FOIBE E MANIPOLAZIONI
STORICHE
Un’operazione anticomunista, complici anche le forze di “sinistra“ che,
con un’enorme mistificazione, vorrebbe far credere che le colpe sono uguali e
che lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano
Prima i fatti e poi le considerazioni politiche se si vuole tracciare un quadro
sufficientemente chiaro delle vicende, compreso le foibe, che si sono succedute
in Istria negli anni bui del fascismo e cioè tra il 1920 e il 1945. Un periodo
questo particolarmente tragico per la popolazione istriana inserita in un
territorio di frontiera di un’Italia asservita al regime fascista e perciò
totalmente negata a governare territori plurietnici, plurilingui e
multiculturali, spinta a realizzare un programma di oppressione e di
snazionalizzazione dei cittadini di etnia diversa da quella italiana.
A partire dagli anni ’20 del secolo scorso lo squadrismo fascista importato da
Trieste si rende protagonista di numerosi crimini- dagli assassini di
antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno,
Francesco Pupo a Buie e altri – alla distruzione delle Camere del lavoro ed
all’incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei villaggi
croati e sloveni dell’interno. Questi crimini continuarono sotto altra forma
dopo l’affermazione del regime fascista: furono soppresse tutte le
associazioni culturali, sociali e sportive della popolazione slovena e croata,
vennero abolite le loro scuole, cessarono di uscire i loro giornali e i libri
scritti nella loro lingua vennero considerati materiale sovversivo. Con un
decreto del 1927 venne imposto l’italianizzazione dei cognomi di famiglia,
nelle chiese le messe potevano essere celebrate solo in italiano e le lingue
croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali. Insomma
scomparve ogni segno esteriore della presenza di croati e sloveni.
C’è una canzoncina che risale agli anni ’20 e allora in voga tra gli
squadristi di Pisino, che il ministro dei Lavori pubblici dell’era fascista
Giuseppe Cobolli Gigli volle tramandare ai posteri e che rende bene il clima
politico dell’epoca. Il paese di Pisino sorge sul bordo di una voragine che
– scrisse Giuseppe Cobolli Gigli –“la musa istriana ha chiamato Foiba,
degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese
le caratteristiche nazionali dell’Istria”. Quindi chi, tra i croati aveva la
pretesa, per esempio, di parlare la lingua materna mettendo così in dubbio le
“caratteristiche nazionali” dell’Istria, correva il rischio di finire in
una foiba.
La canzoncina (testo in dialetto e traduzione in italiano) diceva:
A Pola xe l’Arena/la Foiba xe a Pisin/che i buta zo in quel fondo/chi ga certo
morbin.
(A Pola c’è l’Arena/a Pisino c’è la Foiba/in quell’abisso viene
gettato/chi ha certi pruriti).
Da qui si può vedere che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e
risale agli anni ’20. Inoltre essi non rimasero allo stato di progetto e di
canzoncina di paese. Riportiamo qui di seguito la testimonianza di Raffaello
Camerini, ebreo, classe 1924 (dal quotidiano il Piccolo di Trieste del 5
novembre 2001).
“Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese,
sono stato chiamato al lavoro ”coatto“, in quanto ebreo, e sono stato
destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S.Domenico d’Albona.
Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a
Verteneglio - ha dell’incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro
chi parlava il croato, invece che l’italiano, o chi si opponeva a cambiare il
proprio cognome, croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte
prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini giovani e vecchi e con
sistemi incredibili li trascinavano fino a Vignes, Chersano e altre località
limitrofe, ove c’erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca,
li gettavano nel baratro (…)”.
Furono circa 60.000 gli slavi che fuggirono dall’Istria nel periodo
1920–1943. Altro odio poi fu seminato dal fascismo quando l’Italia,
nell’aprile del 1941, invase la Jugoslavia. La responsabilità dell’Italia
fascista è incontrovertibile. Il fascismo e la monarchia seguirono Hitler
nell’aggressione alla Jugoslavia, l'Italia pretese un dominio particolare
sulla Croazia, appoggiando il capo degli ustascia Ante Pavelic e
sovrapponendogli a mo' di sovrano Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto. Per
due anni (aprile ’43 settembre ’45) i corpi di armata italiani, sopratutto
il Pusteria, e i generali Ambrosio, Roatta, Robotti e Cavallero misero in atto
operazioni orrende contro l’armata partigiana di Tito, contro gli ebrei, i
musulmani, i serbi e altre minoranze. La ferocia dei generali Robotti e Roatta
emerge chiaramente da una serie di documenti. Il generale Robotti a proposito di
“sospetti di favoreggiamento“ arrestati, in una nota scritta a mano impose:
”Chiarire bene il trattamento dei sospetti (…). Cosa dicono le norme 4 c e
quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco! ”Roatta, comandante
della 2^ armata italiana in Slovenia e Croazia, nel marzo del 1943 diramò una
circolare 3 c nella quale si legge: ”Il trattamento da fare ai ribelli non
deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì di testa per
dente”. E il numero dei civili “ribelli” uccisi dai plotoni di esecuzione
italiani fu davvero elevato: circa 200.000 (fonti dello storico Renzo De
Felice). È possibile indicare decine e decine di documenti che ci mostrano il
volto feroce dell’Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori
jugoslavi annessi od occupati nella seconda guerra mondiale. Tra i tanti episodi
il più terribile avvenne nella zona di Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine
del prefetto Temistocle Testa reparti di camice nere e di truppe regolari,
irruppero nel villaggio di Podhum all’alba del 13 luglio 1943. Rastrellata
l’intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo
di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi
incendiato.Oltre mille capi di bestiame grosso e mille trecento di bestiame
minuto furono razziati, 889 persone finirono nei campi di internamento italiani
e più di cento uomini furono fucilati nelle cave: il più anziano aveva 64 anni
ed il più giovane appena 13.
L’8 settembre 1943, alla notizia della capitolazione italiana, in Istria ci fu
una generale e quasi spontanea insurrezione che coinvolse sia la popolazione
italiana che quella croata e slovena. Nei giorni immediatamente successivi,
mentre su tutto incombe la minaccia tedesca rappresentata da una divisione che
scende lungo la penisola istriana, i capi improvvisati del movimento
insurrezionale di Parenzo, Rovigno e Albona, tutti italiani, decidono di opporsi
con le armi ai tedeschi. Iniziano così le prime azioni di formazioni partigiane
italiane in una regione attraversata dalla fuga precipitosa di migliaia e
migliaia di soldati e marinai che in tutta fretta abbandonano caserme e
installazione militari cercando di intraprendere la strada del ritorno verso le
proprie famiglie e ricevendo appoggio e solidarietà concreta proprio da slavi e
croati delle zone interne dell’Istria.
Verso la metà di settembre del 1943 cominciano gli arresti. Finiscono
arrestati, sia per iniziativa di singoli che per ordine dei comandi partigiani
per essere poi consegnati a tribunali popolari, gerarchi fascisti, segretari dei
fasci locali, podestà, camice nere, militi del Mvsn, squadristi della prima
ora. Ma già dal 24 settembre, di fronte a fenomeni di esecuzioni sommarie e
arbitrarie, per iniziativa del comando partigiano di Pisino fu costituito un
tribunale militare mobile che interveniva nelle varie località dell’Istria
dove erano detenuti i fascisti arrestati. Ma quanti furono i fascisti uccisi e
gettati nelle foibe? Oggi la pubblicistica fascista parla indiscriminatamente di
vittime civili innocenti, massacrati solo perché italiani inventando cifre di
migliaia e migliaia di infoibati per contrapporli ai partigiani torturati e
fucilati dai fascisti e dai nazisti, alle popolazioni deportate e internate, ai
civili uomini donne e bambini massacrati solo perché sospettati di aver aiutato
i partigiani. Parla di genocidio degli italiani puntando sul sensazionalismo,
sull’effetto del numero che dovrebbe affermare il concetto di olocausto se non
di “martirio olocaustico degli italiani d’Istria“ mentre fonti
dell’epoca parlano invece di circa 200 prigionieri fascisti gettati nelle
foibe. Solo successivamente questo numero si ingigantisce fino ad arrivare a
migliaia e migliaia se non a decine di migliaia di morti nelle foibe.
Altri, politici e “storici“, si sentono investiti della missione di
riscrivere la storia arrivando quasi a riconoscere dignità a quanti, fascisti e
nazisti, massacrarono e oppressero milioni e milioni di uomini, loro sì
responsabili di genocidi e di crimini inenarrabili. Quattro anni di guerra
condotta da un esercito potente e crudele, quattro anni di scontri e di
massacri, per non parlare del periodo precedente fatto di angherie, soprusi e
crimini contro gli oppositori del regime fascista e contro le popolazioni
slovene e croate, rappresentano un tempo infinito. L’odio seminato da fascisti
e collaborazionisti, fu grande e non dimenticato. Le foibe – e non sarà certo
la “Giornata del ricordo“ dedicata alle “vittime delle foibe“ e
istituita dal governo Berlusconi per il 10 febbraio a capovolgere questa verità
- rappresentano l’inevitabile e meritata risposta popolare a più di venti
anni di oppressione fascista e alle atrocità e ai crimini commessi da fascisti,
nazisti, collaborazionisti e delatori in quattro anni di una guerra crudele
cercata e voluta dal nazismo e dal fascismo. E la prova che i cadaveri
rinvenuti nelle foibe non erano solo di italiani e tanto meno di semplici
e comuni civili ce la fornisce la stampa dell’epoca (il Corriere Istriano di
Pola e il Piccolo di Trieste) che nei necrologici in occasione della
riesumazione e della sepoltura dei corpi recuperati dalle foibe alla fine della
guerra, accanto ai nomi e cognomi non solo italiani indica le cariche ricoperte
e cioè podestà, segretario del fascio locale, camicia nera, squadrista della
prima ora mentre oggi accanto a quei nomi figurano solo professioni e mestieri
con l’aggiunta di “vittime della barbarie comunista slava“.
Un’aggiunta fortemente provocatoria per un’operazione bassamente
anticomunista che ha visto come compartecipi anche le forze di “sinistra“
(la giornata del ricordo è stata voluta da tutti i partiti) e che vorrebbe, con
un’enorme mistificazione, far credere che le colpe sono uguali e che in
definitiva lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano.
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