19 gennaio 2012 redazione
anniversario

PER LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA

RICOSTRUIRE IL PARTITO DEL PROLETARIATO

 

Sono passati 91 anni da quando è stato fondato il Partito comunista d’Italia e i motivi per cui fu costituito sono sempre attuali e indispensabili per la vittoria della classe operaia nella sua lotta per l’emancipazione dallo sfruttamento: la rottura con il riformismo social-patriottico e la prospettiva della Rivoluzione proletaria per l’instaurazione della dittatura del proletariato.
La crisi di sovrapproduzione che ha investito il sistema capitalista e imperialista acutizza la contraddizione tra capitale e lavoro. Ma nel nostro paese ciò è in contrasto con il ritardo nella costruzione di un forte Partito Comunista.
Dopo la vittoria della Lotta partigiana, diretta dai comunisti, la borghesia è riuscita a modificarne la strategia e così dalla democrazia progressiva e la via italiana e parlamentare al socialismo siamo passati al compromesso storico fino allo scioglimento dello stesso Partito comunista trasformato nella sua versione attuale di PD, fedele e convinto sostenitore dell’imperialismo europeo, garante del grande capitale e delle banche. Gli eredi di quel Partito si sono invece rivelati incapaci di ricostruire un autentico Partito comunista come dimostrano tutte le versioni che conosciamo, dal PRC al PdCI.
In questi anni la frantumazione in piccoli gruppi ha prevalso sul senso di unità di classe e anche sulla ragionevolezza. Nello stesso tempo sul piano internazionale le sconfitte del movimento operaio sono state cocenti e hanno dato fiato all’imperialismo.
Ciononostante possiamo dire onestamente di aver fatto qualche passo in avanti per realizzare lo Stato Maggiore del proletariato? Certamente no, né si potrà fare se non riusciremo a dare una sterzata al modo di pensare e di agire dei comunisti.
Se come diceva Marx… “l’emancipazione della classe deve essere opera della stessa classe operaia…” allora ancora di più devono essere gli operai e i lavoratori comunisti a battersi per la costruzione del loro Partito facendo fare un passo indietro ai vari dirigenti che vogliono continuare a coltivare il proprio orticello e far fare un passo in avanti verso la costruzione di un Partito che non sia più una sintesi astratta dei vari settori sociali (classe operaia, proletariato, contadini, commercianti,  borghesi “illuminati”) ma la parte più avanzata della classe operaia stessa, capace di esercitare quel ruolo egemone e indispensabile a garantire la rivoluzione e la dittatura del proletariato.
Il movimento operaio ha di fronte a sé due possibilità: quella di aderire alla mobilitazione reazionaria promossa dai capitalisti che lo porterà verso il baratro del fascismo e della guerra – costringendolo a sempre maggiori privazioni e sfruttamento - oppure lottare per i propri interessi, sempre con grandi sacrifici e privazioni ma questa volta per la propria vita, per l’emancipazione dallo sfruttamento e la vera libertà; per eliminare l’odioso sistema capitalista con una società socialista.
Ora che diventa sempre più evidente come l'Unione europea sia il guardiano del potere e dei profitti dei monopoli, ora che le contraddizioni tra gli stessi paesi capitalistici si acutizzano, è particolarmente importante respingere quelle posizioni opportuniste che sostengono possibile una riforma dei trattati per una presunta “Europa dei popoli”, posizione che porta al disarmo del movimento operaio e popolare.
Oggi abbiamo bisogno di lottare immediatamente e senza indugi, utilizzando tutte le forme di lotta; scioperi, manifestazioni, comitati a livello di base. Non deve esserci una fabbrica, una scuola o un quartiere senza un centro di azione e di mobilitazione e tutti devono unirsi, come un torrente in piena, per il rovesciamento del potere dei monopoli. Non esiste una soluzione alternativa.
Il debito, il deficit, i programmi di medio termine, lo spread ecc. sono preoccupazioni della classe dominante del nostro paese e dei partiti che la servono; al proletariato invece spetta di occuparsi di una sola cosa: come prevenire e rovesciare le misure, come far cadere i governi antipopolari, come creare le condizioni per uscirne vittorioso.
Abbiamo bisogno di creare un ampio fronte di lotta anticapitalista e di resistenza ma il fronte di cui abbiamo bisogno oggi non può essere semplicemente un fronte "anti". Deve invece indicare la direzione, dove andare, è in questo modo che si determina il suo carattere antitetico.
Un fronte popolare, diretto dalla classe operaia, per il rovesciamento del potere dei monopoli, per la loro socializzazione, per il controllo operaio-popolare, per il disimpegno dall'UE e dalla NATO e, naturalmente, per l'implicita cancellazione del debito.
I lavoratori e le masse popolari non sono responsabili della crisi e non la devono pagare. Paghino i capitalisti la loro crisi e i loro debiti!
Lavoriamo per unificare i comunisti e la classe operaia in un autentico partito comunista in grado di organizzare il proletariato nelle battaglie che ci aspettano e per cambiare la società.
Il capitalismo non ha futuro, ha già dimostrato il suo fallimento, e va abbattuto. Solo il socialismo, con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con la pianificazione dell’economia, può assicurare - senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con una vera uguaglianza tra gli uomini - stabilità del lavoro, giustizia e progresso per l’ intera società.

Nella continuità di Antonio Gramsci ricostruiamo il Partito Comunista
Proletari di tutto il mondo uniamoci              


20 dicembre 2011 redazione
editoriale

PIÙ VECCHI, PIÙ POVERI E SENZA LAVORO

 

L’UNICA RISPOSTA ALL’ATTUALE SITUAZIONE È ORGANIZZARSI PER CAMBIARE IL SISTEMA

 

Se il Presidente della Repubblica sottolinea che anche i meno “abbienti” devono fare sacrifici (come se non ne facessero già abbastanza) Tarcisio Bertone che dall’alto del suo ruolo di segretario di Stato Vaticano non pare sia patito, dice: “I sacrifici fanno parte della vita”. Ma si sa bene… da che pulpito viene la predica! E poi non si può andare contro le scelte di un governo presieduto da un fervente che non perde una messa. Che, presentato come “tecnico”, ha dimostrato subito di essere molto politico. Debole con i forti e forte con i deboli cede alle lobbies, ai proprietari di yacht e ai politici rinviando a sine die il “taglio” di stipendi e vitalizi dei parlamentari che al primo avviso si sono subito agitati. Anzi questi “tecnici” hanno subito provveduto ad un comma ad hoc che preservi i loro redditi, i doppi compensi e rimborsi.
Nel frattempo la regione Lazio aggira la legge per estendere la pensione agli assessori esterni cioè mai eletti (14 su 15) nella giunta Polverini.

A ridurre le enormi spese per gli armamenti non ci pensano neppure lontanamente. Alimentare il complesso militare-industriale, Finmeccanica in testa, e partecipare alle guerre contro i popoli per conto dell’imperialismo e della Nato è la sola scelta di sviluppo del neogoverno che, usando tutte le risorse per ripianare il debito ci sprofonda in un’economia di guerra.

Come già detto sul numero scorso il governo Monti è stato chiamato a salvare banche ed Europa imponendo una stretta (in attesa della prossima) che dissangua il proletariato e le masse popolari su tutti i settori della vita: dal lavoro alla casa, dai trasporti alla salute. Certo non ci voleva un governo “tecnico” per scaricare tutto il peso della crisi su lavoratori, pensionati, giovani e donne. La manovra era già impostata da Berlusconi che aveva assicurato l’Europa e accettato la famigerata lettera della BCE, ma è diventata un accordo gestito dal presidente della Repubblica che ha salvato capra e cavoli: gli affari di Berlusconi, il centrosinistra non ancora pronto, l’UDC che ha tempo per raccattare i pentiti pidiellini, la Lega nord che – dopo tutte le porcate filoberlusconiane - doveva riconquistarsi la verginità e recuperare consensi tra il suo elettorato, arrivando alle proteste in aula e a strumentalizzare demagogicamente l’operaia in parlamento.

Un accordo volto a calmare gli animi (com’è successo per il governo Prodi) che dimostra quanto sia forte l’influenza del riformismo sulle masse confuse su chi le rappresenta. Il Pd, appiattito, subalterno e coerente con la sua politica liberista, per fare ingoiare le scelte salva banche e capitalisti ha rinunciato alle elezioni, assumendosi tutta la responsabilità del disastro che si presenta nei prossimi anni.
Ma i lavoratori non sono rappresentati neppure dai sindacati confederali accordatisi – anche loro con lo scopo di dare un contentino, frenare le lotte e far sfogare il malcontento – per uno sciopericchio. Il solito evento che si consuma in un giorno con una manifestazione che non lascia il segno. Una crisi di queste proporzioni richiede una risposta politica. Lo sciopero deve essere generale nazionale, deve fermare tutto il paese, danneggiare in modo consistente i capitalisti e i loro profitti (i dati confermano che il fatturato dell’industria italiana, grazie a licenziamenti, accordi capestro, Cig e delocalizzazioni, è in crescita) e dimostrare la forza della classe lavoratrice.

Uno sciopero che dovrebbe vedere la partecipazione di tutti: dai negozianti che piagnucolano per il calo dei consumi (temevano che i comunisti portassero via loro le proprietà mentre gliele porta via proprio il capitalismo) ai giornalisti. Sempre pronti a servire il potere manipolando le informazioni quando si tratta di denigrare socialismo e comunisti e a chiedere solidarietà per le loro iniziative corporative.

Se non si capisce quanto sia fondamentale la partecipazione diretta della classe operaia e del proletariato in ogni campo della vita politica e non solo sindacale, prendendo il destino nelle proprie mani, non c’è sbocco, ci sono solo situazioni tampone.
La catastrofe che ci si prospetta nei prossimi anni ha portato, in questi due ultimi mesi ad una nuova esperienza. Con due assemblee a Roma, il primo ottobre e il 17 dicembre, molti lavoratori si sono ritrovati per discutere sul rifiuto di pagare il debito e costruire una sorta di fronte di resistenza contro le misure antipopolari; l’attacco alla democrazia (borghese) e ai diritti. Queste esperienze volontarie le abbiamo già viste nei tanti anni di impegno politico, nessuna è andata a buon fine sia per l’isolamento cui sono relegate, sia per i difetti della direzione. In questo caso non si tratta di ricostruire il partito comunista, indispensabile per eliminare il sistema capitalista, causa di tutti i danni, ma di un movimento che si pone contro il governo Monti ritenuto rappresentante del governo, delle banche e della BCE e che vuole costruire un’opposizione sociale e politica togliendo terreno al razzismo della Lega nord e al fascismo.

È un percorso che merita una riflessione.

Però la situazione non è grave solo dal punto di vista economico. Come la storia insegna, quando il capitalismo si trova alle strette ricorre alla guerra o ad una soluzione autoritaria. E l’esclusione di organizzazioni sindacali dalle fabbriche e l’attacco all’art. 18 sono già preoccupanti. Le ultime dichiarazioni di Berlusconi sulla democrazia del duce nello stesso momento in cui attacca Monti - come il fatto che il Pdl mantiene, alimenta e ospita nelle proprie sedi gruppi neofascisti - sono un altro segnale che si aggiunge alla cultura reazionaria che attraversa la società. Inoltre va messo in conto che l’eventuale sviluppo di proteste e ribellioni - in mancanza del partito comunista - potrebbe essere strumentalizzato e gestito dalla destra in tutte le sue varianti.

Le conseguenze dell’uso, della protezione e della cultura razzista dei partiti parlamentari, si sono viste a Firenze (e non è il primo caso) con l’uccisione di due lavoratori senegalesi per mano non di un pazzo né di un maniaco depresso come le istituzioni, i benpensanti e la stampa borghese e di destra ci propinano, ma per mano di un noto fascista, armato, militante di Casa Pound (anche se qualcuno ne ha preso le distanze), uno dei gruppi che si spacciano per centri sociali. Che continueranno a spadroneggiare ed aggredire, anche grazie al sindaco e ai politici della città.
Il movimento antifascista cittadino, del quale fanno parte i compagni di “nuova unità”, e i collettivi degli studenti si sono mobilitati subito dal momento dell’apertura sia di Casa Pound (sdoganata e difesa da partiti ed intellettuali) sia di Casaggi, in quanto veri centri di propaganda reazionaria e razzista e per la loro chiusura. Nonostante l’assassinio, di fronte alle pressanti richieste di intervento - anche della comunità senegalese - il sindaco risponde che se non ci sono reati la sede non si può chiudere. Il reato è la loro esistenza, la loro cultura e la loro attività reazionaria. La risposta del sindaco equivale a dire che si devono aspettare altre uccisioni, fermo restando che gli assassini lascino sui morti le sigle dei loro gruppi fascisti come prova!
Con questo numero si chiude un altro anno di sacrifici anche per noi. Non è facile mantenere il nostro giornale con i continui aumenti delle materie prime e delle tariffe postali e senza alcuna sovvenzione per la stampa, se non gli abbonamenti, la diffusione e qualche sottoscrizione da sostenitore. Pensiamo che sono in difficoltà persino Liberazione e il Manifesto nonostante usufruiscano del finanziamento pubblico dell’editoria.

Di fronte a tutto ciò che denunciamo, alla necessità di una voce marxista che porti avanti la lotta di classe, e fermi sul concetto che il giornale comunista deve svolgere il ruolo di organizzatore collettivo, usciremo ancora nel 2012, anche se non si riesce a rispettare la regolare mensilità. Ma siamo sicuri che voi lettori e abbonati capirete le nostre difficoltà, il nostro lavoro volontario e continuerete a sostenerci – magari passando la voce per trovare nuovi lettori e abbonati -, nonostante le sempre più precarie condizioni.

 


22 novembre 2011 redazione
editoriale

IL GOVERNO DI DIO, BANCHE, EUROPA E MERCATI
Nel nuovo esecutivo una pattuglia cattolica, facce nuove per poteri forti, con tre donne in posti chiave: Interni, Giustizia, Welfare per sostenere il grande capitale. La nostra lotta deve continuare
Mentre stavamo per andare in stampa la situazione italiana è precipitata. Il presidente Napolitano ha preso in mano la situazione e costretto Berlusconi a dimettersi. A giornale ormai impaginato abbiamo deciso di aspettare il nuovo esecutivo per cui alcuni articoli potrebbero sembrare “datati”, ma la sostanza del loro contenuto resta comunque valida.
Berlusconi, quindi, sotto attacco anche sul piano finanziario (i titoli Mediaset hanno perso in due giorni 19 punti) si è dimesso, non è stato defenestrato dalla lotta di massa né dall’opposizione che lo supplicava di dimettersi in realtà senza ostacolarlo, ma in seguito anche a pressioni esterne, con un atto dal sapore di repubblica presidenziale, sul filo di lama dello stesso parlamentarismo borghese, per superare un dibattito acceso (si fa per dire), in nome di una presunta unità nazionale, ma più vicino ad un compromesso storico, ad un patto sociale.
Ma non prima di aver chiesto e fatto passare il patto di stabilità con le disposizioni imposte dalla BCE.
Il governo Monti, cosiddetto tecnico, è subentrato ad un centrodestra non più in grado di dare garanzie e credibilità delle imposizioni europee nel momento in cui il centrosinistra non era ancora pronto a sostituirlo. Un’operazione pericolosa dal punto di vista democratico-borghese perché se ora la giustificazione è quella dell’emergenza economica, domani potrebbe esserlo di ordine pubblico e portare ad una soluzione autoritaria. Con il plauso delle forze politiche parlamentari e no (se pure con qualche distinguo) e, purtroppo, della “gente” che non ne poteva più della gestione personale del potere di Berlusconi, della mafia, delle logge segrete e della massoneria; dei suoi ministri e sottosegretari arroganti, supponenti, prevaricatori e ignoranti. Che non si arrendono, preparano il governo ombra, nel senso che agiranno nell’ombra per tornare a cavalcare il potere con le prossime elezioni. Berlusconi se n’è andato col suo smagliante sorriso stampato sulla bocca affidando alla TV il messaggio autoreferenziale: “l’ho fatto per l’interesse del paese…”, velina di martellamento per tutto il Pdl! Insomma un salvatore della patria, come Napolitano, come Monti!
Finisce l’era berlusconiana dello spreco, degli scandali, delle barzellette e della prostituzione d’alto bordo e ne inizia un’altra opposta - tempestivamente benedetta dal Vaticano: “Una bella squadra alla quale auguro buon lavoro” - basata sul rigore, sull’ordine, su dio e famiglia. Ma soprattutto sulle banche, l’Europa, la Nato e… il conflitto di interessi. Monti e i suoi ministri sono l’espressione del liberismo finanziario, del potere economico e militare, infatti, la Difesa, già in mano al deprecabile fascista La Russa, è stata affidata ad un ammiraglio, presidente del comitato militare della Nato, dal quale ha seguito le operazioni contro la Libia.

Monti ha ottenuto 281 voti (25 no) al Senato e 556 (61 no) alla Camera (esclusa la Lega nord che sceglie l’opposizione in funzione del recupero del suo elettorato e dei suoi militanti fortemente scontenti dei suoi inciuci con il Pdl). Le forze politiche lasciano il dominio dell’economia sulla politica, si fanno da parte di fronte al fiduciario del capitalismo e degli imprenditori, e alimentano nella popolazione e nella stessa classe operaia - oggi in una fase di debolezza politica e frammentazione sindacale - l’illusione che un nuovo e “tecnico” governo abbia la giusta cura per risolvere i problemi.
Monti, consulente della Goldman Sachs - una delle più grandi banche d’affari fondata da un ebreo tedesco (nella quale sono passati Prodi, Draghi vicepresidente, Gianni Letta advisor e persino Papademos, attuale primo ministro greco) - si è instaurato con un gesuitico discorso nel nome di De Gasperi e dell’Europa “non c’è un noi e loro, l’Europa siamo noi”. Per indorare la pillola il nuovo presidente ha subito respinto la definizione dei provvedimenti “lacrime e sangue” e l’ha sostituita con “sacrifici equi” (per chi?), che sempre drammatici saranno e non solo sul piano economico, altrimenti non sarebbe apprezzato dalla stampa estera né dalla holding bancaria Morgan Stanley. E lo verificheremo nel postdiscorso dei principi quando i ministri presenteranno alle commissioni le misure e le priorità da prendere.
In un’intervista al Corriere della Sera del 2 novembre Monti ha già anticipato la sua tendenza anticomunista e clericale, precisando che “In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini (che ha rovinato la scuola, ndr) e a Sergio Marchionne (che dopo aver introdotto contratti capestro si è rimangiato tutti gli accordi, ndr). Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.
Nessuna illusione, dunque, questo governo resterà il tempo necessario per ridare all’Italia l’immagine forte e seria di un Paese che, Monti o non Monti, non si può salvare perché affetto da una malattia che non ha colpito solo l’Italia, la Grecia, la Spagna o il Portogallo. È una malattia che si chiama capitalismo che riguarda tutta l’Europa condizionata dalla Germania, frutto della competizione interimperialistica che sempre più porterà alla repressione, se non addirittura ad una guerra e che non si può curare. L’unica terapia valida è il cambiamento del sistema sociale.
Evitiamo il fumo negli occhi e proseguiamo con la lotta e l’organizzazione di un’opposizione di classe che rifiuti di pagare il debito pubblico, usato per colpire tutto il mondo del lavoro, dai salari ai diritti.

Classe operaia, lavoratori, masse popolari e studenti – chiamati a salvare il sistema bancario ed il capitalismo – pagheranno un caro prezzo con qualunque governo che non rappresenta loro, ma i propri interessi.

 

Chi sono i tecnici del nuovo esecutivo
Economia-Finanza
: Mario Monti, prof. in Economia alla Bocconi di Milano, specializzato all´università americana di Yale, insieme al Premio Nobel per l´Economia James Tobin. Dal 1969 è docente ordinario all´università di Trento; dal ´70 all´85 insegna anche a Torino, poi alla Bocconi come direttore dell´Istituto di Economia Politica. Consulente della Goldman Sachs.

Ha ricoperto incarichi di alta responsabilità in diverse commissioni parlamentari, fra cui quella sulla difesa del risparmio dall´inflazione, è stato presidente della commissione sul sistema finanziario e creditizio, poi componente della Commissione Sarcinelli (1986-87) e del Comitato sul Debito Pubblico (1988-89). Dal 1994 al 2000 è stato Commissario presso l´Unione Europea insieme a Emma Bonino, con delega assegnata dal presidente della Commissione UE, Jacques Santer, per il Mercato Interno Europeo, Servizi e Integrazione Finanziaria, Unione Doganale e Fiscalità. Riceve anche la Delega per la Normativa sulla Concorrenza. È fra i promotori del procedimento contro la Microsoft di Bill Gates, facendo forza sulla Legge Antirust. Nel 2010, su incarico del Presidente della Commissione Europea, Barroso, è il principale redattore del "Rapporto sul futuro del mercato unico".
Interno:
Anna Maria Cancellieri (carica coperta dalla Iervolino nel 1988’89), prefetto in pensione, commissario del comune di Bologna e di Parma. Molto apprezzata dal centrodestra.
Esteri:
Giulio Terzi Sant’Agata, ambasciatore a Washington, in Israele e altri Paesi. Molto legato a Gianfranco Fini
Difesa
: Giampaolo di Paola, presidente del Comitato militare della Nato. È stato capo del gabinetto del ministro della Difesa con Carlo Sconamiglio e poi con Sergio Mattarella
Giustizia
: Paola Severino, noto avvocato penalista (tra i suoi clienti Prodi, Fininvest, Formigoni, Caltagirone, Rai, Morgan Stanley), dal 1997 al 2001 è stata vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura militare ed è prorettore vicario alla Luiss Guido Carli
Sviluppo economico e infrastrutture
: Corrado Passera, Ad di Intesa Sanpaolo (che si prepara a ricevere oltre 3,8miliardi di euro (dagli utili del 2011), socio nella Ntv (la società dei treni di Montezemolo). Al vertice di Poste italiane nei governi Ciampi e Prodi, si è avvicinato al centrodestra per “risanare” l’Alitalia
Welfare e Pari opportunità
: Elsa Fornero, una lady di ferro, convinta del contributivo e dell’allungamento dell’età pensionabile. Editorialista del Sole 24ore, vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, è sposata con Mario Deaglio giornalista de “La Stampa”
Istruzione
: Francesco Profumo, scelto dalla Gelmini per la presidenza del CNR, dal 2005 rettore del Politecnico di Torino; candidato per il centrodestra a sindaco di Torino; fa parte dell’Accademia delle scienze, dei cda Telecom e Pirelli
Salute
: Roberto Balduzzi, giurista e presidente dell’Agenas (agenzia per i servizi sanitari regionali e al ministero della Salute), ha già lavorato con Rosy Bindi, dal 2006 è consigliere giuridico del ministero delle Politiche per la famiglia
Beni culturali
: Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica, fa parte del comitato nazionale per il progetto culturale voluto dalla Cei
Ambiente:
Corrado Clini, laureato in medicina, ex membro dell’Enea e ora nel Cipe, coordina progetti e commissioni sullo sviluppo sostenibile ma con tendenza al nucleare
Turismo e Sport
: Gnudi, presidente Enel per tre mandati e numerosi incarichi in diversi cda e collegi sindacali di importanti società tra cui Stet, Eni, Enichem, Credito italiano
Agricoltura:
Mario Catania, da due anni capo dipartimento delle politiche europee ed internazionali del ministero agricoltura è stato uno dei tecnici a fianco dei ministri nelle negoziazioni a Bruxelles
Rapporti con il Parlamento
: Piero Giarda, giudice di primo grado della Corte di Giustizia Ue; esperto di mercato e concorrenza, è stato capo gabinetto della commissione Ue guidata da Monti; nel 2002 al Tesoro con Draghi, consigliere di Amato e Ciampi col quale ha portato l’Italia in Europa
Coesione territoriale
: Fabrizio Barca, direttore generale al Ministero dell’economia, per 20 anni all’Ufficio studi di Bankitalia; con Ciampi al ministero del Tesoro
Affari europei
: Enzo Moavero Milanesi, docente alla Cattolica di Milano dal 1968 al 2001; sottosegretario al Tesoro dal 1995 al 2001; presidente della Commissione tecnica per la spesa pubblica dal 1986 al 1995
Cooperazione internazionale
: Andrea Riccardi, fondatore e leader della Comunità di Sant’Egidio; ordinario di Storia contemporanea alla Terza Università di Roma

 

 

 

 

 


2 ottobre 2011 redazione
editoriale
PRODUCI, CONSUMA, PAGA E… CREPA Partecipazione e costruzione dell’autentico partito comunista per abbattere il capitalismo La quinta versione della manovra è stata approvata, ma non è finita qui perché l’Unione europea, con la minaccia della Grecia, e la stessa Confindustria con i suoi 5 punti stanno già chiedendo misure aggiuntive. Peggio del peggio, una manovra tutta riversata su coloro che hanno una busta paga, sui pensionati attraverso tasse, ticket, costi della scuola, sui giovani che restano senza prospettive per il futuro anche per il mancato turn over a causa del prolungamento dell’entrata in pensione. E sulle donne, lavoratrici ovviamente, che come se non bastasse lo sfruttamento come tutti i dipendenti e la vita passata a svolgere due, tre ruoli pensando a figli, faccende domestiche e anziani di famiglia si vedono allontanare sempre più l’entrata in pensione. Una manovra che demolisce per legge i contratti nazionali e cancella lo Statuto di lavoratori aprendo le porte alla libertà di licenziamento e producendo ulteriore disoccupazione. Politici ed economisti inneggiano allo sviluppo – intendendo far girare i soldi consumando, ma siamo al livello che, chi lavora e soprattutto chi ha figli, non riesce ad arrivare a fine mese. E come se non bastasse il primo risultato di questa manovra ha prodotto un aumento dei prezzi, in particolare dei carburanti (già gravati dalla guerra in Libia) che non sono usati solo per le automobili – che molti usano per carenza di mezzi pubblici – ma sono utilizzati in agricoltura e per riscaldamento. La situazione è davvero grave. La crisi è sistemica, ma non siamo tutti nella stessa barca e la conseguenza non è la necessità di “sacrifici purché equi” o “paghino anche i ricchi” come viene sostenuto anche dai partiti dell’”opposizione” e dagli stessi sindacati confederali. Paghino solo i ricchi! Quei capitalisti che continuano a produrre profitti, sia con la delocalizzazione, sia per il sostegno statale della Cig. o chiudono le fabbriche gettando sul lastrico migliaia di famiglie per investimenti finanziari più redditizi. Pirelli, infatti, amplia lo stabilimento a Slatina e assume 1000 operai oltre i 2400 già in forza; Moretti ha chiuso con un utile del gruppo Fs di 90 milioni di euro (34 milioni dello stesso periodo del 2010), con un margine operativo lordo di 841 milioni ma chiede regole più flessibili e invoca le deroghe previste dall’art. 8 della manovra per rinnovare i contratti con i ferrovieri, scaduti nel 2007. L’obiettivo di tutti i borghesi è la centralità del profitto come dimostra l’accordo del 28 giugno scorso firmato da governo, padroni e sindacati, compresa la Cgil. Accordo che, nel nome della coesione e dell’unità nazionale sposa completamente la linea Marchionne e sottomette i diritti dei lavoratori alle imprese. Nel frattempo il governo – tutto preso da beghe interne, da sessuomanie e dal pensiero di come salvare i propri ministri e sottosegretari coinvolti in affari loschi e di mafia – non solo non taglia il bilancio militare (27 miliardi nel 2010), ma continua a spendere cifre esorbitanti per farsi trascinare in guerre di rapina, ultima quella contro la Libia, da altri paesi imperialisti per il proprio tornaconto. Spende 90 mila euro al giorno per militarizzare il territorio della val Susa contro la popolazione che lotta per salvare ambiente e salute e spende 17miliardi di euro per acquistare cacciabombardieri come gli F35 in grado di trasportare armi atomiche e i politici seguitano a non farsi mancare nulla. L’industria militare è sempre in attivo, aziende come Finmeccanica e Oto Melara lucrano con le banche sulle forniture di armi e chissà quante tangenti vanno ai partiti della guerra. Che di fronte ad una crisi mondiale così grave è sempre più un pericolo reale. Una voce del bilancio su cui tacciono tutti dal Vaticano ai cattolici sempre solerti a difendere un feto, ma non le migliaia di civili che muoiono sotto i bombardamenti. Ciò finalmente scandalizza le masse popolari non più disposte a sopportare tant’è che lo sciopero generale proclamato per il 6 settembre dalla Cgil - dopo aver firmato l’accordo capestro del 28 giugno - con l’intento di frenare il malcontento, ma finalmente appoggiato dalla maggioranza dei sindacati di base, ha avuto un successo oltre le previsioni. Ma, non ci stancheremo mai di dirlo, lo sciopero non basta. Pur essendo importante, così come lo sono le manifestazioni operaie che si sviluppano da Pomigliano a Termini Imerese, ad Ancona, a Genova (che sono caricate dalla polizia), il problema fondamentale è non pagare questa crisi causata dal sistema bancario e finanziario mondiale ed europeo, dalle scelte imprenditoriali, dalle cattive gestioni economiche dei governi. Per quello italiano dovremmo pagare il debito pubblico prodotto da anni di Dc, Psi e centrosinistra e aggravato da Berlusconi e per le conseguenze delle misure imposte dai parameri di Maastricht sommate alle imposizioni della Bce su liberalizzazioni, flessibilità del lavoro e privatizzazioni. Le imposizioni fiscali non sono il pagamento di tasse per ricevere dei servizi che vengono continuamente tagliati, sono il trasferimento della ricchezza della popolazione ai banchieri, sono uno strumento di azione illecita per rifondere un debito pubblico artefatto, una pirateria internazionale di rapina. Giorno dopo giorno il capitalismo si dimostra un sistema fallimentare. È necessario abbatterlo e cambiare rifiutando l’idea che vorrebbero inculcarci che anche il socialismo è fallito. Quello che è fallito è una gestione revisionista del socialismo. La società socialista è l’unica alternativa possibile per eliminare padroni, speculatori, faccendieri, politici corrotti. Andiamo, quindi, oltre la protesta e le lotte difensive attraverso un percorso di lotta di classe che porti al cambiamento radicale, che elimini lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Bisogna agire e per questo ci vuole il protagonismo dei lavoratori, in particolare della classe operaia, attraverso lo strumento del partito comunista.
15 luglio 2011 redazione
editoriale
LACRIME E SANGUE PER MANTENERE POLITICA E CORRUZIONE CON LA RICETTA DELLA BORGHESIA SI RIMANE NEL PANTANO DELLA CRISI. SE NE ESCE SOLO SEGUENDO LA STRADA DI RIVOLUZIONARIE TRASFORMAZIONI SOCIO-ECONOMICHE C’è chi dice “Il bicchiere italiano è ancora mezzo pieno” (Balice, presidente degli analisti finanziari), chi sostiene che “banche contagiate ma l’Italia non fallirà mai” (Bini Smaghi), c’è il pressing della Germania, per accelerare il risanamento. Chi ha creato la crisi e chi la paga e pagherà? La crisi viene da lontano, è una malattia cronica ed è intrinseca al sistema capitalista le cui contraddizioni si inaspriscono accanto alla rivalità tra le maggiori potenze imperialistiche. Sistema che genera milioni di disoccupati, incertezza nel domani; una politica antipopolare e repressiva; di sfruttamento delle risorse; di aumento delle spese militari; di crisi morale. È dal 1825 che ciclicamente, ogni 8-12 anni, le crisi si ripetono estendendosi a paesi sempre più numerosi, ma ogni nuovo sconvolgimento si differenzia da quello precedente e si intreccia tra crisi di sovrapproduzione, agrarie e valutarie fino a strutturali mondiali. L’Italia si trova aggravata dalla gestione clientelare dei passati governi democristiani e dalle allegre gestioni, prima di Craxi, e poi del governo Berlusconi. Che non bada a spese e, pur di mantenere il numero per governare (e portare a termine i suoi affari), appesantisce le già costose spese della politica pagando segretari e sottosegretari che scaldano la poltrona e che si aggiungono alle spese di partecipazione alle guerre di invasione e l’acquisto in miliardi di euro in aerei da guerra. Il governo vive sulla demagogia. La sforbiciata alle “missioni” all’estero di 120 milioni propagandata da La Russa che assicura “continueremo a garantire la sicurezza dei nostri soldati”, non è tale. È che il rifinanziamento dei giorni scorsi di 694 milioni di euro si aggiungono agli 811 milioni del primo semestre (solo per l’Afghanistan ne vengono spesi 380 milioni di euro). Tanto che la Nato ha commentato: “L’Italia è un forte alleato ed un finanziatore affidabile dell’Alleanza”. Se poi saranno ritirati 2000 soldati come annunciato andrà verificato e, comunque, non cambia nulla. Le presenze in guerra, compresa l’avventura libica - che paghiamo con un’ulteriore accisa sul carburante - restano. Questo governo, composto da ministri imputati di mafia, implicati in trame e doppi giochi di potere, in mano a faccendieri e Logge (Bisignani della P4 era già iscritto alla P2), con superpoteri come Marco Milanese (la cui compagna è portavoce del ministro Tremonti) - per non parlare degli scandali sessuali - prende in giro anche con la manovra finanziaria. Nessuno tocchi i suoi politici! Sono troppo preziosi per mantenere il consenso elettorale, lo sviluppo degli affari, garantire loro la pensione e salvarli dalle imputazioni che pesano soprattutto sugli appartenenti al Pdl. Su quel partito che il nuovo segretario (che non si dimette da Ministro) sostiene sia un partito di onesti! Nessun taglio alla politica (men che meno agli sprechi), quindi. Vale la pena ricordare che in questo Paese i parlamentari (spesso con doppi e tripli incarichi) sono pagati con circa 1500 euro in più di un parlamentare statunitense e che il governatore dello Stato di New York percepisce la metà di quanto prende il governatore della Sicilia! Costi e sprechi che si aggiungono a quelli di Regioni, Province, Comuni e di tutti i loro sporchi affari ottenuti a suon di tangenti. Si potrebbe definire vergognosa la decisione di PD (ed IVD) di favorire il voto della manovra, salvando il governo, in una ritrovata unità per il bene del paese secondo la dottrina del Presidente della Repubblica e di Draghi, ma tale non è. È solo il frutto della linea di un partito borghese che non è né democratico, né riformista. È uno dei tanti partiti della borghesia che - qualora vincesse alle prossime elezioni - si troverebbe – ancora una volta – a gestire i debiti con finanziarie lacrime e sangue, in piena sintonia con i diktat di Confindustria e Bruxelles. Chi paga dunque la crisi, il debito pubblico e le soluzioni prese? Le masse popolari. Quelle che, scoraggiate dall’assenza di un’opposizione vera e disabituate a prendere in mano il proprio destino perché condizionate da anni - grazie ai partiti della cosiddetta sinistra - dalla pratica della delega, non protestano (per ora) ma riducono i consumi – anche quelli alimentari – e sacrificano le ferie. I tagli, come il carovita, infatti colpiscono i più bisognosi, i pensionati, i giovani. Questa ultima manovra (approfondimento a pag. 5) scippa ai futuri pensionati con 40 anni di lavoro da uno a tre mesi, mentre ciò che è spacciato per misura di solidarietà sulle pensioni d’oro è un’altra truffa. Il contributo del 5% non è calcolato sugli importi dei trattamenti pensionistici di 90mila euro (che sarebbe 4.500 euro), ma sulla parte eccedente fino a 150mila (su 150mila diventano 3.000!) e il 10% per la parte eccedente i 150mila. Ma la misura più infame è quella sulla sanità che entra in vigore nell’immediato e che ripristina (già introdotto dal governo Prodi) il ticket per l’assistenza ambulatoriale specialistica e 25 euro per le prestazioni di Pronto soccorso (che in molte regioni è comunque in vigore da tempo). Non è qualunquismo né antipolitica denunciare le scelte governative e organizzarsi contro le misure – come i benpensanti e i diretti interessati continuano a ripetere -. La borghesia non ha una ricetta di guarigione, ma gravi misure economiche al fine di affievolirla, scaricandola su chi già stringe i denti per andare avanti. Si può uscire dal pantano della crisi solo se si rimette in moto una seria lotta di classe e si segue la strada di rivoluzionarie trasformazioni socio-economiche.