5 giugno 2017 redazione
editoriale n 3

Invertire la rotta
Le contraddizioni del sistema capitalista sono sempre più evidenti, ma la classe lavoratrice stenta a rafforzare la sua capacità organizzativa. Eppure è all'ordine del giorno la necessità di una svolta unitaria e radicale
Anche i bambini hanno un colore, come i soldi. Se muoiono a Manchester o sotto le bombe in Siria quando è conveniente attribuirle al governo Assad si alza un gran polverone sui vari mass media e i fatti vengono strumentalizzati a proprio favore dalle forze politiche reazionarie e conservatrici. Non fanno notizia i milioni di bambini costretti a lavorare né quelli che ogni giorno e da anni muoiono sotto le bombe e di fame in Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina (dove sono anche imprigionati dal governo isreliano) o che affogano nel Mediterraneo. I bambini sono bambini a secondo dell'interesse degli imperialisti che hanno favorito e foraggiano il terrorismo, attraverso operazioni targate Nato, e che a parole dicono di voler combattere. Proprio com'è successo al G7, ospitato a
Taormina. Due giorni per bruciare 37,5 milioni di euro dei contribuenti e sentire la piena soddisfazione di Gentiloni su quanto accordato nella rinnovata "lotta al terrorismo", tema che li vede tutti d'accordo e che si riverserà sempre più contro gli immigrati e per la riduzione delle libertà democratico-borghese, di agibilità politica, di manifestazione già in atto con il decreto Minniti-Orlando e come si è visto proprio in occasione della protesta contro il G7.
Taormina, una sede scelta dall'ex governo Renzi per ribadire il ruolo geostrategico della Sicilia per il controllo del Mediterraneo, del nord Africa e del medio Oriente (non a caso Trump ha visitato la base di Sigonella), e dove la mafia la fa da padrone, per riunire i capi delle potenze imperialiste a discutere di come ripartirsi il mondo rapinando, schiacciando e reprimendo i popoli in nome della lotta contro i terroristi che loro stessi armano. E di come - insieme allo sviluppo dello sfruttamento attraverso le controriforme, l'imposizione di nuovi sacrifici alle masse popolari e il rinvio della soluzione della devastazione dell'ambiente - estendere la guerra. Nel suo primo viaggio all'estero, Trump - dopo aver affermato la cooperazione con Israele - ha venduto all'Arabia Saudita armi per 110 miliardi di dollari (che arriveranno a 350), armi che sono destinate a colpire i civili in Yemen e a sostenere i banditi dell'IS.

Debutto tra i G7 del neo presidente della Francia che, fiduciario ed erede di Holland, ne garantisce il ruolo coloniale della Francia nelle aree concessagli dall'imperialismo Usa (Africa occidentale e Sahel) e favorevole a fornirgli contributi nelle aree di predazione in Afganistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia. A Macron, respinto da una quota di astensionismo mai vista dal 1969, simpatizzante di Soros e "figlio" di Rothschild del quale rappresenta la politica neoliberista, repressiva e antisociale si deve, in coppia con Manuel Valls la famigerata Loi travail, la corrispondente del Jobs act.
Governi e apparati statali
proseguono sistematicamente la loro opera antipopolare e repressiva, accomunati dall'asservimento ai padroni, agli imperialisti, al Vaticano tra guerre commerciali e nuove crisi economiche che scaricano sulla classe lavoratrice e sulle masse popolari. Scelte che aumenteranno povertà e disuguaglianza sociale, e che rendono fertile il terreno per lo sviluppo del populismo, del fascismo, del nazionalismo e della xenofobia. Teorie convenienti a distrarre e identificare i veri responsabili e i veri nemici contro cui lottare.
Tra disoccupazione, sottoccupazione e lavoro nero - difficile da tenere nascoste
persino con le statistiche manipolate - si intensifica lo sfruttamento e la repressione che oggi si manifesta anche con le multe e i licenziamenti disciplinari e politici. Sono continui i ricatti nei confronti dei lavoratori che ogni giorno perdono un pezzo delle libertà conquistate a fatica e con grandi sacrifici a partire dal dopoguerra, e sono messi di fronte alla scelta tra lavoro e salute, completamente abbandonati da quei vertici sindacali conniventi con il padronato che operano per il mantenimento della pace sociale - l'accettazione del jobs act e della cancellazione del referendum sui voucher sono solo ultimi esempi - e che paralizza la risposta del movimento operaio.
L'offensiva capitalista avanza di pari passo con il progetto autoritario, di fascistizzazione, eversivo e guerrafondaio. Dopo brexit, illudendosi di poter sostituire l'Inghilterra,
Pinotti-Gentiloni hanno subito pensato ad una “Schengen della difesa per rispondere al terrorismo” per “Rafforzare la capacità operativa (dell’UE) nelle aree di crisi e nella lotta al terrorismo”, ovvero nelle aggressioni imperialiste contro lavoratori e i popoli del Medioriente, e così rafforzare l’industria militare italiana ed europea. Un rinnovato militarismo già ratificato nell’incontro di Ventotene tra Renzi, Merkel, Hollande lo scorso agosto sulla portaerei Garibaldi.
Ma il governo italiano, indipendentemente da chi lo regge, non accentua solo il suo europeismo. Al tempo stesso ribadisce il suo filoatlantismo mantenendo le richieste USA come "alleato vitale".  Servilismo che lo impegna ad accettare la richiesta - ribadita da Trump nell'incontro del 19 aprile con Gentiloni alla Casa Bianca - di portare al 2% del Pil (100 milioni di euro al giorno) la quota di appartenenza alla Nato alla quale si aggiunge l'enorme spesa del riarmo militare e del mantenimento delle "missioni" all'estero. Nel disegno imperialista c'è la guerra e va estesa perché - come sosteneva Lenin - "
La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi".
In occasione del 60 anni dai Trattati che hanno dato vita all'UE abbiamo assistito a dichiarazioni, interventi, celebrazioni intrisi di retorica e demagogia sul fatto che la sua costituzione ha impedito la guerra in Europa. E allora quella che ha distrutto la Jugoslavia nel 1999, in alleanza con Usa e Nato, come dobbiamo chiamarla?
Ancora una volta non possiamo che essere d'accordo con Lenin quando analizzava che "in regime capitalistico gli Stati Uniti d'Europa sarebbero impossibili o reazionari. Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. Il mondo è diviso fra un piccolo numero di grandi potenze, vale a dire fra le potenze che sono meglio riuscite a spogliare e ad asservire su grande scala altre nazioni".
Non sarebbero se non quello che sono già, un sistema armato di nazioni alleate e in concorrenza, con una forte proiezione militare ai propri confini (Est e Mediterraneo), una tendenza ad accordi commerciali che favoriscono i monopoli a scapito delle classi subalterne, un ampio mercato finanziario e commerciale in cui spartirsi ruoli e spazi "secondo la forza".
Eppure di fronte a questa offensiva prolungata della borghesia imperialista la classe lavoratrice continua ad essere divisa, le lotte in corso rimangono isolate, non capisce che si può vivere senza i padroni. Padroni che non si dividono in buoni e speculatori come ha predicato il Papa a Genova (città prossima alle elezioni) agli operai dell'Ilva, già in cassa integrazione da tempo, un gruppo per il quale i candidati acquirenti prevedono fino a 6mila esuberi. Lavoratori che, influenzati da anni da politiche revisioniste, socialdemocratiche e opportuniste, non credono sia possibile rompere con il capitalismo e costruire una società socialista. È solo una questione di tempo, quello necessario a prendere coscienza della propria forza e della necessità della rivoluzione per abbattere questo sistema, prepararla giorno dopo giorno con organizzazione, impegno e partecipazione militante, per fare vivere anche oggi la storica vittoria del proletariato sulla borghesia capitalista come insegna la Rivoluzione d'Ottobre.


2 aprile 2017 redazione
editoriale 2/2017

Basta con le spese militari
Liberiamoci dal dominio e dall'influenza degli Usa e dalle nuove guerre che la NATO prepara
Più si aggrava la situazione economica in Italia - come negli altri paesi - più si acutizza la "guerra tra poveri" sulla quale soffiano le organizzazioni fasciste nelle variegate firme e la Lega nord, nel tentativo di affermare una mobilitazione reazionaria che si traduca poi nel raggiungimento del desiderato successo elettorale.
Nella opinione pubblica sale la protesta contro la solidarietà e l'ospitalità nei confronti degli stranieri fuggiti dalle numerose guerre del mondo e dalla conseguente miseria.  Guerre imperialiste volute da forze guerrafondaie che non esitano a distruggere intere popolazioni e paesi ricchi di storia secolare per le proprie mire di conquista delle risorse locali e come soluzione della crisi.
Ma non si sente - almeno come sarebbe necessario - attaccare i governanti per come e dove indirizzano, anzi sprecano, le risorse economiche peraltro rapinate dalle tasse. Non si sentono proteste contro i lauti compensi dei membri del parlamento sia italiano che europeo, che dai loro scranni non operano certo nell'interesse dei lavoratori e della popolazione.
Se il debito pubblico è in continuo aumento non è certo a causa del welfare. I governanti a tutti i livelli hanno il coraggio di giustificare i tagli ai servizi e alla sanità, la mancanza di case popolari e perfino l'impossibilità di riasfaltare le buche delle strade, non solo quelle di Roma, con la mancanza di fondi.
Meno che mai le proteste sono indirizzate contro il riarmo che arricchisce i potenti gruppi dell'industria militare che hanno tutto l'interesse a fomentare nuove guerre, né per l'appartenenza all'alleanza atlantica.
Eppure l'Italia spende per la Nato circa 70 milioni di euro al giorno, 63 sono i milioni al giorno per la difesa (da chi?) e per il continuo riarmo.  L'ultimo recente acquisto di circa un miliardo di dollari dell'Italia è stato fatto con Israele per comandi volanti, dotati dell’elettronica più avanzata e per missioni di attacco a lungo raggio. Altri 20 miliardi si aggiungono per le cosiddette missioni di pace per le quali a dicembre il consiglio dei Ministri ha emanato una legge che scavalchi l'art. 11 della Costituzione e legittimi la partecipazione dei militari italiani a operazioni e guerre in altri paesi.
Se si aggiungono i miliardi che servono per coprire parlamentari (in forza e in pensione) e ministri, i milioni di compensi ai manager statali corrotti e speculatori (anche coloro che portano le aziende al fallimento), quelli che si versano a quel carrozzone dell'UE di cui abbiamo assistito - in occasione del 60 anniversario ad una retorica unità (svanita nel giro di due giorni sull'accoglienza) che corrisponde solo a programmi di impoverimento delle masse popolari e di guerra - abbiamo una vaga idea di quanto si sottrae ai bisogni dei lavoratori e di ciò che si potrebbe fare in materia di servizi, sanità, ambiente (più che mai inquinato dalle esercitazioni militari), messa in sicurezza delle scuole, ricostruzione delle zone terremotate, ristrutturazioni con conseguente aumento dell'occupazione?
Il peso economico non sono dunque gli immigrati - peraltro sfruttati e schiavizzati da padroni, caporali, cooperative nelle campagne, perfino nel "ricco" Chianti toscano - il problema è che siamo governati dalla borghesia con un sistema capitalista e la crisi non sarebbe risolvibile neppure in assenza di stranieri.
La nuova amministrazione Trump rafforza la NATO lo assicura il nuovo ministro della difesa Jim Mattis sostenendo che "l'alleanza militare che nella storia ha avuto il maggior successo..." e che "resta la base fondamentale per gli Stati Uniti".  E impone all'Italia l'aumento ad almeno il 2% del Pil da destinare alla Nato (che porterà ad una spesa di 100 milioni al giorno), a questo strumento di morte che alimenta e sostiene le guerre nelle varie zone del mondo, appunto. Ma il riarmo, la Nato, le guerre né tantomeno il sistema capitalista sono messe in discussione da nessuna forza parlamentare, comprese quelle che soffiano sul fuoco del "prima gli italiani".
E la ministra Pinotti che non perde alcuna occasione per esibire il suo ruolo - l'abbiamo vista e sentita crogiolarsi nella difesa dei militari in missione all'estero al festival di Sanremo - approva tutte le richieste imperialiste e già prevede un primo stanziamento per costruire un'unica struttura per i vertici di tutte le forze armate. E mette in pratica il disegno di legge sulla realizzazione del "Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa" scavalcando il Parlamento (una questione formale vista la composizione), un disegno che prevede nuovi armamenti e... nuove spese.
Un nuovo hub come forza di risposta entro 48 ore verso il Nordafrica e il Medioriente sarà organizzato a Napoli sotto il comando dell'ammiraglia statunitense Michelle Howard  (a conferma che non tutte le donne sono uguali!), che è anche a capo del Comando Nato e comandante delle forze navali Usa per l'Europa e di quelle per l'Africa, il tutto ovviamente sotto il comando del Pentagono. L'hub per il sud è un'offerta di lavoro per i professionisti della guerra, sarebbe questo un sicuro sbocco occupazionale per i giovani?
La NATO, infatti, ha in programma il dispiegamento di nuove forze, un rafforzamento deciso dai Ministri della Difesa dei paesi che vi fanno parte per - come sostiene Stoltelberg - "prevenire le crisi" ovvero poter effettuare interventi militari preventivi sul fronte orientale: Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia ma soprattutto Ucraina. Il governo di Kiev - che continua a bombardare i russi e ad assassinare i capi della resistenza attraverso attentati - ha annunciato un referendum per l'adesione dell'Ukraina alla NATO.  Annuncio appoggiato dal premier greco Tsipras, colui che ha illuso la "sinistra" tanto che in Italia si sono pure costituite liste elettorali col suo nome, che, durante una visita a Kiev in febbraio, ha espresso il "fermo appoggio della Grecia alla sovranità, integrità territoriale e indipendenza dell'Ucraina", ha assicurato la stretta collaborazione per il "conseguimento della pace nella regione", confermando la sua linea borghese e opportunista, di sostegno agli obiettivi del capitale mascherata con parole d'ordine socialiste.
Rientra nella strategia del capitale e dell’imperialismo l’aumento dell’aggressività militare sul piano internazionale e della repressione sul piano interno. Terrorismo e "decoro" sono l’alibi per giustificare misure liberticide (significativo è il decreto Minniti) e di offensiva antipopolare, terreno fertile su cui si innesta la cultura fascista e nazista.
Più aumenta la crisi più la borghesia - che è ben cosciente della pericolosità della lotta di classe - contrasta con ogni mezzo l'ideologia comunista in un sempre maggiore numero di paesi.
Come continuiamo ad affermare il capitalismo ha dimostrato il suo fallimento ma la classe lavoratrice - tra la ricerca di soluzioni parziali, spesso individuali, e la rinuncia alla lotta, non ha ancora preso coscienza che è possibile cambiare l'attuale sistema e che quello socialista è veramente un altro mondo!


17 febbraio 2017 redazione
editoriale n. 1/2017

Non si "umanizza" il capitalismo
È proprio la più grande rivoluzione, la Rivoluzione d'Ottobre - quest'anno cade il 100 anniversario - a testimoniare che è possibile costruire un sistema senza padroni

 

Nei primi giorni di gennaio è gunta la notizia che nel mondo 8 uomini, da soli, posseggono 426 miliardi di dollari, la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia 3,6 miliardi di persone. È dal 2015 che l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99% e l'Italia non fa ecccezione. Stando ai dati del 2016 l'1% della popolazione possiede il 25% della ricchezza nazionale netta. Di fronte a queste cifre non c'è bisogno di grandi analisi per capire che l'attuale sistema capitalista accumula le risorse nelle mani di una oligarchia finanziaria e industriale ai danni della popolazione - in maggioranza donne - ma non ci viene comunicato che questa ricchezza è prodotta dal plusvalore del lavoro salariato ed è la fonte della disuguaglianza. All'interno di questo sistema, quindi, non c'è spazio per i lavoratori e le masse popolari e la borghesia, per mantenere il suo status, non può fare altro che usare lo sfruttamento e l'oppressione.
Non c'è modo di "umanizzare" il capitalismo né richiedere una "più equa" distribuzione delle risorse. Il capitalismo non si divide in buono o cattivo, è nemico della classe lavoratrice, è in una crisi senza via d'uscita e la logica conseguenza è il suo abbattimento. È l'unica via per uscire, dallo sfruttamento e dalla miseria. Eppure questa considerazione non è ancora assimilata dalla massa operaia che dovrebbe prendere in mano la propria liberazione, anzi sono ancora troppi coloro che pensano di non poter vivere senza padroni. Invece sono proprio i padroni che non possono vivere senza gli operai!
È proprio la più grande rivoluzione, la Rivoluzione d'Ottobre - quest'anno cade il 100 anniversario - a testimoniare che è possibile costruire un sistema senza padroni. Malgrado la temporeanea vittoria della borghesia imperialista con la dissoluzione dell'Urss, la storia degli ultimi anni insegna che il capitalismo non riesce comunque a dare una prospettiva di vita all'umanità. Tutte le promesse della borghesia sul progresso e il benessere all'indomani della caduta del muro di Berlino si sono dimostrate solo illusioni. Anzi il massacro sociale delle masse popolari si è enormemente amplificato. Al posto della cosiddetta guerrra fredda si sono sviluppate vere e proprie guerre imperialistiche, di spartizione neocoloniale di intere aree con conseguenze catastrofiche per le popolazioni e per l'ambiente.
L'opera della borghesia di attacco ideologico, politico e militare per distruggere il pericolo sovietico è iniziato subito e continua anche oggi per minare la sua capacità propulsiva nei confronti delle masse diseredate. Nel nostro paese, oltre al Vaticano e ai vari partiti reazionari come DC, PSI ecc. questo attacco è stato favorito proprio dal PCI, il partito più insospettabile in questo ruolo. Dopo aver tradito le ragioni della Resistenza lasciando la direzione della ricostruzione del dopo guerra ai capitalisti - molti dei quali compromessi con il fascismo -, l'amnistia, il concordato con la chiesa, l'affidamento a settori come quello poliziesco e giudiziario ai fascisti, è arrivato al compromesso storico accettando l'"ombrello protettivo" della NATO - che oggi ha in mano tutte le guerre - ha fatto il suo percorso di subordinazione al capitalismo, al neonato imperialismo europeo, all'alleanza militare atlantica, fino a farlo diventare l'attuale PD.
Subordinazione cui non si sono sottratti gli altri partiti della cosiddetta sinistra nati negli ultimi anni, né i sindacati confederali che hanno diffuso solo politiche rinunciatarie condizionando il movimento operaio e portandolo alle attuali condizioni. Condizioni di disarmo e sconfitta, di accettazione delle peggiori condizioni di lavoro, con contratti continuamente al ribasso, e di vita in nome della crisi e del "siamo tutti nella stessa barca".
Non siamo tutti nella stessa barca, lo sono il proletariato e le masse popolari, che non hanno nulla da condividere con i padroni e i loro servi manager né con la cosiddetta casta. Chiediamoci come mai in tanti hanno l'aspirazione a fare politica, intendendo quella parlamentare governativa e negli enti locali, non certo per servire il paese come molti osano persino affermarlo. Ecco perché ci sono tante ruberie, corruzioni e traffici con i faccendieri di turno. Non per servizio verso la cittadinanza o il proprio elettorato ma al servizio, questo sì, degli interessi del capitalismo, per assicurare il proprio futuro di privilegi. Non si spiegano altrimenti le decisioni economiche e politiche che prendono e che ricadono tutte sulla popolazione. I governi, veri e propri comitati d'affari della borghesia, hanno permesso a migliaia di imprese di delocalizzare all'estero per pagare meno la manodopera e aumentare i profitti lasciando la qualificata classe operaia per strada alla ricerca di un'occupazione qualunque per sopravvivere. Condizione che diventa competizione con gli immigrati e sulla quale soffiano i gruppi fascisti e la destra governativa.
La distruzione delle forze produttive per i proletari diventa maggiore povertà e disperazione mentre per i capitalisti si trasforma in aumento della ricchezza, della competitività nei confronti dei concorrenti, un aumento generale del profitto attraverso gli accordi internazionali, la penetrazione nelle operazioni di guerra per ingrandire gli affari, aiutati nell'accapparramento delle commesse dal proprio governo e dallo Stato. Business is business e quindi ben vengano i commerci con i paesi più reazionari. Due esempi per tutti: la Turchia - dove solo nei primi due giorni di febbraio sono stati arrestati 40 militanti del Partito Comunista (TKP) - e l'odiato regime di Erdogan continua la strage di Kurdi, un genocidio che fa comodo all'UE e alla Nato di cui fa parte, è un ottimo cliente e partner affidabile per la vendita delle armi per chi come Mauro Moretti, attuale AD della Leonardo (Finmeccanica), è appena stato condannato (poco) per la strage di Viareggio.
In Baharain dove, nel silenzio della solidarietà internazionale, la repressione degli oppositori passa dagli arresti arbitrari alla censura dei giornali, fino alle torture e la pena di morte. Qui il commercio è nelle mani dell'Eni che recentemente ha firmato l'accordo con le compagnie petrolifere baharinite, con la cooperazione di aziende italiane come Technip, fino ad offrire alla monarchia locale scambi e collaborazione culturale dell'Italia che tace sulla violenza della monarchia al potere.
Mentre il grande capitale fa grandi profitti ai proletari restano i cosiddetti ammortizzatori sociali che, con il pretesto della crisi, ora vengono ridotti aggravando ulteriormente le condizioni di vita. La diminuzione dei sussidi anno dopo anno, l'eliminazione della mobilità sostituita dalla Naspi apre la porta al lavoro nero, al lavoro a qualunque condizione alimentando sempre di più la concorrenza in seno al mondo del lavoro. Un grande esercito di riserva di disoccupati pronti a tutto per sopravvivere. Una massa ignorata dai sindacati confederali (forse perché non sono più in grado di pagare la tessera?) e che, per il loro schieramento con gli interessi capitalistici del fare i sacrifici nel bene del paese e coerenti con la loro politica del dividere le varie vertenze in aziendali e settoriali, boicottando ogni tentativo di coordinamento e di unificazione delle lotte, evitano di organizzarli in un fronte di lotta con gli occupati.
Il nostro lavoro di comunisti non è facile, ma deve proseguire nella lotta contro l'opportunismo e la nuova socialdemocrazia ingannatrice, per l'unità dei lavoratori e degli immigrati sfruttati ora anche dall'istituzione del lavoro gratuito chiamato (LSU) con la quale viene reinserita la schiavitù, se lavori gratis bene altrimenti torni nel tuo paese, che rischia di innestare nuove forme di razzismo. È anche così che la borghesia e i suoi governi creano conflitti all'interno della classe lavoratrice al fine di ridurre il valore della sua forza e continuare a ricattarla attenuando la lotta di classe.
Forse ci vuole ancora molto tempo per arrivare alla presa di coscienza della classe operaia e della propria capacità rivoluzionaria, ma non c'è altra strada che indirizzare e organizzare il proletariato verso la distruzione del capitalismo, delle sue basi materiali e della sua sovrastruttura per avere giustizia sociale.


17 dicembre 2016 redazione
editoriale n. 7

Rompere con l’opportunismo

Unire la lotta economica a quella politica lottando contro qualsiasi governo borghese per una vera democrazia che è il potere politico in mano al proletariato

Questo numero chiude un altro anno di "nuova unità", il 25° da quando alcuni compagni dell'ex PCd'I (m-l) decisero, dopo lo scioglimento del partito, di mantenere viva una testata storica, nata nel 1964 per unire i comunisti usciti dal PCI sulla via del revisionismo, per continuare ad unire i comunisti che si sono trovati - anche in seguito al fallimento del PRC - senza il proprio partito. Venticinque anni sono tanti, per poter mantenere questa voce di analisi marxista abbiamo fatto molti sacrifici e li abbiamo affrontati in redazione, grazie a compagni che, provenienti da esperienze diverse hanno capito l’importanza di unirsi, e grazie agli abbonati, ai nostri lettori e ai nostri diffusori che ci sostengono. È stata una sfida vinta nel tempo, ciononostante non possiamo ritenerci soddisfatti.
"Il giornale non è solo un propagandista e un agitatore collettivo, ma anche un organizzatore collettivo, i collegamenti sono deboli e non abbiamo modo di verificare se i nostri contributi sono utili nelle lotte sul piano nazionale. È uno dei nostri limiti. La difficoltà viene anche dalla mancanza del partito. Sappiamo quanto sia importante per lo sviluppo del giornale - e dell'organizzazione - un organo che i compagni considerano proprio, dal quale ricevano informazioni locali, che lo discutano, che rispecchi tutto il loro movimento, che renda consapevole la classe lavoratrice che i suoi interessi sono comuni, che sia capace di attizzare ogni scintilla della lotta di classe per farne divampare un immenso incendio. Come sosteneva Lenin il fulcro della parola d'ordine di Liebknecht: "Studieren, propagandieren, organisieren" - studiare, propagandare, organizzare deve essere costituito da un organo di stampa del partito. Conoscendo le attuali difficoltà del processo di unità dei comunisti e della costituzione del proprio partito riteniamo che in questa fase un giornale rivoluzionario sia di fondamentale importanza. Ecco perché insistiamo tra mille difficoltà e bastoni tra le ruote, perché in questo sistema la libertà di stampa esiste solo per i cortigiani della borghesia la quale, impiega tutte le sue forze e i suoi apparati per schiacciare le idee comuniste.
La situazione politica ed economica è devastante, molti dei nostri lettori sono disoccupati o precari e sul loro contributo non possiamo contare, ma non possiamo privarli del nutrimento intellettuale di un giornale che apprezzano. Viene da sé da richiesta per coloro che hanno la possibilità di sottoscrivere un abbonamento per chi non lo può pagare (un po' come i napoletani lasciano un caffè in sospeso) e aiutarci ad affrontare un nuovo anno con maggiori certezze.
Da molti anni revisionisti, riformisti, sindacati conniventi hanno orientato la classe lavoratrice all'arrendevolezza nei confronti dei suoi nemici: il padronato, i governi, i partiti borghesi con teorie arretrate e nuovi mezzi anticomunisti, di attacco verso coloro che hanno teorizzato la liberazione del proletariato.
Cassa integrazione, mobilità, 80 euro, rinnovi contrattuali al ribasso sono elemosine mentre i capitalisti aumentano i loro profitti anche in virtù di decontribuzioni e sgravi fiscali. Non esiste un capitalismo buono e uno cattivo, lo ripetiamo sempre. Sono proprio le leggi del profitto con la crescente concentrazione del capitale a provocare disoccupazione, precarietà, aumento di povertà, immigrazione sempre più strumentalizzata dalle forze di destra - Lega nord compresa - in una guerra tra poveri. E i governi sono al loro servizio, agiscono per mantenere in piedi un sistema che sfrutti la maggioranza della popolazione in nome della "democrazia". Termine abusato anche quando si riferisce ai referendum utilizzati per trascinare lavoratori e masse popolari su un terreno deviante e distoglierli dalla mancanza dei diritti e dallo stato di oppressione. Noi non siamo tra quelli che esultano sulla "valanga dei no" alla modifica della Costituzione, un no composito di cui se ne sono appropriati i partiti di destra che ora scalpitano per arrivare al potere. Vittoria che non intacca minimamente le truffaldine leggi come il jobs act, la politica reazionaria, di austerità, razzismo, fascismo e guerra che ci stanno opprimendo. Anzi con il nuovo Governo Gentiloni (sostenitore dell'agenda Monti) peggiorerà sicuramente in senso europeista, nel quale la ministra artefice della riforma contro la Costituzione, bocciata dagli elettori, è stata promossa a vice primo ministro e nel quale è entrata come ministra agli affari istituzionali la Finocchiaro (con Prodi dal ’96 al ’98 ministra pari opportunità) e relatrice della riforma rigettata, con l’evidente ruolo di far passare dalla finestra ciò che non è passato dalla porta.
È più che mai attuale e significativo questo scritto di Lenin: "Noi ci troviamo in tutto e per tutto sul terreno della teoria di Marx: è stata essa la prima a trasformare il socialismo da utopia in scienza, a dare delle solide fondamenta a questa scienza e a tracciare il cammino da seguire, sviluppando ulteriormente questa scienza ed elaborandola in tutti i suoi particolari. Essa ha rivelato la natura dell'economia capitalistica moderna, spiegando in che modo l'assunzione dell'operaio, l'acquisto della forza-lavoro, nasconda l'asservimento di milioni di nullatenenti da parte di un pugno di capitalisti, di proprietari di terre, di fabbriche, miniere ecc. Essa ha mostrato come tutto lo sviluppo del capitalismo odierno tenda a soppiantare la piccola produzione con la grande e crei le condizioni che rendono possibile e necessaria l'organizzazione socialista della società. Essa ha insegnato a vedere sotto il manto di usanze radicate, intrighi politici, leggi astruse, dottrine sofistiche, la lotta di classe, la lotta di tutte le classi abbienti contro la massa dei nullatenenti, contro il proletariato, che è alla testa di tutti i nullatenenti. Essa ha chiarito il vero compito di un partito socialista rivoluzionario: non elaborazione di piani per riorganizzare la società, non prediche ai capitalisti ed ai loro reggicoda sul modo di migliorare la situazione degli operai, non organizzazione di congiure, ma organizzazione della lotta di classe del proletariato e direzione di questa lotta, il cui scopo finale è la conquista del potere politico da parte del proletariato e l'organizzazione della società socialista".
La mancanza di consapevolezza - cresciuta appunto in anni di influenza revisionista e accondiscendenza dei sindacati confederali - riduce i lavoratori a lotte parziali e di tipo economico spesso represse da provvedimenti disciplinari padronali o dall'intervento della polizia. Lotte che, se pure necessarie non sono risolutive se restano di tipo economico e non si collegano all'idea del socialismo. Molti gruppi o pseudo partiti della galassia italiana si richiamano alla lotta di classe dimenticando che la lotta è di classe solo quando l'avanguardia di tutta la classe operaia di tutto il paese ha la coscienza di essere un'unica classe e cominciano a lottare non contro i singoli padroni ma contro la classe dei capitalisti, la borghesia e contro i governi che li sostengono. E che per farlo hanno bisogno e devono essere artefici e protagonisti di un partito rivoluzionario, comunista.
Rompere con l'opportunismo e unire la lotta economica a quella politica che non significa esprimersi con un voto ma lottando contro qualsiasi governo borghese per una vera democrazia che è il potere politico in mano al proletariato.


11 novembre 2016 redazione
editoriale n. 6

TOGLIERE IL POTERE AI NOSTRI OPPRESSORI: È POSSIBILE!

Le contraddizioni del sistema capitalista si acuiscono, ma la classe operaia stenta a rafforzare la sua capacità politica ed organizzativa, a noi comunisti, forti della nostra concezione di società nuova e dei principi ideologici basati sulla teoria marxista-leninista, l'onere di lavorare per rafforzare la lotta di classe

Chiudiamo questo numero alla vigilia dell'anniversario della Rivoluzione socialista dell’Ottobre del 1917, la rivoluzione che ha portato il proletariato al potere nel primo Stato operaio della storia a dimostrazione che, con un autentico Partito comunista, la vecchia società si può distruggere, che è possibile abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione. L'esperienza storica dimostra che la questione fondamentale è quella di mantenere e difendere il potere conquistato e, per questo, è indispensabile il ruolo del Partito comunista (nella sua composizione operaia), della dittatura del proletariato ed evitare alla reazione di contrattaccare e riprendersi il potere politico ed economico.
Per varie ragioni, tra le quali non di secondaria importanza l'azione dell'imperialismo, la prima esprienza di socialismo ha subito una momentanea sconfitta. Sempre in balia dell'imperialismo. Infatti quello marcato Washington (vedremo in quale senso andrà il "sognare in grande" del razzista Trump), attraverso la Nato, si espande nei Paesi dell'est (vedi a pag. 5) con lo spauracchio del ritorno dell'Urss e - mentre le popolazioni hanno perso ogni diritto: dal lavoro al sociale - e i comunisti sono sotto attacco e messi fuori legge. Si colpiscono ideologia, simboli, i mezzi di comunicazione russi e quelli delle repubbliche indipendenti del Donetsk e Luhansk che contengono "propaganda" comunista o promozione delle istituzioni sovietiche.
A sostegno di queste manovre che hanno al centro la guerra c'è l'Italia belligerante con le sue 27 "missioni" militari in 19 Paesi. Un costo che si aggiunge alle spese di armamenti, alla produzione di armi, sempre più sofisticate e potenti, di appartenenza alla Nato e che nessuna forza politica mette in discussione.
Terremoti, calamità naturali, messa in sicurezza del Paese potrebbero essere affrontati subito se si eliminassero le spese militari, o almeno si tagliassero. Più facile invece è tagliare sugli ammortizzatori sociali, la sanità, i trasporti.
L'invio di 150 soldati al confine tra Russia e Lettonia è l'ultima decisione del servilismo atlantico del governo Renzi, fedele esecutore degli ordini dei poteri forti, che mantiene il silenzio sulle retate fasciste del governo turco Erdogan il cui esercito, nell'indifferenza generale dei governi capitalisti e delle ONG "umanitarie", invade anche il territorio siriano a Nord di Aleppo (altra città rivendicata da Erdogan).
I soldati italiani (130 incursori del 17° stormo dell’Aeronautica dislocati a Erbil e 500 militari a presidiare la diga di Mosul) sono in prima linea in Iraq nell’attacco della coalizione internazionale per la presa di Mosul, caduta un paio di anni fa sotto il controllo dei fanatici dello Stato islamico, con le complicità qatariote, saudite, turche oltre che statunitensi, e a difendere la sede e gli uomini della ditta Trevi alla quale è affidata la messa in sicurezza dell’impianto.
Che questo Governo sia fedele esecutore dei poteri forti non ci sono dubbi anche di fronte all'accelerazione delle riforme per realizzare il diktat lanciato dall’agenzia finanziaria statunitense J.P.Morgan contro le costituzioni "antifasciste" e “socialisteggianti”, comunque troppo rigide e con eccessive tutele a difesa della classe lavoratrice, come quella... italiana.
Da mesi siamo sottoposti al bombardamento di una campagna sul referendum costituzionale per la quale sono stati stanziati 3 milioni di euro (gran parte dal finanziamento pubblico) che occupa tutti gli spazi di TV, radio e della grande stampa dove, capitalisti e banchieri mettono a disposizione tutti i loro mezzi a sostegno del Sì.
Mentre i lavoratori - costretti ad interessarsi di un terreno scelto dal nemico sono fuorviati dai propri reali problemi e dalle tragedie internazionali delle guerre - Confindustria prosegue il suo assalto. In un recente convegno, alla presenza dei vertici Cgil-Cisl-Uil, ha lanciato il "Patto di fabbrica". La sostanza è sempre la stessa ovvero come continuare a sfruttare meglio i lavoratori, ma per continuare a farlo - e meglio - vuole utilizzare un Patto mettendo al centro l'economia e fare ripartire la produttività, dove i lavoratori siano i "protagonisti attivi".
Che cosa intende Confindustria è ben chiaro.
L'attacco al modello contrattuale che Confindustria sostiene: "ha dimostrato di non funzionare bene nel momento attuale di deflazione"; l'abbattimento delle tutele finora conquistate; l'aumento dell'orario di lavoro, l'ulteriore restrizione del diritto di sciopero, dopo l'Accordo del gennaio 2014, che già impedisce alle organizzazioni firmatarie del contratto di scioperare - modello che vogliono esportare nel pubblico -. Con questo Patto vuole abbattere ulteriormente la conflittualità: ai giovani industriali il compito di richiedere la collaborazione dei sindacati confederali i quali dovranno cogestire il futuro che ci aspetta fatto di tagli occupazionali e salariali.
Per far passare le politiche antipopolari e guerrafondaie i governi hanno bisogno di misure repressive, della violenza poliziesca - questa sì e non quella attribuita dai mezzi di disinformazione in occasione della protesta di piazza a Firenze per la presenza di Renzi - e per la quale è stata vietata l'autorizzazione. Come ai tempi del fascismo si arriverà agli arresti preventivi dei militanti per evitare le manifestazioni contro i rappresentanti del governo. Perciò anche il nostro impegno nel campo antifascista deve essere rafforzato.
Ribadiamo: il nemico è in casa nostra. È la lotta che in questa fase non deve mancare: contro l'aumento dello sfruttamento, la disoccupazione, il precariato, l'austerità, il fascismo, il razzismo, la “buona scuola”. Contro la militarizzazione del territorio - determinata dall'emergenza del terrorismo che proprio il capitalismo alimenta -, le guerre di conquista di risorse e territori, le aggressioni ad altri popoli, per disarmare il nemico, portare avanti il processo di emancipazione ed ottenere veri cambiamenti a favore della classe lavoratrice e delle masse popolari. È nella lotta che si vincono riformismo e opportunismo che frenano il rovesciamento del sistema capitalista e la presa del potere da parte della classe sfruttata.
Oggi le contraddizioni del sistema capitalista si acuiscono, ma la classe operaia stenta a rafforzare la sua capacità politica ed organizzativa, a noi comunisti, forti della nostra concezione di società nuova e dei principi ideologici basati sulla teoria marxista-leninista, l'onere di lavorare per rafforzare la lotta di classe e togliere il potere ai propri oppressori.