agosto 2019 redazione
Venezuela e diritti umani
Solidarietà contro un criminale blocco Intervista con Rafael Aguirre, segretario del COSI (Comité de Soli-daridad Internacional) del Venezuela L’11 luglio scorso abbiamo intervistato per "nuova unità" - nel corso di una riunione - il Segretario generale del COSI venezuelano. Il COSI è un’organizzazione venezuelana fondata nel 1971, e fa parte del Comitato E-secutivo del Consiglio Mondiale per la Pace. nu. Sei di ritorno dalla Svizzera e come mai sei qui in Italia? R. Abbiamo partecipato alla riunione del Consiglio per i Diritti Umani sul Ve-nezuela che si è svolta recentemente a Ginevra e abbiamo approfittato dell’occasione di visitare Milano grazie all’invito che ci hanno fatto alcune or-ganizzazioni politiche e sociali come il Comitato contro la Guerra di Milano con l’obiettivo, in primo luogo, di dare un riconoscimento all’immensa solidarietà che hanno manifestato le organizzazioni italiane, il popolo italiano, verso il nostro popolo. Sappiamo delle assemblee, delle manifestazioni e dei presidi nelle strade nelle quali avete espresso la vostra solidarietà e soprattutto che avete manifestato perché sapete che il nostro paese è coinvolto in una guerra imperialista che ha l’obiettivo di appropriarsi delle nostre risorse strategiche. Abbiamo anche colto l’opportunità per venire a denunciare ciò che oggi signi-ficano le misure coercitive unilaterali - le sanzioni economiche contro il nostro paese - per parlare della difficile situazione in cui si trova il nostro popolo co-me risultato della recrudescenza di queste sanzioni criminali da parte dell’imperialismo nordamericano e dei paesi dell’Unione Europea, che colpi-scono fondamentalmente il suo diritto all’alimentazione, alla salute, alla casa, all’insieme dei diritti sociali che, nel quadro del nostro processo, abbiamo po-tuto garantire al nostro popolo e che l’imperialismo non vuole permettere; per questo strangolano l’economia venezuelana, impongono un insieme di misure a livello internazionale per impedire le transazioni commerciali del Ve-nezuela, per impedire la vendita del suo petrolio a livello internazionale. Un insieme di azioni in campo economico, finanziario e commerciale che non ha altro risultato che la sofferenza del nostro popolo. nu. C’è un motivo particolare per stare proprio qui a Milano? Mi sembra che ci sia una connessione con alcuni pazienti venezuelani che avrebbero bisogno di cure particolari... R. Sì. Effettivamente in Italia abbiamo un esempio vivo delle conseguenze che il blocco contro il nostro paese produce. In Italia ci sono attualmente 27 pazienti che stanno aspettando il trapianto di midollo osseo, un trattamento immensamente costoso in qualsiasi luogo del mondo e che sola-mente un governo che metta al centro la giustizia sociale è capace di farsene carico. E, specificamente nel caso del Venezuela, il nostro governo lo sta fa-cendo da molti anni. Ma oggi gli è diventato impossibile perché non può ono-rare gli impegni di spesa a livello internazionale in conseguenza della crisi. In particolare, nel caso dell’Italia, il Venezuela si è visto cancellare il pa-gamento di 11 milioni di euro alle varie istituzioni sanitarie per poter seguire queste 27 famiglie che si trovano qui in attesa del trapianto, 11 mi-lioni che sono stati pagati dal Venezuela attraverso il Novo Banco del Portogallo e che sono stati trattenuti e bloccati da questa banca in conseguenza della crisi. nu. Chiariamo bene: il governo venezuelano ha già pagato? R. Sì, ma i fondi per il trattamento di questi pazienti sono bloccati. Durante questo processo di pagamento e successivo blocco dei fondi venezuelani sono già morti 3 pazienti. Così possiamo vedere, e toccare con mano, quelle che sono le criminali azioni degli Stati Uniti e le nefaste conseguenze che hanno per i venezuelani, compatrioti che stanno soffrendo e che hanno familiari ma-lati in Italia. In particolare nella zona di Milano c’è un gruppo di pazienti che si trovano qui da tempo e hanno una complessa situazione di gravi difficoltà, con pro-blemi per mangiare, con problemi per continuare le cure, con problemi di al-loggio. Noi, in primo luogo, chiediamo alle organizzazioni sociali che alzino la loro voce, che si facciano sentire per poter sensibilizzare e denunciare al po-polo italiano le conseguenze di queste azioni. Chiediamo anche a queste organizzazioni che si parli di quello che ha signifi-cato e di cosa è, concretamente, un blocco contro un popolo, contro il popolo venezuelano. Vogliamo anche ricordare, nel quadro della solidarietà – che è la tenerezza dei popoli – che, come diceva José Martì, la solidarietà non è da-re quello che ci avanza ma condividere quello che abbiamo. Noi sappiamo, e lo riconosciamo, che le organizzazioni in Italia faranno quanto riterranno giu-sto nel quadro della solidarietà internazionalista per poter appoggiare queste famiglie come potranno, con molto o con poco... Rispetto a queste richieste che abbiamo fatto alle varie organizzazioni che abbiamo incontrato, abbiamo avuto risposte positive. Ci siamo incontrati con diverse organizzazioni politiche e sociali, con partiti comunisti, con Italia-Cuba, con il Comitato contro la Guerra di Milano che è quello che ha promos-so gli incontri con maggiore entusiasmo, con il Centro di Iniziativa Proletaria che anch’esso ha messo a disposizione la sua forza e il suo gruppo politico per trattare questi temi, e speriamo di poter incontrare altre organizzazioni, di sommare volontà, di sommare un maggior numero di persone, di individuali-tà, di organizzazioni che si sentano coinvolte in una causa sociale, per la dife-sa reale dei diritti umani in Venezuela. Se vogliamo difendere i diritti umani in Venezuela è questo il modo di farlo: non lo si fa con il bloqueo, non lo si fa con il nefasto Rapporto (di Michelle Bachelet, n.d.t.) che è stato presentato al Consiglio per i Diritti Umani a Gine-vra. È solo con le azioni di cui abbiamo parlato prima che si difendono i diritti u-mani del popolo venezuelano. (Intervista e traduzione di Daniela Trollio)
maggio 2019 redazione
Intervista Aldo Milani
Presente e futuro Con Aldo Milani, a tutto tondo, dopo la sua assoluzione Michele Michelino nu. Nel 2017 sei stato arrestato con una accusa infame di estorsione, di aver incassato mazzette, e sbattuto in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali e le televisioni per sputtanare te, il Sicobas e tutti e tutti quelli che creano con-flitto con il capitale lottando per i loro interessi. Il 13 maggio 2019 sei stato assolto (ricordiamo che il PM aveva chiesto 2anni e 4 mesi di reclusione), ma i mass-media hanno riportato la notizia in poche righe su quotidiani e tv locali dimostrando di essere un'informazione di regime al servizio dei padroni. Co-me hai vissuto questa vicenda tu e i compagni del sindacato? Milani. In realtà con patteggiamento era già stato condannato il Piccinini e contro di me non vi era nessuna prova in quasi cinquemila pagine di intercet-tazione solo in sette sono citato e la sola volta che si parla di soldi che i Le-voni dovevano dare lo si fa in riferimento alla nostra cassa di resistenza. In pratica Piccinini mi chiedeva quanti soldi il SI Cobas aveva sborsato per so-stenere i lavoratori in lotta ed avendo risposto che erano stati spesi 30 mila euro, Piccinini mi diceva che ne aveva chiesti 60 mila ai Levoni e tutto ciò era un acconto sulla parte economica che dovevano pagare per le mancate cor-responsioni in busta paga e che erano oggetto di trattativa tra gli avvocati di parte. Io rispondevo con un va bene (un niente per accusarmi di estorsione). Non c’entravo niente, ero estraneo alle mazzette del sig. Piccinini come si e-videnzia dalle immagini trasmesse anche se manipolate e quindi sono stato assolto dalle accuse. Il fatto grave è che continua l’attacco repressivo perché sembra che gli avvo-cati di parte vogliano fare appello. In ogni caso proprio oggi il mio sindacato ha presentato una denuncia tendente a dimostrare che l’azienda LEVONI con-tinua nella stessa politica non pagando il dovuto ai lavoratori, anche se loro (LA PROCURA, IL PADRONE) cercano di far diventare estorsione la semplice attività di contrattazione sindacale. A gennaio è stato dichiarato lo stato di agitazione per la GLS enreimpris di Piacenza, dove io non intervengo diret-tamente e solo per il fatto che ho firmato lo stato di agitazione, sono state depositate, da parte dell'azienda, 22 pagine di denuncia nelle quali si cerca di paragonare l'indizione dello sciopero - se non si ottiene l'incontro per una trattativa sulla applicazione contrattuale - come un ricatto e quindi una estor-sione. Minacciare lo sciopero se i padroni non si attengono al CCNL signifi-ca estorsione. In pratica i padroni tendono a mettere in discussione l’attività di sciopero. Formalmente lo sciopero lo riconoscono però vogliono svuotarlo della possibilità di usare certe forme di lotta per ottenere dei risultati; questo è il loro obiettivo e stanno spingendo affinché si approvi una legge per rego-lare lo sciopero. Esiste il precedente dell’accordo - già firmato dai Confederali e dalla stessa USB - che tende ad impedire i veri scioperi perché prevede che si possano fa-re solo se hai una sostanziale maggioranza nelle RSU. Noi ad oggi non ab-biamo all’interno delle aziende della logistica le RSU, ma le RSA e non fir-mando questo accordo tendono a non riconoscerci istituzionalmente. Noi non l'accettiamo e non abbiamo firmato accordi che tendono a regolare il conflit-to. nu. I lavoratori da subito ti hanno espresso solidarietà avendo capito che ti avevano teso una trappola per fare fuori te e il SICOBAS, però abbiamo visto che questo fatto ha creato disorientamento e divisioni anche in una parte del movimento sindacale. Alcuni sindacati confederali e anche sindacati di base in concorrenza con il Sicobas hanno preso per buone e a pretesto le accuse di estorsione del padrone avallate dalla Procura e dallo Stato contro di te pren-dendo subito le distanze e negando anche un minimo di solidarietà. Mol-te organizzazioni e compagni invece da subito ti hanno espresso solidarietà. Quali sono state le cause che hanno contribuito a far cadere l’accusa nei tuoi confronti. Milani. Le cause che hanno permesso la mia assoluzione sono dipese da di-verse cose. A parte la mobilitazione ci sono altri fattori del perché il giudice mi ha assolto dalle accuse. Il primo è stato senz’altro la mobilitazione dei la-voratori sin dal primo momento, già il giorno del mio arresto in tutti magazzi-ni i lavoratori hanno scioperato dando un chiaro segnale alla contropar-te. Anche nel giorno della sentenza nei magazzini spontaneamente si sono fermati per un'ora senza che ci fosse stata una chiara indicazio-ne dell’organizzazione sindacale per indire lo sciopero, io stesso ero all'oscuro di tale decisione. Inoltre una cinquantina di persone il giorno della sentenza autonomamen-te hanno deciso di fare un presidio fuori dal tribunale. Anche nel nostro sin-dacato c’è stata una discussione perché chi non ha esperienza sosteneva che era meglio non fare dimostrazioni a Modena, così pure aveva suggerito il mi-o avvocato il quale sosteneva: tanto abbiamo vinto sul piano giudiziario, at-tenzione perché se fate qualche iniziativa in città possono usare le mobilita-zioni per pronunciare una sentenza negativa. C’è stato un contrasto prima di tutto da parte mia nei confronti del mio avvo-cato perché con la sentenza poteva essere decisa da pregiudizio politico nei nostri confronti e quindi doveva essere il sindacato a decidere il che fare. An-che alcuni dei nostri quadri pensavano che era meglio non fare niente dal momento che l’accusa si era sgonfiata e il problema poteva essere risolto sul piano giudiziario. Invece abbiamo fatto una mobilitazione che ha permesso non solo di portare avanti la lotta su contenuti politici più avanzati, l’attacco contro di me che era stato portato avanti non era perché io non avevo fatto niente, anzi è proprio perché esercitiamo la lotta di classe contro i padroni, le istituzioni statali, per tali motivi che mi potevano condannare. I fatti dimo-strano che tutte le volte che si manifesta davanti ai tribunali con una certa forza è un motivo in più per far capire le nostre ragioni e questo può condi-zionare in parte anche le valutazioni dei giudici. Il secondo elemento è che la giudice Musti - capo dei giudici a Modena che in prima persona si era espo-sta la sera stessa del mio arresto invitando altri padroni a denunciarmi per lo stesso reato, e che a detta di molti ha sempre affrontato questi processi in maniera molto reazionaria - è stata sostituita una settimana prima di questa sentenza. Non è un caso che il nuovo giudice abbia aspettato il 13 maggio un mese dopo che era finito l'ultima udienza per dare la sentenza. Io ero convin-to che mi condannassero perché il PM, anche se ammetteva che avevo fatto l'estorsione a fine di bene per i lavoratori, aveva chiesto una condanna a due anni e 4 mesi di reclusione. Secondo me sono arrivati alla soluzione in senso positivo anche perché vi è stato questo cambiamento a livello di gestione della magistratura modene-se: problema risolto quando l’organo supremo della magistratura ha sostenuto che questa giudice Musti aveva vinto il concorso di giudice a Modena in maniera illegale, perché avevano "truccato" la graduatoria. A Mo-dena, a detta anche di fonti giornalistiche, c’è un gruppo di giudici apparte-nenti alla massoneria, legati al PD, che si sta disgregando nella misura in cui si stanno determinando altri equilibri politici del sistema di potere. La magistratura, la questura, gli organi di polizia di Modena nelle settimane precedenti alla sentenza avevano sempre avuto delle forme repressive di at-tacco alle lotte dei lavoratori e agli scioperi che facevamo. Anche i mezzi uti-lizzati dal punto di vista militare, da polizia e carabinieri, sono sempre più improntati alla violenza, non sparano più lacrimogeni in aria, ma quando sei seduto per terra: questo atteggiamento è un anticipo di quello che sarà il decreto sicurezza bis. Non potrai più neanche avere in mano un fumogeno per essere condannato. Modena fa scuola, è un apripista all'accentuarsi delle azioni repressive contro gli scioperi e alle nostre forme di lotta che portiamo avanti nella logistica e questo modello si estenderà a tutti. Il terzo elemento sono le contraddizioni in campo nemico, nelle forze bor-ghesi, nell’ultimo periodo relativo allo sciopero dell’Italpizza, la CGIL ha co-minciato a prendere pozione contro una aperta repressione delle lotte. In questa azienda la maggioranza dei lavoratori è iscritta, su indicazione delle cooperative alla UIL, e per concorrenzialità, in questo caso, la CGIL si è schie-rata perché sia applicato il contratto in relazione alle professionalità esercita-te. In più c’è stato un incontro al MISE dove l’inserimento dei 5stelle nella ge-stione di quel ministero ha favorito noi perché questo partito cerca di mettere in discussione la forza del PD nell'area modenese. Infatti, nell'incontro con l’azienda Italpizza al Ministero, quando la UIL ha posto il veto sulla nostra presenza perché non firmatari di contratti nazionali, il funzionario gli ha rispo-sto negativamente sostenendo che anche il SI Cobas aveva tutto il diritto di stare al tavolo di trattativa. Questi fatti, insieme all’allargamento della lotta e del conflitto, secondo me hanno influito in parte sulla decisione del giudice di assolvermi. nu. Alla fine ti hanno assolto ma per un anno e mezzo sei stato messo alla gogna mediatica, ti hanno applicato delle restrizioni e impedito di muoverti li-beramente, cosa ha comportato per te questo domicilio coatto? Milani. Il fatto di dover stare in casa senza possibilità di muovermi è stato un grosso problema, ma tutti noi che ci muoviamo sul terreno della lotta con una visone di classe dobbiamo metter in campo che andranno avanti contro le lotte operaie e la repressione sarà un dato oggettivo che aumenterà. Però, stare ai domiciliari è stato pesante non potendomi muovere sul territorio. Es-sendo, in questa fase, ancora il compagno che si muove di più sul piano na-zionale per il sindacato, stare chiuso in casa e segnalare quando uscivo dove andavo è stato molto pesante. Un altro aspetto a proposito di repressione: Venerdì dell'altra settimana siamo stati a Napoli per un’assemblea operaia e mentre eravamo in albergo di notte del (18), si sono i presentati i carabinieri notificando una denuncia per uno sciopero fatto qualche mese prima al coordinatore del sindacato di Bologna, Simone Carpegiani, il qua-le aveva prenotato le camere dell'hotel. Il sistema intimidatorio, come si ve-de, è continuo e riguarda tutti. Anche gli altri sindacati, se si muovono su un terreno meno movimentato del nostro, se pensano di non essere toccati da questa svolta repressiva si sbagliano. Avranno anch'essi problemi di agibilità sindacale. Le scelte repressive che si acuiscono non attaccano solo il Sicobas ma tutti coloro che eserciteranno il conflitto di classe. nu.Tu pensi che oggi ci sia una fascistizzazione del sistema capitalista? Milani. Oggi non esiste un sistema fascista, c’è una tendenza alla fascistizza-zione dello Stato attuata attraverso un utilizzo più accentuato della repressio-ne. I capitalisti, nella crisi, avendo sempre minori margini di soprapprofitto per corrompere strati di lavoratori e aggregare intorno a sé il consenso della piccola e media borghesia hanno bisogno di dotarsi di strumenti di controllo e di repressione più accentuati. Lo Stato oggi, nella crisi, ha meno briciole e spazi economici per coinvolgere questi strati, quindi debbono ricorrere al-la repressione dei movimenti a cominciare da quelli dei lavoratori. Davanti a questo scenario che ci vedrà più colpiti dalla repressione, diventa impellente allargare il fronte di lotta. La risposta non può più essere solo la denuncia di questo aumento della repressione, ma quella di organizzarsi di più, generaliz-zare la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, fare fronte unico! nu. La vostra esperienza molto radicale anche nelle forme di lotta sindacale, nonostante le conquiste ottenute dimostrano anche i limiti dell’azione sinda-cale basata sui rapporti di forza. Sappiamo entrambi che la lotta sindacale è necessaria per porre un argine allo sfruttamento, al peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita del proletariato, ma i licenziamenti, i morti sul la-voro e tutti i mali che deve subire la classe operaia contro cui lotta ogni gior-no sono solo gli effetti del sistema; la causa risiede nel capitali-smo/l’imperialismo. Nel Sicobas come intendete muovervi nelle contraddizioni tra lotta sindacale e organizzazione politica, vi ponete il problema dell’organizzazione politica di classe e del potere? Milani. Posso rispondere per me non per tutti i compagni del sindaca-to. Anche nelle nostre tesi abbiamo cominciato ad abbozzare una prospettiva politica. A differenza del passato, faccio un esempio, negli anni '20 mentre si lottava per la difesa del salario, delle condizioni dei lavoratori, contro i licen-ziamenti ecc, i riformisti e i comunisti avevano prospettive diverse. I riformisti nello sviluppo della lotta trovavano un accordo con i padroni e il più delle vol-te tradivano gli interessi specifici di quelle stesse lotte, i rivoluzionari erano più conseguenti nella difesa economica e dei diritti dei lavoratori e si adope-ravano per l'allargamento della lotta. Oggi invece, soprattutto negli ultimi 70 anni, dopo che c’è stata una maggiore integrazione dei sindacati nello Stato e questo è avvenuto in tutto il mondo, non solo in Italia, le piattaforme dei sindacati confederali sono dall'inizio improntate alla difesa del sistema ca-pitalistico. Se l'economia è in crisi si debbono accettare i sacrifici ed i lavora-tori devono aumentare gli indici di produttività. Questo criterio di fondo av-viene per le piattaforme di tutti i settori, nei metalmeccanici, chimici e al-tre categorie. Era così come allora, all'inizio del '900 ma oggi è ancora più evidente, sosten-gono e rivendicano questi sindacati apertamente le esigenze dell'economia capitalista, gli interessi borghesi. Al primo posto si mette la produttività, la salute del sistema, per cui bisogna accettare sacrifici, licenziamenti e via di seguito. Essendo poi venuta a man-care, almeno negli ultimi cent’anni, un’organizzazione di classe nella forma partitica (una volta erano i partiti che erano il punto di riferimento dei sinda-cati) i lavoratori si presentano di fronte all’avversario senza avere una politica prospettica e spontaneamente arrivano a sviluppare una politica tradunioni-stica tuttalpiù cercano di supplire alla mancanza del partito compiti che hanno una valenza non puramente di contrattazione della forza lavoro. Non è un ca-so che noi sosteniamo che il compito del sindacato e quello di rivendicare al meglio le condizioni dei lavoratori, ma per poterlo fare bisogna definire gli obiettivi e le forme di lotta all'interno di una prospettiva anti capitalistica. Il sindacato finisce per supplire la mancanza del partito e avere un ruolo che "non è il suo". Le nostre lotte sul piano delle rivendicazioni sono coerente-mente anticapitalistiche: abbiamo ottenuto la riduzione di due giornate di la-voro all'anno, molto poco ma è in controtendenza con quello che sta succedendo in Europa. Questo però dimostra che la battaglia per la ridu-zione dell’orario di lavoro si può fare concretamente se si costruiscono delle lotte ed un fronte unitario dei lavoratori, forti aumenti salariali, passaggi di li-vello non in base alla professionalità, ma agli anni di presenza nei magazzini. Tutta la lotta classe contro classe non può essere fatta solo per avere un co-sto più favorevole della forza lavoro e anche su questo terreno il capitalismo se le condizioni del mercato lo impongono chiude le fabbriche, la lotta deve spostarsi e allargarsi contro tutte le manifestazioni del dominio borghese. Ec-co perché dei compagni si pongono non solo di portare avanti delle lotte radi-cali ed in senso anticapitalista, ma diventa essenziale favorire la formazione di un'organizzazione politica e non solo sindacale della classe. Tuttavia la crisi evidenzia che questo sistema ormai non può più concede-re neanche queste briciole e le briciole le ottieni solo se si in grado di fare la lotta in un quadro anticapitalista. La caratteristica del Sicobas, a differenza degli altri sindacati è questa. Il sindacalismo di base sta entrando in cri-si, perché nel '92/93 quando è nato, era una forma di critica alla democrazia all’interno delle fabbriche, ai burocrati sindacali che decidevano e i lavoratori non avevano nessun spazio, allora questo è stato un momento dirompen-te però oggi restando sul terreno del tradeunionismo di spartirsi un po’ le quote: meno al profitto più al salario, si resta ancorati ad una visione oppor-tunista che non paga nemmeno più. È necessario legare la battaglia dal pun-to di vista economico alla necessità di sviluppare una propria organizzazione politica. Questo è e sarà un dato imprescindibile per quei lavoratori che si vorranno porre come classe nei confronti della classe borghese: dovranno porsi il problema di un attacco più complessivo al sistema capitalista. I due termini, sindacato e partito non si debbono intendere separati e non si può dire questa è solo una lotta limitata all'ambito sindacale, oppure questa è re-lativa all'ambito politico e riguarda quindi il partito. I due elementi non sono distinti sono strettamente collegati nella lotta operaia. L’avanguardia dei lavoratori non si conquista attraverso la propaganda delle idee. L’organizzazione politica se nascerà e, noi cerchiamo di favorirla, sarà data se saprà coniugarsi alle lotte dei lavoratori d'avanguardia. Alcuni di noi stanno lavorando per far evidenziare ed emergere la necessità di una orga-nizzazione politica perché ci sono tanti problemi che riguardano i rapporti fra le classi e solo una organizzazione politica può sviluppare un'azione per ren-dere coscienti i lavoratori. Bisogna essere dialettici, noi abbiamo un vantaggio e un handicap. Il vantaggio è che il sistema capitalistico della logistica dove operiamo maggiormente noi la composizione organica del capitale e più bas-sa rispetto ai diretti concorrenti, quindi più utilizzo degli uomini che dei mezzi, inoltre in Italia - a differenza degli altri paesi imperialisti nostri concorrenti che hanno avuto una maggiore forza e dominio nei paesi arretrati e una im-migrazione di terza generazione - l'immigrazione è avvenuta negli ultimi ven-t'anni. Oggi in Italia l'immigrazione conta numeri consistenti. Abbiamo una classe operaia meno ideologizzata, meno legata ai partiti, meno sindacalizzata, diventa più protagonista delle lotte, anche se non ha u-na visione politica di prospettiva. Molti di loro pensano che attraverso le lotte sindacali si possano ottenere risultati duraturi, definitivi. Ma anche nella logi-stica nell’ultimo anno e proprio nelle aziende in cui si sono ottenute più con-quiste sindacali, aumenti di salario, riduzioni dell’orario di lavoro, e migliori condizioni di lavoro è in atto una riorganizzazione del sistema padronale che sta portando alla chiusura delle aziende, questo è il capitalismo bellezza. Il risultato di questo processo è che gli stessi operai come i nostri che hanno ottenuto con le lotte da 700 a 2200/2400 euro in certi magazzini importanti non possono pensare che le cose vadano sempre bene, devono porsi il pro-blema che sempre nel processo capitalistico la concorrenza e il processo di ri-strutturazione ha conseguenze sul loro livello di vita. nu. La concorrenza divide i lavoratori e la lotta contro lo sfruttamento li uni-sce, tuttavia le contraddizioni nel proletariato rimangono, come convivono nel Sicobas le varie nazionalità, e con diverse religioni? Milani. L’unità nella lotta ha dimostrato la forza dei lavoratori e li ha uniti sul piano sindacale, ma il fatto che questi operai provengono da varie parti del mondo fa sì che si portino dietro anche l’ideologia delle regioni di provenien-za. Certo che oggi costruire un partito marxista all’interno dei lavoratori diventa un problema in un settore di classe in cui il 95% appartengono a religioni di-verse. L’averli organizzati, uniti, perché c’era un razzismo anche fra loro, di-scutendo insieme anche delle questioni religiose, non in maniera ideologica ma rendendo evidente come gli antagonismi di classe sono inconciliabili, per noi è una battaglia politica e questo è utile anche dal punto di vista politico internazionalista. Noi oggi abbiamo 32 nazionalità all’interno del sindacato per cui il nazionalismo è un problema presente. Per esempio, molti pensano che Erdogan sia per loro un punto di riferimento, in particolare nelle aree ara-be. Noi quindi c’e anche una battaglia contro questi aspetti che sono culturali, religiosi e politici che dobbiamo fare, che non è solo sindacale, ma anche poli-tica. Noi non ci poniamo solo il problema di migliorare le condizioni sul posto di lavoro, ma il problema nostro come marxisti è quello di porre il problema dal punto di vista politico. Su questo, a livello di slogan, di concezione, di battaglie i nostri quadri co-minciano e sentire questa influenza. Per molti dirsi comunisti diventa un pro-blema. Per esempio ieri discutevamo con i compagni tedeschi del Parti-to Comunista m-l e loro ci dicevano che in Germania se dici che sei comuni-sta, marxista non puoi neanche partecipare ai sindacati ma vieni espulso. Oggi per noi non è cosi, anche se diciamo che siamo comunisti, ponendoci dal punto di vista marxista per i nostri lavoratori non c’è questo problema an-che negli slogan, negli interventi che fanno si stanno muovendo su quel ter-reno. È la materialità che li spinge a risolvere la contraddizione e quindi an-che l’elemento soggettivo, l‘organizzazione politica diventa sempre più impor-tante proprio per la direzione di questo processo. Gli stessi lavoratori comin-ciano a prendere coscienza della limitatezza della lotta sindacale, sia azienda-le sia di settore. Noi siamo nati come sindacato fondamentalmente della logi-stica, andare oltre come a Modena, Napoli o altre parti è importante. Modena più di Bologna ha la ceramica, la Maserati, la Ducati, metalmeccanica, alimen-tare con l’Italpizza è la prima in Europa, tutta una serie di altri settori. Il 30% dei lavoratori di queste fabbriche sono immigrati, ma anche italiani e questo significa che cominciamo a incidere perché anche questi cominciano ad aderire al sindacato. Non pensiamo di allargarci e diventare da soli il sin-dacato di classe, ma lavoriamo in una prospettiva di fronte unico con tutti i lavoratori per fare una battaglia sul terreno complessivo che per noi diventa fondamentale. Il nostro definirci sindacato intercategoriale ha un valore in prospettiva, non è il sindacato di più federazioni, una confederazione, con il segretario dall’alto che gestisce. Noi vogliamo essere dei coordinatori di un’attività contro la de-lega che oggi è ancora molto forte anche nel Sicobas e mettere al centro i Cobas, deve essere il delegato che si fa attivo dal punto di vista sindacale e politico di questo processo o confronto. Anche adesso nel sindacato si tende a dare più peso ai coordinatori invece che al Cobas. nu. Il vostro slogan “se toccano uno toccano tutti” è diventata la parola d’ordine generale del movimento operaio e di lotta e questo è un grande ri-sultato. È uno slogan che si basa sulla solidarietà di classe che gli operai co-scienti hanno sempre praticato e che oggi con l’acuirsi della concorrenza e la guerra fra poveri diventa ancora più importante. Tu hai detto che riconosci i limiti della lotta economica-sindacale e, quindi l’importanza di una organizza-zione politica, ma i lavoratori più coscienti di cui parlavi prima cominciano a porsi il problema del Potere operaio? Del socialismo? Milani. Sì, anche se in maniera empirica. Oggi succede che con l’allargamento e la radicalizzazione della lotta alcuni pensano che questo sia possibile attraverso il sindacato. Noi stiamo lavorando per favorire il confron-to sul terreno politico. Sta poi alle avanguardie dimostrare che questa è una limitatezza. Basta seguire le nostre manifestazioni anche esterne dove si vede come questo avviene. Oltre agli obiettivi della lotta economica si pongono i problemi dell’imperialismo, la presenza imperialista nelle varie aeree nei loro paesi e tutta una serie di temi, ma non si tratta solo di propagandare come è giusto che i marxisti facciano sempre. Ci vuole la capacità di far comprendere che questa lotta è all’interno delle cause che producano queste contraddizio-ni. Sta a noi far comprendere, e lo stiamo facendo, che dentro questa pro-spettiva puoi anche avere dei vantaggi sul piano economico. Ora molti lavora-tori s’iscrivono al sindacato, abbiamo cinque avvocati per i servizi, come in al-tri sindacati, ma il nostro è un sindacato di militanti. nu. Nel mese di maggio prima in Francia e poi in Italia ci sono stati manife-stazioni e picchetti dei lavoratori portuali e di comitati contro la guerra per impedire l’attracco nei porti di una nave che portava armi saudite da utilizzare nella guerra civile in Yemen, cosa pensi di questo fatto? Milani. Noi siamo solidali, a livello di denuncia anche noi lo stiamo facendo. Io pongo però l’accento sulla materialità. Anche la questione delle donne pro-letarie all’interno dei posti di lavoro è un problema che ci poniamo anche pra-ticamente avendo ormai un buon numero di lavoratrici all’interno del sindaca-to e abbiamo fratto uno sciopero di tutti i settori questo problema. Anche su temi come quello della guerra ricordo che è la DHL quella che porta le armi per gli americani in Medio oriente e nei vari fronti di lotta, quindi la logistica è un settore fondamentale. Riuscire a fare degli scioperi internazionali significa ostacolare, agi-re concretamente contro la guerra non limitandosi solo alla propaganda sep-pur necessaria contro l’imperialismo e oggi purtroppo su questo problema siamo ancora indietro, ma ci stiamo lavorando. Infatti, nei nostri incontri na-zionali poniamo sempre il problema di un collegamento anche materiale, non solo volantini e prese di posizione di denuncia. Siamo stati recentemente in Asia, in India abbiamo preso contatti come sindacato con sindacati di quei paesi perché crediamo che l’unità internazionale ci rafforzi, ad esempio il gruppo Zara produce i propri abiti in Bangladesh e in quelle’aree, lo stes-so vale anche per Benetton e tutti i gruppi multinazionali. Recentemente in quell’area hanno licenziato migliaia di lavoratori perché ave-vano fatto uno sciopero, ecco davanti a questi avvenimenti essere in grado di far scioperare e mobilitare tutti i lavoratori del gruppo anche in Italia è fon-damentale. Non è che noi ci poniamo il problema dell’internazionale per il fu-turo, noi cerchiamo di praticarlo già adesso, come importante è confrontarsi e discutere di questa crisi e delle lotte che si stanno sviluppando a carattere in-ternazionale per noi è fondamentale. Intervista raccolta il 20 maggio 2019
maggio 2019 redazione
Intervista con Raùl Capote Fernàndez
Intervista con Raùl Capote Fernàndez Sabato 18 maggio si è tenuto un incontro organizzato dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” di Sesto San Giovanni (MI) e dal Circolo di Sesto S.G.-Cinisello B.mo dell’Associazione di Amicizia Italia Cuba. Invitato di eccezione lo scrittore cubano, giornalista del Granma Internacio-nal, professore di storia, Raùl Capote Fernandèz, noto anche per essere stato l’agente “Daniel” della Sicurezza cubana che smascherò pubblicamente, dopo essersi infiltrato nella CIA, i metodi dell'Agenzia stessa per creare la dissiden-za negli ambienti universitari e intellettuali a Cuba, descritti nel suo libro “Un altro agente all’Avana”. Nel corso della serata – cui hanno partecipato più di 80 persone - Raùl Capo-te ha anche presentato il suo ultimo libro in italiano: “La guerra che ci fanno”, della Red Star Press di Roma. L’abbiamo intervistato per i lettori di "nuova unità" Potresti parlarci del ruolo della CIA, ora, in Venezuela? La CIA ha un ruolo nella posizione degli studenti e di strati della piccola borghe-sia? Sì: sia a Cuba che in Venezuela la CIA preparò dei piani, dopo i processi che misero fine alle dittature militari, piani che riguardavano le università perché, tradizionalmente, le università latinoamericane sono sempre state la culla del-la sinistra e della rivoluzione e loro hanno creato un progetto per formare “le-aders” in tutta l’America Latina. Da lì escono i principali leader della destra la-tino americana: quasi tutti sono stati formati nei programmi di interscambio accademico. Il Venezuela non è un’eccezione, lì avevano cominciato a orga-nizzarli prima ancora che Chàvez assumesse la presidenza. Naturalmente quando Chàvez assume la presidenza il progetto si intensifica. E dagli anni 2002/2003 cominciano anche a inviare questi ‘leaders’ a prepararsi a studia-re con i loro professori le tecniche del ‘golpe morbido’. Il lavoro della CIA è stato quindi intenso, allo scopo di creare una quinta colonna contro il governo di Chàvez, e di Maduro poi. Il Venezuela è, da poco, sotto il fuoco diretto dell’imperialismo, con manovre militari e soprattutto l’embargo. Cuba soffre 70 anni di embargo e continua a resistere. Come mai la gente resiste a tutte le mancanze di cose essenziali, cosa c’è dietro? La coscienza? La formazione della coscienza. Credo che possiamo parlare di similitudine. Sia la rivoluzione bolivariana che quella di Cuba sono rivoluzioni autentiche. Ciò che dà una grandissima forza a questi processi è l’autenticità. Sono processi che nascono dalla base, che nascono dalla cultura e dalla storia stessa di questi paesi e questo conferisce loro molta forza. È stato dimostrato che tutti questi progetti della CIA e del governo nordamericano che hanno avuto suc-cesso in altre parti del mondo non possono dare risultati in paesi come Cuba e Venezuela perché qui si tratta di rivoluzioni autentiche, perché tu puoi vin-cere contro un governo ma non puoi mai vincere contro un popolo. Quando un governo ha l’appoggio della maggioranza del popolo nessuna di queste manovre ha successo; io direi che ottengono l’effetto contrario, com'è successo in Venezuela con l’attacco al sistema elettrico, che ha lasciato il pa-ese senza corrente, senza acqua, con l’intenzione di paralizzarlo e mettere in difficoltà il governo rivoluzionario: l’attacco ha avuto l’effetto che molte delle persone che erano confuse hanno capito chi era il vero nemico del loro pae-se. E dato che sono rivoluzioni autentiche, che nascono dalla cultura e dalla sto-ria di un paese, questo nazionalismo, questo senso della sovranità e dell’indipendenza legittima il processo rivoluzionario, fa sì che il processo rivo-luzionario cresca, aumenti, che abbia sempre maggiore appoggio e questo succede in molti luoghi del mondo, non solo in Venezuela ma quasi sempre in tutta l’America Latina. E Cuba come affronterà le nuove sanzioni, il Titolo III della legge Helms-Burton, tenendo conto che ora il Venezuela ha problemi nell’aiutare Cuba? Cuba ha molta esperienza in questo campo. Tutti dicevano che Cuba sarebbe caduta quando cadde l’Unione Sovietica e le relazioni con i sovietici erano molto più intense, più profonde, di quelle che abbiamo con il Venezuela. Quando ci fu la caduta del socialismo in Europa dell’est, la sparizione del campo socialista e dell’Unione Sovietica, il colpo fu fenomenale. Ora non è la stessa cosa, Cuba ha adesso una diversificazione economica molto grande, non dipende dal Venezuela, contrariamente a quello che dice la propaganda. Con il Venezuela abbiamo una relazione profondamente umana, compreso un nuovo modo di pensare alle relazioni tra paesi, siamo paesi fratelli, che si aiu-tano uno con l’altro anche nel commercio, ma Cuba ha legami con molti altri paesi e questo Titolo III, che fa parte di una legge terribile - perché io non separo mai il Titolo III dall’intera legge Helms-Burton; la legge Helm-Burton è una barbarie perché un governo straniero legifera su un altro paese, ma non solo su un altro paese ma sul mondo, è un governo straniero che sta dicendo con una legge come deve cambiare il sistema politico di un paese e che sta dicendo, passo per passo, come lo farà e noi cubani naturalmente non lo possiamo accettare perché danneggia il progetto socialista, la nazione e an-che il paese stesso in quanto tale. E noi abbiamo affrontato in più di 60 anni questo tipo di problema che ci crea difficoltà, sì, ci crea difficoltà serie perché mette in pericolo gli investimenti a Cuba, ma io credo anche che ci sia un doppio aspetto in questo processo perché esso sta danneggiando molto an-che gli Stati Uniti perché molti dei loro alleati fedeli sono anch’essi colpiti da questa legge. Cuba ha buonissime relazioni con il Canada, con l’Inghilterra e con l’Unione Europea ed io non credo che l’Unione Europea accetterà che gli Stati Uniti facciano fallire i suoi affari. Per i capitalisti la cosa importante è il mondo del denaro, degli affari, e c’è una risposta forte da parte degli alleati degli Stati Uniti contro questa legge, che è davvero inapplicabile. L’effetto re-ale di questo Titolo III è diretto a impedire che si realizzino nuovi investimenti a Cuba. Vediamo ad esempio il problema delle navi che attraccano a Cuba. Negli Stati Uniti stessi, nessuna società nordamericana che ha affari a Cuba ha smesso di utilizzarle, perché gli agricoltori dell’est, dell’ovest e del sud degli Stati Uniti oggi dipendono molto dal commercio con Cuba, Cuba è il forse paese che compra più prodotti agricoli da questi produttori e i politici di quelle zone de-vono necessariamente rispondere ai loro elettori e i loro elettori stanno chie-dendo loro con forza di non interrompere le relazioni con Cuba perché altri-menti ci sarebbe una grave crisi in questo settore importante dell’economia nordamericana. Ci sono società legate al turismo, società di navigazione che guadagnano molto a Cuba da anni, che dicono che si tratta di misure assolutamente folli ed io credo che ci siano cose che sono persino illogiche perché ora come fare con persone, padroni di proprietà che sono state nazionalizzate da Cuba, che effetto reale gli si può riconoscere se durante le nazionalizzazioni Cuba pagò tutti i proprietari del mondo intero, perché non c’erano solo nordamericani ma inglesi, italiani, francesi, e Cuba pagò un indennizzo per le loro imprese. I nordamericani non ebbero gli indennizzi perché il loro governo proibì loro di riceverli. Quindi, ora, che cosa pretendono? Cosa vogliono i cubani che se ne sono andati in seguito, che ora sono cittadini nordamericani, di recuperare una società, un terreno che gli è stato nazionalizzato in un determinato mo-mento in base alla legge cubana e non di altri paesi, e anche in base a leggi internazionali che regolano queste cose, se Cuba ha agito anche in base alle leggi internazionali e ha agito in modo perfettamente legale… cosa reclamano adesso? Sulla base poi di processi che sono palesemente viziati contro Cuba! Nessuna società americana ha accettato questi processi, e neppure gli agri-coltori che ci vendono i loro prodotti. Una cosa come questa non si può fer-mare, non conviene ad alcun porto degli Stati Uniti non avere uno scalo nel porto di Mariel, perché Mariel è un nodo straordinario per le rotte verso tutto il mondo: è una follia per un impresario americano non poter farne uso. È davvero suicida e inapplicabile. In questi giorni ci sono i portuali, a Genova, che rifiutano di scarica-re una nave che porta armi per l’Arabia Saudita. In Italia questo è già successo anni fa: per il Vietnam e durante la 1° Guerra del Golfo. Per voi è importante la solidarietà internazionale? È vitale. Io credo che quello che può fermare questo capitalismo che si vuole imporre, con nomi differenti, chiamatelo come volete, questo capitalismo sel-vaggio che agisce nel mondo intero, quello che può impedire che esso trionfi è la solidarietà. Alla fine, anche se noi difendiamo i nostri paesi e lottiamo, i lavoratori del mondo intero sono una sola classe. Ci deve essere una solida-rietà di classe, perché questa è la chiave della vittoria. Il capitalismo ha terro-re di questo processo di solidarietà. Quello che sta succedendo in Grecia, alla Grecia e nel mondo con questo ri-sorgere della destra… parliamo di fascismo e la gente dice “no, no è fasci-smo” e lo vedono come un processo ideologico indipendente dal capitalismo, e noi invece dobbiamo dire, e non sono certo io il primo a farlo, che il fasci-smo è una fase del capitalismo, il fascismo è lo strumento cui ricorre il capita-lismo quando non ha più modo di dare soluzioni e di controllare la realtà. Ed è stato dimostrato che l’unico modo per batterlo è la solidarietà. E mai come oggi vale la famosa frase “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Così l’unità è vi-tale per fermare la controffensiva della destra. Secondo te, e solo secondo te, come si evolverà la situazione in Ve-nezuela? Cercheranno una soluzione militare o continueranno a fare danni su danni e a cercare di strangolare lentamente il paese? Cercheranno di strangolare lentamente il paese. Anche se questo governo nordamericano si caratterizza per il livello di caos, intenzionale, perchè un paese che ha un alto livello di ordine e controllo non può avere un tale livello di caos. È in caos intenzionale. In questo momento il caos nel governo è in-credibile, con un gruppo di consiglieri che sono i peggiori. Donald Trump è consigliato dal peggio della destra nordamericana. Non solo i peggiori in quanto reazionari ma in quanto sono inefficaci e sono molto pericolosi. Ma un’azione militare in Venezuela sarebbe terribile per gli Stati Uniti. Primo, per la vicinanza geografica e, secondo, perché incendierebbe il continente. L’America Latina non è più quella degli anni ’60, l’America Latina di oggi è un’America Latina che è passata attraverso processi progressisti, c’è un’organizzazione e un livello di coscienza molto più alto di allora. Neppure alla destra piacerebbe. Oggi essa osa persino sfidare gli ordini di Washington, e si tratta delle posizioni e delle persone più vicine di Washington. E di questo devono tenere conto e cercheranno di far girare all’indietro l’orologio. Gli Stati Uniti oggi hanno un grave problema con il tempo e questi reazionari hanno bisogno di una vittoria in politica estera. Gli va tutto male: in Corea, in Siria, e le cose gli si complicano. È tutto fuori controllo: tutti i fenomeni, tutto il caos che hanno creato sfuggono al controllo. E non sanno come trovare una soluzione prima delle elezioni. Lo scenario è quindi completamente diver-so da altre volte perché negli Stati Uniti si sta formando, adesso, un movi-mento di giovani che stanno cercando risposte. E ci sono giovani negli Stati Uniti che si stanno chiedendo qual è la risposta al sistema e il socialismo sta prendendo nuovamente forza, causando grandi preoccupazioni. Gli Stati Uniti hanno un problema economico molto grave, il debito estero de-gli USA è sempre più grande, la bolla finanziaria speculativa continua a cre-scere, molto più grande del 2008 e loro sanno cosa sta succedendo, stanno perdendo i mercati a favore di Cina e Russia, è una situazione molto grave e li rende più pericolosi e sono più pericolosi che mai, possono comportarsi contro ogni logica, anche se umanamente crediamo che sia impossibile, ma non credo che osino organizzare un’azione militare in America Latina. Ultima domanda: chi frequenta il nostro Centro, in maggioranza, sono operai che hanno vissuto sulla propria pelle la brutalità del ca-pitalismo anche quando non era “selvaggio” e siamo comunque qui, lottando e cercando di fare solidarietà e di far capire alla gente che la battaglia di uno è la battaglia di tutti, che il nostro nemico è an-che il loro. Cosa pensi della solidarietà degli operai italiani? Che si è perso moltissimo. L’Italia è stata vittima della guerra culturale più in-tensa fatta in Europa. In altri tempi l’Italia fu considerata il prossimo paese che avrebbe fatto una rivoluzione socialista e questo avrebbe cambiato la si-tuazione del mondo. Questo il nemico lo sapeva benissimo e mise in atto tut-to il possibile per fermare la classe operaia. Ora la classe operaia italiana è divisa, è divisa perché c’è un interesse perché sia divisa. Ma quest’ombra, la ragione per cui è divisa, non è una questione di principi ma di forma. E io credo che sia un fatto momentaneo. E dato che siamo comunisti, crediamo che sia un fatto momentaneo, un processo che si è sviluppato ed è importante anche che sia successo, perché così impariamo. Abbiamo tutti imparato molte cose dal passato e arriverà il momento in cui la gente cercherà l’unità. Lo pensano in molti luoghi. Io ho la possibilità di parla-re, venendo dall’estero, con molti gruppi di comunisti di una tendenza, di so-cialisti di un’altra, e mi accorgo come tutti facciano la stessa domanda: “la classe è una e i comunisti sono tanti”. Quindi succederà. Ma se la gente non lo crede non succederà. La preoccupazione di tutta la sinistra italiana è l’unità. Se non fosse così, ci sarebbe da preoccuparsi. (intervista e traduzione di Daniela Trollio)
marzo 2019 redazione
intervista gilet gialli
Gilet gialli per far cadere Macron e la sua grandeur Samuel è l'operaio che il 7 novembre 2018 ha contestato pubblicamente il Presidente francese Macron in visita alla fabbrica dove lavora Michele Michelino In occasione dell'iniziativa del 16 marzo a Milano, abbiamo intervistato il "gilet giallo" presente, attivo nella lotta fin dall’inizio: Samuel Beauvois, operaio MCA RENAULT MAUBERGE, delegato di fabbrica per il sindacato SUD Indu-strie/Solidaires. D. Il movimento dei gilet gialli è composto da frazioni di varie classi sociali; qual è il punto di vista di un operaio, di quel settore della classe operaia indu-striale che partecipa a questo movimento? R. È una buona cosa che strati sociali diversi si trovino a lottare insieme, da-gli operai ai professionisti, ai padroncini, ai dirigenti, perché questo significa che il popolo francese dice basta a un governo repressivo che in pratica re-prime i francesi. È un governo che fa parte di una élite ben precisa. Macron sostiene tutte le multinazionali penalizzando le piccole e medie imprese, fa-cendole fallire. D. Esiste un’organizzazione nazionale dei gilet gialli? Qual è il ruolo degli ope-rai e delle loro organizzazioni in questo movimento? Come siete organizzati. R. Non esiste un’organizzazione nazionale centralizzata, è un movimento in un certo senso anarchico che si organizza sui territori. Per quanto riguarda gli operai che partecipano a questo movimento, riporto l’esempio della fabbrica in cui lavoro, la Renault: su 2.400 lavoratori gli aderenti ai gilet gialli sono cir-ca 800. Inoltre esiste un coordinamento nazionale dei sindacati dell’industria, cui non partecipano i riformisti favorevoli al governo Macron. D. Questa lotta si è radicalizzata sempre più, le manifestazioni continuano e ci sono stati molti arresti; cosa fa questo movimento per i compagni e i mani-festanti arrestati? R. Chi viene arrestato non è mai una sola persona, è sempre un gruppetto. Dopo gli arresti i gilet gialli si precipitano al commissariato locale assediando-lo e dopo il presidio di mezz’ora o un’ora la maggior parte viene liberata. Io stesso sono stato arrestato e poi liberato. D. Questa lotta che è partita per motivi economici, contro l’aumento del prez-zo del carburante, si è trasformata in una lotta politica contro il governo Ma-cron e le multinazionali; cosa pensi della decisione di una parte dei gilet gialli di presentarsi alle elezioni istituzionalizzando la lotta? R. Quelli che vogliono costituirsi in partito e presentarsi alle elezioni sono de-gli infiltrati. In questo momento il movimento si sta radicalizzando e quindi ci sono delle azioni di distruzione dei radar sulle strade, delle pompe di benzina, dei bancomat e oggi anche il sindacato Solidaires si presenterà in piazza a Parigi e sarà una giornata molto calda. D. Il movimento dei gilet gialli ha dimostrato a tutta l’Europa che con la lotta radicale è possibile ottenere, anche se finora solo in parte, dei risultati. Il vo-stro obiettivo si limita a cambiare il governo Macron, a ottenere un salario di-gnitoso e la patrimoniale che Macron ha abolito o vi ponete l’obiettivo di cambiare la società? R. L’obiettivo principale che ci poniamo è quello di far cadere il governo fran-cese, il nemico di classe. Certo che sarebbe un’ottima cosa se il movimento dei gilet gialli si estendesse in Europa e contro le istituzioni europee che han-no l’obiettivo di abbassare i salari facendoli precipitare, portando i nostri sala-ri ai livelli della Romania, della Polonia ecc. In Belgio il movimento dei gilet gialli è abbastanza cresciuto, ci sono già delle frange anche in Inghilterra e quindi l’auspicio sarebbe quello di dilagare in tutta Europa. D. Perché avete deciso di caratterizzare questo movimento con i gilet gialli? R. In Francia è tradizione del movimento operaio, ad esempio fra i vari sinda-cati, ma anche di altri settori di massa, di caratterizzarsi con casacche di di-verso colore. Dato il carattere del movimento che vede scendere in lotta in-sieme frazioni di classi diverse è stato scelto il giallo perché è un colore neu-tro. D. Grazie dell’intervista a "nuova unità". La vostra lotta contro le multinazio-nali e il governo è anche la nostra lotta, la lotta degli operai italiani e di tutto il mondo, perché abbiamo un obiettivo comune che è quello di cambiare que-sto sistema basato sullo sfruttamento capitalista dell’uomo sull’uomo. (Intervista rilasciata la mattina del 16 marzo 2019)
gennaio 2019 redazione
intervista Eduardo Barranco
"La guerra che c'è adesso è quella con i mezzi di comunicazione in campo" Daniela Trollio * Il 26 gennaio scorso, davanti al Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela di Milano, più di un centinaio di persone hanno partecipato ad un presidio di solidarietà organizzato dal Comitato contro la Guerra, cui hanno aderito varie organizzazioni. Al termine abbiamo potuto intervistare Eduardo Barranco, 2° console generale del Venezuela a Milano Vorremmo sapere com'è organizzato, in questi giorni, il popolo venezuelano, il popolo bolivariano. Ci sono comitati per la difesa della Rivoluzione? Noi in Venezuela apparteniamo al Partito Socialista Unico del Venezuela; poi il comandante Chàvez, nei suoi ultimi anni, creò la figura delle Comuni. Le Comuni sono piccole organizzazioni, all'interno delle grandi città esistono molte Comuni. La Comune può essere l'organizzazione di un piccolo settore; nella città di Milano, ad esempio, potrebbero esserci 400 Comuni, tanto per fare un numero. Il Partito Socialista è all'interno delle Comuni, che controllano, nella loro area, qualsiasi movimento sospetto, che può andare contro la stabilità del governo del Venezuela, e sono informate in modo immediato di qualsiasi anomalia. Quando il Presidente Maduro stava facendo un discorso nell'Avenida Bolìvar, un drone si avvicinò al palco e scoppiò. Grazie alle Comuni, al fatto che avevano visto da dove era partito, la polizia ha potuto attivare la ricerca dei colpevoli e li ha arrestati tutti. In questo momento stiamo lavorando 24 ore su 24, per quello che si riferisce alla sicurezza. Ora, la guerra che c'è adesso è quella con i mezzi di comunicazione in campo. È una guerra in cui si sta cercando di "vendere" al mondo che il governo è già caduto, che è già finito. Perché? Perché gli Stati Uniti praticamente hanno già fatto tutto, l'unica cosa che gli manca è l'intervento militare, e l'hanno già minacciato. Per voi è molto importante la battaglia mediatica, in questo momento? Noi riconosciamo che hanno un grande vantaggio, perché i grandi mezzi di comunicazione obbediscono a quello che gli Stati Uniti ordinano ed è molto difficile competere. Per fortuna il comandante Chàvez lo capì molti anni fa e fondò un canale televisivo che si chiama Telesur, che copre tutta l'America del Sud e si vede negli Stati del sud degli USA. Naturalmente siamo riusciti a mantenere un poco l'equilibrio ma è anche vero che il livello di comunicazione che c'è negli Stati Uniti è molto, molto più elevato. Dieci anni fa praticamente tutta l'America Latina era socialista e loro sapevano che il Venezuela era il cuore, l'ancora forte, e l'hanno fatta finita col Cile, con l'Argentina, con l'Ecuador, al punto che il vice presidente del presidente Correa, Lenìn Moreno, vuole arrestare il presidente Correa. Immaginatevi dove siamo arrivati. È come se Maduro l'avesse fatto con Chàvez. Una cosa inconcepibile, incredibile. Ora loro sanno che la pedina più importante è in Venezuela. A parte questo, il mio paese è conosciuto per la ricchezza. A livello mondiale si sa che il Venezuela possiede la prima riserva di petrolio al mondo. Ma non c'è solo il petrolio, è la terza riserva mondiale di gas del mondo, l'ottava riserva di diamanti, la quinta riserva di oro del mondo e la prima riserva d'acqua dolce dell'America e la settima o l'ottava a livello mondiale di acqua dolce; cioè… un paese che non arriva ad un milione di chilometri quadrati con tante riserve naturali. Dimenticavo altre due cose: il coltan, un elemento utilizzato nell'elettronica e nelle comunicazioni e ora è ne stato scoperto un altro, che si chiama torio (v. nota 1): bene, il Venezuela ha la prima riserva del mondo di torio e la terza di coltan. È ovvio che vogliano prendersi il Venezuela. Non possono accusarci di avere armi di distruzione di massa come accusarono l'Iraq perché sono anni che dicono che siamo un paese alla fame. Il Venezuela ne aveva coscienza perché sapeva che cosa stava per succedere con gli Stati Uniti e con il suo sistema di difesa… aerei... il più grande del primo mondo. Sì, ci sono analisi - e sono così sfrontati che lo hanno persino pubblicato - che dicono che, di tutta la flotta che hanno, anche qualsiasi aereo può penetrare in Venezuela senza essere toccato dalla contraerea venezuelana che è eccellente; dicono che ne hanno almeno 800 operativi che potrebbero utilizzare in Venezuela. Bene, immaginate il seguente scenario: una notte 40, 50 aerei e 5.000 tonnellate di bombe per ogni aereo. Stiamo parlato di quasi 300, 400 mila tonnellate di bombe. Ora, che colpa ha il 40/50% della popolazione venezuelana che non è attivo in politica, che non è né di destra né di sinistra; che colpa ha la gente di sinistra per avere un'idea ed essere convinta che è la nostra migliore forma di vivere; che colpa hanno anche quelli di destra, che rischiano comunque che gli cada una bomba sul tetto di casa?! È una cosa folle, è la cosa più incredibile che abbiamo visto; e noi siamo così preoccupati, così nervosi perché sappiamo che se gli Stati Uniti lo fanno al Venezuela, lo possono fare a qualsiasi paese del mondo, a qualsiasi altro paese del mondo. E naturalmente tutta la popolazione civile è all'erta e anche, naturalmente gli organi di intelligence. Ma è impossibile credere che la mostruosità arrivi a questo livello Altra domanda: gli altri partiti di sinistra - ad esempio c'è un Partito Comunista - che ruolo giocano in questo momento? Il Venezuela ha un nome per l'unione di tutti i partiti di sinistra, che è Polo Patriottico. Il Polo Patriottico ha dato l'appoggio assoluto al Presidente Maduro, primo perché sanno che ciò stanno facendo è illegale e incostituzionale; per esempio alcuni ex candidati presidenziali di destra e dei due partiti del Venezuela che si chiamano Azione Democratica e il partito cristiano-sociale COPEI, l'ex candidato Fermìn ha detto pubblicamente che quello che l'Assemblea Nazionale, e che quel tipo (Guaidò, n.d.t.), stava facendo era illegale e dall'altra parte un altro ex candidato alle presidenziali, conosciuto in tutta America perché è un socialdemocratico, di destra, anche lui ha detto che ciò che stanno facendo non è legale, e si riferiva sia all'Assemblea Nazionale che al paese. Certo, perché le cose non sono solo personali, politiche, sono economiche e sono anche umanitarie. Questo Polo Patriottico, questa unione dei partiti di sinistra, è unito a fianco del Presidente Maduro in questo momento. La solidarietà internazionale è importante per voi? La solidarietà internazionale è importantissima, anche in relazione a quanto è successo nella riunione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU: i votanti si sono divisi perché Cina e Russia hanno bloccato gli Stati Uniti. Pensate quanto importanti sono diventati il Venezuela e questo problema a livello mondiale, due potenze mondiali come Russia e Cina si stanno unendo per fermare gli Stati Uniti … e anche, due giorni fa, alla richiesta di riconoscere un nuovo presunto ambasciatore del Venezuela, il presidente dell'Assemblea ha risposto "un momento, questo non è conforme alle procedure delle Nazioni Unite". È un esempio piccolo, ma non per questo meno importante. E anche nell'OEA (Organizzazione degli Stati Americani, n.d.t.) ci hanno provato, con un nuovo ambasciatore e un nuovo presidente, l'autoproclamato presidente ad interim Guaidò, ma non ci sono riusciti e dei 32 voti ne hanno avuto solo 14, neanche lì hanno avuto la capacità di farlo. Ultima domanda: è importante per voi la solidarietà di operai e lavoratori - che qui c'è, nonostante che governo, televisione, media e stampa parlino di un dittatore, di un Venezuela con il colpo di Stato? È sempre importante. Quando sono arrivato l'anno scorso in Italia, ho cominciato a guardare i mezzi di comunicazione, i giornali e ho capito che il Corriere della Sera è il più importante che si legge in Italia. Leggevo poco l'italiano ma c'era una rivista allegata che usciva la domenica e c'era un reportage contro il Venezuela molto negativo; qualche tempo dopo mi sono messo in contatto col mio ambasciatore, il dott. Isaias Rodriguez, una persona che fa politica da trent'anni, vado a trovarlo con la rivista e gli dico "Ambasciatore, che posizione ha preso lei riguardo al Corriere della Sera?". E lui mi risponde: "Barranco (Barranco è il mio nome), in Italia non esiste il diritto di replica. Qui possono scrivere che Barranco è un omicida e non permettono che tu dica che non lo sei". "Ma pagando…" "No, se tu gli chiedi quanto costa una pagina la domenica, ve la pago, ti dicono di no, che non gli interessa, che non te la vendono". Io mi sono detto: "Dio mio, che posizione così dura, in cui non c'è equilibrio", ma uno rispetta sempre il paese dove lavora. Io ho girato per un anno tutto il nord Italia, Venezia, Parma, Toscana, Livorno, Firenze e altre città che non ricordo e parlavo di Chàvez, di Maduro, del Venezuela, della Bolivia e sempre con persone e in luoghi di sinistra e l'appoggio degli italiani di sinistra è stato grandissimo e noi vi ringraziamo profondamente, di cuore, ma purtroppo mi ha sorpreso, negativamente, che la CGIL si sia pronunciata contro Maduro. Non ho capito il perché e non lo capisco adesso. Capisco i dirigenti, ma i lavoratori no. Note 1) Il torio è uno degli unici due significativi elementi che si trovano ancora radioattivi naturalmente in grandi quantità (l'altro è l'uranio). Si stima che il torio sia di circa tre o quattro volte più abbondante dell'uranio nella crosta terrestre. Si prevede che il torio possa essere in grado di sostituire l'uranio come combustibile nucleare nei reattori, ma finora ne sono stati costruiti solo pochi. * Intervista e traduzione di Daniela Trollio