dicembre 2020 redazione
SMEV uccide
SMEV uccide, chiude, licenzia tutti i dipendenti e trasferisce la produzione A Vicenza il processo per la morte sul lavoro di Mariano Bianchin Mariano Bianchin è stato una delle 1104 vittime per infortunio sul lavoro di quell’anno, il 2016, non il peggiore. Morì schiacciato da una pressa, come altri. Le circostanze per cui quella pressa si azionò, mentre non doveva, vanno a totale carico dell’azienda (SMEV di Bassano delGrappa), i cui responsabili sono tanto più colpevoli in quanto hanno attuato modalità di lavoro con lo scopo di incrementare i ritmi di lavoro, violando ogni regola di sicurezza econsapevoli di farlo. Diciamolo a modo nostro: la ricerca di profitto, del massimo profitto da parte dei padroni ha mietuto un’altra vittima. Com’è classificabile nel diritto e perseguibile questo delitto? Ma, è un delitto la ricerca del massimo profitto? E viene perseguito dalla autorità giudiziaria? No, e non è nemmeno un capo di imputazione, in qualche raro caso può magari costituire un’aggravante, qualche soldo da sborsare in più, nel mercato della giustizia dei padroni. Non è un reato e mai ci sarà una condanna per un tale reato. Certo ce ne possono essere altri, la mancanza di tutele, l’incuria, la violazione della normativa di sicurezza, ma la circostanza che inchioda i responsabili alle loro colpe, ilmovente del delitto, non emerge. E se, per effetto di qualsiasi lontano evento, come la paura dell’intensificarsi della lotta di classe, fossero i padroni stessi o i loro maggiordomi ad affannarsi nel solito coro di È INAMMISSIBILE! È INCONCEPIBILE! È INACCETTABILE!, beh, allora lo farebbero per metterci una pietra sopra. Perché la ricerca del massimo profitto è il motore di questa società capitalista. I padroni non riconosceranno mai le loro responsabilità perché i morti di lavoro sono un semplice effetto collaterale, per quanto deprecabile, della loro attività. Il profitto non compare, è neutro, sembra non avere entità, è sacro e non si tocca. E così la curva crescente del grafico sui morti di lavoro incontra l’altra curva, altrettanto crescente, degli indici dei titoli azionari; non è paradossale? E i tribunali? E la legge? Limitano i danni. Non per noi, che ce li abbiamo già sul groppone, ma per loro. Amministrano la giustizia per i padroni, con magici giochi di equilibrio giuridico arrivano le prescrizioni (tante), abbondano le lentezze procedurali, le assoluzioni perché il fatto non sussiste, le consulenze di parte (sempre la loro), le porte chiuse e i riti abbreviati, le archiviazioni, tutto, proprio tutto l’armamentario del mercato della legge. La libera iniziativa economica non trova alcun limite, nemmeno quello della dignità e salute psicofisica di ogni lavoratore. Significativo di quanto fossero preoccupati i vertici (tedeschi) di SMEV per il processo in corso e sentenze che li riguardano (20 mesi ciascuno ai duetop manager tedeschi, pena sospesa), emerge dalla cronaca della settimana precedente l’udienza: SMEV chiude, licenzia tutti i 68 dipendenti e trasferisce la produzione. Meglio andare a spremere un po’ di più i lavoratori polacchi, fanno capire. Questi sono i padroni. Di fronte alle morti di lavoro non c’è riparazione, non può esserci ammenda, la contraddizione si eleva di potenza, da una parte il lavoro per vivere dignitosamente e in salute; dall’altra la vita come valore sacrificabile e sacrificato. Niente come queste morti mette a nudo questo sistema di sfruttamento. Di fronte alle vittime del profitto il padrone è nudo. E nuda è la sua giustizia. Per noi è il tempo dell’unità e della fratellanza tra lavoratori per la lotta: classe contro classe, sfruttati contro sfruttatori. “VOCI OPERAIE” Coordinamento lavoratrici e lavoratori alto vicentino
marzo redazione
da nu. 1
LA SOLIDARIETÀ È UN'ARMA 'Liberi dai decreti Salvini', 'Prato sta con gli operai' "Una manifestazione così a Prato non si vedeva da tempo". Così dicevano i pochi pratesi partecipanti al corteo di sabato 18 gennaio, ma neppure si era mai visto un così enorme spiegamento di polizia. I lavoratori del Si Cobas si erano mobilitati, con delegazioni provenienti da altre città, per rispondere alla repressione che ha colpito 21 operai della tintoria Superlativa: senza stipen-dio da 8 mesi e raggiunti da multe di 4000 euro ciascuno per aver protestato, secondo i decreti Salvini. Si Cobas che non è rimasto solo. Alla chiamata hanno risposto i sindacati di base (Cub-Cobas-USB), il Coordinamento lavoratori/lavoratrici autoconvocati per l'unità di classe, delegati di fabbriche come Piaggo di Pontedera e GKN di Firenze che fanno capo alla Fiom, i cassintegrati del Camping Cig di Piombino, alcuni rappresentanti dei centri sociali e di qualche forza politica, tranne ov-viamente il PD e la Cgil che si è pronunciata con un vergognoso comunicato. Voci "fuori dal coro" due consigliere comunali, alcuni iscritti alla Cgil, quella dell'ex sindaco di Montemurlo ed ex sindacalista Cgil Mauro Lorenzini che ha detto: "Non possiamo chiudere gli occhi difronte a queste situazioni e a forme di schiavismo sul lavoro che a Prato ci sono. Il mio partito, il Pd, deve aprire una riflessione vera e intervenire con maggiore decisione". Ancora ci crede? Una manifestazione contro la limitazione delle libertà democratico-borghesi anche in seguito alle decisioni del sindaco di Prato, il PD Matteo Biffoni che, con prefetto e questore, aveva stabilito un percorso di corteo di 700 metri negando la possibilità di snodarsi in centro e raggiungere il Comune. Che, in-vece, considerato il numero dei partecipanti, ha proseguito fino al Comune dove, ovviamente, alla fine dell'iniziativa la polizia ha affermato il suo pugno duro scagliandosi contro quelli rimasti in piazza. Il sindaco si infuria e chiede che il questore lasci la questura; il segretario provinciale del Pd Gabriele Bosi dice che "Questore e Prefetto devono rispon-dere dell’incapacità di gestire in modo serio e corretto quanto avvenuto oggi a Prato”, il consigliere regionale Nicola Ciolini sostiene che "chi aveva il com-pito di garantire l'ordine pubblico in città dovrà assumersi la responsabilità di quanto successo”. E, per non essere da meno, il deputato Antonello Giaco-melli, sottolineando la gravità di quanto accaduto, cioè del centro della città occupato da un corteo non autorizzato, si è impegnato a portare il fatto al Parlamento e al governo per l'avvicendamento di prefetto e questore. Tutte dichiarazioni che confermano che sul piano della repressione il PD può essere meglio della destra, infatti, nulla fa rispetto alla condizione di schiavi-smo degli operai pratesi, tantomeno delle sanzioni che devono pagare. È me-glio stare dalla parte degli imprenditori. Gli organizzatori sono soddisfatti per la riuscita della manifestazione. Ora si tratta di vedere se la solidarietà e l'unità di classe dimostrata in questa occa-sione sarà portata avanti dai responsabili del SìCobas in base ai comuni inte-ressi del movimento operaio e sindacale e non andrà dispersa a causa di po-sizioni settarie e di autorefenzialità. E restiamo anche in attesa degli sviluppi sul piano sindacale per portare avanti gli obiettivi che sono stati posti. Non basta una manifestazione per rispondere all'attacco padronale finalizzato a minare la capacità di azione e lotta di tutti i lavoratori, per fare avere i salari arretrati agli operai, per risolvere il problema delle sanzioni e la richiesta del-l'abolizione dei decreti Salvini per i quali non basterà certo la sola attività sin-dacale. I lavoratori di Prato devono fare i conti con i padroni normali, con i padroni che operano fuori dalla "legalità" legati a varie mafie, che usano il lavoro nero senza rispetto dei contratti e di ogni norma sulla sicurezza, che abusano della mano d'opera immigrata. Devono fare i conti con una CGIL che sa, ma non interviene e copre queste forme di supersfuttamento, legata com'è ad una amministrazione locale a guida PD che non vuole "rompere gli equilibri" con-solidati nell'economia pratese, che invoca maggiore repressione poliziesca contro i lavoratori mentre copre sfruttamento e il supersfruttamento che si a-limentano a vicenda e comunque fanno "ricchezza" per la città.
marzo redazione
da nu. 1
SESTO SAN GIOVANNI: IMPEDITO LO SGOMBERO Per la casa contro gli sfratti. No alla guerra contro i poveri. La lotta (per ora) paga Martedì 21 gennaio, in via Gilberto Levi 22 a Sesto San Giovanni, un centinaio di compagni solidali in presidio ha impedito lo sfratto di una famiglia proleta-ria in sublocazione provocato dall’Amministrazione comunale. Ancora una vol-ta la lotta ha pagato, la polizia presente insieme all’ufficiale giudiziario per lo sgombero prendendo atto della numerosa partecipazione al picchetto ha ri-mandato l’esecuzione per motivi di ordine pubblico. La famiglia sfrattata con bambini ha avuto la proroga fino al 12 marzo. La mobilitazione e il presidio organizzato dal Centro di Iniziativa Proletaria “Giambattista Tagarelli” di Sesto San Giovanni e dall’Unione Inquilini Nord Milano è proseguita poi con una conferenza stampa sotto il palazzo comunale in piazza della Resistenza. Sono intervenuti Michele Michelino (Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli), l’avvocato Gianluigi Montalto e Marco De Guio (Unione Inquilini), Moni Ovadia, e hanno portato la loro solidarietà anche don Gino Rigoldi e don Virginio Colmegna Presidente fondazione Casa della carità. Gli organizzatori hanno denunciato in un documento che: “L’Amministrazione ha già tentato di sfrattare le famiglie che la precedente Giunta aveva ricove-rato in subaffitto e nei residence in attesa di un’assegnazione in emergenza, ma l’aveva fatto in modo maldestro e illegale, per cui eravamo riusciti a bloc-care gli escomi. Ora Sindaco e Assessore sono tornati alla carica concordando con i proprietari di case l’interruzione anticipata dei contratti e rifiutando il pagamento del do-vuto ai residenti, anche se le famiglie ospiti continuano a pagare la loro pi-gione mensile. Nei prossimi mesi se non metteremo in atto le iniziative necessarie, più di 40 famiglie saranno buttate in mezzo alla strada con decine di bambini piccoli, che pagheranno le conseguenze più gravi di una politica abitativa del Comune basata sulla disumanità e la discriminazione. La Regione ha previsto che le pratiche di assegnazione in corso siano portate a termine, ma a Sesto la legge non è rispettata, la graduatoria delle emer-genze nella quale sono collocate le famiglie non viene attivata, gli alloggi provvisori non sono messi a disposizione e gli affitti di alloggi privati finanziati con fondi regionali per impedire lo sfratto senza soluzioni non vengono stipu-lati. Il prossimo 26 febbraio è previsto lo sgombero del Residence Puccini e nove famiglie finiranno in strada, anche se stanno pagando il canone, perché il Comune si è trattenuto i soldi e si è fatto fare uno sfratto per morosità. Il comportamento della Giunta leghista è assolutamente inqualificabile e inac-cettabile. Viviamo in una società che vuole essere civile, non accettiamo la cancellazione dei diritti, le vendette sulla pelle dei più deboli, le discriminazio-ni nei confronti dei poveri. Chiediamo che le famiglie vengano rialloggiate utilizzando la normativa regio-nale e nazionale esistente: Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finan-ziario 2020 e bilancio pluriennale per il triennio 2020-2022 articolo 1, comma 234 Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione e DGR XI/2065 del 31/7/2019. La presenza al picchetto antisfratto è un atto dovuto, un dovere morale. Chi non vuole vedere, chi sottovaluta quanto sta accadendo, si assume la sua parte di responsabilità dentro una politica complessiva di guerra contro i più deboli in difesa dei presunti privilegi che secondo qualcuno dovrebbero spet-tare a chi è nato nell’agiatezza”. Ora la lotta continua per impedire il prossimo sgombero annunciato il 26 febbraio. http://ciptagarelli.jimdo.com/ http://www.comitatodifesasalutessg.com/ https://www.facebook.com/sindacatocasauisestosg/
30 marzo 2020 redazione
da nu. 2
DALLE DONNE SIRIANE In occasione della Giornata Internazionale della donna, l'Unione Generale delle Donne Siriane (GUSW), ha lanciato un appello ai popoli liberi del mondo e alla più alta istituzione mondiale, l’ONU, invitando a fare una risolu-ta pressione sugli Stati che sostengono con denaro e armi i gruppi terroristici armati in Siria e fermare questo sostegno. Parallelamente la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (WIDF), della quale la GUSW fa parte, ha invitato le organizzazioni interna-zionali e delle donne a sostenere la resistenza all’aggressione delle donne si-riane e il diritto del popolo siriano a vivere con dignità e libertà. Da nove anni, ogni giorno, le donne siriane seppelliscono figli, fratelli e mariti, vittime di una cinica aggressione che ha avuto e a tutt’oggi negli USA, nella NATO e in Israele i burattinai, e nella Turchia, nell’Arabia Saudita i complici. Tutti celati dietro al terrorismo dell’ISIS e dei cosiddetti “ribelli moderati”, nel-la realtà la fanteria di terra per abbattere la Siria laica, multietnica e multi re-ligiosa. Penultimo tassello (l’altro è l’Iran) dell’Asse della Resistenza in Medio Oriente e storico alleato della lotta dei palestinesi. Nel paese la situazione alimentare, sanitaria e lavorativa è drammatica, nono-stante gli sforzi del governo di unità nazionale, e dei paesi alleati o solidali (… il 3/4 dell’umanità). Come in tutti i conflitti sono le donne a cercare con ogni mezzo di continuare a provvedere alle famiglie, a confortare bambini e so-pravvissuti, a credere e lottare comunque, ad alimentare la speranza nella vi-ta. Quanto succede in Siria, così come in ogni guerra, non è altro che la con-ferma di quanto siano incredibilmente forti e imprescindibili. In questo otto marzo, festeggiato in tutto il mondo come giornata internazio-nale della donna, ho voluto riservarlo a loro, senza dimenticare ogni donna in piedi o schiacciata nella lotta per la propria emancipazione, per la difesa della propria terra o per la liberazione del proprio paese. Dalle donne yemenite, a quelle libiche, afgane, del Donbass, alle donne venezuelane e così via. Tutte incluse in un grande abbraccio di solidarietà e in un impegno costante di so-stegno concreto. Forse per spiegare la valorosa resistenza e la forza delle donne siriane di og-gi, occorrerebbe ricordare agli aggressori e ai loro mercenari, che queste donne hanno radici millenari nella lotta contro lo straniero. In Siria, la lunga storia delle donne e del loro ruolo assolutamente paritario con l’uomo, risale alla guerriera Zenobia [240-274 d.C.], la regina ribelle del Regno di Palmira, la donna che fece tremare l’Impero romano, che guidò la mitica rivolta del suo popolo contro gli invasori romani. Sempre in continuità con le radici secolari cui la Siria fa appello per la sua re-sistenza, ne è esempio il Battaglione femminile costituito nell’area di Qami-shli, guidato da Jazya al-Taeemi, si è chiamato le "Khansawat della Siria", prendendo il nome di al-Khansaa, una famosa eroina araba, che storicamente è conosciuta per il suo coraggio e le sue battaglie. Nel corso dei millenni, la Siria ha sempre considerato e realizzato i diritti delle donne, come costituenti pieni e fecondi della sua civiltà e società. E oggi i di-strazionisti professionali vorrebbero riportare indietro la storia o addirittura trascinare la condizione delle donne siriane in quella, allucinante e medievale dell’Arabia saudita o dei paesi del Golfo. Cerchiamo di mettere alcuni elementi storici in chiaro e confrontiamoli con gli Stati Uniti, questi presunti “paladini, avanguardie di libertà e diritti umani nel mondo”. La Repubblica araba siriana concesse il suffragio femminile nel 1953, appena 7 anni dopo essersi liberata dall'occupazione colonialista francese. Gli USA si liberarono dalla tirannia inglese nel 1776, ma diedero alle donne il diritto di voto, 144 anni dopo, nel 1920. Gli Stati Uniti non hanno mai avuto una vicepresidente donna. In Siria il vice-presidente della Repubblica Araba Siriana dal 2006, è Najah al Attar. Suo pa-dre era un partigiano che ha combattuto contro gli occupanti francesi per la liberazione del paese. La vice presidenza siriana è nominata dal presidente e ha responsabilità simili a quelle degli Stati Uniti. Se il presidente siriano do-vesse diventare inabile, il suo vice presidente assume la presidenza. Confrontando le popolazioni degli Stati Uniti e la RAS (318,9 milioni gli USA; 23 milioni la RAS) e le donne in posizioni di comando, gli Stati Uniti sembra-no essere abitanti delle caverne tribali in confronto alla Siria. Impressionante e più ancora rovinante è il confronto con il più fedele alleato statunitense nell’area, quell’Arabia Saudita, che ha concesso alle donne di vo-tare (a una minima parte), nel dicembre 2015. Sono 130.000 le donne saudi-te che hanno potuto registrarsi al voto, rispetto a 1.350.000 uomini sauditi. Naturalmente, le donne che votano, devono chiedere il permesso ai loro ac-compagnatori maschi e devono essere accompagnate ai seggi elettorali. Que-sto vorrebbero trasferirlo in Siria. Prima dell’aggressione il cosiddetto femminicidio e altri crimini contro le don-ne, di fatto non esistevano nella Repubblica Araba Siriana. Lo stupro è un considerato un crimine capitale nella RAS. Da quando, Stati Uniti, NATO, Sauditi, Paesi del Golfo e i loro mercenari terroristi hanno lanciato questa banditesca congiura internazionale contro questo piccolo paese, i crimini con-tro le donne siriane hanno raggiunto proporzioni criminali di guerra. Basta notare quante donne siriane hanno importanti ruoli guida nel governo siriano di Unità nazionale. Nella magistratura, nelle scuole, nella sanità, nell’esercito, nella resistenza contro l’aggressione. Donne laiche, religiose del-le dodici fedi nel paese, tradizionaliste o modernizzate, socialiste, comuniste: tutte patriote. Dopo l’inizio dell’aggressione, migliaia di donne si sono arruolate nelle Forze di Difesa Nazionale formando unità militari e sono state dislocate in compiti di polizia e milizia territoriale. Il loro nome è "Leonesse per la difesa naziona-le". Sono impiegate ai posti di blocco e in controlli di sicurezza nelle aree cit-tadine o nei territori liberati. Nelle interviste hanno spiegato che, dopo che il loro paese fu sottoposto alla peggiore aggressione della sua storia, sostenuta e diretta da un insieme di paesi ciascuno dei quali ha una reputazione storica di brutalità, di crimini di guerra, di oppressione di popoli e paesi, e dopo l’arrivo di religiosi wahabiti fondamentalisti e fanatici, le donne siriane non avevano altra scelta che imparare l’uso delle armi e addestrarsi a difendere se stesse, le loro famiglie il loro paese e la propria patria. In occidente, quante giornaliste o attiviste per i diritti delle donne del famoso movimento femminista “#MeToo”, ha mai cercato di parlare o intervistare qualche familiare delle donne impegnate che sono la punta dell’iceberg delle decine di migliaia di donne assassinate o violate, da parte dei terroristi ISIS o dei cosiddetti “ribelli moderati”. Forse non sono, queste donne siriane, “politi-camente corrette” e quindi degne di testimoniare e denunciare la loro situa-zione. Combattono per la difesa della propria terra, della propria patria, del proprio popolo e non stanno dalla parte dell’invasore e dell’aggressore. E questo si sa, ai giorni nostri è una colpa grave per i popoli e paesi renitenti all’ordine mondiale imperialistico. Neanche le donne di Ghouta rapite e mes-se in gabbia, poi liberate dall’Esercito Arabo Siriano, sono state considerate degne di testimonianza neppure dal movimento #MeToo. Hayat, dopo la liberazione e la riunificazione di Aleppo, raccontò ai media si-riani, arabi, russi, della vita sotto i "ribelli moderati" . Comprendeva torture, omicidi, fame, prelievi d'organi, prigionia, mostrando le sue mani, martoriate e bruciate. Nessuna reporter occidentale l'ha mai cercata per intervistarla. Così come mai qualcuna ha contattato Souria Habib Ali, per sapere come rie-sce a sopravvivere al dolore di madre, dopo aver seppellito sei dei suoi figli, uccisi nella guerra. Nessuna delle anime candide dei media, così solerti e commossi dalle vicende occidentali, ha mai tentato di parlare con le donne siriane sopravvissute al massacro di Al Rashin il 15 aprile 2017. A molte di loro sono stati strappati e rapiti i loro bambini.
agosto 2019 redazione
Venezuela e diritti umani
Solidarietà contro un criminale blocco Intervista con Rafael Aguirre, segretario del COSI (Comité de Soli-daridad Internacional) del Venezuela L’11 luglio scorso abbiamo intervistato per "nuova unità" - nel corso di una riunione - il Segretario generale del COSI venezuelano. Il COSI è un’organizzazione venezuelana fondata nel 1971, e fa parte del Comitato E-secutivo del Consiglio Mondiale per la Pace. nu. Sei di ritorno dalla Svizzera e come mai sei qui in Italia? R. Abbiamo partecipato alla riunione del Consiglio per i Diritti Umani sul Ve-nezuela che si è svolta recentemente a Ginevra e abbiamo approfittato dell’occasione di visitare Milano grazie all’invito che ci hanno fatto alcune or-ganizzazioni politiche e sociali come il Comitato contro la Guerra di Milano con l’obiettivo, in primo luogo, di dare un riconoscimento all’immensa solidarietà che hanno manifestato le organizzazioni italiane, il popolo italiano, verso il nostro popolo. Sappiamo delle assemblee, delle manifestazioni e dei presidi nelle strade nelle quali avete espresso la vostra solidarietà e soprattutto che avete manifestato perché sapete che il nostro paese è coinvolto in una guerra imperialista che ha l’obiettivo di appropriarsi delle nostre risorse strategiche. Abbiamo anche colto l’opportunità per venire a denunciare ciò che oggi signi-ficano le misure coercitive unilaterali - le sanzioni economiche contro il nostro paese - per parlare della difficile situazione in cui si trova il nostro popolo co-me risultato della recrudescenza di queste sanzioni criminali da parte dell’imperialismo nordamericano e dei paesi dell’Unione Europea, che colpi-scono fondamentalmente il suo diritto all’alimentazione, alla salute, alla casa, all’insieme dei diritti sociali che, nel quadro del nostro processo, abbiamo po-tuto garantire al nostro popolo e che l’imperialismo non vuole permettere; per questo strangolano l’economia venezuelana, impongono un insieme di misure a livello internazionale per impedire le transazioni commerciali del Ve-nezuela, per impedire la vendita del suo petrolio a livello internazionale. Un insieme di azioni in campo economico, finanziario e commerciale che non ha altro risultato che la sofferenza del nostro popolo. nu. C’è un motivo particolare per stare proprio qui a Milano? Mi sembra che ci sia una connessione con alcuni pazienti venezuelani che avrebbero bisogno di cure particolari... R. Sì. Effettivamente in Italia abbiamo un esempio vivo delle conseguenze che il blocco contro il nostro paese produce. In Italia ci sono attualmente 27 pazienti che stanno aspettando il trapianto di midollo osseo, un trattamento immensamente costoso in qualsiasi luogo del mondo e che sola-mente un governo che metta al centro la giustizia sociale è capace di farsene carico. E, specificamente nel caso del Venezuela, il nostro governo lo sta fa-cendo da molti anni. Ma oggi gli è diventato impossibile perché non può ono-rare gli impegni di spesa a livello internazionale in conseguenza della crisi. In particolare, nel caso dell’Italia, il Venezuela si è visto cancellare il pa-gamento di 11 milioni di euro alle varie istituzioni sanitarie per poter seguire queste 27 famiglie che si trovano qui in attesa del trapianto, 11 mi-lioni che sono stati pagati dal Venezuela attraverso il Novo Banco del Portogallo e che sono stati trattenuti e bloccati da questa banca in conseguenza della crisi. nu. Chiariamo bene: il governo venezuelano ha già pagato? R. Sì, ma i fondi per il trattamento di questi pazienti sono bloccati. Durante questo processo di pagamento e successivo blocco dei fondi venezuelani sono già morti 3 pazienti. Così possiamo vedere, e toccare con mano, quelle che sono le criminali azioni degli Stati Uniti e le nefaste conseguenze che hanno per i venezuelani, compatrioti che stanno soffrendo e che hanno familiari ma-lati in Italia. In particolare nella zona di Milano c’è un gruppo di pazienti che si trovano qui da tempo e hanno una complessa situazione di gravi difficoltà, con pro-blemi per mangiare, con problemi per continuare le cure, con problemi di al-loggio. Noi, in primo luogo, chiediamo alle organizzazioni sociali che alzino la loro voce, che si facciano sentire per poter sensibilizzare e denunciare al po-polo italiano le conseguenze di queste azioni. Chiediamo anche a queste organizzazioni che si parli di quello che ha signifi-cato e di cosa è, concretamente, un blocco contro un popolo, contro il popolo venezuelano. Vogliamo anche ricordare, nel quadro della solidarietà – che è la tenerezza dei popoli – che, come diceva José Martì, la solidarietà non è da-re quello che ci avanza ma condividere quello che abbiamo. Noi sappiamo, e lo riconosciamo, che le organizzazioni in Italia faranno quanto riterranno giu-sto nel quadro della solidarietà internazionalista per poter appoggiare queste famiglie come potranno, con molto o con poco... Rispetto a queste richieste che abbiamo fatto alle varie organizzazioni che abbiamo incontrato, abbiamo avuto risposte positive. Ci siamo incontrati con diverse organizzazioni politiche e sociali, con partiti comunisti, con Italia-Cuba, con il Comitato contro la Guerra di Milano che è quello che ha promos-so gli incontri con maggiore entusiasmo, con il Centro di Iniziativa Proletaria che anch’esso ha messo a disposizione la sua forza e il suo gruppo politico per trattare questi temi, e speriamo di poter incontrare altre organizzazioni, di sommare volontà, di sommare un maggior numero di persone, di individuali-tà, di organizzazioni che si sentano coinvolte in una causa sociale, per la dife-sa reale dei diritti umani in Venezuela. Se vogliamo difendere i diritti umani in Venezuela è questo il modo di farlo: non lo si fa con il bloqueo, non lo si fa con il nefasto Rapporto (di Michelle Bachelet, n.d.t.) che è stato presentato al Consiglio per i Diritti Umani a Gine-vra. È solo con le azioni di cui abbiamo parlato prima che si difendono i diritti u-mani del popolo venezuelano. (Intervista e traduzione di Daniela Trollio)