9 novembre 2019 redazione
Muro a 30 anni dalla caduta

LA “NUOVA EPOCA” DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
Per una bizzarra parziale coincidenza, l'anniversario della nascita del primo Stato socialista e quello dell'atto iconoclastico per eccellenza che da 30 anni raffigura la “fine del comunismo”, quasi si toccano. Il 7 novembre 1917, operai, soldati e marinai davano l'assalto al Palazzo d'Inverno; il 9 novembre 1989, al capitale si spalancavano definitivamente le porte del mercato esteuropeo e l'abbattimento del muro di Berlino doveva simboleggiare la vittoria irreversibile “della democrazia sulla dittatura e il totalitarismo” che, come ci è stato rivelato nell'anno di grazia 2019, “per mezzo secolo” hanno privato “della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico... altri paesi europei”.
Dopo il 9 novembre 1989, con la fine dell'URSS decretata a tavolino di lì a due anni, il circuito aperto nel 1917 si sarebbe richiuso. Essendo il mercato, per definizione, libero, il suo trionfo deve per forza significare, ancora per assunto, la vittoria della libertà sulle tenebre dell'illibertà. Il 9 novembre 1989 doveva saldare insieme i due mondi – quello del “controllo totalitario sull'uomo” da parte dello Stato, da un lato, e quello dell'intraprendenza individuale, della personalità gioiosamente estrinsecantesi, dall'altro – rimasti pericolosamente lontani fin dal 7 novembre 1917.
Non tutto sembra essere andato come volevasi: il “trionfo del mercato” non ha bisogno di troppi commenti, se si pensa anche soltanto alle decine di migliaia di morti sul lavoro, ai milioni di disoccupati, ai senza casa, senza assistenze ecc. Sul piano “ideologico”, poi, il capitale si sente obbligato non solo a stabilire per decreto la “superiorità della democrazia”, ma persino a mettere sullo stesso piano comunismo e nazismo: segno che il comunismo, come ha scritto "nuova unità" sul n.5, fa ancora paura e, nel tentativo di esorcizzarlo, lo si dipinge alla stregua delle infamie hitleriane.
Non è certo a beneficio dei reazionari, comunque agghindati da leghisti, fascisti o “democratici”, che ribadiamo l'attualità delle parole di Lenin, che il “regime sovietico significa massima democrazia per gli operai e i contadini e, al tempo stesso, rottura con la democrazia borghese e comparsa di un nuovo tipo di democrazia di importanza storica mondiale, e precisamente della democrazia proletaria o dittatura del proletariato”.

E dunque, il 9 novembre 1989 veniva abbattuto “il Muro” per eccellenza: si sanciva la fine della Repubblica Democratica Tedesca, sorta nel 1949, in contrapposizione a quella Repubblica federale tedesca, riarmata dalla NATO quale centro dell'anticomunismo e della penetrazione ideologica, politica e finanziaria occidentale nell'est delle democrazie popolari.
Dopo quarant'anni di vita, la DDR subiva la sorte comune ai Paesi dell'Europa orientale e, così come prima veniva definita la “vetrina del campo socialista”, così, dopo il 1989, veniva deputata a simboleggiare la “disfatta irrimediabile” di quel campo. Il trionfo della libertà, dunque!
Se le crepe scolpite dall'anticomunismo di Solidarność in Polonia, nel 1980, sembravano esser state rattoppate alla bell'e meglio, con le cricche revisioniste apparentemente sorde al campanello d'allarme; se a Timișoara, l'aggressione occidentale avrebbe mostrato tutto l'abominio di cui è capace (e che avrebbe poi ripetuto in Jugoslavia e aggravato oggi in Ucraina), è però l'assalto finale alla DDR che simboleggia ancor oggi, per i “democratici”, la chiusura, secondo loro definitiva, del circuito aperto nel 1917.
“Grandi valori di civiltà”

"Il giorno più bello per l'Europa. Addio muro di Berlino”, titolava a sette colonne l'Unità dell'11 novembre 1989, esultando per “uno di quei momenti che segnano e cambiano la storia di una nazione. In questo caso è qualcosa di più, è la storia di un continente... mai, come in questo momento, il rapido e tumultuoso rivolgimento politico dell'Est sta aiutando tutti noi in Occidente a riscoprire i grandi valori di civiltà”, così a lungo soffocati, come ci ricorda oggi il parlamento europeo!

Proclamata il 7 ottobre 1949, la nascita della DDR era stata la risposta alla decisione USA sulla creazione della RFT nelle zone di occupazione americana, britannica e francese, mentre l'URSS si era opposta alla divisione del paese. Dopo i primi due Volkskongress  nel 1947 e '48, in cui si chiede anche un referendum sull'unità tedesca, il III Volkskongress pubblica un manifesto al popolo tedesco, che auspica una “Costituzione per la Germania intera”.

Ma la Repubblica Democratica Tedesca non c'è più. Lo scorso 5 ottobre, il politologo Ekkehard Lieberam, ricordava su Die junge Welt le manifestazioni che,
ancora poco dopo la caduta del muro, si ripetevano a difesa della DDR, pur se, afferma, “si trattava di tardive azioni di retroguardia” e finivano per essere, “come aveva scritto Marx nel dicembre 1848, quella “mezza rivoluzione" cui doveva seguire la controrivoluzione". A dicembre '89 veniva eliminato il ruolo guida del partito alla Volkskammer, sancito dalla Costituzione; a febbraio 1990 l'URSS si ritirava dal Paese: “il resto era inevitabile”, dice Lieberam.
Il tradimento di Gorbačëv

Appena pochi giorni prima della fine,
a inizio novembre 1989, l'allora Presidente del Consiglio di Stato della DDR, Egon Krenz, si era incontrato a Mosca con Mikhail Gorbačëv. In un capitolo del suo libro “Noi e i russi”, Krenz racconta di come Gorbačëv lo avesse ricevuto non al Cremlino, ma nella sede del Comitato Centrale, a “sottolineare che ci incontravamo come segretari generali dei partiti guida nei nostri paesi. La leadership della classe operaia e il suo partito marxista-leninista erano ancora un principio costituzionale sia nella DDR che nell'Unione Sovietica”. Si vociferava che Mosca lavorasse per l'unità tedesca, ma alla domanda diretta di Krenz, Gorbačëv lo informò su un colloquio di Alexandr Jakovlev (l'ideologo della perestrojka) con Zbigniew Brzezinski: l'americano aveva detto che era inconcepibile una riunificazione dei due Stati tedeschi.
In un'intervista a Georgij Zotov, pubblicata il 19 settembre su Argumenty i Fakty, Krenz dice chiaro e tondo: “ci ha traditi Gorbačëv”. Alla domanda di Zotov: “Nel 30° anniversario delle manifestazioni a Berlino che portarono alla caduta di Erich Honecker e alla fine della DDR, la Germania orientale avrebbe potuto essere conservata?”, la risposta è netta: “Purtroppo no. La DDR non avrebbe potuto sussistere senza l'URSS, né economicamente né politicamente. Alla fine della Seconda guerra mondiale, l'URSS vedeva la Germania come un unico paese e non intendeva lacerarla a metà. Ma ci furono le liti con gli alleati, fu creata la NATO, e alla fine andò in un altro modo”.
Alla domanda: “si può  affermare che Gorbačëv abbia tradito la DDR?”, Krenz risponde: "Mi sono fidato di Gorbačëv troppo a lungo. Due settimane dopo il nostro incontro del 1° novembre 1989, alle nostre spalle, chiedeva all'Occidente quanto fosse disposto a pagare perché l'URSS accettasse l'unità tedesca. Mi dica: è amicizia o tradimento? Sì, la DDR è stata tradita”.
“Ho parlato con molti tedeschi dell'est e vedo delusione” dice Zotov; “tutti nutrivano forti speranze che dopo l'unificazione sarebbe arrivato il paradiso. Ma, di recente ho visitato l'ex Karl-Marx-Stadt, ora Chemnitz: l'industria della DDR è stata liquidata; fabbriche completamente abbandonate. Disoccupazione; molti se ne sono andati a ovest”.

La Germania “unita”

A proposito dell'enorme divario tuttora esistente tra est e ovest, nel marzo scorso Markus Drescher scriveva su Neues Deutschland che è sufficiente prendere un qualsiasi villaggio di Meclemburgo o Pomerania Anteriore: secondo le “coordinate di disuguaglianza”, essi riuniscono tutti i fattori negativi: come campagna, sono messi peggio delle città, trovandosi a nord stanno peggio che al sud e, stando a est... I tedeschi dell'ovest non amano la parola “annessione”; sta di fatto che, ancora nel 2016, 464 delle 500 top-aziende tedesche avessero la sede centrale a ovest. In Sassonia, due abitanti su tre si vedono, in quanto cittadini dell'ex DDR, come persone di “seconda classe”.
In un sondaggio della conservatrice Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), alla domanda "Pensa che la democrazia che abbiamo in Germania sia la migliore forma di governo?", ha risposto in maniera affermativa il 77% a ovest, ma solo il 42% a est, mentre il 23% a est e il 10% a ovest ritiene che esista una "alternativa superiore". Jana Frielinghaus nota su Neues Deutschland  come, nel sondaggio della FAZ, il termine "democrazia" sia bellamente usato quale “sinonimo di parlamentarismo borghese”; e continua: “Persino 30 anni dopo l'annessione della DDR alla RFT”, i tedeschi dell'ovest occupano “più del 90% dei posti nel sistema giudiziario e amministrativo. Nei nuovi Länder, sono dell'ovest tutti i presidenti delle Corti amministrative e dei Tribunali”.
L'attecchire degli slogan della destra a est, viene spesso sbrigativamente spiegato come conseguenza tardiva della "mancanza di libertà" nella DDR; ma non sarebbe fuor di luogo, osserva Frielinghaus, mettere nel conto gli sconvolgimenti economici degli ultimi decenni, primo fra tutti quanto fatto dalla Treuhandanstalt  (Ente per le privatizzazioni nella ex DDR) e le forti discriminazioni su salari, stipendi e pensioni.
Basti pensare che, se solo nei primi due anni dopo l'annessione, a est si erano persi (ufficialmente) oltre un milione di posti di lavoro, per il trasferimento a ovest non solo dei centri di direzione economica e amministrativa, ma delle stesse strutture produttive, oggi le cifre del Bundesagentur für Arbeit  (Ministero del Lavoro) indicano una differenza media di circa due punti nelle percentuali di disoccupazione tra est e ovest. Con un dato ufficiale del 4,6% di disoccupazione a ovest e 6,3% a est, la differenza vede estremi del 2,7% in Baviera e del 5,4% in Sassonia, 5,7% in Brandenburgo, 7,8% a Berlino, o 6,9% nel Mecklenburg-Vorpommern, nel quale ultimo ci sono distretti e circondari con medie del 8,5%: proprio come in Italia.
Un inferno capitalista, insomma: da est a ovest, da sud a nord. Perché meravigliarsi, dunque, se già alle elezioni federali del 2017, a ovest un elettore su otto aveva votato lo xenofobo Alternative für Deutschland, mentre in tutti i Länder annessi nel 1989 lo aveva fatto uno su cinque, dando a AfD una media federale del 12,6% e picchi del 30% in alcuni distretti della Sassonia.
Alle elezioni regionali, AfD ha avuto il 27,5% in Sassonia, il 23,5% in Brandeburgo. E anche lo scorso 27 ottobre, in Turingia, se Die Linke era salita dal 29% del 2014 al 31%, AfD è balzata di colpo dallo 0% al 23,4% decretando il tracollo di CDU (dal 33% al 21,8%) e SPD (da 13% a 8,2%).
Ovunque, AfD punta sullo spauracchio dell'immigrazione, quale causa per cui i tedeschi dell'Est non stanno ancora così bene come era stato loro promesso 30 anni fa.

L'Occidente e la Germania

Naturalmente, non si può riassumere tutto nel tradimento di Gorbačëv, Jakovlev & Co., nel ruolo assegnato dagli artefici della perestrojka al loro “beniamino” Hans Modrow, dimenticando l'opera della CIA, direttamente contro la DDR sin dalla sua fondazione, del lavorio del cosiddetto “bjuro est” della SPD e dei suoi contatti con la SED, come pure delle teorie revisioniste nella stessa DDR, su “alternativa socialista” o “tentativo di socialismo”, ricordati da
Ekkehard Lieberam.
A proposito di Gorbačëv, in un'intervista alle Izvestija dello scorso 18 ottobre, l'ex Presidente dell'URSS ribadiva che la “caduta del muro fu un grosso passo sulla strada della libertà. Le conseguenze della caduta del muro e dell'unificazione della Germania sono state positive per l'Europa e il mondo”.

Ecco quanto positive:
il 31 gennaio 1990, il Ministro degli esteri della RFT, Hans Dietrich Genscher, dichiara: “Ci siamo accordati per il non allargamento della NATO a est. Ciò non riguarda solo la DDR, che noi non vogliamo conquistare. L’allargamento non ci sarà in generale”.
Sempre nel 1990, il
Segretario generale NATO Manfred Wërner dichiara: “siamo pronti a non dislocare truppe NATO fuori del territorio della RFT” e il Segretario di Stato USA, James Baker, giura a Gorbačëv che la “sfera di influenza della NATO non si sposterà di un pollice verso Est”, mentre il Segretario alla difesa Robert McNamara dichiara che “gli USA si impegnano a non espandere mai la NATO a est, se Mosca sarà d’accordo per la riunificazione della Germania”.
Dopo il 1991
, ogni “promessa” svanisce: in cambio delle “garanzie” occidentali, 380mila soldati sovietici si ritirano dall’Europa orientale; nel 1999 entrano nella NATO Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca; poi nel 2004, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia e Paesi baltici.
Stalin e la DDR

In varie occasioni, tra il 1949 e il 1952, Stalin aveva parlato dell'unità tedesca, augurando alla DDR “... ulteriori successi nella costruzione di uno Stato tedesco unito, indipendente, democratico, pacifico”, auspicando “una prossima conclusione dell'accordo di pace e il ritiro delle truppe d'occupazione, negli interessi della Germania e della pace in tutto il mondo”. Nell'aprile 1952, in una nota al governo USA, scriveva: “Proprio oggi si decide la questione se la Germania verrà ricostituita come Stato unito, indipendente, pacifico... oppure rimarrà in vigore la divisione della Germania e la minaccia, a ciò connessa, di guerra in Europa”. Il 19 settembre successivo, conversando su vari temi con Chou En-Lai, osservava che Washington non voleva l'unità tedesca, perché ciò avrebbe posto termine al saccheggio USA della Germania.
Stalin, cioè, vedeva l'unità tedesca come garanzia contro ogni revanscismo bellico. Al contrario, proprio a questo miravano Washington e Bruxelles e, nel 1989, raggiungevano l'obiettivo con l'annessione della DDR a una Germania bastione avanzato di USA e NATO; un bastione che però, nel 2019, non è più così ligio ai dettami esterni. Di fronte alla rivalità (per ora, non armata) che oppone oggi USA e Germania, appaiono ancora una volta premonitrici le parole di Stalin: se Chou En-Lai notava come gli USA stessero ricostituendo gli eserciti di RFT e Giappone, sperando di servirsene, “ma quelle armi possono rivolgersi contro di loro”, Stalin conveniva che ciò era del tutto possibile, “addirittura, anche se a capo della Germania andassero nazionalisti o hitleriani”.
“Sono giorni entusiasmanti per noi europei”, scriveva l'Unità  dell'11 novembre 1989, riferendosi a Berlino, Varsavia, Budapest, Sofia, definite melodrammaticamente “Le Bastiglie del 1989”. Se Stalin, congratulandosi con Wilhelm Pieck il 13 ottobre 1949, scriveva che “la fondazione della Repubblica democratica tedesca amante della pace rappresenta un punto di svolta nella storia d'Europa”, quarant'anni dopo, l'Unità  auspicava per il PCI “un impegno comune con le forze del socialismo occidentale per costruire un nuovo ordine in Europa”, per “fare i conti non più soltanto con un modello politico che è franato, ma con un'epoca che si sta aprendo”.
Allora la si indovinava, quell'epoca. Oggi, purtroppo, la si conosce.

 

 

 

 


4 novembre 2019 redazione
editoriale n. 6

IL CAPITALISMO È LA SOCIETÀ DEL CRIMINE
Comprendere la demagogia populista e la strumentalizzazione delle forze politiche borghesi è fondamentale per capire che il movimento dei lavoratori deve rafforzarsi e organizzarsi sulla base dei propri interessi di classe

Sia Salvini che Meloni vengono fatti passare come grandi comunicatori e affabulatori grazie al loro modo di presentarsi caratterizzato dalla vuotezza di contenuti e dalla loro becera propaganda "nazionale" attraverso mezzi di informazione, incluso i social, con la complicità - in barba alla par condicio - dei prezzolati direttori e giornalisti di tutte le testate. Si sa che le folle possono essere trascinate dalle frasi ad effetto e che più slogan si lanciano, meno si fa ragionare e si colpisce la cosiddetta pancia, ma non i cervelli e in questo la storia ci aiuta con l'esempio di Mussolini, che è stato maestro.
Il risultato delle elezioni in Umbria lo testimonia. Salvini - dopo aver trovato la via di fuga dal Governo per passare all'opposizione - ha calcolato che avrebbe reso di più e così è stato e il PD - che non si può più definire neppure di generica sinistra - ci ha messo del suo, in particolare con lo scandalo della sanità.
A nulla sono servite le alleanze dell'ultimo momento con il M5S e persino con il PRC per rimanere in sella alla guida della Regione. Una Regione che a tre anni dal sisma sta ancora aspettando una soluzione definitiva ai tanti problemi dei terremotati.
La Lega di Salvini ha raggiunto il 36,9% è la prima forza politica in una regione, considerata rossa anche se non lo è più da tempo, ed ha espresso anche la governatrice della Lega, già sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della IV commissione permanente della Difesa.
Come per tutte le elezioni Salvini si vanta, imbrogliando, di aver avuto la maggioranza degli umbri. Visto che gli elettori erano poco più di 703mila (521mila nella provincia di Perugia, 181635 in quella di Terni) e che a votare è andato il 64,42% pari a 453.000 votanti; che il centrodestra Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia ha raggiunto il 57,55% pari a 260.000 voti, la percentuale della Lega del 36,9% è pari 167.000 voti. Altro che maggioranza! Ma è tipico di tutti i politici ingannare sul numero per creare l'effetto di correre sul carro vincente.
Nella logica elettoralista si è inserito il concetto del cambiamento, ma sempre facendosi condizionare dalla demagogia delle forze politiche guardando al quotidiano e non alla concezione generale della società e agli interessi che queste forze rappresentano. Di fronte al malessere della crisi aggravato dalla situazione post-terremoto, delusi dalla politica rinunciataria del centro-”sinistra” e dal M5S, allora la protesta si è orientata a destra, come se la destra potesse risolvere i problemi della classe lavoratrice e delle masse popolari.
È successo così anche nel caso del voto di Terni, città operaia. Non viene capito che, nonostante tutta la loro prosopopea candidati e capi partito sono al servizio del capitale e non degli elettori, che il loro sbandieramento su “legittima difesa” e “sicurezza" è funzionale solo agli interessi delle industrie di armi e, più avanza la crisi, più la borghesia chiede di attuare metodi autoritari per poter esercitare il proprio potere e fare i propri interessi, come i Decreti Salvini che non vengono aboliti neppure dal Conte 2 perché le misure che contengono sono volte a criminalizzare le azioni di protesta operaia e studentesca.
Anche il taglio del numero dei parlamentari - incostituzionale con la legge vigente - rientra nella restrizione della stessa democrazia borghese.
Se volessero effettivamente risparmiare sul bilancio perché non diminuire compensi e vitalizi a parlamentari e consiglieri regionali?
I parlamentari e i consiglieri non solo ricevono lo stipendio netto di 10mila euro, ma i costi aumentano con i supplementi per il portaborse, per il rimborso affitto, per l'indennità di carica (tutti esentasse!) e beneficiano gratuitamente di: telefono, autostrade, palestre, viaggi in aereo, cinema e teatro e... di assistenza sanitaria con medici e dentisti a disposizione (familiari compresi) che gravano per milioni sul bilancio statale e sono pagati in tasse dagli italiani.
Prima gli italiani urla Salvini per aizzarli contro gli immigrati e convincere sui vantaggi dell'autonomia regionale, ma non svela aglil elettori che quanto sborsano, mentre non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, serve a mantenere la macchina dei partiti nelle istituzioni, dell'apparato statale, delle forze di polizia e militari. Prima gli italiani, ma obbedienti ai piani dell'imperialismo Usa e della Nato (che costa 70 milioni al giorno). Quante opere pubbliche, interventi sociali e sanitari si potrebbero sostenere dirottando tutte queste spese!
Il capitalismo è la società del crimine non è possibile eliminare la delinquenza organizzata (che in molti casi gode di agganci politici e statali) se non si elimina il capitale finanziario, il riciclaggio, il traffico di droga, i paradisi fiscali, la mafia, segreti bancari ecc. Le leggi e le misure reazionarie sono utilizzate per soffocare le lotte operaie, perché non si combatte la piccola delinquenza se non si abbatte la disoccupazione, la povertà, l’emarginazione, l'ingiustizia. Se non c'è il lavoro per tutti. Significativo è ciò che da settimane sta succedendo in molte parti dell'America Latina - sopite da anni dal riformismo e dalla repressione - segna la frattura tra potere e masse oppresse dalla politica capitalista/imperialista e dai suoi strumenti
come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che strangolano l'intero continente (e non solo).
Ora ci aspetta una nuova manovra finanziaria che si prospetta a favore delle imprese e delle banche. L'uso della moneta elettronica è un'idiozia in un Paese dove gli anziani ritirano ancora in contanti la pensione e per i molti che non avendo un conto corrente non la possono possedere.
Comprendere la demagogia populista e la strumentalizzazione delle forze politiche borghesi è fondamentale per capire che bisogna rafforzare il movimento dei lavoratori, che ci si deve unire sui propri interessi di classe e non scegliere elettoralmente l'alternanza tra destra e “sinistra”, ma per dare vita ad una organizzazione autonoma e indipendente che risponda agli attacchi padronali - vediamo quello che sta succedendo all'Ilva, alla Lucchini, alla Whirpool, alla Pernigotti ecc. - e, al tempo stesso, metta al centro la necessità della socializzazione dei mezzi di produzione, eliminando la proprietà  privata e il profitto, in un sistema socialista in contrapposizione al sistema democratico-borghese basato sulla dittatura del capitale e dei loro servi.


10 ottobre 2019 redazione
editoriale n. 5

IL COMUNISMO CONTINUA A FARE PAURA
Il vero problema è il sistema capitalista,
per questo deve essere abbattuto e sostituito con un sistema socialista, l'unico che può eliminare padroni e sfruttamento ed emancipare la classe lavoratrice e tutta la società
Abbiamo chiuso il numero scorso con l'autogol di Salvini, la presentazione di una mozione di sfiducia - che poi ha ritirato alle ore 20 mentre era in corso il dibattito in Senato. Salvini - che sosteneva che questo governo avrebbe durato una legislatura - ha rotto il contratto della convivenza populista pensando di ottenere pieni poteri e avanzare nella sua politica sempre più reazionaria al servizio del capitale e dell’imperialismo Usa. Invece la scelta del Quirinale di non indire elezioni e la manovra M5S e PD (che si accolla una bella eredità debitoria, la manovra finanziaria, le vertenze operaie, l'aumento IVA) ci hanno portato ad un governo Conte 2, che rifiutiamo di definire giallo rosso come molti lo chiamano perché il PD di rosso non ha proprio nulla. S
arà un altro governo antioperaio e antipopolare, delle autonomie differenziate, del proseguimento dei decreti sulla sicurezza, delle privatizzazioni dei servizi e, soprattutto, gradito alla UE.
La crisi era nell'aria, ma Salvini - che dice di non badare alle poltrone - a due giorni dal dibattito in Senato, dopo averne dette di cotte e di crude sul M5S, prima ha tentato un riavvicinamento ai 5Stelle per un rimpasto, poi accusa il PD di aver sempre sostenuto mai con i 5stelle, proprio lui che ha basato la sua campagna elettorale a suon di “mai con i 5 Stelle!". Ora ci troviamo con un governo Conte 2 e con Gentiloni commissario UE.
Artefice di questa alleanza è stato il rottamatore rottamato Matteo Renzi (reduce dall'incontro con il più potente circolo finanziario para-massonico mondiale, il Bilderberg) che - dopo soli pochi giorni - ha fatto la sua scissione portandosi via onorevoli e senatori, ha formato il nuovo gruppo "Italia viva" - all'insegna dell'allegria e del divertimento (così lo presenta) - per ritornare alla ribalta e tenere in pugno il governo.
L'Unione europea - quella, votata a maggio, delle banche, quella che promuove le riforme di peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice, la privatizzazione dei servizi, delle scelte imperialiste - il 19 settembre adotta una
risoluzione che equipara il comunismo al nazifascismo. In un sostanziale revisionismo storico e politico, condanna l'esperienza sovietica e di costruzione socialista come "totalitaria" ed esorta il divieto di simboli e manifestazioni in appoggio all'ideologia comunista criminalizzando l'unica ideologia - quella marxista-leninista - che, con la Rivoluzione d'Ottobre, ha realmente messo in discussione il dominio capitalista e che, con l'intervento e il sacrificio dei soldati dell'Armata rossa, ha liberato i campi di sterminio e sconfitto il nazismo.
L'UE riscrive la storia mettendo sullo stesso piano vittime e carnefici, rappresentando l’Europa occidentale come patria della libertà e della democrazia e l’Europa orientale come teatro della dittatura e del terrore. Con grossolane falsità
addebita lo scoppio della Seconda Guerra mondiale alla firma del patto Molotov-Ribbentropp, quando è evidente, comprovato e accertato persino dal tribunale di Norimberga che quella devastante guerra è dovuta al nazismo. Una risoluzione "ideologica" che accontenta i Paesi dell'est Europa (in molti i comunisti erano già messi al bando), la borghesia e il capitalismo che, ieri hanno dato carta bianca a Hitler e Mussolini, e oggi sostengono governi e gruppi fascisti e nazisti in ogni paese pur di evitare che le idee comuniste - di fronte al crescente malcontento e all’insofferenza della classe lavoratrice e delle masse popolari - possano attecchire ed avanzare.
Il comunismo - che è la forza della liberazione del proletariato dallo sfruttamento - fa ancora paura e non è bastato
aver ordito con traditori revisionisti e Vaticano per far cadere il muro di Berlino 30 anni fa. Tant'è che per motivare più convintamente la risoluzione - secondo la quale l'unico modo per essere uno Stato democratico è far parte dell'Unione Europea e della NATO - si richiama al totalitarismo stalinista, trovandosi in buona compagnia con i trotskisti, con coloro che si definiscono di sinistra e con generici democratici. Ma anche con chi - come PRC - si definisce comunista e si allinea sull'attacco allo stalinismo. Il suo segretario avrebbe fatto meglio a tacere piuttosto che sostenere che l'ungherese Imre Nagy fu vittima dello stalinismo quando morì nel 1958, 5 anni dopo la morte di Stalin, durante il periodo kruscioviano. Ma tant'è!
Nel frattempo il mondo è distratto dal salvataggio del pianeta. Un milione di giovani sono scesi in piazza in molte città d'Italia fortemente condizionati dalla forza dei mass-media che per settimane gonfiato l'evento. Gli studenti sono usciti dalle scuole, tutti giustificati (mai successo per altri obiettivi), e hanno manifestato con gli insegnanti in sciopero coperto dai sindacati e con altri strati di popolazione.
Non si sa quanto l'idea iniziale di Greta Thunberg fosse personale, sta di fatto che è diventata simbolo e riferimento del FridaysForFuture che l'ha portata fino all'intervento all'ONU. Anche se non è la prima: ne
l 1992 una giovane canadese di 12 anni di età, Severn Cullis-Suzuki pronunciò un discorso al vertice della Terra di Rio de Janeiro, ma nessuno se ne ricorda più.
Perché questo movimento è appoggiato dalla borghesia e dai capitalisti che reprimono qualsiasi forma di protesta operaia e studentesca?
Perché gran parte della pubblicità commerciale è impostata sulla difesa dei cambiamenti climatici e contro la plastica?
Perché queste masse di giovani non si chiedono chi siano i veri responsabili del disastro ambientale e pensano che bastino piccole azioni quotidiane e individuali per risolvere il problema?
Perché ignorano le conseguenze dello sfruttamento padronale, dell'inquinamento prodotto dai bombardamenti delle guerre, dagli incendi dell'Amazzonia e della Siberia, dagli esperimenti nucleari sulla salute ecc.
Il movimento FFF - se rimane tale e se il proletariato e i comunisti non riescono a trasformarlo in lotta anticapitalista e antimonopolista - rischia di essere un boomerang, e diventare una buona opportunità per il sistema capitalista-imperialista. Infatti sono già molti i capitalisti che cavalcano l'ondata verde e hanno già pronto i loro piani per trarre nuove fonti di profitto, ad esempio con la green economy.
Il vero problema è il sistema capitalista, per questo deve essere abbattuto e sostituito con un sistema socialista, l'unico che può eliminare padroni e sfruttamento ed emancipare la classe lavoratrice e tutta la società. Per cambiare realmente la classe operaia ha un ruolo fondamentale se rifiuta ciò che viene propinato dalla destra, dalla cosiddetta sinistra, dai sindacati compiacenti con il potere, ma si organizza e lotta in prima persona, diventando protagonista del proprio futuro.
I prossimi mesi saranno molto difficili e richiederanno maggiore impegno a tutti i livelli - anche per difendere l'attacco al comunismo - in ogni luogo di lavoro e di studio. In difesa degli interessi della classe lavoratrice noi comunisti ci siamo.


19 agosto 2019 redazione
editoriale bis

Il governo che garantiva un'intera legislatura è caduto dopo 14 mesi
Ancora una volta ribadiamo che è necessario abbattere il sistema capitalista e che è possibile vivere senza padroni, quindi senza sfruttamento né oppressione, se si agisce e ci si attrezza per diventare protagonisti del proprio futuro
Qualche lettore che ci segue sul sito internet avrà letto l’editoriale n. 4 pubblicato in attesa del cartaceo, ma considerata la crisi – che comunque era già nell’aria – ci troviamo costretti a cambiarlo per seguire l’attualità anche se i tempi della politica non coincidono con i nostri di stampa.
In questa estate il potere borghese europeo ha stabilito di farsi rappresentare da due donne (leggi pag. 6): Christine Lagarde alla BCE, la più pagata al mondo (1.875,48 € al giorno), l'avvocato d'affari del FMI senza essere un'esperta di politica monetaria ma che è stata in grado di "gestire" crisi economiche - da quella Argentina a quella Greca. E la fedelissima di Angela Merkel, Ursula Von der Leyen (Cdu), già ministro della Famiglia (ha 7 figli) e due volte responsabile della Difesa in Germania, alla Commissione Ue. Nomine che, tra l'altro, dimostrano l'ennesimo inganno elettorale, cioè che non è vero che sono gli elettori a stabilire i propri rappresentanti nelle istituzioni e che conferma la giustezza della nostra posizione astensionista, di respingimento di questo carrozzone imperialista.
Tra il caldo sahariano e i disastri causati dalle piogge intense, dopo continue dispute verbali tra chi le sparava più grosse in una continua involuzione reazionaria, si è rotto il “contratto” con il quale i giallo-verdi ci hanno martellato per mesi, ma che negli ultimi tempi era sparito per lasciare spazio alle polemicucce e al delirio di onnipotenza di Salvini ministro degli Interni (che fa usare come una giostra la moto d'acqua della polizia compiacente al figlio) per aumentare la repressione con il pretesto di garantire la sicurezza agli italiani, in realtà per fomentare la paura e assicurarsi voti. Salvini ha staccato la spina (salvo ritirare la mozione di sfiducia alla base della crisi durante la seduta in Senato) copiando il vaffa dai suoi alleati che hanno sempre accettato il suo diktat. Il governo populista che si vantava di essere del cambiamento e di coprire un'intera legislatura per fare il "bene degli italiani" - in realtà di quegli imprenditori che poi portano all'estero produzione e capitali - può vantare un record: 14 mesi, il più corto nella storia d'Italia!
Con l'intervento (tardivo) di Conte al Senato - che ha scaricato tutte le colpe su Salvini e la Lega - si è aperta ufficialmente la crisi e del futuro governo ne parleremo sul prossimo numero anche se per noi un governo ne vale l'altro. Ora iniziano le consultazioni con Mattarella il quale chiede "un progetto serio e stabile", altrimenti, l’alternativa più credibile è quella di avere un governo tecnico che porti alle elezioni nel giro di pochi mesi.
E il Pd è in fibrillazione per rientrare in pista - con i 5Stelle come alleati - e gestire l'aumento dell'Iva, affrontare l'enorme debito pubblico - sempre più in aumento - e le vertenze in corso che riguardano 240mila posti di lavoro a rischio, il DEF che sarà un'altra manovra di lacrime e sangue per le masse popolari.
Anche nel suo intervento becero e provocatorio al Senato, Salvini si è comportato da dittatorello al di fuori da ogni rapporto istituzionale, incapace persino di motivare i suoi atti. Si è definito un bersaglio pronto a sacrificarsi, di non aver padroni né catene. E i suoi incontri negli Usa dove ha condiviso la politica guerrafondaia di Trump? E i rapporti con la Russia? E con la UE? Tutti i suoi strali contro la UE si sono infranti nel momento in cui ha respinto la candidatura dell'olandese Frans Timmermans garantendo, oggettivamente, la continuità del rigore e l'asse franco-tedesco in Europa, una scelta da "vecchia Europa". Anche la decisione di proseguire i lavori del Tav, oltre ad essere in linea con la UE, è un grande favore concesso al "detestato" Macron.
Ma alla base della Lega arriva il messaggio retorico e demagogico, i rifiuti "muscolari" che evitano ai propri seguaci di riflettere autonomamente, mantenrli sottomessi, impauriti e culturalmente schiavizzati e li spingano alla mobilitazione reazionaria.

Qualunque sia il prossimo governo continuerà l'attacco generale al proletariato,
leggi liberticide e di contrasto a chi lotta e contro ogni forma di opposizione sociale. In particolare quello del diritto allo sciopero, già fortemente limitato e utilizzato dai sindacati Confederali - impegnati a costruire la loro unità di vertice per aumentare il peso della contrattazione con governi e Confindustria - a sostegno di rivendicazioni padronali, inculcando tra i lavoratori che il loro benessere dipende dai profitti dei padroni, nonostante sia provato che i finanziamenti elargiti alle aziende, in tutti questi anni, non hanno evitato licenziamenti, delocalizzazioni e disoccupazione, non hanno difeso la salute né la sicurezza, ma hanno aumentato i profitti e reso il lavoro sempre più precario.
Si riparlerà di sciopero generale? C'è già una proposta del Sì Cobas per il 25 ottobre. In effetti ci sarebbe bisogno di una dimostrazione di forza della classe lavoratrice che non sia la patetica e inutile raccolta di firme del PD per chiedere le dimissioni del governo, ormai superata dalla scelta della Lega.

Ma l'esperienza e la realtà degli ultimi anni insegnano che non ci sono le condizioni per promuovere uno sciopero generale - e il movimento "di base" non è stato in grado di crearle - degno di questo nome, basato su reali adesioni e partecipazioni. Anzi gli scioperi "generali" - a volte a distanza di una settimana - indetti da varie sigle sono più per verificare la portata del proprio peso all'interno della classe e con un occhio alle campagne acquisti, che non a modificare i rapporti di forza a favore della classe lavoratrice - hanno alimentato sfiducia e demoralizzazione sia tra le avanguardie, sia tra gli stessi iscritti ai sindacati di base.
Lo sciopero generale ha senso e significato se proclamato e condiviso contro il padronato e i loro governi perché deve dimostrare che la classe ha la forza di bloccare i gangli vitali del paese, com'è stato quello dei trasporti del 16 giugno 2016 che, infatti, ha allarmato il governo e i suoi padroni.
Borghesia, padronato, governi e lo Stato con i suoi strumenti repressivi sono i veri nemici. Ai padroni non interessa la sigla di appartenenza, ma la volontà di ribellione al loro sistema di sfruttamento, oppressione e repressione che, oltre all'uso della polizia, si manifesta sempre più con i licenziamenti politici degli attivisti sindacali.
Operai e padroni non sono sulla stessa barca come sostengno i socialdemocratici e gli opportunisti vertici di Cgil-Cisl-Uil-Ugl che portano in piazza sfruttati e sfruttatori insieme. I lavoratori non hanno nulla da spartire con chi fa del profitto la propria ragione di vita. La vera forza del movimento operaio è l'unità della classe e l'unità nelle lotte, vincendo la frammentazione.
Il movimento dei lavoratori deve ritrovare fiducia nella sua forza e nella capacità di iniziativa valorizzando la propria posizione e l'attività del capitale che vuole neutralizzarla come soggetto antagonista. C'è bisogno di lavoro, ma coloro che lo hanno non pensino che "stando fermi e zitti", accettando il volere dei padroni con condizioni al ribasso o illudendosi in svolte risolutive del governo, prima o poi non tocchi anche a loro.
Allargare la solidarietà con le situazioni in crisi (attualmente circa 200), con i disoccupati, con i lavoratori precari e sottoccupati rafforza il potere contrattuale e resiste ai colpi del nemico di classe. Sapersi organizzare per i propri interessi immediati e quelli futuri. I lavoratori devono fare un passo avanti e... pensare politicamente. È possibile vivere senza padroni, quindi senza sfruttamento né oppressione, se si agisce e ci si attrezza per diventare protagonisti del proprio futuro, con l'obiettivo di cambiare il sistema capitalista - che si basa su più lavoro meno soldi - in un sistema socialista.

 

 

6 agosto 2019 redazione
editoriale n. 4

Rovesciare la borghesia e la sua politica reazionaria
È possibile vivere senza padroni, quindi senza sfruttamento né oppressione, se si agisce e ci si attrezza per diventare protagonisti del proprio futuro

Tra il caldo sahariano e i disastri causati dalle piogge intense nel governo sono continuate le dispute verbali tra chi le spara più grosse in una continua involuzione reazionaria. Salvini, che fa il ministro degli interni solo per aumentare la repressione con il pretesto di garantire la sicurezza agli italiani e assicurarsi voti, si comporta da dittatorello al di fuori da ogni rapporto istituzionale. Va negli Usa e negli incontri con Pompeo e Pence - dall'Iran al Venezuela - lega l'Italia alla politica guerrafondaia di Trump posizioni oscure al governo, segno di servilismo verso il padrone imperialista a discapito degli interessi nazionali.
Il suo sbandierato sovranismo si è infranto anche sulle nomine del neo parlamento europeo.  "A prescindere dai nomi, l'importante è che in Europa cambino le regole, a partire da immigrazione, taglio delle tasse e crescita economica. E su questa battaglia l'Italia sarà finalmente protagonista". Sostiene Salvini, ma quale protagonismo?
Il potere borghese ha stabilito di farsi rappresentare da due donne (leggi pag. 6): Christine Lagarde alla BCE, la più pagata al mondo (1.875,48 € al giorno), l'avvocato d'affari del FMI senza essere un'esperta di politica monetaria ma che è stata in grado di "gestire" crisi economiche - da quella Argentina a quella Greca. E la fedelissima di Angela Merkel, Ursula Von der Leyen (Cdu), già ministro della Famiglia (ha 7 figli) e due volte responsabile della Difesa in Germania, alla Commissione Ue. Nomine che, tra l'altro, dimostrano l'ennesimo inganno elettorale, cioè che non è vero che sono gli elettori a stabilire i propri rappresentanti nelle istituzioni e che conferma la giustezza della nostra posizione astensionista, di respingimento di questo carrozzone imperialista.
Il Governo italiano e il despota Salvini, con il suo atteggiamento da bullo di partito razzista e il suo gergo verbale confacente ai settori più arretrati della società spingendoli alla mobilitazione reazionaria - come quelli che si facevano conquistare dagli slogan senza contenuti, ma ad effetto di Mussolini - respingendo la candidatura dell'olandese Frans Timmermans ha oggettivamente garantito la continuità del rigore e l'asse franco-tedesco in Europa, una scelta da "vecchia Europa". Così come la decisione di proseguire i lavori del Tav, oltre ad essere in linea con la UE, è un grande favore concesso al "detestato" Macron. Ma il messaggio che arriva alla base della Lega sono solo i rifiuti "muscolari" di Salvini. Retorica e demagogia per evitare che i propri seguaci riflettano autonomamente, ma restino sottomessi e culturalmente schiavizzati: dalla flat tax alla chiusura dei porti (persino alle navi militari); dalla Carola di turno ai decreti sicurezza; alle dispute con i 5Stelle costretti alla continua difensiva per non mollare l'osso. E, come se non bastassero i naufragi a far gonfiare il petto di Salvini, un carabiniere viene accoltellato a morte. Da migranti dai quali bisogna difendersi con i decreti sicurezza contro i quali è partita subito la carambola? No da due giovani californiani di famiglia bene che sono riusciti - in una vicenda piuttosto fosca tra putcher, informatori, intervento in borghese dei CC (il morto addirittura disarmato!!!) - a sopraffare un rappresentante delle forze che garantiscono l'ordine solo quando si tratta di sedare manifestazioni operaie e studentesche, e farlo diventare martire da Salvini, tanto che su internet (come un fascista qualunque) ha approvato e rilanciato una foto del colpevole - in violazione dello stesso diritto borghese - che dimostra gli abusi dei carabinieri (e non sarebbe la prima volta), scattata e postata da chi al momento non si sa.
L'ondata di commozione generata da tutti i mass-media ha distratto l'attezione dal caso Lega-Russia, altro scandalo di un partito corrotto in mano al ministro degli interni e al bossiano Giorgetti, che di scandali se ne intendono (ricordate i diamanti di Chirac o le spese elettorali?). Ha fatto passare in secondo piano le crisi del mondo del lavoro, ogni giorno ne emerge una. Distrazione dal quadro economico alla base del Def che, nonostante venga annunciato come “un paziente lavoro di revisione della spesa corrente" porterà a un primo pacchetto di misure nella legge di bilancio per il 2020 che aggredirà, in particolare, la sanità pubblica con il blocco di 2 miliardi e possibili ulteriori tagli in qualsiasi momento in seguito a esigenze di finanza pubblica e al regionalismo differenziato che renderà più complesse sia la programmazione che la qualità delle cure e dei servizi erogati.
Tra diatribe, finti attriti, minacce di rimpasto e di nuove elezioni cosa riserverà l'autunno?
Ancora manovre lacrime e sangue meglio mascherate di quelle precedenti - fatte da PD e centrodestra o centrosinistra, o governi tecnici - da una propaganda centrata sulle leggi liberticide e di contrasto a chi lotta e contro ogni forma di opposizione sociale. Una propaganda che estende la repressione e alimenta un clima di paura tra la classe che subisce e patisce le crisi e i relativi provvedimenti antipopolari.
Nell'attacco generale al proletariato, in primo luogo, c'è il diritto di sciopero, già fortemente limitato e utilizzato dai sindacati Confederali - impegnati a costruire la loro unità di vertice per aumentare il peso della contrattazione con governi e Confindustria - a sostegno di rivendicazioni padronali, inculcando tra i lavoratori che il loro benessere dipende dai profitti dei padroni, nonostante sia provato che i finanziamenti elargiti alle aziende, in tutti questi anni, non hanno evitato licenziamenti, delocalizzazioni e disoccupazione, non hanno difeso la salute né la sicurezza, ma hanno aumentato i profitti e reso il lavoro sempre più precario.
Si riparlerà di sciopero generale? C'è già una proposta del Sì Cobas per il 25 ottobre. In effetti ci sarebbe bisogno di una dimostrazione di forza della classe lavoratrice contro il malfatto del "contratto" Lega-5Stelle, mantra ormai accantonato e sostituito con il "bene per gli italiani" e per "i cittadini". Ci vorrebbe una dimostrazione di prova di forza che non sia la patetica raccolta di firme annunciata dal PD per chiedere le dimissioni del governo. Ma l'esperienza e la realtà degli ultimi anni insegnano che non ci sono le condizioni e il movimento "di base" non è stato in grado di crearle per promuovere uno sciopero generale degno di questo nome con reali adesioni e partecipazioni. Anzi gli scioperi "generali" - a volte a distanza di una settimana - indetti da varie sigle sono più per verificare la portata del proprio peso all'interno della classe, con un occhio alle campagne acquisti, che non a modificare i rapporti di forza a favore della classe lavoratrice - hanno alimentato sfiducia e demoralizzazione sia tra le avanguardie, sia tra gli stessi iscritti ai sindacati di base.
Lo sciopero generale ha senso e significato se proclamato e condiviso contro il padronato e i loro governi perché deve dimostrare che la classe ha la forza di bloccare i gangli vitali del paese, com'è stato quello dei trasporti del 16 giugno 2016 che, infatti, ha allarmato il governo e i suoi padroni.
Borghesia, padronato, governi e lo Stato con i suoi strumenti repressivi sono i veri nemici. Ai padroni non interessa la sigla di appartenenza, ma la volontà di ribellione al loro sistema di sfruttamento, oppressione e repressione che, oltre all'uso della polizia, si manifesta sempre più con i licenziamenti politici degli attivisti sindacali.
Operai e padroni non sono sulla stessa barca come sostengno i socialdemocratici e gli opportunisti vertici di Cgil-Cisl-Uil-Ugl che portano in piazza sfruttati e sfruttatori insieme. I lavoratori non hanno nulla da spartire con chi fa del profitto la propria ragione di vita. La vera forza del movimento operaio è l'unità della classe e l'unità nelle lotte, vincendo la frammentazione.

Ci aspetta, quindi, una nuova stagione di impegno che respinga le politiche antioperaie e antipopolari, sapientemente camuffate, attuate con l'ennesima promessa della ripresa economica che non ci sarà perché la crisi è del capitalismo - sempre più fallimentare - e dalle regole europee accettate anche da questo governo nonostante la bieca demagogia di Salvini e Co.
Il movimento dei lavoratori deve ritrovare fiducia nella sua forza e nella capacità di iniziativa valorizzando la propria posizione e l'attività del capitale che vuole neutralizzarla come soggetto antagonista. C'è bisogno di lavoro, ma coloro che lo hanno non pensino che "stando fermi e zitti", accettando il volere dei padroni con condizioni al ribasso o illudendosi in svolte risolutive del governo, prima o poi non tocchi anche a loro.
Allargare la solidarietà con le situazioni in crisi (attualmente circa 200), con i disoccupati, con i lavoratori precari e sottoccupati rafforza il potere contrattuale e resiste ai colpi del nemico di classe. Sapersi organizzare per i propri interessi immediati e quelli futuri. I lavoratori devono far un passo avanti e... pensare politicamente. È possibile vivere senza padroni, quindi senza sfruttamento né oppressione, se si agisce e ci si attrezza per diventare protagonisti del proprio futuro, con l'obiettivo di cambiare il sistema capitalista - che si basa su più lavoro meno soldi - in un sistema socialista.