cerchioni per autoveicoli (Volkswagen, Renault, Fiat) era evidentemente a rischio tanto che veniva definita una grande “boita” così in piemontese si indicano le vecchie officine.
Quelli che lavorano sono costretti a orari (vergognosa è l’ultima direttiva dell’Europa dei capitali che stabilisce la settimana lavorativa di 65 ore) e turni massacranti che causano infortuni e morti bianche, malattie professionali; sono costretti alla flessibilità, agli straordinari – che con la detassazione aumenteranno ulteriormente – costretti a sopportare ogni tipo di sfruttamento pur di mantenere l’occupazione. Condizioni disumane soprattutto per i lavoratori delle cooperative di servizio, dell’edilizia, dell’agricoltura (è del mese di luglio la morte di un indiano di 44 anni per fatica).
Non solo chi lavora nei call center è precario, precaria è la situazione occupazionale complessiva. Chiunque può perdere il posto da un giorno all’altro è una costante del capitalismo che usa la manodopera, ma non ha scrupoli a gettarla sul lastrico quando non serve più.
Gli imprenditori, vuoi per la delocalizzazione, vuoi perché spostano gli investimenti nella finanza, non investono, non ristrutturano e licenziano. Però si lamentano della concorrenza, del costo del lavoro ecc. Confindustria continua a chiedere collaborazione e concertazione ma per cosa? Per guadagnare di più. I capitalisti sono delle sanguisughe assetate ai quali i profitti non bastano mai!
Il sistema di produzione capitalistico, basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la ricerca del massimo profitto, è un dato di fatto - nonostante tutti coloro che cercano nuove vie lo neghino. I comunisti, quindi, lottano per riproporre la centralità operaia e proletaria, cioè la centralità della classe antagonista al capitale – affermando l’attualità del marxismo e del leninismo – per distruggere un sistema che mantiene il proletariato nel ruolo di moderni schiavi salariati. Ecco perché la borghesia si affanna tanto per eliminare i comunisti dalla lotta di classe, persino i partiti che di comunista hanno solo il nome. Ecco perché è indispensabile affermare la validità del Partito comunista e lavorare per la sua ricostituzione. La resistenza, le proteste, le lotte possono portare qualche cambiamento in un sistema che impone condizioni di lavoro e di vita ormai inaccettabili, ma il vero obiettivo deve essere la prospettiva rivoluzionaria per l’abbattimento del sistema capitalista e la costruzione di una società socialista, cioè a misura d’uomo, senza padroni, senza sfruttamento. È ora che la classe operaia riprenda in mano il proprio destino, si assuma le responsabilità, sia protagonista e si organizzi rifiutando tutti i meschini giochi dei politicanti di mestiere. È un sacrificio? Forse, ma paga!

                       


25 giugno 2008 redazione
sostegno

Mozione conclusiva dell’assemblea nazionale autoconvocata
Milano il 21/6/2008, sala del Dopolavoro Ferroviario

Gli operai e i lavoratori delle situazioni di fabbrica e di lavoro, dei comitati e degli organismi di lotta riuniti in assemblea, dopo essersi confrontati sulla situazione attuale della classe proletaria, hanno deciso di aprire un percorso di unità e di lotta, rilevando che:

  1. Gli operai e i lavoratori isolati e non organizzati sono nelle mani dei padroni e delle politiche concertative filopadronali, che continuano a mantenerli nella condizione di schiavi salariati, sempre più colpiti dalla repressione padronale e politica.
  1. L’acuirsi della crisi economica che stiamo vivendo peggiorerà le condizioni di vita e di lavoro dei proletari e svilupperà nuove guerre imperialiste. Questo impone una risposta chiaramente anticapitalista, altrimenti i proletari saranno ancora più oppressi e sfruttati, con più morti sul lavoro e di lavoro, con più razzismo e divisione.
  1. L’aumento della concorrenza capitalista spinge i proletari gli uni contro gli altri, facendoli scontrare come nemici sul mercato del lavoro, a tutto vantaggio dei padroni, deviandoli dal vero nemico, che è il capitalismo. Il nemico, infatti, è in “casa nostra”, sono i padroni e i vari organismi politici e sindacali che vogliono mantenere in vita il capitalismo, diffondendo l’illusione che sia possibile “umanizzarlo” e “riformarlo”.
  1. Nell’attuale situazione economica di crisi e recessione i proletari, per difendersi, devono quindi darsi un’organizzazione indipendente - anticapitalista e antimperialista - sul piano politico e sul piano sindacale che, lottando contro gli effetti del capitalismo, al tempo stesso mette in discussione l’attuale sistema economico sociale e rompe con tutte le politiche collaborazioniste delle sinistra “istituzionale”.
  1. Poiché gli sfruttati sono divisi in nazionalità, etnie, religioni, “specificità” (di categoria, contratto, ecc.), su cui governi e padronato fanno leva per mantenere i proletari divisi, quest’organizzazione deve puntare all’unificazione politica e sindacale della classe proletaria, che è unica. Deve sforzarsi di raggrupparvi tutti gli operai e i lavoratori, i precari e i soci delle cooperative, i disoccupati e i pensionati, ... a prescindere dalla nazionalità e dalle singole specificità.
  1. Il nazionalismo della borghesia, che scatena l’offensiva razzista, impone alla classe di farsi carico direttamente della difesa degli immigrati e di sostenerne le lotte e la mobilitazione, non solo perché oggi è la parte più debole del proletariato, ma perché gli immigrati saranno sempre più destinati ad essere una parte fondamentale del proletariato.
  1. Per questi motivi l’assemblea ha deciso di iniziare un percorso di confronto e di coordinamento, aperto da subito anche a chi non ha partecipato all’assemblea, ma concorda con i suoi contenuti, su obiettivi condivisi e su un lavoro pratico comune, di unità e di solidarietà di classe, che superi il localismo e l’isolamento, che rafforzi le singole realtà proletarie oggi frazionate tra di loro, costituendo un coordinamento nazionale composto da rappresentanti delle singole realtà, che terrà la prima riunione sabato 20 settembre a Milano (il posto sarà comunicato successivamente), con all’ordine del giorno:
    • discussione su modi e strumenti per coordinare stabilmente le singole realtà di lotta
    • discussione sugli obiettivi e sulle scadenze (da promuovere o a cui partecipare) in relazione alle mobilitazioni del prossimo autunno
    • discussione su come impostare un’iniziativa che non si limiti al piano dell’interevento sindacale e che inizi a gettare le basi di una politica indipendente dei proletari, radicalmente e conseguentemente anticapitalista e antimperialista

All’assemblea hanno partecipato e/o aderito operai, lavoratori delle seguenti località e realtà: Aci Sant’Antonio (CT) – Comune; Arese (MI) - Fiat Alfa Romeo; Arcore (MI) – operai di piccole fabbriche; Benevento – Enel, Bergamo – operai di piccole fabbriche; Como – Sisme; Corteolona (PV) - Coop. Meneghina, Coop. Team Resources; Cosenza – Banco di Napoli; Crema – Uffici Giudiziari; Cremona – operai di piccole fabbriche; Firenze – Poste; Garbagnate (MI) – A.O. Salvini; Genova – Acquario, Comune, Rip. Navali, Tempoq; Linate (MI) SEA; Malpensa (VA) SEA; Mantova – scuola; Milano – A.O. Ist. Clinici Perfezionamento, A.O. Niguarda, A.S.P. Golgi Redaelli, ATM, Comune (Coll. Prendiamo la Parola), Coop. Codess, FFSS, Intesa Sanpaolo, Italtel, Ortomercato, Pellegrini Ristorazione, Regione Lombardia, Sipa Bindi, lavoratori studi professionali; Massa (MC) – precariato; Modena – Fiat New Holland, Gruppo Hera; Origgio (VA) – Leonardo Soc. Coop.; Piombino (LI) – Magona; Pisa – Comune; Pomigliano d’Arco (NA) – Fiat Alfa Romeo; Praia a Mare (CS) – Marlane; Prato–Poste; Roma–Agenzia delle Entrate; San Giuliano Milanese (MI) – Genia; Sesto San Giovanni (MI) – Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, Centro d’Iniziativa Proletaria G. Tagarelli; Termoli (CB) – Fiat; Tezze-Bassano (VI) – Comitato per la salute; Trento – Coop. Sociali; Vado Ligure (SV) – Vetrotex; Valtellina (SO) – operai di piccole fabbriche; Verona – Unicredit GIS; Vicenza – FFSS, OGR; Pensionati di Milano, Napoli, Piombino (LI), Praia a Mare (CS), Sesto San Giovanni (MI), Udine.

Hanno aderito: Centro Autogestito Vittoria, Circolo Internazionalista di Torino, redazione di nuova unità, Primo Maggio
autorganizzati.milano@gmail.com
per contatti telefonici: 3357850799, 3381168898
Chi volesse indire localmente delle riunioni o assemblee, anche in preparazione dell’incontro nazionale di sabato 20 settembre, ci contatti al più presto.

Contro la repressione padronale unità di classe
Solidarietà militante ai lavoratori delle cooperative licenziati per aver rivendicato i loro diritti

Cinque lavoratori Harrison Leyanage, Dickson Anthony Silvane Jayaratne Noel, Wanigatunga (della cooperativa Leonardo), Malko Dritan (coop. Meneghina), e Andrea Del Meglio (coop. Team Logistica resources)che si sono ribellati alla loro condizione bestiale di sfruttamento e organizzati con i propri compagni di lavoro per rivendicare la difesa dei loro interessi, sono stati brutalmente repressi (uno di essi spostato dalla mansione di carellista a quella da spazzino degli scantinati, ricoverato nell'ospedale di Saronno, semi paralizzato per l'utilizzo di solventi senza nessuna protezione), due licenziati (uno dei quali padre di 5 figli), con l'avvallo dei sindacati concertativi presenti in azienda.
Per i padroni è intollerabile che dei lavoratori, per di più immigrati, alcuni clandestini e perciò ricattabili, si mettano in prima fila nella lotta insieme con pochi italiani presenti per mettere in discussione, con la lotta, la loro condizione di sfruttamento, perché se l'esempio fosse seguito da altri (il Consorzio presente alla DHL, ad esempio è formato da 21 aziende con 4500 lavoratori) metterebbe in crisi il sistema che permette l'enorme accumulazione di profitti sulla pelle dei lavoratori.
La repressione padronale da sempre colpisce gli operai e i lavoratori che lottano contro lo sfruttamento e che rivendicano i loro interessi, nel tentativo di intimorire la grande massa dei lavoratori.
Contro la repressione i lavoratori hanno nelle loro mani una grande arma: l'unità e la solidarietà, USIAMOLA.

Contro la repressione padronale, a fianco dei 4 compagni licenziati e di tutti i compagni colpiti dalla repressione, perché la loro lotta è la nostra lotta.

L'assemblea dà l'indicazione di organizzare questa solidarietà in occasione degli scioperi e picchetti che si faranno in questa realtà
Approvata all'unanimità dall'assemblea nazionale autoconvocata a Milano il 21/6/2008, sala del Dopolavoro Ferroviario


11 giugno 2008 redazione
ricevuto

APPELLO AI LAVORATORI ITALIANI E STRANIERI
Assemblea nazionale autoconvocata a Milano il 21 giugno

Operai, lavoratori, proletari italiani e di ogni nazionalità: per i nostri padroni noi non siamo altro che merce forza-lavoro che produce profitti di cui loro si appropriano. Il nostro diritto a vivere come esseri umani è subordinato alle esigenze economiche del nostro padrone e del mercato. Il diritto allo sfruttamento operaio è sancito dallo Stato e a questo - se "compatibili" - sono subordinati tutti gli altri "diritti", a cominciare da quello di guadagnarci da vivere per noi e per le nostre famiglie. Molti capitalisti, nella ricerca del massimo profitto, chiudono le fabbriche in una Regione e le aprono in un'altra, le chiudono in Italia e le aprono in Paesi dove il costo del lavoro è irrisorio.
Altri chiamano in Italia, ogni anno, centinaia di migliaia di lavoratori immigrati da sfruttare con salari da fame nelle fabbriche, nei cantieri, nell'industria agricola, mettendoli in concorrenza con i lavoratori italiani per abbassare i salari e dividere i lavoratori, alimentando la guerra fra poveri, per poi abbandonarli senza mezzi al loro destino quando non servono più..I padroni ed i loro governi (sia quelli di CentroDestra che quelli di CentroSinistra) – sono i primi responsabili del peggioramento della nostra condizione di vita e di lavoro, dell'aumento dello sfruttamento, dei morti sul lavoro e di lavoro, delle malattie professionali, della mancanza di case, dello strangolamento dei mutui e degli affitti - cercano di nascondere le loro responsabilità mettendoci gli uni contro gli altri per deviare la lotta dal vero obiettivo: il sistema capitalista. A differenza delle epoche passate, quando i lavoratori delle classi subalterne pativano la fame per effetto delle carestie, nel sistema capitalista i lavoratori peggiorano le loro condizioni per aver prodotto troppo. La sovrabbondanza di capitali e di merci diventa oggi fonte di miseria e la recessione americana e la crisi, ormai giunta anche alle porte dell'Europa, porterà nuove guerre e peggiorerà ulteriormente la condizione della classe lavoratrice se non ci sarà una risposta adeguata.
Noi lavoratori non abbiamo niente da spartire con i nostri padroni. La difesa dei nostri interessi ci spinge a fianco e non contro i lavoratori di tutti i Paesi.
Oggi l'impoverimento e la miseria crescente di intere popolazioni del "terzo" e "quarto" mondo, di sempre maggiori settori di proletari, è frutto dell'abbondanza in mano a pochi.
Il nemico è in casa nostra, sono i padroni, i parassiti di vario genere, e i loro governi.
Anni di deleghe (in bianco o "critiche") ad organizzazioni politiche e sindacali della sinistra filoimperialista sono servite solo a creare una nuova classe dirigente borghese, composta da ex "sindacalisti di sinistra" ed ex "sovversivi", che ha fatto carriera e si è sistemata sulla pelle dei lavoratori.
Nessuno difende gli operai se non sono loro stessi a farlo.
Noi operai, lavoratori, proletari di ogni razza, etnia e religione che ci scontriamo ogni giorno sui posti di lavoro e nella società contro il capitalismo dobbiamo riprendere in mano il nostro destino costruendo adeguate forme di organizzazione di difesa economica conseguentemente anticapitalista, ed una forza politica autonoma che sappia mettere in discussione con la lotta un sistema che continua a riprodurre i padroni come borghesi e gli operai come schiavi salariati.
Per discutere della nostra condizione e ripristinare un punto di vista proletario sui temi dell'organizzazione, delle lotte e della prospettiva politica, invitiamo tutti i lavoratori che condividono il contenuto di questo appello a firmarlo e a mettersi in contatto col comitato promotore per partecipare all'assemblea nazionale autoconvocata che si pone fuori e contro tutte quelle iniziative, attraverso le quali, oggi, i vecchi esponenti della sinistra parlamentare e sindacale tentano di riciclarsi, in nome dei lavoratori.
L'assemblea si tiene sabato 21 giugno a Milano ore 10-16
presso il Dopolavoro ferrovieri del Sottopasso Tonale/Pergolesi, Stazione Centrale
bus 90/91–MM2 stazione centrale
Comitato promotore Assemblea nazionale autoconvocata
per contatti, adesioni e promuovere con noi l'iniziativa:

posta elettronica: autorganizzati.milano@gmail.com
cell. 3357850799 e 3381168898
L'adesione deve indicare nome, luogo, posto di lavoro, email/telefono per essere ricontattati


21 maggio 2008 redazione
poesia

Prima di tutto
vennero
a prendere
gli zingari…

Prima di tutto vennero a prendere
gli zingari e fui contento perché
rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perché mi stavano
antipatici.
Poi vennero a prendere gli
omosessuali e fui sollevato perché
mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perché
non ero comunista.
Poi vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno
a protestare

Bertold Brecht

 


5 maggio 2008 redazione
omologazione

RESPINGIAMO LE PROVOCAZIONI
SUL TIBET

Quando si dice moda. All’anticomunismo dei politici e alla superficialità della stampa si aggiungono gli “artisti”: Martina Stella (che per l’occasione indossa  magliette firmate Max), Jovannotti e Pelù (che sarebbe meglio imparassero a cantare)

Era venuto in Italia qualche mese, praticamente snobbato dalle istituzioni, molto probabilmente per non intaccare il rapporto con il Vaticano né gli affari commerciali con la Cina. Qualche mese dopo il Dalai Lama è al centro dell’attenzione internazionale.
Le Olimpiadi in Cina, o meglio la corsa della fiaccola olimpica, ha risvegliato il non proprio pacifismo dei monaci tibetani e dei loro sostenitori, appoggiati da tutti i mass-media artefici della trasformazione del Dalai Lama in punto di riferimento e sempre pronti a falsificare gli avvenimenti storici.
Siamo da anni ormai bersaglio di un’informazione sulle bugie. Disinformazione c’è stata su Yugoslavia, Iraq, Venezuela, Cuba, Afghanistan, Palestina ecc. Ovunque ci sono in gioco gli interessi statunitensi ed europei. Ora tocca al Tibet perché anche qui ci sono interessi strategici degli Stati Uniti e perché la Cina, come si legge nel documento “Project for a new american century”, risulta l’ostacolo principale alla dominazione mondiale degli Stati Uniti.
Ecco perché tutte le violenze attuate in Tibet e raccontate dagli stessi turisti che si trovavano a Lhasa sono state manipolate. Vecchi presi a sassate, giovani commesse bruciate vive nell’incendio di un negozio, attacchi a tutto ciò che non era tibetano, negozi saccheggiati, il quartiere musulmano completamente distrutto. Non un’esplosione di furia popolare, ma una ribellione pianificata in occasione dei Giochi olimpici.
C’è un popolo palestinese massacrato dagli israeliani e il mondo occidentale si occupa della difesa dei diritti umani in Cina e dei monaci tibetani. Come se negli Stati Uniti si rispettassero i diritti umani. Con le guerre? Con Guantanamo? Con la morte dei condannati? Ci sono sempre meno posti al mondo dove si rispettano i diritti. Allora perché questa grande operazione?
Se si pensa che dopo 50 anni la borghesia ancora demonizza Stalin, si capisce chi e perché difende il Dalai Lama. La funzione è la stessa: non perdonare chi spezza le catene e si rende indipendente, colpire il socialismo (il comunismo ancora non è stato applicato) anche se con lo sviluppo economico la Cina vi si allontana a grandi passi. Se non ci fosse stato l’operato del Partito Comunista Cinese e la grande Rivoluzione che ha riscattato i contadini poveri cinesi – che avevano vita breve e misera - ridistribuendo loro le terre e cacciando i vecchi signori feudali il Tibet ed il suo buddismo avrebbero ben poco interessato le potenze imperialiste.
Nell’anno della costituzione della Cina rivoluzionaria gli Stati dell’Occidente, Stati Uniti in testa, hanno iniziato ad interessarsene creando eserciti controrivoluzionari. Nel 1957 – in pieno assedio statunitense alla Cina – i servizi segreti inglesi e americani (la Cia di recente ha ammesso di aver finanziato tutta l’operazione) fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani che venne giustamente, date le condizioni dell’epoca, represse dal governo cinese. Fu allora che il Dalai Lama, che aveva fatto parte della 1 Assemblea nazionale popolare della Cina ed elaborato la Costituzione cinese, e che nel 1951 aveva raggiunto un accordo per la concessione di un regime di autonomia, dichiarò decaduto l’accordo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana (13mila persone), nobili ed alto clero con i propri schiavi, in India dove costituì un proprio governo in esilio ed il proprio centro di propaganda.

E dal 1964 questo “umile” monaco figura sulla lista della Cia che, nel quadro di un programma per demolire i paesi comunisti, lo ha trasformato in un simbolo della guerra contro la rivoluzione socialista e il Partito comunista cinese, mantenendolo con 180mila dollari all’anno e 1,7 milioni di dollari per finanziare il suo governo. Altri dollari arrivano, sempre dagli Stati Uniti, al Tibet found che ha come obiettivo quello di convincere il mondo della legittimità del Dalai Lama e che ha per direttore Sharon Bush, cioè la cognata dell’attuale Presidente Usa! E poi c’è il sostegno alla Società letteraria tibetana, al Tibet times, al Tibet Multimedia center ecc.
Questo santone che, dicono, non ammazzerebbe una zanzara, denuncia l’aborto, l’omosessualità e tutte le forme di controllo delle nascite, ma ammira il presidente Bush, si era dichiarato contro la condanna del criminale Pinochet, ha appoggiato i bombardamenti NATO sulla Yugoslavia, frequenta ricchi, personaggi del mondo della cultura e del cinema. E sono i ricchi gruppi che controllano Hollywood e appoggiano l’organizzazione Free Tibet, Disney e Tristar, che lo scorso anno hanno realizzato due film sul Tibet, uno dei quali “Sette anni in Tibet” è stato ripreso da un libro scritto da Heinrich Harrer, un nazista coinvolto in alcuni dei crimini più brutali dei nazifascisti austriaci, finito in Tibet durante la seconda guerra mondiale in missione segreta per l’imperialismo tedesco che era in competizione con l’imperialismo britannico in Asia ed accettato fra la nobiltà tibetana.

Ma cos’era il Tibet proprio nel 1949, all’epoca della Rivoluzione popolare? In Tibet era in vigore un regime feudale, autoritario e teocratico basato sulle caste che costringeva la maggioranza della popolazione ad una condizione di schiavitù (dichiarata fuori legge solo nel 1959, 10 anni dopo la Rivoluzione) e servitù. Il 90% della popolazione – che ha sofferto costantemente il freddo, la fame, il più alto tasso di tubercolosi e mortalità infantile, solo il vaiolo ha sterminato 7mila abitanti di Lhasa - era senza terra e senza la proprietà dei propri figli che erano registrati fra le proprietà del loro Signore. Non esistevano strade, elettricità, scuole (oggi ne conta 2380 tra primarie, e professionali e l’istruzione è su lingua tibetana) tranne i monasteri dove pochi giovani studiavano i canti; né ospedali (oggi vi sono 95 cittadini, 770 cliniche e 2000 dottori), non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria. Alle donne non solo era preclusa l’educazione, ma essendo considerate inferiori e non esseri umani erano costrette a dormire con gli animali. Se partorivano gemelli erano considerate indemoniate e si potevano bruciarle insieme ai piccoli. I ricchi, poi potevano avere molte mogli e, se un nobile aveva poca terra, doveva dividere la donna con i propri fratelli.
Si continua a parlare di Tibet occupato dai cinesi, complice anche una certa sinistra, ma questo territorio è unito alla Cina dal XII secolo come provincia con diversi gradi di autonomia, con il riconoscimento della lingua, della cultura e della religione. Negli ultimi 40 anni la popolazione è più che raddoppiata e la durata della vita è passata dai 35 anni del 1950 ai 69. Sui circa 3 milioni di abitanti il 90% è di origine tibetana e solo il 10% è composto da residenti di altre zone. Dagli anni ’90 il Pil è aumentato del 13% l’anno, ancora più dello sviluppo della Cina, sono raddoppiate le opere edili ed il commercio.
Davanti al cambiamento delle condizioni e alla differenza di cifre in tutti i campi si può parlare di occupazione? È occupazione la fantascientifica costruzione della ferrovia più alta del mondo che unisce Lhasa a Golmud, il centro ovest del Paese? Una ferrovia dove il treno con carrozze pressurizzate viaggia per 960 dei 1142 chilometri complessivi sopra i 4mila metri. In alcuni punti sopra i 4500 e addirittura sale ai 5100 mt. della stazione sul passo Tanggula.
Chi difende del Tibet e appoggia il Dalai Lama e le rivolte non poi così tanto pacifiste, quindi, si schiera con la strategia tipica dell’imperialismo in particolare quello Usa che, quando non interviene militarmente e direttamente, fomenta guerre civili - non disdegnando la strumentalizzazione della religione (per abbattere il socialismo in Polonia la Cia formò un blocco unico con Wojtyla che aveva l’appoggio di milioni di cattolici) - con gruppi appositamente addestrati e sostenute da un’appropriata e martellante propaganda.
Evitiamo di cadere nelle trappole delle facili emozioni pseudo-umanitarie e respingiamo le provocazioni, le mire imperialiste, il Medioevo del Dalai Lama e di tutte le religioni.

 


28 aprile 2008 redazione
editoriale

1° Maggio
giornata di lotta internazionale
contro lo sfruttamento capitalista

Da decenni i padroni di tutto il mondo ed i loro governi hanno trasformato il 1° Maggio nella giornata della “pacificazione” fra capitale e lavoro salariato, trasformando una giornata di lotta nella quale gli operai di tutto il mondo si riconoscono come appartenenti ad un’unica classe che lotta contro la schiavitù salariata in “festa del lavoro”. In questo modo i borghesi di tutto il mondo cercando di espropriare agli operai persino della memoria storica, ma i dati della guerra di classe la riportano ogni giorno di attualità. Ogni anno nel mondo muoiono per cause legate all’attività lavorativa 2 milioni di persone, e per gli infortuni sono oltre 270 milioni i lavoratori che subiscono gravi menomazioni. Dal 2001 al 2007 in Italia, secondo i dati Inail - che sono sottostimati perché non tengono conto dei 3milioni e 500mila lavoratori immigrati e pagati a nero - i casi mortali per infortunio sul lavoro sono stati 9720, più del doppio dei soldati delle truppe di occupazione della coalizione imperialista caduti in Iraq. La recessione statunitense e la crisi che comincia ad investire l’Europa e l’Italia acuisce le contraddizioni accentuando il conflitto fra i sostenitori del sistema di sfruttamento e gli operai ed i popoli del mondo che lo subiscono. Aumento dello sfruttamento, licenziamenti, salari e pensioni da fame, guerre e barbarie sono il nostro futuro se non riusciamo ad opporci con la lotta a tutto questo.
Per i capitalisti tutti gli operai impiegati nel processo lavorativo sono uguali al di là del colore della pelle. Italiani, stranieri, di qualunque nazionalità e religione per i padroni non sono altro che forza-lavoro da sfruttare produttori di profitto di cui loro si appropriano.
Mentre i padroni diventano sempre più ricchi e potenti, gli operai ed i proletari vedono le loro condizioni di vita e di lavoro peggiorare costantemente.

La rabbia operaia
di chi è sottoposto ai ritmi massacranti, ai lavori nocivi, di chi è sottomesso alla brutalità delle condizioni di fabbrica, dei cantieri, aumenta ogni giorno, quando vede che questa società e al di là delle lacrime di coccodrillo dei responsabili, considera normale che 4 e più operai ogni giorno perdano la vita in nome del profitto. Ma questa rabbia deve però ancora diventare odio di classe prima contro i propri padroni e poi contro l’intera classe padronale, il suo Stato le sue istituzioni trasformandosi in coscienza di classe.
Il 1° Maggio rappresenta il risveglio cosciente della classe operaia. In questa data i lavoratori di tutto il mondo ricordano e rinnovano l’unione dei proletari di tutto il mondo nella lotta per la loro liberazione, contro la violenza, lo sfruttamento e l’oppressione dell’uomo sull’uomo.
Agli operai coscienti spetta il compito di organizzare unitariamente la classe. Ponendo il problema della distruzione della società capitalista e del potere politico operaio si può avanzare verso il futuro, verso una società dove si produce per soddisfare il bisogno degli esseri umani e gli operai emancipando se stessi rendono possibile l’emancipazione di tutta l’umanità.


27 marzo 2008 redazione
editoriale

UNITÀ E LOTTA CONTRO L’AVANZATA DELLA DESTRA

La campagna elettorale è partita in pieno stile Usa e con un vergognoso mercato delle poltrone. Nelle liste c’è tutto e di più.
All’insegna del “bon ton”, della riconciliazione e sulla pelle delle donne. Al centro dei programmi, infatti, c’è la cosiddetta questione etica che altro non è che criminalizzare le opportunità e le scelte di vita delle donne e, contemporaneamente, deviare dai veri temi come il lavoro e la casa; da una crisi economica mondiale e senza uscita.
Il Pd perché alla conquista dei cattolici e dei centristi; i centrodestri per tenerseli; la sua parte la fa anche quel venduto, neo campione delle libertà Giuliano Ferrara, Berlusconi alla conquista di casalinghe e… precarie. Tutti difendono la vita e la famiglia. Tutti succubi di un Papa reazionario e oscurantista. Tutte stampelle del Vaticano che sempre più si impone ed entra a gamba tesa nella vita politica e individuale delle masse e delle donne in particolare. E i comunisti che aspettavano la “transizione” da rifondazione a partito comunista si trovano davanti un arcobaleno e la prospettiva di una nuova sinistra (?).
Strumentalizzato a fini elettorali anche l’8 Marzo. Le donne sono tornate in piazza dopo molto tempo di apatia non per caso, coinvolte persino in un centenario dell’8 Marzo che non esiste. Perché è vero che le 129 operaie bruciate in fabbrica sono morte nel 1908 (e già per questo non ci sarebbe nulla da festeggiare come impone il consumismo che se ne è appropriato), ma la Giornata internazionale della donna viene istituita nel 1910 su richiesta di Clara Zetkin alla conferenza di Copenaghen delle donne socialiste.
Tutte insieme appassionatamente come vuole l’attuale politica tesa a cancellare definitivamente la lotta di classe. Come non esiste riconciliazione tra classe operaia e padronato anche per le donne non esiste trasversalità. Cos’hanno in comune le lavoratrici con le imprenditrici? Cos’hanno da dividere con una come l'ultima arrivata, la ricca Santanché. Che difende tanto il suo essere fascista ignorando – nei salotti da dove proviene non se ne parla certo - che il fascismo impediva alle donne di fare politica e laurearsi e che le faceva lavorare solo in sostituzione degli uomini al fronte di guerra. Anche per le donne vale lo stesso criterio della divisione di classe. È per questo che c’è da scendere in piazza – e non solo, c’è da lottare in modo costante. Siamo al punto in cui dobbiamo difendere uno straccio di legge sull’aborto. Non era questa che si voleva ai tempi delle vere lotte per l’emancipazione. Le donne di una certa età sanno bene cosa vuol dire abortire clandestinamente da medici che procuravano l’aborto a suon di quattrini, che se non ne avevi abbastanza non avevi diritto neppure all’anestesia; che respingevano ogni responsabilità sulle conseguenze e che, una volta approvata la legge, si sono dichiarati obiettori di coscienza.
Le donne morivano, ma ai politicanti che vivono nelle loro gabbie dorate e alla chiesa, questo non interessa. È più importante una cellula priva di forma e di cervello che viene staccata dall’utero, e che definiscono persona, della donna. Sono invece persone quei bambini condannati a lavorare per la povertà causata dall’imperialismo, che muoiono, restano mutilati od orfani nelle guerre di rapina come in Afghanistan o in Iraq (che oggi, a distanza di 5 anni solleva dubbi a molti). Lo sono quelli oggetto di commercio sessuale e quelli violati dai numerosi preti pedofili.
Politici e chiesa per attaccare la 194 ed impedire l’introduzione della Ru 486 (in Europa è usata da decenni!) marciano di pari passo. Calcano la mano e tirano in ballo la salvezza del feto… cioè l’accanimento sui feti da aborti terapeutici. Ma chi pensa al trauma psicologico della donna che rifiuta il figlio malformato e poi sa che è vivo, ma non sa in quali mani è e che vita avrà davanti?Tutti coloro che criticavano i paesi socialisti dicendo che i bambini erano figli dello Stato - perché avevano garantiti assistenza, asili, scuole, occupazione ecc. - ora vogliono persino mettere le mani sui feti abortiti.
L’aborto non è mai una soluzione piacevole. Ma chiediamoci perché tante donne – e giovani - sono obbligate a farlo. Da un lato c’è la totale assenza dell’educazione sessuale e della prevenzione; dall’altro lato c’è un aggravamento delle condizioni sociali e occupazionali che non favoriscono certo la maternità. Sono veramente offensive le proposte elettorali - come i provvedimenti dei governi che si sono susseguiti – che non sono mai andati oltre il bonus di mussoliniana memoria per ogni figlio nato. Alle donne non serve carità e beneficenza come quella che arriva sotto forma di assegno familiare. Per mantenere i figli ci vogliono strutture di servizi e soprattutto un lavoro sicuro e regolare per entrambi i genitori perché oggi anche i padri rimangono disoccupati e… perdono la vita con gli infortuni o, peggio, si suicidano per vergogna. Chi si occupa di questi bambini, altro che embrioni e feti!
La politica dei partiti - e lo si verifica anche in questa campagna elettorale - sulle famiglie di fatto, sugli omosessuali, sull’aborto, il divorzio ecc. tendono a ridurre l’Italia in un paese confessionale e ci riporta nel medioevo. Criticano l’Islam per fare peggio, forse è paura della concorrenza, ma il nostro Stato è laico per Costituzione. Anche se la laicità non è al centro neppure delle numerose iniziative istituzionali per il suo 60° anniversario.
A distanza di 40 anni da quel ‘68 che è stato un lungo periodo di lotte anticapitaliste e antifasciste e di conquiste dei diritti civili - anche se pur sempre mediati da compromessi: l’aborto con obiezione di coscienza, divorzio con 5 anni di ripensamento ecc. -, di quel periodo di speranze, oggi la classe lavoratrice vede solo un avvenire nero: aumentano affitti, mutui, carovita, inquinamento. Crescono le spese militari (1.204 miliardi di dollari nel mondo, pari a +37% rispetto 10 anni fa), le aggressioni fasciste, la corruzione, le mafie. Per contro diminuiscono occupazione, servizi e potere d’acquisto di lavoratori e pensionati. Una situazione che mette sempre più in difficoltà le famiglie dove aumentano suicidi e violenze fisiche e psicologiche.
Gli operai, da anni ormai in difesa esasperata del posto di lavoro, costretti a momenti di ribellione esasperata e generosa (soprattutto di fronte alle morti bianche), non svolgono un ruolo dirigente e di impegno sul territorio e nelle lotte sociali, anche per mancanza di un partito comunista.
Qualunque parte vinca le elezioni ci sarà uno spostamento a destra. Alcun governo esprimerà gli interessi fondamentali della classe operaia e delle masse popolari. Che in questo sistema parlamentare borghese non hanno rappresentanza politica. Diventa perciò di primaria importanza che si rafforzi la lotta operaia e popolare contro i vecchi e nuovi socialdemocratici, per abbattere il sistema capitalista e imperialista affamatore ed oppressore in tutto il mondo - e che sta dimostrando il suo fallimento -, ed avviare una concezione del mondo diversa, socialista.

 


12 febbraio 2008 redazione
editoriale

QUANDO I GOVERNI SONO COMITATI
D’AFFARI DELLA BORGHESIA

E alla fine il governo è caduto. Non sotto il peso della protesta sociale, ma per i “capricci” individualisti di un Mastella e di un Dini (gia passato sotto l’ala di Forza Italia, del resto di sinistra questi individui hanno solo l’appoggio elettorale) che hanno ceduto alle lusinghe (e a qualcos’altro di più materiale) di Berlusconi.
A mantenerlo in vita non sono bastati né la complicità dei sindacati confederali, né la cosiddetta “sinistra radicale” che, più di ogni altro, ha svenduto le speranze di tutti coloro che li hanno votati nell’illusione di sconfiggere la destra e ottenere un miglioramento di vita e di lavoro.
Che non era un governo amico l’abbiamo detto da subito, non ne sentiremo la mancanza. Sono bastati due anni, con la sua politica di guerra, di continuità con le leggi antioperaie del precedente governo Berlusconi, di aumento dei costi della politica, per dimostrarsi nemico di classe.
Questo centrosinistra, più centro che sinistra, voleva dare prova di saper governare il capitalismo e per farlo ha scelto di favorire Confindustria e padronato a discapito del proletariato, dei lavoratori, dei pensionati. Ha lasciato le leggi sul lavoro che favoriscono precarietà, infortuni e morti bianche come ha ridotto gli spazi di democrazia sui luoghi di lavoro per ingabbiare e frenare le lotte del movimento operaio. Ha rifinanziato le missioni di guerra in Kosovo ed in Afghanistan e finanziata una nuova in Libano. Ha confermato l’ampliamento della base statunitense a Vicenza e mantenuto i privilegi alla Chiesa cattolica.
Insomma cosa c’è di sinistra in tutto questo? C’è il proseguimento della politica berlusconiana della salvaguardia dei profitti e del passaggio dei profitti alla rendita finanziaria imponendo nuovi e continui sacrifici ai lavoratori.
Con la caduta del governo si sono subito aperti i giochi elettorali con la caccia al centro e ai cattolici, con gli accordi sottobanco per una grande coalizione. Il tutto rivolto a far pagare la crisi ai lavoratori. Infatti, sia Veltroni che ha aperto la sua campagna “francescanamente” in un luogo bucolico, ma anche in quell’Umbria che gli ha garantito 4 legislature; sia Berlusconi che ha scelto il simbolo dei fascisti: piazza San Babila di Milano, si offrono al capitale, paladini di Confindustria che si fa sempre più pressante.
E poi ci sono in ballo trecento milioni di euro, il costo aggiuntivo delle elezioni del 13/14 aprile. La fine legislatura, infatti, non blocca il pagamento dei rimborsi elettorali per il 2006. I partiti continueranno a riscuotere nei tre anni che mancano alla fine naturale della XV legislatura e che si accumulano ai nuovi rimborsi cui avranno diritto per il fatto stesso di correre ed avere eletti tra due mesi (e ciò fa capire la difesa del simbolo e la nascita di nuove liste). E, siccome i partiti spendono molto meno di ciò che ricevono questi rimborsi sono un vero e proprio finanziamento pubblico. Tanto per aggirare il risultato del referendum!
La debolezza e la continua degenerazione delle forze del centrosinistra sviluppano forme di fascismo, alimentano le attività di gruppi squadristi e favoriscono la vergognosa ingerenza del Vaticano. Non bastavano la farsa del family day; l’attacco alla legge 194 (di recente a Lucca una donna all’8 mese di gravidanza abortisce per colpa di uno sfratto coattivo; a Milano un’operaia viene licenziata perché doveva accudire la figlia ecc.); al ’68; né le elucubrazioni sulla famiglia eterosessuale intesa come “agenzia di pace”. Il Vaticano - dopo essere intervenuto attraverso i suoi vescovi in Spagna dove hanno indicato di non votare Zapatero, ma per “una scelta responsabile” – entra a gamba tesa nella politica italiana. Attraverso la Cei manda a dire di votare per i valori cristiani (quali? repressione, proibizioni, guerra ecc.). Quelli di Casini e di Mastella? O quelli di Berlusconi, Fini, Bossi?
Il revisionismo storico porta ad una fascistizzazione della società. A Roma, Verona, Treviso, Firenze, Pisa, Lucca ecc. rigurgiti neofascisti e neonazisti - che si presentano sotto diverse sigle - aggrediscono nelle scuole, minacciano, provocano.
Anche quest’anno si è ripetuta in varie parti d’Italia la strumentalizzazione delle foibe. Nuovo discorso di Napoletano (lo aveva già fatto nel 2007 in continuità col suo predecessore Ciampi), con la martellante disinformazione dei mass-media nazionali e con l’infame propaganda dei fascisti che si sono riappropriati delle piazze, complici le istituzioni comprese quelle del centrosinistra. A Pistoia la provincia ha concesso ad un gruppo di estrema destra la sala intitolata al partigiano Vincenzo Nardi, a Roma, alla Fiamma tricolore era stato concesso il teatro Brancaccio, finanziato dal Comune e attualmente diretto da Maurizio Costanzo (lo ricordiamo nelle liste della P2). Annullato il permesso all’ultimo momento, in seguito alla mobilitazione antifascista, gli squadristi hanno tentato di occupare il teatro esprimendo tutta la loro truce gestualità in piena apologia di reato. Ma loro non vengono denunciati, né caricati, anzi le Forze dell’ordine sono lì a proteggerli. Caricati, denunciati e condannati sono coloro che protestano contro le guerre di aggressione come a Firenze dove, dopo 9 anni dalla manifestazione del sindacalismo di base contro la guerra Nato e del governo D’Alema in Jugoslavia, è arrivata la sentenza: 7 anni (già sembrava eccessiva la richiesta del Pm: dai 4 ai 5 anni)! O come a Bologna dove sono stati inflitti 10 mesi a tre giovani per una scritta sui muri del centro.
La campagna di stravolgimento della verità storica che mette sullo stesso piano antifascisti e nazi-fascisti; combattenti per la libertà ed oppressori, o, peggio, presentano i carnefici come vittime e i martiri perseguitati come aggressori ci porterà ad assolvere il fascismo e alla definitiva denigrazione di chi lo ha combattuto, soprattutto dei comunisti che ebbero un ruolo fondamentale nella Resistenza.
Resistenza e antifascismo, valori e fondamenti del nostro vivere, non a caso dimenticati nel “manifesto” del PD di Prodi-Veltroni (aggiunto in seguito su sollecitazione anche dei suoi stessi aderenti!).
La situazione è ancora più grave alla luce della mancanza di un partito comunista e della frammentazione del movimento comunista tra “Cosa multicolore” che ha fatto sparire la falce e il martello e microgruppi (spesso autoreferenziali) per cui la maggior parte del proletariato non è organizzato. È disorientato e rischia di perdere quella coscienza di classe che è alla base della sua forza di cambiamento. L’unità dei comunisti, a partire dai luoghi di lavoro, resta l’obiettivo da risolvere. Lavoriamo da tempo per questo e non ci stancheremo.

 


30 gennaio 2008 redazione
"giornata del ricordo"

FOIBE E MANIPOLAZIONI STORICHE
Un’operazione anticomunista, complici anche le forze di “sinistra“ che, con un’enorme mistificazione, vorrebbe far credere che le colpe sono uguali e che lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano

Prima i fatti e poi le considerazioni politiche se si vuole tracciare un quadro sufficientemente chiaro delle vicende, compreso le foibe, che si sono succedute in Istria negli anni bui del fascismo e cioè tra il 1920 e il 1945. Un periodo questo particolarmente tragico per la popolazione istriana inserita in un territorio di frontiera di un’Italia asservita al regime fascista e perciò totalmente negata a governare territori plurietnici, plurilingui e multiculturali, spinta a realizzare un programma di oppressione e di snazionalizzazione dei cittadini di etnia diversa da quella italiana.
A partire dagli anni ’20 del secolo scorso lo squadrismo fascista importato da Trieste si rende protagonista di numerosi crimini- dagli assassini di antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Pupo a Buie e altri – alla distruzione delle Camere del lavoro ed all’incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei villaggi croati e sloveni dell’interno. Questi crimini continuarono sotto altra forma dopo l’affermazione del regime fascista: furono soppresse tutte le associazioni culturali, sociali e sportive della popolazione slovena e croata, vennero abolite le loro scuole, cessarono di uscire i loro giornali e i libri scritti nella loro lingua vennero considerati materiale sovversivo. Con un decreto del 1927 venne imposto l’italianizzazione dei cognomi di famiglia, nelle chiese le messe potevano essere celebrate solo in italiano e le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali. Insomma scomparve ogni segno esteriore della presenza di croati e sloveni.
C’è una canzoncina che risale agli anni ’20 e allora in voga tra gli squadristi di Pisino, che il ministro dei Lavori pubblici dell’era fascista Giuseppe Cobolli Gigli volle tramandare ai posteri e che rende bene il clima politico dell’epoca. Il paese di Pisino sorge sul bordo di una voragine che – scrisse Giuseppe Cobolli Gigli –“la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionali dell’Istria”. Quindi chi, tra i croati aveva la pretesa, per esempio, di parlare la lingua materna mettendo così in dubbio le “caratteristiche nazionali” dell’Istria, correva il rischio di finire in una foiba.
La canzoncina (testo in dialetto e traduzione in italiano) diceva:
A Pola xe l’Arena/la Foiba xe a Pisin/che i buta zo in quel fondo/chi ga certo morbin.
(A Pola c’è l’Arena/a Pisino c’è la Foiba/in quell’abisso viene gettato/chi ha certi pruriti).
Da qui si può vedere che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e risale agli anni ’20. Inoltre essi non rimasero allo stato di progetto e di canzoncina di paese. Riportiamo qui di seguito la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924 (dal quotidiano il Piccolo di Trieste del 5 novembre 2001).
“Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro ”coatto“, in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S.Domenico d’Albona. Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell’incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l’italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome, croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini giovani e vecchi e con sistemi incredibili li trascinavano fino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c’erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro (…)”.
Furono circa 60.000 gli slavi che fuggirono dall’Istria nel periodo 1920–1943. Altro odio poi fu seminato dal fascismo quando l’Italia, nell’aprile del 1941, invase la Jugoslavia. La responsabilità dell’Italia fascista è incontrovertibile. Il fascismo e la monarchia seguirono Hitler nell’aggressione alla Jugoslavia, l'Italia pretese un dominio particolare sulla Croazia, appoggiando il capo degli ustascia Ante Pavelic e sovrapponendogli a mo' di sovrano Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto. Per due anni (aprile ’43 settembre ’45) i corpi di armata italiani, sopratutto il Pusteria, e i generali Ambrosio, Roatta, Robotti e Cavallero misero in atto operazioni orrende contro l’armata partigiana di Tito, contro gli ebrei, i musulmani, i serbi e altre minoranze. La ferocia dei generali Robotti e Roatta emerge chiaramente da una serie di documenti. Il generale Robotti a proposito di “sospetti di favoreggiamento“ arrestati, in una nota scritta a mano impose: ”Chiarire bene il trattamento dei sospetti (…). Cosa dicono le norme 4 c e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco! ”Roatta, comandante della 2^ armata italiana in Slovenia e Croazia, nel marzo del 1943 diramò una circolare 3 c nella quale si legge: ”Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì di testa per dente”. E il numero dei civili “ribelli” uccisi dai plotoni di esecuzione italiani fu davvero elevato: circa 200.000 (fonti dello storico Renzo De Felice). È possibile indicare decine e decine di documenti che ci mostrano il volto feroce dell’Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi od occupati nella seconda guerra mondiale. Tra i tanti episodi il più terribile avvenne nella zona di Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa reparti di camice nere e di truppe regolari, irruppero nel villaggio di Podhum all’alba del 13 luglio 1943. Rastrellata l’intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato.Oltre mille capi di bestiame grosso e mille trecento di bestiame minuto furono razziati, 889 persone finirono nei campi di internamento italiani e più di cento uomini furono fucilati nelle cave: il più anziano aveva 64 anni ed il più giovane appena 13.
L’8 settembre 1943, alla notizia della capitolazione italiana, in Istria ci fu una generale e quasi spontanea insurrezione che coinvolse sia la popolazione italiana che quella croata e slovena. Nei giorni immediatamente successivi, mentre su tutto incombe la minaccia tedesca rappresentata da una divisione che scende lungo la penisola istriana, i capi improvvisati del movimento insurrezionale di Parenzo, Rovigno e Albona, tutti italiani, decidono di opporsi con le armi ai tedeschi. Iniziano così le prime azioni di formazioni partigiane italiane in una regione attraversata dalla fuga precipitosa di migliaia e migliaia di soldati e marinai che in tutta fretta abbandonano caserme e installazione militari cercando di intraprendere la strada del ritorno verso le proprie famiglie e ricevendo appoggio e solidarietà concreta proprio da slavi e croati delle zone interne dell’Istria.
Verso la metà di settembre del 1943 cominciano gli arresti. Finiscono arrestati, sia per iniziativa di singoli che per ordine dei comandi partigiani per essere poi consegnati a tribunali popolari, gerarchi fascisti, segretari dei fasci locali, podestà, camice nere, militi del Mvsn, squadristi della prima ora. Ma già dal 24 settembre, di fronte a fenomeni di esecuzioni sommarie e arbitrarie, per iniziativa del comando partigiano di Pisino fu costituito un tribunale militare mobile che interveniva nelle varie località dell’Istria dove erano detenuti i fascisti arrestati. Ma quanti furono i fascisti uccisi e gettati nelle foibe? Oggi la pubblicistica fascista parla indiscriminatamente di vittime civili innocenti, massacrati solo perché italiani inventando cifre di migliaia e migliaia di infoibati per contrapporli ai partigiani torturati e fucilati dai fascisti e dai nazisti, alle popolazioni deportate e internate, ai civili uomini donne e bambini massacrati solo perché sospettati di aver aiutato i partigiani. Parla di genocidio degli italiani puntando sul sensazionalismo, sull’effetto del numero che dovrebbe affermare il concetto di olocausto se non di “martirio olocaustico degli italiani d’Istria“ mentre fonti dell’epoca parlano invece di circa 200 prigionieri fascisti gettati nelle foibe. Solo successivamente questo numero si ingigantisce fino ad arrivare a migliaia e migliaia se non a decine di migliaia di morti nelle foibe.
Altri, politici e “storici“, si sentono investiti della missione di riscrivere la storia arrivando quasi a riconoscere dignità a quanti, fascisti e nazisti, massacrarono e oppressero milioni e milioni di uomini, loro sì responsabili di genocidi e di crimini inenarrabili. Quattro anni di guerra condotta da un esercito potente e crudele, quattro anni di scontri e di massacri, per non parlare del periodo precedente fatto di angherie, soprusi e crimini contro gli oppositori del regime fascista e contro le popolazioni slovene e croate, rappresentano un tempo infinito. L’odio seminato da fascisti e collaborazionisti, fu grande e non dimenticato. Le foibe – e non sarà certo la “Giornata del ricordo“ dedicata alle “vittime delle foibe“ e istituita dal governo Berlusconi per il 10 febbraio a capovolgere questa verità - rappresentano l’inevitabile e meritata risposta popolare a più di venti anni di oppressione fascista e alle atrocità e ai crimini commessi da fascisti, nazisti, collaborazionisti e delatori in quattro anni di una guerra crudele cercata e voluta dal nazismo e dal fascismo. E la prova che i cadaveri  rinvenuti nelle foibe non erano solo di italiani e tanto meno di semplici e comuni civili ce la fornisce la stampa dell’epoca (il Corriere Istriano di Pola e il Piccolo di Trieste) che nei necrologici in occasione della riesumazione e della sepoltura dei corpi recuperati dalle foibe alla fine della guerra, accanto ai nomi e cognomi non solo italiani indica le cariche ricoperte e cioè podestà, segretario del fascio locale, camicia nera, squadrista della prima ora mentre oggi accanto a quei nomi figurano solo professioni e mestieri con l’aggiunta di “vittime della barbarie comunista slava“.
Un’aggiunta fortemente provocatoria per un’operazione bassamente anticomunista che ha visto come compartecipi anche le forze di “sinistra“ (la giornata del ricordo è stata voluta da tutti i partiti) e che vorrebbe, con un’enorme mistificazione, far credere che le colpe sono uguali e che in definitiva lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano.     

 

 

 

 

 


15 gennaio 2008 redazione
vittoria

NO DELLA SAPIENZA A RATZINGER
GRANDE VITTORIA

Un plauso agli studenti della Sapienza che hanno vinto la lotta contro la presenza di Ratzinger all’apertura dell’Anno accademico di un Ateneo dove si studia la scienza, esattamente il contrario di ciò che intende il papa.
Non è intolleranza, è un diritto. Ed è la dimostrazione che nelle lotte, quando si è decisi e compatti, si vince.
Non è bastato il servilismo del Rettore (che gli avrebbe procurato anche tanto prestigio in questo periodo di crisi e concorrenza universitaria), probabilmente affiliato a Comunione e Liberazione, a imporre questa presenza che già occupa giornali e televisione, soprattutto la rete 1.
Il Papa vada a parlare nei suoi ambienti, nelle sue chiese, negli ambienti che gli sono propri.
Perché dobbiamo essere noi i “privilegiati” e non va nelle Università di altri Paesi europei?
Il Papa, portatore di dogmi e di valori reazionari e oscurantisti, col suo gesto di rinuncia passerà per martire, sostenuto da un’ondata di ipocrisia: dal Presidente ai politici, ai mass-media che fa veramente vergognare.
Non abbiamo bisogno di un Paese confessionale come l’Iran o altri così tanto criticati dagli stessi sostenitori di Ratzinger, l’Italia è una Repubblica laica, quindi nessuna “figuraccia” (quella c’è già con la spazzatura della Campania) per il paese come sostiene Mastella, semmai la figuraccia la sta facendo sua moglie… Nessuna “ferita per tutti” come dice Fini, la ferita sarà per quei leccabalaustre che poi nella vita privata fanno i propri comodi: divorziano, fanno figli fuori dal matrimonio, sono a favore delle violenze ecc.  Berlusconi si “limita” a denunciare la “campagna anticlericale in un’Italia umiliata” (proprio lui che l’ha più che umiliata con le provocazioni e la violenza del G8). Magari!!! Sarebbe proprio ora di smascherare tutte le malefatte e le falsità del Vaticano.


18 dicembre 2007 redazione
editoriale

Il marxismo è la teoria che libera
la classe sfruttata

Siamo arrivati alla conclusione di un altro anno in un momento in cui ci dibattiamo tra carovita, caropetrolio, carobollette (che si mangiano la tredicesima), disoccupazione, pessima qualità della vita e di lavoro dovuta anche alle scelte di guerra e armamento. Le masse popolari tirano la cinghia, ma evidentemente c'è ancora un margine per andare avanti. Fino a quando? Non si può dire, ma la stessa borghesia e la Chiesa - che sanno cosa rischiano - prevedono che qualche ribellione può arrivare.
E allora ecco che si reprimono i lavoratori più combattivi sui luoghi di lavoro tacciandoli di terrorismo, con la complicità dei sindacati confederali; ecco aumentare i rigurgiti fascisti nelle scuole e nelle piazze; ecco arrivare la "pastorale" del Papa. In questo mondo capitalistico dove la crisi generale colpisce a tutti i livelli il proletariato e le masse popolari, cosa scrive il Papa? Che "il marxismo e l'ateismo hanno lasciato distruzione".
Certo è veramente duro il rospo da ingoiare anche dopo 90 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre, ne abbiamo parlato il mese scorso. Ma la paura che emerge da queste "pastorali" sul ritorno al socialismo ci fa ben sperare. Sperare che i lavoratori prendano sempre più coscienza della propria capacità e della propria forza e mandino a casa tutti i parlamentari e con loro il padronato e il Vaticano. Purché, disillusi dal governo di centrosinistra, non cadano nella trappola dell'alternanza offerta dal cretinismo parlamentare e votino per la destra, seguano il populismo di vecchi e nuovi "uomini qualunque" o di "uomini della provvidenza" come Veltroni.
Marx non ha dimenticato l'uomo privilegiando l'assetto economico - come sostiene - Ratzinger - ma ha messo al centro della sua analisi l'uomo sfruttato da un'aristocrazia e da una borghesia che negava i principi fondamentali dell'uomo sostituiti dai diritti della proprietà privata. E per dimostrare scientificamente che la sua denuncia non era frutto di un'affermazione di principio moralistica, ma di un'analisi della realtà, Marx si è basato sull'economia classica. Analisi tuttora valida e ancora troppo poco conosciuta dalla maggioranza della forza lavoro. In quanto all'attacco all'ateismo basta rispondere con l'operato della Chiesa nei numerosi processi storici, con le benedizioni dei gagliardetti fascisti e con la continua negazione delle libertà delle donne che non l'ha certo schierata dalla parte dei più deboli. E continua. Con la sua storica ipocrisia del porgi l'altra guancia si schiera sempre dalla parte dei forti, del capitalismo e dell'imperialismo, attaccando il marxismo.
La lotta di classe non si è affatto esaurita. La borghesia odia chi sfrutta perché sa che gli oppressi, se coscienti e organizzati, possono abbatterla ed eliminarla. Ma dall'organizzare la classe operaia e tutti gli sfruttati la "sinistra" alla ricerca di una "cosa rossa" è sempre più lontana. Mette in soffitta la falce e il martello creando - come se ce ne fosse bisogno - ancora più confusione tra i propri militanti in nome di un'unità puramente elettorale. I Ds sciolti nel Pd portano alla Margherita il patrimonio immobiliare, oltre alle sezioni, le Case del popolo che si trasformeranno definitivamente.
L'esperienza non certo esaltante del governo di centrosinistra che ha confermato la svendita del territorio agli Stati Uniti con Dal Molin e la concessione dell'installazione di un pericoloso sistema di radar a Sigonella; che non ha abolito le leggi liberticide del centrodestra, anzi l'ha rincorso in materia di ordine pubblico, apre spazi di agibilità alle forze fasciste (che prendono in mano pure le proteste corporative di taxisti, metronotte, camionisti) e a Berlusconi che, preso da un attacco di Peronismo, gira le piazze incitando le masse dal predellino di una... Mercedes. Ovviamente!
L'apoteosi delle morti bianche, cioè l'incidente alla TyssenKrupp, diventata colosso mondiale dell'acciaio con il commercio di armi ai nazisti, dove hanno perso la vita cinque operai ha fatto scoprire l'esistenza della classe operaia. Fiumi di parole parlate e scritte, finte lacrime dei sindacati confederali che nulla hanno fatto e nulla fanno per porre fine allo sfruttamento.
Ci sono voluti questi morti per sapere che gli operai erano costretti a turni massacranti, a straordinari, che in fabbrica gli idranti erano rotti e molti estintori scarichi. Ma la strage continua. Negli stessi giorni altri lavoratori morivano nelle ferrovie, nei cantieri di Milano, Roma, San Casciano e nel silenzio mediatico e istituzionale perché ormai è la normalità. Sono 1007 al momento in cui scriviamo i morti sul lavoro ai quali si aggiungono coloro che perdono la vita o si ammalano per aver lavorato con l'amianto e i disoccupati che si suicidano. Tutto in virtù del massimo profitto. I capitalisti, non paghi di spremere dagli operai il plusvalore che li arricchisce sempre più, ne dispongono anche della vita.
Non si può morire di lavoro e da lavoro. Le condizioni di sfruttamento pongono il problema della partecipazione, del controllo operaio. Se è giusto scioperare per il rinnovo del contratto, per gli aumenti di salario, è anche giusto verificare le condizioni di sicurezza e denunciarle fino a scioperare quando non vengono rispettate dall'azienda, reagendo e rispondendo compatti senza cedere ai ricatti del padrone che considera gli operai solo carne da macello.

 

 

 


8 dicembre 2007 ricevuto
comunicato

STRAGE ALLA THYSSENKRUPP DI TORINO:
IL COSTO DEL PROFITTO
 

4 operai morti, bruciati vivi, altri 3 in condizioni gravissime con ustioni sul 90% del corpo; altri, più “fortunati” se la sono cavata solo con qualche bruciatura.
Nella fabbrica il padrone, con la complicità dei sindacati confederali, aveva imposto turni di lavoro di 12 ore. Alcuni degli operai uccisi lavoravano con 4 ore di straordinario alle spalle.
Nella fabbrica, in smobilitazione e destinata a chiudere a settembre, si risparmia sulla manutenzione e sulla sicurezza. Spremendo dai 200 operai rimasti la produzione che fino a luglio era fatta da 385, la multinazionale ThyssenKrupp incrementa i propri profitti con turni anche di 16 ore. Questo ennesimo “incidente” ha colpito l’opinione pubblica per le modalità con cui è avvenuta: operai bruciati vivi come se fossimo ancora nell’800.

Questa, invece, è la “modernità” del capitalismo.

Da sempre per il capitale gli investimenti devono servire ad aumentare i profitti e ciò che non rende è capitale “morto”. Muoiano quindi gli operai pur di non spendere qualche euro in più in prevenzione e sicurezza.
Ora tutti piangono lacrime di coccodrillo. I padroni, definendo questa ennesima strage un “fatale incidente”; i politici borghesi parlando di “piaga inaccettabile” ma dimenticando di dire che nel 2006, mettendo nell’indulto l’omicidio colposo per cause di lavoro, hanno garantito l’impunità ai padroni e ai loro dirigenti; i sindacati confederali che accettano come legittimo il profitto e a questo subordinano ogni piattaforma sindacale e ogni legge sul lavoro, siglando in ogni accordo il peggioramento delle condizioni di lavoro.

Come sempre succede in questi casi, finito il clamore e la protesta operaia,  i padroni se la caveranno con un risarcimento pagato dalle assicurazioni.
I dirigenti della Thyssenkrupp, recidivi e già condannati 4 anni fa per incendio colposo, allora se la cavarono con due patteggiamenti.
Portare a casa un salario nella guerra quotidiana fra capitale e lavoro è sempre più rischioso.
Nel 2006, sono stati 1.302 i lavoratori morti per arricchire i loro padroni, 28 in più del 2005 e nel 2007 si prevede un nuovo “record”. Anche le malattie professionali non tabellate sono in aumento, dal  71% del 2002 all’83% del 2006.
Dietro ai morti sul lavoro c’è la brutalità e la violenza del sistema capitalista. Protetti dalle leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione, in nome del libero mercato e del profitto, i capitalisti hanno impunità e licenza di uccidere.
Negli ultimi anni la condizione operaia è peggiorata costantemente.

L’aumento dello sfruttamento e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro sono la causa principale dell’aumento degli infortuni e dei morti sul lavoro.

Con il ricatto del posto di lavoro e la riduzione dei salari reali, subordinati alla produttività, i padroni ci costringono a lavorare sempre di più e sempre peggio.

ECCO COSA SONO GLI OPERAI NEL SISTEMA CAPITALISTA: CARNE DA MACELLO…

Solo in una società socialista dove si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, eliminando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è possibile mettere i lavoratori e la vita umana al primo posto creando le condizioni per mettere al bando i morti sul lavoro e di lavoro.
SOLIDARIETÀ PROLETARIA AI LAVORATORI MORTI E FERITI E AI LORO FAMILIARI
RICORDIAMO I NOSTRI COMPAGNI ASSASSINATI DAL CAPITALISMO ORGANIZZANDO ASSEMBLEE, FERMATE DI PROTESTA NELLE FABBRICHE E NEI LUOGHI DI LAVORO
COSTRUIAMO UN COORDINAMENTO NAZIONALE DEGLI OPERAI, DEI PROLETARI E DEI LAVORATORI COMUNISTI PER COMINCIARE AD ORGANIZZARE UNITARIAMENTE LA LOTTA CONTRO LO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA E PER IL SOCIALISMO

Coordinamento Lavoratori Comunisti
lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


7 novembre 2007 redazione
editoriale

90° DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

IL MOTORE DELLA STORIA

 

Ogni anniversario della Rivoluzione d’Ottobre è occasione di menzogne e bugie revisioniste e opportuniste per denigrarla. Per questo importante 90° Anniversario e con il centrosinistra al potere le trasmissioni radiotelevisive si sono scatenate. Calunnie e mistificazioni denunciate anche in Senato, da Fosco Giannini, in un clima reazionario di insulti. La borghesia proprio non manda giù questa sconfitta storica che ha messo a nudo la sua debolezza nel rappresentare come unica e universale la sua “civiltà”.

I tentativi di soffocamento della rivoluzione bolscevica sono innumerevoli: dall’impiego delle armate di tutte principali potenze imperialiste, che allora si chiamava Intesa, e successivamente con le armate naziste nella seconda guerra mondiale, ma tutti i piani si sono infranti contro il muro della rivoluzione proletaria e della sua Armata Rossa.
Nel 1917, sulla strada aperta dalla Comune di Parigi 46 anni prima, per la prima volta il Proletariato ha preso il potere, ha instaurato un nuovo Stato basato sui Soviet. Il proletariato ha esercitato il suo potere prendendo in mano i principali mezzi di produzione sottraendoli alla proprietà privata, distribuito la terra ai contadini, nazionalizzato le banche, proposto un decreto sulla pace ed una serie di diritti civili che hanno emancipato la donna. Ciò creava quella forza che ha permesso al Partito Comunista di dirigere milioni di uomini e donne – sopportando i più grandi sacrifici - nella resistenza agli attacchi feroci della borghesia e delle sue armate.
“Prima il proletariato rivoluzionario abbatta la borghesia, spezzi il giogo del capitale, frantumi l’apparato statale borghese, e allora il proletariato, ottenuta la vittoria, potrà rapidamente attrarre dalla sua parte le simpatie e l’appoggio della maggioranza delle masse lavoratrici non proletarie soddisfacendone i bisogni a spese degli sfruttatori” sono le parole chiare e lungimiranti di Lenin in polemica con chi voleva ottenere i cambiamenti e la conquista della maggioranza della popolazione tramite il voto parlamentare. E questo è stato fatto dal partito bolscevico!
Capitalisti, borghesi, clero e revisionisti sono oggi impegnati a dimostrare che “l’orrore comunista” è stato un errore della storia che non si potrà ripetere, soprattutto dopo il crollo dell’URSS, ribadendo come unico modello di vita quello basato sul mercato, sul merito e la competizione, sulla supremazia della proprietà privata unica ed inviolabile sorgente di vita civile.
Già Lenin diceva: “il capitalismo non sarebbe capitalismo se, da una parte, non condannasse le masse a uno stato di abbrutimento, di oppressione, di intimidazione, di divisione e di ignoranza e se dall’altra, non mettesse nelle mani della borghesia l’apparato gigantesco della menzogna e dell’inganno, della mistificazione in massa degli operai e dei contadini, del loro istupidimento ecc.”.
Ciononostante milioni di comunisti e di proletari in tutto il mondo sono orgogliosi di fare parte di quel grande Partito Internazionale che novanta anni fa ha iniziato una nuova epoca, quella delle rivoluzioni proletarie, dell’abbattimento del capitalismo e dell’imperialismo, l’epoca della realizzazione della dittatura del proletariato sulla borghesia quale forma più alta di democrazia.
L’attacco scomposto e isterico contro la Rivoluzione d’Ottobre e i comunisti viene portato avanti dalla borghesia, memore della storia, nella coscienza che il pericolo incombe. L’Europa di Maastricht studia come mettere fuori legge i simboli della lotta di classe, del riscatto degli sfruttati equiparandoli a quelli del nazismo, il capogruppo Udc alla Camera, Luca Volontè, propone l’introduzione del reato di apologia del comunismo. Gli fa eco Veltroni con il parallelo tra comunismo e nazismo riferendosi a Pol Pot, il capo dei Khmer rossi cambogiani sul cui sterminio non ci sono certezze.
Non va meglio nell’ex Urss dove sono stati aboliti i festeggiamenti del 7 novembre sostituito da due anni con la Festa dell’unità nazionale che, proprio il 4 novembre, ha visto scendere in piazza l’estrema destra russa. Né in Cecoslovacchia ed in Ungheria dove i comunisti sono perseguiti e processati.
Lo sviluppo imperialista porta con sé sempre maggiori divisioni e contraddizioni tra capitalisti in competizione tra loro; porta a guerre locali come preparazione di scontri sempre più ampi e devastanti, che inevitabilmente porteranno ad un indebolimento dell’intera classe borghese mentre, dall’altra parte, la classe operaia continua a crescere sia numericamente che intellettualmente, i popoli dei paesi più poveri non accettano più l’oppressione e lo sfruttamento secolare dei paesi ricchi. La rivoluzione ed il socialismo rappresentano sempre più l’unica via di sviluppo dell’umanità.
La contraddizione tra capitale e lavoro, infatti, diventa sempre più acuta, insanabile e inconciliabile. Le teorie riformiste si infrangono contro la realtà di tutti i giorni e ciò conferma che il capitalismo non è riformabile ma che deve essere abbattuto.
Nel nostro paese la necessità della borghesia di esercitare meglio il potere e imporre alle masse popolari il peso della crisi pone alle forze politiche istituzionali il problema della governabilità, attraverso decisionismo e repressione, Da qui tutti i movimenti per il Partito Democratico, e per la “Cosa rossa” - prossima sinistra europea - da un lato ed il partito delle libertà dall’altra. Una cosa è certa: la classe operaia ed il proletariato non hanno la loro rappresentanza politica e neanche quella sindacale.
La necessità del partito comunista è sempre più pressante, ma questo deve essere il Partito della classe operaia, non dei cittadini, né dei movimenti, anzi deve essere una parte di essa, quella più combattiva e cosciente che si organizza in partito politico.
Questo deve diventare il nostro impegno per attualizzare la Rivoluzione d’Ottobre perché solo il reparto cosciente e organizzato della classe operaia è in grado di superare la frammentazione e il gruppettarismo spesso settario e fine a se stesso che ha pervaso i comunisti in questi ultimi anni, permettendo all’avversario di classe in tutte le sue sfumature di lavorare indisturbato nella disgregazione dei ranghi proletari.
Riprendere la via tracciata dalla Rivoluzione d’Ottobre – grazie alla quale è stato sconfitto il nazi-fascismo, ha portato alla vittoria la Resistenza partigiana in Italia, enormi masse si sono liberate dal colonialismo e dalle dittature - è possibile, anzi necessario, per superare le difficoltà e le esitazioni e per passare da piccoli gruppi isolati e divisi ad un unico autentico e autorevole Partito Comunista nella stessa convinzione che abbiamo oggi - come aveva Lenin al primo Anniversario della vittoria della Rivoluzione -: “… qualsiasi cosa accada, quali che siano le calamità che gli imperialisti possono ancora provocare, essi non si salveranno. L’imperialismo perirà e la rivoluzione socialista internazionale vincerà malgrado tutto! “

  

 


30 ottobre 2007 redazione
manifestazione

sabato 10 novembre

a partire dalle h. 16.30, presso il Villaggio Globale di Roma si svolge la manifestazione per il 90° anniversario della Rivoluzione Socialista d’Ottobre.
Per quanto riguarda lo svolgimento dei lavori
L’assemblea inizierà non più tardi delle 17. Vi sarà una presidenza composta dai promotori che aprirà l’assemblea e leggerà una relazione introduttiva comune. Seguiranno gli eventuali interventi delle singole forze promotrici ed aderenti, che avranno la precedenza su quelli dei non-aderenti presenti in sala (salvo il caso di compagni che devono ripartire). Gli interventi dovranno essere contenuti entro i 10-12 minuti (max. 4 cartelle scritte con Times New Roman 12), per dar modo a tutti di parlare. Relazioni più ampie potranno essere illustrate o sintetizzate nello stesso tempo e successivamente consegnate alla presidenza per la pubblicazione di un fascicolo interamente dedicato al 90° anniversario che conterrà relazioni, interventi, comunicati, messaggi, ecc. e sarà inviato in forma elettronica agli interessati.
Fra un intervento e l’altro sarà data lettura di comunicazioni e/o messaggi di partiti ed organizzazioni esteri.
Chiunque abbia intenzione di intervenire è bene che si prenoti fin da subito facendolo presente a questo indirizzo e-mail.
Al termine dell’assemblea (h. 20.30-21) si potrà cenare a prezzi popolari in una sala vicina. Verso la fine della cena inizierà, nello stesso locale, lo spettacolo teatrale, ed a seguire canzoni di lotta.
indicazioni
Il Villaggio Globale è così raggiungibile: dalla stazione Termini prendere il bus 170 (parte ogni 12’) e scendere alla fermata di Largo Giovan Battista Marzi. Proseguire a piedi in direzione di Ponte Testaccio (60 mt.) e quindi  sempre diritti sul Lungotevere Testaccio, fiancheggiando l’ex mattatoio, per altri 100 mt. circa, fino all’ingresso del Villaggio Globale (la strada è riconoscibile per la presenza di un campo nomadi).
In alternativa: prendere dalla stazione Termini la metro B, direzione Laurentina, scendere alla fermata “Piramide”, raggiungere a piedi Via della Piramide Cestia e prendere l’autobus 719 per 5 fermate, fino alla fermata di Largo G.B. Marzi. Da lì come sopra.
Per chi viene in auto: si può parcheggiare in Via di Monte Testaccio, alle spalle del Villaggio Globale.
Tutte le realtà aderenti avranno la possibilità di esporre libri, giornali, documentazione ecc.
A tutti i partecipanti è chiesta una libera sottoscrizione che serve a coprire le spese di propaganda e di organizzazione dell’iniziativa. I compagni che necessitano di un posto letto per la notte del 10 devono avvisare il più presto possibile a novantesimoanniversario@yahoo.it.


2 ottobre 2007 redazione
editoriale

CLASSE CONTRO CLASSE
Francesco Rutelli è invitato a Monza per una premiazione e vi si reca con un volo di Stato (per la Formula Uno questo ed altro!). Mastella ne approfitta e si porta al seguito figlio e amici. E per par condicio sale sull’aereo anche Renzo Lusetti (anche lui ha iniziato la sua carriera politica nella Dc) con relativo figlio. Perché? Il bambino aveva la febbre e lui dice: “qualsiasi padre farebbe di tutto per il figlio malato”. Sì però non c’è un padre lavoratore che possa chiedere un passaggio sull’aereo di Stato perché il figlio non sta bene.
E, tra mogli, figli, amici e portaborse l’aereo si è riempito, forse volevano ammortizzare il costo del viaggetto: solo 20mila euro, spesi dopo mesi e mesi di bla bla sui costi della politica. Troppi privilegi, troppa arroganza, troppa furbizia. Intanto le famiglie sono sempre più in crisi. Si parla dei mutui a rischio nella “libera” America, ma in Italia è calcolato che 3,5 milioni hanno difficoltà a pagare mutui e affitti (che assorbono il 30% del reddito). Con il petrolio alle stelle (anche se lo paghiamo con un euro forte) e il continuo aumento delle bollette – che precede quelli di pasta, pane, carne ecc. - sarà un inverno gelido, una vera e propria stangata che non potrà certo essere arginata dal “bonus”, l’elemosina della Finanziaria.
Scandaloso il volo a Monza? Se Montezemolo invita dovrebbe pure pagare ma lui – come tutti gli industriali - è abituato solo a chiedere e non contento di ciò che già gli viene concesso sul fronte delle tasse, risparmia pure il viaggio dei politici. Ma lo scandalo vero è che per “rientrare nei parametri” imposti da Maastricht e per pagare il debito pubblico accumulato dai tempi di dominio della Dc, il governo non bada alle spese istituzionali, ma insiste sul taglio delle già minime pensioni. Presenta un piano welfare da fame, attacca i metalmeccanici che si ribellano, è arrogante di fronte alla protesta degli operai Fiat, presenta una Finanziaria che assicura alla Nato il 2% del Pil, cioè l’1% in più; stanzia 500 milioni di euro in più per la “sicurezza”; incrementa di 7-8.000 unità le varie Forze dell’ordine. Che, oltre ad essere utilizzate per addestrare le polizie delle neocolonie sulla base delle tecniche utilizzate a Genova nel 2001, garantiranno che alcun lavavetri o Rom sfugga dalle grinfie di Amato e dei sindaci di centrosinistra.
Il ministro della Difesa, Parisi “per non fare trovare in gravi difficoltà le missioni all’estero” porta i costi della nostra “proiezione bellica” da 18 a 36 miliardi.
Che la gente sia stufa dello strapotere anche di quello del centrosinistra - che ha deluso tutti coloro che più o meno per ordine di partito lo hanno votato - è emerso dalle piazze riempite da Grillo. Che da comico era già diventato un po’ “santone” e ora, con il suo Vday è entrato in modo dirompente, oltre che nelle piazze – facilitato dalla sua popolarità -, nei mass-media ed ha mandato in fibrillazione il mondo politico - che non si era ancora ripreso dalla bocciatura di Fiom dell’accordo di luglio.
Tutti hanno cercato di demonizzarlo. Il Vaticano, che ha sempre taciuto col governo Berlusconi e ormai si pronuncia su tutto, ha cavalcato la tigre e per bocca del presidente Cei, Bagnasco osserva che l’Italia è spaesata e in crisi morale e che il clima di materialismo tende a sfilacciare le persone.
Fassino urla pateticamente che “dobbiamo restituire al paese la buona politica”, mentre consegna il suo partito ai democristiani. In controtendenza persino con la Svizzera dove i comunisti recuperano, grazie ai giovani, il nome originario del partito comunista dichiarato fuorilegge nel 1940 e risorto nel dopoguerra come Partito del lavoro.
Solo che tutti quelli che sono stati travolti dal ciclone possono dormire sonni sereni perché la proposta di Grillo è debole, non è certo rivoluzionaria (Mauro Mazza può stare tranquillo). Tra demagogia e populismo, con il rischio del qualunquismo dietro l’angolo, da Grillo emerge però un elemento reale: la partecipazione attiva. Proprio quello che è mancato negli ultimi anni, grazie alla linea verticistica adottata da tutti i partiti che utilizzano iscritti e lavoratori solo quando la mobilitazione è funzionale alla politica dei leader.
Non si tratta, quindi, di fare antipolitica, ma di antipartitismo sì, in un’Italia dove - in nome del bipolarismo tanto sbandierato - continuano a nascere partiti (siamo a quota 46 se non sbagliamo). E anche quelli che si uniscono lo fanno sul piano federativo per poter mantenere ciascuno le proprie poltrone.
La democrazia non si misura con il numero dei partiti che sono strumento di tornaconto di alcuni individui (ora va di moda il termine casta) a discapito delle grandi masse lavoratrici.
È vero che tutti i politici sarebbero da mandare a casa come suggerisce Grillo, ma ci vuole un’alternativa. Un’organizzazione che prenda in mano la situazione. Quando si distrugge bisogna pensare a ricostruire e non è facile.
È quello che noi proponiamo da sempre: costruire il nuovo partito comunista degno di questo nome da troppo tempo e da troppi mestatori usurpato e infangato. Il partito della classe operaia che, con la sua lotta contro la proprietà privata dei mezzi di produzione e contro la borghesia, difenda gli interessi di tutte le masse lavoratrici e popolari.
Mandare a casa i politici non ci preoccupa né ci scandalizza convinti come siamo che questo Stato borghese sia da abbattere e sostituire con uno Stato proletario e rivoluzionario che imponga la propria democrazia basata sull’egemonia del proletariato. Capace di mandare a casa non solo i “servi”, ma di eliminare i loro padroni e mandanti: i capitalisti, il potere finanziario, il clero.


30 agosto 2007 redazione
vergogna

Che vergogna!!!
STIPENDI D’ORO E VOGLIONO FARCI CREDERE CHE L’AUMENTO DELLE PENSIONI (circa 1 euro al giorno) È UN SUCCESSO!

Mentre si prospetta un autunno di rincari: dal pane alla pasta, alla carne e continua lo stillicidio della disoccupazione, il governo sbandiera l’aumento delle pensioni per
3,4 milioni di pensionati. Il provvedimento riguarda chi ha più di 64 anni ed è titolare di un reddito inferiore o pari a 8.500 € l’anno (circa 654€ mensili, pari ad una volta e mezzo la pensione sociale di 436€). L’aumento sarà liquidato nel prossimo novembre in un’unica soluzione, per forza, visto che oscillerà fra i 262€ (20,15 € al mese) e i 392 € (27,85 € al mese). L’anno prossimo crescerà fino ad un minimo di 336 € (25,84 € al mese) e un massimo di 504 € (38,77 € al mese).
Dal 1° gennaio 2008 aumento da 559 € a 580€ (21€ al mese) per coloro che hanno almeno 70 anni e ricevono una pensione o un assegno sociale o trattamenti assistenziali per invalidi civili, ciechi e sordomuti.
Bravi, si sono sforzati davvero”!
Ma al singolo pensionato quanto viene al mese? Neppure un euro. Parlamentari e politici di governo - che non pensano minimamente a diminuire le spese statali e gli sprechi - hanno dichiarato che finalmente si è pensato ai più deboli. E allora pensiamo che per un pasto consumato alla “mensa” del Parlamento dove gli eletti pagano solo 9 € (rispetto al suo valore di 60 €), lo Stato copre i rimanenti 51 €, quasi il doppio dell’aumento mensile delle pensioni minime.
E sono sempre loro ad acquistare lussuosi appartamenti a prezzi di favore mentre i comuni mortali sono costretti ad anni di sacrifici per pagare mutui sempre più cari.
E c’è chi, tra i parlamentari che, abituati come sono (dovrebbero spiegarci come si fa a campare con quelle cifre) dichiara che nell’ipotesi in cui in sede di approvazione in Parlamento dell’accordo raggiunto a luglio, fossero richiesti e concessi ulteriori aumenti, “voterebbe contro”, aggiungendo: “Chi fa queste richieste punta a proteggere gli interessi di alcune categorie senza farsi carico dell’insieme” e tacciono sui vantaggi agli industriali e alla Chiesa (che ha il coraggio di ribellarsi!). Ma questi 3,4 milioni di cittadini non fanno parte dell’insieme?
Poi alla vergogna, si aggiunge vergogna.
I governanti ci illudono sulla ripresa economica e lo sviluppo, in realtà viviamo una crisi profonda, per giustificare i loro continui aumenti. A fronte di 1 euro al giorno per i pensionati ai consiglieri regionali vanno – per effetto di una legge nazionale – 320 euro in più, al mese! E tutti i discorsi di qualche mese sui costi della politica? Non c’è bisogno di scervellarsi molto per capire perché c’è la corsa alla politica istituzionale, infatti già molti (a partire dalla Lega) hanno giustificato l’aumento se si fa il proprio lavoro, e perché la “sinistra” va sempre più a destra!


29 luglio 2007 redazione
solidarietà

GRAVE PROVOCAZIONE CONTRO UN DELEGATO R.S.U.
LICENZIATO IL COMPAGNO FRANCO

Nel mese di luglio, con un banale pretesto, l’azienda SACECCAV SpA di Desio ha licenziato in tronco Franco Zanon.
Il compagno Franco, delegato sindacale FIOM, da anni impegnato in prima fila nel movimento operaio nel difendere gli interessi e i diritti dei suoi compagni di lavoro, ha pagato con il licenziamento l’opposizione ai piani di ristrutturazione che l’azienda da tempo ha messo in atto.
Franco da tempo era nel mirino della direzione per la sua attività sindacale. L’azienda, prendendo a pretesto il fatto che, mentre era fuori sede per servizio, si era fermato alcuni minuti ad un CAF per consegnare il 730 senza aver avvisato preventivamente, gli ha inviato una lettera di contestazione e, subito dopo, quella di licenziamento in tronco.
In questi ultimi anni, con il sistema della “cessione di ramo d’azienda” la Saceccav è stata spezzettata in più società a discapito della “funzionalità” e di una “efficiente organizzazione aziendale”.
Tutto ciò ha portato ad una perdita di diritti sindacali per alcuni gruppi di dipendenti e a forti preoccupazioni nei lavoratori per il loro futuro. A questo si aggiunge il fatto che uno dei delegati RSU, ex collega di Franco (licenziato), è stato promosso al rango di amministratore delegato di una delle società nate dallo scorporo.
Come si vede, anche in questo caso, il padrone usa sempre due pesi e due misure: da un lato repressione e licenziamenti alla prima occasione per i delegati combattivi che, difendendo gli interessi e i diritti dei lavoratori, ostacolano la “pacifica accumulazione dei profitti”; dall’altro premi e promozioni per i fedeli “cani da guardia” che agevolano e difendono gli interessi padronali.
Davanti a questo grave attacco ad un delegato RSU, ai diritti sindacali e dei lavoratori, FIM-CISL e FIOM-CGIL hanno fatto un comunicato di denuncia dell’operato aziendale, ma l’ufficio legale della CGIL, dopo aver aperto la procedura di conciliazione, necessaria e preliminare ad ogni causa di lavoro, sembra orientato a rinunciare a fare causa ex art. 28 (comportamento antisindacale), limitandosi ad avviare la procedura ordinaria e l’art. 700 (procedura d’urgenza) per il prossimo mese di settembre.
Il Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” esprime la sua più viva solidarietà di classe e si schiera accanto al compagno Franco colpito dalla repressione padronale.
Nessuna azione repressiva deve passare sotto silenzio, l’attacco padronale a chi è in prima fila nella lotta è sempre il primo passo dei padroni per eliminare i possibili organizzatori dell’opposizione anticapitalista nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro.

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli

Sesto S.Giovanni


23 luglio 2007 redazione
editoriale

SQUARCI SUL LUGLIO 2001
MA NON CI BASTANO, LA LOTTA CONTINUA

Sono passati 6 anni da quel luglio 2001 e in quella vicenda si apre uno squarcio. Su quel disegno repressivo noi non abbiamo mai avuto dubbi. C’eravamo a Genova e abbiamo vissuto quel che è successo, poi c’era il governo Berlusconi, il ministro Fini nella sala operativa e anche il capo di Polizia De Gennaro. Che, una volta emerso il suo coinvolgimento nel blitz alla Diaz è passato al nuovo incarico come capo di gabinetto del ministero dell’Interno, praticamente promosso dal governo Prodi e sostituito con Antonio Manganelli, gradito al Prc perché non era a Genova (però lui era assente perché in ferie!).
E proprio dalla sala operativa oggi sono venute alla luce delle telefonate tra le forze “dell’ordine” – che a Genova hanno procurato solo disordine e morti – che non ci indignano perché sappiamo da che parte sta la polizia, ma ci confermano la presenza di attivisti fascisti al suo interno.
Il vicequestore, Michelangelo Fournier, si pente dopo ben sei anni e in aula confessa di aver taciuto per vergogna e spirito di appartenenza. Testimonianza tardiva, ma che conferma, anche con particolari significativi come quello del poliziotto che ha mimato un atto sessuale su una ragazza che perdeva materia cerebrale, ciò che il movimento contro la guerra ha da subito sostenuto. Il blitz, come le cariche in piazza e l’uccisione di Carlo Giuliani sono stati una prova di forza del governo Berlusconi ben sostenuto dalla sua coalizione, a partire dal fascista Fini. Fournier definisce quella carneficina fascista una “macelleria messicana”, espressione che rievoca le parole usate da Ferruccio Parri, primo presidente del Consiglio e capo di un governo di unità nazionale per descrivere l’esposizione in piazzale Loreto di Mussolini & soci il 25 Aprile 1945. Non è la stessa cosa. L’esposizione di Mussolini è del tutto condivisibile, quello di Genova è stato un deliberato atto di forza su civili inermi.
In questo anniversario il Coisp, Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia (indipendente da chi e da che cosa?) voleva sfilare a Genova dove ha organizzato un dibattito dal titolo “L’estintore come strumento di pace” – sicuramente di difesa, vista la situazione del 2001 -. All’iniziativa partecipa l’ex carabiniere, ricompensato da Berlusconi con l’unico premio che conosce, quello dei soldi, Mario Placanica, ovvero l’assassino di Carlo. Quindi altra dimostrazione – se ce n’era bisogno – che nelle forze di polizia si annidano facinorosi fascisti. Che, insieme con quelli che siedono in Parlamento e con quelli delle formazioni di manovalanza (braccio armato della reazione), ci fanno ben capire quanto bisogno ci sia di mantenere vivo l’antifascismo militante.
Sono mesi, ormai, che le squadracce nazifasciste rialzano la testa colpendo giovani dei centri sociali, sedi – persino quelle del Prc -, sfregiano lapidi dei partigiani, si lanciano al grido di duce, duce contro il pubblico di un concerto, quello di Villa Ada del 29 giugno.
A Firenze, dove i fascisti si presentano difensori della sicurezza, pochi giorni dopo un’assemblea fallita per la mobilitazione di “Firenze antifascista”, sapientemente strumentalizzata dalla stampa locale, si sono scatenati con minacciose scritte sui muri contro il sindaco e l’assessore alla sicurezza pubblica, siglate da svastiche. Immediate le reazioni di solidarietà e condanna da parte dei politici, gli stessi che hanno solidarizzato qualche giorno prima con l’ex picchiatore del Msi, Totaro ora senatore contestato dagli antifascisti, processato e assolto per aver definito il gappista fiorentino, Medaglia d’Oro al valor militare Bruno Fanciullacci un vigliacco assassino. Insulto che non ha indignato nessun politico istituzionale.
La “condanna” che emerge in alcuni casi di fronte alle violenze fasciste è pura ipocrisia. È una reazione superficiale e priva di contenuti – come lo sono le celebrazioni retoriche degli anniversari (a pochi giorni dal 27° anniversario della strage di Bologna si mette in discussione la colpevolezza degli unici due fascisti condannati…) – e della volontà di scoprire le verità. È sempre più evidente che chi arriva alla politica istituzionale lo fa per garantirsi un sistemazione a vita e non certo per fare l’interesse della comunità.
Se questi gravi fatti di violenze fasciste si sommano con ciò che è emerso sulla Diaz, con le intercettazioni e gli intrighi delle logge segrete e degli affari che ipotizzano una nuova P2 (puntualmente smentita dal ministro della Difesa Parisi!), i dossier del Sismi, con i misteri sull’attentato a Borsellino, con l’attivismo della mafia, con il programma di costituzione di una brigata di “Soldati del futuro” muniti di equipaggiamento ipertecnologico, armi supersofisticate, collegamenti computerizzati annunciato dalla Stato maggiore dell’esercito, e con il servilismo del Governo verso l’imperialismo Usa al quale si concede potenziamento e nuove Basi militari come Dal Molin, c’è di che preoccuparsi. Siamo in un clima di fascismo strisciante e il pericolo di un piano eversivo incombe sempre. Oggi, come in tutte le trame che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra si fa riferimento ai servizi deviati, ma di quale deviazione si parla? I servizi fanno il loro mestiere secondo i potenti cui sono legati, ogni tanto qualche magistrato apre inchieste che poi… si chiudono e tutto torna a tacere.
Perché sono possibili tutti questi fatti? E qui la risposta è facile. Quando si rinuncia all’ideologia comunista e ai valori antifascisti per costruire a tavolino partiti “che vadano bene per tutti”: dalla Confindustria al Vaticano, si lascia libero campo al nemico. E i nemici del proletariato si annidano ovunque e sono pronti ad intervenire per frenare le mobilitazioni del movimento comunista, operaio e popolare e colpire il conflitto di classe che inevitabilmente si svilupperà.
Ci può stupire se in questo governo di isterici del centrosinistra c’è una Bonino che ricatta il governo in funzione anticomunista quando un Fassino va a piangere le vittime dei “gulag” a san Pietroburgo? Con il suo discorso di frasi secche e taglienti sul fallimento del comunismo, sui suoi crimini, sulle colpe dei dirigenti del Pci, sull’”ingenua speranza di una società nuova”. Fassino paga il prezzo del centrosinistra al governo e della liquidazione totale di un’esperienza di sinistra a favore della nascita di un non ben definito partito democratico che raccoglierà i rimasugli della vecchia Dc.
Ed è sugli ex Pci, ormai sparsi sotto diverse sigle, senza più punti di riferimento, ma tutti subalterni ai processi liberisti, che ricade la maggiore responsabilità della riabilitazione del fascismo e della creazione della sua legittimazione. Che, ultima notizia, ha portato un dirigente dell’MSI-fiamma tricolore che definisce il termine fascista a lui molto caro, che suona in un complesso musicale un repertorio di brani che celebrano i gerarchi nazisti, capogruppo della lista del sindaco leghista Tosi, Andrea Miglioranzi, rappresentante del consiglio comunale di Verona nell’Istituto veronese per la Storia della Resistenza.
A noi rimane l’esigenza di mantenere viva la presenza organizzata dei comunisti basata sulla lotta di classe e continuiamo nel nostro impegno verso la costituzione del partito comunista. La divisione tra le classi, lo sfruttamento della borghesia capitalista, l’imperialismo e le sue guerre sono una realtà. E a pagare è il proletariato mondiale che non resterà passivo, al di là di tutto ciò che sostengono i revisionisti e i vari “buonisti”.

 


5 giugno 2007 redazione
editoriale nu 4/2007
NO ALL'IMPERIALISMO, AL CAPITALISMO, ALL’OSCURANTSIMO
Chiesa e destra scoprono l’esistenza della “gente” e delle famiglie e si inventano il “family day”. E in diretta tv sono state trasmesse immagini idilliache di mamme e bambini, tanti figli, spaventati dai Dico, liberali e cattolici che però chiedono aiuto allo Stato. Fa notizia che la Caritas consegna pacchi ai poveri. La gente e le famiglie, arrancano da anni per arrivare a fine mese perché i salari sono da sempre miseri. Ricordiamo bene quando, all’epoca della Dc, erano gli stessi candidati a portare personalmente i viveri nelle zone più povere delle città alla vigilia delle elezioni! Un sistema di acquisto voti che non è cambiato se si pensa che a Palermo, sotto elezioni, l’assessore al personale ha fatto assumere all’azienda dei trasporti 110 conducenti… privi di patente. Impareranno ha risposto, “è solo questione di pochi mesi”. Giusto il tempo di incassare il voto!
Fiumi di parole sulla famiglia. Il governo organizza la Conferenza nazionale sulla famiglia dove la Bindi affossa i Dico e propone un tavolo permanente e Prodi analizza che la precarietà distrugge i giovani e promette che il Tesoretto andrà alle famiglie. Nel frattempo, dopo quello delle elezioni in Francia – prima per il candidato donna, poi con la vittoria di Sarkozy (elogiato da Veltroni) -, nasce un altro tormentone: la crisi e i costi della politica. D’Alema lancia i
l sasso sulla credibilità della politica. Perspicace! Però non riconosce che la colpa è sua e di tutti coloro che hanno affossato gli ideali comunisti.
Se nel governo Berlusconi era chiaro che c’era un padrone con un entourage sottomesso e ossequiente, nel governo Prodi c’è un’accozzaglia di vice e ministri e sottosegretari che, senza una linea comune, sparano a ruota libera ciò che gli viene in mente giorno per giorno. Ancora una volta il centrosinistra, succube del Vaticano, dimostra di non saper governare neppure sul piano riformista. Privo di una strategia non è in grado di affrontare né la questione morale né i problemi veri della società e dare delle risposte e neppure di governare l’emergenza.
La Turco militarizza il territorio mandando la polizia nelle scuole per arginare l’uso di droga, reprimere invece di educare e colpire i mercanti; Amato, strumentalizzando il malcontento operaio, lancia l’allarme sul terrorismo non ancora estirpato e sull’ostilità verso la polizia e punta sulla repressione; il Presidente Napoletano fa il mea culpa nell’anniversario della morte di Calabresi; Parisi manda Predator e più mezzi al contingente italiano in Afghanistan (che però rimangono bloccati a Kabul e perfino a Herat). C’è qualcosa di sinistra in questo? C’è qualcosa di sinistra nel futuro Pd dove tutti stanno correndo verso la direzione?
Le elezioni amministrative sono state un banco di prova, non tanto per le città perse dove la presenza di industriali, artigiani, commercianti del ricco nord Italia, ben oleati dalla relazione di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria, rappresentano la base elettorale del centrodestra, quanto per l’aumento dell’astensionismo evidentemente di protesta.
Non si può pensare di conquistare i lavoratori a livello elettoralistico – sebbene siano ancora tanti quelli che votano turandosi il naso come a Genova, per esempio -, con un governo antipopolare e ondivago. Gli avvisi ci sono stati anche quando Giordano e Ferrero sono andati a volantinare davanti alla Fiat. L’accoglienza non è stata calorosa, anzi molti operai hanno ribadito “credevo che con la sinistra al governo sarebbe cambiato qualcosa, ma non è vero” o “fate qualcosa di sinistra, ridate una dignità agli stipendi e alle pensioni. Ma hanno anche denunciato che “ci stiamo riducendo alla schiavitù”. “I lavoratori chiedono un segno importante a loro favore”, dice Ferrero, che ringrazia per aver “fatto sentire la loro voce”, cioè per aver scioperato, tanto a rimetterci sono loro! Ma come la mette con la partecipazione e la cogestione dei “comunisti” al governo?
Ma c’è voluto questo scossone elettorale per far sì che i partiti di sinistra – che puntano tutto e solo sulle elezioni – si rianimassero. Ma come lo fanno? Prc e PdCi chiedono una svolta su pensioni e salari, di risarcire gli operai. Se dopo una campagna elettorale basata su un programma di 400 pagine, dopo un anno di governo e dopo la debacle dell’astensionismo l’obiettivo di PRC (considerata sinistra radicale!) è risarcire gli operai siamo veramente ridotti male e non si capisce proprio dove sia la differenza tra governi di cd e cs.
La differenza non si riscontra neppure a livello internazionale. Il 9 giugno il governo riceve il capo dell’imperialismo Bush, reduce dal G8, il cui arrivo è già stato preceduto da una richiesta di guerra. E le forze che sostengono il governo dividono la piazza in due manifestazioni, una della “sinistra radicale”, che dovrebbe arginare la protesta contro il governo Prodi e le sue scelte di guerra con truppe specializzate in 24 Paesi, con l’aumento del 13% delle spese militari; con l’appartenenza alla Nato, con il mantenimento delle costose basi militari e la concessione al raddoppio della base Usa di Vicenza, con l’accelerazione della ricerca militare con Finmeccanica dopo la firma dell’accordo segreto sullo “scudo spaziale”; con l’appoggio della fusione delle banche per meglio finanziare i futuri interventi negli scenari di guerra a rimorchio dell’imperialismo Usa, con lo sfruttamento industriale della manodopera nei paesi a bassissimi salari. E l’altra che combatte contro l’imperialismo statunitense ed europeo e, al tempo stesso, la politica dell’attuale governo.
Forti manifestazioni sono previste ad Heiligendamm, sulla costa nord orientale della Germania, contro il vertice. E in previsione la Germania ha ristabilito una pratica usata dal Reich guglielmino - occasione ghiotta per dire che era usata anche dalla Germania dell’Est -. Il ministero dell’Interno ha deciso di usare i cani da fiuto per raccogliere e schedare l’odore degli attivisti. Nelle ultime settimane la polizia si è presentata di buon mattino a casa dei militanti più conosciuti e li hanno obbligati a tenere in mano barrette di metallo avvolte poi in panni e sigillate in barattoli di vetro con su scritto il nome. Anche questa è l’Europa dei capitali.
La vera crisi è quella dei valori propri di una società collettiva, della mancanza di un’ideologia che rafforzi la prospettiva socialista, cioè la vittoria dei lavoratori sul capitalismo e l’imperialismo. E dopo il devastante declino di “Liberazione” (basta leggere gli articoli su Cuba) Bertinotti sulla sua rivista “Alternative per il socialismo” di prossima uscita, abbandona persino il termine comunismo e sancisce così l’ultimo strappo. Cossutta l’aveva già preceduto dicendo che era pronto a rinunciare al simbolo della falce e martello, al nome “comunisti” perché quello che conta è l’obiettivo. Ma quale obiettivo? I lavoratori hanno bisogno di certezze, di un partito comunista che rappresenti effettivamente gli interessi della propria classe di appartenenza. Abbandonare tutto ciò significa cedere e concedere completamente la società alla borghesia. Partecipare a governi che gestiscono il capitalismo significa abbandonare il fondamentale concetto della lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione. Diventano patetici i grandi discorsi sulle morti bianche e la precarietà se in pratica non si agisce per un cambiamento reale. Per cambiare realmente, per capovolgere i rapporti di forza, la classe operaia e il mondo del lavoro devono riprendere in mano politicamente il proprio destino e ritornare protagonisti della storia.


16 aprile redazione
editoriale

25 APRILE E 1° MAGGIO
RESISTENZA OPERAIA E INTERNAZIONALISMO PROLETARIO

Queste due date rappresentano conquiste bagnate dal sangue proletario nella lotta contro il capitale che, con il passare degli anni, il capitalismo cerca di snaturare, cancellandone la memoria storica.
Se 62 anni fa la resistenza operaia e proletaria contro il nazifascismo determinò il crollo del regime fascista, ciò si deve soprattutto al ruolo fondamentale che svolse la classe operaia nelle fabbriche, nelle città ed in montagna. La resistenza fu sostenuta da un grande consenso popolare fra le masse operaie e proletarie. In molte fabbriche gli operai si privarono di parte del cibo,  sottraendolo alla mensa per inviarlo in montagna ai partigiani.
Nella primavera del 1943 (8-13 marzo) avviene il grande sciopero operaio nell’industria torinese.
Alla Fiat - su circa 21 mila operai - gli iscritti al PCI erano poco più di cento. Furono queste poche centinaia di quadri comunisti, sparsi in qualche decina di fabbriche, gli organizzatori delle lotte che videro oltre centomila operai incrociare le braccia e scioperare fermando la produzione.
Lo stesso processo avvenne in altre parti d’Italia. Nelle fabbriche milanesi e di Sesto San Giovanni (Pirelli, Borletti; Breda, Falck) gli operai - controllati a vista dalla milizia fascista e dalla Gestapo - per impedire ritorsioni e arresti contro i primi lavoratori che fermavano le macchine decisero di ricorrere ad uno stratagemma: fermarsi contemporaneamente tutti insieme al suono di una sirena (azionata clandestinamente da un operaio) per rendere più difficile il riconoscimento degli organizzatori della protesta.
Insieme con gli obiettivi politici “contro la guerra e contro il fascismo, per la pace” c’erano obiettivi economici immediati: “più razioni alimentari” “indennità di carovita” “assistenza agli sfollati e nuove abitazioni per le famiglie rimaste senza casa per i bombardamenti”.
Il regime fascista, dopo vent’anni di relativa pace sociale ottenuta attraverso le leggi antisciopero, veniva scosso dalle fondamenta dalla lotta del proletariato italiano.
I primi segnali della ripresa della lotta della classe operaia in Europa avvennero con lo sciopero del febbraio 1941 ad Amsterdam contro la deportazione degli ebrei. Questo fu il primo atto di lotta aperta della classe operaia contro il fascismo.
Con gli scioperi del marzo ‘43 in Italia, che portarono anche a miglioramenti alimentari e salariali, la classe operaia riprende  coscienza della propria forza e fiducia nella lotta e nei suoi dirigenti più coerenti, gli operai comunisti.
Le proteste continuarono nei primi mesi del 1944, in particolare in Lombardia e in Liguria dove 8 comunisti vengono condannati a morte da una corte marziale italiana ed assassinati come monito per gli scioperanti.
Nel marzo del 1944 (dall’1 all’8) si ebbe il più grande sciopero generale contro il nazi-fascismo con parole d’ordine come “via i tedeschi dall’Italia” “pace subito”. I lavoratori con alla testa  gli operai comunisti preparavano le condizioni dell’insurrezione.
La reazione nazi-fascista fu durissima. Serrate di fabbriche, migliaia di arresti, minacce di fucilazione, centinaia di lavoratori deportati in Germania non riusciranno ad impedire - l’anno seguente - la liberazione.
Contemporaneamente la repressione  spinse molti lavoratori ad abbandonare le loro case, le fabbriche e ad unirsi ai partigiani sulle montagne. Gli scioperi, i sabotaggi, la lotta antifascista delle masse operaie unendosi alla resistenza armata dei partigiani nelle città e sulle montagne furono determinanti per la caduta del regime fascista.
Nel dopoguerra, la borghesia, con il revisionismo storico, ha cercato prima di annacquare e poi di cancellare il carattere di classe della Resistenza in Italia, trasformando il 25 Aprile in una giornata “tricolore”, di “concordia nazionale”, di “festa di tutti gli italiani”, una giornata in cui sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori si trovano retoricamente uniti nel celebrare l’Italia nata dalla Resistenza.
La classe operaia organizzata nel suo partito, guidando la lotta antifascista, non delegando ad altri la liberazione del paese lasciò la sua impronta classista facendo del proletariato italiano e delle classi sottomesse gli artefici della liberazione dal nazi-fascismo. La stessa operazione viene fatta contro un’altra data simbolo della lotta proletaria.

Il 1° Maggio,
celebrato per la prima volta a Chicago 121 anni fa, nel 1886, sul sangue di 5 lavoratori anarchici assassinati dal capitalismo, divenne nel 1890 una grande giornata di lotta internazionale degli operai per la conquista delle otto ore e di altri provvedimenti legislativi a tutela dell’integrità fisica del proletariato. Questa lotta non aveva solo l’obiettivo di migliorare le condizioni brutali di lavoro e di vita della classe operaia, ma di inquadrarla nella lotta di classe per l’abbattimento del sistema capitalistico. Il Primo maggio fu fin da subito una giornata di lotta internazionalista contro nazionalismi e sentimenti “patriottici”, che chiamava all’unità degli sfruttati e alla solidarietà di classe contro il comune nemico, il capitale internazionale. Il movimento internazionale dei lavoratori dal 1° Maggio, quando fu istituita questa giornata internazionale di lotta in tutti i paesi è sceso in piazza, nelle strade rischiando licenziamenti, arresti e talvolta la vita i nome dell’internazionalismo proletario. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.
Il primo conflitto mondiale apre la fase delle guerre imperialiste e delle rivoluzioni proletarie, mettendo all’ordine del giorno la questione del potere proletario e della dittatura del proletariato.
Trasformando questa giornata di lotta in una giornata di festa nazionale nel 1919 il governo tedesco di Schedemann - che per primo istituì i campi di concentramento per detenuti politi rinchiudendoci migliaia di spartachisti - cerca di recidere il carattere rivoluzionario e sovversivo di questa giornata di lotta che fa tremare i capitalisti e gli sfruttatori di tutto il mondo.
Nel 1933 Hitler ribattezzerà il 1° maggio “Festa del Lavoro Nazionale” trasformandolo in una grande parata nazista. Negli stessi anni in Francia la borghesia durante i governi espressi da raggruppamenti radicali, del Partito socialista e del PCF fa del 1° Maggio la “Festa Tricolore”. Il 18 aprile 1946 in Italia il Consiglio dei Ministri decreta il 1° maggio “Festa Nazionale”. Lo stesso avviene anche in altri paesi dove, all’insegna dell’unita antifascista, la borghesia cerca di sottomettere gli interessi della classe proletaria a quelli degli schieramenti imperialisti che si contendono la spartizione del mondo. Anche la Chiesa cattolica ci mette del suo, trasformando il 1° Maggio nella “Festa di S. Giuseppe lavoratore”. In Italia il 1° maggio, è stato snaturato sempre più proprio dagli ex partiti comunisti, da anni nella gestione diretta degli interessi borghesi, e ora al governo, e dai sindacati (Cgil-Cisl-Uil), trasformandolo in una giornata di festa in cui si fa un grande concerto a Roma. Anche alcuni sindacati di base si limitano ad  organizzare la “festa” del May Day Parade.
Ancora una volta tocca agli operai, ai lavoratori, ai proletari comunisti ripristinare i caratteri di classe fondanti di questa giornata di lotta internazionale. La classe operaia internazionale ha interessi comuni e la solidarietà di tutti i lavoratori, al di là della razza, della nazionalità, delle qualifiche e dei settori industriali in cui è impiegata, è necessaria perché solo unendosi può creare le condizioni per abbattere l’imperialismo nella prospettiva del socialismo.
I padroni, in tutto il mondo, da anni cercano di trasformare le giornate di lotte proletarie in ricorrenze retoriche svuotandole dei loro contenuti. Il 25 Aprile è stato trasformato ”nella giornata della pacificazione e concordia nazionale”, nella “festa di tutti gli italiani”. Il 1° Maggio nella festa della celebrazione e santificazione del lavoro.
In queste occasioni dai vari palchi gli ex partiti operai (DS-PRC-PdCI) ed i sindacati di regime (Cgil-Cisl-Uil-Ugl ecc), sostenitori delle “guerre umanitarie e preventive”, si riempiono la bocca di “internazionalismo, emancipazione, difesa della pace e democrazia”.
In realtà il loro “internazionalismo“ è il diritto del capitale italiano ed europeo a penetrare nei paesi concorrenti. La loro “emancipazione” significa aumento delle aree di sfruttamento a scapito di altri capitalisti. La loro “pace” è quella dei bombardieri che massacrano le popolazioni civili inermi e la collaborazione tra operai e padroni per combattere insieme contro gli operai ed i padroni dei paesi concorrenti. Così si cerca di snaturare la giornata di solidarietà rivoluzionaria degli sfruttati di tutto il mondo: dal motto “i proletari non hanno patria” alle parate nazionalistiche.

Da tempo i padroni cercano di toglierci anche il 25 Aprile ed il 1° Maggio. La classe operaia internazionale deve riprendere in mano le sue bandiere, collegandosi ed organizzandosi per ricostruire il suo partito e il suo programma – l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della proprietà privata del capitale, preparandosi a rispondere alla guerra imperialista con la rivoluzione proletaria.


31 marzo 2007 redazione
comunicato coord. lavoratori comunisti

CONTRO LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA LOTTA DI CLASSE
coordinamento Lavoratori Comunisti

In questi ultimi mesi, prendendo a pretesto l'arresto di alcuni compagni, accusati di appartenere alle nuove B.R. lo Stato borghese ha avviato una campagna di criminalizzazione su vasta scala delle avanguardie proletarie, a cominciare dai posti di lavoro. Contiamo già una decina di licenziamenti, tra Padova, Torino e Sesto S.Giovanni.
Tutto questo non è nuovo. L'obiettivo, di sempre poiché le campagne politiche anticomuniste e antioperaie non hanno mai avuto bisogno di pretesti, è quello di isolare i compagni e soprattutto - con la denigrazione, i licenziamenti politici, gli arresti - è intimidire tutti i lavoratori che si organizzano e si battono contro lo sfruttamento, al di fuori delle "compatibilità" e delle regole democratico-borghesi stabilite dai padroni.
In Italia ogni anno muoiono sul lavoro e di lavoro più di 1.500 lavoratori, 2.500 ogni giorno sono coinvolte in infortuni; 200mila gli infortuni annui tra i lavoratori "in nero". Decine di migliaia rimangono gravemente menomati, altre migliaia si ammalano e muoiono a causa delle malattie contratte sul lavoro. Nel mondo gli incidenti sul lavoro causano la morte di 2 milioni di lavoratori e gli infortuni totali sono 270 milioni.
I lavoratori sono sempre più precari e con salari sempre più bassi, milioni di anziani sopravvivono con pensioni di fame e milioni di giovani, oltre a un presente di totale precarietà, se mai arriveranno a percepire la pensione prenderanno la metà di quello che oggi hanno i loro genitori, grazie alle politiche filopadronali dei sindacati collaborazionisti Cgil-Cisl-Uil.
Ogni giorno peggiorano le nostre condizioni di vita e di lavoro, ogni giorno aumenta la ricchezza che noi produciamo e di cui si appropriano i capitalisti. Nel mondo si combatte una guerra di classe "non dichiarata" le cui vittime sono tutte da una sola parte: i proletari e le masse oppresse e sfruttate. Questa è la realtà della società capitalista.
Ciò genera inevitabilmente l'opposizione di gruppi di lavoratori e compagni che, individuando nel sistema capitalista la causa dello sfruttamento, si organizzano e lottano su posizioni antimperialiste, anticapitaliste, per il socialismo.
I padroni e il loro Stato si sono fatti la società su misura e le leggi per tutelare i propri interessi. Per i capitalisti è legale sfruttare la forza-lavoro, è normale che migliaia di lavoratori siano sacrificati sull'altare del profitto, è "legale" fare guerre "umanitarie" e preventive contro il terrorismo e missioni militari per portare a suon di bombe "democrazia e pace" a centinaia di migliaia di morti innocenti.

È invece illegale tutto ciò che ostacola e mette in discussione il loro sistema di rapina, sfruttamento e oppressione.
Attaccare l'avanguardia del proletariato, attaccare i rivoluzionari cercando di farli apparire esterni al movimento operaio è funzionale al progetto borghese.  I governi di centro-destra e di centro-sinistra, le due facce dell'imperialismo italiano, hanno sempre fatto a gara nell'orchestrare campagne forcaiole contro la lotta rivoluzionaria della classe operaia e proletaria e, ciclicamente, rispolverano la "lotta al terrorismo" nel tentativo di stringere tutte le classi sociali intorno agli interessi della classe padronale dominante. In queste operazioni si sono distinti, e si distinguono anche oggi, i partiti della sinistra borghese -Verdi, DS, PdCI, PRC, alcuni centri sociali ormai "normalizzati"- che, insieme ai sindacati collaborazionisti Cgil-Cisl-Uil, si dimostrano i più fedeli cani da guardia dei padroni.
In realtà quello che, oggi una volta ancora, si vuole criminalizzare è la lotta di classe, ogni lotta che metta in discussione la "pacifica accumulazione dei profitti, eliminando così i possibili organizzatori dell'acuirsi dello scontro di classe domani
. Nessuna azione repressiva contro i lavoratori deve passare. Lasciar passare sotto silenzio la criminalizzazione e la repressione di chi non accetta di sottoporsi allo sfruttamento significa lasciare la strada aperta a chi prepara le future azioni repressive contro l'insieme delle classi sfruttate ed oppresse.  Si può non condividere la strategia di lotta ma non può venire mai meno la solidarietà.
Ai lavoratori licenziati, a quelli espulsi dalla Cgil, a quelli colpiti dalla repressione va la nostra solidarietà di classe.
31 marzo 2007

lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


20 marzo 2007 redazione
editoriale

I COMUNISTI NON SONO TERRORISTI
Ma in che mondo viviamo? Se si presta attenzione a tutto ciò che succede non ci vuole molto a capirlo. Il garante della privacy blocca la diffusione di notizie che offendono la dignità umana e che riguardano la sfera sessuale e la vita privata delle persone (chi viola questo diktat rischia il carcere da 3 mesi a due anni) per l’inchiesta di Potenza. Vicenda che fa emergere altro marcio di questa società priva di valori, ma lo stesso garante non è intervenuto per nulla ad impedire che dei giovani comunisti finiscano sbattuti in prima pagina come mostri perché arrestati per aver affisso manifesti o per essere impegnati nelle lotte sindacali in difesa dei propri diritti e di quelli dei lavoratori. Dei 4 compagni arrestati il mese scorso a Milano si è scritto di tutto e di più. Infatti, nonostante la scarcerazione, sono arrivate puntuali – come prevedibile - le lettere di licenziamento. I benpensanti tanto garantisti quando si tratta di colpire truffatori, palazzinari bancarottieri, delinquenti o politici corrotti diventano i peggiori forcaioli quando si tratta di colpire chi non si sottomette al volere capitalista. Oggi si viene accusati di terrorismo e, quindi, si viene sbattuti in prima pagina sui giornali con tanto di nome cognome e foto (alla faccia della privacy) e poi licenziati e prima ancora di subire un processo ed un’eventuale condanna.
Licenziamenti politici in quanto le motivazioni addotte si basano su concetti che mobilitano milioni di persone nel mondo, ed introducono un principio molto pericoloso che chi professa idee comuniste non può lavorare. E questo clima di criminalizzazione delle lotte si abbatte su tutto il movimento dei lavoratori.
Subito sono partite le epurazioni interne ai sindacati confederali, fedeli difensori e cogestori del capitalismo. Dalla gestione della pace sociale alla gestione del Tfr, concertano insieme al padronato per restringere ulteriormente gli spazi ai lavoratori più combattivi e non concertativi, togliendo le deleghe e non rispettando il diritto di assemblea nei luoghi di lavoro.
Bush insegna, quando vuoi toglierti un nemico, inventa documenti, accusalo di terrorismo e il gioco è fatto. Ci sono molti rospi da far ingoiare al movimento operaio sia sul piano dello sfruttamento padronale che su quello governativo. Non si cancella, infatti, la legge Biagi, avanza la riforma delle pensioni - ovviamente quelle dei dipendenti mentre restano intatte quelle d’oro e di platino dei Parlamentari -, abbiamo gli stipendi più bassi d’Europa (… ma il numero più alto di forze dell’ordine!).
L’operazione degli arresti scattata alla vigilia della manifestazione a Vicenza - anticipata da un clima di tensione e intimidazione - ha lo scopo di eliminare quelle voci che non si piegano al pensiero unico ed ha l’obiettivo di togliere di mezzo coloro che lottano fuori da ogni concertazione.
La repressione si abbatte anche contro i luoghi di aggregazione come i centri sociali che, quando non vengono sgomberati, gli si alza intorno un clima di sospetto e diffidenza, spesso basati su pressione dei fascisti e sostenuti dai quotidiani reazionari.
È in atto la criminalizzazione della lotta di classe, dell’aspirazione all’emancipazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della costruzione di una società socialista.
I comunisti non sono terroristi, ma sono implacabili nemici della proprietà privata, del capitalismo e del suo Stato, e lottano ogni giorno per il loro indebolimento fino ad arrivare al definitivo abbattimento. E nonostante il crescente revisionismo storico della “sinistra” e tutte le attività dei partiti e vari gruppi di destra non moriranno perché fino a che ci sarà oppressione e sfruttamento ci sarà chi resisterà.
Ci si può forse adagiare su scelte come quelle del governo di centrosinistra di mantenere truppe militari in varie parti del mondo?
Si può accettare il rifinanziamento della “missione” in Afghanistan – cioè il potenziamento delle dotazioni militari (Predator ed elicotteri)? Sono passati sei anni da quando gli Stati Uniti decisero, coinvolgendo l’Italia attraverso la Nato, per “trovare Bin Landen” che mai è stato trovato, e togliere il “burqa” alle donne. Una vera e propria guerra che ha distrutto popolazione civile e territorio mentre le donne continuano a portare il burqa, i talebani si sono riorganizzati e si è sviluppato a dismisura il mercato dell’oppio.
Si può tacere su 5 anni di guerra in Iraq, altro paese annientato per le mire espansioniste degli Stati Uniti?
Dovremmo abbassare la testa di fronte alla repressione, all’aggressività delle squadracce fasciste; all’oscurantismo Vaticano intenzionato a riportare la società al Medioevo?
Ci sembra pienamente coerente voler trasformare una società marcia fatta di commistione tra 007, servizi segreti, carabinieri, faccendieri legati a Gelli, mafia, massoneria, capitalisti, giornalisti spie cresciuti negli oratori come quelli di “Libero” e di “Famiglia Cristiana”; di voli “segreti” della Cia e quant’altro.
Un paese dove 50 militari reduci dalla guerra, voluta da D’Alema, sono morti a causa dell’uranio impoverito, ma il 70% è malato ed è stato operato alla tiroide (e chissà la popolazione locale in che stato si trova!). La popolazione non vuole la guerra e vuole salvaguardare la salute, ciononostante il governo – suddito dell’imperialismo - riconferma la presenza delle basi Usa e Nato, anzi concorda il loro ampliamento.
Sul piano interno i Ds accelerano lo scioglimento - liquidando completamente l’esperienza di un patrimonio che ha portato la vittoria della Resistenza contro il nazi-fascismo – confluendo nel partito democratico con gran parte di quei democristiani che, dalla loro nascita, hanno svenduto il Paese. Di fronte alla modifica della legge elettorale che li taglierebbe fuori emergono le proposte di “riconciliazione” tra PdCI e Prc che, pur di sostenere il governo Prodi, giustificano qualsiasi scelta scellerata e producono una grande confusione tra i loro stessi iscritti.
In questi partiti di comunista nulla rimane, se non nel nome. Racchiusi nel loro cretinismo parlamentare puntano sul concetto della non violenza – intesa come rinuncia alla lotta di classe – e, quindi alla rinuncia del marxismo e della prospettiva di una società socialista ponendosi, oggettivamente, dalla parte della borghesia.
Eppure la storia del movimento operaio e comunista ha dimostrato che riscattarsi è possibile, che c’è una possibilità di società diversa da quella in cui viviamo fatta di sfruttamento, guerre, omicidi bianchi, mafia, logge massoniche, corruzioni, scandali, sottocultura, prostituzione, razzismo ecc.
Non c’è bisogno di cercare nuove strade. Bisogna però individuare i nemici – che non sono solo dall’altra parte della barricata – e rilanciare la lotta di classe senza temere, per questo, di essere accusati di terrorismo.

 

 


10 marzo 2007 redazione
appello

Libertà per Bahar e i prigionieri turchi
Bahar Kimyongür è un cittadino belga che da oltre 12 anni denuncia le numerose violazioni dei diritti dell’uomo che hanno avuto luogo in Turchia.
Non ha commesso alcun delitto, né alcun atto di violenza, né in Belgio, né in Turchia, né in un altro luogo, tuttavia il 7 novembre 2006 un tribunale belga lo ha condannato a 5 anni di reclusione!
La condanna di Bahar Kimyongür è derivata all’utilizzazione dalle nuove leggi «antiterrorismo» ispirate dall’amministrazione Bush e dalle pressioni esercitate dal regime turco. Lo Stato belga ha, inoltre, voluto condurre un processo parziale, finalizzato a poter definire gli oppositori politici dei criminali. Bahar Kimyongür, Musa Asoğlu, Şükriye Akar et Kaya Saz stanno scontano pesanti pene in seguito alla loro condanna nel quadro del «processo al DHKP-C», un’organizzazione rivoluzionaria turca.
La condanna di Bahar Kimyongür ha il significato che esprimere un punto di vista antagonista e organizzarsi conseguentemente è divenuto, ormai, passibile di parecchi anni di prigione. È inammissibile: esprimersi, organizzarsi, contestare… non è terrorismo!
Bahar Kimyongür è diventato un simbolo, il simbolo delle minacce che «la guerra contro il terrorismo» fa pesare sulla libertà di espressione e la libertà di associazione. Tutti coloro che si oppongono all’ingiustizia possono diventare, essi stessi, vittime.
Per noi, la condanna di Bahar Kimyongür assolutamente inaccettabile.

NOI RECLAMIAMO LA LIBERTÀ PER BAHAR
PER FIRMARE L’APPELLO IN INTERNET VEDI: www.leclea.be/


5 marzo 2007 redazione
8 Marzo

8 marzo giornata internazionale della donna

Come ogni anno l'8 Marzo si spende molta retorica sulla Giornata internazionale della donna diventata una festa commerciale e ludica.
Ciò che nessuno dice neppure in occasione dell'8 Marzo è che il meccanismo di funzionamento dei fondi pensione discrimina pesantemente la donna.
A PARITÀ DI CONTRIBUTI VERSATI CON UN UOMO IL FONDO PENSIONE EROGHERÀ AD UNA DONNA UN ASSEGNO INTEGRATIVO INFERIORE DI CIRCA 1/3 DA QUELLO DI UN MASCHIO.
Questa discriminazione viene
motivata col fatto che una donna ha una maggior aspettativa di vita rispetto al maschio e, quindi, la compagnia di assicurazioni incaricata dal fondo pensione di pagarle l'assegno integrativo sarebbe costretta a farlo per più anni.
Contributi versati uguali, assegno integrativo diverso. Sono queste le pari opportunità di cui parlano tanto i vari "piazzisti" dei fondi pensione?

CON IL FONDO PENSIONE LA REVERSIBILITÀ DELL'ASSEGNO INTEGRATIVO NON È AUTOMATICA?

I "piazzisti" dei fondi pensione, quando lo fanno, dicono che la reversibilità occorre chiederla. Quello che non vogliono dire è che la reversibilità occorre pagarla. Poniamo che un assegno integrativo arrivi ai 500 euro al mese (un'ipotesi veramente benevola). Questa è la cifra senza la reversibilità, con la reversibilità l'importo mensile scenderebbe a 280 - 300 euro.
Ma la colpa è sempre di queste benedette donne che vivono più dei maschi.

QUESTI SONO ALTRI DUE BUONI MOTIVI PER NON VERSARE IL TFR NEI FONDI PENSIONE.
SE IN PASSATO HAI GI
À INIZIATO A VERSARVI UNA QUOTA, PER CONFERMARE SOLO LA PERCENTUALE CHE GIÀ VERSI (antidemocraticamente ti è proibito di scegliere di non versare più il tuo TFR se in passato lo hai fatto!), SE NON FARAI ALCUNA SCELTA, CON LA TRUFFA DEL "SILENZIOASSENSO" IL TUO TFR VERRÀ VERSATO PER SEMPRE NEI FONDI E NON POTRAI MAI PIÚ SCEGLIERE UNA FORMA DIVERSA!

 


13 febbraio 2007 redazione
editoriale

SEDUTI SU UNA POLVERIERA
Con la Finanziaria il Governo Prodi – che mai abbiamo considerato “amico” - tra tagli e scippo del Tfr, aumenta di oltre 2 miliardi di euro (l’11%) le spese belliche, i fondi per le Forze armate e per dotarsi di nuovi armamenti sempre più offensivi finanziando il settore militare-industriale.
Sebbene la propaganda della destra ritenga il governo ricattato dalla “sinistra radicale” la delusione di tutti coloro che hanno votato per il centrosinistra con la speranza di ottenere qualcosa è davvero tanta. La cosiddetta sinistra radicale è compenetrata e appiattita nel suo ruolo di governo. Così si giustifica la missione in Libano, si accetta la presenza in Afghanistan dove i militari italiani sono comandati dal generale Dan K. McNeill – quello delle torture nel carcere di Bagram – a conferma che le forze italiane sono inserite nel comando e controllo del Pentagono e legate alla strategia statunitense, quindi sottratte al controllo del Parlamento e dello stesso Governo. Così non si critica più l’Europa di Maastricht che costringe i governi a tagli su sanità e pensioni (quelle dei lavoratori ovviamente, non quelle d’oro e degli ex parlamentari).
E si cede al revisionismo storico - intensificato con lo “sdoganamento” di AN, la legittimazione dei neofascisti come nuova forza democratica e la denigrazione della Resistenza - sulle foibe e ai compromessi sui “Dico”.
La conferma di Prodi all’insediamento della base Usa a Vicenza – voluta dal governo filoatlantico Berlusconi - è l’ennesima doccia fredda per l’elettorato di sinistra. È la contropartita per il ritiro dall’Iraq? Sicuramente è una prova di servilismo e di svendita del territorio, non dimentichiamo che Prodi è “figlio” del democristiano De Gasperi che per primo ha venduto l’Italia agli Stati Uniti.
Dal Molin, infatti, diventerebbe – secondo gli stessi strateghi del Pentagono – la base logistica più importante dell’esercito statunitense, rivolta verso il martoriato mediooriente. A Vicenza la 173^ brigata Airborne si trasformerebbe in una Unità d’Azione pronta in poche ore all’aggressione di popoli che non si sottomettono alla politica egemonica degli Stati Uniti.
L’obiettivo della fuoriuscita dell’Italia dal Patto Atlantico e della cacciata delle basi Usa e Nato (avvenuta più tardi con la creazione di una organizzazione militare integrata che imponeva la dislocazione di truppe americane in Europa) per noi è stato sempre presente. Abbiamo condotto campagne riproponendo la pericolosità militare e ambientale in particolare di Camp Darby (sotto il comando di Ederle ed Aviano) che, secondo qualcuno doveva essere smantellata, mentre in realtà viene potenziata; e della base navale di Taranto diventata recentemente base Nato come per quella della Maddalena dove più che di smantellamento si parla di trasformazione e quella di Sigonella che ora raddoppia.
Con una nuova base a Vicenza si rafforza l’aggressività dell’imperialismo Usa, un aumento delle già numerose servitù militari sul nostro territorio che aumenta i rischi di salute per la popolazione a causa della radioattività e quelli di diventare obiettivo militare. Ma ha anche un importante scopo di guerra interna: il sistema integrato Vicenza-Aviano serve al controllo sull’Europa e a proteggere le nuove conquiste in Yugoslavia, in Ucraina e nei Carpazi.
Un ulteriore strumento nel rafforzamento della guerra preventiva di Bush – assecondata dall’Europa e dal governo italiano - che ha già usato Aviano per il blitz contro Abu Omar e probabilmente per altri casi.
Ma le basi Usa e Nato – che portano vantaggi solo in casi limitati come per la federmeccanica di Calearo, l’industria vinicola di Zonin e i trasporti di container di Cozzi -, sono centrali di addestramento ed eversione. La vicenda dei contractor in Iraq che ha fatto comodo dimenticare ci riporta al fondatore della destra nazionale-nuovo Msi, Gaetano Saya, appunto, noto frequentatore di Camp Darby.
Poca economia e poca occupazione tant’è che la stessa popolazione locale si è ribellata a questa decisione creando Comitati e manifestando fino ad arrivare alla mobilitazione nazionale del 17 febbraio. Per questa manifestazione, già definita “bipartisan” perché prevede la partecipazione di iscritti a Prc, Comunisti italiani e ai Ds - che ha costretto alcuni dirigenti di questi partiti ad intervenire pur accettando in Parlamento la continuità della politica di guerra italiana - ecco pronta, come in ogni occasione di questo tipo, la provocazione.
L’arresto di un gruppo di militanti, controllati da due anni, e accusati di terrorismo è la carta da sempre usata dal potere in funzione anticomunista e di freno delle lotte operaie e popolari. È il tentativo di intimidire coloro che hanno deciso di partecipare a Vicenza ma, nel momento in cui aumenta il malcontento operaio e il conflitto sociale, è anche funzionale al controllo e alla repressione dei movimenti di lotta, con la complicità dei sindacati confederali.
Si mette in opera il terrorismo per giustificare la guerra ai terroristi. Lo stragismo degli anni 70/80 quello di Piazza Fontana, di Bologna, di Brescia, il caso Moro, sono un esempio palese della capacità dei servizi segreti e del potere, con i piani della P2, i tentativi golpisti orditi dalla destra, il coinvolgimento degli Stati Uniti attraverso la Cia.
Tutto viene strumentalizzato: dall’olocausto alle foibe all’11 settembre e sempre si cerca il terrorismo a sinistra. Intanto i fascisti sfilano protetti dalla polizia per le strade in piena apologia di reato nella giornata della memoria e non solo (i saluti romani alla manifestazione nazionale della CdL a Roma sono stati più che evidente!), si scontrano per il calcio e uccidono i poliziotti, ma si condannano gli antifascisti come squadristi rossi. Non a caso la legge Pisanu ha esteso l’ambito dei reati associativi previsti dal Codice penale fascista (mai abrogato), ampliando la discrezionalità della polizia e della magistratura nell’esercizio del loro potere repressivo contro chiunque sia accusato di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”.
L’antifascismo e l’opposizione alle guerre imperialiste e alle occupazioni militari sono un punto fermo per i comunisti mentre oggi per i partiti della “sinistra” al governo sono uno scambio per salvaguardare Prodi e l’Unione che conferma l’impianto liberista del governo precedente.
Finiremo come in Germania dove sono riprese le iniziative in favore dell’introduzione del “Beruf verboten”, la legge, mai revocata, che vietava ai comunisti di lavorare nell’amministrazione pubblica?

 


7 febbraio 2007 redazione
Dal Molin

IL NEMICO È IN CASA NOSTRA!
contro l’imperialismo e i suoi governi

via le basi USA e NATO

Appena insediato, il governo Prodi, con il benestare di Rifondazione, Verdi e “Comunisti” Italiani, ha varato il rifinanziamento delle missioni di guerra, in piena continuità con il centro-destra. Ha poi approvato la mozione che definisce tutte le missioni militari italiane “missioni di pace”. Ha armato e spedito un nuovo contingente in Libano per ottenere il disarmo della resistenza libanese, a tutto vantaggio dell’aggressore israeliano. Oggi da’ l’approvazione alla nuova base USA di Vicenza.

Che sia di destra o di sinistra il governo finanzia ed appoggia la guerra imperialista!

Questi governi portano avanti gli interessi dei padroni che, per massimizzare e accumulare sempre nuovi profitti, scatenano guerre di rapina di materie prime e risorse altrui. Aumenta la concorrenza tra capitalisti nella corsa alla conquista di nuove posizioni di egemonia sul mercato mondiale e questa competizione globale genera nuove guerre tra potenze imperialiste per la ripartizione del pianeta in sfere di controllo e di influenza.
All’interno dei paesi capitalisti concorrenti (a capitalismo avanzato) si intensifica lo sfruttamento dei lavoratori; aumentano ristrutturazioni, licenziamenti, tagli allo stato sociale, precarietà, povertà, perdita di diritti (come IL TFR) e repressione.

Il profitto, generato dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è il padre di tutte le ingiustizie, delle disuguaglianze e delle guerre.

Più l’imperialismo dominante fa ricorso alla guerra ed alle soluzioni di forza, più aumenta la resistenza dei popoli oppressi, privati delle proprie risorse, della propria indipendenza e sovranità.  Cresce contemporaneamente la resistenza dei lavoratori e delle classi oppresse al processo di militarizzazione dell’economia e della società.

Contro l’imperialismo e la sua violenza, ora e sempre Resistenza!

Nostro compito di lavoratori comunisti è di unirci e contribuire alle lotte dei proletari e dei popoli oppressi, affinché sia chiaro che il nostro vero nemico è la classe padronale e i suoi governi. Senza un preciso connotato di classe nessun movimento contro la guerra può sperare di incidere concretamente nella realtà.  Il movimento operaio, la classe proletaria è l’unica classe che può farsi portatrice di interessi realmente antagonisti, per la costruzione di una reale alternativa di pace e giustizia.

PACE SÌ, MA NON CON I PADRONI

Coordinamento Lavoratori Comunisti

lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


6 febbraio 2007 redazione
antifascismo

MANTENIAMO VIVO L'ANTIFASCISMO!
MOBILITIAMOCI CONTRO LE PROVOCAZIONI FASCISTE!

In questi ultimi tempi i fascisti ritornano in piazza in Italia come in Europa: saluti romani, svastiche e croci celtiche tornano a fare bella mostra di sé, e non solo alla manifestazione nazionale della Casa delle Libertà. Il rigurgito fascista si manifesta anche in Toscana, terra di cruente stragi nazifasciste come quella di Sant'Anna di Stazzema, ma anche culla di gloriosi partigiani e partigiane che ci hanno liberato dall'oppressione nazifascista con eroici sacrifici, profonda dedizione e forti ideali.
Ideali che oggi sono mistificati e traditi dal crescente revisionismo storico dei partiti di «sinistra», in particolare dai Ds in sempre più accentuata deriva liberalista: essi mettono sullo stesso piano i fascisti della Repubblica di Salò e i partigiani che hanno liberato l'Italia; riconoscono il genocidio degli ebrei, ma quasi mai quello dei comunisti, dei disabili, degli omosessuali e dei rom da parte nazista; cercano - col pretesto di eliminare i simboli nazifascisti - di eliminare anche quelli comunisti, simboli di libertà e di riscatto dall'oppressione e dallo sfruttamento; in nome della condanna della violenza, mettono sullo stesso piano carnefici e vittime proponendo una pacificazione senza giustizia. È un affossamento dei veri valori che stanno alla base della Resistenza, vittoriosa anche e soprattutto grazie all'antifascismo e alla lotta del movimento operaio che ha pagato il prezzo più caro sia in fabbrica che sul territorio.
I fascisti, da sempre artefici e coinvolti nei tentativi di golpe e nelle stragi che hanno insanguinato l'Italia (grazie anche al ruolo della basi USA e Nato sul nostro territorio, vere e proprie centrali di addestramento dell'eversione, che il governo Prodi ha deciso di mantenere e di ampliare), sono il braccio armato oggi di Fini che si maschera da democratico, come lo erano ieri del torturatore di partigiani Almirante. I fascisti non hanno diritto di esistere né di sfilare per le strade delle nostre città: lo vietano la Costituzione nata dalla Resistenza che proibisce la ricostituzione del partito fascista, e le leggi che proibiscono qualsiasi forma di apologia del fascismo.
I fascisti sono un pericolo per tutti i lavoratori perché il loro ruolo è un ruolo di difesa del capitalismo e della borghesia che li usano quando temono di perdere il loro potere. Impediamo a Firenze, come a Livorno, che le neocamicie nere, difese dalle Forze dell'ordine, spadroneggino il 10 febbraio, giornata per le "vittime delle foibe" inventata dal governo Berlusconi per attaccare il comunismo e la lotta partigiana. Senza dimenticare che lo spazio concesso dalla democrazia borghese all'antifascismo e alle lotte dei lavoratori si restringe: difendere la libertà come la Resistenza e la memoria dei nostri gloriosi partigiani richiede un impegno antifascista e antimperialista costante. Affermare un ideale che accomuna la lotta di ieri e quella di oggi è, per noi comunisti, l'affermazione del diritto alla resistenza contro l'oppressore in ogni parte del mondo.

LA RESISTENZA CONTINUA!  IL FASCISMO NON PASSERÀ!

Teoria e Prassi

n
uova unità


8 novembre2006 redazione
antimperialismo

BASTA CON LE STRAGI SIONISTE
CONTRO I PALESTINESI

La situazione dei palestinesi che già vivono in condizioni precarie, soprattutto dopo la costruzione del muro che divide terre e famiglie, peggiora di giorno in giorno.
I sionisti, col pretesto del terrorismo, vogliono distruggere il popolo palestinese e uccidono donne, bambini e vecchi e poi… si scusano.
Stragi che si perpetuano con il silenzio della politica e la manipolazione della stampa e con l’impegno militare del governo italiano che in Libano – distrutto dai bombardamenti e da armi di nuova generazione - sostituisce e legittima le forze armate israeliane.
a fianco del popolo Palestinese lottiamo contro l’imperialismo Usa, israeliano
italiano ed europeo


12 giugno 2006 redazione
referendum

NO ALL’AUTORITARISMO
Siamo alla vigilia del referendum sulla riforma costituzionale voluta dal centrodestra, una riforma che modifica 53 articoli e mette seriamente a rischio la stessa democrazia borghese. Ciononostante l’argomento sembra non interessare la gente, che dovrebbe andare a votare. I mass-media praticamente lo ignorano, quando non disinformano, e le forze politiche dell’Unione – preoccupate solo ad occupare poltrone (con 102 sottosegretari hanno battuto il governo Andreotti) – lo trascurano. Il progetto autoritario, già nei piani di Gelli, che ci porterebbe al presidenzialismo e al federalismo – frantumazione oltre che del territorio del fronte di lotta dei lavoratori, svuotando il ruolo del Parlamento e trasformandolo in un organo agli ordini di un premier - ci riporta alla vecchia politica reazionaria di regime del “capo di governo” e della “sussidiarietà dello Stato” introdotta da Mussolini e, in seguito a Tambroni.
Questa riforma è un grave attacco ai diritti democratici, già minati con la modifica del Titolo V dal precedente governo di centrosinistra, conquistati dalla Lotta di Liberazione contro il nazi-fascismo, anche se la parte più avanzata dei partigiani, con la loro lotta, intendevano instaurare una repubblica di lavoratori.
Tutte le scelte politiche sarebbero nelle mani di un individuo che potrebbe prendere qualsiasi decisione senza regole e senza dover rendere conto. Noi non ci illudiamo, anzi siamo convinti che nella società borghese i governi restano un comitato d’affari della borghesia e che anche il Parlamento è ormai invaso da ceti borghesi e medio-piccolo borghesi, ma che comunque esprime delle contraddizioni. E non si cambia certo la situazione con le elezioni, ma la riforma reazionaria della Costituzione ci riporterebbe ancora più indietro. La battaglia però non finisce con il referendum. Sono già in corso le trattative per una modifica “bipartisan”.
La democrazia è sempre più in pericolo. Il coinvolgimento dell’Italia nella “ragnatela” mondiale di prigioni segrete e di aeroporti per il trasferimento illegale da una parte all’altra della terra di presunti terroristi costruita dagli Stati Uniti, con l’aiuto di agenti italiani, e oggi venuta a galla, è un segnale serio sul quale tace anche il centrosinistra. Così come è in pericolo per le scelte internazionali: la presenza dei soldati sugli scenari di guerra in Iraq – che ci è costata finora oltre 1500 milioni di euro a scapito dei benefici per la popolazione -; in Afghanistan e in altre parti del mondo; con la fedeltà agli Usa attraverso la concessione del territorio italiano per le Basi di guerra. Fedeltà che resta un obiettivo primario di questo Governo: il balletto sulla scadenza del ritiro dall’Iraq per non “irritare Bush”, il rifinanziamento per l’Afghanistan (la spesa fino al 30 giugno è stata di 16.235.103 euro), le rassicurazioni sui forti legami transatlantici di D’Alema sono una conferma della tendenza ipocrita del centrosinistra. Che, peraltro distingue tra missione Iraq e Afghanistan per il fatto che quest’ultima è legittimata dall’Onu (comunque missione Nato) come se l’avallo Onu (che punta a rafforzare l’Isaf da 9 a 15 mila soldati, circa 2.000 italiani) fosse una garanzia di giustizia internazionale (già visto per la Yugoslavia), tranne quando si tratta di risoluzioni che condannano Israele per l’occupazione militare dei territori palestinesi che, proprio in questi giorni subiscono ulteriori feroci attacchi indiscriminati contro i civili inermi.
A 60 anni dall’elaborazione della Costituzione siamo consapevoli che per entrambi i poli la comune strategia è quella del consolidamento del capitalismo. Che significa abbandono dei valori dell’antifascismo e della lotta di classe. È su questa e contro la concertazione che avanza, che bisogna puntare.


16 maggio 2006 redazione
editoriale

Nuovo governo, vecchi problemi
Continua la lotta

Carla Francone
Dal nostro precedente numero sono passate le elezioni, la nomina del Presidente della Repubblica, di quelli delle Camere, l’insediamento del Parlamento (un’infornata di giornalisti, soubrette, vedove che si aggiungono agli avvocati, commercialisti ecc.), del Governo. Due importanti date: 25 Aprile e 1 Maggio e ci stiamo avviando verso il referendum sulla Costituzione.
La nostra campagna elettorale, sebbene improntata a battere Berlusconi e tutti i fascisti di cui si è circondato non si è schierata sul voto. In effetti per i comunisti è difficile dare un’indicazione di voto quando manca il partito comunista da votare e, del resto, non sarebbe neppure compito di un giornale, comunista sì, ma senza organizzazione. Ma le elezioni sono servite come momento politico per riportare al centro dell’attenzione la lotta di classe. E il voto dato all’Ulivo “turandosi il naso” e alla destra anche di settori popolari confermano che c’è bisogno di intervenire maggiormente per combattere la tendenza dell’alternanza. Il problema non è, infatti, passare da destra a sinistra o viceversa, pensando che ci sia un governo che risolve i propri problemi. I governi sono e restano il comitato d’affari della borghesia. Berlusconi – che non si rassegna alla sconfitta con continue minacce, atteggiamenti e proclami eversivi, tali da raccomandare un attento controllo vigilante - lo rappresentava direttamente, altri come l’attuale Prodi, indirettamente.
Non ci sono, quindi, governi che agiscono nell’interesse delle masse popolari né tantomeno del movimento operaio, e anche quelli di centrosinistra si adeguano a ciò che impongono la politica e l’economia nazionale e internazionale. Sono due varianti dello stesso modello di società. Società funzionali allo sfruttamento.
Non dimentichiamoci di avere già avuto un governo Prodi e uno D’Alema che hanno approvato e appoggiato la guerra in Yugoslavia e che hanno imposto il famigerato pacchetto Treu, precursore della Legge 30. Che, con la modifica del titolo 5 il centrosinistra ha aperto la modifica della Costituzione; che l’equiparazione tra partigiani e repubblichini è partita dai Ds. Qualche sfumatura va riconosciuta… Ad esempio Prodi presenzierà alle celebrazioni del 24 Aprile… impedendo di fischiare i non desiderati con la motivazione che è “una festa per tutti”!
Ma questo governo – che già si pone il problema di escludere con la forza le contestazioni all’interno delle manifestazioni – farà rispettare la Costituzione e impedirà la vergogna dell’occupazione delle piazze da parte dei fascisti vecchi e nuovi? Se a Milano il 14 marzo, i fascisti hanno liberamente manifestato in piena apologia di reato e gli antifascisti sono in carcere, è passato nell’assoluto silenzio della grande stampa l’iniziativa senza precedenti di Piacenza. Nella città, medaglia d’oro della Resistenza, il giorno della Liberazione in piazza Duomo Forza nuova, capeggiata dal segretario emiliano Nicola Ferrarese ha commemorato, con tanto di autorizzazione, i repubblichini morti durante la guerra e nell’immediato dopoguerra. Lo stesso striscione “25 aprile vergogna nazionale” e forse gli stessi mercenari che sono stati rintuzzati lo scorso anno a Firenze, sono riusciti nel loro intento. Silenzio anche sulle devastazioni di sede e bandiere del Prc e di quelle dei Ds e Prc e del monumento alla Libertà di Fiorenzuola coperte da croci celtiche e svastiche.
La scelta di Napoletano a Presidente della Repubblica, di D’Alema a ministro degli esteri europeisti convinti (così come il banchiere neoministro Schioppa), conferma la forte connotazione verso l’Europa – non già dei lavoratori e dei popoli – ma quella di Maastricht, del riarmo, delle leggi repressive, della Bolkestein. Il graduale ritiro dall’Iraq e la conferma dei militari in altre zone del mondo, a partire dall’Afghanistan (probabilmente anche la conferma dell’acquisto dei micidiali F35), provano invece la continuità della fedeltà agli Stati Uniti.
Né sono una garanzia i due ex sindacalisti (i cui ruoli erano discutibili anche quando non erano ex) nominati presidenti di Senato e Camera. Anzi Marini, ha già esordito prendendo le difese dell’ex ministro Pisanu – quel solerte accusatore dei terroristi assimilati ai marxisti-leninisti e agli anarchici – implicato nello scandalo del calcio.
Sul piano interno era evidente che il conflitto sociale prodotto dal governo Berlusconi andava anche contro gli interessi di Confindustria – sottolineato dall’editoriale di Paolo Mieli sul Corsera alla vigilia delle elezioni. È tempo, quindi, di concertazione, di governare il conflitto avvalendosi di ministri come Damiano sindacalista Fiom al Lavoro e Ferrero demoproletario valdese operaio Fiat alla Solidarietà sociale. Ancora una volta si tenta di ottenebrare le menti dei lavoratori e illuderli sulla ripresa dell’economia e sulla competitività. L’atipicità dei lavori, più che precarietà, in quanto precari lo sono tutti – basta vedere i licenziamenti delle numerose fabbriche in ogni regione, la situazione all’Alfa Romeo, alla Fiat, la chiusura per delocalizzazione e lo smantellamento di interi comparti produttivi - diventerà flessibilità cioè la possibilità di saltare da un’occupazione all’altra senza potersi radicare politicamente e sindacalmente sul luogo di lavoro, già presentata come valore.
E allora quello che ci aspetta non è solo la difesa dell’occupazione e dei propri diritti in tutti i campi. Si tratta di passare all’attacco, di respingere la concertazione e la concezione che siamo davanti ad un governo amico. Il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori che si accompagna all’autoritarismo della politica del massimo profitto, della guerra e della crescente repressione padronale – come nel caso di Pomigliano, dove 8 operai dello Slai Cobas, avanguardia combattiva delle lotte, sono stati licenziati con la complicità di Fiom-Cgil - è parte integrante dell’approfondirsi della crisi del capitalismo. Che non si può abbellire ma sconfiggere. Ci vuole un partito comunista, è vero, e per arrivarci, per fare questo salto di qualità, ci vuole l’unità della classe sfruttata. In questi mesi il movimento operaio si sta muovendo: dalla costituzione del coordinamento lavoratori comunisti alle assemblee di Napoli del 25 marzo e di Roma del 13 maggio emerge questo bisogno. Sarà possibile? Certo lo sforzo per superare le divisioni di “bottega” e l’opportunismo di chi cerca, nascondendosi dietro una fraseologia rivoluzionaria di ottenere “favori”, “spazi politici” e “poltroncine”, deve essere molto profondo.   


8 maggio 2006 redazione
corsi

Dopo l'esperienza positiva del precedente corso di formazione sulla teoria della rivoluzione proletaria, sul Partito comunista e il suo ruolo di reparto di avanguardia della classe operaia nella lotta per l’abbattimento del capitalismo, e per dare continuità all'attività di studio e approfondimento teorico, da considerarsi una componente irriducibile e organica al lavoro militante nel suo complesso, le riviste teoria e prassi  e nuova unità  propongono il corso di economia politica marxista.
Il corso è rivolto all'acquisizione delle categorie di base della materia, attraverso il metodo dello studio collettivo e del dibattito, e sarà articolato in una serie di incontri.
Esso avrà come testo di riferimento il Corso elementare di economia politica di A. Leontiev, Edizioni di cultura popolare, Milano 1974 (2a ed. 1977).

A FIRENZE PRESSO LA REDAZIONE
DI NUOVA UNITÀ
VIA REGINALDO GIULIANI 160 R
tel. 055450760

Venerdì 26 maggio alle ore 21
Il feticismo (idolatria) delle merci
L’importanza del denaro nel sistema della produzione mercantile
Le varie funzioni del denaro
La legge del valore
(da pag. 49 a pag. 57)



9 marzo 2006 redazione
editoriale

Viva il comunismo
e la lotta di classe

Carla Francone
A fine gennaio, a Strasburgo, l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (46 paesi membri, niente a che vedere con la Ue), ha approvato una “risoluzione” contro i “crimini dei regimi totalitari comunisti” da far approvare anche al Comitato dei ministri e rivolta ai Paesi dell’Europa per sollecitare, tra l’altro, la costruzione di monumenti alle “vittime del comunismo” (ci avevano già provato, Frattini in testa, equiparando i simboli comunisti a quelli nazisti).
La risoluzione, che ha raccolto 99 voti a favore contro i 42 contrari, non ha raggiunto il quorum necessario a far passare la “raccomandazione”. Il relatore, il conservatore svedese Goran Lindblad, ha fatto sua l’offensiva politica della destra, ha elencato i “crimini” quelli già conosciuti per il famigerato “libro nero del comunismo” ed ha sostenuto che il “15 anniversario della caduta dei regimi comunisti in numerosi Paesi offre un’occasione molto favorevole a questa iniziativa”.
All’esterno del Consiglio i militanti di 15 partiti comunisti hanno protestato, tra questi il KKE che di questa vicenda ne ha fatto una vera e propria campagna e del quale, lo scorso mese, abbiamo pubblicato un comunicato insieme all’appello lanciato dai giovani cechi minacciati di messa fuori legge.
I socialisti hanno cercato un “miglioramento del testo”, Fausto Bertinotti l’ha definito “un segno inquietante di regressione politica e culturale perché equipara nazismo e comunismo”. In Italia la notizia, in particolare quella relativa alla protesta, è passata sotto silenzio e non poteva essere diversamente (solo Berlusconi vede comunisti anche nei giornali!).
È uno scandalo! Questa proposta – non ancora chiara ai movimenti di lotta e antagonisti - è gravissima e minaccia la stessa democrazia borghese. Viene avanzata contemporaneamente alla condanna “di ogni apologia e giustificazione del nazismo” ed ha l’intenzione di scatenare un clima di “opposti estremismi” e di “caccia alle streghe” che tende a criminalizzare i comunisti in quanto tali, che mette al bando i loro ideali, i loro simboli e la loro stessa storia.
La necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo trova terreno nei governi dei vari Paesi a regime borghese e reazionario e nella politica di destra di quelli dell’Est europeo dove i centri delle loro capitali sono attraversati da sfilate neonaziste degne di quelle che ormai invadono la Germania. Negli Stati Uniti si richiede persino di istituire una taglia di 100 dollari a chi denuncia i professori “troppo di sinistra”; in Italia, dove l’anticomunismo viscerale di Berlusconi è sostenuto dai mille divieti degli alleati della “casa della libertà”, a Trieste il vicesindaco di An impedisce ad un coro partigiano di commemorare la “giornata della memoria” davanti alla Risiera di San Saba; a Sciacca, in chiesa vengono distribuiti volantini che chiedono di “salvarci dal comunismo e dal marxismo; prolifera la toponomastica sui martiri delle foibe, su intellettuali dal passato fascista, sui presunti eroi della guerra in Iraq (complici i sindaci di centrosinistra); le liste elettorali traboccano di fascisti, faccendieri e loschi individui. Sono solo alcuni esempi che confermano come l’anticomunismo si manifesti a tutti i livelli e si basano sulla difesa della propria classe.
La borghesia e il grande capitale per continuare a mantenere il potere attaccano l’ideale del comunismo criminalizzando i partiti comunisti e i Paesi che difendono l’ordinamento socialista (Cuba in testa), agitando lo spauracchio del terrorismo (bin Laden è una creatura Usa), il pericolo islamico, la guerra infinita, e rafforzando gli strumenti repressivi: servizi segreti, Basi Nato (ampliate e foraggiate con 400 milioni di euro all’anno dalla Finanziaria!), leggi liberticide, controlli satellitari, riarmo nucleare e chimico. E con il sostegno, l’intervento e l’oscurantismo del Vaticano (al quale andranno pure i finanziamenti tagliati all’Onu) che tace persino sulla violazione dei diritti umani. Tutti loro sanno che l’idea comunista e il sistema socialista sono la vera alternativa dei popoli oppressi e sfruttati al contrario del capitalismo che per perpetuare il massimo profitto deve colpire le condizioni di vita e di lavoro delle masse proletarie (che si aggravano su scala mondiale), deve sfruttare e rapinare i popoli; deve ricorrere alle guerre di aggressione. Ma sono anche coscienti che ciò produce movimenti di opposizione che, quando fanno proprie le teorie marxiste e leniniste e si organizzano, diventano un vero pericolo. Ecco perché bisogna rispondere agli attacchi del revisionismo della “sinistra” sul riconoscimento dei “processi degenerativi del socialismo reale”; alle abiure, ai pentimenti, alle incertezze che dominano i partiti della “sinistra” che, proiettati alla conquista del ceto medio, creano una grande confusione soprattutto tra i giovani.
Ecco perché bisogna respingere il concetto che il sindacato non deve fare politica. Per la classe operaia, così soggiogata e vituperata, così oppressa dai licenziamenti e dalla delocalizzazione la lotta economica e quella politica devono compenetrarsi in un’unica lotta di classe che tenda contemporaneamente a limitare ed abolire lo sfruttamento capitalistica fino a distruggere la società borghese. Non c’è avvenire se la lotta sindacale rimane fine a se stessa su obiettivi rivendicativi, pure importanti e immediati, ma che rimane perdente se non si lega all’abolizione del sistema del lavoro salariato e all’emancipazione del proletariato. Ecco perché ci vuole il comunismo.
E ribadiamo (lo abbiamo già scritto nell’editoriale del n. 5/2005) il nostro orgoglio di essere comunisti, di identificare nel capitalismo e nell’imperialismo il nostro nemico. Orgogliosi della nostra storia, quella della Lotta di Liberazione e della lotta di classe che ha liberato tanti popoli – anche se poi cedimenti e tradimenti revisionisti, ingerenze clericali e l’azione dell’imperialismo ci hanno frenato e anche riportato indietro. E per riprendere il cammino del socialismo abbiamo bisogno di intelligenze, per formare una sola intelligenza collettiva che chiamiamo Partito comunista.


redazione 18 febbraio 2006
riceviamo

APPELLO PER LA COSTRUZIONE DI UN COORDINAMENTO DI LAVORATORI COMUNISTI

SABATO 11 MARZO

Come operai, proletari, lavoratori comunisti oggi dobbiamo riprendere la battaglia per ricompattare e unificare la nostra classe oggi frazionata e divisa. Anni di contrasti, di lotte politiche “gruppettare” e revisioniste, di tradimenti sindacali, hanno creato diffidenze e incomprensioni che pesano negativamente sull’unità politica e sindacale della classe.Ricominciare a lavorare insieme, discutere sul cosa fare e come farlo, agitare parole d’ordine ed obiettivi comuni e condivisi, riconoscersi ed agire nella pratica come appartenenti alla medesima classe – senza imporre la propria organizzazione, spesso autoreferenziale – significa dare concretamente strumenti e possibilità agli operai ed ai proletari che vorrebbero resistere ma che, per mancanza di un’organizzazione adeguata alla lotta, o cadono progressivamente nella passività e nell’inattività o si sottomettono alle organizzazioni borghesi.

Siamo coscienti che la nostra emancipazione e la nostra liberazione dal sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo – insieme con quella di tutte le classi sfruttate ed oppresse – non può prescindere da un movimento mondiale contro l’imperialismo, ma non possiamo più aspettare che altri vengano in nostro aiuto: dobbiamo cominciare noi.

Come operai, proletari, lavoratori comunisti riteniamo che il nostro compito sia quello di lavorare per ricompattare la classe in un’organizzazione antagonista alla borghesia. Il 9 e 10 aprile, attraverso le elezioni, gli schieramenti di centro-destra e centro-sinistra ci chiamano a votare per decidere quale dei due schieramenti, nei prossimi cinque anni – dovrà governare nell’interesse dei padroni. La realtà ci ha dimostrato che i due schieramenti non sono affatto alternativi, ma complementari all’imperialismo italiano.

La costruzione di un coordinamento di lavoratori comunisti ci permetterebbe di dare una prospettiva alle singole lotte isolate e di non disperdere capacità politiche e tecniche frutto della storia delle masse proletarie. Solo con un lavoro concreto nella classe proletaria per favorirne l’indipendenza teorico/politica/organizzativa potremo combattere efficacemente la cultura borghese che mina la nostra unità di classe.

Proponiamo quindi agli operai e lavoratori che si riconoscono in questa battaglia la costituzione di un coordinamento di lavoratori comunisti in grado di approntare gli strumenti per combattere i nostri padroni e la loro guerra: quella esterna di aggressione all’Iraq (e ad altre popolazioni) come quella interna che, attraverso la riduzione dello stato sociale, i provvedimenti governativi come la Finanziaria e il Tfr ecc, paghiamo sulla nostra pelle.

Su questi temi invitiamo i compagni interessati alla riunione che si terrà

SABATO 11 MARZO, dalle ore 10 alle ore 16, a Milano, Dopolavoro Ferroviario della Stazione Centrale (accanto alla Mensa ferrovieri–sottopasso Pergolesi).

Operai, lavoratori, delegati di

Genova, Milano, Prato, Bassano del Grappa, Parma


30 gennaio 2006 redazione
editoriale

METALMECCANICI: IL CONTRATTO DELLA VERGOGNA

Eraldo Mattarocci

Fim–Fiom–Uilm, smentendo la loro presunta diversità, hanno sottoscritto per i metalmeccanici un accordo perfettamente in linea con quelli firmati dalle altre organizzazioni di categoria: svende diritti, introduce ulteriore flessibilità, porta in busta paga aumenti salariali risibili.

In particolare per la Fiom, quello che, in altri tempi, sarebbe stato semplicemente uno dei tanti contratti a perdere si è trasformato nel contratto della vergogna. Con esso, la Fiom ha siglato il suo atto di resa nei confronti di Fim e Uilm e segnalato al governo di centrosinistra prossimo venturo che avrà, nei suoi confronti lo stesso occhio di riguardo che ebbe verso i governi di centrosinistra precedenti. La conflittualità è finita perché anche la Fiom si appresta a ripercorrere la strada disastrosa della concertazione (governo–padroni–sindacati) insieme con le altre componenti della Cgil, con la Cisl e con la Uil.La ricomposizione del centrosinistra è stata “finalmente” realizzata anche a livello sindacale e, con la scomparsa dell’anomalia metalmeccanica, l’imperialismo italiano può contare sulla pace sociale.Certificare e garantire il proprio rientro nei ranghi: è questo il motivo per cui la Fiom, giocandosi la fiducia di quanti dal 2001 l’hanno sostenuta lottando contro i contratti separati, si è trovata ad approvare il secondo biennio di quello stesso Contratto Nazionale firmato dalle sole Fim e Uilm nel 2003, contro la cui validità organizzò scioperi, manifestazioni, vertenze e tentò anche la carta perdente dei precontratti.Con questa tornata contrattuale la Fiom ha fatto entrare i metalmeccanici italiani, di diritto, nel Guinness dei primati quale unica categoria, nel mondo, che abbia scioperato sia contro che a favore dello stesso contratto!Per mascherare questa contraddizione, non di poco conto, e per convincere, contro ogni evidenza, i lavoratori che l’accordo è positivo, Fim–Fiom-Uilm hanno messo in campo tutto il loro apparato scenico, organizzativo e mediatico. Il Manifesto, Liberazione, L’Unità hanno immediatamente inneggiato alla vittoria meravigliosa dei metalmeccanici; lo stesso hanno fatto i dirigenti della “sinistra” con Bertinotti in testa, memore dei suoi trascorsi da sindacalista.Ma, nonostante le fanfare, la credibilità della Fiom (Fim e Uilm non ne hanno da tempo) è in discesa libera ed i funzionari, pur solerti, non riescono a sedare il dissenso di una categoria stanca di essere usata per interessi di partito o di schieramento e sempre più cosciente del fatto che sostituire Berlusconi con Prodi non è sufficiente.Quando i lavoratori più anziani sentono le percentuali bulgare con cui il contratto è stato approvato dal comitato centrale della Fiom o dall’assemblea dei 500 “cosiddetti” delegati (ma chi li ha mai eletti?) si fanno una risata e, alla stessa maniera, non nutrono illusioni sul risultato del referendum perché sanno, per antica esperienza, che i burocrati sindacali tireranno fuori dal cilindro il risultato utile.

Il referendum è uno strumento che, per essere democratico, dovrebbe essere usato in un contesto in cui tutte le parti in causa abbiano accesso agli stessi diritti ed agli stessi spazi di intervento. Se così non è (perché i sindacati di base sono penalizzati nelle elezioni delle RSU e nella convocazione delle assemblee, perché non vengono individuati prima quanti e quali sono i posti di lavoro in cui si vota etc.) diviene uno strumento di prevaricazione, utilizzato per tappare la bocca, con risultati pilotati, ad un’opposizione sindacale tanto vasta quanto frammentata. In questo caso è sufficiente far votare i lavoratori delle situazioni sindacalmente più arretrate, quelli che non sono in grado di fare contrattazione aziendale e che, da questo contratto, ricaveranno un’indennità di “mancata contrattazione” di 130 euro annui per mettere in minoranza chi si è sobbarcato più di cinquanta ore di sciopero e, proprio per questo, non è disposto a chiudere il contratto in maniera fallimentare.

Votare no al contratto o non votare, in mancanza di un’organizzazione politica o sindacale che abbia l’autorevolezza necessaria a dare un’indicazione nazionale, diviene una scelta tattica che i compagni dovranno fare in base alla situazione esistente sul proprio posto di lavoro. È importante invece che, quale che sia la scelta, questa sia collettiva, condivisa dal maggior numero possibile di lavoratori ed organizzata.

Noi comunisti, in fabbrica ci siamo e molti di noi cercano di svolgere un ruolo di orientamento e di avanguardia, talvolta riuscendovi ma la vicenda contrattuale dei metalmeccanici dimostra che l’impegno individuale dei compagni non è sufficiente: diventa ogni giorno più urgente la necessità di fare un salto organizzativo. Riproporre la costruzione dell’ennesimo soggetto politico comunista sarebbe, in questo momento, un ulteriore elemento di divisione ma proporre un percorso unitario all’interno del quale i lavoratori comunisti, pur mantenendo la loro diversa militanza politica e sindacale, inizino a confrontarsi sui contenuti ed a coordinare il loro intervento, può essere lo strumento per superare, a partire dalla base e dalla lotta, divisioni di cui le nuove generazioni operaie neppure capiscono il senso. Il nostro compito, con il dovuto rispetto per la Storia del movimento operaio ed anche per la storia di ognuno di noi, è quello di costruire il partito comunista rivoluzionario del terzo Millennio.


25 novembre 2005 redazione
golpe strisciante

Costituzione
IL GOVERNO TERMINA I PIANI DI BORGHESE, DE LORENZO E GELLI
Il Senato, dopo la doppia votazione, ha dato il via libero definitivo alla riforma della Costituzione e precisamente della parte seconda, titoli 1°, 2°, 3 ° e 6°. Il passo conclusivo è ora la pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale dalla quale scatteranno i tre mesi per il referendum.
Se il successo politico va a Bossi e alla Lega che da anni perseguono questo fine, anche Berlusconi e Forza Italia registrano un risultato positivo, quello di stabilizzare la coalizione e renderla più unita in vista delle elezioni politiche del 2006. AN fa buon viso a cattivo gioco e nasconde la sua insoddisfazione sotto il discorso che la legge, che ha modificato ben 53 articoli della Costituzione, non pregiudica l’unità nazionale. L’UDC, invece, si smarca attraverso le dichiarazioni di Follini che invoca la libertà di coscienza nel prossimo referendum e di Casini che, pur di accreditare il suo partito come l’unico partito dei cattolici, critica la riforma, guarda caso dopo che il cardinale Ruini aveva espresso preoccupazione per una sanità divisa in venti Regioni.
Ben altro però, rispetto a questi risultati tattici, è il risultato strategico che la borghesia finanziaria del nostro paese ha perseguito e ottenuto.
Dopo anni e anni di proposte di restaurazione istituzionale (dai tentativi golpisti di Junio Valerio Borghese e del generale dell’Arma dei Carabinieri De Lorenzo, ai piani piduisti di Gelli fino alla riforma del titolo 5° della Costituzione voluta dal centro sinistra) la borghesia riesce a mettere a segno il suo progetto reazionario: capovolgere una costituzione inizialmente subita e poi sabotata proprio perché, nonostante sia la legge fondamentale di una repubblica che negli articoli 41 e 42 consacra i capisaldi del capitalismo (libero mercato e proprietà privata) risente ancora troppo della grande spinta al cambiamento impressa dalla classe operaia e dalle masse lavoratrici durante la Resistenza e negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra.
La riforma della Costituzione è il tassello più importante, sotto il profilo politico, di un progetto involutivo e autoritario che, unitamente alla riforma elettorale e ad altri provvedimenti istituzionali e a leggi antiterrorismo, interviene direttamente sul terreno delle libertà democratiche.
La borghesia, attraverso il governo Berlusconi, ha sferrato con la riforma della Costituzione un attacco pesantissimo ai diritti e alle conquiste democratiche, civili e sociali dei lavoratori. Un attacco che va di pari passo con le continue crociate anticomuniste, con l’oscurantismo e con l’ingerenza della Chiesa nella vita dello Stato, con i tentativi, spesso riusciti, di riabilitazione del fascismo e con la perenne sudditanza politica e culturale del nostro paese all’imperialismo statunitense.
Il governo di centrodestra, dopo che quello di centrosinistra gli ha fatto da apri pista modificando la parte seconda, titolo 5° della Costituzione, quella relativa alle Regioni, Province e Comuni nei loro rapporti con lo Stato, ha stravolto pesantemente i restanti quattro titoli sempre della parte seconda (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo e Garanzie Costituzionali) con una vera e propria riscrittura del testo costituzionale che altera i rapporti di equilibrio tra i maggiori organi costituzionali a tutto vantaggio dell’esecutivo, o meglio, del presidente del Consiglio dei ministri che non ha più bisogno del voto di fiducia del parlamento, che “determina” e non più “dirige” la politica del governo, che può chiedere al capo dello Stato di sciogliere la Camera.
Ma più che vedere le singole modifiche, è importante cogliere l'essenziale di questa contro riforma costituzionale. E l’essenziale, i cardini questa contro riforma sono il premierato forte, il federalismo e la devoluzione.
Con il primo si rafforzano in maniera abnorme i poteri del capo del governo, si svuotano le prerogative del parlamento, si controlla l’opposizione eliminando il voto di fiducia e sciogliendo la Camera. Si vuole rafforzare il potere politico borghese per portare avanti, senza intralci, i piani anti operai e antipopolari. Con il federalismo e la devoluzione legislativa (quella fiscale farà seguito a completare il quadro), il Senato viene riciclato in Senato federale con rappresentanti delle regioni senza diritto di voto ed esaminerà solo le leggi regionali e quelle che interessano le Regioni. Le funzioni del presidente della Repubblica vengono ridotte a semplici funzioni notarili, la Corte Costituzionale viene “regionalizzata” in quanto una parte dei giudici verrà nominata dal Senato federale mentre la Camera voterà da sola le leggi di competenza dello Stato restando per le altre leggi il doppio passaggio (Camera e Senato federale). Con la devoluzione poi le Regioni hanno potestà legislativa piena su tre materie: l’organizzazione della sanità, l’istruzione e la polizia amministrativa locale. Il federalismo unito alla devoluzione rappresenta un congegno micidiale. Mina l’unità della repubblica e con essa l’unità della classe operaia e dei lavoratori, crea le premesse per operazioni di secessione, discrimina i cittadini e accentua le differenze tra le Regioni. Le Regioni più ricche, e perciò a maggiore capacità di spesa, avranno standard più alti di assistenza sanitaria e di istruzione di cui beneficeranno i cittadini delle classi più alte, mentre i cittadini delle classi e strati sociali a minor reddito (operai, artigiani etc.) dovranno accontentarsi – sempre che vada bene - di una sanità e di un’ istruzione sempre più care e dequalificate.
La grande borghesia finanziaria non tollera più un ordinamento costituzionale liberal-democratico: diventa reazionaria e anticostituzionale in ogni suo aspetto.
L’ opposizione di centrosinistra ha già annunciato il referendum previsto dall’ art. 138 della Costituzione e punta tutto su questa carta. Nello scorso mese di ottobre la coalizione di centro sinistra ha portato a votare per le elezioni primarie più di quattro milioni di cittadini eppure si guarda bene dal mobilitare e portare in piazza questi milioni di lavoratori, di studenti, di pensionati.
Ne chiedono immeritatamente i voti ma non li mobilita perché la politica dei partiti del centro sinistra, dei vari Prodi, D’Alema, Fassino, Rutelli, Boselli, Mastella, al di là delle chiacchiere, non ha nulla a che vedere con gli interessi del proletariato e delle masse lavoratrici.
Noi comunisti, consapevoli dell’ importanza della posta in gioco, riteniamo che la lotta contro questa riforma reazionaria della Costituzione richiede la mobilitazione e l’ intervento diretto della classe operaia e di tutti i lavoratori. Sappiamo che il ruolo fondamentale della Costituzione è quello di essere posta a garanzia dei rapporti capitalistici in atto nel nostro paese, ma nel contempo non siamo indifferenti al terreno sul quale si svolge la lotta di classe. Una cosa è lottare sul terreno della democrazia parlamentare borghese, altra cosa è essere costretti a lottare – e ci stiamo avvicinando sempre più – in un regime fortemente autoritario o, peggio ancora, in un regime fascista.
Partendo da queste considerazioni, con la necessaria consapevolezza che la Costituzione và difesa per mantenere aperti spazi di democrazia più favorevoli alla lotta rivoluzionaria e alla prospettiva del socialismo, è necessario organizzare e mobilitare la classe operaia e le masse lavoratrici, praticando ogni opportuna politica delle alleanze, per battere questa svolta reazionaria e con essa la legge di controriforma della Costituzione. 


28 ottobre 2005 redazione
editoriale

La Rivoluzione d’Ottobre e i suoi insegnamenti

Putin ha deciso di eliminare il 7 novembre, la festa più importante per l’unione Sovietica, festeggiata dal 1918 e perfino nel 1941 quando il nazismo era alle porte di Mosca e Stalin non volle annullare la celebrazione dell’anniversario. Già con Eltsin la festa aveva cambiato il nome in Giornata della riconciliazione nazionale e la sfilata sulla piazza Rossa era cambiata, Putin è andato oltre. Ha cancellato del tutto la Rivoluzione d’Ottobre, ha trasformato questo giorno in Festa dell’unità nazionale e cambiato data: il 4 novembre, cioè l’anniversario della vittoria del 1612 sui polacchi che avevano invaso il Paese e occupato Mosca, la liberazione della Russia ortodossa dal gioco della Polonia cattolica. Una data che non ha più alcun significato mentre, secondo un sondaggio, il 60% rimpiange la Giornata della Rivoluzione e non sono solo i vecchi e i vetero comunisti. La gran parte dei russi si rileva che – insieme a questa celebrazione - rimpiange la sicurezza di uno Stato che pensava a tutto: dai servizi che funzionavano alle strade pulite e sicure; dalla garanzia della casa, del lavoro e dell’istruzione alla cultura e alle vacanze gratuite per tutti.
Quella di Putin è la democrazia che non ha più bisogno di usare i dissidenti e il loro ruolo anticomunista e che piace tanto all’Occidente e che fa scendere in piazza migliaia di fascisti e razzisti con svastiche e bandiere imperiali che chiedono la cacciata di tutti gli immigrati.
Ma per i comunisti la Rivoluzione d’Ottobre resta l’avvenimento che ha aperto una nuova epoca storica: quella delle rivoluzioni proletarie e delle lotte di liberazione dei popoli oppressi dall’imperialismo. Per questo è importante riappropriarsi dei suoi insegnamenti che sono parte della teoria del socialismo scientifico e sappiamo bene che senza teoria rivoluzionaria non vi può essere alcun movimento rivoluzionario. In che cosa consiste l’attualità della Rivoluzione d’Ottobre?
Un primo insegnamento che possiamo trarre è che questa Rivoluzione  è stata supportata da una teoria, la teoria leninista della rivoluzione proletaria che ha il suo fondamento scientifico nel materialismo storico, nell’analisi materialistica delle classi sociali, del loro rapporto con i mezzi di produzione in base allo sviluppo storicamente raggiunto dalle forze produttive. Si fonda dunque su una ricognizione marxista delle strutture della società, non separandola da una ricognizione anche delle sovrastrutture politiche e ideologiche, ma guardando in primo luogo alla materialità, in un dato periodo storico, della formazione economico-sociale esistente e alla posizione che in essa occupano le varie classi sulla base dei loro interessi materiali. La teoria della rivoluzione proletaria è una teoria nuova rispetto a quell’elaborata dalla 2^ Internazionale basata su un’errata interpretazione, economicistica e deterministica, del materialismo storico. Il leninismo ha fatto giustizia di questa interpretazione errata, risuscitando il contenuto rivoluzionario del marxismo e sviluppandolo in un’integrale strategia della rivoluzione.
I perni fondamentali della teoria leninista della rivoluzione sono a. il concetto di egemonia del proletariato e della conquista della maggioranza attiva della classe operaia, concetto poi deformato dal revisionismo del gruppo dirigente del PCI perché inteso in maniera idealistica come direzione puramente culturale mentre vedeva il proletariato capace di realizzare alleanze con gli altri strati sociali delle masse lavoratrici e non isolato dalla borghesia; b. il concetto di situazione rivoluzionaria alla quale si giunge dopo un lungo periodo di accumulazione delle forze e dopo ampie e prolungate lotte di massa in ogni campo e ad ogni livello della società.
Le situazioni rivoluzionarie che si presentano raramente in coincidenza con particolari congiunture storico-politiche e che necessitano per il loro esito positivo di una forte direzione politica e cioè del partito, si sono manifestate nella Russia zarista del 1917 per effetto dell’ineguale sviluppo del capitalismo nei vari paesi e hanno determinato la rottura della catena imperialista nel suo anello più debole e cioè nel punto di convergenza di tutte le contraddizioni dell’imperialismo.
Nel corso del 1917 in Russia non si manifestò una semplice crisi di governo, ma una crisi politica di tutta la nazione che si espresse nei seguenti sintomi: a. la classe dominante non era più in grado di governare come prima perché indebolita da forti contrasti interni: b. le forze intermedie della piccola borghesia si erano ormai completamente screditate agli occhi della classe operaia e delle masse lavoratrici nel quadro di un aumento dell’attività politica, il proletariato avverte ormai come intollerabili le sue condizioni di vita economiche e sociali ed è pronto a tutto pur di cambiare radicalmente la propria situazione e con essa la società. Condizione imprescindibile per una rivoluzione socialista vittoriosa è la conquista della maggioranza attiva del proletariato da parte della sua avanguardia politica.
Un secondo insegnamento di tutta evidenza, ma che in un periodo di esaltazione della non violenza anche da parte di gruppi dirigenti che si definiscono comunisti va ribadito, è che la borghesia non cederà mai pacificamente il proprio potere. La storia ha ampiamente sbugiardato tutti gli opportunisti delle varie vie parlamentari, elettorali e pacifiche al socialismo. Il Cile è uno degli esempi più tragici. E sempre parlando di violenza va detto che i comunisti non debbono liberarsi di una “specie di peccato originale“ che sarebbe il ricorso alla violenza. Al contrario è la storia della borghesia che è piena di violenza, di sfruttamento e di guerre. Ma per i comunisti non esiste solo il problema della conquista del potere politico. Non si tratta tanto di conquistare la macchina statale quanto piuttosto di distruggerla, di sostituirla con una macchina statale nuova, con un nuovo tipo di stato il cui primo esempio, sia pure breve e imperfetto, si è avuto con la Comune di Parigi.
Dopo la conquista del potere politico, questo potere va mantenuto ed il suo esercizio non può avvenire se non attraverso la dittatura del proletariato e cioè la dittatura della maggioranza della popolazione lavoratrice su di una minoranza borghese.
Per quanto riguarda la sua forma politica, in Russia, la dittatura del proletariato ha assunto la forma dei Soviet (i Consigli dei deputati operai e dei soldati). All’inizio i Soviet sono organismi di massa e di lotta, poi embrioni del potere proletario e infine organi statali. Il loro compito è quello di avvicinare le masse lavoratrici all’apparato amministrativo mediante la fusione del potere legislativo con il potere esecutivo e di dare vita ad una nuova forma di rappresentanza politica attraverso la sostituzione delle circoscrizioni elettorali su base territoriale, tipiche del sistema parlamentare borghese, con unità elettorali basate sui luoghi di produzione e di lavoro, sul mandato imperativo imposto agli eletti, sul controllo permanente e sulla revoca dei deputati se inadempienti ai loro compiti.
Infine la terza riflessione che ci lascia l’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre è quella sul partito, sul suo ruolo, sulla necessità di questo strumento per organizzare e indirizzare le lotte verso l’obiettivo della conquista del potere e dell’edificazione del socialismo.
Noi non teorizziamo i pochi ma buoni. Non siamo bordighisti. È nostra convinzione, però, suffragata da anni di esperienza politica che non sia tanto la quantità l’elemento determinante per la vittoria di un partito comunista quanto piuttosto la sua qualità.
Il partito comunista non ha bisogno di folle di iscritti, ma di un’organizzazione composta fondamentalmente da operai e lavoratori, disseminata nei gangli vitali della società. Il partito di Lenin era un partito di quadri, in grado di orientare larghe masse e dotato di una grande capacità di analisi. Questo partito non aveva nulla a che vedere con i partiti politici tradizionali, con i cosiddetti partiti di massa dove chiunque può iscriversi. Nei partiti leninisti è l’organizzazione che decide chi e quando ne può fare parte e la loro struttura risponde alle esigenze della lotta rivoluzionaria e non certo alle esigenze di consenso elettorale. Per vincere non abbiamo bisogno di un partito qualsiasi ma di un partito unito, forte, disciplinato, strutturato particolarmente sui luoghi di produzione e di lavoro e dotato di una teoria rivoluzionaria.
Oggi noi viviamo sempre nell’epoca dell’imperialismo e delle rivoluzioni proletarie. Proprio per questo la Rivoluzione d’Ottobre e i suoi insegnamenti conservano una grande attualità. È vero che da allora sono trascorsi quasi novanta anni, che nel mondo si sono verificati grandi sconvolgimenti e che il socialismo ha subito una sconfitta, ma le condizioni oggettive, materiali, per una ripresa rivoluzionaria esistono da tempo. Quello che manca nel nostro paese è il partito comunista. Noi di nuova unità, da tempo, ci adoperiamo in questo senso, perché avanzi il processo di unità dei comunisti e con esso il processo di ricostruzione del partito comunista.


20 settembre 2005 redazione
editoriale
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10 settembre 2005 redazione
incontri
Discutiamo di comunismo
Le redazioni delle riviste "Teoria e prassi" e "nuova unità" promuovono un corso di formazione indirizzato ai compagni ed in particolare agli operai e lavoratori comunisti.

Riprendere la tradizione dello studio e dell'educazione ideologico-politico per elevare la propria coscienza di classe serve a formare militanti comunisti capaci di orientarsi ed orientare.
Nell'attuale situazione di divisione delle forze comuniste riprendere lo studio, vuol dire riprendere una discussione che porti ad una pratica coerente finalizzata alla ricostruzione del partito comunista.

Come base e punti di partenza abbiamo scelto dei testi di STALIN perché rappresentano, secondo noi, la migliore sintesi del marxismo e del leninismo sugli argomenti proposti.

Programma

Venerdì 7 ottobre

1.    il metodo di analisi e di azione dei comunisti. Materialismo dialettico e materialismo storico;

Venerdì 28 ottobre

2.    l'epoca dell'imperialismo, le classi sociali e il partito della classe operaia;

Venerdì 18 novembre

3.    la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato;

Mercoledì 7 dicembre

4.    il partito: reparto organizzato d'avanguardia della classe operaia, strumento della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato;

Venerdì 20 gennaio 2006

5.  strategia e tattica: le forze motrici della rivoluzione, forme, metodi di lotta e parole d'ordine.

Per una partecipazione attiva consigliamo:

1)    di appuntarsi le scadenze per non perdere nessun incontro e seguire in modo continuo e regolare il corso di formazione;
2)    di leggere i testi che vengono consigliati prima di ogni incontro, per essere preparati al dibattito di approfondimento.
Chi non ha i testi può richiederli: sarà nostra cura fornirli.

7 ottobre