5 novembre 2018 redazione
editoriale n. 6

CAMBIARE IL SISTEMA
Sviluppare la mobilitazione e organizzarsi per dire no ai governi borghesi
Il governo che si definisce del "cambiamento", che manda strali all'UE invocando la "sovranità" - nonostante l'alleanza con gli Stati Uniti in funzione anti franco-tedesca - invia il documento finanziario a Bruxelles prima di presentarlo al Parlamento italiano. Lega e M5S, una volta al potere, buttano giù la maschera e si rimangiano tutte le promesse della campagna elettorale trovando una giustificazione per tutto al fine pur di non perdere il consenso dell'elettorato.
Non siamo mai teneri quando ci riferiamo ai governi borghesi e non ci sottraiamo neppure per questo, in particolare perché inganna con un atteggiamento che fa leva su ampi strati popolari. La caratteristica di questo governo razzista, populista, repressivo, oppressivo, di attacco all'emancipazione femminile e ai diritti civili - aborto in primis - è quella di strumentalizzare le percezioni delle persone più arretrate, ignoranti e impaurite, farle proprie e trasformarle in misure reazionarie. Il campo di riferimento di questo governo è chiaro. È quello della Le Pen - che Salvini ha incontrato recentemente nella sede dell'UGL (sindacato erede della Cisnal, a sua volta erede del sindacato fascista e accettato dei sindacati confederali quale co-firmatario dei vari accordi !!) per discutere su “Crescita economica e prospettive sociali in un’Europa delle Nazioni”, in vista delle prossime elezioni europee.
È il campo del reazionario e oscurantista brasiliano Bolsonaro con il quale Salvini si è subito congratulato, tra un twitter e l'altro con suo figlio. È quello del fascista ungherese Orbàn, del nazista austriaco Kurz, tutti alleati per portare avanti una visione e una politica nazionalista che chiamano sovranista per affermare una supremazia nazionale contro ogni ipotesi di solidarietà tra popoli. Si propongono ai capitalisti come quelli capaci di superare le contraddizioni con l'uso della forza, del bastone, senza mediazioni con il movimento operaio per garantire il sistema capitalista.
C'è disoccupazione? Allora si crea il nemico nell'immigrato che toglie il lavoro agli "italiani" dividendo il fronte di lotta dei lavoratori. C'è criminalità? Lo stesso nemico: gli stranieri. C'è un sindaco che si occupa degli immigrati? Va condannato all'esilio. Le donne vengono uccise? Si scatena la caccia all'immigrato anche se la maggoranza delle donne è uccisa da "italiani", molti dei quali indossano una divisa. Aspetti il reddito di cittadinanza? Mettiti in fila la strada è ancora lunga e poi si vedrà. Ti rubano in casa? Puoi difenderti sparando. Le scuole cadono a pezzi, non sono antisismiche? Ecco che arriva il controllo di poliziotti e telecamere. Occupi una casa delle migliaia sfitte? Ci pensa la polizia a sgomberare. È il decreto sicurezza sul quale sarà posto il voto di fiducia (una norma ormai di tutti i governi che ci pone la domanda a che serve il parlamento?) che prevede l'aumento delle forze di polizia, delle telecamere, l'adozione del taser, la pistola elettronica, dei divieti. Un decreto che non è rivolto solo contro gli stranieri - che comunque hanno la peggio -, ma che intende colpire le lotte con eventuali blocchi stradali e ferroviari di studenti, dei senza casa e degli operai che re-iniziano a dare segnali di insofferenza allo stato di cose presenti. Come ha dimostrato lo sciopero generale del 26 ottobre indetto da alcune sigle sindacali di base: Cub-Si Cobas-Slai Cobas-Usi ait; il tentativo di autorganizzazione dei lavoratori che rifiutano le burocrazie sindacali, la manifestazione a Roma del Si Cobas del 27 ottobre, possono rappresentare un rinnovato protagonismo e la ricerca dell'unità e della necessaria organizzazione della classe lavoratrice. Necessaria per affrontare le continue emergenze occupazionali contro le quali sono insufficienti le soluzioni di Di Maio come il ripristino degli ammortizzatori sociali in deroga - ridotti nella durata -, in alcune maggiori vertenze; un probabile quanto fumoso "reddito di cittadinanza" che non si sa ancora chi realmente ne potrebbe usufruire e a che condizioni essendo slittata di qualche mese la sua presentazione fuori dalla manovra finanziaria (DEF). Di Maio non incide sull'impoverimento del tessuto produttivo: fabbriche in mano agli stranieri che chiudono, imprese italiane che delocalizzano alla ricerca di sempre maggiori profitti. Le cose certe sono quelle che abbiamo visto con il cedimento sulle necessità del capitale con l'Ilva di Taranto, il gasdotto Tap pugliese e con la riattivazione dei vaucher. Altro che governo del cambiamento!
Lega e M5S non si preoccupano dello sfruttamento padronale che provoca morti e invalidi sul lavoro; non si preccupano dei rapporti schiavistici che regolano l'occupazione degli stranieri, dei contratti capestro per i lavoratori. Dopo i roboanti annunci contro la Fornero hanno inventato la quota cento, riuscendo a peggiorare la condizione dei pensionati - se mai è possibile - ma proseguono la linea salvabanche e dei condoni, dei loro predecessori. Dicono e urlano di combattere la criminalità, ma se la prendono con la piccola e spicciola manovalanza senza andare alla radice delle cause, nessuna parola o provvedimento contro mafia e simili. Lasciano campo libero alle formazioni fasciste, più che mai funzionali al sistema, alla repressione e allo spargimento della paura. Così si mettono davanti a tutto gli interessi degli italiani, e del popolo?

Dall'altra parte il PD - dopo la sua fallimentare politica riformista che ha spianato la strada alla deriva populista con un crescente autoritarismo e fascistizzazione dello Stato, è passato ad una sorta di "opposizione" - insieme a Forza Italia - tutta centrata sul deficit della manovra finanziaria calcolata in 27 miliardi di euro, quali veri paladini di banche, del grande capitale e della UE. Artefici degli aumenti delle spese militari, le hanno portate a ben 25 miliardi di euro, 70 milioni al giorno (che diventeranno 100 secondo la richiesta degli USA già accettata dal "governo del cambiamento" Salvini-Di Maio-Conte) per l'appartenenza alla NATO e per sostenere il complesso militare-industriale e le scelte guerrafondaie che non ci stancheremo mai di denunciare.
Sono cifre tenute nascoste alla popolazione perché non si renda conto di questo vero spreco di denaro pubblico che potrebbe essere utilizzato a fini sociali, a partire dalla sanità, dalla scuola e dalla ricerca invece di incrementare l'imperialismo italiano e internazionale. Tacciono per nascondere l'intreccio di interessi tra le aziende produttrici di morte (l'italiana Leonardo è al 9° posto) con partiti e istituzioni. In un sistema capitalista i governi sono solo comitati d'affari della borghesia e, quindi, rappresentano e fanno gli interessi della borghesia, non degli "italiani" né del "popolo" e nel nostro paese oggi anche la cosiddetta opposizione fa parte dello Stato maggiore borghese.
Allora qual è il problema? Il capitalismo non si può abbellire, non si riforma, non si salva. Si abbatte! Incominciando dal capire e discernere tra bieca propaganda e realtà e, di conseguenza, mobilitandosi e organizzandosi per respingere le misure contro il movimento operaio e proletariato che devono essere il perno della difesa dei propri interessi di classe nella prospettiva di una società che pensi veramente ai bisogni della maggioranza.


11 settembre 2018 redazione
editoriale n. 5

LA FASCISTIZZAZIONE È SEMPRE PIÙ EVIDENTE
Andare oltre l'attività sindacale per diventare protagonisti della politica che costruisca un futuro con un sistema sociale socialista, cioè solidale e non per ingrassare i capitalisti
Agosto è stato un mese caldo non solo dal punto di vista climatico. E non è stato di riposo per molti lavoratori. È stato invece caratterizzato da numerose morti sul lavoro; da presidi operai come alla Bakaert di Figline Valdarno - dove 318 operai spremuti come limoni con contratti sempre più al ribasso che hanno permesso all'azienda di realizzare grandi profitti - hanno ricevuto la lettera di licenziamento perché la multinazionale belga, ex Pirelli, ha deciso di delocalizzare in Repubblica ceca dove i profitti aumenteranno ulteriormente.  È continuato il presidio a Piombino degli operai ex Lucchini con il Camping 1 Cig - che insieme ai dipendenti Bekaert - hanno portato un buon contributo alla Festa di "Partigiani sempre" che si tiene ogni anno a Viareggio. I ferrovieri si sono mobilitati contro la firma dello scandaloso contratto che tende a dividere l'unità dei lavoratori tra FS e Italo. In molti hanno passato i mesi estivi con l'incubo della disoccupazione in seguito allo stallo di varie trattative, Ilva in primis.
La caduta del ponte Morandi a Genova - che ha aumentato la lista dei morti sul lavoro - ci riporta ad altre circostanze. Nel 1999, l'anno del governo D'Alema, quando crollavano i ponti serbi sotto i bombardamenti da aerei decollati dall'Italia veniva ceduta ad un gruppo di azionisti privati la proprietà pubblica della Società Autostrade che gestiva anche il ponte Morandi. Ovvero come agevolare gli interessi dei privati alla continua ricerca del massimo profitto. Il Morandi non è il primo ponte a crollare. Negli ultimi 3-4 anni sono decine i ponti ceduti e, per logica, non sarà l'ultimo però sono eventi che permettono ai politici di ogni risma di piangere lacrime... di coccodrillo e affermare la loro propaganda demagogica.
È morto Marchionne, il nemico degli sfruttati di tutto il mondo, colui che ha incassato i soldi degli ammortizzatori sociali per poi portare le fabbriche in altri paesi, ciononostante è stato, in men che non si dica, sostituito dai suoi amici con l'a.d. Manley che sposterà FCA sempre più verso gli USA. I mezzi di informazione lo hanno santificato, ma gli operai non hanno pianto. Il modello industriale Marchionne ha fatto carta straccia dei diritti dei lavoratori, del CCNL e del principio di rappresentanza sindacale all’interno delle fabbriche, esteso sul piano nazionale. La cosiddetta “newco” Fabbrica Italia è andata rovinosamente in cassa integrazione e poi è miseramente fallita dopo appena 7 mesi dall’avvio. L'
arroganza padronale di Marchionne ha in gran parte colpito i delegati e i lavoratori più combattivi con l'arma del licenziamento, della cassa integrazione, dei reparti-confino o delle sanzioni disciplinari. Ha licenziato 5 operai alla Fiat di Pomigliano per avere inscenato davanti all'azienda il suo suicidio in contrapposizione ai lavoratori che si erano tolti la vita in seguito alle difficoltà provocate dal loro licenziamento, Operai oppressi in fabbrica e costretti a condizioni materiali e psicologiche di indigenza, impossibilitati a mantenere la propria famiglia.
Il reazionario Salvini ha mostrato i muscoli contro gli sbarchi degli immigrati, sequestrandoli e respingendoli in quella Libia distrutta dall'imperialismo dove sono torturati e le donne stuprate, monopolizzando l'attenzione sul "prima gli italiani" - che non vale per gli italiani sgomberati dall'occupazione delle case - incanalando l'odio verso gli stranieri - compresi quelli che sono supersfruttati da padroni e caporali nelle campagne del Sud e che muoiono come nell'incidente del 4 agosto -. Alimentando tensioni sociali, in combutta con il nazista ungherese Orban incontrato a Milano. Salvini, tra le varie elucubrazioni sulla famiglia, si è lanciato sull'"esplosione di aggressioni" da parte di pazienti psichiatrici. Altre notizie false perché il 95% dei reati violenti commessi è attribuibile a persone "normali", tace, invece, sullo sfascio progressivo del sistema assistenziale che conta su circa il 3,5% della spesa sanitaria mentre altri paesi - Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna - vi investono il 10/15%.
La politica del governo Conte-Salvini-Di Maio distrugge le libertà e i diritti conquistati con la Resistenza e le lotte operaie, e si dibatte tra decisioni populiste, ondeggianti e superficiali, retromarce, correzioni delle dichiarazioni, annunci demagogici, proposte palliative volte a frenare le situazioni di difficoltà delle masse, lasciando la disgregazione in cui ci troviamo nell'ambito dello Stato borghese.
C'è una particolare attenzione verso le forze di polizia, che aumenteranno di numero e di stipendio e saranno munite di nuove armi - armi che non saranno "innocue" e utili per la sicurezza come vogliono farci credere -, ma che saranno utilizzate contro le inevitabili manifestazioni di protesta: politiche, sindacali, studentesche. Contro quei settori che la borghesia condanna ad una vita di sempre maggiori problemi: di lavoro, di salute, di casa ecc.
E il processo di fascistizzazione si fa ogni più evidente e avanza verso un ulteriore salto qualitativo che aprirà le porte al fascismo.
Sono ridicoli i patetici "consigli" di un riesumato Veltroni o la finta opposizione del PD che, nel suo governo - ha remato contro il proletariato a favore del grande capitale e degli interessi dell'Ue, degli Usa, di Israele e della Nato -, né i tentativi di fusione tra i pezzi sparsi della "sinistra".

La crisi c'è. C'è il costante aumento del costo della vita: dagli alimentari alle bollette, dai servizi ai trasporti, dai carburanti alle tasse. Eppure non se ne sente più parlare, di conseguenza non si sente più parlare neppure della parola d'ordine basata sul fatto che non devono essere gli operai, i cassintegrati, i disoccupati a pagare la crisi insanabile della borghesia.

La borghesia promette progresso e benessere che non trova riscontro nella relatà perché nel capitalismo non c’è alcuna possibilità di una esistenza degna di questo nome. Anche questo governo - asservito
agli USA, alla UE, ai sionisti e al Vaticano - non migliorerà né cambierà la difficile situazione del proletariato e delle masse popolari perché prima di tutti non ci sono gli italiani, ma gli imprenditori e il loro capitale. Ci sono gli interessi del complesso militare industriale (che sta modernizzando le armi nucleari), che impone l'acquisto di armi da guerra e l'aumento del Pil al 2% per l'appartenenza alla Nato, alla quale anche questo governo "del cambiamento" ha confermato la fiducia. È il sistema ad essere fallimentare per la stragrande maggioranza della popolazione, per la classe lavoratrice, un sistema che non si può riformare tantomeno abbellire.
C’è un’unica possibilità per liberarci da tutti i pericoli, dall'oppressione, dalla repressione, dalla guerra che ci riguarda sempre più da vicino a causa delle contraddizioni tra le potenze imperialiste nel contesto della crisi mondiale. È la lotta di classe.
Una lotta di unità: fabbrica-territorio, di unità di classe tra tutti gli operai delle numerose fabbriche in lotta che mettano fine all’odiosa delega che ha portato al distacco dei vertici sindacali dalle esigenze dei lavoratori. Unità di classe contro le divisioni che indeboliscono il movimento operaio come quelle in occasione degli "scioperi nazionali" indetti dai vertici dei sindacati di base per soddisfare la propria autoferenzialità, limitati perché non in grado di bloccare il paese, ai quali aderiscono solo i militanti (e non sempre tutti) ma che non coinvolgono l'insieme della classe lavoratrice. Scelte che demotivano lo sciopero stesso e che invece di restituire fiducia nella lotta producono disorientamento e demoralizzazione.
È indispensabile andare oltre l'attività sindacale e le rivendicazioni immediate, comunque necessarie, e dotarsi di strumenti adeguati per diventare protagonisti della politica - quella vera, non istituzionale - che liberi dalle catene dello sfruttamento capitalistico e costruisca un futuro basato su un sistema sociale socialista, cioè solidale e non per ingrassare i capitalisti.

 


24 giugno 2018 redazione
editoriale n. 4

Ma quale cambiamento?
Organizzarsi e rispondere alla politica fascista, razzista, demagogica, populista, imperialista che ricadrà, ancora una volta, sulla classe lavoratrice e sulle masse popolari
Durante la campagna elettorale, in concorrenza su chi le sparava più grosse, oltre agli insulti, si sono sgolati per affermare: mai con Lega, mai con M5S.
Poi hanno capito che per realizzare la loro sete di potere dovevano allearsi. A governo fatto eccoli genuflessi verso la Nato - per la quale non mettono in discussione l'alleanza, ma neppure i 70 milioni al giorno versati per l'appartenenza -, l'imperialismo Usa e... l'Europa. Non si esce più dall'unione - che è diventata "casa nostra", l'euro ce lo teniamo. La legge Fornero - punto di forza della Lega pre elezioni si corregge, non si elimina più.
Gli opinionisti giornalisti o politici giustificano i partiti del "cambiamento" con il fatto che erano promesse elettorali, ma ci rendiamo conto? In campagna elettorale sono ammesse promesse solo per conquistare voti che poi non saranno attuate? E gli elettori che li hanno votati pensando di uscire dalle politiche liberiste e di austerità, come considerano questo trasformismo?
Ma il Presidente della Repubblica non poteva celebrare il 2 giugno senza la presenza del "nuovo governo" e allora, dopo la farsa Cottarelli, ecco la formazione in fretta e furia affidata allo stesso presidente del consiglio che aveva già rinunciato al primo incarico.
Se il grande capitale, l'UE, la BCE, il FMI hanno spinto per un governo di larghe intese: PD-FI, i risultati elettorali e la sconfitta dei partiti riformisti e revisionisti hanno messo in crisi questo progetto e portato al governo i rappresentanti della piccola borghesia, delle piccole e medie imprese, dei commercianti, delle forze armate, del Vaticano.
È un esecutivo che si basa sull'ordine - quello autoritario e militare dalla borghesia -, di smantellamento dei diritti dei lavoratori, sgravi fiscali, flat tax con l'inganno della parificazione tra ricchi e poveri (eppure Salvini nelle piazze ha sempre sostenuto che non vale la media di un pollo a testa perché qualcuno ne mangia due e qualcuno niente); ed elemosina ai disoccupati (che continuano a rimanere tali) che "rimetta" in moto l'economia, quella del consumismo.
L'ambizioso Giuseppe Conte è il "garante" come sostiene lui stesso. Per noi è il fantoccio che deve applicare in modo pedissequo e schematico il "contratto" e le sue deroghe in corso d'opera in seguito alle decisioni e alle direttive di Di Maio e Salvini. Un professore che nel suo discorso di insediamento (l'avrà scritto lui?) si è dimenticato della scuola, ma anche della delicata situazione Ilva e di altre attività produttive in crisi.

Il suo intervento è stata la sintesi del contratto - che non è di destra o di sinistra, ha sostenuto Conte sottolineando il "tramonto delle ideologie forti - stipulato tra Salvini e Di Maio per "il governo del cambiamento". Contratto suddiviso in 30 punti, tra i quali spiccano: campi nomadi, rimpatri, sicurezza e legalità, aumento delle carceri, difesa sempre legittima, flat tax, banche per l'investimento.
La scarsa efficienza del “servizio giustizia si sta rivelando un limite alla crescita economica e un deterrente nei confronti degli investitori stranieri", ha detto Conte. Qualcuno gli comunichi che la maggioranza delle grandi attività produttive in Italia sono già in mano del capitale straniero: Barilla, Plasmon, Pack sistem agli americani, Alitalia, Parmalat, Edison, Gucci, Loro Piana, Fendi, Pucci, Bulgari, Eridania, Ferrari casearia, Galbani, Scaldasole, Locatelli, BNL ai francesi;
Algida ad una società anglo-olandese, Pernigotti ai turchi, Perugina, Antica gelateria del Corso, Buitoni, San Pellegrino agli svizzeri, Gancia ai russi, Carapelli, Sasso, Bertolli, Star, Fiorucci salumi, riso Scotti agli spagnoli, Peroni ai sudafricani, Chianti classico, Benelli ai cinesi, Del Verde alimentari agli argentini, Rigamonti, Safilo agli olandesi, Italpizza, Fiat avio, Eskigel agli inglesi, Invernizzi alla Germania, AR ai giapponesi, Casanova, La Ripintura a Hong Kong, Orzo bimbo a Novartis. Per non parlare dei gruppi nel campo trasporti, telecomunicazioni, elettrotecnica ed elettromeccanica. Persino il fiore all'occhiello di Modena: l'aceto balsamico è diventato britannico!
Per il suo insediamento Conte si è speso molto per fare la lezione in risposta alle accuse di populismo, scomodando - peraltro a sproposito - Dostoevskij (molto critico sulla libertà borghese) - "
Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, se anti-sistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni", ha detto. Secondo Conte dal contratto di governo emerge che l'attenzione ai bisogni dei cittadini è condotta nel segno alto della politica con la P maiuscola e qui, anche lui, tira la Costituzione come una coperta corta: "l'obiettivo è dare concreta attuazione ai valori fondanti della nostra Costituzione".
Fiato sprecato, quello di Conte, non è lusinghiero definirsi populisti anche perché il senso del populismo sarebbe intendere il popolo come un modello, e non come "ascolto dei bisogni della gente".

Il termine populismo
-
derivato dall'inglese “populism”, a sua volta tradotto dal russo narodničestvo” (“narod”, appunto, “popolo”), denomina un movimento nato nella Russia del XIX secolo nelle comunità rurali. Che ebbe tra i referenti principali: il pensiero hegeliano e correnti di cui l’ultimo rappresentante è stato Solzenicyn. Fu contrastato da Lenin in quanto movimento "soggettivista" produttore di disuguaglianze e costruttore di teorie astratte, nelle quali la realtà è sostituita da idee consolatorie (per approfondire: Nuovi spostamenti economici nella vita contadina).
Molto sfumato il riferimento di Conte al mondo del lavoro (abolito il termine disoccupati), nessun riferimento al jobs act né alle morti - in continuo aumento - causate dallo sfruttamento e dalla mancanza di sicurezza, ma
l'invito alla delazione con l'impegno di "tutelare maggiormente coloro che, dal proprio luogo di lavoro – sia esso privato o pubblico –, denunceranno i comportamenti criminosi compiuti all’interno dei propri uffici", ovvero come dividere il fronte dei lavoratori. E zero assoluto sulle delocalizzazioni e le chiusure (spesso di aziende straniere) che buttano sulla strada centinaia di migliaia di operai... altro che "prima gli italiani"!
"Non siamo e non saremo mai razzisti", ha urlato il presidente del Consiglio. "Un primo banco di prova
del nuovo modo in cui vogliamo dialogare con i partner europei è certamente la disciplina dell’immigrazione". Ci pare che il primo banco di prova sia stato il silenzio sull'omicidio del bracciante del Mali in Calabria e il tentativo di assassinare oltre 600 migranti in mare chiudendo i porti, peraltro utilizzati come propaganda di distrazione di massa.
E, come cicliegina sulla torta, la strizzata d'occhio alla Meloni: "Saremo disponibili anche a valutare l'apporto di gruppi parlamentari che vorranno condividere il nostro cammino e, se del caso, aderire successivamente al contratto di governo, offrendo un apporto più stabile alla realizzazione del nostro programma".
Ebbene abbiamo aspettato qualche mese per avere un governo che vende fumo sul cambiamento, rappresentante della piccola e media borghesia, favorito dalle scelte socialdemocratiche del PD e dall'inganno pseudo riformista dei sindacati compiacenti verso i padroni e i loro comitati d'affari. Che peggiorerà le condizioni di lavoro e di vita del proletariato perché concentrerà nelle mani della minoranza sfruttatrice la ricchezza a danno della maggioranza dei lavoratori e delle masse popolari.
E con il quale avanzerà la politica basata sulle idee fasciste, razziste, sul potenziamento degli apparati repressivi dello Stato e, quindi, di ulteriore limitazione delle stesse libertà borghesi, di fedeltà all'imperialismo, di attacco al comunismo e ai suoi valori. Ai comunisti spetta ancora il compito di aiutare a capire - a lavoratori, disoccupati, giovani (anche a coloro che si sono fidati e hanno votato Lega e M5S) - di quale cambiamento si tratta - e portare avanti l'unica politica che spezza le catene dello sfruttamento: quella dell'organizzazione basata sul socialismo scientifico.


14 maggio 2018 redazione
editoriale n. 3

Di male in peggio
Finché esisterà il capitalismo non ci saranno governi che daranno risposte ai problemi che attanagliano il paese
È brutto cominciare un ragionamento con l'affermazione "lo avevamo già detto", ma in questo momento di grandi manovre per la formazione di un "nuovo" governo pensiamo sia appropriato. Abbiamo tenuto in sospeso la chiusura del giornale, in attesa di conoscere la formazione del nuovo governo. Tutti sostengono di aver vinto (ma le elezioni non sono una lotteria) - tranne gli accasciati del PD che non perdono occasione per ribadire la loro sconfitta come un vanto -, e tutti - che non avevano fatto i calcoli di una legge truffa e pasticciata confezionata a misura per far governare PD e Forza Italia -, si accorgono che senza il premio di maggioranza non raggiungono il numero necessario per governare. E allora è stato inventato un nuovo metodo, quello del cosiddetto "contratto di governo" che si può fare con chi ci sta e si candida a gestire e amministrare la crisi del capitalismo italiano e il montante malcontento e rancore dei settori popolari più colpiti che si manifesta apertamente tramite l'astensione, ma anche nell'appoggio ai cosiddetti populisti cui è stato aperto un certo credito nelle ultime elezioni. Vogliono il potere, ma devono trovare il modo migliore per nascondere le loro intenzioni e come ingannare il loro stesso elettorato e le masse del nostro paese di fronte alle decisioni economiche, l'approvazione del bilancio dello Stato con il conseguente aumento dell'Iva e la ricaduta oggettivamente antipopolare, il futuro dei lavoratori Ilva ecc., le esigenze dei padroni che vogliono più soldi, una crescente povertà estesa sempre più anche ai lavoratori occupati e l'aumento della disoccupazione.
La formazione non è ancora arrivata e la cosa non ci scompone anche perché, come abbiamo già scritto nello scorso numero, chiunque prenda in mano il governo lo potrà fare solo se garantirà gli interessi del grande capitale. La differenza per noi è solo di sapere se si torna alle urne e dobbiamo subire una campagna di promesse improbabili e di illusioni, per rilanciare la nostra posizione di astensionismo. Un astensionismo attivo per rimancare il divario che esiste tra i bisogni della classe lavoratrice, del proletariato, delle masse popolari sempre più in difficoltà e lo Stato borghese con tutto il suo apparato e i suoi strumenti di oppressione e repressione.
Intanto il paese ha proseguito due mesi con un governo, Gentiloni, in carica per l'"ordinaria amministrazione". Quella della gestione capitalistica, di pressione sulle masse popolari, persino la concessione della cittadinanza ad un bambino (extracomunitario, ma inglese) morente. Ha proseguito per coprire le montature - organizzate dai servizi segreti occidentali che non accettano che la Siria resista agli attacchi dell'imperialismo -; per l'appoggio al terrorista Stato di Israele.  E di una frenetica corsa al riarmo - garantisce il supporto logistico (è il quinto avamposto statunitense nel mondo): lo spazio aereo e navale per trasferire armi, munizioni, veicoli militari dalle Basi Usa e Nato che invadono il nostro territorio, che trasformano l'Italia in una portaerei per aggredire e rapinare popolazioni, distruggere paesi e inquinare l'ambiente -. Il tutto per mantenere in vita un sistema in crisi, che cerca di salvarsi solo intensificando lo sfruttamento capitalistico fino a portarci ad una guerra imperialista sempre più vicina ai nostri confini.
Il Presidente Mattarella, che non ha voluto prendere la decisione dell'assegnazione dell'incarico, ha escogitato nuove formule proponendo un governo di "servizio", "transitorio", di "garanzia", "neutrale" (chi può essere neutrale quando deve prendere delle decisioni?). O il governo o le elezioni ha riaperto i giochi e sono ricominciati i balletti degli ambiziosi Salvini e Di Maio per trovare il modo di prendere il potere dopo mesi di insulti e il risoluto "mai con il M5S", "mai con Berlusconi" ed evitare nuove elezioni anche per garantire il posto ai neoeletti che, dopo il primo compenso, non mollerebbero la presa!
In particolare il M5S, che si è sempre vantato di non essere né di destra né di sinistra sembra invece molto in sintonia proprio con Salvini, quel Salvini che è stato contestato in tutte le piazze per le sue posizioni razziste, xenofobe e fasciste. Votato anche da settori di "sinistra" che volevano il cambiamento e che probabilmente lo avranno in peggio con un prossimo governo pericolosamente reazionario. Un'assonanza politica che ha permesso la spartizione dei presidenti delle Camere con Roberto Fico del M5S e al Senato con Maria Elisabetta Alberti Casellati di Forza Italia.
Fico ha fatto un bel salto: dagli "Amici di Grillo", edizione vaffa, è passato per le elezioni del 2013 candidato a presidente della Regione (1,35%), a sindaco di Napoli (1,38%) fino alla scelta sul web di 228 voti (è la democrazia di base del M5S) per la candidatura del 2018.
Poche parole in più per questa avvocata già vice capogruppo a Palazzo Madama dal 2001 al 2008 perché in quanto prima donna alla presidenza del Senato c'è stato un grande sbandieramento. Entrata in Forza Italia nel 1994, dove ha ricoperto vari incarichi, pur piacendo al M5S è stata una fervente sostenitrice di Berlusconi anche in occasione delle sue "bravate". Ha sostenuto le "leggi ad personam" e marciato, infatti, sul tribunale di Milano con 150 parlamentari del Popolo della Libertà contro il processo Ruby. Per lei Berlusconi sottoposto ad un "plotone di esecuzione" era innocente anche dopo la sentenza in Cassazione. Per chi si illude ancora che basti una donna al Senato per rappresentare le donne ricordiamo che la signora - formata in diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense - ha firmato una proposta di legge per abolire la 194, ha definito "gravissimo errore che strizza l'occhio alla cultura della morte" l'introduzione della pillola Ru486, è contraria alla regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso.  L'unica donna per la quale ha fatto l'interesse è la nomina di sua figlia Ludovica a capo della sua segreteria al dicastero quando era sottosegretario alla salute! Alberti Casellati è contraria anche alla fecondazione eterologa e per esprimere la sua posizione durante il dibattito sul disegno di legge ha affermato che «l'Italia è piena di figli dell'eterologa perché frutto del rapporto di una donna col lattaio di turno». Non si trovano notizie sul suo passato nel MSI o nella sua organizzazione giovanile, ma è significativo il suo primo passo in occasione del 1° Maggio è stato quello di andare tra le truppe (lavoratori dei massacri) militari nel Kosovo. Il M5S se ne deve essere dimenticato visto che ha concordato e gradito e votato per la sua carica.
Ciò che si prospetta al momento in cui scriviamo è la formazione di un governo Lega-M5S con la benedizione dello stesso Berlusconi pronto ora a fare il "passo di lato" con nuove formule come "astensione benevola" pur di mantenere l'alleanza con Salvini (che potrebbe in realtà distruggere attraverso i suoi mezzi di informazione) e non uscire di scena e soprattutto per garantirsi le agevolazioni per le sue aziende, mettere le mani sulla Rai, senza capitolare. Far "provare" la gestione a Lega e M5S per poi ritrovarsi a fianco del PD in una futura alternanza come salvatore della patria.
Una prova di governo molto pericolosa per il proletariato che accellera la trasformazione dello Stato in senso ancora più reazionario, la sua fascistizzazione, apertamente contrapposto ai valori della Lotta di Liberazione, di cultura, di solidarietà, garante degli Usa, di Israele, della UE e della Nato. Un governo che porterà ulteriori attacchi alla classe lavoratrice e, in continuità con i precendenti, lo smantellamento di tutte le sue conquiste e una politica che impedisca la sua organizzazione indipendente.
Noi possiamo solo operare per rafforzare l'unità del movimento operaio e per allargare la lotta di classe che smascheri questa prova di governo e faccia saltare la politica populista, razzista, di austerità, repressione e sfruttamento sempre più profondi. Perché finché esisterà il capitalismo non ci saranno governi che daranno risposte ai problemi che attanagliano il paese.

 


23 marzo 2018 redazione
editoriale n. 2

Ci aspetta un nuovo governo della borghesia
Ci sono tutti gli elementi per capire che è sempre più necessario organizzarsi per affrontare lo scontro di classe
Abbiamo impostato la nostra campagna elettorale sull'astensionismo in rifiuto a tutti gli appelli al voto perché, in quanto comunisti, non possiamo contribuire all'avanzata delle forze borghesi che da anni aggravano le condizioni di lavoro e di vita di milioni di proletari: lavoratori e pensionati e perché non ci sono le condizioni per presentare liste rivoluzionarie contro il sistema di sfruttamento e oppressione (all'interno la nostra analisi sui risultati).
"Le elezioni passano e i padroni restano" è stato il nostro slogan e così è. Dopo aver illuso gli elettori ora gli eletti si scannano per la presa del potere mentre ogni giorno chiude una fabbrica e gli operai ingrossano le file dei disoccupati.
Il costo della vita aumenta sia per le bollette, acqua, luce, riscaldamento, che per i continui rincari alimentari. È già previsto un prossimo aumento dell'Iva e accise sui carburanti. Aumenta il prezzo del biglietto del trasporto, il pedaggio autostradale, il carburante è alle stelle, mentre i servizi sociali e la sanità diminuiscono e sono depotenziati. Ormai è risaputo che milioni di persone sono costrette a rinunciare alle cure mediche perché non possono pagare le medicine né i ticket.

Tra contraddizioni e manovre più o meno sotterranee, trasformismi sulle promesse in campagna elettorale, tra le ingerenze straniere: dalla Ue al Vaticano, agli Stati Uniti i partiti sgomitano per prendere il potere e formare un governo che continuerà la politica antipopolare, repressiva, europeista e di riforme istituzionali. Una politica di smantellamento del mondo del lavoro e di guerra a favore dell'imperialismo. Tant'è che mentre tutti erano concentrati sulle elezioni Confindustria ha siglato un famigerato accordo con Cgil-Cisl-Uil-Ugl. L'ennesimo che si caratterizza per impedire il conflitto di classe tra capitale e lavoro garantendo ai padroni mano libera nello sfruttamento.
Governo e Parlamento prenderanno forma con il carico di 2300 miliardi di euro di debito pubblico, con rappresentanti di forze politiche sempre più spostate a destra in continuità con la gestione degli interessi della borghesia sia sul piano economico che di guerra, sia sulle scelte fatte all'interno dell'Unione europea i cui trattati, nelle promesse elettorali, non sono stati (e non saranno) messi in discussione. Compito già assolto egregiamente dai governi di centro sinistra a guida PD.
Non continuino ad illudersi quelli che hanno votato il M5S contro la casta, dandogli una paternità di sinistra, né quelli che hanno votato Lega credendo che libererà il Paese dai vincoli europei.

Qualunque sia la coalizione sul proletariato piomberà una nuova stagione di sacrifici, autoritarismo, repressione e disoccupazione perché non sarà certo il prossimo governo ad impedire la fuga degli imprenditori, dopo aver preso le sovvenzioni statali, a far rientrare le 36mila aziende delocalizzate in varie parti dell'Europa e dell'Asia dove sfruttano nuova classe operaia. Non sarà un governo che aumenterà le tasse alle multinazionali che producono in Italia (già ridotte dal 27,5 al 24% dal PD), né che fermerà l'aggressività dell'Unione europea per il suo sostegno degli interessi del complesso militare industriale e per la militarizzazione dell'Europa, per la quale la Commissione ha proposto la spesa di 500 milioni per il biennio 2018-2020. L'Italia non uscirà dalla Nato perché nessun partito eletto l'ha messa in discussione nella campagna elettorale, anzi rispetterà la richiesta degli Stati Uniti di aumentare la spesa per la Difesa e raggiungere almeno il 2% del Pil: più soldi per più armi, per più capacità militare, quindi guerra.
Per i comunisti la lotta sarà ancora più dura perché dovranno affrontare un attacco anticomunista, ancora più profondo, sostenuto dalle teorie di chi pone sullo stesso piano comunismo e fascismo e dai ciarlatani che dichiarano di non essere né di destra, né di sinistra - salvo propendere nella pratica per la destra -.
Il mondo è diviso in classi, ci sono gli sfruttatori e gli sfruttati e ci sono le ideologie. Perché i comunisti dovrebbero rinunciare alla propria - l'unica in grado di sostituire il sistema capitalista nelle mani di pochi con quello socialista nelle mani dei lavoratori - quando la borghesia e i suoi rappresentanti fanno valere la propria in tutti i settori della vita?
Il proletariato, i lavoratori - compresi coloro che sono caduti nella trappola del "voto utile" - si accorgeranno ben presto che il sistema capitalista non è riformabile, che la risposta alle selvagge scelte economiche e ai conseguenti disastri sociali imposti dalla “dittatura del capitale” richiede la partecipazione attiva e diretta, la lotta e non la delega. Richiede l'unità dei lavoratori contro il nemico comune che non sono gli immigrati, ma i padroni che sfruttano sempre di più per proseguire la loro corsa al massimo profitto. 
Dovremo impegnare tutte le nostre energie contro le forze che governeranno anche sul tema del progressivo autoritarismo,
di controllo, militarizzazione, di repressione politica e sociale e della crescente gravità del fascismo sotto qualsiasi veste si presenti. Comprese le bande squadristiche - spesso colluse con mafia e criminalità - utilizzate tatticamente dalla reazione padronale per colpire lavoratori in lotta e militanti di sinistra, che oggi si rivitalizzano nelle strade di tutto il Paese perché forti dell'avanzata delle forze reazionarie elette al Parlamento.  
Alla vigilia del 25 Aprile, dopo 73 anni, è doveroso ribadire l'importanza dell'impegno per un antifascismo attivo, vissuto in modo militante e non retorico o parolaio come abbiamo registrato in questi ultimi mesi in realzione ai fatti di Macerata e di Firenze. Un antifascismo basato sulle aspirazioni di classe che hanno animato la Resistenza (sopita, manipolata, distorta, tradita) nella sua lotta contro il capitalismo e i suoi governi nella quale operai, proletari, uomini e donne - che compresero l'inscindibile legame tra fascismo guerrafondaio e sistema capitalistico - misero in gioco la propria vita combattendo nelle brigate partigiane e nei Gap rimanendo uccisi, torturati, deportati nei campi di sterminio nazi-fascisti. Abbiamo bisogno di quel risveglio politico e culturale, etico ed esistenziale, di quell’esperienza resistenziale e delle successive battaglie antifasciste combattute nel nostro Paese.

In particolare i giovani, defraudati della memoria storica, schiacciati tra il consumismo, la precarietà esistenziale e lavorativa fatta di disoccupazione e spietato sfruttamento di un mercato del lavoro senza più regole devono capire, che per evitare di vivere un presente senza futuro, è possibile costruire una società diversa.

 


10 febbraio 2018 redazione
editoriale 1/2018

LINTERESSE DEL PROLETARIATO
L'obiettivo della ricostituzione del partito comunista è all'ordine del giorno dei comunisti rivoluzionari
Siamo in campagna elettorale, che in effetti è partita da tempo, grazie anche alla piaggeria dei vari mezzi di informazione. Tutti, lacerati dalle scelte dei candidati, sono lanciati in una gara di promesse improbabili e tutti uniti per convincere gli elettori ad andare a votare. Con una legge, peraltro, diabolica e truffaldina che non garantisce assolutamente quella stabilità tanto invocata da governo e politici. Anche la sinistra è sensibile al richiamo delle sirene del voto alimentando illusioni, parlamentarismo e fiducia negli strumenti della democrazia borghese. Ebbene noi, ancora una volta, ci distinguiamo e ci pronunciamo per l'astensionismo. Perché? Perché nessuna forza che si candida può rappresentare gli interessi della classe lavoratrice nell'attuale situazione e perché siamo convinti che la macchina statale borghese deve essere demolita e non si possa semplicemente impossessarsene.
Ci richiamiamo all'unico modo per cambiare effettivamente le condizioni drammatiche in cui si vive e che, nonostante le "rassicurazioni" dei governanti, peggioreranno sempre più.  Da marxisti e leninisti ci basiamo su teorie scientifiche, e non dogmi incontrastabili, che sono state applicate con successo e che sono più che mai valide. Seguendo Marx (ricordiamo quest'anno i 170 anni del "Manifesto" del partito comunista) e Lenin sappiamo che solo distruggendo il capitalismo e con esso tutti i borghesi, che solo capovolgendo i rapporti di forza a favore del proletariato si può instaurare un sistema sociale di liberi dallo sfruttamento. Ma per arrivare a questo ci vuole un autentico partito comunista che non ripercorri le teorie riformiste ed opportuniste che la spudorata disonestà intellettuale ha portato alla sconfitta del PCI. Il partito, per permettere alla classe operaia di soppiantare e sostituirsi alla borghesia confermando che gli operai possono "fare da sé e fare bene", impadronirsi della produzione e avviare una rigenerazione di tutta la società, come sosteneva Gramsci.
Sappiamo che la costruzione del partito comunista è opera lunga e complessa, comprende l'organizzazione, la struttura, il metodo e il contenuto del lavoro rivoluzionario, l'assimilazione del marxismo-leninismo e farne pratica nella vita interna e nell'azione politica del partito con l'obiettivo di portare la lotta di classe alla rivoluzione. Cosa ben diversa da un'adesione generale a un movimento rivoluzionario.  Quando si parla di rivoluzione, di presa del potere, di rovesciamento della borghesia si deve essere coscienti che al proletariato è necessario il suo stato maggiore, cioè il partito leninista. Qualcuno dirà che ce ne sono anche troppi di partiti comunisti nel panorama italiano, ciò che distingue la nostra concezione è che per noi il partito comunista, pur "rappresentando" gli interessi delle masse lavoratrici, attua la volontà di una determinata parte delle masse, quella più avanzata, la parte del proletariato che vuole rovesciare il regime esistente con mezzi rivoluzionari per fondare il comunismo.
Guardiamo a Gramsci perché ha posto le basi e indicato la strada per compiere in Italia la rivoluzione proletaria, non a caso il fascismo lo imprigionò perché capo del Partito Comunista e riferimento del proletariato italiano e lo condannò per la grande opera da lui svolta. Ma al tempo stesso guardiamo a Lenin e Stalin tanto più oggi che il revisionismo, il riformismo,
lo sviluppo di teorie di ogni genere: dalla fine della storia, alla fine dell'ideologia, alla scomparsa della classe operaia ecc. ecc. - generate o da precisi interessi di classe della borghesia, o da interpretazioni errate circa le forme assunte dal capitalismo nella sua fase imperialista, mentre rimane intatto il raggiungimento del massimo profitto attraverso lo sfruttamento della classe operaia e la rapina dei popoli - sembra abbiano portato indietro la situazione.
Lenin intendeva l'organizzazione all'opposto delle organizzazioni tradizionali dei cosiddetti partiti di massa della sinistra dove chiunque può iscriversi con il conseguente annacquamento della sua composizione di classe e dove si perpetua la separazione tra la lotta economica e quella politica, dove gli intellettuali elaborano la teoria, i dirigenti fanno la politica e ai proletari rimane solo la lotta rivendicativa economica-sindacale, sempre nell'ambito delle compatibilità col sistema capitalista, in conformità alle forme dello Stato borghese. La più ampia democrazia si ottiene obbligando tutti i militanti a partecipare attivamente alla vita politica del partito. Come sosteneva Lenin nel saggio "Un passo avanti, due passi indietro": "Il partito, nella sua attività pratica - se vuole conservare l'unità delle sue fila - deve applicare una disciplina proletaria unica, egualmente obbligatoria per tuttti i membri del Partito, tanto per i capi, quanto per i semplici membri. Perciò nel Partito non deve esserci alcuna divisione in membri dell'élite, per i quali la disciplina non sia obbligatoria e i non membri dell'élite, che debbano sottomettersi alla disciplina..."
Stalin, ritenendo il partito "il capo politico della classe operaia", precisava che "non deve limitarsi a registrare quello che la massa della classe operaia sente e pensa e trascinarsi alla coda del movimento spontaneo, ma deve condurre dietro a sé il proletariato, elevarsi al di sopra degli interessi immediati del proletariato, elevare le masse al livello degli interessi di classe del proletariato". Per Stalin, essere in grado di dirigere la lotta del proletariato il partito, armato d'una teoria rivoluzionaria, deve conoscere le leggi del movimento e le leggi della rivoluzione. Deve assorbire tutti i migliori elementi della classe operaia, la loro essenza, il loro spirito rivoluzionario, la loro devozione sconfinata alla causa del proletariato. Deve porsi alla testa della classe operaia e vedere più lontano della classe operaia perché solo così è in grado di trasformare la classe operaia in forza politica indipendente.

L'obiettivo della ricostituzione del partito comunista è all'ordine del giorno dei comunisti
che non praticano il riformismo, che si distinguono nella lotta sindacale-rivendicativa per difendere gli interessi immediati, e vincere l'opportunismo, uno dei principali nemici del movimento operaio. La pratica dimostra che quando i sindacalisti attivi tra la classe lavoratrice sono opportunisti difendono gli interessi della borghesia meglio degli stessi borghesi. Ma al tempo stesso i comunisti difendono gli interessi futuri del movimento operaio senza dimenticare mai che lo scopo finale della lotta di classe - affermazione che non deve essere solo teorica - è quello dell'abolizione del sistema del lavoro salariato e dell'emancipazione del proletariato.

Gli insegnamenti e l'operato di Marx, Lenin, Stalin, Gramsci, ancora oggi, sono di grande attualità per chi vuole condurre la lotta di classe sino all'abbattimento violento del capitalismo per una società fondata sul lavoro e sull'emancipazione da ogni forma di schiavitù dell'uomo sull'uomo. Approfondire i loro scritti non è anacronistico come vuole inculcare la borghesia che non perde occasione per attaccarli, manipolarli, mistificarli. L'obiettivo deve essere la rivoluzione sociale attraverso la quale la classe lavoratrice diventi padrone della situazione, con la condizione della dittatura del proletariato, indispensabile nella lotta contro le forze e le tradizioni della vecchia società, nel passaggio dal capitalismo al comunismo, cioè la società senza classi. Non c'è altra via, se non si capisce, non c'è salvezza!


26 dicembre 2017 redazione
editoriale n. 7
No alle trappole illusorie Sostenete

No alle trappole illusorie
Sostenete "nuova unità", per affermare una voce comunista contro il feroce attacco anticomunista
C'è un grande affanno che agita le forze politiche in previsione delle elezioni governative con una legge che contrasta completamente il concetto su cui ci martellano da anni: la governabilità. Tutte cercano il consenso facendo a gara sulle più svariate proposte a favore del "popolo". Un baraccone che trova ampio spazio su tutti i massmedia, ma che non funziona più perché nessuna soluzione ai problemi del proletariato e dei giovani può venire, anzi quel che si profila è un governo ancora più reazionario sempre più schierato con l'imperialismo USA, della UE e la NATO.
Sono i risultati elettorali a confermare il sempre crescente astensionismo. Che riteniamo sia un fatto positivo anche se lo sdegno e la sfiducia dei proletari nei confronti dei palazzi del potere non si sono ancora orientati pienamente in forza anticapitalista e nello sviluppo della lotta di classe con una presa di coscienza rivoluzionaria.

Nel momento in cui la borghesia cancella tutti i diritti del mondo del lavoro - a partire dal più importante, quello della libertà di sciopero -; aumenta la disoccupazione, la maggioranza dei pensionati è alla fame, mancano le case popolari, si svendono le fabbriche, si tagliano servizi e sanità, i lavoratori sono costretti a scegliere tra lavoro e salute, impera la precarietà, si violenta la natura, i nazi-fascisti rialzano la testa, l'imperialismo aumenta la sua aggressività cercando sempre nuove guerre, tira fuori dal cappello i soliti argomenti di "distrazione di massa", ultimo in ordine di tempo il testamento biologico.
I vari governi appellandosi al rispetto dei vincoli di Maastricht, di Lisbona ecc. al pareggio di bilancio, al fiscal compact tagliano su tutte le spese sociali mentre il debito pubblico continua a crescere per le spese militari e il riarmo, per l'appartenenza alla Nato, per finanziare le banche e le industrie, per le enormi spese gestionali sostenute da questo governo, ivi comprese quelle che, con la sordina, sono state utilizzate per portare in Italia le salme dei monarchi che "per grazia di dio e per la volontà della nazione re d'Italia imperatore d'Etiopia" hanno appoggiato il regime fascista e promulgato i provvedimenti per la difesa della razza.

Il vero problema è il capitalismo che nessun partito né movimento hanno intenzione di abbattere perché lo rappresentano. Il capitale si basa sullo sfruttamento dei lavoratori, sul plusvalore, sul profitto esattamente come l'ha analizzato Marx con un'analisi pienamente attuale. Il suo prolungamento aumenta solo la sofferenza della classe operaia e delle masse popolari che non devono cadere nelle trappole delle promesse elettorali. La lotta, l'organizzazione, il protagonismo operaio sono elementi indispensabili per cambiare il sistema capitalista in socialista. Per questo noi, comunisti di "nuova unità", resistiamo per portare avanti le nostre idee rivoluzionarie, convinti della necessità dell'unità dei comunisti per arrivare ad una vera lotta di classe che sconfigga il capitalismo. Pensiamo che anche un giornale come "nuova unità" - che è una goccia nel mare dell'informazione borghese che raggiunge e condiziona milioni di persone - sia fattore di coesione e organizzazione politica, uno strumento di riflessione, fondamentale per la formazione, e di lotta per l'aggregazione e lo scontro politico.
È vero che, anno dopo anno, la situazione è sempre più difficile e complicata. Molti compagni abbonati e diffusori ci hanno lasciato troppo precocemente e numerosi sono disoccupati o pensionati che non possono pagare l’abbonamento. Pur non volendo anche quest'anno siamo obbligati ad una robusta selezione e, quindi, sospenderemo l'invio a coloro che, pur potendo, non pagano evidentemente perché sottovalutano il sacrificio dell'impegno volontario dei compagni per garantire e rafforzare una voce comunista in un periodo di forte attacco al comunismo, che può vivere solo sul contributo dei lettori e dei sostenitori che si battono ogni giorno per abbattere questo marcio sistema capitalista e imperialista.


25 novembre 2017 redazione
editoriale n. 6

Il socialismo è possibile
Riappropriarsi delle analisi di Marx, Lenin, Gramsci per liberarsi dallo sfruttamento
Il mese di novembre si è caratterizzato per l'anniversario dei 100 anni della Rivoluzione russa, la prima che ha capovolto i rapporti di forza e dimostrato che il capitalismo si può abbattere e che il proletariato può prendere e gestire il potere senza sfruttamento. Una rivoluzione che ha contribuito a fare grandi passi avanti al movimento operaio in tutti i paesi del mondo, anche in quelli che del perché non staremo qui ad analizzare, non hanno fatto la rivoluzione.
Oggi, a distanza di 100 anni, il movimento operaio e la classe lavoratrice sono ritornati ad una moderna forma di schiavitù. Ricatti e repressione hanno instaurato sui luoghi di lavoro il terrore di perdere l'occupazione, l'enorme esercito dei disoccupati offre la propria manodopera al maggiore ribasso. L'esempio più eclatante è quello di Almaviva. Un anno fa 1600 lavoratori che non accettavano un'ulteriore riduzione del salario sono stati licenziati, il più grande licenziamento collettivo, insieme alla comunicazione della chiusura della sede di Roma. Falso. La sede di Roma non solo non è stata chiusa, ma ha sempre funzionato con lavoratori pagati con contratti Co.co.co. Di fronte alla recente decisione del Tribunale del lavoro del reintegro di 150 lavoratori la risposta è stata: fra 5 giorni assunti a Catania!
E poi ci sono le delocalizzazioni. Gli industriali prendono contributi dal governo - sempre solerto a sostenere questa categoria - e poi se ne vanno all'estero; le imprese straniere - tanto apprezzate dai nostri governi per gli "investimenti" in Italia - per poi finire come la Bonetti di Garbagnate acquistata dagli indiani che la chiudono, nonostante sia un polo di eccellenza per la produzione di qualità ed economicamente in attivo - comprano e spostano o chiudono, lasciando i lavoratori italiani sulla strada, altro che "prima gli italiani" famoso slogan di Lega e dei fascisti, rivolto contro gli immigrati ma mai contro le svendite delle industrie alle multinazionali! È notizia di questi giorni l'ennesima delocalizzazione, quella della Honeywell da Lanciano (Abruzzo) alla Slovacchia (dove gli incentivi pubblici sono ancora più alti e dove maggiore è la possibilità di sfruttamento): altri 420 operai più 100 dell'indotto a casa.
I vari governi non si sono mai occupati di questo sistema di trasferimento persino di quelle imprese che avevano ricevuto sovvenzioni statali, ma è più grave il fatto che l'argomento non sia mai stato oggetto di lotta da parte dei sindacati. I confederali, ovviamente per la loro politica di sostegno ai governi e di non disturbo ai padroni, ma non c'è stata neppure opposizione da parte dei sindacati di base né un lavoro per il rafforzamento di una rete a livello internazionale che garantisse i lavoratori sottopagati di quei paesi a loro volta sfruttati e messi in condizione di concorrenza con gli italiani.
Ma i lavoratori chiusi nella difesa del proprio piccolo spazio, presi dalle difficoltà economiche della quotidianità, delusi e amareggiati non riescono ad aprire il loro orizzonte politico, ad avere la consapevolezza - tantomeno la coscienza - che si può lavorare e vivere senza padroni e che il loro sfruttamento mira solo ad aumentare i loro profitti. È la conseguenza di anni e anni di una politica opportunista e revisionista, e quindi devastante sotto tutti gli aspetti, portata avanti dalla cosiddetta sinistra.
Borghesia, revisionisti, opportunisti di ogni specie sono terrorizzati dall'opportunità che si ritorni agli anni in cui lo slogan dei lavoratori era "facciamo come in Russia". E insistono nelle provocazioni e nelle campagne per diffamare il socialismo ed equiparare il comunismo alle bestialità del fascismo e del nazismo, peraltro distrutti proprio dalle forze comuniste. A questo riguardo si distingue l'Unione europea che da anni, dal memorandum anticomunista del 2005 insiste con risoluzioni del Parlamento europeo - tra le quali quella denominata "Coscienza europea e totalitarismo" - sulle quali si sono mossi paesi come Ungheria, Lettonia, Polonia, Lituania, Estonia, Ucraina per imporre misure anticomuniste con persecuzioni, bandi sulle attività dei partiti comunisti, divieto dell'uso dei simboli, azioni penali e condanne.

In quest'area la Nato ha creato 8 eserciti e si rafforza in seguito alle pericolose decisioni del 27° Vertice di Varsavia dello scorso anno, richiedendo un ulteriore incremento della spesa, fino al 2% del Pil, a tutti gli Stati membri. Anche l'UE rafforza la sua militarizzazione, stabilisce l'Esercito Europeo, il Quartier Generale Europeo, Forze d'Emergenza, l'Unione della Difesa Europea e il Fondo Europeo per la difesa.
È la società fatta a misura per i capitalisti, gestita dai loro governi e leader attraverso misure antipopolari che hanno l'unico obiettivo quello di aumentare sempre più i propri profitti e per farlo calpestano qualsiasi diritto dei lavoratori, a partire da quello di sciopero, e non disdegnano di scatenare guerre imperialiste - i cui costi in continuo aumento (come il debito pubblico) sono scaricati sui lavoratori - per il controllo dei mercati, la rapina delle fonti energetiche e persino dell'acqua, delle rotte commerciali, di distruzione e impoverimento, imponenendo la dittatura della minoranza sulla maggioranza della popolazione. Un sistema economico-sociale che non è vincente.
Il movimento operaio deve collegare la sua lotta per la difesa del salario, dell'occupazione, della difesa dei diritti, con la lotta contro il capitalismo, l'imperialismo e i suoi piani di guerra.  Sono lontani i tempi in cui gli operai studiavano i testi classici di Marx, Lenin, Gramsci, eppure è doveroso riappropriarsene perché oggi, sebbene a distanza di 150 anni dalla pubblicazione del "Capitale", l'analisi di Marx che ha scritto per rafforzare la lotta politica della classe operaia e per il socialismo è pienamente attuale. È un'arma per conoscere la teoria del valore, del lavoro salariato, del plusvalore - e quindi dello sfruttamento -, l'organizzazione, il partito comunista e per potersi proiettare nella lotta di classe fino al rovesciamento del capitalismo.
Non si cambiano le condizioni aspettando l'arrivo di nuovi investitori, né facendosi attirare dalle promesse elettoraliste di partiti vecchi o "nuovi", e neppure credendo che nuove leggi elettorali garantiscano la "stabilità" per lo sviluppo. Nessun rinnovamento programmatico è in grado di eliminare le sofferenze della classe lavoratrice e delle masse popolari nell'ambito del capitalismo. Rimangono sempre la barbarie e la distruzione.


30 ottobre 2017 redazione
Rivoluzione d'Ottobre

1917-2017: l'orologio dell'Ermitage

Lo scorso 26 ottobre all'Ermitage di Piter è stato riavviato un orologio, l'unico in tutto il museo che fosse fermo dalle 2,10 del 26 ottobre 1917. La targa a fianco dell'orologio recita che “In questa stanza, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre (7-8 novembre) 1917 le guardie rosse, soldati e marinai, preso d'assalto il Palazzo d'Inverno” (l'odierno quinto corpo dell'Ermitage) “arrestarono il governo provvisorio borghese controrivoluzionario”. Le Izvestija commentano che, a ricordo degli avvenimenti rivoluzionari, l'orologio non era stato più riavviato da 100 anni. Il fatto può essere interpretato in due modi: o nel senso del riconoscimento del valore della Rivoluzione d'Ottobre, oppure nel senso che la storia russa, fermatasi 100 anni fa, oggi riparte.
A giudicare dalla risposta del portavoce presidenziale, Dmitrij Peskov, alla domanda di un giornalista sui festeggiamenti previsti per il centenario dell'Ottobre - “E per che cosa si dovrebbe festeggiare?” avrebbe risposto Peskov - pare doversi optare per la seconda variante. Il sito Pravda.ru, nel riportare il fatto, si chiede se si tratti davvero di una festa, e aggiunge le parole di Vladimir Putin: “La rivoluzione è sempre la conseguenza di un deficit di responsabilità” ha detto il presidente russo lo scorso 19 ottobre; oggi, “guardando alle lezioni della rivoluzione russa del 1917, vediamo come siano stati controversi i suoi risultati, come siano strettamente intrecciate le conseguenze negative e positive di quegli avvenimenti. E ci domandiamo: davvero non sarebbe stato possibile uno sviluppo non attraverso la rivoluzione, su una strada evolutiva, non a prezzo della distruzione dello Stato e della spietata eliminazione di milioni di destini umani, ma attraverso un graduale e conseguente movimento in avanti?". E il successivo 30 ottobre, in prossimità della festa dell’Unità nazionale (che dal 2005 si celebra il 4 novembre, mentre il 7 novembre è giorno lavorativo) aveva aggiunto “Conto sul fatto che questa data sarà percepita dalla nostra società come linea di confine con i drammatici eventi che avevano diviso il paese e il popolo, che essa diverrà il simbolo del superamento di quella divisione, il simbolo del reciproco perdono e dell’accettazione della storia russa, quale essa è: con le sue grandiose vittorie e le sue pagine tragiche”.
E se un'indagine demoscopica condotta a inizio ottobre dall'ufficiale VTsIOM certifica che il 45% dei russi ritiene che la Rivoluzione d'Ottobre esprimesse la volontà della maggioranza del popolo; il 46% giudica che si sia fatta nell'interesse della parte maggiore della società e il 38% pensa che abbia dato impulso allo sviluppo sociale ed economico del paese, ecco che l'ineffabile Pravda.ru rassicura quel 43% di russi secondo i quali l'Ottobre avrebbe espresso gli interessi solo di una minoranza, dando voce ad un astrologo tranquillizzante: nel 2017 non ci sarà nessuna rivoluzione. Il timore, secondo lo scrutatore stellare, potrebbe sorgere in qualcuno, ricordando che la prima guerra mondiale scoppiò poco dopo il centenario dell'invasione napoleonica del 1812; per fortuna della maggioranza del popolo, dice lui, la ripetizione del 1917 non si avvererà. In base a quel parallelo, diciamo noi, ci sarebbero ancora un paio d'anni di tempo.
Ma intanto, scendendo dalle stelle sulla terra, i russi hanno a che fare con il progetto di bilancio 2018-2020. In una situazione in cui, secondo le cifre ufficiali, solo nell'ultimo trimestre si è avuta una crescita economica del 2%, con i prezzi dei prodotti energetici (fonte principale delle entrate) in risalita, i comunisti rompono le uova notando che almeno il 10% dei russi non ha salario o pensione sufficienti ad alimentarsi, il 30% non può comprarsi un abito nuovo e negli ultimi due anni la cosiddetta classe media si sarebbe ridotta di 14 milioni. Si stanziano 800 miliardi di rubli per risanare due banche, afferma il PCFR, “ma non si trovano 140 miliardi per i pensionati; la Germania dichiara di aver speso 27,6 miliardi di dollari per i nostri idrocarburi, ma i bollettini russi parlano di 9,6 miliardi. Dove sono finiti gli altri 18?”.
Diminuiscono del 16% le voci di spesa sociale, protestano i comunisti, di 1/3 quelle per la cultura e del 60% quelle per lo sport.
Addirittura nel 1940, ricordano, allorché tutta l'industria era già orientata alla difesa, le spese sociali costituivano il 24% del bilancio e quelle per l'istruzione il 13%; nel 1942, con i tedeschi a Stalingrado, questa voce era del 6%: due volte più di oggi e già nel 1945 risalì al 17%. Fonti governative parlano di 22 milioni di poveri; metà del paese vive con meno di 15mila rubli al mese e pensioni di 8-9mila rubli. Si calcola che ci siano 4 miliardi di rubli di salari non pagati. Quelle che prima erano agevolazioni per gli invalidi, dal 2004 sono monetizzate, per una cifra di circa 800 rubli al mese (quanto l'assegno di disoccupazione), quando una sola prescrizione costa almeno 1.200 rubli. Nel 2011 Putin aveva parlato della necessità di creare 25 milioni di posti di lavoro altamente qualificati e di aumentare del 50% la produttività del lavoro; ma nulla di ciò sembra esser stato fatto. Si parla di un raccolto di 132 milioni di tonnellate di grano, “ma il pane non è diminuito di una kopejka: significa che si arricchiscono gli speculatori?”, chiede il PCFR.
Già da tempo la vice premier Olga Golodets parla di 5 milioni (altre fonti parlano di oltre 20 milioni) di lavoratori oltre la soglia di povertà (il salario minimo legale è stato portato nel luglio scorso da 7.500 a 7.800 rubli) con stipendi inferiori al minimo ufficiale di sopravvivenza di 10.678 rubli. Statistiche ufficiose parlano di circa 28 milioni di lavoratori – su una forza lavoro di 87 milioni - in una condizione di “disoccupazione mascherata”, occupati 2-3 giorni la settimana o messi in ferie a tempo indeterminato con paga minima. Secondo il Rosstat, il salario medio ufficiale per tutto il paese è di 36.746 rubli, ma il 10,4% dei lavoratori percepisce meno di 10.600 rubli e il 55% prende cifre tra i 10.600 e i 35.000 rubli. La Russia occupa oggi il 4° posto mondiale per economia sommersa (39% del PIL) dietro a Ucraina, Nigeria e Azerbaidžan.
In compenso, un paio di centinaia di oligarchi detengono un patrimonio di 500 miliardi di dollari: più del doppio delle voci d'entrata del bilancio federale; ma la maggioranza della Duma rifiuta di adottare una tassazione progressiva. Oggi in Russia esistono cinque diversi coefficienti di tassazione (dal 9 al 35%, su stipendi, dividendi, obbligazioni, vincite, ecc.), ma quella fondamentale è uguale per tutti, al 13%. A difesa dei miliardari russi, scrive RotFront.su, la maggioranza alla Duma, costituita dal partito presidenziale “Russia Unita”, ha sabotato il voto sui progetti presentati da vari partiti per una tassazione progressiva; compreso il progetto, nota ironicamente Rot Front, presentato dal PCFR, per il mantenimento dell'attuale 13% sui redditi mensili fino a 400.000 rubli, “equiparando così chi campa col minimo di sopravvivenza a chi “guadagna” quasi 5 milioni l'anno”. Non è stupito del voto, il direttore del Centro-studi sulla società post-industriale, Vladislav Inozemtsev, dato che “la flat tax è stata la più importante trovata di Putin sin dal suo primo mandato e nessuno la eliminerà finché Putin vive".
Un bel “graduale e conseguente movimento in avanti", quindi, quello di oggi! Basta dimenticarsi della giornata lavorativa di 8 ore (primo paese al mondo) introdotta dieci giorni dopo la presa del Palazzo d'Inverno, del diritto alle ferie annuali pagate (primo paese nella storia), del divieto di licenziamento dei lavoratori da parte dei direttori d’azienda, senza il consenso di sindacati e partito; del diritto all’istruzione gratuita media e superiore (primi al mondo), del diritto all’assistenza sanitaria gratuita (primi al mondo), del diritto all’alloggio gratuito (primi al mondo) e così via. Basta scordarsi che quando, a partire dal 1929, i paesi capitalisti furono sconvolti dalla prima vera crisi economica su scala mondiale, con più di trenta milioni di disoccupati, nel 1931 l'URSS eliminava completamente la disoccupazione e introduceva, con salari crescenti, la giornata lavorativa di 7 ore per il 33% dei lavoratori industriali e la settimana di 5 giorni per il 63%. Basta ignorare la crescita del 15% del reddito nazionale nel triennio 1928/'30, quando la media dei maggiori paesi capitalisti (USA, Gran Bretagna, Germania) si aggirava tra il 3 e l'8%; ignorare che la produzione industriale, se in quei paesi nel 1940 si manteneva stabile rispetto al 1928, in URSS la superava di circa sei volte. Basta tacere sul fatto che, ad esempio nel 1922, l'1% di miliardari americani deteneva il 59% del reddito nazionale e il 2% di quelli britannici, il 64%, mentre in URSS nel 1929 appena l'1,8% del reddito nazionale andava a ciò che restava di capitalisti industriali e agricoli.
Se dunque Pravda.ru si ingegna a scrivere che “Stalin sostenne la distruzione di Dio nelle anime delle persone. Migliaia di sacerdoti furono perseguitati, le chiese distrutte. I comunisti riscrissero malignamente i comandamenti biblici a modo loro, redigendo il "Codice morale del costruttore del comunismo" ed escludendone la menzione di Dio. Tale perfidia costò cara alla Russia - circa 70 milioni di vite in 70 anni di potere sovietico”, ricordiamo che oggi la Russia è al primo posto in Europa per minore attesa di vita maschile - il 43% degli uomini russi non raggiunge i 65 anni – seguita da Ucraina, Bielorussia, Moldavia e Lituania. Nel 2016, secondo il World FactBook della CIA, la Russia occupava il 153° posto mondiale per aspettativa generale di vita (70,8 anni); anche se il Ministro per la salute Veronika Skvortsova ha dichiarato che nella prima metà del 2017 la media ha raggiunto i 72,5 anni.
Un anno fa l'economista Mikhail Deljagin scriveva che “con l'Olocausto furono uccise 6 milioni di persone; il prezzo in termini demografici delle riforme liberali nel nostro paese, solo negli anni '90, è stato di 12 milioni di persone”. Il demografo Vladimir Timakov affermava che, “giunta a età riproduttiva la scarsa generazione degli anni '90, intorno al 2050 la popolazione russa sarà ridotta a circa 120 milioni, rispetto ai 146 attuali”: effetto delle riforme liberali eltsiniane, che fecero registrare anche una mortalità record, negli anni '90 e 2000, superiore di circa 7 milioni alla media degli anni '80, a causa della catastrofica situazione economica e socio-assistenziale: “nel 1992-1994 morirono 5.000 bambini solo di difterite, una malattia prima scomparsa. Nel complesso” diceva Timakov, “negli anni eltsiniani le perdite sono state di 12 milioni di nati in meno e 7 milioni di morti in più. Paragonate alle litanie liberali sui “costi umani” del periodo sovietico, le “conquiste democratiche” eltsiniane fanno impallidire: secondo la storiografia ufficiale, sarebbero stati 8 milioni i morti della guerra civile, soprattutto per malnutrizione e malattie, cui si aggiungono da 2 a 6 milioni per la carestia del 1921 e da 8 a 14 milioni per la carestia di inizio anni '30. A cifre tonde, circa 28 milioni di persone, considerate tutte le repubbliche dell'Urss; negli anni '90, si sono avuti quasi 20 milioni, tra morti e non nati, nella sola “democratica” Russia”.
Se infine ci chiediamo, con Vladimir Putin, se “non sarebbe stato possibile uno sviluppo non attraverso la rivoluzione”, ma “attraverso un graduale e conseguente movimento in avanti", guardiamo semplicemente allo “sviluppo” degli anni '90 e diamoci la risposta: l'orologio dell'Ermitage non si era fermato 100 anni fa.


10 ottobre 2017 redazione
editoriale

RIVOLUZIONE D’OTTOBRE: 100 ANNI FA IL NOSTRO FUTURO
Il centenario della Rivoluzione d'Ottobre è l’occasione per, ritornare alle origini delle vittorie del movimento rivoluzionario proletario e riflettere sul che fare per lottare contro la barbarie capitalista e imperialista

Con la rivoluzione e l’instaurazione di un governo operaio e contadino, il potere degli operai, proletari e contadini, mise fine a storiche ingiustizie, espropriando i padroni a favore degli sfruttati.
La Rivoluzione d'Ottobre, distruggendo il “vecchio” ordine del potere e lo Stato borghese, basato su rapporti di classe determinati dallo sviluppo capitalistico, con il potere ai Soviet - attraverso tutto il potere ai Soviet -, risolve temporaneamente il conflitto di classe fra proletariato e borghesia a favore della classe operaia e delle classi sottomesse.
Il conflitto di classe latente, che nel capitalismo esplode periodicamente durante le crisi, in Russia non si espresso semplicemente in rivolte spontanee inevitabili. La classe operaia organizzata in modo indipendente nel suo partito, guidata dalla teoria marxista-leninista (la teoria della liberazione di classe proletaria, l’unica classe che liberando se stessa dalla schiavitù salariata capitalista libera tutta l’umanità) ha saputo unificare sul suo programma altri strati e frazioni stabilendo alleanze con contadini, artigiani, piccolo borghesi ecc. contro il nemico comune: il capitalismo e l’imperialismo. Le forme spontanee delle classi in lotta, i consigli (soviet) degli operai, dei contadini e dei soldati stremati dalla fame e dalla guerra, oltre alla resistenza contro il capitalismo, si posero il problema del potere. Quando i bolscevichi conquistarono la maggioranza dei soviet, lanciarono la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” ponendo le condizioni del potere operaio e contadino degli sfruttati, distruggendo la sovrastruttura dello Stato borghese zarista e instaurando il potere Rivoluzionario operaio e contadino - la dittatura del proletariato - attraverso la forma di governo dei Soviet. Premessa della civiltà, di un mondo nuovo che, con l’esproprio, la cacciata dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti russi iniziano la marcia verso il socialismo.

Il primo decreto della rivoluzione
vittoriosa approvato dal Congresso dei soviet l’8 novembre 1917 è quello sulla pace. Il governo operaio e contadino propone subito a tutti i popoli belligeranti, e poi ai loro governi, l’immediato inizio di trattative per una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità per la prima volta nella storia. In particolare Il governo sovietico, nel proporre un armistizio, si rivolge agli “operai coscienti delle tre nazioni più progredite (Francia, Inghilterra, Germania) affinché leghino la lotta per la pace a quella per il socialismo.
Il secondo decreto
approvato dal Congresso dei soviet nella notte tra l’8 e il 9 novembre è quello sulla terra che prevede l’abolizione immediata e senza alcun indennizzo della grande proprietà fondiaria mettendo a disposizione dei comitati contadini e dei soviet distrettuali tutti i possedimenti dei grandi proprietari fondiari e le terre dei conventi, delle chiese e della corona, con il compito di distribuirle ai contadini. In tal modo i bolscevichi, pur non condividendone appieno i contenuti di questa richiesta sostenuta e mai attuata dai socialisti rivoluzionari - che pure erano stati al governo - la realizzarono, anche se questo provocò diverse discussioni nei soviet.
Alle critiche di una parte dei bolscevichi Lenin rispose così: «Si sentono qui voci le quali affermano che il mandato e il decreto stesso sono stati elaborati dai socialisti-rivoluzionari. Sia pure [...] Come governo democratico non potremmo trascurare una decisione delle masse del popolo, anche se non fossimo d’accordo. […] Ci pronunciamo perciò contro qualsiasi emendamento di questo progetto di legge […]. La Russia è grande e le condizioni locali sono diverse. Abbiamo fiducia che i contadini sapranno risolvere meglio di noi, in senso giusto, la questione. La risolvano essi secondo il nostro programma o secondo quello dei socialisti rivoluzionari: non è questo l’essenziale. L’essenziale è che i contadini abbiano la ferma convinzione che i grandi proprietari fondiari non esistano più nelle campagne, che i contadini risolvano essi stessi tutti i loro problemi, che essi stessi organizzino la loro vita».

Gli operai comunisti, i rivoluzionari russi, seguendo l’esempio della Comune di Parigi, non si sono limitati a “conquistare” il governo e l’apparato statale borghese, sostituendosi nei posti di comando ai “vecchi” politici e all’aristocrazia. Da internazionalisti, pur essendo coscienti che la rivoluzione anche se vincente in solo paese ha bisogno di innescare un processo rivoluzionario in altri paesi pena la morte, hanno lottato e resistito contro l’imperialismo mondiale. In attesa di altre rivoluzioni proletarie in Europa, in particolare in Germania. Hanno iniziato la costruzione di un sistema socialista in un paese arretrato, anche se costruire il socialismo in un solo paese è una lotta impari. La rivoluzione sovietica, l’emancipazione del proletariato che si è liberato dalle catene dello sfruttamento capitalista, ha fatto tremare dalle fondamenta il sistema imperialista mondiale. Il terrore della borghesia imperialista e dei capitalisti di tutto il mondo verso il comunismo e la solidarietà internazionalista hanno aiutato la lotta della classe operaia e dei popoli oppressi in tutti i paesi, favorendo le conquiste economiche e sociali. La sconfitta temporanea del socialismo ha oggi rimesso in discussione e rimangiato tutte le conquiste proletarie.

A cento anni di distanza dalla rivoluzione siamo tornati a condizioni di sfruttamento ottocentesche

Le continue crisi capitaliste, l’intensificarsi dello sfruttamento nella ricerca del massimo profitto continuano inesorabilmente a colpire la classe operaia, le masse proletarie e popolari. Nei paesi capitalisti europei e negli USA si era sviluppata una forte aristocrazia operaia alimentata dalle briciole dei sovrapprofitti estorti dall’imperialismo ai popoli e alla classe operaia e proletaria internazionale, con la crisi anche questo cuscinetto che permetteva la pace sociale sta venendo meno. La sconfitta momentanea del socialismo, la scomposizione economica-politica-organizzativa del proletariato e del movimento comunista in questi paesi ha fatto perdere in molti casi anche la memoria storica delle vittorie degli obiettivi storici del proletariato.
La mancanza di un’organizzazione politica di classe comporta che oggi, spesso, non si lotta neanche più contro il sistema capitalista, vera causa delle disgrazie, dello sfruttamento, della disoccupazione, della miseria, della fame, della sete, delle guerre, dei morti sul lavoro e delle malattie professionali e ambientali, ma contro i suoi effetti.
Il fondamento di ogni politica rivoluzionaria deriva da una corretta analisi di classe, è vero che i principi sono sempre attuali, ma vanno calati nella realtà per cambiarla. La Rivoluzione d’Ottobre si è attuata perché c’è stata una saldatura fra la teoria comunista e la pratica rivoluzionaria. Anche oggi, la classe operaia e il proletariato sono il soggetto rivoluzionario da cui dobbiamo partire. Dobbiamo distinguere e capire la differenza fra operai comunisti, rivoluzionari che agiscono ogni giorno nello scontro di classe e le organizzazioni in cui militano i loro dirigenti. Discutere oggi della Rivoluzione d’Ottobre, delle sue conquiste per gli sfruttati serve per confrontarci e dibattere come costruire la nostra organizzazione politica di classe - l’unico strumento con cui la classe operaia può liberarsi dalla schiavitù salariata - con i proletari coscienti, fra operai comunisti, avanguardie di lotta e intellettuali onesti.
Non ci interessano le unità di vertice, l’unità dei vari partiti esistenti in Italia che si dichiarano comunisti. Noi oggi vogliamo lavorare insieme a chi nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro o sul territorio si scontra quotidianamente con il capitale e lo Stato borghese. L’unità dei lavoratori comunisti si realizza su alcuni punti condivisi, superando le sette e i localismi. Oggi pochi parlano poco e in modo distorto di socialismo, ma socialismo vuol dire potere operaio, dittatura del proletariato. Rimettere all’ordine del giorno questi obiettivi significa unire le lotte di resistenza contro gli attacchi del capitale a quelle della presa del potere operaio.
Noi lavoriamo nella classe perché senza classe non si costruisce nessun partito comunista. La Rivoluzione d’Ottobre, come la Comune di Parigi, hanno cambiato radicalmente il modo di vita e di lavoro delle masse proletarie che hanno preso nelle proprie mani il potere ed ha permesso loro di vivere, per un determinato periodo, in sintonia e in pace con gli esseri umani e la natura.

Agli operai comunisti, ai rivoluzionari spetta il compito di costruire il proprio partito senza delegare ad altri, né rincorrere le teorie della "sinistra" sul movimentismo o alleanze a scopo elettoralistico. Tutti coloro che riconoscono
il ruolo centrale e dirigente della classe operaia e del proletariato organizzato, che riconoscono la necessità di ricostruire il partito comunista per dare l’assalto al cielo come ha fatto il proletariato russo, hanno il compito di unirsi e dimostrare che il socialismo non è un’utopia, non è un sogno ma una realtà concreta già realizzata nel 1917 e oggi, più che mai, è necessario per lottare contro la barbarie capitalista e imperialista.


10 ottobre 2017 redazione
articolo n. 5/2017

Il nostro futuro non è il capitalismo
La classe operaia deve essere organizzata e preparata per conquistare una società che appartenga a chi la produce e che si chiama socialista
Il governo ci sta martellando sulla ripresa e sull'aumento dell'occupazione. Logico, siamo alla vigilia delle elezioni e la campagna elettorale si fa sempre più incessante. Eppure la classe lavoratrice vive un brutale attacco a tutti i livelli: dall'attacco al diritto di sciopero all'aumento dell'età pensionabile, alla continua penalizzazione delle donne, alla privatizzazione di sanità e trasporti ecc. fino alla mancanza di sicurezza sui luoghi di lavoro - dove muoiono migliaia di uomini e donne ogni anno - e adesso si aggiungeranno anche i giovanissimi che vi entrano grazie all'infausta istituzione dell’alternanza scuola-lavoro - prevista dalla “buona scuola” targata Renzi - il cui obiettivo è quello di utilizzarli nella riorganizzazione del capitale, addestrarli alla precarizzazione e abituarli ad un approccio acritico verso la realtà dominata dal profitto.
Le industrie italiane sono svendute e con loro i lavoratori già ricattati tra occupazione e salute: 4mila esuberi all'Ilva, dopo anni di socializzazione dei debiti e di privatizzazione dei profitti, fanno notizia, ma ogni giorno dai 15 ai 200 operai sono licenziati, praticamente nel silenzio. E le masse popolari sono sempre più impoverite, tanto che rinunciano a curarsi,  e alle prese con carovita, caroaffitti, mancanza o perdita di abitazioni in conseguenza della disoccupazione.
La borghesia, per sopravvivere, sa bene che deve schiacciare il movimento operaio imponendo soluzioni drastiche e utilizzando ogni mezzo: dal Partito democratico alla Lega, ai fascisti fino a prospettare un ritorno al governo di forze di destra ancora più reazionarie. E il governo difende gli interessi della classe dominante anche sul piano nazionale: aumenta a dismisura le spese militari e per l'appartenenza alla NATO - un'alleanza militare che non garantisce certo la sicurezza, anzi porta morte e distruzione a favore degli imperialisti - nella quale l'Italia è il quinto maggiore contributore. È proprio Gentiloni a confermare l'impegno di raggiungere il 2 per cento del Pil nelle spese militari che porterà a sborsare circa 100 milioni di euro al giorno, pagati col sacrificio, tasse e ticket sanitari dei proletari. Nel 2016 la spesa militare (che si aggiunge all'aumento del debito pubblico) dell’Italia è salita a 27,9 miliardi di dollari.

Gli interventi in Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, il sostegno dell'Arabia Saudita del fanatismo religioso e dell'oscurantismo attraverso i gruppi terroristi (finanziati anche da Usa e UE) per spartirsi zone e ricchezze ci toccano da vicino. La voracità dell’imperialismo, l’ultimo stadio del capitalismo, per mantenere il dominio economico e militare nel mondo rafforza la sua presenza attraverso la NATO e il rafforzamento della militarizzazione dell'UE. Alla base c'è la difesa degli interessi della classe dominante che comporta le competizioni imperialiste con le guerre, infatti, gli Stati Uniti hanno raddoppiato le spese di guerra, la Cina di 5 volte e 10 volte la UE.
Di pari passo cresce la campagna di denigrazione del socialismo e degli ideali comunisti. Dopo aver stabilito la data del 23 agosto "Giornata europea di ricordo delle vittime dei regimi totalitari" l'Unione europea ha finanziato la "Casa della storia europea" e il programma "Europa per i cittadini" che porta avanti con la collaborazione delle amministrazioni locali e delle ONG.
Sono continue le misure anticomuniste già in atto in molti Paesi europei: Ucraina, Estonia, Polonia, Ungheria, Lituania, Lettonia) - che si traducono in persecuzione, condanne, divieto di attività dei partiti comunisti e dell'uso dei simboli sotto i quali 20 milioni di sovietici dell'Urss fondata nella Rivoluzione d'Ottobre, di cui ricordiamo i 100 anni, sono morti proprio per liberare le popolazioni dall'oppressione nazifascista - mentre rendono onore e concedono pensioni ai collaboratori dei nazisti e ai loro eredi politici.
Anche l'Italia si avvia su questa strada. Se nel 2009 Violante ha iniziato ad attaccare i valori della Resistenza mettendo sullo stesso piano i morti partigiani con quelli fascisti, ora è toccato a Fiano, buon servitore del Pd e amico degli israeliani, sovvertire la storia e presentare la legge - il provvedimento è già approvato dalla Camera - per punire le diverse forme di manifestazione dell'apologia fascista. Visto che l'apologia di fascismo è già vietata dalla Costituzione, viene da sé che dietro questo DDL si nasconde un sordido attacco alle idee comuniste.

Infatti sulla base della legge Fiano è già partita dal comune di Soragno (PR) - che ha subito la rappresaglia nazi-fascista del 18 marzo 1945 - oggi a conduzione Lega nord, la richiesta di mettere al bando chiunque propagandi contenuti o immagini relativi al Partito comunista.
  Ad accentuare il significato, la mozione ricorda che "ancora oggi il Partito comunista in molti paesi del mondo è sinonimo di feroci dittature o deboli democrazie, tra le più note: Corea del Nord e Venezuela".
Ricordiamo che la "democratica" presidente Laura Boldrini ha ricevuto (l'8 giugno) con tutti gli onori il presidente ucraino Andriy Parubiy ed ha precisato, in piena sintonia con Parubiy, che è in atto una grave campagna di disinformazione atta a destabilizzare il territorio ucraino. Ebbene il Presidente della Rada ucraina è colui che nel 1991 fondò con Oleg Tyahnybok - attuale leader della formazione nazionalista Svoboda - il Partito Nazional Sociale Ucraino, la cui fonte di ispirazione è il Partito Nazional Socialista di Hitler.

Sono azioni che contribuiscono a creare confusione e legittimare idee reazionarie utili a dividere e sfruttare ulteriormente i lavoratori. Ovunque proliferano organizzazioni fasciste e nazionaliste foraggiate dal capitale che entrano anche nei Parlamenti di vari paesi (Germania, Danimarca, Finlandia, Francia ecc.). Per fare solo un esempio candidato a primo ministro del Kosovo è un ricercato dell'UCK.

A 100 anni dalla Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, a 150 anni dalla pubblicazione della prima edizione del Capitale (
14 settembre 1867) - nel quale Marx smontava il modo di produzione dello sfruttamento capitalista del lavoro - l'intensificazione dell'anticomunismo marcia di pari passo con misure antipopolari, attacchi ai diritti, guerre imperialiste e corsa al riarmo nucleare.
Il Capitale di Marx ha rafforzato la lotta politica della classe operaia per il socialismo e la Rivoluzione d'Ottobre - basata sulla
parola d'ordine leninista "tutto il potere ai soviet" creati dagli operai, dai contadini e dai soldati -, e seguendo l'esperienza della Comune di Parigi, ha dimostrato la superiorità del socialismo. È per questo che le forze opportuniste conducono da sempre una campagna antisovietica e anticomunista utilizzando varie teorie, a partire dall'eurocomunismo. Disorientano la classe lavoratrice con idee di raggruppamenti dal vago sapore di sinistra per continuare a illudere su cambiamenti governativi che hanno l'unico scopo elettoralista in quanto prosecutori del sistema capitalista. E usano i sindacati concertativi per far passare tutti i disegni in difesa di quegli interessi nazionali che si traducono in misure antipopolari, miseria, sfruttamento, guerre, ovvero ciò che offre il capitalismo.
E
cco perché la classe operaia - oltre ad essere preparata per respingere l'attacco padronale del capitalismo - deve diventare una forza per essere pronta ad affrontare una lotta contro la dittatura della borghesia che sfrutta e opprime; contro il fascismo e il razzismo; contro i conflitti degli imperialisti che danno vita alle guerre di rapina e spartizione che vedono protagonista anche l'Italia. La classe operaia deve essere organizzata e preparata per conquistare una società che appartenga a chi la produce e che si chiama socialista.

31 luglio 2017 redazione
editoriale n. 4

L'unica soluzione è cambiare il sistema
Non abbiamo bisogno dell'unità per la stabilità del capitalismo, come sostengono riformisti e revisionisti. Abbiamo bisogno dell'unità dei lavoratori che rompano con l'opportunismo, le esitazioni e si organizzino per portare a compimento la propria lotta di classe per la presa del potere

Gli illusori slogan sulla ripresina non convincono più proletariato e masse popolari che vivono sulla propria pelle le difficoltà quotidiane, i disagi derivanti dai tagli ai servizi pubblici dalla sanità ai trasporti, la disoccupazione, il lavoro precario e nero, l'intensificazione dello sfruttamento che peggiora le condizioni di lavoro - in particolare per le donne -, le minacce di licenziamento, le multe, i ricatti, e lasciano intravvedere un inasprimento dello scontro di classe.

Anche se con lentezza sempre  più lavoratori capiscono che il patto tra politici, Confindustria e sindacati confederali è basato non sulla stabilità di un sistema economico come vanno predicando, ma è basato sullo sfruttamento dei molti a vantaggio di pochi.
La mobilitazione unitaria del settore trasporti del 16 giugno ha funzionato e rappresentato un passo importante, l’alta adesione allo sciopero ha dimostrato che i lavoratori hanno apprezzato e capito l’importanza di questa giornata. Ha talmente funzionato che il Governo, Del Rio, Minniti (PD), i politici, dei vertici sindacali concertativi si sono lanciati in farneticanti dichiarazioni intrise di spirito liberticida e reazionario che dovrebbe far sobbalzare tutto il mondo del lavoro: "Non possiamo essere ostaggi di una minoranza", sebbene questa "minoranza" in alcune grandi città abbia raggiunto punte di adesione intorno al 90%. "È necessario regolamentare il diritto di sciopero" e sul togliere il diritto di sciopero ci stanno lavorando da tempo e l'Accordo sulla rappresentanza ha spianato la strada lasciando spazio solo ai confederali complici, ma sempre più contrastati dai lavoratori come ha dimostrato il referendum Alitalia che ha respinto una proposta lacrime e sangue.
La politica aperta da Renzi e proseguita con Gentiloni (PD) mostra il suo volto reazionario, di attacco di classe per compiacere i capitalisti, le multinazionali, le regole
UE, gli USA, la Nato - strumento di guerre imperialiste alla quale va il 2% del Pil - e il Vaticano e si attrezza.
Dopo la legge quadro sulle missioni militari all'estero che annulla l'incostituzionalità del ricorso alle operazioni militari vincolate dall'art. 11 e specifica che l'invio di militari contro le popolazioni di altri paesi è conforme agli obblighi di alleanze è arrivato il decreto legge 14. Dietro il pretesto di eliminare criminalità e degrado (?) con la legge sulla sicurezza Minniti-Orlando (PD), rappresentanti di un sistema marcio e corrotto, cercano di sopprimere le libertà democratiche, reprimere le lotte, gli scioperi e far avanzare il progetto autoritario ed eversivo della borghesia.
In continuità con la scelta di privatizzare i profitti e socializzare le perdite il Governo regala 20 miliardi alle banche venete (ma il Veneto non è sostenitore del sistema federativo?) dopo quelli spesi per MPS ed Etruria, somme che non ci sono per il welfare e che non vanno a favore dei clienti imbrogliati, ma vengono sottratti dalle tasche dei lavoratori per favorire il capitale monopolistico finanziario.
Una situazione che vede proliferare i gruppi fascisti sotto le più disparate sigle che cercano il consenso delle masse contando su organizzazioni come Fratelli d'Italia e la Lega Nord per una copertura istituzionale e legale. In realtà sono gli squadristi eredi della repubblica di Salò, portatori di teorie razziste, xenofobe e autoritarie perché difensori del capitalismo.
L'aggressività dell'imperialismo che marcia a grandi passi verso le popolazioni è rovinosa. I rappresentanti dei governi
USA, Germania, Francia, Giappone, Canada, Gran Bretagna e, naturalmente, Italia si incontrano in vari e costosi vertici per siglare le decisioni su come meglio spartirsi il mondo, depredare le risorse energetiche dei paesi del medioriente, Africa e Asia e fronteggiare la grave crisi economica internazionale, negli interessi di borghesia, padroni e banche.
Per noi comunisti, impegnati in tutte le forme di lotta, è chiaro che solo la rivoluzione permetterà agli oppressi di togliere il potere politico ed economico ai propri oppressori. Anche se questo comporterà grandi sacrifici per respingere i feroci attacchi della borghesia, delle sue armate e del clero sempre più impegnati a dimostrare l'"orrore comunista" in contrapposizione ad un modello di vita e di lavoro basato sul mercato, sul merito, sulla competizione e sulla proprietà privata.  A 100 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre possiamo affermare che la storia del movimento operaio e comunista - fatta di lotte e conquiste ottenute con il sacrificio di molte vite, soprattutto durante la Lotta di liberazione contro il nazi-fascismo - è più attuale che mai. Per questo lavoriamo per la ricostituzione del Partito comunista che, nella sua composizione operaia, sia in grado di capovolgere il potere a favore della classe lavoratrice e delle masse popolari.
Non abbiamo bisogno dell'unità per la stabilità del capitalismo, come sostengono riformisti e revisionisti. Abbiamo bisogno dell'unità dei lavoratori che rompano con l'opportunismo, le esitazioni e si organizzino per portare a compimento la propria lotta di classe per la presa del potere.

5 giugno 2017 redazione
editoriale n 3

Invertire la rotta
Le contraddizioni del sistema capitalista sono sempre più evidenti, ma la classe lavoratrice stenta a rafforzare la sua capacità organizzativa. Eppure è all'ordine del giorno la necessità di una svolta unitaria e radicale
Anche i bambini hanno un colore, come i soldi. Se muoiono a Manchester o sotto le bombe in Siria quando è conveniente attribuirle al governo Assad si alza un gran polverone sui vari mass media e i fatti vengono strumentalizzati a proprio favore dalle forze politiche reazionarie e conservatrici. Non fanno notizia i milioni di bambini costretti a lavorare né quelli che ogni giorno e da anni muoiono sotto le bombe e di fame in Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina (dove sono anche imprigionati dal governo isreliano) o che affogano nel Mediterraneo. I bambini sono bambini a secondo dell'interesse degli imperialisti che hanno favorito e foraggiano il terrorismo, attraverso operazioni targate Nato, e che a parole dicono di voler combattere. Proprio com'è successo al G7, ospitato a
Taormina. Due giorni per bruciare 37,5 milioni di euro dei contribuenti e sentire la piena soddisfazione di Gentiloni su quanto accordato nella rinnovata "lotta al terrorismo", tema che li vede tutti d'accordo e che si riverserà sempre più contro gli immigrati e per la riduzione delle libertà democratico-borghese, di agibilità politica, di manifestazione già in atto con il decreto Minniti-Orlando e come si è visto proprio in occasione della protesta contro il G7.
Taormina, una sede scelta dall'ex governo Renzi per ribadire il ruolo geostrategico della Sicilia per il controllo del Mediterraneo, del nord Africa e del medio Oriente (non a caso Trump ha visitato la base di Sigonella), e dove la mafia la fa da padrone, per riunire i capi delle potenze imperialiste a discutere di come ripartirsi il mondo rapinando, schiacciando e reprimendo i popoli in nome della lotta contro i terroristi che loro stessi armano. E di come - insieme allo sviluppo dello sfruttamento attraverso le controriforme, l'imposizione di nuovi sacrifici alle masse popolari e il rinvio della soluzione della devastazione dell'ambiente - estendere la guerra. Nel suo primo viaggio all'estero, Trump - dopo aver affermato la cooperazione con Israele - ha venduto all'Arabia Saudita armi per 110 miliardi di dollari (che arriveranno a 350), armi che sono destinate a colpire i civili in Yemen e a sostenere i banditi dell'IS.

Debutto tra i G7 del neo presidente della Francia che, fiduciario ed erede di Holland, ne garantisce il ruolo coloniale della Francia nelle aree concessagli dall'imperialismo Usa (Africa occidentale e Sahel) e favorevole a fornirgli contributi nelle aree di predazione in Afganistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia. A Macron, respinto da una quota di astensionismo mai vista dal 1969, simpatizzante di Soros e "figlio" di Rothschild del quale rappresenta la politica neoliberista, repressiva e antisociale si deve, in coppia con Manuel Valls la famigerata Loi travail, la corrispondente del Jobs act.
Governi e apparati statali
proseguono sistematicamente la loro opera antipopolare e repressiva, accomunati dall'asservimento ai padroni, agli imperialisti, al Vaticano tra guerre commerciali e nuove crisi economiche che scaricano sulla classe lavoratrice e sulle masse popolari. Scelte che aumenteranno povertà e disuguaglianza sociale, e che rendono fertile il terreno per lo sviluppo del populismo, del fascismo, del nazionalismo e della xenofobia. Teorie convenienti a distrarre e identificare i veri responsabili e i veri nemici contro cui lottare.
Tra disoccupazione, sottoccupazione e lavoro nero - difficile da tenere nascoste
persino con le statistiche manipolate - si intensifica lo sfruttamento e la repressione che oggi si manifesta anche con le multe e i licenziamenti disciplinari e politici. Sono continui i ricatti nei confronti dei lavoratori che ogni giorno perdono un pezzo delle libertà conquistate a fatica e con grandi sacrifici a partire dal dopoguerra, e sono messi di fronte alla scelta tra lavoro e salute, completamente abbandonati da quei vertici sindacali conniventi con il padronato che operano per il mantenimento della pace sociale - l'accettazione del jobs act e della cancellazione del referendum sui voucher sono solo ultimi esempi - e che paralizza la risposta del movimento operaio.
L'offensiva capitalista avanza di pari passo con il progetto autoritario, di fascistizzazione, eversivo e guerrafondaio. Dopo brexit, illudendosi di poter sostituire l'Inghilterra,
Pinotti-Gentiloni hanno subito pensato ad una “Schengen della difesa per rispondere al terrorismo” per “Rafforzare la capacità operativa (dell’UE) nelle aree di crisi e nella lotta al terrorismo”, ovvero nelle aggressioni imperialiste contro lavoratori e i popoli del Medioriente, e così rafforzare l’industria militare italiana ed europea. Un rinnovato militarismo già ratificato nell’incontro di Ventotene tra Renzi, Merkel, Hollande lo scorso agosto sulla portaerei Garibaldi.
Ma il governo italiano, indipendentemente da chi lo regge, non accentua solo il suo europeismo. Al tempo stesso ribadisce il suo filoatlantismo mantenendo le richieste USA come "alleato vitale".  Servilismo che lo impegna ad accettare la richiesta - ribadita da Trump nell'incontro del 19 aprile con Gentiloni alla Casa Bianca - di portare al 2% del Pil (100 milioni di euro al giorno) la quota di appartenenza alla Nato alla quale si aggiunge l'enorme spesa del riarmo militare e del mantenimento delle "missioni" all'estero. Nel disegno imperialista c'è la guerra e va estesa perché - come sosteneva Lenin - "
La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi".
In occasione del 60 anni dai Trattati che hanno dato vita all'UE abbiamo assistito a dichiarazioni, interventi, celebrazioni intrisi di retorica e demagogia sul fatto che la sua costituzione ha impedito la guerra in Europa. E allora quella che ha distrutto la Jugoslavia nel 1999, in alleanza con Usa e Nato, come dobbiamo chiamarla?
Ancora una volta non possiamo che essere d'accordo con Lenin quando analizzava che "in regime capitalistico gli Stati Uniti d'Europa sarebbero impossibili o reazionari. Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. Il mondo è diviso fra un piccolo numero di grandi potenze, vale a dire fra le potenze che sono meglio riuscite a spogliare e ad asservire su grande scala altre nazioni".
Non sarebbero se non quello che sono già, un sistema armato di nazioni alleate e in concorrenza, con una forte proiezione militare ai propri confini (Est e Mediterraneo), una tendenza ad accordi commerciali che favoriscono i monopoli a scapito delle classi subalterne, un ampio mercato finanziario e commerciale in cui spartirsi ruoli e spazi "secondo la forza".
Eppure di fronte a questa offensiva prolungata della borghesia imperialista la classe lavoratrice continua ad essere divisa, le lotte in corso rimangono isolate, non capisce che si può vivere senza i padroni. Padroni che non si dividono in buoni e speculatori come ha predicato il Papa a Genova (città prossima alle elezioni) agli operai dell'Ilva, già in cassa integrazione da tempo, un gruppo per il quale i candidati acquirenti prevedono fino a 6mila esuberi. Lavoratori che, influenzati da anni da politiche revisioniste, socialdemocratiche e opportuniste, non credono sia possibile rompere con il capitalismo e costruire una società socialista. È solo una questione di tempo, quello necessario a prendere coscienza della propria forza e della necessità della rivoluzione per abbattere questo sistema, prepararla giorno dopo giorno con organizzazione, impegno e partecipazione militante, per fare vivere anche oggi la storica vittoria del proletariato sulla borghesia capitalista come insegna la Rivoluzione d'Ottobre.


2 aprile 2017 redazione
editoriale 2/2017

Basta con le spese militari
Liberiamoci dal dominio e dall'influenza degli Usa e dalle nuove guerre che la NATO prepara
Più si aggrava la situazione economica in Italia - come negli altri paesi - più si acutizza la "guerra tra poveri" sulla quale soffiano le organizzazioni fasciste nelle variegate firme e la Lega nord, nel tentativo di affermare una mobilitazione reazionaria che si traduca poi nel raggiungimento del desiderato successo elettorale.
Nella opinione pubblica sale la protesta contro la solidarietà e l'ospitalità nei confronti degli stranieri fuggiti dalle numerose guerre del mondo e dalla conseguente miseria.  Guerre imperialiste volute da forze guerrafondaie che non esitano a distruggere intere popolazioni e paesi ricchi di storia secolare per le proprie mire di conquista delle risorse locali e come soluzione della crisi.
Ma non si sente - almeno come sarebbe necessario - attaccare i governanti per come e dove indirizzano, anzi sprecano, le risorse economiche peraltro rapinate dalle tasse. Non si sentono proteste contro i lauti compensi dei membri del parlamento sia italiano che europeo, che dai loro scranni non operano certo nell'interesse dei lavoratori e della popolazione.
Se il debito pubblico è in continuo aumento non è certo a causa del welfare. I governanti a tutti i livelli hanno il coraggio di giustificare i tagli ai servizi e alla sanità, la mancanza di case popolari e perfino l'impossibilità di riasfaltare le buche delle strade, non solo quelle di Roma, con la mancanza di fondi.
Meno che mai le proteste sono indirizzate contro il riarmo che arricchisce i potenti gruppi dell'industria militare che hanno tutto l'interesse a fomentare nuove guerre, né per l'appartenenza all'alleanza atlantica.
Eppure l'Italia spende per la Nato circa 70 milioni di euro al giorno, 63 sono i milioni al giorno per la difesa (da chi?) e per il continuo riarmo.  L'ultimo recente acquisto di circa un miliardo di dollari dell'Italia è stato fatto con Israele per comandi volanti, dotati dell’elettronica più avanzata e per missioni di attacco a lungo raggio. Altri 20 miliardi si aggiungono per le cosiddette missioni di pace per le quali a dicembre il consiglio dei Ministri ha emanato una legge che scavalchi l'art. 11 della Costituzione e legittimi la partecipazione dei militari italiani a operazioni e guerre in altri paesi.
Se si aggiungono i miliardi che servono per coprire parlamentari (in forza e in pensione) e ministri, i milioni di compensi ai manager statali corrotti e speculatori (anche coloro che portano le aziende al fallimento), quelli che si versano a quel carrozzone dell'UE di cui abbiamo assistito - in occasione del 60 anniversario ad una retorica unità (svanita nel giro di due giorni sull'accoglienza) che corrisponde solo a programmi di impoverimento delle masse popolari e di guerra - abbiamo una vaga idea di quanto si sottrae ai bisogni dei lavoratori e di ciò che si potrebbe fare in materia di servizi, sanità, ambiente (più che mai inquinato dalle esercitazioni militari), messa in sicurezza delle scuole, ricostruzione delle zone terremotate, ristrutturazioni con conseguente aumento dell'occupazione?
Il peso economico non sono dunque gli immigrati - peraltro sfruttati e schiavizzati da padroni, caporali, cooperative nelle campagne, perfino nel "ricco" Chianti toscano - il problema è che siamo governati dalla borghesia con un sistema capitalista e la crisi non sarebbe risolvibile neppure in assenza di stranieri.
La nuova amministrazione Trump rafforza la NATO lo assicura il nuovo ministro della difesa Jim Mattis sostenendo che "l'alleanza militare che nella storia ha avuto il maggior successo..." e che "resta la base fondamentale per gli Stati Uniti".  E impone all'Italia l'aumento ad almeno il 2% del Pil da destinare alla Nato (che porterà ad una spesa di 100 milioni al giorno), a questo strumento di morte che alimenta e sostiene le guerre nelle varie zone del mondo, appunto. Ma il riarmo, la Nato, le guerre né tantomeno il sistema capitalista sono messe in discussione da nessuna forza parlamentare, comprese quelle che soffiano sul fuoco del "prima gli italiani".
E la ministra Pinotti che non perde alcuna occasione per esibire il suo ruolo - l'abbiamo vista e sentita crogiolarsi nella difesa dei militari in missione all'estero al festival di Sanremo - approva tutte le richieste imperialiste e già prevede un primo stanziamento per costruire un'unica struttura per i vertici di tutte le forze armate. E mette in pratica il disegno di legge sulla realizzazione del "Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa" scavalcando il Parlamento (una questione formale vista la composizione), un disegno che prevede nuovi armamenti e... nuove spese.
Un nuovo hub come forza di risposta entro 48 ore verso il Nordafrica e il Medioriente sarà organizzato a Napoli sotto il comando dell'ammiraglia statunitense Michelle Howard  (a conferma che non tutte le donne sono uguali!), che è anche a capo del Comando Nato e comandante delle forze navali Usa per l'Europa e di quelle per l'Africa, il tutto ovviamente sotto il comando del Pentagono. L'hub per il sud è un'offerta di lavoro per i professionisti della guerra, sarebbe questo un sicuro sbocco occupazionale per i giovani?
La NATO, infatti, ha in programma il dispiegamento di nuove forze, un rafforzamento deciso dai Ministri della Difesa dei paesi che vi fanno parte per - come sostiene Stoltelberg - "prevenire le crisi" ovvero poter effettuare interventi militari preventivi sul fronte orientale: Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia ma soprattutto Ucraina. Il governo di Kiev - che continua a bombardare i russi e ad assassinare i capi della resistenza attraverso attentati - ha annunciato un referendum per l'adesione dell'Ukraina alla NATO.  Annuncio appoggiato dal premier greco Tsipras, colui che ha illuso la "sinistra" tanto che in Italia si sono pure costituite liste elettorali col suo nome, che, durante una visita a Kiev in febbraio, ha espresso il "fermo appoggio della Grecia alla sovranità, integrità territoriale e indipendenza dell'Ucraina", ha assicurato la stretta collaborazione per il "conseguimento della pace nella regione", confermando la sua linea borghese e opportunista, di sostegno agli obiettivi del capitale mascherata con parole d'ordine socialiste.
Rientra nella strategia del capitale e dell’imperialismo l’aumento dell’aggressività militare sul piano internazionale e della repressione sul piano interno. Terrorismo e "decoro" sono l’alibi per giustificare misure liberticide (significativo è il decreto Minniti) e di offensiva antipopolare, terreno fertile su cui si innesta la cultura fascista e nazista.
Più aumenta la crisi più la borghesia - che è ben cosciente della pericolosità della lotta di classe - contrasta con ogni mezzo l'ideologia comunista in un sempre maggiore numero di paesi.
Come continuiamo ad affermare il capitalismo ha dimostrato il suo fallimento ma la classe lavoratrice - tra la ricerca di soluzioni parziali, spesso individuali, e la rinuncia alla lotta, non ha ancora preso coscienza che è possibile cambiare l'attuale sistema e che quello socialista è veramente un altro mondo!


17 febbraio 2017 redazione
editoriale n. 1/2017

Non si "umanizza" il capitalismo
È proprio la più grande rivoluzione, la Rivoluzione d'Ottobre - quest'anno cade il 100 anniversario - a testimoniare che è possibile costruire un sistema senza padroni

 

Nei primi giorni di gennaio è gunta la notizia che nel mondo 8 uomini, da soli, posseggono 426 miliardi di dollari, la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia 3,6 miliardi di persone. È dal 2015 che l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99% e l'Italia non fa ecccezione. Stando ai dati del 2016 l'1% della popolazione possiede il 25% della ricchezza nazionale netta. Di fronte a queste cifre non c'è bisogno di grandi analisi per capire che l'attuale sistema capitalista accumula le risorse nelle mani di una oligarchia finanziaria e industriale ai danni della popolazione - in maggioranza donne - ma non ci viene comunicato che questa ricchezza è prodotta dal plusvalore del lavoro salariato ed è la fonte della disuguaglianza. All'interno di questo sistema, quindi, non c'è spazio per i lavoratori e le masse popolari e la borghesia, per mantenere il suo status, non può fare altro che usare lo sfruttamento e l'oppressione.
Non c'è modo di "umanizzare" il capitalismo né richiedere una "più equa" distribuzione delle risorse. Il capitalismo non si divide in buono o cattivo, è nemico della classe lavoratrice, è in una crisi senza via d'uscita e la logica conseguenza è il suo abbattimento. È l'unica via per uscire, dallo sfruttamento e dalla miseria. Eppure questa considerazione non è ancora assimilata dalla massa operaia che dovrebbe prendere in mano la propria liberazione, anzi sono ancora troppi coloro che pensano di non poter vivere senza padroni. Invece sono proprio i padroni che non possono vivere senza gli operai!
È proprio la più grande rivoluzione, la Rivoluzione d'Ottobre - quest'anno cade il 100 anniversario - a testimoniare che è possibile costruire un sistema senza padroni. Malgrado la temporeanea vittoria della borghesia imperialista con la dissoluzione dell'Urss, la storia degli ultimi anni insegna che il capitalismo non riesce comunque a dare una prospettiva di vita all'umanità. Tutte le promesse della borghesia sul progresso e il benessere all'indomani della caduta del muro di Berlino si sono dimostrate solo illusioni. Anzi il massacro sociale delle masse popolari si è enormemente amplificato. Al posto della cosiddetta guerrra fredda si sono sviluppate vere e proprie guerre imperialistiche, di spartizione neocoloniale di intere aree con conseguenze catastrofiche per le popolazioni e per l'ambiente.
L'opera della borghesia di attacco ideologico, politico e militare per distruggere il pericolo sovietico è iniziato subito e continua anche oggi per minare la sua capacità propulsiva nei confronti delle masse diseredate. Nel nostro paese, oltre al Vaticano e ai vari partiti reazionari come DC, PSI ecc. questo attacco è stato favorito proprio dal PCI, il partito più insospettabile in questo ruolo. Dopo aver tradito le ragioni della Resistenza lasciando la direzione della ricostruzione del dopo guerra ai capitalisti - molti dei quali compromessi con il fascismo -, l'amnistia, il concordato con la chiesa, l'affidamento a settori come quello poliziesco e giudiziario ai fascisti, è arrivato al compromesso storico accettando l'"ombrello protettivo" della NATO - che oggi ha in mano tutte le guerre - ha fatto il suo percorso di subordinazione al capitalismo, al neonato imperialismo europeo, all'alleanza militare atlantica, fino a farlo diventare l'attuale PD.
Subordinazione cui non si sono sottratti gli altri partiti della cosiddetta sinistra nati negli ultimi anni, né i sindacati confederali che hanno diffuso solo politiche rinunciatarie condizionando il movimento operaio e portandolo alle attuali condizioni. Condizioni di disarmo e sconfitta, di accettazione delle peggiori condizioni di lavoro, con contratti continuamente al ribasso, e di vita in nome della crisi e del "siamo tutti nella stessa barca".
Non siamo tutti nella stessa barca, lo sono il proletariato e le masse popolari, che non hanno nulla da condividere con i padroni e i loro servi manager né con la cosiddetta casta. Chiediamoci come mai in tanti hanno l'aspirazione a fare politica, intendendo quella parlamentare governativa e negli enti locali, non certo per servire il paese come molti osano persino affermarlo. Ecco perché ci sono tante ruberie, corruzioni e traffici con i faccendieri di turno. Non per servizio verso la cittadinanza o il proprio elettorato ma al servizio, questo sì, degli interessi del capitalismo, per assicurare il proprio futuro di privilegi. Non si spiegano altrimenti le decisioni economiche e politiche che prendono e che ricadono tutte sulla popolazione. I governi, veri e propri comitati d'affari della borghesia, hanno permesso a migliaia di imprese di delocalizzare all'estero per pagare meno la manodopera e aumentare i profitti lasciando la qualificata classe operaia per strada alla ricerca di un'occupazione qualunque per sopravvivere. Condizione che diventa competizione con gli immigrati e sulla quale soffiano i gruppi fascisti e la destra governativa.
La distruzione delle forze produttive per i proletari diventa maggiore povertà e disperazione mentre per i capitalisti si trasforma in aumento della ricchezza, della competitività nei confronti dei concorrenti, un aumento generale del profitto attraverso gli accordi internazionali, la penetrazione nelle operazioni di guerra per ingrandire gli affari, aiutati nell'accapparramento delle commesse dal proprio governo e dallo Stato. Business is business e quindi ben vengano i commerci con i paesi più reazionari. Due esempi per tutti: la Turchia - dove solo nei primi due giorni di febbraio sono stati arrestati 40 militanti del Partito Comunista (TKP) - e l'odiato regime di Erdogan continua la strage di Kurdi, un genocidio che fa comodo all'UE e alla Nato di cui fa parte, è un ottimo cliente e partner affidabile per la vendita delle armi per chi come Mauro Moretti, attuale AD della Leonardo (Finmeccanica), è appena stato condannato (poco) per la strage di Viareggio.
In Baharain dove, nel silenzio della solidarietà internazionale, la repressione degli oppositori passa dagli arresti arbitrari alla censura dei giornali, fino alle torture e la pena di morte. Qui il commercio è nelle mani dell'Eni che recentemente ha firmato l'accordo con le compagnie petrolifere baharinite, con la cooperazione di aziende italiane come Technip, fino ad offrire alla monarchia locale scambi e collaborazione culturale dell'Italia che tace sulla violenza della monarchia al potere.
Mentre il grande capitale fa grandi profitti ai proletari restano i cosiddetti ammortizzatori sociali che, con il pretesto della crisi, ora vengono ridotti aggravando ulteriormente le condizioni di vita. La diminuzione dei sussidi anno dopo anno, l'eliminazione della mobilità sostituita dalla Naspi apre la porta al lavoro nero, al lavoro a qualunque condizione alimentando sempre di più la concorrenza in seno al mondo del lavoro. Un grande esercito di riserva di disoccupati pronti a tutto per sopravvivere. Una massa ignorata dai sindacati confederali (forse perché non sono più in grado di pagare la tessera?) e che, per il loro schieramento con gli interessi capitalistici del fare i sacrifici nel bene del paese e coerenti con la loro politica del dividere le varie vertenze in aziendali e settoriali, boicottando ogni tentativo di coordinamento e di unificazione delle lotte, evitano di organizzarli in un fronte di lotta con gli occupati.
Il nostro lavoro di comunisti non è facile, ma deve proseguire nella lotta contro l'opportunismo e la nuova socialdemocrazia ingannatrice, per l'unità dei lavoratori e degli immigrati sfruttati ora anche dall'istituzione del lavoro gratuito chiamato (LSU) con la quale viene reinserita la schiavitù, se lavori gratis bene altrimenti torni nel tuo paese, che rischia di innestare nuove forme di razzismo. È anche così che la borghesia e i suoi governi creano conflitti all'interno della classe lavoratrice al fine di ridurre il valore della sua forza e continuare a ricattarla attenuando la lotta di classe.
Forse ci vuole ancora molto tempo per arrivare alla presa di coscienza della classe operaia e della propria capacità rivoluzionaria, ma non c'è altra strada che indirizzare e organizzare il proletariato verso la distruzione del capitalismo, delle sue basi materiali e della sua sovrastruttura per avere giustizia sociale.


17 dicembre 2016 redazione
editoriale n. 7

Rompere con l’opportunismo

Unire la lotta economica a quella politica lottando contro qualsiasi governo borghese per una vera democrazia che è il potere politico in mano al proletariato

Questo numero chiude un altro anno di "nuova unità", il 25° da quando alcuni compagni dell'ex PCd'I (m-l) decisero, dopo lo scioglimento del partito, di mantenere viva una testata storica, nata nel 1964 per unire i comunisti usciti dal PCI sulla via del revisionismo, per continuare ad unire i comunisti che si sono trovati - anche in seguito al fallimento del PRC - senza il proprio partito. Venticinque anni sono tanti, per poter mantenere questa voce di analisi marxista abbiamo fatto molti sacrifici e li abbiamo affrontati in redazione, grazie a compagni che, provenienti da esperienze diverse hanno capito l’importanza di unirsi, e grazie agli abbonati, ai nostri lettori e ai nostri diffusori che ci sostengono. È stata una sfida vinta nel tempo, ciononostante non possiamo ritenerci soddisfatti.
"Il giornale non è solo un propagandista e un agitatore collettivo, ma anche un organizzatore collettivo, i collegamenti sono deboli e non abbiamo modo di verificare se i nostri contributi sono utili nelle lotte sul piano nazionale. È uno dei nostri limiti. La difficoltà viene anche dalla mancanza del partito. Sappiamo quanto sia importante per lo sviluppo del giornale - e dell'organizzazione - un organo che i compagni considerano proprio, dal quale ricevano informazioni locali, che lo discutano, che rispecchi tutto il loro movimento, che renda consapevole la classe lavoratrice che i suoi interessi sono comuni, che sia capace di attizzare ogni scintilla della lotta di classe per farne divampare un immenso incendio. Come sosteneva Lenin il fulcro della parola d'ordine di Liebknecht: "Studieren, propagandieren, organisieren" - studiare, propagandare, organizzare deve essere costituito da un organo di stampa del partito. Conoscendo le attuali difficoltà del processo di unità dei comunisti e della costituzione del proprio partito riteniamo che in questa fase un giornale rivoluzionario sia di fondamentale importanza. Ecco perché insistiamo tra mille difficoltà e bastoni tra le ruote, perché in questo sistema la libertà di stampa esiste solo per i cortigiani della borghesia la quale, impiega tutte le sue forze e i suoi apparati per schiacciare le idee comuniste.
La situazione politica ed economica è devastante, molti dei nostri lettori sono disoccupati o precari e sul loro contributo non possiamo contare, ma non possiamo privarli del nutrimento intellettuale di un giornale che apprezzano. Viene da sé da richiesta per coloro che hanno la possibilità di sottoscrivere un abbonamento per chi non lo può pagare (un po' come i napoletani lasciano un caffè in sospeso) e aiutarci ad affrontare un nuovo anno con maggiori certezze.
Da molti anni revisionisti, riformisti, sindacati conniventi hanno orientato la classe lavoratrice all'arrendevolezza nei confronti dei suoi nemici: il padronato, i governi, i partiti borghesi con teorie arretrate e nuovi mezzi anticomunisti, di attacco verso coloro che hanno teorizzato la liberazione del proletariato.
Cassa integrazione, mobilità, 80 euro, rinnovi contrattuali al ribasso sono elemosine mentre i capitalisti aumentano i loro profitti anche in virtù di decontribuzioni e sgravi fiscali. Non esiste un capitalismo buono e uno cattivo, lo ripetiamo sempre. Sono proprio le leggi del profitto con la crescente concentrazione del capitale a provocare disoccupazione, precarietà, aumento di povertà, immigrazione sempre più strumentalizzata dalle forze di destra - Lega nord compresa - in una guerra tra poveri. E i governi sono al loro servizio, agiscono per mantenere in piedi un sistema che sfrutti la maggioranza della popolazione in nome della "democrazia". Termine abusato anche quando si riferisce ai referendum utilizzati per trascinare lavoratori e masse popolari su un terreno deviante e distoglierli dalla mancanza dei diritti e dallo stato di oppressione. Noi non siamo tra quelli che esultano sulla "valanga dei no" alla modifica della Costituzione, un no composito di cui se ne sono appropriati i partiti di destra che ora scalpitano per arrivare al potere. Vittoria che non intacca minimamente le truffaldine leggi come il jobs act, la politica reazionaria, di austerità, razzismo, fascismo e guerra che ci stanno opprimendo. Anzi con il nuovo Governo Gentiloni (sostenitore dell'agenda Monti) peggiorerà sicuramente in senso europeista, nel quale la ministra artefice della riforma contro la Costituzione, bocciata dagli elettori, è stata promossa a vice primo ministro e nel quale è entrata come ministra agli affari istituzionali la Finocchiaro (con Prodi dal ’96 al ’98 ministra pari opportunità) e relatrice della riforma rigettata, con l’evidente ruolo di far passare dalla finestra ciò che non è passato dalla porta.
È più che mai attuale e significativo questo scritto di Lenin: "Noi ci troviamo in tutto e per tutto sul terreno della teoria di Marx: è stata essa la prima a trasformare il socialismo da utopia in scienza, a dare delle solide fondamenta a questa scienza e a tracciare il cammino da seguire, sviluppando ulteriormente questa scienza ed elaborandola in tutti i suoi particolari. Essa ha rivelato la natura dell'economia capitalistica moderna, spiegando in che modo l'assunzione dell'operaio, l'acquisto della forza-lavoro, nasconda l'asservimento di milioni di nullatenenti da parte di un pugno di capitalisti, di proprietari di terre, di fabbriche, miniere ecc. Essa ha mostrato come tutto lo sviluppo del capitalismo odierno tenda a soppiantare la piccola produzione con la grande e crei le condizioni che rendono possibile e necessaria l'organizzazione socialista della società. Essa ha insegnato a vedere sotto il manto di usanze radicate, intrighi politici, leggi astruse, dottrine sofistiche, la lotta di classe, la lotta di tutte le classi abbienti contro la massa dei nullatenenti, contro il proletariato, che è alla testa di tutti i nullatenenti. Essa ha chiarito il vero compito di un partito socialista rivoluzionario: non elaborazione di piani per riorganizzare la società, non prediche ai capitalisti ed ai loro reggicoda sul modo di migliorare la situazione degli operai, non organizzazione di congiure, ma organizzazione della lotta di classe del proletariato e direzione di questa lotta, il cui scopo finale è la conquista del potere politico da parte del proletariato e l'organizzazione della società socialista".
La mancanza di consapevolezza - cresciuta appunto in anni di influenza revisionista e accondiscendenza dei sindacati confederali - riduce i lavoratori a lotte parziali e di tipo economico spesso represse da provvedimenti disciplinari padronali o dall'intervento della polizia. Lotte che, se pure necessarie non sono risolutive se restano di tipo economico e non si collegano all'idea del socialismo. Molti gruppi o pseudo partiti della galassia italiana si richiamano alla lotta di classe dimenticando che la lotta è di classe solo quando l'avanguardia di tutta la classe operaia di tutto il paese ha la coscienza di essere un'unica classe e cominciano a lottare non contro i singoli padroni ma contro la classe dei capitalisti, la borghesia e contro i governi che li sostengono. E che per farlo hanno bisogno e devono essere artefici e protagonisti di un partito rivoluzionario, comunista.
Rompere con l'opportunismo e unire la lotta economica a quella politica che non significa esprimersi con un voto ma lottando contro qualsiasi governo borghese per una vera democrazia che è il potere politico in mano al proletariato.


11 novembre 2016 redazione
editoriale n. 6

TOGLIERE IL POTERE AI NOSTRI OPPRESSORI: È POSSIBILE!

Le contraddizioni del sistema capitalista si acuiscono, ma la classe operaia stenta a rafforzare la sua capacità politica ed organizzativa, a noi comunisti, forti della nostra concezione di società nuova e dei principi ideologici basati sulla teoria marxista-leninista, l'onere di lavorare per rafforzare la lotta di classe

Chiudiamo questo numero alla vigilia dell'anniversario della Rivoluzione socialista dell’Ottobre del 1917, la rivoluzione che ha portato il proletariato al potere nel primo Stato operaio della storia a dimostrazione che, con un autentico Partito comunista, la vecchia società si può distruggere, che è possibile abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione. L'esperienza storica dimostra che la questione fondamentale è quella di mantenere e difendere il potere conquistato e, per questo, è indispensabile il ruolo del Partito comunista (nella sua composizione operaia), della dittatura del proletariato ed evitare alla reazione di contrattaccare e riprendersi il potere politico ed economico.
Per varie ragioni, tra le quali non di secondaria importanza l'azione dell'imperialismo, la prima esprienza di socialismo ha subito una momentanea sconfitta. Sempre in balia dell'imperialismo. Infatti quello marcato Washington (vedremo in quale senso andrà il "sognare in grande" del razzista Trump), attraverso la Nato, si espande nei Paesi dell'est (vedi a pag. 5) con lo spauracchio del ritorno dell'Urss e - mentre le popolazioni hanno perso ogni diritto: dal lavoro al sociale - e i comunisti sono sotto attacco e messi fuori legge. Si colpiscono ideologia, simboli, i mezzi di comunicazione russi e quelli delle repubbliche indipendenti del Donetsk e Luhansk che contengono "propaganda" comunista o promozione delle istituzioni sovietiche.
A sostegno di queste manovre che hanno al centro la guerra c'è l'Italia belligerante con le sue 27 "missioni" militari in 19 Paesi. Un costo che si aggiunge alle spese di armamenti, alla produzione di armi, sempre più sofisticate e potenti, di appartenenza alla Nato e che nessuna forza politica mette in discussione.
Terremoti, calamità naturali, messa in sicurezza del Paese potrebbero essere affrontati subito se si eliminassero le spese militari, o almeno si tagliassero. Più facile invece è tagliare sugli ammortizzatori sociali, la sanità, i trasporti.
L'invio di 150 soldati al confine tra Russia e Lettonia è l'ultima decisione del servilismo atlantico del governo Renzi, fedele esecutore degli ordini dei poteri forti, che mantiene il silenzio sulle retate fasciste del governo turco Erdogan il cui esercito, nell'indifferenza generale dei governi capitalisti e delle ONG "umanitarie", invade anche il territorio siriano a Nord di Aleppo (altra città rivendicata da Erdogan).
I soldati italiani (130 incursori del 17° stormo dell’Aeronautica dislocati a Erbil e 500 militari a presidiare la diga di Mosul) sono in prima linea in Iraq nell’attacco della coalizione internazionale per la presa di Mosul, caduta un paio di anni fa sotto il controllo dei fanatici dello Stato islamico, con le complicità qatariote, saudite, turche oltre che statunitensi, e a difendere la sede e gli uomini della ditta Trevi alla quale è affidata la messa in sicurezza dell’impianto.
Che questo Governo sia fedele esecutore dei poteri forti non ci sono dubbi anche di fronte all'accelerazione delle riforme per realizzare il diktat lanciato dall’agenzia finanziaria statunitense J.P.Morgan contro le costituzioni "antifasciste" e “socialisteggianti”, comunque troppo rigide e con eccessive tutele a difesa della classe lavoratrice, come quella... italiana.
Da mesi siamo sottoposti al bombardamento di una campagna sul referendum costituzionale per la quale sono stati stanziati 3 milioni di euro (gran parte dal finanziamento pubblico) che occupa tutti gli spazi di TV, radio e della grande stampa dove, capitalisti e banchieri mettono a disposizione tutti i loro mezzi a sostegno del Sì.
Mentre i lavoratori - costretti ad interessarsi di un terreno scelto dal nemico sono fuorviati dai propri reali problemi e dalle tragedie internazionali delle guerre - Confindustria prosegue il suo assalto. In un recente convegno, alla presenza dei vertici Cgil-Cisl-Uil, ha lanciato il "Patto di fabbrica". La sostanza è sempre la stessa ovvero come continuare a sfruttare meglio i lavoratori, ma per continuare a farlo - e meglio - vuole utilizzare un Patto mettendo al centro l'economia e fare ripartire la produttività, dove i lavoratori siano i "protagonisti attivi".
Che cosa intende Confindustria è ben chiaro.
L'attacco al modello contrattuale che Confindustria sostiene: "ha dimostrato di non funzionare bene nel momento attuale di deflazione"; l'abbattimento delle tutele finora conquistate; l'aumento dell'orario di lavoro, l'ulteriore restrizione del diritto di sciopero, dopo l'Accordo del gennaio 2014, che già impedisce alle organizzazioni firmatarie del contratto di scioperare - modello che vogliono esportare nel pubblico -. Con questo Patto vuole abbattere ulteriormente la conflittualità: ai giovani industriali il compito di richiedere la collaborazione dei sindacati confederali i quali dovranno cogestire il futuro che ci aspetta fatto di tagli occupazionali e salariali.
Per far passare le politiche antipopolari e guerrafondaie i governi hanno bisogno di misure repressive, della violenza poliziesca - questa sì e non quella attribuita dai mezzi di disinformazione in occasione della protesta di piazza a Firenze per la presenza di Renzi - e per la quale è stata vietata l'autorizzazione. Come ai tempi del fascismo si arriverà agli arresti preventivi dei militanti per evitare le manifestazioni contro i rappresentanti del governo. Perciò anche il nostro impegno nel campo antifascista deve essere rafforzato.
Ribadiamo: il nemico è in casa nostra. È la lotta che in questa fase non deve mancare: contro l'aumento dello sfruttamento, la disoccupazione, il precariato, l'austerità, il fascismo, il razzismo, la “buona scuola”. Contro la militarizzazione del territorio - determinata dall'emergenza del terrorismo che proprio il capitalismo alimenta -, le guerre di conquista di risorse e territori, le aggressioni ad altri popoli, per disarmare il nemico, portare avanti il processo di emancipazione ed ottenere veri cambiamenti a favore della classe lavoratrice e delle masse popolari. È nella lotta che si vincono riformismo e opportunismo che frenano il rovesciamento del sistema capitalista e la presa del potere da parte della classe sfruttata.
Oggi le contraddizioni del sistema capitalista si acuiscono, ma la classe operaia stenta a rafforzare la sua capacità politica ed organizzativa, a noi comunisti, forti della nostra concezione di società nuova e dei principi ideologici basati sulla teoria marxista-leninista, l'onere di lavorare per rafforzare la lotta di classe e togliere il potere ai propri oppressori.
 


14 settembre 2016 redazione
editoriale n. 5
Ma dov'è la modernizzazione? È sempre più impellente unirsi e organizzarsi per affermare un sistema di li-beri e uguali dimostrandone la superiorità rispetto al fallimento del capitali-smo e dell'imperialismo, capaci solo di generare miseria, sfruttamento, op-pressione e guerre Qualche mese fa il presidente del consiglio Renzi ha lanciato il referendum sulla "riforma" costituzionale, chiamando i cittadini a votare sì, minacciando che se i Sì non vincessero se ne sarebbe tornato a casa e avrebbe lasciato la politica. Per mesi il mondo politico, della disinformazione e dei talk show hanno cavalcato la personalizzazione di questo referendum. Sono passati solo pochi mesi e il 9 agosto arriva il retro marcia pubblico di Renzi (non è il primo) che ammette di aver sbagliato a personalizzare la campagna referendaria. "Questa riforma ha un nome e un cognome - dice - Giorgio Napolitano, ma soprattutto è la riforma degli italiani". Ma non è tutto. Renzi precisa che in caso di vittoria dei NO non si dimette e annuncia le elezioni per 2018, posticipandole di un anno rispetto ad altri suoi annunci. Evidentemente Renzi si basa sulla memoria corta degli italiani e per avere più tempo a disposizione per la sua propaganda demagogica rinvia la data del referendum preannunciata per ottobre. Sul NO alla "riforma" - che stravolgerebbe la Costituzione legittimando un regime presidenzialista, repressivo e guerrafondaio e di attacco ulteriore ai diritti e alle condizioni dei lavoratori a favore del padronato - si sono pronunciati tutti i partiti della destra pur coscienti che in caso di loro vittoria elettorale se ne avvantaggerebbero, ma si conoscono bene l'ipocrisia e la demagogia di cui sono intrisi. Schierato per il No è pure D'Alema che a suo tempo progettava una controriforma ancora peggiore. Ma si sono costituiti anche tanti comitati di varie associazioni tra le quali l'Anpi. Non entriamo qui nel merito del Si o del No (lo abbiamo trattato sul nr. 4), ci ritorneremo nei prossimi numeri. Ci interessano i voltafaccia dei governanti e di come riescano a strumentalizzare il consenso anche attraverso l'illusione della partecipazione votando i referendum. L'esempio più eclatante è il referendum del 2011 sull'acqua pubblica che, peraltro, ha visto una notevole partecipazione di massa. L'ultimo a raggiungere il quorum, appoggiato senza troppa convinzione, dal Pd e sul quale Renzi (allora sindaco di Firenze) scrisse in un post "vado a votare sì all'acqua pubblica...". Ebbene, non solo il risultato di questo referendum è stato dimenticato - anche a causa della mobilitazione che si è fermata crogiolandosi sulla "vittoria" -, ma è stato cancellato dalla ministra Madia e sostituito con un ddl che, tra l'altro, apre la gestione dell'acqua pubblica al mercato. Il leit motive della ragione del referendum costituzionale è la modernizzazione del Paese, eppure tutto l'operato del governo ci porta indietro nel tempo, di anni e anni. Dalla condizione sui luoghi di lavoro alla perdita del potere d'acquisto, dai tagli ai servizi - uno per tutti, la sanità - ai trasporti. Per non parlare della scuola e della cultura. E nell'arretramento della cultura si inserisce il "Fertility day", stabilito per il 22 settembre, che doveva sfociare in una manifestazione di piazza annullata in seguito all'intervento del comune di Bologna. Altro inglesismo in un'Italia di regressione verso i livelli assai bassi di alfabetizzazione nella quale la popolazione si allontana sempre più dalla lettura e dalla comprensione di cifre, tabelle, percentuali e dove la cognizione dei discorsi politici o del funzionamento della politica è inferiore al 30%. Viene da dire che l'uso di termini inglesi - jobs act, austerity, family day, fiscal compact ecc. siano strumentali e funzionali al potere. Ebbene del "Fertility day" - voluto dalla ministra della salute Lorenzin - il governo ne ha fatto una campagna di comunicazione costata ben 113 mila euro per sensibilizzare le donne sulla base che il tasso di fertilità (cioè il numero medio di figli partoriti) in Italia è il più basso in Europa, cioè l'1,37% con un manifesto ispirato alla Madonna del parto di Piero della Francesca (un tocco di cultura?) e sollecitarle a fare figli presto. La giornata avrà cadenza annuale per scoprire il "Prestigio della maternità" e saranno coinvolti scuole, teatri, territorio sulle parole d'ordine "difendi la tua fertiità, prepara una culla nel tuo futuro". Una presa in giro? Un abissale distacco della politica dalle donne? Una smisurata ignoranza sulla condizione delle donne? Un servizio al Vaticano? Una gara con lo Stato francese che si occupa dei costumi da mare (leggi a pag. 4)? Un po' di tutto ciò più l'aspetto atroce della visione del mondo fascista che ci riporta al richiamo alle donne di Mussolini a sfornare figli da mandare a combattere le guerre di regime mentre le escludeva dalla società, le riduceva in uno stato di schiavitù e relegava unicamente all'ambito domestico. Di carne da macello da mandare nelle guerre c'è sicuramente bisogno vista la politica guerrafondaia anche di questo governo, ma questa iniziativa è un vero e proprio insulto non solo alla libertà di scelta della maternità, ma a tutte le lavoratrici obbligate a rinunciare ai figli, pena la perdita del posto di lavoro o perché disoccupate o precarie senza prospettive, e comunque tutte (tranne le borghesi, ovviamente) senza servizi sociali di supporto. Un inno alla fertilità quando si distruggono le famiglie per il traferimento, ad esempio, delle insegnanti in zone lontane dalla loro residenza o si fanno lavorare commesse e cassiere nei giorni festivi impedendo loro di gioire della famiglia quando marito e figli sono a casa. Tutti questi borghesucoli il cui scopo principale è garantire il capitalismo e difendere le libertà individuali si intromettono nelle vite private per poterne prendere il possesso completo e portare a termine il loro disegno reazionario. Dov'è la modernità del Paese di cui ciarla la Boschi? La loro modernità e velocità si riscontrano nel caso dell'ennesimo terremoto. Il "subito" delle martellanti dichiarazioni del governo diventano 7 mesi solo per sistemare la popolazione in moduli abitativi e per ricostruire? Finirà come per L'Aquila. Non basterà la vittoria dei no a mandare a casa Renzi senza una forte e coordinata mobilitazione di massa. Farebbe piacere colpire la sua immensa arroganza, ma come si dice, morto un papa se ne fa un altro. Lo dimostrano i vari governi della nostra storia che sono sempre stati e sono solo il comitato d'affari della borghesia e non certo a favore degli interessi della classe lavoratrice. Borghesia che non è in grado di dare una prospettiva per i lavoratori e le masse popolari, ma solo illusioni. Per questo è sempre più impellente unirsi e organizzarsi per affermare un sistema di liberi e uguali dimostrandone la superiorità rispetto al fallimento del capitalismo e dell'imperialismo, capaci solo di generare miseria, sfruttamento, oppressione e guerre.
23 luglio 2016 redazione
editoriale n. 4
L'Alleanza atlantica potenzia le sue forze Da Varsavia pericolosi piani di guerra e un nuovo piano strategico di partership tra Nato e UE A chi giova? È una domanda che ci poniamo spesso e ce la siamo posta anche in occasione degli ultimi due avvenimenti: la strage di Nizza e il rapido golpe in Turchia. Due eventi alquanto sospetti in due Paesi che hanno bisogno di una cosa comune: aumentare la repressione. Nonostante tutto il bombardamento dei soloni della "politica" con-tro i terroristi di matrice islamica nutriamo seri dubbi che l'autista del camion che ha causato il macello sulla promenade des Anglais (degli inglesi e non degli angeli come traducono i giornalisti Rai) sia legato all'Is. Anzi la dinamica risponde più ad un mezzo rimasto senza controllo dopo che l'autista - un balordo che maltrattava pure la famiglia - è stato ucciso al volante, ma i poliziotti francesi non lo ammetteranno mai e non lo sapremo da giornalisti interessati a scoprire la verità solerti solo a trasmettere le veline del potere. Fatto sta che in Francia doveva essere sospeso lo stato di emergenza e invece viene prolungato per altri sei mesi, ma soprattutto è usato per colpire le lotte del movimento operaio. I mass media tacciono, ma le proteste continuano. Il 5 luglio, per la dodicesima volta, decine di migliaia di manifestanti hanno sfilato chiedendo il ritiro della Loi travail nonostante le provocazioni, la violenza verbale di politicanti e padronato, gli attacchi repressivi e gli arresti. Un attacco su larga scala in particolare contro tutta la CGT che, insieme alla continua mobilitazione, si appella per la libertà di espressione. Ma questo non fa notizia. Altri dubbi sul tentativo di colpo di Stato in Turchia, fallito o finto? Il pseudo colpo di Stato in Turchia - che non voleva certamente rappresentare gli interessi della popolazione - ha scatenato un nuovo giro di vite repressivo, già visto nel 2013. Erdogan, rappresentante del capitale e ambizioso partner dell'imperialismo statunitense e israeliano, prezioso alleato della Nato, ha tra-sformato la Turchia in una base per il terrorismo, compreso l'IS. Corteggiato dall'UE - tanto che gli ha concesso 3 miliardi per tenere i rifugiati in campi di concentramento e trasformarli in forza lavoro a basso costo nonostante li consideri potenziali terroristi - non gli basta la costrizione dei comunisti, il bombardamento dei kurdi, la censura dell'informazione di opposizione, con questa occasione servita sul piatto d'argento impone il fermo di polizia e minaccia l'applicazione della pena di morte. Vero che non sempre c'è bisogno di militari per sostenere una dittatura, ma si possono usare per rafforzarla e aprire la strada verso il presidenzialismo, superare gli scogli che impediscono il cambiamento della Costituzione, alzare il tiro della sua presenza nella Nato che in Turchia ha importanti basi sotto comando Usa dotate di apparati di intelligence (il che ci rende difficile pensare che non fossero a conoscenza del "golpe") e allargare il suo dominio in Siria dove al confine, proprio da pochi giorni fa sono schierati i militari dell'esercito italiano, notizia poco pubblicizzata! Intanto la Nato potenzia le sue forze. Il nostro giornale da tempo insiste sulla denuncia del ruolo della Nato come braccio armato dell'imperialismo, perché il suo allargamento è un vero e proprio pericolo e perché ci costa. L'Italia paga 70 milioni al giorno per appartenere a questa alleanza militare, aumenta le spese in armamenti e invia soldati nelle zone calde del mondo. Nel 2015 la spesa militare, escluse le missioni internazionali, ha raggiunto la cifra di circa 18 miliardi di euro e per il 2016 sono previsti circa 20 miliardi. Tutti soldi sottratti alle spese sociali. Nei primi giorni di luglio la Nato ha tenuto il suo vertice a Varsavia dove il Partito comunista è oggetto di persecuzioni anticomuniste e le sue attività sono messe al bando dal governo polacco. Che cosa è emerso da questo vertice che ha visto anche la presenza del presidente ucraino che ha incontrato i leader di Germania, Francia, Inghilterra, Usa e, ovviamente Italia? Sempre e solo pericolosi piani di guerra. Tra i 139 punti è stato concordato il dispiegamento di 4 battaglioni in Lituania, Estonia, Lettonia e Polonia (1000 soldati in funzione antirussa), una presenza multinazionale nella regione del mar Nero, il lancio del sistema europeo di difesa missilistica. È stato firmato l'accordo con l'UE per la sicurezza marittima e l'immigrazione e per lo sviluppo dell'industria europea della difesa. Un nuovo piano strategico di partership tra Nato e UE che moltiplica lo scambio di informazioni - anche informatiche - tra i propri servizi di intelligence. Al fine di rafforzare l'alleanza sono stati, inoltre, avviati colloqui con i governi di Finlandia e Svezia che non fanno parte della Nato. Il presidente della delegazione italiana Nato il PD Andrea Manciulli ha lodato Stoltenberg per la sua posizione su una precisa strategia di guerra al terrorismo e definito importante l'accordo su tutto ciò che riguarda la modernizzazione e l'evoluzione della minaccia terroristica, dai problemi della sicurezza cibernetica alla guerra al jihadismo. La sua idiozia va avanti e appoggia la decisione di Stoltenberg di mantenere 8400 soldati in Afghanistan anche nel 2017, assicurando che l'Italia non ridurrà il suo contingente perché - sostiene - sguarnire quel fronte e lasciarlo in mano ai taliban sarebbe un gravissimo errore, un problema per tutti". Il vero pro-blema per tutti è l'imperialismo, le sue guerre di aggressione e saccheggio per le quali si serve di gruppi di mercenari e li sostiene. La giustificazione che la Nato - che, ricordiamo, è sotto il comando statunitense combatta il terrorismo è falso. Il dispiegamento di truppe Nato a Est - l'Italia invierà 150 uomini - è una mossa per fare pressione sulla Russia per la soluzione della situazione Ucraina, sia sull'Europa ritenuta più debole dopo brexit, anche se la Gran Bretagna ha assicurato il rafforzamento dell'alle-anza. A Varsavia si è mobilitato il Consiglio mondiale della pace per dare una risposta diretta (e ancora una volta si registra il silenzio stam-pa) e immediata contro i piani criminali e i progetti imperialisti della Nato in tutto il mondo nei confronti delle popolazioni allargando le guerre, distruggendo paesi, rapinando risorse e generando continui flussi di profughi. Rifugiati funzionali però alla creazione di un "esercito industriale di riserva" che cancelli i diritti conquistati dal movimento operaio in tutti i paesi europei. Se il proletariato e le masse popolari turchi non si organizzeranno per sconfiggere l'AKP la repressione e i massacri aumenteranno e lo stesso vale per tutti. È fondamentale capire che, mentre i monopoli e il grande capitale accrescono i profitti, l'aumento della presenza militare Nato è la preparazione alle guerre e alle aggressioni che colpiranno soprattutto il movimento operaio e le masse popolari. Una condizione che accomuna e richiederebbe una lotta unitaria internazionale, ma come comunisti siamo coscienti che il migliore apporto alla lotta internazionale contro l'imperialismo e i suoi strumenti di morte sia quello di lottare nel proprio paese contro il proprio imperialismo e le sue alleanze. Il nemico è in casa nostra. Non sono gli immigrati, sono i governi della guerra, della disoccupazione, della copertura di fascisti, fac-cendieri, speculatori, corrotti, sfruttatori. Il nemico è il sistema che va distrutto dalle fondamenta per la libertà, per affermare una giustizia sociale, per la fine di ogni guerra imperialista. Ciò comporta l'avanzamento del movimento comunista. Il compito di chi si batte per la costruzione del partito comunista è quello di radicarsi nel proletariato e nella classe operaia per dare un contributo al superamento dell'attuale situazione di frammentazione nel quale versa il movimento comunista in Italia e nel mondo.
15 giugno 2016 redazione
editoriale 3/2016
CONTRO LA STRATEGIA DEL CAPITALE Il compito della classe operaia non è salvare il capitalismo dalla sua crisi e dalle sue armi di distrazione di massa, ma salvare la classe lavoratrice e le masse popolari dal capitalismo I salari e i diritti dei lavoratori sono sempre più sotto attacco, la di-soccupazione cresce, nonostante i numeri della propaganda gover-nativa, sono poche le industrie rimaste in seguito alla delocalizza-zione. Renzi si gongola della sua politica antipopolare di tagli, de-curtazione dei salari e precariato perché attrae investimenti esteri, ma i capitalisti stranieri si appropriano delle imprese italiane per chiuderle o ristrutturarle per renderle più competitive con conse-guente riduzione del personale. Privatizzazioni dei servizi pubblici, compresa la sanità (con tutte le conseguenze che ricadono sugli operatori e sui pazienti), Jobs act e accordo sulla rappresentanza, firmato con la complicità dei sindacati confederali, eliminazione delle tutele sindacali, repressione sui luo-ghi di lavoro dove aumentano i ritmi e si tagliano le pause, lavoro precario, libertà di licenziamento e più sfruttamento sono misure che eliminano gli ostacoli ai capitalisti e ne aumentano i profitti. Per portare a compimento il disegno capitalista il governo Renzi - del quale è degno rappresentante - deve ricorrere alle riforme isti-tuzionali e costituzionali. Per cambiare l'Italia è vero, nel senso di renderla sempre più barbara come gli Stati Uniti. Ma mano libera ai capitalisti non è prerogativa italiana. Le riforme delle riforme fanno parte della politica europea. Dopo aver affamato i portoghesi, gli spagnoli, i greci - dove continuano massicce lotte e scioperi oscurati dai mass-media a sostegno di Tsipras - tocca alla Francia. Paesi ret-ti da governi che si definiscono di sinistra ma agiscono come la de-stra, sono governi reazionari quindi basta col considerarli di sinistra e stupirsi delle loro scellerate scelte antipopolari, questa paternità gli va tolta. Solo che la Loi travail vede, a differenza dell'Italia, scioperare tutte le categorie e scendere milioni di lavoratori, giovani e studenti nelle piazze in difesa dei propri diritti e per salvare lo stato sociale. Mobi-litazioni che si scontrano con la repressione, aumentata considere-volmente dopo gli attacchi terroristi, ma rivolta solo contro le prote-ste. Evidentemente i sindacati francesi sono meno condizionati dai partiti di governo che invece sono molto presenti nel nostro paese dove l'offensiva del capitale è favorita dalla concertazione tra go-verni, Confindustria e sindacati che, invece di mettere in moto la classe per la difesa delle conquiste storiche, cercano di frenare le poche lotte isolate causando passività, sottomissione e rassegna-zione. La strategia del capitale e dell'imperialismo è chiara. Il capitalismo è in una fase sempre più profonda della sua crisi, deve crescere la sua aggressività militare e, con l'alibi della lotta al terrorismo, ogni tipo di violenza, la deriva fascista, il ricorso alla repressione e all'of-fensiva antipopolare. Viminale e Palazzo Chigi stanno lavorando ad un decreto legge sulla "sicurezza urbana" per dare più poteri ai sin-daci di intervenire su un settore finora affidato a prefetto e questo-re. Ulteriore tassello, insieme alla legge sulla rappresentanza che dovrebbe sancire l'accordo vergognoso tra Confindustria e sindacati e la nuova legge sugli scioperi, per tentare di chiudere la bocca a chi si oppone. In questo contesto si inseriscono la promozione e le campagne an-ticomuniste. Persecuzioni, condanne, divieti contro i partiti comuni-sti ricorrono in tutti i paesi. Solo qualche esempio: in Polonia, dove si sta realizzando una "Aegis Ashore", l'installazione terrestre del si-stema missilistico Usa già costruito in Romania, militanti del Partito comunista sono stati condannati a 9 mesi di carcere, molti al lavoro sociale obbligatorio e a multe per la diffusione delle loro idee sul giornale Brzack. In Ukraina il Partito comunista è al bando e la giun-ta golpista e nazista con il pretesto del rafforzamento della sicurez-za nel mar Nero si allea con il governo fascista turco, e privatizza le terre, una manna per le multinazionali dell'agricoltura. La politica anticomunista è adottata ufficialmente dalla UE che e-quipara nazifascimo e comunismo nascondendo persino il ruolo del-l'Urss nella vittoria sul nazismo (l'87% dei giovani tedeschi, inglesi e francesi lo ignorano) per mantenere questa società marcia e mori-bonda in una presunta libertà e democrazia occidentale, a tutto vantaggio degli Stati Uniti che accrescono la loro influenza sugli al-leati europei. Influenza che spazia dal campo culturale a quello mili-tare (si intensificano le esercitazioni NATO), a quello economico e che trova, pur con qualche contraddizione, terreno fertile. Membri della UE come Svezia, Finlandia, Danimarca (in prima fila contro gli immigrati) - lodati da Washington per il loro mantenimento delle sanzioni contro la Russia - sono forti sostenitori del Ttip. La candi-data Clinton, infatti, definisce la collaborazione USA-UE il "maggiore scopo strategico dell'alleanza transatlantica". Ovvero non un'allean-za con la UE, ma un blocco politico, militare ed economico sotto comando statunitense che, con Israele e le petromonarchie si af-fermi sulla cooperazione Russia, Cina, Iran e qualsiasi paese si con-trapponga ai diktat di Washington. La crisi del capitalismo è evidente dalla crescente aggressività mili-tare (e relative spese sottratte dal sociale) delle forze imperialiste che non pongono limiti al controllo delle materie prime e dei merca-ti. Aumentano gli scenari di guerra, risorsa del capitale per superare la crisi e ciò comporterà maggiore sfruttamento e peggioramento delle condizioni di vita. La classe operaia sempre più oppressa, ricattata, minacciata se or-ganizza scioperi, da anni non è capace di organizzarsi per intensifi-care la sua guerra di classe e rispondere a quella che gli ha dichia-rato la borghesia. Dimostrando la sua debolezza sarà condannata alla schiavitù. Il suo compito non è quello di salvare il capitalismo dalla sua crisi e dalle sue armi di distrazione di massa, ma salvare la classe lavoratrice e le masse popolari dal capitalismo con l'unità di classe - fuori dalla logica del proprio orticello - e con lotte decise e incisive. Cambiare profondamente e radicalmente il sistema sociale che rende i poveri sempre più poveri mentre l'1% diventa sempre più disgustosamente ricco è la sola soluzione. Ma per portare a compimento questo progetto è necessario che la stessa classe di-venti protagonista del suo futuro sia sul piano sindacale che su quello politico attraverso la ricostruzione del proprio partito. L'au-tentico Partito Comunista basato sulle teorie di Marx, Engels, Lenin, il solo in grado di organizzare la rivoluzione proletaria e di costruire una società socialista senza padroni né sfruttamento.
10 aprile 2016 redazione
editoriale/2
INTENSIFICHIAMO LA LOTTA! GUERRA IMPERIALISTA, GUERRA TRA POVERI, GUERRA DI RESI-STENZA Ci troviamo a celebrare questo 25 Aprile, anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, in un momento particolare dove i venti di guerra soffiano in maniera impetuosa nel mondo. Lo scontro tra i vari paesi imperialisti - incal-zati dalla crisi di sovraproduzione che investe i vari paesi capitalistici - porta ad una nuova spartizione del mondo. Gli Stati borghesi sono gli stru-menti per la difesa, lo sviluppo e la penetrazione dei capitali e dell'accappar-ramento delle materie prime per contrastare lo sviluppo di altri grandi capita-li, sempre alla ricerca del massimo profitto. Da queste condizioni nascono sia le alleanze che gli scontri tra i vari paesi capitalistici. La concorrenza spietata, la competizione e lo sviluppo ineguale dei paesi ca-pitalistici determinano le condizioni della guerra aperta nella quale, alla lotta dei capitali, si sommano ed entrano in gioco anche altri fattori come la poten-za militare e lo sviluppo del complesso militare-industriale sostenuto e finan-ziato dagli Stati e fonte di enormi profitti provenienti dalla vendita delle armi. Fin dal 1952 in "Problemi economici del Socialismo nell'URSS" G.Stalin mette-va in guardia i comunisti dal cadere su posizioni e idee errate sulla pace e la guerra scrivendo: (...) " la cosa più probabile è che l'attuale movimento per la pace, inteso come movimento per mantenere la pace, in caso di successo porterà a scongiurare una guerra determinata, a rinviarla per un certo tempo, a mantenere per un certo tempo una pace determinata, a costringere alle dimissioni un governo guerrafondaio sostituendolo con un altro governo, di-sposto a salvaguardare per un certo tempo la pace. Questa naturalmente è una cosa buona anzi ottima. Tuttavia questo non basta per eliminare l'inevi-tabilità delle guerre tra paesi capitalistici. Non basta perchè nonostante tutti questi successi del movimento per la difesa della pace, l'imperialismo conti-nua a sussistere, conserva le sue forze e per conseguenza continua a sussi-stere l'inevitabilità delle guerre. Per eliminare l'inevitabilità delle guerre, è ne-cessario distruggere l'imperialismo". Nel nostro paese queste indicazioni sono state nascoste o deformate da chi, come Togliatti, iniziò il "nuovo corso" del PCI che portò prima al disarmo delle formazioni partigiane, poi all'amnistia dei fascisti che poterono diventare l'os-satura dello Stato e delle forze di polizia in prima fila nella caccia e nella per-secuzione dei comunisti che avevano animato e combattuto nella guerra di Liberazione. Nuovo corso che aprì le porte al potere democristiano - autenti-co interprete del grande capitale - della Chiesa, del potere mafioso e alleato fedele degli USA e dei dollari del piano Marshall e installando le loro basi mili-tari e della Nato, a partire dal '49. Oggi possiamo vedere l'epilogo di quella politica: il PCI non c'è più e, dopo aver propugnato l'ombrello della NATO per difendere la democrazia con Ber-linguer, è stato trasformato nell'attuale PD di Renzi. Le basi sono diventate oltre 140 e il nostro paese paga alla NATO ben 70 milioni di euro al giorno! Un vero e proprio oltraggio a chi ha dato la vita per la Lotta partigiana e per una nuova società basata sul lavoro, senza sfruttamento capitalistico. In questi ultimi anni il proletariato si trova sotto un feroce attacco da parte del capitalismo che mette in discussione tutte le conquiste ottenute con le lot-te attraverso i vari governi che si sono succeduti fino all'ultimo governo Renzi - vero e proprio comitato d'affari di capitalisti e banche - con il suo famigera-to Jobs act, le privatizzazioni selvagge e le riforme istituzionali e costituziona-li. Con colpi di mano, come quelli della Fornero, vengono allungati i tempi per andare in pensione, viene revisionato il meccanismo e il calcolo dell'ISEE che trasforma tutti in benestanti costringendo migliaia di studenti a lasciare le città universitarie o rinunciare agli studi. I disoccupati - che aumentano a rit-mo continuo - vengono cancellati dai nuovi conteggi ISTAT o anche loro di-ventano benestanti con la nuova ISEE. Diminuiscono o sono eliminati gli "ammortizzatori sociali" sostituiti dalla NASPI mentre i padroni sono finanziati per assumere con i nuovi contratti a "tutele crescenti" che cancellano l'art. 18, hanno libertà di licenziamento e possono attuare una pesante repressione sui luoghi di lavoro per colpire tutte le avanguardie sindacali e di lotta operaia che non si allineano. Nello stesso tempo avanza il restrigimento del diritto di sciopero anche attraverso l'applicazione dell'accordo sulla rappresentanza sindacale sottoscritto da CGIL, CISL, UIL, UGL e Confindustria che, come primo risultato, ha già portato a divisioni anche nel cosiddetto sindacalismo di base. Un attacco nel quale la borghesia di ogni paese tenta di coinvolgere, nella lot-ta contro i vari concorrenti, il proprio proletariato e più in generale l'opinione pubblica per il "bene della Nazione". Con la retorica del "siamo tutti sulla stessa barca" vogliono far credere che lo sviluppo del capitalismo, la sua ca-pacità di esportare capitali, di essere competitivi nel mercato internazionale sia il sistema per stare tutti meglio, di avere lavoro e prosperità. Un tentativo di mobilitazione reazionaria di massa, attraverso tutti i mezzi, dai poderosi si-stemi d'informazione ai sindacati concertativi complici. Demolire la coscienza e l'organizzazione di classe sia sul piano politico che sindacale per poter dominare meglio. A questo servono anche le varie orga-nizzazioni fasciste e razziste che alimentano la guerra tra poveri, sviando l'at-tenzione dai veri colpevoli: capitalisti, preti, poliziotti, magistrati, governanti, faccendieri, corrotti e corruttori, pronti a tutto per salvaguardare i propri pro-fitti sulla pelle sia dei lavoratori italiani che stranieri. Questa campagna è favorita dall'apparizione sulla scena mondiale di un nuo-vo e particolare nemico, l'IS che, con le sue farneticazioni religiose ultra-reazionarie, con i suoi atti di crudeltà plateale contro i nemici, contro le opere d'arte, in una distruzione nichilista di città e paesi, con la sua capacità di se-minare il terrore quando e dove vuole in nome di un Califfato imperialista che rivendica anche uno Stato (come hanno già fatto i sionisti con Israele su basi di fanatismo religioso). Un nemico che serve a mobilitare un'opinione pubbli-ca in una guerra tra civiltà e di religione, mettendo tra i barbari i neri e gli a-rabi e in genere gli stranieri, permettendo ai vari governi di entrare in guerra e di prendere misure di emergenza che limitino le libertà individuali e aumen-tino gli strumenti repressivi e di controllo. Un processo di fascistizzazione de-gli Stati democratici borghesi. Creare un nemico e fare la guerra per difende-re gli interessi della democrazia occidentale, creare un grande caos dove tut-to è messo in gioco: le frontiere, le alleanze, le zone d'influenza dove ogni Stato aggressore possa guadagnarsi la spartizione del bottino. Un sistema sperimentato in Iraq, in Afghanistan, in Jugoslavia, in Libia, e in Siria, con l'abbattimento e lo smembramento degli Stati per consentire la formazione di nuovi assetti geopolitici adatti alla nuova situazione. Questo 25 Aprile deve essere l'occasione per i comunisti di denunciare la poli-tica guerrafondaia del governo Renzi, per intensificare la lotta contro il nostro capitalismo in prima fila nello schieramento imperialista. Da tempo il governo italiano si è candidato a guidare la guerra in Libia in accordo con gli Usa e con Stati europei singoli: Francia, Gran Bretagna, Germania, gli stessi che l’hanno demolita e che ora intervengono con il pretesto di colpire i terroristi e portare la “pace”. Il governo, attraverso il ministro della difesa Pinotti già dal novembre scorso ha autorizzato l'armamento dei droni killer con funzione strategica di first stri-ke (primo colpo) che partono da Sigonella per la Libia come già nel 2011. So-no gli stessi droni che, in seguito ad un accordo tra Italia e Stati Uniti, sono utilizzati anche per interventi in Niger, Mali e Somalia. E se non bastasse al Presidente del Consiglio sono stati affidati poteri speciali per la direzione di operazioni militari eseguite da servizi segreti e corpi speciali. L'Italia, quindi, è in guerra in barba al mai applicato art. 11 della Costituzione (a dimostrazione di quanto sia formale il suo richiamo). Un "prezzo" da pagare - che ricade sul proletariato e le masse popolari - per rimanere nei vertici che "contano", dei paesi dell'UE - nata come polo impe-rialista - che, a fianco degli Usa, si candida a dominare il mondo. Un "prezzo" da pagare per riprendersi i 40 miliardi di affari stipulati con Gheddafi, che le aziende italiane non hanno riscosso a causa della guerra del 2011, scatenata dalle potenze di Francia e Inghilterra. E per rifarsi con gli interessi, esercitano il diritto di supremazia in quella zona, con una certa nostalgia del vecchio co-lonialismo - quando in Libia, il governo liberale guidato da Giolitti, scatenò una repressione sanguinosa contro la popolazione civile e costruì campi di concentramento e di sterminio. Pensare che una Europa più democratica e unita, una fantomatica Europa dei popoli - difficile da immaginare in una attuale UE imperialista - dotata di eser-cito, di polizia e di servizi segreti possa diventare un fattore positivo, demo-cratico, di stabiltà e di sviluppo utili a mantenere un equilibrio di pace, signifi-ca legare le sorti del proletariato all'imperialismo, significa essere per la guer-ra e tradire il proletariato. V. I. Lenin riguardo a questo problema ha sottolineato quanto segue: «Non c'è idea più errata e nociva che quella di separare la politica estera dalla poli-tica interna. E proprio in tempo di guerra tale estremo errore appare ancor più grave». Lenin in molti dei suoi lavori ha precisato «che la classe operaia, se è cosciente, non può parteggiare per nessuno dei gruppi rapaci imperiali-sti». La chiarezza sulla differenza tra paesi aggrediti e paesi aggressori è stata un faro per il movimento proletario, sinceramente antimperialista e comunista. Ciò ha permesso di non cadere nelle trappole tese dagli imperialisti in Iraq, come in Jugoslavia, in Libia come Ucraina e in Siria oggi e portare avanti con coerenza la battaglia contro la guerra contro USA, NATO, UE. Come comunisti pensiamo che il migliore apporto alla lotta internazionale contro l'imperialismo sia la lotta nel proprio paese contro il proprio imperiali-smo e le sue alleanze. Per questo sosteniamo la parola d'ordine che il nemico è in casa nostra. Anche se non escludiamo, in determinate condizioni, l'inter-vento diretto nella Resistenza armata di popoli aggrediti, come è avvenuto in Spagna nel '36 con l'organizzazione e l'intervento delle Brigate Internazionali, senza dimenticare l'apporto internazionalista dei tanti partigiani provenienti da vari paesi e soprattutto dall'URSS, alla Resistenza in Italia. Lenin ha scritto che «La guerra imperialistica è la vigilia della rivoluzione so-cialista», ma questo non significa che noi, come comunisti, dobbiamo dare il benvenuto alla guerra imperialista né tantomeno parteciparvi a fianco della classe borghese del nostro paese.
redazione 8 marzo 2016
editoriale n. 1
IL CAPITALISMO È VORACE È necessario organizzarsi e coordinarsi per rompere l'egemonia delle illusioni riformiste. Rafforzare le lotte e rispondere alla dittatura del capitale fino alla sua distruzione Abbiamo finito l’anno parlando di guerra e ne abbiamo iniziato un altro con la guerra anco-ra al centro. La guerra domina la scena internazionale e si ripercuote sulle condizioni di tutte le popolazioni, in particolare di quelle direttamente interessate, costrette a fuggire e quindi causa principale degli spostamenti migratori. Il capitalismo per superare le crisi di sovrapproduzione ha bisogno distruggere forze pro-duttive infrastrutture e forza lavoro e la guerra è lo strumento della soluzione capitalista alle crisi economiche e finanziarie. Già con le guerre mondiali gli Stati Uniti, quando inter-venivano in ritardo in Europa cercando di prendersi anche il merito della vittoria, si arric-chivano con la vendita delle armi prima e la ricostruzione dopo. Modifica lo scenario mondiale ma gli Usa continuano ad esercitare il loro dominio, basato principalmente sulla supremazia militare per mantenere la propria influenza in ogni parte del mondo riattivando una nuova guerra fredda. Una guerra economica, alla Russia e alla Cina, guerre militari in Ukraina, in Siria, e una nuova guerra in Libia per occupare, con il pretesto dell’Is, zone strategicamente ed eco-nomicamente importanti e, al tempo stesso, rafforzare la presenza della NATO. Principale strumento di controllo e di comando anche per l'Unione Europea, la NATO opera a favore della Turchia fornendo la copertura internazionale alle sue mire egemoniche nella regione di occupare parte del territorio siriano. La Turchia di Erdogan - mentre commercia petrolio di contrabbando che gli fornisce l'IS - alla quale arriveranno per ora 3 miliardi dalla UE per i profughi è utilizzata per il passaggio di armi che Qatar e Arabia Saudita acquistano in Croazia e in Israele per l'addestramento CIA dei "ribelli", come si legge in una inchiesta sul New York Times, combatte chiunque ostacoli i piani di dominio dell'imperialismo, reprime comunisti e oppositori, usa le provocazioni fasciste, massacra i combattenti kurdi del PKK. Le alleanze dei paesi imperialisti si compongono e scompongono e le contraddizioni che ne scaturiscono tra loro derivano dallo scontro in atto per la supremazia, ma nella sporca guerra di Siria si consuma l'alleanza Usa, UE, Turchia, Israele, petromonarchie del Golfo. Ad altri Stati la gestione dell'intervento in Libia. La corsa delle potenze imperialiste per la conquista e il controllo dei mercati non ha limiti e porta i relativi governi a forme di politica interna sempre più autoritarie. Dietro la situazione di crescente aggressività c'è l'aggravamento della crisi del capitalismo, una crisi che abbiamo definito sistemica, di sovraproduzione, causa del rallentamento del-l'economia, le Borse che affossano, il prezzo del petrolio in caduta libera. Ciò che forse non è ben chiaro è che il rischio di guerra coinvolge direttamente l'Italia. I droni killer - l'autorizzazione ad armarli è arrivata alla ministra Pinotti a novembre - con funzione strategica di first strike (primo colpo) partono da Sigonella per la Libia come già nel 2011 e colpiscono non solo gli obiettivi militari ma anche civili. Droni dislocati in segui-to ad un accordo tra Italia e Stati Uniti e utilizzati anche per interventi in Niger, Mali, So-malia. Da tempo il governo italiano si è candidato per guidare la guerra in Libia in accordo con gli Usa e con Stati europei singoli Francia, Gran Bretagna, Germania, gli stessi che l’hanno demolita e che ora intervengono con il pretesto di colpire i terroristi e portare la “pace”. L'intensificazione dei voli dall'hub di Pisa dimostra che l’operazione a guida italiana è già iniziata con il trasporto delle armi; paracadutisti e carabinieri sono già presenti, e si preve-dono truppe di terra (dai mille ai tremila soldati), coinvolgendo l’Italia in una nuova guerra e non in missioni umanitarie o interventi di normalizzazione (come quella dei Balcani?). Sono bugie le motivazioni ufficiali di Pinotti e Gentiloni che la scelta di usare i droni la de-cidono volta per volta. L'Italia, quindi, è in guerra per le sue scelte disastrose e la nostalgia del vecchio coloniali-smo - quando in Libia scatenò una repressione sanguinosa contro la popolazione civile e costruì campi di concentramento - e lo è by passando lo stesso Parlamento e calpestando, come gia in passato, l'art. 11 della Costituzione a dimostrazione di quanto sia formale il suo richiamo. Non ci stupirebbe se anche la morte dei tecnici italiani rapiti venisse utilizza-ta come copertura della scelta dell'avventura bellica. Il governo Renzi, vero e proprio comitato d'affari di capitalisti e banche, con la complicità dei mezzi di informazione snocciola dati contradditori e lancia campagne di pura propa-ganda mentre spende centinaia di milioni per i lavori delle basi aeree statunitensi di Fog-gia, Taranto, Ghedi, 13 miliardi per dotarsi degli F35, paga 70 milioni al giorno per appar-tenere alla Nato, aumenta la spesa corrente mentre taglia su servizi, in particolare sulla sanità pubblica, pensioni, scuola ecc. Per mandare contingenti a difesa della diga in Iraq i cui lavori sono stati assegnati ad una ditta italiana. Ogni giorno ne inventa una nuova per cancellare ogni conquista dei lavoratori: Jobs act, riforme istituzionali, privatizzazioni selvagge. Con colpi di mano come la revisione infernale del meccanismo ISEE fa diventare tutti benestanti e costringe migliaia di studenti a lascia-re le città universitarie e rinunciare agli studi; i disoccupati - che aumentano a ritmo conti-nuo - vengono cancellati dai nuovi conteggi ISTAT, anche loro diventano benestanti con la nuova ISEE e non riescono ad ottenere esenzioni neppure per importanti e indispensabili medicine. Quello che non fanno lo annunciano, per mettere una prima ipoteca, e poi poter interveni-re pesantemente come è accaduto per le pensioni di reversibilità. Il diritto acquisito dai versamenti che devono passare al coniuge diventa un'ulteriore penalizzazione per le donne rimaste vedove dopo una vita da casalinga, magari rinunciando al lavoro per dedicarsi alla cura della famiglia e dei vecchi sostituendosi alle carenze dello Stato. Ultimo in ordine di tempo (almeno al momento in cui scriviamo) è l'esproprio della casa ai morosi con mutuo, ovviamente a favore delle banche! Da parte loro i padroni a partire da Marchionne della Fca (ex Fiat) possono cambiare stra-tegia: posticipare il lancio di nuovi modelli, cancellare l'obiettivo di produrre 7 milioni di au-to nel 2018 ecc. così lavoratori di Mirafiori, Grugliasco, Cassino, Pomigliano, Modena - illusi dalle promesse Renzi-Marchionne e dall'approvazione di Fiom Cgil - continueranno a rima-nere senza occupazione mentre diminuiscono gli ammortizzatori sociali con la nuova NA-SPI. E si sentono sicuri dall'introduzione dei nuovi contratti a "tutele crescenti" che cancel-lano l'art. 18 per poter lanciare una pesante repressione sui luoghi di lavoro per cancellare tutte le avanguardie sindacali e di lotta operaia che non si allineano. Il capitalismo è vorace ma non ha soluzione, aumenterà la sua violenza contro la classe operaia e le masse popolari, può trascinarci in guerra per ottenere il massimo profitto se non riusciremo a sviluppare le capacità e l'organizzazione per affermare i nostri interessi di classe. Per questo è necessario organizzarsi e coordinarsi per rompere l'egemonia delle il-lusioni riformiste sulla possibilità di migliorare o trasformare il capitalismo e per rafforzare le lotte e rispondere alla dittatura del capitale fino alla sua distruzione.
29 febbraio 2016 redazione
ABBONAMENTI
il braccio di ferro con PT non è ancora finito, ma intanto abbiamo un nuovo conto: nuova unità firenze 001031575507 grazie per il vostro sostegno
20 dicembre 2015 redazione
editoriale n. 6
ALL’OSCURO DEI PERICOLI DI GUERRA Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale... (Antonio Gramsci) Ci sono notizie che non sono ritenute tali dai massmedia come le aggressioni fasciste a Torino, Roma, Napoli verso gli studenti e di natura sessista nei confronti di studentesse e le gravi aggressioni contro delegati Rsu a Brescia. O come le morti sul lavoro soprattutto se si tratta di operai impiegati nelle ditte d’appalto all’Ilva di Taranto o nelle cave delle Apuane avvenute in novembre. I massmedia sono il megafono dei padroni, del potere, dei partiti borghesi. Ci martellano solo con le “informazioni” - l'expo di Milano è un esempio clamoroso - che fanno l’interesse del governo e che ingannano l’opinione pubblica per condizionarne le scelte. Come potrebbero il Presidente del Consiglio e i ministri far passare le loro porcate contro i lavoratori se non avessero un ampio spazio mediatico? Ad esempio l’ultima trovata del ministro del Lavoro Poletti che si chiede se l’orario di lavoro sia ancora utile ha avuto bisogno di una “verifica” pubblica sul lancio della trasformazione dei contratti di lavoro nazionali che vincolino la retribuzione ai risultati e non al tempo. Niente di nuovo, esisteva già quando si chiamava cottimo. Forte della collaborazione dei sindacati confederali che riassumono il compito di far digerire ogni “riforma”: jobs act, accordo sulla rappresentanza, taglio di stipendi, aumento produttività ecc. il Pd, con tutti i suoi discorsi sul futuro, riporta il lavoro indietro di un secolo. Renzi occupa tutto lo spazio televisivo possibile per far apparire un Paese che non c’è e poi si lamenta che la sua Leopolda n. 6 è stata annebbiata dai risparmiatori truffati mentre ad essere oscurati sono stati i sindacati di base, i movimenti sociali, i comunisti che a Firenze hanno manifestato contro la sua politica e le scelte del suo governo, così come i familiari delle vittime di Viareggio che stanno lottando per impedire che il processo nel quale è coinvolto l’uomo del Pd, Moretti - promosso a capo di Finmeccanica dopo la strage - vada in prescrizione. Quanto l'informazione sia superficiale, strumentale e al servizio del potere la verifichiamo anche in determinati momenti come l’arrivo degli immigrati o la strage in Francia. Per l‘attacco a Parigi quotidiani e reti nazionali hanno fatto un battage diretto al cuore dell’opinione pubblica, lo stesso non è successo per altri attentati, ad Ankara, a Beirut, a Suruc, all’aereo russo in Egitto ecc. La Francia era alla vigilia delle elezioni, l’avvenimento doveva essere sfruttato politicamente. Al Governo francese non era sufficiente il pugno contro l’entrata degli immigrati, doveva mostrare i muscoli sia nella sporca guerra in Siria, sia sul piano interno. Sul piano interno ha prodotto un clima di stato d’assedio, scatenato la caccia all’islamico e un notevole consenso elettorale alla Le Pen. Ma Hollande doveva bombardare la Siria oltre gli attacchi sporadici. Evidentemente non ha funzionato la strategia messa in piedi dal 2011 mandando agenti speciali del Dsge, il controspionaggio dei servizi segreti francesi, nel nord Libano e in Turchia per istruire e organizzare contingenti armati dell’al Gays as Suri al Hur, cioè l’esercito siriano libero (Esl) per scatenare una vera e propria guerra civile. Se prima il nemico era Al Qaeda ora è l’IS, tutte creature alimentate e sostenute dalle potenze imperialiste. La strategia non è nuova: puntando sull’emotività creata ad arte per la caduta delle torri gemelle la Cia, che aveva reclutato 4mila mujahiddin per ottenere la caduta dell’Urss in Afghanistan, ha iniziato la caccia a Bin Laden scatenando una guerra (oviamente con la partecipazione dell’Italia). Lo ha confessato recentemente persino Hillary Clinton. La guerra è la soluzione alle crisi economiche dell’imperialismo e il complesso militare-industriale è sempre più produttivo. Si spendono miliardi per aumentare gli armamenti – compresi quelli nucleare - per colpire intere popolazioni – creando masse di disperati - e cambiare i governi non graditi all’imperialismo Usa e Ue e poter disporre delle ricchezze dei loro paesi. E la guerra deve essere accettata da chi non la subisce direttamente, con i pretesti umanitari, con la paura dell’immigrato, con misure repressive, con la revisione delle Costituzioni (non solo in Italia) in nome della sicurezza. Francia e Gran Bretagna sono la punta di diamante dell’interventismo Nato verso Siria-Iran in aiuto alle petromonarchie del Golfo, all’Italia sono stati assegnati i bombardamenti sull’Iraq (a 25 anni dai primi) e un eventuale intervento in Libia. L’Italia, inoltre prosegue la sua difesa dei mercanti privati mettendo a disposizione il proprio esercito. Si pagano i militari per difendere le petroliere - come nel caso dei marò fatti passare per vittime – e ora si inviano 450 militari in Iraq per proteggere la riparazione di una megadiga da parte di un’impresa privata. Quando non serve più mantenere viva la tensione utile alla creazione del consenso popolare calano assordanti silenzi. Ucraina, Palestina, Grecia, Kurdistan. Oblio sullo Yemen, bombardato da mesi, proprio da bombe e armi francesi, inglesi, tedesche e, naturalmente, italiane. L’Arabia Saudita, col suo regime medievale, alleato principale della Nato nella regione e amica del governo Renzi (grande amico anche dei governanti sionisti di Israele), così ha deciso. Chi non ricorre alla controinformazione sulla situazione internazionale che cosa ne sa di tutte le guerre scatenate in ogni parte del mondo e delle vere cause? Cosa ne sa del ruolo della Nato, che l’Italia paga 70 milioni di euro al giorno per l'appartenenza? La massiccia (40mila soldati) e dispendiosa esercitazione NATO di un mese fa (ne abbiamo scritto sul numero scorso), una prova generale di guerra, che ha coinvolto i territori italiani, è stata ignorata dalle reti nazionali. Viviamo, quindi, su una polveriera, in un periodo pericoloso saturo di guerre che i governanti - con la complicità della “grande informazione” - ci tengono nascosto, manipolano o deformano. E tutto in chiave anticomunista. È sempre più urgente denunciare il ruolo delle forze socialdemocratiche e del PD schierate con l’imperialismo. È sempre valida la denuncia di Lenin quando invitava il proletariato a decidere da che parte stare. Essere partigiani e non abulici, non indifferenti, evitare di farsi confondere, non abboccare alle fandonie raccontate da chi sta al potere e studiare (anche se è molto faticoso) ed essere curiosi su tutto perché la conoscenza permette di capire il mondo di cui siamo parte, la vita, i rapporti con gli altri, di essere liberi. E organizzarsi per affermare la propria ideologia di classe dimostrando che può esistere un sistema sociale che rappresenta effettivamente gli interessi dei lavoratori.
6 novembre 2015 redazione
editoriale n.5
RAFFORZIAMO LA LOTTA Il governo stravolge la Costituzione per affermare un sistema autoritario che garantisca la "stabilità" necessaria al capitalismo e all'imperialismo La borghesia, pur di raggiungere i suoi scopi, calpesta le stesse regole che si è data, compresa la sua concezione di democrazia. Vediamo la situazione di Roma. Il sindaco Marino è stato scacciato da un complotto del "rottamatore", dopo aver vinto le primarie del Pd ed essere stato eletto dai cittadini. Con il rischio che la città torni nelle mani della destra che, con la giunta del manganellatore Alemanno, più che amministrare Roma ha sistemato amici e amici degli amici e parenti, come dimostra la stessa inchiesta su Roma capitale. Chi ha sostituito Marino? Un Prefetto e un Commissario che hanno guadagnato il posto garantendo la realizzazione del fierone di Milano chiamato Expo. Il commissario Francesco Paolo Tronca aveva già le valigie pronte, è partito subito dopo la chiusura di Expo e ha indossato subito la fascia tricolore per correre all'altare della Patria, alle fosse Ardeatine, al Tempio maggiore della Comunità ebraica (par condicio!), a Porta San Paolo, al Verano dove ha incontrato il Papa. "Sono veramente orgoglioso di poter prestare il mio servizio e la mia responsabilità per la capitale della Nazione", ha dichiarato, pensando al primo, fondamentale impegno: il giubileo! Nel giro di un mese, infatti, dovrà gestire i 300milioni che il governo mette a disposizione per l'iniziativa del Vaticano. E' vero che i rappresentanti dei partiti sono sempre più incapaci di governare persino una bocciofila, ma incaricare uomini "tecnici" che si comportano da podestà (figura introdotta dal fascismo quando furono soppresse tutte le funzioni svolte da sindaco, giunta e consiglio comunale), scavalcando la stessa democrazia borghese, vuol dire inculcare nell'opinione pubblica il concetto dell'uomo forte e risolutore, significa far passare la concezione autoritaria. E a farlo è un partito che ancora si definisce di sinistra e democratico, ma che si trova sulla stessa lunghezza d'onda di Forza Italia, Lega nord, Fratelli d'Italia. La trasformazione in senso autoritario dello Stato non si limita a Roma. La riscrittura di 49 articoli della Costituzione è un progetto eversivo che viene da lontano, dal "Piano di rinascita democratica" della loggia P2 - alla quale apparteneva anche Berlusconi - che vuole eliminare i principi costituzionali, quelli della Resistenza: lavoro, uguaglianza sociale, pace. Il governo Renzi (sotto la regia di Napolitano) è riuscito ad imporre la cancellazione del Senato. Per conquistarsi il consenso deve trovare una giustificazione che stia nelle corde della popolazione, cioè la diminuzione dei parlamentari. In realtà il Senato - che non sarà più eletto - viene composto da 100 sindaci e consiglieri regionali - che, nel caso avessero bisogno - potranno godere dell'immunità parlamentare. Questa "riforma", chiaramente liberticida, apprezzata da Confindustria e dai poteri economici del paese sottrae il governo dal controllo parlamentare che il bicameralismo avrebbe dovuto garantire. E, sempre sotto le mentite spoglie della democrazia, la tendenza è verso la Repubblica presidenziale per un governo e uno Stato forti, cioè reazionaria. La sostituzione dell'art. 67 della Costituzione da "Ogni membro del parlamento rappresenta la nazione" a "I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato" e l'art. 12 del disegno di legge Boschi che trasforma l'art. 72 introducono il potere del governo sul Parlamento ed è chiaro il riferimento al 1925 che ha determinato la nascita del fascismo quando era stato stabilito che l'odg della Camera fosse stabilito dal capo del governo, ovvero tutto il potere era in mano del capo di governo, l'allora duce. Qualcuno potrebbe obiettare: La Costituzione era nata da un compromesso post Resistenza, non siamo elettoralisti, siamo convinti che il sistema capitalista si abbatte e non si cambia, che ci importa? Ci importa perché tutti i cambiamenti in atto sono un attacco al proletariato e alle masse popolari. Capitalismo e imperialismo non gradiscono le idee antifasciste e socialiste dell'Italia del dopoguerra (e che ci sono costate le stragi di Stato) che ancora vivono nonostante la frantumazione e la disorganizzazione dei comunisti. Sono idee che, se diventassero lotta di classe, costituirebbero un pericolo, un ostacolo ai programmi di supersfruttamento utile al raggiungimento del massimo profitto, ai piani di riarmo, di guerra. Oggi Renzi, come qualsiasi altro governo borghese, garantisce l'affermazione del capitale. Jobs act, accordo sulla rappresentanza, attacco al diritto di sciopero, tagli sulla salute, necessitano di "riforme" costituzionali e istituzionali, autoritarismo e repressione per impedire al movimento operaio di ribellarsi allo sfruttamento e alle condizioni di schiavitù in cui si trova. Ma non basta. Il capitalismo per uscire dalla crisi ha un'altra opzione, quella della guerra. Le recenti e massicce esercitazioni che hanno coinvolto anche l'Italia sotto la direzione Nato, un'alleanza militare e sempre più aggressiva per la quale l'Italia paga 70 milioni al giorno, dimostrano le mire dell'imperialismo con a capo quello Usa verso sempre nuove guerre. Che per ora sembrano non toccarci, ma che non sono così lontane! L'art. 11 della Costituzione è ampiamente tradito con le missioni all'estero che non sono umanitarie e con il continuo riarmo. Sul nostro territorio sono collocate 120 basi Usa e Nato sempre pronte per essere utilizzate contro altri popoli, com'è già successo nel recente passato. Diventano di fondamentale importanza le lotte contro il nemico interno come contro quello mondiale. Organizziamoci per affrontarle.
9 settembre 2015 redazione
editoriale n. 4
SANITÀ, SI GRATTA ANCORA DAL FONDO DEL BARILE Diritto alla salute addio! Come dire: morite prima così risparmiamo anche sulle pensioni, e possiamo potenziare le spese militari per la guerra Nella calura estiva una vera e propria mazzata si è abbattuta sulla sanità pubblica. Il Governo deve far quadrare i conti come richiede l'UE e le spese sanitarie sono tra i primi tagli della spending review. Non tagli agli sprechi o razionalizzazione delle ri-sorse, ma tagli lineari che colpiscono la salute. Il capolavoro del deputato Pd Gu-tgeld, fedele renziano, è una voragine di 10 miliardi che si aggiunge a quella degli ul-timi anni e che attacca la prescrizione degli esami. Basta con analisi, tac e risonanze magnetiche, visite specialistiche, stop a quasi 200 prestazioni specialistiche e a oltre cento tipologie di ricoveri ritenuti uno spreco mi-liardario. Strutture sanitarie e medici avranno un limite di prescrizione oltre al quale non potranno andare, vale a dire che i pazienti saranno privati di diagnosi accurate se non a proprie spese, come se già non bastasse il pagamento dei ticket. Introdotti con la giustificazione del ripiano del deficit della spesa sanitaria accumulato in segui-to a gestioni clientelari, di corruzione, di tangenti, ruberie varie ecc. Un balzello per la spesa sanitaria che si paga già attraverso il prelievo fiscale generale, l'Irpef e le as-sicurazioni auto. Il Sistema sanitario nazionale, nato nel 1978 forte di una mobilitazione che si richia-mava all'art. 31 della Costituzione, è un vago ricordo. Dal 1992 con De Lorenzo, allo-ra ministro della sanità, ad oggi una serie di controriforme, la riforma del titolo V, le politiche della Commissione europea, hanno cambiato completamente i principi i-spiratori e la sanità è diventata un'azienda che deve produrre profitto. Anche con il governo Prodi e Rosi Bindi ministro, nel 1999, si è confermata l'aziendalizzazione e la regionalizzazione, inoltre sono stati introdotti i LEA, i livelli essenziali di assistenza. L'attuale attacco durissimo alla sanità, con differenze tra Regione e Regione per via del Patto Stato-Regioni, mette a serio rischio il diritto alla salute. La riduzione di per-sonale – sottoposto a turni e orari massacranti per contratti firmati da quei sindacati che dovrebbero difendere i lavoratori - mette in pericolo la salute stessa dei dipen-denti e abbassa il livello di qualità del servizio. E a sopperire vuoti e posti vacanti so-no chiamati a lavorare, gratis, i volontari (speranzosi in una futura assunzione), per-ché l’Italia per numero di infermieri è sotto la media OCSE: 6,4 per mille abitanti contro media Ocse a 8,8 mancano quindi 60 mila infermieri. Cosa sta accadendo nella sanità pubblica? Depotenziamento, ridimensionamento e declassamento di interi ospedali obbligano pazienti e parenti a scomodi e costosi spostamenti. Per evitare lunghe liste d'attesa si dirigono i pazienti verso il cosiddetto volontariato, cioè verso il terzo settore che alle Regioni costa più del servizio interno, si riducono i posti letto (la media Ocse è 4,8 per mille abitanti mentre in Italia è a 3,4 mille e 12 anni fa era a 4,7), si limitano i giorni di degenza, si è introdotta l'intra-moenia - il sistema che permette agli specialisti l'uso privato della struttura pubblica a pagamento -. Si chiudono i reparti maternità là dove si registrano meno di 1000 parti all’anno costringendo le donne - stressate dal travaglio - a lunghi percorsi su strade spesso dissestate, impervie, piene di curve e l'uso dell'elicottero dalle isole, tempo permettendo. Con l'imposizione del DRG (diagnostic related group), una sor-ta di prezzario delle prestazioni in uso negli Stati Uniti ai pazienti non è garantita la necessaria assistenza e vengono dismessi non completamente guariti. E mentre si eliminano i presidi di quartiere e gli ospedali, se ne costruiscono altri con il sistema economico del project financing per assicurare ulteriori profitti e specula-zioni finanziarie ai privati e per loro la sanità diventa un vero e proprio affare. Lo scopo del Governo nazionale e regionale tra chiacchiere e slogan smentite dalla realtà è chiaro: smantellare il servizio pubblico sanitario - che è un diritto costituzio-nale - per orientarlo verso la totale liberalizzazione e privatizzazione, con grande vantaggio dei pazienti ricchi, delle cliniche private, delle compagnie assicurative (U-nipol sta spopolando), del terzo settore cosiddetto volontariato. In piena sintonia con quanto richiesto dall'imperialismo Usa attraverso il TTIP, il trattato che l'UE sta firmando, e con il Tisa, “Trade in services agreement", altro accordo che l'Italia sta negoziando su pressione di grandi lobby e multinazionali attraverso la Commissione europea e che riguarda la privatizzazione di tutti i servizi fondamentali ancora oggi pubblici (istruzione, trasporti) compresa la sanità. Sebbene in Italia ci siano 10 milioni di cittadini che rinunciano alle cure mediche per le loro cattive condizioni economiche e altri milioni si sacrificano per pagare i ticket, si ha la percezione che l'antipopolare attacco al diritto alla salute e il futuro "ameri-canizzato" che ci aspetta, non sia recepito dai cittadini. Forse la comunicazione del Governo, seppure parziale e non veritiera è così convincente? La salute non è un tema che interessa parlamentari e politicanti che sanno bene come stanno le cose, ma hanno l'interesse di procedere verso una società sempre più elitaria eliminando il welfare. Liberalizzazione e privatizzazione sono termini cari anche alle forze di destra che difendono i servizi pubblici, ma solo a parole e stru-mentalmente. Tutti sanno che la spesa militare continua ad aumentare, sanno che l'Italia spende 70 milioni al giorno per la "difesa", che il governo Renzi (scavalcando il Parlamento) si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e fornire a Kabul un aiuto economico di 4 miliardi di dollari annui. Si è impegnato a sostenere lo speciale fondo al governo di Kiev, candidato a entrare nella Nato ed allargare ulteriormente l’Alleanza atlantica ad est. Sanno quanto costa mantenere lo staff dei quartieri gene-rali attraverso i ministeri degli esteri per coprire i costi operativi e di mantenimento della strut¬tura mili¬tare inter¬na¬zio¬nale (circa il 9% per "ope¬ra¬zioni e mis¬sioni a guida Nato"). E quanto si spende per le Basi Usa e Nato sul nostro territorio? E per le eser-citazioni militari? È di questi mesi una delle più grandi esercitazioni Nato la TJ15 che vede impegnate soprattutto in Italia, Spagna e Portogallo oltre 230 unità terrestri, aeree e navali e forze per le operazioni speciali di oltre 30 paesi alleati (36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei da guerra). Tutti impegni che non solo inquinano, non solo trascinano l’Italia in nuove guerre, ma sottraggono enormi risorse alla spesa sanitaria, alle pensioni, all'occupazione e alla solidarietà verso gli immigrati. Tutti tacciono sullo spreco di denaro e sulle grandi spese (comprese quelle per go-verno e parlamentari) e accettano i tagli della sanità. Quindi per tornare all'argomento iniziale non ci sono scorciatoie. La lotta e l'organiz-zazione, anche su argomenti parziali come il rifiuto della speculazione sulla salute, su quel diritto che è la condizione di benessere psico fisico come il diritto a rimanere sani con la garanzia della prevenzione, oltre che dal non essere avvelenati dall'inqui-namento generale, compreso quello delle manovre militari e della guerra, sono fon-damentali. Senza dimenticare che il problema di tutti i nostri mali si chiama capitali-smo, il sistema basato sulla ricerca del massimo profitto, che calpesta pure la salute. Ed è questo sistema che va abbattuto per costruirne uno che abbia al centro i lavo-ratori, le masse popolari e le loro esigenze.
30 luglio 2015 redazione
Con la Resistenza palestinese
PFLP: "Dichiarazione di guerra" agli insediamenti in seguito all'assassinio del bambino palestinese bruciato vivo Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha denunciato l'orribile crimine commesso dai coloni, che hanno bruciato case palestinesi a Duma, vicino a Nablus e hanno ucciso il piccolo Ali Saad Dawabsheh, 1 1/2 anni, e ferito gravemente la madre, il padre e il fratello. Il governo Netanyahu, composto da terroristi e assassini ha la responsabilità di questo crimine di crudeltà indicibile, che richiede a tutti noi di intensificare la resistenza e dichiarare guerra ai coloni e alle loro colonie. Tali crimini efferati contro i bambini sono parte integrante del continuo terrore sionista contro il nostro popolo, che non ferma da più di 67 anni, e i massacri sono parte della strategia dei coloni sionisti nella loro guerra contro il popolo palestinese e riflettono la natura dello Stato sionista in Palestina. Il Fronte ha esortato le masse palestinesi ad esprimere la loro rabbia e rispondere a questo crimine a tutti i livelli, intensificando la resistenza nell'affrontare l'occupazione e i coloni, attraverso lo scontro e l'organizzazione collettivi, e la formazione di comitati popolari nei villaggi, campi profughi e città in la Cisgiordania per affrontare i coloni ed i loro crimini, sottolineando che è chiaro che l'apparato di sicurezza dell'Autorità palestinese ha completamente fallito nel proteggere il nostro popolo dai coloni e dalla loro violenza costante. Il Fronte ha anche chiesto che i funzionari palestinesi dichiarino lo stato di emergenza e adottino misure urgenti per rispondere a questo brutale omicidio e ai crescenti crimini contro il nostro popolo e ha ribadito la sua richiesta che l'Autorità palestinese termini il coordinamento di sicurezza con l'occupazione, in particolare ora, dopo che sono stati presi di mira e bruciati dei bambini e vada alla comunità internazionale per delegittimare lo stato di occupazione e perseguire i capi militari, politici e dei coloni sionisti presso tribunali internazionali per i loro crimini contro il nostro popolo. Il Fronte ha sottolineato che l'escalation di crimini sionisti contro il nostro popolo richiede reale unità di azione palestinese a tutti i livelli che consideri l'interesse collettivo palestinese la massima priorità. Il PFLP ha inoltre invitato tutte le forze progressiste nel mondo, i movimenti sociali e gli Stati a sostenere il popolo palestinese, denunciando i crimini dell'occupante contro il popolo palestinese, e promuovendo ed espandendo il boicottaggio globale e l'isolamento degli occupanti a tutti i livelli e in tutti i forum.
13 luglio 2015 redazione
Grecia e refendum
A che cosa servono i referendum? I greci che hanno votato OXI al referendum, per rigettare le misure antioperaie e antipopolari di UE, FMI , BCE si ritrovano a pochi giorni con un accordo capestro, il peggiore, che impone alla Grecia un piano di privatizzazioni, garantito dal pignoramento dei beni , svendite, aumento dell’Iva e aggravamento delle condizioni di lavoro e dei pensionati, sacrifici, in sostanza, peggiori dei precedenti. Una resa incondizionata, da parte dello stesso Tsipras che aveva indetto il referendum. La ricetta della UE, in cambio di 80 miliardi che non andranno certo ai lavoratori, ai pensionati e ai disoccupati greci, ma alle banche e ai capitalisti greci ed europei. Syriza capeggiata da Tsipras dopo aver consegnato il ministero della difesa all’estrema destra (Anel) e confermata la fedeltà alla Nato, ha basato la sua campagna elettorale contro L'Europa della Merkel per un'altra Europa ed ha scaricato la responsabilità della scelta del No sull’elettorato accettando poi il peggio del peggio, probabilmente per arrivare ad un rimpasto di governo verso uno di “unità nazionale” più sicuro e affidabile per gli interessi dell’imperialismo europeo e di riequilibrio nei confronti dell'amministrazione USA. Questa è l'unica europa possibile nel quadro di un sistema capitalista e imperialista. Come dimostra il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier - che solo qualche mese fa ha regalato milioni di euro al governo ucraino, cioè ai filonazisti di Pravi Sektor per sostenere la sua "lotta per la libertà e per la democrazia” - è fra i più accesi detrattori del governo greco e non ha esitato a insultarlo pubblicamente accusando i greci di parassitismo ai danni dei contribuenti tedeschi e europei, come fanno i nostri governanti e no, usando solo linguaggi più ecumenici e ipocriti. Come Renzi, che si presenta come sinistra, ma con una politica di destra. Pronto ad andare a scodinzolare dalla Merkel per fare vedere come sia bravo a far passare le controriforme dettate dalla UE prima che questa prendesse provvedimenti. Per tentare di ottenere briciole e dilazioni in cambio di controriforme utili ai padroni italiani e stranieri e al suo stare al potere, senza elezioni, come garante insieme a Padoan dei dettami di un’Europa capitalista e imperialista. Tutti coloro (Carc, Rossa, Rete dei comunisti, Piattaforma comunista, fino al M5S) che hanno parteggiato per il NO e per il referendum come la più alta espressione di democrazia, dimenticando gli esiti infausti di questi istituto nel nostro paese o la totale inconsistenza di vittorie come quella sui beni comuni (acqua ecc.) non supportati da un costante e progressivo movimento organizzato di lotta anticapitalista, dopo aver partecipato anche con la presenza di delegazioni ad Atene, come se la campagna fosse la loro e inneggiato alla vittoria ottenuta, si stanno arrampicando sugli specchi per nascondere la loro partecipazione alla capitolazione di Tsipras. Hanno dato credito a posizioni social-democratiche e di conciliazione tra le classi pur di non condividere o nascondendo la posizione dei comunisti greci organizzati nel KKE e nel suo sindacato il PAME. Non una seria autocritica, che dovrebbe vedere in organizzazioni con una base e non piccoli gruppi auto referenziali dove si può dire tutto e il contrario tutto, almeno sostituire i responsabili per aver preso un abbaglio così grande. Non basta il repentino cambio di posizione, prendendo ora le distanze, tipica di chi non ha coerenza di analisi di classe e comunista. Noi comunisti non ci facciamo trascinare dalle sensazioni né dalle tifoserie. Abbiamo, da subito, concordato e appoggiato la posizione del KKE e del Pame e messo al centro della nostra analisi la conoscenza dei fatti e, soprattutto, il senso di classe degli avvenimenti. Non c’è una Europa cattiva e una buona, non si può riformare questa Europa. Il referendum non è una forma di democrazia, non è l’inizio di una rottura che porta al cambiamento. Democrazia è il potere nelle mani della classe operaia e dei lavoratori che abbattono lo Stato borghese. Ai comunisti greci – con i quali solidarizziamo per l’oggettiva difficoltà in cui si trovano – non resta che continuare a lottare con i propri obiettivi: contro la proposta del Governo, l’Ue, il FMI, la BCE, la Nato, nella prospettiva rivoluzionaria dell’abbattimento del sistema capitalista e la sua sostituzione con il socialismo.
1 luglio 2015 redazione
GRECIA: né austerità né referendum
La "crisi" della Grecia sta dimostrando ulteriormente il falimento del capitalismo. Con la costruzione di questa Europa imperialista degli Stati borghesi, delle banche, dei monopoli è stata imposta sulla classe lavoratrice e le masse popolari europee una politica di austerità strangolante. Infatti tutto gira intorno ai soldi. Gli Stati hanno costituito e approvato trattati, da quello di Maastricht in poi mentre tutti i partiti si sono lanciati nella corsa di un europarlamento, un carrozzone, che costa miliardi ogni mese e che si mantiene sul sacrificio delle popolazioni europee. Syriza in campagna elettorale ha promesso mari e monti e il giorno dopo ha accettato le condizioni del potere europeo con la sola variante dei rinvii. Ora indice un referendum per non prendere posizione e scaricare la responsabilità sulla popolazione già stremata dai sacrifici. Referendum appoggiato dalla stupidità dei politici italiani, Grillo in testa, preso come esempio di democrazia mentre in realtà si tratta di chiamare il popolo greco a decidere se morire tramite impiccagione o tramite fucilazione. Una bella democrazia! La Germania continua a fare la parte del padrone e Renzi corre a Berlino a scodinzolare di fronte alla Merkel che vuole eliminare Tsipras per avere un governo più allineato, come quello italiano. Anche gli Usa sono interessati al salvataggio della Grecia, ma solo per difendere i propri interessi strategici e militari delle basi USA e Nato e in funzione anti Russia. Tutte le giustificazioni adottate per convincere l'opinione pubblica sulla necessità dell'Europa e la richiesta agli Stati di accellerare le riforme per la crescita sono un inganno per garantire i poteri forti. redazione di “nuova unità” Pubblichiamo il comunicato del Pame e la posizione del KKE NO AL MEMORANDUM DELLA TROIKA NO AL MEMORANDUM DI SYRIZA Il Governo di coalizione del partito socialdemocratico Syriza e dell’estrema destra ANEL ha approvato la scorsa notte in Parlamento il ricorso al referendum per il 5 di Luglio. Tale risoluzione è stata votata in Parlamento con 178 voti favorevoli da tre partiti, Syriza, ANEL e il partito neofascista Alba Dorata. Con questo referendum la coalizione Syriza – Anel intende trasferire le sue grandi responsabilità al popolo Greco. Allo stesso tempo cerca di ingannare i lavoratori con molte bugie, per questo la domanda posta nel referendum è falsa. Il Governo Greco ha rifiutato di inserire nel referendum la domanda sul Memorandum proposto dal Governo stesso che include un programma antipopolare da 8 miliardi di euro sottoscritto dallo stesso primo ministro Tsipras e presentato alla Troika. Pertanto la domanda del referendum chiederà ai Greci soltanto se approvino o meno il Memorandum proposto dalla Troika che in realtà ha poche differenze dalla proposta del Governo. Oggi il Presidente della Repubblica, Prokopis Paulopulos darà il suo consenso alla legge che indice il Referendum. E’ importante ricordare che il Presidente della Repubblica, che è eletto dal Parlamento, fu scelto da Syriza e votato da Syriza, ANEL e i neo conservatori di NUOVA DEMOCRAZIA. L’attuale Presidente della Repubblica è stato membro in passato del Parlamento per 16 anni e per 7 anni come Ministro nel governo di Nuova Democrazia. Nel periodo 2004 – 2009 è stato Ministro degli Interni e Capo dei Servizi Segreti Greci. La classe operaia del nostro Paese deve denunciare con il voto del 5 luglio sia il Memorandum della Troika sia quello del Governo. Denunciare l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea ed esigere la rottura con questi meccanismi imperialisti. Il movimento sindacale di classe deve utilizzare questi cinque giorni per informare tutti gli strati popolari. Il Governo ha chiamato al Referendum in così pochi giorni proprio per impedire una discussione sostanziale. Allo stesso tempo noi chiamiamo i lavoratori a denunciare tutte le forze politiche che accettano l’Unione Europea come unica opzione e che hanno gravi responsabilità per la situazione attuale del nostro popolo. Atene, 28 giugno 2015 (COMUNICATO DEL PAME – sindacato di area comunista) La posizione del Partito Comunista di Grecia (KKE) 29/07/2015 Com'è ben noto, il governo del partito di "sinistra" e fondamentalmente socialdemocratico SYRIZA e del partito nazionalista di destra ANEL, nel tentativo di gestire il totale fallimento dei propri impegni pre-elettorali, ha annunciato un referendum per il 5 luglio 2015 il cui unico quesito sarà se i cittadini sono favorevoli o meno all'accordo proposto, che è stato preparato da UE, FMI e BCE e riguarda la continuazione delle misure antipopolari per l'uscita dalla crisi capitalistica, con la permanenza della Grecia all'interno dell'euro. Gli esponenti del governo di coalizione invitano il popolo a dire "no" e chiariscono che questo "no" nel referendum verrà interpretato dal governo greco come un'approvazione nei confronti della sua proposta di accordo con UE, FMI e BCE, anch'essa contenente, in 47+8 pagine, barbare misure antioperaie e antipopolari finalizzate ad aumentare la redditività del capitale, la "crescita" capitalistica e la permanenza del paese nell'euro. Come lo stesso Governo SYRIZA-ANEL ammette, continuando a glorificare l'UE come "la nostra comune casa europea", il "successo europeo", questa proposta è per il 90% identica a quella di UE, FMI e BCE e ha davvero poco a che fare con ciò che SYRIZA aveva promesso prima delle elezioni. I fascisti di Alba Dorata, insieme ai partiti della coalizione di governo (SYRIZA-ANEL), si sono espressi a favore del "no" e hanno anche apertamente appoggiato il ritorno alla moneta nazionale. Dall'altro lato, il partito d'opposizione di destra ND, il partito socialdemocratico PASOK che ha governato fino a gennaio 2015, e POTAMI (formalmente un partito di centro, ma sostanzialmente un partito reazionario) hanno preso posizione in favore del "si", alle barbare misure della Troika che, secondo quanto affermano, verrà interpretato come un consenso a "restare nell'UE a tutti i costi". In realtà, entrambe le risposte portano a un "si" all'UE e alla barbarie capitalista. Durante la seduta parlamentare del 27 giugno, la maggioranza governativa di SYRIZA-ANEL ha rifiutato la proposta del KKE che le seguenti questioni fossero poste al giudizio del popolo greco nel referendum: - No alle proposte di accordo di UE-BCE-FMI e del governo greco - Uscita dall'UE, abolizione dei memorandum e di tutte le leggi applicative. Con questa presa di posizione, il governo ha dimostrato di voler ricattare il popolo affinché approvi la sua proposta alla troika, che è l'altra faccia della stessa moneta. Ossia, sta chiedendo al popolo greco di acconsentire ai suoi piani antipopolari e all'imposizione delle sue nuove scelte antipopolari, o tramite un nuovo presunto accordo "migliorato" con le organizzazioni imperialiste, o attraverso l'uscita dall'euro e il ritorno alla valuta nazionale, per la quale il popolo verrà chiamato a pagare di nuovo. In queste condizioni, il KKE chiama il popolo a utilizzare il referendum come un'opportunità per rafforzare l'opposizione all'UE, per rafforzare la lotta per l'unica via realistica fuori dall'attuale barbarie capitalista. Il contenuto di questa via d'uscita è: la rottura-svincolamento dall'UE, la cancellazione unilaterale del debito, la socializzazione dei monopoli, il potere operaio e popolare. Il popolo, attraverso la propria attività e la propria scelta nel referendum, deve rispondere all'inganno del falso quesito posto dal governo e rigettare la proposta di UE-FMI-BCE e anche la proposta del governo SYRIZA-ANEL. Entrambe contengono barbare misure antipopolari, che verranno aggiunte ai memorandum e alle leggi applicative del precedente governo ND-PASOK. Entrambe servono gli interessi del capitale e dei profitti capitalistici. Il KKE sottolinea che il popolo non deve scegliere tra Scilla e Cariddi, ma deve esprimere, con ogni mezzo disponibile e in ogni modo, la propria contrarietà all'UE e ai suoi permanenti memorandum nel referendum. Deve "cancellare" questo dilemma inserendo, come proprio voto, la proposta del KKE nell'urna. NO ALLA PROPOSTA DI UE-FMI-BCE NO ALLA PROPOSTA DEL GOVERNO DISIMPEGNO DALL'UE E POTERE POPOLARE Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare La "crisi" della Grecia sta dimostrando ulteriormente il falimento del capitalismo. Con la costruzione di questa Europa imperialista degli Stati borghesi, delle banche, dei monopoli è stata imposta sulla classe lavoratrice e le masse popolari europee una politica di austerità strangolante. Infatti tutto gira intorno ai soldi. Gli Stati hanno costituito e approvato trattati, da quello di Maastricht in poi mentre tutti i partiti si sono lanciati nella corsa di un europarlamento, un carrozzone, che costa miliardi ogni mese e che si mantiene sul sacrificio delle popolazioni europee. Syriza in campagna elettorale ha promesso mari e monti e il giorno dopo ha accettato le condizioni del potere europeo con la sola variante dei rinvii. Ora indice un referendum per non prendere posizione e scaricare la responsabilità sulla popolazione già stremata dai sacrifici. Referendum appoggiato dalla stupidità dei politici italiani, Grillo in testa, preso come esempio di democrazia mentre in realtà si tratta di chiamare il popolo greco a decidere se morire tramite impiccagione o tramite fucilazione . Una bella democrazia! La Germania continua a fare la parte del padrone e Renzi corre a Berlino a scodinzolare di fronte alla Merkel che vuole eliminare Tsipras per avere un governo più allineato, come quello italiano. Anche gli Usa sono interessati al salvataggio della Grecia, ma solo per difendere i propri interessi strategici e militari delle basi USA e Nato e in funzione anti Russia. Tutte le giustificazioni adottate per convincere l'opinione pubblica sulla necessità dell'Europa e la richiesta agli Stati di accellerare le riforme per la crescita sono un inganno per garantire i poteri forti. redazione di “nuova unità” Pubblichiamo il comunicato del Pame e la posizione del KKE NO AL MEMORANDUM DELLA TROIKA NO AL MEMORANDUM DI SYRIZA Il Governo di coalizione del partito socialdemocratico Syriza e dell’estrema destra ANEL ha approvato la scorsa notte in Parlamento il ricorso al referendum per il 5 di Luglio. Tale risoluzione è stata votata in Parlamento con 178 voti favorevoli da tre partiti, Syriza, ANEL e il partito neofascista Alba Dorata. Con questo referendum la coalizione Syriza – Anel intende trasferire le sue grandi responsabilità al popolo Greco. Allo stesso tempo cerca di ingannare i lavoratori con molte bugie, per questo la domanda posta nel referendum è falsa. Il Governo Greco ha rifiutato di inserire nel referendum la domanda sul Memorandum proposto dal Governo stesso che include un programma antipopolare da 8 miliardi di euro sottoscritto dallo stesso primo ministro Tsipras e presentato alla Troika. Pertanto la domanda del referendum chiederà ai Greci soltanto se approvino o meno il Memorandum proposto dalla Troika che in realtà ha poche differenze dalla proposta del Governo. Oggi il Presidente della Repubblica, Prokopis Paulopulos darà il suo consenso alla legge che indice il Referendum. E’ importante ricordare che il Presidente della Repubblica, che è eletto dal Parlamento, fu scelto da Syriza e votato da Syriza, ANEL e i neo conservatori di NUOVA DEMOCRAZIA. L’attuale Presidente della Repubblica è stato membro in passato del Parlamento per 16 anni e per 7 anni come Ministro nel governo di Nuova Democrazia. Nel periodo 2004 – 2009 è stato Ministro degli Interni e Capo dei Servizi Segreti Greci. La classe operaia del nostro Paese deve denunciare con il voto del 5 luglio sia il Memorandum della Troika sia quello del Governo. Denunciare l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea ed esigere la rottura con questi meccanismi imperialisti. Il movimento sindacale di classe deve utilizzare questi cinque giorni per informare tutti gli strati popolari. Il Governo ha chiamato al Referendum in così pochi giorni proprio per impedire una discussione sostanziale. Allo stesso tempo noi chiamiamo i lavoratori a denunciare tutte le forze politiche che accettano l’Unione Europea come unica opzione e che hanno gravi responsabilità per la situazione attuale del nostro popolo. Atene, 28 giugno 2015 (COMUNICATO DEL PAME – sindacato di area comunista) La posizione del Partito Comunista di Grecia (KKE) 29/07/2015 Com'è ben noto, il governo del partito di "sinistra" e fondamentalmente socialdemocratico SYRIZA e del partito nazionalista di destra ANEL, nel tentativo di gestire il totale fallimento dei propri impegni pre-elettorali, ha annunciato un referendum per il 5 luglio 2015 il cui unico quesito sarà se i cittadini sono favorevoli o meno all'accordo proposto, che è stato preparato da UE, FMI e BCE e riguarda la continuazione delle misure antipopolari per l'uscita dalla crisi capitalistica, con la permanenza della Grecia all'interno dell'euro. Gli esponenti del governo di coalizione invitano il popolo a dire "no" e chiariscono che questo "no" nel referendum verrà interpretato dal governo greco come un'approvazione nei confronti della sua proposta di accordo con UE, FMI e BCE, anch'essa contenente, in 47+8 pagine, barbare misure antioperaie e antipopolari finalizzate ad aumentare la redditività del capitale, la "crescita" capitalistica e la permanenza del paese nell'euro. Come lo stesso Governo SYRIZA-ANEL ammette, continuando a glorificare l'UE come "la nostra comune casa europea", il "successo europeo", questa proposta è per il 90% identica a quella di UE, FMI e BCE e ha davvero poco a che fare con ciò che SYRIZA aveva promesso prima delle elezioni. I fascisti di Alba Dorata, insieme ai partiti della coalizione di governo (SYRIZA-ANEL), si sono espressi a favore del "no" e hanno anche apertamente appoggiato il ritorno alla moneta nazionale. Dall'altro lato, il partito d'opposizione di destra ND, il partito socialdemocratico PASOK che ha governato fino a gennaio 2015, e POTAMI (formalmente un partito di centro, ma sostanzialmente un partito reazionario) hanno preso posizione in favore del "si", alle barbare misure della Troika che, secondo quanto affermano, verrà interpretato come un consenso a "restare nell'UE a tutti i costi". In realtà, entrambe le risposte portano a un "si" all'UE e alla barbarie capitalista. Durante la seduta parlamentare del 27 giugno, la maggioranza governativa di SYRIZA-ANEL ha rifiutato la proposta del KKE che le seguenti questioni fossero poste al giudizio del popolo greco nel referendum: - No alle proposte di accordo di UE-BCE-FMI e del governo greco - Uscita dall'UE, abolizione dei memorandum e di tutte le leggi applicative. Con questa presa di posizione, il governo ha dimostrato di voler ricattare il popolo affinché approvi la sua proposta alla troika, che è l'altra faccia della stessa moneta. Ossia, sta chiedendo al popolo greco di acconsentire ai suoi piani antipopolari e all'imposizione delle sue nuove scelte antipopolari, o tramite un nuovo presunto accordo "migliorato" con le organizzazioni imperialiste, o attraverso l'uscita dall'euro e il ritorno alla valuta nazionale, per la quale il popolo verrà chiamato a pagare di nuovo. In queste condizioni, il KKE chiama il popolo a utilizzare il referendum come un'opportunità per rafforzare l'opposizione all'UE, per rafforzare la lotta per l'unica via realistica fuori dall'attuale barbarie capitalista. Il contenuto di questa via d'uscita è: la rottura-svincolamento dall'UE, la cancellazione unilaterale del debito, la socializzazione dei monopoli, il potere operaio e popolare. Il popolo, attraverso la propria attività e la propria scelta nel referendum, deve rispondere all'inganno del falso quesito posto dal governo e rigettare la proposta di UE-FMI-BCE e anche la proposta del governo SYRIZA-ANEL. Entrambe contengono barbare misure antipopolari, che verranno aggiunte ai memorandum e alle leggi applicative del precedente governo ND-PASOK. Entrambe servono gli interessi del capitale e dei profitti capitalistici. Il KKE sottolinea che il popolo non deve scegliere tra Scilla e Cariddi, ma deve esprimere, con ogni mezzo disponibile e in ogni modo, la propria contrarietà all'UE e ai suoi permanenti memorandum nel referendum. Deve "cancellare" questo dilemma inserendo, come proprio voto, la proposta del KKE nell'urna. NO ALLA PROPOSTA DI UE-FMI-BCE NO ALLA PROPOSTA DEL GOVERNO DISIMPEGNO DALL'UE E POTERE POPOLARE Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
21 giugno redazione
editoriale nu n. 3
Il nemico è in casa nostra! Organizziamoci per cambiare il sistema di sfruttamento e sostituirlo con il socialismo Se qualcuno si era dimenticato di Roma capitale la recente cronaca ce l'ha riportato in primo piano con il secondo atto dell'inchiesta. Non c'è da stupirsi è la dimostrazione che, mentre si parla di continui tagli sulla pelle dei lavoratori, i soldi ci sono e ci sarebbero se non andassero a finire nelle tasche degli amministratori corrotti, degli speculatori, dei faccendieri con i quali i costi degli appalti lievitano del 40%. Intrecci tra PD e destra, a partire da Carminati, sdoganato da Salvini e suo alleato. E si capisce come il soffiare sul fuoco con tutta Casa Pound, Fratelli d'Italia&C. per i campi rom, gli immigrati, gli occupanti di case, terreno di guadagno di questi criminali, servisse anche per gettare fumo negli occhi delle malefatte e alimentare razzismo e nazionalismo ad uso elettorale di cui ha beneficiato la Lega nord. I governanti sfruttano la crisi economica per accelerare i piani di austerità sotto il controllo dell'Unione europea, i capitalisti la utilizzano per delocalizzare o chiudere gli impianti e i disoccupati aumentano. Per restare nei parametri dei Trattati europei il governo spinge sulla realizzazione delle riforme, dal lavoro alle istituzioni, dichiara di rendere l'Italia più efficiente per agevolare gli investimenti dall'estero. Ma i pochi impianti produttivi rimasti sono in gran parte nelle mani di multinazionali che comprano per chiudere e usare il know out in altre parti del mondo. I lavoratori scendono in piazza e resistono finché possono, poi intervengono i dirigenti dei sindacati confederali in un gioco al ribasso con padronato e governo. Accettano l'accordo sulla rappresentanza, il jobs act e tutto quello che ne consegue, la riduzione della Cig, la durata della Naspi ecc. I lavoratori dopo essere stati ben spremuti sono buttati via e i disoccupati continuano ad aumentare. Le disastrose condizioni di vita di chi con il lavoro perde la casa, la salute - sono già 10milioni gli italiani che non riescono a pagare il ticket su cure e medicine - e, spesso, la famiglia, alimentano la guerra tra poveri e gli immigrati sono visti come "concorrenti" e nemici. Per far accettare la sua politica scellerata e antipopolare ed avere il consenso il potere nazionale ed europeo deve mantenere l'assenza del senso critico, la manipolazione delle coscienze e alto il livello di ignoranza, razzismo e paura sono palpabili proprio là dove regna l'ignoranza! Da qui l'attacco alla scuola, la mistificazione storica e ideologica - la retorica parata del 2 giugno è solo un esempio - e la disinformazione della comunicazione. Il tutto marcia di pari passo con la repressione sui luoghi di lavoro e nella società e la militarizzazione del territorio. Dicono per far fronte alla criminalità, ma è solo la violenza dello sfruttamento e dell'eliminazione dei diritti sociali da parte della borghesia per impedire che la classe lavoratrice attui finalmente la sua violenza proletaria, la sua lotta di classe. Dopo anni di politica democristiana, socialdemocratica, riformista e l'opportunismo dei sindacati i lavoratori sono disarmati. Spesso invocano l'intervento degli imprenditori pensando che si possa vivere solo grazie a loro e che il sistema capitalista sia l'unico percorribile. Senza padroni si può vivere. Non siamo tutti nella stessa barca, non ci sono capitalisti buoni e capitalisti cattivi per cui solo il rovesciamento del capitalismo e delle sue strutture e la costruzione di un sistema socialista può risolvere i bisogni della classe operaia e delle masse popolari. La Grecia insegna. Nonostante la vittoria elettorale Siryza dimostra come le difficoltà finanziarie non si risolvano all'interno di un governo borghese che illude e limita la mobilitazione delle masse. Così sarà per l'esperienza di Podemos in Spagna. Non si può ignorare che il capitalismo è responsabile di tutti i mali delle popolazioni, della crisi, del fascismo, della guerra. Che la crisi aumenta le contraddizioni tra Stati capitalisti e la concorrenza dei monopoli e la guerra diventa una tappa inevitabile del capitalismo. Guerre per la conquista e il controllo dei mercati, delle risorse energetiche e dei territori ma anche per il controllo politico. Non è un caso che l'ideologia comunista sia sotto attacco ovunque, che si sviluppino posizioni antistoriche, che la Ue cerchi di equiparare il nazismo al comunismo, proibire l'attività dei partiti comunisti, l'uso dei simboli comunisti mentre appoggia i governi che legittimano le forze fasciste, in particolare nei paesi dell'Est e in Ucraina. Gli Stati Uniti continuano la corsa al riarmo costringendo gli altri paesi aderenti alla Nato a spese folli: 1000 miliardi di dollari annui e non ci stancheremo mai di ricordare che l'Italia paga circa 60 milioni al giorno per la sua alleanza militare e per le Basi collocate su tutto il nostro territorio che - oltre alle funzioni di attacco e stoccaggio di armi nucleari - sono da sempre luoghi di trame eversive e addestramento dei fascisti. E' di questi giorni l'arrivo a Vicenza di un convoglio Usa per l’addestramento di sei mesi di tre battaglioni di chiara ispirazione nazista della Guardia nazionale ucraina, effettuato da circa 300 paracadutisti statunitensi. L'Alleanza militare scalda i muscoli ed è sottovalutata anche dalle forze che si definiscono rivoluzionarie. La stessa Mogherini garantisce l'intensificazione della cooperazione Nato-Ue. Dichiara che "La Ue e la Nato hanno natura differente, ma condividono gli stessi valori". Vi sono "sfide attorno a noi che ci uniscono", dall’Ucraina alla Libia. E annuncia che "l’Unione europea rilancerà a giugno gli investimenti nella difesa". Avanti con le spese militari! C'è un gran fermento di riunioni con i ministri della difesa e delle finanze tesi a condizionare il futuro dell'Europa. Continuano le esercitazioni: ad aprile in Germania, Olanda, Repubblica Ceca e altri otto paesi europei, a giugno in Polonia con truppe di Germania, Olanda, Repubblica Ceca, Norvegia. A settembre sarà la volta di Italia, Spagna e Portogallo. La grande esercitazione di "guerra preventiva" «Trident Juncture 2015» - 25 mila unità terrestri, aeree e navali e con forze speciali di tutti i paesi Nato - dimostrerà la capacità di lanciare altre guerre nel NordAfrica e nel Medioriente. Senza dimenticare l’Europa orientale. Sotto la sigla UE la Nato prepara una nuova operazione in Libia per stabilire un governo unitario in quanto, sostiene Stoltenberg, gli sforzi per stabilizzare il paese nel 2011 non sono riusciti. La Nato - sotto l'indiscusso comando statunitense - dopo aver distrutto la Jugoslavia, aver inglobato tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, e penetrata in Ucraina, assumendo il controllo di posizioni chiave nelle forze armate e addestrando i gruppi neonazisti usati a Kiev, continua la pressione sulla Russia non solo attraverso le sanzioni economiche con pesanti ripercussioni sull'occupazione, ma intraprendendo un "adattamento strategico" che costerà denaro, tanto denaro, spremuto dallo sfruttamento e dai sacrifici della classe lavoratrice e delle masse popolari di tutta Europa. Il fascismo, lo strumento usato dal capitalismo per esercitare il suo potere, la guerra imperialista come soluzione alle crisi dei governi borghesi sono i veri nemici contro cui combattere. E' un percorso difficile, probabilmente lungo, ma non c'è altra strada. Una strada che richiede l'organizzazione, la costruzione di un vero partito comunista che sia in grado di coordinare e rafforzare tutte le lotte e disegnare una nuova società.
29 aprile 2015 redazione
Viva il 1° Maggio
1° di maggio contro il capitalismo Non ci servono cortei “festosi” e rituali, ci serve che il 1° Maggio diventi solo il simbolo della lotta di tutti gli sfruttati e gli oppressi negli altri 364 giorni dell’anno Il 1° Maggio come giornata internazionale dei lavoratori risale ad anni lontanissimi – ma purtroppo solo nel tempo – e precisamente al Congresso Operaio Socialista della 2° Internazionale a Parigi del 1889, che la fissò in omaggio ai Martiri di Chicago (7 di loro erano immigrati di nazionalità tedesca) e in ricordo delle giornate di lotta per le 8 ore di lavoro culminate nella rivolta di Haymarket. La lotta era iniziata dalla fabbrica di trattori McCormik, contro la giornata di 10/12 ore di lavoro, sabato compreso, in condizioni pericolose. Detto così… com’è tragicamente attuale, vero? E oggi ci rubano persino la domenica! È passato un secolo e ci ritroviamo nelle stesse condizioni. La precarietà - tratto sempre costante nella storia del capitalismo, non va dimenticato - sotto l’attacco del cosiddetto neo-liberismo, è diventata la costante delle nostre vite. Dopo un secolo di lotte sindacali e politiche, ad uno ad uno crollano le conquiste: la contrattazione collettiva, un salario che permetta di vivere con dignità o, semplicemente, di vivere, la giornata e il tempo di lavoro, il diritto di sciopero, la negoziazione collettiva, la rappresentanza sindacale ecc. ecc. Generazioni di giovani senza lavoro – quindi senza futuro, diciamocelo chiaro – donne ricacciate nelle loro case… e la lista è lunga. L’obiettivo del capitale, comunque si chiami la versione attuale, è chiarissimo: massima libertà di sfruttare, disciplinare, dividere e indebolire la classe lavoratrice, riversando oltretutto su di noi quello che si chiama “rischio d’impresa”. Privatizzare i profitti e socializzare – al massimo grado – le perdite, ecco il significato vero. Vivere nella precarietà (nel nostro paese, ma non solo) ha molti significati: essere disoccupato; avere un lavoro temporaneo che a volte è di pochi giorni; addirittura lavorare gratis come succede per l’Expo di Milano, dove “farà curriculum” indicare ai visitatori stranieri dove si trovano i bagni… il tutto con l’assenso dei cosiddetti “rappresentanti dei lavoratori” (leggi: sindacati confederali) e delle istituzioni (il sindaco di "sinistra” di Milano in testa). Anche chi ha il posto “fisso” sa che fisso questo non lo è, grazie ad una serie di leggi di cui il Jobs Act è solo l’ultima espressione. Tutto quanto sopra spacciato all’insegna di due parole d’ordine: questo è il miglior mondo “possibile”, ed è “il nuovo che avanza”. Il concetto che ci sta sotto è molto chiaro: l’ineluttabilità e l’immutabilità della realtà attuale. E se i Martiri di Chicago si rivolteranno nella tomba guardandoci lavorare e soffrire come loro un secolo dopo, proprio il loro sacrificio ci dice invece che la realtà è sempre possibile cambiarla. Perché questo secolo passato dalla rivolta di Haymarket ha visto il sorgere delle prime esperienze di Stato socialista, di classe operaia e di sfruttati che hanno preso il potere, di popoli colonizzati che si sono liberati. Se noi, in Europa e nei paesi cosiddetti avanzati, assistiamo alla distruzione delle conquiste dei nostri diritti più elementari, e lo spettro della guerra è arrivato anche nelle nostre case, in altre parti del mondo altri milioni e milioni di lavoratori hanno il diritto di festeggiarla, questa giornata dell’unità del proletariato rivoluzionario. In America Latina, per fare l’esempio più avanzato della lotta di classe oggi, milioni e milioni di lavoratori, di sfruttati, di fantasmi sconosciuti spinti ai margini estremi della società, stanno recuperando il loro futuro, possono avere una vita degna, contano nelle loro società, hanno ripreso nelle loro mani il loro destino. Certo il processo non è concluso – né potrebbe esserlo, la storia ce l’ha insegnato – ma l’obiettivo è chiaro: spedire nella spazzatura della storia il capitalismo in tutte le sue versioni. Il prezzo in morti e feriti è alto, ma ne vale la pena. E anche in Europa ci sono sussulti che tolgono il sonno ai capitalisti: al di là delle valutazioni che ognuno di noi può dare, a torto o a ragione, dell’esperienza di Syriza – e dovremmo sempre ricordare che vanno analizzati non solo i fatti ma i processi che sono in atto – un fatto è chiaro. Meno “anestetizzato” il popolo greco da più di cinque anni sta lottando ogni giorno contro l’ultimo esperimento del capitale, mangiarsi anche gli Stati nazionali. Perché la Grecia questo è stata: l’equivalente del Cile di Allende, un laboratorio avanzato del capitale. Anche in Spagna e Portogallo le cose non si presentano poi così facili: scioperi ogni giorno, settori di lavoratori che si organizzano, “scene” di lotta di classe. Parlavamo della guerra. La guerra del capitale ai popoli di tutto il mondo non è solo guerra militare cui esso ricorre – sempre più spesso oggi quando questi “altri mezzi” falliscono grazie alle mobilitazioni popolari - quando ha esaurito gli altri mezzi. E sulla guerra militare ci sarebbero pagine e pagine da scrivere. È prima di tutto guerra economica, rapina delle materie prime, imposizione degli interessi di classe di pochissimi alla maggior parte dei popoli. Qui c’è un curioso paradosso: oggi sono ancora pochi quelli che conoscono e denunciano il TTIPP, una serie di accordi commerciali tra USA, Canada ed Europa che ci porterebbero ad arrenderci alle esigenze del capitale globale superando ogni legislazione nazionale. Qualcuno ricorda il Vertice del 2005 a Mar del Plata, Argentina, dove i popoli sudamericani, rappresentati da Hugo Chàvez, Nestor Kirchner e Lula da Silva, dopo mesi di mobilitazioni e lotte, “seppellirono” l’ALCA, l’Accordo di Libero Commercio delle Americhe proposto dagli USA, forse la prima, vera e bruciante sconfitta economica, e quindi profondamente politica, dell’imperialismo con casa madre a Washington nell’era della globalizzazione? Fu la mobilitazione organizzata di un continente a renderla possibile: è una lezione di cui dobbiamo tenere conto. Accordi di questo genere sono stati brutalmente e sanguinosamente imposti all’Africa con tutti i mezzi, e oggi si stanno discutendo il più segretamente possibile a Bruxelles. Il “Terzo Mondo” è qui, nella civile ed avanzata Europa, dopo che l’esperimento neo-liberista e imperialista è fallito in altri luoghi del mondo. Mondo a cui dovremmo guardare più spesso, perché non tutto è sconfitta e perché spesso ce ne vengono esempi su cui ragionare... E in questa giornata di 1° Maggio 2015 rivolgiamo anche un pensiero alle vittime di queste guerre, militari ed economiche, che giacciono in quella tomba che lambisce l’Italia e che chiamiamo Mediterraneo. Al di là di ogni sentimento di umanità, di solidarietà, di giustizia, ricordiamoci che se non ci mobilitiamo, se non lottiamo, le prossime vittime, saremo noi. Lotta di classe, dicevamo. Strumento insostituibile, alla faccia dei vari professorini e intellettuali della mutua degli ultimi decenni, per cambiare la realtà che, in tutte le epoche della storia umana, non è mai stata né ineluttabile né, soprattutto, immutabile. In questo panorama ci serve con urgenza – ognuno ne sia consapevole – una cosa al tempo stesso semplice ma difficilissima grazie alla storia di tradimenti, deleghe, inganni e beghe di cortile che ci portiamo dietro: un’organizzazione, un partito di classe, un “qualcosa” – chiamatelo come volete - che sappia unire gli innumerevoli rivoli di critica, di rivolta, di lotta che si esprimono dappertutto, ma solo slegati uno dall’altro e sembra che non riescano mai ad unirsi. Un’organizzazione che dia a tutti questi rivoli la consapevolezza di star combattendo un’unica battaglia, quella per rovesciare il barbaro e mortifero sistema del capitale, che fornisca la consapevolezza e gli strumenti perchè se vogliamo vivere, e non morire o sopravvivere miseramente, abbiamo bisogno di un’altra società, una società che ha nome Socialismo. Sono così di estrema attualità le parole pronunciate nel 1924 dal grande marxista peruviano José Carlos Mariàtegui, fondatore del Partito Comunista peruviano, nel lontanissimo 1° maggio del 1924, quando invitava tutto il proletariato ad unirsi in quella giornata: “Non impiegate le vostre armi e non dilapidate il vostro tempo nel ferirvi uno con l’altro ma usatele per combattere l’ordine sociale, le sue istituzioni, le sue ingiustizie e i suoi crimini”. Non ci servono cortei “festosi” e rituali, ci serve che il 1° Maggio diventi davvero solo il simbolo della lotta di tutti gli sfruttati e gli oppressi negli altri 364 giorni dell’anno. Dati: nel mondo ci sono più di 200 milioni di disoccupati, 1 miliardo e 700 milioni di lavoratori poveri (il 30% circa dei lavoratori di tutto il mondo) che guadagnano meno di 3 dollari al giorno, un numero sconosciuto di fantasmi impiegati nella cosiddetta “economia informale” e 21 milioni di schiavi (non solo schiavi salariati, ma proprio schiavi, la cifra più alta nella storia dell’umanità). Fonte: rispettabilissime istituzioni “borghesi” quali il Consiglio Economico e Sociale dell’ONU (ECOSOC) e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).
10 aprile 2015 redazione
viva il 25 Aprile
La Resistenza continua Il 25 Aprile la Resistenza continua! A 70 anni dalla Liberazione sono continui gli attacchi alla Lotta partigiana per distruggerne il ricordo e imporre le controriforme e un sistema autoritario necessari al potere capitalista per scaricare la propria crisi sulla classe operaia e le masse popolari La medaglia di onorificenza «in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria» che il governo di centrosinistra (Boldrini e Delrio alla presenza del Presidente Mattarella) ha consegnato alla memoria di Paride Mori, ex repubblichino e ufficiale del Battaglione Mussolini – che ha agito a fianco dei nazisti - è un altro insulto ai partigiani e antifascisti e un’altra tappa sulla via della “pacificazione nazionale” varata da Violante, che ha poi trovato un forte sostenitore in Napolitano, e ora ufficialmente dal governo Renzi che equipara i fascisti che hanno combattuto per la dittatura e l’oppressione a fianco dei nazisti ai partigiani che hanno lottato per la liberazione. Che questo non sia un fatto isolato è dimostrato anche dall’articolo di Alessandro Fulloni su “corriere.it” intitolato: “Foibe, 300 fascisti di Salò ricevono la medaglia per il giorno del ricordo” (tra cui almeno 5 criminali di guerra accusati di avere torturato civili e partigiani). Dal 2004 con il governo Berlusconi sono cominciati i riconoscimenti ai fascisti in memoria delle vittime delle foibe come previsto dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo. La “Giornata del ricordo” è nata dal governo Berlusconi su proposta di un gruppo di parlamentari in prevalenza Fi e An, ma non mancavano esponenti Udc e del centrosinistra. Oltre alla conservazione della memoria, la legge stabilisce la consegna delle medaglie ai familiari delle vittime sino al sesto grado. Onorificenze estese a chiunque, tra Friuli e Slovenia, sia stato ucciso «per cause riconducibili ad infoibamenti» nel periodo che va dall’8 settembre a metà del 1947, a seguito di «torture, annegamenti, fucilazione, massacri, attentati in qualsiasi modo perpetrati». Riscrivere la storia attraverso gesti simbolici come le medaglie o riconoscimenti “per il sacrificio alla Patria” ai fascisti è solo uno dei tentativi per far passare come meritori, sia chi combatteva a fianco dei nazisti che coloro che lottavano contro la loro dittatura. Il nazionalismo ha bisogno della pacificazione e di ricorrenze condivise e il 25 Aprile è una data che ricorda un conflitto e, allora qual è modo migliore di superarlo se non quello di trasformarla in festa tricolore riconoscendo la bontà e gli “ideali” di tutti gli italiani, compresi i fascisti? Nel 70° della Liberazione equiparare gli assassini della Repubblica di Salò, alleati dei nazisti tedeschi e considerati italiani che hanno servito la patria, ai partigiani liberatori - aumentare la produzione editoriale e televisiva che mescola e strumentalizza il passato come con le foibe e permettere il proliferare di gruppi fascisti che aprono sedi e distruggono quelle di sinistra, sprangano i militanti, è un insulto per tutti gli antifascisti. In questi 70 anni sono continui gli attacchi alla Lotta partigiana tesi a distruggerne e mistificarne il ricordo. Il 25 Aprile ci riporta all’attualità delle stragi con cui i fascisti al servizio della borghesia capitalista, hanno insanguinato per decenni piazze e strade d'Italia, grazie anche alla presenza sul nostro territorio delle basi Usa e Nato, vere e proprie centrali di addestramento per l'eversione fascista, supporto dei servizi di sicurezza e spionaggio, basi logistiche per le guerre e depositi di micidiali armi di distruzione di massa. Il fascismo, infatti, è lo strumento che la borghesia capitalista usa per opprimere e schiacciare la classe operaia e le masse popolari quando queste, con le lotte, mettono in discussione o in pericolo il potere del sistema di sfruttamento capitalista democratico-borghese. Resistenza oggi è difendere l'antifascismo dalla politica reazionaria e dalle misure liberticide del governo Renzi, dagli attacchi della destra e dalla sua produzione ideologica che nega e mistifica il passato per riscrivere la storia e i testi scolastici nel tentativo di far dimenticare ai giovani il ricordo, i valori, gli ideali della Lotta partigiana e imporre una visione del mondo favorevole al capitalismo. Per noi comunisti ricordare la Resistenza non significa solo ricordare la lotta armata dei partigiani che si sono sacrificati per liberare l’Italia dalla dittatura di Mussolini e dall’aggressore nazista, ma lottare ogni giorno per liberarci da ogni forma di sfruttamento ed oppressione e costruire una società diversa. La resistenza continua nella lotta contro il capitalismo e i suoi governi che scaricano la propria crisi sulla classe operaia e le masse popolari. Significa battersi per la cacciata delle basi Usa e Nato, contro le guerre imperialiste e contro il nuovo polo imperialista europeo e la sua Costituzione reazionaria. Nell’Europa in crisi cronica da anni, l’unica politica economica che fa gli interessi del grande capitale consiste nell’applicazione di drastiche riduzioni salariali, di tagli sui trasporti, sui servizi – in particolare sulla sanità - accompagnate da politiche autoritarie, “missioni militari” e riarmo. La difesa degli interessi dell’imperialismo italiano ed europeo nel mondo sempre alla ricerca di nuovi mercati a scapito dei concorrenti, richiede oggi nuove istituzioni più funzionali a raggiungere questi obiettivi e alle borghesie imperialiste serve il contributo di tutti. Per questo da anni si sta demolendo la Costituzione “antifascista”. Con l’aumento degli interessi del capitale italiano, l’esercito di leva - inserito nella Carta Costituzionale Repubblicana con la nascita della Repubblica (art. 52) non era più funzionale agli interessi della borghesia imperialista e, come altri, è entrato in contrasto con la difesa degli interessi imperialisti nel mondo. Non è un caso che uno dei primi cambiamenti necessari a sostenere la politica aggressiva e guerrafondaia dell’imperialismo italiano nel mondo è stata proprio la riforma dell’esercito che ha trasformato il militare di leva in esercito professionale, pagato e, quindi, fedele al potere. Così lo Stato italiano si è attrezzato per aggirare e vanificare l’art. 11 della Costituzione Repubblicana che recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. È bastato sostituire la parola “guerra” con “missioni di pace” per creare una forza d’intervento militare basata su mercenari pronta a difendere in ogni momento la “patria” e gli interessi dell’imperialismo italiano nel mondo e, soprattutto pronta a partecipare alle guerre imperialiste. Ora il passo successivo è la costruzione di un esercito Europeo. Non è dunque un caso che ultimamente importanti portavoce sia dell’UE, sia del governo tedesco e lo stesso presidente della Commissione Europea, Jean Claude Junker sostengano la necessità del riarmo e di un esercito europeo. Per Junker, questo esercito “Ci permetterà di costruire una politica estera ed una politica di sicurezza comuni e di condividere le responsabilità dell’Europa rispetto agli avvenimenti nel mondo” e “Permettere alla UE di reagire davanti alle minacce contro i paesi membri dell’Unione e gli Stati vicini”. La nostra lettura è che si stiano attrezzando in difesa dei propri interessi economici e per alimentare il complesso militare-industriale. Noi proletari e comunisti non abbiamo niente da spartire con l’esigenza di guerra dei padroni. Il nostro interesse di classe sta nella solidarietà rivoluzionaria tra gli operai e i proletari di tutto il mondo contro i propri padroni. Nell’organizzarsi – condizione indispensabile come lo è stato durante gli anni della dittatura fascista – per accelerare la lotta di liberazione dallo sfruttamento capitalista, per il socialismo.  
20 marzo 2015 redazione
editoriale
O protagonisti o sfruttati Si prospetta un altro anno di sacrifici e repressione. La lotta continua ad essere l'arma per rispondere ai feroci attacchi della borghesia Le vicende dei primi giorni dell'anno ci fanno capire che altro anno terribile ci aspetta. Prima di tutto sul lavoro. L'ottimismo espresso dai Ministri è tutto del Governo Renzi. Lavoratori, pensionati, disoccupati, giovani vivono una realtà ben diversa che continua ad aggravarsi. In piena continuità con il rigore economico, delle scelte antipopolari e con le alleanze statunitensi, con i poteri forti dell'Unione europea e sioniste Mattarella ha sostituito Napolitano. E' passato il jobs act (vi rimandiamo agli articoli sui numeri precedenti) in Parlamento nel silenzio di Cgil, Cisl, Uil, Ugl (lo sciopero di dicembre fortemente voluto dalla base è stata una farsa), arrivano i decreti attuativi che sanciscono lo schiavismo del XXI secolo, il via libera ai licenziamenti, l'attacco alle condizioni di lavoro, ai diritti e la salvaguardia del profitto padronale. Il lavoratore diventa una merce ad uso e consumo del "mercato", i contratti a tempo indeterminato sono un'illusione, il TFR in busta paga - soldi del lavoratore peraltro tassati - fa parte della propaganda elettorale come lo sgravio degli 80 euro e la promessa del bonus bebè. L'attacco si accompagna all'aumento della repressione contro i lavoratori con controlli e sanzioni, contro le occupazioni delle case e per imporre gli sfratti. Un 2015 di nuovi tagli, tranne negli sprechi, nella spesa per mantenere il Palazzo e per il riarmo. Sforbiciata al Ministero del Lavoro di 4,6 milioni, ai Trasporti per 11,2 milioni, per la sanità sono 11,3 milioni, tagli che saliranno a 33,3 nel giro di tre anni e la parte del leone la farà il settore della prevenzione con quasi 11 milioni di euro per i prossimi tre anni, sebbene l'Italia destini alla sanità solo il 6% del Pil, il più basso d'Europa e degli stessi Stati Uniti. Tagli che ricadono sulla popolazione obbligata a pagare ticket salati per le prestazioni, tant'è che sono circa 9milioni gli italiani che non ricorrono alle cure. Situazione che peggiorerà dopo la firma di nuovi trattati in via di approvazione come il TTIP e il Tisa. La Toscana, che vanta il primato di "buona sanità", nonostante gli ammanchi degli ospedali - non certo a causa delle eccessive cure - è stato aggiunto un ticket per la "digitalizzazione" di 10 euro che devono pagare anche gli esenti. La situazione sanitaria è gravissima e forse non è ancora recepita perché è orientata alla privatizzazione, all'uso delle assicurazioni e alla creazione di ricoveri di tipo A e B aumentando la discriminazione tra malati. Non va meglio alla scuola dove la cultura è sostituita dal nozionismo, da un nuovo piano di tagli a favore degli istituti privati e dalla definitiva aziendalizzazione della scuola statale confacente all'industria. Con l'aggravarsi della crisi emergono i fascisti che si inseriscono nel malessere sociale tentando il controllo dei territori.  Al servizio dei padroni, collegati con la criminalità, il malaffare e gli stessi servizi segreti oggi trovano una sponda nella Lega nord di Salvini - alla ricerca dei voti di destra - che prosegue la sua politica reazionaria, razzista e xenofoba. Ma com'è nella loro natura i fascisti non tralasciano il lavoro sporco di manovalanza, aprono sedi in varie città d'Italia che sono veri e propri centri di organizzazione squadrista. E' dalla sede di Cremona di CasaPound (uno dei gruppi della galassia fascista) che è partito l'assalto al CSA Dordoni aggredendo i suoi militanti che si sono poi dileguati grazie all'intervento della polizia. Il più grave, Emilio, dopo un lungo periodo in coma necessita di cure particolari e costose. La situazione è altrettanto grave sul piano internazionale. La politica del governo Renzi garantisce il contributo all'Alleanza Atlantica sia sul piano economico che sugli scenari di guerra e conferma, a fronte di tutti i tagli relativi alle spese sociali, il continuo aumento di spese militari. Non è che crediamo alle promesse di Renzi però ricordiamo - tanto per sbugiardarlo ulteriormente - che cinque mesi fa aveva annunciato di riesaminare l'acquisto dei cacciabombardieri F.35 con l'obiettivo di dimezzare il budget. Ebbene nei giorni scorsi è stato annunciato che l'Italia mantiene l'acquisto dei 90 caccia, per un importo pari a 13 miliardi di euro, denaro pubblico come quello per i 52 milioni di euro al giorno che l'Italia paga alla NATO e che forse sfugge ai più e che non possiamo aspettarci che PD o simili né gli stessi sindacati confederali informino i propri iscritti. Le scelte internazionali del governo Renzi ci trascinano nella guerra che la Nato conduce su due fronti: meridionale e orientale in coerenza con la sottomissione agli Usa che lavorano per accrescere la loro influenza sull'Unione europea: si schiera con il governo di Kiev dove la NATO ha organizzato il golpe dopo anni di controllo in posizioni chiave nelle forze armate e dopo aver addestrato gruppi neonazisti, dove i comunisti sono messi al bando e il ministero della Giustizia ha presentato all'approvazione della Rada suprema (il Parlamento) un progetto di legge per la proibizione dell'ideologia comunista. Ed è pronto per inviare militari in Libia. Distrutta nel 2011 per l'ambizione e la conquista del petrolio della Francia con il codismo del governo italiano, oggi si conferma la nostra analisi e tutti coloro che inneggiavano alla caduta di Gheddafi strumentalizzano l'ascesa dell'IS con il ricatto del terrorismo. Ma chi ha creato questi gruppi e per quale motivo? E ritroviamo sempre i soliti Stati Uniti che come hanno utilizzato Al Qaeda oggi utilizzano IS. La Grecia ha votato. Grande successo di Syriza. Gli elettori greci stremati dai sacrifici e dalla povertà si sono illusi delle promesse di Tsipras. Ma ancora fresco di vittoria elettorale il nuovo governo ha subito rassicurato l'Unione europea che non si trattava dell'uscita dalla Ue, argomento al centro dei comizi elettorali,  ma della rinegoziazione. E, consegnando il ministero della Difesa alla destra, ha assicurato la fedeltà alla Nato. E' possibile fare l'interesse delle masse popolari se non si mettono  in  discussione il capitalismo e le alleanze militari imperialiste? La guerra divampa in Libia e il conflitto in Ucraina - anche se scompare dai notiziari in seguito ai negoziati trilaterali - continua. Siamo nel pieno di contraddizioni interimperialistiche che rafforzano il potere della Germania e dimostrano l'inevitabilità della guerra. Ma gli Stati Uniti restano la prima potenza imperialista che prosegue il suo inserimento nell'Europa orientale con la creazione di basi Nato, lo spiegamento di militari come "forza di risposta", con l'assistenza militare al governo di Kiev, in funzione dello spostamento dei propri interessi strategici. E imponendo all'Europa trattati economici capestri come il TTIP e il Tisa. Il pericolo del coinvolgimento dell'Italia in guerra è più che mai reale. Il governo è pienamente sottomesso agli Stati Uniti, con le basi Usa e Nato dislocate sul nostro territorio la presenza militare statunitense è enorme, il riarmo è continuo. E' evidente che il mondo ha bisogno di capovolgimento, ma restando in Italia non possiamo dire che ci sia una risposta adeguata. Le lotte sono parziali, locali, parcellizzate. Paghiamo il disarmo ideologico e politico sul quale la borghesia, i socialdemocratici e i revisionisti lavorano da tempo con l'obiettivo di cancellare la contraddizione di classe tra capitalisti e lavoratori sostituendolo con il mito della legalità e l'abolizione tra destra e sinistra. Finché non sarà chiaro che la classe lavoratrice deve diventare protagonista della lotta di classe e prendere in mano la propria vita politica per capovolgere questo sistema marcio e costruirne uno socialista senza sfruttamento e senza padroni ci saranno sempre delle toppe imposte dal capitalismo e i lavoratori e le masse popolari continueranno a vivere di stenti.
20 dicembre 2014 redazione
editoriale
Basta con le illusioni Con il nuovo anno ci aspettano nuove e sempre più potenti lotte All’inizio piaceva. Sono bastati pochi mesi per capire che il problema non era il cambio ge-nerazionale, né mettere le donne ai posti di comando. Sempre più Renzi si svela per quello che è, il democristiano utile, in questo momento, alla borghesia, alle multinazionali, all’Unione europea, agli Stati Uniti. Deve fare bene i compiti assegnategli dall’Europa, in-fatti taglia continuamente su sanità e scuola per nascondere il continuo aumento del debi-to pubblico (nonostante la diminuzione dello spread). Gestione vivace com’è nelle sue cor-de. Forse non tutti sanno che è stato condannato in primo grado dalla Corte dei Conti To-scana per aver dissanguato, da Presidente, le casse della Provincia di Firenze in viaggi, ce-ne, pasticceria, assunzioni di staggisti senza laurea in categoria “D”. Deve reprimere la conflittualità per dimostrare, con arroganza e presunzione, che non ha ostacoli. Lo fa ben spalleggiato da Napolitano, in alleanza con Berlusconi, sul progetto Gelli, con la copertura legale: cancella la Costituzione e accelera su una nuova legge elettorale che favorirà i grandi partiti e accentuerà il processo di fascistizzazione. Quei partiti che per vivere intrallazzano con i fascisti, i faccendieri di vario tipo, gli imprenditori. Renzi può vantare il primato di attacco ai diritti dei lavoratori e vorrebbe persino ridimen-sionare i sindacati confederali che per noi rappresentano la conciliazione con il potere e il tradimento della classe lavoratrice. Lo hanno dimostrato anche in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre fortemente voluto dai lavoratori, ma indetto senza obiettivi stra-tegici e solo dopo che il famigerato jobs act era stato approvato dalla Camera e dal Sena-to, più per ribadire il loro ruolo e potere attraverso la concertazione che per la sua cancel-lazione e il ripristino dell'art. 18, né tantomeno far cadere il governo Renzi creando illusioni su eventuali interventi Parlamentari correttivi o di ricorsi a corti giudiziarie italiane ed europee. Ben distanti dallo sciopero generale contro le misure di austerità decise dal governo di Bruxelles che ha paralizzato tutto il Belgio: dai collegamenti aerei, ferroviari, del trasporto pubblico locale, alla chiusura di scuole, imprese, fabbriche e servizi amministrativi. E dalle manifestazioni in Grecia dove, il 7 dicembre, il PAME ha organizzato manifestazioni di mas-sa come risposta immediata alla nuova offensiva antioperaia del governo e dell'Unione eu-ropea durante la discussione in Parlamento della legge di bilancio che prevede l'aumento dell'età pensionabile di 7 anni. La carica della polizia contro gli operai Ast di Terni ha scandalizzato perfino certi riformisti, ma la polizia al soldo del potere carica ovunque ci siano manifestazioni contrarie a questo regime, dagli operai agli studenti, agli antifascisti. Il dissenso non è permesso, la gestione della politica e della società capitalista non può essere messa in discussione. Se 45 anni fa (12 dicembre 1969) il potere ricorreva alle stragi come Piazza Fontana per intimidire le lotte di una classe operaia all’attacco oggi, con un movimento operaio ricatta-to, impotente e in difensiva, il governo - comitato d’affari della borghesia - usa il terrore psicologico e la repressione – oltre che nelle piazze - nei posti di lavoro con azioni punitive sistematiche che colpiscono le avanguardie sindacali e le vincola all'obbligo della fedeltà aziendale. Ciò che è emerso a Roma - dove mancano i fondi per il carburante degli autobus, dove in alcune zone non si raccolgono i rifiuti – e dopo le vergognose proteste contro gli immigrati a Tor Sapienza sui quali lucravano, un sistema fasciomafioso. L’amministrazione romana, in particolare quella dell’”italianissimo” Alemanno foraggiava, tramite i suoi camerati e criminali che non si riguardavano dall’usare violenza, individui, partiti e... Finmeccanica - ora nelle mani di quel Moretti della strage di Viareggio – e che ritroviamo sempre quando si tratta di affari sporchi. Vogliono farci credere che tra i criminali di "Mafia capitale" i politici non sapessero del ruolo che ricopriva Massimo Carminati, già fascista e stragista dei NAR ed elemento di spicco della destra eversiva romana, abilitato ai lavori sporchi per conto della banda della Magliana? Lo stesso che fu pesantemente indiziato per l'omicidio a sangue freddo dei compagni Fausto e Iaio, uccisi a Milano nel '78, e poi prosciolto "pur in presenza di significativi elementi giudiziari e di rilevanti dichiarazioni di ben sei pentiti". I politici si difendono. Tutto è successo a loro insaputa (chi controlla chi?) ma quello di Roma è solo un esempio uscito allo scoperto che non si sa come andrà a finire, i reati e-mersi possono sempre finire in prescrizione, come per Eternit, grazie all’ex governo Berlu-sconi. La crisi avanza velocemente e con la crisi scoppiano tutte le contraddizioni, compreso il ri-alzare di testa dei fascisti. In questo ultimo periodo la Lega Nord con Salvini alleato con l'estrema destra della Le Pen a livello europeo e con la feccia italiana Casa Pound, Fratelli d’Italia, Forza nuova è tornata ad essere il centro del razzismo, della xenofobia e dello squadrismo fascista. Una svolta che dimostra ciò che abbiamo sostenuto e messo in guar-dia da sempre: il fascismo è la dittatura terroristica del capitale finanziario sulla classe o-peraia. Salvini (ampiamente favorito dai massmedia), dopo la manifestazione antimmigrati a Mila-no il 18 ottobre scorso, ha lanciato alcuni obiettivi, in funzione demagogica, ma che sono sentiti dai settori popolari e dagli stessi operai, che lo faranno incassare a livello elettorale. Ciò deve farci agire perché nel consenso verso la Lega nord non si individua il pericolo fascista di una forza che ci può portare a nuove tragedie. Mentre la destra strumentalizza il malcontento generale dovuto alla disoccupazione, ai tagli sui servizi, al continuo aumento di tasse, alla mancanza di case, l'Italia - in quanto parte della Nato - deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno che diventeranno oltre 100 milioni di euro al giorno in base agli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza che rafforza la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti e che, con la rete di basi militari Usa/Nato, nelle quali stazionano armi nucleari, sul nostro territorio ha trasformato il nostro paese nella portaerei statunitense del Mediterraneo. Forse non è ben chiaro che si tratta di denaro pubblico sottratto alle spese sociali e destinato ad una stra-tegia aggressiva ed espansionistica contro le popolazioni in varie parti del mondo. Un'allenza che ha addestrato e addestra forze fasciste e naziste, oggi in particolare in Ucraina e che, con il compiacimento del governo Renzi ci trascina in nuovi conflitti di guerra. Ci aspetta, quindi, un nuovo anno di impegno e di lotte potenti.
28 ottobre 2014 redazione
editoriale
Dalla crisi si esce solo cambiando sistema Il movimento operaio si mobilita nonostante i tentativi frenanti dei sindacati confederali, ma la lotta di classe nella sua vera essenza stenta ancora a ripartire Di fronte al definitivo attacco all’art. 18 - iniziato con le lacrime della Fornero nel governo Monti - il jobs act, nuove misure come quelle sulla rappresentanza, i continui veri licenziamenti, la repressione nei luoghi di lavoro, comprese le multe alle avanguardie, le populiste false promesse di Renzi e del suo governo guerrafondaio, abbagliano sempre meno. Lo stravolgimento istituzionale e costituzionale che porta al rafforzamento del potere esecutivo minando la stessa democrazia parlamentare borghese, sono frutto dei potenti uomini della finanza italiana e internazionale, delle grandi banche, delle multinazionali e dei monopoli che tirano i fili del burattino Renzi per avere mano libera nella realizzazione dei loro sempre maggiori profitti, in questo pienamente appoggiato dal Presidente della Repubblica – che, mentre si riempe la bocca sulla difesa della Costituzione, si rende complice e artefice del più grande attacco ai principi da essa sanciti sull'antifascismo portato avanti dalla Liberazione ad oggi. Il debito pubblico supera i 2mila miliardi di euro come si può pensare di sanarlo quando questo genera da solo oltre 80 miliardi di interessi passivi all'anno? Tagli su tagli non saranno mai sufficienti e le spese ricadono solo sui lavoratori e le masse popolari, sempre più costretti a sacrifici enormi, ricattandoli per i prossimi 50 anni. I tagli alle regioni e ai comuni varati con l'ultima manovra ricadranno ulteriormente sui redditi più bassi che saranno costretti a nuove tasse locali mentre basterebbe tagliare per tre mesi quanto si spende nel militare. I servizi, la sanità pubblica, la scuola, i trasporti, il carburante, aumenteranno. Insomma, si continua a gettare nel pozzo senza fondo dell'interesse dei grandi capitali privati quantità smisurate di soldi pubblici che sarebbero fondamentali per interventi nei servizi sociali, per le zone terremotate, per i dissesti idrogeologici. Ma Renzi, per mantenersi il posto, deve inventare qualcosa. Dopo gli 80 euro in busta paga per una fascia di lavoratori, usati per scopo elettorale, ora tocca alle neo mamme. Altri 80 euro al mese per il bonus bebè, indiscriminatamente, perfino a chi guadagna 90mila euro l’anno. La gran parte di pensionati sotto i 1000 euro al mese non gli interessano… sono vecchi e magari non vanno neanche più a votare! Il solo settore che aumenta – di sicuro accordo con il Presidente della Repubblica - è quello della guerra! Il governo Renzi è fedele all’alleanza militare – ricordiamo che l’Italia concede gran parte del territorio italiano alle basi Usa e Nato dalle quali partono gli attacchi contro paesi che l’imperialismo ha tutto l’interesse di depredare, e contribuisce al loro mantenimento che è top secret ma che si stima in circa 400 milioni di dollari all’anno. Con la Nato, infatti, crescono gli impegni dell’Italia e gli unici grandi investimenti economici. Renzi si è impegnato – ovviamente scavalcando il Parlamento - ad aumentare la spesa militare italiana – che oggi è di 70 milioni di euro al giorno - dall’1,2% a 2% del Pil, pari a 100 milioni di euro al giorno. Non si tratta solo dei famigerati F35. Sempre scavalcando il Parlamento il governo Renzi mantiene – rispondendo agli ordini di Obama - le forze militari in Afghanistan per una guerra costata 600 miliardi di dollari, partecipa all’“aiuto” economico alla casta dominante come la famiglia Karzai, arricchita con i miliardi Nato, gli affari sottobanco e il traffico di droga, di ben 4 miliardi di dollari all’anno giustificati come “sostegno alla società civile”. Oltre a trascinare l’Italia in nuove guerre ci rendiamo conto di quali enormi cifre siano? Si impegna a partecipare allo schieramento di forze militari nell’Est europeo appoggiando i nazisti ucraini e a far parte della coalizione di dieci paesi che, col pretesto di combattere l’Isis (altra creatura generata dall’imperialismo), vuole intervenire militarmente in Siria e in Iraq, per partecipare alla spartizione della torta del bottino imperialista che le maggiori potenze Usa e UE gli potranno lasciare come i resti di una preda che i leoni lasciano alle iene. Dal summit Nato dello scorso settembre è emersa un’accresciuta cooperazione industriale tra Nato e UE. Tutti gli alleati devono assicurare che le loro forze terrestri, aeree, navali siano conformi alle direttive Nato e possano “operare insieme in maniera efficace secondo le dottrine e gli standard Nato”. E gli scenari di guerra non mancano: Iraq, Palestina, Siria, Ucraina, Libia, Afghanistan. I monopoli si fanno la guerra per spartirsi le risorse del mondo, i governi – non fa eccezione quello italiano - rappresentano i loro interessi per cui sarebbe una tragica illusione sperare in soluzioni favorevoli al popolo. Un’altra tegola, inoltre si sta abbattendo sulle nostre teste, è il TTIP, il trattato di libero commercio tra Stati Uniti ed Unione europea che per la sua definizione vedrà protagonista il Governo italiano attualmente gestore del semestre europeo. Una vera e propria bomba ad orologeria contro libertà e democrazia, un attentato alla salute, alla cultura, alla formazione. È per questo che noi comunisti sosteniamo che non c’è nessuna speranza di ri-presa, così come ce la prospettano i politicanti. La crisi è del capitalismo e dell’imperialismo e da questa crisi si esce solo con l’abbattimento di questo si-stema, ma per farlo è indispensabile che la classe operaia diventi protagonista della politica e respinga tutte le illusioni che partiti e movimenti cercano di in-culcare. Il movimento operaio si mobilita nonostante i tentativi frenanti dei sindacati confederali, ma la lotta di classe nella sua vera essenza stenta ancora a ripartire. I lavoratori, mossi da esigenze di tipo economico, limitano la protesta - se pure giusta - sul piano rivendicativo e di resistenza. In molte situazioni organizzandosi autonomamente perché i sindacati confederali non svolgono il loro ruolo di difesa della classe lavoratrice e da anni, ormai, concertano e cedono alle esigenze del padronato e dei governanti che lo rappresentano. Significative le esperienze degli ultimi mesi. A Livorno i lavoratori hanno dato vita ad un coordinamento cittadino per affrontare la crisi con la partecipazione attiva; a Pontedera gli operai sono decisi a contrastare la nuova offensiva padronale che vuole avere mano libera su tutto il lavoro, e poi ci sono gli scioperi generali indetti dai sindacati di base. La lotta che ci aspetta non sarà una passeggiata perché si tratta di fare i conti con anni di lavaggio del cervello dei vari partiti di “sinistra” sulla possibilità di arrivare a governare attraverso le elezioni, con anni di uso della delega: dateci il voto e ci pensiamo noi… e quando arrivano in Parlamento fanno solo i fatti propri. Così come la delega ai vertici sindacali ha fatto sì che i lavoratori diventino una massa da mobilitare solo in occasione di qualche sfilata nazionale, organizzata per placare la crescente protesta popolare affinché i padroni dormano sonni tranquilli. Che, nel frattempo, usano la crisi per delocalizzare (sfruttando la manodopera a basso prezzo di altri Paesi), pagare sempre meno, licenziare quando vogliono, aumentare i ritmi a discapito della sicurezza e della salute per mantenere alti i propri profitti. Noi comunisti proponiamo una via diversa: l'abbattimento di questo sistema, per una società socialista. C’è già stato un esempio fondamentale nella liberazione dei lavoratori: la Rivoluzione d’Ottobre Che ha trasformato un paese arretrato dove si moriva di fame in un grande paese sviluppato, con il proletariato al potere, capace di vincere la grande potenza nazista e di tenere testa agli assalti imperialisti diventando punto di riferimento e guida per la lotta di liberazione di tutti i popoli e i proletari del mondo. Caduta solo grazie all'accerchiamento capitalista e alla incessante opera di penetrazione imperialista con la corruzione dei partiti comunisti al potere che, pervasi di revisionismo, hanno abbandonato la lotta di classe e accettato la coesistenza pacifica con l'imperialismo. Se il socialismo è stato temporaneamente battuto, il capitalismo dimostra che non è vincente, non riesce a dare una soluzione di vita superiore al socialismo ma solo a generare guerre, fame, distruzione e morte: rimane sempre più valida la parola d'ordine socialismo o barbarie!
8 settembre 2014 redazione
editoriale n. 4
LA GUERRA HA UN CARATTERE DI CLASSE, È LA CONTINUAZIONE DELLA POLITICA CON ALTRI MEZZI Indispensabile è individuare gli obiettivi per cui questa guerra viene condotta e le classi che l'hanno preparata e diretta Molti ricorderanno questa stagione estiva che si sta spegnendo per il cattivo tempo che ha rovinato quel periodo sempre troppo corto delle ferie, per chi ancora ha un lavoro e che giustifica la caduta del turismo, dovuto al contrario alle strettezze che impone la crisi eco-nomica e la conseguente caduta del potere d'acquisto. Maltempo che ha messo in eviden-za l'assoluta carenza di cura del territorio e porta a continui disastri ambientali e disagi per la popolazione colpita. Invece è stata un'estate caratterizzata dalle guerre che non sono poi così lontane dal nostro Paese. Vecchie e nuove guerre di aggressione. Su Gaza si è scatenata la più deva-stante operazione militare degli ultimi due anni, nella quale i sionisti hanno usato anche gli M-346 di produzione italiana del gruppo Finmeccanica (ora gestita da quel Moretti della strage di Viareeggio). Armi e addestramento ad Israele in quanto parte degli accordi siglati con l'Italia che riguardano anche il campo scientifico, tecnologico, energetico ecc. Israele privilegiata: non ha firmato il trattato di non proliferazione delle armi nucleari (che detiene) ma gode del trattamento previsto solo per i paesi Nato-Ue sull'esportazione di arma-menti. Gli Stati Uniti hanno pensato di ritornare in Iraq, con il pretesto degli islamici, quelli che hanno creato, finanziato e sostenuto in Libia e in Siria per scatenare nuovi conflitti a pro-prio vantaggio della politica di rapina. Per l'Ucraina (della quale ci siamo ampiamente inte-ressati in altri numeri di "nuova unità") altro casus belli con l'abbattimento dell'aereo male-se attribuito ai partigiani ucraini bollati come terroristi che difendono il proprio territorio e la propria cultura contro i disegni di penetrazione dell'imperialismo statunitense ed europeo sostenuto da forze apertamente neofasciste e dove i comunisti sono oggetto di mi-nacce, aggressioni fisiche e dove il Partito comunista sta per essere messo fuori legge. Complice il governo Renzi che in queste guerre ci sguazza da buon servo dei padroni. Ri-cordiamo che il presidente del Consiglio dopo giorni di esitazione e silenzio sull'aggressione sionista contro il popolo palestinese ha lanciato un appello per la liberazione di un soldato israeliano che in realtà era morto in seguito all'avanzata delle truppe da terra. Ci voleva una donna al Ministero della difesa per tracciare le linee guida delle Forze armate sull'orizzonte dei prossimi 15 anni. La Pinotti - che in qusti giorni è volata in India per ac-certarsi delle condizioni di salute del fuciliere Latorre, accusato di assassinio (ma quanto ci costa?) - ha riaperto le porte di una strategia datata 1991 quando l'Italia ha combattuto la sua prima guerra nel Golfo, sotto il comando statunitense. In queste linee guida non inte-ressa la difesa del territorio nazionale quanto gli "interessi vitali" e la "sicurezza economica" e, per questo, il "Paese è pronto a fare ricorso a tutte le energie disponibili e ad ogni mezzo necessario, compreso l'uso della forza o la minaccia del suo impiego". Che tradotto significa chi se ne frega dell'art. 11 della Costituzione, significa destinare risorse economi-che, che aumenteranno, all'armamento, significa spingere l'industria verso traiettorie tecnologiche e industriali che possano rispondere alle esigenze delle Forze armate. È la sua difesa dell'occupazione! Per gli imperialisti, del resto, è la guerra, che alimenta il complesso militare-industriale, la soluzione alla crisi economica. Con le sue conseguenze catastrofiche, oltre le perdite di vi-te umane, di distruzione del patrimonio artistico e ambientale. Strumento dell'imperialismo saldamente in mano agli Stati Uniti, la Nato, ampiamente pre-sente sul nostro territorio con basi militari di rifornimento e deposito nucleare, e con l'utilizzo dello spazio aereo e marino per i propri addestramenti di guerra aggressiva e di con-quista. Con il suo nuovo avamposto in Ucraina - dopo aver distrutto la Jugoslavia continua la penetrazione nei Paesi dell'est, con il potere sull'Europa - mobilitata come alleato sui fronti di guerra - la Nato cerca la conquista dell'Oriente. Intanto passa sotto silenzio il TAFTA (Trans-Atlantic Free Trade Agreement) o TIPPT: il trattato di libero commercio tra Stati Uniti ed Europa (lo abbiamo trattato sul n. 3/2014). Uno degli accordi “commerciali” più ampi e decisivi della storia, visto che riguarda 800 milioni di persone e due potenze che rappresentano più del 40% del PIL (prodotto interno lordo) mondiale. Obiettivo del TAFTA è creare norme comuni tra USA e Unione Europea in campo commerciale, sociale, tecnico, ambientale, oltre che nei settori della sicurezza, dell’accesso ai medicinali, della giustizia, dei codici del lavoro, della regolazione delle finanze e dell’educazione. Ma le guerre non bastano. Il Governo Renzi, degno realizzatore del "Piano" Gelli - nella più assoluta indifferenza popolare - ha portato a termine il progetto di revisione della Costitu-zione fatta passare come prioritaria per gli italiani mentre milioni di lavoratori hanno il problema del licenziamento, del precariato, della riduzione degli stipendi, della mancanza di rinnovi contrattuali. Renzi - amato dalle banche che lo guidano nella sua battaglia la parità tra Camera e Senato dicendoci che è per risparmiare, ma trasformano il Senato in un'assemblea di notabili, comunque pagati. Sono riforme che non cambiano assolutamente la vita economica dei lavoratori, cambieranno dal punto di vista repressivo. Sono misure che portano al presidenzialismo rafforzando la fascistizzazione dello Stato in previsione anche dello scoppio di una lotta di classe che di questo passo si inasprirà. Di pari passo il Governo mette le mani sulla sanità e la scuola rottamatrice (e dello stesso PD) - promette, a parole, e sposta a 1000 giorni i 100 promessi! Aboliscono. Novità di segno negativo per la salute pubblica con ulteriori tagli di personale, di letti, di strutture ospedaliere; aumento dei ticket, orari impossibili per gli operatori. An-che nella sanità si afferma la tendenza, già in atto da tempo, delle privatizzazioni che provocheranno un vero e proprio disastro. Sul piano scolastico (vedi a pag.3) Renzi incarna la politica autoritaria attuata da Marchionne (che lo sostiene e ci guadagna la fronitura di blindati Iveco per Israele) con i deliranti progetti che vanno nella direzione di meritocrazia e di eliminazione dei meccanismi automatici di anzianità di servizio annunciati dalla Giannini. Ma l’interesse per la scuola pubblica del Governo Renzi è nel business per imprenditori dell’edilizia, un fiore all’occhiello da sbandierare come obiettivo per “forzare” il patto di stabilità e indirizzare risorse pubbliche verso ditte specializzate (ovviamente private) allo scopo di fatturare profit-ti. Altro disastro! La situazione è veramente pericolosa, la guerra non è così lontano, la svolta autoritaria neppure. In quanto comunisti proponiamo una via d'uscita dalla crisi - che riguarda anche la cultura e i valori -; dalla guerra, dalla disoccupazione. Abbattere questo sistema politico, economico e sociale che si mantiene sullo sfruttamento e la povertà della maggioranza della popolazione. Come? Con una risposta di massa sul piano antifascista, anticapitalista e antimperialista che richiede il protagonismo, la partecipazione, l'organizzazione della classe operaia, del proletariato e degli strati popolari. I lavoratori possono vivere senza i padroni. I padroni non creano i loro lauti profitti senza i lavoratori. Al bando, quindi l'indifferenza e la rassegnazione. Coscienti, decisi, uniti e organizzati, si vince!
17 giugno 2014 redazione
23 giugno contro l'Accordo rappresentanza
CI VUOLE IL PROTAGONISMO DEI LAVORATORI Alcune considerazioni sul Testo Unico sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 e sui primi provvedimenti del governo Renzi Il 10 gennaio Confindustria e Cgil, Cisl e Uil hanno firmato il “Testo Unico sulla rappresentanza” che stabilisce la nuova disciplina del lavoro e nuove regole nel conflitto fra capitale e lavoro. Quest’accordo è il completamento del Protocollo d’Intesa del 31 maggio 2013, criticato dal Coordinamento delle RSU, dalla FIOM e dai sindacati che base, perché considerato un attacco alla democrazia sindacale, una vera svolta autoritaria. I punti salienti di quest’accordo stabiliscono che: • possono partecipare alla vita sindacale aziendale solo quei sindacati che superano la soglia del 5% della rappresentatività sui posti di lavoro. • - la rappresentatività si misura dal rapporto fra iscritti con deleghe (e per questo i sindacati hanno attivato speciali rapporti con l’INPS) e risultati delle elezioni delle RSU. • • l’accordo fra Confindustria e sindacati confederali impegna i firmatari a certificare gli iscritti attraverso CNEL e INPS, per rendere più agevole la certificazione della maggioranza del 50%+1 nel rinnovo degli accordi contrattuali. • • sono introdotte multe, chiamate Sanzioni pecuniarie ai rappresentanti sindacali che violano la pace sociale e gli accordi sottoscritti da CGIL-CISL-UIL. • • È introdotto l’arbitrato interconfederale in sostituzione dell’autonomia delle singole categorie, violando anche la recente sentenza della Corte costituzionale sulla Fiat. L’intesa stabilisce, infatti, che se ci sono problemi tra diversi sindacati all’interno di una categoria c’è l’obbligo di chiedere l’intervento di una confederazione, che insieme alle controparti (padroni) è incaricata di risolvere il contenzioso. Così d’ora innanzi i contratti nazionali non le faranno più categorie, ma le confederazioni che si sostituiscono a loro eliminando in sostanza il “libero” ruolo di contrattazione tra le parti sociali”. Inoltre come se non bastasse, il governo del presidente del Consiglio Matteo Renzi dopo aver confermato la “mancia elettorale” di 80 euro in più in busta paga per i lavoratori dipendenti, dal 21 marzo 2014 ha introdotto lo Jobs Act, con tutte le nuove specifiche sui contratti. Con il decreto il Jobs Act, cambiano le regole su apprendistato e necessità di causale inerente la formulazione del contratto di lavoro, che non è più richiesta in maniera obbligatoria. Da adesso non sarà più necessaria per stipulare un nuovo rapporto di lavoro a termine, anche se questi ultimi, d’ora in avanti, non potranno superare il limite del 20% dei contratti realizzati in azienda. Le nuove indicazioni del Jobs Act, poi, specificano che è possibile prorogare fino ad otto volte, pur rimanendo entro il limite massimo dei tre anni, quella stessa attività alla base della formulazione contrattuale, mentre fino ad ieri era in vigore la possibilità di una sola proroga, sempre entro i tre anni, dopodiché il datore di lavoro era obbligato a scegliere se assumere il lavoratore o interrompere il rapporto. Riguardo all’apprendistato il Jobs Act diventa addirittura peggiorativo rispetto alla “riforma” Fornero. Con quest’accordo la formazione diventa facoltativa, con retribuzione pari al 35%. Inoltre, decade il limite minimo per le aziende di contratti di apprendistato da convertire in assunzioni entro il limite dei te anni, per usufruire nuovamente della tipologia contrattuale. Questi accordi e decisioni determinati dalla crisi e dai rapporti di forza in campo fra le classi sono tutti a vantaggio dei padroni contro gli operai. La difesa dei profitti avviene come sempre e ancor più di prima sulla pelle dei proletari. I governi di “salvezza nazionale” che si sono succeduti dal 2008 ad oggi hanno proceduto speditamente a difendere gli interessi dei capitalisti sulla pelle dei proletari. La riforma delle pensioni del governo Monti (Ministro del Lavoro Fornero) sostenuta da PD-PDL ecc, ha portato a 70 anni l’età pensionabile, aiutato le delocalizzazioni, aumentato i licenziamenti e i disoccupati con il continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per tutti gli strati bassi della popolazione. Il governo Renzi ha accelerato l’abbraccio padroni e sindacati confederali in difesa del sistema imperialista ottenendo pubblicamente Il plauso e il sostegno aperto della Confindustria di Squinzi dimostrandosi nella crisi il più credibile comitato d’affari della borghesia. Mentre sono tagliati i diritti dei lavoratori, dei pensionati, dei disoccupati, i proletari stanno sempre peggio a causa dei sacrifici imposti da lor signori. Viviamo in un paese in cui dilagano gli scandali e le ruberie di denaro pubblico, dall’Alta Velocità in Val di Susa all’Expo, (come recita il suo slogan nutrisce e gonfia il portafogli di politici e imprenditori) fino a Venezia dove scoppia lo scandalo delle tangenti nelle opere del Mose che invece che fermare l'acqua alta alimenta con un miliardo di tangenti i conti di politici e imprenditori. In realtà tutte le chiacchiere sulla legalità, sull’onesta, sulla legge uguale per tutti non sono altro che frasi vuote dietro cui nascondere le loro malefatte Dietro la faccia buona della democrazia borghese si nasconde la brutale dittatura del capitale in tutta la sua violenza. Il sindacato concertativo e conflittuale ha ormai lasciato il campo a quello collaborativo, elemento regolatore del mercato del lavoro e del conflitto sociale. L’oppressione e l’intensificarsi dello sfruttamento nell’immediato non solo aumentano la concorrenza fra lavoratori e alimentano la guerra fra poveri, ma sono la causa dei morti sul lavoro e di lavoro e nello stesso tempo le condizioni materiali per la rivolta. Le nuove regole repressive e la fascistizzazione dello Stato hanno lo scopo di reprimere sul nascere la protesta operaia e i movimenti di contestazione, ma non possono impedirli. La crisi evidenzia e spinge una minoranza della parte più cosciente della classe operaia a prendere coscienza della sua realtà di sfruttamento. La lotta di classe e il conflitto sempre latente o manifesto sono inevitabili nel capitalismo a dispetto di testi unici e leggi fasciste. Sotto l’apparente calma piatta del malcontento e si sta formando un’avanguardia proletaria che quanto prima sarà costretta a fare i conti con il suo passato e il suo presente. Un’avanguardia che chiuda definitivamente il conto con gli ingloriosi dirigenti pseudo “comunisti” che come sindacalisti o ministri del governo borghese di centro sinistra al pari di quelli del centrodestra hanno difeso gli interessi del grande capitale sostenendo le azioni di guerra della NATO e del governo Italiano nel mondo, promulgando e sostenendo leggi contro i lavoratori e dimostrandosi quello che sono: difensori del sistema borghese da cui traggono vantaggi economici e politici. La storia insegna che senza un partito comunista proletario o un movimento politico indipendente e coordinato nessuna lotta può trasformarsi spontaneamente in lotta rivoluzionaria per il potere, ma stanno maturando i tempi anche per questo. Riprendere il dibattito su quale società vogliamo e con quali strumenti si conquista non è solo un tema da rimettere all’ordine del giorno: ma un obiettivo da raggiungere e una pratica da riprendere.
9 giugno 2014 redazione
editoriale n. 3

L’EUROPA ERA E RIMANE NELLE MANI DEI CAPITALISTI, DELLE BANCHE, DELL’IMPERIALISMO

Di fronte ai tanti nemici e ai numerosi ostacoli i compiti dei comunisti sono enormi. L’organizzazione è indispensabile 

L’”Italia è migliore di come la intendiamo”, ha detto Renzi. Dal canto suo senz'altro. Da parte nostra possiamo rilevare che basta individuare la giusta strada del convincimento per far passare concetti socialdemocratici e liberali e riuscire ad influenzare grandi numeri, che comprendono anche lavoratori e pensionati (in attesa degli 80 euro del 2015), e raccogliere voti anche dalla destra. Sebbene il “fenomeno” Renzi riesca a far passare per 40% un risultato che, se calcolato sul corpo elettorale, rappresenta il 23%.

La stessa influenza si riscontra nelle amministrative, a Firenze stravince il delfino di Renzi, e poi dal Piemonte all’Abruzzo dove è stato eletto D’Alfonso riciclatore di candidati del centrodestra, imputato in due processi dovrebbe dimettersi ma ha subito annunciato: “non mi dimetto”.  

Il recupero di 80 euro (l’elemosina spacciata per ripresa dei consumi tolta dai servizi dell’amministrazione pubblica), il richiamo alla positività, alla stabilità, le tante promesse, delle riforme, del cambiamento, della crescita, in pieno stile democristiano e da uomo della provvidenza, hanno convinto parte dell’elettorato. A questo hanno contribuito i soliti sindacati confederali che, dopo anni di convincimento sulla delega che ha disarmato il movimento operaio, e anni di concertazione, continuano ad illudere sulle capacità “miracolistiche” di Renzi.

Che ha vinto le primarie e si è circondato da fedelissimi (premiati nel Governo e nelle liste europee) nella segreteria del partito, ha trasformato completamente il Pd e ora preannuncia un’ulteriore rottamazione sia all’interno che – secondo lui – in Europa ed ha la copertura per fare avanzare le sue porcate come quella sulla casa (più cresce il bisogno di alloggio, più il governo tutela la proprietà privata contro morosi e occupanti), quelle riforme costituzionali che, più che portare rinnovamento, ci catapulteranno in un processo di fascistizzazione. Renzi ha imparato bene dalle sue visite negli Stati Uniti, dai suoi rapporti con i repubblicani più reazionari e con i sionisti, fin da quando era presidente della provincia di Firenze da dove ha iniziato la scalata al Comune grazie ai tanti finanziatori che lo foraggiano. Uno stile molto simile a quello di Silvio Berlusconi.

Dopo mesi di martellamento di tutti i politici presenzialisti in ogni trasmissione durante la campagna elettorale, le fatidiche elezioni europee ci sono state ed ora assistiamo ad una nuova fase, quella delle… analisi. Per noi è una riflessione doverosa.

Renzi, più che il PD oscurato da lui e dai servili mass-media che gli sono favorevoli, ha giocato una carta evidentemente vincente. Sebbene, numeri alla mano, hanno votato Pd 11,1 mln, ma il doppio 20,1 mln si è astenuto (sui quali tutti tacciono) e non solo per qualunquismo, ma per protesta e mancanza di fiducia verso i politici parolai.

La stessa forma propagandistica di vittoria usata da Renzi non ha funzionato con Grillo. “Raggiungeremo il 50%, saremo i primi, manderemo tutti a casa, andremo dal Presidente, chiederemo le dimissioni ecc.” … oppure me ne vado… Non ce n’è uno che se ne va!

Grillo ha mirato troppo in alto con la grande avanzata in funzione di stimolare il voto verso il M5S, non gli ha giovato neppure l’incondizionato appoggio dei Carc. I suoi continui sbandamenti e oscillazioni tra populismo di destra e di “sinistra” e pure la comparsata a “porta a porta” l’hanno lasciato dov’era.

Sulla novità di chiara marca opportunista, la lista Tsipras, c’è poco da dire. L’accozzaglia di forze e individui anticomunisti – a partire da Curzio Maltese acceso anticubano - che lì sono raggruppati non ci fa capire se e come questa lista si evolverà in Italia. Ci interessa però denunciare che, pur essendosi presentati come sinistra, hanno scelto come richiamo il nome di un individuo socialdemocratico completamente inserito nelle istituzioni tanto da dichiarare in intervista ad Antenna tv (emittente greca) proprio in maggio “Dico con tutta la forza della mia anima che il nostro paese è realmente un paese che fa parte del quadro occidentale, appartiene all’Unione Europea, alla NATO e questo non si mette in discussione…”. Tsipras difende quell’alleanza militare che costa mille miliardi di dollari all’anno; che ha distrutto la Jugoslavia, che si è estesa all’est, che è penetrata in Ucraina addestrando i gruppi nazisti usati da Kiev contro i comunisti e gli antifascisti con la complicità di Usa, Israele, UE per entrare in un’Europa fallimentare.

La resuscitata Forza Italia si è fatta scippare i voti dal Pd, anche se, sommandosi con il Ncd mantiene la sua posizione.

Al contrario di altri paesi europei i fascisti di Fratelli d’Italia-An sono rimasti al palo. La loro politica nazionalista, razzista e xenofoba è stata coperta dalla Lega nord che, con la nomina del neosegretario Salvini, ha rafforzato il suo ruolo reazionario cercando l’alleanza con il FN francese ed è stato pagato con il voto.

Ma le elezioni hanno riguardato tutti i paesi europei dove l’astensionismo l’ha fatta da padrone, a partire dalla Repubblica ceca. Al tempo stesso si rileva un’avanzata delle forze fasciste, in Francia, Inghilterra, Ungheria, Danimarca, Austria, Polonia, Croazia, Olanda, Grecia, Malta. E i nostri rappresentanti, in particolare i populisti si precipitano – Grillo con l’UKIP inglese (svelando il suo vero volto), Salvini con il FN francese, per fare gruppo e rafforzare le loro posizioni reazionarie che inevitabilmente si ripercuoteranno nelle rispettive società.

A sentire le forze politiche sembra che l'Europa nasca da queste elezioni. Tutte verginelle, ma dov'erano fino ad ora? Perché non hanno fatto prima ciò che promettono ora? Cosa hanno fatto quelli che ora vogliono “abbellirla”?

Anche quelli che oggi si presentano contro l’euro strumentalizzando il malcontento, corrono ad occupare le poltrone e i cittadini – anche chi ha votato sperando in un’Europa riformabile (quanto possono incidere 73 variegati rappresentanti su 730?) – e illusi di poter scegliere il presidente di commissione, devono mantenere il carrozzone di servitori delle banche e del capitale.

L’Italia si è distinta per l’assenza di una lista comunista. Non tanto perché i comunisti credano nel cambiamento attraverso le elezioni, ma per l’attacco che sta crescendo, anche questo a livello europeo, contro organizzazioni e simboli comunisti – simboli di lotta e di lavoro - che sono equiparate a quelli fascisti e nazisti, che partecipano mascherati. 

Concludendo: bene i dati sull’astensionismo e sul numero di schede nulle e bianche. Ancora una volta le elezioni ci hanno dimostrato che il proletariato non può prendere il potere se non con la rivoluzione. L’Europa alla quale l’Italia, in continuità con la lettera inviata dalla BCE nel 2011 a Berlusconi, è vincolata economicamente – dal fiscal compact alle multe di inadempienza, ad esempio sulle carceri e le discariche che superano i 100 milioni al giorno - si riconferma un’oligarchia finanziaria che impone austerità e competitività che strangola economicamente e limita i diritti e le libertà di lavoratori e masse popolari. Un sistema imperialista che tiene sempre pronto l’uso della guerra. Il vertice Nato del 21 maggio a Bruxelles dei ministri della Difesa – taciuto dall’informazione - è un segnale di aggressività, oltre che di aumento di spese militari. Tra l’altro la Commissione europea ha deciso che dal 2014 la spesa per i sistemi d’arma, compresi gli F35, sia calcolata nel pil non come spesa, ma come investimento per la sicurezza del paese, ovvero come mascherare il debito. Incredibile, sempre su l’ingegnosa raccomandazione europea, l’aumento del pil calcolando – oltre all’economia del sommerso che già c’è - il commercio proveniente da attività criminali!

Sul piano interno si prospettano disoccupazione, ulteriore precarizzazione - attraverso il jobsact - tagli, privatizzazioni e liberalizzazioni (con accordi libertici sostenuti dai sindacati confederali) che equivalgono a peggioramento di condizioni di vita – si abbasserà sempre più la qualità dei servizi, soprattutto nella sanità – e di lavoro, carovita, repressione.

Per i comunisti i compiti sono sempre più gravosi. Devono lottare non solo contro il capitale e tutti i suoi mali, ma anche contro l’influenza della socialdemocrazia, del riformismo e del populismo. Che richiedono anche, di fronte all’avanzata delle organizzazioni fasciste e dei pericoli di guerra, il rafforzamento dell'impegno antifascista.

E lo devono fare con le proprie forze – interpreti e protagonisti delle necessità della classe operaia -, coscienti di avere molti nemici e molti ostacoli. Per questo è sempre più necessario che gli autentici comunisti si uniscano.


17 aprile 2014 redazione
editoriale

Il capitalismo non ha problemi: è il problema  

25 Aprile – 1° Maggio: due date significative per riflettere su come sconfiggere l’imperialismo, il capitalismo, il fascismo e l’opportunismo

 Siamo alla vigilia di due importanti date che nel tempo hanno perso il loro valore ma che sono e restano patrimonio di tutti i comunisti: il 25 Aprile e il 1° Maggio. Tenere viva la memoria sulla Resistenza e la vittoriosa Lotta partigiana contro il fascismo assume sempre più il significato di respingere tutti quei tentativi delle varie forze politiche – comprese quelle che ancora si definiscono di sinistra – di dare una svolta autoritaria al nostro Paese. I partigiani hanno combattuto a caro prezzo con sacrifici e con la vita per liberare l’Italia dall’occupazione nazista e dall’odioso dittatura fascista di Mussolini. Sia i partigiani comunisti che la classe operaia, con le sue battaglie e scioperi in fabbrica, hanno posto al centro l’aspirazione a liberarsi dall’oppressione e dalle ingiustizie sociali con una forte connotazione di classe orientata a cambiare verso una società socialista e laica verso l’internazionalismo proletario.

Il continuo lavorio in senso anticomunista del Vaticano – i cui effetti maggiori si sono visti nell’Europa dell’est -, il suo appoggio alla DC e alle forze di destra, il compromesso storico, la degenerazione revisionista del Pci e il collaborazionismo dei sindacati confederali - che hanno sacrificato gli interessi della classe operaia e delle masse popolari alle sorti del capitalismo imperialista italiano ed europeo -, il lungo periodo delle stragi di Stato, ci hanno portato ai nostri giorni. In questo periodo con il capitalismo al collasso le forze conservatrici impoveriscono, reprimono e annientano l’intera classe lavoratrice mentre nascono movimenti populisti presentati come novità, ma che non cambiano le cose. Anzi la loro politica anticapitalista e antistatalista ci riporta al fascismo movimento prima e al fascismo partito poi col potere del governo blindato da Mussolini con il maggioritario fino al fascismo regime tramite il presidenzialismo del “capo del governo”.

Si susseguono governi abusivi per proseguire le scelte economiche favorevoli al complesso industriale-militare, ai monopoli, alle banche, all’Fmi, nella sudditanza alla Nato, garanti delle missioni militari all’estero (dove anche i militari italiani sono addestrati alla tortura), nei rapporti internazionali. Ogni governo è fedele agli Usa e ad Israele, un legame rafforzato dal vertice Letta-Netanyahu dello scorso dicembre con la firma di 12 accordi di cooperazione economica e militare che sono rivolti ad opprimere il popolo palestinese. Sul piano politico ognuno garantisce l’affermazione dell’ideologia borghese in funzione anticomunista. E passano da una truffa all’altra. Da quella elettorale a quella dell’euro a quella del lavoro, compreso la propaganda delle quote rosa.

Anche l’antifascismo, quindi, viene manipolato non solo dalle sterili e convenzionali cerimonie delle istituzioni, ma nei fatti.

Con il metodo eversivo con il quali si sono insediati gli ultimi tre governi, larghe intese tra Pd, PdL e poi con la nuova destra di Alfano al servizio del Presidente della Repubblica - un disegno che stravolge persino la stessa Costituzione borghese -; con la negazione di un sistema elettorale proporzionale a vantaggio di un esagerato quanto ingiustificato premio di maggioranza; con il tentativo di evitare il conflitto di classe; con riforme del lavoro, elettorale e costituzionali (abolizione delle Province, del Senato, presidenzialismo): con la concessione ai gruppi fascisti di organizzarsi e manifestare. Con l’aspetto culturale utilizzando i mass media, pennivendoli e artisti compiacenti e facendo passare proposte di parlamentari fascisti per instaurare giornate del ricordo che in realtà utilizzano per denunciare i “crimini” comunisti e negare i veri crimini che le truppe mussoliniane hanno perpetuato in Slovenia e nell’ex Jugoslavia; con la criminalizzazione di chi si ribella a questo sistema come il movimento No Tav, no Muos, per la casa ecc.: con restrizioni (obbligo o divieto di dimora, foglio di via ecc), accuse di terrorismo e multe di centinaia di euro alle avanguardie delle lotte. Il tutto in nome della difesa della democrazia. Una fascistizzazione dello Stato a tutti gli effetti. Inciuci, parole e slogan superficiali e vuoti come quelli del governo Renzi – passato da rottamatore a riciclatore - si riflettono anche nel mondo del lavoro. Anche quest’anno il 1° Maggio, giornata internazionale dei lavoratori, non può essere una festa. La classe operaia è sotto un attacco inaudito, i capitalisti – sempre alla ricerca del massimo profitto – delocalizzano od optano per il settore finanziario e licenziano. Milioni di lavoratori si trovano in condizioni disperate e per tutta risposta il neogoverno Renzi propone il jobsact (in continuità con la legge Treu), ovvero il sistema per aumentare la precarietà nell’interesse del padronato, mentre i sindacati Confederali (che hanno persino favorito l’introduzione dell’Ugl nei posti di lavoro, il cui segretario è oggi accusato di furto) accettano ogni tipo di accordo che, oltre a continui compromessi sui contratti, approvano regole – come quelle sulla rappresentanza – un grave attacco alle libertà sindacali e del diritto di sciopero.

Disoccupazione, carovita, sfratti (40mila nel primo trimestre), tagli sui servizi (ma non sulle spese militari), privatizzazioni, aggressioni poliziesche contro gli operai, provvedimenti giudiziari a chi si ribella, criminalizzazione delle lotte, attacchi fascisti e razzisti, guerra: è ciò che offre il capitalismo.

In questa grave situazione tutte le forze politiche stanno sgomitando per affermarsi alle elezioni europee. E tutte ora cavalcano l’opinione che l’Europa va cambiata, va migliorata. Non c’è spazio di miglioramento nelle istituzioni borghesi siano italiane che europee. L’essenza dell’Unione europea è di carattere imperialista, reazionaria e guerrafondaia – il suo ruolo lo vediamo anche a fianco di Usa, Nato e gruppi neonazisti nei recenti scontri in Ucraina – nel sostegno diretto o indiretto nelle aggressioni militari in Libia, Mali, Siria. I suoi trattati di austerità, pareggio di bilancio, saccheggio della ricchezza prodotta dai lavoratori, delle direttive di intensificazione dello sfruttamento e di deindustrializzazione contro il movimento operaio e la libertà delle donne non sono modificabili con il voto. La storia insegna che la partecipazione della sinistra nei governi borghesi non ha impedito l’attacco del fascismo contro il proletariato.

Pensare di cambiare questa Europa, che mette sullo stesso piano nazismo e comunismo, affidandosi a Tsipras, estimatore della politica di Obama, è un consapevole inganno ai danni dei lavoratori.

No l’unità europea sarà tale solo quando i paesi europei saranno socialisti, quando l’Europa non sarà più in mano agli interessi del capitalismo, delle banche, degli accordi militari con la Nato né sottoposta ai ricatti della Casa Bianca.

Si può fare. Non è utopia respingere l’offensiva del capitale sia sul piano nazionale che europeo. Ci vuole l’unità d’azione della classe operaia, la classe antagonista al capitale. Bisogna rifiutare il disarmo ideologico imposto dai partiti revisionisti e socialdemocratici affinché il proletariato acquisti sempre più forza nella sua lotta contro la borghesia e crei le premesse per la sua definitiva emancipazione. Dalla crisi si esce solo abbattendo il capitalismo.


7 marzo 2014 redazione
editoriale 01

"State sereni”…  

Dagli scout dove nel 1997 non si è fatto mancare la stesura di un documento: “Manifesto dei giovani per il futuro” alla direzione del giornalino dell’Agesci nel 2000. Nel 2003 presidente della provincia di Firenze a sindaco di Firenze, ad oggi: una carriera fulminante!  

Un altro anno è iniziato e subito ne abbiamo viste delle belle. Mentre si aggrava la situazione per il movimento operaio con l’aumento della disoccupazione e per le masse popolari con il carovita, gli sfratti, i tagli sui servizi – sanità in primis – continua ad esserci chi usa la politica per i propri giochini personali e per l’appagamento della propria ambizione.
Abbiamo assistito ad un cambio di guardia stile golpe all’interno di quel partito privo di identità che si sta sfaldando. “Stai sereno” nel Pd equivale a ti faccio le scarpe e Renzi, ossessionato dal potere, in questo è un campione. Vero che il governo Letta non era risolutivo, vero che per i lavoratori qualunque governo si alterni non cambia la loro situazione, il problema è il sistema. Quello attuale è capitalista e imperialista e fa gli interessi della propria classe, quella borghese, ma non possiamo fare a meno di riflettere su ciò che è accaduto nei primi giorni dell’anno. Il nuovo, arrogante, frivolo, superficiale e vuoto (come dimostrato dal suo essere sindaco) presidente del Consiglio e tutti i suoi cortigiani (tutti sistemati in posizioni di potere) si sono vantati d’aver vinto le elezioni alle primarie attribuendosi 3 milioni di voti, numero che va oltre i votanti compreso quello degli altri candidati. Ma peggio è far passare questa elezione come forma di democrazia quando chiunque ha potuto votare – di destra o di “sinistra” – purché versasse 2 euro e così portare in auge il nuovo Berlusconi con il quale Renzi ha subito preso accordi, compreso il veto su Gratteri ministro della Giustizia, troppo antimafia per il caimano. Che gli ha permesso di cambiare la direzione del Pd guadagnando la maggioranza e mettendo ai posti chiave i suoi fedelissimi.
E dopo la benedizione del Presidente della Repubblica - che ha svenduto i suoi stessi uomini messi al governo attraverso forme presidenzialiste - raccoglie elogi dal centrodestra, la grande apertura del mondo imprenditoriale e della stampa a seguito, usa ad enfatizzare personaggi oscuri. Con Renzi si afferma la richiesta di un uomo nuovo e decisionista al comando, che svuota ulteriormente il ruolo del Parlamento e che, con la celebrazione del mito della velocità – che non significa rapidità, ma non far capire cosa succede per poi poter fare quello che i politici fanno da sempre ed impedire di pensare - porterà a compimento quelle riforme istituzionali e costituzionali tanto care alla destra fino alla “salvezza” di Berlusconi. Una posizione pericolosa perché oggi il governo è in mano ad un goliardo, domani può essere un fascista
Un’ulteriore dimostrazione per coloro che hanno velleità elettoralistiche e pensano che la partecipazione nelle istituzioni borghesi possano determinare cambiamenti a favore dei proletari. Morto un papa se ne fa un altro e dall’estero alzano subito la cornetta (è l’ipocrisia della prassi!) in segno di riconoscimento.

Telefonate dagli Stati Uniti già meta privilegiata di Renzi dove ha speso milioni di euro in ristoranti e hotel di lusso a carico del comune di Firenze, dalla Merkel, da Netanyahu. Quest’ultimo ha avuto più volte modo di potersi fidare ciecamente di Renzi dopo la liquidazione della filoisraeliana Bonino. È quello che si è collegato con la “maratona oratoria per Israele” a due giorni dall’operazione militare contro Gaza (170 morti tra i quali decine di civili), che difende il diritto di Israele ad esistere, che definisce l’atteggiamento antisraeliano della sinistra inconcepibile e insopportabile ecc. Santificato dal Vaticano che abbandona un democristiano per un altro per salire sul carro del vincitore.

Ora abbiamo un nuovo-vecchio governo basato su quella logica spartitoria che accontenta tutte le parti politiche, che butta fumo negli occhi con la storiella dei giovani e delle donne. In quanto ai giovani c’è da ricordare che Renzi non è il primo trentanovenne. È stato preceduto da Mussolini che, come lui, aveva la pretesa di modificare l’assetto costituzionale con la giustificazione di alleggerire la burocrazia amministrativa, partendo dalla legge elettorale e con quella di dare più stabilità al Paese.

Dov’è innovazione? Forse negli insulsi discorsi del suo esordio al Senato e alla Camera, forse nel parlare con le mani in tasca, quando all’economia è stato messo il ministro Padoan, garante dei poteri forti, consulente della Banca Mondiale e della Banca centrale europea, della Commissione europea, membro Ocse e del Cespi che lavora per gli Stati Uniti d’Europa e di Italia – una lobby di stampo piduista -, direttore del think tank italiani europei, che è stato direttore del Fondo monetario internazionale.

Cambiare tutto per non cambiare niente. L’agenda è quella di Monti e di Letta – comprese le spese militari -, un passaggio di “pedine” con l’illusione che Renzi (faccio tutto io e subito), il democristiano più furbo degli altri che lo hanno preceduto ed evidentemente più capace di manipolare il consenso verso la realizzazione del piano Gelli, che ha lasciato un gran buco (ora le inchieste aperte si chiuderanno) quando era presidente di Provincia, sia in grado di risolvere il problema globale dell’Italia.

Ha nominato 62 tra viceministri e sottosegretari (molti dei quali indagati) tra i quali Gentile, espressione della peggior politica del sud Italia peraltro completamente ignorato da Renzi al momento del suo insediamento.

Prima a parlare dei suoi ministri quella della Difesa sulla questione dei fucilieri che hanno assassinato i pescatori in India. La Pinotti – che a fine febbraio ha già partecipato ad una riunione Nato sull’Ucraina - sostiene che “i marò non devono essere processati in India e che l’Italia deve proseguire il suo impegno nella missione internazionale antipirateria”. Ma di che cosa parla? I due militari accusati, e altri, hanno ucciso in servizio su un mercantile privato, cioè pagati dallo Stato in difesa del capitale.  

Nulla cambierà, dunque, per la classe lavoratrice, i pensionati, le donne stesse e neppure per i giovani e per gli stranieri che continueranno ad essere in balia del “mercato”, ancora di più con la sua proposta di jobs act – cioè la riedizione della proposta Ichino che punta sull’abolizione dell’art. 18 -, se non un’ulteriore accentuazione delle privatizzazioni dell’industria e dei servizi e l’eliminazione degli ammortizzatori sociali. Le promesse sulla riduzione fiscale Irap e Irpef per le imprese ricadono subito sul proletariato che si trova nuove tasse sui rifiuti e nuove accise sui carburanti che corrispondono ad una nuova ondata di rincari.   

La prima uscita pubblica di Renzi nel nord est ha ben dimostrato l’aria che tira: evitare di incontrare i lavoratori Electrolux preferendo giocare con i bambini perfino con le battute sulla Fiorentina mentre gli operai sono sottoposti a sempre maggiore sfruttamento. Ancora una volta non bisogna illudersi né sperare nelle promesse del giovane rampante e della sua accelerazione modernizzatrice. Non bisogna cadere nelle trappole della stabilità né del dopo Renzi il diluvio. Nel diluvio ci siamo già perciò deve andare avanti la convinzione che questo sistema capitalista va abbattuto. Lotta di classe, quindi, partecipazione e organizzazione.


20 dicembre 2013 redazione
editoriale

UN FENOMENO PERICOLOSO

Demagogia sociale per impedire lo sviluppo del movimento rivoluzionario

 

Abbiamo sempre messo in guardia dal pericolo fascista e dall’importanza di tenere vivo l’antifascismo in particolare nei periodi di crisi e non solo economica. Da tempo lottiamo per fare chiudere le sedi delle varie sigle sotto le quali si celano i nuovi fascisti che, pur mantenendo saluti romani ed iconografia tipica del ventennio si manifestano con una politica populista e “sociale”. La storia insegna che quando manca il Partito comunista, quando la classe operaia è divisa e influenzata dai partiti revisionisti, quando i sindacati confederali collaborano con il sistema (prefigurano addirittura una cogestione delle imprese sul modello tedesco), quando i partiti cosiddetti di “sinistra” abbandonano – oltre alla lotta di classe - la lotta antifascista e si concentrano solo su problemi di natura istituzionale come la legge elettorale che permetta loro di arrivare e mantenere il potere ignorando le condizioni dei lavoratori visti solo come massa di manovra elettorale, avanzano le forze reazionarie.

Di fronte alla crisi economica che sta colpendo sempre più vasti strati di popolazione – dai lavoratori autonomi ai piccoli imprenditori - il capitalismo non esita a trovare forme nuove pur di mantenere il proprio dominio su tutta la società. Così i “forconi” – dei quali si è sentito parlare un anno fa in Sicilia diretti da Forza nuova – si sono organizzati a livello nazionale. In varie città d’Italia, camuffati da movimento 9 dicembre, i fascisti di Casaggi, Casa Pound, Forza nuova, con l’inserimento della Lega nord e di camorristi, hanno strumentalizzato il malcontento e il disagio di certi strati sociali, arretrati, e piccola borghesia che oggettivamente sono stanchi della classe dirigente di turno ma che non hanno strumenti politici-ideologici per analizzare la situazione e rendersi conto che dietro certi parole d’ordine c’è il vuoto, forse l’abisso. Lo spasmodico uso del tricolore, il martellante richiamo all’essere italiani – che sottintende l’odio verso gli immigrati -, le intimidazioni ai negozianti per la chiusura della bottega, non lasciano dubbi. Così come il permissivismo degli agenti di polizia, tanto rilassati di fronte alle proteste da togliersi il casco: ordine dall’alto o gesto di insubordinazione? Non succede così quando si tratta di manifestazioni operaie, dei minatori, dei pastori sardi, degli studenti, come hanno dimostrato proprio negli stessi giorni a Venezia, Torino, Genova. Non si sono tolti i caschi i poliziotti in assetto da combattimento a Torino durante una pacifica manifestazione contro gli accordi tra i governi di Italia e Israele non certo favorevoli agli italiani, né ai palestinesi. Forze di polizia che a Roma hanno permesso ai fascisti di casa Pound di salire fino al primo piano di un palazzo istituzionale, scala spalla, e fare le loro pagliacciate, prima di intervenire.

Anche i mass-media – che si sono accorti della lotta dei tranvieri genovesi dopo 4 giorni - si sono distinti nell’amplificare sia la protesta che i loschi leader. E non poteva mancare la benedizione del Papa.
C’è qualcuno della galassia gruppettara di sinistra alla ricerca di visibilità, Carc in testa, che valuta positivamente questo movimento che non è rivoluzionario, ma conservatore. Pensa di inserirsi in un presunto tentativo di egemonizzare e guidare la Vandea reazionaria con il solo risultato di accodarsi ai fascisti di Casa Pound. Una posizione pericolosa e disarmante che frena la vigilanza nei confronti del pericolo fascista e che, se proiettata sul piano internazionale, li vedrebbe a fianco dei rivoltosi in Siria o in Ucraina. Confondono le masse – anche nel 1980 i 40mila della Fiat erano da considerare masse su cui intervenire? - con il ruolo della classe operaia e dell’avanguardia creando ancora più danni all’ideologia comunista, come se già non bastassero gli attacchi della borghesia. Movimento che ci riporta alla cosiddetta “rivolta dei Boia chi molla” quando alla fine degli anni ’70, inizio ’80 il missino Ciccio Franco, esponente della Cisnal, capeggiò l’organizzazione universitaria Fuan (del MSI)) . Slogan del quale si fregiarono molti altri e diversi politici italiani e alcuni intellettuali.

È lo stesso Gramsci a metterci in guardia sulla disgregazione e le distinte volontà delle masse quando si chiede se il Partito comunista deve porsi sul terreno di “ubbidire alla volontà delle masse in generale”. E la risposta la trova nel distinguere le varie volontà: quella comunista, massimalista, riformista, democratica liberale e fascista. Perché, sostiene Gramsci, fino a quando sussiste il regime borghese, col monopolio della stampa in mano al capitalismo e quindi con la possibilità per il governo e i partiti borghesi di impostare le questioni politiche a seconda dei loro interessi presentati come interessi generali, fino a quando potranno essere diffuse impunemente le menzogne più impudenti contro il comunismo è inevitabile che le classi lavoratrici abbiano parecchie volontà. Ecco la differenza rappresentata dal partito comunista che rappresenta gli interessi dell’intera classe ma che attua la volontà solo di una determinata parte delle masse, quella più avanzata, il proletariato che vuole rovesciare il regime esistente con i mezzi rivoluzionari per fondare il comunismo.

Non c’è progetto per la classe lavoratrice, nel movimento 9 dicembre, se non quello di usare la violenza fine a se stessa ed agitare la sollevazione per rendere ingovernabile la situazione e chiedere una soluzione autoritaria come espressa peraltro apertamente con l’auspicio di un governo militare o delle regioni, disegno che marcia di pari passo con quello reazionario di instaurare un nuovo ordine mondiale e con i programmi basati sull’”uomo forte” del piduista Gelli. Esplosa, probabilmente non a caso, dopo il passaggio di Forza Italia all’opposizione e in seguito alle denunce di colpo di Stato e alle chiamate di Berlusconi alla rivoluzione nel caso del suo arrestarlo. Ma potrebbe anche essere una prova di blocco reazionario. Ci ricordiamo bene l’esperienza del Cile.
Un anno è passato con le continue illusioni che la situazione stava migliorando, ora che siamo alla fine vogliono convincerci che il prossimo sarà migliore, che ci sarà la ripresa. Chi ci crede? La classe operaia e le masse popolari sono le più saccheggiate sul piano occupazionale, ma anche dei servizi. I pendolari sono costretti a trasporti simili a quello del bestiame nonostante gli alti costi delle tariffe. I tagli nella sanità che obbligano gli operatori a turni massacranti con rischi per se stessi e i pazienti, costringono i malati a pagare ticket e a liste d’attesa interminabili per analisi e ricoveri in ospedali sempre più lontani per la chiusura dei presidi locali. Sparirà la prevenzione a favore della… privatizzazione!
Per battere il capitalismo, le sue tendenze autoritarie, i suoi strumenti usati per attingere a livello di massa ai fini di preservare il suo dominio, è sempre più pressante la necessità di costruire il Partito comunista in grado di ricompattare l’unità di classe e dare uno sbocco politico che non cada nell’interclassismo e chiarisca il ruolo del proletariato e delle sue alleanze. Ma nel frattempo i comunisti devono continuare ad operare contro gli attacchi del fascismo e dei suoi complici ovunque si manifesti.


18 novembre 2013 redazione
editoriale

Su la testa!

Chiusura delle fabbriche, un continuo stillicidio. C’è un modo per far valere i propri interessi di classe

De Tomaso: sono arrivate le lettere di licenziamento per gli oltre 1100 operai. Dopo avere preso i finanziamenti dello Stato per il rilancio – si parla di 3 miliardi -, dopo aver giustificato 7,7 milioni di euro per i corsi di formazione di 1.036 lavoratori mai partiti e milioni stanziati dal Governo per la Cig, i Rossignolo chiudono i cancelli di Grugliasco e Livorno. È l’ennesima fabbrica che dismette, l’ennesima anche per la Toscana. Una vicenda paradossale, una truffa ed una beffa che si trascina da ben sette anni, fatta passare all’epoca come fiore all’occhiello del processo di industrializzazione dal sindaco di Livorno, Cosimi. Nel silenzio dei sindacati e - bisogna dirlo – nell’accettazione dei lavoratori che non si capisce cosa si aspettassero dopo tutto questo tempo senza soluzioni produttive. E quando la lotta inizia, come in molto casi, è… troppo tardi!
È evidente che siamo in un periodo difficile su tutti i livelli. Anni di accordi di favori ai governi e ai capitalisti hanno prodotto la rinuncia all’esercizio della forza della classe lavoratrice che in cambio ha avuto solo il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro e, quindi, di vita, che subisce lo sfruttamento, l’attacco ai diritti sindacali e di organizzazione (ultimo in ordine di data l’accordo sulla rappresentanza), l’umiliazione per una paga ridicola che, tra l’altro, è la più bassa d’Europa.
L’accordo sulla rappresentanza - che nasconde l’attacco al diritto di sciopero - firmato da Cgil-Cisl-Uil, lo stesso sciopero di 4 ore diversificato per regione e per data, confermano il ruolo opportunista dei dirigenti sindacali che per dare un contentino ai lavoratori li mobilitano in modo da non danneggiare gli interessi dei capitalisti e del governo che li rappresenta e con i quali si siedono più volentieri a tavola che ai tavoli!
Siamo di fronte ad un’offensiva capitalista che richiede una risposta ben diversa da quella imposta dai vertici sindacali che sempre più devono essere smascherati e combattuti. Loro sono uniti e si appellano ad un’unità che ha come obiettivo la pace sociale con il padronato (in piena sintonia con il Vaticano) per fare accettare il pagamento della crisi alla classe lavoratrice e alle masse popolari. Non è di questa unità che hanno bisogno i lavoratori, ma di una vera unità di classe in contrapposizione ad un padronato - che è sempre più alla ricerca del massimo profitto -, ai monopoli e alle regole strangolanti dell’Unione europea.
Chiediamoci perché di pari passo con l’avanzare della crisi aumentano la denigrazione dell’ideologia comunista e del socialismo, l’attività dei gruppi fascisti, il condizionamento (sub)culturale della borghesia.
Perché chi detiene il potere teme la reazione delle masse oppresse e sfruttate che nella storia hanno già dimostrato di sapersi liberare dalle catene, teme che i lavoratori prendano coscienza sulla possibilità di poter vivere senza padroni e vivere senza vendere la propria forza lavoro al capitalista che la paga molto meno del suo valore. Teme che i lavoratori rifiutino di essere massa di manovra guidata dalla borghesia. Teme che il proletariato organizzato possa conquistare lo Stato e, come dice Gramsci creare un nuovo tipo di Stato generato dall’esperienza associativa della nuova classe proletaria sostituendolo allo Stato democratico parlamentare.
Ai lavoratori della De Tomaso, della Lucchini (che hanno portato le tute al Papa) e di tutte le fabbriche che chiudono diciamo che non si può restare inattivi con l’illusione dell’arrivo di un nuovo “interlocutore”, un nuovo compratore. Che non si può contare sulle istituzioni né ci si può appellare al Papa. Per il proletariato non ci sono santi né paradiso. Capitalismo e borghesia non fanno neppure l’elemosina, seguono la logica del massimo profitto, delocalizzano dov’è più comodo gettando sul lastrico milioni di lavoratori, non disdegnano di pagare tangenti, pagare bene i propri rappresentanti politici, truffare pur di guadagnare. Basta pensare che i vari governi, veri e propri comitati d’affari della borghesia, continuano a scaricare i costi pubblici sulle masse popolari. Tagliano, tagliano, tagliano. Su servizi, sulla sanità -sempre più avviata verso la privatizzazione e nelle mani delle assicurazioni -, sui trasporti, sull’assistenza, sulla cronica mancanza di edilizia popolare. Chiedono sacrifici agli italiani, ma si guardano bene di toccare i propri emolumenti. Manteniamo un esercito di parlamentari ed ex, ministri ed ex ministri con buonuscita e pensionamenti, per miliardi ogni anno.
Che Stato è il nostro che paga 40mila euro al mese a individui come Dini (qualcuno lo ricorda? Però ora è in corsa per la presidenza della Banca popolare di Milano), Amato, Fini e tanti altri - una cifra che copre due anni di un lavoratore (fortunato) - mentre emana leggi che creano gli “esodati”? È una società degna di questo nome quella che concede (tramite l’Inps) ai manager come Sentinelli di Telecom circa 92mila euro al mese mentre costringe i pensionati a 500 euro al mese e lascia senza futuro i giovani?
Bisogna riconoscere che il capitalismo ha dimostrato e dimostra la sua inferiorità e il suo fallimento e non è in grado di offrire soluzioni ai problemi che abbiamo davanti. Dalla crisi economica e sistemica come quella che stiamo vivendo se ne esce con la rivoluzione e la presa del potere del proletariato o con le soluzioni della borghesia: inventando nuove guerre. Ecco perché i lavoratori devono condannare con decisione e lottare anche contro le guerre imperialiste che stiamo già pagando con l’acquisto di nuovi armamenti, con il mantenimento delle missioni militari all’estero, con le esercitazioni.
Su la testa! Quindi. Il Paese va ricostruito, ma non come vuole e ci chiede il potere borghese e capitalista. Va bene rifiutare le ingiustizie astenendosi dal voto come succede nelle ultime elezioni, va bene scendere in piazza contro ogni tipo di sopruso – anche se le manifestazioni saranno sempre più represse, ma non basta. La ricostruzione deve passare dalla partecipazione in prima persona che si basi sui propri interesse di classe, dall’organizzazione comunista che sia in grado di abbattere questo marcio sistema e sostituirlo con un sistema socialista. A misura di uomini e donne, a difesa della salute e della natura.

 


30 settembre 2013 redazione
editoriale

Contro l’imperialismo e le sue guerre

Il nemico è in casa nostra, via le Basi Usa e NATO

Ci siamo lasciati solo a luglio, ma il teatro della politica borghese non ci ha dato tregua neppure in agosto. Protagonista assoluto di questi mesi il solito Berlusconi sostenuto in tutti i programmi di ogni trasmissione dalle sue ancelle, riconoscenti verso il padrone che le ha mandate in Parlamento senza arte né parte. E mentre le fabbriche continuano a dismettere e delocalizzare e gli operai hanno trovato i cancelli chiusi dopo le ferie, gli unici argomenti che animano la telenovela sono l’avvenire di Berlusconi, anche in seguito ai continui ricatti sul governo, e il congresso del Pd con le sceneggiate piene solo di battute del Renzi.

Il Papa giusto per una chiesa in crisi - che riempie nuovamente le piazze - si è preso la scena andando tra gli immigrati di Lampedusa e gli operai della Sardegna, la regione che più di altre risente della crisi.

A dominare anche la preparazione della guerra contro la Siria, tappa obbligata per arrivare all’Iran, con la pressione dell’imperialismo francese e statunitense in particolare e del sionismo israeliano.

I guerrafondai internazionali non si smentiscono e per scatenare una nuova guerra di rapina rispolverano la vecchia storia delle armi chimiche – già sperimentata in Iraq -, giocano la carta dei bambini uccisi senza pietà sebbene siano circa 30mila i bambini che muoiono ogni giorno per fame nel mondo!

Si accusa la Siria di aver usato armi chimiche quando secondo stime Sipri, Israele – che produce anche trizio, gas radioattivo con cui si fabbricano testate neutroniche, che provocano minore contaminazione radioattiva ma più alta letalità - ha prodotto 690-950 kg di plutonio, e continua a produrne tanto da fabbricare ogni anno 10-15 bombe tipo quella di Nagasaki. E non si dice che anche l’Italia contribuisce allo sviluppo di queste armi grazie ad un accordo con Israele di cooperazione militare e suo primo partner europeo nella ricerca&sviluppo. E che nella Finanziaria è previsto uno stanziamento annuo di 3 milioni di euro per progetti di ricerca congiunti italo-israeliani come quello su «nuovi approcci per combattere gli agenti patogeni trattamento-resistenti», ovvero poter rendere gli agenti patogeni ancora più resistenti con la ricerca biologica.

Ancora una volta, dopo l’ultimo attacco, quella che ha distrutto la Libia favorendo solo gli Stati rapaci che intendono depredare le risorse e distruggere la concorrenza, a fare da apripista la Francia anche se nel frattempo è cambiato Presidente. Hollande sarebbe il modello di cambiamento tanto appoggiato dal Pd.
Ancora la strategia scellerata Usa/Ue per il controllo del “nuovo” Medio Oriente sfrutta la guerra dopo aver tentato di inserire le nefandezze dei mercenari - addestrati all’estero e che passano il confine con la complicità di forze israeliane e giordane - all’interno del quadro delle proteste popolari sviluppatesi in altri paesi del Mediterraneo. Una scelta che, in seguito alla proposta Russa segna una pausa e che, se dovesse essere scatenata, provocherebbe un crescendo di focolai di integralismo e di reazioni a catena imprevedibili nello scacchiere internazionale.

Le limitate mobilitazioni contro questo ennesimo pericolo di guerra non è ben recepito neppure dal movimento “rivoluzionario” e viene lasciato strumentalizzare dai revisionisti, complici e sostenitori di tutte le “missioni di pace” militari, oltre che di Obama e di Hollande, scesi in piazza in alcune città e dal Papa. Invece diventa urgente mobilitarsi contro questa operazione sotto qualsiasi forma si presenti perché sappiamo che la guerra è la risposta alla crisi del capitalismo e quanto i problemi del lavoro e del carovita che attanagliano il proletariato di tutto il mondo siano strettamente legati con le avventure militari. Troppi si sono fatti influenzare dalla furba ministra Bonino che ha tranquillizzato l’opinione pubblica dicendo di non partecipare all’operazione militare contro la Siria senza mandato Onu. Nel frattempo i rappresentanti italiani partecipavano a riunioni internazionali con i Paesi favorevoli all’intervento. La Bonino, inoltre, ha taciuto sul ruolo del nostro Paese derivante dagli accordi militari con Stati Uniti, Unione europea e Nato. Le navi da guerra italiane si sono subito mosse nel Mediterraneo insieme alle unità navali Usa e francese, ai cacciabombardieri lanciamissili con testate cariche di uranio impoverito.

Dall’aeroporto di Pisa – dov’è in costruzione il grande Hub a servizio di tutte le missioni militari all’estero – si scaldavano i motori dei C130 italiani. Il ministro della difesa Mauro – d’accordo per dare un segnale ad Assad - ha ribadito che il governo avrebbe dato il suo assenso seguendo gli orientamenti della comunità internazionale. Ben sapendo che se la decisione di partecipare all’attacco deve passare in Parlamento, non è necessario il consenso per l’utilizzo delle basi Usa come Sigonella (addetta al rifornimento della VI flotta e dotata di aerei Usa e Nato di tutti i tipi) e Camp Darby.

Basi che, come quella di Aviano, non potrebbero funzionare senza il supporto delle infrastrutture italiane.

Non dimentichiamo che tutte le operazioni sono dirette dal Comando delle forze navali Usa in Europa, compresa la VI flotta, che si trova a Napoli. 

Ministri stupidi o bugiardi?

Anche in questa guerra l’Italia si troverebbe coinvolta senza bisogno del mandato Onu e svolgerebbe il compito di base di lancio come è successo contro la Libia.

È così coinvolta che continua ad armarsi, comprare costosissimi e obsoleti F35 (col denaro pubblico) che poi richiederanno manutenzione, riparazioni, revisioni e modifiche e mantenere altrettante costose missioni militari all’estero. Ma c’è di più. Il Ministero dello sviluppo si è impegnato pure per 249 blindati da combattimento pari a 1,5 miliardi e per le fregate Fremm pari a 5,6 miliardi solo per le prime sei e altri milioni per finanziare i satelliti spia Cosmo Skymed, 580 milioni per due fantascientifiche centrali di spionaggio volante prodotte in Israele e poi 211 milioni vanno come contributo per la squadriglia dei Global Hawk voluta dalla Nato. Insomma quest’anno il ministero dello Sviluppo spende 5,5 miliardi in nuovi armamenti, oltre ai 14,4 miliardi di fondi del 2013, 800milioni in più del 2012.

E non finisce qui. Nel 2012 l’allora Ministro della difesa l'ammiraglio Di Paola ha firmato un accordo che autorizza l'Italia ad installare una base militare a Gibuti, un minuscolo  paese con 900 mila abitanti, ma di estrema importanza strategica dove saranno dislocati i militari italiani. Il costo non è chiaro (Usa e Francia solo per l’affitto pagano 30 milioni di euro l’anno) e comprende la cessione a “titolo gratuito” di armamenti alle forze gibutine, ma è evidente che si tratta di soldi pubblici evidentemente tolti alle spese sociali. Come sostiene Manlio Dinucci: “le forze italiane sono inviate a Gibuti nel quadro della «guerra coperta» e con la giustificazione del controllo della pirateria, condotta in Africa e Medio Oriente dal Comando congiunto per le operazioni speciali Usa. L'area di operazioni della Task force statunitense si estende dalla Somalia al Sudan e alla Repubblica centrafricana, dal Kenya all'Uganda e al Congo. Copre anche lo Yemen e altri paesi mediorientali. Le operazioni sono pianificate da uno staff di circa 300 specialisti. Ogni giorno decollano dalla base droni-spia, droni-killer e caccia F-15E Strike Eagle, diretti in particolare in Somalia e nello Yemen. Partono di notte, con elicotteri e aerei speciali, i commandos che effettuano le incursioni operano in incognito, tanto che i loro nomi sono sconosciuti perfino ai militari Usa di stanza nella base. Sotto lo stesso comando operano i contractor, ossia i killer a contratto, tipo i cecchini e gli esperti di tecniche di assassinio e i legionari francesi”.
La fabbrica di guerra è un grande affare solo per le industrie private e non aumenta l’occupazione, non porta sviluppo, né tantomeno benessere come nel caso del Muos di Niscemi. Le 20 industrie in Italia dipendono dalla Lookheed Martin che concede loro in subappalto il minimo necessario delle parti di aereo che assemblano. Serve per rafforzare il potere del complesso militare-industriale.

Il nemico, quindi, è a casa nostra. È il capitalismo sostenuto dai partiti parlamentari e dai governi borghesi che ne fanno gli interessi, aumentano la repressione e la militarizzazione del territorio, privatizzano i servizi e svendono quel poco rimasto dell’industria nazionale utilizzando la crisi per scaricarla sul proletariato e sulle masse popolari.

Per questo ai comunisti spetta il compito di organizzarsi tentando di recuperare l’enorme ritardo accumulato in anni di frantumazione, per dare ad una situazione oggettiva favorevole lo strumento soggettivo adeguato a far crescere quella necessaria coscienza di classe che, unita alla mobilitazione ed organizzazione delle masse proletarie, ponga l’obiettivo di abbattere il sistema borghese e prendere il potere politico. Al tempo stesso porre come centrale l’internazionalismo proletario, sia lottando contro il proprio capitalismo parte integrante dell’imperialismo mondiale; sia a fianco dei comunisti che in tutto il mondo si battono per il socialismo come parte integrante del fronte mondiale della classe operaia, nemica inconciliabile della proprietà privata dei mezzi di produzione, del fascio, delle religioni, della guerra e dell’imperialismo.



31 agosto 2013 redazione
comunicato

GIÙ LE MANI DALLA SIRIA!

Grandi manovre nel Mediterraneo della flotta Usa in preparazione di un attacco alla Siria mentre i vecchi colonialisti inglesi e francesi fanno da apripista contro un paese che costituisce una diga contro l’espansionismo statunitense in Medio Oriente e contro il progetto sionista del “Grande Israele”.
Si prepara una guerra con presupposti simili a quelle passate ma le cui conseguenze saranno ben peggiori. Ancora la strategia scellerata USA/UE per il controllo del "Nuovo Medio Oriente" sfrutta la carta della guerra dopo aver tentato di inserire le nefandezze dei "ribelli" all'interno del quadro delle proteste popolari inscenate in altri paesi del Mediterraneo, provocherà un crescendo incontrollabile di focolai di integralismo. Anche Russia e Cina non staranno a guardare.
Sono oltre due anni che dall’esterno si alimenta la rivolta contro la Siria e il suo governo - secondo il quotidiano francese Le Figaro, i gruppi di “rivoltosi”, o meglio mercenari, sarebbero addestrati dai nordamericani in Giordania e passerebbero il confine con la complicità di forze israeliane e giordane – solo il 17 agosto scorso sarebbe entrato in Siria un gruppo di 300 uomini.

È un dejà vu, si agita lo spettro dell’uso di armi chimiche per giustificare l’intervento e distruggere interi paesi, uccidere intere popolazioni civili per rapinare le loro risorse, saccheggiare, rintuzzare i movimenti rivoluzionari e tutelare i loro interessi strategici nella regione ed espandere l’aggressione contro l’Iran.

Una sperimentata pratica come nel 1999 con il “modello Kosovo” dove la Nato intervenne senza neppure la legittimazione formale dell’Onu, giustificazioni come 10 anni fa in Iraq, prepotenze come più recentemente in Libia.

È urgente mobilitarsi contro l’intervento militare in Siria sotto qualsiasi forma si presenti perché è una guerra reazionaria e imperialista condotta da potenze e monopoli con a capo Usa e UE che rischia l’estensione del conflitto ben oltre il Medio Oriente.

Al tempo stesso lottiamo contro il governo Letta-Alfano che sarebbe coinvolto direttamente come lo è stato per l’Afghanistan, l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia con un ulteriore peso economico (anche attraverso il rincaro delle vertiginose spese militari già aumentate di 5,5 miliardi dal governo delle “larghe intese”) e che graverebbe ancora sulla classe lavoratrice e le masse popolari italiane, sempre più orfane di una rappresentanza a sinistra che prenda chiare posizioni riguardo alla difesa dei popoli che subiscono le guerre imperialiste.

La guerra è la soluzione dell’Imperialismo alla propria crisi. La lotta per l’emancipazione e il socialismo e la Resistenza sono la risposta dei popoli.

Continuiamo la battaglia contro le basi Usa e Nato nel nostro territorio - strumenti di aggressione delle avventure militari -; contro le missioni militari all’estero e per l’uscita dell’Italia dalla Nato e dall'Unione Europea. Contro l’imperialismo della UE e del nostro Governo ribadendo che il nostro Paese deve rimanere fuori da questa prova di forza anche con l’intervento Onu.

Come comunisti difendiamo la sovranità nazionale e l’indipendenza della Siria come l’autodeterminazione di tutti i popoli, a fianco della eroica Resistenza Palestinese. Per mobilitare un ampio fronte contro la guerra in Siria che veda i comunisti, gli antimperialisti, le forze democratiche e progressiste battersi contro un intervento criminale che provocherà maggiori sofferenze alle popolazioni aggredite aumentando i conflitti nel mondo.
Mobilitiamoci 

 


24 luglio 2013 redazione
editoriale

BURATTINI E BURATTINAI

 

La politica della destra e dei revisionisti ci trascina in un baratro. La vita diventa sempre più difficile, occorre reagire capovolgendo i rapporti di forza

Siamo alla vigilia delle ferie e da giorni i media ci comunicano, come fosse del tutto naturale e accettabile, che la metà degli italiani non va in ferie. Non si va in ferie perché non ci sono soldi, perché sono troppi quelli senza lavoro, troppi quelli che lo stanno perdendo, che sono in Cig non pagata, che non sanno se l’azienda riaprirà a settembre come nel caso della già annunciata chiusura dei forni della Lucchini.

Ogni giorno giunge notizia di una fabbrica che chiude, che delocalizza, che è stata venduta agli stranieri. La stabilità governativa tanto invocata anche dal Presidente Napolitano – per la quale si è arrivati ad un governo assurdo di “larghe intese” - come garanzia di investimento degli stranieri in Italia produce l’effetto contrario. Gli imprenditori italiani, appena annusano l’affare, vendono o svendono: ultimi in ordine di tempo Loro Piana e il tipico gianduiotto Pernigotti. I gruppi stranieri comprano il marchio e il controllo e producono nel proprio Paese lasciando l’Italia disoccupata e senza attività produttive persino nel “fiore all’occhiello” del settore moda.

Tutti elementi che ci conducono ad una pericolosa deriva stile Grecia, una situazione che non interessa a capitalisti e politici sempre a galla. Non si parla più di “spending review” o del taglio al finanziamento ai partiti e gli F35 decollano!

A farla da padrone continuano ad essere gli interessi del grande capitale e dei suoi cani da guardia.

Sono bastati la condanna a 7 anni per il “benefattore” di Ruby e l’annuncio del giorno del processo Mediaset in Cassazione per scatenare la bagarre di chiaro stampo eversivo del Pdl. Ma Berlusconi, che continua a tenere sotto scacco il governo, è riuscito anche a condizionare Napolitano – che lo riceve alla prima richiesta -, perfino chiedendo per Letta il posto di senatore a vita e la vicepresidenza della Camera per Santanché.

Il vicepresidente del Senato Calderoli (il fautore della legge porcellum), invece, insulta il ministro Kyenge. Disprezzo per le istituzioni del Paese e pieno rispetto del concetto leghista di Roma ladrona. Ma allora perché accettare la vicepresidenza del Senato? Perché accettare pure la presidenza Copasir, altro carrozzone inutile e costoso?

Dopo 40 giorni dalla notizia (alcuni quotidiani hanno riportato la vicenda il 2 giugno) il governo ha scoperto il caso Ablyazov. Un caso che di per sé non ci interessa: è una disputa tra miliardari, ci interessa per quello che emerge. L’uso spregiudicato che i rappresentanti del Pdl (un’altra volta uniti nella strenua difesa dei suoi), il ministro degli Interni - nonché vicepresidente del Consiglio con delega sull’immigrazione l’ordine pubblico e segretario del Pdl -, e il suo padrone Berlusconi fanno del governo e quali rapporti hanno con la polizia, i servizi segreti italiani ed esteri (una società italiana spiava Alma Shalabayeva, in Italia da settembre, per conto degli israeliani) nel condurre un rapimento in piena regola con lo spadroneggiamento dei diplomatici kazaki e fare un favore al presidente kazako Nazarbayev (amico di Berlusconi e fornitore di Eni). E dov’era il ministro degli esteri, sempre solerte a difendere i diritti umani quando si tratta di Paesi socialisti?

Nell’epoca de “a sua insaputa” i ministri giocano a scarica barile, ma se non sono responsabili delle proprie deleghe (come sancito dall’art. 95 della Costituzione) cosa fanno?

Chi ci crede che né loro né i servizi segreti fossero al corrente di una azione così eclatante? Quanto ci è costata? Come vengono giustificate queste spese? Ma la poltrona non la molla nessuno. Anzi!

Tutto e di più e sempre per tenere il governo sotto ricatto della destra: se volete continuare a reggere le larghe intese, accettate le nostre condizioni, salvate i nostri ministri e i nostri affari.

Anzi è lo stesso Pd che si inchina fino a salvare il Pdl arrivando a studiare meccanismi di protezione per l’ineleggibilità di Berlusconi! E in difesa dei politici il capo dello Stato richiama la stampa alla “responsabilità del momento”, nonostante la stampa non sia un esempio di libertà e autonomia.

Per la vicenda kazaka pagano i funzionari, per modo di dire perché si parla di avvicendamento e non di licenziamento, proprio com’è avvenuto per i funzionari coinvolti con la macelleria sociale del luglio 2001 a Genova. È di questi giorni l’ennesima promozione dell’ex capo della Polizia e sottosegretario con delega ai Servizi, a presidente di Finmeccanica, a garanzia del colosso italiano della difesa.

È l’Italia dei misteri e delle trame nere e non da oggi. Le bugie di Alfano e soci sono però un allarme, un’ulteriore prova – insieme all’attacco alla rappresentanza sindacale e al diritto di sciopero, allo smantellamento della Costituzione, al presidenzialismo, all’esautoramento del Parlamento, alla legge elettorale, agli incarichi in Rai (feudo democristiano) dei fascisti del terzo Millennio - dell’avanzamento del processo di fascistizzazione dello Stato.

A luglio, infatti, l’enfant prodige della destra Angelo Mellone, già addetto stampa di Alemanno quando era ministro dell’Agricoltura, redattore del Secolo d’Italia accanto a Fini, amico del fascio rock nonché console Mario Vattani, sostenitore di CasaPound, in Rai dal 2010 come capo struttura della radiofonia, è stato promosso alla Rai TV capo struttura responsabile del programma La vita in diretta.

Assistiamo alla discesa libera del nostro Paese. I partigiani, i comunisti, gli antifascisti hanno fatto una Lotta di Liberazione con sacrifici e morti per scacciare gli oppressori fascisti e tedeschi e dopo soli 65 anni ci troviamo prigionieri di fascisti, massoni, razzisti, mafia, spioni e golpisti.

Il fatto è che la vita diventa sempre più difficile, tutto aumenta dal carburante ai ticket della sanità. Agli italiani obbligati a risparmiare sul mangiare e sulla cultura, che perdono la casa, costretti a lunghe liste d’attesa per gli esami, che vivono di stenti con pensioni da fame, le vicende del governo possono scivolare sulle spalle. Ma è sbagliato. C’è un nesso tra difesa della democrazia (seppure borghese) e vita di stenti.

Per contenere la crisi e le potenziali rivolte della classe lavoratrice sono pronte forme di repressione e autoritarismo ad un passo da quello strumento con cui la borghesia monopolistica, finanziaria e industriale esercita il suo ruolo egemonico e che riguarda l’organizzazione del potere, la forma di governo e la forma dello Stato. Come il  consociativismo tra padroni e operai e la concertazione tra impresa, sindacati e governo in nome del superiore interesse della nazione – come sta chiedendo Napolitano e il governo Letta -. All’occorrenza si impone il nuovo ordine di cui il potere ha bisogno, anche distruggendo le forme di organizzazione dei lavoratori. Tutti ne possono essere colpiti. Sarebbe ora di reagire e capire che si possono capovolgere i rapporti di forza in questa società di pochi che si arricchiscono sulle spalle della maggioranza, e mettere il potere nelle mani del proletariato.

 


19 giugno 2013 redazione
comunicato

LIBERTÀ PER BAHAR KIMYONGÜR

NO ALL’ESTRADIZIONE IN TURCHIA

Il portavoce belga del Comitato contro l'ingerenza in Siria, autore di molti articoli (vedi anche “nuova unita” 5-6/2012) e pubblicazioni che dimostrano l’ipocrisia dei governi europei in Siria, è stato arrestato a Madrid in Spagna. Ora si trova ad affrontare l’estradizione nella tanto “democratica” Turchia - molto apprezzata dal governo italiano, in particolare dal Ministro degli esteri - che ha emesso un nuovo mandato internazionale di arresto segreto contro Bahar (che era stato assolto un decennio fa dalla giustizia belga per accuse arbitrarie).
Il governo turco, dopo la feroce repressione degli ultimi giorni contro i manifestanti - che rifiutano sfruttamento, oppressione di vent’anni di fascismo mascherato e austerità -, uccidendo, arrestando ed impedendo che i feriti siano curati, allarga la sua azione all’estero contro chi cerca di smascherare i piani dell’imperialismo europeo e statunitense contro la Siria.
Bahar è un militante non è un terrorista, è figlio di un minatore turco trasferitosi in Belgio. Terroristi sono coloro, come il genovese
Delnevo, che si è convertito all’islam, mentore di Osama bin Laden, lasciato libero di sostenere “siamo terroristi e il terrore è un obbligo nel credo di Allah” e reclutava altri italiani per combattere in Siria con i cosiddetti ribelli.
Solidarietà con Bahar condannando la violazione della libertà di espressione, una vendetta dei politici allineati con gli Stati Uniti, Israele e Turchia!

Libertà per Bahar e di lotta contro la guerra!

 


10 giugno 2013 redazione
editoriale

Nuovi attacchi per impedire le lotte del lavoro
Opporsi subito al Patto sociale e all’accordo sulla rappresentanza più arretrato del modello Marchionne. L’ennesimo attacco alle libertà sindacali e di sciopero

La crisi economica spinge i padroni e i loro rappresentanti politici, istituzionali e sindacali a stabilire nuove regole per salvaguardare al meglio i loro profitti. Tanto per portare un esempio infatti è già stato utilizzato nel riassetto Tronchetti Provera-Malacalza.
Se nei periodi precedenti i padroni si accontentavano di garantire a Cgil–Cisl–Uil il 33% delle RSU (cioè un terzo) oggi nella crisi, quando il conflitto fra capitale e lavoro aumenta vogliono garantirgli d’ufficio il 100% della rappresentanza.
In questo contesto Cgil, Cisl e Uil (e Landini l‘ha definito un passo avanti…) hanno firmato un accordo che sancisce la piena applicazione di quello del 28 giugno 2011, e dà il via alle deroghe ai contratti nazionali, estendendo a tutti condizioni sempre peggiori, con Confindustria – il cui presidente vanta come il maggior pregio – il nuovo patto sulla rappresentanza che è ancora più antidemocratico e filo padronale dei precedenti. Ormai non solo i padroni decidono con quali sindacati trattare, ma decidono anche quali sindacati devono rappresentare i lavoratori. È la sostanziale vittoria di Bonanni che non si fermerà e chiederà, dopo l’accordo, una legge per colpire ulteriormente.
Una volta i rappresentanti dei lavoratori erano scelti dagli stessi lavoratori, sebbene per noi la vera rappresentanza che hanno potuto avere sono stati i Consigli di Fabbrica e a loro bisogna ritornare, adesso i rappresentanti dei lavoratori non li decidono più liberamente i lavoratori, ma direttamente il padrone.
Indebolire la parte più avanzata e combattiva del movimento operaio, insieme alle manganellate è la linea della borghesia per prevenire un potenziale sviluppo dello scontro sociale. Con questo accordo, di fatto, l’Italia è il paese europeo con le più basse garanzie sindacali, perfino il diritto di sciopero viene affidato alle direzioni di categoria.

La stessa Rete
28 Aprile in un comunicato riporta:  “Le nuove regole stabiliscono che potranno partecipare alla elezione dei rappresentanti sindacali solo liste presentate da Cgil, Cisl e Uil o da altri sindacati che sottoscrivono il patto a condizione che rinuncino ad ogni azione di sciopero e accettino gli accordi decisi a maggioranza dagli stessi sindacati firmatari. Per i padroni il principio democratico della rappresentanza é: prima mi dici che sei d’accordo, poi ti siedi al tavolo. Infatti, la conta degli iscritti e dei voti, che garantisce la presenza alle trattative di chi ha più del 5%, si fa solo tra i firmatari del patto, cioè tra chi ha già detto che accetterà l’accordo, quale che sia. Non solo. Il patto punta a impedire il dissenso interno alle stesse organizzazioni firmatarie. Infatti, secondo le clausole del patto, se un delegato non risulta più iscritto all’organizzazione sindacale con cui è stato eletto (se si è dimesso o è stato espulso per dissenso, appunto), decade da delegato. In questo modo s’impedisce la presenza nelle rappresentanze dei delegati e delle delegate più fedeli alle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, li si fa decadere e, avendo perso le tutele proprie dei delegati, li si espone alle vendette dei padroni, peraltro oggi più facili anche grazie alla manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Insomma, i delegati rispondono all’organizzazione e non ai lavoratori. Si fa molta propaganda sul fatto che l’accordo garantirebbe la verifica democratica del consenso delle lavoratrici e dei lavoratori sulle intese contrattuali. Non è vero. In realtà sui contratti non si garantisce alcun referendum vincolante ma solo ”una consultazione certificata a maggioranza semplice”. Cioè al massimo assemblee gestite e “certificate” dagli stessi sindacati firmatari. Senza accordo tra i firmatari, il referendum non c’è. Sugli accordi aziendali valgono le regole dell’accordo del 28 giugno 2011, cioè le deroghe e non è previsto alcun voto delle lavoratrici e dei lavoratori ma basta la maggioranza della RSU, che ricordiamo, sarà eletta solo su liste presentate dai sindacati firmatari. Il patto introduce una pesantissima limitazione al dissenso, con il cosiddetto principio di esigibilità voluto dalla Confindustria: i padroni, mentre peggiorano le condizioni dei lavoratori, pretendono anche che essi rinuncino alle lotte o alle cause legali. E Cgil, Cisl e Uil sono d’accordo. L’intesa prevede che nei prossimi contratti si inseriscano le sanzioni contro chi trasgredisce e sciopera. È molto grave che anche il gruppo dirigente della Fiom, insieme a quello della Cgil, esalti l’accordo, mentre proprio tre anni fa la Fiom disse giustamente NO all’accordo in Fiat di Pomigliano. La verità è che questo accordo è il modello Fiat esteso a tutti i luoghi di lavoro. Chi non ci crede ha un modo molto semplice di verificarlo: leggere il testo dell’accordo!“.
Non possiamo restare a guardare che il peso del capitalismo sia fatto pagare ai lavoratori. È indispensabile mobilitarsi, sulla base dell’unità di classe, in ogni luogo di lavoro contro questa intesa voluta per mantenere la “pace sociale” e contro il governo di larghe intese nel quale è inserita. Governo che, oltre a riportare indietro tutto il mondo del lavoro, vuole imporre la revisione della Costituzione e le riforme istituzionali a proprio uso e consumo per mantenere la propria esistenza e di quella dei capitalisti – sempre alla ricerca del massimo profitto - dei quali è il comitato d’affari. Di fronte ai continui attacchi alle condizioni di vita con lo smantellamento dello stato sociale e di lavoro (disoccupazione, precariato, sfruttamento) della classe lavoratrice e all’avanzare del processo di fascistizzazione, dell’imperialismo e di chi detta legge sul piano internazionale: Banca Mondiale, FMI, WTO ecc. e tutti gli organismi di rapina e distruzione delle economie nazionali procurando miseria e fame, c’è un’unica soluzione: lottare per gli interessi della propria classe senza farsi intimidire fino all’abbattimento della società capitalista per la conquista del potere politico.


20 aprile 2013 redazione
editoriale Aprile

Nessuna pace sociale

È ora che il movimento operaio si ponga il problema della presa del potere
In questi giorni c’è tanto caos sotto il cielo, tranne per alcuni avvenimenti: la nomina del Papa, la difesa dei militari della Marina accusati di omicidio, il calo del silenzio sul finanziamento pubblico, quindi su
stipendi d’oro ad amministratori delegati, notabili, clero, sull’acquisto degli F35, sul finanziamento delle grandi opere ecc.
Un Papa si dimette, erano secoli che non succedeva, ma la decisione è salutata come saggia e opportuna e approvata all’unanimità da tutte le forze clericali e politiche, e naturalmente benedetta dai vertici delle istituzioni cattoliche che di chiesa se ne dovrebbero intendere. Arriva un altro Papa, si chiama Francesco, apporta qualche modifica nello stile dei regnanti del Vaticano e giù tutti ad esaltarlo. L’operazione è riuscita: togliere un Papa altezzoso, screditato e col passato filonazista per sostituirlo con uno che sì, è stato zitto nell’Argentina del colpo di Stato di Videla (voci messe sapientemente a tacere), ma che è l’uomo giusto al momento giusto per far dimenticare gli scandali finanziari e bancari, di corruzione e di pedofilia che permeano la Chiesa, che parla ai poveri (per convincerli a rimanere tali) in un paese come l'Italia, come nel resto del mondo, dove la povertà sta diventando il problema di grandi masse popolari.

Allineamento totale anche per il caso dei cosiddetti marò che al largo dell’India uccidono due pescatori scambiandoli per pirati del mare. Il Governo postelettorale, ma ancora in carica, decide addirittura di tenerli in Italia a fine permesso elettorale. Il reazionario Terzi si dimette ed è un bene, scatenando una vergognosa canea nazionalista che porta i fascisti di Casapound (diretti, guarda caso, dall’ing.
Luigi Di Stefano,  autore della perizia difensiva volta a scagionare i due marò) pronti a scatenare una guerra contro l'India mentre il sindaco Alemanno insieme alla Meloni e a quelli di Fratelli d'Italia fa una manifestazione nostalgica ed eversiva tra saluti romani e baci alla bandiera della famigerata X Mas, alla faccia della Costituzione. Viene celata la verità sul perché questi militari della Marina italiana svolgono funzioni di difesa di un mercantile privato. Pagati dallo Stato a difesa della proprietà privata, è questo il loro senso di difesa della patria, difendere con le armi gli interessi dei capitalisti in tutto il mondo.
I marò tornano in India, il Papa riempie le piazze di propri fan il governo non cade e il "salvatore Monti" si prende anche la Farnesina. La vergogna è nascosta sotto il tappeto, le istituzioni si "salvano" ma ancora rimangono aperte le contraddizioni derivanti dai risultati delle tanto auspicate elezioni.

Ancora una volta abbiamo potuto constatare quanto siano stupidi e staccati dalla realtà i revisionisti e i riformisti del PD che, boriosamente, pensavano di avere la vittoria in tasca, sottovalutando quanto gli elettori siano influenzabili da false promesse, quando questi sono stati privati da anni da coscienza critica e abitudine alla partecipazione attiva. È bastato l’urlo (e la lettera personale) di Berlusconi sulla restituzione dell’IMU e sul condono tombale per far salire il consenso verso il PdL (che pure ha perso la metà dei voti).
L’affermazione del movimento 5Stelle, andato oltre le sue stesse aspettative, ha raccolto voti sulla base del malcontento, utile ad arginare il crescente e più pericoloso astensionismo, un voto di protesta che ha annientato Rivoluzione civile, un ammasso dove Di Pietro è considerato di sinistra e la “sinistra” rappresentata dal Prc di Ferrero e dal Pdci di Diliberto rinunciano ai loro stessi simboli, in cui non hanno peraltro mai creduto, illudendosi (dopo la dèbacle targata Arcobaleno) di rientrare in Parlamento con un magistrato alla testa senza programma immediato né futuro.
La scelta di votare M5S - da parte degli strati popolari è stata voglia di cambiamento contro questo sistema di corruzione e collusione. Una giusta rabbia popolare male indirizzata. Che rischia di instradare l'opinione pubblica sugli effetti più appariscenti del sistema capitalista e non sulle cause profonde che le determinano. Tra posizioni qualunquiste di superamento tra destra e sinistra, strizzate d'occhio ai fascisti e incontri con poteri statunitensi, molto interessati a destabilizzare l’Italia e con lei l’Europa, nel quadro della lotta tra potenze imperialiste, difendono il mercato e la proprietà privata baluardi del sistema capitalista, attenuando le loro critiche alle multinazionali, alla stessa UE, mentre tacciono sulla Nato. Un successo paragonabile al fenomeno della Lega Nord al momento della sua nascita, quando D'Alema la definiva addirittura una "costola della sinistra", vera stampella della destra liberista, con le sue posizioni xenofobe e razziste e che nonostante i miseri risultati delle ultime elezioni resta pericolosa per la sua presenza concentrata nel nord.
L’unico cambiamento per il proletariato e le masse popolari è prendere il potere attraverso il proprio Partito comunista e non – ancora una volta – affidandosi ad un movimento ambiguo e delegando a eterogenei parlamentari che si trovano a rappresentare sia l’operaio che l’imprenditore. Interessi completamente contrastanti! E neppure si vince con le illusioni elettorali e parlamentari. I comunisti il potere lo prendono solo attraverso la rivoluzione proletaria perché devono abbattere lo Stato capitalista dei borghesi e dei loro servi per edificare una nuova società, uno Stato socialista, dov’è eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il PD ha vinto di misura e tutte le sue illusioni, il suo opportunismo, il suo revisionismo si sono infranti anche nella formazione del governo. Le ”difficoltà” di formare il governo postelettorale e trovare il nome per il prossimo presidente della Repubblica sono frutto delle contraddizioni della borghesia che in questa crisi capitalista privilegia
privatizzazione, distruzione di interi comparti produttivi, internazionalizzazione delle società monopolistiche che hanno accumulato grandi quantità di capitali peggiorando le condizioni di vita e di lavoro del movimento operaio costretto ad un’estenuante lotta di difesa. Incrementando la repressione del movimento operaio e rivoluzionario, la militarizzazione dell'economia e il dispiegamento della guerra imperialista.
Opportunisti e revisionisti con il concetto della "difesa dei lavoratori" mantengono ancora un certo legame con il movimento operaio attraverso i sindacati Confederali, a partire dalla Cgil. Difesa che è sempre meno di tipo economico e sempre più di conciliazione con la borghesia e di favorimento dei monopoli, contrario agli interessi operai e ai loro più elementari diritti conquistati in decenni di lotte. Come sosteneva Lenin "L'opportunismo consiste nel sacrificare gli interessi fondamentali delle masse agli interessi temporanei di un'infima minoranza di operai, oppure, in altri termini, nell'alleanza di una parte degli operai con la borghesia contro la massa del proletariato".
Il loro intento è quello di garantire la pace sociale, la gestione delle imprese private e pubbliche, frenare la risposta operaia che possa trasformarsi - come conseguenza dell'aumento della sua combattività e della sua organizzazione - nello sviluppo della coscienza di classe, del passaggio di coscienza di classe in sé a coscienza di classe per sé, in alternativa rivoluzionaria al capitalismo agonizzante. In sintesi imporre un “patto sociale” per incatenare il movimento operaio scaricando sulle sue spalle le contraddizioni scoppiate con la crisi capitalista: tentare di frenare la tendenza alla caduta del tasso di profitto favorendo il ciclo di riproduzione allargata del capitale intensificando lo sfruttamento.
L’affossamento del tentativo di Bersani e l’affidamento di
Napolitano – che continua ad agire come fossimo una Repubblica presidenziale nella quale il Parlamento è svuotato - a due commissioni ristrette e da lui nominate con il compito di elaborare il programma immediato su cui affrontare la crisi rappresenta, ancora una volta dopo l’incarico al Governo Monti, l’esigenza dei poteri forti: Usa, Nato, UE, Vaticano e Confindustria.
Il ruolo coperto dal revisionismo, che si manifesta anche livello internazionale e che sostiene che le condizioni socio-economiche sono cambiate, si manifesta apertamente ostile al marxismo rifiutando i principi fondamentali della sua scienza e della teoria della lotta di classe (
propria dell’epoca imperialista) che sta alla sua base e che ci ha portato in una crisi sistemica che dimostra in modo lampante il fallimento del capitalismo.
Come comunisti siamo obbligati a lottare contro le posizioni di destra e di falsa sinistra che cercano di adattare il movimento operaio alle posizioni di classe del nemico, con un attacco frontale e senza compromessi fino all’abbattimento del sistema capitalista generatore delle contraddizioni che lo mantengono in posizione sottomessa.


28 aprile 2013 redazione
comunicato

NO AI GOVERNI BORGHESI

Il governo del rieletto Presidente Napolitano – molto gradito all’estero, in particolare agli Stati Uniti - è stato presentato con enfasi perché di larghe intese, di conciliazione, per la presenza femminile (non importa se competenti o no), in particolare per la ministra di origini congolesi. Un misto di tecnici e politici cattolici e con legami con Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere, che ha sancito la vittoria del PdL al quale sono andati i posti chiave: interni e vicepresidenza, difesa, infrastrutture e trasporti, politiche agricole, sanità. Riforme istituzionali. Per il PD posti a vecchi democristiani – come la presidenza del Consiglio - a garanzia dell’Europa, delle banche, della BCE.  

Berlusconi si pavoneggia per prendersi tutti i meriti dell’intesa per la costituzione di un governo arrivato dopo tanta attesa, mentre il PD – che era già in agonia nonostante fosse stato il più votato - è lacerato dalle differenti posizioni interne. Sono cadute tutte le dichiarazioni del “Mai un governo con il Pdl” e ora deve perfino fare i conti con Gaetano Quagliarello al quale sono state affidate le riforme costituzionali, così finalmente Berlusconi e soci riusciranno ad affossare la Costituzione e voleranno le riforme “ad personam”.

Il Governo passerà al Parlamento per tutti i richiami al senso di responsabilità che aleggia da tempo e per il ricompattamento del PD di fronte alla sparatoria di un disperato, ma sapientemente strumentalizzato per l’accelerazione del processo di fascistizzazione. E si apre la corsa per i posti di sottosegretario.

Per noi è un vecchio governo, un altro comitato d’affari della borghesia e dell’imperialismo che non affronterà i veri problemi del movimento operaio e delle masse popolari perché gestirà le esigenze economiche richieste dall’Europa e dagli industriali. Che si rifletterà sul piano sociale, complici i sindacati confederali, con il “patto tra produttori” tanto caro alla Confindustria.

Per questo ribadiamo la necessità di abbattere con la lotta popolare e di massa questo governo nella prospettiva strategica dell'abbattimento del sistema capitalista e della costruzione di una società socialista. Che non si ottiene con singoli gesti di disperazione o con la violenza individuale e nichilista, ma con la rivoluzione proletaria.


15 aprile 2013 redazione
25 APRILE
25 Aprile

Nel segno dell’antifascismo

Carla Francone

Il 3 aprile scorso Alemanno, sindaco della capitale d’Italia, ha utilizzato il Colosseo (nonostante le sue precarie condizioni, tanto che la Soprintendenza aveva negato l’autorizzazione) per una vera e propria riedizione del ventennio. Tema della discesa in piazza il sostegno ai marò - quelli che hanno ucciso due pescatori scambiandoli per pirati mentre difendevano un mercantile privato, ovvero militari della marina militare pagati con le nostre tasse a difesa dei capitalisti - e che, per la loro difesa si è schierato e omologato tutto il mondo politico con l’intenzione di distoglierci dai veri problemi della società. Bandiere della X Mas (baciata dal sindaco), vessilli della Repubblica di Salò sventolanti è il “me ne frego” della Costituzione dei “Fratelli d’Italia” e soci. Ma non releghiamo questa iniziativa ad un gruppo di vecchi reduci nostalgici, c’erano anche i giovani.

È l’ennesima violazione della stessa Costituzione borghese.

Riscrivere la storia e mistificare tutta la Resistenza condizionando soprattutto le giovani generazioni non è solo attribuibile all’ideologia di destra. I fascisti sono stati sdoganati da quei partiti revisionisti attraverso l’equiparazione dei repubblichini di Salò ai partigiani (primo fra tutti Violante), la strumentalizzazione delle foibe (sostenuta dal Presidente della Repubblica), l’enfatizzazione del 2 giugno e del 4 novembre nel segno dell’unità nazionale e della conciliazione, la riabilitazione della battaglia di El Alamein. I politici – destra e “sinistra” uniti - si sono inventati date della memoria, del ricordo, della libertà (9 nov.), titolano strade a individui e tragici avvenimenti fascisti, costruiscono monumenti come quello a Rodolfo Graziani (130mila euro della regione Lazio), un criminale di guerra condannato a 19 anni di carcere dei quali ha scontato solo 4 mesi per amnistie varie ecc. per svuotare sempre più e più velocemente di contenuti e dei suoi effettivi valori la Resistenza e la celebrazione del 25 Aprile.

I partigiani muoiono, e con loro finisce la testimonianza diretta di una Resistenza che non è stata solo liberazione dal nazi-fascismo, ma ha rappresentato – insieme agli scioperi antifascisti del movimento operaio - il punto più alto di capacità egemonica raggiunta dal movimento operaio italiano nella storia nazionale e nella lotta di classe vissuta dalle masse lavoratrici. I partigiani si sono sacrificati per cambiare la società e sono stati traditi dall’opportunismo dei loro stessi vertici che già nel dopoguerra hanno riabilitato tutti quelli compromessi con il regime fascista, a partire da Almirante che fu torturatore dei partigiani riconosciuto dagli stessi tribunali e che poi si è seduto in Parlamento sviluppando tutta la galassia fascista che ci ritroviamo ancora oggi in tutte le città.

La storia, quindi, viene riscritta dalla borghesia a suo uso e consumo scaricando i propri crimini su altri – in particolare sui comunisti - e, forte dei suoi mezzi economici può contare sui mezzi di informazione e su intellettuali prezzolati.

È una vera e propria offensiva reazionaria. Un’operazione per autoassolversi dalle responsabilità del capitale. I campi di sterminio nazi-fascisti – dove oltre agli ebrei sono finiti tutti coloro che ostacolavano e sfidavano il “nuovo” ordine -, i milioni di proletari mandati al macello nella 2° guerra mondiale, i morti e gli invalidi non sono conseguenza della politica dei padroni e delle multinazionali legate all’industria militare, ma diventano egoismo, invidia, istinto violento.

L’aspetto culturale è uno degli strumenti messi in campo dal capitale. La crisi mondiale che acuisce la concorrenza e la guerra economico-finanziaria si trasforma in guerra militare per la conquista di nuovi mercati. Le aggressioni militari che, a seconda di chi le gestisce, prendono il nome di “guerra umanitaria” con “bombe intelligenti” (finite tutte nel mar Adriatico) o guerra preventiva (e permanente); devastano paesi con l’uso delle armi chimiche, batteriologiche, nucleari, trasformano chi lotta in “terroristi” come ieri chiamavano banditi i partigiani per giustificare le torture e le uccisioni di milioni di persone inermi. Le stragi di Stazzema, Forno, Marzabotto, Monte Crocetta, Boves, Borgo Ticino, Cavriglia, le stesse Fosse Ardeatine ecc. sono lì a confermarle.

Oggi il fascismo non si presenta nella sua natura di aperta dittatura, ma i fascisti sono lì pronti come sempre a fiancheggiare il sistema capitalista industriale e finanziario, la borghesia. Insieme a loro opportunisti e revisionisti che sono a servizio del capitale nell’annullamento delle differenze di classe in un progetto di unità nazionale che si trasforma in repressione delle lotte più avanzate della classe lavoratrice. Ricordiamo le recenti gravissime misure restrittive a tre sindacalisti del Si-Cobas di spostarsi da Milano a Piacenza e i licenziamenti politici.
Noi vogliamo anche legare il nostro antifascismo con la lotta antimperialista. Nostra per quanto riguarda la partecipazione dell’Italia in guerre neocolonialiste (in completa violazione dell’art. 11 della Costituzione), per la presenza delle Basi Usa-Nato sul nostro territorio; per la costruzione del più grande Hub militare a Pisa e quella dei popoli che resistono in ogni parte del mondo – nell’unità partigiani di ieri e di oggi e nell’ideale che accomuna la lotta di ieri e di oggi che non è quella di essere vittime dell’imperialismo, ma è l’affermazione del diritto alla resistenza per la liberazione. Legittimo diritto dei popoli in risposta alle invasioni, sempre studiate a tavolino per anni e sempre per incrementare il massimo profitto rapinando i paesi delle proprie risorse.

L’antifascismo non si può sottovalutare. Non si tratta di celebrare il 25 Aprile con sterili quanto inutili deposizioni di corone d’alloro o con retoriche manifestazioni istituzionali. Si tratta di trasformarlo in antifascismo militante per combattere i rigurgiti che tentano di conquistare consenso con la demagogia di tipo sociale e al tempo stesso aggrediscono militanti, immigrati, donne, gay ecc. Ed essere conseguenti nel capire tutto il processo di fascistizzazione che permea ogni aspetto della nostra vita e della società e smascherare ad ogni livello la reale natura del fascismo lottando e organizzandosi in modo permanente.


15 aprile 2013 redazione
editoriale
Nessuna pace sociale
È ora che il movimento operaio si ponga il problema della presa del potere

In questi giorni c’è tanto caos sotto il cielo, tranne per alcuni avvenimenti: la nomina del Papa, la difesa dei militari della Marina accusati di omicidio, il calo del silenzio sul finanziamento pubblico, quindi su stipendi d’oro ad amministratori delegati, notabili, clero, sull’acquisto degli F35, sul finanziamento delle grandi opere ecc.
Un Papa si dimette, erano secoli che non succedeva, ma la decisione è salutata come saggia e opportuna e approvata all’unanimità da tutte le forze clericali e politiche, e naturalmente benedetta dai vertici delle istituzioni cattoliche che di chiesa se ne dovrebbero intendere. Arriva un altro Papa, si chiama Francesco, apporta qualche modifica nello stile dei regnanti del Vaticano e giù tutti ad esaltarlo. L’operazione è riuscita: togliere un Papa altezzoso, screditato e col passato filonazista per sostituirlo con uno che sì, è stato zitto nell’Argentina del colpo di Stato di Videla (voci messe sapientemente a tacere), ma che è l’uomo giusto al momento giusto per far dimenticare gli scandali finanziari e bancari, di corruzione e di pedofilia che permeano la Chiesa, che parla ai poveri (per convincerli a rimanere tali) in un paese come l'Italia, come nel resto del mondo, dove la povertà sta diventando il problema di grandi masse popolari.
Allineamento totale anche per il caso dei cosiddetti marò che al largo dell’India uccidono due pescatori scambiandoli per pirati del mare. Il Governo postelettorale, ma ancora in carica, decide addirittura di tenerli in Italia a fine permesso elettorale. Il reazionario Terzi si dimette ed è un bene, scatenando una vergognosa canea nazionalista che porta i fascisti di Casapound (diretti, guarda caso, dall’ing.
Luigi Di Stefano,  autore della perizia difensiva volta a scagionare i due marò) pronti a scatenare una guerra contro l'India mentre il sindaco Alemanno insieme alla Meloni e a quelli di Fratelli d'Italia fa una manifestazione nostalgica ed eversiva tra saluti romani e baci alla bandiera della famigerata X Mas, alla faccia della Costituzione. Viene celata la verità sul perché questi militari della Marina italiana svolgono funzioni di difesa di un mercantile privato. Pagati dallo Stato a difesa della proprietà privata, è questo il loro senso di difesa della patria, difendere con le armi gli interessi dei capitalisti in tutto il mondo.
I marò tornano in India, il Papa riempie le piazze di propri fan il governo non cade e il "salvatore Monti" si prende anche la Farnesina. La vergogna è nascosta sotto il tappeto, le istituzioni si "salvano" ma ancora rimangono aperte le contraddizioni derivanti dai risultati delle tanto auspicate elezioni.

Ancora una volta abbiamo potuto constatare quanto siano stupidi e staccati dalla realtà i revisionisti e i riformisti del PD che, boriosamente, pensavano di avere la vittoria in tasca, sottovalutando quanto gli elettori siano influenzabili da false promesse, quando questi sono stati privati da anni da coscienza critica e abitudine alla partecipazione attiva. È bastato l’urlo (e la lettera personale) di Berlusconi sulla restituzione dell’IMU e sul condono tombale per far salire il consenso verso il PdL (che pure ha perso la metà dei voti).
L’affermazione del movimento 5Stelle, andato oltre le sue stesse aspettative, ha raccolto voti sulla base del malcontento, utile ad arginare il crescente e più pericoloso astensionismo, un voto di protesta che ha annientato Rivoluzione civile, un ammasso dove Di Pietro è considerato di sinistra e la “sinistra” rappresentata dal Prc di Ferrero e dal Pdci di Diliberto rinunciano ai loro stessi simboli, in cui non hanno peraltro mai creduto, illudendosi (dopo la dèbacle targata Arcobaleno) di rientrare in Parlamento con un magistrato alla testa senza programma immediato né futuro.

La scelta di votare M5S - da parte degli strati popolari è stata voglia di cambiamento contro questo sistema di corruzione e collusione. Una giusta rabbia popolare male indirizzata. Che rischia di instradare l'opinione pubblica sugli effetti più appariscenti del sistema capitalista e non sulle cause profonde che le determinano. Tra posizioni qualunquiste di superamento tra destra e sinistra, strizzate d'occhio ai fascisti e incontri con poteri statunitensi, molto interessati a destabilizzare l’Italia e con lei l’Europa, nel quadro della lotta tra potenze imperialiste, difendono il mercato e la proprietà privata baluardi del sistema capitalista, attenuando le loro critiche alle multinazionali, alla stessa UE, mentre tacciono sulla Nato. Un successo paragonabile al fenomeno della Lega Nord al momento della sua nascita, quando D'Alema la definiva addirittura una "costola della sinistra", vera stampella della destra liberista, con le sue posizioni xenofobe e razziste e che nonostante i miseri risultati delle ultime elezioni resta pericolosa per la sua presenza concentrata nel nord.

L’unico cambiamento per il proletariato e le masse popolari è prendere il potere attraverso il proprio Partito comunista e non – ancora una volta – affidandosi ad un movimento ambiguo e delegando a eterogenei parlamentari che si trovano a rappresentare sia l’operaio che l’imprenditore. Interessi completamente contrastanti! E neppure si vince con le illusioni elettorali e parlamentari. I comunisti il potere lo prendono solo attraverso la rivoluzione proletaria perché devono abbattere lo Stato capitalista dei borghesi e dei loro servi per edificare una nuova società, uno Stato socialista, dov’è eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il PD ha vinto di misura e tutte le sue illusioni, il suo opportunismo, il suo revisionismo si sono infranti anche nella formazione del governo. Le ”difficoltà” di formare il governo postelettorale e trovare il nome per il prossimo presidente della Repubblica sono frutto delle contraddizioni della borghesia che in questa crisi capitalista privilegia privatizzazione, distruzione di interi comparti produttivi, internazionalizzazione delle società monopolistiche che hanno accumulato grandi quantità di capitali peggiorando le condizioni di vita e di lavoro del movimento operaio costretto ad un’estenuante lotta di difesa. Incrementando la repressione del movimento operaio e rivoluzionario, la militarizzazione dell'economia e il dispiegamento della guerra imperialista.

Opportunisti e revisionisti con il concetto della "difesa dei lavoratori" mantengono ancora un certo legame con il movimento operaio attraverso i sindacati Confederali, a partire dalla Cgil. Difesa che è sempre meno di tipo economico e sempre più di conciliazione con la borghesia e di favorimento dei monopoli, contrario agli interessi operai e ai loro più elementari diritti conquistati in decenni di lotte. Come sosteneva Lenin "L'opportunismo consiste nel sacrificare gli interessi fondamentali delle masse agli interessi temporanei di un'infima minoranza di operai, oppure, in altri termini, nell'alleanza di una parte degli operai con la borghesia contro la massa del proletariato".

 

Il loro intento è quello di garantire la pace sociale, la gestione delle imprese private e pubbliche, frenare la risposta operaia che possa trasformarsi - come conseguenza dell'aumento della sua combattività e della sua organizzazione - nello sviluppo della coscienza di classe, del passaggio di coscienza di classe in sé a coscienza di classe per sé, in alternativa rivoluzionaria al capitalismo agonizzante. In sintesi imporre un “patto sociale” per incatenare il movimento operaio scaricando sulle sue spalle le contraddizioni scoppiate con la crisi capitalista: tentare di frenare la tendenza alla caduta del tasso di profitto favorendo il ciclo di riproduzione allargata del capitale intensificando lo sfruttamento.

L’affossamento del tentativo di Bersani e l’affidamento di Napolitano – che continua ad agire come fossimo una Repubblica presidenziale nella quale il Parlamento è svuotato - a due commissioni ristrette e da lui nominate con il compito di elaborare il programma immediato su cui affrontare la crisi rappresenta, ancora una volta dopo l’incarico al Governo Monti, l’esigenza dei poteri forti: Usa, Nato, UE, Vaticano e Confindustria.

Il ruolo coperto dal revisionismo, che si manifesta anche livello internazionale e che sostiene che le condizioni socio-economiche sono cambiate, si manifesta apertamente ostile al marxismo rifiutando i principi fondamentali della sua scienza e della teoria della lotta di classe (propria dell’epoca imperialista) che sta alla sua base e che ci ha portato in una crisi sistemica che dimostra in modo lampante il fallimento del capitalismo.

Come comunisti siamo obbligati a lottare contro le posizioni di destra e di falsa sinistra che cercano di adattare il movimento operaio alle posizioni di classe del nemico, con un attacco frontale e senza compromessi fino all’abbattimento del sistema capitalista generatore delle contraddizioni che lo mantengono in posizione sottomessa.


18 marzo 2013 redazione
comunicato

CON  ALDO MILANI E I LAVORATORI IN LOTTA

La redazione di “nuova unità” e il Comitato comunista toscano esprimono solidarietà con il compagno Aldo Milani, sindacalista del SI Cobas, scomodo al potere perché non collaborazionista, colpito da un grave provvedimento restrittivo: la proibizione di entrare nel territorio di Piacenza per i prossimi 3 anni per aver sostenuto l’autorganizzazione dei lavoratori delle cooperative, e agli due compagni anche loro colpiti dalla repressione.
I padroni supportati dalle “forze dell’ordine” non accettano chi si mette alla testa delle lotte – in particolare quelle combattive che riguardano da parecchi anni il settore della logistica da Milano a Piacenza (anche dell’Ikea), indispensabili per migliorare le condizioni di supersfruttamento bestiale soprattutto degli immigrati, e contro i licenziamenti indiscriminati che buttano sulla strada i lavoratori quando li hanno ben spremuti per pochi euro.
Mentre in Parlamento si fanno i balletti sulle nomine e su chi gestirà il comitato d’affari della borghesia, nel mondo del lavoro si acuisce la violenza capitalista e vengono utilizzati metodi di mussoliniana memoria, la condanna extragiudiziale della privazione della libertà di circolare liberamente sulla base di una decisione presa direttamente dalla polizia. Un’eredità mai cancellata della dittatura fascista.
È sempre più necessario impegnarsi nella lotta di classe per impedire l’avanzata della fascistizzazione dello Stato e abbattere il sistema capitalista per costruire una società senza più sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


14 marzo 2013 redazione
comunicato

UN PAPA GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO!

L’Italia non ha un governo, ma il Vaticano ha il suo Papa. Un gesuita latinoamericano che si presenta umile anche nella scelta del nome: Francesco. Dopo il filonazista tedesco che ha fallito nella sua missione, il Vaticano alle prese con scandali di ogni tipo, dalle corruzioni ai pedofili, alle banche, si rifà il look e butta fumo negli occhi: cambiare tutto per non cambiare niente.
Tutto il mondo borghese e padronale, tutti i massmedia – colti di sorpresa - si allineano ed elogiano le doti del sobrio rappresentante (è l’era dei Mario!) . Ancora una volta la Chiesa, forte della sua esperienza di inganni millenari, sceglie un Papa funzionale alla crisi del capitalismo per convincere i poveri dei paesi industrializzati ad accettare la loro situazione e per frenare l’aspirazione alla liberazione dei popoli dell’America Latina. Con un occhio particolare all’Oriente in quanto a Buenos Aires era ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Argentina e sprovvisti di ordinario del proprio rito.
Jorge Mario Bergoglio viene dall’Argentina ed era già sacerdote nel tragico periodo del golpe Videla (1976-1981) che causò oltre 30mila tra morti e torturati. E gli somministrava pure la comunione. Un periodo in cui le gerarchie ecclesiastiche non erano proprio innocenti. È stato lo stesso dittatore Videla in un’intervista in carcere a rivelare le pesanti complicità delle gerarchie ecclesiastiche con il regime militare e a dire come l’allora nunzio apostolico Pio Laghi e l’ex presidente della Conferenza episcopale di Argentina Raul Primatesta assieme ad altri vescovi, abbiano concretamente dato al governo dei golpisti consigli su come gestire l’uccisione dei desaparecidos. La Chiesa cattolica mantenne stretti rapporti con i militari al potere e offrì i suoi “buoni uffici” al governo per informare della sorte atroce dei desaparecidos esclusivamente quelle famiglie che avessero scelto poi di non divulgare pubblicamente i crimini e di interrompere le proteste. Si sa anche che gli ufficiali che prendevano parte alla mattanza dei detenuti politici si sarebbero consultati con le autorità ecclesiastiche per ucciderli nella maniera “più cristiana e meno violenta” possibile: la soluzione era un’iniezione di penthotal per sedare le vittime che venivano poi buttate a mare da un aereo e che quindi affogavano. La somministrazione della ‘dolce morte’ ai dissidenti fu concordata con la Chiesa perché la fucilazione di migliaia di persone avrebbe destato le proteste del Papa e imbarazzato tutti quei prelati legati a doppio filo col regime.

L’umile Francesco era in quella chiesa e se nel 2005 ha perso l’elezione forse è perché a due giorni dal Conclave il quotidiano messicano ”La Cronica de Hoy” riferiva che contro Bergoglio era stata presentata una denuncia per presunta complicità nel sequestro di due missionari gesuiti il 23 maggio del 1976, durante la dittatura, appunto. Denuncia presentata dall'avvocato e portavoce delle organizzazioni di difesa dei diritti umani in Argentina, Marcelo Parilli che aveva chiesto al giudice Norberto Oyarbide di indagare sul ruolo di Bergoglio nella sparizione dei due religiosi a opera della marina militare”.

Con l’operazione Bergoglio la Chiesa cattolica si conferma così una potenza del sistema imperialista che manovra “dietro le quinte” per mantenere le masse oppresse e sottomesse.
I cattolici apprezzano il prescelto e lo inneggiano perché i cattolici non pensano, sono abituati ai dogmi e hanno la memoria corta. Come giustamente sosteneva Marx (che ricordiamo a 130 anni dalla sua morte): “la religione è l’oppio dei popoli, è il sostituto di una vera realizzazione di se stessi”, oggi è più che mai attuale. E ricorriamo ancora a Marx:In realtà gli uomini alienano il loro essere proiettandolo in un Dio immaginario solo quando l’esistenza reale nella società classista impedisce lo sviluppo e la realizzazione della loro umanità. Di conseguenza, per superare l’alienazione religiosa, non basta denunciarla, ma occorre cambiare le condizioni di vita. Quando la società sarà organizzata in modo tale che gli uomini possano realizzare i loro desideri, scomparirà la religione”.


5 marzo 2013 redazione
anniversario

Chi criminalizza Stalin?
La borghesia ha tutto l’interesse a criminalizzare Stalin per poter più facilmente demolire agli occhi dei proletari, che pagano sulla loro pelle la natura del capitalismo, qualsiasi ipotesi di riscatto e di rivoluzione sociale
A sessant'anni di distanza dalla sua morte, avvenuta il 5 marzo 1953, la figura di Stalin continua ad essere demonizzata ed attaccata dai borghesi appartenenti a tutte le correnti politiche, sia reazionarie che riformiste, i quali per lo più utilizzano argomenti forniti a suo tempo da Trotzkji ed agitati ancor oggi dai suoi seguaci. Si attacca Stalin per attaccare l'idea stessa di comunismo pretendendo di giudicare, con la pancia ben satolla, un movimento rivoluzionario di milioni di operai e di contadini che hanno avuto il coraggio di dare l'assalto al cielo tentando di costruire, secondi solo alla Comune di Parigi, uno Stato socialista.
Si parla di Stalin personalizzando uno scontro politico diretto da un partito, il Partito Comunista dell'Unione Sovietica, ben strutturato ed esperto nella lotta classe, anche in quella che si combatteva all'interno del Partito stesso, banalizzando la storia come se fosse possibile - di fronte a scelte strategiche quali potenziare l'industria pesante o l'industria leggera - non scontrarsi duramente per affermare la propria posizione.
L'operazione che viene fatta dall’apparato mediatico borghese è quella di ridurre la costruzione del socialismo ad una questione riguardante personalità diverse, per lo più distorte e nel caso di Stalin addirittura con tendenze criminali per giungere ad equiparare il comunismo con il nazismo. La borghesia ha tutto l’interesse a criminalizzare Stalin per poter più facilmente demolire agli occhi dei proletari, che pagano sulla loro pelle la natura del capitalismo, qualsiasi ipotesi di riscatto e di rivoluzione sociale.
A noi comunisti che, al contrario, perseguiamo l’obiettivo della società socialista come unica via d’uscita da questo sistema di oppressione e di sfruttamento interessa imparare dalla storia, dai successi e dagli errori di chi ci ha preceduto non per fare i giudici o i professorini ma per intervenire al meglio nella guerra di classe.
In questa ottica è importante valutare l'opera di Stalin e del Partito, la correttezza delle loro scelte in quel contesto storico e politico avendo ben chiaro che la rivoluzione non sta in schemi prefissati ma è un processo nel quale è necessario tenere conto di fattori inaspettati e spesso contradditori, con tempi e modi dettati dal processo stesso. È altrettanto importante spiegare e dimostrare ai lavoratori che tra il nazifascismo - ideologia che teorizza e pratica la disuguaglianza, l’oppressione e la discriminazione tra i popoli - ed il comunismo, portatore di ideali di eguaglianza e solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo non c’è mai stato, non c’è e non ci sarà mai alcun nesso possibile.
È consuetudine dei critici di Stalin decontestualizzare le scelte fatte dal Partito allo scopo di rendere ragionevoli e condivisibili i loro argomenti. Se noi, al contrario, collochiamo le stesse scelte nel loro contesto storico e politico vediamo che sono scelte assolutamente razionali e comprendiamo il motivo per cui il Partito le ha operate.

Il socialismo in un solo paese

Quasi tutti i maggiori marxisti del primo Novecento individuavano nella Germania, industrialmente sviluppata e con una classe operaia numerosa, il paese in cui per primo sarebbe scoppiata la rivoluzione socialista. La realtà si fece carico di smentire non il marxismo, ma quei “marxisti” che studiavano scolasticamente Marx ed Engels anziché utilizzare i loro insegnamenti per analizzare i processi sociali in corso: la rivoluzione che cambiò il secolo XX scoppiò in un paese feudale, con una classe operaia esigua ed un numero sterminato di contadini poveri ed analfabeti che solo la grande capacità teorica, pratica ed organizzativa di Lenin portò al potere. Questo dato di partenza estremamente negativo ha sicuramente condizionato lo sviluppo del sistema socialista sovietico e le valutazioni del Partito che, conscio di questa debolezza, vedeva il successo della rivoluzione in Germania come un fattore determinante per mantenere il potere e procedere più agevolmente, con l’apporto dell’industria e della tecnologia tedesca, alla trasformazione del paese.
Se i comunisti tedeschi avessero conseguito la vittoria anziché essere sterminati dal socialdemocratico Noske, la Storia, non solo sovietica, avrebbe preso un altro corso ma così non fu: la rivoluzione tedesca fu sconfitta e ai Bolscevichi non rimase altra strada che provare a costruire il Socialismo in un solo paese, sapendo che avrebbero pagato un prezzo elevatissimo.
Poiché una delle ricorrenti critiche a Stalin è appunto questa, sarebbe interessante sapere che cosa avrebbero fatto i suoi accusatori: avrebbero riportato il calendario a prima della rivoluzione? Si sarebbero scusati ed avrebbero dato il potere in mano ai menscevichi o ai cadetti, consegnandosi nelle mani della controrivoluzione?
La maggioranza del Partito fece l'unica scelta possibile e, contando sulla ricchezza morale e materiale dell'Unione Sovietica, procedette ancor più decisamente nella costruzione del socialismo, spingendo sull'acceleratore della collettivizzazione delle terre e sullo sviluppo dell'industria pesante. I risultati sono stati per decenni sotto gli occhi di tutti e ancora oggi, se si visita la Russia, è evidente la cesura tra l'epoca staliniana che, pur con errori che Stalin per primo riconobbe, riportava successi determinanti in quasi tutti i campi e il degrado successivo alla presa del potere da parte di Kruscev e dei suoi accoliti. Il palazzo del Partito al Cremlino, un obbrobrio di vetro e cemento voluto da Kruscev per celebrare il XX Congresso e costruito sulle macerie di un magnifico edificio storico distrutto appositamente, è ancora lì a testimoniare, anche dal punto di vista architettonico, la frattura tra l'epoca della rivoluzione e quella della controrivoluzione.
Il Patto Molotov-Ribbentrop
In maniera alquanto surreale una delle critiche rivolte a Stalin è quella di aver sottovalutato il rischio della guerra e dell’invasione nazista. In realtà già dagli atti del XVII Congresso del PCUS risulta venisse discussa l’ipotesi molto realistica di un’aggressione tedesca ai popoli slavi. Inoltre se si pensa che nel 1936 la Germania ed il Giappone firmarono un patto anticomintern, sottoscritto anche dall’Italia nel 1937 ma, soprattutto, che dal 17 luglio 1936 al 1° aprile 1939 si combatté la guerra civile spagnola cui l’URSS partecipò con 3000 uomini tra volontari (500), piloti ed istruttori militari non si capisce se chi sostiene che Stalin nutrisse illusioni in merito alla politica nazista sia più idiota o più in malafede. L’Unione Sovietica oltre agli uomini inviò in Spagna una quantità di materiale bellico (carri armati T-26, bombardieri Tupolev SB2, caccia I-15 e I-16) seconda solo a quella inviata dall’Italia a favore dei golpisti. Poiché era chiaro che la guerra civile spagnola si era trasformata nella prova generale della seconda guerra mondiale, la diplomazia sovietica si mosse a lungo per trovare un accordo con le democrazie borghesi per contenere il nazismo ma non ottenne risultati perché l’intenzione di Chamberlain, condivisa anche dai francesi, era quella di indirizzare la potenza bellica nazista contro l’URSS. Solo a questo punto Molotov e Ribbentrop firmarono il famigerato patto di non aggressione che stabiliva la divisione della Polonia tra le due potenze. Questo patto creò enormi problemi, politici e morali, ai partiti comunisti fratelli i cui militanti pagarono in prima persona questa scelta, giungendo addirittura come nel caso del PCF ad essere internati in campi di concentramento. Nondimeno oggi sappiamo, chiunque sia intellettualmente onesto sa, che questa scelta dolorosa permise al Partito di interporre ad ovest un cuscinetto territoriale tra le forze naziste ed il territorio dell’URSS e di acquistare tempo per procedere nella preparazione della guerra, aumentando la produzione di armi e spostando nel contempo le fabbriche ad oriente. È questo il periodo in cui si decise e si organizzò la guerra partigiana nei territori che si riteneva sarebbero stati occupati, coscienti del fatto che inizialmente l’Armata Rossa non sarebbe riuscita a fermare l’organizzatissimo esercito tedesco. La bandiera rossa che sventola a Berlino conclude questa Storia.

Stalin e la dittatura del proletariato

All’XI Congresso nel 1922 Giuseppe Stalin fu eletto Segretario Generale per la prima volta, carica che venne riconfermata fino alla sua morte. La sua longevità politica, insieme con il fatto che dagli scontri politici interni al Partito uscì quasi sempre vincitore, è uno degli argomenti che viene utilizzato dai suoi detrattori per definirlo un dittatore. In realtà Stalin ebbe la caratteristica, alquanto singolare per un dittatore, di convocare regolarmente e periodicamente Congressi che coinvolsero, ogni volta, milioni di iscritti al Partito ed in cui si discusse, come testimoniano gli atti dei Congressi stessi, di tutti i problemi che un partito al potere si trova ad affrontare, non solo la collettivizzazione delle terre e lo sviluppo dell’industria, ma anche i passaggi più spinosi e dolorosi delle epurazioni di massa e dei processi del 1938.
Poiché fino al XVIII Congresso che si svolse nel 1939 il PCUS mantenne tra un’assise e l’altra una cadenza inferiore ai due anni e mezzo, le posizioni politiche di Stalin furono largamente discusse e condivise dal corpo del Partito di conseguenza se di dittatura si trattò, e noi ne siamo convinti, non fu certo la dittatura di un singolo ma quella della classe operaia che esercitò il suo potere contro la borghesia, anche contro quella che si annidava dentro il Partito Comunista. Questa borghesia, più volte sconfitta, già nel primo dopoguerra rialzava la testa, attaccando Stalin proprio sulla conduzione della guerra. Al riguardo c’è una testimonianza importante in un libro stampato dal Museo della Resistenza di Leningrado che denuncia come la destra del Partito avesse azzerato, per indebolire la direzione staliniana, tutto il gruppo dirigente del Partito di Leningrado, quello stesso gruppo che aveva mantenuto la coesione della città nei tre anni di assedio. Questa lotta feroce che naturalmente non interessò solo Leningrado spiega come mai, per la prima volta nella storia del Partito, passarono ben tredici anni tra un congresso e l’altro (il XVIII Congresso nel 1939, il XIX Congresso nel 1952). Questo lasso di tempo è troppo lungo per essere giustificato solo dalla guerra, l’unica spiegazione plausibile è che i rapporti di forza tra le fazioni non avrebbero consentito la celebrazione di un congresso senza lacerazioni che, in piena guerra fredda, avrebbero avuto conseguenze disastrose. Quando finalmente nel 1952 fu convocato il XIX Congresso nell’intervento di Stalin si colse questa frattura ma l’attacco contro la destra non venne portato a fondo. Pochi mesi più tardi Stalin morì, pianto da milioni di proletari in tutto il mondo, e pochi anni dopo, nel 1956, al XX Congresso del PCUS il capo dei revisionisti Nikita Kruscev ne denunciò i crimini: il proletariato internazionale paga ancora oggi le conseguenze di quel tradimento.

 


10 febbraio2013 redazione
editoriale

CHI LOTTA PUÒ PERDERE, CHI NON LOTTA HA GIÀ PERSO
Una campagna elettorale a suon di demagogia per farci dimenticare le misure antioperaie e antipopolari che insieme hanno votato e nascondere il programma futuro antioperaio e antipopolare su cui insieme si sono già impegnati

Abbiamo finito l’anno con la prospettiva delle elezioni, ora siamo nel mezzo della campagna elettorale e giù tutti a correre alla conquista della poltrona con un sistema elettorale che nessuno ha voluto cambiare perché troppo “succoso”. Comprensibile per coloro che intendono la politica solo investiti del titolo di deputato o senatore. Non comprensibile né giustificabile per quelle forze che si richiamano alla sinistra. Corrono anche per importanti regioni: Lombardia e Lazio, dove si profila un becero federalismo per il nord e dove ci riprova, nel Lazio, il fascista della Destra Storace che, potremmo dire, ha già dato e anche male!
Ci hanno martellato con il bipolarismo e siamo davanti a 215 liste (da Cicciolina al Bunga, bunga), ma anche tante “satelliti” che confluiranno poi a sostenere gli schieramenti. Vogliono inculcarci che non c’è più destra e sinistra, ma solo il salvataggio dell’Italia, vogliono omologarci ed eliminare ogni dissidenza e fare avanzare i loro piani di Governi “stabili” (per meglio soggiogare) e guerrafondai (sono già pronti per intervenire in Mali e in Siria). Chi si esprime contro è tacciato di populismo, chi attacca il potere è antipolitico.
Come reagiranno gli elettori? Dimenticheranno il passato e si faranno nuovamente imbonire da nuove promesse berlusconiane o montiane? O si fideranno di nuove liste basate su un pericoloso populismo che non fa differenza tra destra e sinistra come Grillo o si faranno ingannare dai transfughi confluiti in Rivoluzione civile barattando il proprio simbolo e la propria identità per un posto in Parlamento? O crederanno ai programmi demagogici e pseudo sociali di formazioni di estrema destra?
Per noi votare nella situazione attuale di crescente e giustificata sfiducia delle masse verso un Parlamento che non le rappresenta - che ci costa circa
tre milioni di euro al giorno - e difficoltà dei comunisti per la mancanza del partito di classe dare indicazione di voto sarebbe una manifestazione di codismo oltre che di opportunismo. Per noi si tratta di boicottare il voto: annulliamo la scheda, indeboliamo i partiti della borghesia compreso i cosiddetti arancioni, i grillini e i sedicenti partiti comunisti.
Intanto la crisi avanza, è la crisi del capitalismo che, nonostante tutti i sacrifici cui costringono i lavoratori in Italia, in Europa e nel mondo non riusciranno a tamponare.
Il capitale massacra i lavoratori per sopravvivere. Con lo sfruttamento sul lavoro e psicologicamente con la Cig, la disoccupazione o, peggio, “esodandoli”. È proprio di questo mese la notizia che alla Fiat di Melfi si attuerà la CIGS fino al 31 dicembre 2014 mentre a Kragujevak impone turni massacranti per 320 euro al mese. Ancora aiuti al capitale e per tutta risposta Fiom-Cgil esprime “forte preoccupazione”.
Gli operai di varie aziende che chiudono (non sempre a causa della crisi), che delocalizzano alla ricerca del massimo profitto, si ingegnano con forme anche estreme di lotta – spesso con scarsi risultati per la frammentazione - o dure in piazza prendendo bastonate da quei governi i cui rappresentanti oggi stanno chiedendo il voto.
In alcuni casi scatta la solidarietà, ma è una solidarietà apparente, senza prospettiva perché non si trasforma in organizzazione, neppure ad un livello di coordinamento di lotte e di lavoratori per renderle più efficaci. Anzi sono sempre più condizionati dall’egemonia riformista e divisi in decine di sigle sindacali: scioperano i Cobas e non la Cgil e viceversa.
Altri si fidano delle istituzioni che li illudono con la ricerca di nuovi proprietari, incuranti che le new co. (nome assegnato a una nuova azienda che sorge da una ristrutturazione o da un progetto di creazione di una nuova azienda, start-up) sono proprio un’invenzione della borghesia e che i padroni fanno parte di un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Ma il problema non è tanto sindacale, quanto politico. E qui sta la difficoltà. Ritornare a pensare che la classe lavoratrice possa prendere il potere e mandare a casa - non con il voto con il quale non ci riuscirà mai finché i candidati sono individui che non rappresentano la classe lavoratrice - i capitalisti e tutti gli speculatori e i servi che li sostengono.
Parliamo di lotta di classe, la risposta alla dittatura, al dominio economico e politico della borghesia che usa e getta la manodopera che la arricchisce. Sappiamo che è difficile. Anni di pseudo riformismo rinunciatario, delega e opportunismo hanno cancellato il senso della militanza, della partecipazione.
Da anni il potere cerca di inculcare che il capitalismo porta il benessere per tutti e come esempio si esaltavano gli Stati Uniti dove oggi un americano su 6 è povero, i ricchi diventano sempre più ricchi e il ceto medio si proletarizza sempre più velocemente. "Proletarizzazione" del ceto medio che Marx aveva già previsto centocinquant'anni fa, segno dell'impoverimento progressivo di lungo termine generato dal capitalismo, specie nelle fasi di crisi del ciclo di accumulazione, come quella cui stiamo assistendo, dopo un quarantennio di altalenante quando irreversibile caduta tendenziale del saggio medio del profitto. Impoverimento per il quale Marx si prese l'epiteto di anacronista e dileggiatore del "sistema perfetto" per eccellenza!
L’assenza non solo di coscienza rivoluzionaria, ma anche di coscienza di classe fa perdere la bussola, bisogna ritrovarla. C’è solo un modo per superare questa crisi: la ricostruzione di un autentico Partito comunista, basata su una teoria vincente, quella marxista-leninista, per abbattere il sistema capitalista e instaurare il potere della classe operaia. Non è utopia, è già avvenuto, anche se per una serie di motivi – e di non secondaria importanza l’attacco dell’imperialismo e del Vaticano – la giovane esperienza socialista è stata demolita. Ma gli errori servono per migliorare ed è ora di cominciare a pensare che un altro ordinamento sociale è possibile se il proletariato si eleva a classe dominante e strappa il capitale alla borghesia.
E per dirla con Ernesto Guevara: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.

 

 

 

 

 


20 dicembre 2012 redazione
editoriale

NEL SEGNO DELLA GUERRA

 

Tagli su tutto, ma il Parlamento approva velocemente la legge sugli armamenti e la riforma dell’esercito. E a Bagnoli si paga una super sede per il comando Interforze

 

Dalle nostre pagine non manca mai la questione del lavoro né le indicazioni per come affrontarlo anche nel futuro, la denuncia del capitalismo. Ma quest’anno sono stati tre gli argomenti sui quali abbiamo puntato: il pericolo fascista e la crescente fascistizzazione dello Stato, la sanità, le spese militari. Tutti temi che, comunque, non sono slegati dal lavoro, e che si collegano tra loro.
Abbiamo messo in allarme sulla sanità quando non era neppure all’ordine del giorno dei mass-media che hanno aspettato le dichiarazioni di Monti - senza ovviamente coglierne tutta la sua gravità - che ha parlato di nuove forme di finanziamento, non di forme diverse. E che “le proiezioni di crescita economica e di invecchiamento della popolazione mostrano che la sostenibilità dei sistemi sanitari, incluso il nostro di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantita se non ci saranno nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni”. Non è così difficile capire che il sistema sanitario pubblico sia a rischio! Prima Berlusconi, poi Monti impongono pesanti tagli ai fondi del SSN: 900 milioni quest’anno, 4,3 miliardi nel 2013, 2,7 miliardi nel 2014. Il tutto accompagnato dall’incremento dei ticket sui farmaci e sulle prestazioni specialistiche che mette a durissima prova il proletariato, i disabili, gli esodati ecc; la riduzione dei posti letto, quindi dei ricoveri, accorpamenti dei servizi che si traduce in orari massacranti per il corpo sanitario e licenziamenti. Eppure la spesa per la sanità – garantita dalla stessa Costituzione (anche qui calpestata) in Italia è del 7% del Pil contro il 9% di Francia e Germania.

I balzelli non finiscono. Abbiamo appena pagato il saldo IMU che fa entrare nelle casse dello Stato 3 miliardi in più del previsto che dal 1 gennaio 2013 debutta una nuova imposta comunale (3 rate: aprile, luglio, ottobre) calcolata in base alla grandezza dell’abitazione e istituita con la manovra del dicembre 2011. Sostituisce Tia e Tarsu, ma introduce un nuovo balzello Sl dicembre 2011 manovra tobre) dell' previsto che dal 1 gennaio debutta una nuova tassa  per pagare i “servizi indivisibili comunali”, vale a dire verde pubblico (che già si paga a livello regionale), anagrafe, illuminazione.
Mentre si attacca la sanità lo Stato riaffida gli impianti industriali posti sotto sequestro a una società i cui vertici sono agli arresti domiciliari o latitanti. Il decreto salva-Ilva (sul quale si sono schierati subito i sindacati confederali) diventa così una sorta di condono ai Riva e dimostra come questo governo spacciato per tecnico sia, come i precedenti, dalla parte dei padroni e del potere capitalista.
Nel frattempo Monti è costretto alle dimissioni – col rammarico dei potenti di tutto il mondo -, non già dalla furia della popolazione, ma dal Pdl e Berlusconi che si prende la rivincita con un balletto: torno o non torno. Ma che se torna puntando sull’abolizione dell’Imu ha ottime probabilità di vittoria.
Ma che cosa lascia in sospeso il governo Monti? Di sicuro il

taglia Province e il regolamento dell’asta sulle frequenze tv (guarda caso!). È invece garantita la Legge di Stabilità con relativo Bilancio dello Stato (al momento in cui scriviamo, salvo l’ostruzionismo del Pdl)) e il salvataggio dei caccia F35 con riforma delle forze armate, legge che piace sia al Pdl che al Pd e approvata in tutta fretta e senza cambiare una virgola, alla Camera. Già, tutti d’accordo su come spendere soldi nella guerra e fare contento l’ammiraglio Di Paola, ministro della Difesa. Che si porta a casa la legge delega per riformare la struttura dell’esercito e, soprattutto, il budget per il suo ministero: oltre 22 miliardi di euro. Così arrivano anche i 90 F35 a lui tanto cari (senz’altro di più per noi!) pari a 12 miliardi. Felice anche Finmeccanica (forte dello sponsor Lega Nord), attiva nella tecnologia militare che da tempo chiedeva questa legge che finanzierà adeguatamente la sua produzione.
Arriviamo perciò alle elezioni con il “porcellum” perché dopo mesi di discussioni nessun partito ha voluto cedere sul premio di maggioranza ed è evidente che allo stato attuale il premio fatto su misura per Berlusconi torna utile al Pd. Ed è tutta una corsa alle liste. Nasce perfino quella arancione, di ucraina e dei monaci tibetani di controrivoluzionaria memoria, capitanata da De Magistris, sindaco di una città dove le fabbriche chiudono e la Nato apre una lussuosa sede per il Comando interforze (Jfc Naples) di 85mila metri quadri, inserita in un’area recintata ancora più vasta, già predisposta per future espansioni dove sono collocati 2.100 militari e 350 civili. Una sede – da dove vengono condotte le attuali operazioni militari in nord Africa e in altre parti del continente e quelle di accerchiamento e disgregazione della Siria - pagata con denaro pubblico in aggiunta al già abbondante budget statale. Ufficialmente è costata ufficialmente 165 milioni di euro, cui si aggiunge una cifra non quantificata per le dotazioni (600 km di cavi, 2mila computer, antenne satellitari) e le infrastrutture. L’Italia ha partecipato alla spesa con circa 200 milioni di euro, sia con la quota parte del costo di costruzione, sia con il «fondo per le aree sottoutilizzate» e la Provincia con circa 25 milioni. Ovviamente per De Magistris – ha «una posizione strategica rilevante nei piani per il mantenimento della pace nel mondo» mentre per l’ammiraglio statunitense Clingan, occorreva una sede adeguata a «un quartier generale di combattimento della guerra».
Dobbiamo dire che, dopo le stelle, questo colore - emblema di una delle dodici tribù di Israele, raffigurata sul pettorale del grande sacerdote di Gerusalemme, sulla corona del re o della regina d’Inghilterra  non ci mancava. Sicuramente mancava al naufrago Ferrero e al fantasma Federazione della sinistra che l’hanno subito adottato.

Ancora una volta tutti si tuffano nella tornata elettorale che contamina persino minuscoli partiti “comunisti” che continuano ad alimentare le illusioni elettorali. Fiumi di parole e accordi - più o meno sottobanco -, primarie, dichiarazioni roboanti per inculcare una falsa democrazia e spostare l’asse dalle reali esigenze della classe lavoratrice e delle masse popolari verso la presa di potere. Nessuno vuole rinunciare, tutti hanno amici da sistemare, altro che diminuire il numero dei parlamentari!

Nel clima di fascistizzazione che avanza in ogni campo perché i manovratori non siano disturbati e che dovrebbe preoccupare tutti, prima di una vera e propria svolta autoritaria, rientra l’incontro dei parlamentari italiani con una delegazione del parlamento ungherese di maggioranza di destra – che aspira ad entrare nell’Unione Europea - ed ha appena varato una Costituzione che limita ed abolisce diritti e libertà fondamentali, dalla giustizia all’economia. Il deputato Martin Gyongyosi, uno del gruppo, ha recentemente presentato la proposta di schedare tutti i cittadini ebrei ungheresi “che potrebbero essere un pericolo in caso di emergenza”. Ha usato lo stesso linguaggio di Hitler, mentre Jobbik, il partito fascista ha un’organizzazione giovanile chiamata “Guardia nera” che usa le stesse insegne dei fiancheggiatori di Eichemann (ufficiale delle SS, esperto di spostamenti nei campi di concentramento e rifugiato come molti altri nazisti in Argentina…) di 70 anni fa. Normali rapporti tra Stati? Di più. Balla, presidente della Commissione esteri e degno compare del guerrafondaio ministro Giulio Terzi, ha spiegato che non sono fascisti come sembrano!
Ci aspetta, quindi, un nuovo anno di lotte, ma soprattutto di impegno costante e profondo per arrivare alla formazione della coscienza di classe che faccia fare quel salto di qualità necessario ad abbattere il capitalismo.

 

 


27 novembre 2012 redazione
comunicato
ESPROPRIO E NAZIONALIZZAZIONE SENZA INDENNIZZO!!! I lavoratori ILVA sono di fronte all’ennesimo ricatto: lavoro o salute per Taranto e disoccupazione per gli operai degli impianti collegati, dalla Liguria al Piemonte, al Veneto. Dopo anni di inquinamento - passato in silenzio anche con la complicità dei sindacati confederali, di enormi guadagni (2,8miliardi in 10 anni per il 10° gruppo siderurgico al mondo), di corruzione - i padroni scappano lasciando le casse vuote e risolvono il problema chiudendo, cioè licenziando gran parte di operai senza copertura Cig e mettendone altri in ferie obbligate. A questa gravissima situazione i confederali non danno risposte, i lavoratori protestano e restano isolati - perché manca la solidarietà, un sindacato di classe, il partito comunista, cioè gli strumenti che coordinino e diano uno sbocco alle lotte - mentre la ministra Cancellieri si preoccupa dell’ordine pubblico… Il Governo è proiettato solo a salvare banche, capitali, mercati, Europa, a discapito anche della salute sulla quale sta calando la mannaia (altro che prevenzione!). Nessuna illusione che il Presidente della Repubblica, solerte a lanciare moniti, a dispiacersi delle morti sul lavoro, a piangere, risolva il problema. Così vale per Bersani (concentrato sulle primarie), per Vendola e gli altri politicanti proiettati a discutere una legge elettorale che li mantenga al potere. I lavoratori devono imporre con la lotta la nazionalizzazione! Espropriare quelle strutture produttive che i capitalisti usano solo per i propri profitti e poi se ne liberano dopo aver sfruttato per anni i finanziamenti a fondo perduto dello Stato e gli operai, come nel caso della Fiat.
18 novembre 2012 redazione
editoriale

NON BASTA RESISTERE
Il movimento operaio deve prendere coscienza della propria capacità e della propria forza e porsi come protagonista della propria liberazione
Da che cosa cominciare? Tranquilli non abbiamo il blocco dello scrittore è che non sappiamo da che parte incominciare tanti sono gli argomenti che continuano ad assillarci.

La crisi è ancora al centro e lo sarà per molto. Le conseguenze sulla vita della classe operaia – sempre più licenziata - e delle masse popolari sono tragiche, le misure barbare di austerità che i potenti della terra – FMI, BCE, UE, banche e governi impongono colpiscono tutta l’Europa. Noi italiani, dopo le continue rassicurazioni del governo Berlusconi che il paese stava bene, stiamo scivolando nella situazione ancora più drammatica in cui si trova la Grecia. Le similitudini sono molte compresa l’attività della destra. Noi non abbiamo mai smesso di sostenere che il fascismo è un pericolo e per molto tempo siamo passati per Cassandra, ora sembra che il movimento si renda conto di questa gravità. In Grecia, paese che ha vissuto in tempi più recenti dei nostri il fascismo e la dittatura militare, si è sviluppata Alba dorata con un consenso anche elettorale (come già la Le Pen in Francia). Un movimento razzista e xenofobo che agisce violentemente in combutta con la polizia di fronte al quale molti degli stessi greci si autocriticano per aver sottovalutato il fenomeno. Da noi gruppi di neofascisti sostenuti, alimentati e finanziati da partiti parlamentari come PdL, Fli, Destra di Storace, cercano di imporsi sui territori anche con una politica di tipo falsamente sociale. Falsamente perché strumentalizzano il malcontento e riattivano lo squadrismo, insito nella cultura di questa gentaglia. Alla vigilia dell’uccisione di due lavoratori senegalesi a Firenze Samp e Diop – per mano di un esponente di Casa Pound, a Pontedera (PI) un gruppo di Forza nuova con atteggiamenti nazisti ha fatto irruzione in un teatro al grido di slogan razzisti durante una cerimonia di consegna di attestati di cittadinanza italiana a 603 bambini nati in Italia da genitori stranieri.
Ma, come se non bastasse la recrudescenza dell’attività dei gruppi fascisti in Italia (come in Europa del resto), dal 4 novembre sul nostro territorio c’è anche la presenza della costola filonazista greca: Alba dorata. Fondata a Trieste da un ex dirigente di Forza nuova, Alessandro Gardossi, che da tempo coltiva rapporti di collaborazione con i fascisti greci (ricordiamo che il fascista Rauti fu il primo ad andare in Grecia a riconoscere il regime dei colonnelli…) e che, tanto per creare disorientamento, si pone come nemico delle banche.

Sono gravi e preoccupanti episodi, resi possibili dalla sottovalutazione di anni dell’avanzata dei fascisti sotto diverse sigle e dal vuoto lasciato dagli stessi partiti riformisti e revisionisti che hanno abbandonato la difesa dei valori antifascisti e ridotto la Resistenza a celebrazioni rituali. Vuoto ancora più grave in un momento di crisi sistemica del capitalismo come quella che stiamo vivendo per risolvere la quale l’uso di formazioni fasciste e di forme di autoritarismo sono dietro l’angolo. Non è un caso che in una intervista sul “Fatto” (23 settembre) con il gran maestro della massoneria Gian Franco Pilloni, amico di Gelli (P2) si legge che “Serve un dittatore per ristabilire un po’ d’ordine”.
Il processo di fascistizzazione passa attraverso la scuola, la cultura, i mass-media, gli spettacoli, la Tv e la magistratura che non esita a condannare gli antifascisti quando rispondono alle provocazioni fasciste.
A Pisa, dove stanno costruendo l’hub, il nuovo aeroporto militare secondo in Europa, il 27 ottobre la città si è mobilitata contro la celebrazione di El Alamein, accompagnata da una campagna per mostrare il lato “sportivo” e “umanitario” dell’esercito, coinvolgendo nella propaganda militarista i bambini delle scuole elementari. La parata nostalgica, di armi e strumenti di morte, ha militarizzato la città alla presenza di fascisti, estremisti di destra, guerrafondai da tutta Italia per festeggiare una guerra fascista e giustificare le guerre del presente per le quali continua il riarmo con aumento di spese che si tolgono al sociale e all’istruzione. Poste Italiane, invece, che si ristrutturano licenziando circa 10mila dipendenti, hanno ricordato l’eroismo dei soldati italiani con l’emissione di un francobollo (1,40 euro) dedicato alla brigata paracadutisti della Folgore nel 70° della battaglia di El Alamein con annullo e cartoline ufficiali diffuse anche in una mostra organizzata a Firenze dal circolo filatelico con l’unione nazionale ufficiali in congedo. Per arrivare (la lista sarebbe lunga) – attraverso la strumentalizzazione delle foibe – alla retorica dell’insegnamento nelle scuole, per legge, dell’inno nazionale quando non si conosce la Costituzione e neppure l’inglese e mancano le tecnologie!
Nel frattempo aumenta la disoccupazione perché si alimentano le banche, i capitalisti e le varie caste non rinunciano ai propri privilegi, gli operai, i minatori – che difendono il lavoro e gli studenti che rivendicano una scuola pubblica decente e di avere un futuro - sono brutalmente manganellati dalle forze del disordine in assetto di combattimento e in borghese di questo sobrio governo “tecnico”.
Non va meglio per chi lavora: il prossimo mese le tredicesime saranno più leggere degli ultimi 40 anni. Altro che ripresa!

C’è allora da stupirsi se la gente stufa di parole e promesse e non di fatti? Il segnale arrivato proprio dalle elezioni in Sicilia. Non dall’avanzata dell’M5S né dalla vittoria di Crocetta - entrambi non cambiano i rapporti di forza fra classe e potere – ma dall’astensionismo che stavolta non si può definire qualunquista e che è possibile si ripeta per le politiche.
I comunisti devono organizzarsi contro la gestione capitalistica della crisi e lavorare per sviluppare l’opposizione di classe contro questo e qualsiasi altro governo che non rappresenta gli interessi della classe lavoratrice. E il movimento operaio deve prendere coscienza della propria capacità e della propria forza e porsi come protagonista della propria liberazione, andando oltre le manifestazioni di piazza, pure importanti.

Di fronte alla chiusura delle fabbriche le soluzioni che pongono al centro il cambiamento della proprietà sono solo temporanee quanto parziali. Lasciano intatti i profitti per i padroni e lo sfruttamento per gli operai.
Non sono i padroni da cambiare con altri padroni, la classe operaia deve prendere in mano la situazione, per sostituire la proprietà capitalista con la proprietà collettiva e socialista dei mezzi di produzione.

 


19 settembre 2012 redazione
editoriale

C’È UN’UNICA LOTTA, QUELLA DI CLASSE
Diossine, arsenico, metalli pesanti, polveri sottili... la salute minata dai profitti dei capitalisti. Il diritto al lavoro deve marciare di pari passo con la salute. Paghino i padroni!

Alcoa, Miniere del Sulcis, Ilva di Taranto e tante altre nelle stesse situazioni sparse per il paese sono la dimostrazione del modo di produzione capitalistico basato sullo sfruttamento e sul raggiungimento del massimo profitto, le più eclatanti contraddizioni tra capitale e lavoro. È insito nel capitalismo procedere sulla propria strada di sfruttamento degli operai e dell’ambiente. Nessuna tutela della salute, come dimostrano l’impegno e le lotte di anni e anni dei Comitati di difesa della salute: dalla Lombardia al Veneto, dove gli operai usati come carne da macello sono stati buttati quando non servivano più o perché le fabbriche sono state de localizzate all’estero (uno per tutti Fiat con il bidone di Marchionne), tanto la riserva non manca. C’è la fila soprattutto tra gli immigrati! Del resto si sa che la forza lavoro è l’unica merce presente sul mercato ad un prezzo notevolmente inferiore del suo valore.
Nel particolare caso dell’Ilva operai e popolazione sono stati messi di fronte al ricatto: o lavori o muori e per anni è stato scelto il lavoro. Questo stabilimento, che con la decisione della Magistratura rischia di buttare per strada circa 10mila lavoratori con relative famiglie, ha una storia di morti – com’è stato per la Breda di Sesto San Giovanni, Porto Marghera, Massa, Livorno, Priolo, e tante altre fabbriche – e di malattie, anche gravi, che implicano il territorio. Dati impressionanti aggravati nel tempo che ora emergono, mostrano tutta la gravità della situazione e che richiedono bonifica e risanamento di intere zone della città, dei terreni, del mare. Polveri e fumi velenosi colpiscono anche l’indisturbata ferriera di Servola a Trieste dove la media annuale delle emissioni è più alta che a Taranto, ma a differenza dell’Ilva la magistratura non si è mossa, e gli operai e i cittadini sono esausti di scendere in piazza.
Ma si può scegliere fra lavoro e salute?
Non si può, ci vuole il lavoro e ci vuole la salute. Anche in questo campo il governo, invece di imporre il risanamento dei luoghi di lavoro ai padroni, dispensa consigli: mangiare meno, prendere meno medicine, non fumare, prevenire… e intanto aumenta i ticket su medicine e analisi con tariffe che proporzionalmente fanno pagare di più i redditi minimi. E inventa un progetto sui medici 24h, già assurdo in sé, ma che non partirà per mancanza di fondi delle regioni.

Ai proletari si chiedono sacrifici e giù altri “consigli” sulla base della filosofia della decrescita: basta con l’usa e getta, consumare meno, riciclare, ridare nuova vita a oggetti e abbigliamento, ridurre gli sprechi, quelli casalinghi ovviamente perché quelli della cosiddetta casta e del potere non si toccano!
E i partiti? Latitanti. Anche quelli che si definiscono di sinistra sono completamente assorbiti da argomenti che per le masse popolari sono all’ultimo posto (e forse oltre): primarie e legge elettorale. Che li vede iperattivi per difendere poltrona e potere (sollecitati animatamente dal presidente della Repubblica) e che, per gli stravolgimenti e il non rispetto della Costituzione, mettono a grave rischio la stessa democrazia borghese nel paese, in nome della democrazia. Qualunque governo esca dalle urne o venga imposto dal Presidente della Repubblica vestito da tecnico e dalle “grandi idee” come quelle della Fornero (aumentare gli stipendi ai dipendenti dei padroni buoni…), per il movimento operaio e popolare non cambiano le condizioni né si risolve la crisi. E continueranno a esserci le manganellate della polizia. La ministra Cancellieri che continua a lanciare l’allarme terrorismo e il richiamo a mantenere “alta la guardia” (cioè andare oltre l’intervento della polizia?) – farebbe meglio a preoccuparsi di ciò che succede in molte regioni - dalla Lombardia al Lazio -, dove si annidano veri e propri pericoli.
Lo ribadiamo, non dobbiamo essere noi a pagare con ulteriori tasse come la borghesia ci impone per sanare una crisi insanabile e non certo creata da noi, né attraverso la Cig che è sempre a carico della collettività, né devono pagare gli operai con la disoccupazione!
A pagare deve essere chi per tutti questi anni ha speculato, lucrato e si è arricchito, delocalizzando o chiudendo gli stabilimenti dopo aver utilizzato i soldi pubblici (per profitti privati), nel silenzio dei dirigenti dei sindacati confederali e con la complicità di istituzioni e partiti. Paghi Riva e tutti coloro che, come emerge dall’inchiesta ILVA, hanno messo in piedi un sistema di corruzioni che implica funzionari e politici, sindacalisti, giornalisti.
Marx, più che mai attuale considerato il fallimento del capitalismo, ha insegnato che è possibile unire lavoro e salute eliminando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo con il capovolgimento dei rapporti di forza, liberi da tutti i padroni, e con la costruzione di una società socialista dove non c’è posto per la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Nel frattempo va proseguita la lotta per salvaguardare il lavoro, la salute e la sicurezza, ma con una visione strategica di cambiamento. Una lotta di unità: fabbrica-territorio, di unità di classe tra tutti gli operai delle innumerevoli fabbriche in lotta – che devono diventare protagonisti della politica, non solo delle rivendicazioni – o peggio di atti esasperati -, mettendo fine all’odiosa delega che ha portato al distacco tra vertici sindacali  e lavoratori – e che imponga una soluzione nell’immediato: dalla confisca dei beni alla nazionalizzazione.


11 settembre 2012 redazione
comunicato

CON LE LOTTE DEI LAVORATORI

Ancora una volta gli operai sono stati attaccati dalla polizia, ancora una volta in difesa del proprio posto di lavoro e non all’attacco perché il potere capitalista… non si tocca! Così, mentre i “big” erano nel palazzo a discutere come prolungare l’agonia della classe operaia italiana, i lavoratori, coloro che producono e sudano per arricchire i privati – sempre alla ricerca del massimo profitto – sono lasciati per strada senza diritto di parola e neppure di manifestare. Vengono usati e poi buttati quando il capitalismo, dopo aver lucrato sulle aziende ottenute a poco prezzo, spesso dallo Stato, cambia direzione.
Vertenze come quelle in Sardegna e in altre parti d’Italia (circa 200) hanno bisogno dell’unità di tutta la classe lavoratrice e invece, la politica concertativa dei vertici sindacali, lascia isolati i lavoratori e non dà prospettive risolutrici, neppure uno sciopero generale e nazionale.

I ricchi per non pagare le tasse vanno all’estero, persino i diportisti, a pagare devono essere solo i proletari? E fino a quando?
La situazione occupazionale diventa sempre più drammatica, le istituzioni alimentano il rischio di terrorismo, ovvero ciò che loro intendono per lotta di classe - e sicuramente si stanno attrezzando con maniere forti per rispondere. Oggi la polizia, domani un sistema autoritario e poi… c’è sempre la carta del fascismo.
Se il movimento operaio non prenderà coscienza della propria capacità e validità e si illuderà con possibili soluzioni come quelle del cambio di proprietà (la nazionalizzazione non è neppure presa in considerazione) non ci sarà futuro. La classe operaia deve prendere in mano la situazione, non sono i padroni delle proprietà da cambiare, ma la società capitalista!

Noi comunisti siamo a fianco di tutti i lavoratori in lotta, operando ogni giorno per abbattere il sistema di sfruttamento e oppressione e costruire una società socialista, di liberi ed uguali. Vivere e lavorare – in salute - senza padroni è possibile!

 

 


11 settembre 2012 redazione
comunicato

L’11 settembre del golpe cileno

L’11 settembre è diventata la data della “torri gemelle”, per noi l’11 settembre è il golpe cileno. La presa di potere dei militari con Pinochet a capo, che non ha mai pagato per i suoi crimini, di Nixon, dell’imperialismo, delle multinazionali e di tutti i reazionari, in funzione anticomunista. Operazione sempre a portata di mano del potere borghese tesa a difendere la dittatura dell’imprenditoria e del libero mercato impedendo la riorganizzazione dei comunisti e l’affermarsi di una società socialista.

Ricordarsi dell’11 settembre 1973 vuole denunciare e combattere la borghesia, i governanti e quei partiti corrotti e conniventi che con la loro demagogia disorientano i lavoratori e servono organicamente gli interessi del grande capitale. Quel potere che sfrutta la classe operaia italiana ed internazionale, che ci impone estremi sacrifici, il carovita, la cultura dell’individualismo, la religione cattolica e la guerra imperialista. È denunciare il ruolo revisionista dei partiti di sinistra e il loro cretinismo elettorale. Ma vuole anche ribadire che la classe operaia e il proletariato non prenderanno mai il potere attraverso le elezioni. Ma solo, organizzati nell’autentico Partito comunista, con la rivoluzione e poi con l’instaurazione della società socialista applicando la dittatura del proletariato.


13 luglio 2012 redazione
editoriale

GIUSTIZIA NON È FATTA

 

Per Genova 2001 sentenza tardiva e incompleta. Continua la manovra che colpisce solo il proletariato. L’unica soluzione è abbattere il sistema capitalista

 

È arrivata tardiva e non completa la condanna ai poliziotti colpevoli della “macelleria messicana” del fatidico 21 luglio 2001 a Genova. Incompleta perché i vertici - quelli che davano ordini nelle sedi operative genovesi: da Fini a Scaiola -, per il mancato processo dell’assassinio di Carlo Giuliani, perché di tortura si è trattato ma l’Italia, unico Paese, non ha adottato il reato di tortura – dettato dalla Convenzione delle Nazioni Unite - e non lo comprende nel codice penale. E sebbene l’art. 13 della nostra Costituzione reciti: «Va punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà».

La tortura in Italia, dove i vari governanti che si susseguono sono sempre pronti a difendere i diritti umani quando si tratta di altri Paesi, a partire da Cuba, riguarda anche casi più recenti come quelli di Federico Aldrovrandi e Stefano Cucchi. E riguarda le carceri dove sono rinchiusi 66.632 (dati del febbraio 2012) detenuti (molti ammalati e molti in attesa di giudizio) mentre la capienza regolamentare dei 206 istituti di pena è di 45.742 posti.
Comunque nessuno dei condannati finirà in carcere poiché 3 anni della pena sono coperti da indulto. Per loro, oltre all'interdizione per 5 anni, dovrebbe essere emessa anche una sanzione disciplinare (ne dubitiamo), per altri è subentrata la prescrizione.
In questi 11 anni, intanto, questi responsabili materiali hanno ottenuto promozioni e avanzamenti di carriera, a partire da Filippo Ferri inviato a Firenze come capo della squadra mobile.
In quale Italia viviamo, se ancora ce ne fosse bisogno, lo vediamo dalle reazioni dei condannati. La mamma di Aldovrandi è stata insultata e minacciata via internet, Gianni Di Gennaro (prosciolto), oggi sottosegretario a Palazzo Chigi con delega ai servizi che nel 2001 era il capo della polizia, si dice addolorato per le vittime, ma… solidarizza con i poliziotti. Una chiara contraddizione che lo fa rimanere al suo posto! L’attuale capo della Polizia, Antonio Manganelli, il paperone dei manager con i suoi 621.0000 euro annui, che – nascondendosi dietro la foglia di fico del principio costituzionale della presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva – ha sempre difeso poliziotti coinvolti e ora dice che è giunto il momento delle scuse, come se dal posto che occupa non conoscesse la realtà. Scuse da respingere al mittente!
Sul piano del Governo si fa sempre più stringente la manovra mentre il Quirinale fa pressioni per una nuova legge elettorale che porterà al presidenzialismo (addio alla stessa democrazia borghese!). Ogni giorno arriva una nuova comunicazione. Dopo la bordata della legge su lavoro e pensioni è arrivata la mannaia sugli statali e sulla sanità, che abbiamo anticipato sul numero scorso. Siamo proiettati in un tunnel senza fine che attacca il diritto al lavoro, le pensioni, il diritto alla salute e alla casa, i servizi, lo stesso futuro, a favore di banche, imprenditori, speculatori finanziari. Anzi se si pensa che negli anni Trenta gli Stati Uniti si sollevarono dalla grande crisi attraverso la Seconda guerra mondiale che ha messo in moto la macchina bellica, il rischio di una guerra è più reale della crescita propagandata.

Si continua a rubare ai poveri per riempire un pozzo senza fondo, a illudere che dopo i sacrifici arriverà lo sviluppo, ma non si toccano i ricchi, i grandi patrimoni.
Con i mercati, lo spread, il fiscal compact, l’Europa (… ce lo chiede…) all’ordine del giorno c’è la spending review. Una farsa, il taglio di tutto fuorché delle vere spese: quelle della politica, degli sprechi, delle spese e delle missioni militari, degli sprechi governativi e parlamentari, degli stipendi dei manager e delle pensioni d’oro degli alti funzionari e delle forze armate (che diventano consulenti), dei burocrati ecc.   

Questo Governo non si tocca e non lo si fa perché i partiti borghesi e i sindacati confederali che da anni influenzano la grande massa di lavoratori, continuano a condizionarli. Tant’è che non si arriva ad uno sciopero generale nazionale che blocchi il paese. Quello del 22 giugno convocato dai sindacati di base, che ha visto impegnate e scendere in piazza soprattutto le avanguardie, ha dato un segnale ma non è ancora sufficiente.
La classe lavoratrice è impotente. Molti lavoratori pensano che abbassando la testa ed evitando la protesta si possa difendere l’occupazione, riuscire a pagare le innumerevoli tasse, i continui aumenti di tariffe delle bollette ed arrivare a fine mese con lo stipendio. Non è così. Oggi a me, domani a te. La crisi si farà più acuta (Grecia insegna) e non c’è soluzione individuale che possa fermarla.

C’è una strada sola da percorrere: quella dell’abbattimento del capitalismo. Tutto il male si annida lì, in questo sistema sociale favorevole solo a pochi che sono in grado di sfruttare i molti.

 

Chi sono
Ecco i nomi dei 25 funzionari dello Stato condannati

 

Giovanni Luperi ex vicedirettore dell’Ucigos ed attuale capo dipartimento dell’Aisi, il servizio segreto interno, 4 anni

Francesco Gratteri capo della Direzione centrale anticrimine della polizia di Stato, 4 anni

Vincenzo Canterini ex dirigente reparto mobile Roma, 5 anni
3 anni e 8 mesi a

Gilberto Caldarozzi direttore dello Sco, il Servizio centrale operativo

Filippo Ferri capo della squadra mobile di Firenze, allora capo squadra mobile di La Spezia

Fabio Ciccimarra commissario capo questura di Napoli oggi capo della Mobile de L’Aquila

Nando Dominici ex dirigente squadra mobile Genova

Spartaco Mortola ex dirigente Digos Genova oggi alla guida della Polfer di Torino

Carlo Di Sarro ex dirigente questura Genova

Massimo Mazzoni ex ispettore capo Sco

Renzo Cerchi ex sovrintendente squadra mobile La Spezia

Davide Di Novi ex ispettore squadra mobile La Spezia

Massimiliano Di Bernardini ex funzionario squadra mobile Roma
Agenti del settimo reparto mobile, guidato da Canterini accusati dei pestaggi all’interno della Diaz

Fabrizio Basili, ex caposquadra reparto mobile di Roma, prescrizione, quattro anni (3 anni); Ciro Tucci, prescrizione, 4 anni; Carlo Lucaroni, prescrizione, 4 anni; Emiliano Zaccaria, prescrizione, 4 anni; Angelo Cenni, prescrizione, 4 anni; Fabrizio Ledoti, prescrizione, 4 anni; Pietro Stranieri, prescrizione, quattro anni (3 anni); Vincenzo Compagnone, prescrizione, 4 anni; Massimo Nucera, 3 anni e otto mesi (assolto); Maurizio Panzieri, 3 anni e otto mesi (assolto); Pietro Troiani, ex vicequestore aggiunto Roma, 3 anni e nove mesi (tre anni); Salvatore Gava, ex commissario capo Roma, 3 anni e otto mesi (assolto).
Rigettato il ricorso per Salvatore Gava, 3 anni e 8 mesi e per Pietro Troiani, 3 anni e 9 mesi, per detenzione di armi da guerra, ovvero le molotov ritrovate nella scuola.

Già assolti o prescritti in appello
Michele Burgio, ex vicequestore aggiunto Roma, assolto per non aver commesso il fatto dall’accusa di calunnia e perché il fatto non sussiste da quella di trasporto di armi (2 anni e 6 mesi); Michelangelo Fournier, ex vice dirigente reparto mobile Roma, prosciolto per intervenuta prescrizione (2 anni); Luigi Fazio, ex sovrintendente capo Catanzaro, prosciolto per intervenuta prescrizione (1 mese).


6 giugno 2012 redazione
editoriale

SOBRIETÀ PER CHI?
Le masse lavoratrici e popolari devono pagare il debito pubblico e le istituzioni, Vaticano compreso, continuano ad elargire milioni per le feste, le guerre, la cultura borghese e i dogmi della religione

Dopo averci martellato per anni sulla necessità della prevenzione, ora ci dicono che facciamo troppi esami ed analisi. Anzi che sono dannosi. Fermo restando che sono i medici a consigliarle è evidente che sono legate ad un miglioramento del benessere, a “prendere in tempo” quelle malattie che, se non identificate, porterebbero alla morte certa. Gli esami conoscitivi e di approfondimento sono dannosi solo per le tasche dello Stato perché se le innumerevoli tasse che paghiamo devono coprire un buco provocato da governi incapaci che hanno gestito allegramente i beni pubblici, viene da sé che bisogna tagliare anche sulla sanità. Per i pazienti perché non si fa nulla contro gli sprechi né contro gli alti compensi dei dirigenti e nemmeno per il dirottamento verso strutture private.

E per non dire che si taglia – dopo aver introdotto ticket non proprio economici – il governo prova a convincerci attraverso informazioni e messaggi “cultural educativi” con la complicità dei soliti compiacenti mass media e di molti, troppi medici.
Il debito - aggravato dall’Europa con l’imposizione dei parametri dei suoi trattati, dal FMI e dalla BCE - che l’hanno fatto crescere a dismisura, le spese militari per acquisti di cacciabombardieri, per la fedeltà atlantica che ci costa 50mila euro al minuto, per mantenere le missioni all’estero (il governo Monti ha confermato l’aiuto all’Afghanistan pari a 400 milioni l’anno per la ricostruzione mentre L’Aquila sta ancora aspettando) ricade sulle spalle della classe lavoratrice anche in materia di sanità.

La crisi precipita. L'offensiva della borghesia e del governo che la rappresenta non ha limiti. Dopo la modifica dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, è arrivata la modifica dell'art. 81 che intacca la Costituzione e rende permanenti le scelte di austerità. La crescita tanto invocata, soprattutto quando viene riferita all'occupazione femminile è pura demagogia! Come lo è l'ultima sortita della ministra Fornero. Fare appello ai maschi perché aiutino di più in casa è un bel sistema per risparmiare sui servizi pubblici che si trasformerebbero in occupazione. L'aiuto casalingo dei maschi è un fatto culturale che neppure il movimento femminista è riuscito ad affermare. E nel frattempo a pagare sono sempre le donne, già penalizzate con i tagli nella scuola e con la prospettiva dei licenziamenti per gli statali!
Per portare avanti i propri piani salva banche e per mantenere i propri interessi di classe attraverso le leve di comando economico, politico, militare e sociale il potere crea un clima di terrorismo che gli giustifica sia i provvedimenti reazionari legislativi, istituzionali e culturali, sia la repressione contro manifestazioni e proteste sociali e studentesche. In un'Italia di fascisti nelle istituzioni, di organizzazioni fasciste, di mafia, di logge segrete, governo e istituzioni spostano l'attenzione sull'anarcoinsurrezionalismo anche di fronte all'attentato di Brindisi perché - dicono - è un movimento indistinto e non gerarchizzato come le vecchie Br. Questo ovviamente indirizza la repressione contro il proletariato e gli studenti che lottano. Il sistema è sempre quello che contraddistingue la nostra storia, fin dal dopoguerra. Nei momenti di acuta crisi economica e politica: usare le bombe i cui mandanti non si troveranno mai (come per le altre stragi), per intimidire le masse lavoratrici, per fermare la lotta di classe e favorire soluzioni autoritarie - puntuali sono arrivate le pressioni per il presidenzialismo (con Berlusconi che si candida apertamente) - e militarizzare il territorio.
E puntuali continuano ad arrivare i moniti di Napolitano sulla necessità dell’unità del Paese. Così, dopo tutti i festeggiamenti per i 150 anni ha fortemente voluto la Festa del 2 Giugno. Sotto la parola d’ordine “sobria” per rispettare i morti e il disagio dei terremotati emiliani il Quirinale limita la parata, ma offre un ricevimento a 2000 invitati del mondo politico e imprenditoriale (ma Masi che ci faceva?). Sobrietà invocata anche dal Vaticano che per la tre giorni delle famiglie a Milano ha speso “solo” 13 milioni. Formigoni in prima fila, rappresentante d’eccezione, ha elargito 2milioni alla Fondazione milanese delle famiglie per organizzare l’evento. Al Comune, per potenziare i servizi di sicurezza e di pulizia e per i trasporti è invece costato tre milioni. Il governo recupera i fondi per gli aiuti con una… innovazione: l’aumento dei carburanti! E i terremotati patiranno le stesse traversie dei precedenti, a partire da L’Aquila.

Il movimento operaio che anche su questo piano dovrebbe saper rispondere, segna il passo. La stessa Fiom - una forza storicamente trascinante di tutte le categorie -, riunita a Firenze il 20 maggio, ha espresso una posizione paracattolica anche di fronte agli operai morti in fabbrica in seguito al terremoto, più che di classe. E l'assemblea, deludente anche dal punto di vista numerico, si è trovata di fronte ad una relazione di Landini rinunciataria e proiettata più verso mire elettoralistiche che verso risposte di lotta e di sciopero generale nazionale. Che, quando debolmente prospettato sebbene sottoposto alla decisione della Cgil, infiammava la platea. Il cambiamento prospettato da Landini come “nuove forme di politica” è la negoziazione con la cosiddetta sinistra, perdente persino alle recenti amministrative. Perché gli elettori che non è la politica che rifiutano, ma i partiti corrotti e delegittimati, cercano il nuovo. Anche se rappresentato da un movimento, l’M5S centrato sull’innovazione tecnologica – è lontano il tempo in cui Grillo spaccava i computer nei suoi spettacoli - che non ha futuro perché non cambierà la società.

Nell'attuale situazione il movimento operaio ha di fronte a sé due possibilità: aderire alla mobilitazione reazionaria portata avanti dal capitalismo che lo porterà verso il baratro del fascismo e della guerra che lo costringerà a sempre maggiori privazioni e sfruttamento, oppure lottare per i propri interessi. Una lotta sicuramente non facile ma rivolta a dare una svolta alla propria vita e non a favore dei capitalisti e dei governi che li rappresentano. Una lotta per la propria emancipazione dallo sfruttamento e per la vera libertà, quella dell'eliminazione dell'odioso sistema capitalista.
Il debito pubblico, il deficit, lo spread riguardano la classe dominante e i partiti che la sostengono. Alla classe lavoratrice deve interessare come far cadere i governi antipopolari, come creare le condizioni per cambiare il sistema sociale. È un passo enorme, un salto di qualità ideologico e organizzativo che il movimento operaio deve fare andando oltre le proteste e la resistenza che sta sviluppando a livello locale e troppo frammentata per rispondere alla crisi e alla dilagante disoccupazione. Determinante per cambiare la società è trasformare la condizione difensiva in politicamente offensiva. Ciò è possibile se si lavora per l'unificazione dei comunisti con la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare le battaglie per abbattere un capitalismo che ha mostrato il proprio fallimento e costruire una società dove l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione assicura la vera uguaglianza, la stabilità del lavoro, la giustizia e il progresso.


19 aprile 2012 redazione
editoriale

RESISTENZA ED EMANCIPAZIONE PROLETARIA
Il 25 Aprile e il 1° Maggio da anni sono stati svuotati del loro significato storico e di classe
Il 25 Aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo, è stata trasformata nella festa della pacificazione tra gli italiani: partigiani e repubblichini – le vittime e i boia, coloro che, pur riempiendosi la bocca della parola “Patria”, la svendettero prima ai propri capitalisti, precipitando il paese in una guerra che fece milioni di morti, e poi all’invasore nazista - sono messi sullo stesso piano.
Il 1° Maggio è stato trasformato nella festa del lavoro in cui padroni e operai – sfruttatori e sfruttati - dovrebbero abbracciarsi e unirsi nella lotta contro la concorrenza internazionale in nome degli interessi della “patria”.
Ma noi lavoratori, oltre ad essere da un lato coloro che costruiscono la ricchezza di cui i padroni si appropriano, siamo anche quelli chiamati - ogni volta che i tassi di profitto scendono - a ridurci in condizioni di fame e miseria perché il ciclo del capitale riprenda ad ogni costo.
Oggi, nella crisi che attanaglia tutto il mondo, ci sono imposti sacrifici sempre più grandi per salvaguardare i profitti e i privilegi del grande capitale.
I salari devono scendere perché i profitti salgano anche in tempo di crisi. È questo il senso e l’effetto non solo dell’attacco all’art. 18, ma di tutte le misure prese dai governi soprattutto in questi ultimi anni. Azzerare i diritti conquistati in tanti anni di lotte significa esattamente questo, oltre all’aprire nuovi scenari di rapina.
Le pensioni, che i lavoratori si sono pagate con una vita di lavoro, spariscono dall’orizzonte: siamo condannati a morire sui posti di lavoro. La sanità sarà a portata di mano solo di chi potrà pagarsela. Pensioni e sanità a pagamento che apriranno nuovi “mercati” per le assicurazioni e risolveranno il problema che il Fondo Monetario Internazionale ha segnalato in questi giorni: nelle nostre società si vive troppo a lungo e gli Stati capitalisti non possono reggere questo peso. Così finisce la favola di un sistema che prometteva benessere e felicità a tutti.
I lavoratori sono solo merce, questo ci stanno dicendo, e lo sono anche in senso fisico: “risorse umane” che servono solo a valorizzare il capitale e che possono essere buttate via quando si esauriscono.
Meno lavoratori occupati e più morti sul lavoro e malattie professionali sono il risultato della guerra di classe non dichiarata che si combatte giornalmente fra operai e padroni.

Il diritto allo studio è solo per chi potrà pagarselo. Del resto, per chi sfrutta e opprime, la cultura è quanto mai pericolosa.
Da anni la Costituzione, nata dalla Resistenza e costata tanto sangue, viene ogni giorno svilita e infangata. Le stragi fasciste e di Stato continuano a rimanere impunite, e ai parenti delle vittime la giustizia borghese della Repubblica Italiana dopo il danno riserva la beffa. Assolve i fascisti e punisce la caparbia ricerca della verità, addebitando a chi lotta le spese processuali come nel caso della strage di piazza della Loggia.
Con l’aggravarsi della crisi economica, il libero mercato è regolato sempre di più con la “persuasione” delle armi; la via alla penetrazione delle merci è spianata dagli eserciti di aggressione.
La strada è stata preparata da alcuni anni: l’art. 11 della Costituzione – nata dalla Resistenza, costata al proletariato e al popolo italiano tanto sangue - che recita “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali...” è vilipeso sempre più dall’intervento dei soldati italiani che occupano paesi sovrani e dai bombardamenti di intere popolazioni. La guerra, strumento sovrano del capitale per risolvere le sue crisi – non a caso i governi continuano ad armarsi e acquistare costosissimi cacciabombardieri -, diventa “azione umanitaria”, non importa se puzza di petrolio.
I partiti che rappresentano le varie frazioni della borghesia italiana hanno stabilito tra loro una tregua temporanea per salvaguardare gli interessi della loro classe: così è nato il governo “tecnico” di Monti che sta facendo il lavoro “sporco” sostenuto, con qualche lieve differenza di facciata, da tutte le forze del parlamento. Governo “tecnico” eletto da nessuno, perché in tempi di crisi per il capitale si può sospendere tranquillamente la tanto decantata democrazia borghese.

Il capitalismo “buono” - quello industriale che si contrappone a quello “cattivo” della finanza e delle banche - è una favola inventata dai borghesi: il capitale finanziario, industriale, agrario, commerciale sono tutt’uno con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
In Italia, ma non solo, i capitalisti, i loro partiti e i sindacati collaborazionisti cercano di riversare la colpa della crisi sugli altri paesi, chiedendo alla classe operaia e ai lavoratori di collaborare per potenziare la competitività “dall’azienda Italia o del sistema Italia”, cioè della propria borghesia nel mercato mondiale. Chi si oppone e lotta per i propri interessi di classe nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro e nel territorio, è un nemico da reprimere. La criminalizzazione e la repressione delle lotte sono la ricetta che la società democratica borghese riserva a chi la ostacola. Anni di delega in bianco a partiti e sindacati hanno contribuito a peggiorare la nostra situazione di proletari.
Il malcontento crescente di chi non si sente rappresentato da nessun partito politico e sindacato oggi è bollato dai borghesi (di destra e di sinistra) come “antipolitica”.
Noi siamo coscienti che senza un partito autenticamente comunista, senza un movimento politico indipendente, nessuna lotta proletaria si può trasformare in lotta rivoluzionaria per il potere. Ma crediamo che l’allontanamento di masse proletarie dalla politica borghese – il riconoscersi come classe e il prendere in mano i propri destini invece di lasciarli a chi ha interessi contrapposti a quelli dell’immensa maggioranza - sia il primo passo necessario per rimettersi in cammino.
Questo sistema va distrutto dalle fondamenta. Solo così si eviterà di pagare i debiti della classe politica e le speculazioni del “mercato” che ricadono sulle nostre spalle. La non delega, il non voto, la partecipazione attiva alle lotte senza delegare a nessuno la difesa dei nostri interessi, il battersi in prima persona per l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della proprietà dei mezzi di produzione del capitale, sono principi e azione che fanno parte del programma di ogni rivoluzionario. Non ci sono altre strade. Oggi più che mai o sarà il socialismo o sarà la barbarie.


30 marzo 2012 CCT
volantino

Padronato e Governo vogliono
eliminare la lotta di classe

 

Il Governo ha scelto la linea dura attaccando l’art. 18 e promettendo più garanzie, più occupazione e meno precariato. È l’ennesimo inganno sulle spalle dei lavoratori, dopo quello di farci pagare un debito pubblico di una crisi che non si sanerà mai perché la crisi è del capitalismo che con questa crisi dimostra tutto il suo fallimento.
Il governo di “tecnici” – sostenuto dal PD con le forze di destra PdL e UDC – è stato incaricato dal presidente Napolitano per far passare misure di austerità e repressive che mai sarebbero passate con il governo Berlusconi. Ma che sono la continuità di quel governo del quale ha fatto parte la Lega nord che non si è mai schierata a favore dei lavoratori e che ora cavalca il malcontento e l’opposizione esclusivamente a fini elettorali.
Quella che chiamano “riforma del lavoro” vuole dividere il fronte dei lavoratori – già duramente colpito dall’accordo del 29 giugno e dalle continue delocalizzazioni -, dividere occupati privati e pubblici, metterli contro i giovani sui quali continuano a pesare contratti intermittenti e a progetto. La proposta contorta riuscirà a impedirne l’assunzione a tempo indeterminato che, comunque, non varrà per gli stagionali. Con il pretesto della formazione l’apprendistato è riproposto come “contratto d’ingresso nel mercato del lavoro” ovvero una nuova forma di sfruttamento fino a 29 anni. Verrà ridotto drasticamente il sussidio di disoccupazione e sparirà la mobilità.

La mannaia sull’art. 18 e la “riforma del lavoro” sono dirette a colpire le avanguardie e tutti coloro che si battono sui luoghi di lavoro. Non si potrà più scioperare pena il licenziamento.

È la vittoria di Confindustria e industriali che si arricchiscono con il plusvalore della forza lavoro e che saranno liberi di togliere dalla produzione gli elementi politicamente e sindacalmente più attivi. Dietro le ragioni economiche che già esistono e che troveranno sempre - e i milioni di disoccupati lo testimoniano –, liquideranno questi lavoratori

con pochi euro.
Perché sulla proposta del Governo c’è un’ampia convergenza che va dai parlamentari, ai partiti, ai sindacalisti, dai capitalisti agli intellettuali? Tutti quelli che sono d’accordo è perché hanno le spalle coperte e sono garantiti da questo sistema di potere! Ma ci pensiamo con quanto e come vive questa gente rispetto ai salariati? Mentre il governo cede sulle misure con taxisti, avvocati, farmacisti e altre varie corporazioni, usa il pugno duro contro il movimento operaio.

In questa fase la borghesia che detiene tutte le leve del comando: politico, economico, militare, culturale e sociale è sempre più consapevole dei propri interessi di classe e si batte senza esclusione di colpi contro la classe lavoratrice con ogni mezzo.

La classe operaia, il proletariato devono attrezzarsi per rispondere a questo attacco.

Il capitalismo va abbattuto. Non c’è un capitalismo buono ed uno cattivo. Il capitalismo è sfruttamento, è morti e infortuni sul lavoro, è disoccupazione, è repressione, è distruzione dell’ambiente e dei rapporti sociali e, all’occorrenza, è anche svolta autoritaria. I fascisti lo sanno e stanno alzando sempre più la testa.
Protestiamo e manifestiamo per resistere nell’immediato, per difendere il diritto al lavoro, alla salute, alla sicurezza, ma con la consapevolezza che bisogna organizzarsi partendo dall’unità dei comunisti, dall’unità alla base per ritrovare il riferimento di classe e trasformare l’atteggiamento difensivo in politicamente offensivo, ricostruendo l’autentico partito comunista che mandi a casa politicanti, casta, e tutti coloro che sono contro la classe lavoratrice, che vorrebbero affossarla e riportare indietro di anni le sue conquiste. Affossare la borghesia per costruire una società senza padroni e, quindi, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Ciò è possibile quando il movimento operaio impone la propria coscienza di classe. Ci vuole determinazione, volontà e impegno, bisogna riprendere in mano il proprio destino da protagonisti rifiutando le scelte concertative sulla nostra pelle di quei dirigenti sindacali pronti a qualsiasi compromesso.
Battiamoci per un vero sciopero generale nazionale, a fianco del movimento operaio greco, spagnolo, portoghese e degli altri paesi che in Europa si sollevano contro le imposizioni dell’Ue, delle banche e dell’imperialismo.

 

 


redazione 4 marzo 2012
editoriale n. 1/2012

Unità sì, ma di classe

Nel mondo l’economia va a rotoli, l’unica soluzione alla crisi non sono le toppe del capitalismo e dei suoi fantocci, ma il cambiamento del sistema sociale


Atene brucia e non solo nelle strade. La popolazione già stremata dalle estreme condizioni di vita, di lavoro, di disoccupazione è costretta a continue manifestazioni, scioperi generali e lotte in tutto il paese per non farsi schiacciare.
In Italia, dove la situazione sta peggiorando e scivola verso la Grecia funziona ancora una sorta di narcosi sociale, non ultimo è arrivato anche il festival della canzone. Diciassette milioni davanti al video (sarà vero?) ipnotizzati da un coacervo di canzoni mai così brutte ma funzionali al governo tecnico e alla necessità di fare i sacrifici per il bene del paese, per quell’unità nazionale tanto cara al nostro Presidente della Repubblica. Con il solito Celentano predicatore, utile a distrarre l’attenzione con le sue “rivelazioni”, peraltro sempre di carattere reazionario. Come nel ’68 quando cantava “chi non lavora non fa l’amore” istigando le mogli contro i mariti e le loro lotte rivendicative, dividendo il fronte e relegando la donna nel ruolo retrogrado in piena sintonia con dio, chiesa e padroni. Oggi rimanda a Dio, il migliore oppio dei popoli, per affrontare la crisi.
Passato il clamore che ha riempito Tv, radio, e giornali si torna alla realtà. A quella che il governo Monti – sostenuto da Confindustria, banche, Ue, partiti e la connivenza dei sindacati confederali - sta preparandoci giorno dopo giorno. Riforma del lavoro, attacco all’art. 18 (in piena sintonia con Marchionne), tagli su servizi e sanità, tasse e rincari, misure che schiacciano le masse popolari al pari di Grecia e Portogallo, salvano il capitale internazionale e le multinazionali. Manovre che sicuramente intaccano la vita della stragrande maggioranza della popolazione che lavora mentre lasciano intatti compensi e privilegi di tutti coloro che occupano poltrone, tenute molto strette, di manager e burocrati pubblici, né tantomeno tagliano sulle spese militari (la riduzione dell’acquisto dei cacciabombardieri è solo fumo).
Altro che “sacrifici equi” – mentre vengono licenziati decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro/dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri grazie alle liberalizzazioni e con i prestiti della BCE alle banche, aumentano i profitti.
Dopo la stagione Berlusconi che negava anche la stessa crisi, perché con lui era tutto a posto, agli scandali quotidiani, agli attacchi isterici ai comunisti infiltrati ovunque soprattutto nella magistratura che indagava sugli affari della corte dei miracoli di Silvio, qualcuno ha addirittura pensato ad un vento nuovo di cambiamento. Invece il presidente Napolitano ha installato l’altra faccia della stessa medaglia.
Con atteggiamenti e linguaggi pacati, pseudo umili esprimono una grande sicurezza e fermezza, come i killer professionisti, i tecnocrati del governo, portano avanti con freddezza il loro compito
storico di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia e dal movimento popolare dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.
Il Governo Monti gioca costantemente sull’insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico” se la sua “medicina amara” non venisse trangugiata dai lavoratori e da quello strato medio angosciato dalla prospettiva di sprofondare nella condizione della classe operaia o anche peggio. Richiama all’“unità nazionale” (l’unità di banchieri e oligarchi), ottenendo l’appoggio dei maggiori partiti borghesi e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri e dei monopoli, per convincere che l’abbassamento della spesa pubblica, di salari e stipendi invogli il grande capitale
​​ad investire in Italia.
Il capitale e i suoi vari servitori dicono che il debito va pagato, costi quel che costi, e chiedono ai lavoratori di pagare un debito pubblico che non hanno procurato. Sono le vittime sacrificali della crisi di sovrapproduzione che ha investito il mondo intero, riesplosa in maniera eclatante negli Stati Uniti nel 2007 sotto la forma di crisi finanziaria e che si è scaricata sui paesi già indebitati dell’Europa come il nostro paese e la Grecia.
Non ci sono manovre per uscire dalla crisi, anzi questa continuerà ad abbattersi sempre più sulle condizioni di vita e di lavoro del movimento operaio e popolare. I lavoratori non devono pagare il debito. Su questo punto in Europa, come negli Stati Uniti, sono nati molti movimenti di rifiuto che nel frattempo segnano uno stallo. Un po’ perché privi di un progetto strategico, un po’ in seguito alla repressione che li ha colpiti. In Italia dopo i primi slogan “No ad un governo di banchieri” - peraltro limitato rispetto a quello greco “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!” contro Papademos, l’altro fantoccio dei banchieri che minacciano di bancarotta i vari paesi - stenta a svilupparsi persino la posizione degli indignati.
Evidentemente l’influenza dei partiti borghesi, socialdemocratici e riformisti incentrati a difendere la stabilità del sistema e quella dei sindacati confederali che preferiscono i “tavoli concertativi” alla mobilitazione dei lavoratori, è tale da mantenere finora relativamente calme le acque e far accettare sia i cambiamenti di regime, che le manovre regressive e di drammatico arretramento delle conquiste che sono costate anni di lotte e sacrifici.
Dopo anni che ci chiedono di fare sacrifici, di accettare le soluzioni cosiddette meno peggio, i lavoratori sono andati indietro perdendo diritti e con questi la stessa capacità di rilanciare la lotta. Ciò permette al governo Monti di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale per disfarsi di oltre sessanta anni di storia del movimento operaio. Le masse lavoratrici hanno già subito drastici tagli del potere d’acquisto e del numero di occupati mentre i giovani tra i 18 e i 30 anni disoccupati o sotto occupati sono in netto aumento in Italia, come in tutta l’Unione europea e nel Nord America, un precipitare della crisi che scompagina i ranghi prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e organizzarsi per cacciarli.
La corruzione pervade ogni settore, i partiti si spartiscono i contributi finanziari, scelte e legislazione sono influenzate da potenti “lobbies”. Faccendieri, affaristi e speculatori, fascisti, golpisti agiscono nei posti di influenza; le promesse elettorali dei politici cozzano con il loro comportamento quando sono in carica, gli inganni sono considerati “normali”. I diritti politici sono attaccati dall’intervento della polizia e coloro che lottano, come nel caso dei No Tav, sono soggetti a cariche (con gas lacrimogeni proibiti) di forze appositamente addestrate e ad arresti arbitrari. Al tempo stesso c’è una notevole ripresa dell’attività di gruppi razzisti e fascisti, sponda del PdL, che strumentalizzano il malcontento, come nel caso di Forza Nuova in Sicilia.
Il governo, per precludere l’opposizione politica di fronte al “rischio” di una resistenza intensa e determinata, mette in pratica uno Stato di polizia: aumenta la repressione, militarizza il territorio anche in occasione di locali e piccole manifestazioni, lancia allarmi (con la complicità dei mass-media) sul pericolo terrorismo, insurrezionalismo ecc. di pari passo con crescenti intimidazioni, discriminazioni sindacali e dispotismo aziendale.
Il governo Monti è la continuità del passato, ma con l’appoggio dei partiti come il PD che fanno passare misure di austerità impensabili col governo Berlusconi.
Le proteste, spesso drammatiche, in atto in difesa dell’occupazione come i ferrovieri a Milano, sono isolate e non sostenute perché il sostegno e il loro allargamento metterebbe in discussione il potere. Le manifestazioni, gli sciopericchi nazionali o gli scioperi parziali e locali sono ancora lontani dal dare la giusta risposta di massa allo strapotere padronale e del governo che, privo di qualsiasi opposizione anche parlamentare, può spadroneggiare, farsi leggi e persino aggirare i risultati dei referendum ed imporre con prepotenza il suo dominio.
Diventa impellente lottare contro questo governo e contro il capitalismo anche per attuare in pratica la solidarietà con altri popoli in lotta, l’internazionalismo proletario, a partire dalla Grecia.
Da sempre “nuova unità” ed in particolare da quando manca e si sente la necessità di ricostruire l’autentico Partito comunista, è impegnata per l’unità di classe. Per l’unità dei comunisti e per l’unità necessaria ad estendere e a coordinare le lotte e generalizzare le più avanzate e combattive, trasformandole da lotte di resistenza in lotte anticapitaliste. Per affermare la vera democrazia sia nelle rappresentanze aziendali che nelle strutture sindacali per sbattere fuori i venduti e i crumiri.
Il futuro della classe operaia e del proletariato non è migliorare l’attuale società né accontentarsi di una diversa distribuzione della ricchezza, è capovolgere questo sistema, eliminando la proprietà privata dei mezzi di produzione – alla base dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo - per arrivare ad una società socialista. E se si vuole veramente cambiare sistema bisogna incominciare con la rivendicazione della propria posizione di classe: orgogliosi di essere operai; orgogliosi di essere comunisti!

 


19 gennaio 2012 redazione
anniversario

PER LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA

RICOSTRUIRE IL PARTITO DEL PROLETARIATO

 

Sono passati 91 anni da quando è stato fondato il Partito comunista d’Italia e i motivi per cui fu costituito sono sempre attuali e indispensabili per la vittoria della classe operaia nella sua lotta per l’emancipazione dallo sfruttamento: la rottura con il riformismo social-patriottico e la prospettiva della Rivoluzione proletaria per l’instaurazione della dittatura del proletariato.
La crisi di sovrapproduzione che ha investito il sistema capitalista e imperialista acutizza la contraddizione tra capitale e lavoro. Ma nel nostro paese ciò è in contrasto con il ritardo nella costruzione di un forte Partito Comunista.
Dopo la vittoria della Lotta partigiana, diretta dai comunisti, la borghesia è riuscita a modificarne la strategia e così dalla democrazia progressiva e la via italiana e parlamentare al socialismo siamo passati al compromesso storico fino allo scioglimento dello stesso Partito comunista trasformato nella sua versione attuale di PD, fedele e convinto sostenitore dell’imperialismo europeo, garante del grande capitale e delle banche. Gli eredi di quel Partito si sono invece rivelati incapaci di ricostruire un autentico Partito comunista come dimostrano tutte le versioni che conosciamo, dal PRC al PdCI.
In questi anni la frantumazione in piccoli gruppi ha prevalso sul senso di unità di classe e anche sulla ragionevolezza. Nello stesso tempo sul piano internazionale le sconfitte del movimento operaio sono state cocenti e hanno dato fiato all’imperialismo.
Ciononostante possiamo dire onestamente di aver fatto qualche passo in avanti per realizzare lo Stato Maggiore del proletariato? Certamente no, né si potrà fare se non riusciremo a dare una sterzata al modo di pensare e di agire dei comunisti.
Se come diceva Marx… “l’emancipazione della classe deve essere opera della stessa classe operaia…” allora ancora di più devono essere gli operai e i lavoratori comunisti a battersi per la costruzione del loro Partito facendo fare un passo indietro ai vari dirigenti che vogliono continuare a coltivare il proprio orticello e far fare un passo in avanti verso la costruzione di un Partito che non sia più una sintesi astratta dei vari settori sociali (classe operaia, proletariato, contadini, commercianti,  borghesi “illuminati”) ma la parte più avanzata della classe operaia stessa, capace di esercitare quel ruolo egemone e indispensabile a garantire la rivoluzione e la dittatura del proletariato.
Il movimento operaio ha di fronte a sé due possibilità: quella di aderire alla mobilitazione reazionaria promossa dai capitalisti che lo porterà verso il baratro del fascismo e della guerra – costringendolo a sempre maggiori privazioni e sfruttamento - oppure lottare per i propri interessi, sempre con grandi sacrifici e privazioni ma questa volta per la propria vita, per l’emancipazione dallo sfruttamento e la vera libertà; per eliminare l’odioso sistema capitalista con una società socialista.
Ora che diventa sempre più evidente come l'Unione europea sia il guardiano del potere e dei profitti dei monopoli, ora che le contraddizioni tra gli stessi paesi capitalistici si acutizzano, è particolarmente importante respingere quelle posizioni opportuniste che sostengono possibile una riforma dei trattati per una presunta “Europa dei popoli”, posizione che porta al disarmo del movimento operaio e popolare.
Oggi abbiamo bisogno di lottare immediatamente e senza indugi, utilizzando tutte le forme di lotta; scioperi, manifestazioni, comitati a livello di base. Non deve esserci una fabbrica, una scuola o un quartiere senza un centro di azione e di mobilitazione e tutti devono unirsi, come un torrente in piena, per il rovesciamento del potere dei monopoli. Non esiste una soluzione alternativa.
Il debito, il deficit, i programmi di medio termine, lo spread ecc. sono preoccupazioni della classe dominante del nostro paese e dei partiti che la servono; al proletariato invece spetta di occuparsi di una sola cosa: come prevenire e rovesciare le misure, come far cadere i governi antipopolari, come creare le condizioni per uscirne vittorioso.
Abbiamo bisogno di creare un ampio fronte di lotta anticapitalista e di resistenza ma il fronte di cui abbiamo bisogno oggi non può essere semplicemente un fronte "anti". Deve invece indicare la direzione, dove andare, è in questo modo che si determina il suo carattere antitetico.
Un fronte popolare, diretto dalla classe operaia, per il rovesciamento del potere dei monopoli, per la loro socializzazione, per il controllo operaio-popolare, per il disimpegno dall'UE e dalla NATO e, naturalmente, per l'implicita cancellazione del debito.
I lavoratori e le masse popolari non sono responsabili della crisi e non la devono pagare. Paghino i capitalisti la loro crisi e i loro debiti!
Lavoriamo per unificare i comunisti e la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare il proletariato nelle battaglie che ci aspettano e per cambiare la società.
Il capitalismo non ha futuro, ha già dimostrato il suo fallimento, e va abbattuto. Solo il socialismo, con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con la pianificazione dell’economia, può assicurare - senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con una vera uguaglianza tra gli uomini - stabilità del lavoro, giustizia e progresso per l’ intera società.

Nella continuità di Antonio Gramsci ricostruiamo il Partito Comunista
Proletari di tutto il mondo uniamoci              


20 dicembre 2011 redazione
editoriale

PIÙ VECCHI, PIÙ POVERI E SENZA LAVORO

 

L’UNICA RISPOSTA ALL’ATTUALE SITUAZIONE È ORGANIZZARSI PER CAMBIARE IL SISTEMA

 

Se il Presidente della Repubblica sottolinea che anche i meno “abbienti” devono fare sacrifici (come se non ne facessero già abbastanza) Tarcisio Bertone che dall’alto del suo ruolo di segretario di Stato Vaticano non pare sia patito, dice: “I sacrifici fanno parte della vita”. Ma si sa bene… da che pulpito viene la predica! E poi non si può andare contro le scelte di un governo presieduto da un fervente che non perde una messa. Che, presentato come “tecnico”, ha dimostrato subito di essere molto politico. Debole con i forti e forte con i deboli cede alle lobbies, ai proprietari di yacht e ai politici rinviando a sine die il “taglio” di stipendi e vitalizi dei parlamentari che al primo avviso si sono subito agitati. Anzi questi “tecnici” hanno subito provveduto ad un comma ad hoc che preservi i loro redditi, i doppi compensi e rimborsi.
Nel frattempo la regione Lazio aggira la legge per estendere la pensione agli assessori esterni cioè mai eletti (14 su 15) nella giunta Polverini.

A ridurre le enormi spese per gli armamenti non ci pensano neppure lontanamente. Alimentare il complesso militare-industriale, Finmeccanica in testa, e partecipare alle guerre contro i popoli per conto dell’imperialismo e della Nato è la sola scelta di sviluppo del neogoverno che, usando tutte le risorse per ripianare il debito ci sprofonda in un’economia di guerra.

Come già detto sul numero scorso il governo Monti è stato chiamato a salvare banche ed Europa imponendo una stretta (in attesa della prossima) che dissangua il proletariato e le masse popolari su tutti i settori della vita: dal lavoro alla casa, dai trasporti alla salute. Certo non ci voleva un governo “tecnico” per scaricare tutto il peso della crisi su lavoratori, pensionati, giovani e donne. La manovra era già impostata da Berlusconi che aveva assicurato l’Europa e accettato la famigerata lettera della BCE, ma è diventata un accordo gestito dal presidente della Repubblica che ha salvato capra e cavoli: gli affari di Berlusconi, il centrosinistra non ancora pronto, l’UDC che ha tempo per raccattare i pentiti pidiellini, la Lega nord che – dopo tutte le porcate filoberlusconiane - doveva riconquistarsi la verginità e recuperare consensi tra il suo elettorato, arrivando alle proteste in aula e a strumentalizzare demagogicamente l’operaia in parlamento.

Un accordo volto a calmare gli animi (com’è successo per il governo Prodi) che dimostra quanto sia forte l’influenza del riformismo sulle masse confuse su chi le rappresenta. Il Pd, appiattito, subalterno e coerente con la sua politica liberista, per fare ingoiare le scelte salva banche e capitalisti ha rinunciato alle elezioni, assumendosi tutta la responsabilità del disastro che si presenta nei prossimi anni.
Ma i lavoratori non sono rappresentati neppure dai sindacati confederali accordatisi – anche loro con lo scopo di dare un contentino, frenare le lotte e far sfogare il malcontento – per uno sciopericchio. Il solito evento che si consuma in un giorno con una manifestazione che non lascia il segno. Una crisi di queste proporzioni richiede una risposta politica. Lo sciopero deve essere generale nazionale, deve fermare tutto il paese, danneggiare in modo consistente i capitalisti e i loro profitti (i dati confermano che il fatturato dell’industria italiana, grazie a licenziamenti, accordi capestro, Cig e delocalizzazioni, è in crescita) e dimostrare la forza della classe lavoratrice.

Uno sciopero che dovrebbe vedere la partecipazione di tutti: dai negozianti che piagnucolano per il calo dei consumi (temevano che i comunisti portassero via loro le proprietà mentre gliele porta via proprio il capitalismo) ai giornalisti. Sempre pronti a servire il potere manipolando le informazioni quando si tratta di denigrare socialismo e comunisti e a chiedere solidarietà per le loro iniziative corporative.

Se non si capisce quanto sia fondamentale la partecipazione diretta della classe operaia e del proletariato in ogni campo della vita politica e non solo sindacale, prendendo il destino nelle proprie mani, non c’è sbocco, ci sono solo situazioni tampone.
La catastrofe che ci si prospetta nei prossimi anni ha portato, in questi due ultimi mesi ad una nuova esperienza. Con due assemblee a Roma, il primo ottobre e il 17 dicembre, molti lavoratori si sono ritrovati per discutere sul rifiuto di pagare il debito e costruire una sorta di fronte di resistenza contro le misure antipopolari; l’attacco alla democrazia (borghese) e ai diritti. Queste esperienze volontarie le abbiamo già viste nei tanti anni di impegno politico, nessuna è andata a buon fine sia per l’isolamento cui sono relegate, sia per i difetti della direzione. In questo caso non si tratta di ricostruire il partito comunista, indispensabile per eliminare il sistema capitalista, causa di tutti i danni, ma di un movimento che si pone contro il governo Monti ritenuto rappresentante del governo, delle banche e della BCE e che vuole costruire un’opposizione sociale e politica togliendo terreno al razzismo della Lega nord e al fascismo.

È un percorso che merita una riflessione.

Però la situazione non è grave solo dal punto di vista economico. Come la storia insegna, quando il capitalismo si trova alle strette ricorre alla guerra o ad una soluzione autoritaria. E l’esclusione di organizzazioni sindacali dalle fabbriche e l’attacco all’art. 18 sono già preoccupanti. Le ultime dichiarazioni di Berlusconi sulla democrazia del duce nello stesso momento in cui attacca Monti - come il fatto che il Pdl mantiene, alimenta e ospita nelle proprie sedi gruppi neofascisti - sono un altro segnale che si aggiunge alla cultura reazionaria che attraversa la società. Inoltre va messo in conto che l’eventuale sviluppo di proteste e ribellioni - in mancanza del partito comunista - potrebbe essere strumentalizzato e gestito dalla destra in tutte le sue varianti.

Le conseguenze dell’uso, della protezione e della cultura razzista dei partiti parlamentari, si sono viste a Firenze (e non è il primo caso) con l’uccisione di due lavoratori senegalesi per mano non di un pazzo né di un maniaco depresso come le istituzioni, i benpensanti e la stampa borghese e di destra ci propinano, ma per mano di un noto fascista, armato, militante di Casa Pound (anche se qualcuno ne ha preso le distanze), uno dei gruppi che si spacciano per centri sociali. Che continueranno a spadroneggiare ed aggredire, anche grazie al sindaco e ai politici della città.
Il movimento antifascista cittadino, del quale fanno parte i compagni di “nuova unità”, e i collettivi degli studenti si sono mobilitati subito dal momento dell’apertura sia di Casa Pound (sdoganata e difesa da partiti ed intellettuali) sia di Casaggi, in quanto veri centri di propaganda reazionaria e razzista e per la loro chiusura. Nonostante l’assassinio, di fronte alle pressanti richieste di intervento - anche della comunità senegalese - il sindaco risponde che se non ci sono reati la sede non si può chiudere. Il reato è la loro esistenza, la loro cultura e la loro attività reazionaria. La risposta del sindaco equivale a dire che si devono aspettare altre uccisioni, fermo restando che gli assassini lascino sui morti le sigle dei loro gruppi fascisti come prova!
Con questo numero si chiude un altro anno di sacrifici anche per noi. Non è facile mantenere il nostro giornale con i continui aumenti delle materie prime e delle tariffe postali e senza alcuna sovvenzione per la stampa, se non gli abbonamenti, la diffusione e qualche sottoscrizione da sostenitore. Pensiamo che sono in difficoltà persino Liberazione e il Manifesto nonostante usufruiscano del finanziamento pubblico dell’editoria.

Di fronte a tutto ciò che denunciamo, alla necessità di una voce marxista che porti avanti la lotta di classe, e fermi sul concetto che il giornale comunista deve svolgere il ruolo di organizzatore collettivo, usciremo ancora nel 2012, anche se non si riesce a rispettare la regolare mensilità. Ma siamo sicuri che voi lettori e abbonati capirete le nostre difficoltà, il nostro lavoro volontario e continuerete a sostenerci – magari passando la voce per trovare nuovi lettori e abbonati -, nonostante le sempre più precarie condizioni.

 


22 novembre 2011 redazione
editoriale

IL GOVERNO DI DIO, BANCHE, EUROPA E MERCATI
Nel nuovo esecutivo una pattuglia cattolica, facce nuove per poteri forti, con tre donne in posti chiave: Interni, Giustizia, Welfare per sostenere il grande capitale. La nostra lotta deve continuare
Mentre stavamo per andare in stampa la situazione italiana è precipitata. Il presidente Napolitano ha preso in mano la situazione e costretto Berlusconi a dimettersi. A giornale ormai impaginato abbiamo deciso di aspettare il nuovo esecutivo per cui alcuni articoli potrebbero sembrare “datati”, ma la sostanza del loro contenuto resta comunque valida.
Berlusconi, quindi, sotto attacco anche sul piano finanziario (i titoli Mediaset hanno perso in due giorni 19 punti) si è dimesso, non è stato defenestrato dalla lotta di massa né dall’opposizione che lo supplicava di dimettersi in realtà senza ostacolarlo, ma in seguito anche a pressioni esterne, con un atto dal sapore di repubblica presidenziale, sul filo di lama dello stesso parlamentarismo borghese, per superare un dibattito acceso (si fa per dire), in nome di una presunta unità nazionale, ma più vicino ad un compromesso storico, ad un patto sociale.
Ma non prima di aver chiesto e fatto passare il patto di stabilità con le disposizioni imposte dalla BCE.
Il governo Monti, cosiddetto tecnico, è subentrato ad un centrodestra non più in grado di dare garanzie e credibilità delle imposizioni europee nel momento in cui il centrosinistra non era ancora pronto a sostituirlo. Un’operazione pericolosa dal punto di vista democratico-borghese perché se ora la giustificazione è quella dell’emergenza economica, domani potrebbe esserlo di ordine pubblico e portare ad una soluzione autoritaria. Con il plauso delle forze politiche parlamentari e no (se pure con qualche distinguo) e, purtroppo, della “gente” che non ne poteva più della gestione personale del potere di Berlusconi, della mafia, delle logge segrete e della massoneria; dei suoi ministri e sottosegretari arroganti, supponenti, prevaricatori e ignoranti. Che non si arrendono, preparano il governo ombra, nel senso che agiranno nell’ombra per tornare a cavalcare il potere con le prossime elezioni. Berlusconi se n’è andato col suo smagliante sorriso stampato sulla bocca affidando alla TV il messaggio autoreferenziale: “l’ho fatto per l’interesse del paese…”, velina di martellamento per tutto il Pdl! Insomma un salvatore della patria, come Napolitano, come Monti!
Finisce l’era berlusconiana dello spreco, degli scandali, delle barzellette e della prostituzione d’alto bordo e ne inizia un’altra opposta - tempestivamente benedetta dal Vaticano: “Una bella squadra alla quale auguro buon lavoro” - basata sul rigore, sull’ordine, su dio e famiglia. Ma soprattutto sulle banche, l’Europa, la Nato e… il conflitto di interessi. Monti e i suoi ministri sono l’espressione del liberismo finanziario, del potere economico e militare, infatti, la Difesa, già in mano al deprecabile fascista La Russa, è stata affidata ad un ammiraglio, presidente del comitato militare della Nato, dal quale ha seguito le operazioni contro la Libia.

Monti ha ottenuto 281 voti (25 no) al Senato e 556 (61 no) alla Camera (esclusa la Lega nord che sceglie l’opposizione in funzione del recupero del suo elettorato e dei suoi militanti fortemente scontenti dei suoi inciuci con il Pdl). Le forze politiche lasciano il dominio dell’economia sulla politica, si fanno da parte di fronte al fiduciario del capitalismo e degli imprenditori, e alimentano nella popolazione e nella stessa classe operaia - oggi in una fase di debolezza politica e frammentazione sindacale - l’illusione che un nuovo e “tecnico” governo abbia la giusta cura per risolvere i problemi.
Monti, consulente della Goldman Sachs - una delle più grandi banche d’affari fondata da un ebreo tedesco (nella quale sono passati Prodi, Draghi vicepresidente, Gianni Letta advisor e persino Papademos, attuale primo ministro greco) - si è instaurato con un gesuitico discorso nel nome di De Gasperi e dell’Europa “non c’è un noi e loro, l’Europa siamo noi”. Per indorare la pillola il nuovo presidente ha subito respinto la definizione dei provvedimenti “lacrime e sangue” e l’ha sostituita con “sacrifici equi” (per chi?), che sempre drammatici saranno e non solo sul piano economico, altrimenti non sarebbe apprezzato dalla stampa estera né dalla holding bancaria Morgan Stanley. E lo verificheremo nel postdiscorso dei principi quando i ministri presenteranno alle commissioni le misure e le priorità da prendere.
In un’intervista al Corriere della Sera del 2 novembre Monti ha già anticipato la sua tendenza anticomunista e clericale, precisando che “In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini (che ha rovinato la scuola, ndr) e a Sergio Marchionne (che dopo aver introdotto contratti capestro si è rimangiato tutti gli accordi, ndr). Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.
Nessuna illusione, dunque, questo governo resterà il tempo necessario per ridare all’Italia l’immagine forte e seria di un Paese che, Monti o non Monti, non si può salvare perché affetto da una malattia che non ha colpito solo l’Italia, la Grecia, la Spagna o il Portogallo. È una malattia che si chiama capitalismo che riguarda tutta l’Europa condizionata dalla Germania, frutto della competizione interimperialistica che sempre più porterà alla repressione, se non addirittura ad una guerra e che non si può curare. L’unica terapia valida è il cambiamento del sistema sociale.
Evitiamo il fumo negli occhi e proseguiamo con la lotta e l’organizzazione di un’opposizione di classe che rifiuti di pagare il debito pubblico, usato per colpire tutto il mondo del lavoro, dai salari ai diritti.

Classe operaia, lavoratori, masse popolari e studenti – chiamati a salvare il sistema bancario ed il capitalismo – pagheranno un caro prezzo con qualunque governo che non rappresenta loro, ma i propri interessi.

 

Chi sono i tecnici del nuovo esecutivo
Economia-Finanza
: Mario Monti, prof. in Economia alla Bocconi di Milano, specializzato all´università americana di Yale, insieme al Premio Nobel per l´Economia James Tobin. Dal 1969 è docente ordinario all´università di Trento; dal ´70 all´85 insegna anche a Torino, poi alla Bocconi come direttore dell´Istituto di Economia Politica. Consulente della Goldman Sachs.

Ha ricoperto incarichi di alta responsabilità in diverse commissioni parlamentari, fra cui quella sulla difesa del risparmio dall´inflazione, è stato presidente della commissione sul sistema finanziario e creditizio, poi componente della Commissione Sarcinelli (1986-87) e del Comitato sul Debito Pubblico (1988-89). Dal 1994 al 2000 è stato Commissario presso l´Unione Europea insieme a Emma Bonino, con delega assegnata dal presidente della Commissione UE, Jacques Santer, per il Mercato Interno Europeo, Servizi e Integrazione Finanziaria, Unione Doganale e Fiscalità. Riceve anche la Delega per la Normativa sulla Concorrenza. È fra i promotori del procedimento contro la Microsoft di Bill Gates, facendo forza sulla Legge Antirust. Nel 2010, su incarico del Presidente della Commissione Europea, Barroso, è il principale redattore del "Rapporto sul futuro del mercato unico".
Interno:
Anna Maria Cancellieri (carica coperta dalla Iervolino nel 1988’89), prefetto in pensione, commissario del comune di Bologna e di Parma. Molto apprezzata dal centrodestra.
Esteri:
Giulio Terzi Sant’Agata, ambasciatore a Washington, in Israele e altri Paesi. Molto legato a Gianfranco Fini
Difesa
: Giampaolo di Paola, presidente del Comitato militare della Nato. È stato capo del gabinetto del ministro della Difesa con Carlo Sconamiglio e poi con Sergio Mattarella
Giustizia
: Paola Severino, noto avvocato penalista (tra i suoi clienti Prodi, Fininvest, Formigoni, Caltagirone, Rai, Morgan Stanley), dal 1997 al 2001 è stata vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura militare ed è prorettore vicario alla Luiss Guido Carli
Sviluppo economico e infrastrutture
: Corrado Passera, Ad di Intesa Sanpaolo (che si prepara a ricevere oltre 3,8miliardi di euro (dagli utili del 2011), socio nella Ntv (la società dei treni di Montezemolo). Al vertice di Poste italiane nei governi Ciampi e Prodi, si è avvicinato al centrodestra per “risanare” l’Alitalia
Welfare e Pari opportunità
: Elsa Fornero, una lady di ferro, convinta del contributivo e dell’allungamento dell’età pensionabile. Editorialista del Sole 24ore, vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, è sposata con Mario Deaglio giornalista de “La Stampa”
Istruzione
: Francesco Profumo, scelto dalla Gelmini per la presidenza del CNR, dal 2005 rettore del Politecnico di Torino; candidato per il centrodestra a sindaco di Torino; fa parte dell’Accademia delle scienze, dei cda Telecom e Pirelli
Salute
: Roberto Balduzzi, giurista e presidente dell’Agenas (agenzia per i servizi sanitari regionali e al ministero della Salute), ha già lavorato con Rosy Bindi, dal 2006 è consigliere giuridico del ministero delle Politiche per la famiglia
Beni culturali
: Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica, fa parte del comitato nazionale per il progetto culturale voluto dalla Cei
Ambiente:
Corrado Clini, laureato in medicina, ex membro dell’Enea e ora nel Cipe, coordina progetti e commissioni sullo sviluppo sostenibile ma con tendenza al nucleare
Turismo e Sport
: Gnudi, presidente Enel per tre mandati e numerosi incarichi in diversi cda e collegi sindacali di importanti società tra cui Stet, Eni, Enichem, Credito italiano
Agricoltura:
Mario Catania, da due anni capo dipartimento delle politiche europee ed internazionali del ministero agricoltura è stato uno dei tecnici a fianco dei ministri nelle negoziazioni a Bruxelles
Rapporti con il Parlamento
: Piero Giarda, giudice di primo grado della Corte di Giustizia Ue; esperto di mercato e concorrenza, è stato capo gabinetto della commissione Ue guidata da Monti; nel 2002 al Tesoro con Draghi, consigliere di Amato e Ciampi col quale ha portato l’Italia in Europa
Coesione territoriale
: Fabrizio Barca, direttore generale al Ministero dell’economia, per 20 anni all’Ufficio studi di Bankitalia; con Ciampi al ministero del Tesoro
Affari europei
: Enzo Moavero Milanesi, docente alla Cattolica di Milano dal 1968 al 2001; sottosegretario al Tesoro dal 1995 al 2001; presidente della Commissione tecnica per la spesa pubblica dal 1986 al 1995
Cooperazione internazionale
: Andrea Riccardi, fondatore e leader della Comunità di Sant’Egidio; ordinario di Storia contemporanea alla Terza Università di Roma

 

 

 

 

 


2 ottobre 2011 redazione
editoriale
PRODUCI, CONSUMA, PAGA E… CREPA Partecipazione e costruzione dell’autentico partito comunista per abbattere il capitalismo La quinta versione della manovra è stata approvata, ma non è finita qui perché l’Unione europea, con la minaccia della Grecia, e la stessa Confindustria con i suoi 5 punti stanno già chiedendo misure aggiuntive. Peggio del peggio, una manovra tutta riversata su coloro che hanno una busta paga, sui pensionati attraverso tasse, ticket, costi della scuola, sui giovani che restano senza prospettive per il futuro anche per il mancato turn over a causa del prolungamento dell’entrata in pensione. E sulle donne, lavoratrici ovviamente, che come se non bastasse lo sfruttamento come tutti i dipendenti e la vita passata a svolgere due, tre ruoli pensando a figli, faccende domestiche e anziani di famiglia si vedono allontanare sempre più l’entrata in pensione. Una manovra che demolisce per legge i contratti nazionali e cancella lo Statuto di lavoratori aprendo le porte alla libertà di licenziamento e producendo ulteriore disoccupazione. Politici ed economisti inneggiano allo sviluppo – intendendo far girare i soldi consumando, ma siamo al livello che, chi lavora e soprattutto chi ha figli, non riesce ad arrivare a fine mese. E come se non bastasse il primo risultato di questa manovra ha prodotto un aumento dei prezzi, in particolare dei carburanti (già gravati dalla guerra in Libia) che non sono usati solo per le automobili – che molti usano per carenza di mezzi pubblici – ma sono utilizzati in agricoltura e per riscaldamento. La situazione è davvero grave. La crisi è sistemica, ma non siamo tutti nella stessa barca e la conseguenza non è la necessità di “sacrifici purché equi” o “paghino anche i ricchi” come viene sostenuto anche dai partiti dell’”opposizione” e dagli stessi sindacati confederali. Paghino solo i ricchi! Quei capitalisti che continuano a produrre profitti, sia con la delocalizzazione, sia per il sostegno statale della Cig. o chiudono le fabbriche gettando sul lastrico migliaia di famiglie per investimenti finanziari più redditizi. Pirelli, infatti, amplia lo stabilimento a Slatina e assume 1000 operai oltre i 2400 già in forza; Moretti ha chiuso con un utile del gruppo Fs di 90 milioni di euro (34 milioni dello stesso periodo del 2010), con un margine operativo lordo di 841 milioni ma chiede regole più flessibili e invoca le deroghe previste dall’art. 8 della manovra per rinnovare i contratti con i ferrovieri, scaduti nel 2007. L’obiettivo di tutti i borghesi è la centralità del profitto come dimostra l’accordo del 28 giugno scorso firmato da governo, padroni e sindacati, compresa la Cgil. Accordo che, nel nome della coesione e dell’unità nazionale sposa completamente la linea Marchionne e sottomette i diritti dei lavoratori alle imprese. Nel frattempo il governo – tutto preso da beghe interne, da sessuomanie e dal pensiero di come salvare i propri ministri e sottosegretari coinvolti in affari loschi e di mafia – non solo non taglia il bilancio militare (27 miliardi nel 2010), ma continua a spendere cifre esorbitanti per farsi trascinare in guerre di rapina, ultima quella contro la Libia, da altri paesi imperialisti per il proprio tornaconto. Spende 90 mila euro al giorno per militarizzare il territorio della val Susa contro la popolazione che lotta per salvare ambiente e salute e spende 17miliardi di euro per acquistare cacciabombardieri come gli F35 in grado di trasportare armi atomiche e i politici seguitano a non farsi mancare nulla. L’industria militare è sempre in attivo, aziende come Finmeccanica e Oto Melara lucrano con le banche sulle forniture di armi e chissà quante tangenti vanno ai partiti della guerra. Che di fronte ad una crisi mondiale così grave è sempre più un pericolo reale. Una voce del bilancio su cui tacciono tutti dal Vaticano ai cattolici sempre solerti a difendere un feto, ma non le migliaia di civili che muoiono sotto i bombardamenti. Ciò finalmente scandalizza le masse popolari non più disposte a sopportare tant’è che lo sciopero generale proclamato per il 6 settembre dalla Cgil - dopo aver firmato l’accordo capestro del 28 giugno - con l’intento di frenare il malcontento, ma finalmente appoggiato dalla maggioranza dei sindacati di base, ha avuto un successo oltre le previsioni. Ma, non ci stancheremo mai di dirlo, lo sciopero non basta. Pur essendo importante, così come lo sono le manifestazioni operaie che si sviluppano da Pomigliano a Termini Imerese, ad Ancona, a Genova (che sono caricate dalla polizia), il problema fondamentale è non pagare questa crisi causata dal sistema bancario e finanziario mondiale ed europeo, dalle scelte imprenditoriali, dalle cattive gestioni economiche dei governi. Per quello italiano dovremmo pagare il debito pubblico prodotto da anni di Dc, Psi e centrosinistra e aggravato da Berlusconi e per le conseguenze delle misure imposte dai parameri di Maastricht sommate alle imposizioni della Bce su liberalizzazioni, flessibilità del lavoro e privatizzazioni. Le imposizioni fiscali non sono il pagamento di tasse per ricevere dei servizi che vengono continuamente tagliati, sono il trasferimento della ricchezza della popolazione ai banchieri, sono uno strumento di azione illecita per rifondere un debito pubblico artefatto, una pirateria internazionale di rapina. Giorno dopo giorno il capitalismo si dimostra un sistema fallimentare. È necessario abbatterlo e cambiare rifiutando l’idea che vorrebbero inculcarci che anche il socialismo è fallito. Quello che è fallito è una gestione revisionista del socialismo. La società socialista è l’unica alternativa possibile per eliminare padroni, speculatori, faccendieri, politici corrotti. Andiamo, quindi, oltre la protesta e le lotte difensive attraverso un percorso di lotta di classe che porti al cambiamento radicale, che elimini lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Bisogna agire e per questo ci vuole il protagonismo dei lavoratori, in particolare della classe operaia, attraverso lo strumento del partito comunista.
15 luglio 2011 redazione
editoriale
LACRIME E SANGUE PER MANTENERE POLITICA E CORRUZIONE CON LA RICETTA DELLA BORGHESIA SI RIMANE NEL PANTANO DELLA CRISI. SE NE ESCE SOLO SEGUENDO LA STRADA DI RIVOLUZIONARIE TRASFORMAZIONI SOCIO-ECONOMICHE C’è chi dice “Il bicchiere italiano è ancora mezzo pieno” (Balice, presidente degli analisti finanziari), chi sostiene che “banche contagiate ma l’Italia non fallirà mai” (Bini Smaghi), c’è il pressing della Germania, per accelerare il risanamento. Chi ha creato la crisi e chi la paga e pagherà? La crisi viene da lontano, è una malattia cronica ed è intrinseca al sistema capitalista le cui contraddizioni si inaspriscono accanto alla rivalità tra le maggiori potenze imperialistiche. Sistema che genera milioni di disoccupati, incertezza nel domani; una politica antipopolare e repressiva; di sfruttamento delle risorse; di aumento delle spese militari; di crisi morale. È dal 1825 che ciclicamente, ogni 8-12 anni, le crisi si ripetono estendendosi a paesi sempre più numerosi, ma ogni nuovo sconvolgimento si differenzia da quello precedente e si intreccia tra crisi di sovrapproduzione, agrarie e valutarie fino a strutturali mondiali. L’Italia si trova aggravata dalla gestione clientelare dei passati governi democristiani e dalle allegre gestioni, prima di Craxi, e poi del governo Berlusconi. Che non bada a spese e, pur di mantenere il numero per governare (e portare a termine i suoi affari), appesantisce le già costose spese della politica pagando segretari e sottosegretari che scaldano la poltrona e che si aggiungono alle spese di partecipazione alle guerre di invasione e l’acquisto in miliardi di euro in aerei da guerra. Il governo vive sulla demagogia. La sforbiciata alle “missioni” all’estero di 120 milioni propagandata da La Russa che assicura “continueremo a garantire la sicurezza dei nostri soldati”, non è tale. È che il rifinanziamento dei giorni scorsi di 694 milioni di euro si aggiungono agli 811 milioni del primo semestre (solo per l’Afghanistan ne vengono spesi 380 milioni di euro). Tanto che la Nato ha commentato: “L’Italia è un forte alleato ed un finanziatore affidabile dell’Alleanza”. Se poi saranno ritirati 2000 soldati come annunciato andrà verificato e, comunque, non cambia nulla. Le presenze in guerra, compresa l’avventura libica - che paghiamo con un’ulteriore accisa sul carburante - restano. Questo governo, composto da ministri imputati di mafia, implicati in trame e doppi giochi di potere, in mano a faccendieri e Logge (Bisignani della P4 era già iscritto alla P2), con superpoteri come Marco Milanese (la cui compagna è portavoce del ministro Tremonti) - per non parlare degli scandali sessuali - prende in giro anche con la manovra finanziaria. Nessuno tocchi i suoi politici! Sono troppo preziosi per mantenere il consenso elettorale, lo sviluppo degli affari, garantire loro la pensione e salvarli dalle imputazioni che pesano soprattutto sugli appartenenti al Pdl. Su quel partito che il nuovo segretario (che non si dimette da Ministro) sostiene sia un partito di onesti! Nessun taglio alla politica (men che meno agli sprechi), quindi. Vale la pena ricordare che in questo Paese i parlamentari (spesso con doppi e tripli incarichi) sono pagati con circa 1500 euro in più di un parlamentare statunitense e che il governatore dello Stato di New York percepisce la metà di quanto prende il governatore della Sicilia! Costi e sprechi che si aggiungono a quelli di Regioni, Province, Comuni e di tutti i loro sporchi affari ottenuti a suon di tangenti. Si potrebbe definire vergognosa la decisione di PD (ed IVD) di favorire il voto della manovra, salvando il governo, in una ritrovata unità per il bene del paese secondo la dottrina del Presidente della Repubblica e di Draghi, ma tale non è. È solo il frutto della linea di un partito borghese che non è né democratico, né riformista. È uno dei tanti partiti della borghesia che - qualora vincesse alle prossime elezioni - si troverebbe – ancora una volta – a gestire i debiti con finanziarie lacrime e sangue, in piena sintonia con i diktat di Confindustria e Bruxelles. Chi paga dunque la crisi, il debito pubblico e le soluzioni prese? Le masse popolari. Quelle che, scoraggiate dall’assenza di un’opposizione vera e disabituate a prendere in mano il proprio destino perché condizionate da anni - grazie ai partiti della cosiddetta sinistra - dalla pratica della delega, non protestano (per ora) ma riducono i consumi – anche quelli alimentari – e sacrificano le ferie. I tagli, come il carovita, infatti colpiscono i più bisognosi, i pensionati, i giovani. Questa ultima manovra (approfondimento a pag. 5) scippa ai futuri pensionati con 40 anni di lavoro da uno a tre mesi, mentre ciò che è spacciato per misura di solidarietà sulle pensioni d’oro è un’altra truffa. Il contributo del 5% non è calcolato sugli importi dei trattamenti pensionistici di 90mila euro (che sarebbe 4.500 euro), ma sulla parte eccedente fino a 150mila (su 150mila diventano 3.000!) e il 10% per la parte eccedente i 150mila. Ma la misura più infame è quella sulla sanità che entra in vigore nell’immediato e che ripristina (già introdotto dal governo Prodi) il ticket per l’assistenza ambulatoriale specialistica e 25 euro per le prestazioni di Pronto soccorso (che in molte regioni è comunque in vigore da tempo). Non è qualunquismo né antipolitica denunciare le scelte governative e organizzarsi contro le misure – come i benpensanti e i diretti interessati continuano a ripetere -. La borghesia non ha una ricetta di guarigione, ma gravi misure economiche al fine di affievolirla, scaricandola su chi già stringe i denti per andare avanti. Si può uscire dal pantano della crisi solo se si rimette in moto una seria lotta di classe e si segue la strada di rivoluzionarie trasformazioni socio-economiche.
14 giugno 2011 redazione
solidarietà
La repressione non ci fermerà Solidarietà agli arrestati e ai denunciati A Firenze nell’ultimo mese, dopo una serie di operazioni di controlli della Digos, per strada, dei militanti, si è scatenata la caccia a chi protesta. Per primi sono stati colpiti 78 studenti dei quali 5 messi agli arresti domiciliari e 17 sottoposti all’obbligo di firma. A questi si som-mano altri 9 “rei” di aver impedito alla fascista Santanchè di entrare all’Università. Altri 10 compagni sono stati denunciati per interruzione di servizio pubblico, in occasione di una manifestazione contro la guerra in Libia. Per aver risposto alla repressione lunedì mattina sono arrivati altri 16 provvedimenti ad al-trettanti compagni, dei quali 1 in carcere, 6 agli arresti domiciliari e 9 con obbligo di firma. Questa pioggia di denunce ha lo scopo di intimidire e fermare quelle forze sociali, soprattutto giovanili, che si battono contro la scuola di classe e più in generale contro una società che nega ogni prospettiva di lavoro e di vita. Che lottano contro il capitalismo, il fascismo e i rigurgiti fascisti quali nemici giurati dei comunisti, e più in generale, delle masse proletarie italiane e straniere. È un attacco alla stessa democrazia borghese. Colpire chi lotta contro il sistema con denunce, perquisizioni, arresti, aggiornando le schedature della polizia è il solito metodo usato dal potere per difendere lo Stato capitalista. È una strategia per dare una risposta alla crisi cercando di isolare e colpire i mi-litanti (lavoratori e operai che rischiano di perdere la propria occupazione) delle varie organizzazioni che operano politicamente sul territorio contro la guerra, lo sfruttamento e per una società di liberi ed uguali. Politici e mass-media (anche nazionali) si scatenano contro i “violenti” e lanciano l’allarme sulla perdita di democrazia, chiedono la chiusura dei centri sociali. Ma violenza e terrorismo sono gli strumenti di comando e prevaricazione tipici del sistema capitalista e imperialista e di chi lo sostiene. Che sfrutta i lavoratori imponendo contratti capestri, licenziando o uccidendoli in nome del profitto. Che attacca i diritti, reprime la protesta, infonde una cultura razzista che arriva a marchiare gli ambulanti stranieri e respingere i profughi di guerra. Ai compagni denunciati e arrestati, ai compagni che saranno prossimamente processati a Firenze va tutta la nostra solidarietà militante. Chiediamo a tutte le forze politiche, sindacali e culturali di pronunciarsi contro questo clima di autoritarismo che si sta imponendo a Firenze e in Toscana. Continuiamo la lotta e l’impegno per respingere la repressione e per la liberazione di tutti i compagni! I compagni del Comitato Comunista toscano e di “nuova unità”
28 aprile 2011 redazione
Giornata di lotta internazionale
1° MAGGIO DI LOTTA DEL PROLETARIATO MONDIALE CONTRO LO SFRUTTAMENTO CAPITALISTICO CONTRO l’IMPERIALISMO E LA GUERRA L’attuale sistema è legato al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato: aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, della precarizzazione e della Cig, abbassamento dei livelli salariali, licenziamenti, aumento dello sfruttamento e della repressione, morti sul lavoro e di lavoro, attacco alla contrattazione nazionale, tagli e privatizzazione dei servizi essenziali, carovita, sfratti ecc. E la crisi è destinata ad aggravarsi sempre più acuendo le contraddizioni tra capitale e lavoro. Sia i partiti di opposizione che quelli di governo, e le varie organizzazioni sindacali ritengono, del tutto legittima questa società, anzi l’unica possibile, tutti impegnati a sostenere il “sistema paese” e nella difesa di un presunto interesse nazionale dove se va bene per i capitalisti andrebbe bene anche ai lavoratori. La mancanza di un autentico Partito comunista e di un sindacato di classe porta il proletariato, i lavoratori e le masse popolari – nonostante importanti lotte di resistenza a livello locale, che non riuscendo ad essere generalizzate spesso rimangono isolate – ad indietreggiare e anche soccombere davanti alla forza dello Stato e dei suoi apparati repressivi. Da anni sono state sacrificate le lotte in nome dell’unità sindacale per trovarci oggi sui posti di lavoro sindacati come CISL e UIL, insieme al sindacato fascista UGL, che firmano contratti capestro, e pretendono anche di diventare gli unici legittimati a rappresentare i lavoratori. Da decenni, in Italia, il 1° Maggio è diventata solamente una giornata di festa privata di qualsiasi contenuto di classe. E ora vogliono toglierci anche questo, noi dobbiamo lavorare, sempre per il bene del paese, mentre la Chiesa festeggia i suoi santi e predica rassegnazione e speranza in un mondo migliore dopo la morte. Per i lavoratori riprendere nelle proprie mani il 1° Maggio con i suoi contenuti di classe è ormai una esigenza imprescindibile. Lo sviluppo ed il progresso sociale sono incompatibili con il capitalismo. Il futuro della classe operaia e del proletariato non è migliorare l’attuale società, né una diversa distribuzione della ricchezza, ma eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione che è alla base dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della concorrenza tra lavoratori italiani e stranieri e delle guerre imperialiste delle quali la Libia è l’esempio più attuale. Solo la classe operaia attraverso le lotte, riprendendo in mano anche la lotta politica in prima persona, senza delegare a nessuno la propria liberazione, può ricostruire un Partito comunista capace di conquistare il potere politico ed instaurare una società socialista. 22 aprile redazione 25 APRILE 2011 25 APRILE NO AL REVISIONISMO STORICO TRA I DISCORSI EVERSIVI DI BERLUSCONI, LEGGI REAZIONARIE, REPRESSIONE, SFRUTTAMENTO I partigiani hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupazione nazista e dall’odiosa dittatura fascista di Mussolini ed essendo la stragrande maggioranza di loro di provenienza operaia e da ceti popolari hanno portato con sé, nella Lotta di liberazione, anche l’aspirazione di liberarsi dall’oppressione delle ingiustizie sociali e di costruire uno Stato di uguali, laico, indipendente, con una forte connotazione di pace tra i popoli, nello spirito internazionalista che contraddistingue la classe operaia. In tutti questi anni che ci separano da quel vittorioso 25 Aprile 1945 la Resistenza non ha avuto vita facile. Già nel 1947 a soli due anni dalla fine della guerra di Liberazione nazionale, Secchia rivolgendosi ai partigiani denunciava come si conducesse contro di loro una lotta a base di diffamazione, di calunnie e di insulti e come i traditori volessero vestire la divisa dei traditi invertendo i ruoli e trasformando le vittime, i partigiani, in assassini. Quella che nel 1947 era una campagna di calunnie e di denigrazione si trasformava nel 1949 in una politica di persecuzione dei partigiani. Politica portata avanti particolarmente da dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948 vinte dalla DC grazie ad abusi, mezzi illeciti ma soprattutto grazie al sostegno del Vaticano e degli USA. Artefice negli anni ‘50 di questa politica di persecuzione dei partigiani, di repressione delle lotte degli operai, dei contadini e dei lavoratori e della liberazione dei più odiosi criminali fascisti è il governo De Gasperi, con il ministro dell’Interno Scelba, tristemente noto per la sua “Celere”, entrambi democristiani. Quando parliamo di liberazione dei criminali fascisti ci riferiamo ad uno dei maggiori responsabili dei crimini fascisti, il “principe nero”, Junio Valerio Borghese, capo di quella X Mas che ha avuto al suo attivo ottocento omicidi documentati, il saccheggio, la razzia e l’incendio di interi villaggi e centinaia di partigiani seviziati e torturati. A proposito di scarcerazione ricordiamo che se i fascisti uscirono dalle carceri, mentre i partigiani vi entravano, si deve alla legge di amnistia promossa in nome della pacificazione nazionale da Togliatti, allora ministro della Giustizia, un provvedimento formulato in maniera volutamente generica che lasciava ampia discrezionalità di interpretazione e di operatività alla Magistratura molti dei cui componenti si erano formati e avevano fatto carriera durante il ventennio dimostrando ben scarsa indipendenza dal regime fascista. In libertà i torturatori di partigiani, i boia della repubblica di Salò, Borghese, Anfuso, Graziani, Almirante. La Direzione del PCI e Togliatti, sperando di ingraziarsi la Magistratura, non sollevano grandi riserve. Eppure la Magistratura, come negli anni ‘20, aveva ripreso ad emettere sentenze scandalose di assoluzione dei fascisti e perseguiva i partigiani per le azioni commesse durante la Lotta di Liberazione. L’arresto di fascisti o la loro detenzione venivano equiparati, per esempio, al sequestro di persona; alla stessa stregua erano considerati delitti comuni altri fatti relativi alla lotta partigiana come il possesso di armi, la confisca di beni degli ex gerarchi. Addirittura erano riesaminate le sentenze di proscioglimento di partigiani emesse prima del provvedimento di amnistia e erano tradotte in sentenze di condanna. Dissenso, insoddisfazione e risentimento si manifestarono tra i militanti comunisti, i partigiani e le masse lavoratrici in tutto il paese ma a questo non fece seguito una seria autocritica di Togliatti e della Direzione del PCI. La stagione dell’unità nazionale si avviava al tramonto in una situazione caratterizzata da un diffuso sentimento di sfiducia e di ribellione tra le masse popolari deluse per il permanere di condizioni di vita e di lavoro insopportabili e per il continuo e pesante immiserimento dovuto all’inflazione che nel periodo novembre 1946–giugno 1947 provocò un aumento del costo della vita pari al 50%. L’alleanza con la DC e il PSI continuava comunque ad essere la pietra miliare attorno alla quale ruotava la politica di Togliatti e, sia pure tra mugugni e dissensi, dell’intero PCI. Il feticcio dell’unità nazionale e con esso il disegno del PCI si sarebbe ben presto sgretolato sotto l’incalzare delle forze conservatrici, in particolare della DC, ormai certe di aver impresso un indirizzo moderato allo scenario politico uscito dalla Liberazione. La permanenza del PCI al governo, ormai precaria, ricevette il colpo di grazia a causa dell’intervento del governo degli Stati Uniti. Il 12 marzo 1947 il presidente Truman pronunciò davanti al Congresso il discorso che era destinato a diventare noto come “la dottrina Truman” con il quale annunciava che era ”impegno degli Stati Uniti sostenere quei popoli liberi che intendono resistere a tentativi di sovversione interna da parte di minoranze armate e a pressioni esterne“. Il 1° maggio il generale Marshall, che aveva assunto la guida del Dipartimento di Stato statunitense, inviò un messaggio all’ambasciatore a Roma nel quale, entrando nel merito della permanenza del PCI al governo, chiedeva “quali passi il governo americano potesse effettuare per rafforzare le forze democratiche e filoamericane tenendo presente l’importanza dell’Italia per la politica americana nel Mediterraneo”. La risposta dell’ambasciatore Dunn fu estremamente chiara e suonava come segue: “la concessione di aiuti all’Italia era subordinata a che gli italiani mettessero ordine in casa propria”. L’esclusione dei comunisti dai governi dei paesi occidentali era la moneta di scambio dei finanziamenti americani per la ricostruzione economica. E così prima i comunisti belgi e poi quelli francesi furono estromessi dal governo. Il 31 maggio 1947, De Gasperi annunciò la nascita di un monocolore democristiano mettendo alla porta il PCI e il PSI, concludendo la fase dei governi di unità nazionale. Per comprendere la Resistenza è indispensabile collocarla nelle condizioni storiche che la fecero sorgere, è indispensabile partire dal fascismo, da come è nato e si è sviluppato, come ha potuto vincere nel nostro paese ma anche come per un ventennio, nella clandestinità e nella repressione più dura, un numero limitato di militanti, particolarmente i comunisti, ma anche i socialisti e gli anarchici, tennero viva e alimentarono la lotta e dopo l’8 settembre 1943 salirono in montagna costituendo le prime formazioni partigiane contro i fascisti repubblichini e i nazisti. Vari sono stati i tentativi in quegli anni, e tuttora presenti, di deformare e falsificare la Resistenza o di darne una lettura del tutto diversa rispetto al suo vero significato. Tra le forme di falsificazione storica vi è quella dell’omissione. Coloro che parlano o scrivono della guerra di Liberazione nazionale tacendo delle innumerevoli azioni di massa, degli scioperi e delle manifestazioni condotte da operai, contadini e lavoratori falsificano la storia della Resistenza, ne danno un’immagine limitata, deformata. La grande borghesia reazionaria, gli esponenti politici del vecchio MSI-DN riciclatosi in AN, sdoganati – ma sempre fascisti - da Berlusconi e ora nel PdL, i gruppi apertamente fascisti ed eversivi, i partiti di centrodestra, intellettuali di destra come Pansa e altri non hanno alcun interesse a far conoscere la vera storia della Resistenza perché suona condanna per loro e per le classi dominanti che in tutti questi anni hanno permesso che i fascisti, nonostante il divieto della Costituzione, si ricostituissero in partito, prima clandestinamente, assumendo il nome di PFD (Partito fascista democratico) e poi, negli anni '50, di MSI, successivamente di MSI-DN e infine, dopo lo sdoganamento, di AN. Un partito, il MSI-DN, al quale la DC non ha esitato in varie occasioni - pensiamo al governo Tambroni - a chiedere voti e alleanze per formare i governi assicurando, come corrispettivo, legittimazione e coperture politiche. Un partito implicato nell’eccidio di Portella della Ginestra, che è stato al centro, da sempre, di trame torbide con i servizi segreti italiani e statunitensi, artefice con Junio Valerio Borghese di un tentato colpo di Stato e poi della strategia della tensione portata avanti per più di un decennio mediante attentati e stragi da Piazza Fontana all‘Italicus, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Stragi rimaste quasi tutte impunite, di cui non si conoscono giudiziariamente i mandanti, ma stragi di Stato nella coscienza dei lavoratori perché commesse dai fascisti ma in combutta con apparati dello Stato italiano e con i servizi segreti statunitensi. Altra deformazione della storia della Resistenza è quella in base alla quale si vorrebbe fare credere che la Resistenza fu un grande movimento spontaneo che non appartiene ad alcun partito, tutti gli italiani furono per la Resistenza. Si tratta di una teoria di comodo. La Resistenza non appartiene ad alcun partito ma è vero che non tutti i partiti vi contribuirono in uguale misura. Ben altro è stato l’apporto che hanno dato i partigiani del PCI, PSI e Partito d’Azione rispetto a quelli della DC, del PLI e del Partito monarchico (questi ultimi presenti in maniera quasi risibile e fautori della teoria: aspettiamo che arrivino le truppe angloamericane a liberarci!"). La guerra partigiana ha avuto in Italia un carattere diverso che in altri paesi d’Europa. Il nostro era non soltanto un Paese invaso dallo straniero, ma un Paese oppresso da più di venti anni di dittatura fascista. Più che altrove la guerra partigiana è stata in Italia lotta militare per l’indipendenza nazionale e la libertà contro fascisti e nazisti, ha avuto le caratteristiche della guerra civile combattuta tra italiani e italiani e, nelle aspirazioni dei partigiani più avanzati, particolarmente di quelli raccolti nelle formazioni Garibaldi, è stata vissuta come lotta sociale, rivoluzionaria per un cambiamento radicale della società italiana. Non a caso protagonisti della Resistenza sono stati la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici, classi e strati sociali all’avanguardia da sempre nella lotta per la rivoluzione e il socialismo. Con la disgregazione dell’esercito l’8 settembre ’43, si formarono spontaneamente gruppi e bande di soldati e ufficiali la cui preoccupazione principale era quella di non lasciarsi catturare dai tedeschi e di rifugiarsi in montagna. Ma non era ancora la Resistenza. Il movimento dei partigiani e la costituzione di formazioni armate combattenti non sorse spontaneamente, al contrario. All’inizio l’effettiva Resistenza dovette affrontare e superare l’ostacolo dell’attesismo ed occorsero alcuni mesi per organizzare il movimento partigiano vero e proprio e perché iniziasse la lotta armata contro tedeschi e fascisti. Dal 25 luglio all’8 settembre ‘43 ci fu tutto un lavoro di organizzazione e, precedentemente, il fuoco sotto la cenere, la lotta contro la dittatura fascista furono mantenuti vivi lungo tutto il ventennio fascista. Sembra una cosa banale sostenerlo, ma non si può parlare della Resistenza senza partire dalla lotta contro il fascismo. È vero che per taluni la Resistenza comincia soltanto dal 25 luglio o dall’8 settembre 1943 da quando cioè la monarchia cercò di separare le proprie responsabilità da quelle del fascismo. Per costoro divenne legittimo combattere il fascismo solo nel momento in cui questo, ricostituitosi nella repubblica di Salò, si pose apertamente contro le istituzioni italiane mettendosi al servizio dello straniero. Coloro che ragionano così vedono la Resistenza solo come lotta contro lo straniero e non come lotta contro il fascismo mentre in Italia durante vent’anni vi fu, se pure condotta da piccole minoranze d’avanguardia, particolarmente, ma non solo, dai comunisti, una lotta accanita. In secondo luogo ritenere che la Resistenza comincia solo dal 25 luglio 1943 significherebbe praticamente riconoscere la legittimità del ventennio fascista fino al momento del disastro. E non possiamo non soffermarci sui rapporti che intercorrono tra la Resistenza ed il Risorgimento italiano, su quella impostazione storica che parla di primo e secondo Risorgimento. La Resistenza non rappresenta la continuità del Risorgimento, ha caratteristiche del tutto diverse. La diversità fondamentale sta nel fatto che la Resistenza ha avuto come forza trainante, come protagonista una nuova classe sociale, una classe rivoluzionaria: la classe operaia diretta dal PCI e dagli altri partiti di sinistra. E con la classe operaia si schierarono altri strati sociali popolari. La Resistenza fu lotta per la libertà e per l’indipendenza nazionale, ma non solo. Fu lotta contro la grande borghesia, contro quella classe reazionaria che nell’immediato primo dopo guerra armò la mano dei fascisti e impose la dittatura. La Resistenza non fu lotta per la rivoluzione proletaria perché nel programma di Togliatti e della direzione del PCI non rientrava in alcun modo la trasformazione della guerra di Liberazione in guerra civile rivoluzionaria, in lotta aperta per il potere politico. Troppo pesante fu considerata allora la presenza nel nostro paese dell’esercito anglo-americano. E la conferma di un atteggiamento di esclusione, non tanto nei militanti e in larghi settori delle masse lavoratrici della lotta aperta per la rivoluzione proletaria si ebbe al momento dell’attentato a Togliatti quando i dirigenti del PCI si prodigarono per bloccare e riportare in un alveo di normalità il tentativo insurrezionale che investì l’intero paese, soprattutto le città del nord. Ma se pure la Resistenza non aveva all’ordine del giorno la rivoluzione socialista, è altrettanto vero che il fine della lotta non era solo la riconquista della libertà e dell’indipendenza nazionale. Era molto di più. Le aspirazioni dei partigiani, particolarmente di quelli comunisti, erano quelle di epurare gli apparati dello Stato dai fascisti, di estirpare le radici del fascismo cambiando profondamente la società, di battere i gruppi capitalisti che avevano alimentato il fascismo, di porre al primo posto, in una società più giusta, la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici e non i padroni. Nel Risorgimento il popolo lottò non per propri obiettivi ma in un contesto condotto dalla borghesia per affermarsi sulla vecchia società feudale. La borghesia italiana non seppe muovere le masse popolari, non seppe alleare a sé i contadini e i lavoratori del nord e del sud, ebbe paura che le masse popolari uscissero dai limiti che aveva fissato. Non vi fu perciò una vera rivoluzione nazionale. Oggi, lo Stato è in mano ai capitalisti che, appoggiati da un governo reazionario, trasferiscono all’estero la produzione alla ricerca del massimo profitto con sfruttamento e bassi salari, impoverendo il paese che è al massimo della disoccupazione, soprattutto giovanile. Un governo guidato da Berlusconi che non perde occasione per fare discorsi eversivi, un Parlamento composto da nani e ballerine che pensano solo al proprio interesse e che esprimono leggi repressive e razziste. A pochi giorni dal 25 Aprile un gruppo di parlamentari del Senato del Pdl - il cui primo firmatario è Cristano De Eccher, rampollo di una famiglia nobile di Trento e già responsabile per il Triveneto del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, indagato per la strage di piazza Fontana e arrestato e condannato tra il 1973 e il 1975 per un fallito attentato ad uno studente comunista e per attività eversive - ha presentato un disegno di legge che propone l’abolizione della XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione, quella che vieta “la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito Fascista”. Scilipoti, tra i comprati dal PdL per mantenere la maggioranza, presenta il suo programma copiandolo dal manifesto fascista del 1925. Si moltiplicano in molte città le sedi di gruppi di estrema destra, mascherati da circoli sociali e culturali, ma basati su azioni squadristiche e foraggiati dal ministro Meloni, già dirigente dei giovani fascisti di AN. Il pericolo di una recrudescenza fascista è sempre presente. Non esistono automatismi, ma non si può escludere una simile evenienza che è collegata ad una molteplicità di fattori (acutezza della crisi del capitalismo, livello di combattività del proletariato). Sappiamo che le radici del fascismo affondano nel capitalismo, si è affermato come il sistema di reazione integrale più conseguente del grande capitale come “la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario”; nei rapporti di produzione, nei profitti e nei privilegi di cui gode la borghesia attraverso lo sfruttamento della classe operaia e dei lavoratori. Profitti e privilegi che la borghesia più reazionaria interessata alla stabilità e all’ordine, a bandire gli scioperi e a comprimere i salari per aumentare i profitti, difende fino all’estremo arrivando, se necessario, ad imporre anche il fascismo quale ultima carta per la sua sopravvivenza. Perciò il fascismo non è da sottovalutare come nell’immediato primo dopo guerra, quando si affermò - accettato dalla monarchia e dalla Chiesa (Papa Pio XI benedisse Mussolini come l’uomo della provvidenza, quella divina si intende) - travolgendo il regime liberale borghese perché la borghesia, i suoi partiti e l’apparato dello Stato sottovalutarono questo fenomeno eversivo e non lo contrastarono. L'antifascismo non può essere solo memoria storica, lontana nel tempo o limitato a cerimonie celebrative come ogni 25 Aprile, vuote di qualsiasi contenuto di classe. Ha un senso ed una attualità se viene praticato e cioè se è anche antifascismo militante. E non è la lotta antifascista una battaglia di secondo ordine, di retroguardia come si sente dire talvolta anche perché questa lotta si intreccia con quella a difesa da ogni involuzione reazionaria dello Stato e dei suoi apparati, contro quel processo di fascistizzazione della società limitativo degli spazi di democrazia reale, intriso di razzismo. Organizzarsi in organismi di massa, negando ai fascisti qualsiasi agibilità politica (e dare concreta attuazione alla norma costituzionale che vieta la ricostituzione del partito fascista) e combattere qualsiasi forma di razzismo, è già una risposta. 20 aprile redazione editoriale ANCORA UNA GUERRA IMPERIALISTA Anche nel nord d’Africa la tattica segue gli interessi… petroliferi unendo Onu (organismo dominato dai maggiori paesi imperialisti) e Nato Negli ultimi mesi inaspettate mobilitazioni popolari partite dalla Tunisia e allargatasi ad Egitto e Libia e in altri paesi hanno sconvolto il nord Africa. Fame, sofferenza, privazioni, sfruttamento e i governi corrotti sono stati i motivi alla base di queste rivolte. In Tunisia hanno portato alla deposizione di Ben Ali, in Egitto di Mubarak. Anche altri paesi – Yemen, Algeria, Barhein, sono segnati da proteste. In questi paesi le contraddizioni sono esplose con manifestazioni generose di popoli e lavoratori che non ne possono più di essere sottomessi da governi dittatoriali e sottopagati da imprenditori europei (solo in Tunisia ci sono 700 imprese italiane), sono proteste che hanno avuto il pregio di dimostrare la forza delle masse popolari che porranno ai lavoratori dei paesi arabi nuovi orizzonti di lotta per consolidare gli obiettivi raggiunti e poterne raggiungere di ancora più avanzati, altrimenti rischiano di essere riassorbite dai poteri reazionari dei vari paesi, dimostrando la loro debolezza: la mancanza o insufficienza del partito comunista in grado di dirigere le lotte, in grado di porre a questi movimenti l’obiettivo di prendere il potere politico e trasformare in realtà le proprie richieste. È così anche per le lotte che si sviluppano in Italia dove, proprio per l’assenza di un autentico Partito comunista, restano tali e senza prospettive. Lotte che non trovano certo la sponda nei sindacati consociativi, come dimostra il mini sciopero promosso da Cgil dopo tanto tempo e tante pressioni, invece di un vero sciopero generale nazionale che danneggi effettivamente il capitale. Gli imperialisti, con a capo gli Usa, sempre pronti ad intervenire per manipolare i processi di cambiamento e trasformarli, ancora una volta, con il saccheggio delle risorse naturali, minerali ed energetiche, come creano i dittatori, li distruggono. Inventano roboanti notizie fasulle e lo stesso linguaggio di grande effetto mediatico: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani, bombe intelligenti (non tanto se colpiscono pure i rivoltosi!) ecc. Come per Saddam Hussein ora è toccato a Gheddafi. Si scaricano i vecchi amici sostituendoli con nuovi complici che continuano a servire i loro interessi. L’Egitto garantisce Israele agli ordini del Pentagono e la Tunisia - in tre mesi, tre governi - è in mano ai militari. Ma alle rivolte del Maghreb la risposta è stata diversa. La decisione di aggredire la Libia - dove il reddito procapite era di 6/7 volte superiore agli altri Paesi e dove lavoravano 2 milioni di stranieri - è dettata solo dagli interessi degli Stati coinvolti e delle multinazionali per il controllo delle sfere d’influenza e delle materie prime: petrolio di ottima qualità a basso prezzo e gas naturale. La Francia ha fatto da apripista in un conflitto nato da proteste, ma sul quale si è innestata la spaccatura interna al governo. Ancora prima di bombardare, dietro risoluzione dell’Onu che nessuno rispetta nei confronti dei palestinesi (che continuano ad essere massacrati), “consulenti” militari statunitensi, inglesi e francesi, agenti dei servizi segreti erano presenti in Cirenaica in “aiuto” ai rivoltosi (avvocati, giuristi, ex governanti, ex ministri oggi nel governo provvisorio) - che sventolano la bandiera della monarchia Idriss e quella francese - per organizzarli in unità paramilitari, mentre flotte navali da guerra si avvicinavano alle coste. Un’invasione di tipo colonialista cui il servile e guerrafondaio governo italiano, che spende 25 miliardi di euro l’anno in spese militari, non poteva che accodarsi. E non solo per mire colonialiste che 60 anni fa, con Mussolini, sono costate 100mila morti, ma per gli accordi di affari, interessi (Eni, Fiat, Finmeccanica, Unicredit, Juventus) e connivenze iniziati nel 2004 da Berlusconi, proseguiti nel 2006 da Prodi, ed aggravati nel 2010 ancora dal governo Berlusconi. Appoggiando, riverendo Gheddafi e vendendogli le armi, il governo ha anche ottenuto la cooperazione poliziesca e militare che impediva il flusso migratorio dai suoi porti. Giovani in cerca di lavoro che il capitale sa bene come utilizzare: o li spreme in lavori supersfruttati e sottopagati, o li rimanda indietro, o li priva della libertà rinchiudendoli in lager chiamati CIE. L’Italia è, come per tutte le altre guerre, la portaerei del Mediterraneo. Dalle basi Usa e Nato seminate ovunque partono i bombardieri e la fornitura dell’apparato di guerra, ed è a Napoli il comando delle forze navali Usa, nonché quartier generale delle forze del comando Africa. Oltre ai costi della guerra che si riverseranno sulla popolazione con nuovi sacrifici la pericolosità aumenta con la militarizzazione del territorio. Se non bastassero le basi straniere, in continuo incremento come a Vicenza, prende corpo il progetto dell’Hub militare che coinvolge una vasta area di Pisa e Livorno dove è già presente Camp Darby, per ottimizzare al massimo le “proiezioni di forza” degli eserciti della Nato. L’Italia è implicata anche con l’utilizzo degli aeroporti civili, in particolare quelli del sud. Una condizione che si ripercuote sul turismo con conseguenze occupazionali. Ragioni in più per ribellarsi a questa guerra. Abbiamo già visto cosa ha prodotto l’intervento “umanitario” in Yugoslavia; in Iraq e in Afghanistan. E ancora prima, dalla metà del secolo XX con la nascita dei Paesi non Allineati - che si caratterizzavano per i processi di indipendenza e politiche di carattere progressista. Un processo di liberazione nazionale iniziato con una forte opposizione all’imperialismo che intervenne perseguitando e uccidendo come in Congo (Lumumba), in Burkina Faso (Sankara), in Guinea Bissau (Cabral); finanziando e mantenendo per anni la guerriglia dell’Unita in Angola; consegnando il Sahara alla monarchia del Marocco; facendo diventare Israele la punta di diamante dell’imperialismo in Medio Oriente, e che si è nel tempo trasformato in riconciliazione e retorica dietro i quali si nascondevano accordi economici e politici di carattere strategico per l’imperialismo, di sfruttamento dei lavoratori e saccheggio delle risorse. Per giustificare questa guerra il centrosinistra e molti cattolici, si sono messi l’elmetto in testa e il Presidente della Repubblica è riuscito persino a legare la necessità dell’intervento con il clima nazionalista alimentato in occasione del 150°anniversario dell’unità d’Italia. Si trova in buona compagnia Marco Ferrando, segretario del PCL. Con la sua posizione e la sua polemica astratta contro gli stalinisti che accusa di difendere Gheddafi non contribuisce certo a fare chiarezza, e a rafforzare il fronte di lotta necessario contro la guerra. Gheddafi non è difendibile, è un dittatore e si conosce bene la sua storia, ma si tratta di rifiutare una guerra che rappresenta la tipica guerra imperialista. E considerare le conseguenze che si scaricano sulla popolazione: distruzione, mancanza di approvvigionamento alimentare e sanitario, morti e feriti civili. Una situazione che non è certo favorevole allo sviluppo di una rivoluzione come non lo è stato per l’Iraq, dove l’illusione del Partito comunista iracheno di liberarsi da Saddan Hussein appoggiandosi ai “liberatori” USA ha favorito i piani dell’imperialismo e non ha certamente fatto fare passi avanti alla lotta di liberazione del popolo iracheno dall’oppressione e dallo sfruttamento. Certamente non è appoggiandosi ad un imperialismo per combatterne un altro che si può sviluppare la lotta per la rivoluzione. Ferrando sostiene che agli stalinisti manca il programma rivoluzionario, perché non riconoscono i processi rivoluzionari ovunque si manifestano e non assumono la dinamica della lotta di classe. Proprio perché comunisti, utilizziamo il metodo scientifico del materialismo dialettico, riconosciamo i processi rivoluzionari - e sappiamo distinguere tra rivolte, guerre civili e rivoluzioni e quindi riconoscere chi sviluppa la lotta di classe nel processo di liberazione della classe operaia su scala mondiale. Perché da marxisti e leninisti ci battiamo per l’autodeterminazione dei popoli e portiamo avanti un coerente internazionalismo proletario. Siamo in prima fila nella lotta contro l’imperialismo di casa nostra che vuole sostenere l’interventismo guerrafondaio delle potenze reazionarie, pronti a fornire i ribelli di armi e inviare truppe di terra solo perché interessate a spartirsi il bottino o a sperimentare nuovi e pericolosi aerei come i Global Hawk. Perché allora non chiedere l’intervento contro il Barhein? Anche qui si stanno sviluppando importanti lotte e la popolazione vive sotto un’occupazione militare che impone rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro degli oppositori. 20 marzo 2011 redazione antimperialismo NO ALLA GUERRA DEL PETROLIO Contro l’aggressione imperialista Deboli con i forti e forti con i deboli. È questa la politica del Governo italiano pronto a baciare le mani e non solo a Gheddafi, e poi a mettersi al servizio dei potenti per andare a fargli la guerra. Infatti è pienamente coinvolto nell’aggressione contro la Libia. Nel tentativo di salvare il salvabile del proprio interesse imperialista il governo, dopo avere fatto affari con gas e petrolio e per conto degli industriali nostrani con lucrosi investimenti, utilizzato i capitali libici nelle banche come Unicredit, nelle imprese come Fiat, Fincantieri, Juventus… e utilizzato la Libia come immenso centro di detenzione, repressione e contenimento dell’emigrazione africana e non solo, eccolo accodarsi alle spinte guerrafondaie di Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Sotto la copertura Onu e Ue sono in molti che vogliono andare a conquistare e garantirsi il “posto al sole”, naturalmente sotto la solita ipocrita motivazione degli aiuti umanitari e appoggio al cosiddetto processo di “democratizzazione” del cosiddetto “consiglio provvisorio della Libia” come un branco di lupi pronti a buttarsi sulla preda per sbranarla e accaparrarsi ognuno il proprio pezzo di carne. Usa, NATO, i paesi dell’Ue, Israele, i paesi reazionari del nord Africa e dell’Arabia, complici dello sfruttamento dei popoli nell’area pur con diverse sfumature (questioni di politica interna: per la Francia Sarkozy in discesa, per la Germania elezioni in vari laender), sono uniti nell’aggressione per spartirsi il bottino, sulle spalle dei paesi aggrediti. Non facciamoci ingannare da come gli imperialisti e i loro servi intendono portare la “democrazia” uccidendo civili. Appoggiati da faziosi mass-media che – dopo le roboanti notizie fasulle - adottano lo stesso schema più volte visto: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani. Già visto in Jugoslavia con il governo D’Alema, in Somalia, Iraq ed in Afghanistan. Sono le stesse forze imperialiste che appoggiano Israele nella sua aggressione continua contro la Palestina e nascondono la repressione di Yemen e Bahrein (dov’è in atto un’occupazione militare, rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro di oppositori). L’apertura di un terzo fronte di guerra contro la Libia non è per i diritti del popolo quanto per i giacimenti di petrolio e gas, strategici di fronte all’acutizzarsi della crisi economica internazionale. Non si opera per la pace chiedendo lo scudo della Nato per la difesa del nostro paese come ha fatto D’Alema né schierandosi come il Pd (che continua, dopo il patriottismo del 17 marzo, il sorpasso a destra con la chiara posizione proNato), Vendola ecc. – e lo stesso Presidente della Repubblica - con le forze di destra sostenendo la guerra in nome della “giustizia”. Né votando a favore della mozione presentata al Parlamento Europeo che legittima l’intervento imperialista, come ha fatto il Partito della sinistra europea cui fanno riferimento lo stesso Prc e la Federazione della sinistra, ma lottando per affermare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, della neutralità e della lotta contro le politiche imperialiste in primo luogo quelle del nostro paese. Non è offrendo il nostro territorio come base logistica delle aggressioni, attraverso le basi Usa e Nato sparse in tutto il nostro paese, ma uscendo dal Patto Atlantico e chiudendo tutte le basi Usa che occupano il nostro paese. Noi comunisti chiamiamo alla lotta contro l’imperialismo perché il nostro paese rispetti l’art. 11 della stessa Costituzione borghese e si impedisca che diventi un bersaglio. Chiamiamo alla lotta per battere il governo Berlusconi, governo dei servi dell’imperialismo, di avventurieri, fascisti, mafiosi e faccendieri, di scandali e ruberie. Che, forte con i deboli, taglia su scuola, servizi sociali, pensioni, ma, debole con i forti, aumenta le spese militari con l’acquisto di nuove armi e il mantenimento delle truppe all’estero. Chiamiamo alla lotta per rompere il muro del consociativismo (significativa è la posizione di alcuni sindacalisti Cgil), il balletto che continua tra maggioranza e opposizione. Il proletariato e le masse popolari non giudichino le forze politiche in base al nome o a come si definiscono, ma in base alle posizioni che assumono rispetto alla classe borghese e capitalista, da come rispondono agli interessi dei monopoli interni e internazionali e rispetto alle potenze imperialiste nel loro complesso. Gli aiuti contro la Libia non sono umanitari, impediamo la partecipazione dell’Italia e l’uso delle Basi Usa e Nato Fuori le basi Usa–Nato dall’Italia. Fuori l’Italia dalla Nato No alla nuova guerra imperialista per il petrolio in Libia Sosteniamo i movimenti e i popoli in lotta per consentire la crescita delle forze rivoluzionarie nella costruzione nei loro paesi di società democratiche e socialiste affinché questi popoli siano liberi dal controllo e dall’ingerenza delle potenze imperialiste e possano decidere liberamente del proprio destino 13 febbraio 2011 redazione editoriale Guardare oltre lo sciopero dei metalmeccanici Il rischio reale è che la partecipazione sia utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si battono per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati Per avere una visione della realtà più chiara ed il più possibile rispondente al vero, è necessario non farsi ingannare dalle apparenze anche se questo comporta andare contro il comune sentire di gran parte dei compagni e dei lavoratori. Ed è appunto sulla differenza tra l’apparenza e la realtà che è necessario confrontarsi per ridurre l’impatto dell’inevitabile disillusione, derivante non tanto da eventuali sconfitte quanto dall’incomprensione dei ruoli delle forze in campo e della natura dello scontro. La Fiom ha un sex-appeal particolare, solo così si spiega che compagni assolutamente in grado di fare analisi corrette della situazione politica e sindacale, quando si parla di questa organizzazione, smettano di utilizzare la ragione per avventurarsi nei meandri della fantapolitica sentimentale. Ci dispiace riportarli tra di noi ma la Fiom è un sindacato di categoria concertativo, lo è nella stessa maniera in cui lo sono tutti gli altri sindacati di categoria della CGIL. Come loro anche la Fiom firma pessimi accordi e, come loro, si ripara dietro ad una situazione sfavorevole che, peraltro, ha contribuito a far degenerare, per giustificare le sue firme. Per chi l’avesse scordato anche la Fiom, anziché difendere le pensioni pubbliche, promuove e propaganda, in joint venture con Federmeccanica, Fim, Uilm i fondi pensione di categoria. Per chi l’avesse scordato anche la Fiom ha sottoscritto, subito dopo gli accordi del luglio 1993 sul contenimento del costo del lavoro, un altro accordo che prevede una forte discriminazione nelle RSU per i sindacati non firmatari di contratti nazionali, giungendo addirittura ad inserire una clausola mafiosa per garantirsi insieme con Fim e Uilm un terzo dei rappresentanti, indipendentemente dal voto dei lavoratori. Quando la Fiom indice, come ha fatto il 28 gennaio, uno sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori lancia una parola d’ordine mistificatoria non solo perché il diritto messo in discussione non riguarda i lavoratori ma l’organizzazione, ma anche perché un diritto è tale se è per tutti, diversamente è un privilegio. Ma questo privilegio, visto che i padroni non regalano nulla, in cambio di che cosa è stato concesso? Forse in cambio di accordi altrettanto negativi di quello siglato a Mirafiori o dell’opera di contenimento e di repressione dei lavoratori autorganizzati? Di sicuro l’avvento di Marchionne alla guida della Fiat ha cambiato le regole del gioco perché il nuovo Amministratore delegato, più attento al mercato internazionale che agli equilibri politici e sindacali in azienda, ha imposto ai sindacati un cambio di ruolo costringendoli a passare dalla concertazione alla collaborazione. La Fiom non ha voluto o potuto fare il salto richiestole e Marchionne insieme con Fim, Uilm e Fismic ha escluso la Fiom dalle RSU della Fiat. Per ottenere questo risultato non ha fatto altro che utilizzare, applicandolo anche alla Fiom, quanto la Fiom aveva sottoscritto per discriminare i Sindacati di Base: o firmi il contratto o non hai diritto alla rappresentanza sul posto di lavoro. Il paradosso, solo apparente, è che la Fiom esercita tuttora questa discriminazione nei confronti dei Sindacati di Base nel resto del settore metalmeccanico, dove continua ad applicare l’accordo sottoscritto a suo tempo con Fim e Uilm in merito alle elezioni delle RSU. Altro che sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori! Nondimeno quando centinaia di migliaia di lavoratori si mobilitano è sempre un fatto positivo perché si mettono in moto nuove energie e bene hanno fatto i compagni a dare il massimo per la riuscita dello sciopero. Altrettanto giusta è stata la scelta fatta dai Sindacati di Base di proclamare nella stessa giornata lo sciopero anche per le altre categorie, non fosse altro perché ha permesso a molti lavoratori di scendere in piazza smascherando l’atteggiamento ipocrita della CGIL che a parole ha sostenuto lo sciopero ma in realtà lo ha boicottato. A Genova hanno persino spezzato il corteo per impedire che il grande spezzone dei Sindacati di Base confluisse sotto la sede di Confindustria insieme con i lavoratori della Fiom. In ogni caso, il 28 gennaio, le piazze erano piene ed i cortei partecipati come, a livello operaio, non si vedeva da tempo. È un segno evidente che esiste nel nostro paese e nella classe lavoratrice una volontà di riscossa non ancora sopita ma è anche un segno, ancor più evidente, che questa massa non trova nessun riscontro organizzativo né politico né sindacale tant’è vero che erroneamente individua oggi nella Fiom, così come anni addietro confidò in Cofferati, un’avanguardia in grado di guidarla. Al contrario, proprio perché non esiste riscontro, il rischio reale è che questa partecipazione venga utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si stanno battendo, per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi, all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati. Non è un mistero per nessuno il fatto che tra partiti e sindacati confederali esista uno stretto intreccio di uomini, di legami politici e personali, di interessi. Non dovrebbe quindi stupire nessuno che la lotta all’interno dei partiti si rifletta nei sindacati e viceversa e che, in tutta evidenza, ad essere maggiormente coinvolta ed attraversata da questi scontri sia la CGIL non solo perché è il sindacato più numeroso ma perché il partito che in origine la egemonizzava, il PCI, si è dissolto in mille rivoli con un peso preponderante degli uomini del PD in tutte le categorie tranne che tra i metalmeccanici dove la maggioranza è in mano a dirigenti in quota Rifondazione, PdCI, SEL. Questi dirigenti, però, non essendo più i loro partiti rappresentati in Parlamento, hanno un problema da risolvere.Infatti sia la CGIL che la Fiom ancor prima di essere dei grandi sindacati sono grandi aziende, grandi apparati alla cui direzione si accede in maniera proporzionale al peso elettorale del partito di riferimento. Diventa perciò necessario che riparta il movimento, che i lavoratori ritrovino la passione della politica. L’attacco che il padronato sta portando alla Fiom, costringendola alla lotta, capita a fagiolo e diventa funzionale ad un progetto elettoralistico, con l’organizzazione sindacale maggioritaria tra i metalmeccanici che diventa l’elemento aggregante di organizzazioni politiche, centri sociali, comitati, movimenti studenteschi. Un esempio di questo è “Uniti contro la crisi”, un’aggregazione di tutti i soggetti suddetti che è presente in parecchie città d’Italia e si muove appunto in questa direzione, un bel cartello di movimento che nasconde un cartello elettorale. Tutto ciò lascia presumere che la mobilitazione che abbiamo visto a gennaio abbia una scadenza a breve perché nessuno può realisticamente pensare che la CGIL proclami lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie anche perché è evidente che sul modo di fronteggiare la crisi, facendola pagare ai lavoratori, tra il centrodestra ed il centrosinistra non ci sono differenze. Per fortuna la realtà non rientra negli schemi, tantomeno in quelli di chi non vede al di là dei propri interessi di bottega, e neanche questa volta fa eccezione. Il mondo è in fiamme ed anche da qui se ne intravedono i bagliori che, facendo un po’ di luce sulle prospettive, ci riscaldano il cuore. Sbaglia chi pensa che lo scontro in atto alla Fiat sia decisivo, nonostante sia da condurre fino in fondo con coerenza e decisione non è qui che si giocano i destini della classe operaia e soprattutto non è sul tema della rappresentanza. C’è una parte di classe operaia sfruttata, precaria, ricattata che si affaccia oggi prepotentemente alla lotta, una classe operaia giovane che ha dato forti segnali negli scioperi della logistica nell’hinterland milanese, nelle campagne calabresi e negli scioperi degli immigrati nel nordest e che, sempre più spesso, vediamo alla testa delle manifestazioni: qui è il nostro futuro.
22 aprile redazione
25 APRILE 2011

25 APRILE

NO AL REVISIONISMO STORICO

TRA I DISCORSI EVERSIVI DI BERLUSCONI, LEGGI REAZIONARIE, REPRESSIONE, SFRUTTAMENTO

 

I partigiani hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupazione nazista e dall’odiosa dittatura fascista di Mussolini ed essendo la stragrande maggioranza di loro di provenienza operaia e da ceti popolari hanno portato con sé, nella Lotta di liberazione, anche l’aspirazione di liberarsi dall’oppressione delle ingiustizie sociali e di costruire uno Stato di uguali, laico, indipendente, con una forte connotazione di pace tra i popoli, nello spirito internazionalista che contraddistingue la classe operaia.
In tutti questi anni che ci separano da quel vittorioso 25 Aprile 1945 la Resistenza non ha avuto vita facile. Già nel 1947 a soli due anni dalla fine della guerra di Liberazione nazionale, Secchia rivolgendosi ai partigiani denunciava come si conducesse contro di loro una lotta a base di diffamazione, di calunnie e di insulti e come i traditori volessero vestire la divisa dei traditi invertendo i ruoli e trasformando le vittime, i partigiani, in assassini.
Quella che nel 1947 era una campagna di calunnie e di denigrazione si trasformava nel 1949 in una politica di persecuzione dei partigiani. Politica portata avanti particolarmente da dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948 vinte dalla DC grazie ad abusi, mezzi illeciti ma soprattutto grazie al sostegno del Vaticano e degli USA. Artefice negli anni ‘50 di questa politica di persecuzione dei partigiani, di repressione delle lotte degli operai, dei contadini e dei lavoratori e della liberazione dei più odiosi criminali fascisti è il governo De Gasperi, con il ministro dell’Interno Scelba, tristemente noto per la sua “Celere”, entrambi democristiani. Quando parliamo di liberazione dei criminali fascisti ci riferiamo ad uno dei maggiori responsabili dei crimini fascisti, il “principe nero”, Junio Valerio Borghese, capo di quella X Mas che ha avuto al suo attivo ottocento omicidi documentati, il saccheggio, la razzia e l’incendio di interi villaggi e centinaia di partigiani seviziati e torturati.
A proposito di scarcerazione ricordiamo che se i fascisti uscirono dalle carceri, mentre i partigiani vi entravano, si deve alla legge di amnistia promossa in nome della pacificazione nazionale da Togliatti, allora ministro della Giustizia, un provvedimento formulato in maniera volutamente generica che lasciava ampia discrezionalità di interpretazione e di operatività alla Magistratura molti dei cui componenti si erano formati e avevano fatto carriera durante il ventennio dimostrando ben scarsa indipendenza dal regime fascista.
In libertà i torturatori di partigiani, i boia della repubblica di Salò, Borghese, Anfuso, Graziani, Almirante. La Direzione del PCI e Togliatti, sperando di ingraziarsi la Magistratura, non sollevano grandi riserve. Eppure la Magistratura, come negli anni ‘20, aveva ripreso ad emettere sentenze scandalose di assoluzione dei fascisti e perseguiva i partigiani per le azioni commesse durante la Lotta di Liberazione. L’arresto di fascisti o la loro detenzione venivano equiparati, per esempio, al sequestro di persona; alla stessa stregua erano considerati delitti comuni altri fatti relativi alla lotta partigiana come il possesso di armi, la confisca di beni degli ex gerarchi. Addirittura erano riesaminate le sentenze di proscioglimento di partigiani emesse prima del provvedimento di amnistia e erano tradotte in sentenze di condanna.
Dissenso, insoddisfazione e risentimento si manifestarono tra i militanti comunisti, i partigiani e le masse lavoratrici in tutto il paese ma a questo non fece seguito una seria autocritica di Togliatti e della Direzione del PCI. La stagione dell’unità nazionale si avviava al tramonto in una situazione caratterizzata da un diffuso sentimento di sfiducia e di ribellione tra le masse popolari deluse per il permanere di condizioni di vita e di lavoro insopportabili e per il continuo e pesante immiserimento dovuto all’inflazione che nel periodo novembre 1946–giugno 1947 provocò un aumento del costo della vita pari al 50%. L’alleanza con la DC e il PSI continuava comunque ad essere la pietra miliare attorno alla quale ruotava la politica di Togliatti e, sia pure tra mugugni e dissensi, dell’intero PCI.
Il feticcio dell’unità nazionale e con esso il disegno del PCI si sarebbe ben presto sgretolato sotto l’incalzare delle forze conservatrici, in particolare della DC, ormai certe di aver impresso un indirizzo moderato allo scenario politico uscito dalla Liberazione. La permanenza del PCI al governo, ormai precaria, ricevette il colpo di grazia a causa dell’intervento del governo degli Stati Uniti. Il 12 marzo 1947 il presidente Truman pronunciò davanti al Congresso il discorso che era destinato a diventare noto come “la dottrina Truman” con il quale annunciava che era ”impegno degli Stati Uniti sostenere quei popoli liberi che intendono resistere a tentativi di sovversione interna da parte di minoranze armate e a pressioni esterne“. Il 1° maggio il generale Marshall, che aveva assunto la guida del Dipartimento di Stato statunitense, inviò un messaggio all’ambasciatore a Roma nel quale, entrando nel merito della permanenza del PCI al governo, chiedeva “quali passi il governo americano potesse effettuare per rafforzare le forze democratiche e filoamericane tenendo presente l’importanza dell’Italia per la politica americana nel Mediterraneo”.
La risposta dell’ambasciatore Dunn fu estremamente chiara e suonava come segue: “la concessione di aiuti all’Italia era subordinata a che gli italiani mettessero ordine in casa propria”. L’esclusione dei comunisti dai governi dei paesi occidentali era la moneta di scambio dei finanziamenti americani per la ricostruzione economica. E così prima i comunisti belgi e poi quelli francesi furono estromessi dal governo. Il 31 maggio 1947, De Gasperi annunciò la nascita di un monocolore democristiano mettendo alla porta il PCI e il PSI, concludendo la fase dei governi di unità nazionale.

Per comprendere la Resistenza è indispensabile collocarla nelle condizioni storiche che la fecero sorgere, è indispensabile partire dal fascismo, da come è nato e si è sviluppato, come ha potuto vincere nel nostro paese ma anche come per un ventennio, nella clandestinità e nella repressione più dura, un numero limitato di militanti, particolarmente i comunisti, ma anche i socialisti e gli anarchici, tennero viva e alimentarono la lotta e dopo l’8 settembre 1943 salirono in montagna costituendo le prime formazioni partigiane contro i fascisti repubblichini e i nazisti.
Vari sono stati i tentativi in quegli anni, e tuttora presenti, di deformare e falsificare la Resistenza o di darne una lettura del tutto diversa rispetto al suo vero significato. Tra le forme di falsificazione storica vi è quella dell’omissione. Coloro che parlano o scrivono della guerra di Liberazione nazionale tacendo delle innumerevoli azioni di massa, degli scioperi e delle manifestazioni condotte da operai, contadini e lavoratori falsificano la storia della Resistenza, ne danno un’immagine limitata, deformata. La grande borghesia reazionaria, gli esponenti politici del vecchio MSI-DN riciclatosi in AN, sdoganati – ma sempre fascisti - da Berlusconi e ora nel PdL, i gruppi apertamente fascisti ed eversivi, i partiti di centrodestra, intellettuali di destra come Pansa e altri non hanno alcun interesse a far conoscere la vera storia della Resistenza perché suona condanna per loro e per le classi dominanti che in tutti questi anni hanno permesso che i fascisti, nonostante il divieto della Costituzione, si ricostituissero in partito, prima clandestinamente, assumendo il nome di PFD (Partito fascista democratico) e poi, negli anni '50, di MSI, successivamente di MSI-DN e infine, dopo lo sdoganamento, di AN. Un partito, il MSI-DN, al quale la DC non ha esitato in varie occasioni - pensiamo al governo Tambroni - a chiedere voti e alleanze per formare i governi assicurando, come corrispettivo, legittimazione e coperture politiche. Un partito implicato nell’eccidio di Portella della Ginestra, che è stato al centro, da sempre, di trame torbide con i servizi segreti italiani e statunitensi, artefice con Junio Valerio Borghese di un tentato colpo di Stato e poi della strategia della tensione portata avanti per più di un decennio mediante attentati e stragi da Piazza Fontana all‘Italicus, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Stragi rimaste quasi tutte impunite, di cui non si conoscono giudiziariamente i mandanti, ma stragi di Stato nella coscienza dei lavoratori perché commesse dai fascisti ma in combutta con apparati dello Stato italiano e con i servizi segreti statunitensi.
Altra deformazione della storia della Resistenza è quella in base alla quale si vorrebbe fare credere che la Resistenza fu un grande movimento spontaneo che non appartiene ad alcun partito, tutti gli italiani furono per la Resistenza. Si tratta di una teoria di comodo. La Resistenza non appartiene ad alcun partito ma è vero che non tutti i partiti vi contribuirono in uguale misura. Ben altro è stato l’apporto che hanno dato i partigiani del PCI, PSI e Partito d’Azione rispetto a quelli della DC, del PLI e del Partito monarchico (questi ultimi presenti in maniera quasi risibile e fautori della teoria: aspettiamo che arrivino le truppe angloamericane a liberarci!"). La guerra partigiana ha avuto in Italia un carattere diverso che in altri paesi d’Europa. Il nostro era non soltanto un Paese invaso dallo straniero, ma un Paese oppresso da più di venti anni di dittatura fascista. Più che altrove la guerra partigiana è stata in Italia lotta militare per l’indipendenza nazionale e la libertà contro fascisti e nazisti, ha avuto le caratteristiche della guerra civile combattuta tra italiani e italiani e, nelle aspirazioni dei partigiani più avanzati, particolarmente di quelli raccolti nelle formazioni Garibaldi, è stata vissuta come lotta sociale, rivoluzionaria per un cambiamento radicale della società italiana. Non a caso protagonisti della Resistenza sono stati la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici, classi e strati sociali all’avanguardia da sempre nella lotta per la rivoluzione e il socialismo.
Con la disgregazione dell’esercito l’8 settembre ’43, si formarono spontaneamente gruppi e bande di soldati e ufficiali la cui preoccupazione principale era quella di non lasciarsi catturare dai tedeschi e di rifugiarsi in montagna. Ma non era ancora la Resistenza. Il movimento dei partigiani e la costituzione di formazioni armate combattenti non sorse spontaneamente, al contrario. All’inizio l’effettiva Resistenza dovette affrontare e superare l’ostacolo dell’attesismo ed occorsero alcuni mesi per organizzare il movimento partigiano vero e proprio e perché iniziasse la lotta armata contro tedeschi e fascisti. Dal 25 luglio all’8 settembre ‘43 ci fu tutto un lavoro di organizzazione e, precedentemente, il fuoco sotto la cenere, la lotta contro la dittatura fascista furono mantenuti vivi lungo tutto il ventennio fascista.
Sembra una cosa banale sostenerlo, ma non si può parlare della Resistenza senza partire dalla lotta contro il fascismo. È vero che per taluni la Resistenza comincia soltanto dal 25 luglio o dall’8 settembre 1943 da quando cioè la monarchia cercò di separare le proprie responsabilità da quelle del fascismo. Per costoro divenne legittimo combattere il fascismo solo nel momento in cui questo, ricostituitosi nella repubblica di Salò, si pose apertamente contro le istituzioni italiane mettendosi al servizio dello straniero. Coloro che ragionano così vedono la Resistenza solo come lotta contro lo straniero e non come lotta contro il fascismo mentre in Italia durante vent’anni vi fu, se pure condotta da piccole minoranze d’avanguardia, particolarmente, ma non solo, dai comunisti, una lotta accanita. In secondo luogo ritenere che la Resistenza comincia solo dal 25 luglio 1943 significherebbe praticamente riconoscere la legittimità del ventennio fascista fino al momento del disastro.
E non possiamo non soffermarci sui rapporti che intercorrono tra la Resistenza ed il Risorgimento italiano, su quella impostazione storica che parla di primo e secondo Risorgimento. La Resistenza non rappresenta la continuità del Risorgimento, ha caratteristiche del tutto diverse. La diversità fondamentale sta nel fatto che la Resistenza ha avuto come forza trainante, come protagonista una nuova classe sociale, una classe rivoluzionaria: la classe operaia diretta dal PCI e dagli altri partiti di sinistra. E con la classe operaia si schierarono altri strati sociali popolari. La Resistenza fu lotta per la libertà e per l’indipendenza nazionale, ma non solo. Fu lotta contro la grande borghesia, contro quella classe reazionaria che nell’immediato primo dopo guerra armò la mano dei fascisti e impose la dittatura. La Resistenza non fu lotta per la rivoluzione proletaria perché nel programma di Togliatti e della direzione del PCI non rientrava in alcun modo la trasformazione della guerra di Liberazione in guerra civile rivoluzionaria, in lotta aperta per il potere politico. Troppo pesante fu considerata allora la presenza nel nostro paese dell’esercito anglo-americano. E la conferma di un atteggiamento di esclusione, non tanto nei militanti e in larghi settori delle masse lavoratrici della lotta aperta per la rivoluzione proletaria si ebbe al momento dell’attentato a Togliatti quando i dirigenti del PCI si prodigarono per bloccare e riportare in un alveo di normalità il tentativo insurrezionale che investì l’intero paese, soprattutto le città del nord. Ma se pure la Resistenza non aveva all’ordine del giorno la rivoluzione socialista, è altrettanto vero che il fine della lotta non era solo la riconquista della libertà e dell’indipendenza nazionale. Era molto di più.

Le aspirazioni dei partigiani, particolarmente di quelli comunisti, erano quelle di  epurare gli apparati dello Stato dai fascisti, di estirpare le radici del fascismo cambiando profondamente la società, di battere i gruppi capitalisti che avevano alimentato il fascismo, di porre al primo posto, in una società più giusta, la classe operaia, i contadini e le masse lavoratrici e non i padroni.
Nel Risorgimento il popolo lottò non per propri obiettivi ma in un contesto condotto dalla borghesia per affermarsi sulla vecchia società feudale. La borghesia italiana non seppe muovere le masse popolari, non seppe alleare a sé i contadini e i lavoratori del nord e del sud, ebbe paura che le masse popolari uscissero dai limiti che aveva fissato. Non vi fu perciò una vera rivoluzione nazionale.
Oggi, lo Stato è in mano ai capitalisti che, appoggiati da un governo reazionario, trasferiscono all’estero la produzione alla ricerca del massimo profitto con sfruttamento e bassi salari, impoverendo il paese che è al massimo della disoccupazione, soprattutto giovanile. Un governo guidato da Berlusconi che non perde occasione per fare discorsi eversivi, un Parlamento composto da nani e ballerine che pensano solo al proprio interesse e che esprimono leggi repressive e razziste.
A pochi giorni dal 25 Aprile un gruppo di parlamentari del Senato del Pdl - il cui primo firmatario è Cristano De Eccher, rampollo di una famiglia nobile di Trento e già responsabile per il Triveneto del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, indagato per la strage di piazza Fontana e arrestato e condannato tra il 1973 e il 1975 per un fallito attentato ad uno studente comunista e per attività eversive - ha presentato un disegno di legge che propone l’abolizione della XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione, quella che vieta “la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito Fascista”. Scilipoti, tra i comprati dal PdL per mantenere la maggioranza, presenta il suo programma copiandolo dal manifesto fascista del 1925. Si moltiplicano in molte città le sedi di gruppi di estrema destra, mascherati da circoli sociali e culturali, ma basati su azioni squadristiche e foraggiati dal ministro Meloni, già dirigente dei giovani fascisti di AN.
Il pericolo di una recrudescenza fascista è sempre presente. Non esistono automatismi, ma non si può escludere una simile evenienza che è collegata ad una molteplicità di fattori (acutezza della crisi del capitalismo, livello di combattività del proletariato). Sappiamo che le radici del fascismo affondano nel capitalismo, si è affermato come il sistema di reazione integrale più conseguente del grande capitale come “la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario”; nei rapporti di produzione, nei profitti e nei privilegi di cui gode la borghesia attraverso lo sfruttamento della classe operaia e dei lavoratori. Profitti e privilegi che la borghesia più reazionaria interessata alla stabilità e all’ordine, a bandire gli scioperi e a comprimere i salari per aumentare i profitti, difende fino all’estremo arrivando, se necessario, ad imporre anche il fascismo quale ultima carta per la sua sopravvivenza.
Perciò il fascismo non è da sottovalutare come nell’immediato primo dopo guerra, quando si affermò - accettato dalla monarchia e dalla Chiesa (Papa Pio XI benedisse Mussolini come l’uomo della provvidenza, quella divina si intende) - travolgendo il regime liberale borghese perché la borghesia, i suoi partiti e l’apparato dello Stato sottovalutarono questo fenomeno eversivo e non lo contrastarono.

L'antifascismo non può essere solo memoria storica, lontana nel tempo o limitato a cerimonie celebrative come ogni 25 Aprile, vuote di qualsiasi contenuto di classe. Ha un senso ed una attualità se viene praticato e cioè se è anche antifascismo militante. E non è la lotta antifascista una battaglia di secondo ordine, di retroguardia come si sente dire talvolta anche perché questa lotta si intreccia con quella a difesa da ogni involuzione reazionaria dello Stato e dei suoi apparati, contro quel processo di fascistizzazione della società limitativo degli spazi di democrazia reale, intriso di razzismo.
Organizzarsi in organismi di massa, negando ai fascisti qualsiasi agibilità politica (e dare concreta attuazione alla norma costituzionale che vieta la ricostituzione del partito fascista) e combattere qualsiasi forma di razzismo, è già una risposta.

 


20 aprile redazione
editoriale

ANCORA UNA GUERRA IMPERIALISTA
Anche nel nord d’Africa la tattica segue gli interessi… petroliferi unendo Onu (organismo dominato dai maggiori paesi imperialisti) e Nato

Negli ultimi mesi inaspettate mobilitazioni popolari partite dalla Tunisia e allargatasi ad Egitto e Libia e in altri paesi hanno sconvolto il nord Africa. Fame, sofferenza, privazioni, sfruttamento e i governi corrotti sono stati i motivi alla base di queste rivolte. In Tunisia hanno portato alla deposizione di Ben Ali, in Egitto di Mubarak. Anche altri paesi – Yemen, Algeria, Barhein, sono segnati da proteste.
In questi paesi le contraddizioni sono esplose con manifestazioni generose di popoli e lavoratori che non ne possono più di essere sottomessi da governi dittatoriali e sottopagati da imprenditori europei (solo in Tunisia ci sono 700 imprese italiane), sono proteste che hanno avuto il pregio di dimostrare la forza delle masse popolari che porranno ai lavoratori dei paesi arabi nuovi orizzonti di lotta per consolidare gli obiettivi raggiunti e poterne raggiungere di ancora più avanzati, altrimenti rischiano di essere riassorbite dai poteri reazionari dei vari paesi, dimostrando la loro debolezza: la mancanza o insufficienza del partito comunista in grado di dirigere le lotte, in grado di porre a questi movimenti l’obiettivo di prendere il potere politico e trasformare in realtà le proprie richieste.
È così anche per le lotte che si sviluppano in Italia dove, proprio per l’assenza di un autentico Partito comunista, restano tali e senza prospettive. Lotte che non trovano certo la sponda nei sindacati consociativi, come dimostra il mini sciopero promosso da Cgil dopo tanto tempo e tante pressioni, invece di un vero sciopero generale nazionale che danneggi effettivamente il capitale.
Gli imperialisti, con a capo gli Usa, sempre pronti ad intervenire per manipolare i processi di cambiamento e trasformarli, ancora una volta, con il saccheggio delle risorse naturali, minerali ed energetiche, come creano i dittatori, li distruggono. Inventano roboanti notizie fasulle e lo stesso linguaggio di grande effetto mediatico: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani, bombe intelligenti (non tanto se colpiscono pure i rivoltosi!) ecc. Come per Saddam Hussein ora è toccato a Gheddafi. Si scaricano i vecchi amici sostituendoli con nuovi complici che continuano a servire i loro interessi. L’Egitto garantisce Israele agli ordini del Pentagono e la Tunisia - in tre mesi, tre governi - è in mano ai militari. Ma alle rivolte del Maghreb la risposta è stata diversa. La decisione di aggredire la Libia - dove il reddito procapite era di 6/7 volte superiore agli altri Paesi e dove lavoravano 2 milioni di stranieri - è dettata solo dagli interessi degli Stati coinvolti e delle multinazionali per il controllo delle sfere d’influenza e delle materie prime: petrolio di ottima qualità a basso prezzo e gas naturale.
La Francia ha fatto da apripista in un conflitto nato da proteste, ma sul quale si è innestata la spaccatura interna al governo. Ancora prima di bombardare, dietro risoluzione dell’Onu che nessuno rispetta nei confronti dei palestinesi (che continuano ad essere massacrati), “consulenti” militari statunitensi, inglesi e francesi, agenti dei servizi segreti erano presenti in Cirenaica in “aiuto” ai rivoltosi (avvocati, giuristi, ex governanti, ex ministri oggi nel governo provvisorio) - che sventolano la bandiera della monarchia Idriss e quella francese - per organizzarli in unità paramilitari, mentre flotte navali da guerra si avvicinavano alle coste.
Un’invasione di tipo colonialista cui il servile e guerrafondaio governo italiano, che spende 25 miliardi di euro l’anno in spese militari, non poteva che accodarsi. E non solo per mire colonialiste che 60 anni fa, con Mussolini, sono costate 100mila morti, ma per gli accordi di affari, interessi (Eni, Fiat, Finmeccanica, Unicredit, Juventus) e connivenze iniziati nel 2004 da Berlusconi, proseguiti nel 2006 da Prodi, ed aggravati nel 2010 ancora dal governo Berlusconi. Appoggiando, riverendo Gheddafi e vendendogli le armi, il governo ha anche ottenuto la cooperazione poliziesca e militare che impediva il flusso migratorio dai suoi porti. Giovani in cerca di lavoro che il capitale sa bene come utilizzare: o li spreme in lavori supersfruttati e sottopagati, o li rimanda indietro, o li priva della libertà rinchiudendoli in lager chiamati CIE.
L’Italia è, come per tutte le altre guerre, la portaerei del Mediterraneo. Dalle basi Usa e Nato seminate ovunque partono i bombardieri e la fornitura dell’apparato di guerra, ed è a Napoli il comando delle forze navali Usa, nonché quartier generale delle forze del comando Africa. Oltre ai costi della guerra che si riverseranno sulla popolazione con nuovi sacrifici la pericolosità aumenta con la militarizzazione del territorio. Se non bastassero le basi straniere, in continuo incremento come a Vicenza, prende corpo il progetto dell’Hub militare che coinvolge una vasta area di Pisa e Livorno dove è già presente Camp Darby, per ottimizzare al massimo le “proiezioni di forza” degli eserciti della Nato. L’Italia è implicata anche con l’utilizzo degli aeroporti civili, in particolare quelli del sud. Una condizione che si ripercuote sul turismo con conseguenze occupazionali. Ragioni in più per ribellarsi a questa guerra.
Abbiamo già visto cosa ha prodotto l’intervento “umanitario” in Yugoslavia; in Iraq e in Afghanistan. E ancora prima, dalla metà del secolo XX con la nascita dei Paesi non Allineati - che si caratterizzavano per i processi di indipendenza e politiche di carattere progressista. Un processo di liberazione nazionale iniziato con una forte opposizione all’imperialismo che intervenne perseguitando e uccidendo come in Congo (Lumumba), in Burkina Faso (Sankara), in Guinea Bissau (Cabral); finanziando e mantenendo per anni la guerriglia dell’Unita in Angola; consegnando il Sahara alla monarchia del Marocco; facendo diventare Israele la punta di diamante dell’imperialismo in Medio Oriente, e che si è nel tempo trasformato in riconciliazione e retorica dietro i quali si nascondevano accordi economici e politici di carattere strategico per l’imperialismo, di sfruttamento dei lavoratori e saccheggio delle risorse.
Per giustificare questa guerra il centrosinistra e molti cattolici, si sono messi l’elmetto in testa e il Presidente della Repubblica è riuscito persino a legare la necessità dell’intervento con il clima nazionalista alimentato in occasione del 150°anniversario dell’unità d’Italia.
Si trova in buona compagnia Marco Ferrando, segretario del PCL. Con la sua posizione e la sua polemica astratta contro gli stalinisti che accusa di difendere Gheddafi non contribuisce certo a fare chiarezza, e a rafforzare il fronte di lotta necessario contro la guerra.
Gheddafi non è difendibile, è un dittatore e si conosce bene la sua storia, ma si tratta di rifiutare una guerra che rappresenta la tipica guerra imperialista. E considerare le conseguenze che si scaricano sulla popolazione: distruzione, mancanza di approvvigionamento alimentare e sanitario, morti e feriti civili.
Una situazione che non è certo favorevole allo sviluppo di una rivoluzione come non lo è stato per l’Iraq, dove l’illusione del Partito comunista iracheno di liberarsi da Saddan Hussein appoggiandosi ai “liberatori” USA ha favorito i piani dell’imperialismo e non ha certamente fatto fare passi avanti alla lotta di liberazione del popolo iracheno dall’oppressione e dallo sfruttamento.
Certamente non è appoggiandosi ad un imperialismo per combatterne un altro che si può sviluppare la lotta per la rivoluzione.
Ferrando sostiene che agli stalinisti manca il programma rivoluzionario, perché non riconoscono i processi rivoluzionari ovunque si manifestano e non assumono la dinamica della lotta di classe.
Proprio perché comunisti, utilizziamo il metodo scientifico del materialismo dialettico, riconosciamo i processi rivoluzionari - e sappiamo distinguere tra rivolte, guerre civili e rivoluzioni e quindi riconoscere chi sviluppa la lotta di classe nel processo di liberazione della classe operaia su scala mondiale.
Perché da marxisti e leninisti ci battiamo per l’autodeterminazione dei popoli e portiamo avanti un coerente internazionalismo proletario. Siamo in prima fila nella lotta contro l’imperialismo di casa nostra che vuole sostenere l’interventismo guerrafondaio delle potenze reazionarie, pronti a fornire i ribelli di armi e inviare truppe di terra solo perché interessate a spartirsi il bottino o a sperimentare nuovi e pericolosi aerei come i Global Hawk.
Perché allora non chiedere l’intervento contro il Barhein? Anche qui si stanno sviluppando importanti lotte e la popolazione vive sotto un’occupazione militare che impone rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro degli oppositori.


20 marzo 2011 redazione
antimperialismo

NO ALLA GUERRA DEL PETROLIO

Contro l’aggressione imperialista

Deboli con i forti e forti con i deboli. È questa la politica del Governo italiano pronto a baciare le mani e non solo a Gheddafi, e poi a mettersi al servizio dei potenti per andare a fargli la guerra. Infatti è pienamente coinvolto nell’aggressione contro la Libia. Nel tentativo di salvare il salvabile del proprio interesse imperialista il governo, dopo avere fatto affari con gas e petrolio e per conto degli industriali nostrani con lucrosi investimenti, utilizzato i capitali libici nelle banche come Unicredit, nelle imprese come Fiat, Fincantieri, Juventus… e utilizzato la Libia come immenso centro di detenzione, repressione e contenimento dell’emigrazione africana e non solo, eccolo accodarsi alle spinte guerrafondaie di Francia, Inghilterra e Stati Uniti.
Sotto la copertura Onu e Ue sono in molti che vogliono andare a conquistare e garantirsi il “posto al sole”, naturalmente sotto la solita ipocrita motivazione degli aiuti umanitari e appoggio al cosiddetto processo di “democratizzazione” del cosiddetto “consiglio provvisorio della Libia” come un branco di lupi pronti a buttarsi sulla preda per sbranarla e accaparrarsi ognuno il proprio pezzo di carne.
Usa, NATO, i paesi dell’Ue, Israele, i paesi reazionari del nord Africa e dell’Arabia, complici dello sfruttamento dei popoli nell’area pur con diverse sfumature (questioni di politica interna: per la Francia Sarkozy in discesa, per la Germania elezioni in vari laender), sono uniti nell’aggressione per spartirsi il bottino, sulle spalle dei paesi aggrediti.
Non facciamoci ingannare da come gli imperialisti e i loro servi intendono portare la “democrazia” uccidendo civili. Appoggiati da faziosi mass-media che – dopo le roboanti notizie fasulle - adottano lo stesso schema più volte visto: guerra umanitaria, bombardamenti mirati, scudi umani. Già visto in Jugoslavia con il governo D’Alema, in Somalia, Iraq ed in Afghanistan. Sono le stesse forze imperialiste che appoggiano Israele nella sua aggressione continua contro la Palestina e nascondono la repressione di Yemen e Bahrein (dov’è in atto un’occupazione militare, rastrellamenti notturni con metodi nazisti e sequestro di oppositori).

L’apertura di un terzo fronte di guerra contro la Libia non è per i diritti del popolo quanto per i giacimenti di petrolio e gas, strategici di fronte all’acutizzarsi della crisi economica internazionale.

Non si opera per la pace chiedendo lo scudo della Nato per la difesa del nostro paese come ha fatto D’Alema né schierandosi come il Pd (che continua, dopo il patriottismo del 17 marzo, il sorpasso a destra con la chiara posizione proNato), Vendola ecc. – e lo stesso Presidente della Repubblica - con le forze di destra sostenendo la guerra in nome della “giustizia”.

N
é votando a favore della mozione presentata al Parlamento Europeo che legittima l’intervento imperialista, come ha fatto il Partito della sinistra europea cui fanno riferimento lo stesso Prc e la Federazione della sinistra, ma lottando per affermare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, della neutralità e della lotta contro le politiche imperialiste in primo luogo quelle del nostro paese.
Non è offrendo il nostro territorio come base logistica delle aggressioni, attraverso le basi Usa e Nato sparse in tutto il nostro paese, ma uscendo dal Patto Atlantico e chiudendo tutte le basi Usa che occupano il nostro paese.
Noi comunisti chiamiamo alla lotta contro l’imperialismo perché il nostro paese rispetti l’art. 11 della stessa Costituzione borghese e si impedisca che diventi un bersaglio.

Chiamiamo alla lotta per battere il governo Berlusconi, governo dei servi dell’imperialismo, di avventurieri, fascisti, mafiosi e faccendieri, di scandali e ruberie. Che, forte con i deboli, taglia su scuola, servizi sociali, pensioni, ma, debole con i forti, aumenta le spese militari con l’acquisto di nuove armi e il mantenimento delle truppe all’estero.

Chiamiamo alla lotta per rompere il muro del consociativismo (significativa è la posizione di alcuni sindacalisti Cgil), il balletto che continua tra maggioranza e opposizione. Il proletariato e le masse popolari non giudichino le forze politiche in base al nome o a come si definiscono, ma in base alle posizioni che assumono rispetto alla classe borghese e capitalista, da come rispondono agli interessi dei monopoli interni e internazionali e rispetto alle potenze imperialiste nel loro complesso.

Gli aiuti contro la Libia non sono umanitari, impediamo la partecipazione dell’Italia e l’uso delle Basi Usa e Nato

Fuori le basi Usa–Nato dall’Italia. Fuori l’Italia dalla Nato

No alla nuova guerra imperialista per il petrolio in Libia

Sosteniamo i movimenti e i popoli in lotta per consentire la crescita delle forze rivoluzionarie nella costruzione nei loro paesi di società democratiche e socialiste affinché questi popoli siano liberi dal controllo e dall’ingerenza delle potenze imperialiste e possano decidere liberamente del proprio destino

 


13 febbraio 2011 redazione
editoriale

Guardare oltre lo sciopero dei metalmeccanici

Il rischio reale è che la partecipazione sia utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si battono per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati 

Per avere una visione della realtà più chiara ed il più possibile rispondente al vero, è necessario non farsi ingannare dalle apparenze anche se questo comporta andare contro il comune sentire di gran parte dei compagni e dei lavoratori. Ed è appunto sulla differenza tra l’apparenza e la realtà che è necessario confrontarsi per ridurre l’impatto dell’inevitabile disillusione, derivante non tanto da eventuali sconfitte quanto dall’incomprensione dei ruoli delle forze in campo e della natura dello scontro.
La Fiom ha un sex-appeal particolare, solo così si spiega che compagni assolutamente in grado di fare analisi corrette della situazione politica e sindacale, quando si parla di questa organizzazione, smettano di utilizzare la ragione per avventurarsi nei meandri della fantapolitica sentimentale. Ci dispiace riportarli tra di noi ma la Fiom è un sindacato di categoria concertativo, lo è nella stessa maniera in cui lo sono tutti gli altri sindacati di categoria della CGIL. Come loro anche la Fiom firma pessimi accordi e, come loro, si ripara dietro ad una situazione sfavorevole che, peraltro, ha contribuito a far degenerare, per giustificare le sue firme.
Per chi l’avesse scordato anche la Fiom, anziché difendere le pensioni pubbliche, promuove e propaganda, in joint venture con Federmeccanica, Fim, Uilm i fondi pensione di categoria. Per chi l’avesse scordato anche la Fiom ha sottoscritto, subito dopo gli accordi del luglio 1993 sul contenimento del costo del lavoro, un altro accordo che prevede una forte discriminazione nelle RSU per i sindacati non firmatari di contratti nazionali, giungendo addirittura ad inserire una clausola mafiosa per garantirsi insieme con Fim e Uilm un terzo dei rappresentanti, indipendentemente dal voto dei lavoratori.
Quando la Fiom indice, come ha fatto il 28 gennaio, uno sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori lancia una parola d’ordine mistificatoria non solo perché il diritto messo in discussione non riguarda i lavoratori ma l’organizzazione, ma anche perché un diritto è tale se è per tutti, diversamente è un privilegio. Ma questo privilegio, visto che i padroni non regalano nulla, in cambio di che cosa è stato concesso? Forse in cambio di accordi altrettanto negativi di quello siglato a Mirafiori o dell’opera di contenimento e di repressione dei lavoratori autorganizzati?
Di sicuro l’avvento di Marchionne alla guida della Fiat ha cambiato le regole del gioco perché il nuovo Amministratore delegato, più attento al mercato internazionale che agli equilibri politici e sindacali in azienda, ha imposto ai sindacati un cambio di ruolo costringendoli a passare dalla concertazione alla collaborazione. La Fiom non ha voluto o potuto fare il salto richiestole e Marchionne insieme con Fim, Uilm e Fismic ha escluso la Fiom dalle RSU della Fiat.
Per ottenere questo risultato non ha fatto altro che utilizzare, applicandolo anche alla Fiom, quanto la Fiom aveva sottoscritto per discriminare i Sindacati di Base: o firmi il contratto o non hai diritto alla rappresentanza sul posto di lavoro. Il paradosso, solo apparente, è che la Fiom esercita tuttora questa discriminazione nei confronti dei Sindacati di Base nel resto del settore metalmeccanico, dove continua ad applicare l’accordo sottoscritto a suo tempo con Fim e Uilm in merito alle elezioni delle RSU.
Altro che sciopero in difesa dei diritti dei lavoratori!
Nondimeno quando centinaia di migliaia di lavoratori si mobilitano è sempre un fatto positivo perché si mettono in moto nuove energie e bene hanno fatto i compagni a dare il massimo per la riuscita dello sciopero. Altrettanto giusta è stata la scelta fatta dai Sindacati di Base di proclamare nella stessa giornata lo sciopero anche per le altre categorie, non fosse altro perché ha permesso a molti lavoratori di scendere in piazza smascherando l’atteggiamento ipocrita della CGIL che a parole ha sostenuto lo sciopero ma in realtà lo ha boicottato. A Genova hanno persino spezzato il corteo per impedire che il grande spezzone dei Sindacati di Base confluisse sotto la sede di Confindustria insieme con i lavoratori della Fiom.
In ogni caso, il 28 gennaio, le piazze erano piene ed i cortei partecipati come, a livello operaio, non si vedeva da tempo. È un segno evidente che esiste nel nostro paese e nella classe lavoratrice una volontà di riscossa non ancora sopita ma è anche un segno, ancor più evidente, che questa massa non trova nessun riscontro organizzativo né politico né sindacale tant’è vero che erroneamente individua oggi nella Fiom, così come anni addietro confidò in Cofferati, un’avanguardia in grado di guidarla. Al contrario, proprio perché non esiste riscontro, il rischio reale è che questa partecipazione venga utilizzata in scontri tra cordate di interesse che si stanno battendo, per perpetuare le loro rendite di posizione o per accedervi, all’interno dei partiti della “sinistra” e dei sindacati.
Non è un mistero per nessuno il fatto che tra partiti e sindacati confederali esista uno stretto intreccio di uomini, di legami politici e personali, di interessi. Non dovrebbe quindi stupire nessuno che la lotta all’interno dei partiti si rifletta nei sindacati e viceversa e che, in tutta evidenza, ad essere maggiormente coinvolta ed attraversata da questi scontri sia la CGIL non solo perché è il sindacato più numeroso ma perché il partito che in origine la egemonizzava, il PCI, si è dissolto in mille rivoli con un peso preponderante degli uomini del PD in tutte le categorie tranne che tra i metalmeccanici dove la maggioranza è in mano a dirigenti in quota Rifondazione, PdCI, SEL. Questi dirigenti, però, non essendo più i loro partiti rappresentati in Parlamento, hanno un problema da risolvere.Infatti sia la CGIL che la Fiom ancor prima di essere dei grandi sindacati sono grandi aziende, grandi apparati alla cui direzione si accede in maniera proporzionale al peso elettorale del partito di riferimento. Diventa perciò necessario che riparta il movimento, che i lavoratori ritrovino la passione della politica. L’attacco che il padronato sta portando alla Fiom, costringendola alla lotta, capita a fagiolo e diventa funzionale ad un progetto elettoralistico, con l’organizzazione sindacale maggioritaria tra i metalmeccanici che diventa l’elemento aggregante di organizzazioni politiche, centri sociali, comitati, movimenti studenteschi.
Un esempio di questo è “Uniti contro la crisi”, un’aggregazione di tutti i soggetti suddetti che è presente in parecchie città d’Italia e si muove appunto in questa direzione, un bel cartello di movimento che nasconde un cartello elettorale. Tutto ciò lascia presumere che la mobilitazione che abbiamo visto a gennaio abbia una scadenza a breve perché nessuno può realisticamente pensare che la CGIL proclami lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie anche perché è evidente che sul modo di fronteggiare la crisi, facendola pagare ai lavoratori, tra il centrodestra ed il centrosinistra non ci sono differenze.
Per fortuna la realtà non rientra negli schemi, tantomeno in quelli di chi non vede al di là dei propri interessi di bottega, e neanche questa volta fa eccezione. Il mondo è in fiamme ed anche da qui se ne intravedono i bagliori che, facendo un po’ di luce sulle prospettive, ci riscaldano il cuore. Sbaglia chi pensa che lo scontro in atto alla Fiat sia decisivo, nonostante sia da condurre fino in fondo con coerenza e decisione non è qui che si giocano i destini della classe operaia e soprattutto non è sul tema della rappresentanza. C’è una parte di classe operaia sfruttata, precaria, ricattata che si affaccia oggi prepotentemente alla lotta, una classe operaia giovane che ha dato forti segnali negli scioperi della logistica nell’hinterland milanese, nelle campagne calabresi e negli scioperi degli immigrati nel nordest e che, sempre più spesso, vediamo alla testa delle manifestazioni: qui è il nostro futuro.


12 dicembre 2010 redazione
editoriale

IMPUNITI GLI ASSASSINI DELLA STRAGE DI BRESCIA

Nessun colpevole. Continuano i misteri d’Italia. L’illusione elettoralistica della cosiddetta sinistra rafforza la fascistizzazione dello Stato

Assoluzione per non aver commesso il fatto. Sono passati 36 anni da quando una bomba collocata in piazza della Loggia a Brescia ha causato la morte di 8 persone ed il ferimento di 120. Anche il terzo processo non ha individuato i colpevoli ed ha assolto i cinque imputati Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi (che ha cambiato nome vive agiatamente in Giappone), Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti, appartenenti ad Ordine Nuovo. Ancora una volta è l’Italia delle stragi, impunite, che restano un mistero sulle quali non si vuole dire la verità né fare giustizia, come quelle di Piazza Fontana (depistata sugli anarchici per colpire il biennio di lotte operaie e studentesche), dell’Italicus, della Stazione di Bologna (strage fascista diventata terrorista sulla targa apposta dall’Unesco), Ustica e, in seguito dei Georgofili a Firenze. Stragi che hanno visto implicati servizi segreti militari Usa e i loro agenti italiani che hanno agito con i fascisti e gli apparati dello Stato e la Democrazia cristiana nella guerra contro i comunisti utilizzando le basi militari Usa/NATO che sono sparse in tutta Italia e che invece di eliminare, imponendo la propria indipendenza, vengono rafforzate e ampliate.  E, a proposito di sentenze, sempre a Firenze, recentemente è stato assolto il fascista, senatore Totaro che era stato denunciato per avere insultato come “vigliacco assassino” l’eroe della Resistenza il gappista Bruno Fanciullacci.
Queste sentenze sono segnali di continuità politica e ideologica di fronte ai quali non ci si può arrendere. Anche perché
la situazione è in continuo peggioramento. Oggi si grida al terrorismo internazionale e per combatterlo l’Italia - governata da ministri provenienti dal MSI di Almirante - partecipa alle guerre imperialiste distruggendo popolazioni, paesi, ambiente. Viene portata avanti una politica di repressione contro operai e studenti in lotta, la militarizzazione del territorio con il pacchetto sicurezza – in particolare contro gli immigrati –, si riscrive la storia attraverso pubblicazioni con la complicità di autori (pentiti socialisti) e quella dei libri di testo. Finanziamenti e coperture politiche delle forze di governo ridanno spazio a pseudo intellettuali di destra che diventano opinionisti in tutti i mass media nel tentativo di affermare l’anticomunismo soprattutto tra le giovani generazioni. Il ministero della Gioventù, anche questo in mano ad una fascista, alimenta e sostiene finanziariamente gruppi che aprono sedi in tutte le città con le loro attività violente e provocatorie. Nei luoghi di lavoro, compreso le fabbriche – grazie alla debolezza dei sindacati confederali concertativi - entra l’UGL.
E si deve sempre al fascista Roberto Menia (ex capo del Fronte della gioventù, ex presidente nazionale Fuan, ex coord. regionale AN) la proposta – diventata legge 92 il 30/3/2004 - della giornata del Ricordo, una vera e propria strumentalizzazione.
Eppure l’antifascismo militante è ancora sottovalutato, soprattutto da quei partiti che pur definendosi di sinistra l’hanno abbandonato da tempo. Ed è persino carente nel documento, fotocopia del Pd, dell’Anpi che si avvia al congresso.
Le forze di sinistra, abbagliate dai contrasti all’interno dei partiti di governo, sentono odore di elezioni ed entrano subito in fibrillazione. Dopo varie separazioni e scissioni si riuniscono in una Federazione (senza consultazione della base) per riprendersi qualche poltrona ed ottenere quei finanziamenti senza i quali sono incapaci di fare politica. Queste forze, a partire dal Pd - così preoccupate di rifare la legge elettorale e malate di cretinismo parlamentare - saranno responsabili dell’aumento dell’autoritarismo.
Perché se nella fase attuale il fascismo non si presenterà come
lugubre fenomeno del passato, i fattori che favoriscono il suo risveglio ed il suo sviluppo sono propri del mondo capitalista, anche di quello attuale in quanto agisce, sul piano economico, a totale vantaggio delle grandi oligarchie industriali ed agrarie. Ed è l’arma che necessita alla borghesia ed al capitalismo per reprimere il malcontento operaio e popolare e lo scontro di classe, per imporre al proletariato l’ordine sociale ed impedire la riorganizzazione dei comunisti.
Smascherare i fascisti di ieri e quelli di oggi e difendere i valori che sono stati alla base della Lotta di Liberazione è indispensabile per impedire la ripetizione dei terribili eventi che hanno funestato il nostro Paese.
Riaffermare l’antifascismo militante attraverso organismi specifici che controinformino, anche sul piano culturale, l’avanzata della demagogia e del razzismo delle forze di governo e di tutti quei gruppuscoli collaterali è un dovere.
La politica repressiva, liberticida, autoritaria e razzista è tipica dei governi di destra che non ammettono alcun tipo di opposizione vera e che vorrebbero annientare la coscienza di classe. In particolare in momenti di crisi come l’attuale, crisi creata dal capitale e scaricata sui lavoratori, le masse popolari, i pensionati, gli studenti e gli immigrati.
Ad appoggiare un governo autoritario entra in scena anche il Vaticano. Il 4 dicembre Berlusconi incontra il segretario di stato Bertone, colloquio definito di grande valore, e il 5 dicembre il cardinale Ruini al forum della CEI propone un rafforzamento istituzionale dell’esecutivo per bilanciare la riforma federalista dello Stato e difende il sistema maggioritario. Una conferma. Si sa da che parte sta ed è sempre stato il Vaticano che, ipocritamente, sostiene di non fare politica né ingerenza.
L’attuale situazione, quindi, non è grave solo dal punto di vista economico. La crisi è anche politica, cultuale e morale ed implica una lotta antagonistica e inconciliabile tra le classi.

Compito dei comunisti - che non si illudono di cambiare il governo attraverso le elezioni (Prodi docet) è quello di abbattere il capitalismo, causa del duro attacco alle condizioni di vita, di lavoro, della salute, della disoccupazione e precarietà, dei rincari. Una lotta che implica il ruolo fondamentale del partito comunista, effettivo strumento della classe operaia. Che solo così si può liberare e passare dalla difensiva all’offensiva.

 


26 settembre 2010 redazione
editoriale

I metalmeccanici, la Fiat e la lotta di classe      

È giunto il momento che i lavoratori, i militanti ed i delegati che hanno scelto di resistere e di rilanciare prendano in mano la situazione
La disdetta da parte di Federmeccanica del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dei Metalmeccanici, l’ultimo siglato unitariamente da Fim, Fiom e Uilm nel 2008, è solo l’ennesimo colpo che il padronato sferra al movimento operaio. Solo gli ingenui o gli imbecilli possono pensare che l’attacco feroce e determinato che viene portato avanti da anni contro la contrattazione collettiva nazionale riguardi la sfera sindacale. In realtà la questione sindacale è solo la cortina fumogena che copre la lotta di classe che il padronato dispiega a tutto campo. Come sempre nei momenti di svolta, a condurre pesantemente la partita c’è la Fiat, che ha imposto a Federmeccanica la sua posizione. Non è un problema di colombe e di falchi ma, semplicemente, di interessi di classe.
Una volta di più, per capire quanto sta succedendo, è necessario guardare a questa azienda ed alle sue scelte strategiche. L’obiettivo che gli azionisti hanno assegnato a Marchionne, nel momento in cui l’hanno nominato amministratore delegato, è stato quello di  ricollocare la Fiat sullo scacchiere globale dell’auto e di ridefinirne le priorità industriali allo scopo di partecipare, con rapporti di forza più favorevoli, alla dura  contesa imperialista che interessa il settore e che vede affacciarsi sul mercato nuovi produttori estremamente aggressivi dal punto di vista commerciale. La stessa operazione con cui le attività automotive ed i restanti settori industriali verranno definitivamente separati, il cosiddetto spin-off, va in questa direzione.
Il primo passaggio della gestione Marchionne, come tutti sanno, è stata l’acquisizione di Chrysler avvenuta con la benedizione di Barak Obama e la connivenza del sindacato americano dell’automobile, che non ha esitato a lasciare sul tavolo delle trattative diritti, salario e pensioni dei lavoratori. Il secondo passaggio avrebbe dovuto essere l’acquisizione di Opel, ma il tentativo di creare un gruppo, ancor più globale, in grado di massimizzare le proprie sinergie interne è stato sconfitto da una serie di fattori concomitanti, quali la concorrenza di Magna e l’opposizione di una parte significativa della classe dirigente, dei sindacati e dell’opinione pubblica tedesca.
Sconfitto su quel fronte, Marchionne ha concentrato la sua attenzione sulla situazione italiana iniziando dalla chiusura di Termini Imerese che, molto probabilmente, ultimerà la sua storia produttiva alla fine del 2011. I programmi del nuovo soggetto Fiat–Chrysler, definiti al Lingotto proprio mentre a Termini Imerese si consumavano gli ultimi scioperi, prevedono una “razionalizzazione” radicale della produzione e della distribuzione. Il marchio Lancia, negli anni a venire, vivrà un processo di fusione pressoché totale con Chrysler che diverrà a tutti gli effetti la sua gemella americana: modelli identici, meccaniche condivise, gamme prodotto del tutto sovrapponibili. Solo i mercati su cui insisteranno le due case saranno diversi, per il resto tutto sarà in comune, compresa la rete di vendita. Anche la 500 varcherà l’oceano in tempi brevi e verrà prodotta nella fabbrica Chrysler di Toluca in Messico, insieme alle sue derivate cabriolet ed Abarth. Il nuovo motore MultiAir verrà invece realizzato nello stabilimento di Dundee, in Michigan, e verrà installato anche in molti modelli americani. Ancora più difficile è la posizione del marchio Alfa, fortemente ridimensionato ed al centro di voci che lo vogliono in vendita, forse a Volkswagen.
Di sicuro il progressivo spostamento del baricentro della Fiat al di fuori dell’Italia non sarà indolore ma implicherà la chiusura di altri stabilimenti ed ulteriori perdite di posti di lavoro anche nel nostro paese. La decisione di produrre la nuova Fiat Panda nella fabbrica campana di Pomigliano d’Arco anziché in quella polacca di Tychy, anche se al momento garantisce la salvezza dell’impianto napoletano, non risolve certo il problema di un settore a forte concentrazione imperialistica e costantemente in crisi di sovrapproduzione. È evidente che, per Marchionne e soci, il cosiddetto piano Fabbrica Italia ha un senso solo in rapporto ai benefici, agli sgravi fiscali ed agli incentivi che hanno ottenuto e che, in prospettiva, riusciranno ad ottenere dal governo italiano, quale che sia.
Ma c’è un altro nodo fondamentale che la Fiat deve sciogliere, per poter essere veramente competitiva a livello internazionale, ed è quello del “costo del lavoro” che, nella concezione padronale, non significa altro che riduzione del salario, aumento della produttività, abolizione dei diritti dei lavoratori. Per raggiungere questo obiettivo si deve sconfiggere il movimento operaio, non solo distruggendo le sue organizzazioni sindacali ma l’idea stessa che, attraverso il conflitto, si possano rivendicare diritti collettivi. Il tentativo fatto a Pomigliano d’Arco non ha ottenuto, dal loro punto di vista, i risultati sperati. Il ricatto effettuato, cioè la richiesta di scegliere tra un lavoro senza diritti e con poco salario e la disoccupazione,  ha trovato tra i lavoratori una resistenza non prevista nonostante l’accordo sottoscritto da Fim, Uilm e Ugl, la sostanziale condivisione della maggioranza della CGIL e la posizione “tremolante” della Fiom. Da qui la necessità, per i padroni, di compiere un’ulteriore aggressione. Dopo una pesante campagna mediatica gestita e condotta in prima persona da Marchionne e Marcegaglia che, nel momento in cui attaccano più pesantemente, parlano di stipulare un patto sociale e da Tremonti che sostiene apertamente l’antieconomicità delle leggi sulla sicurezza, Federmeccanica ha alzato il livello dello scontro. La Fiom diviene l’obiettivo da isolare ed attaccare non in quanto organizzazione di avanguardia, cosa che non è, ma in quanto organizzazione più rappresentativa  dei lavoratori metalmeccanici che continuano, testardamente, a non farsi  normalizzare.
A dirla tutta, la Fiom raccoglie quello che ha seminato. Come tutte le organizzazioni massimaliste ha individuato, negli anni, i nemici alla sua sinistra anziché alla sua destra ed ha contribuito attivamente al contenimento e, talvolta, alla repressione di quei militanti e delegati dei Sindacati di Base che, in fabbrica, si ponevano in maniera antagonista a difesa degli interessi della categoria e della classe.
Non dimentichiamo che a Pomigliano la Fiom, insieme con Fim e Uilm, ha stipulato un accordo per il trasferimento di centinaia di lavoratori, la maggior parte dei quali aderenti allo Slai-Cobas, allo stabilimento confino di Nola; non dimentichiamo neppure che a Melfi nel momento in cui due delegati di FLMUniti–CUB sono stati sottoposti al medesimo trattamento antidemocratico cui sono sottoposti oggi i tre delegati Fiom, questa organizzazione si è tirata fuori dalla lotta come se il mancato reintegro in produzione di un delegato, eletto dai lavoratori, non fosse un problema loro. Detto questo per amore di verità, visto che la verità è sempre rivoluzionaria, è giunto il momento che i lavoratori, i militanti ed i delegati che hanno scelto di resistere e di rilanciare  superino le divisioni ed impongano ai loro vertici che, ovviamente hanno responsabilità diverse a seconda che siano dirigenti dei Sindacati di Base o dei Sindacati Confederali, uno SCIOPERO GENERALE NAZIONALE DI TUTTE LE CATEGORIE che risponda fabbrica per fabbrica, territorio per territorio, che fermi il Paese, che esprima e rappresenti realmente le aspirazioni ed i bisogni del popolo lavoratore.
Alla guerra come alla guerra, alla guerra di classe come alla guerra di classe! 


25 luglio 2010 redazione
editoriale

Il capitalismo non ha futuro e va abbattuto
Non sono i lavoratori che devono pagare la crisi delle speculazioni

Le famiglie tagliano le spese. Per ridurle comprano ai discount le mozzarelle “blu” - prodotte da aziende che lucrano pure sulle difficoltà economiche dei consumatori - con gravi conseguenze sulla salute. Cosa che non succede né ai parlamentari, né ai politici che, in aggiunta ai loro numerosi benefici hanno sufficienti mezzi per spendere in cocaina e trans. I tagli a regioni e comuni imporranno nuove tasse locali fino al 90% -, la liquidazione del sistema sociale a partire dalla salute, tanto che perfino i medici scendono in sciopero. È la nuova manovra economica “anticrisi” da “lacrime e sangue” per oltre 27 miliardi di euro (e non sarà la sola) che colpisce duramente i lavoratori, compresi quelli pubblici, e le masse popolari. In poche parole i lavoratori dovranno subire nuovi sacrifici, licenziamenti, cassa integrazione, ristrutturazioni, privatizzazioni e delocalizzazioni delle fabbriche.
I Governi dei paesi capitalisti hanno bruciato miliardi di fondi pubblici per salvare le banche, le stesse che oggi traggono enormi benefici dai debiti degli Stati.
Le misure antipopolari, quindi, non sono chieste solo alla Grecia. Anche l’Italia si adegua alla crisi internazionale nel tentativo di salvare dalla bancarotta banche e imperi finanziari ed è in prima fila nell’applicare la ricetta che sta sperimentando la Grecia.
In Italia - già strangolata dal debito pubblico (attualmente ha raggiunto il record di 1.753,5 miliardi di euro) prodotto dalla Dc e dai governi che si sono succeduti, ostaggio delle banche, delle politiche liberiste dell’Europa di Maastricht e della Banca centrale europea - diminuirà ulteriormente il potere di acquisto e crescerà l’abisso sociale tra le masse e gruppi sempre più ristretti di capitalisti. Infatti nessuna misura viene presa contro i monopoli, le banche, gli speculatori finanziari, gli evasori fiscali, i grandi patrimoni, i corrotti e i ladri di Stato. Anzi il governo procede a passi veloci sulle sue riforme come quella delle intercettazioni per salvare tutti i faccendieri, imprenditori, mafiosi e pitreisti del centrodestra.
Governo e Confindustria proseguono nello smantellamento dei diritti conquistati dalla classe operaia in tanti anni di lotta procedendo con la nuova legislazione del lavoro per togliere le residue garanzie giuridiche ai lavoratori.
Significativo è Pomigliano d’Arco dove la Fiat - con il no della FIOM e il consenso di Cisl, Uil, Ugl, Governo, Confindustria e di ondeggianti Cgil e PD, impone - attraverso il ricatto della produzione in Polonia - un piano i cui contenuti sono ferocemente peggiorativi dei diritti e della salute dei lavoratori e assicura l’assoluta libertà di sfruttamento del capitalismo che fa da apripista non solo per altre fabbriche ma per la stessa Fiat che ha obiettivi ben chiari.
Fiat, che torna in utile grazie alla Cig pagata dai lavoratori italiani, non si accontenta di un accordo capestro che dalla Polonia più che la Panda importa le condizioni dei polacchi, né della chiusura di Termini Imerese. Sono bastati pochi giorni e sono arrivati i primi 5 licenziamenti politici, vera e propria rappresaglia, di iscritti alla Fiom e l’annuncio della produzione della monovolume in Serbia. Cosa faranno adesso Cisl (il cui segretario sostiene che il metodo Pomigliano va “esportato”), Uil e Ugl? Firmeranno anche la chiusura di Mirafiori?
L’obiettivo è uno solo: scaricare sulla classe operaia, sui lavoratori, sui pensionati e sulle masse popolari il peso della crisi e dei debiti del capitalismo per consentire ad una minoranza di sfruttatori di continuare a vivere nei privilegi.
Nessun provvedimento per colpire l’evasione fiscale, la speculazione edilizia, nessun taglio per i fondi che vanno al Vaticano, alle scuole private cattoliche, alle spese senza fine per la politica, alle spese per le missioni militari all’estero (oltre 500milioni di euro all’anno). Nessun taglio agli sprechi, ai privilegi, ai costi delle oltre 90mila auto blu (3300 euro l’anno escluso il personale), ai doppi e tripli compensi di tanti parlamentari. Anzi aumenta il numero di sottosegretari, ministri e ministri del niente. È ridicolo, puramente demagogico e non significativo l’annuncio dell’alleggerimento del cedolino (non del compenso) del 10% sull’indennità dei parlamentari. Anche per i rimborsi elettorali si taglia del 10% quando era stato annunciato il 50%. Questo Governo “del fare” rimane alle enunciazioni di propaganda più che ai fatti!
Alla “solidarietà europea” – quella tra capitalisti, monopoli e governi - che conosce solo il supersfruttamento dei lavoratori, la privatizzazione degli utili e la collettivizzazione delle perdite, si deve contrapporre la solidarietà della classe operaia e dei lavoratori vittime della loro politica e delle potenze imperialiste che dominano ovunque e che, approfittano della crisi per rafforzarsi, guadagnare sempre più ed accaparrarsi i mercati.
L’opposizione non è certo al livello della Grecia - dove si susseguono scioperi generali e proteste dure (nel silenzio dei mass-media) perché sostenuti dai comunisti e dai sindacati – ma una certa risposta, seppure frantumata e senza una direzione politica, c’è. E il Governo si attrezza per affrontarla anche sul piano repressivo e non solo aprendo nuovi CIE contro gli immigrati o tenendo i carcerati in condizioni disumane, non solo con il pacchetto sicurezza, ma con ma
nganellate come ai lavoratori della Mangiarotti Nuclear a Milano e ai terremotati dell’Aquila a Roma.
Il Governo, inoltre, vuole mantenere la popolazione nell’ignoranza - molto più facile da manipolare politicamente - con la riforma della scuola, imbavaglia l’informazione e limita internet, si basa sulla corruzione, maschera i condoni, vuole cambiare la Costituzione e difende le nuove logge segrete, gruppi di potere occulto formati da individui del partito al potere che intervenivano con forti pressioni sul CSM per pilotarne le nomine.
Il foraggiamento delle varie sigle fasciste da parte del ministro della gioventù Meloni (che i giovani Pd invitano alle loro feste…),  mantiene attiva la manodopera squadrista che apre sedi ovunque e provoca, scaricando le proprie malefatte sugli antifascisti che, regolarmente, vengono condannati.
Proprio questo mese di luglio ci riporta al luglio ’60, al famigerato e autoritario governo Tambroni che ottenne la fiducia grazie ai voti dei fascisti e monarchici – con i suoi operai morti -, ci riporta al G8 di Genova. A distanza di 9 anni l’ex capo di polizia (poi promosso) De Gennaro è stato condannato in appello per le aggressioni e le provocazioni alla Diaz. Al solo accenno di dimissioni, questo governo glielo impedisce e gli conferma piena fiducia. È la difesa di un servitore, infatti, a Genova gli ordini arrivavano dal Governo e da Fini presente fisicamente nel centro operativo.
I lavoratori, le masse popolari non sono responsabili della crisi del settore speculativo. Non devono pagare né per la crisi, né la repressione.
È più attuale che mai una battaglia di classe per uscire da quella Europa dei trattati, di dominio e supersfruttamento che abbiamo sempre e da subito denunciato.
È fondamentale continuare la mobilitazione e la lotta contro il padronato e il governo, lavorare per unificare i comunisti e la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare il proletariato nelle battaglie che ci aspettano e per cambiare la società.
Il capitalismo non ha futuro, ha già dimostrato il suo fallimento, e va abbattuto. Solo il socialismo, con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con la pianificazione dell’economia, può assicurare - senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con una vera uguaglianza tra gli uomini - stabilità del lavoro, giustizia e progresso per l’intera società.            


9 giugno 2010 redazione
editoriale

LA GRANDE STANGATA
Passate e vinte le elezioni, arrivano tagli e sacrifici

La destra ha impostato tutta la campagna elettorale illudendo gli elettori. Tutti i leader, Berlusconi in primis, hanno martellato che in Italia tutto andava bene, che la crisi non c’era, che non si sono e non si sarebbero aumentate le tasse. E gli elettori ci sono cascati. A distanza di un mese il Governo e le forze che lo compongono e sostengono sono sbugiardati dalla presentazione della manovra economica. Mentre si analizzava il problema Grecia e molti lavoratori sono scesi in piazza in solidarietà con i sacrifici “lacrime e sangue” imposte ai greci, ecco che l’Italia non è da meno. “Lacrime e sangue” per 27 miliardi di euro (e non bastano) – che, mentre andiamo in stampa sta per essere firmata dal Presidente Napolitano - anche per i lavoratori italiani che forse non se ne sono ancora resi conto, tant’è che nessuno ha manifestato (forse sono in attesa dello sciopero generale promesso da Epifani) – o forse perché influenzati dalla Cisl, Bonanni si dice “Orgoglioso di aver collaborato; e dalla Uil, Angeletti la definisce “un po’ più equa”.
Berlusconi, dopo aver cercato di scaricare su Tremonti la decisione delle misure presentate, torna in pubblico per dire “I sacrifici sono necessari, indispensabili”, “siamo tutti nella stessa barca” (quale barca? Non certo su quella di 37 metri di suo figlio!). Una stangata che colpisce i lavoratori, i giovani, i pensionati mentre gli evasori continuano ad evadere e i corruttori a corrompere. Mentre, al di là della pura demagogia, non si parla più dello scudo fiscale (servito solo per il rientro del capitale Anemone-Balducci) non si toccano le spese della politica, dello Stato e delle Camere, né quelle per la costruzione di nuovi CIE e quelle militari. Tant’è che La Russa ha subito dichiarato che le missioni non si toccano, anzi entro l’anno altri 1000 soldati saranno inviati in Afghanistan (oltre 500 milioni all’anno) a combattere la guerra – parola che il Pd non pronuncia per coprire le proprie responsabilità del voto sistematico delle missioni militari all’estero. Così come hanno fatto il governo Prodi ed i partiti che l’hanno sostenuto - degli Usa e della Nato, a nostre spese. E procede la fornitura dei nuovi caccia F35 che costeranno 13 miliardi e l’ampliamento di Camp Darby. Aerei da guerra per un’Italia che si è dotata di una Costituzione (che molti festeggiano il 2 giugno evidentemente senza conoscerla) che ripudia la guerra. Nessun taglio agli sprechi, ai costi delle oltre 600mila auto blu, ai doppi, tripli compensi dei parlamentari, la quasi totalità già professionisti.
I tagli colpiscono soprattutto i dipendenti pubblici con il blocco delle retribuzioni per tre anni e tagli agli stipendi del 5/10%, blocco del turn over, liquidazioni rateizzate ecc. ma soprattutto i tagli colpiranno la sanità, la scuola, la cultura, la ricerca, gli istituti previdenziali (compreso quello di Prevenzione e Sicurezza sul lavoro): in poche parole più disoccupazione nuova e prolungamento per i giovani. Attacco che si ripercuoterà inevitabilmente anche a livello regionale e comunale con tagli sul welfare e sui servizi.
E se non bastasse l’esorbitante prezzo del carburante, da luglio aumenteranno anche le autostrade. Altro che rinviare l’apertura delle scuole per permettere le ferie alle famiglie!
È ovvio che da Bruxelles e dall’Ocse le intenzioni del governo siano state accolte con favore ed apprezzate. All’UE si sono appena aumentati lo stipendio di 1500 euro al mese e qualcuno le deve pagare!
Per non sentirsi messo in disparte il ministro Maroni lancia l’ennesimo allarme terroristi. Pensando alle rivolte che si prospettano di fronte all’acuirsi della crisi, il pretesto è buono per approntare nuovi tipi di intervento repressivo.
Il grande capitale e i suoi governi vogliono salvarsi da una crisi mondiale creata dai grandi monopoli, dalle multinazionali, dalle banche, dal Fondo monetario internazionale e dall’Unione europea, scaricando tutti i costi sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, del proletariato, delle masse popolari.
La classe lavoratrice non solo deve rispondere sul piano economico rifiutando di pagare un duro prezzo imposto dal nemico di classe, ma deve organizzarsi per abbattere il sistema capitalista.


19 aprile 2010 redazione
editoriale nu/3

25 Aprile

OGGI COME IERI: NO AL FASCISMO

RESISTENZA CONTINUA FINO ALL’ABOLIZIONE DELLO SFRUTTAMENTO DELL’UOMO SULL’UOMO

Da alcuni anni è in atto un tentativo, da parte della borghesia, di riscrivere la storia della Resistenza al nazi-fascismo deresponsabilizzando la classe dirigente dai crimini commessi contro l’umanità.
I borghesi sono maestri nel rifare la storia scaricando su altri i propri crimini e hanno i mezzi economici, di informazione e gli intellettuali prezzolati che fanno questo per loro.
Con questa operazione si cerca di autoassolvere le responsabilità del capitale, imputando alla natura umana la bestialità presente in ogni essere umano che scatenerebbe l’uomo contro il suo simile. In questo modo le responsabilità del capitale vengono meno e il sistema completamente assolto.
Secondo questo schema i responsabili dei campi di sterminio nazi-fascisti, dei milioni di proletari mandati al macello nella 2° guerra mondiale, dei morti e degli invalidi non sono più i padroni, le multinazionali legate all’industria militare, ma diventano l’egoismo, l’invidia, l’ignoranza e l’istinto violento che secondo loro è patrimonio delle classi sottomesse. Si cerca di far dimenticare che nei lager, oltre agli ebrei, non sono finiti solo i “pericolosi bolscevichi”, ma tutti coloro che ostacolavano o che osavano sfidare il “nuovo” ordine, primi fra tutti i lavoratori tedeschi ribelli. In particolare gli operai che nelle fabbriche, in sintonia con i partigiani “sabotavano” la produzione”.
Oggi i borghesi e gli intellettuali al loro servizio, sia al governo che all’opposizione non perdono occasione per denigrare la resistenza, parlando di “pacificazione” e di pari dignità fra chi combatteva per la libertà (i partigiani) e chi per mantenere la dittatura (i fascisti), cercando di mettere sullo stesso piano oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori. Questi paladini della dignità umana usano tutte le occasioni per scaricare sul movimento comunista i loro crimini.
Centrodestra e centrosinistra sono le due facce della stessa medaglia capitalista, accomunati da un unico interesse: la salvaguardia del sistema capitalista che continua a riprodurre i borghesi come padroni e gli operai, i proletari, come schiavi salariati.
Oggi nella crisi mondiale continuiamo a sentire i ritornelli di sempre; salvezza dell’economia nazionale, maggior produttività, aiuti di stato alle imprese, obiettivi da sempre perseguiti dai padroni di tutto il mondo.
La storia insegna e noi non dimentichiamo che chi parla di bestialità insita nell’uomo, chi persegue la logica del massimo profitto rendendosi responsabile degli omicidi di migliaia di lavoratori sul lavoro e di lavoro, appartiene alla stessa classe sociale di chi nel campo di sterminio di Auschwitz fece mettere la scritta “il lavoro rende liberi”. Nel momento in cui la concorrenza si acuisce, la guerra economica si trasforma sempre più in guerre militari per la conquista di nuovi mercati, continuano le campagne contro lo straniero; i cinesi che invadono il “nostro” mercato, gli arabi che continuano a rincarare il petrolio, i lavoratori “extracomunitarii” che “rubano “il lavoro agli italiani, argomenti che non sono poi così diversi da quelli usati da Hitler e Mussolini. La crisi rafforza e dà voce ai nuovi promotori dell’olocausto del capitale. Tocca agli operai, ai lavoratori, alla loro parte più cosciente, i comunisti, combatterli, affinché la storia non si ripeta.

1° Maggio

I lavoratori uniti contro il capitalismo e l’imperialismo

Il 1° Maggio nato nel 1886 a Chicago dal sangue operaio divenne nel 1889 per decisione della Seconda Internazionale giornata internazionale di lotta e simbolo per tutto il mondo del lavoro. Nata come giornata internazionale per la riduzione d’orario ad otto ore è stata una tappa importante nel processo di trasformazione degli operai in classe; portando negli operai prima alla consapevolezza e poi alla coscienza che essi si contrapponevano come classe proletaria alla classe borghese nel rivendicare diritti collettivi. Da sempre la borghesia ha cercato di svuotare questa giornata di lotta dei suoi contenuti rivoluzionari, tanto che negli ultimi anni in Italia in molte città (salvo qualche caso particolare) non sfila più alcun corteo, e dove si manifesta lo si fa come nella rituale manifestazione nazionale di CGIL-CISL-UIL, su contenuti di collaborazione di classe.
In questa giornata trasformata in festa, Cgil-Cisl-Uil non trovano di meglio che organizzare un grande concerto a Roma che passa in diretta TV facendo rivoltare nella tomba tutti gli operai e i combattenti per l’emancipazione del proletariato che hanno versato il loro sangue a questa causa.
Negli anni scorsi si sono sprecati fiumi d’inchiostro, studi e immagini tv per spacciare come vere enormi sciocchezze come la scomparsa della classe operaia e più in generali delle classi, ma la crisi mondiale si è incaricata di spazzare via tutto il ciarpame che sosteneva queste tesi. Dopo decenni di apparente benessere, il mercato capitalistico ha riportato le condizioni della classe operaia a condizioni che in alcuni casi si avvicinano o sono simili a quelle di un secolo fa. Conclusosi quasi ovunque il processo di formazioni degli stati nazionali con le lotte di liberazione, oggi esiste ancora una classe internazionale sfruttata e oppressa che non si è ancora liberata dalle catene e che non ha ancora concluso la lotta per la sua liberazione. Rivendicazioni e conquiste ottenute oltre 160 anni fa dal movimento operaio, come le otto ore di lavoro, l’abolizione del lavoro notturno e successivamente il diritto di sciopero vengono continuamente rimessi in discussione.
L’Associazione Internazionale dei lavoratori nel suo primo congresso (3-8, settembre 1886) decise la rivendicazione della giornata lavorativa a 8 ore con l’aggiunta di otto ore di riposo, di permettere il lavoro notturno solo in via eccezionale, escludendo le donne e i minori da “ogni tipo di lavoro notturno e da ogni tipo di lavoro in cui il pudore venga leso e i cui organismi siano esposti a veleni o a altri agenti nocivi”, rivendicazioni che i sindacati filopadronali oggi si guardano bene dal sostenere, perché rischierebbero di ridurre i margini di profitto delle imprese. La lotta diretta degli operai, al di fuori di ogni legislazione, portò negli Stati Uniti alla conquista delle otto ore e questa lotta per la riduzione della giornata lavorativa è stata ed è tuttora una lotta di liberazione che permette ai proletari di avere più tempo libero per loro e meno tempo di lavoro da schiavo per il padrone.
La lotta della classe operaia per la liberazione dello sfruttamento capitalistico è un movimento di classe che si batte contro il dominio della classe borghese.
Nella crisi la concertazione lascia sempre più spazio al conflitto. Sempre più spesso si vedono uomini e donne che lottano contro i licenziamenti, per la difesa del posto di lavoro e del salario, soccombere davanti alle serrate delle aziende e dalla “pace” imposta dai manganelli di poliziotti e carabinieri al servizio dello stato dei padroni. Nei prossimi anni, con la continua perdita dei posti lavoro, venendo meno l’aspetto di mediazione dello stato e accentuandosi ancor più l’aspetto repressivo dello stato, i lavoratori saranno spinti prima o poi ad usare gli stessi mezzi per autodifesa con conseguenze al momento imprevedibili.
Tutte le forze politiche di centrodestra e centrosinistra e i sindacali confederali che hanno sostenuto e votato in parlamento le guerre imperialiste, approvando i finanziamenti alle missioni militari delle truppe di occupazione della NATO o dell’ONU con la partecipazione di truppe italiane di aggressione hanno contribuito a mantenere sottomessa la classe. Anni di politica di collaborazione di classe, di sostegno alla politica interna e internazionale del proprio imperialismo hanno snaturato il 1° maggio svuotandolo dei suoi contenuti rivoluzionari e ora è giunto il momento di riprenderselo.
Il 1° Maggio è il giorno di lotta in cui gli operai coscienti di tutto il mondo dimostrano uniti con manifestazioni in ogni paese contro il capitalismo e l’imperialismo, contro lo sfruttamento degli esseri umani, per l’emancipazione della classe operaia e di tutta l’umanità. Obiettivi che si possono raggiungere solo con l’azione internazionale del proletariato organizzato nel suo partito di classe che, prendendo il potere politico attraverso una rivoluzione, espropria la parassitaria classe capitalista impadronendosi dei mezzi di produzione.
Mentre nei paesi industrializzati e nel mondo aumenta la disoccupazione, che in Italia ha raggiunto l1,5% secondo dati Cgil, il governo sostenuto dal “partito dell’amore” di Berlusconi e dalla Lega cerca di mettere gli operai di una nazionalità contro l’altra, fomentando la rabbia degli italiani (operai, disoccupati C.I, piccolo borghesi, e tutti coloro che subiscono gli effetti della crisi) fornendo falsi responsabili della situazione, fomentando il nazionalismo, la paura del diverso e la divisione fra proletari.
Ai proletari coscienti, ai comunisti, spetta il compito di lavorare nella loro classe affinché la protesta, la giusta rabbia per la mancanza del lavoro, del salario e di una vita decente si trasformi in forma organizzata e in odio di classe verso i capitalisti, unici responsabili della nostra miseria.


10 novembre 2009 redazione
editoriale

A BERLINO È CADUTO IL MURO MA NON LA NECESSITÀ DEL SOCIALISMO

E anche per i tanti muri che ancora esistono è sempre tempo di rivoluzione
È dall’inizio dell’anno che i mass-media ci martellano con l’anniversario del crollo del muro di Berlino. Tra i tanti libri usciti per raccontare la sua storia ce n’è anche uno illustrato, un’antologia di racconti firmati da grandi autori europei dal titolo: 1989. Dieci storie per attraversare i muri”. Autore per l’Italia Andrea Camilleri, che avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui suoi apprezzabili gialli. Tutti recensiti e pubblicizzati con dovizia escluso uno, “Uccisi due volte” (ed. Zambon), che abbiamo recensito nei mesi scorsi e che consigliamo di leggere. L’autrice, Monika Zorn profonda conoscitrice della storia della resistenza tedesca documenta come sia in atto nella Germania unificata la “soluzione finale” della resistenza antifascista.
l muro è al centro anche della scelta per il Nobel letteratura 2009 assegnato alla romena Herta Muller (accostarla a Grazia Deledda è un’offesa). Scrittrice di lingua tedesca, semisconosciuta, non certo per volere di Ceausescu come hanno scritto alcuni giornali, visto che lei ha 56 anni ed è emigrata in Germania nel 1987, ma si è laureata a Timisoara e il suo primo libro è stato pubblicato in Romania dove lavorava come traduttrice e poi – come scrive la Nazione - “si è ridotta a vivere lavorando come maestra in un asilo”. Non sapevamo che la maestra d’asilo fosse un impiego degradante.
Ore e ore di trasmissioni sul muro di Berlino e nessuna parola sui tanti altri muri e non solo ideologici. A partire da quello indegno costruito dai sionisti in Palestina, muro che divide terre e famiglie e acqua per 600 km., quello del Messico dove i diseredati che cercano occupazione negli Stati Uniti muoiono come mosche uccisi dalle guardie armate.
Ma per il mondo borghese conta solo il muro di Berlino (104 km.), definito fascia della morte, prigione, luogo di orrori e la ministra Gelmini non ha perso l’occasione dei 20 anni per inserire nei prossimi libri di testo questa storia del muro. Perché? Perché il muro di Berlino (caduto in coincidenza con l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre) è il pretesto per fare anticomunismo, è la libertà di sguazzare tra superficialità e servilismo dei mezzi di informazione che, purtroppo per ignoranza di molti – anche di giovani studenti – trovano terreno facile.
Sul muro si è sentito di tutto e di più. In effetti alla sua caduta è corrisposta la vittoria dei capitalisti.
Tra le tante parole e i fiumi di scritti emerge l’assoluta disonestà intellettuale perché gli stessi interpellati, intervistatori e autori ignorano e manipolano le posizioni di tanta parte della popolazione che sostiene il passato. Tacciono quando sentono gli abitanti dire che non chiudevano le porte a chiave. Tacciono anche sul divieto ai comunisti di lavorare, soprattutto negli enti pubblici, della Germania ovest. Martellano invece sul controllo capillare della Stasi e denunciano perfino l’uso totale di intercettazioni (?) senza fare paragoni con il potere dell’Occidente dove chi si oppone viene schedato, spiato, seguito ed intimidito e dove addirittura vogliono schedare tutti fin dalla nascita (il ruolo della Cia nel caso Abur Omar è sintomatico). Parlano di comunismo mentre in tutti i paesi dell’Est si cercava di costruire il socialismo, un’esperienza che non ha avuto molto tempo per perfezionarsi.
Ma se questo era un regime così totalitario come ha fatto a cadere senza rivolte, scontri e morti?
Noi abbiamo la nostra verità, quella che abbiamo visto e vissuto a Berlino come in altre parti della RDT: senza pressioni, senza militarismo, senza paure. Abbiamo visto una popolazione che viveva la piena occupazione, il completo diritto allo studio, alla sanità e che poteva godere degli affitti, della cultura di alto livello: teatri, opera; dello sport (ad incredibili centri sportivi e piscine si accedeva con pochi centesimi), del tempo libero, potevano mangiare fuori casa, sebbene nei negozi non mancasse nulla, perché i prezzi erano veramente irrisori.
È anche per questo che è stato issato il muro. Perché nessuno dei soloni che si sono sfogati nelle più bieche falsità, compresi i servi dell’informazione, ha tenuto conto che i berlinesi, prima del muro, facevano i pendolari lavorando nella parte occidentale e non erano “prigionieri”, erano semmai sfruttati dal potere occidentale che tentava con ogni mezzo di recuperare quei lavoratori e quei professionisti – molto validi perché avevano avuto una formazione (gratuita) dal governo comunista -.
La costruzione del muro ha determinato una crisi di mano d’opera e di produzione nella Germania occidentale, infatti Berlino ha perso 60mila operai pendolari qualificati e i cittadini dell’ovest hanno perso la possibilità di recarsi a est per usufruire dei servizi a basso costo (a ovest guadagnavano di più ma la vita costava ancora di più e, quindi andavano a Est per risparmiare): dalle trattorie ai parrucchieri ai teatri a tutto svantaggio dell’economia e della vita dei berlinesi dell’est. Inoltre da ovest avanzava una campagna di sabotaggio economico e addestramento di gruppi che potessero compiere atti di terrorismo e delinquenza che indebolissero il governo socialista. Provocazioni (vi hanno fatto comizi anche Kennedy e Reagan) e violazioni, scritte neofasciste, lancio di molotov, stampa di propaganda, tentativi di corruzione delle guardie sono proseguite anche dopo la costruzione del muro, dove sono morte almeno 8 guardie di frontiera in seguito ad attentati da ovest e che nessun borghese ha interesse a ricordare.
Anche l’argomentazione della bancarotta dell’RDT – rievocata in questi giorni, tra l’altro mentre il mondo è caduto in una crisi economica abissale, e sbandierata per giustificare l’annessione da parte del governo Kohl – è una falsità. Nel 1988 il reddito nazionale era aumentato del 3%, come nei due anni precedenti e quello procapite del 4%; la produttività del lavoro aumentata del 7% nel settore industriale e del 4,8% in quello edile (219.243 alloggi nuovi e ristrutturati). La produzione dei beni industriali era stata incrementata del 3,7% e gli investimenti erano concentrati in importanti campi per potenziare l’economia e la politica sociale. Solo nell’agricoltura non avevano raggiunto gli indici prefissi che però erano sorpassati dalla produzione zootecnica. Sempre nell’88 la ricerca era concentrata sulla microelettronica che doveva prendere l’avvio della produzione nel 1989, anno in cui sarebbero aumentate le pensioni per la “terza età” che invece con la caduta del muro si sono ritrovati improvvisamente scaraventati nell’abbandono e nella totale povertà.
Proprio nel 1988 gli Stati socialisti perfezionarono la loro cooperazione con l’obiettivo di aumentare il livello di vita dei propri popoli.
Non avevano fatto i conti con l’imperialismo che agiva per distruggerli e per questo anche noi li criticavamo. Evidentemente i servizi segreti non erano così potenti! Non certo come quelli dell’Occidente che hanno tramato al servizio dei poteri reazionari, delle borghesie, del Vaticano. In più una bella spallata per svendere l’RDT l’ha data Gorbaciov con il quale Honnecker si è incontrato dal 27 al 29 settembre - solo due mesi prima della caduta – per “intraprendere ulteriori sforzi per estendere la specializzazione e la collaborazione nei campi della scienza, della tecnica e della produzione”. Un’iniziativa ritenuta importante per i forti impulsi che ricadevano sulla cooperazione.
Altra falsificazione della storia – gradita ai manipolatori dell’informazione - è il totalitarismo ignorando (o volendo ignorare) che nell’RDT esisteva la Camera del popolo, cioè il Parlamento, che era il massimo organo statale dove erano rappresentati cinque partiti politici (Sed, DBD-contadini, CDU-cristiani democratici, LDPD-liberaldemocratici, NDPD-nazionaldemocratico) e cinque organizzazioni di massa: sindacati, gioventù, donne, lega della cultura e il mutuo soccorso contadino.
Noi comunisti, quindi, non festeggiamo la caduta del muro perché l’annessione, e non l’unificazione, ha rappresentato disoccupazione, povertà per molti, prostituzione, emigrazione di tanti sfuggiti alla catastrofe sociale, nascita di gruppi neonazisti, cancellazione dell’antinazismo e dell’antifascismo. È stata fatta piazza pulita della memoria sia per la collusione dei capitalisti tedeschi con Hitler che per l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt e si associano le vittime del nazismo ai carnefici delle SS definiti “vittime dello stalinismo”.
E ci ripugna vedere traditori, potenti ed ex ormai cariatidi riesumate per l’occasione riunirsi e partecipare ad eventi mass-mediatici, demagogici e funzionali al sistema (come quello del 1989 quando i picconi usati erano forniti da opportuni venditori a caro prezzo in strada). Vogliamo distinguerci dalla Castellina che parla di “liberazione da regimi certamente oppressivi” e da Paolo Ferrero (segretario PRC) che saluta positivamente la caduta perché il socialismo senza libertà non è socialismo e del tentativo abortito di andare oltre il capitalismo. Quale libertà, per chi? Per i capitalisti di sfruttare? di imporre la cultura dell’individualismo? del libero mercato? di aver affossato le necessità e le aspirazioni di cambiamento della classe operaia e dei popoli con demagogiche promesse di “un nuovo ordine mondiale”? Non a caso per l’imperialismo con la caduta del muro era finita la storia, ha decretato la fine delle ideologie sostenendo che l’unica soluzione era quella fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Honnecker (morto nel 1994) ha preferito l’esilio e oggi sua moglie Margot dal Cile dove si erano rifugiati manda a dire che il socialismo tornerà in Germania. Certo nonostante tutti gli sforzi dell’imperialismo, dei revisionisti e degli opportunisti i comunisti in tutti i paesi continuano ad esistere e lottano per liberare la classe sfruttata ed oppressa ed eliminare la borghesia. Ma pur essendo una necessità oggi non è così facile. Quando si lasciano cadere i muri a Berlino, quando si sconquassa il movimento comunista, quando intellettuali e segretari di partito non parlano più di comunismo ma di generica sinistra, tutto diventa più difficile. Questo ci impone una lotta ancora più dura e costante per ricostruire le condizioni e ristabilire l’ideologia marxista e leninista con la quale sarà possibile dare una spallata al potere borghese e imperialista.

 


25 settembre 2009 redazione
editoriale

PROTAGONISMO OPERAIO E REPRESSIONE

Oggi più che mai ci trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili
Operai barricati sulle gru, lavoratori accampati sui tetti delle aziende, presidi davanti alle fabbriche chiuse o in crisi, operai in sciopero della fame, precari della scuola incatenati e in mutande sono forme di lotta estrema, preludio di un autunno che si annuncia molto caldo. Lotte, in alcuni casi ai limiti dell’autolesionismo (come in Francia), che un proletariato senza un’organizzazione politica combatte da solo contro il singolo padrone, una ripresa del conflitto a volte discutibile, ma che dimostrano la rottura della passività e il risveglio del protagonismo operaio.
L’unità e la solidarietà di classe che generano questi momenti di resistenza - come si sono espresse nella lotta dell’INNSE e in diverse altre realtà - suonano come un campanello d’allarme pericoloso per l’intera classe borghese. Nella società capitalista una serie di circostanze, rapporti di forza favorevoli possono far vincere temporaneamente gli operai com’è successo all’INNSE di Lambrate a Milano, diventando un esempio per tutta la classe operaia, ma questo scatena l’odio della classe dominante. Così com’è già successo nel 2003 nella lotta vittoriosa degli autoferrotranvieri, che con forme di lotta autorganizzate, dure e indipendenti da tutti i sindacati e partiti, bloccarono nelle rimesse tutti i mezzi di trasporto nel mese di dicembre per tre giorni, anche stavolta la vendetta padronale non si è fatta attendere. Come allora anche oggi scattano denunce e multe.
La Magistratura, che tutela la proprietà privata e il profitto, ha già cominciato a dividere il fronte di lotta “in buoni e cattivi” per far pagare cara la solidarietà di classe e l’insubordinazione operaia.
Agli operai e lavoratori di altre fabbriche, ai compagni che hanno partecipato alle manifestazioni e blocchi stradali durante i dieci giorni di lotta all’INNSE, sono arrivate le prime denunce e multe, che vanno dai 5mila ai 10mila euro.

Il conflitto è inevitabile
in una società divisa in classi, dove il potere è nelle mani della borghesia imperialista. Finché lo scontro rimane nella singola fabbrica e sotto la direzione dei sindacati che riconoscono come legittimo il profitto, è tollerato. Finché è controllato, disperso e frammentato dai cosiddetti “rappresentanti dei lavoratori” sia politici che sindacali in una miriade di lotte locali - azienda per azienda o per settori produttivi - tali da limitare fino a privare la classe della necessaria forza d’urto che la porterebbe a combattere classe contro classe, tale conflitto è considerato “legale”. Quando questo sfugge di mano e gli operai dimostrano con azioni concrete, la loro indipendenza, la lotta diventa “illegale” e scatta la reazione con la repressione.
I partiti (sia quelli di centrodestra, sia di centrosinistra) e i sindacati concertativi lavorano per evitare che la lotta politica sia condotta dalla classe operaia in forma diretta, tentando di arginarla per le vie rappresentative all’interno delle forme istituzionali stabilite dallo Stato borghese, quindi attraverso la pressione esercitata sugli organismi legislativi e di governo. Non è quindi un caso che la lotta – come quella dell’INNSE - sia anche l’occasione per la passerella di molti rappresentanti politici e sindacali, responsabili o corresponsabili anche dei licenziamenti.
Oggi sempre più proletari cominciano a prendere coscienza che all’attacco generale del capitale si deve rispondere unificando la classe sugli interessi immediati e futuri, unificando lotte e obiettivi, schierando i ranghi di tutto l’esercito proletario. Anni di revisionismo, di riformismo e di opportunismo, di settarismo e di diffidenze reciproche hanno impedito la nascita di un’organizzazione generale che permetta al proletariato di organizzarsi come classe in un partito adeguato all’attuale scontro di classe.
Solo diventando protagoniste del loro destino e non delegando ad altri i propri interessi, le masse proletarie possono non solo presentarsi organizzate sul campo di battaglia, unificando la lotta economica (oggi dispersa in mille rivoli) e quella politica, bensì possono trasformarla in lotta rivoluzionaria di massa, capace non solo di resistere agli attacchi del capitalismo o di limitarne lo sfruttamento e porre le basi per distruggere il sistema di potere della società borghese basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Dividere la lotta economica da quella politica, ridurre la politica della classe operaia al sistema parlamentare serve solo a mantenere sottomesso il proletariato. Parlamentarismo e sindacalismo sono complementari, entrambi agiscono sul terreno delle riforme (politiche o economiche) lasciando inalterato il problema del potere borghese. L’obiettivo di chi vuole liberarsi dalla schiavitù salariata è quello di distruggere lo Stato e l’ordine sociale borghese. Non possiamo lottare semplicemente contro gli effetti del sistema, dobbiamo andare alla radice, alle cause.
Noi proletari abbiamo i numeri e la ragione storica, ma senza la forza dell’organizzazione siamo alla mercé dei padroni. Le lotte creano condizioni favorevoli all’unità. Sono il terreno migliore per cominciare a confrontarci, per rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di presentarci come classe sulla scena politica. Ogni classe ha le sue avanguardie e i suoi partiti. Solo la classe operaia è oggi e da troppi anni senza un’organizzazione generale anticapitalista e antimperialista, senza il suo partito. In questa situazione il nostro compito di rivoluzionari non è solo quello di partecipare e guidare le lotte di resistenza, ma quello di mettere all’ordine del giorno in tutte le lotte di massa la concezione del mondo che ci guida, il modello di società che vogliamo dotandoci degli strumenti organizzativi che ci permettono di perseguire quest’obiettivo, come la costruzione di un partito comunista adeguato ad affrontare lo scontro di classe.
Oggi più che mai ci si trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili. Dobbiamo intensificare i nostri sforzi nel lavoro di ricomposizione di classe, lavorare nel proletariato di ogni nazionalità, perché si riconosca come classe internazionale che ha gli stessi interessi comuni nella lotta contro il sistema capitalista. L’obiettivo di distruggere lo Stato borghese che esercita la dittatura del capitale, di espropriare i borghesi impedendo loro di sfruttare gli esseri umani e la natura si può realizzare solo attraverso l’organizzazione proletaria. Solo con la dittatura del proletariato, il socialismo ed il comunismo, dove si produce e lavora per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, la classe operaia può avanzare verso l’emancipazione di se stessa e di tutta l’umanità.


8 luglio 2009 redazione
editoriale

Demagogia e razzismo del governo e della destra

Col pretesto della sicurezza si alimenta la paura

Il pacchetto sicurezza è legge. Giovedì 2 luglio il Governo, con voto di fiducia, ha approvato definitivamente il già contestato ddl sicurezza. Con questo disegno di legge esulta soprattutto la Lega Nord che sulla sicurezza ha puntato la sua politica demagogica e la recente campagna elettorale. Maroni, infatti, si è definito “molto soddisfatto”, ma più che soddisfatti sono anche il ministro della Difesa La Russa che conferma: “Berlusconi mantiene le promesse” e Maurizio Gasparri secondo il quale “La sicurezza prima di tutto è oggi ancora di più un nostro principio fondamentale”.
Ma di quale sicurezza si parla, se persino l’Unione delle Camere penali denuncia le norme come “inaccettabili e di propaganda”?
Istituzionalizzazione delle ronde, reato di clandestinità, prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE, aumento delle tasse per cittadinanza e permessi di soggiorno, e carcere per chi affitta a clandestini sono i contenuti principali di chiara marca razzista del decreto Sicurezza convertito in legge.
Il Governo prosegue la sua opera di criminalizzazione degli immigrati per distogliere le masse dalle vere preoccupazioni che sono il lavoro (i suoi infortuni e le sue morti), la casa, la salute, il futuro; e per far scordare la crisi economica che ci attanaglia e peggiora le condizioni generali di vita.
Ma, al tempo stesso, il governo si garantisce il consenso della Lega e ottiene l’aumento di ricattabilità degli immigrati presenti in Italia – prima di tutto delle badanti – portando al ribasso la concorrenza su salari (nell’interesse dei capitalisti che non disdegnano l’uso dei clandestini per aumentare i propri profitti) e diritti e forzando la guerra tra poveri.

È il trionfo della destra che usa le paure e le fomenta e invece di aumentare la sicurezza, aumenta il caos e la confusione.
Episodi di razzismo istituzionale - già sviluppati prima ancora della Legge - si stanno moltiplicando sul piano nazionale. Le ronde, infatti, ovvero le milizie di partito dal funesto ricordo delle Sa nazionalsocialiste, sono l’elemento più pericoloso perché hanno una base politica mascherata. E neppure di fronte a questa gravità si muove la cosiddetta sinistra.
Abbiamo in numeri scorsi denunciato quelle create mesi fa a Massa con la sigla SSS. Recentemente a Milano sono state presentate ad un convegno dell’MSI (convegno per la ricostituzione del partito fascista e annessa apologia) come associazione apolitica e apartitica, ma il loro ispiratore è quel Gaetano Saya già rinviato a giudizio per aver diffuso “idee fondate sulla superiorità e l’odio razziale” e che parla degli immigrati come di “un pericolo per la nostra razza”. La sua Guardia nazionale italiana: camicia kaki con aquila imperiale romana, fascia nera al braccio con impressa la “ruota solare” pantaloni neri con striscia gialla, una divisa che rievoca la più terribile pagina della storia europea, è pronta a pattugliare le strade 24 ore su 24. Alle camicie kaki si affiancheranno ovviamente le camicie verdi!
I rondisti in altre città si chiamano “Veneto sicuro” a Vicenza e sono collegati con la Lega. Anche a Genova con la Lega pattugliano muniti di pettorina verde; a Bologna ci sono gli “angeli delle fermate”, a Roma le “ronde nere” - armate di torce e bombolette spray urticanti sono affiancate dalle squadre Rosa, ronde femminili targate La Destra di Storace, nate già a febbraio. A Latina, dove la destra è storicamente più forte, sono attive oltre 1200 persone e poi Parma ecc.

In un mondo di subappalti, anche la “sicurezza” è subappaltata.
Ma il controllo del territorio non spetterebbe alle cosiddette forze dell’ordine? Non ce ne sono abbastanza, risponde il governo, però le ronde – che dovrebbero essere disarmate (!?) – dovrebbero segnalare le “anomalie” alla polizia che dopo può intervenire… se ha il carburante!
Come, nonostante la presenza dei militari muniti di tanto mitra per le strade non ha evitato scippi o stupri che continuano ad esistere (cresce anche l’inevitabile taccheggio nei supermercati per la difficile situazione economica dei pensionati) e censurati dalla stampa, il Governo ha ora istituzionalizzato esaltati e fascisti che
alimentano la paura anche attraverso l’esposizione iconografica che incita alla violenza e alla repressione.
In realtà
di fronte all’aggravarsi della crisi che può comportare momenti di tensione sociale nei prossimi mesi per l’ulteriore mancanza di lavoro, il Governo si attrezza con forze ausiliarie da poter impiegare contro il movimento dei lavoratori e degli studenti. Manganello e lacrimogeni sono la risposta a chi si ribella. Sempre più spesso vengono caricati cortei, presidi e manifestazioni e addirittura sono arrestati preventivamente i militanti più attivi e conosciuti, come ai tempi di Mussolini.
Come in guerra quando con le truppe al fronte vengono mobilitati i riservisti, così le ronde hanno il compito, almeno per ora, di coprire il lato facile, le truppe invece saranno impegnate contro la classe operaia e le masse popolari in difesa degli interessi dei capitalisti, della sacra proprietà privata, della chiesa e di tutti i privilegiati che vivono sulle spalle di chi suda e lavora.

La sicurezza è solo per il potere. La nostra sicurezza rimane quella che saremo più sfruttati e repressi; che dovremo fare ancora più sacrifici per campare noi ed i nostri figli, fino a quando non riusciremo ad eliminare il capitalismo e tutti i suoi comitati d’affari.

30 maggio 2009 redazione
editoriale

NESSUNA ILLUSIONE ELETTORALE
La classe operaia è in sé, per il posto che occupa nella società, la sola classe antagonista al capitalismo su scala mondiale

A giugno siamo nuovamente chiamati a votare in molte amministrazioni locali e per il parlamento europeo. Le manovre politiche sono in atto con effetti a dir poco sorprendenti, anche per la nuova regola – stabilita a due mesi dal voto - del 4%.
Lo vediamo con il terremoto in Abruzzo. Berlusconi e il suo seguito di ministri, pronti a rassicurare le popolazioni colpite che lui - come ha fatto il miracolo della spazzatura a Napoli - ora lo farà con le case anche grazie alle… preghiere del Papa. Sicuramente le chiese saranno ricostruite. Non servirà alla popolazione per vivere, ma piacerà tanto al Vaticano e ai turisti!
Ed ecco tutti, dai capi dei vari partiti ai sindacati, correre in modo strumentale in Abruzzo, in particolare ad Onna, mentre aumentano le voci di allarme per il pericolo di infiltrazione della mafia nella ricostruzione.
Lo vediamo con la crisi che devasta le famiglie dei lavoratori che perdono l’occupazione o vivono con salario ridotto con la cassa integrazione, mentre per il ministro Tremonti il peggio è già passato, aiutato dalla  Marcegaglia di Confindustria che, dopo aver ottenuto i soldi “veri” che aveva richiesto al governo a favore della grande industria, si adegua al coro degli ottimisti: va da sé che per le elezioni serve tranquillità, ottimismo, fiducia nella classe dirigente del paese e nelle istituzioni.
Lo vediamo con la nascita di “nuove” sigle come Sinistra e libertà che unisce socialisti, verdi e vendoliani con il solo disperato scopo di arrivare alla soglia del 4%. Lo stesso vale per Prc e PdCI che, divisi come partiti, si riuniscono non sulla base di un programma ed una pratica politici comuni e di classe, ma sul simbolo della falce e martello come se bastasse per farsi votare.
Nello stesso tempo assistiamo allo spettacolo delle candidature oscene: dalle veline e attricette a Corona, al principe ballerino, ai magistrati, a politici inquisiti o trombati. L’importante è la celebrità, non importa per cosa e se questa è televisiva è ancora meglio.
Alle elezioni amministrative lo spettacolo è anche peggiore. Sul piano locale le logiche di potere sono più immediate, nelle province, nei comuni e quartieri, le alleanze sono completamente diverse. Ecco allora gli stessi partiti fare le cosiddette scelte possibiliste: chi appoggia i candidati del PD passati con le primarie farsa anche con i voti della destra; chi, come ad esempio il Prc di Firenze, che invece di portare avanti il proprio candidato a sindaco ha deciso di ritirarlo e di appoggiare addirittura la candidatura del socialista Valdo Spini, alla faccia della falce e martello.
Nei varchi aperti dalla sinistra di governo si inserisce la destra che estende la deriva reazionaria e che la stessa sinistra non ha la forza di arginare. Come è successo con la legge Treu che ha introdotto il lavoro interinale; con la modifica della Costituzione che ha favorito l’introduzione del federalismo fiscale della Lega; così con la Resistenza e l’equiparazione dei repubblichini di Salò ai partigiani che hanno combattuto per la libertà e per una società diversa come ha fatto Violante.
Nel recente 25 Aprile abbiamo assistito allo spettacolo della destra passare da vittima per le proteste annunciate alla loro partecipazione alle manifestazioni, mentre per la prima volta Berlusconi - sollecitato da questa cosiddetta sinistra - ha potuto celebrare l’anniversario della Liberazione strumentalizzando, ancora una volta, i terremotati di Onna.
Scelte che ci fanno intravedere un pericoloso ed insidioso progetto di trasformare il 25 Aprile in giornata contro i totalitarismi, intendendo con ciò portare avanti il loro principale obiettivo: la lotta contro il comunismo, unico vero nemico di lor signori. Con il pericolo concreto che i comunisti possano essere messi al bando con leggi liberticide già apparse in alcuni paesi europei, mentre i fascisti potrebbero sempre essere riciclati tra ronde, polizia ed esercito di professione sotto la direzione di un’autoritaria Repubblica presidenziale.
Durante la campagna elettorale la lotta di classe e i crimini dei padroni vengono nascosti. Il conflitto di classe è sostituito dallo scontro elettorale e il nemico diventa chi non si riconosce nelle istituzioni che legittimano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tutti i partiti, indistintamente, si trovano d’accordo sul fatto che si voti e combattono, anche a suon di spot televisivi, la crescente protesta di strati sempre più vasti di masse popolari che non si riconoscono nelle istituzioni borghesi, che si oppongono alla logica di scegliere chi gestirà nel modo migliore gli interessi del capitale e chi sarà il prossimo strumento di sfruttamento.
Se da un lato le elezioni sono state una delle rivendicazioni del movimento operaio e popolare per la democrazia, nello stesso tempo l’influenza ideologica della borghesia e degli opportunisti le ha fatte diventare l’unico sistema in mano al popolo per poter cambiare la società. Così come ci sono proletari che ancora oggi pensano non sia possibile la vita senza avere un padrone, così pensano che la situazione non possa cambiare senza partecipare alle competizioni elettorali.
È invece illusorio pensare che con più presenza parlamentare o con la partecipazione ai governi sia degli enti locali che nazionali si possano ottenere vittorie grazie ai rapporti di forza presenti nelle stanze delle istituzioni, invece di essere il frutto di aspre ed ampie lotte di massa.
Tutte le conquiste proletarie e operaie sono state frutto di grandi lotte, alcune hanno avuto addirittura la forza di diventare leggi dello Stato, anche se ciò non basta a garantirne il rispetto e l’applicazione. Appena il movimento operaio abbassa la guardia come in questo periodo, i capitalisti sono pronti a sferrare il loro attacco per riconquistare le posizioni perdute e portare indietro la ruota della storia a loro unico vantaggio.
Il capitalismo riesce a dominare in tutto il pianeta, anche attraverso le elezioni, mistificando come democrazia la partecipazione alle votazioni, anche se estremamente bassa.
Per le prossime elezioni europee sono le stesse stime delle istituzioni borghesi a dare la previsione di partecipazione non superiore al 35% degli aventi diritto.
Si può votare ma non si può mettere in discussione il sistema di potere e i suoi strumenti perché altrimenti scatta l’allarme terrorismo e tutti temono che si possa scatenare la piazza e ci possano essere lotte non controllate che potrebbero travalicare il “normale senso civico e democratico fuori dalla dialettica parlamentare“. Come è successo alla manifestazione di Torino quando i lavoratori del gruppo FIAT che stanno perdendo il lavoro, hanno semplicemente protestato e rivendicato il diritto alla parola fuori dal coro sindacale ufficiale.
A cosa servirebbe, dunque, per la classe operaia irrompere nel teatrino della politica borghese? A fare le comparse, a far guadagnare il “socialismo parlamentare” a qualche operaio pronto a rappresentare la “sua classe” (!) con 15/20/30mila euro al mese nel Parlamento Europeo, diventando stampella di un sistema marcio che del suo marciume ne fa un idolo da adorare.
Questo sistema è da abbattere, dobbiamo lottare tenacemente contro ogni illusione elettorale e riporre tutte la nostre forze nella capacità distruttiva della classe operaia del sistema borghese.
La classe operaia è in sé, per il posto che occupa nella società, la sola classe antagonista al capitalismo su scala mondiale occupando i gangli vitali del sistema di produzione capitalista. E da ciò trae la sua forza propulsiva e la capacità strategica di costruire quella società che, liberando se stessa dalla schiavitù salariale, può liberare tutti.


19 maggio 2009 redazione
comunicato

Solidarietà con i lavoratori dello Slai-Cobas
Un copione già recitato, con gli aggrediti ed i discriminati trasformati in aggressori: questo, e non altro, è quello che è successo a Torino.
I lavoratori dello Slai-Cobas che hanno rivendicato il loro diritto a parlare in piazza sono stati vittime di una provocazione. Come al solito una legittima reazione in risposta ad una prevaricazione è additata come violenza mentre la violenza vera, più subdola e quindi più pericolosa, è quella che esercitano i dirigenti di Cgil-Cisl-Uil ed i loro alleati, i post (?) fascisti dell’UGL. Sono loro che si riservano, in maniera mafiosa, un terzo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, infischiandosene del voto dei lavoratori. Sono loro che da decenni firmano accordi antioperai che aumentano precarietà e sfruttamento e diminuiscono diritti e salari. Sono loro che stanno bruciando, con i fondi pensione di categoria, una parte del salario dei lavoratori, la liquidazione, giocandoselo in borsa.
Purtroppo non basta che sia chiaro per le minoranze: o la maggioranza dei lavoratori capisce che i dirigenti di  Cgil-Cisl-Uil-Ugl sono la quinta colonna dei padroni all’interno del movimento operaio e si organizzano di conseguenza o la sconfitta sarà inevitabile e disastrosa.


27 aprile 2009 redazione
festa dei lavoratori

1° MAGGIO

giornata di lotta internazionalista
contro lo sfruttamento capitalistico

Da anni in Italia il 1° Maggio, giornata di lotta internazionalista dei lavoratori di tutto il mondo contro lo sfruttamento capitalistico, è stato trasformato in una giornata di festa o di santificazione del lavoro. I sindacati confederali organizzano cortei svuotati di contenuti di classe e il concerto di Roma, la Chiesa festeggia S. Giuseppe patrono dei lavoratori e predica rassegnazione e speranza in un mondo migliore. I partiti politici di sinistra, rievocano il 1° Maggio guardandosi bene, però, dal mettere in discussione questa società borghese basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento del lavoro salariato. Parlano, i partiti di sinistra, di una diversa distribuzione della ricchezza ma la società borghese e le sue istituzioni sono intoccabili! Riprendere nelle proprie mani il 1° Maggio con i suoi contenuti di classe è per il proletariato un’esigenza vitale soprattutto ora nel vivo di una crisi economica mondiale di grandi dimensioni, destinata ad aggravarsi e il cui peso (aumento dello sfruttamento, morti sul lavoro e di lavoro, peggiori condizioni di vita con licenziamenti, cassa integrazione, aumento del precariato, allungamento dell’età della pensione delle donne) il padronato pretende di scaricare sui lavoratori e sulle masse popolari.
Questa profonda, globale crisi economica, paragonabile se non più terribile del 1929, è caratteristica del capitalismo nella sua fase imperialista; non è stata determinata dalle malefatte di un gruppo di capitalisti senza principi e senza scrupoli come ripetono gli economisti borghesi o socialdemocratici; e neppure dalla mancanza di regole e controlli nel settore borsistico ma è organica al capitalismo nella sua fase imperialista. Le borghesie nazionali, a cominciare da quella USA, avevano promesso benessere, pace, democrazia e invece hanno seminato in tutto il mondo fame, guerra, ingiustizie e feroci dittature antipopolari. La crisi dimostra una volta di più che lo sviluppo ed il progresso sociale dei popoli non sono possibili nel capitalismo e dimostra anche che la liberazione della classe operaia e dei popoli si può raggiungere solo con la rivoluzione ed il socialismo. Alla crisi di questo regime di sfruttamento e rapina la classe operaia e i lavoratori devono rispondere con la mobilitazione e la lotta contro il padronato e il governo.
Riprendere nelle proprie mani il 1° Maggio con i suoi contenuti di classe, per i proletari è diventata oggi più che mai una necessità. Unificare le lotte di resistenza del proletariato sia italiano che straniero, dei “fissi” come dei precari, senza delegare a nessuno la lotta per il proprio futuro, dimostrando nella pratica della lotta che la nostra classe è unica, con identici interessi ed un solo nemico: il capitale.
Se vogliamo che le lotte abbiano un successo, elevino la coscienza di classe del proletariato e pongano realmente e concretamente il problema della conquista del potere politico e del socialismo è indispensabile porsi, innanzitutto, la questione della ricostruzione del partito comunista e lavorare concretamente in questa direzione con spirito aperto e unitario.
Lottare partendo dalla nostra realtà, dalla consapevolezza che il nemico è in casa nostra: l’imperialismo italiano e la sua borghesia. In questa battaglia diamo un contributo necessario all’internazionalismo proletario legando la nostra lotta a quella dei proletari e dei popoli di tutto il mondo per costruire una nuova società senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


23 aprile 2009 redazione
volantino

25 Aprile

Impediamo al governo di destra e ai revisionisti

di riscrivere la storia

Il 25 Aprile è un ulteriore momento per riflettere su ciò che sta accadendo a livello culturale e sociale con questo governo formato da capitalisti, professionisti, nani e ballerine e fascisti di provenienza MSI - quel partito che avrebbe dovuto essere messo al bando come ricostituito partito fascista – invece ha potuto stare in Parlamento generando tutti coloro che ora, da ministri e nelle massime istituzioni impongono la loro aberrante cultura di prevaricazione che mette in discussione le stesse libertà democratico-borghesi.
La legittimazione dei fascisti nel Partito delle libertà è lo sdoganamento di An da parte di Berlusconi. Non caschiamo nel tranello dei cambiamenti, è solo il gioco delle parti. La Russa e Ronchi sono stati perfino fotografati convivialmente con esponenti dell’estremismo neofascista e neonazista, oltre che con un presunto appartenente al mondo dello spaccio di droga collegato alla n’drangheta.
Si moltiplicano i gruppi di squadristi - storicamente manodopera del potere autoritario - dai più svariati nomi: Forza nuova, Casa Pound, Viking, Azione giovani, Azione sociale, Cuore nero ecc. che difendono la Repubblica di Salò e che, imbevuti di razzismo aggrediscono, picchiano militanti e stranieri, provocano nelle manifestazioni degli studenti, distruggono circoli di sinistra e centri sociali, imbrattano monumenti alla Resistenza, intervengono con violenza nelle università e nelle scuole.
Le pressioni della Lega – dopo l’invio dei militari nelle grandi città (che sta raddoppiando) – portano al “pacchetto sicurezza” e alla legalizzazione delle ronde (pagandole) dal sapore del passato squadrista dove si sfogano razzisti e xenofobi. A Massa addirittura sono in mano ai fascisti di Storace e girano in tuta con la scritta SSS, un chiaro riferimento al Ventennio fascista. I sindaci fascisti vogliono vietare persino le consumazioni notturne nei bar, evidentemente per evitare gli assembramenti come ai tempi di Mussolini.
Con l’avanzare dei governi di destra a livello europeo e internazionale questi gruppi nazisti si sviluppano ovunque in Russia come a Berlino e nessun Paese – nonostante tutte le parole sull’olocausto li mette fuori legge.  Il raduno internazionale a Milano del 2 aprile di Forza Nuova proveniente da tutta Europa è stato definito dalla sindaca Moratti “eventi di idee”. Un’offesa alla città Medaglia d’oro alla Resistenza e a tutti i partigiani morti nella lotta per liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista. La stessa offesa che a Firenze ha visto l’assoluzione del picchiatore Totaro (oggi senatore) per aver definito il partigiano gappista Bruno Fanciullacci assassino.
Nel frattempo sono stati liberati la fascista Francesca Mambro anche se la sua pena si estinguerà nel 2013, accusata della strage di Bologna (aveva già avuto un figlio in regime di semilibertà da un altro fascista accusato per Bologna, Fioravanti), ed è in regime di semilibertà (e in silenzio stampa) anche Pierluigi Ciavardini, l’appartenente ai NAR condannato a 30 anni per aver partecipato materialmente alla strage di Bologna e che, nel 2007, era stato condannato ad altri 7 anni e 4 mesi per rapina.
A sinistra avanza l’opportunismo e il conciliatorismo. Il Pd, dopo la modifica del tit. V della Costituzione e dopo – per bocca di Violante – aver equiparato i repubblichini che appoggiavano la causa nazista ai Partigiani liberatori, oggi favorisce la concessione di maggiori poteri al presidente del Consiglio, come ha richiesto Berlusconi alla fondazione del partito delle libertà, espressione della Loggia P2 (benedetto dal Papa e appoggiato dalla mafia). A Bassanini l’onore dell’accordo della modifica della Costituzione in una commissione “bipartisan”.
L’aggravamento della crisi economica che i capitalisti non vogliono pagare e che si ripercuote su lavoratori e pensionati, aumenterà il clima reazionario anche per contenere potenziali proteste di massa.
Alla militarizzazione del territorio si aggiunge la limitazione del diritto allo sciopero, la repressione sui luoghi di lavoro, l’aumento dei contingenti nelle guerre in diverse paesi del mondo, l’aumento delle spese militari (nonostante l’art. 11 della Costituzione), il servilismo nei confronti della Nato con la concessione di Basi militari su tutto il territorio in funzione aggressiva e di occupazione nei confronti di altri Paesi come Afghanistan, Iraq, ex Jugoslavia, Libano ecc., la sudditanza verso il Vaticano.
Continua la complicità e la subalternità dell’Italia verso i crimini di guerra israeliani contro il popolo palestinese. Il ministro degli Esteri Frattini si è subito attivato per consolidare le relazioni “speciali” e la grande amicizia con i sionisti invitando a Roma il suo omologo israeliano, il razzista Lieberman.
In Italia, come in tutta Europa si afferma il modello autoritario che dà libertà d’azione alle forze dell’ordine di manganellare operai e studenti che si rifiutano di pagare la crisi dei padroni.
Insomma destra, revisionisti e opportunisti vogliono riscrivere la storia. All’egemonia politica segue l’egemonia culturale. La destra ora si sente talmente forte che vuole prendersi tutto e la deriva reazionaria va avanti anche perché non è contrastata dall’antifascismo militante che sradichi le radici politica ed economica del fascismo.
C’è bisogno di comunisti e del partito comunista, non per i lavoratori o con i lavoratori, ma della classe operaia. Il partito che non delega, ma nel quale ognuno è protagonista e attivista.
Oltre alle manifestazioni di piazza, nelle fabbriche, nei quartieri è indispensabile organizzarsi non solo per sconfiggere il governo Berlusconi o qualsiasi altro governo antipopolare, ma per abbattere il sistema capitalista che produce guerre, fascismo e miseria e costruire una società nuova, socialista - quella per cui hanno lottato e sono morti molti partigiani -, dove al centro ci sia la classe lavoratrice e i suoi bisogni
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13 aprile 2009 redazione
editoriale

LA RESISTENZA NON SI TOCCA

Impediamo che venga riscritta la storia da chi ci porta alla barbarie sociale
Gli ultimi mesi si sono caratterizzati per le “emergenze”. Emergenza clandestini, emergenza Eluana, emergenza stupri, emergenza stalking, emergenza Battisti, emergenza criminalità, rifiuti e perfino cani randagi. Tutte emergenze amplificate e strumentalizzate su intere paginate di giornali e servizi televisivi. Si tace invece sui pericoli del fascismo, sul lavoro che si fa sempre più pressante, sui costi della politica e del riarmo che aumentano in modo smisurato.
Nel frattempo – a telecamere spente – è stato liberato il veronese Marco Furlan (Ludwig) teorico della purificazione del mondo attraverso la cancellazione fisica di omosessuali, barboni, prostitute ecc. che, dal 1977 al 1988, ha commesso un omicidio all’anno.
Libertà anche per la fascista Francesca Mambro anche se la sua pena si estinguerà nel 2013. Accusata della strage di Bologna aveva già avuto la libertà di formarsi una famiglia e fare un figlio con un altro fascista accusato sempre per Bologna, Fioravanti.
Nel mese di marzo fuori in semilibertà (e in silenzio stampa) anche Pierluigi Ciavardini, l’appartenente ai NAR condannato a 30 anni per aver partecipato materialmente alla strage di Bologna e che, nel 2007, era stato condannato ad altri 7 anni e 4 mesi per rapina.
Due pesi, due misure della destra che governa sull’onda dell’emotività pilotata ma che gestisce i propri interessi e tratta gli italiani come sudditi e non cittadini, complice il Pd che, pur di non giocarsi le poltrone elettorali, tace, concilia, rinuncia ed ha abbandonato l’antifascismo.
Il Pd continua a cedere su tutti i piani rinunciando (nonostante la scomparsa di Veltroni) persino all’organizzazione e alle stesse istituzioni. Come dimostrano le recenti “primarie” che hanno visto in molte città la candidatura ad individui che di sinistra non hanno veramente nulla. Prc e PdCI resuscitano e si uniscono formalmente in vista delle elezioni perché si muovono solo sul piano elettorale.
Cresce in Italia, come in tutta Europa, il modello autoritario, di attacco alle stesse libertà democratico-borghesi che dà libertà d’azione alle forze dell’ordine di manganellare operai e studenti che si rifiutano di pagare la crisi dei padroni. Più si va avanti più la situazione peggiorerà – nonostante le dichiarazioni di Marchionne e i suoi traffici con gli Stati Uniti –, nonostante le sollecitazioni all’ottimismo e gli inviti di Berlusconi ai disoccupati perché “si diano da fare”.
Durante il Governo Prodi la destra ci ha tartassato sul costo della politica e delle caste, oggi non se ne parla più. L’ottimista Governo Berlusconi che ripete all’infinito di volere il bene degli italiani non rinuncia a nessun privilegio, i parlamentari non ci pensano neppure lontanamente a ridurre i loro lauti stipendi, che, soprattutto per gli europei (sintomatica è la corsa ai posti e a nuove liste, alla vigilia delle elezioni) sono il doppio dei rappresentanti degli altri Paesi; le regioni non tagliano i consiglieri (che percepiscono quanto un parlamentare ed in Sicilia si sono aumentati gli stipendi del 114,77%). Perfino negli Stati Uniti, che non sono certo un esempio di democrazia, i governatori percepiscono in media all’anno meno della metà dei compensi lordi di un consigliere lombardo. Il presidente della provincia autonoma di Bolzano porta a casa circa 36mila euro in più di quanto guadagna il presidente degli Stati Uniti.
I Palazzi del potere hanno aumentato spese, sprechi e privilegi. Nel 2008 le uscite di Palazzo Madama sono salite di 13 milioni di euro per colpa dei nuovi vitalizi a 57 membri non eletti. Solo per le agendine personalizzate del 2009 e firmate Nazareno Gabrielli sono stati spesi 260mila euro. Una cifra superiore del triplo o quadruplo di quanto stanzia mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova. In soli due anni le auto blu sono passate da 198.596 a 574.215 (in Francia sono 65mila, in Germania 54mila, in Inghilterra 58mila e negli Usa 73mila).
Il finanziamento pubblico dei partiti costa 150 milioni di euro, ai gruppi parlamentari vanno 34 milioni. Per controllare l'andamento del voto, nel 2007, è stato speso oltre un milione di euro.
È una vergogna, un’offesa per tutti coloro che vivono le difficoltà quotidiane.
Non diminuiscono, anzi aumentano, la spesa militare – che nel 2008 ha superato i 30 miliardi di dollari - e i costi dei contingenti all’estero in guerre di occupazione e rapina pagate con le tasse dei cittadini per soddisfare la sete di guerra di La Russa & C. Nonostante l’art. 11 della Costituzione l’Italia continua il riarmo. Per il 2009 il Ministero della Difesa ha già stanziato 47 milioni di euro per i caccia F35, ma la spesa totale sarà di 1 miliardo di euro che aumenterà perché tutti i sistemi di arma hanno continue necessità di ammodernamento.
L’occupazione, i debiti per arrivare a fine a mese, il mutuo o l’affitto sono le principali preoccupazioni delle masse popolari. Il protrarsi della crisi economica aumenterà lo sfruttamento e la repressione, le contraddizioni si acutizzeranno. È prevedibile che lavoratori, pensionati, precari e giovani sempre più impoveriti e disoccupati, reagiscano e non solo con pacifiche manifestazioni di piazza. Ma con lotte, anche acute, probabilmente non organizzate per la mancanza di un partito comunista che organizzi e coordini, ma che già il governo, che non dà risposte alla crisi economica se non sostenendo banche e capitalisti – liberisti che non disdegnano gli aiuti statalisti pur di non rinunciare ai propri profitti - si prepara ad affrontare.
Da un lato interviene sulla limitazione del diritto di sciopero, sulla detassazione degli straordinari, la decontrattualizzazione, inventando i fannulloni, aumentando l’età della pensione alle donne. Dall’altro lato con il pretesto della “percezione” della sicurezza, le emergenze appunto, elabora un “pacchetto” reazionario.
Oltre all’intervento della polizia e l’impiego dei militari nelle grandi città (che stanno raddoppiando), vuole legalizzare (pagandole) le ronde dal sapore del passato squadrista dove si sfogano razzisti e xenofobi. Come a Massa, nella “Toscana rossa”, dove sono in mano ai fascisti della destra di Storace che girano in tuta con stampato SSS. Anche il coprifuoco dei sindaci (Roma in testa) che vietano il consumo di bevande, gelati, cornetti alle due di notte per evitare il rumore notturno, si può leggere come divieto di assembramento di mussoliniana memoria.
Per assicurarsi la governabilità e portare avanti il disegno autoritario e anticomunista – già progetto di Gelli e della Loggia P2 – è nato il Partito della libertà. Una grande operazione mediatica e di gioco delle parti tra leader per ingannare, ancora una volta, arrivare alla modifica della Costituzione con il benestare del Vaticano (scritto nero su bianco sull’Osservatore Romano) e il sostegno della mafia. Ma anche del Pd. Violante, dopo la modifica del Tit. V della Costituzione e l’equiparazione dei repubblichini ai partigiani liberatori oggi si pronuncia a favore delle riforme istituzionali come il presidenzialismo, tanto caro a Berlusconi.
Intanto gruppi di fascisti che si presentano sotto varie sigle aprono sedi, imbrattano monumenti alla Resistenza, manifestano e spadroneggiano: picchiano militanti di sinistra e stranieri, assaltano centri sociali, circoli di sinistra, intervengono con violenza nelle università e nelle scuole. La destra europea armata di tutta la simbologia nazista si riunisce a Milano e la sindaca Moratti lo definisce un “evento di idee”.
C’è peggio del peggio? Grazie all’opportunismo della “sinistra” la destra si sente egemone politicamente e culturalmente. Vuole cambiare, affossare l’antifascismo e tutto ciò che è nato dalla Resistenza, dividere e disorientare gli sfruttati, eliminare le conquiste operaie, militarizzare il territorio e sostenere i capitalisti con i fondi pubblici affinché mantengano i loro profitti scaricando tutto il peso sulla classe lavoratrice.
È l’imbarbarimento sociale e non possiamo permetterlo. L’unico modo per contrastare l’avanzata reazionaria è costruire il partito comunista. Il partito che non c’è, bisogna accelerare i tempi per ricostruire l’identità, l’autonomia e un sano odio di classe contro la borghesia per abbattere la società capitalista – che si dimostra sempre più fallimentare – e costruire quella veramente socialista.


7 febbraio 2009 redazione
editoriale

CONTINUARE LA LOTTA CONTRO IL SIONISMO
Antisionismo non è antisemitismo. Chi nega l’olocausto viene riabilitato da Ratzinger
Perché non si può attaccare il governo Israeliano? I sionisti strumentalizzano e vivono di rendita sulla Shoah come se solo loro fossero stati colpiti. E i comunisti, gli antifascisti, i rom, gli omosessuali, gli andicappati? Ci martellano con l’olocausto ma non disdegnano di aggredire il popolo palestinese. Perché con Israele non vale la differenza tra sionismo e semitismo? Perché il governo israeliano è intoccabile?
Il mondo che si batte per mantenere in vita Eluana, i feti e persino gli spermatozoi, difende a spada tratta “l’operazione piombo fuso” di Israele incurante di tutta la popolazione civile – già chiusa in un recinto e fiaccata da due anni di blocco totale di alimentari, medicine, combustibili - morta e ferita, tra cui moltissimi bambini. E non è meglio per i superstiti che subiscono traumi e paure difficilmente superabili anche perché non sono certo assistiti da psicologi come oggi si usa fare per i parenti dei militari caduti nelle zone di guerra.
Orrore, morte e macerie. È l’ennesima aggressione di Israele (strumentale alle proprie contraddizioni interne e per le prossime elezioni), uno degli Stati militarmente più potente al mondo (ed in possesso dell’atomica) sul popolo palestinese bombardato da 60 F16 con bombe a grappolo al fosforo bianco, e decine di elicotteri prima dell’invasione terrestre che ha scatenato la reazione in tutto il mondo. Sono state moltissime le manifestazioni di piazza in appoggio alla Resistenza palestinese e molto partecipate anche in Italia, con una notevole presenza degli immigrati arabi.
Ovviamente i mass-media si sono messi al servizio della macchina propagandistica sionista. Hanno cercato di giustificare l’aggressione continuando a diffondere la bugia della violazione della tregua da parte dei palestinesi, dando voce alla guerrafondaia Livni (figlia di Eitan Livni, il capo delle operazioni dell'organizzazione terroristica Irgun Zvai Leumi, che ha organizzato l'attentato dell'hotel King David di Gerusalemme, in cui perirono 91 vittime, di cui 4 ebrei) che sostiene “Hamas vuole colpire i nostri piccoli, noi miriamo ai terroristi che si nascondono dietro ai bimbi”. Ma quelli morti sono solo i bambini palestinesi. Persino in una scuola dell’ONU dove pensavano di essere protetti. La stessa agenzia per i rifugiati ha sostenuto che gli israeliani sapevano cosa bombardavano.
Amnesty International – per non smentirsi - ha parlato di crimini di guerra da entrambe le parti. È vero il contrario. Sono stati i sionisti a violare ripetutamente la tregua moltiplicando i loro attacchi terroristici mirati contro la popolazione palestinese, ampliando le loro colonie nei territori occupati, togliendo l’acqua ed innalzando il Muro della vergogna che spezza le famiglie e impedisce ai palestinesi di poter coltivare la terra o di recarsi a lavorare, in spregio al diritto internazionale e alle stesse risoluzioni dell’Onu, mai rispettate. Un progetto da “Grande Israele” tanto che Israele è l’unico Stato al mondo che non ha dichiarato e depositato i propri confini.
Chi non si omologa come il corrispondente Pagliara, fa scoppiare la bufera. Come Santoro con Annozero. Attaccato dalla destra, ovvio, per la sua puntata su Gaza, definita indecente da Fini e dal Pd, altrettanto ovvio, nella quale Lucia Annunziata ha brillato per la sceneggiata. Mino Fuccillo (ex direttore de l’Unità) che cura la rassegna stampa di RaiNews24, sul 3, ha sostenuto che Santoro ha superato il limite, praticamente ha sconfinato dall’informazione allo spettacolo. Ma il bombardamento del governo israeliano su Gaza con relativi “effetti collaterali” non è un bello spettacolo!
Anche i politici e le amministrazioni di “sinistra”, che demagogicamente si sono offerte per ricoverare i bambini massacrati, hanno fatto un grosso sforzo per convincere l’opinione pubblica che Israele è dalla parte giusta. Cosa non si farebbe per mantenere la poltrona!
Fassino, che ha partecipato alla manifestazione pro Israele, ha detto che “ci sono settori di sinistra con parole d’ordine fondate su un pregiudizio ideologico verso Israele”. Iniziativa alla quale non è stato invitato D’Alema, solo per aver detto che l’opinione pubblica è più scossa dalle immagini dei bambini palestinesi uccisi più che dalle bandiere bruciate. Per Chiamparino: lo Stato ebraico è il nuovo nemico a sinistra.
Sansonetti (già defenestrato da direttore): “ho letto l’articolo di Angelo d’Orsi su Liberazione. Agghiacciante, Santoro a confronto è un moderato, un articolo antiisraeliano per non dire peggio”.
Ma l’operazione non è riuscita. Chi non ha manifestato contro Israele o non ha comunque espresso il proprio sdegno è rimasto nell’indifferenza. Come dire: ancora una guerra. Una come tante!
Un’aggressione che continua. Come si può chiamare tregua o ritiro delle truppe se dal mare la Marina israeliana spara sui pescatori e sui bambini in spiaggia? Sono pericolosi terroristi? O sono potenziali per cui è meglio prevenire che curare? Solo che non tratta di malattie, ma della vita di essere umani! È tregua bloccare l’arrivo di aiuti di cibo e coperte sparando alla nave umanitaria?

Dal 26 al 29 gennaio una delegazione guidata da Antonio Taiani e formata da rappresentanti dell’Agenzia spaziale italiana, da associazioni del settore dell’industria si è recata a Tel Aviv per offrire la possibilità di stringere importanti relazioni di natura economica e scientifica. Rapporti che sono già caratterizzati da un ottimo andamento. L’Italia, infatti, è tra i partner di Israele – molto interessato al settore satellitare e delle telecomunicazioni del sistema Italia - di maggiore importanza a livello mondiale (4° fornitore, 5° acquirente).

Noi comunisti siamo a fianco della giusta causa del popolo palestinese, coscienti che può essere risolta solo in stretto rapporto con la questione generale della rivoluzione proletaria.
Ma nel frattempo il sostegno militante pone dei precisi compiti e non solo sull’onda dell’emotività del momento in cui i palestinesi vengono massacrati.

L’impegno a fianco di questo popolo oppresso da decenni deve continuare a
ttraverso la lotta contro il governo Berlusconi che sostiene politicamente, economicamente e militarmente Israele; contro l’imperialismo nordamericano ed europeo e tutti i riformisti e gli ipocriti che mettono sullo stesso piano i sionisti aggressori e i palestinesi aggrediti.
Attraverso la lotta contro l’imperialismo, il sionismo e la loro politica di guerra e di apartheid.

Per impedire i massacri sionisti, per il ritiro dell’esercito da Gaza e da tutti i territori occupati, per la revoca del blocco affamatore e la fine del furto delle risorse naturali come l’acqua, per il diritto dei palestinesi di difendersi con le armi, per lo smantellamento del Muro, per il ritorno di tutti i profughi e la liberazione dei prigionieri, per la fine degli accordi militari tra Italia ed Israele, per il ritiro delle truppe italiane dal Libano - funzionali solo alle operazioni militari israeliane - per la campagna di boicottaggio dell’economia di guerra israeliana.
Con l’appoggio ai comunisti nell’affermazione di una Palestina libera, unita e socialista.


10 gennaio 09 redazione
solidarietà

FERMIAMO IL MASSACRO SIONISTA DEL POPOLO PALESTINESE

Continuano i bombardamenti su Gaza, dopo circa due anni di blocco, che causano centinaia di morti e migliaia di feriti fra la popolazione civile, che distruggono case, scuole, ospedali.
I massmedia giustificano l’aggressione israeliana diffondendo la bugia che sarebbe stata violata la tregua dai palestinesi. Non è vero! Sono stati i sionisti con la moltiplicazione degli attacchi terroristici e “mirati” contro la popolazione, con l’ampliamento delle loro colonie nei territori occupati, con la costruzione del Muro della vergogna, in continuo disprezzo del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.
Noi comunisti siamo a fianco della giusta causa palestinese attraverso la lotta contro il governo Berlusconi che sostiene politicamente, economicamente e militarmente Israele; contro l’imperialismo nordamericano ed europeo e tutti i riformisti e gli ipocriti che mettono sullo stesso piano i sionisti aggressori e i palestinesi aggrediti. E con il sostegno militante:

per la cessazione immediata dei massacri sionisti,
per il ritiro dell’esercito da Gaza e da tutti i territori occupati,
per la revoca del blocco affamatore,
per il diritto dei palestinesi di difendersi con le armi,
per lo smantellamento del Muro,
per il ritorno di tutti i profughi,
per la fine degli accordi militari tra Italia ed Israele,
per il ritorno delle truppe italiane dal Libano, funzionali solo alle operazioni militari israeliane,
per la campagna di boicottaggio dell’economia di guerra israeliana,
per una Palestina unita e socialista.


13 dicembre 2008 redazione
editoriale
L’ANTIFASCISMO MILITANTE È SEMPRE VALIDO
Più avanzano crisi e fascistizzazione dello Stato, più si fa impellente la lotta contro il capitale

Quando Gramsci metteva in guardia dal pericolo fascista, aveva ben chiara la situazione. In un articolo dell’8 maggio del 1920 scriveva: “La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo ad un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia (Partito socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (i sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello Stato borghese”.
Gramsci indivuò per primo il pericolo e il ruolo dei fascisti quando per i partiti di allora e per le stesse masse il fascismo costituiva il fenomeno folcloristico di un manipolo di sbandati. Per Gramsci è stato chiaro sino da subito che, nel disastro economico, sociale e morale prodotto dalla guerra, i rischi maggiori di sovversione reazionaria venivano soprattutto dai ceti medi e dal possibile saldarsi tra gli interessi di questi con quelli di un grande capitale in profonda crisi.
La borghesia di ieri ha instaurato la sua dittatura sulle masse per reprimere le organizzazioni che lottavano per la trasformazione della società, che volevano un sistema economico che avesse come obiettivo il soddisfacimento dei bisogni materiali, che volevano lavoro e salari decenti. Dittatura che per milioni di persone ha rappresentato repressione delle lotte operaie e contadine, azioni delle squadracce, corporazioni sindacali, censura, leggi razziali, nazionalismo, mito del superuomo e della razza eletta, espansionismo economico e militare, campi di concentramento e guerra.
Oggi vediamo il continuo affermarsi di provocazioni e aggressioni in ogni parte d’Italia di gruppi fascisti e squadracce che si presentano sotto diverse sigle; di licenziamenti, precarietà, infortuni e morti sul lavoro, di repressione delle lotte dei lavoratori e di piazza, di sindacati collaborazionisti, di razzismo, nazionalismo e guerre tra poveri, di CPT, censura, espansionismo economico e militare, di appartenenza alla NATO e coinvolgimento nelle guerre imperialiste. Anche le grandi manovre della destra al potere sul fronte giustizia con la riforma dell’ordinamento giudiziario - il governo Berlusconi e il suo maestro Gelli vogliono scardinare la Costituzione che dovrebbe garantire l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e sottoporre la Magistratura a spartizioni partitiche che, di fatto, la porterebbe a espressione della maggioranza – non devono solo preoccuparci. Devono indurci ad organizzarci, a rispondere con forme di antifascismo militante che non lasci campo libero a forze reazionarie e fasciste che si misurano sul sociale, spesso ottenendo successi anche sul piano elettorale. Per il momento non ci troviamo a dover fronteggiare una dittatura fascista, piuttosto una forma di fascistizzazione dello Stato con la quale si tenta di togliere terreno all’iniziativa rivoluzionaria dei comunisti.

Ieri come reazione si è sviluppata la Resistenza (in un continuo processo di revisione storica) che per molti non è stata solo lotta di Liberazione nazionale ma anche lotta contro lo sfruttamento, per cambiare radicalmente la società, percorso interrotti dalla presenza di forze reazionarie e dal prevalere dei revisionisti.
Oggi manca l’ideologia del partito comunista che affermi verità come: s
olo la lotta di classe può vincere il
fascismo perché la classe operaia deve essere il becchino e il successore al potere; come il fatto che non sono certo gli intrighi parlamentari a combattere il fascismo crescente.
Di fronte ad un'acutizzazione reazionaria, legata anche all’avanzare della crisi economica, Pd e sinistra varia - come i socialisti nel 1921 - non hanno né un piano, né un programma. Sempre pronti all’inciucio sottovalutano il problema. Ignorano completamente l’impegno e la lotta antifascista e lasciano la borghesia padrona ed il fascismo al suo servizio. Come diceva Gramsci se la classe lavoratrice deve riacquistare la propria coscienza di classe e se non vuole illudersi, deve agire sul terreno della lotta di classe come una forza indipendente che sarà presto determinante e non sul terreno della collaborazione di classe per cambiare soltanto la maschera alla borghesia italiana.
La lotta deve contrastare la deriva autoritaria e impedire che, mentre i fascisti si riciclano nelle istituzioni, la sua base occupi spazi strumentalizzando il sociale e i bisogni delle masse. Una lotta non fine a se stessa, ma inserita nell’obiettivo più generale dell’abbattimento del capitalismo e vada nella direzione di una società diversa, socialista. Quella che fa così paura a Berlusconi da fargli insultare i leninisti (anche se Pd e sinistra nulla hanno a che fare con Lenin). Che fa paura a Ratzinger che - con tutti i suoi sermoni fondamentalisti del no a tutto, tranne che per i tradimenti che secondo il Vaticano vanno perdonati, ritenendo Zapatero socialista, ha promosso il card. Antonio Canizares Llovera arcivescovo di Toledo, primate della chiesa di Spagna e protagonista delle battaglie della chiesa cattolica spagnola contro il governo, prefetto della congregazione per il culto divino.


6 novembre 2008 redazione
editoriale sulla crisi

Ma non era il mercato che doveva salvare il mondo?
Non si può scegliere tra capitalismo in crisi o riforma del capitalismo. L’unica via d’uscita possibile è la lotta

Quando i paesi dell’est hanno ceduto alle lusinghe dell’occidente ed in particolare con la caduta del muro di Berlino la borghesia internazionale ha festeggiato la sua vittoria sul socialismo gridando alla superiorità del capitalismo e molti ci hanno creduto.
Le vicende di questi ultimi giorni dimostrano ciò che sosteniamo, in quanto marxisti e leninisti, da sempre e cioè che il capitalismo è un sistema fallimentare, perché si basa sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Per sopravvivere i capitalisti devono continuamente lottare tra di loro, in una concorrenza spietata, devono gettare nella povertà e nella fame milioni di persone, distruggere le forze produttive che hanno creato, devastare la natura e saccheggiare le risorse naturali.
Le crisi sono una malattia cronica del capitalismo. Si ripetono periodicamente e si estendono a sempre più paesi. E ogni crisi si differenzia da quella precedente per la sua estensione, profondità e durata. La crisi che ha investito l’economia statunitense negli anni 1929-1933, che tutti gli organi di informazione paragonano all’attuale -, e che in seguito alla quale la produzione industriale fu rimandata indietro per decenni facendo perdere l’occupazione ad un terzo dei lavoratori dei paesi capitalistici - non è che una somiglianza per difetto perché questa crisi per le sue dimensioni e conseguenze sociali sarà molto più grave e devastante.
Di fronte a questo sfacelo i capitalisti – dopo aver teorizzato per anni la validità del mercato finanziario promettendo benessere per tutti – la cosiddetta new economy cui hanno dato credito anche settori di “sinistra”, con i soliti intellettuali che da subito hanno teorizzato il superamento dell’analisi marxista ritenuta vecchia, scoprono l’acqua calda, cioè che la ricchezza viene dalla produzione e non dalle bolle speculative delle borse.
Dopo aver teorizzato la scomparsa della classe operaia, la funzione positiva e propulsiva della concorrenza capitalistica, la scelta di affidarsi al capitale finanziario per difendere le pensioni con i fondi che scippano il TFR, cosa si dovranno inventare ora i capi sindacali ed i dirigenti riformisti e revisionisti per spiegare ai lavoratori che anche quei pochi soldi sono andati persi insieme alla speranza e all’illusione di concertare con il padronato il cosiddetto sviluppo sostenibile che avrebbe garantito un futuro di benessere senza bisogno di lotte e rivoluzioni?
I governi – appoggiati dai più convinti liberali che, per interesse, oggi chiedono perfino un ritorno all’etica e reclamano più controlli e nuove regole - ricorrono a misure statali al fine di affievolire gli effetti della crisi, salvano le banche dal fallimento e socializzano le perdite con un “sano statalismo”.
Per i proletari e la stragrande maggioranza della popolazione mondiale l’attuale crisi si tradurrà in licenziamenti in massa dovuti alle chiusure aziendali, in abbassamento dei salari e del potere d’acquisto ed un peggioramento dello stato sociale e delle più generali condizioni di vita e di lavoro.
Una situazione che porterà i governi borghesi a gettare la maschera della democrazia per far accettare le manovre restrittive non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale dei diritti: di sciopero, sindacali, di organizzazione, utilizzando la militarizzazione della società, attraverso una costante fascistizzazione nel tentativo di salvare gli interessi del capitale.
Nel corso dell’ultimo secolo lo sviluppo dell’imperialismo si è manifestato come ultima fase del capitalismo: il capitale finanziario si è imposto su quello industriale e produttivo; la guerra – unico mezzo per risolvere le ricorrenti crisi capitalistiche - si è estesa.
Tutto ciò conferma le teorie di Marx e di Lenin e dimostrano la necessità del socialismo e del comunismo da troppo tempo e da troppi “soloni” della politica della cosiddetta sinistra dato per morto. La realtà è che il modello capitalistico non può essere migliorato e non c’è il capitalismo buono legato alle attività industriali e capitalismo cattivo legato alle attività finanziarie, come sostengono i riformisti che hanno spianato il terreno ai capitalisti, perché i suoi danni non derivano dalla cattiva gestione e/o corruzione di manager e politicanti (premiati con stipendi d’oro), o dagli imprenditori, ma proprio dalle leggi ferree che lo regolano e che sono improntate a produrre profitti sempre più alti.
Per i comunisti e i proletari non si tratta di scegliere tra capitalismo in crisi o riforma del capitalismo. Non è la borghesia che ci fa uscire dalla crisi perché è responsabile della decadenza della società. L’unica via d’uscita – possibile attraverso l’organizzazione - è la lotta per l’abbattimento del sistema capitalista e la costruzione di un sistema socialista basato sull’eliminazione della proprietà privata dei principali mezzi produttivi e su un nuovo modo di produzione, attraverso l’instaurazione della dittatura del proletariato, come forma di governo.


4 settembre 2008 redazione
in breve

QUANTO CI MARCIA LA BETANCOURT!

Incredibile! Ingrid Betancourt (esponente dell’oligarchia colombiana) è riuscita a farsi fotografare “prigioniera” affaticata e “morente” su una panchina e dopo soli due mesi dalla liberazione è pimpante, allegra, gira il mondo e soprattutto l’Italia dove le amministrazioni di destra a Roma e di “sinistra” a Firenze, si sono prodigate ad ospitarla, insieme alla mamma, ai parenti e persino ad un cugino venuto appositamente da Miami (che combinazione!) e generosamente insignirla del Giglio d’Oro (cittadinanza onoraria) e farle regali (tanto paghiamo noi). A Firenze ha voluto passeggiare in piazza della Signoria (“A Firenze, mi sento come se ci fossi nata…”), fare shopping in pelletteria, ovviamente, cenare a piazzale Michelangelo (non è certo da tutti).
Già dalla sua discesa dell’aereo non ci sembrava così sciupata come nella foto pubblicizzata, neppure la sua pelle ha subito danni dal lungo periodo nella foresta dove la signora poteva ascoltare la radio e procurarsi un rosario. Due elementi che sono bastati per essere ricevuta dal papa in pompa magna.
La signora, che ha trovato la gallina dalle uova d’oro, dice di non volersi più candidare e non perde occasione per attaccare le Farc e tace sull’attuale situazione della Colombia dove, pesino la Corte suprema ha, negli ultimi anni, incrinato e in molti casi arrestato decine di parlamentari in carica, ministri e viceministri dell’attuale governo e alcuni individui vicini al presidente Alvaro Uribe Velez per i loro comprovati legami con esponenenti del paramilitarismo e del narcotraffico.
Ma proprio in questi giorni del suo tour, in Colombia c’è una donna, la sindacalista Ruby Castano – che nella sua lunga militanza ha subito vari attentati - è sotto minaccia di morte e può essere uccisa, non solo sequestrata, in qualunque momento dai paramilitari. Manuel Mendez – che aveva ricevuto le stesse minacce – è stato assassinato il 13 agosto scorso nella sua residenza. Ma in Colombia, oltre le Farc, si contano centinaia di migliaia di donne e uomini vivi e morti che hanno lottato e lottano per la giustizia sociale. Il trattamento da “capo di Stato” riservato alla Betancourt è un’offesa per tutto il popolo colombiano.

USA: IL TRIONFO DELL’IPOCRISIA

Oscurata Hilary Clinton, grande risalto per la candidatura di Sarah Palin a vicepresidente degli Usa, almeno per la stampa italiana (non abbiamo verificato come viene trattata all’estero). Questa supermamma – 5 figli di cui uno affetto da sindrome di Down – superwoman, pescatrice, cacciatrice, ex miss, ex sindaco, manager, governatrice dell’Alaska, giovane, religiosa e soprattutto antiaborista.
Che ha rubato la scena ai candidati proprio mentre è in vendita la sua biografia “Sarah: how a hokey mom turned Alaska’s political establishment upside down (Sarah, come una mamma che accompagna i figli a hockey ha scombussolato l’establishment politico dell’Alaska) in ristampa per 45mila copie.
A romperle le uova nel paniere la gravidanza della figlia minorenne che, quindi per essere incinta, ha avuto rapporti prematrimoniali (ma si sposerà col padre di suo figlio, anche se lui non è d’accordo!).
Ma questo non è l’unico neo nella vita della signora. A parte l’arresto del marito per guida in stato di ubriachezza, ha a suo carico multe per divieto di pesca; accuse di abuso di potere – si dice che abbia licenziato un capo della polizia che si era rifiutato di cedere alle sue pressioni per espellere dai ranghi l’ex marito di sua sorella accusato di brutalità nella causa di divorzio -; accuse di utilizzo di una lobby per assicurare il comune di cui era sindaco, fondi federali per oltre 27 milioni di dollari.
Ma la perla della signora è il suo silenzio sulla pena di morte negli Usa, sull’appoggio alla guerra in Iraq (uno dei suoi figli sta per partire militare) e sul suo coinvolgimento in un’industria bellica. Meglio salvare i feti! Ancora una volta gli Stati Uniti dimostrano quanto siano permeati di ipocrisia.

 CAROVITA ALLA BUVETTE!

Aumentati i prezzi alla buvette della Camera. Mai quanto quelli che notiamo facendo la spesa. Ad esempio i panini da 1,30 a 2,30; cappuccino da 0,90 a 1 (il caffè resta invariato a 0,70); yogurt da 1,40 a 1,60 (meno di quanto costato al supermercato) pasto da 7,50 a 10 (poco di più di un primo per chi è costretto a mangiare al bar); secondo piatto da 3,50 a 5 euro. Ebbene gli “onorevoli” si lamentano! E pensano che tra poco al ristorante del Transatlantico non potranno più mangiare il pesce a 12 euro!

 


22 luglio 2008 redazione
editoriale

PORTARE LA LOTTA OLTRE LA RIVENDICAZIONE ECONOMICA
Mentre il Governo è tutto concentrato a risolvere i propri affari sulla “giustizia” e la “sicurezza”, gli imprenditori chiudono le fabbriche buttando sulla strada operai – spesso in età avanzata - che non trovano più un’altra occupazione decente.
Da una prima rilevazione del censimento nazionale sui senza casa emerge che sono già 100 mila (in Germania 20mila e in Spagna 21mila) e che non sono “clochard” per scelta ma disoccupati. E tra rincari di pane, pasta, bollette, carburante e affitti il numero crescerà velocemente.
I casi di Electrolux a Firenze, trascinata da mesi con l’illusione del passaggio ad una nuova cordata (come Alitalia!), e della Magnetto Wheels a Torino dove il padrone ha impiegato un minuto per dire “vi ho convocato per comunicare che l’azienda chiude” buttano sul lastrico circa 1000 lavoratori, più ovviamente quelli dell’indotto, ma c’è un’infinità di piccole realtà produttive che chiudono i battenti. E i dipendenti, disabituati al controllo operaio dai sindacati Confederali e da anni di delega politica, cadono dalle nuvole. Eppure solo nel 2005 da Electrolux, una fabbrica produttiva, erano stati espulsi 170 lavoratori, nel 2007 avevano persino rinunciato alle ferie. Magnetto che produce cerchioni per autoveicoli (Volkswagen, Renault, Fiat) era evidentemente a rischio tanto che veniva definita una grande “boita” così in piemontese si indicano le vecchie officine.
Quelli che lavorano sono costretti a orari (vergognosa è l’ultima direttiva dell’Europa dei capitali che stabilisce la settimana lavorativa di 65 ore) e turni massacranti che causano infortuni e morti bianche, malattie professionali; sono costretti alla flessibilità, agli straordinari – che con la detassazione aumenteranno ulteriormente – costretti a sopportare ogni tipo di sfruttamento pur di mantenere l’occupazione. Condizioni disumane soprattutto per i lavoratori delle cooperative di servizio, dell’edilizia, dell’agricoltura (è del mese di luglio la morte di un indiano di 44 anni per fatica).
Non solo chi lavora nei call center è precario, precaria è la situazione occupazionale complessiva. Chiunque può perdere il posto da un giorno all’altro è una costante del capitalismo che usa la manodopera, ma non ha scrupoli a gettarla sul lastrico quando non serve più.
Gli imprenditori, vuoi per la delocalizzazione, vuoi perché spostano gli investimenti nella finanza, non investono, non ristrutturano e licenziano. Però si lamentano della concorrenza, del costo del lavoro ecc. Confindustria continua a chiedere collaborazione e concertazione ma per cosa? Per guadagnare di più. I capitalisti sono delle sanguisughe assetate ai quali i profitti non bastano mai!
Il sistema di produzione capitalistico, basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la ricerca del massimo profitto, è un dato di fatto - nonostante tutti coloro che cercano nuove vie lo neghino. I comunisti, quindi, lottano per riproporre la centralità operaia e proletaria, cioè la centralità della classe antagonista al capitale – affermando l’attualità del marxismo e del leninismo – per distruggere un sistema che mantiene il proletariato nel ruolo di moderni schiavi salariati. Ecco perché la borghesia si affanna tanto per eliminare i comunisti dalla lotta di classe, persino i partiti che di comunista hanno solo il nome. Ecco perché è indispensabile affermare la validità del Partito comunista e lavorare per la sua ricostituzione. La resistenza, le proteste, le lotte possono portare qualche cambiamento in un sistema che impone condizioni di lavoro e di vita ormai inaccettabili, ma il vero obiettivo deve essere la prospettiva rivoluzionaria per l’abbattimento del sistema capitalista e la costruzione di una società socialista, cioè a misura d’uomo, senza padroni, senza sfruttamento. È ora che la classe operaia riprenda in mano il proprio destino, si assuma le responsabilità, sia protagonista e si organizzi rifiutando tutti i meschini giochi dei politicanti di mestiere. È un sacrificio? Forse, ma paga!

                       


25 giugno 2008 redazione
sostegno

Mozione conclusiva dell’assemblea nazionale autoconvocata
Milano il 21/6/2008, sala del Dopolavoro Ferroviario

Gli operai e i lavoratori delle situazioni di fabbrica e di lavoro, dei comitati e degli organismi di lotta riuniti in assemblea, dopo essersi confrontati sulla situazione attuale della classe proletaria, hanno deciso di aprire un percorso di unità e di lotta, rilevando che:

  1. Gli operai e i lavoratori isolati e non organizzati sono nelle mani dei padroni e delle politiche concertative filopadronali, che continuano a mantenerli nella condizione di schiavi salariati, sempre più colpiti dalla repressione padronale e politica.
  1. L’acuirsi della crisi economica che stiamo vivendo peggiorerà le condizioni di vita e di lavoro dei proletari e svilupperà nuove guerre imperialiste. Questo impone una risposta chiaramente anticapitalista, altrimenti i proletari saranno ancora più oppressi e sfruttati, con più morti sul lavoro e di lavoro, con più razzismo e divisione.
  1. L’aumento della concorrenza capitalista spinge i proletari gli uni contro gli altri, facendoli scontrare come nemici sul mercato del lavoro, a tutto vantaggio dei padroni, deviandoli dal vero nemico, che è il capitalismo. Il nemico, infatti, è in “casa nostra”, sono i padroni e i vari organismi politici e sindacali che vogliono mantenere in vita il capitalismo, diffondendo l’illusione che sia possibile “umanizzarlo” e “riformarlo”.
  1. Nell’attuale situazione economica di crisi e recessione i proletari, per difendersi, devono quindi darsi un’organizzazione indipendente - anticapitalista e antimperialista - sul piano politico e sul piano sindacale che, lottando contro gli effetti del capitalismo, al tempo stesso mette in discussione l’attuale sistema economico sociale e rompe con tutte le politiche collaborazioniste delle sinistra “istituzionale”.
  1. Poiché gli sfruttati sono divisi in nazionalità, etnie, religioni, “specificità” (di categoria, contratto, ecc.), su cui governi e padronato fanno leva per mantenere i proletari divisi, quest’organizzazione deve puntare all’unificazione politica e sindacale della classe proletaria, che è unica. Deve sforzarsi di raggrupparvi tutti gli operai e i lavoratori, i precari e i soci delle cooperative, i disoccupati e i pensionati, ... a prescindere dalla nazionalità e dalle singole specificità.
  1. Il nazionalismo della borghesia, che scatena l’offensiva razzista, impone alla classe di farsi carico direttamente della difesa degli immigrati e di sostenerne le lotte e la mobilitazione, non solo perché oggi è la parte più debole del proletariato, ma perché gli immigrati saranno sempre più destinati ad essere una parte fondamentale del proletariato.
  1. Per questi motivi l’assemblea ha deciso di iniziare un percorso di confronto e di coordinamento, aperto da subito anche a chi non ha partecipato all’assemblea, ma concorda con i suoi contenuti, su obiettivi condivisi e su un lavoro pratico comune, di unità e di solidarietà di classe, che superi il localismo e l’isolamento, che rafforzi le singole realtà proletarie oggi frazionate tra di loro, costituendo un coordinamento nazionale composto da rappresentanti delle singole realtà, che terrà la prima riunione sabato 20 settembre a Milano (il posto sarà comunicato successivamente), con all’ordine del giorno:
    • discussione su modi e strumenti per coordinare stabilmente le singole realtà di lotta
    • discussione sugli obiettivi e sulle scadenze (da promuovere o a cui partecipare) in relazione alle mobilitazioni del prossimo autunno
    • discussione su come impostare un’iniziativa che non si limiti al piano dell’interevento sindacale e che inizi a gettare le basi di una politica indipendente dei proletari, radicalmente e conseguentemente anticapitalista e antimperialista

All’assemblea hanno partecipato e/o aderito operai, lavoratori delle seguenti località e realtà: Aci Sant’Antonio (CT) – Comune; Arese (MI) - Fiat Alfa Romeo; Arcore (MI) – operai di piccole fabbriche; Benevento – Enel, Bergamo – operai di piccole fabbriche; Como – Sisme; Corteolona (PV) - Coop. Meneghina, Coop. Team Resources; Cosenza – Banco di Napoli; Crema – Uffici Giudiziari; Cremona – operai di piccole fabbriche; Firenze – Poste; Garbagnate (MI) – A.O. Salvini; Genova – Acquario, Comune, Rip. Navali, Tempoq; Linate (MI) SEA; Malpensa (VA) SEA; Mantova – scuola; Milano – A.O. Ist. Clinici Perfezionamento, A.O. Niguarda, A.S.P. Golgi Redaelli, ATM, Comune (Coll. Prendiamo la Parola), Coop. Codess, FFSS, Intesa Sanpaolo, Italtel, Ortomercato, Pellegrini Ristorazione, Regione Lombardia, Sipa Bindi, lavoratori studi professionali; Massa (MC) – precariato; Modena – Fiat New Holland, Gruppo Hera; Origgio (VA) – Leonardo Soc. Coop.; Piombino (LI) – Magona; Pisa – Comune; Pomigliano d’Arco (NA) – Fiat Alfa Romeo; Praia a Mare (CS) – Marlane; Prato–Poste; Roma–Agenzia delle Entrate; San Giuliano Milanese (MI) – Genia; Sesto San Giovanni (MI) – Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, Centro d’Iniziativa Proletaria G. Tagarelli; Termoli (CB) – Fiat; Tezze-Bassano (VI) – Comitato per la salute; Trento – Coop. Sociali; Vado Ligure (SV) – Vetrotex; Valtellina (SO) – operai di piccole fabbriche; Verona – Unicredit GIS; Vicenza – FFSS, OGR; Pensionati di Milano, Napoli, Piombino (LI), Praia a Mare (CS), Sesto San Giovanni (MI), Udine.

Hanno aderito: Centro Autogestito Vittoria, Circolo Internazionalista di Torino, redazione di nuova unità, Primo Maggio
autorganizzati.milano@gmail.com
per contatti telefonici: 3357850799, 3381168898
Chi volesse indire localmente delle riunioni o assemblee, anche in preparazione dell’incontro nazionale di sabato 20 settembre, ci contatti al più presto.

Contro la repressione padronale unità di classe
Solidarietà militante ai lavoratori delle cooperative licenziati per aver rivendicato i loro diritti

Cinque lavoratori Harrison Leyanage, Dickson Anthony Silvane Jayaratne Noel, Wanigatunga (della cooperativa Leonardo), Malko Dritan (coop. Meneghina), e Andrea Del Meglio (coop. Team Logistica resources)che si sono ribellati alla loro condizione bestiale di sfruttamento e organizzati con i propri compagni di lavoro per rivendicare la difesa dei loro interessi, sono stati brutalmente repressi (uno di essi spostato dalla mansione di carellista a quella da spazzino degli scantinati, ricoverato nell'ospedale di Saronno, semi paralizzato per l'utilizzo di solventi senza nessuna protezione), due licenziati (uno dei quali padre di 5 figli), con l'avvallo dei sindacati concertativi presenti in azienda.
Per i padroni è intollerabile che dei lavoratori, per di più immigrati, alcuni clandestini e perciò ricattabili, si mettano in prima fila nella lotta insieme con pochi italiani presenti per mettere in discussione, con la lotta, la loro condizione di sfruttamento, perché se l'esempio fosse seguito da altri (il Consorzio presente alla DHL, ad esempio è formato da 21 aziende con 4500 lavoratori) metterebbe in crisi il sistema che permette l'enorme accumulazione di profitti sulla pelle dei lavoratori.
La repressione padronale da sempre colpisce gli operai e i lavoratori che lottano contro lo sfruttamento e che rivendicano i loro interessi, nel tentativo di intimorire la grande massa dei lavoratori.
Contro la repressione i lavoratori hanno nelle loro mani una grande arma: l'unità e la solidarietà, USIAMOLA.

Contro la repressione padronale, a fianco dei 4 compagni licenziati e di tutti i compagni colpiti dalla repressione, perché la loro lotta è la nostra lotta.

L'assemblea dà l'indicazione di organizzare questa solidarietà in occasione degli scioperi e picchetti che si faranno in questa realtà
Approvata all'unanimità dall'assemblea nazionale autoconvocata a Milano il 21/6/2008, sala del Dopolavoro Ferroviario


11 giugno 2008 redazione
ricevuto

APPELLO AI LAVORATORI ITALIANI E STRANIERI
Assemblea nazionale autoconvocata a Milano il 21 giugno

Operai, lavoratori, proletari italiani e di ogni nazionalità: per i nostri padroni noi non siamo altro che merce forza-lavoro che produce profitti di cui loro si appropriano. Il nostro diritto a vivere come esseri umani è subordinato alle esigenze economiche del nostro padrone e del mercato. Il diritto allo sfruttamento operaio è sancito dallo Stato e a questo - se "compatibili" - sono subordinati tutti gli altri "diritti", a cominciare da quello di guadagnarci da vivere per noi e per le nostre famiglie. Molti capitalisti, nella ricerca del massimo profitto, chiudono le fabbriche in una Regione e le aprono in un'altra, le chiudono in Italia e le aprono in Paesi dove il costo del lavoro è irrisorio.
Altri chiamano in Italia, ogni anno, centinaia di migliaia di lavoratori immigrati da sfruttare con salari da fame nelle fabbriche, nei cantieri, nell'industria agricola, mettendoli in concorrenza con i lavoratori italiani per abbassare i salari e dividere i lavoratori, alimentando la guerra fra poveri, per poi abbandonarli senza mezzi al loro destino quando non servono più..I padroni ed i loro governi (sia quelli di CentroDestra che quelli di CentroSinistra) – sono i primi responsabili del peggioramento della nostra condizione di vita e di lavoro, dell'aumento dello sfruttamento, dei morti sul lavoro e di lavoro, delle malattie professionali, della mancanza di case, dello strangolamento dei mutui e degli affitti - cercano di nascondere le loro responsabilità mettendoci gli uni contro gli altri per deviare la lotta dal vero obiettivo: il sistema capitalista. A differenza delle epoche passate, quando i lavoratori delle classi subalterne pativano la fame per effetto delle carestie, nel sistema capitalista i lavoratori peggiorano le loro condizioni per aver prodotto troppo. La sovrabbondanza di capitali e di merci diventa oggi fonte di miseria e la recessione americana e la crisi, ormai giunta anche alle porte dell'Europa, porterà nuove guerre e peggiorerà ulteriormente la condizione della classe lavoratrice se non ci sarà una risposta adeguata.
Noi lavoratori non abbiamo niente da spartire con i nostri padroni. La difesa dei nostri interessi ci spinge a fianco e non contro i lavoratori di tutti i Paesi.
Oggi l'impoverimento e la miseria crescente di intere popolazioni del "terzo" e "quarto" mondo, di sempre maggiori settori di proletari, è frutto dell'abbondanza in mano a pochi.
Il nemico è in casa nostra, sono i padroni, i parassiti di vario genere, e i loro governi.
Anni di deleghe (in bianco o "critiche") ad organizzazioni politiche e sindacali della sinistra filoimperialista sono servite solo a creare una nuova classe dirigente borghese, composta da ex "sindacalisti di sinistra" ed ex "sovversivi", che ha fatto carriera e si è sistemata sulla pelle dei lavoratori.
Nessuno difende gli operai se non sono loro stessi a farlo.
Noi operai, lavoratori, proletari di ogni razza, etnia e religione che ci scontriamo ogni giorno sui posti di lavoro e nella società contro il capitalismo dobbiamo riprendere in mano il nostro destino costruendo adeguate forme di organizzazione di difesa economica conseguentemente anticapitalista, ed una forza politica autonoma che sappia mettere in discussione con la lotta un sistema che continua a riprodurre i padroni come borghesi e gli operai come schiavi salariati.
Per discutere della nostra condizione e ripristinare un punto di vista proletario sui temi dell'organizzazione, delle lotte e della prospettiva politica, invitiamo tutti i lavoratori che condividono il contenuto di questo appello a firmarlo e a mettersi in contatto col comitato promotore per partecipare all'assemblea nazionale autoconvocata che si pone fuori e contro tutte quelle iniziative, attraverso le quali, oggi, i vecchi esponenti della sinistra parlamentare e sindacale tentano di riciclarsi, in nome dei lavoratori.
L'assemblea si tiene sabato 21 giugno a Milano ore 10-16
presso il Dopolavoro ferrovieri del Sottopasso Tonale/Pergolesi, Stazione Centrale
bus 90/91–MM2 stazione centrale
Comitato promotore Assemblea nazionale autoconvocata
per contatti, adesioni e promuovere con noi l'iniziativa:

posta elettronica: autorganizzati.milano@gmail.com
cell. 3357850799 e 3381168898
L'adesione deve indicare nome, luogo, posto di lavoro, email/telefono per essere ricontattati


21 maggio 2008 redazione
poesia

Prima di tutto
vennero
a prendere
gli zingari…

Prima di tutto vennero a prendere
gli zingari e fui contento perché
rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perché mi stavano
antipatici.
Poi vennero a prendere gli
omosessuali e fui sollevato perché
mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perché
non ero comunista.
Poi vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno
a protestare

Bertold Brecht

 


5 maggio 2008 redazione
omologazione

RESPINGIAMO LE PROVOCAZIONI
SUL TIBET

Quando si dice moda. All’anticomunismo dei politici e alla superficialità della stampa si aggiungono gli “artisti”: Martina Stella (che per l’occasione indossa  magliette firmate Max), Jovannotti e Pelù (che sarebbe meglio imparassero a cantare)

Era venuto in Italia qualche mese, praticamente snobbato dalle istituzioni, molto probabilmente per non intaccare il rapporto con il Vaticano né gli affari commerciali con la Cina. Qualche mese dopo il Dalai Lama è al centro dell’attenzione internazionale.
Le Olimpiadi in Cina, o meglio la corsa della fiaccola olimpica, ha risvegliato il non proprio pacifismo dei monaci tibetani e dei loro sostenitori, appoggiati da tutti i mass-media artefici della trasformazione del Dalai Lama in punto di riferimento e sempre pronti a falsificare gli avvenimenti storici.
Siamo da anni ormai bersaglio di un’informazione sulle bugie. Disinformazione c’è stata su Yugoslavia, Iraq, Venezuela, Cuba, Afghanistan, Palestina ecc. Ovunque ci sono in gioco gli interessi statunitensi ed europei. Ora tocca al Tibet perché anche qui ci sono interessi strategici degli Stati Uniti e perché la Cina, come si legge nel documento “Project for a new american century”, risulta l’ostacolo principale alla dominazione mondiale degli Stati Uniti.
Ecco perché tutte le violenze attuate in Tibet e raccontate dagli stessi turisti che si trovavano a Lhasa sono state manipolate. Vecchi presi a sassate, giovani commesse bruciate vive nell’incendio di un negozio, attacchi a tutto ciò che non era tibetano, negozi saccheggiati, il quartiere musulmano completamente distrutto. Non un’esplosione di furia popolare, ma una ribellione pianificata in occasione dei Giochi olimpici.
C’è un popolo palestinese massacrato dagli israeliani e il mondo occidentale si occupa della difesa dei diritti umani in Cina e dei monaci tibetani. Come se negli Stati Uniti si rispettassero i diritti umani. Con le guerre? Con Guantanamo? Con la morte dei condannati? Ci sono sempre meno posti al mondo dove si rispettano i diritti. Allora perché questa grande operazione?
Se si pensa che dopo 50 anni la borghesia ancora demonizza Stalin, si capisce chi e perché difende il Dalai Lama. La funzione è la stessa: non perdonare chi spezza le catene e si rende indipendente, colpire il socialismo (il comunismo ancora non è stato applicato) anche se con lo sviluppo economico la Cina vi si allontana a grandi passi. Se non ci fosse stato l’operato del Partito Comunista Cinese e la grande Rivoluzione che ha riscattato i contadini poveri cinesi – che avevano vita breve e misera - ridistribuendo loro le terre e cacciando i vecchi signori feudali il Tibet ed il suo buddismo avrebbero ben poco interessato le potenze imperialiste.
Nell’anno della costituzione della Cina rivoluzionaria gli Stati dell’Occidente, Stati Uniti in testa, hanno iniziato ad interessarsene creando eserciti controrivoluzionari. Nel 1957 – in pieno assedio statunitense alla Cina – i servizi segreti inglesi e americani (la Cia di recente ha ammesso di aver finanziato tutta l’operazione) fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani che venne giustamente, date le condizioni dell’epoca, represse dal governo cinese. Fu allora che il Dalai Lama, che aveva fatto parte della 1 Assemblea nazionale popolare della Cina ed elaborato la Costituzione cinese, e che nel 1951 aveva raggiunto un accordo per la concessione di un regime di autonomia, dichiarò decaduto l’accordo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana (13mila persone), nobili ed alto clero con i propri schiavi, in India dove costituì un proprio governo in esilio ed il proprio centro di propaganda.

E dal 1964 questo “umile” monaco figura sulla lista della Cia che, nel quadro di un programma per demolire i paesi comunisti, lo ha trasformato in un simbolo della guerra contro la rivoluzione socialista e il Partito comunista cinese, mantenendolo con 180mila dollari all’anno e 1,7 milioni di dollari per finanziare il suo governo. Altri dollari arrivano, sempre dagli Stati Uniti, al Tibet found che ha come obiettivo quello di convincere il mondo della legittimità del Dalai Lama e che ha per direttore Sharon Bush, cioè la cognata dell’attuale Presidente Usa! E poi c’è il sostegno alla Società letteraria tibetana, al Tibet times, al Tibet Multimedia center ecc.
Questo santone che, dicono, non ammazzerebbe una zanzara, denuncia l’aborto, l’omosessualità e tutte le forme di controllo delle nascite, ma ammira il presidente Bush, si era dichiarato contro la condanna del criminale Pinochet, ha appoggiato i bombardamenti NATO sulla Yugoslavia, frequenta ricchi, personaggi del mondo della cultura e del cinema. E sono i ricchi gruppi che controllano Hollywood e appoggiano l’organizzazione Free Tibet, Disney e Tristar, che lo scorso anno hanno realizzato due film sul Tibet, uno dei quali “Sette anni in Tibet” è stato ripreso da un libro scritto da Heinrich Harrer, un nazista coinvolto in alcuni dei crimini più brutali dei nazifascisti austriaci, finito in Tibet durante la seconda guerra mondiale in missione segreta per l’imperialismo tedesco che era in competizione con l’imperialismo britannico in Asia ed accettato fra la nobiltà tibetana.

Ma cos’era il Tibet proprio nel 1949, all’epoca della Rivoluzione popolare? In Tibet era in vigore un regime feudale, autoritario e teocratico basato sulle caste che costringeva la maggioranza della popolazione ad una condizione di schiavitù (dichiarata fuori legge solo nel 1959, 10 anni dopo la Rivoluzione) e servitù. Il 90% della popolazione – che ha sofferto costantemente il freddo, la fame, il più alto tasso di tubercolosi e mortalità infantile, solo il vaiolo ha sterminato 7mila abitanti di Lhasa - era senza terra e senza la proprietà dei propri figli che erano registrati fra le proprietà del loro Signore. Non esistevano strade, elettricità, scuole (oggi ne conta 2380 tra primarie, e professionali e l’istruzione è su lingua tibetana) tranne i monasteri dove pochi giovani studiavano i canti; né ospedali (oggi vi sono 95 cittadini, 770 cliniche e 2000 dottori), non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria. Alle donne non solo era preclusa l’educazione, ma essendo considerate inferiori e non esseri umani erano costrette a dormire con gli animali. Se partorivano gemelli erano considerate indemoniate e si potevano bruciarle insieme ai piccoli. I ricchi, poi potevano avere molte mogli e, se un nobile aveva poca terra, doveva dividere la donna con i propri fratelli.
Si continua a parlare di Tibet occupato dai cinesi, complice anche una certa sinistra, ma questo territorio è unito alla Cina dal XII secolo come provincia con diversi gradi di autonomia, con il riconoscimento della lingua, della cultura e della religione. Negli ultimi 40 anni la popolazione è più che raddoppiata e la durata della vita è passata dai 35 anni del 1950 ai 69. Sui circa 3 milioni di abitanti il 90% è di origine tibetana e solo il 10% è composto da residenti di altre zone. Dagli anni ’90 il Pil è aumentato del 13% l’anno, ancora più dello sviluppo della Cina, sono raddoppiate le opere edili ed il commercio.
Davanti al cambiamento delle condizioni e alla differenza di cifre in tutti i campi si può parlare di occupazione? È occupazione la fantascientifica costruzione della ferrovia più alta del mondo che unisce Lhasa a Golmud, il centro ovest del Paese? Una ferrovia dove il treno con carrozze pressurizzate viaggia per 960 dei 1142 chilometri complessivi sopra i 4mila metri. In alcuni punti sopra i 4500 e addirittura sale ai 5100 mt. della stazione sul passo Tanggula.
Chi difende del Tibet e appoggia il Dalai Lama e le rivolte non poi così tanto pacifiste, quindi, si schiera con la strategia tipica dell’imperialismo in particolare quello Usa che, quando non interviene militarmente e direttamente, fomenta guerre civili - non disdegnando la strumentalizzazione della religione (per abbattere il socialismo in Polonia la Cia formò un blocco unico con Wojtyla che aveva l’appoggio di milioni di cattolici) - con gruppi appositamente addestrati e sostenute da un’appropriata e martellante propaganda.
Evitiamo di cadere nelle trappole delle facili emozioni pseudo-umanitarie e respingiamo le provocazioni, le mire imperialiste, il Medioevo del Dalai Lama e di tutte le religioni.

 


28 aprile 2008 redazione
editoriale

1° Maggio
giornata di lotta internazionale
contro lo sfruttamento capitalista

Da decenni i padroni di tutto il mondo ed i loro governi hanno trasformato il 1° Maggio nella giornata della “pacificazione” fra capitale e lavoro salariato, trasformando una giornata di lotta nella quale gli operai di tutto il mondo si riconoscono come appartenenti ad un’unica classe che lotta contro la schiavitù salariata in “festa del lavoro”. In questo modo i borghesi di tutto il mondo cercando di espropriare agli operai persino della memoria storica, ma i dati della guerra di classe la riportano ogni giorno di attualità. Ogni anno nel mondo muoiono per cause legate all’attività lavorativa 2 milioni di persone, e per gli infortuni sono oltre 270 milioni i lavoratori che subiscono gravi menomazioni. Dal 2001 al 2007 in Italia, secondo i dati Inail - che sono sottostimati perché non tengono conto dei 3milioni e 500mila lavoratori immigrati e pagati a nero - i casi mortali per infortunio sul lavoro sono stati 9720, più del doppio dei soldati delle truppe di occupazione della coalizione imperialista caduti in Iraq. La recessione statunitense e la crisi che comincia ad investire l’Europa e l’Italia acuisce le contraddizioni accentuando il conflitto fra i sostenitori del sistema di sfruttamento e gli operai ed i popoli del mondo che lo subiscono. Aumento dello sfruttamento, licenziamenti, salari e pensioni da fame, guerre e barbarie sono il nostro futuro se non riusciamo ad opporci con la lotta a tutto questo.
Per i capitalisti tutti gli operai impiegati nel processo lavorativo sono uguali al di là del colore della pelle. Italiani, stranieri, di qualunque nazionalità e religione per i padroni non sono altro che forza-lavoro da sfruttare produttori di profitto di cui loro si appropriano.
Mentre i padroni diventano sempre più ricchi e potenti, gli operai ed i proletari vedono le loro condizioni di vita e di lavoro peggiorare costantemente.

La rabbia operaia
di chi è sottoposto ai ritmi massacranti, ai lavori nocivi, di chi è sottomesso alla brutalità delle condizioni di fabbrica, dei cantieri, aumenta ogni giorno, quando vede che questa società e al di là delle lacrime di coccodrillo dei responsabili, considera normale che 4 e più operai ogni giorno perdano la vita in nome del profitto. Ma questa rabbia deve però ancora diventare odio di classe prima contro i propri padroni e poi contro l’intera classe padronale, il suo Stato le sue istituzioni trasformandosi in coscienza di classe.
Il 1° Maggio rappresenta il risveglio cosciente della classe operaia. In questa data i lavoratori di tutto il mondo ricordano e rinnovano l’unione dei proletari di tutto il mondo nella lotta per la loro liberazione, contro la violenza, lo sfruttamento e l’oppressione dell’uomo sull’uomo.
Agli operai coscienti spetta il compito di organizzare unitariamente la classe. Ponendo il problema della distruzione della società capitalista e del potere politico operaio si può avanzare verso il futuro, verso una società dove si produce per soddisfare il bisogno degli esseri umani e gli operai emancipando se stessi rendono possibile l’emancipazione di tutta l’umanità.


27 marzo 2008 redazione
editoriale

UNITÀ E LOTTA CONTRO L’AVANZATA DELLA DESTRA

La campagna elettorale è partita in pieno stile Usa e con un vergognoso mercato delle poltrone. Nelle liste c’è tutto e di più.
All’insegna del “bon ton”, della riconciliazione e sulla pelle delle donne. Al centro dei programmi, infatti, c’è la cosiddetta questione etica che altro non è che criminalizzare le opportunità e le scelte di vita delle donne e, contemporaneamente, deviare dai veri temi come il lavoro e la casa; da una crisi economica mondiale e senza uscita.
Il Pd perché alla conquista dei cattolici e dei centristi; i centrodestri per tenerseli; la sua parte la fa anche quel venduto, neo campione delle libertà Giuliano Ferrara, Berlusconi alla conquista di casalinghe e… precarie. Tutti difendono la vita e la famiglia. Tutti succubi di un Papa reazionario e oscurantista. Tutte stampelle del Vaticano che sempre più si impone ed entra a gamba tesa nella vita politica e individuale delle masse e delle donne in particolare. E i comunisti che aspettavano la “transizione” da rifondazione a partito comunista si trovano davanti un arcobaleno e la prospettiva di una nuova sinistra (?).
Strumentalizzato a fini elettorali anche l’8 Marzo. Le donne sono tornate in piazza dopo molto tempo di apatia non per caso, coinvolte persino in un centenario dell’8 Marzo che non esiste. Perché è vero che le 129 operaie bruciate in fabbrica sono morte nel 1908 (e già per questo non ci sarebbe nulla da festeggiare come impone il consumismo che se ne è appropriato), ma la Giornata internazionale della donna viene istituita nel 1910 su richiesta di Clara Zetkin alla conferenza di Copenaghen delle donne socialiste.
Tutte insieme appassionatamente come vuole l’attuale politica tesa a cancellare definitivamente la lotta di classe. Come non esiste riconciliazione tra classe operaia e padronato anche per le donne non esiste trasversalità. Cos’hanno in comune le lavoratrici con le imprenditrici? Cos’hanno da dividere con una come l'ultima arrivata, la ricca Santanché. Che difende tanto il suo essere fascista ignorando – nei salotti da dove proviene non se ne parla certo - che il fascismo impediva alle donne di fare politica e laurearsi e che le faceva lavorare solo in sostituzione degli uomini al fronte di guerra. Anche per le donne vale lo stesso criterio della divisione di classe. È per questo che c’è da scendere in piazza – e non solo, c’è da lottare in modo costante. Siamo al punto in cui dobbiamo difendere uno straccio di legge sull’aborto. Non era questa che si voleva ai tempi delle vere lotte per l’emancipazione. Le donne di una certa età sanno bene cosa vuol dire abortire clandestinamente da medici che procuravano l’aborto a suon di quattrini, che se non ne avevi abbastanza non avevi diritto neppure all’anestesia; che respingevano ogni responsabilità sulle conseguenze e che, una volta approvata la legge, si sono dichiarati obiettori di coscienza.
Le donne morivano, ma ai politicanti che vivono nelle loro gabbie dorate e alla chiesa, questo non interessa. È più importante una cellula priva di forma e di cervello che viene staccata dall’utero, e che definiscono persona, della donna. Sono invece persone quei bambini condannati a lavorare per la povertà causata dall’imperialismo, che muoiono, restano mutilati od orfani nelle guerre di rapina come in Afghanistan o in Iraq (che oggi, a distanza di 5 anni solleva dubbi a molti). Lo sono quelli oggetto di commercio sessuale e quelli violati dai numerosi preti pedofili.
Politici e chiesa per attaccare la 194 ed impedire l’introduzione della Ru 486 (in Europa è usata da decenni!) marciano di pari passo. Calcano la mano e tirano in ballo la salvezza del feto… cioè l’accanimento sui feti da aborti terapeutici. Ma chi pensa al trauma psicologico della donna che rifiuta il figlio malformato e poi sa che è vivo, ma non sa in quali mani è e che vita avrà davanti?Tutti coloro che criticavano i paesi socialisti dicendo che i bambini erano figli dello Stato - perché avevano garantiti assistenza, asili, scuole, occupazione ecc. - ora vogliono persino mettere le mani sui feti abortiti.
L’aborto non è mai una soluzione piacevole. Ma chiediamoci perché tante donne – e giovani - sono obbligate a farlo. Da un lato c’è la totale assenza dell’educazione sessuale e della prevenzione; dall’altro lato c’è un aggravamento delle condizioni sociali e occupazionali che non favoriscono certo la maternità. Sono veramente offensive le proposte elettorali - come i provvedimenti dei governi che si sono susseguiti – che non sono mai andati oltre il bonus di mussoliniana memoria per ogni figlio nato. Alle donne non serve carità e beneficenza come quella che arriva sotto forma di assegno familiare. Per mantenere i figli ci vogliono strutture di servizi e soprattutto un lavoro sicuro e regolare per entrambi i genitori perché oggi anche i padri rimangono disoccupati e… perdono la vita con gli infortuni o, peggio, si suicidano per vergogna. Chi si occupa di questi bambini, altro che embrioni e feti!
La politica dei partiti - e lo si verifica anche in questa campagna elettorale - sulle famiglie di fatto, sugli omosessuali, sull’aborto, il divorzio ecc. tendono a ridurre l’Italia in un paese confessionale e ci riporta nel medioevo. Criticano l’Islam per fare peggio, forse è paura della concorrenza, ma il nostro Stato è laico per Costituzione. Anche se la laicità non è al centro neppure delle numerose iniziative istituzionali per il suo 60° anniversario.
A distanza di 40 anni da quel ‘68 che è stato un lungo periodo di lotte anticapitaliste e antifasciste e di conquiste dei diritti civili - anche se pur sempre mediati da compromessi: l’aborto con obiezione di coscienza, divorzio con 5 anni di ripensamento ecc. -, di quel periodo di speranze, oggi la classe lavoratrice vede solo un avvenire nero: aumentano affitti, mutui, carovita, inquinamento. Crescono le spese militari (1.204 miliardi di dollari nel mondo, pari a +37% rispetto 10 anni fa), le aggressioni fasciste, la corruzione, le mafie. Per contro diminuiscono occupazione, servizi e potere d’acquisto di lavoratori e pensionati. Una situazione che mette sempre più in difficoltà le famiglie dove aumentano suicidi e violenze fisiche e psicologiche.
Gli operai, da anni ormai in difesa esasperata del posto di lavoro, costretti a momenti di ribellione esasperata e generosa (soprattutto di fronte alle morti bianche), non svolgono un ruolo dirigente e di impegno sul territorio e nelle lotte sociali, anche per mancanza di un partito comunista.
Qualunque parte vinca le elezioni ci sarà uno spostamento a destra. Alcun governo esprimerà gli interessi fondamentali della classe operaia e delle masse popolari. Che in questo sistema parlamentare borghese non hanno rappresentanza politica. Diventa perciò di primaria importanza che si rafforzi la lotta operaia e popolare contro i vecchi e nuovi socialdemocratici, per abbattere il sistema capitalista e imperialista affamatore ed oppressore in tutto il mondo - e che sta dimostrando il suo fallimento -, ed avviare una concezione del mondo diversa, socialista.

 


12 febbraio 2008 redazione
editoriale

QUANDO I GOVERNI SONO COMITATI
D’AFFARI DELLA BORGHESIA

E alla fine il governo è caduto. Non sotto il peso della protesta sociale, ma per i “capricci” individualisti di un Mastella e di un Dini (gia passato sotto l’ala di Forza Italia, del resto di sinistra questi individui hanno solo l’appoggio elettorale) che hanno ceduto alle lusinghe (e a qualcos’altro di più materiale) di Berlusconi.
A mantenerlo in vita non sono bastati né la complicità dei sindacati confederali, né la cosiddetta “sinistra radicale” che, più di ogni altro, ha svenduto le speranze di tutti coloro che li hanno votati nell’illusione di sconfiggere la destra e ottenere un miglioramento di vita e di lavoro.
Che non era un governo amico l’abbiamo detto da subito, non ne sentiremo la mancanza. Sono bastati due anni, con la sua politica di guerra, di continuità con le leggi antioperaie del precedente governo Berlusconi, di aumento dei costi della politica, per dimostrarsi nemico di classe.
Questo centrosinistra, più centro che sinistra, voleva dare prova di saper governare il capitalismo e per farlo ha scelto di favorire Confindustria e padronato a discapito del proletariato, dei lavoratori, dei pensionati. Ha lasciato le leggi sul lavoro che favoriscono precarietà, infortuni e morti bianche come ha ridotto gli spazi di democrazia sui luoghi di lavoro per ingabbiare e frenare le lotte del movimento operaio. Ha rifinanziato le missioni di guerra in Kosovo ed in Afghanistan e finanziata una nuova in Libano. Ha confermato l’ampliamento della base statunitense a Vicenza e mantenuto i privilegi alla Chiesa cattolica.
Insomma cosa c’è di sinistra in tutto questo? C’è il proseguimento della politica berlusconiana della salvaguardia dei profitti e del passaggio dei profitti alla rendita finanziaria imponendo nuovi e continui sacrifici ai lavoratori.
Con la caduta del governo si sono subito aperti i giochi elettorali con la caccia al centro e ai cattolici, con gli accordi sottobanco per una grande coalizione. Il tutto rivolto a far pagare la crisi ai lavoratori. Infatti, sia Veltroni che ha aperto la sua campagna “francescanamente” in un luogo bucolico, ma anche in quell’Umbria che gli ha garantito 4 legislature; sia Berlusconi che ha scelto il simbolo dei fascisti: piazza San Babila di Milano, si offrono al capitale, paladini di Confindustria che si fa sempre più pressante.
E poi ci sono in ballo trecento milioni di euro, il costo aggiuntivo delle elezioni del 13/14 aprile. La fine legislatura, infatti, non blocca il pagamento dei rimborsi elettorali per il 2006. I partiti continueranno a riscuotere nei tre anni che mancano alla fine naturale della XV legislatura e che si accumulano ai nuovi rimborsi cui avranno diritto per il fatto stesso di correre ed avere eletti tra due mesi (e ciò fa capire la difesa del simbolo e la nascita di nuove liste). E, siccome i partiti spendono molto meno di ciò che ricevono questi rimborsi sono un vero e proprio finanziamento pubblico. Tanto per aggirare il risultato del referendum!
La debolezza e la continua degenerazione delle forze del centrosinistra sviluppano forme di fascismo, alimentano le attività di gruppi squadristi e favoriscono la vergognosa ingerenza del Vaticano. Non bastavano la farsa del family day; l’attacco alla legge 194 (di recente a Lucca una donna all’8 mese di gravidanza abortisce per colpa di uno sfratto coattivo; a Milano un’operaia viene licenziata perché doveva accudire la figlia ecc.); al ’68; né le elucubrazioni sulla famiglia eterosessuale intesa come “agenzia di pace”. Il Vaticano - dopo essere intervenuto attraverso i suoi vescovi in Spagna dove hanno indicato di non votare Zapatero, ma per “una scelta responsabile” – entra a gamba tesa nella politica italiana. Attraverso la Cei manda a dire di votare per i valori cristiani (quali? repressione, proibizioni, guerra ecc.). Quelli di Casini e di Mastella? O quelli di Berlusconi, Fini, Bossi?
Il revisionismo storico porta ad una fascistizzazione della società. A Roma, Verona, Treviso, Firenze, Pisa, Lucca ecc. rigurgiti neofascisti e neonazisti - che si presentano sotto diverse sigle - aggrediscono nelle scuole, minacciano, provocano.
Anche quest’anno si è ripetuta in varie parti d’Italia la strumentalizzazione delle foibe. Nuovo discorso di Napoletano (lo aveva già fatto nel 2007 in continuità col suo predecessore Ciampi), con la martellante disinformazione dei mass-media nazionali e con l’infame propaganda dei fascisti che si sono riappropriati delle piazze, complici le istituzioni comprese quelle del centrosinistra. A Pistoia la provincia ha concesso ad un gruppo di estrema destra la sala intitolata al partigiano Vincenzo Nardi, a Roma, alla Fiamma tricolore era stato concesso il teatro Brancaccio, finanziato dal Comune e attualmente diretto da Maurizio Costanzo (lo ricordiamo nelle liste della P2). Annullato il permesso all’ultimo momento, in seguito alla mobilitazione antifascista, gli squadristi hanno tentato di occupare il teatro esprimendo tutta la loro truce gestualità in piena apologia di reato. Ma loro non vengono denunciati, né caricati, anzi le Forze dell’ordine sono lì a proteggerli. Caricati, denunciati e condannati sono coloro che protestano contro le guerre di aggressione come a Firenze dove, dopo 9 anni dalla manifestazione del sindacalismo di base contro la guerra Nato e del governo D’Alema in Jugoslavia, è arrivata la sentenza: 7 anni (già sembrava eccessiva la richiesta del Pm: dai 4 ai 5 anni)! O come a Bologna dove sono stati inflitti 10 mesi a tre giovani per una scritta sui muri del centro.
La campagna di stravolgimento della verità storica che mette sullo stesso piano antifascisti e nazi-fascisti; combattenti per la libertà ed oppressori, o, peggio, presentano i carnefici come vittime e i martiri perseguitati come aggressori ci porterà ad assolvere il fascismo e alla definitiva denigrazione di chi lo ha combattuto, soprattutto dei comunisti che ebbero un ruolo fondamentale nella Resistenza.
Resistenza e antifascismo, valori e fondamenti del nostro vivere, non a caso dimenticati nel “manifesto” del PD di Prodi-Veltroni (aggiunto in seguito su sollecitazione anche dei suoi stessi aderenti!).
La situazione è ancora più grave alla luce della mancanza di un partito comunista e della frammentazione del movimento comunista tra “Cosa multicolore” che ha fatto sparire la falce e il martello e microgruppi (spesso autoreferenziali) per cui la maggior parte del proletariato non è organizzato. È disorientato e rischia di perdere quella coscienza di classe che è alla base della sua forza di cambiamento. L’unità dei comunisti, a partire dai luoghi di lavoro, resta l’obiettivo da risolvere. Lavoriamo da tempo per questo e non ci stancheremo.

 


30 gennaio 2008 redazione
"giornata del ricordo"

FOIBE E MANIPOLAZIONI STORICHE
Un’operazione anticomunista, complici anche le forze di “sinistra“ che, con un’enorme mistificazione, vorrebbe far credere che le colpe sono uguali e che lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano

Prima i fatti e poi le considerazioni politiche se si vuole tracciare un quadro sufficientemente chiaro delle vicende, compreso le foibe, che si sono succedute in Istria negli anni bui del fascismo e cioè tra il 1920 e il 1945. Un periodo questo particolarmente tragico per la popolazione istriana inserita in un territorio di frontiera di un’Italia asservita al regime fascista e perciò totalmente negata a governare territori plurietnici, plurilingui e multiculturali, spinta a realizzare un programma di oppressione e di snazionalizzazione dei cittadini di etnia diversa da quella italiana.
A partire dagli anni ’20 del secolo scorso lo squadrismo fascista importato da Trieste si rende protagonista di numerosi crimini- dagli assassini di antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Pupo a Buie e altri – alla distruzione delle Camere del lavoro ed all’incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei villaggi croati e sloveni dell’interno. Questi crimini continuarono sotto altra forma dopo l’affermazione del regime fascista: furono soppresse tutte le associazioni culturali, sociali e sportive della popolazione slovena e croata, vennero abolite le loro scuole, cessarono di uscire i loro giornali e i libri scritti nella loro lingua vennero considerati materiale sovversivo. Con un decreto del 1927 venne imposto l’italianizzazione dei cognomi di famiglia, nelle chiese le messe potevano essere celebrate solo in italiano e le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali. Insomma scomparve ogni segno esteriore della presenza di croati e sloveni.
C’è una canzoncina che risale agli anni ’20 e allora in voga tra gli squadristi di Pisino, che il ministro dei Lavori pubblici dell’era fascista Giuseppe Cobolli Gigli volle tramandare ai posteri e che rende bene il clima politico dell’epoca. Il paese di Pisino sorge sul bordo di una voragine che – scrisse Giuseppe Cobolli Gigli –“la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionali dell’Istria”. Quindi chi, tra i croati aveva la pretesa, per esempio, di parlare la lingua materna mettendo così in dubbio le “caratteristiche nazionali” dell’Istria, correva il rischio di finire in una foiba.
La canzoncina (testo in dialetto e traduzione in italiano) diceva:
A Pola xe l’Arena/la Foiba xe a Pisin/che i buta zo in quel fondo/chi ga certo morbin.
(A Pola c’è l’Arena/a Pisino c’è la Foiba/in quell’abisso viene gettato/chi ha certi pruriti).
Da qui si può vedere che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e risale agli anni ’20. Inoltre essi non rimasero allo stato di progetto e di canzoncina di paese. Riportiamo qui di seguito la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924 (dal quotidiano il Piccolo di Trieste del 5 novembre 2001).
“Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro ”coatto“, in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S.Domenico d’Albona. Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell’incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l’italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome, croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini giovani e vecchi e con sistemi incredibili li trascinavano fino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c’erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro (…)”.
Furono circa 60.000 gli slavi che fuggirono dall’Istria nel periodo 1920–1943. Altro odio poi fu seminato dal fascismo quando l’Italia, nell’aprile del 1941, invase la Jugoslavia. La responsabilità dell’Italia fascista è incontrovertibile. Il fascismo e la monarchia seguirono Hitler nell’aggressione alla Jugoslavia, l'Italia pretese un dominio particolare sulla Croazia, appoggiando il capo degli ustascia Ante Pavelic e sovrapponendogli a mo' di sovrano Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto. Per due anni (aprile ’43 settembre ’45) i corpi di armata italiani, sopratutto il Pusteria, e i generali Ambrosio, Roatta, Robotti e Cavallero misero in atto operazioni orrende contro l’armata partigiana di Tito, contro gli ebrei, i musulmani, i serbi e altre minoranze. La ferocia dei generali Robotti e Roatta emerge chiaramente da una serie di documenti. Il generale Robotti a proposito di “sospetti di favoreggiamento“ arrestati, in una nota scritta a mano impose: ”Chiarire bene il trattamento dei sospetti (…). Cosa dicono le norme 4 c e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco! ”Roatta, comandante della 2^ armata italiana in Slovenia e Croazia, nel marzo del 1943 diramò una circolare 3 c nella quale si legge: ”Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì di testa per dente”. E il numero dei civili “ribelli” uccisi dai plotoni di esecuzione italiani fu davvero elevato: circa 200.000 (fonti dello storico Renzo De Felice). È possibile indicare decine e decine di documenti che ci mostrano il volto feroce dell’Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi od occupati nella seconda guerra mondiale. Tra i tanti episodi il più terribile avvenne nella zona di Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa reparti di camice nere e di truppe regolari, irruppero nel villaggio di Podhum all’alba del 13 luglio 1943. Rastrellata l’intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato.Oltre mille capi di bestiame grosso e mille trecento di bestiame minuto furono razziati, 889 persone finirono nei campi di internamento italiani e più di cento uomini furono fucilati nelle cave: il più anziano aveva 64 anni ed il più giovane appena 13.
L’8 settembre 1943, alla notizia della capitolazione italiana, in Istria ci fu una generale e quasi spontanea insurrezione che coinvolse sia la popolazione italiana che quella croata e slovena. Nei giorni immediatamente successivi, mentre su tutto incombe la minaccia tedesca rappresentata da una divisione che scende lungo la penisola istriana, i capi improvvisati del movimento insurrezionale di Parenzo, Rovigno e Albona, tutti italiani, decidono di opporsi con le armi ai tedeschi. Iniziano così le prime azioni di formazioni partigiane italiane in una regione attraversata dalla fuga precipitosa di migliaia e migliaia di soldati e marinai che in tutta fretta abbandonano caserme e installazione militari cercando di intraprendere la strada del ritorno verso le proprie famiglie e ricevendo appoggio e solidarietà concreta proprio da slavi e croati delle zone interne dell’Istria.
Verso la metà di settembre del 1943 cominciano gli arresti. Finiscono arrestati, sia per iniziativa di singoli che per ordine dei comandi partigiani per essere poi consegnati a tribunali popolari, gerarchi fascisti, segretari dei fasci locali, podestà, camice nere, militi del Mvsn, squadristi della prima ora. Ma già dal 24 settembre, di fronte a fenomeni di esecuzioni sommarie e arbitrarie, per iniziativa del comando partigiano di Pisino fu costituito un tribunale militare mobile che interveniva nelle varie località dell’Istria dove erano detenuti i fascisti arrestati. Ma quanti furono i fascisti uccisi e gettati nelle foibe? Oggi la pubblicistica fascista parla indiscriminatamente di vittime civili innocenti, massacrati solo perché italiani inventando cifre di migliaia e migliaia di infoibati per contrapporli ai partigiani torturati e fucilati dai fascisti e dai nazisti, alle popolazioni deportate e internate, ai civili uomini donne e bambini massacrati solo perché sospettati di aver aiutato i partigiani. Parla di genocidio degli italiani puntando sul sensazionalismo, sull’effetto del numero che dovrebbe affermare il concetto di olocausto se non di “martirio olocaustico degli italiani d’Istria“ mentre fonti dell’epoca parlano invece di circa 200 prigionieri fascisti gettati nelle foibe. Solo successivamente questo numero si ingigantisce fino ad arrivare a migliaia e migliaia se non a decine di migliaia di morti nelle foibe.
Altri, politici e “storici“, si sentono investiti della missione di riscrivere la storia arrivando quasi a riconoscere dignità a quanti, fascisti e nazisti, massacrarono e oppressero milioni e milioni di uomini, loro sì responsabili di genocidi e di crimini inenarrabili. Quattro anni di guerra condotta da un esercito potente e crudele, quattro anni di scontri e di massacri, per non parlare del periodo precedente fatto di angherie, soprusi e crimini contro gli oppositori del regime fascista e contro le popolazioni slovene e croate, rappresentano un tempo infinito. L’odio seminato da fascisti e collaborazionisti, fu grande e non dimenticato. Le foibe – e non sarà certo la “Giornata del ricordo“ dedicata alle “vittime delle foibe“ e istituita dal governo Berlusconi per il 10 febbraio a capovolgere questa verità - rappresentano l’inevitabile e meritata risposta popolare a più di venti anni di oppressione fascista e alle atrocità e ai crimini commessi da fascisti, nazisti, collaborazionisti e delatori in quattro anni di una guerra crudele cercata e voluta dal nazismo e dal fascismo. E la prova che i cadaveri  rinvenuti nelle foibe non erano solo di italiani e tanto meno di semplici e comuni civili ce la fornisce la stampa dell’epoca (il Corriere Istriano di Pola e il Piccolo di Trieste) che nei necrologici in occasione della riesumazione e della sepoltura dei corpi recuperati dalle foibe alla fine della guerra, accanto ai nomi e cognomi non solo italiani indica le cariche ricoperte e cioè podestà, segretario del fascio locale, camicia nera, squadrista della prima ora mentre oggi accanto a quei nomi figurano solo professioni e mestieri con l’aggiunta di “vittime della barbarie comunista slava“.
Un’aggiunta fortemente provocatoria per un’operazione bassamente anticomunista che ha visto come compartecipi anche le forze di “sinistra“ (la giornata del ricordo è stata voluta da tutti i partiti) e che vorrebbe, con un’enorme mistificazione, far credere che le colpe sono uguali e che in definitiva lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano.     

 

 

 

 

 


15 gennaio 2008 redazione
vittoria

NO DELLA SAPIENZA A RATZINGER
GRANDE VITTORIA

Un plauso agli studenti della Sapienza che hanno vinto la lotta contro la presenza di Ratzinger all’apertura dell’Anno accademico di un Ateneo dove si studia la scienza, esattamente il contrario di ciò che intende il papa.
Non è intolleranza, è un diritto. Ed è la dimostrazione che nelle lotte, quando si è decisi e compatti, si vince.
Non è bastato il servilismo del Rettore (che gli avrebbe procurato anche tanto prestigio in questo periodo di crisi e concorrenza universitaria), probabilmente affiliato a Comunione e Liberazione, a imporre questa presenza che già occupa giornali e televisione, soprattutto la rete 1.
Il Papa vada a parlare nei suoi ambienti, nelle sue chiese, negli ambienti che gli sono propri.
Perché dobbiamo essere noi i “privilegiati” e non va nelle Università di altri Paesi europei?
Il Papa, portatore di dogmi e di valori reazionari e oscurantisti, col suo gesto di rinuncia passerà per martire, sostenuto da un’ondata di ipocrisia: dal Presidente ai politici, ai mass-media che fa veramente vergognare.
Non abbiamo bisogno di un Paese confessionale come l’Iran o altri così tanto criticati dagli stessi sostenitori di Ratzinger, l’Italia è una Repubblica laica, quindi nessuna “figuraccia” (quella c’è già con la spazzatura della Campania) per il paese come sostiene Mastella, semmai la figuraccia la sta facendo sua moglie… Nessuna “ferita per tutti” come dice Fini, la ferita sarà per quei leccabalaustre che poi nella vita privata fanno i propri comodi: divorziano, fanno figli fuori dal matrimonio, sono a favore delle violenze ecc.  Berlusconi si “limita” a denunciare la “campagna anticlericale in un’Italia umiliata” (proprio lui che l’ha più che umiliata con le provocazioni e la violenza del G8). Magari!!! Sarebbe proprio ora di smascherare tutte le malefatte e le falsità del Vaticano.


18 dicembre 2007 redazione
editoriale

Il marxismo è la teoria che libera
la classe sfruttata

Siamo arrivati alla conclusione di un altro anno in un momento in cui ci dibattiamo tra carovita, caropetrolio, carobollette (che si mangiano la tredicesima), disoccupazione, pessima qualità della vita e di lavoro dovuta anche alle scelte di guerra e armamento. Le masse popolari tirano la cinghia, ma evidentemente c'è ancora un margine per andare avanti. Fino a quando? Non si può dire, ma la stessa borghesia e la Chiesa - che sanno cosa rischiano - prevedono che qualche ribellione può arrivare.
E allora ecco che si reprimono i lavoratori più combattivi sui luoghi di lavoro tacciandoli di terrorismo, con la complicità dei sindacati confederali; ecco aumentare i rigurgiti fascisti nelle scuole e nelle piazze; ecco arrivare la "pastorale" del Papa. In questo mondo capitalistico dove la crisi generale colpisce a tutti i livelli il proletariato e le masse popolari, cosa scrive il Papa? Che "il marxismo e l'ateismo hanno lasciato distruzione".
Certo è veramente duro il rospo da ingoiare anche dopo 90 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre, ne abbiamo parlato il mese scorso. Ma la paura che emerge da queste "pastorali" sul ritorno al socialismo ci fa ben sperare. Sperare che i lavoratori prendano sempre più coscienza della propria capacità e della propria forza e mandino a casa tutti i parlamentari e con loro il padronato e il Vaticano. Purché, disillusi dal governo di centrosinistra, non cadano nella trappola dell'alternanza offerta dal cretinismo parlamentare e votino per la destra, seguano il populismo di vecchi e nuovi "uomini qualunque" o di "uomini della provvidenza" come Veltroni.
Marx non ha dimenticato l'uomo privilegiando l'assetto economico - come sostiene - Ratzinger - ma ha messo al centro della sua analisi l'uomo sfruttato da un'aristocrazia e da una borghesia che negava i principi fondamentali dell'uomo sostituiti dai diritti della proprietà privata. E per dimostrare scientificamente che la sua denuncia non era frutto di un'affermazione di principio moralistica, ma di un'analisi della realtà, Marx si è basato sull'economia classica. Analisi tuttora valida e ancora troppo poco conosciuta dalla maggioranza della forza lavoro. In quanto all'attacco all'ateismo basta rispondere con l'operato della Chiesa nei numerosi processi storici, con le benedizioni dei gagliardetti fascisti e con la continua negazione delle libertà delle donne che non l'ha certo schierata dalla parte dei più deboli. E continua. Con la sua storica ipocrisia del porgi l'altra guancia si schiera sempre dalla parte dei forti, del capitalismo e dell'imperialismo, attaccando il marxismo.
La lotta di classe non si è affatto esaurita. La borghesia odia chi sfrutta perché sa che gli oppressi, se coscienti e organizzati, possono abbatterla ed eliminarla. Ma dall'organizzare la classe operaia e tutti gli sfruttati la "sinistra" alla ricerca di una "cosa rossa" è sempre più lontana. Mette in soffitta la falce e il martello creando - come se ce ne fosse bisogno - ancora più confusione tra i propri militanti in nome di un'unità puramente elettorale. I Ds sciolti nel Pd portano alla Margherita il patrimonio immobiliare, oltre alle sezioni, le Case del popolo che si trasformeranno definitivamente.
L'esperienza non certo esaltante del governo di centrosinistra che ha confermato la svendita del territorio agli Stati Uniti con Dal Molin e la concessione dell'installazione di un pericoloso sistema di radar a Sigonella; che non ha abolito le leggi liberticide del centrodestra, anzi l'ha rincorso in materia di ordine pubblico, apre spazi di agibilità alle forze fasciste (che prendono in mano pure le proteste corporative di taxisti, metronotte, camionisti) e a Berlusconi che, preso da un attacco di Peronismo, gira le piazze incitando le masse dal predellino di una... Mercedes. Ovviamente!
L'apoteosi delle morti bianche, cioè l'incidente alla TyssenKrupp, diventata colosso mondiale dell'acciaio con il commercio di armi ai nazisti, dove hanno perso la vita cinque operai ha fatto scoprire l'esistenza della classe operaia. Fiumi di parole parlate e scritte, finte lacrime dei sindacati confederali che nulla hanno fatto e nulla fanno per porre fine allo sfruttamento.
Ci sono voluti questi morti per sapere che gli operai erano costretti a turni massacranti, a straordinari, che in fabbrica gli idranti erano rotti e molti estintori scarichi. Ma la strage continua. Negli stessi giorni altri lavoratori morivano nelle ferrovie, nei cantieri di Milano, Roma, San Casciano e nel silenzio mediatico e istituzionale perché ormai è la normalità. Sono 1007 al momento in cui scriviamo i morti sul lavoro ai quali si aggiungono coloro che perdono la vita o si ammalano per aver lavorato con l'amianto e i disoccupati che si suicidano. Tutto in virtù del massimo profitto. I capitalisti, non paghi di spremere dagli operai il plusvalore che li arricchisce sempre più, ne dispongono anche della vita.
Non si può morire di lavoro e da lavoro. Le condizioni di sfruttamento pongono il problema della partecipazione, del controllo operaio. Se è giusto scioperare per il rinnovo del contratto, per gli aumenti di salario, è anche giusto verificare le condizioni di sicurezza e denunciarle fino a scioperare quando non vengono rispettate dall'azienda, reagendo e rispondendo compatti senza cedere ai ricatti del padrone che considera gli operai solo carne da macello.

 

 

 


8 dicembre 2007 ricevuto
comunicato

STRAGE ALLA THYSSENKRUPP DI TORINO:
IL COSTO DEL PROFITTO
 

4 operai morti, bruciati vivi, altri 3 in condizioni gravissime con ustioni sul 90% del corpo; altri, più “fortunati” se la sono cavata solo con qualche bruciatura.
Nella fabbrica il padrone, con la complicità dei sindacati confederali, aveva imposto turni di lavoro di 12 ore. Alcuni degli operai uccisi lavoravano con 4 ore di straordinario alle spalle.
Nella fabbrica, in smobilitazione e destinata a chiudere a settembre, si risparmia sulla manutenzione e sulla sicurezza. Spremendo dai 200 operai rimasti la produzione che fino a luglio era fatta da 385, la multinazionale ThyssenKrupp incrementa i propri profitti con turni anche di 16 ore. Questo ennesimo “incidente” ha colpito l’opinione pubblica per le modalità con cui è avvenuta: operai bruciati vivi come se fossimo ancora nell’800.

Questa, invece, è la “modernità” del capitalismo.

Da sempre per il capitale gli investimenti devono servire ad aumentare i profitti e ciò che non rende è capitale “morto”. Muoiano quindi gli operai pur di non spendere qualche euro in più in prevenzione e sicurezza.
Ora tutti piangono lacrime di coccodrillo. I padroni, definendo questa ennesima strage un “fatale incidente”; i politici borghesi parlando di “piaga inaccettabile” ma dimenticando di dire che nel 2006, mettendo nell’indulto l’omicidio colposo per cause di lavoro, hanno garantito l’impunità ai padroni e ai loro dirigenti; i sindacati confederali che accettano come legittimo il profitto e a questo subordinano ogni piattaforma sindacale e ogni legge sul lavoro, siglando in ogni accordo il peggioramento delle condizioni di lavoro.

Come sempre succede in questi casi, finito il clamore e la protesta operaia,  i padroni se la caveranno con un risarcimento pagato dalle assicurazioni.
I dirigenti della Thyssenkrupp, recidivi e già condannati 4 anni fa per incendio colposo, allora se la cavarono con due patteggiamenti.
Portare a casa un salario nella guerra quotidiana fra capitale e lavoro è sempre più rischioso.
Nel 2006, sono stati 1.302 i lavoratori morti per arricchire i loro padroni, 28 in più del 2005 e nel 2007 si prevede un nuovo “record”. Anche le malattie professionali non tabellate sono in aumento, dal  71% del 2002 all’83% del 2006.
Dietro ai morti sul lavoro c’è la brutalità e la violenza del sistema capitalista. Protetti dalle leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione, in nome del libero mercato e del profitto, i capitalisti hanno impunità e licenza di uccidere.
Negli ultimi anni la condizione operaia è peggiorata costantemente.

L’aumento dello sfruttamento e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro sono la causa principale dell’aumento degli infortuni e dei morti sul lavoro.

Con il ricatto del posto di lavoro e la riduzione dei salari reali, subordinati alla produttività, i padroni ci costringono a lavorare sempre di più e sempre peggio.

ECCO COSA SONO GLI OPERAI NEL SISTEMA CAPITALISTA: CARNE DA MACELLO…

Solo in una società socialista dove si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, eliminando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è possibile mettere i lavoratori e la vita umana al primo posto creando le condizioni per mettere al bando i morti sul lavoro e di lavoro.
SOLIDARIETÀ PROLETARIA AI LAVORATORI MORTI E FERITI E AI LORO FAMILIARI
RICORDIAMO I NOSTRI COMPAGNI ASSASSINATI DAL CAPITALISMO ORGANIZZANDO ASSEMBLEE, FERMATE DI PROTESTA NELLE FABBRICHE E NEI LUOGHI DI LAVORO
COSTRUIAMO UN COORDINAMENTO NAZIONALE DEGLI OPERAI, DEI PROLETARI E DEI LAVORATORI COMUNISTI PER COMINCIARE AD ORGANIZZARE UNITARIAMENTE LA LOTTA CONTRO LO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA E PER IL SOCIALISMO

Coordinamento Lavoratori Comunisti
lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


7 novembre 2007 redazione
editoriale

90° DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

IL MOTORE DELLA STORIA

 

Ogni anniversario della Rivoluzione d’Ottobre è occasione di menzogne e bugie revisioniste e opportuniste per denigrarla. Per questo importante 90° Anniversario e con il centrosinistra al potere le trasmissioni radiotelevisive si sono scatenate. Calunnie e mistificazioni denunciate anche in Senato, da Fosco Giannini, in un clima reazionario di insulti. La borghesia proprio non manda giù questa sconfitta storica che ha messo a nudo la sua debolezza nel rappresentare come unica e universale la sua “civiltà”.

I tentativi di soffocamento della rivoluzione bolscevica sono innumerevoli: dall’impiego delle armate di tutte principali potenze imperialiste, che allora si chiamava Intesa, e successivamente con le armate naziste nella seconda guerra mondiale, ma tutti i piani si sono infranti contro il muro della rivoluzione proletaria e della sua Armata Rossa.
Nel 1917, sulla strada aperta dalla Comune di Parigi 46 anni prima, per la prima volta il Proletariato ha preso il potere, ha instaurato un nuovo Stato basato sui Soviet. Il proletariato ha esercitato il suo potere prendendo in mano i principali mezzi di produzione sottraendoli alla proprietà privata, distribuito la terra ai contadini, nazionalizzato le banche, proposto un decreto sulla pace ed una serie di diritti civili che hanno emancipato la donna. Ciò creava quella forza che ha permesso al Partito Comunista di dirigere milioni di uomini e donne – sopportando i più grandi sacrifici - nella resistenza agli attacchi feroci della borghesia e delle sue armate.
“Prima il proletariato rivoluzionario abbatta la borghesia, spezzi il giogo del capitale, frantumi l’apparato statale borghese, e allora il proletariato, ottenuta la vittoria, potrà rapidamente attrarre dalla sua parte le simpatie e l’appoggio della maggioranza delle masse lavoratrici non proletarie soddisfacendone i bisogni a spese degli sfruttatori” sono le parole chiare e lungimiranti di Lenin in polemica con chi voleva ottenere i cambiamenti e la conquista della maggioranza della popolazione tramite il voto parlamentare. E questo è stato fatto dal partito bolscevico!
Capitalisti, borghesi, clero e revisionisti sono oggi impegnati a dimostrare che “l’orrore comunista” è stato un errore della storia che non si potrà ripetere, soprattutto dopo il crollo dell’URSS, ribadendo come unico modello di vita quello basato sul mercato, sul merito e la competizione, sulla supremazia della proprietà privata unica ed inviolabile sorgente di vita civile.
Già Lenin diceva: “il capitalismo non sarebbe capitalismo se, da una parte, non condannasse le masse a uno stato di abbrutimento, di oppressione, di intimidazione, di divisione e di ignoranza e se dall’altra, non mettesse nelle mani della borghesia l’apparato gigantesco della menzogna e dell’inganno, della mistificazione in massa degli operai e dei contadini, del loro istupidimento ecc.”.
Ciononostante milioni di comunisti e di proletari in tutto il mondo sono orgogliosi di fare parte di quel grande Partito Internazionale che novanta anni fa ha iniziato una nuova epoca, quella delle rivoluzioni proletarie, dell’abbattimento del capitalismo e dell’imperialismo, l’epoca della realizzazione della dittatura del proletariato sulla borghesia quale forma più alta di democrazia.
L’attacco scomposto e isterico contro la Rivoluzione d’Ottobre e i comunisti viene portato avanti dalla borghesia, memore della storia, nella coscienza che il pericolo incombe. L’Europa di Maastricht studia come mettere fuori legge i simboli della lotta di classe, del riscatto degli sfruttati equiparandoli a quelli del nazismo, il capogruppo Udc alla Camera, Luca Volontè, propone l’introduzione del reato di apologia del comunismo. Gli fa eco Veltroni con il parallelo tra comunismo e nazismo riferendosi a Pol Pot, il capo dei Khmer rossi cambogiani sul cui sterminio non ci sono certezze.
Non va meglio nell’ex Urss dove sono stati aboliti i festeggiamenti del 7 novembre sostituito da due anni con la Festa dell’unità nazionale che, proprio il 4 novembre, ha visto scendere in piazza l’estrema destra russa. Né in Cecoslovacchia ed in Ungheria dove i comunisti sono perseguiti e processati.
Lo sviluppo imperialista porta con sé sempre maggiori divisioni e contraddizioni tra capitalisti in competizione tra loro; porta a guerre locali come preparazione di scontri sempre più ampi e devastanti, che inevitabilmente porteranno ad un indebolimento dell’intera classe borghese mentre, dall’altra parte, la classe operaia continua a crescere sia numericamente che intellettualmente, i popoli dei paesi più poveri non accettano più l’oppressione e lo sfruttamento secolare dei paesi ricchi. La rivoluzione ed il socialismo rappresentano sempre più l’unica via di sviluppo dell’umanità.
La contraddizione tra capitale e lavoro, infatti, diventa sempre più acuta, insanabile e inconciliabile. Le teorie riformiste si infrangono contro la realtà di tutti i giorni e ciò conferma che il capitalismo non è riformabile ma che deve essere abbattuto.
Nel nostro paese la necessità della borghesia di esercitare meglio il potere e imporre alle masse popolari il peso della crisi pone alle forze politiche istituzionali il problema della governabilità, attraverso decisionismo e repressione, Da qui tutti i movimenti per il Partito Democratico, e per la “Cosa rossa” - prossima sinistra europea - da un lato ed il partito delle libertà dall’altra. Una cosa è certa: la classe operaia ed il proletariato non hanno la loro rappresentanza politica e neanche quella sindacale.
La necessità del partito comunista è sempre più pressante, ma questo deve essere il Partito della classe operaia, non dei cittadini, né dei movimenti, anzi deve essere una parte di essa, quella più combattiva e cosciente che si organizza in partito politico.
Questo deve diventare il nostro impegno per attualizzare la Rivoluzione d’Ottobre perché solo il reparto cosciente e organizzato della classe operaia è in grado di superare la frammentazione e il gruppettarismo spesso settario e fine a se stesso che ha pervaso i comunisti in questi ultimi anni, permettendo all’avversario di classe in tutte le sue sfumature di lavorare indisturbato nella disgregazione dei ranghi proletari.
Riprendere la via tracciata dalla Rivoluzione d’Ottobre – grazie alla quale è stato sconfitto il nazi-fascismo, ha portato alla vittoria la Resistenza partigiana in Italia, enormi masse si sono liberate dal colonialismo e dalle dittature - è possibile, anzi necessario, per superare le difficoltà e le esitazioni e per passare da piccoli gruppi isolati e divisi ad un unico autentico e autorevole Partito Comunista nella stessa convinzione che abbiamo oggi - come aveva Lenin al primo Anniversario della vittoria della Rivoluzione -: “… qualsiasi cosa accada, quali che siano le calamità che gli imperialisti possono ancora provocare, essi non si salveranno. L’imperialismo perirà e la rivoluzione socialista internazionale vincerà malgrado tutto! “

  

 


30 ottobre 2007 redazione
manifestazione

sabato 10 novembre

a partire dalle h. 16.30, presso il Villaggio Globale di Roma si svolge la manifestazione per il 90° anniversario della Rivoluzione Socialista d’Ottobre.
Per quanto riguarda lo svolgimento dei lavori
L’assemblea inizierà non più tardi delle 17. Vi sarà una presidenza composta dai promotori che aprirà l’assemblea e leggerà una relazione introduttiva comune. Seguiranno gli eventuali interventi delle singole forze promotrici ed aderenti, che avranno la precedenza su quelli dei non-aderenti presenti in sala (salvo il caso di compagni che devono ripartire). Gli interventi dovranno essere contenuti entro i 10-12 minuti (max. 4 cartelle scritte con Times New Roman 12), per dar modo a tutti di parlare. Relazioni più ampie potranno essere illustrate o sintetizzate nello stesso tempo e successivamente consegnate alla presidenza per la pubblicazione di un fascicolo interamente dedicato al 90° anniversario che conterrà relazioni, interventi, comunicati, messaggi, ecc. e sarà inviato in forma elettronica agli interessati.
Fra un intervento e l’altro sarà data lettura di comunicazioni e/o messaggi di partiti ed organizzazioni esteri.
Chiunque abbia intenzione di intervenire è bene che si prenoti fin da subito facendolo presente a questo indirizzo e-mail.
Al termine dell’assemblea (h. 20.30-21) si potrà cenare a prezzi popolari in una sala vicina. Verso la fine della cena inizierà, nello stesso locale, lo spettacolo teatrale, ed a seguire canzoni di lotta.
indicazioni
Il Villaggio Globale è così raggiungibile: dalla stazione Termini prendere il bus 170 (parte ogni 12’) e scendere alla fermata di Largo Giovan Battista Marzi. Proseguire a piedi in direzione di Ponte Testaccio (60 mt.) e quindi  sempre diritti sul Lungotevere Testaccio, fiancheggiando l’ex mattatoio, per altri 100 mt. circa, fino all’ingresso del Villaggio Globale (la strada è riconoscibile per la presenza di un campo nomadi).
In alternativa: prendere dalla stazione Termini la metro B, direzione Laurentina, scendere alla fermata “Piramide”, raggiungere a piedi Via della Piramide Cestia e prendere l’autobus 719 per 5 fermate, fino alla fermata di Largo G.B. Marzi. Da lì come sopra.
Per chi viene in auto: si può parcheggiare in Via di Monte Testaccio, alle spalle del Villaggio Globale.
Tutte le realtà aderenti avranno la possibilità di esporre libri, giornali, documentazione ecc.
A tutti i partecipanti è chiesta una libera sottoscrizione che serve a coprire le spese di propaganda e di organizzazione dell’iniziativa. I compagni che necessitano di un posto letto per la notte del 10 devono avvisare il più presto possibile a novantesimoanniversario@yahoo.it.


2 ottobre 2007 redazione
editoriale

CLASSE CONTRO CLASSE
Francesco Rutelli è invitato a Monza per una premiazione e vi si reca con un volo di Stato (per la Formula Uno questo ed altro!). Mastella ne approfitta e si porta al seguito figlio e amici. E per par condicio sale sull’aereo anche Renzo Lusetti (anche lui ha iniziato la sua carriera politica nella Dc) con relativo figlio. Perché? Il bambino aveva la febbre e lui dice: “qualsiasi padre farebbe di tutto per il figlio malato”. Sì però non c’è un padre lavoratore che possa chiedere un passaggio sull’aereo di Stato perché il figlio non sta bene.
E, tra mogli, figli, amici e portaborse l’aereo si è riempito, forse volevano ammortizzare il costo del viaggetto: solo 20mila euro, spesi dopo mesi e mesi di bla bla sui costi della politica. Troppi privilegi, troppa arroganza, troppa furbizia. Intanto le famiglie sono sempre più in crisi. Si parla dei mutui a rischio nella “libera” America, ma in Italia è calcolato che 3,5 milioni hanno difficoltà a pagare mutui e affitti (che assorbono il 30% del reddito). Con il petrolio alle stelle (anche se lo paghiamo con un euro forte) e il continuo aumento delle bollette – che precede quelli di pasta, pane, carne ecc. - sarà un inverno gelido, una vera e propria stangata che non potrà certo essere arginata dal “bonus”, l’elemosina della Finanziaria.
Scandaloso il volo a Monza? Se Montezemolo invita dovrebbe pure pagare ma lui – come tutti gli industriali - è abituato solo a chiedere e non contento di ciò che già gli viene concesso sul fronte delle tasse, risparmia pure il viaggio dei politici. Ma lo scandalo vero è che per “rientrare nei parametri” imposti da Maastricht e per pagare il debito pubblico accumulato dai tempi di dominio della Dc, il governo non bada alle spese istituzionali, ma insiste sul taglio delle già minime pensioni. Presenta un piano welfare da fame, attacca i metalmeccanici che si ribellano, è arrogante di fronte alla protesta degli operai Fiat, presenta una Finanziaria che assicura alla Nato il 2% del Pil, cioè l’1% in più; stanzia 500 milioni di euro in più per la “sicurezza”; incrementa di 7-8.000 unità le varie Forze dell’ordine. Che, oltre ad essere utilizzate per addestrare le polizie delle neocolonie sulla base delle tecniche utilizzate a Genova nel 2001, garantiranno che alcun lavavetri o Rom sfugga dalle grinfie di Amato e dei sindaci di centrosinistra.
Il ministro della Difesa, Parisi “per non fare trovare in gravi difficoltà le missioni all’estero” porta i costi della nostra “proiezione bellica” da 18 a 36 miliardi.
Che la gente sia stufa dello strapotere anche di quello del centrosinistra - che ha deluso tutti coloro che più o meno per ordine di partito lo hanno votato - è emerso dalle piazze riempite da Grillo. Che da comico era già diventato un po’ “santone” e ora, con il suo Vday è entrato in modo dirompente, oltre che nelle piazze – facilitato dalla sua popolarità -, nei mass-media ed ha mandato in fibrillazione il mondo politico - che non si era ancora ripreso dalla bocciatura di Fiom dell’accordo di luglio.
Tutti hanno cercato di demonizzarlo. Il Vaticano, che ha sempre taciuto col governo Berlusconi e ormai si pronuncia su tutto, ha cavalcato la tigre e per bocca del presidente Cei, Bagnasco osserva che l’Italia è spaesata e in crisi morale e che il clima di materialismo tende a sfilacciare le persone.
Fassino urla pateticamente che “dobbiamo restituire al paese la buona politica”, mentre consegna il suo partito ai democristiani. In controtendenza persino con la Svizzera dove i comunisti recuperano, grazie ai giovani, il nome originario del partito comunista dichiarato fuorilegge nel 1940 e risorto nel dopoguerra come Partito del lavoro.
Solo che tutti quelli che sono stati travolti dal ciclone possono dormire sonni sereni perché la proposta di Grillo è debole, non è certo rivoluzionaria (Mauro Mazza può stare tranquillo). Tra demagogia e populismo, con il rischio del qualunquismo dietro l’angolo, da Grillo emerge però un elemento reale: la partecipazione attiva. Proprio quello che è mancato negli ultimi anni, grazie alla linea verticistica adottata da tutti i partiti che utilizzano iscritti e lavoratori solo quando la mobilitazione è funzionale alla politica dei leader.
Non si tratta, quindi, di fare antipolitica, ma di antipartitismo sì, in un’Italia dove - in nome del bipolarismo tanto sbandierato - continuano a nascere partiti (siamo a quota 46 se non sbagliamo). E anche quelli che si uniscono lo fanno sul piano federativo per poter mantenere ciascuno le proprie poltrone.
La democrazia non si misura con il numero dei partiti che sono strumento di tornaconto di alcuni individui (ora va di moda il termine casta) a discapito delle grandi masse lavoratrici.
È vero che tutti i politici sarebbero da mandare a casa come suggerisce Grillo, ma ci vuole un’alternativa. Un’organizzazione che prenda in mano la situazione. Quando si distrugge bisogna pensare a ricostruire e non è facile.
È quello che noi proponiamo da sempre: costruire il nuovo partito comunista degno di questo nome da troppo tempo e da troppi mestatori usurpato e infangato. Il partito della classe operaia che, con la sua lotta contro la proprietà privata dei mezzi di produzione e contro la borghesia, difenda gli interessi di tutte le masse lavoratrici e popolari.
Mandare a casa i politici non ci preoccupa né ci scandalizza convinti come siamo che questo Stato borghese sia da abbattere e sostituire con uno Stato proletario e rivoluzionario che imponga la propria democrazia basata sull’egemonia del proletariato. Capace di mandare a casa non solo i “servi”, ma di eliminare i loro padroni e mandanti: i capitalisti, il potere finanziario, il clero.


30 agosto 2007 redazione
vergogna

Che vergogna!!!
STIPENDI D’ORO E VOGLIONO FARCI CREDERE CHE L’AUMENTO DELLE PENSIONI (circa 1 euro al giorno) È UN SUCCESSO!

Mentre si prospetta un autunno di rincari: dal pane alla pasta, alla carne e continua lo stillicidio della disoccupazione, il governo sbandiera l’aumento delle pensioni per
3,4 milioni di pensionati. Il provvedimento riguarda chi ha più di 64 anni ed è titolare di un reddito inferiore o pari a 8.500 € l’anno (circa 654€ mensili, pari ad una volta e mezzo la pensione sociale di 436€). L’aumento sarà liquidato nel prossimo novembre in un’unica soluzione, per forza, visto che oscillerà fra i 262€ (20,15 € al mese) e i 392 € (27,85 € al mese). L’anno prossimo crescerà fino ad un minimo di 336 € (25,84 € al mese) e un massimo di 504 € (38,77 € al mese).
Dal 1° gennaio 2008 aumento da 559 € a 580€ (21€ al mese) per coloro che hanno almeno 70 anni e ricevono una pensione o un assegno sociale o trattamenti assistenziali per invalidi civili, ciechi e sordomuti.
Bravi, si sono sforzati davvero”!
Ma al singolo pensionato quanto viene al mese? Neppure un euro. Parlamentari e politici di governo - che non pensano minimamente a diminuire le spese statali e gli sprechi - hanno dichiarato che finalmente si è pensato ai più deboli. E allora pensiamo che per un pasto consumato alla “mensa” del Parlamento dove gli eletti pagano solo 9 € (rispetto al suo valore di 60 €), lo Stato copre i rimanenti 51 €, quasi il doppio dell’aumento mensile delle pensioni minime.
E sono sempre loro ad acquistare lussuosi appartamenti a prezzi di favore mentre i comuni mortali sono costretti ad anni di sacrifici per pagare mutui sempre più cari.
E c’è chi, tra i parlamentari che, abituati come sono (dovrebbero spiegarci come si fa a campare con quelle cifre) dichiara che nell’ipotesi in cui in sede di approvazione in Parlamento dell’accordo raggiunto a luglio, fossero richiesti e concessi ulteriori aumenti, “voterebbe contro”, aggiungendo: “Chi fa queste richieste punta a proteggere gli interessi di alcune categorie senza farsi carico dell’insieme” e tacciono sui vantaggi agli industriali e alla Chiesa (che ha il coraggio di ribellarsi!). Ma questi 3,4 milioni di cittadini non fanno parte dell’insieme?
Poi alla vergogna, si aggiunge vergogna.
I governanti ci illudono sulla ripresa economica e lo sviluppo, in realtà viviamo una crisi profonda, per giustificare i loro continui aumenti. A fronte di 1 euro al giorno per i pensionati ai consiglieri regionali vanno – per effetto di una legge nazionale – 320 euro in più, al mese! E tutti i discorsi di qualche mese sui costi della politica? Non c’è bisogno di scervellarsi molto per capire perché c’è la corsa alla politica istituzionale, infatti già molti (a partire dalla Lega) hanno giustificato l’aumento se si fa il proprio lavoro, e perché la “sinistra” va sempre più a destra!


29 luglio 2007 redazione
solidarietà

GRAVE PROVOCAZIONE CONTRO UN DELEGATO R.S.U.
LICENZIATO IL COMPAGNO FRANCO

Nel mese di luglio, con un banale pretesto, l’azienda SACECCAV SpA di Desio ha licenziato in tronco Franco Zanon.
Il compagno Franco, delegato sindacale FIOM, da anni impegnato in prima fila nel movimento operaio nel difendere gli interessi e i diritti dei suoi compagni di lavoro, ha pagato con il licenziamento l’opposizione ai piani di ristrutturazione che l’azienda da tempo ha messo in atto.
Franco da tempo era nel mirino della direzione per la sua attività sindacale. L’azienda, prendendo a pretesto il fatto che, mentre era fuori sede per servizio, si era fermato alcuni minuti ad un CAF per consegnare il 730 senza aver avvisato preventivamente, gli ha inviato una lettera di contestazione e, subito dopo, quella di licenziamento in tronco.
In questi ultimi anni, con il sistema della “cessione di ramo d’azienda” la Saceccav è stata spezzettata in più società a discapito della “funzionalità” e di una “efficiente organizzazione aziendale”.
Tutto ciò ha portato ad una perdita di diritti sindacali per alcuni gruppi di dipendenti e a forti preoccupazioni nei lavoratori per il loro futuro. A questo si aggiunge il fatto che uno dei delegati RSU, ex collega di Franco (licenziato), è stato promosso al rango di amministratore delegato di una delle società nate dallo scorporo.
Come si vede, anche in questo caso, il padrone usa sempre due pesi e due misure: da un lato repressione e licenziamenti alla prima occasione per i delegati combattivi che, difendendo gli interessi e i diritti dei lavoratori, ostacolano la “pacifica accumulazione dei profitti”; dall’altro premi e promozioni per i fedeli “cani da guardia” che agevolano e difendono gli interessi padronali.
Davanti a questo grave attacco ad un delegato RSU, ai diritti sindacali e dei lavoratori, FIM-CISL e FIOM-CGIL hanno fatto un comunicato di denuncia dell’operato aziendale, ma l’ufficio legale della CGIL, dopo aver aperto la procedura di conciliazione, necessaria e preliminare ad ogni causa di lavoro, sembra orientato a rinunciare a fare causa ex art. 28 (comportamento antisindacale), limitandosi ad avviare la procedura ordinaria e l’art. 700 (procedura d’urgenza) per il prossimo mese di settembre.
Il Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” esprime la sua più viva solidarietà di classe e si schiera accanto al compagno Franco colpito dalla repressione padronale.
Nessuna azione repressiva deve passare sotto silenzio, l’attacco padronale a chi è in prima fila nella lotta è sempre il primo passo dei padroni per eliminare i possibili organizzatori dell’opposizione anticapitalista nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro.

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli

Sesto S.Giovanni


23 luglio 2007 redazione
editoriale

SQUARCI SUL LUGLIO 2001
MA NON CI BASTANO, LA LOTTA CONTINUA

Sono passati 6 anni da quel luglio 2001 e in quella vicenda si apre uno squarcio. Su quel disegno repressivo noi non abbiamo mai avuto dubbi. C’eravamo a Genova e abbiamo vissuto quel che è successo, poi c’era il governo Berlusconi, il ministro Fini nella sala operativa e anche il capo di Polizia De Gennaro. Che, una volta emerso il suo coinvolgimento nel blitz alla Diaz è passato al nuovo incarico come capo di gabinetto del ministero dell’Interno, praticamente promosso dal governo Prodi e sostituito con Antonio Manganelli, gradito al Prc perché non era a Genova (però lui era assente perché in ferie!).
E proprio dalla sala operativa oggi sono venute alla luce delle telefonate tra le forze “dell’ordine” – che a Genova hanno procurato solo disordine e morti – che non ci indignano perché sappiamo da che parte sta la polizia, ma ci confermano la presenza di attivisti fascisti al suo interno.
Il vicequestore, Michelangelo Fournier, si pente dopo ben sei anni e in aula confessa di aver taciuto per vergogna e spirito di appartenenza. Testimonianza tardiva, ma che conferma, anche con particolari significativi come quello del poliziotto che ha mimato un atto sessuale su una ragazza che perdeva materia cerebrale, ciò che il movimento contro la guerra ha da subito sostenuto. Il blitz, come le cariche in piazza e l’uccisione di Carlo Giuliani sono stati una prova di forza del governo Berlusconi ben sostenuto dalla sua coalizione, a partire dal fascista Fini. Fournier definisce quella carneficina fascista una “macelleria messicana”, espressione che rievoca le parole usate da Ferruccio Parri, primo presidente del Consiglio e capo di un governo di unità nazionale per descrivere l’esposizione in piazzale Loreto di Mussolini & soci il 25 Aprile 1945. Non è la stessa cosa. L’esposizione di Mussolini è del tutto condivisibile, quello di Genova è stato un deliberato atto di forza su civili inermi.
In questo anniversario il Coisp, Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia (indipendente da chi e da che cosa?) voleva sfilare a Genova dove ha organizzato un dibattito dal titolo “L’estintore come strumento di pace” – sicuramente di difesa, vista la situazione del 2001 -. All’iniziativa partecipa l’ex carabiniere, ricompensato da Berlusconi con l’unico premio che conosce, quello dei soldi, Mario Placanica, ovvero l’assassino di Carlo. Quindi altra dimostrazione – se ce n’era bisogno – che nelle forze di polizia si annidano facinorosi fascisti. Che, insieme con quelli che siedono in Parlamento e con quelli delle formazioni di manovalanza (braccio armato della reazione), ci fanno ben capire quanto bisogno ci sia di mantenere vivo l’antifascismo militante.
Sono mesi, ormai, che le squadracce nazifasciste rialzano la testa colpendo giovani dei centri sociali, sedi – persino quelle del Prc -, sfregiano lapidi dei partigiani, si lanciano al grido di duce, duce contro il pubblico di un concerto, quello di Villa Ada del 29 giugno.
A Firenze, dove i fascisti si presentano difensori della sicurezza, pochi giorni dopo un’assemblea fallita per la mobilitazione di “Firenze antifascista”, sapientemente strumentalizzata dalla stampa locale, si sono scatenati con minacciose scritte sui muri contro il sindaco e l’assessore alla sicurezza pubblica, siglate da svastiche. Immediate le reazioni di solidarietà e condanna da parte dei politici, gli stessi che hanno solidarizzato qualche giorno prima con l’ex picchiatore del Msi, Totaro ora senatore contestato dagli antifascisti, processato e assolto per aver definito il gappista fiorentino, Medaglia d’Oro al valor militare Bruno Fanciullacci un vigliacco assassino. Insulto che non ha indignato nessun politico istituzionale.
La “condanna” che emerge in alcuni casi di fronte alle violenze fasciste è pura ipocrisia. È una reazione superficiale e priva di contenuti – come lo sono le celebrazioni retoriche degli anniversari (a pochi giorni dal 27° anniversario della strage di Bologna si mette in discussione la colpevolezza degli unici due fascisti condannati…) – e della volontà di scoprire le verità. È sempre più evidente che chi arriva alla politica istituzionale lo fa per garantirsi un sistemazione a vita e non certo per fare l’interesse della comunità.
Se questi gravi fatti di violenze fasciste si sommano con ciò che è emerso sulla Diaz, con le intercettazioni e gli intrighi delle logge segrete e degli affari che ipotizzano una nuova P2 (puntualmente smentita dal ministro della Difesa Parisi!), i dossier del Sismi, con i misteri sull’attentato a Borsellino, con l’attivismo della mafia, con il programma di costituzione di una brigata di “Soldati del futuro” muniti di equipaggiamento ipertecnologico, armi supersofisticate, collegamenti computerizzati annunciato dalla Stato maggiore dell’esercito, e con il servilismo del Governo verso l’imperialismo Usa al quale si concede potenziamento e nuove Basi militari come Dal Molin, c’è di che preoccuparsi. Siamo in un clima di fascismo strisciante e il pericolo di un piano eversivo incombe sempre. Oggi, come in tutte le trame che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra si fa riferimento ai servizi deviati, ma di quale deviazione si parla? I servizi fanno il loro mestiere secondo i potenti cui sono legati, ogni tanto qualche magistrato apre inchieste che poi… si chiudono e tutto torna a tacere.
Perché sono possibili tutti questi fatti? E qui la risposta è facile. Quando si rinuncia all’ideologia comunista e ai valori antifascisti per costruire a tavolino partiti “che vadano bene per tutti”: dalla Confindustria al Vaticano, si lascia libero campo al nemico. E i nemici del proletariato si annidano ovunque e sono pronti ad intervenire per frenare le mobilitazioni del movimento comunista, operaio e popolare e colpire il conflitto di classe che inevitabilmente si svilupperà.
Ci può stupire se in questo governo di isterici del centrosinistra c’è una Bonino che ricatta il governo in funzione anticomunista quando un Fassino va a piangere le vittime dei “gulag” a san Pietroburgo? Con il suo discorso di frasi secche e taglienti sul fallimento del comunismo, sui suoi crimini, sulle colpe dei dirigenti del Pci, sull’”ingenua speranza di una società nuova”. Fassino paga il prezzo del centrosinistra al governo e della liquidazione totale di un’esperienza di sinistra a favore della nascita di un non ben definito partito democratico che raccoglierà i rimasugli della vecchia Dc.
Ed è sugli ex Pci, ormai sparsi sotto diverse sigle, senza più punti di riferimento, ma tutti subalterni ai processi liberisti, che ricade la maggiore responsabilità della riabilitazione del fascismo e della creazione della sua legittimazione. Che, ultima notizia, ha portato un dirigente dell’MSI-fiamma tricolore che definisce il termine fascista a lui molto caro, che suona in un complesso musicale un repertorio di brani che celebrano i gerarchi nazisti, capogruppo della lista del sindaco leghista Tosi, Andrea Miglioranzi, rappresentante del consiglio comunale di Verona nell’Istituto veronese per la Storia della Resistenza.
A noi rimane l’esigenza di mantenere viva la presenza organizzata dei comunisti basata sulla lotta di classe e continuiamo nel nostro impegno verso la costituzione del partito comunista. La divisione tra le classi, lo sfruttamento della borghesia capitalista, l’imperialismo e le sue guerre sono una realtà. E a pagare è il proletariato mondiale che non resterà passivo, al di là di tutto ciò che sostengono i revisionisti e i vari “buonisti”.

 


5 giugno 2007 redazione
editoriale nu 4/2007
NO ALL'IMPERIALISMO, AL CAPITALISMO, ALL’OSCURANTSIMO
Chiesa e destra scoprono l’esistenza della “gente” e delle famiglie e si inventano il “family day”. E in diretta tv sono state trasmesse immagini idilliache di mamme e bambini, tanti figli, spaventati dai Dico, liberali e cattolici che però chiedono aiuto allo Stato. Fa notizia che la Caritas consegna pacchi ai poveri. La gente e le famiglie, arrancano da anni per arrivare a fine mese perché i salari sono da sempre miseri. Ricordiamo bene quando, all’epoca della Dc, erano gli stessi candidati a portare personalmente i viveri nelle zone più povere delle città alla vigilia delle elezioni! Un sistema di acquisto voti che non è cambiato se si pensa che a Palermo, sotto elezioni, l’assessore al personale ha fatto assumere all’azienda dei trasporti 110 conducenti… privi di patente. Impareranno ha risposto, “è solo questione di pochi mesi”. Giusto il tempo di incassare il voto!
Fiumi di parole sulla famiglia. Il governo organizza la Conferenza nazionale sulla famiglia dove la Bindi affossa i Dico e propone un tavolo permanente e Prodi analizza che la precarietà distrugge i giovani e promette che il Tesoretto andrà alle famiglie. Nel frattempo, dopo quello delle elezioni in Francia – prima per il candidato donna, poi con la vittoria di Sarkozy (elogiato da Veltroni) -, nasce un altro tormentone: la crisi e i costi della politica. D’Alema lancia i
l sasso sulla credibilità della politica. Perspicace! Però non riconosce che la colpa è sua e di tutti coloro che hanno affossato gli ideali comunisti.
Se nel governo Berlusconi era chiaro che c’era un padrone con un entourage sottomesso e ossequiente, nel governo Prodi c’è un’accozzaglia di vice e ministri e sottosegretari che, senza una linea comune, sparano a ruota libera ciò che gli viene in mente giorno per giorno. Ancora una volta il centrosinistra, succube del Vaticano, dimostra di non saper governare neppure sul piano riformista. Privo di una strategia non è in grado di affrontare né la questione morale né i problemi veri della società e dare delle risposte e neppure di governare l’emergenza.
La Turco militarizza il territorio mandando la polizia nelle scuole per arginare l’uso di droga, reprimere invece di educare e colpire i mercanti; Amato, strumentalizzando il malcontento operaio, lancia l’allarme sul terrorismo non ancora estirpato e sull’ostilità verso la polizia e punta sulla repressione; il Presidente Napoletano fa il mea culpa nell’anniversario della morte di Calabresi; Parisi manda Predator e più mezzi al contingente italiano in Afghanistan (che però rimangono bloccati a Kabul e perfino a Herat). C’è qualcosa di sinistra in questo? C’è qualcosa di sinistra nel futuro Pd dove tutti stanno correndo verso la direzione?
Le elezioni amministrative sono state un banco di prova, non tanto per le città perse dove la presenza di industriali, artigiani, commercianti del ricco nord Italia, ben oleati dalla relazione di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria, rappresentano la base elettorale del centrodestra, quanto per l’aumento dell’astensionismo evidentemente di protesta.
Non si può pensare di conquistare i lavoratori a livello elettoralistico – sebbene siano ancora tanti quelli che votano turandosi il naso come a Genova, per esempio -, con un governo antipopolare e ondivago. Gli avvisi ci sono stati anche quando Giordano e Ferrero sono andati a volantinare davanti alla Fiat. L’accoglienza non è stata calorosa, anzi molti operai hanno ribadito “credevo che con la sinistra al governo sarebbe cambiato qualcosa, ma non è vero” o “fate qualcosa di sinistra, ridate una dignità agli stipendi e alle pensioni. Ma hanno anche denunciato che “ci stiamo riducendo alla schiavitù”. “I lavoratori chiedono un segno importante a loro favore”, dice Ferrero, che ringrazia per aver “fatto sentire la loro voce”, cioè per aver scioperato, tanto a rimetterci sono loro! Ma come la mette con la partecipazione e la cogestione dei “comunisti” al governo?
Ma c’è voluto questo scossone elettorale per far sì che i partiti di sinistra – che puntano tutto e solo sulle elezioni – si rianimassero. Ma come lo fanno? Prc e PdCi chiedono una svolta su pensioni e salari, di risarcire gli operai. Se dopo una campagna elettorale basata su un programma di 400 pagine, dopo un anno di governo e dopo la debacle dell’astensionismo l’obiettivo di PRC (considerata sinistra radicale!) è risarcire gli operai siamo veramente ridotti male e non si capisce proprio dove sia la differenza tra governi di cd e cs.
La differenza non si riscontra neppure a livello internazionale. Il 9 giugno il governo riceve il capo dell’imperialismo Bush, reduce dal G8, il cui arrivo è già stato preceduto da una richiesta di guerra. E le forze che sostengono il governo dividono la piazza in due manifestazioni, una della “sinistra radicale”, che dovrebbe arginare la protesta contro il governo Prodi e le sue scelte di guerra con truppe specializzate in 24 Paesi, con l’aumento del 13% delle spese militari; con l’appartenenza alla Nato, con il mantenimento delle costose basi militari e la concessione al raddoppio della base Usa di Vicenza, con l’accelerazione della ricerca militare con Finmeccanica dopo la firma dell’accordo segreto sullo “scudo spaziale”; con l’appoggio della fusione delle banche per meglio finanziare i futuri interventi negli scenari di guerra a rimorchio dell’imperialismo Usa, con lo sfruttamento industriale della manodopera nei paesi a bassissimi salari. E l’altra che combatte contro l’imperialismo statunitense ed europeo e, al tempo stesso, la politica dell’attuale governo.
Forti manifestazioni sono previste ad Heiligendamm, sulla costa nord orientale della Germania, contro il vertice. E in previsione la Germania ha ristabilito una pratica usata dal Reich guglielmino - occasione ghiotta per dire che era usata anche dalla Germania dell’Est -. Il ministero dell’Interno ha deciso di usare i cani da fiuto per raccogliere e schedare l’odore degli attivisti. Nelle ultime settimane la polizia si è presentata di buon mattino a casa dei militanti più conosciuti e li hanno obbligati a tenere in mano barrette di metallo avvolte poi in panni e sigillate in barattoli di vetro con su scritto il nome. Anche questa è l’Europa dei capitali.
La vera crisi è quella dei valori propri di una società collettiva, della mancanza di un’ideologia che rafforzi la prospettiva socialista, cioè la vittoria dei lavoratori sul capitalismo e l’imperialismo. E dopo il devastante declino di “Liberazione” (basta leggere gli articoli su Cuba) Bertinotti sulla sua rivista “Alternative per il socialismo” di prossima uscita, abbandona persino il termine comunismo e sancisce così l’ultimo strappo. Cossutta l’aveva già preceduto dicendo che era pronto a rinunciare al simbolo della falce e martello, al nome “comunisti” perché quello che conta è l’obiettivo. Ma quale obiettivo? I lavoratori hanno bisogno di certezze, di un partito comunista che rappresenti effettivamente gli interessi della propria classe di appartenenza. Abbandonare tutto ciò significa cedere e concedere completamente la società alla borghesia. Partecipare a governi che gestiscono il capitalismo significa abbandonare il fondamentale concetto della lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione. Diventano patetici i grandi discorsi sulle morti bianche e la precarietà se in pratica non si agisce per un cambiamento reale. Per cambiare realmente, per capovolgere i rapporti di forza, la classe operaia e il mondo del lavoro devono riprendere in mano politicamente il proprio destino e ritornare protagonisti della storia.


16 aprile redazione
editoriale

25 APRILE E 1° MAGGIO
RESISTENZA OPERAIA E INTERNAZIONALISMO PROLETARIO

Queste due date rappresentano conquiste bagnate dal sangue proletario nella lotta contro il capitale che, con il passare degli anni, il capitalismo cerca di snaturare, cancellandone la memoria storica.
Se 62 anni fa la resistenza operaia e proletaria contro il nazifascismo determinò il crollo del regime fascista, ciò si deve soprattutto al ruolo fondamentale che svolse la classe operaia nelle fabbriche, nelle città ed in montagna. La resistenza fu sostenuta da un grande consenso popolare fra le masse operaie e proletarie. In molte fabbriche gli operai si privarono di parte del cibo,  sottraendolo alla mensa per inviarlo in montagna ai partigiani.
Nella primavera del 1943 (8-13 marzo) avviene il grande sciopero operaio nell’industria torinese.
Alla Fiat - su circa 21 mila operai - gli iscritti al PCI erano poco più di cento. Furono queste poche centinaia di quadri comunisti, sparsi in qualche decina di fabbriche, gli organizzatori delle lotte che videro oltre centomila operai incrociare le braccia e scioperare fermando la produzione.
Lo stesso processo avvenne in altre parti d’Italia. Nelle fabbriche milanesi e di Sesto San Giovanni (Pirelli, Borletti; Breda, Falck) gli operai - controllati a vista dalla milizia fascista e dalla Gestapo - per impedire ritorsioni e arresti contro i primi lavoratori che fermavano le macchine decisero di ricorrere ad uno stratagemma: fermarsi contemporaneamente tutti insieme al suono di una sirena (azionata clandestinamente da un operaio) per rendere più difficile il riconoscimento degli organizzatori della protesta.
Insieme con gli obiettivi politici “contro la guerra e contro il fascismo, per la pace” c’erano obiettivi economici immediati: “più razioni alimentari” “indennità di carovita” “assistenza agli sfollati e nuove abitazioni per le famiglie rimaste senza casa per i bombardamenti”.
Il regime fascista, dopo vent’anni di relativa pace sociale ottenuta attraverso le leggi antisciopero, veniva scosso dalle fondamenta dalla lotta del proletariato italiano.
I primi segnali della ripresa della lotta della classe operaia in Europa avvennero con lo sciopero del febbraio 1941 ad Amsterdam contro la deportazione degli ebrei. Questo fu il primo atto di lotta aperta della classe operaia contro il fascismo.
Con gli scioperi del marzo ‘43 in Italia, che portarono anche a miglioramenti alimentari e salariali, la classe operaia riprende  coscienza della propria forza e fiducia nella lotta e nei suoi dirigenti più coerenti, gli operai comunisti.
Le proteste continuarono nei primi mesi del 1944, in particolare in Lombardia e in Liguria dove 8 comunisti vengono condannati a morte da una corte marziale italiana ed assassinati come monito per gli scioperanti.
Nel marzo del 1944 (dall’1 all’8) si ebbe il più grande sciopero generale contro il nazi-fascismo con parole d’ordine come “via i tedeschi dall’Italia” “pace subito”. I lavoratori con alla testa  gli operai comunisti preparavano le condizioni dell’insurrezione.
La reazione nazi-fascista fu durissima. Serrate di fabbriche, migliaia di arresti, minacce di fucilazione, centinaia di lavoratori deportati in Germania non riusciranno ad impedire - l’anno seguente - la liberazione.
Contemporaneamente la repressione  spinse molti lavoratori ad abbandonare le loro case, le fabbriche e ad unirsi ai partigiani sulle montagne. Gli scioperi, i sabotaggi, la lotta antifascista delle masse operaie unendosi alla resistenza armata dei partigiani nelle città e sulle montagne furono determinanti per la caduta del regime fascista.
Nel dopoguerra, la borghesia, con il revisionismo storico, ha cercato prima di annacquare e poi di cancellare il carattere di classe della Resistenza in Italia, trasformando il 25 Aprile in una giornata “tricolore”, di “concordia nazionale”, di “festa di tutti gli italiani”, una giornata in cui sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori si trovano retoricamente uniti nel celebrare l’Italia nata dalla Resistenza.
La classe operaia organizzata nel suo partito, guidando la lotta antifascista, non delegando ad altri la liberazione del paese lasciò la sua impronta classista facendo del proletariato italiano e delle classi sottomesse gli artefici della liberazione dal nazi-fascismo. La stessa operazione viene fatta contro un’altra data simbolo della lotta proletaria.

Il 1° Maggio,
celebrato per la prima volta a Chicago 121 anni fa, nel 1886, sul sangue di 5 lavoratori anarchici assassinati dal capitalismo, divenne nel 1890 una grande giornata di lotta internazionale degli operai per la conquista delle otto ore e di altri provvedimenti legislativi a tutela dell’integrità fisica del proletariato. Questa lotta non aveva solo l’obiettivo di migliorare le condizioni brutali di lavoro e di vita della classe operaia, ma di inquadrarla nella lotta di classe per l’abbattimento del sistema capitalistico. Il Primo maggio fu fin da subito una giornata di lotta internazionalista contro nazionalismi e sentimenti “patriottici”, che chiamava all’unità degli sfruttati e alla solidarietà di classe contro il comune nemico, il capitale internazionale. Il movimento internazionale dei lavoratori dal 1° Maggio, quando fu istituita questa giornata internazionale di lotta in tutti i paesi è sceso in piazza, nelle strade rischiando licenziamenti, arresti e talvolta la vita i nome dell’internazionalismo proletario. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.
Il primo conflitto mondiale apre la fase delle guerre imperialiste e delle rivoluzioni proletarie, mettendo all’ordine del giorno la questione del potere proletario e della dittatura del proletariato.
Trasformando questa giornata di lotta in una giornata di festa nazionale nel 1919 il governo tedesco di Schedemann - che per primo istituì i campi di concentramento per detenuti politi rinchiudendoci migliaia di spartachisti - cerca di recidere il carattere rivoluzionario e sovversivo di questa giornata di lotta che fa tremare i capitalisti e gli sfruttatori di tutto il mondo.
Nel 1933 Hitler ribattezzerà il 1° maggio “Festa del Lavoro Nazionale” trasformandolo in una grande parata nazista. Negli stessi anni in Francia la borghesia durante i governi espressi da raggruppamenti radicali, del Partito socialista e del PCF fa del 1° Maggio la “Festa Tricolore”. Il 18 aprile 1946 in Italia il Consiglio dei Ministri decreta il 1° maggio “Festa Nazionale”. Lo stesso avviene anche in altri paesi dove, all’insegna dell’unita antifascista, la borghesia cerca di sottomettere gli interessi della classe proletaria a quelli degli schieramenti imperialisti che si contendono la spartizione del mondo. Anche la Chiesa cattolica ci mette del suo, trasformando il 1° Maggio nella “Festa di S. Giuseppe lavoratore”. In Italia il 1° maggio, è stato snaturato sempre più proprio dagli ex partiti comunisti, da anni nella gestione diretta degli interessi borghesi, e ora al governo, e dai sindacati (Cgil-Cisl-Uil), trasformandolo in una giornata di festa in cui si fa un grande concerto a Roma. Anche alcuni sindacati di base si limitano ad  organizzare la “festa” del May Day Parade.
Ancora una volta tocca agli operai, ai lavoratori, ai proletari comunisti ripristinare i caratteri di classe fondanti di questa giornata di lotta internazionale. La classe operaia internazionale ha interessi comuni e la solidarietà di tutti i lavoratori, al di là della razza, della nazionalità, delle qualifiche e dei settori industriali in cui è impiegata, è necessaria perché solo unendosi può creare le condizioni per abbattere l’imperialismo nella prospettiva del socialismo.
I padroni, in tutto il mondo, da anni cercano di trasformare le giornate di lotte proletarie in ricorrenze retoriche svuotandole dei loro contenuti. Il 25 Aprile è stato trasformato ”nella giornata della pacificazione e concordia nazionale”, nella “festa di tutti gli italiani”. Il 1° Maggio nella festa della celebrazione e santificazione del lavoro.
In queste occasioni dai vari palchi gli ex partiti operai (DS-PRC-PdCI) ed i sindacati di regime (Cgil-Cisl-Uil-Ugl ecc), sostenitori delle “guerre umanitarie e preventive”, si riempiono la bocca di “internazionalismo, emancipazione, difesa della pace e democrazia”.
In realtà il loro “internazionalismo“ è il diritto del capitale italiano ed europeo a penetrare nei paesi concorrenti. La loro “emancipazione” significa aumento delle aree di sfruttamento a scapito di altri capitalisti. La loro “pace” è quella dei bombardieri che massacrano le popolazioni civili inermi e la collaborazione tra operai e padroni per combattere insieme contro gli operai ed i padroni dei paesi concorrenti. Così si cerca di snaturare la giornata di solidarietà rivoluzionaria degli sfruttati di tutto il mondo: dal motto “i proletari non hanno patria” alle parate nazionalistiche.

Da tempo i padroni cercano di toglierci anche il 25 Aprile ed il 1° Maggio. La classe operaia internazionale deve riprendere in mano le sue bandiere, collegandosi ed organizzandosi per ricostruire il suo partito e il suo programma – l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della proprietà privata del capitale, preparandosi a rispondere alla guerra imperialista con la rivoluzione proletaria.


31 marzo 2007 redazione
comunicato coord. lavoratori comunisti

CONTRO LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA LOTTA DI CLASSE
coordinamento Lavoratori Comunisti

In questi ultimi mesi, prendendo a pretesto l'arresto di alcuni compagni, accusati di appartenere alle nuove B.R. lo Stato borghese ha avviato una campagna di criminalizzazione su vasta scala delle avanguardie proletarie, a cominciare dai posti di lavoro. Contiamo già una decina di licenziamenti, tra Padova, Torino e Sesto S.Giovanni.
Tutto questo non è nuovo. L'obiettivo, di sempre poiché le campagne politiche anticomuniste e antioperaie non hanno mai avuto bisogno di pretesti, è quello di isolare i compagni e soprattutto - con la denigrazione, i licenziamenti politici, gli arresti - è intimidire tutti i lavoratori che si organizzano e si battono contro lo sfruttamento, al di fuori delle "compatibilità" e delle regole democratico-borghesi stabilite dai padroni.
In Italia ogni anno muoiono sul lavoro e di lavoro più di 1.500 lavoratori, 2.500 ogni giorno sono coinvolte in infortuni; 200mila gli infortuni annui tra i lavoratori "in nero". Decine di migliaia rimangono gravemente menomati, altre migliaia si ammalano e muoiono a causa delle malattie contratte sul lavoro. Nel mondo gli incidenti sul lavoro causano la morte di 2 milioni di lavoratori e gli infortuni totali sono 270 milioni.
I lavoratori sono sempre più precari e con salari sempre più bassi, milioni di anziani sopravvivono con pensioni di fame e milioni di giovani, oltre a un presente di totale precarietà, se mai arriveranno a percepire la pensione prenderanno la metà di quello che oggi hanno i loro genitori, grazie alle politiche filopadronali dei sindacati collaborazionisti Cgil-Cisl-Uil.
Ogni giorno peggiorano le nostre condizioni di vita e di lavoro, ogni giorno aumenta la ricchezza che noi produciamo e di cui si appropriano i capitalisti. Nel mondo si combatte una guerra di classe "non dichiarata" le cui vittime sono tutte da una sola parte: i proletari e le masse oppresse e sfruttate. Questa è la realtà della società capitalista.
Ciò genera inevitabilmente l'opposizione di gruppi di lavoratori e compagni che, individuando nel sistema capitalista la causa dello sfruttamento, si organizzano e lottano su posizioni antimperialiste, anticapitaliste, per il socialismo.
I padroni e il loro Stato si sono fatti la società su misura e le leggi per tutelare i propri interessi. Per i capitalisti è legale sfruttare la forza-lavoro, è normale che migliaia di lavoratori siano sacrificati sull'altare del profitto, è "legale" fare guerre "umanitarie" e preventive contro il terrorismo e missioni militari per portare a suon di bombe "democrazia e pace" a centinaia di migliaia di morti innocenti.

È invece illegale tutto ciò che ostacola e mette in discussione il loro sistema di rapina, sfruttamento e oppressione.
Attaccare l'avanguardia del proletariato, attaccare i rivoluzionari cercando di farli apparire esterni al movimento operaio è funzionale al progetto borghese.  I governi di centro-destra e di centro-sinistra, le due facce dell'imperialismo italiano, hanno sempre fatto a gara nell'orchestrare campagne forcaiole contro la lotta rivoluzionaria della classe operaia e proletaria e, ciclicamente, rispolverano la "lotta al terrorismo" nel tentativo di stringere tutte le classi sociali intorno agli interessi della classe padronale dominante. In queste operazioni si sono distinti, e si distinguono anche oggi, i partiti della sinistra borghese -Verdi, DS, PdCI, PRC, alcuni centri sociali ormai "normalizzati"- che, insieme ai sindacati collaborazionisti Cgil-Cisl-Uil, si dimostrano i più fedeli cani da guardia dei padroni.
In realtà quello che, oggi una volta ancora, si vuole criminalizzare è la lotta di classe, ogni lotta che metta in discussione la "pacifica accumulazione dei profitti, eliminando così i possibili organizzatori dell'acuirsi dello scontro di classe domani
. Nessuna azione repressiva contro i lavoratori deve passare. Lasciar passare sotto silenzio la criminalizzazione e la repressione di chi non accetta di sottoporsi allo sfruttamento significa lasciare la strada aperta a chi prepara le future azioni repressive contro l'insieme delle classi sfruttate ed oppresse.  Si può non condividere la strategia di lotta ma non può venire mai meno la solidarietà.
Ai lavoratori licenziati, a quelli espulsi dalla Cgil, a quelli colpiti dalla repressione va la nostra solidarietà di classe.
31 marzo 2007

lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


20 marzo 2007 redazione
editoriale

I COMUNISTI NON SONO TERRORISTI
Ma in che mondo viviamo? Se si presta attenzione a tutto ciò che succede non ci vuole molto a capirlo. Il garante della privacy blocca la diffusione di notizie che offendono la dignità umana e che riguardano la sfera sessuale e la vita privata delle persone (chi viola questo diktat rischia il carcere da 3 mesi a due anni) per l’inchiesta di Potenza. Vicenda che fa emergere altro marcio di questa società priva di valori, ma lo stesso garante non è intervenuto per nulla ad impedire che dei giovani comunisti finiscano sbattuti in prima pagina come mostri perché arrestati per aver affisso manifesti o per essere impegnati nelle lotte sindacali in difesa dei propri diritti e di quelli dei lavoratori. Dei 4 compagni arrestati il mese scorso a Milano si è scritto di tutto e di più. Infatti, nonostante la scarcerazione, sono arrivate puntuali – come prevedibile - le lettere di licenziamento. I benpensanti tanto garantisti quando si tratta di colpire truffatori, palazzinari bancarottieri, delinquenti o politici corrotti diventano i peggiori forcaioli quando si tratta di colpire chi non si sottomette al volere capitalista. Oggi si viene accusati di terrorismo e, quindi, si viene sbattuti in prima pagina sui giornali con tanto di nome cognome e foto (alla faccia della privacy) e poi licenziati e prima ancora di subire un processo ed un’eventuale condanna.
Licenziamenti politici in quanto le motivazioni addotte si basano su concetti che mobilitano milioni di persone nel mondo, ed introducono un principio molto pericoloso che chi professa idee comuniste non può lavorare. E questo clima di criminalizzazione delle lotte si abbatte su tutto il movimento dei lavoratori.
Subito sono partite le epurazioni interne ai sindacati confederali, fedeli difensori e cogestori del capitalismo. Dalla gestione della pace sociale alla gestione del Tfr, concertano insieme al padronato per restringere ulteriormente gli spazi ai lavoratori più combattivi e non concertativi, togliendo le deleghe e non rispettando il diritto di assemblea nei luoghi di lavoro.
Bush insegna, quando vuoi toglierti un nemico, inventa documenti, accusalo di terrorismo e il gioco è fatto. Ci sono molti rospi da far ingoiare al movimento operaio sia sul piano dello sfruttamento padronale che su quello governativo. Non si cancella, infatti, la legge Biagi, avanza la riforma delle pensioni - ovviamente quelle dei dipendenti mentre restano intatte quelle d’oro e di platino dei Parlamentari -, abbiamo gli stipendi più bassi d’Europa (… ma il numero più alto di forze dell’ordine!).
L’operazione degli arresti scattata alla vigilia della manifestazione a Vicenza - anticipata da un clima di tensione e intimidazione - ha lo scopo di eliminare quelle voci che non si piegano al pensiero unico ed ha l’obiettivo di togliere di mezzo coloro che lottano fuori da ogni concertazione.
La repressione si abbatte anche contro i luoghi di aggregazione come i centri sociali che, quando non vengono sgomberati, gli si alza intorno un clima di sospetto e diffidenza, spesso basati su pressione dei fascisti e sostenuti dai quotidiani reazionari.
È in atto la criminalizzazione della lotta di classe, dell’aspirazione all’emancipazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della costruzione di una società socialista.
I comunisti non sono terroristi, ma sono implacabili nemici della proprietà privata, del capitalismo e del suo Stato, e lottano ogni giorno per il loro indebolimento fino ad arrivare al definitivo abbattimento. E nonostante il crescente revisionismo storico della “sinistra” e tutte le attività dei partiti e vari gruppi di destra non moriranno perché fino a che ci sarà oppressione e sfruttamento ci sarà chi resisterà.
Ci si può forse adagiare su scelte come quelle del governo di centrosinistra di mantenere truppe militari in varie parti del mondo?
Si può accettare il rifinanziamento della “missione” in Afghanistan – cioè il potenziamento delle dotazioni militari (Predator ed elicotteri)? Sono passati sei anni da quando gli Stati Uniti decisero, coinvolgendo l’Italia attraverso la Nato, per “trovare Bin Landen” che mai è stato trovato, e togliere il “burqa” alle donne. Una vera e propria guerra che ha distrutto popolazione civile e territorio mentre le donne continuano a portare il burqa, i talebani si sono riorganizzati e si è sviluppato a dismisura il mercato dell’oppio.
Si può tacere su 5 anni di guerra in Iraq, altro paese annientato per le mire espansioniste degli Stati Uniti?
Dovremmo abbassare la testa di fronte alla repressione, all’aggressività delle squadracce fasciste; all’oscurantismo Vaticano intenzionato a riportare la società al Medioevo?
Ci sembra pienamente coerente voler trasformare una società marcia fatta di commistione tra 007, servizi segreti, carabinieri, faccendieri legati a Gelli, mafia, massoneria, capitalisti, giornalisti spie cresciuti negli oratori come quelli di “Libero” e di “Famiglia Cristiana”; di voli “segreti” della Cia e quant’altro.
Un paese dove 50 militari reduci dalla guerra, voluta da D’Alema, sono morti a causa dell’uranio impoverito, ma il 70% è malato ed è stato operato alla tiroide (e chissà la popolazione locale in che stato si trova!). La popolazione non vuole la guerra e vuole salvaguardare la salute, ciononostante il governo – suddito dell’imperialismo - riconferma la presenza delle basi Usa e Nato, anzi concorda il loro ampliamento.
Sul piano interno i Ds accelerano lo scioglimento - liquidando completamente l’esperienza di un patrimonio che ha portato la vittoria della Resistenza contro il nazi-fascismo – confluendo nel partito democratico con gran parte di quei democristiani che, dalla loro nascita, hanno svenduto il Paese. Di fronte alla modifica della legge elettorale che li taglierebbe fuori emergono le proposte di “riconciliazione” tra PdCI e Prc che, pur di sostenere il governo Prodi, giustificano qualsiasi scelta scellerata e producono una grande confusione tra i loro stessi iscritti.
In questi partiti di comunista nulla rimane, se non nel nome. Racchiusi nel loro cretinismo parlamentare puntano sul concetto della non violenza – intesa come rinuncia alla lotta di classe – e, quindi alla rinuncia del marxismo e della prospettiva di una società socialista ponendosi, oggettivamente, dalla parte della borghesia.
Eppure la storia del movimento operaio e comunista ha dimostrato che riscattarsi è possibile, che c’è una possibilità di società diversa da quella in cui viviamo fatta di sfruttamento, guerre, omicidi bianchi, mafia, logge massoniche, corruzioni, scandali, sottocultura, prostituzione, razzismo ecc.
Non c’è bisogno di cercare nuove strade. Bisogna però individuare i nemici – che non sono solo dall’altra parte della barricata – e rilanciare la lotta di classe senza temere, per questo, di essere accusati di terrorismo.

 

 


10 marzo 2007 redazione
appello

Libertà per Bahar e i prigionieri turchi
Bahar Kimyongür è un cittadino belga che da oltre 12 anni denuncia le numerose violazioni dei diritti dell’uomo che hanno avuto luogo in Turchia.
Non ha commesso alcun delitto, né alcun atto di violenza, né in Belgio, né in Turchia, né in un altro luogo, tuttavia il 7 novembre 2006 un tribunale belga lo ha condannato a 5 anni di reclusione!
La condanna di Bahar Kimyongür è derivata all’utilizzazione dalle nuove leggi «antiterrorismo» ispirate dall’amministrazione Bush e dalle pressioni esercitate dal regime turco. Lo Stato belga ha, inoltre, voluto condurre un processo parziale, finalizzato a poter definire gli oppositori politici dei criminali. Bahar Kimyongür, Musa Asoğlu, Şükriye Akar et Kaya Saz stanno scontano pesanti pene in seguito alla loro condanna nel quadro del «processo al DHKP-C», un’organizzazione rivoluzionaria turca.
La condanna di Bahar Kimyongür ha il significato che esprimere un punto di vista antagonista e organizzarsi conseguentemente è divenuto, ormai, passibile di parecchi anni di prigione. È inammissibile: esprimersi, organizzarsi, contestare… non è terrorismo!
Bahar Kimyongür è diventato un simbolo, il simbolo delle minacce che «la guerra contro il terrorismo» fa pesare sulla libertà di espressione e la libertà di associazione. Tutti coloro che si oppongono all’ingiustizia possono diventare, essi stessi, vittime.
Per noi, la condanna di Bahar Kimyongür assolutamente inaccettabile.

NOI RECLAMIAMO LA LIBERTÀ PER BAHAR
PER FIRMARE L’APPELLO IN INTERNET VEDI: www.leclea.be/


5 marzo 2007 redazione
8 Marzo

8 marzo giornata internazionale della donna

Come ogni anno l'8 Marzo si spende molta retorica sulla Giornata internazionale della donna diventata una festa commerciale e ludica.
Ciò che nessuno dice neppure in occasione dell'8 Marzo è che il meccanismo di funzionamento dei fondi pensione discrimina pesantemente la donna.
A PARITÀ DI CONTRIBUTI VERSATI CON UN UOMO IL FONDO PENSIONE EROGHERÀ AD UNA DONNA UN ASSEGNO INTEGRATIVO INFERIORE DI CIRCA 1/3 DA QUELLO DI UN MASCHIO.
Questa discriminazione viene
motivata col fatto che una donna ha una maggior aspettativa di vita rispetto al maschio e, quindi, la compagnia di assicurazioni incaricata dal fondo pensione di pagarle l'assegno integrativo sarebbe costretta a farlo per più anni.
Contributi versati uguali, assegno integrativo diverso. Sono queste le pari opportunità di cui parlano tanto i vari "piazzisti" dei fondi pensione?

CON IL FONDO PENSIONE LA REVERSIBILITÀ DELL'ASSEGNO INTEGRATIVO NON È AUTOMATICA?

I "piazzisti" dei fondi pensione, quando lo fanno, dicono che la reversibilità occorre chiederla. Quello che non vogliono dire è che la reversibilità occorre pagarla. Poniamo che un assegno integrativo arrivi ai 500 euro al mese (un'ipotesi veramente benevola). Questa è la cifra senza la reversibilità, con la reversibilità l'importo mensile scenderebbe a 280 - 300 euro.
Ma la colpa è sempre di queste benedette donne che vivono più dei maschi.

QUESTI SONO ALTRI DUE BUONI MOTIVI PER NON VERSARE IL TFR NEI FONDI PENSIONE.
SE IN PASSATO HAI GI
À INIZIATO A VERSARVI UNA QUOTA, PER CONFERMARE SOLO LA PERCENTUALE CHE GIÀ VERSI (antidemocraticamente ti è proibito di scegliere di non versare più il tuo TFR se in passato lo hai fatto!), SE NON FARAI ALCUNA SCELTA, CON LA TRUFFA DEL "SILENZIOASSENSO" IL TUO TFR VERRÀ VERSATO PER SEMPRE NEI FONDI E NON POTRAI MAI PIÚ SCEGLIERE UNA FORMA DIVERSA!

 


13 febbraio 2007 redazione
editoriale

SEDUTI SU UNA POLVERIERA
Con la Finanziaria il Governo Prodi – che mai abbiamo considerato “amico” - tra tagli e scippo del Tfr, aumenta di oltre 2 miliardi di euro (l’11%) le spese belliche, i fondi per le Forze armate e per dotarsi di nuovi armamenti sempre più offensivi finanziando il settore militare-industriale.
Sebbene la propaganda della destra ritenga il governo ricattato dalla “sinistra radicale” la delusione di tutti coloro che hanno votato per il centrosinistra con la speranza di ottenere qualcosa è davvero tanta. La cosiddetta sinistra radicale è compenetrata e appiattita nel suo ruolo di governo. Così si giustifica la missione in Libano, si accetta la presenza in Afghanistan dove i militari italiani sono comandati dal generale Dan K. McNeill – quello delle torture nel carcere di Bagram – a conferma che le forze italiane sono inserite nel comando e controllo del Pentagono e legate alla strategia statunitense, quindi sottratte al controllo del Parlamento e dello stesso Governo. Così non si critica più l’Europa di Maastricht che costringe i governi a tagli su sanità e pensioni (quelle dei lavoratori ovviamente, non quelle d’oro e degli ex parlamentari).
E si cede al revisionismo storico - intensificato con lo “sdoganamento” di AN, la legittimazione dei neofascisti come nuova forza democratica e la denigrazione della Resistenza - sulle foibe e ai compromessi sui “Dico”.
La conferma di Prodi all’insediamento della base Usa a Vicenza – voluta dal governo filoatlantico Berlusconi - è l’ennesima doccia fredda per l’elettorato di sinistra. È la contropartita per il ritiro dall’Iraq? Sicuramente è una prova di servilismo e di svendita del territorio, non dimentichiamo che Prodi è “figlio” del democristiano De Gasperi che per primo ha venduto l’Italia agli Stati Uniti.
Dal Molin, infatti, diventerebbe – secondo gli stessi strateghi del Pentagono – la base logistica più importante dell’esercito statunitense, rivolta verso il martoriato mediooriente. A Vicenza la 173^ brigata Airborne si trasformerebbe in una Unità d’Azione pronta in poche ore all’aggressione di popoli che non si sottomettono alla politica egemonica degli Stati Uniti.
L’obiettivo della fuoriuscita dell’Italia dal Patto Atlantico e della cacciata delle basi Usa e Nato (avvenuta più tardi con la creazione di una organizzazione militare integrata che imponeva la dislocazione di truppe americane in Europa) per noi è stato sempre presente. Abbiamo condotto campagne riproponendo la pericolosità militare e ambientale in particolare di Camp Darby (sotto il comando di Ederle ed Aviano) che, secondo qualcuno doveva essere smantellata, mentre in realtà viene potenziata; e della base navale di Taranto diventata recentemente base Nato come per quella della Maddalena dove più che di smantellamento si parla di trasformazione e quella di Sigonella che ora raddoppia.
Con una nuova base a Vicenza si rafforza l’aggressività dell’imperialismo Usa, un aumento delle già numerose servitù militari sul nostro territorio che aumenta i rischi di salute per la popolazione a causa della radioattività e quelli di diventare obiettivo militare. Ma ha anche un importante scopo di guerra interna: il sistema integrato Vicenza-Aviano serve al controllo sull’Europa e a proteggere le nuove conquiste in Yugoslavia, in Ucraina e nei Carpazi.
Un ulteriore strumento nel rafforzamento della guerra preventiva di Bush – assecondata dall’Europa e dal governo italiano - che ha già usato Aviano per il blitz contro Abu Omar e probabilmente per altri casi.
Ma le basi Usa e Nato – che portano vantaggi solo in casi limitati come per la federmeccanica di Calearo, l’industria vinicola di Zonin e i trasporti di container di Cozzi -, sono centrali di addestramento ed eversione. La vicenda dei contractor in Iraq che ha fatto comodo dimenticare ci riporta al fondatore della destra nazionale-nuovo Msi, Gaetano Saya, appunto, noto frequentatore di Camp Darby.
Poca economia e poca occupazione tant’è che la stessa popolazione locale si è ribellata a questa decisione creando Comitati e manifestando fino ad arrivare alla mobilitazione nazionale del 17 febbraio. Per questa manifestazione, già definita “bipartisan” perché prevede la partecipazione di iscritti a Prc, Comunisti italiani e ai Ds - che ha costretto alcuni dirigenti di questi partiti ad intervenire pur accettando in Parlamento la continuità della politica di guerra italiana - ecco pronta, come in ogni occasione di questo tipo, la provocazione.
L’arresto di un gruppo di militanti, controllati da due anni, e accusati di terrorismo è la carta da sempre usata dal potere in funzione anticomunista e di freno delle lotte operaie e popolari. È il tentativo di intimidire coloro che hanno deciso di partecipare a Vicenza ma, nel momento in cui aumenta il malcontento operaio e il conflitto sociale, è anche funzionale al controllo e alla repressione dei movimenti di lotta, con la complicità dei sindacati confederali.
Si mette in opera il terrorismo per giustificare la guerra ai terroristi. Lo stragismo degli anni 70/80 quello di Piazza Fontana, di Bologna, di Brescia, il caso Moro, sono un esempio palese della capacità dei servizi segreti e del potere, con i piani della P2, i tentativi golpisti orditi dalla destra, il coinvolgimento degli Stati Uniti attraverso la Cia.
Tutto viene strumentalizzato: dall’olocausto alle foibe all’11 settembre e sempre si cerca il terrorismo a sinistra. Intanto i fascisti sfilano protetti dalla polizia per le strade in piena apologia di reato nella giornata della memoria e non solo (i saluti romani alla manifestazione nazionale della CdL a Roma sono stati più che evidente!), si scontrano per il calcio e uccidono i poliziotti, ma si condannano gli antifascisti come squadristi rossi. Non a caso la legge Pisanu ha esteso l’ambito dei reati associativi previsti dal Codice penale fascista (mai abrogato), ampliando la discrezionalità della polizia e della magistratura nell’esercizio del loro potere repressivo contro chiunque sia accusato di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”.
L’antifascismo e l’opposizione alle guerre imperialiste e alle occupazioni militari sono un punto fermo per i comunisti mentre oggi per i partiti della “sinistra” al governo sono uno scambio per salvaguardare Prodi e l’Unione che conferma l’impianto liberista del governo precedente.
Finiremo come in Germania dove sono riprese le iniziative in favore dell’introduzione del “Beruf verboten”, la legge, mai revocata, che vietava ai comunisti di lavorare nell’amministrazione pubblica?

 


7 febbraio 2007 redazione
Dal Molin

IL NEMICO È IN CASA NOSTRA!
contro l’imperialismo e i suoi governi

via le basi USA e NATO

Appena insediato, il governo Prodi, con il benestare di Rifondazione, Verdi e “Comunisti” Italiani, ha varato il rifinanziamento delle missioni di guerra, in piena continuità con il centro-destra. Ha poi approvato la mozione che definisce tutte le missioni militari italiane “missioni di pace”. Ha armato e spedito un nuovo contingente in Libano per ottenere il disarmo della resistenza libanese, a tutto vantaggio dell’aggressore israeliano. Oggi da’ l’approvazione alla nuova base USA di Vicenza.

Che sia di destra o di sinistra il governo finanzia ed appoggia la guerra imperialista!

Questi governi portano avanti gli interessi dei padroni che, per massimizzare e accumulare sempre nuovi profitti, scatenano guerre di rapina di materie prime e risorse altrui. Aumenta la concorrenza tra capitalisti nella corsa alla conquista di nuove posizioni di egemonia sul mercato mondiale e questa competizione globale genera nuove guerre tra potenze imperialiste per la ripartizione del pianeta in sfere di controllo e di influenza.
All’interno dei paesi capitalisti concorrenti (a capitalismo avanzato) si intensifica lo sfruttamento dei lavoratori; aumentano ristrutturazioni, licenziamenti, tagli allo stato sociale, precarietà, povertà, perdita di diritti (come IL TFR) e repressione.

Il profitto, generato dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è il padre di tutte le ingiustizie, delle disuguaglianze e delle guerre.

Più l’imperialismo dominante fa ricorso alla guerra ed alle soluzioni di forza, più aumenta la resistenza dei popoli oppressi, privati delle proprie risorse, della propria indipendenza e sovranità.  Cresce contemporaneamente la resistenza dei lavoratori e delle classi oppresse al processo di militarizzazione dell’economia e della società.

Contro l’imperialismo e la sua violenza, ora e sempre Resistenza!

Nostro compito di lavoratori comunisti è di unirci e contribuire alle lotte dei proletari e dei popoli oppressi, affinché sia chiaro che il nostro vero nemico è la classe padronale e i suoi governi. Senza un preciso connotato di classe nessun movimento contro la guerra può sperare di incidere concretamente nella realtà.  Il movimento operaio, la classe proletaria è l’unica classe che può farsi portatrice di interessi realmente antagonisti, per la costruzione di una reale alternativa di pace e giustizia.

PACE SÌ, MA NON CON I PADRONI

Coordinamento Lavoratori Comunisti

lavoratoricomunisti@yahoo.it

 


6 febbraio 2007 redazione
antifascismo

MANTENIAMO VIVO L'ANTIFASCISMO!
MOBILITIAMOCI CONTRO LE PROVOCAZIONI FASCISTE!

In questi ultimi tempi i fascisti ritornano in piazza in Italia come in Europa: saluti romani, svastiche e croci celtiche tornano a fare bella mostra di sé, e non solo alla manifestazione nazionale della Casa delle Libertà. Il rigurgito fascista si manifesta anche in Toscana, terra di cruente stragi nazifasciste come quella di Sant'Anna di Stazzema, ma anche culla di gloriosi partigiani e partigiane che ci hanno liberato dall'oppressione nazifascista con eroici sacrifici, profonda dedizione e forti ideali.
Ideali che oggi sono mistificati e traditi dal crescente revisionismo storico dei partiti di «sinistra», in particolare dai Ds in sempre più accentuata deriva liberalista: essi mettono sullo stesso piano i fascisti della Repubblica di Salò e i partigiani che hanno liberato l'Italia; riconoscono il genocidio degli ebrei, ma quasi mai quello dei comunisti, dei disabili, degli omosessuali e dei rom da parte nazista; cercano - col pretesto di eliminare i simboli nazifascisti - di eliminare anche quelli comunisti, simboli di libertà e di riscatto dall'oppressione e dallo sfruttamento; in nome della condanna della violenza, mettono sullo stesso piano carnefici e vittime proponendo una pacificazione senza giustizia. È un affossamento dei veri valori che stanno alla base della Resistenza, vittoriosa anche e soprattutto grazie all'antifascismo e alla lotta del movimento operaio che ha pagato il prezzo più caro sia in fabbrica che sul territorio.
I fascisti, da sempre artefici e coinvolti nei tentativi di golpe e nelle stragi che hanno insanguinato l'Italia (grazie anche al ruolo della basi USA e Nato sul nostro territorio, vere e proprie centrali di addestramento dell'eversione, che il governo Prodi ha deciso di mantenere e di ampliare), sono il braccio armato oggi di Fini che si maschera da democratico, come lo erano ieri del torturatore di partigiani Almirante. I fascisti non hanno diritto di esistere né di sfilare per le strade delle nostre città: lo vietano la Costituzione nata dalla Resistenza che proibisce la ricostituzione del partito fascista, e le leggi che proibiscono qualsiasi forma di apologia del fascismo.
I fascisti sono un pericolo per tutti i lavoratori perché il loro ruolo è un ruolo di difesa del capitalismo e della borghesia che li usano quando temono di perdere il loro potere. Impediamo a Firenze, come a Livorno, che le neocamicie nere, difese dalle Forze dell'ordine, spadroneggino il 10 febbraio, giornata per le "vittime delle foibe" inventata dal governo Berlusconi per attaccare il comunismo e la lotta partigiana. Senza dimenticare che lo spazio concesso dalla democrazia borghese all'antifascismo e alle lotte dei lavoratori si restringe: difendere la libertà come la Resistenza e la memoria dei nostri gloriosi partigiani richiede un impegno antifascista e antimperialista costante. Affermare un ideale che accomuna la lotta di ieri e quella di oggi è, per noi comunisti, l'affermazione del diritto alla resistenza contro l'oppressore in ogni parte del mondo.

LA RESISTENZA CONTINUA!  IL FASCISMO NON PASSERÀ!

Teoria e Prassi

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uova unità


8 novembre2006 redazione
antimperialismo

BASTA CON LE STRAGI SIONISTE
CONTRO I PALESTINESI

La situazione dei palestinesi che già vivono in condizioni precarie, soprattutto dopo la costruzione del muro che divide terre e famiglie, peggiora di giorno in giorno.
I sionisti, col pretesto del terrorismo, vogliono distruggere il popolo palestinese e uccidono donne, bambini e vecchi e poi… si scusano.
Stragi che si perpetuano con il silenzio della politica e la manipolazione della stampa e con l’impegno militare del governo italiano che in Libano – distrutto dai bombardamenti e da armi di nuova generazione - sostituisce e legittima le forze armate israeliane.
a fianco del popolo Palestinese lottiamo contro l’imperialismo Usa, israeliano
italiano ed europeo


12 giugno 2006 redazione
referendum

NO ALL’AUTORITARISMO
Siamo alla vigilia del referendum sulla riforma costituzionale voluta dal centrodestra, una riforma che modifica 53 articoli e mette seriamente a rischio la stessa democrazia borghese. Ciononostante l’argomento sembra non interessare la gente, che dovrebbe andare a votare. I mass-media praticamente lo ignorano, quando non disinformano, e le forze politiche dell’Unione – preoccupate solo ad occupare poltrone (con 102 sottosegretari hanno battuto il governo Andreotti) – lo trascurano. Il progetto autoritario, già nei piani di Gelli, che ci porterebbe al presidenzialismo e al federalismo – frantumazione oltre che del territorio del fronte di lotta dei lavoratori, svuotando il ruolo del Parlamento e trasformandolo in un organo agli ordini di un premier - ci riporta alla vecchia politica reazionaria di regime del “capo di governo” e della “sussidiarietà dello Stato” introdotta da Mussolini e, in seguito a Tambroni.
Questa riforma è un grave attacco ai diritti democratici, già minati con la modifica del Titolo V dal precedente governo di centrosinistra, conquistati dalla Lotta di Liberazione contro il nazi-fascismo, anche se la parte più avanzata dei partigiani, con la loro lotta, intendevano instaurare una repubblica di lavoratori.
Tutte le scelte politiche sarebbero nelle mani di un individuo che potrebbe prendere qualsiasi decisione senza regole e senza dover rendere conto. Noi non ci illudiamo, anzi siamo convinti che nella società borghese i governi restano un comitato d’affari della borghesia e che anche il Parlamento è ormai invaso da ceti borghesi e medio-piccolo borghesi, ma che comunque esprime delle contraddizioni. E non si cambia certo la situazione con le elezioni, ma la riforma reazionaria della Costituzione ci riporterebbe ancora più indietro. La battaglia però non finisce con il referendum. Sono già in corso le trattative per una modifica “bipartisan”.
La democrazia è sempre più in pericolo. Il coinvolgimento dell’Italia nella “ragnatela” mondiale di prigioni segrete e di aeroporti per il trasferimento illegale da una parte all’altra della terra di presunti terroristi costruita dagli Stati Uniti, con l’aiuto di agenti italiani, e oggi venuta a galla, è un segnale serio sul quale tace anche il centrosinistra. Così come è in pericolo per le scelte internazionali: la presenza dei soldati sugli scenari di guerra in Iraq – che ci è costata finora oltre 1500 milioni di euro a scapito dei benefici per la popolazione -; in Afghanistan e in altre parti del mondo; con la fedeltà agli Usa attraverso la concessione del territorio italiano per le Basi di guerra. Fedeltà che resta un obiettivo primario di questo Governo: il balletto sulla scadenza del ritiro dall’Iraq per non “irritare Bush”, il rifinanziamento per l’Afghanistan (la spesa fino al 30 giugno è stata di 16.235.103 euro), le rassicurazioni sui forti legami transatlantici di D’Alema sono una conferma della tendenza ipocrita del centrosinistra. Che, peraltro distingue tra missione Iraq e Afghanistan per il fatto che quest’ultima è legittimata dall’Onu (comunque missione Nato) come se l’avallo Onu (che punta a rafforzare l’Isaf da 9 a 15 mila soldati, circa 2.000 italiani) fosse una garanzia di giustizia internazionale (già visto per la Yugoslavia), tranne quando si tratta di risoluzioni che condannano Israele per l’occupazione militare dei territori palestinesi che, proprio in questi giorni subiscono ulteriori feroci attacchi indiscriminati contro i civili inermi.
A 60 anni dall’elaborazione della Costituzione siamo consapevoli che per entrambi i poli la comune strategia è quella del consolidamento del capitalismo. Che significa abbandono dei valori dell’antifascismo e della lotta di classe. È su questa e contro la concertazione che avanza, che bisogna puntare.


16 maggio 2006 redazione
editoriale

Nuovo governo, vecchi problemi
Continua la lotta

Carla Francone
Dal nostro precedente numero sono passate le elezioni, la nomina del Presidente della Repubblica, di quelli delle Camere, l’insediamento del Parlamento (un’infornata di giornalisti, soubrette, vedove che si aggiungono agli avvocati, commercialisti ecc.), del Governo. Due importanti date: 25 Aprile e 1 Maggio e ci stiamo avviando verso il referendum sulla Costituzione.
La nostra campagna elettorale, sebbene improntata a battere Berlusconi e tutti i fascisti di cui si è circondato non si è schierata sul voto. In effetti per i comunisti è difficile dare un’indicazione di voto quando manca il partito comunista da votare e, del resto, non sarebbe neppure compito di un giornale, comunista sì, ma senza organizzazione. Ma le elezioni sono servite come momento politico per riportare al centro dell’attenzione la lotta di classe. E il voto dato all’Ulivo “turandosi il naso” e alla destra anche di settori popolari confermano che c’è bisogno di intervenire maggiormente per combattere la tendenza dell’alternanza. Il problema non è, infatti, passare da destra a sinistra o viceversa, pensando che ci sia un governo che risolve i propri problemi. I governi sono e restano il comitato d’affari della borghesia. Berlusconi – che non si rassegna alla sconfitta con continue minacce, atteggiamenti e proclami eversivi, tali da raccomandare un attento controllo vigilante - lo rappresentava direttamente, altri come l’attuale Prodi, indirettamente.
Non ci sono, quindi, governi che agiscono nell’interesse delle masse popolari né tantomeno del movimento operaio, e anche quelli di centrosinistra si adeguano a ciò che impongono la politica e l’economia nazionale e internazionale. Sono due varianti dello stesso modello di società. Società funzionali allo sfruttamento.
Non dimentichiamoci di avere già avuto un governo Prodi e uno D’Alema che hanno approvato e appoggiato la guerra in Yugoslavia e che hanno imposto il famigerato pacchetto Treu, precursore della Legge 30. Che, con la modifica del titolo 5 il centrosinistra ha aperto la modifica della Costituzione; che l’equiparazione tra partigiani e repubblichini è partita dai Ds. Qualche sfumatura va riconosciuta… Ad esempio Prodi presenzierà alle celebrazioni del 24 Aprile… impedendo di fischiare i non desiderati con la motivazione che è “una festa per tutti”!
Ma questo governo – che già si pone il problema di escludere con la forza le contestazioni all’interno delle manifestazioni – farà rispettare la Costituzione e impedirà la vergogna dell’occupazione delle piazze da parte dei fascisti vecchi e nuovi? Se a Milano il 14 marzo, i fascisti hanno liberamente manifestato in piena apologia di reato e gli antifascisti sono in carcere, è passato nell’assoluto silenzio della grande stampa l’iniziativa senza precedenti di Piacenza. Nella città, medaglia d’oro della Resistenza, il giorno della Liberazione in piazza Duomo Forza nuova, capeggiata dal segretario emiliano Nicola Ferrarese ha commemorato, con tanto di autorizzazione, i repubblichini morti durante la guerra e nell’immediato dopoguerra. Lo stesso striscione “25 aprile vergogna nazionale” e forse gli stessi mercenari che sono stati rintuzzati lo scorso anno a Firenze, sono riusciti nel loro intento. Silenzio anche sulle devastazioni di sede e bandiere del Prc e di quelle dei Ds e Prc e del monumento alla Libertà di Fiorenzuola coperte da croci celtiche e svastiche.
La scelta di Napoletano a Presidente della Repubblica, di D’Alema a ministro degli esteri europeisti convinti (così come il banchiere neoministro Schioppa), conferma la forte connotazione verso l’Europa – non già dei lavoratori e dei popoli – ma quella di Maastricht, del riarmo, delle leggi repressive, della Bolkestein. Il graduale ritiro dall’Iraq e la conferma dei militari in altre zone del mondo, a partire dall’Afghanistan (probabilmente anche la conferma dell’acquisto dei micidiali F35), provano invece la continuità della fedeltà agli Stati Uniti.
Né sono una garanzia i due ex sindacalisti (i cui ruoli erano discutibili anche quando non erano ex) nominati presidenti di Senato e Camera. Anzi Marini, ha già esordito prendendo le difese dell’ex ministro Pisanu – quel solerte accusatore dei terroristi assimilati ai marxisti-leninisti e agli anarchici – implicato nello scandalo del calcio.
Sul piano interno era evidente che il conflitto sociale prodotto dal governo Berlusconi andava anche contro gli interessi di Confindustria – sottolineato dall’editoriale di Paolo Mieli sul Corsera alla vigilia delle elezioni. È tempo, quindi, di concertazione, di governare il conflitto avvalendosi di ministri come Damiano sindacalista Fiom al Lavoro e Ferrero demoproletario valdese operaio Fiat alla Solidarietà sociale. Ancora una volta si tenta di ottenebrare le menti dei lavoratori e illuderli sulla ripresa dell’economia e sulla competitività. L’atipicità dei lavori, più che precarietà, in quanto precari lo sono tutti – basta vedere i licenziamenti delle numerose fabbriche in ogni regione, la situazione all’Alfa Romeo, alla Fiat, la chiusura per delocalizzazione e lo smantellamento di interi comparti produttivi - diventerà flessibilità cioè la possibilità di saltare da un’occupazione all’altra senza potersi radicare politicamente e sindacalmente sul luogo di lavoro, già presentata come valore.
E allora quello che ci aspetta non è solo la difesa dell’occupazione e dei propri diritti in tutti i campi. Si tratta di passare all’attacco, di respingere la concertazione e la concezione che siamo davanti ad un governo amico. Il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori che si accompagna all’autoritarismo della politica del massimo profitto, della guerra e della crescente repressione padronale – come nel caso di Pomigliano, dove 8 operai dello Slai Cobas, avanguardia combattiva delle lotte, sono stati licenziati con la complicità di Fiom-Cgil - è parte integrante dell’approfondirsi della crisi del capitalismo. Che non si può abbellire ma sconfiggere. Ci vuole un partito comunista, è vero, e per arrivarci, per fare questo salto di qualità, ci vuole l’unità della classe sfruttata. In questi mesi il movimento operaio si sta muovendo: dalla costituzione del coordinamento lavoratori comunisti alle assemblee di Napoli del 25 marzo e di Roma del 13 maggio emerge questo bisogno. Sarà possibile? Certo lo sforzo per superare le divisioni di “bottega” e l’opportunismo di chi cerca, nascondendosi dietro una fraseologia rivoluzionaria di ottenere “favori”, “spazi politici” e “poltroncine”, deve essere molto profondo.   


8 maggio 2006