25 luglio 2010 redazione
editoriale

Il capitalismo non ha futuro e va abbattuto
Non sono i lavoratori che devono pagare la crisi delle speculazioni

Le famiglie tagliano le spese. Per ridurle comprano ai discount le mozzarelle “blu” - prodotte da aziende che lucrano pure sulle difficoltà economiche dei consumatori - con gravi conseguenze sulla salute. Cosa che non succede né ai parlamentari, né ai politici che, in aggiunta ai loro numerosi benefici hanno sufficienti mezzi per spendere in cocaina e trans. I tagli a regioni e comuni imporranno nuove tasse locali fino al 90% -, la liquidazione del sistema sociale a partire dalla salute, tanto che perfino i medici scendono in sciopero. È la nuova manovra economica “anticrisi” da “lacrime e sangue” per oltre 27 miliardi di euro (e non sarà la sola) che colpisce duramente i lavoratori, compresi quelli pubblici, e le masse popolari. In poche parole i lavoratori dovranno subire nuovi sacrifici, licenziamenti, cassa integrazione, ristrutturazioni, privatizzazioni e delocalizzazioni delle fabbriche.
I Governi dei paesi capitalisti hanno bruciato miliardi di fondi pubblici per salvare le banche, le stesse che oggi traggono enormi benefici dai debiti degli Stati.
Le misure antipopolari, quindi, non sono chieste solo alla Grecia. Anche l’Italia si adegua alla crisi internazionale nel tentativo di salvare dalla bancarotta banche e imperi finanziari ed è in prima fila nell’applicare la ricetta che sta sperimentando la Grecia.
In Italia - già strangolata dal debito pubblico (attualmente ha raggiunto il record di 1.753,5 miliardi di euro) prodotto dalla Dc e dai governi che si sono succeduti, ostaggio delle banche, delle politiche liberiste dell’Europa di Maastricht e della Banca centrale europea - diminuirà ulteriormente il potere di acquisto e crescerà l’abisso sociale tra le masse e gruppi sempre più ristretti di capitalisti. Infatti nessuna misura viene presa contro i monopoli, le banche, gli speculatori finanziari, gli evasori fiscali, i grandi patrimoni, i corrotti e i ladri di Stato. Anzi il governo procede a passi veloci sulle sue riforme come quella delle intercettazioni per salvare tutti i faccendieri, imprenditori, mafiosi e pitreisti del centrodestra.
Governo e Confindustria proseguono nello smantellamento dei diritti conquistati dalla classe operaia in tanti anni di lotta procedendo con la nuova legislazione del lavoro per togliere le residue garanzie giuridiche ai lavoratori.
Significativo è Pomigliano d’Arco dove la Fiat - con il no della FIOM e il consenso di Cisl, Uil, Ugl, Governo, Confindustria e di ondeggianti Cgil e PD, impone - attraverso il ricatto della produzione in Polonia - un piano i cui contenuti sono ferocemente peggiorativi dei diritti e della salute dei lavoratori e assicura l’assoluta libertà di sfruttamento del capitalismo che fa da apripista non solo per altre fabbriche ma per la stessa Fiat che ha obiettivi ben chiari.
Fiat, che torna in utile grazie alla Cig pagata dai lavoratori italiani, non si accontenta di un accordo capestro che dalla Polonia più che la Panda importa le condizioni dei polacchi, né della chiusura di Termini Imerese. Sono bastati pochi giorni e sono arrivati i primi 5 licenziamenti politici, vera e propria rappresaglia, di iscritti alla Fiom e l’annuncio della produzione della monovolume in Serbia. Cosa faranno adesso Cisl (il cui segretario sostiene che il metodo Pomigliano va “esportato”), Uil e Ugl? Firmeranno anche la chiusura di Mirafiori?
L’obiettivo è uno solo: scaricare sulla classe operaia, sui lavoratori, sui pensionati e sulle masse popolari il peso della crisi e dei debiti del capitalismo per consentire ad una minoranza di sfruttatori di continuare a vivere nei privilegi.
Nessun provvedimento per colpire l’evasione fiscale, la speculazione edilizia, nessun taglio per i fondi che vanno al Vaticano, alle scuole private cattoliche, alle spese senza fine per la politica, alle spese per le missioni militari all’estero (oltre 500milioni di euro all’anno). Nessun taglio agli sprechi, ai privilegi, ai costi delle oltre 90mila auto blu (3300 euro l’anno escluso il personale), ai doppi e tripli compensi di tanti parlamentari. Anzi aumenta il numero di sottosegretari, ministri e ministri del niente. È ridicolo, puramente demagogico e non significativo l’annuncio dell’alleggerimento del cedolino (non del compenso) del 10% sull’indennità dei parlamentari. Anche per i rimborsi elettorali si taglia del 10% quando era stato annunciato il 50%. Questo Governo “del fare” rimane alle enunciazioni di propaganda più che ai fatti!
Alla “solidarietà europea” – quella tra capitalisti, monopoli e governi - che conosce solo il supersfruttamento dei lavoratori, la privatizzazione degli utili e la collettivizzazione delle perdite, si deve contrapporre la solidarietà della classe operaia e dei lavoratori vittime della loro politica e delle potenze imperialiste che dominano ovunque e che, approfittano della crisi per rafforzarsi, guadagnare sempre più ed accaparrarsi i mercati.
L’opposizione non è certo al livello della Grecia - dove si susseguono scioperi generali e proteste dure (nel silenzio dei mass-media) perché sostenuti dai comunisti e dai sindacati – ma una certa risposta, seppure frantumata e senza una direzione politica, c’è. E il Governo si attrezza per affrontarla anche sul piano repressivo e non solo aprendo nuovi CIE contro gli immigrati o tenendo i carcerati in condizioni disumane, non solo con il pacchetto sicurezza, ma con ma
nganellate come ai lavoratori della Mangiarotti Nuclear a Milano e ai terremotati dell’Aquila a Roma.
Il Governo, inoltre, vuole mantenere la popolazione nell’ignoranza - molto più facile da manipolare politicamente - con la riforma della scuola, imbavaglia l’informazione e limita internet, si basa sulla corruzione, maschera i condoni, vuole cambiare la Costituzione e difende le nuove logge segrete, gruppi di potere occulto formati da individui del partito al potere che intervenivano con forti pressioni sul CSM per pilotarne le nomine.
Il foraggiamento delle varie sigle fasciste da parte del ministro della gioventù Meloni (che i giovani Pd invitano alle loro feste…),  mantiene attiva la manodopera squadrista che apre sedi ovunque e provoca, scaricando le proprie malefatte sugli antifascisti che, regolarmente, vengono condannati.
Proprio questo mese di luglio ci riporta al luglio ’60, al famigerato e autoritario governo Tambroni che ottenne la fiducia grazie ai voti dei fascisti e monarchici – con i suoi operai morti -, ci riporta al G8 di Genova. A distanza di 9 anni l’ex capo di polizia (poi promosso) De Gennaro è stato condannato in appello per le aggressioni e le provocazioni alla Diaz. Al solo accenno di dimissioni, questo governo glielo impedisce e gli conferma piena fiducia. È la difesa di un servitore, infatti, a Genova gli ordini arrivavano dal Governo e da Fini presente fisicamente nel centro operativo.
I lavoratori, le masse popolari non sono responsabili della crisi del settore speculativo. Non devono pagare né per la crisi, né la repressione.
È più attuale che mai una battaglia di classe per uscire da quella Europa dei trattati, di dominio e supersfruttamento che abbiamo sempre e da subito denunciato.
È fondamentale continuare la mobilitazione e la lotta contro il padronato e il governo, lavorare per unificare i comunisti e la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare il proletariato nelle battaglie che ci aspettano e per cambiare la società.
Il capitalismo non ha futuro, ha già dimostrato il suo fallimento, e va abbattuto. Solo il socialismo, con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con la pianificazione dell’economia, può assicurare - senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con una vera uguaglianza tra gli uomini - stabilità del lavoro, giustizia e progresso per l’intera società.            


9 giugno 2010 redazione
editoriale

LA GRANDE STANGATA
Passate e vinte le elezioni, arrivano tagli e sacrifici

La destra ha impostato tutta la campagna elettorale illudendo gli elettori. Tutti i leader, Berlusconi in primis, hanno martellato che in Italia tutto andava bene, che la crisi non c’era, che non si sono e non si sarebbero aumentate le tasse. E gli elettori ci sono cascati. A distanza di un mese il Governo e le forze che lo compongono e sostengono sono sbugiardati dalla presentazione della manovra economica. Mentre si analizzava il problema Grecia e molti lavoratori sono scesi in piazza in solidarietà con i sacrifici “lacrime e sangue” imposte ai greci, ecco che l’Italia non è da meno. “Lacrime e sangue” per 27 miliardi di euro (e non bastano) – che, mentre andiamo in stampa sta per essere firmata dal Presidente Napolitano - anche per i lavoratori italiani che forse non se ne sono ancora resi conto, tant’è che nessuno ha manifestato (forse sono in attesa dello sciopero generale promesso da Epifani) – o forse perché influenzati dalla Cisl, Bonanni si dice “Orgoglioso di aver collaborato; e dalla Uil, Angeletti la definisce “un po’ più equa”.
Berlusconi, dopo aver cercato di scaricare su Tremonti la decisione delle misure presentate, torna in pubblico per dire “I sacrifici sono necessari, indispensabili”, “siamo tutti nella stessa barca” (quale barca? Non certo su quella di 37 metri di suo figlio!). Una stangata che colpisce i lavoratori, i giovani, i pensionati mentre gli evasori continuano ad evadere e i corruttori a corrompere. Mentre, al di là della pura demagogia, non si parla più dello scudo fiscale (servito solo per il rientro del capitale Anemone-Balducci) non si toccano le spese della politica, dello Stato e delle Camere, né quelle per la costruzione di nuovi CIE e quelle militari. Tant’è che La Russa ha subito dichiarato che le missioni non si toccano, anzi entro l’anno altri 1000 soldati saranno inviati in Afghanistan (oltre 500 milioni all’anno) a combattere la guerra – parola che il Pd non pronuncia per coprire le proprie responsabilità del voto sistematico delle missioni militari all’estero. Così come hanno fatto il governo Prodi ed i partiti che l’hanno sostenuto - degli Usa e della Nato, a nostre spese. E procede la fornitura dei nuovi caccia F35 che costeranno 13 miliardi e l’ampliamento di Camp Darby. Aerei da guerra per un’Italia che si è dotata di una Costituzione (che molti festeggiano il 2 giugno evidentemente senza conoscerla) che ripudia la guerra. Nessun taglio agli sprechi, ai costi delle oltre 600mila auto blu, ai doppi, tripli compensi dei parlamentari, la quasi totalità già professionisti.
I tagli colpiscono soprattutto i dipendenti pubblici con il blocco delle retribuzioni per tre anni e tagli agli stipendi del 5/10%, blocco del turn over, liquidazioni rateizzate ecc. ma soprattutto i tagli colpiranno la sanità, la scuola, la cultura, la ricerca, gli istituti previdenziali (compreso quello di Prevenzione e Sicurezza sul lavoro): in poche parole più disoccupazione nuova e prolungamento per i giovani. Attacco che si ripercuoterà inevitabilmente anche a livello regionale e comunale con tagli sul welfare e sui servizi.
E se non bastasse l’esorbitante prezzo del carburante, da luglio aumenteranno anche le autostrade. Altro che rinviare l’apertura delle scuole per permettere le ferie alle famiglie!
È ovvio che da Bruxelles e dall’Ocse le intenzioni del governo siano state accolte con favore ed apprezzate. All’UE si sono appena aumentati lo stipendio di 1500 euro al mese e qualcuno le deve pagare!
Per non sentirsi messo in disparte il ministro Maroni lancia l’ennesimo allarme terroristi. Pensando alle rivolte che si prospettano di fronte all’acuirsi della crisi, il pretesto è buono per approntare nuovi tipi di intervento repressivo.
Il grande capitale e i suoi governi vogliono salvarsi da una crisi mondiale creata dai grandi monopoli, dalle multinazionali, dalle banche, dal Fondo monetario internazionale e dall’Unione europea, scaricando tutti i costi sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, del proletariato, delle masse popolari.
La classe lavoratrice non solo deve rispondere sul piano economico rifiutando di pagare un duro prezzo imposto dal nemico di classe, ma deve organizzarsi per abbattere il sistema capitalista.


19 aprile 2010 redazione
editoriale nu/3

25 Aprile

OGGI COME IERI: NO AL FASCISMO

RESISTENZA CONTINUA FINO ALL’ABOLIZIONE DELLO SFRUTTAMENTO DELL’UOMO SULL’UOMO

Da alcuni anni è in atto un tentativo, da parte della borghesia, di riscrivere la storia della Resistenza al nazi-fascismo deresponsabilizzando la classe dirigente dai crimini commessi contro l’umanità.
I borghesi sono maestri nel rifare la storia scaricando su altri i propri crimini e hanno i mezzi economici, di informazione e gli intellettuali prezzolati che fanno questo per loro.
Con questa operazione si cerca di autoassolvere le responsabilità del capitale, imputando alla natura umana la bestialità presente in ogni essere umano che scatenerebbe l’uomo contro il suo simile. In questo modo le responsabilità del capitale vengono meno e il sistema completamente assolto.
Secondo questo schema i responsabili dei campi di sterminio nazi-fascisti, dei milioni di proletari mandati al macello nella 2° guerra mondiale, dei morti e degli invalidi non sono più i padroni, le multinazionali legate all’industria militare, ma diventano l’egoismo, l’invidia, l’ignoranza e l’istinto violento che secondo loro è patrimonio delle classi sottomesse. Si cerca di far dimenticare che nei lager, oltre agli ebrei, non sono finiti solo i “pericolosi bolscevichi”, ma tutti coloro che ostacolavano o che osavano sfidare il “nuovo” ordine, primi fra tutti i lavoratori tedeschi ribelli. In particolare gli operai che nelle fabbriche, in sintonia con i partigiani “sabotavano” la produzione”.
Oggi i borghesi e gli intellettuali al loro servizio, sia al governo che all’opposizione non perdono occasione per denigrare la resistenza, parlando di “pacificazione” e di pari dignità fra chi combatteva per la libertà (i partigiani) e chi per mantenere la dittatura (i fascisti), cercando di mettere sullo stesso piano oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori. Questi paladini della dignità umana usano tutte le occasioni per scaricare sul movimento comunista i loro crimini.
Centrodestra e centrosinistra sono le due facce della stessa medaglia capitalista, accomunati da un unico interesse: la salvaguardia del sistema capitalista che continua a riprodurre i borghesi come padroni e gli operai, i proletari, come schiavi salariati.
Oggi nella crisi mondiale continuiamo a sentire i ritornelli di sempre; salvezza dell’economia nazionale, maggior produttività, aiuti di stato alle imprese, obiettivi da sempre perseguiti dai padroni di tutto il mondo.
La storia insegna e noi non dimentichiamo che chi parla di bestialità insita nell’uomo, chi persegue la logica del massimo profitto rendendosi responsabile degli omicidi di migliaia di lavoratori sul lavoro e di lavoro, appartiene alla stessa classe sociale di chi nel campo di sterminio di Auschwitz fece mettere la scritta “il lavoro rende liberi”. Nel momento in cui la concorrenza si acuisce, la guerra economica si trasforma sempre più in guerre militari per la conquista di nuovi mercati, continuano le campagne contro lo straniero; i cinesi che invadono il “nostro” mercato, gli arabi che continuano a rincarare il petrolio, i lavoratori “extracomunitarii” che “rubano “il lavoro agli italiani, argomenti che non sono poi così diversi da quelli usati da Hitler e Mussolini. La crisi rafforza e dà voce ai nuovi promotori dell’olocausto del capitale. Tocca agli operai, ai lavoratori, alla loro parte più cosciente, i comunisti, combatterli, affinché la storia non si ripeta.

1° Maggio

I lavoratori uniti contro il capitalismo e l’imperialismo

Il 1° Maggio nato nel 1886 a Chicago dal sangue operaio divenne nel 1889 per decisione della Seconda Internazionale giornata internazionale di lotta e simbolo per tutto il mondo del lavoro. Nata come giornata internazionale per la riduzione d’orario ad otto ore è stata una tappa importante nel processo di trasformazione degli operai in classe; portando negli operai prima alla consapevolezza e poi alla coscienza che essi si contrapponevano come classe proletaria alla classe borghese nel rivendicare diritti collettivi. Da sempre la borghesia ha cercato di svuotare questa giornata di lotta dei suoi contenuti rivoluzionari, tanto che negli ultimi anni in Italia in molte città (salvo qualche caso particolare) non sfila più alcun corteo, e dove si manifesta lo si fa come nella rituale manifestazione nazionale di CGIL-CISL-UIL, su contenuti di collaborazione di classe.
In questa giornata trasformata in festa, Cgil-Cisl-Uil non trovano di meglio che organizzare un grande concerto a Roma che passa in diretta TV facendo rivoltare nella tomba tutti gli operai e i combattenti per l’emancipazione del proletariato che hanno versato il loro sangue a questa causa.
Negli anni scorsi si sono sprecati fiumi d’inchiostro, studi e immagini tv per spacciare come vere enormi sciocchezze come la scomparsa della classe operaia e più in generali delle classi, ma la crisi mondiale si è incaricata di spazzare via tutto il ciarpame che sosteneva queste tesi. Dopo decenni di apparente benessere, il mercato capitalistico ha riportato le condizioni della classe operaia a condizioni che in alcuni casi si avvicinano o sono simili a quelle di un secolo fa. Conclusosi quasi ovunque il processo di formazioni degli stati nazionali con le lotte di liberazione, oggi esiste ancora una classe internazionale sfruttata e oppressa che non si è ancora liberata dalle catene e che non ha ancora concluso la lotta per la sua liberazione. Rivendicazioni e conquiste ottenute oltre 160 anni fa dal movimento operaio, come le otto ore di lavoro, l’abolizione del lavoro notturno e successivamente il diritto di sciopero vengono continuamente rimessi in discussione.
L’Associazione Internazionale dei lavoratori nel suo primo congresso (3-8, settembre 1886) decise la rivendicazione della giornata lavorativa a 8 ore con l’aggiunta di otto ore di riposo, di permettere il lavoro notturno solo in via eccezionale, escludendo le donne e i minori da “ogni tipo di lavoro notturno e da ogni tipo di lavoro in cui il pudore venga leso e i cui organismi siano esposti a veleni o a altri agenti nocivi”, rivendicazioni che i sindacati filopadronali oggi si guardano bene dal sostenere, perché rischierebbero di ridurre i margini di profitto delle imprese. La lotta diretta degli operai, al di fuori di ogni legislazione, portò negli Stati Uniti alla conquista delle otto ore e questa lotta per la riduzione della giornata lavorativa è stata ed è tuttora una lotta di liberazione che permette ai proletari di avere più tempo libero per loro e meno tempo di lavoro da schiavo per il padrone.
La lotta della classe operaia per la liberazione dello sfruttamento capitalistico è un movimento di classe che si batte contro il dominio della classe borghese.
Nella crisi la concertazione lascia sempre più spazio al conflitto. Sempre più spesso si vedono uomini e donne che lottano contro i licenziamenti, per la difesa del posto di lavoro e del salario, soccombere davanti alle serrate delle aziende e dalla “pace” imposta dai manganelli di poliziotti e carabinieri al servizio dello stato dei padroni. Nei prossimi anni, con la continua perdita dei posti lavoro, venendo meno l’aspetto di mediazione dello stato e accentuandosi ancor più l’aspetto repressivo dello stato, i lavoratori saranno spinti prima o poi ad usare gli stessi mezzi per autodifesa con conseguenze al momento imprevedibili.
Tutte le forze politiche di centrodestra e centrosinistra e i sindacali confederali che hanno sostenuto e votato in parlamento le guerre imperialiste, approvando i finanziamenti alle missioni militari delle truppe di occupazione della NATO o dell’ONU con la partecipazione di truppe italiane di aggressione hanno contribuito a mantenere sottomessa la classe. Anni di politica di collaborazione di classe, di sostegno alla politica interna e internazionale del proprio imperialismo hanno snaturato il 1° maggio svuotandolo dei suoi contenuti rivoluzionari e ora è giunto il momento di riprenderselo.
Il 1° Maggio è il giorno di lotta in cui gli operai coscienti di tutto il mondo dimostrano uniti con manifestazioni in ogni paese contro il capitalismo e l’imperialismo, contro lo sfruttamento degli esseri umani, per l’emancipazione della classe operaia e di tutta l’umanità. Obiettivi che si possono raggiungere solo con l’azione internazionale del proletariato organizzato nel suo partito di classe che, prendendo il potere politico attraverso una rivoluzione, espropria la parassitaria classe capitalista impadronendosi dei mezzi di produzione.
Mentre nei paesi industrializzati e nel mondo aumenta la disoccupazione, che in Italia ha raggiunto l1,5% secondo dati Cgil, il governo sostenuto dal “partito dell’amore” di Berlusconi e dalla Lega cerca di mettere gli operai di una nazionalità contro l’altra, fomentando la rabbia degli italiani (operai, disoccupati C.I, piccolo borghesi, e tutti coloro che subiscono gli effetti della crisi) fornendo falsi responsabili della situazione, fomentando il nazionalismo, la paura del diverso e la divisione fra proletari.
Ai proletari coscienti, ai comunisti, spetta il compito di lavorare nella loro classe affinché la protesta, la giusta rabbia per la mancanza del lavoro, del salario e di una vita decente si trasformi in forma organizzata e in odio di classe verso i capitalisti, unici responsabili della nostra miseria.


10 novembre 2009 redazione
editoriale

A BERLINO È CADUTO IL MURO MA NON LA NECESSITÀ DEL SOCIALISMO

E anche per i tanti muri che ancora esistono è sempre tempo di rivoluzione
È dall’inizio dell’anno che i mass-media ci martellano con l’anniversario del crollo del muro di Berlino. Tra i tanti libri usciti per raccontare la sua storia ce n’è anche uno illustrato, un’antologia di racconti firmati da grandi autori europei dal titolo: 1989. Dieci storie per attraversare i muri”. Autore per l’Italia Andrea Camilleri, che avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui suoi apprezzabili gialli. Tutti recensiti e pubblicizzati con dovizia escluso uno, “Uccisi due volte” (ed. Zambon), che abbiamo recensito nei mesi scorsi e che consigliamo di leggere. L’autrice, Monika Zorn profonda conoscitrice della storia della resistenza tedesca documenta come sia in atto nella Germania unificata la “soluzione finale” della resistenza antifascista.
l muro è al centro anche della scelta per il Nobel letteratura 2009 assegnato alla romena Herta Muller (accostarla a Grazia Deledda è un’offesa). Scrittrice di lingua tedesca, semisconosciuta, non certo per volere di Ceausescu come hanno scritto alcuni giornali, visto che lei ha 56 anni ed è emigrata in Germania nel 1987, ma si è laureata a Timisoara e il suo primo libro è stato pubblicato in Romania dove lavorava come traduttrice e poi – come scrive la Nazione - “si è ridotta a vivere lavorando come maestra in un asilo”. Non sapevamo che la maestra d’asilo fosse un impiego degradante.
Ore e ore di trasmissioni sul muro di Berlino e nessuna parola sui tanti altri muri e non solo ideologici. A partire da quello indegno costruito dai sionisti in Palestina, muro che divide terre e famiglie e acqua per 600 km., quello del Messico dove i diseredati che cercano occupazione negli Stati Uniti muoiono come mosche uccisi dalle guardie armate.
Ma per il mondo borghese conta solo il muro di Berlino (104 km.), definito fascia della morte, prigione, luogo di orrori e la ministra Gelmini non ha perso l’occasione dei 20 anni per inserire nei prossimi libri di testo questa storia del muro. Perché? Perché il muro di Berlino (caduto in coincidenza con l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre) è il pretesto per fare anticomunismo, è la libertà di sguazzare tra superficialità e servilismo dei mezzi di informazione che, purtroppo per ignoranza di molti – anche di giovani studenti – trovano terreno facile.
Sul muro si è sentito di tutto e di più. In effetti alla sua caduta è corrisposta la vittoria dei capitalisti.
Tra le tante parole e i fiumi di scritti emerge l’assoluta disonestà intellettuale perché gli stessi interpellati, intervistatori e autori ignorano e manipolano le posizioni di tanta parte della popolazione che sostiene il passato. Tacciono quando sentono gli abitanti dire che non chiudevano le porte a chiave. Tacciono anche sul divieto ai comunisti di lavorare, soprattutto negli enti pubblici, della Germania ovest. Martellano invece sul controllo capillare della Stasi e denunciano perfino l’uso totale di intercettazioni (?) senza fare paragoni con il potere dell’Occidente dove chi si oppone viene schedato, spiato, seguito ed intimidito e dove addirittura vogliono schedare tutti fin dalla nascita (il ruolo della Cia nel caso Abur Omar è sintomatico). Parlano di comunismo mentre in tutti i paesi dell’Est si cercava di costruire il socialismo, un’esperienza che non ha avuto molto tempo per perfezionarsi.
Ma se questo era un regime così totalitario come ha fatto a cadere senza rivolte, scontri e morti?
Noi abbiamo la nostra verità, quella che abbiamo visto e vissuto a Berlino come in altre parti della RDT: senza pressioni, senza militarismo, senza paure. Abbiamo visto una popolazione che viveva la piena occupazione, il completo diritto allo studio, alla sanità e che poteva godere degli affitti, della cultura di alto livello: teatri, opera; dello sport (ad incredibili centri sportivi e piscine si accedeva con pochi centesimi), del tempo libero, potevano mangiare fuori casa, sebbene nei negozi non mancasse nulla, perché i prezzi erano veramente irrisori.
È anche per questo che è stato issato il muro. Perché nessuno dei soloni che si sono sfogati nelle più bieche falsità, compresi i servi dell’informazione, ha tenuto conto che i berlinesi, prima del muro, facevano i pendolari lavorando nella parte occidentale e non erano “prigionieri”, erano semmai sfruttati dal potere occidentale che tentava con ogni mezzo di recuperare quei lavoratori e quei professionisti – molto validi perché avevano avuto una formazione (gratuita) dal governo comunista -.
La costruzione del muro ha determinato una crisi di mano d’opera e di produzione nella Germania occidentale, infatti Berlino ha perso 60mila operai pendolari qualificati e i cittadini dell’ovest hanno perso la possibilità di recarsi a est per usufruire dei servizi a basso costo (a ovest guadagnavano di più ma la vita costava ancora di più e, quindi andavano a Est per risparmiare): dalle trattorie ai parrucchieri ai teatri a tutto svantaggio dell’economia e della vita dei berlinesi dell’est. Inoltre da ovest avanzava una campagna di sabotaggio economico e addestramento di gruppi che potessero compiere atti di terrorismo e delinquenza che indebolissero il governo socialista. Provocazioni (vi hanno fatto comizi anche Kennedy e Reagan) e violazioni, scritte neofasciste, lancio di molotov, stampa di propaganda, tentativi di corruzione delle guardie sono proseguite anche dopo la costruzione del muro, dove sono morte almeno 8 guardie di frontiera in seguito ad attentati da ovest e che nessun borghese ha interesse a ricordare.
Anche l’argomentazione della bancarotta dell’RDT – rievocata in questi giorni, tra l’altro mentre il mondo è caduto in una crisi economica abissale, e sbandierata per giustificare l’annessione da parte del governo Kohl – è una falsità. Nel 1988 il reddito nazionale era aumentato del 3%, come nei due anni precedenti e quello procapite del 4%; la produttività del lavoro aumentata del 7% nel settore industriale e del 4,8% in quello edile (219.243 alloggi nuovi e ristrutturati). La produzione dei beni industriali era stata incrementata del 3,7% e gli investimenti erano concentrati in importanti campi per potenziare l’economia e la politica sociale. Solo nell’agricoltura non avevano raggiunto gli indici prefissi che però erano sorpassati dalla produzione zootecnica. Sempre nell’88 la ricerca era concentrata sulla microelettronica che doveva prendere l’avvio della produzione nel 1989, anno in cui sarebbero aumentate le pensioni per la “terza età” che invece con la caduta del muro si sono ritrovati improvvisamente scaraventati nell’abbandono e nella totale povertà.
Proprio nel 1988 gli Stati socialisti perfezionarono la loro cooperazione con l’obiettivo di aumentare il livello di vita dei propri popoli.
Non avevano fatto i conti con l’imperialismo che agiva per distruggerli e per questo anche noi li criticavamo. Evidentemente i servizi segreti non erano così potenti! Non certo come quelli dell’Occidente che hanno tramato al servizio dei poteri reazionari, delle borghesie, del Vaticano. In più una bella spallata per svendere l’RDT l’ha data Gorbaciov con il quale Honnecker si è incontrato dal 27 al 29 settembre - solo due mesi prima della caduta – per “intraprendere ulteriori sforzi per estendere la specializzazione e la collaborazione nei campi della scienza, della tecnica e della produzione”. Un’iniziativa ritenuta importante per i forti impulsi che ricadevano sulla cooperazione.
Altra falsificazione della storia – gradita ai manipolatori dell’informazione - è il totalitarismo ignorando (o volendo ignorare) che nell’RDT esisteva la Camera del popolo, cioè il Parlamento, che era il massimo organo statale dove erano rappresentati cinque partiti politici (Sed, DBD-contadini, CDU-cristiani democratici, LDPD-liberaldemocratici, NDPD-nazionaldemocratico) e cinque organizzazioni di massa: sindacati, gioventù, donne, lega della cultura e il mutuo soccorso contadino.
Noi comunisti, quindi, non festeggiamo la caduta del muro perché l’annessione, e non l’unificazione, ha rappresentato disoccupazione, povertà per molti, prostituzione, emigrazione di tanti sfuggiti alla catastrofe sociale, nascita di gruppi neonazisti, cancellazione dell’antinazismo e dell’antifascismo. È stata fatta piazza pulita della memoria sia per la collusione dei capitalisti tedeschi con Hitler che per l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt e si associano le vittime del nazismo ai carnefici delle SS definiti “vittime dello stalinismo”.
E ci ripugna vedere traditori, potenti ed ex ormai cariatidi riesumate per l’occasione riunirsi e partecipare ad eventi mass-mediatici, demagogici e funzionali al sistema (come quello del 1989 quando i picconi usati erano forniti da opportuni venditori a caro prezzo in strada). Vogliamo distinguerci dalla Castellina che parla di “liberazione da regimi certamente oppressivi” e da Paolo Ferrero (segretario PRC) che saluta positivamente la caduta perché il socialismo senza libertà non è socialismo e del tentativo abortito di andare oltre il capitalismo. Quale libertà, per chi? Per i capitalisti di sfruttare? di imporre la cultura dell’individualismo? del libero mercato? di aver affossato le necessità e le aspirazioni di cambiamento della classe operaia e dei popoli con demagogiche promesse di “un nuovo ordine mondiale”? Non a caso per l’imperialismo con la caduta del muro era finita la storia, ha decretato la fine delle ideologie sostenendo che l’unica soluzione era quella fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Honnecker (morto nel 1994) ha preferito l’esilio e oggi sua moglie Margot dal Cile dove si erano rifugiati manda a dire che il socialismo tornerà in Germania. Certo nonostante tutti gli sforzi dell’imperialismo, dei revisionisti e degli opportunisti i comunisti in tutti i paesi continuano ad esistere e lottano per liberare la classe sfruttata ed oppressa ed eliminare la borghesia. Ma pur essendo una necessità oggi non è così facile. Quando si lasciano cadere i muri a Berlino, quando si sconquassa il movimento comunista, quando intellettuali e segretari di partito non parlano più di comunismo ma di generica sinistra, tutto diventa più difficile. Questo ci impone una lotta ancora più dura e costante per ricostruire le condizioni e ristabilire l’ideologia marxista e leninista con la quale sarà possibile dare una spallata al potere borghese e imperialista.

 


25 settembre 2009 redazione
editoriale

PROTAGONISMO OPERAIO E REPRESSIONE

Oggi più che mai ci trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili
Operai barricati sulle gru, lavoratori accampati sui tetti delle aziende, presidi davanti alle fabbriche chiuse o in crisi, operai in sciopero della fame, precari della scuola incatenati e in mutande sono forme di lotta estrema, preludio di un autunno che si annuncia molto caldo. Lotte, in alcuni casi ai limiti dell’autolesionismo (come in Francia), che un proletariato senza un’organizzazione politica combatte da solo contro il singolo padrone, una ripresa del conflitto a volte discutibile, ma che dimostrano la rottura della passività e il risveglio del protagonismo operaio.
L’unità e la solidarietà di classe che generano questi momenti di resistenza - come si sono espresse nella lotta dell’INNSE e in diverse altre realtà - suonano come un campanello d’allarme pericoloso per l’intera classe borghese. Nella società capitalista una serie di circostanze, rapporti di forza favorevoli possono far vincere temporaneamente gli operai com’è successo all’INNSE di Lambrate a Milano, diventando un esempio per tutta la classe operaia, ma questo scatena l’odio della classe dominante. Così com’è già successo nel 2003 nella lotta vittoriosa degli autoferrotranvieri, che con forme di lotta autorganizzate, dure e indipendenti da tutti i sindacati e partiti, bloccarono nelle rimesse tutti i mezzi di trasporto nel mese di dicembre per tre giorni, anche stavolta la vendetta padronale non si è fatta attendere. Come allora anche oggi scattano denunce e multe.
La Magistratura, che tutela la proprietà privata e il profitto, ha già cominciato a dividere il fronte di lotta “in buoni e cattivi” per far pagare cara la solidarietà di classe e l’insubordinazione operaia.
Agli operai e lavoratori di altre fabbriche, ai compagni che hanno partecipato alle manifestazioni e blocchi stradali durante i dieci giorni di lotta all’INNSE, sono arrivate le prime denunce e multe, che vanno dai 5mila ai 10mila euro.

Il conflitto è inevitabile
in una società divisa in classi, dove il potere è nelle mani della borghesia imperialista. Finché lo scontro rimane nella singola fabbrica e sotto la direzione dei sindacati che riconoscono come legittimo il profitto, è tollerato. Finché è controllato, disperso e frammentato dai cosiddetti “rappresentanti dei lavoratori” sia politici che sindacali in una miriade di lotte locali - azienda per azienda o per settori produttivi - tali da limitare fino a privare la classe della necessaria forza d’urto che la porterebbe a combattere classe contro classe, tale conflitto è considerato “legale”. Quando questo sfugge di mano e gli operai dimostrano con azioni concrete, la loro indipendenza, la lotta diventa “illegale” e scatta la reazione con la repressione.
I partiti (sia quelli di centrodestra, sia di centrosinistra) e i sindacati concertativi lavorano per evitare che la lotta politica sia condotta dalla classe operaia in forma diretta, tentando di arginarla per le vie rappresentative all’interno delle forme istituzionali stabilite dallo Stato borghese, quindi attraverso la pressione esercitata sugli organismi legislativi e di governo. Non è quindi un caso che la lotta – come quella dell’INNSE - sia anche l’occasione per la passerella di molti rappresentanti politici e sindacali, responsabili o corresponsabili anche dei licenziamenti.
Oggi sempre più proletari cominciano a prendere coscienza che all’attacco generale del capitale si deve rispondere unificando la classe sugli interessi immediati e futuri, unificando lotte e obiettivi, schierando i ranghi di tutto l’esercito proletario. Anni di revisionismo, di riformismo e di opportunismo, di settarismo e di diffidenze reciproche hanno impedito la nascita di un’organizzazione generale che permetta al proletariato di organizzarsi come classe in un partito adeguato all’attuale scontro di classe.
Solo diventando protagoniste del loro destino e non delegando ad altri i propri interessi, le masse proletarie possono non solo presentarsi organizzate sul campo di battaglia, unificando la lotta economica (oggi dispersa in mille rivoli) e quella politica, bensì possono trasformarla in lotta rivoluzionaria di massa, capace non solo di resistere agli attacchi del capitalismo o di limitarne lo sfruttamento e porre le basi per distruggere il sistema di potere della società borghese basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Dividere la lotta economica da quella politica, ridurre la politica della classe operaia al sistema parlamentare serve solo a mantenere sottomesso il proletariato. Parlamentarismo e sindacalismo sono complementari, entrambi agiscono sul terreno delle riforme (politiche o economiche) lasciando inalterato il problema del potere borghese. L’obiettivo di chi vuole liberarsi dalla schiavitù salariata è quello di distruggere lo Stato e l’ordine sociale borghese. Non possiamo lottare semplicemente contro gli effetti del sistema, dobbiamo andare alla radice, alle cause.
Noi proletari abbiamo i numeri e la ragione storica, ma senza la forza dell’organizzazione siamo alla mercé dei padroni. Le lotte creano condizioni favorevoli all’unità. Sono il terreno migliore per cominciare a confrontarci, per rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di presentarci come classe sulla scena politica. Ogni classe ha le sue avanguardie e i suoi partiti. Solo la classe operaia è oggi e da troppi anni senza un’organizzazione generale anticapitalista e antimperialista, senza il suo partito. In questa situazione il nostro compito di rivoluzionari non è solo quello di partecipare e guidare le lotte di resistenza, ma quello di mettere all’ordine del giorno in tutte le lotte di massa la concezione del mondo che ci guida, il modello di società che vogliamo dotandoci degli strumenti organizzativi che ci permettono di perseguire quest’obiettivo, come la costruzione di un partito comunista adeguato ad affrontare lo scontro di classe.
Oggi più che mai ci si trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili. Dobbiamo intensificare i nostri sforzi nel lavoro di ricomposizione di classe, lavorare nel proletariato di ogni nazionalità, perché si riconosca come classe internazionale che ha gli stessi interessi comuni nella lotta contro il sistema capitalista. L’obiettivo di distruggere lo Stato borghese che esercita la dittatura del capitale, di espropriare i borghesi impedendo loro di sfruttare gli esseri umani e la natura si può realizzare solo attraverso l’organizzazione proletaria. Solo con la dittatura del proletariato, il socialismo ed il comunismo, dove si produce e lavora per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, la classe operaia può avanzare verso l’emancipazione di se stessa e di tutta l’umanità.