dicembre 2020 redazione
Miseria, povertà e ricchezza nel corona virus
Miseria, povertà e ricchezza nel corona virus Così la pandemia ha reso i ricchi ancora più ricchi (e i poveri più poveri) In questi mesi abbiamo sentito ripetere mille volte dai rappresentanti del governo, da Confindustria e sindacati confederali che siamo tutti sulla stessa barca, che l’unità nazionale - cioè quella fra sfruttati e sfruttatori - è l’unica via per salvarci, per fronteggiare questa nuova “guerra” contro il virus. I sindacati Cgil-Cisl-Uil - e altri concertativi - hanno sottoscritto con Confindustria e il governo un accordo riconoscendo di avere gli stessi interessi. Per questi signori i lavoratori, invece della lotta di classe per difendere la loro salute e i loro interessi dovrebbero, in nome della comune lotta contro il virus, rinunciare a difendere la loro salute e la loro condizione lavorativa a vantaggio del profitto dei capitalisti. Tuttavia a smentire questa narrazione ci sono i fatti: gli stratosferici guadagni delle multinazionali e dei loro padroni e la povertà crescente degli strati proletari e popolari. Secondo i dati forniti dalla banca svizzera Ubs, i super miliardari sono aumentati e sono diventati ancora più ricchi: da 2.158 sono oggi 2.189, e la loro ricchezza totale è cresciuta del 27,5%, mentre i nuovi poveri, secondo dati di Coldiretti in Italia, anche a causa della pandemia, sono cresciuti di oltre un milione. Se nel 2017 i super miliardari erano 2.158, dopo la prima ondata della pandemia sono diventati 2.189. E la loro ricchezza totale ha superato la soglia dei 10 trilioni di dollari. Tra loro, secondo quanto riportato anche dal Corriere della sera, ci sono nomi molto noti: Jeff Bezos, proprietario di Amazon, che dal 18 marzo al 16 ottobre ha visto il suo patrimonio personale aumentato del 69,9%. Ha guadagnato quasi 80 miliardi di dollari in poco più di sei mesi. Fra i super ricchi troviamo anche Bill Gates con un +20,4%, che porta il suo patrimonio personale a 118 miliardi di dollari. Mark Zuckerberg è invece salito a quota 97,7 miliardi, in crescita del 78,6%. In termini percentuali l’aumento più significativo però l’ha registrato Elon Musk, patron di Tesla e SpaceX: +270%, per arrivare a un patrimonio personale di 91,9 miliardi di dollari. Crescono i patrimoni dei super ricchi e contemporaneamente aumentano invece povertà e disuguaglianze in tutto il mondo. Più 50 milioni di persone hanno perso il posto di lavoro dall’inizio della pandemia e, per la prima volta da oltre 25 anni, è aumentato il numero di coloro che vivono con meno di 1,6 euro al giorno. In Italia, secondo il bollettino Istat di settembre che fornisce i dati del secondo trimestre del 2020 - quello in cui siamo stati in lockdown - le persone occupate sono diminuite di 470mila unità. È come se tutti gli abitanti di città come Bologna o Firenze fossero rimasti all’improvviso disoccupati. Secondo questi dati a perdere il lavoro sono stati soprattutto gli autonomi e i dipendenti a tempo determinato, ma anche quelli a tempo indeterminato che almeno sulla carta erano protetti dal blocco dei licenziamenti, perché i licenziamenti disciplinari per chi ha scioperato fuori dal controllo sindacale per difendere la sua salute, i licenziamenti disciplinari di chi ha infranto il vincolo di fedeltà, e quelli per motivi economici continuano con numeri crescenti, senza contare le cassintegrazioni a perdere e non rinnovate che non arrivano. Durante la pandemia la disoccupazione nella fascia d’età 15-24 è salita al 31,1%, in aumento di oltre 3 punti percentuali rispetto a un anno fa. Tra i 25 e i 34 anni invece è del 15,9%, +1,4 rispetto a luglio 2019. Secondo la Coldiretti, la pandemia e il conseguente lockdown di primavera hanno causato oltre un milione di nuovi poveri in Italia, e mentre i super ricchi del mondo diventano ancora più ricchi, per il proletariato e la piccola borghesia si prospettano tempi ancora più duri. Oggi la pandemia è usata dai governi per comprimere le libertà costituzionali e personali attraverso un’organizzazione gerarchica, repressiva e sempre più autoritaria dello Stato. Come abbiamo verificato ascoltando tutto e il contrario di tutto, non esiste una scienza ‘imparziale’ in una società divisa in classi. La scienza asservita ai padroni ha sempre difeso la schiavitù del lavoro salariato, e oggi molti lavoratori stanno imparando a difendersi organizzandosi e combattendo una guerra implacabile contro lo sfruttamento capitalista. La lotta per la difesa della salute in fabbrica, nei luoghi di lavoro e nella società, cioè la difesa della salute del proletariato, è un aspetto importante della sua lotta di classe. I redditi stabiliscono il tenore di vita delle persone e davanti ai virus, alle malattie gli esseri umani vengono trattati dalla medicina in modo diverso: il valore della loro vita dipende dal valore della loro persona. Tutti progressi della scienza in mano alla borghesia arricchiscono il capitale e non l’operaio, e non fanno altro che aumentare il suo dominio sulla forza lavoro. Non è un caso che anche per Covid-19, mentre migliaia di proletari, lavoratori, pensionati morivano e continuano a morire nelle case di riposo e negli ospedali senza neanche il conforto dei loro parenti, i borghesi come Boris Johnson, Donald Trump, Silvio Berlusconi, Flavio Briatore e tanti altri "vip" se la sono cavata in pochi giorni. I risultati della scienza e della medicina asservita al capitale sono al servizio dei privilegi della classe dominante e negati alla classe sfruttata. Oggi, a parte le normali regole igieniche basate sul distanziamento e le mascherine, la medicina e la scienza del capitale non utilizzano le misure necessarie a preservare la salute degli sfruttati. Oggi più che mai servirebbe una medicina preventiva, pubblica, che rintraccia le cause patogene e le elimini invece d’intervenire a posteriori con palliativi e vaccini, perché, come affermava il dott. Giulio Maccacaro "Medico o padrone non fa differenza, quando la scienza del medico è quella del padrone!!" Una prevenzione che oggi il capitalismo, attraverso i suoi tecnici, nega perché la ricerca del massimo profitto, la legge della produzione capitalistica rendono impossibile una politica di prevenzione senza una forte lotta di classe che faccia scricchiolare il potere borghese. Ogni lotta di classe è una lotta politica e quella della difesa della salute, delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari oggi va condotta senza sconti. La pandemia uccide i poveri, i lavoratori e getta sul lastrico i piccoli produttori, gli artigiani, i lavoratori ‘informali’, quelli in nero, i precari a vantaggio della proprietà privata capitalista fondata sul lavoro altrui sfruttato, ma formalmente libero. Ma c’è un altro virus che uccide i poveri più del Covid 19 e che aumenta le disuguaglianze: il criminale sistema capitalista che, per ottenere il massimo profitto, uccide esseri umani e distrugge la natura.
ottobre redazione
Guerre e scontri nell'ex “spazio post-sovietico”
Guerre e scontri nell'ex “spazio post-sovietico” Fabrizio Poggi Nel Caucaso sotto il tallone imperialista c'erano divisioni, conflitti, massacri. Poi venne la Rivoluzione d'Ottobre e l'Unione Sovietica. Ma, dopo, venne il 1991, e poi... le “rivoluzioni colorate” Al momento di scrivere, non è chiaro quali sviluppi avranno gli avvenimenti, in continua trasformazione, nel cosiddetto “spazio post-sovietico”: dalla Kirgizija, alla Bielorussia, dal Tadžikistan alla Moldavia e, soprattutto al Caucaso settentrionale, dove lo scorso 27 settembre si è riacceso per l'ennesima volta il conflitto tra Armenia e Azerbajdžan sulla questione del Nagorno-Karabakh, che va avanti praticamente dal 1991. Dunque, non sappiamo quale sarà l'esito dell'“ultimatum popolare” che la Guaidò bielorussa, Svetlana Tikhanovskaja, aveva lanciato dal suo “esilio” lituano ad Aleksandr Lukašenko perché “se ne vada entro il 25 ottobre”: in caso contrario si darà inizio a uno “sciopero generale nazionale”. Un aut-aut, proprio alla maniera del Guaidò venezuelano: la “democrazia” avanza sempre a colpi di ultimatum. E i Servizi bielorussi hanno notizia di una provocazione (verosimilmente anche armata) che si starebbe allestendo in vista di quella scadenza. A partire dal voto del 9 agosto, che aveva dato l'80% dei consensi al bats'ka bielorusso, ma negato dalle “democrazie” occidentali, si è creato un alone di riconoscimento internazionale attorno all'ennesima “martire della libertà”, proprio come è stato a suo tempo per il Guaidò originale; si sono susseguiti incontri, sia “in presenza” che in “smart working” con cancellieri, presidenti, ministri tedeschi, francesi, slovacchi, bulgari, canadesi, polacchi, irlandesi, fino alle italiche macchiette “buoniste”, volate a omaggiarla fino a Vilnius, dove si sono accasati anche i leader del Fondo nazionalista “Dapamoga”(“Aiuto”). Varsavia sogna – Washington agisce Ma, chi e cosa c'è dietro i “lottatori contro l'ultimo dittatore d'Europa”? L'ex deputato del Soviet supremo dell'URSS, Viktor Alksnis, ricorda come, all'epoca dei movimenti “indipendentistici” baltici, a fine anni '80, la CIA avesse radunato a Cracovia ”i leader dei fronti popolari dei Paesi baltici, di Bielorussia, del “Rukh” ucraino, di Georgia, Moldavia, per dar vita a una Confederazione Baltico-mar Nero e creare un cordone sanitario attorno alla Russia, formalmente sotto egida polacca, in realtà sotto guida USA. Ora, la Bielorussia è l'unico ostacolo rimasto su tale percorso”. A Varsavia si vaneggia da tempo di resuscitare la settecentesca Confederazione, dal Baltico al mar Nero e dai Carpazi fin quasi alla russa Smolensk, ampliando il vecchio dominio su Bielorussia e Ucraina e in più, come pronostica l'americana StratFor, abbracciando Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, fino Slovenia e Croazia. Vale a dire, il sogno polacco di sostituire la Germania, riottosa a sottostare al dominio yankee, quale avamposto USA in Europa. Finché Washington la lascerà sognare. Ora, di fronte all'ennesimo “majdan” in corso a Minsk, tutto questo va tenuto ben presente, ma non bisogna dimenticare le responsabilità dello stesso Lukašenko nel determinarsi di una situazione che ricorda quella precedente il golpe neo-nazista del 2014 in Ucraina: sia per il suo continuo zigzagare e flirtare ora con l'est, ora con l'ovest, sia per la situazione economico-sociale del paese. Ne sono esempi le privatizzazioni che, pur senza il furore selvaggio che ha caratterizzato la Russia, vanno avanti da anni; come pure la storia del “petrolio alternativo”, importato da Norvegia, USA, Azerbajdžan, Arabia Saudita, invece che dalla Russia, che si è risolto in un calo del 61,8%, per le casse statali, a causa della diminuzione del 38% dell'esportazione di derivati petroliferi rispetto al 2019. Nelle “alleanze” internazionali, Minsk continua a negoziare con USA e UE, segno del conflitto tra settori concorrenti del capitalismo bielorusso, orientati chi a est, chi a ovest; continua a partecipare ai programmi UE per lo spazio post-sovietico di "Partenariato orientale" e a sviluppare relazioni con la NATO nei vari programmi di “Partenariato per la pace”, “Parternariato e cooperazione individuale” e con gli USA per NED (National Endowment for Democracy) e USAID (United States Agency for International Development). Programmi che potrebbero poi significare basi militari USA e NATO nel paese. Intanto, lo scorso 22 agosto, Lukašenko aveva messo l'esercito in stato di massima allerta, per movimenti NATO in Polonia e Lituania e il giorno precedente aveva parlato di una “minaccia di intervento straniero” dai confini occidentali, con l'obiettivo di strappare la regione di Grodno, in alcune aree della quale si manifestava, così come anche a Minsk, con bandiere bianco-rosso-bianche e pro-polacche. Le responsabilità di bats'ka All'interno, secondo la russa, ROTFront, “la politica socioeconomica di Lukašenko si differenzia da quella russa solo per il fatto che i processi di privatizzazione e di aumento dei prezzi sono lenti e controllati dalle autorità. Il regime di Lukašenko è una forma di dittatura borghese; al pari dei suoi colleghi nello spazio post-sovietico, non è in grado di risolvere le principali contraddizioni sociali, così che matureranno presto i presupposti per un'esplosione sociale. La tragedia del vicino popolo ucraino è che il malcontento popolare è stato cavalcato da una fazione borghese, nel ruolo di marionetta USA. I lavoratori che avevano sinceramente protestato contro il regime di Janukovič, si sono rivelati pedine nelle mani di persone che non erano diverse. I lavoratori bielorussi rischiano di rinnovare il destino dei loro fratelli ucraini e di ridursi a carne da cannone, se si uniscono a chi manifesta per gli interessi dell'imperialismo straniero". Un imperialismo che, in Bielorussia, sta agendo in maniera relativamente attenta: si è notato il tono “pacato” di molte capitali occidentali, che fanno di tutto per evitare un ulteriore avvicinamento di Minsk a Mosca. Il capitale, sia americano che tedesco, russo, francese, cinese o italiano, è in attesa che il ritmo e l'ampiezza delle privatizzazioni a Minsk assumano le dimensioni volute. Sanzioni di prammatica a parte, finora Washington, Berlino, Parigi, Bruxelles hanno puntato, a differenza del 2014 a Kiev, non su un golpe nazista violento, bensì sulla tattica dello “sciopero generale”. L'americanaThe American Conservative ha ammonito USA e UE ad agire con cautela e non ripetere i “passi sconsiderati della presidenza Obama” che, nel 2013-2014, aveva frettolosamente dichiarato “legittima” l'opposizione nazista in Ucraina. In generale, se non si vuol ripetere la storiella diffusa a destra e a (certa) sinistra, del dittatore da una parte e di tutto un popolo dall'altra, si dovrebbe analizzare chi rappresenti Lukašenko: quale classe o quali settori di classe, quali strati sociali siano espressi nella figura de “l'ultimo dittatore d'Europa”. Troppo facile e troppo comodo ripetere: là c'è un dittatore e di qua ci sono i milioni che subiscono la dittatura di quel singolo despota. Ci si deve domandare quali siano le classi in lotta, come siano strutturate, da chi siano rappresentate e, subito dopo, chiedersi quali direzioni possano assumere i diversi movimenti delle classi, a quali risultati possano portare, quali forze stiano dietro alle azioni di determinate “masse”. Basti ricordare la Russia del 1991, o la Libia del 2011, o la Siria: oggi come allora, i liberali blaterano di masse che “anelano alla libertà” da una parte e, dall'altra, una “dittatura” che priva i cittadini delle delizie del libero mercato. A Mosca ricordano come già Gautama Buddha, nel X millennio prima della nostra era, dicesse: "Nel gioco sociale, la classe che saprà convincere la società che i suoi ristretti interessi di classe sono generali, nazionali o anche umani universali, vince". Così, in Bielorussia, la grande e media borghesia straniera, semi-straniera e compradora è riuscita a convincere una parte significativa della classe operaia e della piccola borghesia che i suoi interessi siano gli interessi dell'intero popolo. Persino dall'Armenia si avvertono i bielorussi, perché, ciò che sta accadendo oggi a Minsk, come scrive Artur Danieljan, si è verificato due anni fa a Erevan: stesse “tecniche, stessa propaganda, idee, utilizzate oggi in Bielorussia. Ovviamente, c'era insoddisfazione, ma questa era alimentata da strutture ben determinate e, dopo il cambio di potere, gli oligarchi continuano ad arricchirsi a spese della popolazione”. Il Caucaso E, così come era accaduto nel 2018, anche oggi Erevan si trova di nuovo nella situazione di dover fronteggiare militarmente Baku, nel conflitto per il Nagorno-Karabakh, abitato da una forte maggioranza armena. E a nulla serve la mediazione di Mosca, anche perché la decisione finale sulla pace non dipende completamente dalle due capitali caucasiche e molto poco anche dalla Russia, quanto piuttosto dai soggetti che stanno alle spalle di azeri e armeni: più da quelli che spingono per l'inasprirsi del conflitto, un po' meno da quelli che hanno ogni interesse a evitare, quantomeno, una sua estensione al di là dei confini del Caucaso ex-sovietico. In particolare, quella più direttamente interessata a evitare ogni escalation è Teheran, i cui confini settentrionali toccano sia l'Azerbajdžan che l'Armenia: il conflitto rischia infatti di coinvolgere la numerosissima popolazione di origini turche delle due province settentrionali iraniane: Azerbajdžan orientale (capoluogo Tabriz) e Azerbajdžan occidentale (capoluogo Urmia). Tabriz dista appena 150 km dalla Repubblica autonoma di Nakhičevan (enclave azera in territorio armeno: confina con la Turchia, ma non con l'Azerbajdžan) dove stanziano tuttora numerose truppe turche. I Guardiani della rivoluzione iraniani si sono espressi per una soluzione pacifica in Artsakh, ritenendo che una “escalation del conflitto tra Azerbajdžan e Armenia non sia altro che un tentativo di organizzare una sollevazione americano-sionista nell'intera regione”. Dalla parte dell'Azerbajdžan, oltre ai massicci aiuti diretti di Ankara e Tel Aviv (ma le armi arrivano sia a Erevan che a Baku un po' da tutti: Russia, Turchia, Israele, Ucraina, Bielorussia, USA, Gran Bretagna, ecc.) partecipano apertamente alla guerra raggruppamenti terroristici islamisti che Ankara fa affluire dalla Siria e dalla Libia. A questo proposito, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha detto che gli impegni della Russia nel quadro del Trattato per la sicurezza collettiva “non si estendono al Karabakh”; ma sembra che la presenza di terroristi stranieri potrebbe mutare la situazione. Anzi, da varie parti si punta proprio a un riconoscimento della Repubblica di Artsakh quale territorio armeno, il che potrebbe far scattare l'intervento dei paesi che fanno parte del Trattato: un passo cui però difficilmente Mosca acconsentirà. Ankara, Tel Aviv, Teheran All'apparenza un po' più defilato sembra per ora rimanere Israele, cui peraltro uno scenario con Tabriz e Urmja sotto controllo turco offrirebbe maggiori possibilità nei confronti dell'Iran, tant'è che Tel Aviv mantiene stretti rapporti con Baku. Il controllo sull'Azerbajdžan fa infatti gola a molti, a partire da Ankara, che mira non solo alle risorse energetiche azere, ma ha in serbo piani regionali più vasti. Ruben Zargarjan, consigliere del Ministero degli esteri della Repubblica di Artsakh (Karabakh) ipotizza che Baku, muovendo guerra al Nagorno-Karabakh, abbia avviato un meccanismo che potrebbe infine condurre a un “Anschluss” turco dell'Azerbajdžan. Già oggi “consiglieri” turchi coordinano l'esercito azero e, dal 2016, alti ufficiali turchi detengono posizioni di rilievo al Ministero della difesa a Baku. Se il Nagorno-Karabakh cadesse in mano azera, afferma Zargarjan, si avrebbero “fuga in massa della popolazione armena, introduzione di forze ONU e, secondo il modello Kosovo, gli armeni rimasti subirebbero una pulizia etnica sotto la supervisione dei caschi blu. Poi, quando Turchia, Azerbajdžan e Armenia si fossero indebolite al punto giusto, arriverebbe il "mantenimento della pace" USA sotto auspici NATO o ONU e il controllo sul confine iraniano non verrebbe ceduto né a Baku, né a Ankara”. Poi, sia che rimanga Il'kham Aliev, o che venga sostituito, si avranno basi turche in territorio azero, in competizione con quelle yankee e Aliev sarà il “vassallo di un vassallo”: riceverà istruzioni su quanto obbedire ad Ankara e quanto a Washington, che metterà sotto controllo tutte le fonti azere di petrolio e gas, i porti e gli oleodotti del Caspio. Così, l'Europa riceverà il gas azero alle condizioni statunitensi e l'Iran avrà un altro focolaio di minacce ai confini settentrionali. Inoltre, dato che la caduta dell'Armenia sarà una conseguenza della caduta del Nagorno-Karabakh e non per un attacco militare diretto, la Russia non avrà moventi per un intervento militare nel quadro del Trattato di sicurezza collettiva. Ankara chiederà la spartizione dell'Armenia, ma USA e Francia non lo permetteranno, dato che hanno bisogno di un contrappeso alla Turchia nel Caucaso. Il vuoto post-sovietico Il politologo russo Dmitrij Evstaf'ev, si è detto turbato dalle dichiarazioni di Aliev alla CNN: “ho visto un uomo spaventato; non sa cosa fare. Ho l'impressione che dipenda molto pericolosamente da coloro che ha invitato: radicali turchi e islamisti”. Stiamo tralasciando ciò che “succede nell'area del mar Caspio”, ha detto Evstaf'ev; “guardate cosa stanno facendo gli americani nel Vicino e Medio Oriente. Praticamente in due mesi, sotto la copertura dei discorsi sul ritiro delle truppe dal Medio Oriente, hanno quasi completato il perimetro di isolamento dell'Iran. E non escludo che il nostro meraviglioso partner Erdogan stia preparando il salto per lui più importante: dalla costa occidentale a quella orientale del Caspio. Perché Erdogan agisce sempre in base al principio di riempire il vuoto: un vuoto che noi stessi abbiamo creato distruggendo l'URSS; un vuoto che, sulla costa orientale del Caspio, si chiama Turkmenija, Kazakhstan, Uzbekistan” ecc. Nel 1923, Stalin affermava che, oltre allo sciovinismo grande-russo e alla “ineguaglianza di fatto tra le nazioni, che abbiamo ereditato dal periodo zarista”, il terzo “fattore che ostacola l'unificazione delle repubbliche in un'unica unione è il nazionalismo nelle singole repubbliche... La NEP e il capitale privato a essa associato nutrono, coltivano il nazionalismo georgiano, azero, uzbeko ecc.”; lo sciovinismo “mina l'uguaglianza delle nazionalità sulla cui base è costruito il potere sovietico ... La Transcaucasia fin dai primi tempi fu un'arena di massacri e di contese, e poi, sotto il governo menscevico e i dašnaki, un'arena di guerre: la guerra georgiano-armena... massacri in Azerbajdžan, massacri di tatari per mano armena a Zangezur, massacri di armeni per mano tatara in Nakhičevan”; tutto ciò, “prima della liberazione... dal giogo imperialista”. Sotto il tallone imperialista, nel Caucaso c'erano divisioni, conflitti, massacri. Poi venne la Rivoluzione d'Ottobre e venne l'Unione Sovietica. Ma, dopo, venne il 1991 a Mosca, e poi vennero le “rivoluzioni colorate” a Tbilisi, Baku, Erevan...
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Recovery fund
Recovery fund, Unione europea e padroni italianissimi: montagne sulle spalle della popolazione Pacifico Ernesto Guevara: "Tutti questi concetti di sovranità politica, di sovranità nazionale sono fittizi se non c’è, accanto ad essi, l’indipendenza economica. La sovranità politica e l’indipendenza economica vanno di pari passo. Se non c’è economia propria, se si è dominati dal capitale straniero, non si può essere liberi dalla tutela del paese dal quale si dipende tanto meno si può fare la volontà del paese se questa urta contro i grandi interessi della nazione che lo domina economicamente [...] I capitali stranieri non si muovono per generosità, non si spostano per fare un nobile gesto di carità, non si muovono né si mobilitano per il desiderio di affratellare i popoli. Il capitale straniero si muove solo per il desiderio di aiutare se stesso. Il capitale privato straniero è l’eccedente in un paese che si trasferisce in un altro allo scopo di ottenere guadagni maggiori. Quello che muove il capitale d’investimento privato straniero non è la generosità, ma il guadagno". Rosa Luxemburg: “L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione della socialdemocrazia. (...) noi abbiamo sempre sostenuto l’idea che i moderni stati, al pari delle altre strutture politiche, non siano prodotti artificiali di una fantasia creativa, come ad esempio il Ducato di Varsavia di napoleonica memoria, ma prodotti storici dello sviluppo economico. Ma qual è il fondamento economico alla base dell’idea di una federazione di Stati europei? l’idea dell’Europa come unione economica, contraddice lo sviluppo capitalista per due ragioni. Innanzitutto perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli Stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi non europei. (...) Nell’attuale scenario dello sviluppo del mercato mondiale e dell’economia mondiale, la concezione di un’Europa come un’unità economica isolata è uno sterile prodotto della mente umana. In questi mesi di arresti domiciliari forzati generalizzati per tutta la popolazione, e contestuale liberazione dei boss mafiosi dal 41 bis voluta dal ministro Bonafede che, al contrario, si faceva fotografare qualche tempo fa con Cesare Battisti come un vecchio cacciatore di taglie del Far west e il cui partito si è sempre reso protagonista di campagne elettorali manettare e giustizialiste, abbiamo, tra le altre cose, assorbito l'assordante e intollerabile retorica circa l'Unione Europea, dipinta, ancora una volta e nonostante tutto, come madre benevola che salva l'Italia per mano o di politici fedeli e votati alla causa, o di esperti e tecnici a volte bocconiani, che tengono alla larga populisti e “sovranisti” che, al contrario vogliono riportare l'Italia alla miseria e privare gli italiani del benessere di cui godono soprattutto dal quel benedetto 1992 in poi. In particolare vorrei concentrarmi sul fondo europeo messo in campo recentemente conosciuto come Recovery Fund. Da un punto di vista letterale il Recovery Fund è un fondo di recupero. Più nel dettaglio possiamo dire che si tratta di un fondo costituito ad hoc con lo scopo di emettere obbligazioni, cioè i famosi Corona o Recovery Bond, emessi sul mercato borsistico che avranno garanzia del bilancio europeo. Il Recovery Fund porta con sé diverse novità, rispetto agli eurobond, tra cui il fatto che il rischio condiviso sarebbe quello sul futuro e non si cancellerebbero i debiti passati. Tuttavia una parte (comunque minoritaria rispetto al totale) del Recovery Fund non sarebbe debito, ma sarebbe a fondo perduto però con condizionalità attivabili che legano l'utilizzo dei fondi che arriverebbero al massimo entro un anno (in Europa quando si tratta di “aiutare” non hanno fretta). Queste condizionalità sono del tutto simili alle famigerate raccomandazioni della Commissione Europea. Occorre ricordare che i soldi in più che l'Italia riceverà a fondo perduto equivalgono a quelli in più (rispetto a quelli ricevuti) che ha versato nelle casse comunitarie solo negli anni 2014-2018 (ma l’Italia è creditore netto del bilancio UE da molto prima). Riforme antipopolari Tra le raccomandazioni che la Commissione ha rivolto all’Italia negli ultimi anni c’è anche quella di attuare pienamente le passate riforme pensionistiche con l’obiettivo di ridurre la spesa e i pensionamenti anticipati. Come si legge anche nei giornaloni generalisti e coerentemente con quanto si assiste dal 1992, quello della Commissione è un messaggio chiaro: abbandonare subito Quota 100 e tornare rapidamente alla riforma Fornero. Del resto, il caso delle pensioni anticipate italiane era stato evocato ripetutamente dai Paesi “frugali”, il gruppo composto da Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia, che si era opposto all’Italia durante tutta la durata del Consiglio europeo. L’accordo sul Recovery fund prevede che uno o più Paesi, nel caso in cui valutassero il mancato rispetto di importanti obiettivi, possono chiedere al Presidente del Consiglio europeo di rimettere la discussione sul punto o sui punti controversi alla prossima riunione del Consiglio europeo. Il procedimento può durare fino a tre mesi. Nel frattempo ogni pagamento verrà bloccato in attesa della decisione del Consiglio. Il governo italiano, con la scusa di mantenere fluido il flusso dei fondi comunitari, probabilmente abolirà Quota 100 (fonte Domenico Moro sul sito www.laboratorio-21.it). In altri parole, il Recovery fund si tradurrà nell'imposizione di nuove controriforme neoliberiste, a partire da un nuovo taglio alle pensioni. Infatti, il Recovery fund implica che, per avere diritto alla riscossione dei fondi messi a disposizione dalla Commissione europea, il Paese richiedente debba presentare un piano che evidenzi come intendere spendere quei soldi. In particolare, nel punto A 19 delle conclusioni del Consiglio europeo sul Recovery fund (21 luglio 2020), si prevede che il piano debba basarsi in primo luogo sulle raccomandazioni specifiche che ad ogni singolo Paese sono state rivolte della Commissione stessa. Solo se il piano sarà coerente con tali raccomandazioni i fondi previsti dall’accordo saranno erogati (fonte Guido Salerno Aletta su Milano Finanza). Occorre ricordare a tutti gli europeisti incalliti e integralisti che il principio di solidarietà non è alla base dei Trattati. Alla base dei Trattati c’è la competizione tra Paesi, a sua volta imperniata sul dumping sociale e sul dumping fiscale (meno diritti per i lavoratori e meno tasse per le imprese). Come noto, una parte dei frugali è specializzato in particolare nel secondo tipo di dumping, e quindi riesce ad appropriarsi di parte del gettito fiscale altrui (moltissime grandi imprese italiane approfittano di questa opportunità, in barba al patriottismo e ai tricolori sui balconi). Le condizionalità sono un ricatto, che mira ad espropriare il nostro paese della possibilità di praticare una politica economica autonoma (fonte Vladimiro Giacchè www.sinistrainrete.info). Se si fa un passo nel passato le raccomandazioni della Commissione rivolte specificatamente ai singoli Paesi hanno riguardato, oltre che la richiesta di riduzione della spesa pubblica, anche i tagli a pensioni, sanità, salari, diritti dei lavoratori e sussidi per disoccupati e persone disabili. In particolare, tra 2014 e 2018, sono state rivolte agli Stati UE 105 raccomandazioni per l’incremento dell’età pensionistica e la riduzione della spesa pensionistica, 63 raccomandazioni per i tagli alla spesa sanitaria o per la privatizzazione della sanità, 50 raccomandazioni per la soppressione di aumenti salariali, 38 raccomandazioni per la riduzione della sicurezza del lavoro e dei diritti di contrattazione dei lavoratori, e 45 raccomandazioni per la riduzione dei sussidi a disoccupati e persone disabili. Tutte le volte che il vincolo esterno ha determinato le politiche italiane, le condizioni delle classi più povere sono peggiorate anziché migliorate. Anche il Recovery fund imporrà al nostro Paese condizionalità che saranno pagate amaramente in primo luogo dai lavoratori e dal ceto medio proletarizzato. La gabbia europea imporrà l’attacco anche su prima casa e piccolo risparmio. Infatti, la liquidità degli italiani continua a salire, come ha spiegato Bankitalia nel suo bollettino relativo a maggio. I depositi del settore privato sono infatti cresciuti del 7,5% su base annua, a fronte del +6,8% di aprile. I soldi parcheggiati sui conti correnti negli ultimi tre anni, 121 miliardi, valgono più del Piano Marshall. La liquidità nei portafogli delle famiglie italiane è aumentata di 34,4 miliardi di euro nei tre mesi più neri dell’epidemia (da febbraio ad aprile), una cifra quasi uguale al valore del Mes per l’Italia, a queste risorse si debbono aggiungere i 121 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva accumulata negli ultimi tre anni, prima dell’esplosione dell’epidemia (+8,4% in termini reali nel triennio), una cifra pari a nove volte le risorse del Piano Marshall destinate all'Italia per la ricostruzione del dopoguerra rapportate ai valori attuali (fonte: Elena Del Maso su Milano Finanza del 9/7/2020). Non sembrano numeri da paese povero che ha necessità di farsi ricattare da Enti Internazionali, tuttavia questi numeri fanno gola alle banche tedesche e francesi piene di crediti deteriorati e che vorrebbero attirare il risparmio italiano presso di sé facendo leva sul terrore circa la tenuta e la sostenibilità del debito pubblico. L'Italia, nel complesso, è un paese ricco, tuttavia la ricchezza è molto malamente distribuita e ripartita. Ma su questo torniamo dopo. Recovery Fund e condizioni Il Recovery Fund prevede condizioni politiche precise, cioè riforme vigiliate da vicino, come ammette anche il Filo Europeista Fubini sul Corriere della Sera (quello che nel 2019 disse a proposito delle politiche UE per la Grecia: “Non ho voluto scrivere che dopo la crisi sono morti 700 bambini in più: sarebbe clava per gli antieuropei”. Insomma, rispetto al MES, la differenza sta nella quantità di soldi assai maggiore e nel fatto che qui non vi sono verifiche puntuali sulla sostenibilità del debito, tuttavia le condizioni capestro di stampo ordo liberista restano. Ricordo che rispetto a quanto l'Italia paga come contributore UE, meno riceve: l'Italia è sempre stata contributrice netta al bilancio europeo, e rimanendo tale anche nel prossimo settennio, all’Italia non serve un programma che peggiora ulteriormente il suo saldo finanziario nei confronti dell’Unione. Anche i prestiti previsti dal Recovery Fund sarebbero stati costosissimi per via del pesante squilibrio previsto tra i contributi comunque versati e le erogazioni ricevute a fondo perduto. Inoltre il nostro Paese non ha mai ricevuto sconti di sorta, cosa di cui hanno sempre beneficiato i cosiddetti Paesi frugali (che, tolta la Germania hanno un PIL molto inferiore al nostro) e che si sono visti aumentare con il recente accordo. Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia riceveranno quindi oltre 50 miliardi di euro di sconti in sette anni. Molto umani loro, i frugali con i soldi altrui. Con le nostre tasse, andremo a pagare per farci condizionare su politiche che si dimostreranno mortali per la classe lavoratrice e le masse popolari. Questo spiega l'Europeismo diffuso tra la classe finanziaria e imprenditoriale italiana, che, tramite i media controllati da Cairo, De Benedetti, Berlusconi (le cui imprese, come la quasi totalità delle imprese italiane, ha sede fiscale e legale - sorpresa sorpresa - proprio nei Paesi Bassi), come un uomo solo gridano a pieni polmoni assordante propaganda filo europeista. Ma quello che va bene per loro, non andrà mai bene per noi. Il capitale italiano e Confindustria premono per l’accettazione da parte del governo del Recovery Fund (e del MES). Sperano in una pioggia di denaro che possa aiutare un sistema che era già in crisi prima che la pandemia la facesse venire alla luce, aggravandola nel modo più drammatico. Intanto, il presidente di Confindustria, Bonomi, chiama i sindacati principali alla collaborazione per il rilancio dell’economia. Lui sa benissimo che il rientro dal debito prima o poi verrà messo in atto, perché sa che sarà pagato dai lavoratori e dai disoccupati italiani ed europei, non dai padroni. Ancora una volta si dimostra che quella dell’euro e della UE è una gabbia che favorisce il capitale e contribuisce a tenere sotto scacco i lavoratori. Una delle battaglie da fare è quella finalizzata all'unità di classe per la riduzione dell'orario di lavoro e la sua redistribuzione a parità di salario, fine del precariato e ripristino dell'art. 18 per tutti, infatti su questo vi è sempre una levata di scudi anche dei padroni piccoli o grandi che siano (nonché delle sinistre fucsia-arcobaleno diritto-umaniste), che hanno il coraggio di lamentare il mancato flusso degli emigrati dell'est per la raccolta (indicativo per dirci a chi giova realmente l'immigrazione, o meglio, la deportazione di massa degli stranieri) e che chiedono il ripristino dei voucher per compensare i posti lasciati vacanti con i tanti italiani che, complice il lockdown, non hanno più reddito e si lascerebbero sfruttare più di prima. Un po' di numeri Il quadro ci dimostra che l'Europa non sembra decisa a sostenere l'economia in difficoltà, la Commissione europea sta già pensando a ripristinare i vincoli del Patto di stabilità (deficit al 3% e debito al 60%), come dichiarato più volte dal vice presidente della Commissione Europea Dombrovskis. Non si capisce come si possa pensare a questo dinanzi alla crisi più grave dal 1929, con un PIL che crollerà di oltre il 10% nell'area euro e del 12,8% in Italia. Si prevede che il debito italiano salirà al 160% e il deficit a oltre l'11% nel 2020. Altro che ristabilire le regole del Patto nel 2021. Ci vorranno molti anni solo per recuperare i livelli di produzione del 2019, sempre che li si recuperi. Ricordiamo che nel 2019 il PIL non aveva neanche recuperato completamente dalla precedente crisi del 2008. Pensare a una strategia e di uscita dalla UE e dall'euro è sempre più necessario. Non possono non aprirsi gli occhi sulla frase riportata sopra di Rosa Luxemburg. Ancora oggi, dopo un secolo, l'Europa altro non è che un'arena fra Paesi concorrenti che facendosi guerre non guerreggiate con soldati e armamenti, non rinuncia alla lotta per la prevalenza usando strumenti economici (vuoi i ricatti sul debito pubblico, vuoi vincoli invalicabili circa gli aiuti di Stato rendendo impossibile la creazione di un'industria nazionale). L'Europa è una cloaca ove viene alimentata la diffidenza e la mancanza di solidarietà fra i suoi cittadini. Paesi del nord contro quelli del Sud spendaccione volgarmente chiamati PIGS (anche si in questi PIGS il monte ore lavorate è assai maggiore rispetto a quelli presi a “modello” anche dalla nostra classe dirigente, soprattutto a marca PD). Gli esempi della Grecia e del comportamento dei francesi sul caso libico e della sua concorrenza con l'Eni italiana sono paradigmatici. Tuttavia, in divergenza con i sovranisti, occorre far luce sul fatto che è difficile parlare di Italia come Paese semi coloniale e semi periferico, visto che, se andiamo a guardare la bilancia dei pagamenti, cioè lo stato delle transazioni (di merci, servizi, redditi da lavoro e da capitale e trasferimenti correnti) dei residenti di un paese col resto del mondo, si osserva che il surplus di conto corrente nei dodici mesi terminanti a marzo 2020 è stato di 57,7 miliardi di euro (il 3,2% del PIL), migliorato ulteriormente rispetto al corrispondente periodo del 2019, grazie soprattutto all’aumento dell’avanzo mercantile (da 46 a 62,3 miliardi di euro), fonte Banca d'Italia. Solo la Germania in Europa fa meglio dell’Italia con +7,13%. Nell’insieme dell’economia tra 2001 e 2018 le imprese oltre i 500 addetti, pur essendo appena lo 0,1% del totale, sono passate dal 21,2% degli addetti al 22,8%. Ci sono però due considerazioni da fare. La prima è che nell’insieme delle imprese ci sono settori che non sono tipicamente parte della produzione capitalistica e sono caratterizzati da piccole dimensioni, come il piccolo commercio e l’artigianato, che in Italia resistono meglio che altrove. La seconda è che nel modello italiano di struttura imprenditoriale, le micro, piccole e medie imprese spesso sono parte di gruppi o comunque subalterne e fornitrici mono cliente di imprese più grandi per cui i loro interessi sono legati alla grande impresa nazionale e no. È molto ampia la presenza di imprese che hanno rapporti di commessa o di subfornitura. Nel settore della manifattura, nel periodo della crisi, tra 2008 e 2017, si è svolto un processo di forte concentrazione. Le imprese più grandi, al di sopra dei 250 addetti, pur essendo lo 0,3% del totale, passano dal 32,6% al 39,7% del valore aggiunto complessivo e dal 26,8% al 30,7% dei dipendenti complessivi. Nel settore finanziario notiamo che Mediobanca, la principale banca d’affari italiana, continua a svolgere un ruolo importante, infatti vi partecipano alcune tra le famiglie di industriali più importanti in Italia (Berlusconi, Benetton, Gavio, Doris, Della Valle), e perché possiede il 13% delle Generali, nel cui capitale sono presenti altre importanti famiglie italiane di industriali (Caltagirone, Benetton e De Agostini). Un esempio di integrazione tra capitale industriale e finanziario è Del Vecchio, patron di Luxottica, che è il primo azionista di Mediobanca con il 9% delle azioni, ed è presente anche in Generali (4,5%) e Unicredit (2%). Questo smentirebbe la narrazione secondo cui il capitale industriale e finanziario siano in contrasto, con il secondo che svolge, in solitaria, la parte del lupo cattivo che vuol svendere l'economia del Paese. Sono copiosi gli esempi di centralizzazioni proprietarie, mediante acquisizioni/fusioni internazionali, portate avanti da grandi imprese italiane, come Fiat, prima con Chrysler e ora con Psa, e Luxottica con Essilor, solo per citare quelle più famose. Nei primi tre mesi del 2020 le multinazionali italiane hanno finalizzato operazioni di fusione o acquisizione all’estero per 6,6 miliardi di euro (2,9 miliardi nello stesso periodo del 2019), mentre le operazioni dall’estero sono ammontate a soli 1,2 miliardi (2,4 nel 2019). Come tutti i paesi a capitalismo maturo, anche in Italia notiamo una notevole concentrazione della produzione, sull’integrazione di industria e finanza, e sull’esportazione di capitale. Lo stock degli Ide italiani (investimenti diretti esteri) sono investimenti internazionali volti all’acquisizione di partecipazioni ‘durevoli’, di controllo, paritarie o minoritarie in un’impresa estera o alla costituzione di una filiale all’estero. È uno degli aspetti centrali del fenomeno di globalizzazione dell’economia mondiale (fonte treccani.it) in uscita, tra 1980 e 2018, è cresciuto notevolmente, passando dall’1,5% al 26,3% sul PIL. L’Italia è esportatrice netta di capitale, in quanto gli Ide in uscita superano quelli in entrata, già dagli anni ’80 e stabilmente dagli anni ’90, nel 2018 lo stock degli Ide in uscita ha superato quello degli Ide in entrata di circa 118 miliardi di dollari. Malgrado l’Italia presenti uno stock di Ide inferiore (548 miliardi di dollari) a quelli di Francia (1.466 miliardi) e Germania (1.645 miliardi), la sua crescita media annua è stata maggiore nel periodo tra 1980 e 2018, raggiungendo il +12,03%, contro il +10,06% della Germania e il +11,4% della Francia. Nello stesso periodo lo stock di Ide italiani è passato dal 17% e 29,4% di quelli della Germania e della Francia a rispettivamente il 33,4% e 36,4%. Quindi l'Italia è a sua volta un paese imperialista, sebbene subordinato ai Paesi più forti come Germania, Francia e USA, non certo una colonia. Quest'aspetto i sovranisti non lo considerano oppure danno la narrazione di un paese preda dell'imperialismo straniero. Le uniche prede sono i lavoratori (anche buona parte delle partite IVA e i microimprenditori che vengono assorbiti e distrutti dal grande capitale). Questo segna la stagnazione mortale dell'economia interna, la cui domanda è rasa al suolo, allo stesso tempo è in costante aumento l’attività dei capitali a livello internazionale, poiché vi è sovraccumulazione di capitale e quindi alla necessità di contrastare la caduta del saggio di profitto (rapporto fra plusvalore e la somma dei capitali investiti in macchine e tecnologia e i capitali investiti in forza lavoro), investendo dove i profitti sono più alti o perché i salari e altri tipi di costi sono più bassi o perché il mercato è più ricco e consente margini più alti grazie a prezzi più alti. Le multinazionali italiane negli ultimi anni, tra 2010 e 2017, sono passate da 22.081 a 23.727 con una crescita media annua di quasi l’1%. Il loro fatturato è salito da 434,6 miliardi di euro a 538,3 miliardi (+2,7% medio annuo), mentre gli occupati sono saliti da 1.605.146 a 1.794.501 (+1,4%). Anche se le multinazionali a controllo italiano siano solo lo 0,5% delle imprese residenti in Italia, i loro addetti e il loro fatturato all’estero rappresentano rispettivamente il 10,9% e il 17% del totale italiano. I Paesi dove si investe di più sono: gli Stati Uniti (286mila addetti), il Brasile (146mila), la Cina (140mila), la Romania (125mila), la Germania (107mila), e la Francia (75mila). Per quanto riguarda il fatturato al primo posto sono gli Stati Uniti (25,4% del totale), seguiti dalla Germania (11,7%). Molti sovranisti dipingono l’Italia come colonia delle imprese della Germania. In realtà, anche la presenza dell’Italia in Germania è massiccia, sicuramente con valori assoluti inferiori a quelli della presenza tedesca nel nostro Paese, ma che rispecchiano, grosso modo, le differenti dimensioni delle due economie, dal momento che il PIL della Germania è di un terzo più grande di quello italiano. Nel 2017 la Germania era presente in Italia con 1.016 imprese che impiegavano 156mila addetti e sviluppavano 87,1 miliardi di fatturato. L’Italia, invece, era presente in Germania con 1.671 imprese che impiegavano circa 107mila addetti e fatturavano 63 miliardi di euro (per approfondimenti: Domenico Moro sul sito www.lordinenuovo.it). Questo elenco noioso di numeri ci dice che l'Italia fa parte, sia pure in modo subordinato perché priva di una struttura statale e militare forte come quella tedesca e USA, ai paesi del centro imperialista, non certo ai paesi vittime dell'imperialismo. Come i dati sul risparmio citati sopra dimostrano, il ceto medio proletarizzato e parte della piccola borghesia detiene, nonostante tutto, ancora risparmi che però tiene fermi perché ha coscienza che il sistema attuale non ha più alcun interesse ad integrarli. I titoli di Stato, comunque remunerativi in passato non sono proposti se non raramente come i BTP cura Italia e i BTP futura, non a caso poco pubblicizzati da banche e governo (ma che, nonostante ciò, hanno visto comunque buoni risultati sulla raccolta da parte dei primi di 22 miliardi e dei secondi di 6 miliardi, insufficienti però a far ripartire l'economia). Quest'ultimo fatto l'ho voluto sottolineare perché spesso, tra alcuni economisti e anche fra movimenti anti UE, si argomenta contro il MES e il Recovery Fund sostenendo che, col risparmio privato italiano - che complessivamente ammonta a quasi il doppio del debito pubblico attuale - si potrebbe stampare moneta emettendo titoli di Stato a rendimento basso destinato esclusivamente alla clientela al dettaglio escludendo i fondi istituzionali (i mercati). Come dimostrano i numeri elencati, le dichiarazioni del grande capitale e dei politici di questo non vi è interesse poiché è la stessa grande borghesia italiana a non volerlo trovando molto meglio continuare con i mezzi finora utilizzati che la vedono beneficiaria diretta della globalizzazione, al contrario di quanto riporta un filone di pensiero che ritiene la nostra una borghesia semplicemente compradora, cioè che si limita a fare gli interessi del capitale estero intascando in cambio una rendita. Per concludere ritengo, come primo passo necessario, un percorso politico che cerchi di coagulare gli interessi comuni della classe lavoratrice e dei ceti che hanno subito un pesante impoverimento negli ultimi anni, in particolare durante il lockdown (si veda: Avvenire 31/7/2020) che ha, a percezione di molti, un retrogusto cileno.
agosto redazione
Neo-monarchici, legittimisti e “valori spirituali
Neo-monarchici, legittimisti e “valori spirituali russi” Fabrizio Poggi Il “Movimento imperiale russo” (Russkoe Imperskoe Dviženie: RID), una struttura di estrema destra nata nel 2002, che il Dipartimento di Stato USA ha aggiunto alle “organizzazioni terroristiche straniere”, ma non inserita nell'elenco delle organizzazioni “estremiste” in Russia, starebbe addestrando, tra gli altri, anche elementi neo-nazisti tedeschi. Questo è quanto scrive il pubblicista russo Evgenij Kazakov sulla tedesca Neues Deutschland. A parere dell'americanista Aleksej Naumov, con la misura sul RID, Trump “reagisce alla propaganda avversaria che lo dipinge come presidente razzista e nazista”, così che, una parvenza di “lotta con il terrorismo di ultradestra potrebbe avvicinargli l'elettorato moderato”. All'accusa americana al RID, di propagandare la “white supremacy”, alcuni media russi hanno replicato trattarsi di un malinteso: come dire, quando parla dei bianchi, il RID non persegue alcun obiettivo in USA, ma intende i “bianchi” antibolscevichi nella guerra civile russa. Una difesa non proprio convincente, visto che si può collocare l'organizzazione tra quelle della destra radicale monarchica, sostenitrice, come ricorda Kazakov, di una nuova dinastia zarista, in opposizione ai "legittimisti", che sono per il ritorno dei Romanov. Attivo nel RID è ad esempio Mikhail Nazarov, un ex disertore sovietico che ha vissuto a lungo nella Germania federale e che, tra le varie cose di cui si occupa, tra una “Marcia russa” e l'altra col tricolore monarchico nero-oro-bianco, nega l'Olocausto. Per inciso: gli organizzatori della “Marcia russa” ritengono che la Russia sia occupata dagli oligarchi; chiedono “istruzione e sanità gratuite; la terra ai farmers e le fabbriche agli operai; le risorse naturali al popolo; tutto il potere ai zemskij soviet (il zemskij sobor, o Assemblea territoriale, nato in epoca feudale); dicono di sé, ovviamente, che “Non siamo né “rossi”, né “bianchi”: siamo russi”, e nel cocktail dei promotori figurano membri del KPRF (che invitano a partecipare alla Marcia “tutti: o che si sia per Lenin, o per Nikolaj II, di sinistra o di destra”) e del Movimento monarchico “Centuria Nera”. Tornando al RID, membri della “Legione imperiale”, ala paramilitare del movimento, fondata da Denis Gariev nel 2008, hanno combattuto anche in Donbass tra il 2014 e il 2015, quando tra i leader delle milizie popolari, c'erano anche, ad esempio, Igor' “Strelkov” Girkin, o Pavel Gubarev, dalle vedute tutt'altro che “di sinistra”. Il cristiano suprematismo bianco Tra novembre 2016 e gennaio 2017, tre membri svedesi del “Nordiska motståndsrörelsen” (Movimento di resistenza nordica; NMR) che avevano gettato bombe in alloggi per rifugiati e contro un caffè di un'organizzazione sindacale a Göteborg, sarebbero stati addestrati da uomini del RID. Anche membri dell'organizzazione giovanile del Nationaldemokratische Partei Deutschlands (NPD), i “Junge Nationalisten”, e del partito "Der III.Weg” avrebbero ricevuto addestramento dal RID. Sembra che, sinora, i 68 raggruppamenti presenti nell'elenco statunitense delle “organizzazioni terroristiche straniere”, fossero tutti di ispirazione islamista e dunque il RID sarebbe il primo che, secondo le dichiarazioni dello stesso Denis Gariev, è impegnata a “propagandare l'idea del ritorno ai valori cristiani tradizionali”. Gariev ritiene anzi che, proprio quella, sia una delle principali ragioni alla base della decisione USA: militanti del RID sono infatti stati “presenti anche negli Stati Uniti, dove hanno collaborato con organizzazioni della destra conservatrice cristiana”. Il riferimento, sembra essere al “Traditionalist Worker Party” (TWP), che predica il nazionalismo cristiano e il suprematismo bianco; il suo leader, Matthew Heimbach, aveva dichiarato nel 2016 che “I see President Putin as the leader of the free world”. Gli incontri tra RID e TWP si sarebbero tenuti nel 2017 a Washington e Gettysburg. “In questo, sicuramente, nella cristianità politica, i globalisti hanno visto una minaccia al loro ordine”, afferma Gariev, che parla anche di una “efficace attività internazionale” del RID, riuscito, ad esempio, a “re-indirizzare la destra svedese”, passata dal sostegno a Kiev, al fronte opposto; anzi, alcuni di essi, che avevano combattuto tra le file dei nazisti di “Azov”, secondo Gariev sarebbero diventati filo-russi. Lo stesso è avvenuto in Spagna, Germania, Francia”. Per noi, dice ancora Gariev, “non esiste alcuno stato “Ucraina” o “Bielorussia”. Esiste un'unica Russia: uno stato del diviso popolo russo. Noi siamo su nette posizioni cristiane di principio, che contraddicono le tendenze immorali di una società completamente diversa: la società della decadenza, del consumo, in cui le minoranze sessuali sono poste in primo piano”. Militanti del RID, afferma Gariev, forti dell'esperienza di combattimento in Donbass, “partecipano a conflitti anche in altre aree del mondo e si occupano dell'addestramento militar-patriottico della gioventù russa. Molti nostri militanti erano stati costretti a lasciare il Donbass, dato che là non si dava spazio ai combattenti forti di un'idea”. E quale idea! Non pare che le parole di Gariev abbiano bisogno di esser commentate, o che ci sia molto da aggiungere alla storia del RID, se non che, la decisione del Dipartimento di stato, organizzazione di per sé di stampo terroristico, nella sostanza pare funzionale all'avvio di nuove sanzioni contro la Russia, accusata di essere tra i “paesi sponsor del terrorismo”, per il sostegno ai Guardiani della rivoluzione iraniani, a Hezbollah, Talebani e, ora, appunto, anche al Movimento imperiale, le cui vedute non necessariamente si discostano, per un verso, da quelle dello Studio ovale e, per un altro, dall'interpretazione che al concetto di “patriottismo” vien data anche in certi ambienti russi. Biscotti yankee a Kiev e a Mosca Dunque: le sanzioni USA. Evidentemente, a Washington, hanno ritenuto di non seguire, per il momento, i consigli di una vecchia faina dello stesso Dipartimento di Stato, divenuta contraria alle sanzioni, perché “fanno acqua e non sono più efficaci, dato il continuo ricorso a esse”. Victoria-fuck-the-UE-Nuland, ex assistente del Segretario di stato per Europa e Asia, ha dichiarato che se Washington vuole aver la meglio su Putin, dovrà cominciare a distribuire “biscotti” alla gioventù russa, come lei stessa aveva fatto a Kiev con i giovani neo-nazisti del majdan. Su Foreign Affairs, ha detto che è necessario ricorrere “a quei metodi d'azione che permisero di ottenere la vittoria nella guerra fredda e che, dopo, hanno dato risultati nel corso di molti anni”. Le sanzioni non funzionano più e invece “il dialogo diretto col popolo russo”, potrebbe aiutare a invertire il “corso avverso” di Mosca. Il target indicato da Victoria è rappresentato dai giovani dai 16 ai 22 anni, mentre gli strumenti consigliati vanno dai social network, ai programmi educativi mirati, ai viaggi liberi (senza bisogno di visto) nei paesi occidentali. Nuland ritiene che oggi la Russia sia ancora più influenzabile dall'esterno che non in epoca sovietica, quando l'Occidente riuscì a vincere la "censura del Cremlino" grazie al lavoro di "voci diverse" e anche "mantenendo i contatti con i dissidenti". I giovani di oggi, scrive, hanno maggiori probabilità di ricevere informazioni e notizie via internet, piuttosto che attraverso la televisione di Stato o la stampa. A questo proposito, lo storico Igor' Šiškin, tra i critici di certo anti-sovietismo oggi di moda in Russia, intervistato da Svetlana Gomzikova su Svobonaja Pressa, ricorda come Karl von Clausewitz avesse formulato le ragioni della sconfitta dell'esercito napoleonico in Russia nel 1812: Napoleone “fallì perché il potere si mantenne fermo e il popolo fedele”. Nelle sue memorie, poi, il generale della Wehrmacht Hermann Hoth ricorda che nel 1941 “quando iniziammo la campagna, la nostra speranza principale non erano i carri armati, ma che Stalin si atterrisse, perdesse di risolutezza e scendesse a qualsiasi compromesso, pur di salvare il potere; che le repubbliche nazionali insorgessero contro il centro imperiale e il popolo russo non volesse difendere uno Stato che non considerava proprio”. Nuland scrive che le "voci diverse” occidentali avevano minato l'unità interna della Russia. “Sciocchezze”, dice Šiškin; “quella è stata minata dalla leadership dell'Unione Sovietica. L'intero sistema di propaganda del periodo della perestrojka, sotto la guida di Alexandr Jakovlev, che supervisionava ideologia, informazione e cultura all'epoca di Gorbačëv, mirava a denigrare l'Unione Sovietica, affinché le persone decidessero che non ci fosse più nulla da difendere; tutti i media che si davano da fare per distruggere” il sistema. E continuano a farlo oggi: “guardate tutti i film russi sulla guerra; ci troverete immancabilmente la diffamazione del periodo sovietico: il cattivo di turno è senz'altro un sanguinario commissario politico, o un ufficiale dei reparti speciali; mentre l'eroe positivo, il soldato buono, sostiene ideali occidentali”. Dunque, conclude Šiškin: “ma quale Nuland! Di recente il nostro Segretario del Consiglio di sicurezza, Nikolaj Patrušev, ha dichiarato che l'Occidente sta minando i nostri valori spirituali. Ma l'Occidente, per quanto ci lavori attivamente, non se lo sogna nemmeno di riuscire a minare i nostri valori spirituali, quanto lo sa fare la nostra “quinta colonna" russa, insieme a tutte queste ONG sponsorizzate generosamente dagli americani”. Evidentemente, a giudicare anche dal “Movimento imperiale russo”, a Ovest si sono già portati un bel pezzo avanti col lavoro, e non da ora; e nella “camera di mina” scavata sotto quei valori spirituali, la miccia è accesa già da tempo. La mina di Lenin contro la Russia Si tratta però di una mina che, a parere di Valdimir Putin sarebbe stata piazzata nientemeno che da Vladimir Lenin con la Rivoluzione d'Ottobre. Una mina che, sempre secondo il presidente russo, sarebbe stata disinnescata grazie alla “svolta democratica” intrapresa dalla Russia nel 1991 e “istituzionalizzata” dalla Costituzione che Boris Eltsin era riuscito a far approvare nel 1993. Ora, con il voto dell'1 luglio 2020, Putin è riuscito a far approvare (sorvoliamo sulle svariate trovate di alterazione dei risultati, denunciate da tutte le organizzazioni comuniste e di sinistra, a partire dal voto elettronico diluito dal 25 giugno al 1 luglio) alcune modifiche alla Carta, rimasta comunque immutata nella sua matrice borghese. Tra queste, un vecchio cavallo di battaglia che, tra l’altro, permette a Putin di raccogliere l’approvazione anche di quei settori della cosiddetta “sinistra” nazional-patriottica, che vede in Stalin solo l’artefice della “potenza sovietica”, in chiave grande-russa, ignorandone o respingendone la politica bolscevica leninista. Secondo Putin, l’aver inserito, tra gli emendamenti costituzionali, anche quello sull'integrità delle frontiere russe, col divieto di sottrarne aree territoriali, eviterà al paese di ripetere l’errore delle Costituzioni sovietiche che, da Lenin in poi, prevedevano una volontaria adesione all’URSS delle varie Repubbliche, ma, soprattutto, consentivano anche la loro libera uscita dall’Unione: un elemento che, a detta di Putin, aveva posto una “mina a scoppio ritardato” alle basi del paese. Naturalmente, Putin ha evitato di dire che la corsa al separatismo ha avuto un boom nel periodo finale dell’Unione Sovietica, quando il primo slogan dei liberali gorbačëviani, “Più socialismo”, nascondeva in realtà la definitiva disintegrazione dell’URSS. Ha evitato di dire che il Partito bolscevico e la dittatura del proletariato erano garanzia di unità del paese, di una unità basata sulla comunanza di interessi del proletariato di tutta l’Unione, mentre l’ingordigia delle élite borghesi formatesi negli anni ’70 e ’80, bramose di arraffare imprese e risorse naturali, ha portato a guerre, conflitti “territoriali”, per la spartizione del patrimonio sovietico. È stata davvero la formula leniniana a scatenare gli odi nazionali, o non sono stati piuttosto gli interessi di classe delle nuove borghesie “sovietiche” e gli appetiti imperialistici internazionali, a minare lo Stato plurinazionale dell’URSS? Non a caso, a inizi anni ’30, quando si riconosceva la permanenza, se non di classi vere e proprie, quantomeno di strati e settori sociali, legati alle vecchie classi borghesi, si ammetteva che, proprio da quelle venissero ancora i pericoli di nazionalismo e separatismo. I bolscevichi affermavano che la questione nazionale fosse strettamente legata alla lotta di classe all’interno dei singoli paesi, e alla lotta contro l’imperialismo, su scala mondiale. Stalin rimarcava come solo il socialismo e la dittatura del proletariato potessero risolvere il problema nazionale, unendo le lotte del proletariato delle nazioni oppresse con quelle degli operai dei paesi avanzati e, negli stati plurinazionali, le rivendicazioni dei lavoratori delle nazionalità sottomesse con quelle della classe operaia della nazione dominante. Vladimir Putin ha evitato di dire che, nel cosiddetto “spazio post-sovietico”, i conflitti nazionali sono scoppiati quando ha cominciato a venire meno la funzione politica del partito comunista, già prima del definitivo crollo dell’URSS. Vladimir Putin non è nuovo a simili esternazioni a proposito della storia sovietica. Nel 2012, ad esempio, aveva dichiarato che la Russia era stata sconfitta nella Prima guerra mondiale a causa del tradimento nazionale dei primi leader sovietici. Nel 2013, aveva definito la guerra con la Finlandia del 1939, come un tentativo dell’URSS di correggere gli errori storici commessi nel 1917. Nel 2016, aveva esternato ancora la sua “idea” originaria, paragonando le idee di Vladimir Lenin a una “bomba atomica sotto l’edificio chiamato Russia”. Si può ipotizzare che l’inserimento, nell’attuale Costituzione eltsiniana-putiniana, dell’emendamento sull'integrità territoriale, risponda a precisi interessi di classe. Se nel 1993 lo slogan “Prendetevi quanta più sovranità potete”, lanciato a tutte le regioni della Federazione russa, serviva a soffocare gli ultimi bagliori dell’unità del paese, oggi, al contrario, la perenne lotta a coltello tra clan capitalisti, esige che si “costituzionalizzi” la proibizione, per remoti raggruppamenti affaristici di periferia, di intascare per sé quanto “di spettanza” degli oligarchi centrali. Dopotutto, Vladimir Putin, è il loro rappresentante politico e la sua indefinita permanenza al potere, fissata ora nella Costituzione, risponde proprio al bisogno di stabilità di quelle élite centrali.
agosto redazione
Uso capitalistico dell’innovazione e del 5G
Uso capitalistico dell’innovazione e del 5G Impatti su lavoro, ambiente, salute L’innovazione tecnologica come necessità del sistema capitalista di contrastare la crisi e la diminuzione dei profitti Quando si parla di 5G, ossia di reti di comunicazioni mobili di quinta generazione, bisogna prima di tutto farsi un paio di domande: perché il 5G? A chi serve in realtà questa nuova tecnologia? Il 5G serve, in sintesi a mettere in comunicazione tra di loro innumerevoli oggetti per con-sentire l’automazione a distanza di determinati processi, quello che viene chiamato Internet delle cose (in inglese IoT, Internet of Things). Alcuni degli esempi più ricorrenti che ci vengono narrati dai mass media e dalle pubblicità degli operatori telefonici, sono: lo smart-frigorifero che si accorgerà che il latte è finito e lo ordinerà in automatico al supermercato; la smart-auto che si guida da sola; lo smart-primario che partecipa a operazioni chirurgiche a distanza, ecc. In realtà, alcune di queste applicazioni sono francamente inutili (Internet delle cose dome-stico), mentre altre richiedono prestazioni che nemmeno il 5G può offrire (auto a guida au-tonoma, chirurgia a distanza, ecc.) tanto che si stanno già progettando le reti 6G. La vera ragione d’essere del 5G ci viene spiegata da Qualcomm, una impresa statunitense tra i maggiori produttori di microprocessori per le comunicazioni mobili, che ha commissio-nato uno studio alla IHS Markit, società inglese di consulenza strategica, dal quale risulta che il giro d’affari alimentato dal 5G a livello mondiale, per i prossimi 15 anni, viene stima-to in quasi 12 mila miliardi di euro nei settori della produzione industriale, dei trasporti, dell’edilizia, dell’agricoltura, dei servizi pubblici e negli altri settori economici (The 5G Eco-nomy, November 2019, pag. 4). Questa è la vera posta in gioco. In particolare le reti 5G sono indispensabili per implementare nel modo più efficiente pos-sibile il nuovo modello produttivo chiamato Industria 4.0, a cui accenneremo più avanti. Il mutamento tecnologico e l’innovazione, infatti, sono caratteristiche fondanti dello sviluppo capitalistico, senza il quale questo sistema non sarebbe in grado di evolvere e riprodursi. In generale, l’introduzione di tecnologia diventa necessaria per aumentare la competitività, quindi per ottenere una diminuzione dei costi di produzione che si raggiunge attraverso l’aumento della produttività, viene cioè prodotta una maggior quantità di merce in minor tempo, con un numero inferiore di lavoratori, che vanno a ingrossare la massa di disoccu-pati, e con minori livelli di sicurezza sul posto di lavoro; il risultato è un costo più basso della forza-lavoro e della merce prodotta che consente di conquistare più facilmente nuo-ve quote di mercato rispetto ai concorrenti. Questa tendenza all’innovazione diventa indispensabile soprattutto in tempi di stagnazione o di crisi economica, come quelli che stiamo vivendo adesso. A conferma di questo, è molto illuminante il Rapporto per il Presidente del Consiglio dei Ministri - Iniziative per il rilancio ‘Italia 2020-2022’ pubblicato all’inizio di giugno 2020 e preparato dal Comitato di esperti in materia economica e sociale, chiamato anche Piano Colao (Colao è attualmente membro del consiglio di amministrazione di Verizon, impresa di telecomunicazioni statunitense al primo posto per il 5G, ed ex amministratore delegato di Vodafone). Il principale “asse di rafforzamento” del Paese di cui parla il Piano è quello relativo a “Digi-talizzazione e innovazione”: “Il Paese, intraprendendo un’azione di radicale digitalizzazione e innovazione, potrà effettuare un “salto in avanti” in termini di competitività del sistema economico” (cap. 2.3), e ancora più avanti “sarà fondamentale anche aumentare e accele-rare l’innovazione tecnologica delle imprese italiane, ripristinando ed estendendo le misure previste dal piano Industria 4.0 (cap. 4.1); infine, una delle proposte più qualificanti da at-tuare subito per favorire l’innovazione, è quella di “accelerare la realizzazione delle infra-strutture di telecomunicazioni” e in particolare lo sviluppo delle reti 5G. (cap. 4.2, punto 27) In che cosa consiste il modello Industria 4.0 e cosa c’entra con il 5G? Uno degli obiettivi del modello Industria 4.0 è quello di ridurre drasticamente i tempi di produzione ma anche il tempo di circolazione della merce tra la produzione e la commer-cializzazione (che è tempo che non produce profitto). Questo modello prevede che ogni singolo componente elementare, che costituirà poi il prodotto finito, abbia incorporato in sé un microchip che comunichi automaticamente con gli altri microchip presenti sui robot e sulle macchine che controllano il processo di produ-zione, con i computer che gestiscono le scorte dell’officina, con i computer dei fornitori e-sterni della componentistica, con i computer delle aziende che commercializzano i prodotti, ecc. La realizzazione di questo modello richiede quindi un nuovo salto di qualità nell’introduzione massiccia di tecnologia: oltre all’evoluzione dell’informatica e della roboti-ca si rende necessario disporre di una infrastruttura di comunicazione estremamente velo-ce, in grado di supportare contemporaneamente milioni di trasmissioni, ciascuna con una grande quantità di dati. L’infrastruttura che risponde a queste caratteristiche, come vedremo più avanti, è rappre-sentata proprio dalla rete di comunicazione mobile 5G. Nozioni tecniche sulle telecomunicazioni in generale e sul 5G in particolare Per approfondire le implicazioni sulla salute delle reti 5G in specifico, ma più in generale gli effetti sull’essere umano delle radiazioni elettromagnetiche utilizzate anche nelle teleco-municazioni, è necessario impadronirsi di qualche nozione tecnica. Il campo elettromagnetico Le telecomunicazioni, cioè le attività di trasmissione e ricezione di segnali che contengono informazioni, come la voce o i dati, possono avvenire mediante conduttori fisici, attraverso cavi elettrici o ottici, oppure mediante onde elettromagnetiche, attraverso l’atmosfera. I campi elettromagnetici sono fenomeni che esistono in natura e si manifestano nell’ambiente in cui viviamo come ad esempio l’attività solare, le scariche atmosferiche ecc.; tuttavia l’evoluzione tecnologica ha determinato la possibilità di produrre artificial-mente onde elettromagnetiche, come nel caso dei trasmettitori radio e televisivi, della te-lefonia mobile, dei forni a microonde, ecc. Ci sono, infine, campi elettromagnetici prodotti “involontariamente”, come quelli generati da elettrodotti e linee ad alta tensione, da motori elettrici, da elettrodomestici, da computer, ecc. Le onde elettromagnetiche sono generate dalle variazioni dei campi elettrici e magnetici nello spazio e trasportano energia attraverso la loro propagazione. Le onde elettromagnetiche possono essere descritte attraverso tre grandezze principali: l’ampiezza, che indica quanto un’onda è intensa (facendo il paragone con un’onda marina, rappresenta l’altezza dell’onda) con la sua componente elettrica che è particolarmente im-portante perché viene utilizzata per misurare l’entità dell’esposizione al campo elettroma-gnetico a radiofrequenze, è misurata in Volt per metro (V/m); la frequenza che indica il numero di onde che si susseguono in un secondo ed è misurata in hertz (Hz); la lunghezza che indica la distanza tra due onde successive, è misurata in metri (m); nel caso di propa-gazione nell’atmosfera, dove la velocità è fissa ed è pari a quella della luce, la lunghezza è inversamente proporzionale alla frequenza, ossia più alta è la frequenza, più corta è la lunghezza d’onda. Rappresentazione grafica dell’onda elettromagnetica Lo spettro elettromagnetico L’intero spettro delle onde elettromagnetiche è stato convenzionalmente suddiviso, in base alla frequenza, in gamme che presentano caratteristiche comuni rispetto alla funzione o l’utilizzo: • Le basse frequenze, fino a circa 30 kHz (linee elettriche di distribuzione, comunicazioni sottomarine, elettrodomestici, ecc.) • Le radiofrequenze, fino a circa 300 MHz (comunicazioni marittime e aeree, trasmissioni radio e TV, radioamatori, ecc.) • Le microonde, fino a circa 300 GHz (trasmissioni TV, trasmissioni satellitari, telefonia cellulare, WiFi, forni a microonde, ponti radio, radar, ecc.) • A frequenze superiori a 300 GHz troviamo le gamme dei raggi infrarossi, della luce visi-bile, dei raggi ultravioletti, dei raggi X ed infine dei raggi gamma. Lo spettro elettromagnetico Lo spettro elettromagnetico viene inoltre suddiviso, da un altro punto di vista, in due grandi categorie in base agli effetti prodotti dalle radiazioni, ossia il fenomeno attraverso il quale le onde elettromagnetiche trasportano energia, sull’essere umano: • Radiazioni non ionizzanti, che trasportano energia non sufficiente a rompere i legami atomici delle molecole che attraversano • Radiazioni ionizzanti, che trasportano energia in quantità tale da poter rompere i lega-mi atomici delle molecole che attraversano, modificandone la struttura. In realtà sappiamo che anche le onde elettromagnetiche a bassa frequenza, classificate come radiazioni non ionizzanti, emesse ad esempio da cavi e apparecchi elettrici possono determinare la rottura dei legami delle catene molecolari e l’insorgenza di tumori; è stata ipotizzata infatti la correlazione tra i campi a bassa frequenza ed alcuni casi di leucemia in-fantile insorti in bambini residenti in prossimità di elettrodotti ad alta tensione. Le onde elettromagnetiche nelle telecomunicazioni cellulari mobili Le gamme di onde elettromagnetiche utilizzate per le telecomunicazioni sono le radiofre-quenze e le microonde; notiamo alcune caratteristiche: maggiore è la frequenza utilizzata e maggiore è la quantità di dati che è possibile trasmettere; maggiore è la frequenza uti-lizzata e minore è la distanza fino alla quale possono propagarsi; maggiore è la frequenza utilizzata e maggiormente la propagazione è attenuata da fenomeni atmosferici come la pioggia e bloccata da ostacoli fissi come edifici, alberi, ecc. La caratteristica principale di una rete di telecomunicazioni cellulare mobile è costituita dal-la possibilità di mantenere la connessione o il collegamento in mobilità tra più utenti dotati di apparati ricetrasmittenti (ad esempio il telefonino). Il territorio coperto dalla rete viene suddiviso in tante aree relativamente piccole, chiamate celle, ciascuna delle quali è servita da una stazione base ricetrasmittente alla quale di volta in volta si collegano gli utenti; infatti non è possibile coprire un territorio vasto, in cui operano numerosi utenti, con una sola stazione ricetrasmittente in quanto sarebbero necessarie potenze di trasmissione troppo elevate per un apparecchio portatile e un numero maggiore di frequenze rispetto a quelle disponibili. Schema di funzionamento di una rete di telecomunicazione cellulare Le reti di telecomunicazioni cellulari mobili per uso commerciale sono nate negli anni ’80 del secolo scorso e si sono evolute attraverso nuovi standard che si sono affermati grosso modo al ritmo di uno ogni dieci anni: • 1G: anni ’80, sistema analogico, supportava solo le chiamate vocali, utilizzava le fre-quenze intorno a 900 Mhz • 2G: primi anni ’90, sistema digitale, chiamate vocali, messaggi; frequenze: 900 Mhz, 1.800 Mhz • 3G: primi anni 2000, chiamate vocali, messaggi, email, Internet; frequenze: 900 MHz, 2.100 MHz • 4G: primi anni 2010, chiamate vocali, messaggi, email, Internet veloce, applicazioni; frequenze: 800 MHz, 1.500 MHz, 1.800 MHz, 2.100 MHz, 2.600 MHz • 5G: primi anni 2020, in corso di implementazione, chiamate vocali, messaggi, email, Internet ultraveloce, applicazioni, internet delle cose; frequenze 700 MHz, 3.700 MHz, 26.000 MHz • 6G: previsto per i primi anni 2030, sono in corso ricerche e progetti per definire obiet-tivi orientati all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, olografia, realtà aumentata, chirurgia a distanza, ecc.; frequenze: 73 GHz, 140 GHz, 1-10 THz. Evoluzione delle reti di telecomunicazioni cellulari Le specificità del 5G Il 5G, rispetto alle generazioni precedenti, rappresenta un vero e proprio salto di qualità in quanto rappresenta la possibilità di integrazione di diverse tecnologie: l’informatica, la ro-botica, l’analisi dei big data, la rete Internet e la comunicazione wireless; significa la possi-bilità di disporre di sistemi “intelligenti” in grado di eseguire calcoli e compiti complessi comunicando istantaneamente enormi quantità di dati con innumerevoli altri sistemi senza limiti geografici. Infatti la rete 5G ha tre caratteristiche che possono consentire di tradurre in realtà queste possibilità: maggior velocità (possibilità di trasmettere grandi quantità di informazioni in tempi brevissimi), minor latenza (minori tempi di attesa tra l’invio di una richiesta e la rice-zione della risposta) e la capacità di supportare una grandissima quantità di connessioni contemporanee. Queste caratteristiche specifiche del 5G sono proprio quelle che servono esattamente e prima di tutto al modello produttivo Industria 4.0. Come sempre, tutto parte dal mondo della produzione dove si crea la ricchezza della società, di cui in pochi si appropriano a scapito di tutti gli altri. Questo spiega anche il motivo delle forti pressioni esercitate da Confindustria, dagli operatori di telecomunicazione e da tutto il ceto imprenditoriale per accelerare i tempi di implementazione di questa nuova rete, come abbiamo visto con il Pi-ano Colao. Da un punto di vista tecnico, l’implementazione del 5G richiede una ridefinizione delle cel-le, che sono molto più piccole, e delle antenne, che sono molto più numerose. Queste ul-time, per soddisfare i requisiti di velocità, latenza e quantità di dispositivi simultaneamente connessi, concentrano la trasmissione, alla potenza necessaria, direttamente verso la spe-cifica posizione del dispositivo, adattandosi di volta in volta; sono antenne, quindi, molto differenti rispetto alle attuali che hanno invece un livello costante di potenza che viene emessa in tutte le direzioni. La differenza tra le antenne 5G e quelle di generazioni precedenti Impatti sul lavoro, sull’ambiente e sulla salute In questa prima fase di implementazione del 5G vengono utilizzate le frequenze più basse riservate a questo servizio, analoghe a quelle attualmente già in uso per il 4G, ma proprio per la sua tecnologia particolare è necessario comunque installare le nuove tipologie di an-tenne che andranno quindi ad aggiungersi a quelle già esistenti degli altri sistemi in uso (2G, 3G, 4G), aumentando di fatto le emissioni di radiazioni elettromagnetiche complessi-ve; avremo quindi una esposizione a livelli crescenti di elettrosmog a partire dai centri ur-bani. Nella seconda fase, ormai vicina, per sfruttare le vere potenzialità del 5G, verranno utiliz-zate le frequenze più alte, quelle intorno ai 26 GHz, fino a oggi mai utilizzate per le tele-comunicazioni mobili e di cui non sono mai stati studiati gli effetti sulla salute (sono utiliz-zate per i ponti radio TV commerciali, con antenne tradizionali, e dai militari per sperimen-tare lo sviluppo di armi elettromagnetiche di nuova generazione destinate prevalentemen-te alla repressione delle masse come ad esempio il “Non-Lethal Weapons Program”, pro-gramma per armi non-letali del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti). Nelle fabbriche e nelle imprese 4.0 i reparti saranno disseminati di antenne ricetrasmittenti che esporranno gli operai e i lavoratori alle radiazioni elettromagnetiche delle onde milli-metriche in modo diretto, concentrato e continuativo; ma anche il territorio, per consentire di attuare l’Internet delle cose tra le imprese e a livello domestico, sarà disseminato di antenne 5G e ne subirà le conseguenze: ad esempio, saranno abbattuti gli alberi o eliminata la vegetazione che dovesse costituire ostacolo alla trasmissione tra siti di rilevante importanza economica, come già avvenuto in molti paesi in cui il 5G è stato già reso disponibile a livello commerciale. Recenti stime prevedono che entro pochissimi anni vedremo l’installazione di milioni di ri-cetrasmettitori, il lancio nello spazio di oltre 20.000 satelliti dedicati, oltre 200 miliardi di oggetti che incorporeranno microchip ricetrasmittenti; questo significa che, quando sarà completata la rete 5G, nessun essere umano, nessun animale, nessun microorganismo e nessuna pianta sulla Terra sarà in grado di evitare l'esposizione, 24 ore al giorno e 365 giorni all’anno, a livelli di radiazione elettromagnetica migliaia di volte maggiori di quelli che esistono oggi, senza alcuna possibilità di scampo. I sostenitori delle reti 5G affermano che, essendo più piccole le celle, le potenze emesse dalle antenne saranno inferiori, ma è vero il contrario e in più con le antenne 5G la radia-zione viene concentrata sul singolo utente con una esposizione molto maggiore. D’altra parte, se così non fosse non si capirebbe perché il Piano Colao chieda di “Adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio, per accelerare lo sviluppo delle reti 5G. Escludere opponibilità locale se protocolli nazionali sono rispettati”. (cap. 4.2, punto 27) Tradotto significa: alzare di ben tre volte i limiti di esposizione alle radiazioni elettroma-gnetiche in vigore oggi in Italia e impedire che i sindaci più rispettosi della salute dei propri cittadini possano vietare l’installazione del 5G nei propri comuni (oggi sono oltre 500 quelli che hanno vietato il 5G). Schede di lavoro finali Comitato di esperti in materia economico e sociale, giugno 2020 - Scheda n. 27 D’altra parte, l’impunità per i datori di lavoro, prevista nello stesso Piano, attraverso lo scudo penale che esclude ogni possibile responsabilità per il contagio da Covid-19, la dice lunga su quanto viene tenuta in conto la salute dei lavoratori e dei cittadini. Nel silenzio generale dei media, il Governo ha già iniziato ad attuare il Piano: il primo pas-so è contenuto nel decreto-legge, cosiddetto “semplificazioni”, n. 76 del 16 luglio 2020 che, all’Art. 38, impedisce ai comuni di introdurre limitazioni all’installazione di stazioni ra-dio base (e quindi di antenne) di qualsiasi tecnologia (comprese quindi quelle del 5G) e di intervenire sui limiti di esposizione ai campi elettromagnetici. L’essere umano è un organismo biologico complesso che presenta un proprio equilibro e-lettrico naturale a livello molecolare; quando è immerso in campi elettromagnetici, soprat-tutto di origine artificiale, questi generano nell’organismo correnti e campi elettrici variabili che a loro volta inducono una stimolazione diretta delle cellule come quelle dei tessuti ner-voso e muscolare. Questa stimolazione può avere effetti sulla salute sia a breve termine, ad esempio effetti termici, sia effetti a lungo termine, ad esempio l’insorgenza di tumori anche decenni dopo l’inizio dell’esposizione ai campi elettromagnetici. Storicamente, lo studio della nocività dei campi elettromagnetici sugli esseri umani nei pa-esi capitalisti si è concentrato quasi esclusivamente sugli effetti termici sulle persone espo-ste: i limiti di esposizione della normativa attuale derivano da questa impostazione; ini-zialmente fissati in 200 V/m, in seguito a diverse ricerche che hanno evidenziato altri effet-ti in caso di esposizioni prolungate, i limiti sono stati poi abbassati e in Italia sono stati fissati a 20 V/m per la popolazione in generale (che il Piano Colao chiede di aumentare a 61 V/m), 6 V/m per situazioni di esposizione oltre le 4 ore come scuole, ospedali, ecc., ma ben 137 V/m per gli operai e i lavoratori nelle fabbriche e nelle aziende, a ulteriore con-ferma che, al di là delle chiacchiere, nel capitalismo la salute viene sempre dopo il profitto. È interessante rilevare, invece, che in Unione Sovietica e nei paesi socialisti dell’est euro-peo la ricerca sulla nocività relativa all’esposizione alle radiazioni da onde elettromagneti-che si era indirizzata fin dall’inizio anche sugli effetti non termici che portarono a scoprire alterazioni del sistema nervoso conseguenti a un’esposizione prolungata a campi elettro-magnetici di livelli anche molto bassi; i limiti fissati erano di conseguenza cento volte infe-riori ai nostri attuali; i sovietici, inoltre, che furono tra i primi a studiare gli effetti biologici dell’esposizione degli esseri umani alle emissioni dei radar militari, che utilizzano frequenze tra 200 MHz e 10 GHz, misero fuorilegge i forni a microonde, che oggi hanno invaso le ca-se di molti di noi, sia per gli effetti sul cibo che per quelli sulle persone; i forni a microon-de utilizzano la frequenza di 2,45 GHz per irradiare il cibo provocando un movimento di frizione tra le molecole che produce il calore per riscaldarlo (si usa questa frequenza perché è quella che consente all’acqua di far assorbire la radiazione elettromagnetica al massimo grado e alla massima velocità). Da notare, per inciso, che il WiFi che utilizziamo per collegarci a Internet, sia in casa che fuori, utilizza la frequenza di 2,4 GHz, davvero molto vicina a quella dei forni a microonde: ognuno ne tragga le debite conseguenze. Gli organismi internazionali preposti alla salute, succubi delle lobby finanziarie e industriali, sotto la pressione delle popolazioni sono lentamente costrette a prendere atto del proble-ma: già nel 2011 l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) e l'Organizzazio-ne mondiale della sanità (WHO) hanno classificato le radiazioni delle onde elettromagneti-che a radiofrequenza come potenzialmente cancerogene per l'uomo e oggi vi è l’indicazione a riclassificarle come probabilmente cancerogene. Da allora centinaia di studi scientifici indipendenti, tra i quali quelli del National Toxicology Program del governo degli Stati Uniti e dell’Istituto Ramazzini di Bologna in Italia hanno evidenziato il nesso di causalità tra esposizione alle radiazioni a radiofrequenza e gli effetti nocivi, ignorati dai governi e screditati con contro-ricerche di parte, finanziate direttamen-te o indirettamente dalle industrie del settore. Numerosi appelli internazionali per una moratoria del 5G lanciati da scienziati, medici e ri-cercatori che hanno rilevato gli altissimi rischi di questa tecnologia per la salute restano i-nascoltati da organismi internazionali e governi. Perfino il Comitato Scientifico sui rischi sanitari ambientali ed emergenti (SCHEER) della Commissione Europea, che non ha mai brillato per obiettività e indipendenza, nel suo do-cumento di valutazione delle problematiche emergenti in materia di salute e ambiente del dicembre 2018, afferma che il 5G “evidenzia la preoccupazione per criticità sconosciute su salute e sicurezza. Resta controversa la valutazione per quanto riguarda i danni causati dalle attuali tecnologie 2G, 3G e 4G. Le tecnologie 5G sono molto meno studiate per quanto concerne i loro effetti sull’essere umano o sull’ambiente” e più avanti “La mancanza di prove chiare per fornire gli elementi per lo sviluppo delle linee guida sull’esposizione alla tecnologia 5G lascia aperta la possibilità di conseguenze biologiche indesiderate”. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità, noto per le sue posizioni negazioniste sulla nocività dei campi elettromagnetici, nel suo Rapporto ISTISAN 19/11 “Radiazioni a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche” di luglio 2019 è costretto ad ammettere: “L’introduzione della tecnologia 5G potrà quindi portare a scenari di esposizione molto complessi, con livelli di campo elettromagnetico fortemente variabili nel tempo, nello spa-zio e nell’uso delle risorse delle bande di frequenza. Di conseguenza, un singolo valore (medio o di picco), valutato in un’area o in un intervallo di tempo, potrebbe non essere una metrica valida per descrivere in modo efficace un’esposizione caratterizzata da un grado di incertezza e variabilità senza precedenti e i metodi tradizionali per la stima dell’esposizione dovranno essere integrati con altre tecniche, quali le metodiche stocasti-che”. (pag. 19) Quello che comunque appare evidente è che siamo di fronte a un processo di ribaltamento del principio di precauzione: invece di evitare l’uso di prodotti o tecnologie finché non è provata la loro innocuità, questi vengono autorizzati con la motivazione che non vi è (an-cora) evidenza della loro nocività. Ma questo significa ridurre gli esseri umani, e non solo, a una grande massa di perenni cavie, in nome del profitto, con tutto quello che ne conse-gue. E qui si torna alle domande iniziali: perché il 5G? A chi serve in realtà? Abbiamo cercato di dare alcune risposte «indipendenti» a queste domande ma la vera questione che dobbiamo porci è: il 5G migliora davvero la vita della popolazione in manie-ra tale da valer la pena di rischiare la salute della maggioranza per procurare il profitto a pochi? La risposta a questa domanda implica la messa in discussione del nostro modello di svi-luppo: non si tratta di negare il progresso, nemmeno quello tecnologico, si tratta invece di costruire un modello di sviluppo dove il lavoro e il progresso non siano contrapposti alla salute, un modello di sviluppo che produca per soddisfare i reali bisogni della comunità della stragrande maggioranza degli esseri umani e non la necessità di profitto privato di pochi finanzieri e industriali. David Tueta - CCL Coordinamento Comunista Lombardia