10 novembre 2009 redazione
editoriale

A BERLINO È CADUTO IL MURO MA NON LA NECESSITÀ DEL SOCIALISMO

E anche per i tanti muri che ancora esistono è sempre tempo di rivoluzione
È dall’inizio dell’anno che i mass-media ci martellano con l’anniversario del crollo del muro di Berlino. Tra i tanti libri usciti per raccontare la sua storia ce n’è anche uno illustrato, un’antologia di racconti firmati da grandi autori europei dal titolo: 1989. Dieci storie per attraversare i muri”. Autore per l’Italia Andrea Camilleri, che avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui suoi apprezzabili gialli. Tutti recensiti e pubblicizzati con dovizia escluso uno, “Uccisi due volte” (ed. Zambon), che abbiamo recensito nei mesi scorsi e che consigliamo di leggere. L’autrice, Monika Zorn profonda conoscitrice della storia della resistenza tedesca documenta come sia in atto nella Germania unificata la “soluzione finale” della resistenza antifascista.
l muro è al centro anche della scelta per il Nobel letteratura 2009 assegnato alla romena Herta Muller (accostarla a Grazia Deledda è un’offesa). Scrittrice di lingua tedesca, semisconosciuta, non certo per volere di Ceausescu come hanno scritto alcuni giornali, visto che lei ha 56 anni ed è emigrata in Germania nel 1987, ma si è laureata a Timisoara e il suo primo libro è stato pubblicato in Romania dove lavorava come traduttrice e poi – come scrive la Nazione - “si è ridotta a vivere lavorando come maestra in un asilo”. Non sapevamo che la maestra d’asilo fosse un impiego degradante.
Ore e ore di trasmissioni sul muro di Berlino e nessuna parola sui tanti altri muri e non solo ideologici. A partire da quello indegno costruito dai sionisti in Palestina, muro che divide terre e famiglie e acqua per 600 km., quello del Messico dove i diseredati che cercano occupazione negli Stati Uniti muoiono come mosche uccisi dalle guardie armate.
Ma per il mondo borghese conta solo il muro di Berlino (104 km.), definito fascia della morte, prigione, luogo di orrori e la ministra Gelmini non ha perso l’occasione dei 20 anni per inserire nei prossimi libri di testo questa storia del muro. Perché? Perché il muro di Berlino (caduto in coincidenza con l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre) è il pretesto per fare anticomunismo, è la libertà di sguazzare tra superficialità e servilismo dei mezzi di informazione che, purtroppo per ignoranza di molti – anche di giovani studenti – trovano terreno facile.
Sul muro si è sentito di tutto e di più. In effetti alla sua caduta è corrisposta la vittoria dei capitalisti.
Tra le tante parole e i fiumi di scritti emerge l’assoluta disonestà intellettuale perché gli stessi interpellati, intervistatori e autori ignorano e manipolano le posizioni di tanta parte della popolazione che sostiene il passato. Tacciono quando sentono gli abitanti dire che non chiudevano le porte a chiave. Tacciono anche sul divieto ai comunisti di lavorare, soprattutto negli enti pubblici, della Germania ovest. Martellano invece sul controllo capillare della Stasi e denunciano perfino l’uso totale di intercettazioni (?) senza fare paragoni con il potere dell’Occidente dove chi si oppone viene schedato, spiato, seguito ed intimidito e dove addirittura vogliono schedare tutti fin dalla nascita (il ruolo della Cia nel caso Abur Omar è sintomatico). Parlano di comunismo mentre in tutti i paesi dell’Est si cercava di costruire il socialismo, un’esperienza che non ha avuto molto tempo per perfezionarsi.
Ma se questo era un regime così totalitario come ha fatto a cadere senza rivolte, scontri e morti?
Noi abbiamo la nostra verità, quella che abbiamo visto e vissuto a Berlino come in altre parti della RDT: senza pressioni, senza militarismo, senza paure. Abbiamo visto una popolazione che viveva la piena occupazione, il completo diritto allo studio, alla sanità e che poteva godere degli affitti, della cultura di alto livello: teatri, opera; dello sport (ad incredibili centri sportivi e piscine si accedeva con pochi centesimi), del tempo libero, potevano mangiare fuori casa, sebbene nei negozi non mancasse nulla, perché i prezzi erano veramente irrisori.
È anche per questo che è stato issato il muro. Perché nessuno dei soloni che si sono sfogati nelle più bieche falsità, compresi i servi dell’informazione, ha tenuto conto che i berlinesi, prima del muro, facevano i pendolari lavorando nella parte occidentale e non erano “prigionieri”, erano semmai sfruttati dal potere occidentale che tentava con ogni mezzo di recuperare quei lavoratori e quei professionisti – molto validi perché avevano avuto una formazione (gratuita) dal governo comunista -.
La costruzione del muro ha determinato una crisi di mano d’opera e di produzione nella Germania occidentale, infatti Berlino ha perso 60mila operai pendolari qualificati e i cittadini dell’ovest hanno perso la possibilità di recarsi a est per usufruire dei servizi a basso costo (a ovest guadagnavano di più ma la vita costava ancora di più e, quindi andavano a Est per risparmiare): dalle trattorie ai parrucchieri ai teatri a tutto svantaggio dell’economia e della vita dei berlinesi dell’est. Inoltre da ovest avanzava una campagna di sabotaggio economico e addestramento di gruppi che potessero compiere atti di terrorismo e delinquenza che indebolissero il governo socialista. Provocazioni (vi hanno fatto comizi anche Kennedy e Reagan) e violazioni, scritte neofasciste, lancio di molotov, stampa di propaganda, tentativi di corruzione delle guardie sono proseguite anche dopo la costruzione del muro, dove sono morte almeno 8 guardie di frontiera in seguito ad attentati da ovest e che nessun borghese ha interesse a ricordare.
Anche l’argomentazione della bancarotta dell’RDT – rievocata in questi giorni, tra l’altro mentre il mondo è caduto in una crisi economica abissale, e sbandierata per giustificare l’annessione da parte del governo Kohl – è una falsità. Nel 1988 il reddito nazionale era aumentato del 3%, come nei due anni precedenti e quello procapite del 4%; la produttività del lavoro aumentata del 7% nel settore industriale e del 4,8% in quello edile (219.243 alloggi nuovi e ristrutturati). La produzione dei beni industriali era stata incrementata del 3,7% e gli investimenti erano concentrati in importanti campi per potenziare l’economia e la politica sociale. Solo nell’agricoltura non avevano raggiunto gli indici prefissi che però erano sorpassati dalla produzione zootecnica. Sempre nell’88 la ricerca era concentrata sulla microelettronica che doveva prendere l’avvio della produzione nel 1989, anno in cui sarebbero aumentate le pensioni per la “terza età” che invece con la caduta del muro si sono ritrovati improvvisamente scaraventati nell’abbandono e nella totale povertà.
Proprio nel 1988 gli Stati socialisti perfezionarono la loro cooperazione con l’obiettivo di aumentare il livello di vita dei propri popoli.
Non avevano fatto i conti con l’imperialismo che agiva per distruggerli e per questo anche noi li criticavamo. Evidentemente i servizi segreti non erano così potenti! Non certo come quelli dell’Occidente che hanno tramato al servizio dei poteri reazionari, delle borghesie, del Vaticano. In più una bella spallata per svendere l’RDT l’ha data Gorbaciov con il quale Honnecker si è incontrato dal 27 al 29 settembre - solo due mesi prima della caduta – per “intraprendere ulteriori sforzi per estendere la specializzazione e la collaborazione nei campi della scienza, della tecnica e della produzione”. Un’iniziativa ritenuta importante per i forti impulsi che ricadevano sulla cooperazione.
Altra falsificazione della storia – gradita ai manipolatori dell’informazione - è il totalitarismo ignorando (o volendo ignorare) che nell’RDT esisteva la Camera del popolo, cioè il Parlamento, che era il massimo organo statale dove erano rappresentati cinque partiti politici (Sed, DBD-contadini, CDU-cristiani democratici, LDPD-liberaldemocratici, NDPD-nazionaldemocratico) e cinque organizzazioni di massa: sindacati, gioventù, donne, lega della cultura e il mutuo soccorso contadino.
Noi comunisti, quindi, non festeggiamo la caduta del muro perché l’annessione, e non l’unificazione, ha rappresentato disoccupazione, povertà per molti, prostituzione, emigrazione di tanti sfuggiti alla catastrofe sociale, nascita di gruppi neonazisti, cancellazione dell’antinazismo e dell’antifascismo. È stata fatta piazza pulita della memoria sia per la collusione dei capitalisti tedeschi con Hitler che per l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt e si associano le vittime del nazismo ai carnefici delle SS definiti “vittime dello stalinismo”.
E ci ripugna vedere traditori, potenti ed ex ormai cariatidi riesumate per l’occasione riunirsi e partecipare ad eventi mass-mediatici, demagogici e funzionali al sistema (come quello del 1989 quando i picconi usati erano forniti da opportuni venditori a caro prezzo in strada). Vogliamo distinguerci dalla Castellina che parla di “liberazione da regimi certamente oppressivi” e da Paolo Ferrero (segretario PRC) che saluta positivamente la caduta perché il socialismo senza libertà non è socialismo e del tentativo abortito di andare oltre il capitalismo. Quale libertà, per chi? Per i capitalisti di sfruttare? di imporre la cultura dell’individualismo? del libero mercato? di aver affossato le necessità e le aspirazioni di cambiamento della classe operaia e dei popoli con demagogiche promesse di “un nuovo ordine mondiale”? Non a caso per l’imperialismo con la caduta del muro era finita la storia, ha decretato la fine delle ideologie sostenendo che l’unica soluzione era quella fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Honnecker (morto nel 1994) ha preferito l’esilio e oggi sua moglie Margot dal Cile dove si erano rifugiati manda a dire che il socialismo tornerà in Germania. Certo nonostante tutti gli sforzi dell’imperialismo, dei revisionisti e degli opportunisti i comunisti in tutti i paesi continuano ad esistere e lottano per liberare la classe sfruttata ed oppressa ed eliminare la borghesia. Ma pur essendo una necessità oggi non è così facile. Quando si lasciano cadere i muri a Berlino, quando si sconquassa il movimento comunista, quando intellettuali e segretari di partito non parlano più di comunismo ma di generica sinistra, tutto diventa più difficile. Questo ci impone una lotta ancora più dura e costante per ricostruire le condizioni e ristabilire l’ideologia marxista e leninista con la quale sarà possibile dare una spallata al potere borghese e imperialista.

 


25 settembre 2009 redazione
editoriale

PROTAGONISMO OPERAIO E REPRESSIONE

Oggi più che mai ci trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili
Operai barricati sulle gru, lavoratori accampati sui tetti delle aziende, presidi davanti alle fabbriche chiuse o in crisi, operai in sciopero della fame, precari della scuola incatenati e in mutande sono forme di lotta estrema, preludio di un autunno che si annuncia molto caldo. Lotte, in alcuni casi ai limiti dell’autolesionismo (come in Francia), che un proletariato senza un’organizzazione politica combatte da solo contro il singolo padrone, una ripresa del conflitto a volte discutibile, ma che dimostrano la rottura della passività e il risveglio del protagonismo operaio.
L’unità e la solidarietà di classe che generano questi momenti di resistenza - come si sono espresse nella lotta dell’INNSE e in diverse altre realtà - suonano come un campanello d’allarme pericoloso per l’intera classe borghese. Nella società capitalista una serie di circostanze, rapporti di forza favorevoli possono far vincere temporaneamente gli operai com’è successo all’INNSE di Lambrate a Milano, diventando un esempio per tutta la classe operaia, ma questo scatena l’odio della classe dominante. Così com’è già successo nel 2003 nella lotta vittoriosa degli autoferrotranvieri, che con forme di lotta autorganizzate, dure e indipendenti da tutti i sindacati e partiti, bloccarono nelle rimesse tutti i mezzi di trasporto nel mese di dicembre per tre giorni, anche stavolta la vendetta padronale non si è fatta attendere. Come allora anche oggi scattano denunce e multe.
La Magistratura, che tutela la proprietà privata e il profitto, ha già cominciato a dividere il fronte di lotta “in buoni e cattivi” per far pagare cara la solidarietà di classe e l’insubordinazione operaia.
Agli operai e lavoratori di altre fabbriche, ai compagni che hanno partecipato alle manifestazioni e blocchi stradali durante i dieci giorni di lotta all’INNSE, sono arrivate le prime denunce e multe, che vanno dai 5mila ai 10mila euro.

Il conflitto è inevitabile
in una società divisa in classi, dove il potere è nelle mani della borghesia imperialista. Finché lo scontro rimane nella singola fabbrica e sotto la direzione dei sindacati che riconoscono come legittimo il profitto, è tollerato. Finché è controllato, disperso e frammentato dai cosiddetti “rappresentanti dei lavoratori” sia politici che sindacali in una miriade di lotte locali - azienda per azienda o per settori produttivi - tali da limitare fino a privare la classe della necessaria forza d’urto che la porterebbe a combattere classe contro classe, tale conflitto è considerato “legale”. Quando questo sfugge di mano e gli operai dimostrano con azioni concrete, la loro indipendenza, la lotta diventa “illegale” e scatta la reazione con la repressione.
I partiti (sia quelli di centrodestra, sia di centrosinistra) e i sindacati concertativi lavorano per evitare che la lotta politica sia condotta dalla classe operaia in forma diretta, tentando di arginarla per le vie rappresentative all’interno delle forme istituzionali stabilite dallo Stato borghese, quindi attraverso la pressione esercitata sugli organismi legislativi e di governo. Non è quindi un caso che la lotta – come quella dell’INNSE - sia anche l’occasione per la passerella di molti rappresentanti politici e sindacali, responsabili o corresponsabili anche dei licenziamenti.
Oggi sempre più proletari cominciano a prendere coscienza che all’attacco generale del capitale si deve rispondere unificando la classe sugli interessi immediati e futuri, unificando lotte e obiettivi, schierando i ranghi di tutto l’esercito proletario. Anni di revisionismo, di riformismo e di opportunismo, di settarismo e di diffidenze reciproche hanno impedito la nascita di un’organizzazione generale che permetta al proletariato di organizzarsi come classe in un partito adeguato all’attuale scontro di classe.
Solo diventando protagoniste del loro destino e non delegando ad altri i propri interessi, le masse proletarie possono non solo presentarsi organizzate sul campo di battaglia, unificando la lotta economica (oggi dispersa in mille rivoli) e quella politica, bensì possono trasformarla in lotta rivoluzionaria di massa, capace non solo di resistere agli attacchi del capitalismo o di limitarne lo sfruttamento e porre le basi per distruggere il sistema di potere della società borghese basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Dividere la lotta economica da quella politica, ridurre la politica della classe operaia al sistema parlamentare serve solo a mantenere sottomesso il proletariato. Parlamentarismo e sindacalismo sono complementari, entrambi agiscono sul terreno delle riforme (politiche o economiche) lasciando inalterato il problema del potere borghese. L’obiettivo di chi vuole liberarsi dalla schiavitù salariata è quello di distruggere lo Stato e l’ordine sociale borghese. Non possiamo lottare semplicemente contro gli effetti del sistema, dobbiamo andare alla radice, alle cause.
Noi proletari abbiamo i numeri e la ragione storica, ma senza la forza dell’organizzazione siamo alla mercé dei padroni. Le lotte creano condizioni favorevoli all’unità. Sono il terreno migliore per cominciare a confrontarci, per rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di presentarci come classe sulla scena politica. Ogni classe ha le sue avanguardie e i suoi partiti. Solo la classe operaia è oggi e da troppi anni senza un’organizzazione generale anticapitalista e antimperialista, senza il suo partito. In questa situazione il nostro compito di rivoluzionari non è solo quello di partecipare e guidare le lotte di resistenza, ma quello di mettere all’ordine del giorno in tutte le lotte di massa la concezione del mondo che ci guida, il modello di società che vogliamo dotandoci degli strumenti organizzativi che ci permettono di perseguire quest’obiettivo, come la costruzione di un partito comunista adeguato ad affrontare lo scontro di classe.
Oggi più che mai ci si trova al bivio: socialismo o barbarie sono le uniche due alternative possibili. Dobbiamo intensificare i nostri sforzi nel lavoro di ricomposizione di classe, lavorare nel proletariato di ogni nazionalità, perché si riconosca come classe internazionale che ha gli stessi interessi comuni nella lotta contro il sistema capitalista. L’obiettivo di distruggere lo Stato borghese che esercita la dittatura del capitale, di espropriare i borghesi impedendo loro di sfruttare gli esseri umani e la natura si può realizzare solo attraverso l’organizzazione proletaria. Solo con la dittatura del proletariato, il socialismo ed il comunismo, dove si produce e lavora per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, la classe operaia può avanzare verso l’emancipazione di se stessa e di tutta l’umanità.


8 luglio 2009 redazione
editoriale

Demagogia e razzismo del governo e della destra

Col pretesto della sicurezza si alimenta la paura

Il pacchetto sicurezza è legge. Giovedì 2 luglio il Governo, con voto di fiducia, ha approvato definitivamente il già contestato ddl sicurezza. Con questo disegno di legge esulta soprattutto la Lega Nord che sulla sicurezza ha puntato la sua politica demagogica e la recente campagna elettorale. Maroni, infatti, si è definito “molto soddisfatto”, ma più che soddisfatti sono anche il ministro della Difesa La Russa che conferma: “Berlusconi mantiene le promesse” e Maurizio Gasparri secondo il quale “La sicurezza prima di tutto è oggi ancora di più un nostro principio fondamentale”.
Ma di quale sicurezza si parla, se persino l’Unione delle Camere penali denuncia le norme come “inaccettabili e di propaganda”?
Istituzionalizzazione delle ronde, reato di clandestinità, prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE, aumento delle tasse per cittadinanza e permessi di soggiorno, e carcere per chi affitta a clandestini sono i contenuti principali di chiara marca razzista del decreto Sicurezza convertito in legge.
Il Governo prosegue la sua opera di criminalizzazione degli immigrati per distogliere le masse dalle vere preoccupazioni che sono il lavoro (i suoi infortuni e le sue morti), la casa, la salute, il futuro; e per far scordare la crisi economica che ci attanaglia e peggiora le condizioni generali di vita.
Ma, al tempo stesso, il governo si garantisce il consenso della Lega e ottiene l’aumento di ricattabilità degli immigrati presenti in Italia – prima di tutto delle badanti – portando al ribasso la concorrenza su salari (nell’interesse dei capitalisti che non disdegnano l’uso dei clandestini per aumentare i propri profitti) e diritti e forzando la guerra tra poveri.

È il trionfo della destra che usa le paure e le fomenta e invece di aumentare la sicurezza, aumenta il caos e la confusione.
Episodi di razzismo istituzionale - già sviluppati prima ancora della Legge - si stanno moltiplicando sul piano nazionale. Le ronde, infatti, ovvero le milizie di partito dal funesto ricordo delle Sa nazionalsocialiste, sono l’elemento più pericoloso perché hanno una base politica mascherata. E neppure di fronte a questa gravità si muove la cosiddetta sinistra.
Abbiamo in numeri scorsi denunciato quelle create mesi fa a Massa con la sigla SSS. Recentemente a Milano sono state presentate ad un convegno dell’MSI (convegno per la ricostituzione del partito fascista e annessa apologia) come associazione apolitica e apartitica, ma il loro ispiratore è quel Gaetano Saya già rinviato a giudizio per aver diffuso “idee fondate sulla superiorità e l’odio razziale” e che parla degli immigrati come di “un pericolo per la nostra razza”. La sua Guardia nazionale italiana: camicia kaki con aquila imperiale romana, fascia nera al braccio con impressa la “ruota solare” pantaloni neri con striscia gialla, una divisa che rievoca la più terribile pagina della storia europea, è pronta a pattugliare le strade 24 ore su 24. Alle camicie kaki si affiancheranno ovviamente le camicie verdi!
I rondisti in altre città si chiamano “Veneto sicuro” a Vicenza e sono collegati con la Lega. Anche a Genova con la Lega pattugliano muniti di pettorina verde; a Bologna ci sono gli “angeli delle fermate”, a Roma le “ronde nere” - armate di torce e bombolette spray urticanti sono affiancate dalle squadre Rosa, ronde femminili targate La Destra di Storace, nate già a febbraio. A Latina, dove la destra è storicamente più forte, sono attive oltre 1200 persone e poi Parma ecc.

In un mondo di subappalti, anche la “sicurezza” è subappaltata.
Ma il controllo del territorio non spetterebbe alle cosiddette forze dell’ordine? Non ce ne sono abbastanza, risponde il governo, però le ronde – che dovrebbero essere disarmate (!?) – dovrebbero segnalare le “anomalie” alla polizia che dopo può intervenire… se ha il carburante!
Come, nonostante la presenza dei militari muniti di tanto mitra per le strade non ha evitato scippi o stupri che continuano ad esistere (cresce anche l’inevitabile taccheggio nei supermercati per la difficile situazione economica dei pensionati) e censurati dalla stampa, il Governo ha ora istituzionalizzato esaltati e fascisti che
alimentano la paura anche attraverso l’esposizione iconografica che incita alla violenza e alla repressione.
In realtà
di fronte all’aggravarsi della crisi che può comportare momenti di tensione sociale nei prossimi mesi per l’ulteriore mancanza di lavoro, il Governo si attrezza con forze ausiliarie da poter impiegare contro il movimento dei lavoratori e degli studenti. Manganello e lacrimogeni sono la risposta a chi si ribella. Sempre più spesso vengono caricati cortei, presidi e manifestazioni e addirittura sono arrestati preventivamente i militanti più attivi e conosciuti, come ai tempi di Mussolini.
Come in guerra quando con le truppe al fronte vengono mobilitati i riservisti, così le ronde hanno il compito, almeno per ora, di coprire il lato facile, le truppe invece saranno impegnate contro la classe operaia e le masse popolari in difesa degli interessi dei capitalisti, della sacra proprietà privata, della chiesa e di tutti i privilegiati che vivono sulle spalle di chi suda e lavora.

La sicurezza è solo per il potere. La nostra sicurezza rimane quella che saremo più sfruttati e repressi; che dovremo fare ancora più sacrifici per campare noi ed i nostri figli, fino a quando non riusciremo ad eliminare il capitalismo e tutti i suoi comitati d’affari.

30 maggio 2009 redazione
editoriale

NESSUNA ILLUSIONE ELETTORALE
La classe operaia è in sé, per il posto che occupa nella società, la sola classe antagonista al capitalismo su scala mondiale

A giugno siamo nuovamente chiamati a votare in molte amministrazioni locali e per il parlamento europeo. Le manovre politiche sono in atto con effetti a dir poco sorprendenti, anche per la nuova regola – stabilita a due mesi dal voto - del 4%.
Lo vediamo con il terremoto in Abruzzo. Berlusconi e il suo seguito di ministri, pronti a rassicurare le popolazioni colpite che lui - come ha fatto il miracolo della spazzatura a Napoli - ora lo farà con le case anche grazie alle… preghiere del Papa. Sicuramente le chiese saranno ricostruite. Non servirà alla popolazione per vivere, ma piacerà tanto al Vaticano e ai turisti!
Ed ecco tutti, dai capi dei vari partiti ai sindacati, correre in modo strumentale in Abruzzo, in particolare ad Onna, mentre aumentano le voci di allarme per il pericolo di infiltrazione della mafia nella ricostruzione.
Lo vediamo con la crisi che devasta le famiglie dei lavoratori che perdono l’occupazione o vivono con salario ridotto con la cassa integrazione, mentre per il ministro Tremonti il peggio è già passato, aiutato dalla  Marcegaglia di Confindustria che, dopo aver ottenuto i soldi “veri” che aveva richiesto al governo a favore della grande industria, si adegua al coro degli ottimisti: va da sé che per le elezioni serve tranquillità, ottimismo, fiducia nella classe dirigente del paese e nelle istituzioni.
Lo vediamo con la nascita di “nuove” sigle come Sinistra e libertà che unisce socialisti, verdi e vendoliani con il solo disperato scopo di arrivare alla soglia del 4%. Lo stesso vale per Prc e PdCI che, divisi come partiti, si riuniscono non sulla base di un programma ed una pratica politici comuni e di classe, ma sul simbolo della falce e martello come se bastasse per farsi votare.
Nello stesso tempo assistiamo allo spettacolo delle candidature oscene: dalle veline e attricette a Corona, al principe ballerino, ai magistrati, a politici inquisiti o trombati. L’importante è la celebrità, non importa per cosa e se questa è televisiva è ancora meglio.
Alle elezioni amministrative lo spettacolo è anche peggiore. Sul piano locale le logiche di potere sono più immediate, nelle province, nei comuni e quartieri, le alleanze sono completamente diverse. Ecco allora gli stessi partiti fare le cosiddette scelte possibiliste: chi appoggia i candidati del PD passati con le primarie farsa anche con i voti della destra; chi, come ad esempio il Prc di Firenze, che invece di portare avanti il proprio candidato a sindaco ha deciso di ritirarlo e di appoggiare addirittura la candidatura del socialista Valdo Spini, alla faccia della falce e martello.
Nei varchi aperti dalla sinistra di governo si inserisce la destra che estende la deriva reazionaria e che la stessa sinistra non ha la forza di arginare. Come è successo con la legge Treu che ha introdotto il lavoro interinale; con la modifica della Costituzione che ha favorito l’introduzione del federalismo fiscale della Lega; così con la Resistenza e l’equiparazione dei repubblichini di Salò ai partigiani che hanno combattuto per la libertà e per una società diversa come ha fatto Violante.
Nel recente 25 Aprile abbiamo assistito allo spettacolo della destra passare da vittima per le proteste annunciate alla loro partecipazione alle manifestazioni, mentre per la prima volta Berlusconi - sollecitato da questa cosiddetta sinistra - ha potuto celebrare l’anniversario della Liberazione strumentalizzando, ancora una volta, i terremotati di Onna.
Scelte che ci fanno intravedere un pericoloso ed insidioso progetto di trasformare il 25 Aprile in giornata contro i totalitarismi, intendendo con ciò portare avanti il loro principale obiettivo: la lotta contro il comunismo, unico vero nemico di lor signori. Con il pericolo concreto che i comunisti possano essere messi al bando con leggi liberticide già apparse in alcuni paesi europei, mentre i fascisti potrebbero sempre essere riciclati tra ronde, polizia ed esercito di professione sotto la direzione di un’autoritaria Repubblica presidenziale.
Durante la campagna elettorale la lotta di classe e i crimini dei padroni vengono nascosti. Il conflitto di classe è sostituito dallo scontro elettorale e il nemico diventa chi non si riconosce nelle istituzioni che legittimano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tutti i partiti, indistintamente, si trovano d’accordo sul fatto che si voti e combattono, anche a suon di spot televisivi, la crescente protesta di strati sempre più vasti di masse popolari che non si riconoscono nelle istituzioni borghesi, che si oppongono alla logica di scegliere chi gestirà nel modo migliore gli interessi del capitale e chi sarà il prossimo strumento di sfruttamento.
Se da un lato le elezioni sono state una delle rivendicazioni del movimento operaio e popolare per la democrazia, nello stesso tempo l’influenza ideologica della borghesia e degli opportunisti le ha fatte diventare l’unico sistema in mano al popolo per poter cambiare la società. Così come ci sono proletari che ancora oggi pensano non sia possibile la vita senza avere un padrone, così pensano che la situazione non possa cambiare senza partecipare alle competizioni elettorali.
È invece illusorio pensare che con più presenza parlamentare o con la partecipazione ai governi sia degli enti locali che nazionali si possano ottenere vittorie grazie ai rapporti di forza presenti nelle stanze delle istituzioni, invece di essere il frutto di aspre ed ampie lotte di massa.
Tutte le conquiste proletarie e operaie sono state frutto di grandi lotte, alcune hanno avuto addirittura la forza di diventare leggi dello Stato, anche se ciò non basta a garantirne il rispetto e l’applicazione. Appena il movimento operaio abbassa la guardia come in questo periodo, i capitalisti sono pronti a sferrare il loro attacco per riconquistare le posizioni perdute e portare indietro la ruota della storia a loro unico vantaggio.
Il capitalismo riesce a dominare in tutto il pianeta, anche attraverso le elezioni, mistificando come democrazia la partecipazione alle votazioni, anche se estremamente bassa.
Per le prossime elezioni europee sono le stesse stime delle istituzioni borghesi a dare la previsione di partecipazione non superiore al 35% degli aventi diritto.
Si può votare ma non si può mettere in discussione il sistema di potere e i suoi strumenti perché altrimenti scatta l’allarme terrorismo e tutti temono che si possa scatenare la piazza e ci possano essere lotte non controllate che potrebbero travalicare il “normale senso civico e democratico fuori dalla dialettica parlamentare“. Come è successo alla manifestazione di Torino quando i lavoratori del gruppo FIAT che stanno perdendo il lavoro, hanno semplicemente protestato e rivendicato il diritto alla parola fuori dal coro sindacale ufficiale.
A cosa servirebbe, dunque, per la classe operaia irrompere nel teatrino della politica borghese? A fare le comparse, a far guadagnare il “socialismo parlamentare” a qualche operaio pronto a rappresentare la “sua classe” (!) con 15/20/30mila euro al mese nel Parlamento Europeo, diventando stampella di un sistema marcio che del suo marciume ne fa un idolo da adorare.
Questo sistema è da abbattere, dobbiamo lottare tenacemente contro ogni illusione elettorale e riporre tutte la nostre forze nella capacità distruttiva della classe operaia del sistema borghese.
La classe operaia è in sé, per il posto che occupa nella società, la sola classe antagonista al capitalismo su scala mondiale occupando i gangli vitali del sistema di produzione capitalista. E da ciò trae la sua forza propulsiva e la capacità strategica di costruire quella società che, liberando se stessa dalla schiavitù salariale, può liberare tutti.


19 maggio 2009 redazione
comunicato

Solidarietà con i lavoratori dello Slai-Cobas
Un copione già recitato, con gli aggrediti ed i discriminati trasformati in aggressori: questo, e non altro, è quello che è successo a Torino.
I lavoratori dello Slai-Cobas che hanno rivendicato il loro diritto a parlare in piazza sono stati vittime di una provocazione. Come al solito una legittima reazione in risposta ad una prevaricazione è additata come violenza mentre la violenza vera, più subdola e quindi più pericolosa, è quella che esercitano i dirigenti di Cgil-Cisl-Uil ed i loro alleati, i post (?) fascisti dell’UGL. Sono loro che si riservano, in maniera mafiosa, un terzo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, infischiandosene del voto dei lavoratori. Sono loro che da decenni firmano accordi antioperai che aumentano precarietà e sfruttamento e diminuiscono diritti e salari. Sono loro che stanno bruciando, con i fondi pensione di categoria, una parte del salario dei lavoratori, la liquidazione, giocandoselo in borsa.
Purtroppo non basta che sia chiaro per le minoranze: o la maggioranza dei lavoratori capisce che i dirigenti di  Cgil-Cisl-Uil-Ugl sono la quinta colonna dei padroni all’interno del movimento operaio e si organizzano di conseguenza o la sconfitta sarà inevitabile e disastrosa.