dicembre 2014 redazione
Dove sono i nostri
Inchiesta sulla composizione di classe in Italia "Dove sono i nostri", un’analisi seria ed approfondita che smaschera i luoghi comuni sul mondo del lavoro. Un manuale di sopravvivenza e di azione Pacifico Da qualche mese a questa parte è uscito nelle librerie il libro del Collettivo Clash City Workers, inchiesta approfondita e a tutto campo sul proletariato in Italia e sui conflitti più importanti e strategici nel nostro paese. È un libro molto serio e rigoroso per il metodo con cui ha condotto quest’inchiesta di cui c’era veramente bisogno. Utilizzando con criterio e senso critico i dati sulle Attività economiche (ATECO) fornite dall’ISTAT, con precisione certosina sono forniti al lettore dati, tabelle e grafici per ogni settore produttivo dell’economia italiana. Grazie a questo lavoro, si ha un quadro chiaro su chi produce la ricchezza, come la produce e quali sono le trasformazioni più significative del mondo del lavoro negli ultimi anni. L’analisi prende in considerazione i lavoratori dipendenti, parasubordinati, produttivi e improduttivi, “finte” partite Iva, Neet, immigrati, disoccupati, e settori della piccola borghesia (che ha sempre svolto un ruolo importante nelle vicende del nostro paese), cercando di capire come poter unire i vari settori di classe e quale organizzazione politica (non solo economica), questa debba dotarsi per ottenere la propria emancipazione e liberazione. È un testo controcorrente rispetto allo stato attuale degli studi sulle classi sociali prodotti dal caravanserraglio mediatico della cultura neoliberista vestita di sinistra. Si può concordare con quanto affermano gli autori: da alcuni decenni la sinistra ha rinunciato alla capacità di analizzare seriamente la struttura di classe del Paese perdendosi dietro a «tatticismi politici, a suggestivi "immaginari", a nuove narrazioni». è un testo che ha cercato di affrontare temi letteralmente snobbati da decenni dalla sinistra italiana di impronta borghese-radical chic, ma anche da settori della sinistra cosiddetta antagonista. E' altresì un libro coraggioso, perché non è fine a se stesso, perché pone come obiettivo della sua analisi la ripresa e lo sviluppo del conflitto di classe, per la trasformazione rivoluzionaria dell’esistente. È un testo necessario per tutti coloro che vogliono lottare per la costruzione di una società più giusta, impossibile financo da immaginare senza il coinvolgimento dei lavoratori salariati, ma per coinvolgerli ed organizzarli occorre sapere cosa fanno “qui e ora”, e questo libro da un contributo preziosissimo visto che il movimento comunista in Italia è ai minimi storici dai tempi della fine della Seconda Guerra Mondiale. Un libro profondo, a tutto campo, perché non si limita al dato statistico quantitativo, in quanto alla descrizione di ogni settore del lavoro salariato si accompagna sempre un richiamo all'esperienza diretta del collettivo dei Clash city workers con i vari settori del lavoro salariato in anni di lotte e vertenze in alcune delle aree metropolitane principali del nostro Paese. Di ogni settore è valutato il grado di centralità nell’accumulazione capitalistica nonché la capacità di mobilitazione espressa negli ultimi anni, la presenza del sindacato, e le potenzialità di ricomposizione con il resto della classe e di antagonismo nei confronti del capitalismo. Il loro metodo ha permesso (finalmente) di fare piazza pulita a tutte le tendenze culturali (si fa per dire) che hanno inquinato il dibattito negli ultimi tre decenni, che ha visto una sinistra sempre più sfacciatamente borghese, negare la centralità del lavoro salariato produttivo di plusvalore e della classe operaia. Il volume fornisce la giusta interpretazione ai processi di terziarizzazione che ha interessato la nostra economia, processi che superficialmente sono stati interpretati, dalla sinistra borghese e ferocemente neoliberista, come superamento della produzione materiale a favore di quella immateriale, superamento del lavoro subordinato con quello “cognitivo”, favorendo così la liquidazione delle categorie marxiste e la conseguente decadenza della sinistra italiana. Ma i fatti, i numeri, parlano più chiaro di mille chiacchiere da salotto circa “il mondo che cambia”. Infatti, il settore impiegato dall’industria è quello più consistente nel mondo del lavoro, quasi 4 milioni di addetti nella manifattura che diventano 5,8 milioni nell'industria strettamente intesa (censimento 2011). Inoltre, attraverso un dettagliato lavoro di scomposizione dei settori Ateco, ci dice un'altra cosa importante e cioè che una parte notevole delle unità perse da questo settore e ora classificate nel terziario, sono in realtà composte di lavoratori esternalizzati, che continuano a svolgere il loro lavoro o dentro la fabbrica o all'esterno, ma sempre in relazione diretta o indiretta alla produzione della grande fabbrica, che rimane centrale nella produzione della ricchezza sociale. A dispetto delle generalizzazioni dei teorici dell'economia della conoscenza, tra i lavoratori dei servizi la maggioranza svolge mansioni operaie e il rimanente, sebbene spesso con alta scolarizzazione, è costituito da lavoratori in buona parte proletarizzati, che più spesso di quanto si pensi svolgono mansioni ripetitive, parcellizzate, esecutive, e la cui subordinazione al capitale è schiacciante, sebbene spesso in forme mascherate come quelle del lavoro parasubordinato e delle false partite Iva. Anche la questione della frammentazione della produzione manifatturiera va ridimensionata, perché molte micro e piccole imprese sono nei fatti articolazioni della grande azienda, rispondendo a esigenze di riduzione dei costi e di neutralizzazione della capacità di mobilitazione dei lavoratori. Il libro, inoltre, dimostra come la manifattura, nei paesi a capitalismo avanzato, sia ancora al centro dei loro sistemi economici, portando in evidenza gli sforzi della stessa amministrazione Obama, di reinternalizzare settori della produzione che erano stati portati all’estero. Ma la centralità è anche soggettiva: “Contrariamente a quanto comunemente pensano molti attivisti politici, che scontano su questo anche una mancanza complessiva di informazione e di conoscenza del mondo operaio, che si caratterizza per una conflittualità continua anche se non sempre visibile e di "piazza", il proletariato della media-grande fabbrica rimane a tutt'oggi il soggetto più combattivo del mondo del lavoro, anche se spesso è incapace di creare relazioni che vadano oltre il perimetro del proprio stabilimento, pesantemente inquadrato com'è da sindacati che ne limitano l'azione.” (pag. 76). Tuttavia, non è la semplice riproposizione del ritornello circa la centralità del lavoro produttivo, ma una vera analisi sulle trasformazioni della composizione di classe a seguito delle esternalizzazioni e delle privatizzazioni del welfare e di settori economici legati all’accumulazione capitalistica. Il lavoro produttivo viene rintracciato nello sviluppo di settori terziari come le comunicazioni, i trasporti e il magazzinaggio, l'informatica, l'istruzione e la sanità privata. Nessuna categoria del lavoro dipendente è dimenticata, comprese la grande distribuzione e la Pubblica amministrazione, alle quali vengono dedicate pagine interessanti. Pagine altrettanto importanti sono dedicate al ceto medio dell'artigianato e della piccola impresa, che, com'è sottolineato, ha svolto e svolge tuttora un ruolo importante nella politica di questo Paese, nonostante e forse a causa dei processi di ristrutturazione complessiva a livello europeo. Alla fine di questa digressione, il collettivo cerca di dare una risposta circa il come organizzare il conflitto, facendo notare che, se si vuole un’organizzazione efficace, questa deve ricalcare la struttura materiale dell’accumulazione, pena l’incorrere in sonore e copiose sconfitte. Quindi un’organizzazione sindacale divisa per categorie (che grazie alla terziarizzazione sono oggigiorno integrate) non è adatta in questo momento storico, ma dovrebbe riprendere, rispecchiare le filiere cui è articolata la produzione capitalistica. Inoltre è sempre più necessario internazionalizzarsi, esattamente com’è internazionalizzata la produzione. Secondo gli autori, è proprio l'integrazione tra primario, secondario e terziario, combinata con la concentrazione dei capitali (dovuta alla finanziarizzazione) che determina l'unificazione oggettiva della classe lavoratrice: “La combinazione di questi due processi, terziarizzazione dell'industria e finanziarizzazione, fa sì che dal punto di vista materiale questi lavoratori siano già uniti. Sono però artificialmente divisi da un punto di vista sindacale e soprattutto politico. Una volta preso atto di questa trasformazione materiale, qual è il nostro compito? Quello di lavorare per ricomporre da un punto di vista soggettivo quello che oggettivamente connesso” (pag. 179). Inoltre, visto che «è in atto una uniformazione al ribasso di tutti i lavoratori, che vedono diventare le loro condizioni di vita e le loro aspettative sempre più simili, la classe è oggi molto più omogenea che in passato e nei prossimi anni lo sarà sempre di più» (p.191). Personalmente, sono d’accordo con quanto da loro riportato, anche se mi preme sottolineare come le tipologie contrattuali diverse, le subforniture, le esternalizzazioni non impediscano al capitale di essere interconnesso, ma questo non comporta automaticamente, l’interconnessione tra lavoratori. Ma questo limite verrà superato solo quando sarà sciolto il nodo dell’organizzazione che, come il collettivo stesso rammenta, deve uscire dai limiti dei cancelli dello stabilimento, deve andare oltre i confini della vertenza aziendale (o di categoria), dobbiamo “unire i lavoratori indipendentemente da territori, categorie, aziende, sindacati di appartenenza, li dobbiamo portare a porsi su un piano politico...” (pag. 199). Solo così si potrà rispondere alle varie controffensive dei vari governi in tema di diritti e condizioni di lavoro, dove si vede sempre più la borghesia coscientemente fare leva su elementi sovrastrutturali per dividere il proletariato, e di attaccarne l’autonomia con la favola che, in tempi di crisi, non vi sia conflitto tra capitale e lavoro, ma “bisogna uscirne insieme”. Per scongiurare tutto ciò, occorre iniziare un processo di ricostruzione di un’organizzazione di classe politica capace di dare spiegazioni e risposte alla crisi sistemica epocale che stiamo vivendo. La questione dell’organizzazione altro non è che la questione del partito comunista, che è il nodo che ci permette di fare il salto di qualità dall’economicismo, dalla pura (sia pur importantissima) difesa degli interessi economici della Classe, alla lotta politica, l’unica in grado di dare effettiva e definitiva soluzione ai problemi dei salariati. Dove sono i nostri, La casa Usher
aprile 2018 redazione
L'uomo copernicano
Pensiero critico e trasformazione sociale ”L'uomo copernicano” di Antonio Banfi Antonio Banfi, ne L'uomo copernicano sviluppa il carattere critico della filosofia e fa un lavoro preziosissimo per quanti si propongono di costruire un rapporto critico con la realtà storica, non per contemplarla, né per accettarla passivamente, ma per trasformarla. In questa direzione si muove tutto il lavoro filosofico di Banfi che, partendo dal razionalismo critico, elabora gli schemi teoretici validi per condurre una lotta culturale contro l’irrazionalismo e contro il dogmatismo metafisico. Il razionalismo critico, nasce nell’età moderna con l’avvento del sapere scientifico che introduce nel mondo del sapere una dimensione critica, che viene sviluppata in modo determinante da Marx, il vero fondatore della filosofia critica. La nuova dimensione teoretica del sapere è stata introdotta sia dalla rivoluzione scientifica moderna sia dal materialismo storico che, per Banfi, si determina storicamente come un «sapere per l’azione e nell’azione, che dall’azione nasce, in essa si feconda e si universalizza, da essa si solleva per spronarla e dirigerla e di nuovo garantirsi nella sua ricchezza». Questa concezione del sapere costituisce la più penetrante espressione dell’XI Tesi su Feuerbach, formulata da Marx. «I filosofi [i filosofi dogmatico-metafisici] si sono limitati ad interpretare il mondo si tratta di trasformarlo»: e questo è il compito della filosofia critica. La natura critica di tale sapere, è data dalla coscienza del carattere dialettico della «natura del razionale» come reciproca funzionalità di essere e pensiero. Il razionalismo critico in Marx e in Banfi si rivela come «coscienza storica che, penetrando nella struttura dialettica della storia, attraverso l’esperienza dei suoi conflitti, indichi in essa la concreta direzione di lotta e di creazione di una reale universalità umana» cioè, sempre per usare le parole di Banfi, «l’uso critico della ragione, corrisponde alla libertà e alla fecondità di un umanesimo storico eticamente costruttivo». Per la filosofia critica conoscere il mondo significa conoscere il mondo umano dell’esperienza per trasformarlo ininterrottamente in situazioni particolari, poste nel tempo e nello spazio, nella società e nella storia. Banfi ne L’uomo copernicano muove una critica teoreticamente argomentata alla metafisica. Il mondo storico, nella sua autonomia, ha immanente un principio d’intellegibilità e non ha bisogno di ricorrere ad un principio d’intellegibilità extrastorico o metafisico. Banfi supera il modo metafisico di impostazione dei problemi teorici attraverso quella metodologia critica del razionale che è lo strumento fondamentale per uscire definitivamente dalle secche di ogni metafisica e per interpretare l'esperienza storica secondo un umanesimo marxista. Il marxismo per Banfi è sapere storico che nasce dalla storia, spiega il processo storico con le leggi immanenti ad esso mostrando così la propria efficacia scientifica; ma proprio perché il suo sistema di concetti nasce da un rapporto storico, l'obbiettività della lotta di classe, esso non cristallizza la realtà secondo uno schema statico, ma piuttosto diviene strumento positivo di analisi e quindi di conoscenza storica e di analisi politica. Ed in questo rapporto consiste la sua vita concreta, la sua fecondità rivoluzionaria. C.S.
novembre 2016 redazione
Mercanti di morte
Mercanti di morte Nelle sale cinematografiche il film “Trafficanti” basato su una storia vera Pacifico Si sa, l’immediato dopo estate non è il periodo migliore per poter vedere dei film quantomeno guardabili. Di soli-to propinano minestre riscaldate, oppure paccottiglie de-stinate a finire, meritatamente, nel dimenticatoio nel giro di due settimane, giusto il tempo di smaltire la sbornia delle ferie. Eppure, contro ogni ragionevole pronostico, in questo drammatico e turbolento 2016, che vede i teatri di Ucrai-na, Siria e Libia infuocarsi sempre più complice la poli-tica insipiente e guerrafondaia dell’imperialismo euro-sionamericano, esce nelle sale un film molto interessan-te. Il titolo è “I Trafficanti” regia di Todd Phillips, non proprio un luminare e nemmeno un militante, ma si sa non siamo nei tempi di giganti come Elio Petri. Pur non es-sendo un capolavoro, il film ha il merito di metter in luce, con linguaggio semplice, graffiante e irriverente, una delle perversioni peggiori del “complesso militar in-dustriale” che ancora tiene in vita il putrescente capi-talismo occidentale. La narrazione del film si ispira ad una storia vera rac-contata dalla rivista Rolling Stone (http://www.rollingstone.com/politics/news/the-stoner-arms-dealers-20110316) e successivamente pubblicato in un libro intitolato Arms and the Dudes. I protagonisti sono David Packouz ed Efrain Diveroli. Il primo massaggiatore a domicilio che cerca di arrotondare il salario vendendo lenzuola a case di riposo, il secondo rampollo ricco e sfacciato di una ricca famiglia ebrea di Miami Beach. I due mettono in piedi una società di intermediazione di armi, la AEY Inc. I due si incontrano per caso dopo tanti anni dalla fine del liceo, e il secondo, già esperto nel fiutare affari, sfrutta “l’opportunità” data dal governo Bush di far par-tecipare agli appalti per la fornitura di armi all’esercito USA anche imprese “medie” o “piccole”. Lo stesso governo Bush diede una forte accelerata alla “pri-vatizzazione” della guerra, che prevedeva l’appalto ad aziende private di settori sempre più ampi dello sforzo militare: dalla costruzione e protezione di basi milita-ri, alla protezione del personale diplomatico, fino ai famigerati contractors (tra cui, se ricordate, vi furono tanti italiani). I “nostri” giovani protagonisti capiscono entrambi che, se vogliono diventare ricchi, è sufficiente entrare nelle grazie di un solo grande cliente che non bada a spese quando si tratta di armi e munizioni: il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. “Chi vi dice che la guerra si fa per la democrazia o per qualsiasi ideale, vi dice una stronzata, la guerra è solo un affare”, è una frase che uno dei due protagonisti nel raccontare, con la tecnica del flash back, la sua parabo-la. In effetti solo l’equipaggiamento di un solo soldato ame-ricano costa poco più di 17000 dollari, più o meno il CUD di una dichiarazione dei redditi di un lavoratore italia-no medio. Come l’antico impero romano pesava sulle spalle di schiavi, contadini e plebei, l’imperialismo attuale succhia ricchezze e speranze ad un proletariato e agli strati più bassi di una classe media sempre più vittime di mancanza di rappresentanza politica e sindacale. “Trafficanti” può essere considerata una commedia scor-retta che in parte ricorda il film del 1974 “Finché c’è guerra, c’è speranza” con Alberto Sordi. Il film, con ar-tifizi registici, tende a ridicolizzare e denunciare, non solo i due protagonisti, ma anche tutto il sistema di sfruttamento della morte. La guerra è un affare in conti-nua crescita (si è passati da un giro di affari di 145 miliardi di dollari nel 2001, a 390 nel 2008). Il film spiega che le fette grosse se le prendono le solite mul-tinazionali, senza che vi sia concorrenza (chi crede an-cora alle “teorie” di Adam Smith?), poi vengono le “bri-ciole”, ove si infilano personaggi legati anche ad orga-nizzazioni criminali. Insomma, l’imperialismo, come dimo-strato con il commercio di droga in Afghanistan (vedere il libro di Enrico Piovesana Afghanistan 2011-2016. La nuova guerra dell’oppio. Arianna Editrice), non si fa nessuno scrupolo ad allearsi con le mafie, questo noi i-taliani lo sappiamo molto bene da quando gli americani vennero a “liberare” la Sicilia… Nella narrazione del film (così come nella realtà) però, lo scandalo non emerse tanto per questo, quanto per il fatto che le due new entry in questo commercio avevano cercato di accaparrarsi una fetta più grande di quella loro destinata, calpestando qualche mignolo di chi invece era abituato, “per diritto acquisito” ad occupare certe posizioni. Per vincere un appalto da 300 milioni di dol-lari, i nostri protagonisti intrecciano un’alleanza con la mafia albanese, grazie ai contatti con Heinrich Tho-met, faccendiere svizzero, denunciato anche da Amnesty International per traffico d’armi anche laddove vi erano embarghi internazionali, ma che godeva di ottime referen-ze presso la Difesa degli USA, per via di forniture pre-cedenti. Thomet e i suoi contatti procurano ai due giova-ni protagonisti un deposito di armi dell’ex esercito po-polare dell’Albania di Enver Hoxha a prezzi stracciati. Lo scandalo è che i proiettili che si procurano, e che poi avrebbero dovuto rifornire l’esercito ascaro del go-verno vassallo dell’Afghanistan, erano di fabbricazione Cinese (la Cina, dopo che la cricca di Kruscev sale al poter nel dopo Stalin, fu l’unico paese a rimanere allea-to dell’Albania). Sulla Cina pende, dopo i fatti di piaz-za Tienammen del 1989, un blocco per il commercio di armi da parte degli statunitensi. La cosa fu presa a pretesto dalle ditte concorrenti che non videro di buon occhio l’ingresso nel fruttuoso mercato di morte dei due nuovi insider, ragion per cui cominciarono a far pressioni al Dipartimento della Difesa Usa. La notizia fu data per prima dal New York Times nel 2008 (http://www.nytimes.com/2008/03/27/world/asia/27ammo.html?_r=2&ref=world&oref=slogin). Il film, velatamente, de-nuncia altresì anche certo giornalismo di inchiesta com-patibile col sistema. Di recente ne abbiamo avuto un e-sempio, laddove si è parlato (più nella stampa estera) del coinvolgimento dei Sauditi negli atti terroristici dell’11 settembre, senza però mai denunciare il fatto che dall’epoca è il Governo statunitense stesso che pone il veto su ogni possibile inchiesta che faccia luce sulla faccenda. Quando sono andato a vederlo la sala era piena di ragazzi sui vent’anni, di cui spesso ci si lamenta per l’indifferenza cronica. In parte questo può essere vero, ma anche vero che a volte è solo un problema di linguag-gio. Con i mezzi giusti, forse, sarà possibile quel ri-cambio generazionale indispensabile a dare speranze e prospettive per una nuova umanità.
agosto 2019 redazione
Religione e comunismo
"Religione e comunismo" Non un manuale di ateismo, ma l'analisi del conflitto tra il paradigma idealistico-metafisico dell'esistente e la visione scientifico-materialista Dal 30 maggio è vendita presso tutte le librerie un interessante lavoro realizzato da Concetto Solano, dal titolo “Religione e comunismo”. Il testo rappresenta una dettagliata e documentata critica del cristianesimo attraverso un'approfondita analisi dei testi, della storia, dell'apparato teoretico della religione cristiana. La religione viene vista come alienazione, cioè come riconoscimento del significato dell'uomo in un alius, in un altro – dio, appunto – elevato ad entità ontologica che dà significato e valore morale all'uomo. Da questa estraneità dell'uomo a se stesso ne è conseguita la legittimazione della sottomissione della donna all'uomo, la giustificazione delle disuguaglianze sociali, la legittimazione di tutte le forme di divisione della società in classi, a partire dallo schiavismo, fino ad arrivare ai giorni nostri. La pretesa dogmatica della “verità” della propria scelta ontologica, del proprio dio, ha comportato secoli di massacri e di persecuzioni, sia nei confronti delle altre religioni e di tutti gli esponenti di un pensiero critico i cui libri sono stati posti, fino al secolo scorso, all'Index librorum prohibitorum. Non fanno eccezione le prese di posizione del papa Francesco I che, al di là di una parvenza apparentemente innovatrice, ricalca le posizioni più retrive della chiesa cattolica su questioni quali l'aborto, l'eutanasia, la famiglia e più in generale, la riproposizione fedele di tutto l'apparato dogmatico della chiesa. La seconda parte approfondisce la critica di Marx alla religione, a dio come atto teoreticamente arbitrario, cui consegue la fondazione di valori astratti, vuoti, e quindi disponibili ad ogni compromesso con le forze più conservatrici. La critica su basi teoreticamente rinnovate, realizzata dal materialismo storico di Marx, consente di porre sotto una nuova luce la critica alla fede, quale atto prelogico e teoreticamente inconsistente e di riportare, al tempo stesso, “la critica del cielo” alla “critica della terra”, superando il moralismo cristiano e realizzando una moralità criticamente costruita dall'uomo, finalmente artefice di se stesso.
20 dicembre 2014 redazione
recensione
Inchiesta sulla composizione di classe in Italia "Dove sono i nostri", un’analisi seria ed approfondita che smaschera i luoghi comuni sul mondo del lavoro. Un manuale di sopravvivenza e di azione Da qualche mese a questa parte è uscito nelle librerie il libro del Collettivo Clash City Workers, inchiesta approfondita e a tutto campo sul proletariato in Italia e sui conflitti più importanti e strategici nel nostro paese. È un libro molto serio e rigoroso per il metodo con cui ha condotto quest’inchiesta di cui c’era veramente bisogno. Utilizzando con criterio e senso critico i dati sulle Attività economiche (ATECO) fornite dall’ISTAT, con precisione certosina sono forniti al lettore dati, tabelle e grafici per ogni settore produttivo dell’economia italiana. Grazie a questo lavoro, si ha un quadro chiaro su chi produce la ricchezza, come la produce e quali sono le trasformazioni più significative del mondo del lavoro negli ultimi anni. L’analisi prende in considerazione i lavoratori dipendenti, parasubordinati, produttivi e improduttivi, “finte” partite Iva, Neet, immigrati, disoccupati, e settori della piccola borghesia (che ha sempre svolto un ruolo importante nelle vicende del nostro paese), cercando di capire come poter unire i vari settori di classe e quale organizzazione politica (non solo economica), questa debba dotarsi per ottenere la propria emancipazione e liberazione. È un testo controcorrente rispetto allo stato attuale degli studi sulle classi sociali prodotti dal caravanserraglio mediatico della cultura neoliberista vestita di sinistra. Si può concordare con quanto affermano gli autori: da alcuni decenni la sinistra ha rinunciato alla capacità di analizzare seriamente la struttura di classe del Paese perdendosi dietro a «tatticismi politici, a suggestivi "immaginari", a nuove narrazioni». è un testo che ha cercato di affrontare temi letteralmente snobbati da decenni dalla sinistra italiana di impronta borghese-radical chic, ma anche da settori della sinistra cosiddetta antagonista. E' altresì un libro coraggioso, perché non è fine a se stesso, perché pone come obiettivo della sua analisi la ripresa e lo sviluppo del conflitto di classe, per la trasformazione rivoluzionaria dell’esistente. È un testo necessario per tutti coloro che vogliono lottare per la costruzione di una società più giusta, impossibile financo da immaginare senza il coinvolgimento dei lavoratori salariati, ma per coinvolgerli ed organizzarli occorre sapere cosa fanno “qui e ora”, e questo libro da un contributo preziosissimo visto che il movimento comunista in Italia è ai minimi storici dai tempi della fine della Seconda Guerra Mondiale. Un libro profondo, a tutto campo, perché non si limita al dato statistico quantitativo, in quanto alla descrizione di ogni settore del lavoro salariato si accompagna sempre un richiamo all'esperienza diretta del collettivo dei Clash city workers con i vari settori del lavoro salariato in anni di lotte e vertenze in alcune delle aree metropolitane principali del nostro Paese. Di ogni settore è valutato il grado di centralità nell’accumulazione capitalistica nonché la capacità di mobilitazione espressa negli ultimi anni, la presenza del sindacato, e le potenzialità di ricomposizione con il resto della classe e di antagonismo nei confronti del capitalismo. Il loro metodo ha permesso (finalmente) di fare piazza pulita a tutte le tendenze culturali (si fa per dire) che hanno inquinato il dibattito negli ultimi tre decenni, che ha visto una sinistra sempre più sfacciatamente borghese, negare la centralità del lavoro salariato produttivo di plusvalore e della classe operaia. Il volume fornisce la giusta interpretazione ai processi di terziarizzazione che ha interessato la nostra economia, processi che superficialmente sono stati interpretati, dalla sinistra borghese e ferocemente neoliberista, come superamento della produzione materiale a favore di quella immateriale, superamento del lavoro subordinato con quello “cognitivo”, favorendo così la liquidazione delle categorie marxiste e la conseguente decadenza della sinistra italiana. Ma i fatti, i numeri, parlano più chiaro di mille chiacchiere da salotto circa “il mondo che cambia”. Infatti, il settore impiegato dall’industria è quello più consistente nel mondo del lavoro, quasi 4 milioni di addetti nella manifattura che diventano 5,8 milioni nell'industria strettamente intesa (censimento 2011). Inoltre, attraverso un dettagliato lavoro di scomposizione dei settori Ateco, ci dice un'altra cosa importante e cioè che una parte notevole delle unità perse da questo settore e ora classificate nel terziario, sono in realtà composte di lavoratori esternalizzati, che continuano a svolgere il loro lavoro o dentro la fabbrica o all'esterno, ma sempre in relazione diretta o indiretta alla produzione della grande fabbrica, che rimane centrale nella produzione della ricchezza sociale. A dispetto delle generalizzazioni dei teorici dell'economia della conoscenza, tra i lavoratori dei servizi la maggioranza svolge mansioni operaie e il rimanente, sebbene spesso con alta scolarizzazione, è costituito da lavoratori in buona parte proletarizzati, che più spesso di quanto si pensi svolgono mansioni ripetitive, parcellizzate, esecutive, e la cui subordinazione al capitale è schiacciante, sebbene spesso in forme mascherate come quelle del lavoro parasubordinato e delle false partite Iva. Anche la questione della frammentazione della produzione manifatturiera va ridimensionata, perché molte micro e piccole imprese sono nei fatti articolazioni della grande azienda, rispondendo a esigenze di riduzione dei costi e di neutralizzazione della capacità di mobilitazione dei lavoratori. Il libro, inoltre, dimostra come la manifattura, nei paesi a capitalismo avanzato, sia ancora al centro dei loro sistemi economici, portando in evidenza gli sforzi della stessa amministrazione Obama, di reinternalizzare settori della produzione che erano stati portati all’estero. Ma la centralità è anche soggettiva: “Contrariamente a quanto comunemente pensano molti attivisti politici, che scontano su questo anche una mancanza complessiva di informazione e di conoscenza del mondo operaio, che si caratterizza per una conflittualità continua anche se non sempre visibile e di "piazza", il proletariato della media-grande fabbrica rimane a tutt'oggi il soggetto più combattivo del mondo del lavoro, anche se spesso è incapace di creare relazioni che vadano oltre il perimetro del proprio stabilimento, pesantemente inquadrato com'è da sindacati che ne limitano l'azione.” (pag. 76). Tuttavia, non è la semplice riproposizione del ritornello circa la centralità del lavoro produttivo, ma una vera analisi sulle trasformazioni della composizione di classe a seguito delle esternalizzazioni e delle privatizzazioni del welfare e di settori economici legati all’accumulazione capitalistica. Il lavoro produttivo viene rintracciato nello sviluppo di settori terziari come le comunicazioni, i trasporti e il magazzinaggio, l'informatica, l'istruzione e la sanità privata. Nessuna categoria del lavoro dipendente è dimenticata, comprese la grande distribuzione e la Pubblica amministrazione, alle quali vengono dedicate pagine interessanti. Pagine altrettanto importanti sono dedicate al ceto medio dell'artigianato e della piccola impresa, che, com'è sottolineato, ha svolto e svolge tuttora un ruolo importante nella politica di questo Paese, nonostante e forse a causa dei processi di ristrutturazione complessiva a livello europeo. Alla fine di questa digressione, il collettivo cerca di dare una risposta circa il come organizzare il conflitto, facendo notare che, se si vuole un’organizzazione efficace, questa deve ricalcare la struttura materiale dell’accumulazione, pena l’incorrere in sonore e copiose sconfitte. Quindi un’organizzazione sindacale divisa per categorie (che grazie alla terziarizzazione sono oggigiorno integrate) non è adatta in questo momento storico, ma dovrebbe riprendere, rispecchiare le filiere cui è articolata la produzione capitalistica. Inoltre è sempre più necessario internazionalizzarsi, esattamente com’è internazionalizzata la produzione. Secondo gli autori, è proprio l'integrazione tra primario, secondario e terziario, combinata con la concentrazione dei capitali (dovuta alla finanziarizzazione) che determina l'unificazione oggettiva della classe lavoratrice: “La combinazione di questi due processi, terziarizzazione dell'industria e finanziarizzazione, fa sì che dal punto di vista materiale questi lavoratori siano già uniti. Sono però artificialmente divisi da un punto di vista sindacale e soprattutto politico. Una volta preso atto di questa trasformazione materiale, qual è il nostro compito? Quello di lavorare per ricomporre da un punto di vista soggettivo quello che oggettivamente connesso” (pag. 179). Inoltre, visto che «è in atto una uniformazione al ribasso di tutti i lavoratori, che vedono diventare le loro condizioni di vita e le loro aspettative sempre più simili, la classe è oggi molto più omogenea che in passato e nei prossimi anni lo sarà sempre di più» (p.191). Personalmente, sono d’accordo con quanto da loro riportato, anche se mi preme sottolineare come le tipologie contrattuali diverse, le subforniture, le esternalizzazioni non impediscano al capitale di essere interconnesso, ma questo non comporta automaticamente, l’interconnessione tra lavoratori. Ma questo limite verrà superato solo quando sarà sciolto il nodo dell’organizzazione che, come il collettivo stesso rammenta, deve uscire dai limiti dei cancelli dello stabilimento, deve andare oltre i confini della vertenza aziendale (o di categoria), dobbiamo “unire i lavoratori indipendentemente da territori, categorie, aziende, sindacati di appartenenza, li dobbiamo portare a porsi su un piano politico...” (pag. 199). Solo così si potrà rispondere alle varie controffensive dei vari governi in tema di diritti e condizioni di lavoro, dove si vede sempre più la borghesia coscientemente fare leva su elementi sovrastrutturali per dividere il proletariato, e di attaccarne l’autonomia con la favola che, in tempi di crisi, non vi sia conflitto tra capitale e lavoro, ma “bisogna uscirne insieme”. Per scongiurare tutto ciò, occorre iniziare un processo di ricostruzione di un’organizzazione di classe politica capace di dare spiegazioni e risposte alla crisi sistemica epocale che stiamo vivendo. La questione dell’organizzazione altro non è che la questione del partito comunista, che è il nodo che ci permette di fare il salto di qualità dall’economicismo, dalla pura (sia pur importantissima) difesa degli interessi economici della Classe, alla lotta politica, l’unica in grado di dare effettiva e definitiva soluzione ai problemi dei salariati. Dove sono i nostri, La casa Usher