marzo redazione
da nu. 1
LA SOLIDARIETÀ È UN'ARMA 'Liberi dai decreti Salvini', 'Prato sta con gli operai' "Una manifestazione così a Prato non si vedeva da tempo". Così dicevano i pochi pratesi partecipanti al corteo di sabato 18 gennaio, ma neppure si era mai visto un così enorme spiegamento di polizia. I lavoratori del Si Cobas si erano mobilitati, con delegazioni provenienti da altre città, per rispondere alla repressione che ha colpito 21 operai della tintoria Superlativa: senza stipen-dio da 8 mesi e raggiunti da multe di 4000 euro ciascuno per aver protestato, secondo i decreti Salvini. Si Cobas che non è rimasto solo. Alla chiamata hanno risposto i sindacati di base (Cub-Cobas-USB), il Coordinamento lavoratori/lavoratrici autoconvocati per l'unità di classe, delegati di fabbriche come Piaggo di Pontedera e GKN di Firenze che fanno capo alla Fiom, i cassintegrati del Camping Cig di Piombino, alcuni rappresentanti dei centri sociali e di qualche forza politica, tranne ov-viamente il PD e la Cgil che si è pronunciata con un vergognoso comunicato. Voci "fuori dal coro" due consigliere comunali, alcuni iscritti alla Cgil, quella dell'ex sindaco di Montemurlo ed ex sindacalista Cgil Mauro Lorenzini che ha detto: "Non possiamo chiudere gli occhi difronte a queste situazioni e a forme di schiavismo sul lavoro che a Prato ci sono. Il mio partito, il Pd, deve aprire una riflessione vera e intervenire con maggiore decisione". Ancora ci crede? Una manifestazione contro la limitazione delle libertà democratico-borghesi anche in seguito alle decisioni del sindaco di Prato, il PD Matteo Biffoni che, con prefetto e questore, aveva stabilito un percorso di corteo di 700 metri negando la possibilità di snodarsi in centro e raggiungere il Comune. Che, in-vece, considerato il numero dei partecipanti, ha proseguito fino al Comune dove, ovviamente, alla fine dell'iniziativa la polizia ha affermato il suo pugno duro scagliandosi contro quelli rimasti in piazza. Il sindaco si infuria e chiede che il questore lasci la questura; il segretario provinciale del Pd Gabriele Bosi dice che "Questore e Prefetto devono rispon-dere dell’incapacità di gestire in modo serio e corretto quanto avvenuto oggi a Prato”, il consigliere regionale Nicola Ciolini sostiene che "chi aveva il com-pito di garantire l'ordine pubblico in città dovrà assumersi la responsabilità di quanto successo”. E, per non essere da meno, il deputato Antonello Giaco-melli, sottolineando la gravità di quanto accaduto, cioè del centro della città occupato da un corteo non autorizzato, si è impegnato a portare il fatto al Parlamento e al governo per l'avvicendamento di prefetto e questore. Tutte dichiarazioni che confermano che sul piano della repressione il PD può essere meglio della destra, infatti, nulla fa rispetto alla condizione di schiavi-smo degli operai pratesi, tantomeno delle sanzioni che devono pagare. È me-glio stare dalla parte degli imprenditori. Gli organizzatori sono soddisfatti per la riuscita della manifestazione. Ora si tratta di vedere se la solidarietà e l'unità di classe dimostrata in questa occa-sione sarà portata avanti dai responsabili del SìCobas in base ai comuni inte-ressi del movimento operaio e sindacale e non andrà dispersa a causa di po-sizioni settarie e di autorefenzialità. E restiamo anche in attesa degli sviluppi sul piano sindacale per portare avanti gli obiettivi che sono stati posti. Non basta una manifestazione per rispondere all'attacco padronale finalizzato a minare la capacità di azione e lotta di tutti i lavoratori, per fare avere i salari arretrati agli operai, per risolvere il problema delle sanzioni e la richiesta del-l'abolizione dei decreti Salvini per i quali non basterà certo la sola attività sin-dacale. I lavoratori di Prato devono fare i conti con i padroni normali, con i padroni che operano fuori dalla "legalità" legati a varie mafie, che usano il lavoro nero senza rispetto dei contratti e di ogni norma sulla sicurezza, che abusano della mano d'opera immigrata. Devono fare i conti con una CGIL che sa, ma non interviene e copre queste forme di supersfuttamento, legata com'è ad una amministrazione locale a guida PD che non vuole "rompere gli equilibri" con-solidati nell'economia pratese, che invoca maggiore repressione poliziesca contro i lavoratori mentre copre sfruttamento e il supersfruttamento che si a-limentano a vicenda e comunque fanno "ricchezza" per la città.
marzo redazione
da nu. 1
SESTO SAN GIOVANNI: IMPEDITO LO SGOMBERO Per la casa contro gli sfratti. No alla guerra contro i poveri. La lotta (per ora) paga Martedì 21 gennaio, in via Gilberto Levi 22 a Sesto San Giovanni, un centinaio di compagni solidali in presidio ha impedito lo sfratto di una famiglia proleta-ria in sublocazione provocato dall’Amministrazione comunale. Ancora una vol-ta la lotta ha pagato, la polizia presente insieme all’ufficiale giudiziario per lo sgombero prendendo atto della numerosa partecipazione al picchetto ha ri-mandato l’esecuzione per motivi di ordine pubblico. La famiglia sfrattata con bambini ha avuto la proroga fino al 12 marzo. La mobilitazione e il presidio organizzato dal Centro di Iniziativa Proletaria “Giambattista Tagarelli” di Sesto San Giovanni e dall’Unione Inquilini Nord Milano è proseguita poi con una conferenza stampa sotto il palazzo comunale in piazza della Resistenza. Sono intervenuti Michele Michelino (Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli), l’avvocato Gianluigi Montalto e Marco De Guio (Unione Inquilini), Moni Ovadia, e hanno portato la loro solidarietà anche don Gino Rigoldi e don Virginio Colmegna Presidente fondazione Casa della carità. Gli organizzatori hanno denunciato in un documento che: “L’Amministrazione ha già tentato di sfrattare le famiglie che la precedente Giunta aveva ricove-rato in subaffitto e nei residence in attesa di un’assegnazione in emergenza, ma l’aveva fatto in modo maldestro e illegale, per cui eravamo riusciti a bloc-care gli escomi. Ora Sindaco e Assessore sono tornati alla carica concordando con i proprietari di case l’interruzione anticipata dei contratti e rifiutando il pagamento del do-vuto ai residenti, anche se le famiglie ospiti continuano a pagare la loro pi-gione mensile. Nei prossimi mesi se non metteremo in atto le iniziative necessarie, più di 40 famiglie saranno buttate in mezzo alla strada con decine di bambini piccoli, che pagheranno le conseguenze più gravi di una politica abitativa del Comune basata sulla disumanità e la discriminazione. La Regione ha previsto che le pratiche di assegnazione in corso siano portate a termine, ma a Sesto la legge non è rispettata, la graduatoria delle emer-genze nella quale sono collocate le famiglie non viene attivata, gli alloggi provvisori non sono messi a disposizione e gli affitti di alloggi privati finanziati con fondi regionali per impedire lo sfratto senza soluzioni non vengono stipu-lati. Il prossimo 26 febbraio è previsto lo sgombero del Residence Puccini e nove famiglie finiranno in strada, anche se stanno pagando il canone, perché il Comune si è trattenuto i soldi e si è fatto fare uno sfratto per morosità. Il comportamento della Giunta leghista è assolutamente inqualificabile e inac-cettabile. Viviamo in una società che vuole essere civile, non accettiamo la cancellazione dei diritti, le vendette sulla pelle dei più deboli, le discriminazio-ni nei confronti dei poveri. Chiediamo che le famiglie vengano rialloggiate utilizzando la normativa regio-nale e nazionale esistente: Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finan-ziario 2020 e bilancio pluriennale per il triennio 2020-2022 articolo 1, comma 234 Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione e DGR XI/2065 del 31/7/2019. La presenza al picchetto antisfratto è un atto dovuto, un dovere morale. Chi non vuole vedere, chi sottovaluta quanto sta accadendo, si assume la sua parte di responsabilità dentro una politica complessiva di guerra contro i più deboli in difesa dei presunti privilegi che secondo qualcuno dovrebbero spet-tare a chi è nato nell’agiatezza”. Ora la lotta continua per impedire il prossimo sgombero annunciato il 26 febbraio. http://ciptagarelli.jimdo.com/ http://www.comitatodifesasalutessg.com/ https://www.facebook.com/sindacatocasauisestosg/
30 marzo 2020 redazione
da nu. 2
DALLE DONNE SIRIANE In occasione della Giornata Internazionale della donna, l'Unione Generale delle Donne Siriane (GUSW), ha lanciato un appello ai popoli liberi del mondo e alla più alta istituzione mondiale, l’ONU, invitando a fare una risolu-ta pressione sugli Stati che sostengono con denaro e armi i gruppi terroristici armati in Siria e fermare questo sostegno. Parallelamente la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (WIDF), della quale la GUSW fa parte, ha invitato le organizzazioni interna-zionali e delle donne a sostenere la resistenza all’aggressione delle donne si-riane e il diritto del popolo siriano a vivere con dignità e libertà. Da nove anni, ogni giorno, le donne siriane seppelliscono figli, fratelli e mariti, vittime di una cinica aggressione che ha avuto e a tutt’oggi negli USA, nella NATO e in Israele i burattinai, e nella Turchia, nell’Arabia Saudita i complici. Tutti celati dietro al terrorismo dell’ISIS e dei cosiddetti “ribelli moderati”, nel-la realtà la fanteria di terra per abbattere la Siria laica, multietnica e multi re-ligiosa. Penultimo tassello (l’altro è l’Iran) dell’Asse della Resistenza in Medio Oriente e storico alleato della lotta dei palestinesi. Nel paese la situazione alimentare, sanitaria e lavorativa è drammatica, nono-stante gli sforzi del governo di unità nazionale, e dei paesi alleati o solidali (… il 3/4 dell’umanità). Come in tutti i conflitti sono le donne a cercare con ogni mezzo di continuare a provvedere alle famiglie, a confortare bambini e so-pravvissuti, a credere e lottare comunque, ad alimentare la speranza nella vi-ta. Quanto succede in Siria, così come in ogni guerra, non è altro che la con-ferma di quanto siano incredibilmente forti e imprescindibili. In questo otto marzo, festeggiato in tutto il mondo come giornata internazio-nale della donna, ho voluto riservarlo a loro, senza dimenticare ogni donna in piedi o schiacciata nella lotta per la propria emancipazione, per la difesa della propria terra o per la liberazione del proprio paese. Dalle donne yemenite, a quelle libiche, afgane, del Donbass, alle donne venezuelane e così via. Tutte incluse in un grande abbraccio di solidarietà e in un impegno costante di so-stegno concreto. Forse per spiegare la valorosa resistenza e la forza delle donne siriane di og-gi, occorrerebbe ricordare agli aggressori e ai loro mercenari, che queste donne hanno radici millenari nella lotta contro lo straniero. In Siria, la lunga storia delle donne e del loro ruolo assolutamente paritario con l’uomo, risale alla guerriera Zenobia [240-274 d.C.], la regina ribelle del Regno di Palmira, la donna che fece tremare l’Impero romano, che guidò la mitica rivolta del suo popolo contro gli invasori romani. Sempre in continuità con le radici secolari cui la Siria fa appello per la sua re-sistenza, ne è esempio il Battaglione femminile costituito nell’area di Qami-shli, guidato da Jazya al-Taeemi, si è chiamato le "Khansawat della Siria", prendendo il nome di al-Khansaa, una famosa eroina araba, che storicamente è conosciuta per il suo coraggio e le sue battaglie. Nel corso dei millenni, la Siria ha sempre considerato e realizzato i diritti delle donne, come costituenti pieni e fecondi della sua civiltà e società. E oggi i di-strazionisti professionali vorrebbero riportare indietro la storia o addirittura trascinare la condizione delle donne siriane in quella, allucinante e medievale dell’Arabia saudita o dei paesi del Golfo. Cerchiamo di mettere alcuni elementi storici in chiaro e confrontiamoli con gli Stati Uniti, questi presunti “paladini, avanguardie di libertà e diritti umani nel mondo”. La Repubblica araba siriana concesse il suffragio femminile nel 1953, appena 7 anni dopo essersi liberata dall'occupazione colonialista francese. Gli USA si liberarono dalla tirannia inglese nel 1776, ma diedero alle donne il diritto di voto, 144 anni dopo, nel 1920. Gli Stati Uniti non hanno mai avuto una vicepresidente donna. In Siria il vice-presidente della Repubblica Araba Siriana dal 2006, è Najah al Attar. Suo pa-dre era un partigiano che ha combattuto contro gli occupanti francesi per la liberazione del paese. La vice presidenza siriana è nominata dal presidente e ha responsabilità simili a quelle degli Stati Uniti. Se il presidente siriano do-vesse diventare inabile, il suo vice presidente assume la presidenza. Confrontando le popolazioni degli Stati Uniti e la RAS (318,9 milioni gli USA; 23 milioni la RAS) e le donne in posizioni di comando, gli Stati Uniti sembra-no essere abitanti delle caverne tribali in confronto alla Siria. Impressionante e più ancora rovinante è il confronto con il più fedele alleato statunitense nell’area, quell’Arabia Saudita, che ha concesso alle donne di vo-tare (a una minima parte), nel dicembre 2015. Sono 130.000 le donne saudi-te che hanno potuto registrarsi al voto, rispetto a 1.350.000 uomini sauditi. Naturalmente, le donne che votano, devono chiedere il permesso ai loro ac-compagnatori maschi e devono essere accompagnate ai seggi elettorali. Que-sto vorrebbero trasferirlo in Siria. Prima dell’aggressione il cosiddetto femminicidio e altri crimini contro le don-ne, di fatto non esistevano nella Repubblica Araba Siriana. Lo stupro è un considerato un crimine capitale nella RAS. Da quando, Stati Uniti, NATO, Sauditi, Paesi del Golfo e i loro mercenari terroristi hanno lanciato questa banditesca congiura internazionale contro questo piccolo paese, i crimini con-tro le donne siriane hanno raggiunto proporzioni criminali di guerra. Basta notare quante donne siriane hanno importanti ruoli guida nel governo siriano di Unità nazionale. Nella magistratura, nelle scuole, nella sanità, nell’esercito, nella resistenza contro l’aggressione. Donne laiche, religiose del-le dodici fedi nel paese, tradizionaliste o modernizzate, socialiste, comuniste: tutte patriote. Dopo l’inizio dell’aggressione, migliaia di donne si sono arruolate nelle Forze di Difesa Nazionale formando unità militari e sono state dislocate in compiti di polizia e milizia territoriale. Il loro nome è "Leonesse per la difesa naziona-le". Sono impiegate ai posti di blocco e in controlli di sicurezza nelle aree cit-tadine o nei territori liberati. Nelle interviste hanno spiegato che, dopo che il loro paese fu sottoposto alla peggiore aggressione della sua storia, sostenuta e diretta da un insieme di paesi ciascuno dei quali ha una reputazione storica di brutalità, di crimini di guerra, di oppressione di popoli e paesi, e dopo l’arrivo di religiosi wahabiti fondamentalisti e fanatici, le donne siriane non avevano altra scelta che imparare l’uso delle armi e addestrarsi a difendere se stesse, le loro famiglie il loro paese e la propria patria. In occidente, quante giornaliste o attiviste per i diritti delle donne del famoso movimento femminista “#MeToo”, ha mai cercato di parlare o intervistare qualche familiare delle donne impegnate che sono la punta dell’iceberg delle decine di migliaia di donne assassinate o violate, da parte dei terroristi ISIS o dei cosiddetti “ribelli moderati”. Forse non sono, queste donne siriane, “politi-camente corrette” e quindi degne di testimoniare e denunciare la loro situa-zione. Combattono per la difesa della propria terra, della propria patria, del proprio popolo e non stanno dalla parte dell’invasore e dell’aggressore. E questo si sa, ai giorni nostri è una colpa grave per i popoli e paesi renitenti all’ordine mondiale imperialistico. Neanche le donne di Ghouta rapite e mes-se in gabbia, poi liberate dall’Esercito Arabo Siriano, sono state considerate degne di testimonianza neppure dal movimento #MeToo. Hayat, dopo la liberazione e la riunificazione di Aleppo, raccontò ai media si-riani, arabi, russi, della vita sotto i "ribelli moderati" . Comprendeva torture, omicidi, fame, prelievi d'organi, prigionia, mostrando le sue mani, martoriate e bruciate. Nessuna reporter occidentale l'ha mai cercata per intervistarla. Così come mai qualcuna ha contattato Souria Habib Ali, per sapere come rie-sce a sopravvivere al dolore di madre, dopo aver seppellito sei dei suoi figli, uccisi nella guerra. Nessuna delle anime candide dei media, così solerti e commossi dalle vicende occidentali, ha mai tentato di parlare con le donne siriane sopravvissute al massacro di Al Rashin il 15 aprile 2017. A molte di loro sono stati strappati e rapiti i loro bambini.
agosto 2019 redazione
Venezuela e diritti umani
Solidarietà contro un criminale blocco Intervista con Rafael Aguirre, segretario del COSI (Comité de Soli-daridad Internacional) del Venezuela L’11 luglio scorso abbiamo intervistato per "nuova unità" - nel corso di una riunione - il Segretario generale del COSI venezuelano. Il COSI è un’organizzazione venezuelana fondata nel 1971, e fa parte del Comitato E-secutivo del Consiglio Mondiale per la Pace. nu. Sei di ritorno dalla Svizzera e come mai sei qui in Italia? R. Abbiamo partecipato alla riunione del Consiglio per i Diritti Umani sul Ve-nezuela che si è svolta recentemente a Ginevra e abbiamo approfittato dell’occasione di visitare Milano grazie all’invito che ci hanno fatto alcune or-ganizzazioni politiche e sociali come il Comitato contro la Guerra di Milano con l’obiettivo, in primo luogo, di dare un riconoscimento all’immensa solidarietà che hanno manifestato le organizzazioni italiane, il popolo italiano, verso il nostro popolo. Sappiamo delle assemblee, delle manifestazioni e dei presidi nelle strade nelle quali avete espresso la vostra solidarietà e soprattutto che avete manifestato perché sapete che il nostro paese è coinvolto in una guerra imperialista che ha l’obiettivo di appropriarsi delle nostre risorse strategiche. Abbiamo anche colto l’opportunità per venire a denunciare ciò che oggi signi-ficano le misure coercitive unilaterali - le sanzioni economiche contro il nostro paese - per parlare della difficile situazione in cui si trova il nostro popolo co-me risultato della recrudescenza di queste sanzioni criminali da parte dell’imperialismo nordamericano e dei paesi dell’Unione Europea, che colpi-scono fondamentalmente il suo diritto all’alimentazione, alla salute, alla casa, all’insieme dei diritti sociali che, nel quadro del nostro processo, abbiamo po-tuto garantire al nostro popolo e che l’imperialismo non vuole permettere; per questo strangolano l’economia venezuelana, impongono un insieme di misure a livello internazionale per impedire le transazioni commerciali del Ve-nezuela, per impedire la vendita del suo petrolio a livello internazionale. Un insieme di azioni in campo economico, finanziario e commerciale che non ha altro risultato che la sofferenza del nostro popolo. nu. C’è un motivo particolare per stare proprio qui a Milano? Mi sembra che ci sia una connessione con alcuni pazienti venezuelani che avrebbero bisogno di cure particolari... R. Sì. Effettivamente in Italia abbiamo un esempio vivo delle conseguenze che il blocco contro il nostro paese produce. In Italia ci sono attualmente 27 pazienti che stanno aspettando il trapianto di midollo osseo, un trattamento immensamente costoso in qualsiasi luogo del mondo e che sola-mente un governo che metta al centro la giustizia sociale è capace di farsene carico. E, specificamente nel caso del Venezuela, il nostro governo lo sta fa-cendo da molti anni. Ma oggi gli è diventato impossibile perché non può ono-rare gli impegni di spesa a livello internazionale in conseguenza della crisi. In particolare, nel caso dell’Italia, il Venezuela si è visto cancellare il pa-gamento di 11 milioni di euro alle varie istituzioni sanitarie per poter seguire queste 27 famiglie che si trovano qui in attesa del trapianto, 11 mi-lioni che sono stati pagati dal Venezuela attraverso il Novo Banco del Portogallo e che sono stati trattenuti e bloccati da questa banca in conseguenza della crisi. nu. Chiariamo bene: il governo venezuelano ha già pagato? R. Sì, ma i fondi per il trattamento di questi pazienti sono bloccati. Durante questo processo di pagamento e successivo blocco dei fondi venezuelani sono già morti 3 pazienti. Così possiamo vedere, e toccare con mano, quelle che sono le criminali azioni degli Stati Uniti e le nefaste conseguenze che hanno per i venezuelani, compatrioti che stanno soffrendo e che hanno familiari ma-lati in Italia. In particolare nella zona di Milano c’è un gruppo di pazienti che si trovano qui da tempo e hanno una complessa situazione di gravi difficoltà, con pro-blemi per mangiare, con problemi per continuare le cure, con problemi di al-loggio. Noi, in primo luogo, chiediamo alle organizzazioni sociali che alzino la loro voce, che si facciano sentire per poter sensibilizzare e denunciare al po-polo italiano le conseguenze di queste azioni. Chiediamo anche a queste organizzazioni che si parli di quello che ha signifi-cato e di cosa è, concretamente, un blocco contro un popolo, contro il popolo venezuelano. Vogliamo anche ricordare, nel quadro della solidarietà – che è la tenerezza dei popoli – che, come diceva José Martì, la solidarietà non è da-re quello che ci avanza ma condividere quello che abbiamo. Noi sappiamo, e lo riconosciamo, che le organizzazioni in Italia faranno quanto riterranno giu-sto nel quadro della solidarietà internazionalista per poter appoggiare queste famiglie come potranno, con molto o con poco... Rispetto a queste richieste che abbiamo fatto alle varie organizzazioni che abbiamo incontrato, abbiamo avuto risposte positive. Ci siamo incontrati con diverse organizzazioni politiche e sociali, con partiti comunisti, con Italia-Cuba, con il Comitato contro la Guerra di Milano che è quello che ha promos-so gli incontri con maggiore entusiasmo, con il Centro di Iniziativa Proletaria che anch’esso ha messo a disposizione la sua forza e il suo gruppo politico per trattare questi temi, e speriamo di poter incontrare altre organizzazioni, di sommare volontà, di sommare un maggior numero di persone, di individuali-tà, di organizzazioni che si sentano coinvolte in una causa sociale, per la dife-sa reale dei diritti umani in Venezuela. Se vogliamo difendere i diritti umani in Venezuela è questo il modo di farlo: non lo si fa con il bloqueo, non lo si fa con il nefasto Rapporto (di Michelle Bachelet, n.d.t.) che è stato presentato al Consiglio per i Diritti Umani a Gine-vra. È solo con le azioni di cui abbiamo parlato prima che si difendono i diritti u-mani del popolo venezuelano. (Intervista e traduzione di Daniela Trollio)
maggio 2019 redazione
Intervista Aldo Milani
Presente e futuro Con Aldo Milani, a tutto tondo, dopo la sua assoluzione Michele Michelino nu. Nel 2017 sei stato arrestato con una accusa infame di estorsione, di aver incassato mazzette, e sbattuto in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali e le televisioni per sputtanare te, il Sicobas e tutti e tutti quelli che creano con-flitto con il capitale lottando per i loro interessi. Il 13 maggio 2019 sei stato assolto (ricordiamo che il PM aveva chiesto 2anni e 4 mesi di reclusione), ma i mass-media hanno riportato la notizia in poche righe su quotidiani e tv locali dimostrando di essere un'informazione di regime al servizio dei padroni. Co-me hai vissuto questa vicenda tu e i compagni del sindacato? Milani. In realtà con patteggiamento era già stato condannato il Piccinini e contro di me non vi era nessuna prova in quasi cinquemila pagine di intercet-tazione solo in sette sono citato e la sola volta che si parla di soldi che i Le-voni dovevano dare lo si fa in riferimento alla nostra cassa di resistenza. In pratica Piccinini mi chiedeva quanti soldi il SI Cobas aveva sborsato per so-stenere i lavoratori in lotta ed avendo risposto che erano stati spesi 30 mila euro, Piccinini mi diceva che ne aveva chiesti 60 mila ai Levoni e tutto ciò era un acconto sulla parte economica che dovevano pagare per le mancate cor-responsioni in busta paga e che erano oggetto di trattativa tra gli avvocati di parte. Io rispondevo con un va bene (un niente per accusarmi di estorsione). Non c’entravo niente, ero estraneo alle mazzette del sig. Piccinini come si e-videnzia dalle immagini trasmesse anche se manipolate e quindi sono stato assolto dalle accuse. Il fatto grave è che continua l’attacco repressivo perché sembra che gli avvo-cati di parte vogliano fare appello. In ogni caso proprio oggi il mio sindacato ha presentato una denuncia tendente a dimostrare che l’azienda LEVONI con-tinua nella stessa politica non pagando il dovuto ai lavoratori, anche se loro (LA PROCURA, IL PADRONE) cercano di far diventare estorsione la semplice attività di contrattazione sindacale. A gennaio è stato dichiarato lo stato di agitazione per la GLS enreimpris di Piacenza, dove io non intervengo diret-tamente e solo per il fatto che ho firmato lo stato di agitazione, sono state depositate, da parte dell'azienda, 22 pagine di denuncia nelle quali si cerca di paragonare l'indizione dello sciopero - se non si ottiene l'incontro per una trattativa sulla applicazione contrattuale - come un ricatto e quindi una estor-sione. Minacciare lo sciopero se i padroni non si attengono al CCNL signifi-ca estorsione. In pratica i padroni tendono a mettere in discussione l’attività di sciopero. Formalmente lo sciopero lo riconoscono però vogliono svuotarlo della possibilità di usare certe forme di lotta per ottenere dei risultati; questo è il loro obiettivo e stanno spingendo affinché si approvi una legge per rego-lare lo sciopero. Esiste il precedente dell’accordo - già firmato dai Confederali e dalla stessa USB - che tende ad impedire i veri scioperi perché prevede che si possano fa-re solo se hai una sostanziale maggioranza nelle RSU. Noi ad oggi non ab-biamo all’interno delle aziende della logistica le RSU, ma le RSA e non fir-mando questo accordo tendono a non riconoscerci istituzionalmente. Noi non l'accettiamo e non abbiamo firmato accordi che tendono a regolare il conflit-to. nu. I lavoratori da subito ti hanno espresso solidarietà avendo capito che ti avevano teso una trappola per fare fuori te e il SICOBAS, però abbiamo visto che questo fatto ha creato disorientamento e divisioni anche in una parte del movimento sindacale. Alcuni sindacati confederali e anche sindacati di base in concorrenza con il Sicobas hanno preso per buone e a pretesto le accuse di estorsione del padrone avallate dalla Procura e dallo Stato contro di te pren-dendo subito le distanze e negando anche un minimo di solidarietà. Mol-te organizzazioni e compagni invece da subito ti hanno espresso solidarietà. Quali sono state le cause che hanno contribuito a far cadere l’accusa nei tuoi confronti. Milani. Le cause che hanno permesso la mia assoluzione sono dipese da di-verse cose. A parte la mobilitazione ci sono altri fattori del perché il giudice mi ha assolto dalle accuse. Il primo è stato senz’altro la mobilitazione dei la-voratori sin dal primo momento, già il giorno del mio arresto in tutti magazzi-ni i lavoratori hanno scioperato dando un chiaro segnale alla contropar-te. Anche nel giorno della sentenza nei magazzini spontaneamente si sono fermati per un'ora senza che ci fosse stata una chiara indicazio-ne dell’organizzazione sindacale per indire lo sciopero, io stesso ero all'oscuro di tale decisione. Inoltre una cinquantina di persone il giorno della sentenza autonomamen-te hanno deciso di fare un presidio fuori dal tribunale. Anche nel nostro sin-dacato c’è stata una discussione perché chi non ha esperienza sosteneva che era meglio non fare dimostrazioni a Modena, così pure aveva suggerito il mi-o avvocato il quale sosteneva: tanto abbiamo vinto sul piano giudiziario, at-tenzione perché se fate qualche iniziativa in città possono usare le mobilita-zioni per pronunciare una sentenza negativa. C’è stato un contrasto prima di tutto da parte mia nei confronti del mio avvo-cato perché con la sentenza poteva essere decisa da pregiudizio politico nei nostri confronti e quindi doveva essere il sindacato a decidere il che fare. An-che alcuni dei nostri quadri pensavano che era meglio non fare niente dal momento che l’accusa si era sgonfiata e il problema poteva essere risolto sul piano giudiziario. Invece abbiamo fatto una mobilitazione che ha permesso non solo di portare avanti la lotta su contenuti politici più avanzati, l’attacco contro di me che era stato portato avanti non era perché io non avevo fatto niente, anzi è proprio perché esercitiamo la lotta di classe contro i padroni, le istituzioni statali, per tali motivi che mi potevano condannare. I fatti dimo-strano che tutte le volte che si manifesta davanti ai tribunali con una certa forza è un motivo in più per far capire le nostre ragioni e questo può condi-zionare in parte anche le valutazioni dei giudici. Il secondo elemento è che la giudice Musti - capo dei giudici a Modena che in prima persona si era espo-sta la sera stessa del mio arresto invitando altri padroni a denunciarmi per lo stesso reato, e che a detta di molti ha sempre affrontato questi processi in maniera molto reazionaria - è stata sostituita una settimana prima di questa sentenza. Non è un caso che il nuovo giudice abbia aspettato il 13 maggio un mese dopo che era finito l'ultima udienza per dare la sentenza. Io ero convin-to che mi condannassero perché il PM, anche se ammetteva che avevo fatto l'estorsione a fine di bene per i lavoratori, aveva chiesto una condanna a due anni e 4 mesi di reclusione. Secondo me sono arrivati alla soluzione in senso positivo anche perché vi è stato questo cambiamento a livello di gestione della magistratura modene-se: problema risolto quando l’organo supremo della magistratura ha sostenuto che questa giudice Musti aveva vinto il concorso di giudice a Modena in maniera illegale, perché avevano "truccato" la graduatoria. A Mo-dena, a detta anche di fonti giornalistiche, c’è un gruppo di giudici apparte-nenti alla massoneria, legati al PD, che si sta disgregando nella misura in cui si stanno determinando altri equilibri politici del sistema di potere. La magistratura, la questura, gli organi di polizia di Modena nelle settimane precedenti alla sentenza avevano sempre avuto delle forme repressive di at-tacco alle lotte dei lavoratori e agli scioperi che facevamo. Anche i mezzi uti-lizzati dal punto di vista militare, da polizia e carabinieri, sono sempre più improntati alla violenza, non sparano più lacrimogeni in aria, ma quando sei seduto per terra: questo atteggiamento è un anticipo di quello che sarà il decreto sicurezza bis. Non potrai più neanche avere in mano un fumogeno per essere condannato. Modena fa scuola, è un apripista all'accentuarsi delle azioni repressive contro gli scioperi e alle nostre forme di lotta che portiamo avanti nella logistica e questo modello si estenderà a tutti. Il terzo elemento sono le contraddizioni in campo nemico, nelle forze bor-ghesi, nell’ultimo periodo relativo allo sciopero dell’Italpizza, la CGIL ha co-minciato a prendere pozione contro una aperta repressione delle lotte. In questa azienda la maggioranza dei lavoratori è iscritta, su indicazione delle cooperative alla UIL, e per concorrenzialità, in questo caso, la CGIL si è schie-rata perché sia applicato il contratto in relazione alle professionalità esercita-te. In più c’è stato un incontro al MISE dove l’inserimento dei 5stelle nella ge-stione di quel ministero ha favorito noi perché questo partito cerca di mettere in discussione la forza del PD nell'area modenese. Infatti, nell'incontro con l’azienda Italpizza al Ministero, quando la UIL ha posto il veto sulla nostra presenza perché non firmatari di contratti nazionali, il funzionario gli ha rispo-sto negativamente sostenendo che anche il SI Cobas aveva tutto il diritto di stare al tavolo di trattativa. Questi fatti, insieme all’allargamento della lotta e del conflitto, secondo me hanno influito in parte sulla decisione del giudice di assolvermi. nu. Alla fine ti hanno assolto ma per un anno e mezzo sei stato messo alla gogna mediatica, ti hanno applicato delle restrizioni e impedito di muoverti li-beramente, cosa ha comportato per te questo domicilio coatto? Milani. Il fatto di dover stare in casa senza possibilità di muovermi è stato un grosso problema, ma tutti noi che ci muoviamo sul terreno della lotta con una visone di classe dobbiamo metter in campo che andranno avanti contro le lotte operaie e la repressione sarà un dato oggettivo che aumenterà. Però, stare ai domiciliari è stato pesante non potendomi muovere sul territorio. Es-sendo, in questa fase, ancora il compagno che si muove di più sul piano na-zionale per il sindacato, stare chiuso in casa e segnalare quando uscivo dove andavo è stato molto pesante. Un altro aspetto a proposito di repressione: Venerdì dell'altra settimana siamo stati a Napoli per un’assemblea operaia e mentre eravamo in albergo di notte del (18), si sono i presentati i carabinieri notificando una denuncia per uno sciopero fatto qualche mese prima al coordinatore del sindacato di Bologna, Simone Carpegiani, il qua-le aveva prenotato le camere dell'hotel. Il sistema intimidatorio, come si ve-de, è continuo e riguarda tutti. Anche gli altri sindacati, se si muovono su un terreno meno movimentato del nostro, se pensano di non essere toccati da questa svolta repressiva si sbagliano. Avranno anch'essi problemi di agibilità sindacale. Le scelte repressive che si acuiscono non attaccano solo il Sicobas ma tutti coloro che eserciteranno il conflitto di classe. nu.Tu pensi che oggi ci sia una fascistizzazione del sistema capitalista? Milani. Oggi non esiste un sistema fascista, c’è una tendenza alla fascistizza-zione dello Stato attuata attraverso un utilizzo più accentuato della repressio-ne. I capitalisti, nella crisi, avendo sempre minori margini di soprapprofitto per corrompere strati di lavoratori e aggregare intorno a sé il consenso della piccola e media borghesia hanno bisogno di dotarsi di strumenti di controllo e di repressione più accentuati. Lo Stato oggi, nella crisi, ha meno briciole e spazi economici per coinvolgere questi strati, quindi debbono ricorrere al-la repressione dei movimenti a cominciare da quelli dei lavoratori. Davanti a questo scenario che ci vedrà più colpiti dalla repressione, diventa impellente allargare il fronte di lotta. La risposta non può più essere solo la denuncia di questo aumento della repressione, ma quella di organizzarsi di più, generaliz-zare la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, fare fronte unico! nu. La vostra esperienza molto radicale anche nelle forme di lotta sindacale, nonostante le conquiste ottenute dimostrano anche i limiti dell’azione sinda-cale basata sui rapporti di forza. Sappiamo entrambi che la lotta sindacale è necessaria per porre un argine allo sfruttamento, al peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita del proletariato, ma i licenziamenti, i morti sul la-voro e tutti i mali che deve subire la classe operaia contro cui lotta ogni gior-no sono solo gli effetti del sistema; la causa risiede nel capitali-smo/l’imperialismo. Nel Sicobas come intendete muovervi nelle contraddizioni tra lotta sindacale e organizzazione politica, vi ponete il problema dell’organizzazione politica di classe e del potere? Milani. Posso rispondere per me non per tutti i compagni del sindaca-to. Anche nelle nostre tesi abbiamo cominciato ad abbozzare una prospettiva politica. A differenza del passato, faccio un esempio, negli anni '20 mentre si lottava per la difesa del salario, delle condizioni dei lavoratori, contro i licen-ziamenti ecc, i riformisti e i comunisti avevano prospettive diverse. I riformisti nello sviluppo della lotta trovavano un accordo con i padroni e il più delle vol-te tradivano gli interessi specifici di quelle stesse lotte, i rivoluzionari erano più conseguenti nella difesa economica e dei diritti dei lavoratori e si adope-ravano per l'allargamento della lotta. Oggi invece, soprattutto negli ultimi 70 anni, dopo che c’è stata una maggiore integrazione dei sindacati nello Stato e questo è avvenuto in tutto il mondo, non solo in Italia, le piattaforme dei sindacati confederali sono dall'inizio improntate alla difesa del sistema ca-pitalistico. Se l'economia è in crisi si debbono accettare i sacrifici ed i lavora-tori devono aumentare gli indici di produttività. Questo criterio di fondo av-viene per le piattaforme di tutti i settori, nei metalmeccanici, chimici e al-tre categorie. Era così come allora, all'inizio del '900 ma oggi è ancora più evidente, sosten-gono e rivendicano questi sindacati apertamente le esigenze dell'economia capitalista, gli interessi borghesi. Al primo posto si mette la produttività, la salute del sistema, per cui bisogna accettare sacrifici, licenziamenti e via di seguito. Essendo poi venuta a man-care, almeno negli ultimi cent’anni, un’organizzazione di classe nella forma partitica (una volta erano i partiti che erano il punto di riferimento dei sinda-cati) i lavoratori si presentano di fronte all’avversario senza avere una politica prospettica e spontaneamente arrivano a sviluppare una politica tradunioni-stica tuttalpiù cercano di supplire alla mancanza del partito compiti che hanno una valenza non puramente di contrattazione della forza lavoro. Non è un ca-so che noi sosteniamo che il compito del sindacato e quello di rivendicare al meglio le condizioni dei lavoratori, ma per poterlo fare bisogna definire gli obiettivi e le forme di lotta all'interno di una prospettiva anti capitalistica. Il sindacato finisce per supplire la mancanza del partito e avere un ruolo che "non è il suo". Le nostre lotte sul piano delle rivendicazioni sono coerente-mente anticapitalistiche: abbiamo ottenuto la riduzione di due giornate di la-voro all'anno, molto poco ma è in controtendenza con quello che sta succedendo in Europa. Questo però dimostra che la battaglia per la ridu-zione dell’orario di lavoro si può fare concretamente se si costruiscono delle lotte ed un fronte unitario dei lavoratori, forti aumenti salariali, passaggi di li-vello non in base alla professionalità, ma agli anni di presenza nei magazzini. Tutta la lotta classe contro classe non può essere fatta solo per avere un co-sto più favorevole della forza lavoro e anche su questo terreno il capitalismo se le condizioni del mercato lo impongono chiude le fabbriche, la lotta deve spostarsi e allargarsi contro tutte le manifestazioni del dominio borghese. Ec-co perché dei compagni si pongono non solo di portare avanti delle lotte radi-cali ed in senso anticapitalista, ma diventa essenziale favorire la formazione di un'organizzazione politica e non solo sindacale della classe. Tuttavia la crisi evidenzia che questo sistema ormai non può più concede-re neanche queste briciole e le briciole le ottieni solo se si in grado di fare la lotta in un quadro anticapitalista. La caratteristica del Sicobas, a differenza degli altri sindacati è questa. Il sindacalismo di base sta entrando in cri-si, perché nel '92/93 quando è nato, era una forma di critica alla democrazia all’interno delle fabbriche, ai burocrati sindacali che decidevano e i lavoratori non avevano nessun spazio, allora questo è stato un momento dirompen-te però oggi restando sul terreno del tradeunionismo di spartirsi un po’ le quote: meno al profitto più al salario, si resta ancorati ad una visione oppor-tunista che non paga nemmeno più. È necessario legare la battaglia dal pun-to di vista economico alla necessità di sviluppare una propria organizzazione politica. Questo è e sarà un dato imprescindibile per quei lavoratori che si vorranno porre come classe nei confronti della classe borghese: dovranno porsi il problema di un attacco più complessivo al sistema capitalista. I due termini, sindacato e partito non si debbono intendere separati e non si può dire questa è solo una lotta limitata all'ambito sindacale, oppure questa è re-lativa all'ambito politico e riguarda quindi il partito. I due elementi non sono distinti sono strettamente collegati nella lotta operaia. L’avanguardia dei lavoratori non si conquista attraverso la propaganda delle idee. L’organizzazione politica se nascerà e, noi cerchiamo di favorirla, sarà data se saprà coniugarsi alle lotte dei lavoratori d'avanguardia. Alcuni di noi stanno lavorando per far evidenziare ed emergere la necessità di una orga-nizzazione politica perché ci sono tanti problemi che riguardano i rapporti fra le classi e solo una organizzazione politica può sviluppare un'azione per ren-dere coscienti i lavoratori. Bisogna essere dialettici, noi abbiamo un vantaggio e un handicap. Il vantaggio è che il sistema capitalistico della logistica dove operiamo maggiormente noi la composizione organica del capitale e più bas-sa rispetto ai diretti concorrenti, quindi più utilizzo degli uomini che dei mezzi, inoltre in Italia - a differenza degli altri paesi imperialisti nostri concorrenti che hanno avuto una maggiore forza e dominio nei paesi arretrati e una im-migrazione di terza generazione - l'immigrazione è avvenuta negli ultimi ven-t'anni. Oggi in Italia l'immigrazione conta numeri consistenti. Abbiamo una classe operaia meno ideologizzata, meno legata ai partiti, meno sindacalizzata, diventa più protagonista delle lotte, anche se non ha u-na visione politica di prospettiva. Molti di loro pensano che attraverso le lotte sindacali si possano ottenere risultati duraturi, definitivi. Ma anche nella logi-stica nell’ultimo anno e proprio nelle aziende in cui si sono ottenute più con-quiste sindacali, aumenti di salario, riduzioni dell’orario di lavoro, e migliori condizioni di lavoro è in atto una riorganizzazione del sistema padronale che sta portando alla chiusura delle aziende, questo è il capitalismo bellezza. Il risultato di questo processo è che gli stessi operai come i nostri che hanno ottenuto con le lotte da 700 a 2200/2400 euro in certi magazzini importanti non possono pensare che le cose vadano sempre bene, devono porsi il pro-blema che sempre nel processo capitalistico la concorrenza e il processo di ri-strutturazione ha conseguenze sul loro livello di vita. nu. La concorrenza divide i lavoratori e la lotta contro lo sfruttamento li uni-sce, tuttavia le contraddizioni nel proletariato rimangono, come convivono nel Sicobas le varie nazionalità, e con diverse religioni? Milani. L’unità nella lotta ha dimostrato la forza dei lavoratori e li ha uniti sul piano sindacale, ma il fatto che questi operai provengono da varie parti del mondo fa sì che si portino dietro anche l’ideologia delle regioni di provenien-za. Certo che oggi costruire un partito marxista all’interno dei lavoratori diventa un problema in un settore di classe in cui il 95% appartengono a religioni di-verse. L’averli organizzati, uniti, perché c’era un razzismo anche fra loro, di-scutendo insieme anche delle questioni religiose, non in maniera ideologica ma rendendo evidente come gli antagonismi di classe sono inconciliabili, per noi è una battaglia politica e questo è utile anche dal punto di vista politico internazionalista. Noi oggi abbiamo 32 nazionalità all’interno del sindacato per cui il nazionalismo è un problema presente. Per esempio, molti pensano che Erdogan sia per loro un punto di riferimento, in particolare nelle aree ara-be. Noi quindi c’e anche una battaglia contro questi aspetti che sono culturali, religiosi e politici che dobbiamo fare, che non è solo sindacale, ma anche poli-tica. Noi non ci poniamo solo il problema di migliorare le condizioni sul posto di lavoro, ma il problema nostro come marxisti è quello di porre il problema dal punto di vista politico. Su questo, a livello di slogan, di concezione, di battaglie i nostri quadri co-minciano e sentire questa influenza. Per molti dirsi comunisti diventa un pro-blema. Per esempio ieri discutevamo con i compagni tedeschi del Parti-to Comunista m-l e loro ci dicevano che in Germania se dici che sei comuni-sta, marxista non puoi neanche partecipare ai sindacati ma vieni espulso. Oggi per noi non è cosi, anche se diciamo che siamo comunisti, ponendoci dal punto di vista marxista per i nostri lavoratori non c’è questo problema an-che negli slogan, negli interventi che fanno si stanno muovendo su quel ter-reno. È la materialità che li spinge a risolvere la contraddizione e quindi an-che l’elemento soggettivo, l‘organizzazione politica diventa sempre più impor-tante proprio per la direzione di questo processo. Gli stessi lavoratori comin-ciano a prendere coscienza della limitatezza della lotta sindacale, sia azienda-le sia di settore. Noi siamo nati come sindacato fondamentalmente della logi-stica, andare oltre come a Modena, Napoli o altre parti è importante. Modena più di Bologna ha la ceramica, la Maserati, la Ducati, metalmeccanica, alimen-tare con l’Italpizza è la prima in Europa, tutta una serie di altri settori. Il 30% dei lavoratori di queste fabbriche sono immigrati, ma anche italiani e questo significa che cominciamo a incidere perché anche questi cominciano ad aderire al sindacato. Non pensiamo di allargarci e diventare da soli il sin-dacato di classe, ma lavoriamo in una prospettiva di fronte unico con tutti i lavoratori per fare una battaglia sul terreno complessivo che per noi diventa fondamentale. Il nostro definirci sindacato intercategoriale ha un valore in prospettiva, non è il sindacato di più federazioni, una confederazione, con il segretario dall’alto che gestisce. Noi vogliamo essere dei coordinatori di un’attività contro la de-lega che oggi è ancora molto forte anche nel Sicobas e mettere al centro i Cobas, deve essere il delegato che si fa attivo dal punto di vista sindacale e politico di questo processo o confronto. Anche adesso nel sindacato si tende a dare più peso ai coordinatori invece che al Cobas. nu. Il vostro slogan “se toccano uno toccano tutti” è diventata la parola d’ordine generale del movimento operaio e di lotta e questo è un grande ri-sultato. È uno slogan che si basa sulla solidarietà di classe che gli operai co-scienti hanno sempre praticato e che oggi con l’acuirsi della concorrenza e la guerra fra poveri diventa ancora più importante. Tu hai detto che riconosci i limiti della lotta economica-sindacale e, quindi l’importanza di una organizza-zione politica, ma i lavoratori più coscienti di cui parlavi prima cominciano a porsi il problema del Potere operaio? Del socialismo? Milani. Sì, anche se in maniera empirica. Oggi succede che con l’allargamento e la radicalizzazione della lotta alcuni pensano che questo sia possibile attraverso il sindacato. Noi stiamo lavorando per favorire il confron-to sul terreno politico. Sta poi alle avanguardie dimostrare che questa è una limitatezza. Basta seguire le nostre manifestazioni anche esterne dove si vede come questo avviene. Oltre agli obiettivi della lotta economica si pongono i problemi dell’imperialismo, la presenza imperialista nelle varie aeree nei loro paesi e tutta una serie di temi, ma non si tratta solo di propagandare come è giusto che i marxisti facciano sempre. Ci vuole la capacità di far comprendere che questa lotta è all’interno delle cause che producano queste contraddizio-ni. Sta a noi far comprendere, e lo stiamo facendo, che dentro questa pro-spettiva puoi anche avere dei vantaggi sul piano economico. Ora molti lavora-tori s’iscrivono al sindacato, abbiamo cinque avvocati per i servizi, come in al-tri sindacati, ma il nostro è un sindacato di militanti. nu. Nel mese di maggio prima in Francia e poi in Italia ci sono stati manife-stazioni e picchetti dei lavoratori portuali e di comitati contro la guerra per impedire l’attracco nei porti di una nave che portava armi saudite da utilizzare nella guerra civile in Yemen, cosa pensi di questo fatto? Milani. Noi siamo solidali, a livello di denuncia anche noi lo stiamo facendo. Io pongo però l’accento sulla materialità. Anche la questione delle donne pro-letarie all’interno dei posti di lavoro è un problema che ci poniamo anche pra-ticamente avendo ormai un buon numero di lavoratrici all’interno del sindaca-to e abbiamo fratto uno sciopero di tutti i settori questo problema. Anche su temi come quello della guerra ricordo che è la DHL quella che porta le armi per gli americani in Medio oriente e nei vari fronti di lotta, quindi la logistica è un settore fondamentale. Riuscire a fare degli scioperi internazionali significa ostacolare, agi-re concretamente contro la guerra non limitandosi solo alla propaganda sep-pur necessaria contro l’imperialismo e oggi purtroppo su questo problema siamo ancora indietro, ma ci stiamo lavorando. Infatti, nei nostri incontri na-zionali poniamo sempre il problema di un collegamento anche materiale, non solo volantini e prese di posizione di denuncia. Siamo stati recentemente in Asia, in India abbiamo preso contatti come sindacato con sindacati di quei paesi perché crediamo che l’unità internazionale ci rafforzi, ad esempio il gruppo Zara produce i propri abiti in Bangladesh e in quelle’aree, lo stes-so vale anche per Benetton e tutti i gruppi multinazionali. Recentemente in quell’area hanno licenziato migliaia di lavoratori perché ave-vano fatto uno sciopero, ecco davanti a questi avvenimenti essere in grado di far scioperare e mobilitare tutti i lavoratori del gruppo anche in Italia è fon-damentale. Non è che noi ci poniamo il problema dell’internazionale per il fu-turo, noi cerchiamo di praticarlo già adesso, come importante è confrontarsi e discutere di questa crisi e delle lotte che si stanno sviluppando a carattere in-ternazionale per noi è fondamentale. Intervista raccolta il 20 maggio 2019