25 novembre 2017 redazione
editoriale n. 6

Il socialismo è possibile
Riappropriarsi delle analisi di Marx, Lenin, Gramsci per liberarsi dallo sfruttamento
Il mese di novembre si è caratterizzato per l'anniversario dei 100 anni della Rivoluzione russa, la prima che ha capovolto i rapporti di forza e dimostrato che il capitalismo si può abbattere e che il proletariato può prendere e gestire il potere senza sfruttamento. Una rivoluzione che ha contribuito a fare grandi passi avanti al movimento operaio in tutti i paesi del mondo, anche in quelli che del perché non staremo qui ad analizzare, non hanno fatto la rivoluzione.
Oggi, a distanza di 100 anni, il movimento operaio e la classe lavoratrice sono ritornati ad una moderna forma di schiavitù. Ricatti e repressione hanno instaurato sui luoghi di lavoro il terrore di perdere l'occupazione, l'enorme esercito dei disoccupati offre la propria manodopera al maggiore ribasso. L'esempio più eclatante è quello di Almaviva. Un anno fa 1600 lavoratori che non accettavano un'ulteriore riduzione del salario sono stati licenziati, il più grande licenziamento collettivo, insieme alla comunicazione della chiusura della sede di Roma. Falso. La sede di Roma non solo non è stata chiusa, ma ha sempre funzionato con lavoratori pagati con contratti Co.co.co. Di fronte alla recente decisione del Tribunale del lavoro del reintegro di 150 lavoratori la risposta è stata: fra 5 giorni assunti a Catania!
E poi ci sono le delocalizzazioni. Gli industriali prendono contributi dal governo - sempre solerto a sostenere questa categoria - e poi se ne vanno all'estero; le imprese straniere - tanto apprezzate dai nostri governi per gli "investimenti" in Italia - per poi finire come la Bonetti di Garbagnate acquistata dagli indiani che la chiudono, nonostante sia un polo di eccellenza per la produzione di qualità ed economicamente in attivo - comprano e spostano o chiudono, lasciando i lavoratori italiani sulla strada, altro che "prima gli italiani" famoso slogan di Lega e dei fascisti, rivolto contro gli immigrati ma mai contro le svendite delle industrie alle multinazionali! È notizia di questi giorni l'ennesima delocalizzazione, quella della Honeywell da Lanciano (Abruzzo) alla Slovacchia (dove gli incentivi pubblici sono ancora più alti e dove maggiore è la possibilità di sfruttamento): altri 420 operai più 100 dell'indotto a casa.
I vari governi non si sono mai occupati di questo sistema di trasferimento persino di quelle imprese che avevano ricevuto sovvenzioni statali, ma è più grave il fatto che l'argomento non sia mai stato oggetto di lotta da parte dei sindacati. I confederali, ovviamente per la loro politica di sostegno ai governi e di non disturbo ai padroni, ma non c'è stata neppure opposizione da parte dei sindacati di base né un lavoro per il rafforzamento di una rete a livello internazionale che garantisse i lavoratori sottopagati di quei paesi a loro volta sfruttati e messi in condizione di concorrenza con gli italiani.
Ma i lavoratori chiusi nella difesa del proprio piccolo spazio, presi dalle difficoltà economiche della quotidianità, delusi e amareggiati non riescono ad aprire il loro orizzonte politico, ad avere la consapevolezza - tantomeno la coscienza - che si può lavorare e vivere senza padroni e che il loro sfruttamento mira solo ad aumentare i loro profitti. È la conseguenza di anni e anni di una politica opportunista e revisionista, e quindi devastante sotto tutti gli aspetti, portata avanti dalla cosiddetta sinistra.
Borghesia, revisionisti, opportunisti di ogni specie sono terrorizzati dall'opportunità che si ritorni agli anni in cui lo slogan dei lavoratori era "facciamo come in Russia". E insistono nelle provocazioni e nelle campagne per diffamare il socialismo ed equiparare il comunismo alle bestialità del fascismo e del nazismo, peraltro distrutti proprio dalle forze comuniste. A questo riguardo si distingue l'Unione europea che da anni, dal memorandum anticomunista del 2005 insiste con risoluzioni del Parlamento europeo - tra le quali quella denominata "Coscienza europea e totalitarismo" - sulle quali si sono mossi paesi come Ungheria, Lettonia, Polonia, Lituania, Estonia, Ucraina per imporre misure anticomuniste con persecuzioni, bandi sulle attività dei partiti comunisti, divieto dell'uso dei simboli, azioni penali e condanne.

In quest'area la Nato ha creato 8 eserciti e si rafforza in seguito alle pericolose decisioni del 27° Vertice di Varsavia dello scorso anno, richiedendo un ulteriore incremento della spesa, fino al 2% del Pil, a tutti gli Stati membri. Anche l'UE rafforza la sua militarizzazione, stabilisce l'Esercito Europeo, il Quartier Generale Europeo, Forze d'Emergenza, l'Unione della Difesa Europea e il Fondo Europeo per la difesa.
È la società fatta a misura per i capitalisti, gestita dai loro governi e leader attraverso misure antipopolari che hanno l'unico obiettivo quello di aumentare sempre più i propri profitti e per farlo calpestano qualsiasi diritto dei lavoratori, a partire da quello di sciopero, e non disdegnano di scatenare guerre imperialiste - i cui costi in continuo aumento (come il debito pubblico) sono scaricati sui lavoratori - per il controllo dei mercati, la rapina delle fonti energetiche e persino dell'acqua, delle rotte commerciali, di distruzione e impoverimento, imponenendo la dittatura della minoranza sulla maggioranza della popolazione. Un sistema economico-sociale che non è vincente.
Il movimento operaio deve collegare la sua lotta per la difesa del salario, dell'occupazione, della difesa dei diritti, con la lotta contro il capitalismo, l'imperialismo e i suoi piani di guerra.  Sono lontani i tempi in cui gli operai studiavano i testi classici di Marx, Lenin, Gramsci, eppure è doveroso riappropriarsene perché oggi, sebbene a distanza di 150 anni dalla pubblicazione del "Capitale", l'analisi di Marx che ha scritto per rafforzare la lotta politica della classe operaia e per il socialismo è pienamente attuale. È un'arma per conoscere la teoria del valore, del lavoro salariato, del plusvalore - e quindi dello sfruttamento -, l'organizzazione, il partito comunista e per potersi proiettare nella lotta di classe fino al rovesciamento del capitalismo.
Non si cambiano le condizioni aspettando l'arrivo di nuovi investitori, né facendosi attirare dalle promesse elettoraliste di partiti vecchi o "nuovi", e neppure credendo che nuove leggi elettorali garantiscano la "stabilità" per lo sviluppo. Nessun rinnovamento programmatico è in grado di eliminare le sofferenze della classe lavoratrice e delle masse popolari nell'ambito del capitalismo. Rimangono sempre la barbarie e la distruzione.


30 ottobre 2017 redazione
Rivoluzione d'Ottobre

1917-2017: l'orologio dell'Ermitage

Lo scorso 26 ottobre all'Ermitage di Piter è stato riavviato un orologio, l'unico in tutto il museo che fosse fermo dalle 2,10 del 26 ottobre 1917. La targa a fianco dell'orologio recita che “In questa stanza, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre (7-8 novembre) 1917 le guardie rosse, soldati e marinai, preso d'assalto il Palazzo d'Inverno” (l'odierno quinto corpo dell'Ermitage) “arrestarono il governo provvisorio borghese controrivoluzionario”. Le Izvestija commentano che, a ricordo degli avvenimenti rivoluzionari, l'orologio non era stato più riavviato da 100 anni. Il fatto può essere interpretato in due modi: o nel senso del riconoscimento del valore della Rivoluzione d'Ottobre, oppure nel senso che la storia russa, fermatasi 100 anni fa, oggi riparte.
A giudicare dalla risposta del portavoce presidenziale, Dmitrij Peskov, alla domanda di un giornalista sui festeggiamenti previsti per il centenario dell'Ottobre - “E per che cosa si dovrebbe festeggiare?” avrebbe risposto Peskov - pare doversi optare per la seconda variante. Il sito Pravda.ru, nel riportare il fatto, si chiede se si tratti davvero di una festa, e aggiunge le parole di Vladimir Putin: “La rivoluzione è sempre la conseguenza di un deficit di responsabilità” ha detto il presidente russo lo scorso 19 ottobre; oggi, “guardando alle lezioni della rivoluzione russa del 1917, vediamo come siano stati controversi i suoi risultati, come siano strettamente intrecciate le conseguenze negative e positive di quegli avvenimenti. E ci domandiamo: davvero non sarebbe stato possibile uno sviluppo non attraverso la rivoluzione, su una strada evolutiva, non a prezzo della distruzione dello Stato e della spietata eliminazione di milioni di destini umani, ma attraverso un graduale e conseguente movimento in avanti?". E il successivo 30 ottobre, in prossimità della festa dell’Unità nazionale (che dal 2005 si celebra il 4 novembre, mentre il 7 novembre è giorno lavorativo) aveva aggiunto “Conto sul fatto che questa data sarà percepita dalla nostra società come linea di confine con i drammatici eventi che avevano diviso il paese e il popolo, che essa diverrà il simbolo del superamento di quella divisione, il simbolo del reciproco perdono e dell’accettazione della storia russa, quale essa è: con le sue grandiose vittorie e le sue pagine tragiche”.
E se un'indagine demoscopica condotta a inizio ottobre dall'ufficiale VTsIOM certifica che il 45% dei russi ritiene che la Rivoluzione d'Ottobre esprimesse la volontà della maggioranza del popolo; il 46% giudica che si sia fatta nell'interesse della parte maggiore della società e il 38% pensa che abbia dato impulso allo sviluppo sociale ed economico del paese, ecco che l'ineffabile Pravda.ru rassicura quel 43% di russi secondo i quali l'Ottobre avrebbe espresso gli interessi solo di una minoranza, dando voce ad un astrologo tranquillizzante: nel 2017 non ci sarà nessuna rivoluzione. Il timore, secondo lo scrutatore stellare, potrebbe sorgere in qualcuno, ricordando che la prima guerra mondiale scoppiò poco dopo il centenario dell'invasione napoleonica del 1812; per fortuna della maggioranza del popolo, dice lui, la ripetizione del 1917 non si avvererà. In base a quel parallelo, diciamo noi, ci sarebbero ancora un paio d'anni di tempo.
Ma intanto, scendendo dalle stelle sulla terra, i russi hanno a che fare con il progetto di bilancio 2018-2020. In una situazione in cui, secondo le cifre ufficiali, solo nell'ultimo trimestre si è avuta una crescita economica del 2%, con i prezzi dei prodotti energetici (fonte principale delle entrate) in risalita, i comunisti rompono le uova notando che almeno il 10% dei russi non ha salario o pensione sufficienti ad alimentarsi, il 30% non può comprarsi un abito nuovo e negli ultimi due anni la cosiddetta classe media si sarebbe ridotta di 14 milioni. Si stanziano 800 miliardi di rubli per risanare due banche, afferma il PCFR, “ma non si trovano 140 miliardi per i pensionati; la Germania dichiara di aver speso 27,6 miliardi di dollari per i nostri idrocarburi, ma i bollettini russi parlano di 9,6 miliardi. Dove sono finiti gli altri 18?”.
Diminuiscono del 16% le voci di spesa sociale, protestano i comunisti, di 1/3 quelle per la cultura e del 60% quelle per lo sport.
Addirittura nel 1940, ricordano, allorché tutta l'industria era già orientata alla difesa, le spese sociali costituivano il 24% del bilancio e quelle per l'istruzione il 13%; nel 1942, con i tedeschi a Stalingrado, questa voce era del 6%: due volte più di oggi e già nel 1945 risalì al 17%. Fonti governative parlano di 22 milioni di poveri; metà del paese vive con meno di 15mila rubli al mese e pensioni di 8-9mila rubli. Si calcola che ci siano 4 miliardi di rubli di salari non pagati. Quelle che prima erano agevolazioni per gli invalidi, dal 2004 sono monetizzate, per una cifra di circa 800 rubli al mese (quanto l'assegno di disoccupazione), quando una sola prescrizione costa almeno 1.200 rubli. Nel 2011 Putin aveva parlato della necessità di creare 25 milioni di posti di lavoro altamente qualificati e di aumentare del 50% la produttività del lavoro; ma nulla di ciò sembra esser stato fatto. Si parla di un raccolto di 132 milioni di tonnellate di grano, “ma il pane non è diminuito di una kopejka: significa che si arricchiscono gli speculatori?”, chiede il PCFR.
Già da tempo la vice premier Olga Golodets parla di 5 milioni (altre fonti parlano di oltre 20 milioni) di lavoratori oltre la soglia di povertà (il salario minimo legale è stato portato nel luglio scorso da 7.500 a 7.800 rubli) con stipendi inferiori al minimo ufficiale di sopravvivenza di 10.678 rubli. Statistiche ufficiose parlano di circa 28 milioni di lavoratori – su una forza lavoro di 87 milioni - in una condizione di “disoccupazione mascherata”, occupati 2-3 giorni la settimana o messi in ferie a tempo indeterminato con paga minima. Secondo il Rosstat, il salario medio ufficiale per tutto il paese è di 36.746 rubli, ma il 10,4% dei lavoratori percepisce meno di 10.600 rubli e il 55% prende cifre tra i 10.600 e i 35.000 rubli. La Russia occupa oggi il 4° posto mondiale per economia sommersa (39% del PIL) dietro a Ucraina, Nigeria e Azerbaidžan.
In compenso, un paio di centinaia di oligarchi detengono un patrimonio di 500 miliardi di dollari: più del doppio delle voci d'entrata del bilancio federale; ma la maggioranza della Duma rifiuta di adottare una tassazione progressiva. Oggi in Russia esistono cinque diversi coefficienti di tassazione (dal 9 al 35%, su stipendi, dividendi, obbligazioni, vincite, ecc.), ma quella fondamentale è uguale per tutti, al 13%. A difesa dei miliardari russi, scrive RotFront.su, la maggioranza alla Duma, costituita dal partito presidenziale “Russia Unita”, ha sabotato il voto sui progetti presentati da vari partiti per una tassazione progressiva; compreso il progetto, nota ironicamente Rot Front, presentato dal PCFR, per il mantenimento dell'attuale 13% sui redditi mensili fino a 400.000 rubli, “equiparando così chi campa col minimo di sopravvivenza a chi “guadagna” quasi 5 milioni l'anno”. Non è stupito del voto, il direttore del Centro-studi sulla società post-industriale, Vladislav Inozemtsev, dato che “la flat tax è stata la più importante trovata di Putin sin dal suo primo mandato e nessuno la eliminerà finché Putin vive".
Un bel “graduale e conseguente movimento in avanti", quindi, quello di oggi! Basta dimenticarsi della giornata lavorativa di 8 ore (primo paese al mondo) introdotta dieci giorni dopo la presa del Palazzo d'Inverno, del diritto alle ferie annuali pagate (primo paese nella storia), del divieto di licenziamento dei lavoratori da parte dei direttori d’azienda, senza il consenso di sindacati e partito; del diritto all’istruzione gratuita media e superiore (primi al mondo), del diritto all’assistenza sanitaria gratuita (primi al mondo), del diritto all’alloggio gratuito (primi al mondo) e così via. Basta scordarsi che quando, a partire dal 1929, i paesi capitalisti furono sconvolti dalla prima vera crisi economica su scala mondiale, con più di trenta milioni di disoccupati, nel 1931 l'URSS eliminava completamente la disoccupazione e introduceva, con salari crescenti, la giornata lavorativa di 7 ore per il 33% dei lavoratori industriali e la settimana di 5 giorni per il 63%. Basta ignorare la crescita del 15% del reddito nazionale nel triennio 1928/'30, quando la media dei maggiori paesi capitalisti (USA, Gran Bretagna, Germania) si aggirava tra il 3 e l'8%; ignorare che la produzione industriale, se in quei paesi nel 1940 si manteneva stabile rispetto al 1928, in URSS la superava di circa sei volte. Basta tacere sul fatto che, ad esempio nel 1922, l'1% di miliardari americani deteneva il 59% del reddito nazionale e il 2% di quelli britannici, il 64%, mentre in URSS nel 1929 appena l'1,8% del reddito nazionale andava a ciò che restava di capitalisti industriali e agricoli.
Se dunque Pravda.ru si ingegna a scrivere che “Stalin sostenne la distruzione di Dio nelle anime delle persone. Migliaia di sacerdoti furono perseguitati, le chiese distrutte. I comunisti riscrissero malignamente i comandamenti biblici a modo loro, redigendo il "Codice morale del costruttore del comunismo" ed escludendone la menzione di Dio. Tale perfidia costò cara alla Russia - circa 70 milioni di vite in 70 anni di potere sovietico”, ricordiamo che oggi la Russia è al primo posto in Europa per minore attesa di vita maschile - il 43% degli uomini russi non raggiunge i 65 anni – seguita da Ucraina, Bielorussia, Moldavia e Lituania. Nel 2016, secondo il World FactBook della CIA, la Russia occupava il 153° posto mondiale per aspettativa generale di vita (70,8 anni); anche se il Ministro per la salute Veronika Skvortsova ha dichiarato che nella prima metà del 2017 la media ha raggiunto i 72,5 anni.
Un anno fa l'economista Mikhail Deljagin scriveva che “con l'Olocausto furono uccise 6 milioni di persone; il prezzo in termini demografici delle riforme liberali nel nostro paese, solo negli anni '90, è stato di 12 milioni di persone”. Il demografo Vladimir Timakov affermava che, “giunta a età riproduttiva la scarsa generazione degli anni '90, intorno al 2050 la popolazione russa sarà ridotta a circa 120 milioni, rispetto ai 146 attuali”: effetto delle riforme liberali eltsiniane, che fecero registrare anche una mortalità record, negli anni '90 e 2000, superiore di circa 7 milioni alla media degli anni '80, a causa della catastrofica situazione economica e socio-assistenziale: “nel 1992-1994 morirono 5.000 bambini solo di difterite, una malattia prima scomparsa. Nel complesso” diceva Timakov, “negli anni eltsiniani le perdite sono state di 12 milioni di nati in meno e 7 milioni di morti in più. Paragonate alle litanie liberali sui “costi umani” del periodo sovietico, le “conquiste democratiche” eltsiniane fanno impallidire: secondo la storiografia ufficiale, sarebbero stati 8 milioni i morti della guerra civile, soprattutto per malnutrizione e malattie, cui si aggiungono da 2 a 6 milioni per la carestia del 1921 e da 8 a 14 milioni per la carestia di inizio anni '30. A cifre tonde, circa 28 milioni di persone, considerate tutte le repubbliche dell'Urss; negli anni '90, si sono avuti quasi 20 milioni, tra morti e non nati, nella sola “democratica” Russia”.
Se infine ci chiediamo, con Vladimir Putin, se “non sarebbe stato possibile uno sviluppo non attraverso la rivoluzione”, ma “attraverso un graduale e conseguente movimento in avanti", guardiamo semplicemente allo “sviluppo” degli anni '90 e diamoci la risposta: l'orologio dell'Ermitage non si era fermato 100 anni fa.


10 ottobre 2017 redazione
editoriale

RIVOLUZIONE D’OTTOBRE: 100 ANNI FA IL NOSTRO FUTURO
Il centenario della Rivoluzione d'Ottobre è l’occasione per, ritornare alle origini delle vittorie del movimento rivoluzionario proletario e riflettere sul che fare per lottare contro la barbarie capitalista e imperialista

Con la rivoluzione e l’instaurazione di un governo operaio e contadino, il potere degli operai, proletari e contadini, mise fine a storiche ingiustizie, espropriando i padroni a favore degli sfruttati.
La Rivoluzione d'Ottobre, distruggendo il “vecchio” ordine del potere e lo Stato borghese, basato su rapporti di classe determinati dallo sviluppo capitalistico, con il potere ai Soviet - attraverso tutto il potere ai Soviet -, risolve temporaneamente il conflitto di classe fra proletariato e borghesia a favore della classe operaia e delle classi sottomesse.
Il conflitto di classe latente, che nel capitalismo esplode periodicamente durante le crisi, in Russia non si espresso semplicemente in rivolte spontanee inevitabili. La classe operaia organizzata in modo indipendente nel suo partito, guidata dalla teoria marxista-leninista (la teoria della liberazione di classe proletaria, l’unica classe che liberando se stessa dalla schiavitù salariata capitalista libera tutta l’umanità) ha saputo unificare sul suo programma altri strati e frazioni stabilendo alleanze con contadini, artigiani, piccolo borghesi ecc. contro il nemico comune: il capitalismo e l’imperialismo. Le forme spontanee delle classi in lotta, i consigli (soviet) degli operai, dei contadini e dei soldati stremati dalla fame e dalla guerra, oltre alla resistenza contro il capitalismo, si posero il problema del potere. Quando i bolscevichi conquistarono la maggioranza dei soviet, lanciarono la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” ponendo le condizioni del potere operaio e contadino degli sfruttati, distruggendo la sovrastruttura dello Stato borghese zarista e instaurando il potere Rivoluzionario operaio e contadino - la dittatura del proletariato - attraverso la forma di governo dei Soviet. Premessa della civiltà, di un mondo nuovo che, con l’esproprio, la cacciata dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti russi iniziano la marcia verso il socialismo.

Il primo decreto della rivoluzione
vittoriosa approvato dal Congresso dei soviet l’8 novembre 1917 è quello sulla pace. Il governo operaio e contadino propone subito a tutti i popoli belligeranti, e poi ai loro governi, l’immediato inizio di trattative per una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità per la prima volta nella storia. In particolare Il governo sovietico, nel proporre un armistizio, si rivolge agli “operai coscienti delle tre nazioni più progredite (Francia, Inghilterra, Germania) affinché leghino la lotta per la pace a quella per il socialismo.
Il secondo decreto
approvato dal Congresso dei soviet nella notte tra l’8 e il 9 novembre è quello sulla terra che prevede l’abolizione immediata e senza alcun indennizzo della grande proprietà fondiaria mettendo a disposizione dei comitati contadini e dei soviet distrettuali tutti i possedimenti dei grandi proprietari fondiari e le terre dei conventi, delle chiese e della corona, con il compito di distribuirle ai contadini. In tal modo i bolscevichi, pur non condividendone appieno i contenuti di questa richiesta sostenuta e mai attuata dai socialisti rivoluzionari - che pure erano stati al governo - la realizzarono, anche se questo provocò diverse discussioni nei soviet.
Alle critiche di una parte dei bolscevichi Lenin rispose così: «Si sentono qui voci le quali affermano che il mandato e il decreto stesso sono stati elaborati dai socialisti-rivoluzionari. Sia pure [...] Come governo democratico non potremmo trascurare una decisione delle masse del popolo, anche se non fossimo d’accordo. […] Ci pronunciamo perciò contro qualsiasi emendamento di questo progetto di legge […]. La Russia è grande e le condizioni locali sono diverse. Abbiamo fiducia che i contadini sapranno risolvere meglio di noi, in senso giusto, la questione. La risolvano essi secondo il nostro programma o secondo quello dei socialisti rivoluzionari: non è questo l’essenziale. L’essenziale è che i contadini abbiano la ferma convinzione che i grandi proprietari fondiari non esistano più nelle campagne, che i contadini risolvano essi stessi tutti i loro problemi, che essi stessi organizzino la loro vita».

Gli operai comunisti, i rivoluzionari russi, seguendo l’esempio della Comune di Parigi, non si sono limitati a “conquistare” il governo e l’apparato statale borghese, sostituendosi nei posti di comando ai “vecchi” politici e all’aristocrazia. Da internazionalisti, pur essendo coscienti che la rivoluzione anche se vincente in solo paese ha bisogno di innescare un processo rivoluzionario in altri paesi pena la morte, hanno lottato e resistito contro l’imperialismo mondiale. In attesa di altre rivoluzioni proletarie in Europa, in particolare in Germania. Hanno iniziato la costruzione di un sistema socialista in un paese arretrato, anche se costruire il socialismo in un solo paese è una lotta impari. La rivoluzione sovietica, l’emancipazione del proletariato che si è liberato dalle catene dello sfruttamento capitalista, ha fatto tremare dalle fondamenta il sistema imperialista mondiale. Il terrore della borghesia imperialista e dei capitalisti di tutto il mondo verso il comunismo e la solidarietà internazionalista hanno aiutato la lotta della classe operaia e dei popoli oppressi in tutti i paesi, favorendo le conquiste economiche e sociali. La sconfitta temporanea del socialismo ha oggi rimesso in discussione e rimangiato tutte le conquiste proletarie.

A cento anni di distanza dalla rivoluzione siamo tornati a condizioni di sfruttamento ottocentesche

Le continue crisi capitaliste, l’intensificarsi dello sfruttamento nella ricerca del massimo profitto continuano inesorabilmente a colpire la classe operaia, le masse proletarie e popolari. Nei paesi capitalisti europei e negli USA si era sviluppata una forte aristocrazia operaia alimentata dalle briciole dei sovrapprofitti estorti dall’imperialismo ai popoli e alla classe operaia e proletaria internazionale, con la crisi anche questo cuscinetto che permetteva la pace sociale sta venendo meno. La sconfitta momentanea del socialismo, la scomposizione economica-politica-organizzativa del proletariato e del movimento comunista in questi paesi ha fatto perdere in molti casi anche la memoria storica delle vittorie degli obiettivi storici del proletariato.
La mancanza di un’organizzazione politica di classe comporta che oggi, spesso, non si lotta neanche più contro il sistema capitalista, vera causa delle disgrazie, dello sfruttamento, della disoccupazione, della miseria, della fame, della sete, delle guerre, dei morti sul lavoro e delle malattie professionali e ambientali, ma contro i suoi effetti.
Il fondamento di ogni politica rivoluzionaria deriva da una corretta analisi di classe, è vero che i principi sono sempre attuali, ma vanno calati nella realtà per cambiarla. La Rivoluzione d’Ottobre si è attuata perché c’è stata una saldatura fra la teoria comunista e la pratica rivoluzionaria. Anche oggi, la classe operaia e il proletariato sono il soggetto rivoluzionario da cui dobbiamo partire. Dobbiamo distinguere e capire la differenza fra operai comunisti, rivoluzionari che agiscono ogni giorno nello scontro di classe e le organizzazioni in cui militano i loro dirigenti. Discutere oggi della Rivoluzione d’Ottobre, delle sue conquiste per gli sfruttati serve per confrontarci e dibattere come costruire la nostra organizzazione politica di classe - l’unico strumento con cui la classe operaia può liberarsi dalla schiavitù salariata - con i proletari coscienti, fra operai comunisti, avanguardie di lotta e intellettuali onesti.
Non ci interessano le unità di vertice, l’unità dei vari partiti esistenti in Italia che si dichiarano comunisti. Noi oggi vogliamo lavorare insieme a chi nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro o sul territorio si scontra quotidianamente con il capitale e lo Stato borghese. L’unità dei lavoratori comunisti si realizza su alcuni punti condivisi, superando le sette e i localismi. Oggi pochi parlano poco e in modo distorto di socialismo, ma socialismo vuol dire potere operaio, dittatura del proletariato. Rimettere all’ordine del giorno questi obiettivi significa unire le lotte di resistenza contro gli attacchi del capitale a quelle della presa del potere operaio.
Noi lavoriamo nella classe perché senza classe non si costruisce nessun partito comunista. La Rivoluzione d’Ottobre, come la Comune di Parigi, hanno cambiato radicalmente il modo di vita e di lavoro delle masse proletarie che hanno preso nelle proprie mani il potere ed ha permesso loro di vivere, per un determinato periodo, in sintonia e in pace con gli esseri umani e la natura.

Agli operai comunisti, ai rivoluzionari spetta il compito di costruire il proprio partito senza delegare ad altri, né rincorrere le teorie della "sinistra" sul movimentismo o alleanze a scopo elettoralistico. Tutti coloro che riconoscono
il ruolo centrale e dirigente della classe operaia e del proletariato organizzato, che riconoscono la necessità di ricostruire il partito comunista per dare l’assalto al cielo come ha fatto il proletariato russo, hanno il compito di unirsi e dimostrare che il socialismo non è un’utopia, non è un sogno ma una realtà concreta già realizzata nel 1917 e oggi, più che mai, è necessario per lottare contro la barbarie capitalista e imperialista.


10 ottobre 2017 redazione
articolo n. 5/2017

Il nostro futuro non è il capitalismo
La classe operaia deve essere organizzata e preparata per conquistare una società che appartenga a chi la produce e che si chiama socialista
Il governo ci sta martellando sulla ripresa e sull'aumento dell'occupazione. Logico, siamo alla vigilia delle elezioni e la campagna elettorale si fa sempre più incessante. Eppure la classe lavoratrice vive un brutale attacco a tutti i livelli: dall'attacco al diritto di sciopero all'aumento dell'età pensionabile, alla continua penalizzazione delle donne, alla privatizzazione di sanità e trasporti ecc. fino alla mancanza di sicurezza sui luoghi di lavoro - dove muoiono migliaia di uomini e donne ogni anno - e adesso si aggiungeranno anche i giovanissimi che vi entrano grazie all'infausta istituzione dell’alternanza scuola-lavoro - prevista dalla “buona scuola” targata Renzi - il cui obiettivo è quello di utilizzarli nella riorganizzazione del capitale, addestrarli alla precarizzazione e abituarli ad un approccio acritico verso la realtà dominata dal profitto.
Le industrie italiane sono svendute e con loro i lavoratori già ricattati tra occupazione e salute: 4mila esuberi all'Ilva, dopo anni di socializzazione dei debiti e di privatizzazione dei profitti, fanno notizia, ma ogni giorno dai 15 ai 200 operai sono licenziati, praticamente nel silenzio. E le masse popolari sono sempre più impoverite, tanto che rinunciano a curarsi,  e alle prese con carovita, caroaffitti, mancanza o perdita di abitazioni in conseguenza della disoccupazione.
La borghesia, per sopravvivere, sa bene che deve schiacciare il movimento operaio imponendo soluzioni drastiche e utilizzando ogni mezzo: dal Partito democratico alla Lega, ai fascisti fino a prospettare un ritorno al governo di forze di destra ancora più reazionarie. E il governo difende gli interessi della classe dominante anche sul piano nazionale: aumenta a dismisura le spese militari e per l'appartenenza alla NATO - un'alleanza militare che non garantisce certo la sicurezza, anzi porta morte e distruzione a favore degli imperialisti - nella quale l'Italia è il quinto maggiore contributore. È proprio Gentiloni a confermare l'impegno di raggiungere il 2 per cento del Pil nelle spese militari che porterà a sborsare circa 100 milioni di euro al giorno, pagati col sacrificio, tasse e ticket sanitari dei proletari. Nel 2016 la spesa militare (che si aggiunge all'aumento del debito pubblico) dell’Italia è salita a 27,9 miliardi di dollari.

Gli interventi in Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, il sostegno dell'Arabia Saudita del fanatismo religioso e dell'oscurantismo attraverso i gruppi terroristi (finanziati anche da Usa e UE) per spartirsi zone e ricchezze ci toccano da vicino. La voracità dell’imperialismo, l’ultimo stadio del capitalismo, per mantenere il dominio economico e militare nel mondo rafforza la sua presenza attraverso la NATO e il rafforzamento della militarizzazione dell'UE. Alla base c'è la difesa degli interessi della classe dominante che comporta le competizioni imperialiste con le guerre, infatti, gli Stati Uniti hanno raddoppiato le spese di guerra, la Cina di 5 volte e 10 volte la UE.
Di pari passo cresce la campagna di denigrazione del socialismo e degli ideali comunisti. Dopo aver stabilito la data del 23 agosto "Giornata europea di ricordo delle vittime dei regimi totalitari" l'Unione europea ha finanziato la "Casa della storia europea" e il programma "Europa per i cittadini" che porta avanti con la collaborazione delle amministrazioni locali e delle ONG.
Sono continue le misure anticomuniste già in atto in molti Paesi europei: Ucraina, Estonia, Polonia, Ungheria, Lituania, Lettonia) - che si traducono in persecuzione, condanne, divieto di attività dei partiti comunisti e dell'uso dei simboli sotto i quali 20 milioni di sovietici dell'Urss fondata nella Rivoluzione d'Ottobre, di cui ricordiamo i 100 anni, sono morti proprio per liberare le popolazioni dall'oppressione nazifascista - mentre rendono onore e concedono pensioni ai collaboratori dei nazisti e ai loro eredi politici.
Anche l'Italia si avvia su questa strada. Se nel 2009 Violante ha iniziato ad attaccare i valori della Resistenza mettendo sullo stesso piano i morti partigiani con quelli fascisti, ora è toccato a Fiano, buon servitore del Pd e amico degli israeliani, sovvertire la storia e presentare la legge - il provvedimento è già approvato dalla Camera - per punire le diverse forme di manifestazione dell'apologia fascista. Visto che l'apologia di fascismo è già vietata dalla Costituzione, viene da sé che dietro questo DDL si nasconde un sordido attacco alle idee comuniste.

Infatti sulla base della legge Fiano è già partita dal comune di Soragno (PR) - che ha subito la rappresaglia nazi-fascista del 18 marzo 1945 - oggi a conduzione Lega nord, la richiesta di mettere al bando chiunque propagandi contenuti o immagini relativi al Partito comunista.
  Ad accentuare il significato, la mozione ricorda che "ancora oggi il Partito comunista in molti paesi del mondo è sinonimo di feroci dittature o deboli democrazie, tra le più note: Corea del Nord e Venezuela".
Ricordiamo che la "democratica" presidente Laura Boldrini ha ricevuto (l'8 giugno) con tutti gli onori il presidente ucraino Andriy Parubiy ed ha precisato, in piena sintonia con Parubiy, che è in atto una grave campagna di disinformazione atta a destabilizzare il territorio ucraino. Ebbene il Presidente della Rada ucraina è colui che nel 1991 fondò con Oleg Tyahnybok - attuale leader della formazione nazionalista Svoboda - il Partito Nazional Sociale Ucraino, la cui fonte di ispirazione è il Partito Nazional Socialista di Hitler.

Sono azioni che contribuiscono a creare confusione e legittimare idee reazionarie utili a dividere e sfruttare ulteriormente i lavoratori. Ovunque proliferano organizzazioni fasciste e nazionaliste foraggiate dal capitale che entrano anche nei Parlamenti di vari paesi (Germania, Danimarca, Finlandia, Francia ecc.). Per fare solo un esempio candidato a primo ministro del Kosovo è un ricercato dell'UCK.

A 100 anni dalla Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, a 150 anni dalla pubblicazione della prima edizione del Capitale (
14 settembre 1867) - nel quale Marx smontava il modo di produzione dello sfruttamento capitalista del lavoro - l'intensificazione dell'anticomunismo marcia di pari passo con misure antipopolari, attacchi ai diritti, guerre imperialiste e corsa al riarmo nucleare.
Il Capitale di Marx ha rafforzato la lotta politica della classe operaia per il socialismo e la Rivoluzione d'Ottobre - basata sulla
parola d'ordine leninista "tutto il potere ai soviet" creati dagli operai, dai contadini e dai soldati -, e seguendo l'esperienza della Comune di Parigi, ha dimostrato la superiorità del socialismo. È per questo che le forze opportuniste conducono da sempre una campagna antisovietica e anticomunista utilizzando varie teorie, a partire dall'eurocomunismo. Disorientano la classe lavoratrice con idee di raggruppamenti dal vago sapore di sinistra per continuare a illudere su cambiamenti governativi che hanno l'unico scopo elettoralista in quanto prosecutori del sistema capitalista. E usano i sindacati concertativi per far passare tutti i disegni in difesa di quegli interessi nazionali che si traducono in misure antipopolari, miseria, sfruttamento, guerre, ovvero ciò che offre il capitalismo.
E
cco perché la classe operaia - oltre ad essere preparata per respingere l'attacco padronale del capitalismo - deve diventare una forza per essere pronta ad affrontare una lotta contro la dittatura della borghesia che sfrutta e opprime; contro il fascismo e il razzismo; contro i conflitti degli imperialisti che danno vita alle guerre di rapina e spartizione che vedono protagonista anche l'Italia. La classe operaia deve essere organizzata e preparata per conquistare una società che appartenga a chi la produce e che si chiama socialista.

31 luglio 2017 redazione
editoriale n. 4

L'unica soluzione è cambiare il sistema
Non abbiamo bisogno dell'unità per la stabilità del capitalismo, come sostengono riformisti e revisionisti. Abbiamo bisogno dell'unità dei lavoratori che rompano con l'opportunismo, le esitazioni e si organizzino per portare a compimento la propria lotta di classe per la presa del potere

Gli illusori slogan sulla ripresina non convincono più proletariato e masse popolari che vivono sulla propria pelle le difficoltà quotidiane, i disagi derivanti dai tagli ai servizi pubblici dalla sanità ai trasporti, la disoccupazione, il lavoro precario e nero, l'intensificazione dello sfruttamento che peggiora le condizioni di lavoro - in particolare per le donne -, le minacce di licenziamento, le multe, i ricatti, e lasciano intravvedere un inasprimento dello scontro di classe.

Anche se con lentezza sempre  più lavoratori capiscono che il patto tra politici, Confindustria e sindacati confederali è basato non sulla stabilità di un sistema economico come vanno predicando, ma è basato sullo sfruttamento dei molti a vantaggio di pochi.
La mobilitazione unitaria del settore trasporti del 16 giugno ha funzionato e rappresentato un passo importante, l’alta adesione allo sciopero ha dimostrato che i lavoratori hanno apprezzato e capito l’importanza di questa giornata. Ha talmente funzionato che il Governo, Del Rio, Minniti (PD), i politici, dei vertici sindacali concertativi si sono lanciati in farneticanti dichiarazioni intrise di spirito liberticida e reazionario che dovrebbe far sobbalzare tutto il mondo del lavoro: "Non possiamo essere ostaggi di una minoranza", sebbene questa "minoranza" in alcune grandi città abbia raggiunto punte di adesione intorno al 90%. "È necessario regolamentare il diritto di sciopero" e sul togliere il diritto di sciopero ci stanno lavorando da tempo e l'Accordo sulla rappresentanza ha spianato la strada lasciando spazio solo ai confederali complici, ma sempre più contrastati dai lavoratori come ha dimostrato il referendum Alitalia che ha respinto una proposta lacrime e sangue.
La politica aperta da Renzi e proseguita con Gentiloni (PD) mostra il suo volto reazionario, di attacco di classe per compiacere i capitalisti, le multinazionali, le regole
UE, gli USA, la Nato - strumento di guerre imperialiste alla quale va il 2% del Pil - e il Vaticano e si attrezza.
Dopo la legge quadro sulle missioni militari all'estero che annulla l'incostituzionalità del ricorso alle operazioni militari vincolate dall'art. 11 e specifica che l'invio di militari contro le popolazioni di altri paesi è conforme agli obblighi di alleanze è arrivato il decreto legge 14. Dietro il pretesto di eliminare criminalità e degrado (?) con la legge sulla sicurezza Minniti-Orlando (PD), rappresentanti di un sistema marcio e corrotto, cercano di sopprimere le libertà democratiche, reprimere le lotte, gli scioperi e far avanzare il progetto autoritario ed eversivo della borghesia.
In continuità con la scelta di privatizzare i profitti e socializzare le perdite il Governo regala 20 miliardi alle banche venete (ma il Veneto non è sostenitore del sistema federativo?) dopo quelli spesi per MPS ed Etruria, somme che non ci sono per il welfare e che non vanno a favore dei clienti imbrogliati, ma vengono sottratti dalle tasche dei lavoratori per favorire il capitale monopolistico finanziario.
Una situazione che vede proliferare i gruppi fascisti sotto le più disparate sigle che cercano il consenso delle masse contando su organizzazioni come Fratelli d'Italia e la Lega Nord per una copertura istituzionale e legale. In realtà sono gli squadristi eredi della repubblica di Salò, portatori di teorie razziste, xenofobe e autoritarie perché difensori del capitalismo.
L'aggressività dell'imperialismo che marcia a grandi passi verso le popolazioni è rovinosa. I rappresentanti dei governi
USA, Germania, Francia, Giappone, Canada, Gran Bretagna e, naturalmente, Italia si incontrano in vari e costosi vertici per siglare le decisioni su come meglio spartirsi il mondo, depredare le risorse energetiche dei paesi del medioriente, Africa e Asia e fronteggiare la grave crisi economica internazionale, negli interessi di borghesia, padroni e banche.
Per noi comunisti, impegnati in tutte le forme di lotta, è chiaro che solo la rivoluzione permetterà agli oppressi di togliere il potere politico ed economico ai propri oppressori. Anche se questo comporterà grandi sacrifici per respingere i feroci attacchi della borghesia, delle sue armate e del clero sempre più impegnati a dimostrare l'"orrore comunista" in contrapposizione ad un modello di vita e di lavoro basato sul mercato, sul merito, sulla competizione e sulla proprietà privata.  A 100 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre possiamo affermare che la storia del movimento operaio e comunista - fatta di lotte e conquiste ottenute con il sacrificio di molte vite, soprattutto durante la Lotta di liberazione contro il nazi-fascismo - è più attuale che mai. Per questo lavoriamo per la ricostituzione del Partito comunista che, nella sua composizione operaia, sia in grado di capovolgere il potere a favore della classe lavoratrice e delle masse popolari.
Non abbiamo bisogno dell'unità per la stabilità del capitalismo, come sostengono riformisti e revisionisti. Abbiamo bisogno dell'unità dei lavoratori che rompano con l'opportunismo, le esitazioni e si organizzino per portare a compimento la propria lotta di classe per la presa del potere.