ottobre 2019 redazione
Fronte unico
Il fronte unico proletario e la lotta contro la socialdemocrazia Fabrizio Poggi Lo scorso 18 agosto i comunisti hanno ricordato il 75° anniversario dell'assassinio, a Buchenwald, di Ernst Thälmann, segretario della KPD - Kommunistische Partei Deutschlands. Arrestato nel marzo 1933, un mese dopo la nomina di Hitler a cancelliere, per 11 anni Thälmann fu trasferito da un carcere all'altro. Verso la mezzanotte del 17 agosto 1944, secondo la ricostruzione fatta sull'organo della DKP, Unsere Zeit, “una limousine arrivò al lager di Buchenwald. Il prigioniero fu fatto scendere. Il suo ultimo cammino fu tra un'ala di SS. Si avvertirono tre colpi in rapida successione”, poi un quarto. Hitler in persona aveva ordinato l'assassinio. In certa sinistra, si incappa oggi di rado in giudizi favorevoli su Ernst Thälmann. Sopravvive la stantia omelia di socialdemocratici e trotskisti, secondo cui la contrapposizione, ispirata da Stalin, dei comunisti tedeschi alla socialdemocrazia, avrebbe favorito Hitler. Ma, in quante occasioni, i socialisti in posizioni di comando avevano chiuso sedi comuniste, proibito l'attività dei sindacati comunisti, inviato la polizia a sparare contro i comunisti, come avvenne il 1° Maggio 1929 a Berlino, sotto il governo di Otto Braun, quando il capo socialdemocratico della polizia, Karl Zörgiebel, represse una dimostrazione operaia, provocando 30 morti, o il 17 luglio 1932 ad Amburgo, allorché un altro capo socialdemocratico della polizia fece sparare su un corteo di comunisti, uccidendone 17, e come avvenne a Brema, Monaco, nella Ruhr, in Slesia... Anche certa sinistra-sinistra, trattando dei comunisti tedeschi dell'epoca, si riduce ai cliché sulle “oscillazioni senza principio dello stalinismo”, una delle cui varianti, “nello spartito ideologico staliniano”, era la politica del socialfascismo, “promossa da Stalin e dall'Internazionale Comunista stalinizzata tra il 1929 e il 1933”, e che “portò il KPD nel 1931 a sostenere un referendum promosso dai nazisti contro il governo Brüning”. La situazione tedesca In sintesi: nel 1931 la KPD (Kommunistische Partei Deutschlands) si era dapprima opposta al referendum indetto da Elmi d'acciaio e NSDAP contro il governo socialdemocratico di Otto Braun in Prussia; dopo che la SPD ignorò l'appello a unire le forze contro i nazisti, i comunisti si schierarono per il referendum che, pensavano, poteva aprire crepe nell'ala prussiana della NSDAP, di Gregor Strasser. Oggi, i comunisti imputano doverosamente a Palmiro Togliatti la degenerazione revisionista del PCI, che data anche prima del 1956. Ma, illustrando la posizione dell'Internazionale Comunista sul referendum dell'agosto 1931 in Prussia, egli scriveva: “potevano i comunisti astenersi dal prendere parte alla lotta? ... l'astensione poteva avere un valore solamente... come un appoggio al governo socialdemocratico. Era possibile ai comunisti dare questo appoggio? ... La socialdemocrazia tedesca è, sul continente europeo, la più forte organizzazione reazionaria la quale tenga incatenati al carro del capitalismo dei milioni di lavoratori... La influenza dei capi socialdemocratici sugli operai è il più grave ostacolo a una lotta efficace contro il fascismo, è uno dei più forti elementi che i fascisti, nella loro lotta per giungere al potere, hanno a loro favore”. La SPD continuava infatti a sostenere il governo Brüning e la sua Notverordnungpolitik (decreti d'urgenza, con draconiane misure antioperaie e antipopolari) dicendo che ciò “serve a evitare un male più grave, cioè un governo fascista. La teoria del minor male è, oggi, lo strumento di cui essi si servono per disarmare ideologicamente le masse”. I comunisti contavano inoltre di conquistare determinati settori della NSDAP. In una lettera aperta del novembre 1931 “Agli elettori della NSDAP e ai membri delle SA”, ad esempio, la KPD di Berlino-Brandenburgo scriveva che, mentre il “vostro Führer” non fa che servire grande capitale e grossi banchieri, i lavoratori berlinesi dovrebbero seguire l'esempio di tanti membri della NSDAP, che “hanno marciato insieme” ai comunisti; “combattete insieme a noi nel fronte dell'esercito rivoluzionario, per il pane, il lavoro, la libertà, il Socialismo”. La KPD, anche nei momenti di più acuta contrapposizione ai governi socialdemocratici, non aveva mai smesso di cercare l'unità d'azione con quella parte della SPD disposta a lottare contro il Zentrum cristiano-liberale e la destra nazionalista. Nel 1926, comunisti e socialdemocratici avevano fatto fronte comune al referendum, poi perso, sull'esproprio senza indennizzo dei latifondi dei nobili prussiani. Tra fine anni '20 e inizio '30, Thälmann chiama ripetutamente all'unità d'azione operai socialdemocratici e cattolici, per lottare spalla a spalla: Schulter an Schulter mit uns zu kämfen; questo, nonostante le posizioni filo-governative della SPD, che proseguiva nella Tolereriungspolitik, a sostegno dell'impopolare governo Brüning quale “kleinere Übel”, male minore. Nel febbraio 1930, al Presidium allargato dell'IKKI (Com. Esec. dell'IC), mentre si ribadiva la necessità di un “implacabile smascheramento della socialdemocrazia quale principale sostegno per l'instaurazione della dittatura fascista”, si sottolineava che si deve “saper distinguere tra apparato partitico social-fascista e operai di fabbrica ancora sotto l'influenza della socialdemocrazia, in modo che, con un'applicazione conseguente della tattica del fronte unico dal basso, si possano conquistare questi operai a una decisa lotta rivoluzionaria comune”. Fronte unico dal basso Appaiono oggi quantomeno singolari certi sibillini riferimenti alla politica della KPD, e arbitrari accostamenti alla linea dell'IC. È vero che, con il pretesto di “stare in mezzo alle masse”, perché si giunga alla “costituzione del Governo di Blocco Popolare che spalancherà le porte al Socialismo”, qualcuno aveva aperto un credito in bianco al passato governo gialloverde. È pure vero che altri, pretendendo di lottare contro un PD euro-atlantico (di per sé, cosa doverosa) e suoi accoliti, che “si mobilitano alacremente solo per il Gay Pride e per difendere un’immigrazione senza regole, funzionale e foraggiata dal neoliberismo”, hanno finito ugualmente per schierarsi con i fascio-leghisti salviniani. Ma, vedere in tali esternazioni, presunte “oscillazioni senza principio dello stalinismo”, significa prendersi gioco della storia. La KPD, a difesa delle condizioni di vita della classe operaia, massacrata da imposizioni di Versalles e Piano Young, crisi economica e disoccupazione, non poteva non smascherare la politica dei vertici della SPD che, col governo di Hermann Müller, aveva proibito gli scioperi, decretato il blocco delle assunzioni, la fine delle assicurazioni sociali, sparato sugli operai, minacciando l'aperta dittatura fascista. Nel dicembre 1930, l'organo della KPD, Die Rote Fahne scriveva: “La dittatura fascista non è più una minaccia, ma è già qui. Il capitalismo tedesco è al collasso e nessuna dittatura, nemmeno quella fascista, potrebbe salvarlo. Il nemico principale è ora la dittatura fascista”. All'XI Plenum dell'IKKI, nel marzo-aprile 1931, Thälmann affermava che lo sviluppo del fascismo in Germania “non è una manifestazione della forza della borghesia e di debolezza o sconfitta del proletariato, bensì del fatto che la borghesia deve ricorrere alla sua forma estrema di dominio, il fascismo, per impedire l'incombente rivoluzione proletaria”. Il “culmine del movimento nazionalsocialista è ormai passato”, dirà Thälmann. Correggendo quella valutazione, la stessa sessione dell'IKKI stabilì però che “Se ci ponessimo dal punto di vista che la crisi politica in Germania è già una tappa superata, che siamo entrati in una fase di crisi rivoluzionaria, ... inizieremmo rapidamente ad annullare i compiti che ancora non abbiamo risolto”. E proseguiva: “La crescita del fascismo negli ultimi tempi è stata possibile solo sulla base del sostegno della socialdemocrazia... apripista della fascistizzazione dello Stato capitalista… Una lotta vittoriosa contro il fascismo richiede dai partiti comunisti la mobilitazione delle masse sulla base di un fronte unico dal basso contro tutte le forme di dittatura borghese... la borghesia monopolista e il suo Stato organizzano e utilizzano il movimento fascista (nazionalsocialista) delle masse piccolo-borghesi per indirizzare il loro malcontento sul binario del rafforzamento del capitalismo... una vittoriosa lotta contro il fascismo in Germania richiede il tempestivo smascheramento del governo Brüning quale apripista della dittatura fascista”. La socialdemocrazia e il fascismo Intervenendo il 18 settembre 1931 di fronte agli operai amburghesi, Thälmann si rivolgeva ai capi della SPD: “Che cosa ne avete fatto del partito di August Bebel e Wilhelm Liebknecht? Di un partito di socialisti, avete fatto un partito di capi di polizia, ministri, del più incredibile tradimento di classe contro il proletariato!”; e agli operai socialdemocratici: “Il governo prussiano e l'ADGB (Allgemeiner Deutscher Gewerkschaftsbund: sindacati socialdemocratici) non sono elementi di forza per la classe operaia, ma baluardi per il governo Brüning e la reazione capitalista. ...Vi chiediamo, compagni socialdemocratici: volete combattere per Brüning o per il socialismo? Con i comunisti... contro il governo che porta avanti la dittatura fascista, contro Brüning! ... a tutti i compagni di classe socialdemocratici: ... rompete con i socialisti di polizia!”. Due mesi dopo, Thälmann scriveva su Die Rote Fahne che “la socialdemocrazia ha sempre raccontato agli operai che solo Hitler era il fascismo, mentre Brüning era l'ultimo baluardo della ”... Si immaginano davvero i capi socialdemocratici che gli operai tedeschi abbiano dimenticato come qualche deputato socialdemocratico abbia dichiarato ? Abbiano scordato le parole del deputato di Amburgo, Dahrendorf, ?... il fascismo non comincerà quando arriverà Hitler, esso è già cominciato da tempo”. Già nel 1924 Stalin scriveva che “Il fascismo è l'organizzazione di combattimento della borghesia, che si fonda sull'attivo sostegno della socialdemocrazia. ... Non c'è motivo di supporre che l'organizzazione di combattimento della borghesia possa ottenere successi decisivi nelle lotte o nella direzione del paese, senza l'attivo sostegno della socialdemocrazia”. D'altro canto, parlando dell'Internazionale sindacale di Amsterdam, osservava che essa “riunisce non meno di quattordici milioni di operai organizzati sindacalmente. Pensare che si possa raggiungere in Europa la dittatura del proletariato contro la volontà di questi milioni di operai, significa ingannarsi profondamente, uscire dal terreno del leninismo, condannarsi a un'inevitabile disfatta. Per questo, il compito consiste nel conquistare alla rivoluzione e al comunismo questi milioni di masse, liberarle dall'influenza della burocrazia sindacale reazionaria”. Nel maggio 1932 Die Rote Fahne scriveva che “per due anni i socialdemocratici hanno mentito a milioni di lavoratori, sostenendo che la politica del “male minore” rappresentasse una difesa contro il fascismo... Oggi si rivela giusto quanto detto dai comunisti, che la politica di accelerata fascistizzazione del governo Brüning e della sua filiale prussiana Braun-Severing non costituisce alcun “male minore” per la classe operaia, ma ha preparato la strada a quelle forze che volevano l'aperta dittatura fascista”. La SPD ignora gli appelli all'unità Il 23 gennaio 1933, una settimana prima della nomina di Hitler a cancelliere, la KPD fa appello a SPD e sindacati cristiani, per lo sciopero generale e invita tutti i lavoratori a lottare insieme ai comunisti per un fronte unico contro il nascente governo nazista; ma la SPD respinge l'appello. Il 7 febbraio, con Hitler già cancelliere, la KPD esorta di nuovo all'unità di tutte le forze antifasciste, ma la SPD ignora ancora una volta l'appello. Il 19 febbraio, il Sozintern risponde finalmente agli appelli della KPD e conviene per l'avvio di negoziati con il Comintern; questo, propone di condurre i negoziati a livello di partito: la SPD si oppone all'unità d'azione con i comunisti e il 17 marzo, i suoi deputati approvano il discorso di politica revanscista di Hitler. Ciononostante, come tra 1931 e '32 si erano ripetuti i tentativi di Thälmann di correggere gli errori settari del gruppo di Heinz Neumann, puntando sul fronte unico con gli operai socialdemocratici e “qualsiasi organizzazione in cui siano raggruppati gli operai”, così anche nei due anni successivi, in Germania, e poi, una volta messi fuori legge, dall'estero, la KPD continuò a lanciare appelli per un fronte antifascista, tanto alla direzione socialdemocratica, quanto alla sua base operaia. Ma le risposte dei vertici socialdemocratici furono immancabilmente negative, a partire dal rifiuto degli scioperi generali proposti dai comunisti: uno, nel luglio 1932, quando il Presidente Hindenburg e il cancelliere von Papen deposero, con un autentico colpo di Stato, il governo socialdemocratico di Otto Braun nel Landtag di Prussia e, un altro, all'indomani della presa del potere hitleriana, nel gennaio '33. Da parte socialdemocratica, ancora nel 1932 si respinge ogni idea di fronte unico operaio e si risponde come Rudolf Hilferding - “il rovesciamento del governo da parte della sinistra, spingerebbe il Centro a destra” - o Karl Kautsky: “La socialdemocrazia... è ancora la roccaforte contro la quale si infrangeranno senza successo le maree del fascismo e dei suoi manutengoli comunisti”. Al XII Esecutivo allargato dell'IC, nel settembre '32, ancora Togliatti denunciava come Trotskij fosse “ipnotizzato da quel caratteristico colpo di Stato fascista... che fu la marcia su Roma. Sino a che non vi è , non vi è dittatura fascista: ecco tutta la saggezza del trotskismo”. E invece, in Germania “il processo di fascistizzazione dello Stato è incominciato e dura da anni”. E, riguardo alle prospettive della KPD nei confronti delle masse attratte dal nazismo: “mentre il fascismo italiano non aveva tra gli operai né tra i disoccupati alcuna base di massa, una simile base possiede il fascismo tedesco, in misura relativa nelle officine, ma in misura non indifferente tra i disoccupati”. Da qui, l'impostazione della KPD “che non è possibile battere il fascismo se non si riesce a penetrare nel fronte di Hitler”. Impostazione che sarà ribadita tre anni dopo da Georgij Dimitrov, al VII Congresso dell'IC: “Il compito fondamentale nei paesi fascisti, specialmente in Germania e in Italia... consiste nel saper combinare la lotta contro la dittatura fascista dall'esterno con il lavoro in seno alle organizzazioni di massa fasciste... Dove si trova il tallone d'Achille della dittatura fascista? Nella sua base sociale... estremamente eterogenea. Essa abbraccia diverse classi e diversi strati della società... Orbene, è particolarmente importante nei paesi fascisti che i comunisti siano ovunque si trovano le masse”. Si deve in ogni caso riconoscere che le valutazioni della KPD - forse per il prevalere, in alcuni momenti, della corrente di “sinistra”, che considerava il fascismo il “battistrada della rivoluzione” e giungeva a vedere nei nazisti degli autentici anticapitalisti - non sempre furono puntuali. Si reputava, ad esempio, di non lunga durata il successo elettorale della NSDAP, o, comunque, lo si riteneva un sintomo della radicalizzazione delle masse e, dunque, in qualche modo, una sorta di vigilia della svolta delle masse verso il comunismo. Precise le critiche del segretario dell'IKKI, Dmitrij Manujlskij, che disse che tale impostazione, “come se lo sviluppo del fascismo preparasse la vittoria del comunismo... avrebbe condotto alla passività nella lotta contro il fascismo”. I comunisti e le masse Dunque, partendo da alcune false premesse in cui qualcuno può incappare, altri pretenderebbero di ridicolizzare la storia della KPD e dell'IC, col dire che lavorare in mezzo alle masse significherebbe “schierarsi nel 1922 con la marcia su Roma” o “col movimento di Piazza Maidan in Ucraina”. Non capiscono che, lavorare dove sono le masse, non significa “schierarsi” con chi, nell'interesse di banche e monopoli, manipola quelle masse di disoccupati, di operai disillusi, di piccola borghesia rovinata dal grosso capitale? Come la KPD del 1930 o 1931 non si schierava con la NSDAP, ma tentava di penetrare tra quegli strati di disoccupati (a proposito della composizione sociale della NSDAP, si legga il romanzo di Arnold Zweig “La scure di Wandsbek”) divenuti inconsapevolmente massa di manovra dei nazisti, così oggi, compito dei comunisti non è certo quello di sostenere questo o quel partito al soldo del capitale, grosso o piccolo, ma lavorare anche là dove sono i settori popolari strumentalizzati da tali partiti. Per rimanere in tema di referendum: per il fatto che nel 2016, in Italia, tra i sostenitori del No figurasse anche la degna nipote del duce, i comunisti avrebbero dovuto forse votare per il ducetto fiorentino e il grande capitale europeo? La polemica sollevata strumentalmente da certuni, non fa che rivelare molta confusione “ideologica”. Se si dice che “Normalmente la scuola ideologica staliniana sostiene storicamente la politica dei fronti popolari antifascisti, cioè la subordinazione dei lavoratori ai liberali e alla sinistra borghesi nel nome della lotta al pericolo fascista” e poi si aggiunge che “una variante nello spartito ideologico staliniano è la politica opposta del socialfascismo”, non si vede, o si ignora consapevolmente, il contesto storico (tra l'altro, ribaltandolo) in cui operavano i comunisti dell'epoca. Contesto in cui, dapprima, la socialdemocrazia aveva aggravato la propria parabola regressiva iniziata nel primo decennio del secolo, aveva ripudiato il socialismo, combattuto contro la Rivoluzione d'Ottobre ed era divenuta, effettivamente, il puntello dei governi borghesi, autoritari o apertamente fascisti e, successivamente, dopo la presa del potere da parte dei fascisti in vari Paesi europei, la stessa socialdemocrazia, dovendo rispondere alla domanda posta dalle larghe masse che ancora la seguivano, di porre un argine al fascismo, prese a lavorare (spesso malvolentieri, o soltanto perché messa fuori legge) con i comunisti e altre forze antifasciste. Dunque, concludeva Dimitrov a chiusura del VII Congresso dell'IC, “Per la mobilitazione delle masse lavoratrici contro il fascismo è in particolar modo importante la creazione di un largo fronte popolare antifascista sulla base del fronte unico proletario”, attraverso una “alleanza di combattimento del proletariato con i contadini lavoratori e con le masse fondamentali della piccola borghesia urbana”; e avvertiva che “il fronte unico del proletariato e il fronte popolare antifascista sono connessi dalla viva dialettica della lotta, si intrecciano... non si può pensare seriamente che la realizzazione del fronte popolare antifascista sia possibile senza l'unità di azione della classe operaia, che è la forza motrice di questo fronte popolare. D'altra parte, l'ulteriore sviluppo del fronte unico proletario dipende in grande misura dalla sua trasformazione in fronte popolare contro il fascismo”, pur se “in tutta una serie di paesi” si dovrà “spezzare la resistenza della socialdemocrazia al fronte unico di lotta del proletariato, mobilitando le masse operaie”. I nazisti al potere e la guerra incombente Ernst Thälmann e la KPD giudicavano la lotta contro il fascismo parallela a quella contro la socialdemocrazia e al tempo stesso esortavano al fronte unico gli operai socialdemocratici. Consapevoli del bisogno di difendere da ogni attacco il primo Stato socialista al mondo, i comunisti vedevano gli avversari più pericolosi dell'amicizia tedesco-sovietica nei socialdemocratici, che sostenevano Brüning orientato verso la Francia, giudicata all'epoca la più pericolosa minaccia imperialista europea. Brüning infatti, tramite il Vaticano, cercava contatti con i cattolici francesi e con quelli più reazionari di USA e Gran Bretagna, allarmandoli col “il pericolo bolscevico”. Nell'agosto 1930, la KPD diceva che “I capi socialdemocratici... sono i tirapiedi della borghesia tedesca, e al tempo stesso gli agenti volontari dell'imperialismo francese e polacco”. Con la guerra che si stava avvicinando sempre più, l'IC poneva alle proprie sezioni nazionali il compito della difesa dell'URSS, i cui principali nemici, su scala internazionale, erano considerate allora quelle potenze che respingevano ogni proposta di accordo sulla sicurezza collettiva lanciato da Mosca. L'URSS infatti, consapevole della propria debolezza militare, si stava muovendo alla ricerca di alleati o, quantomeno, di Paesi disposti alla neutralità, contro quelle capitali che, dall'intervento del 1918, non avevano mai smesso di tentare il soffocamento della Repubblica dei Soviet. È così che Mosca aderisce alla lega delle Nazioni, opera per la creazione del Patto orientale, tenta un avvicinamento con Francia e Piccola Intesa e l'IC fa i primi tentativi di dar vita a Fronti popolari. Tant'è che è proprio in quegli anni, fine 1933-inizi '34, che all'interno dell'URSS prende avvio il complotto di “sinistra” Enukidze-Tukhačevskij per eliminare la cosiddetta “dirigenza ristretta” del Politbjuro (Stalin, Molotov, Kaganovič, Vorošilov, Ordžonikidze, Ždanov), in cui vedeva una “svolta borghese” e rispondere così all'appello lanciato dall'estero da Trotskij a liquidare “la burocrazia staliniana termidoriana”. Al XVII Congresso del VKP (b), nel 1934, Stalin, constatata la positiva conclusione di patti di non aggressione tra URSS e vari paesi, tra cui Polonia, Finlandia, Francia, Italia, e rispondendo indirettamente a “certi politici tedeschi”, che accusavano Mosca di “orientarsi verso Francia e Polonia e da nemica del trattato di Versailles trasformarsi in sostenitrice”, disse esplicitamente che “non eravamo orientati prima verso la Germania, così come ora non lo siamo verso Polonia e Francia. Noi ci orientavamo in passato e ci orientiamo al presente verso l'URSS e soltanto verso l'URSS. E se gli interessi dell'URSS richiedono l'avvicinamento a questi o quei paesi non interessati a distruggere la pace, noi seguiremo questa via”. La Repubblica spagnola Venne quindi la rivolta di Franco e l'aggressione italo-tedesca alla Repubblica spagnola; venne l'autunno 1936, con l'Asse Roma-Berlino in ottobre e, un mese dopo, il patto anti-Comintern Germania-Giappone. A novembre, il Ministro degli esteri dell'URSS, Maksim Litvinov, intervenendo all'VIII Congresso straordinario dei Soviet, in cui si discuteva il progetto di nuova Costituzione, e rigettando le accuse mosse al Politbjuro, di ritornare con essa “in seno al democratismo europeo, alle libertà borghesi”, disse che invece era “più corretto affermare che noi prendiamo dalle deboli mani della decrepita borghesia, la bandiera della democrazia che essa ha lasciato cadere, e riempiamo questo concetto di un contenuto sovietico”. Sui temi internazionali, disse che “la nostra cooperazione con altri paesi, la nostra partecipazione alla Lega delle Nazioni si basano sul principio della coesistenza pacifica di due sistemi”; e, nello specifico delle vicende spagnole: “... abbiamo a che fare con la prima grande sortita del fascismo al di fuori dei confini nazionali... Abbiamo a che fare con un tentativo di instaurazione violenta in Spagna del regime fascista dall'esterno... Se tale tentativo riuscisse, non ci sarebbe garanzia alcuna contro una sua ripetizione più larga in altri Stati. È necessario partire dal fatto che il fascismo è non solo un particolare regime interno, ma è allo stesso tempo preparazione alla guerra contro altri Stati”. Ecco contro chi ci si preparava, già da anni, a Mosca, sicuri dell'inevitabilità di un attacco da occidente. Il fascismo e il militarismo al potere erano una realtà che significava una cosa certa: guerra; contro di essa, chiunque non sia mosso da sole considerazioni libresche, cerca ogni via per scongiurarla o, almeno, per costruire un argine da opporre alla marea aggressiva. Un argine in cui, guarda caso, finiscono per trovarsi anche diversi partiti o vari settori popolari che, disgraziatamente, non ne vogliono proprio sentir parlare di rivoluzione e di socialismo. Ma tant'è: anch'essi sono contro il fascismo e contro la guerra. E, però, la sinistra-sinistra afferma che “la scuola ideologica staliniana sostiene storicamente la politica dei fronti popolari antifascisti, cioè la subordinazione dei lavoratori ai liberali e alla sinistra borghesi nel nome della lotta al pericolo fascista: fu la politica che nella guerra di Spagna disarmò la rivoluzione a tutto vantaggio del generale Franco”. Chi combatté davvero, e chi meno, contro Franco e il fascismo italo-tedesco in Spagna? In occasione del 1° maggio 1937, Georgij Dimitrov ribadiva sulla Pravda i concetti espressi due anni prima, al VII Congresso del Comintern: “l'importante consiste ora, rafforzando ulteriormente l'unità della classe operaia su scala nazionale, trovare un linguaggio comune, una piattaforma comune, che assicuri la possibilità per il proletariato di esprimersi con un fronte comune su scala internazionale, concentrando tempestivamente le proprie forze principali contro il fascismo”. Condannando le posizioni della Seconda Internazionale e di quella di Amsterdam, che respingevano le proposte del PCE e dell'IKKI per azioni comuni contro Franco, Dimitrov insisté su quattro necessità: concentrare la lotta contro il nemico principale, cioè il fascismo; rintuzzare i nemici del fronte unico in seno al movimento operaio; dare la più energica risposta a coloro che alimentano la campagna di calunnie contro l'URSS; conducendo la lotta contro il fascismo, colpire senza pietà i suoi agenti trotskisti; lottare contro il riformismo. Anarchici, trotskisti, guerra Questi accenti riflettevano direttamente la nuova situazione venutasi a creare in Catalogna, dopo l'uscita degli anarco-sindacalisti della CNT dalla Generalidad, nel marzo precedente, dopo la (molto) relativa concordia dei mesi precedenti, quando leader quali Garcia Oliver e Buenaventura Durruti si erano espressi per l'unità col PCE nella lotta al fascismo. L' 11 maggio '37, una delle prime cronache della Pravda dopo la rivolta anarchica di Barcellona, parlava di “Putsch trotskista-fascista a Barcellona”; e il rappresentante ufficiale dell'IKKI in Spagna, Stojan Minev ne riversava la piena responsabilità sul POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista): “I trotskisti spagnoli costituiscono di per sé il reparto organizzato della quinta colonna di Franco”. Con la rivolta del 3 maggio a Barcellona, anarchici e trotskisti pretendevano vari Ministeri, tra cui quelli di guerra, polizia, agricoltura. Invece di combattere al fronte, le armi erano usate nei centri repubblicani per le proprie mire di partito. Quanto poco fossero interessati i poumisti al Fronte popolare e quanto invece perseguissero propri interessi, incuranti della guerra, lo dimostrarono appunto le giornate di Barcellona. Il pretesto per il putsch, scrive Dolores Ibarruri, era che, secondo loro, la rivoluzione falliva e che per salvarla era necessaria la socializzazione e la collettivizzazione di tutto il paese. Tra diversi settori di operai catalani, FAI e CNT continuavano a essere abbastanza forti, anche se stavano perdendo molti appoggi tra i contadini, a causa della collettivizzazione forzata e delle riscossioni violente a favore dei “Comitati”. Al fronte, invece, anarchici e poumisti si distinguevano per inattività, così che i fascisti potevano ritirare forze dal fronte d'Aragona per concentrarle su Madrid. A parte l'eccezione di Durruti, scrive Ibarruri, “la guerra si svolgeva con una minima partecipazione anarchica alle operazioni fondamentali”, e continua: “la verità vera dell'immobilismo del fronte aragonese stava nella volontà del conclave faista-trotskista diretto da Abad de Santillan”, che “non voleva logorare le forze al fronte” e impiegarle “come mezzo di pressione sulle altre forze del Fronte popolare”. Il corrispondente della Pravda in Spagna, Mikhail Koltsov, racconta come tre colonne del POUM (circa 800 uomini) avessero abbandonato il fronte d'Aragona prima dell'inizio dei combattimenti e l'11° e 12° Brigate internazionali avessero smentito di contare tra i propri reparti uomini del POUM, come invece da essi sostenuto. Luigi Longo scrive delle “isole di anarchismo” di CNT e FAI in Aragona, cui partecipavano anche elementi del POUM, e che di tutto un po' si occupavano, tranne che della guerra. Sicuramente riferendosi a tali “oasi di comunismo libertario”, il segretario del PCE Josè Diaz affermava alle Cortes il 1 dicembre 1936 che “Non bisogna soffermarsi troppo in esperimenti di questa o quella dottrina economica, di questo o quel sistema teorico, nel desiderio di costruire troppo il futuro, dimenticandosi del presente. Il presente ci dice che primordiale, immediato, urgente, indispensabile è ganar la guerra. Primero ganar la guerra: ¡basta de "ensayos" y "proyectos"! Per prima cosa vincere la guerra: basta con "esperimenti" e "progetti"! Per questo obiettivo, il PCE è disposto a sospendere ogni altra rivendicazione”. Il POUM, racconta qualcuno, “accusava l'IC di aver abbandonato ogni prospettiva socialista ponendo la centralità della dicotomia fascismo-democrazia, favorendo in questo modo le socialdemocrazie e le classi borghesi”. Di fatto, coloro che anteponevano i propri “programmi rivoluzionari” allo sforzo bellico anti-franchista, non facevano che sguarnire il fronte e, in definitiva, finirono per avvantaggiare la vittoria di Franco. Mentre le fabbriche di armi controllate da CNT e FAI producevano quasi solo per le colonne anarchiche, anche le industrie fedeli alla Repubblica riuscivano a produrre solo una parte infinitesimale (o non producevano affatto) di armamenti e munizionamento occorrenti: a marzo 1937 si sfornarono circa 500.000 proiettili per armi leggere, artiglieria, o mine da mortaio, contro un fabbisogno di oltre 3,5 milioni. La Repubblica, visti i rifiuti delle “democrazie” occidentali, si rivolse all'URSS per l'acquisto di armi. A settembre 1936, non senza molte discussioni, Mosca decise il passaggio da aiuti puramente umanitari e sanitari, a quelli militari. Gli iniziali dubbi sovietici erano dovuti al fatto che, con la guerra mondiale alle porte, fossero in gioco i rapporti esterni dell'URSS. Come scrive Jurij Rybalkin: “verosimilmente... la questione se prestare o meno aiuto alla Spagna era fuori discussione. Il problema si presentava piuttosto nel decidere le forme e la scala di tale aiuto, data anche l'assenza di una frontiera terrestre comune tra i due paesi”. Fu così che cominciarono ad arrivare in Spagna le prime navi con gli aiuti russi: caccia biplano e monoplano Polikarpov I-15 e I-16 (i famosi “Chatos” e “Moscas”), bombardieri veloci Tupolev SB-2 e R-Z; carri armati T-26 e BT-5; autoblindo BA-3, BA-6 e FAI; motosiluranti G-5; artiglierie, mortai, mitragliatrici, granate, bombe da aereo, combustibile, ecc. Tra il 1936 e il '39 l'URSS fornì 650 aerei, 350 carri, 1.200 pezzi d'artiglieria, 21.000 mitragliatrici e circa 500.000 fucili, oltre a 870 milioni di proiettili, 110.000 bombe da aereo e altro materiale. I comunisti oggi senza l'URSS L'esperienza del movimento comunista internazionale, dell'Unione Sovietica con Stalin, dell'Internazionale Comunista e delle sue sezioni nazionali, insieme a indubbi errori, analisi non sempre esatte, previsioni a volte troppo ottimistiche, hanno in ogni caso consegnato ai comunisti un preziosissimo bagaglio che sarebbe scandaloso ignorare e diabolico ridurre a considerazioni opportunistiche, volte a demonizzare – alla maniera demo-revanscista “europeista” - o ridurre a obbrobrio dottrinario – al modo trotskista – la costruzione del primo Stato socialista che, proprio grazie alla salvaguardia delle conquiste economiche, a una corretta linea politica interna e duttili rapporti internazionali, riuscì in poco più di un decennio a creare le condizioni per annientare l'aggressione hitleriana e liberare mezza Europa dal nazismo. E ci riuscì anche grazie al lavoro di decine di migliaia di comunisti che, in tanti Paesi, operarono con quella doverosa duttilità nei rapporti con le masse non comuniste, che deve accompagnare la denuncia delle politiche liberal-borghesi con cui il nemico di classe assopisce le coscienze. Quella duttilità leninista, quella pratica politica interna ed esterna staliniana, poterono conservare ai comunisti di tutto il mondo la piazzaforte che rintuzzava gli attacchi del nemico di classe; lo poterono, almeno finché l'aggressione ideologica e politica esterna e il lavorio revisionista interno non ne minarono le basi politiche (la svolta khruščëviana) ed economiche (le famigerate “riforme” Liberman-Kosygin), portando infine alla caduta degli anni '80. Non c'è purtroppo bisogno di ricordare quanto la fine dell'URSS pesi oggi sul movimento comunista mondiale. Proprio come diceva Stalin, con drammatica e lucida previsione, già nel 1926: "Cosa accadrebbe se il capitale riuscisse ad annientare la Repubblica dei Soviet? Avrebbe inizio l'epoca della reazione più nera in tutti i paesi capitalisti e coloniali, si comincerebbe a soffocare la classe operaia e i popoli oppressi, verrebbero liquidate le posizioni del comunismo internazionale". Così è, purtroppo, per ora; perlomeno, fino alla prossima, ineluttabile, ondata rivoluzionaria, perché “Il sistema socialista finirà col sostituirsi al sistema capitalista; è una legge obiettiva, indipendente dalla volontà dell'uomo” (Mao). Decisivo sarà, allora, che i comunisti siano pronti, forti dell'organizzazione indipendente del proletariato. FONTI Unsere Zeit, https://www.unsere-zeit.de/de/5133/theorie_geschichte/11994 Willi Bredel, Ernst Thälmann; Dietz verlag, 1950 Jurij Žukov, Inoj Stalin; Moskva, 2017 Kommunističeskij Internatsional v dokumentakh; Moskva, 1933 Zur Geschichte der KPD; Berlin, 1955 Thomas Weingartner, Stalin und der Aufstieg Hitlers; Berlin, 1970 Aldo Agosti, La Terza Internazionale; Ed. Riuniti, 1979 Arkadij Erusalimskij, Da Bismarck a Hitler; Ed. Riuniti, 1974 Palmiro Togliatti, Opere, voll. 3*, 3**; Ed. Riuniti, 1973 Franco De Felice, Fascismo democrazia fronte popolare; De Donato, 1973 Enzo Collotti, La Germania nazista; Einaudi, 1962 Mikhail Koltsov, Ispanija v ogne; Moskva, 1987 Dolores Ibarruri, Memorie di una rivoluzionaria; Ed, Riuniti, 1962 Luigi Longo, Le brigate internazionali in Spagna; Ed. Riuniti, 1956 Jurij Rybalkin, Operatsija “X”; https://vk.com/doc225306680_516122072 https://www.icl-fi.org/italiano/spo/73/spagnola.html
agosto 2019 redazione
Mire capitale mondiale
Le mire imperiali planetarie del capitale mondiale Quando si dice che l'imperialismo e le rivalità interimperialistiche sono cose passate... Fabrizio Poggi Stati Uniti contro Europa, Russia a favore dell'Europa; Russia che vuol distruggere l'Europa, USA alleati dell'Europa contro la Russia; Europa e USA a braccetto contro Russia e Cina; Russia e Cina alleate dell'Europa contro gli USA... determinazioni che, già da diversi anni, rischiano di invecchiare in fretta. Ma, soprattutto, prossime all'astrattezza, se prese così, di per sé, quale semplice dato geopolitico, che fotografa un asettico “mondo multipolare”, senza scrutare le forze sociali interne che muovono quei soggetti. Una pura immagine, dunque, che solo nella forma si discosta dall'aperta genuflessione filo-atlantica del neo-segretario del PD - quel Nicola Zingaretti presentato come il “nuovo”, rispetto a grembiulini, squadra e compasso di passate gestioni di quel partito – che osanna USA e NATO quali incarnazioni del “tessuto del multilateralismo internazionale”. Un “mondo multipolare”, certo, e di sicuro in continuo movimento, conformemente alla legge dello sviluppo a balzi del capitalismo e della conseguente rincorsa tra potenze capitalistiche, di cui ora una sorpassa le altre e un momento dopo viene a sua volta sorpassata, mentre altre vecchie potenze non reggono più la concorrenza e soccombono, anche se fanno di tutto per rimandare la propria fine. Sono gli stessi analisti di una delle banche più potenti al mondo, la JPMorgan Chase, a scrivere nero su bianco che "nei prossimi decenni l'economia mondiale passerà dal dominio degli Stati Uniti e del dollaro USA a un sistema in cui l'Asia eserciterà un maggiore potere". È sempre più appariscente la crisi dell'egemonia anglosassone: secondo Fortune, tra le prime 500 imprese multinazionali del pianeta, ce ne sono 129 cinesi, contro 121 USA. Per quanto riguarda le banche, l’Ufficio Studi di Mediobanca classifica: Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China, China Construction Bank e, soltanto quarta, proprio la JpMorgan Chase, davanti a un altro istituto cinese, la Bank of China. È in questa continua “rivoluzione” geopolitica, d'altra parte, che perdurano anche alcune costanti. La minaccia nucleare USA Ad esempio, un paio di mesi fa, il Consiglio statunitense per le denominazioni geografiche ha deciso di mutare la trascrizione internazionale del nome della capitale ucraina, da “Kiev” in “Kyiv” - ovviamente, la decisione è stata presa dal padrone di casa – ma ciò che invece Washington non ha cambiato, o ha adattato ai tempi, è l'elenco delle città della Russia verso cui sono puntati i missili americani, rispetto alla lista di obiettivi scelti sessant'anni fa contro l'URSS. Allora, il primo colpo nucleare era previsto sugli aerodromi bielorussi di Bykhov e Orša, in cui erano stanziati i bombardieri strategici M-4 e Tu-16, seguiti poi da altri 1.100 aeroporti; dopo, sarebbe toccato a Mosca, Leningrado, Gorkij, Kujbyšev, Sverdlovsk, Novosibirsk, oltre a Pechino, Varsavia, e alcune altre decine di città, in cui l'obiettivo era costituito dalla popolazione civile. Al momento, quantomeno in apparenza, quella del lancio di missili nucleari sembra “l'ultima opzione” e la contrapposizione USA-NATO con Mosca si manifesta con il dispiegamento di uomini e mezzi sempre più vicino ai confini russi e manovre militari ininterrotte, dal mar Baltico al mar Nero, dalla Polonia ai Paesi baltici, dalle coste della Germania a quelle della Romania, ecc. Ma la Russia di oggi, se non è certo l'Unione Sovietica (come non di rado dimenticano certuni, anche a sinistra, presi da nostalgie che confondono soggetti tra loro non comparabili: litri con metri, per dire), non è però nemmeno più la Russia degli anni '90, quando le doglie della “accumulazione originaria” la rendevano una sorta di saloon da far-west, in cui “sparare al pianista” costituiva il passatempo quotidiano delle bande che si contendevano territori, si spartivano industrie, le svendevano ai capitali stranieri... La fobia antisovietica e l'ingordigia del capitale internazionale stavano allora svegliando il “genio della lampada”, che poi avrebbe messo in pericolo la supremazia di monopoli americani ed europei: ciò che sta accadendo oggi. Lo ha ribadito chiaro e tondo, per chi nutrisse ancora qualche dubbio, Vladimir Putin al forum economico di Piter nel giugno scorso: se nel 2007 il Presidente russo aveva avvertito che l'Occidente era sull'orlo di un pericoloso confronto, ora ha illustrato la dottrina russa di contrapposizione globale con gli USA, non riconoscendo più il sistema di dominio mondiale degli Stati Uniti. “Mosca lancia una sfida totale a quel sistema” dice il politologo Aleksandr Khaldej e “si unisce con la Cina e con quei soggetti mondiali che non hanno perso la volontà di salvarsi dal giogo americano”. Mosca dichiara apertamente l'esistenza di due blocchi: con gli USA e contro di essi e, per la prima volta, Putin ha annunciato l'obiettivo di dividere l'Europa dagli Stati Uniti, mostrando, con l'esempio del “Nord Stream 2” - su cui la Germania, nonostante le minacce di Trump, non intende fare marcia indietro - la non corrispondenza degli interessi europei con quelli USA. L'Europa non è più nemmeno un vassallo per gli Stati Uniti, ha detto in pratica Putin, ma è diventata una preda. Le mire imperialiste europee Valutazione, questa, in larga parte condivisibile, salvo le ambizioni (e, soprattutto, le potenzialità) di tale “preda” di farsi a sua volta cacciatore, a partire dallo strumento militare, con cui Washington tiene da decenni sotto controllo il vecchio continente: i passi sempre più concreti verso la costituzione dell'Esercito europeo, in contrapposizione alla NATO, sono lì a dimostrarlo. Quanto valgano, in questo quadro, le lamentazioni di quel fogliaccio chiamato “Democratica”, lo si può dedurre dalle grida di sdegno lanciate in occasione dei presunti rubli russi alla Lega e ai “presunti affari con uno Stato estero in conflitto con l’Unione europea... e in competizione con le tradizionali alleanze internazionali del nostro Paese che hanno allarmato cancellerie e diplomazia internazionale”. In sostanza, da una parte i fascio-leghisti dagli elmi cornuti sono stati accusati di aver sollecitato per sé “l'oro di Mosca”; dall'altra, i demo-reazionari di livella e filo a piombo urlavano che si tratta di un fatto “inquietante”, soprattutto perché, dicono, vi sarebbe correlata la volontà dei fascio-leghisti giussaniani “di cambiare l’Europa” e farla “essere molto più vicina alla Russia”. Quindi, “Non si può tollerare il sospetto che il partito del Ministro dell’interno abbia bussato a quattrini al portone di una potenza nemica”, oltretutto portatrice di un “programma che richiama alcuni degli obiettivi di fondo che l’Unione sovietica perseguiva negli anni della Guerra Fredda nei confronti delle democrazie liberali e del progetto comunitario europeo". Mancava solo, a coronare cotanto afflato patriottico, che i demo-atlantici dal maglietto e scalpello intonassero l’inno “il Piave mormorò”, pur anche tacendo, per timido impulso di pudore, sul “non passa lo straniero!”, dal momento che è già in casa, da settant’anni, da Aviano a Ghedi-Torre (nelle due basi sono dislocate 75 delle 150 bombe nucleari B-61 che gli USA tengono in Europa), da Camp Derby, a Sigonella a Napoli, da Vicenza a La Maddalena a Comiso; rispondono ligi ai suoi ordini, tanto i carrocci di Pontida, come ha ribadito a Washington il fascio-leghista numero 1, sia i compassi con squadre di Rignano. Trzecia Rzeczpospolita Polska über Deutschland La finanza e i monopoli europei ambiscono da tempo ad andare per conto proprio, a far affari dove, quando e con chi vogliono, senza obbedire ai comandi USA. Ma, altrettanto da tempo, c'è chi ambisce a ergersi a paladino degli interessi USA e rafforzare il proprio ruolo sul vecchio continente: “Più esercito USA sul fianco orientale della NATO”, titolava a giugno il polacco Rzeczpospolita, pur se la missione oltreoceano del Presidente Andrzej Dudą non aveva portato i risultati attesi, dell'apertura (nemmeno con soldi polacchi) della base “Fort Trump” e di un'intera Divisione USA, cui ambiva Varsavia. Quasi che non bastassero i quindicimila soldati “alleati” presenti in Polonia, le unità corazzate, aerei, unità logistiche e di comunicazione, forze speciali, battaglione multinazionale NATO a Orzysz, la base missilistica a Redzikowo e la base aerea di Łask, con caccia F-16. Soprattutto, i colloqui Trump-Dudą avevano anche sfumature anti-tedesche: non a caso, alla vigilia di essi, l'ambasciatore tedesco in Polonia si era opposto pubblicamente a una base militare americana permanente in territorio polacco. Il fatto è che, osserva rubaltic.ru, se militarmente "Fort Trump" sarebbe diretto contro la Russia, in termini politici è non meno diretto contro la Germania e la "Vecchia Europa" nel suo complesso. Ma, se sul versante militare le porte sembrano abbastanza ben serrate e Trump non ha fretta di trasferire ulteriori truppe sul vecchio continente, ecco che Varsavia, costatando come Berlino continui a spostare verso est l’asse della propria politica estera, principalmente per la questione del gasdotto “North stream 2”, prova a rafforzare i legami inter-oceanici per altro verso, decidendo di procedere alla realizzazione nel Baltico, vicino a Danzica, di un terminale galleggiante per il gas di scisto USA, che andrà a raddoppiare quello di Świnoujście, in fase di modernizzazione. Come noto, infatti, i contrasti tedesco-americani, oltre che sul bilancio militare che, per Berlino, è oggi intorno all'1,2% del PIL, vertono principalmente sul gas, e non solo. La Casa Bianca chiede alla Germania di ridurre sia l’acquisto di gas dalla Russia, sia l’importazione dalla Cina di componenti informatici, sia gli scambi con l’Iran. Tutti con tutti e contro tutti Dunque, al forum di Piter, ricorda ancora Khaldej, Putin ha definito gli Stati Uniti predoni, briganti, pirati: un diretto tentativo di delegittimare l'egemonia americana; un predone, infatti, non è un normale “concorrente”, è un criminale, con cui si parla il linguaggio della forza. In pratica, Putin ha detto che Russia e Cina sono pronte alla guerra (per ora, solo commerciale, per lo più), mettendo di fatto in dubbio, ora anche pubblicamente, la leadership USA nelle varie aree del mondo in cui si incuneano Russia, Cina ed Europa. È così che Mosca sta discutendo con Pechino l'abbandono del dollaro negli scambi bilaterali; lo stesso fa Mosca con Bruxelles - euro e rubli - nel commercio dei prodotti energetici e lo stesso con l'India, mentre espande la cooperazione con l'Iran, per rafforzare ulteriormente le posizioni russe nell'area mediorientale. È così che la Cina esorta gli stati asiatici della Shanghai Cooperation Organisation (SCO: Cina, Russia, Kazakhstan, Kirghizia, Tadžikistan, Uzbekistan) a costruire “una nuova architettura di sicurezza integrata” nella regione. Contrapposizione, dunque; insieme a un intreccio di interessi per cui, secondo uno studio riportato dalle Izvestija, la Russia è tornata tra i primi dieci paesi europei con i maggiori volumi di investimenti esteri diretti e, tra i paesi investitori, proprio gli USA sono uno dei primi, insieme a Germania, Cina, Francia e Italia. Da parte sua, la Russia, secondo il rapporto annuale BP, mantiene il quarto posto per le forniture di gas liquefatto (GNL) in Europa, con una quota del 10%, dietro a Qatar (32%), Algeria e Nigeria (17% ciascuna) e davanti a Norvegia (6%) e USA (5%). Contrapposizione che si manifesta anche nel confronto tra mezzi militari USA e russi, in una concorrenza che prevede anche scontri diretti tra armamenti avversari, per accaparrarsi nuovi clienti sul mercato delle armi. Così che, se gli USA reclamizzano in tutto il mondo i propri F-35 (ma l'Europa sta lavorando al proprio caccia, il cosiddetto Future Combat Air System, successore dell’Eurofighter Typhoon e del Dassault Rafale, nonostante il cosiddetto “filo-russo” Salvini confermi per l'Italia l'acquisto obbligato dei costosissimi e inaffidabilissimi F-35) da Mosca rispondono che quegli aerei sono alla facile portata dei missili russi S-300, S-400 e S-500. E così per tutte le altre armi, dai carri armati, ai sommergibili, ai bombardieri. Per un altro verso, nello scontro con la Cina, Washington cerca la sponda russa, anche se, a proposito di presunti “scambi” Trump-Putin per le sfere d'influenza su Venezuela e Ucraina, non sembra proprio che si debba arrivare ad alcun baratto. Il solito Aleksandr Khaldej sostiene che entrambi hanno bisogno di ambedue le zone: “i paesi globali hanno interessi globali”, siano USA, Russia o Cina. Era così già ai tempi dell'URSS, quando si scherzava sullo slogan “abbiamo bisogno della pace” e qualcuno rispondeva “sì, e preferibilmente tutto”, giocando sul termine mir, che in russo significa sia pace che mondo. Mosca e Washington non si scambieranno zone di influenza: casomai, si preparano a sottrarsele, in ogni parte del mir, e la cosa riguarda a maggior ragione aree chiave quali Ucraina e Venezuela. L'abbandono dell'Ucraina da parte degli USA, afferma Khaldej, rafforzerebbe la Russia e significherebbe l'avvio di un ristabilimento delle frontiere dell'ex URSS sotto egida di Mosca e l'inevitabile alleanza con Pechino: cioè, il colpo di grazia per gli Stati Uniti. Perciò, difficilmente la Casa Bianca la cederà. Per evitare questo, l'ex assistente di Ronald Reagan, Douglas Bandow, auspica il miglioramento dei rapporti USA-Russia sulla base del riconoscimento della Crimea russa e l'arresto dell'espansione a est della NATO, in cambio però di una “sciocchezza”: la fine del sostegno russo al Donbass! Un'ipotesi fantasiosa, dettata da un'unica preoccupazione, sempre più evidente alla luce della guerra commerciale USA-Cina: quella di una più stretta collaborazione tra Mosca e Pechino. Il politologo Dmitrij Drobnitskij ricorda infatti il cosiddetto “triangolo Kissinger" degli anni '70, secondo cui interesse USA è quello di tenere Mosca e Pechino più vicine a sé di quanto non lo siano l'una con l'altra, uno dei cui effetti collaterali, però, sottolinea Svetlana Gomzikova su Svobodnaja Pressa, in fin dei conti è stato quello di far sì che, anche grazie a quella politica nixoniana, qualche decennio dopo la Cina divenisse la prima economia del mondo, “parte integrante non solo dell'economia globale, ma anche parte inseparabile della cosiddetta Cimerika”. In sostanza, l'ipotesi di Bandow sarebbe quella di dichiarare pari pari a Mosca “fai quello che vuoi con l'Ucraina, ma, per l'amor del cielo, smetti di avvicinarti alla Cina”. Questo, nonostante che, secondo il mensile russo “Vita internazionale”, il tasso di crescita dell'economia cinese nel secondo trimestre del 2019 sia rallentato fino al minimo storico dal marzo 1992, a causa della guerra commerciale con gli USA, del rallentamento del commercio mondiale e della crescente sfiducia degli investitori. Di fatto, Washington continua, come per il passato, a manovrare per isolare la Russia da quelle ex Repubbliche sovietiche rimaste apparentemente “neutrali”: principalmente Kazakhstan e Bielorussia, dopo le aperte “conversioni” di Paesi baltici, Georgia, Azerbajdžan, Ucraina, e gli ondeggiamenti delle Repubbliche minori centro-asiatiche, aree in cui gli USA, per loro ammissione, contrastano "l'influenza malvagia della Russia". L'esempio più diretto è quello della Kirghizija: nel 2015, Biškek aveva denunciato l'accordo di collaborazione con gli USA; poi, lo scorso anno, il Presidente Sooronbaj Žeenbekov, si era pronunciato per la ripresa della cooperazione. In risposta, il Dipartimento di Stato ha assicurato che gli Stati Uniti sono impegnati a rafforzare relazioni "basate sulla fiducia, l'uguaglianza e il rispetto reciproco": tradotto, significa che il Pentagono punta alla riapertura della base aerea di Manas, attivata nel 2001 per le operazioni NATO in Afghanistan e chiusa nel 2014 per decisione dell'ex Presidente Almazbek Atambaev. Quanto poi a considerare “l'Europa” un'entità compatta, solo gli imbroglioni possono continuare a propagandarlo, visto come, nei fatti, la stessa leadership franco-tedesca oscilli ora a favore di uno, ora dell'altro dei due “Paesi guida”. La concorrenza mondiale procede a colpi di guerre valutarie, cioè di tentativi dei diversi Paesi di migliorare la propria posizione competitiva attraverso la svalutazione, per ottenere tassi di cambio relativamente bassi. Nel corso degli anni, tali manovre hanno favorito il dumping cinese, anche se non solo Pechino ha fatto ricorso alla svalutazione monetaria. Così, dall'inizio del 2019, la Banca popolare cinese ha "riversato", senza eccessivo rumore, oltre 700 miliardi di dollari nel sistema bancario, fornendo prestiti al settore industriale e bancario: lo stesso che aveva fatto la BCE, in “Europa”, nei tre anni precedenti. Pompando oltre 2.6 trilioni di euro appena stampati nell'economia “europea” (quale delle economie europee?), la UE ha indebolito la valuta, con l'obiettivo di rendere i propri prodotti più competitivi nei mercati esteri. Donald Trump ha dichiarato che ciò è scandaloso, perché "le banche centrali dell'Europa e della RPC stanno manipolando il sistema finanziario per competere con l'America". Vero; ma anche Washington ha fatto lo stesso per anni. Quando si dice che l'imperialismo e le rivalità interimperialistiche sono cose passate...
agosto 2019 redazione
Venezuela
Venezuela e diritti umani Il “Rapporto Bachelet” Daniela Trollio Nei primi giorni di luglio l’Alta Commissaria del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU – Michelle Bachelet, ex presidentessa del Cile – ha presentato il suo Rapporto sul Venezuela. Un dato innanzitutto: delle 558 interviste su cui è basato il Rapporto, 460 sono state effettuate all’estero in Spagna, Argentina, Cile, Colombia, Ecuador, Brasile, Messico e Perù. Cioè l’82% degli intervistati non vive in Venezuela. Il Rapporto afferma che in Venezuela vengono violati i diritti umani. Mancano cibo, medicine, non c’è libertà di espressione, c’è cor-ruzione; insomma una grave crisi umanitaria. Sappiamo che i “diritti umani”, come il “terrorismo”, sono i nuovi cavalli di battaglia dell’imperialismo per giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, le sue guerre di rapina. E il rapporto della Bachelet (figlia di un generale costituzionalista del governo Allende torturato a morte durante la dittatura, prigioniera lei stessa, che ha studiato al Collegio Interamericano di Difesa di Fort Lesley, che nel corso del-la sua presidenza si è distinta, sul tema, per essere la prima ad applicare, in democrazia, la Legge Antiterrorista di Pinochet contro il popolo Mapuche e per aver impedito la discussione sulla cancellazione di tale legge nel parla-mento cileno, tanto che essa è tuttora in vigore) è una evidente dimostrazio-ne di quanto sopra. Bachelet scrive che “Fino a questo momento un paese ha imposto sanzioni settoriali più ampie a partire dal 29 agosto 2017”. Questo misterioso paese – gli USA – non ha nome nel rapporto. L’uso di parole anodine come “sanzioni settoriali” – cioè il sequestro dei beni dello Stato venezuelano depositati all’estero, il blocco delle importazioni di ci-bo, di medicinali, di beni di prima necessità ecc. ecc. - ci ricordano tanto la definizione “danni collaterali” usata per evitare di dire “assassinio di civili in-nocenti”. Continua il Rapporto: “Siamo stati informati di carenze dal 60 al 100% di farmaci essenziali in 4 delle principali città del Venezuela, tra cui Caracas. E anche che “L’Inchiesta nazionale sugli Ospedali del 2019 ha constatato che, tra novembre 2018 e febbraio 2019, 1.557 persone sono morte a causa della mancanza di medicinali negli ospedali”. Neanche una parola, nel rapporto, su alcuni fatti: 300 mila dosi di insulina pagate dallo Stato bolivariano del Vene-zuela non sono arrivate nel paese perché Citibank ha bloccato la vendita del medicinale che langue in un porto internazionale. O sul fatto che il laboratorio colombiano BSN Medical ha bloccato un carico di Primaquina, medicinale usa-to per la malaria. Bisognerebbe anche ricordare all’Alta Commissaria che in Cile, nel suo paese, secondo i dati dello stesso Ministero della Salute, tra gennaio e giugno del 2018 sono morti 9.724 cileni che erano in lista di attesa nel sistema sanitario pubblico. E che circa 23 operazioni effettuate dal Governo bolivariano tramite il sistema finanziario internazionale sono state bloccate l’anno scorso, tra cui 39 milioni di dollari per acquisto di alimenti, prodotti basici e medicine. Altro tema – toccato nel Rapporto e molto caro ai “difensori” dei diritti umani - è la mancanza di libertà di espressione. ” Secondo il Rapporto “Negli ultimi anni il Governo ha cercato di imporre un’egemonia comunicazionale, imponendo la propria versione dei fatti”. Bachelet sembra ignorare che la te-levisione via cavo – utilizzata in maggioranza in Venezuela, è proprietà di so-cietà private, come la stampa scritta, privata anch’essa per il 75%. Le stazioni radio pubbliche sono in totale il 32%. E non sa niente neanche del ruolo gol-pista delle reti “social” fin dal lontano 2002. E ci fermiamo qui con gli esempi. In sostanza il Rapporto della Bachelet contribuisce al disegno dell’impero di sconfiggere per fame un paese che da decenni lotta per la propria indipendenza reale, per il diritto a scegliere il proprio destino. Ironia della storia: più di 40 anni fa fu proprio così che lo stesso impero strangolò la patria dell’Alta Commissaria. Lei pare essersene dimenticata, ma i venezuelani no.
marzo 2019 redazione
cultura
I comunisti britannici: Politica di identità o politica di classe? Quello che ci insegna il capitalismo è una parodia della classe lavoratrice Uno dei temi su cui si è soffermato l'8° Congresso del Communist Party of Great Britain (marxist–leninist), lo scorso settembre, è stato quello della cosiddetta identità di genere. “L'unica cosa che ci unisce è la classe”, hanno detto i comunisti che militano nel CPGB (m-l), al cui interno, a quanto pare, è in corso una serrata discussione sul tema dell'identità e dell'attivismo LGBT+. Al Congresso è stata adottata in modo preponderante la mozione del CC, mentre sono state respinte altre mozioni, in cui si chiedeva di inserire l'attivismo LGBT+ nel programma del partito. “I socialisti devono evitare la trappola della politica borghese dell'identità, se vogliono fare progressi nell'unire la classe lavoratrice contro il capitalismo”, ha detto nel suo intervento un membro del CC del partito. La ragione del nostro dibattito di oggi è “un fenomeno che ho incontrato per la prima volta come accademico facendo un master e poi un dottorato in discipline umanistiche. Negli ultimi otto anni, sono stato impegnato a tenere conferenze sulle identità LGBTQ, la teoria queer e le politiche di identità. La prima cosa che mi è stata insegnata, come studente e successivamente come parte dello staff accademico nei primi anni 2000 - basata su… quello che l'Euroleftismo considerava "la fine della lotta di classe" - era che non abbiamo bisogno di parlare di classi nelle discipline umanistiche; che non è più “trendy” considerare “la grande narrativa di classe”, e che tali idee erano decadute dopo il maggio '68. Invece, mi è stato detto, dovevamo parlare di "identità", basata sulla nozione di "differenza". Dovevo familiarizzare con il movimento filosofico che si concentra sulla differenza; che non parla più di cose che possono riunire persone attorno a una realtà condivisa, o condizioni materiali che le persone possono avere in comune, ma dichiara tutto ciò un "fallimento", sostenendo che sia inutile cercare cose in comune con gli altri. Mi è stato insegnato che questa comprensione del "fallimento" dovrebbe essere alla base delle scienze umane e della cultura contemporanea, e che non è più necessario studiare le scienze "positive" come la sociologia con le sue rigide categorie; che non c'è bisogno di ricercare spiegazioni sociologiche per i fenomeni culturali, perché ciò porta a conclusioni “deterministiche”. Invece, è necessario andare direttamente alle teorie poststrutturaliste, alle idee sulla "decostruzione" e ai filosofi postmoderni come Jacques Derrida, per affrontare la "differenza", quale unica idea che unisce le persone. Sono retribuito a ore, senza contratto a tempo indeterminato, come docente donna, perché le imprese universitarie hanno messo in atto una politica di discriminazione positiva, che fa battere cassa quando assume un uomo che si identifica come "donna" e che può ottenere il posto di docente e che ha molto più senso finanziario per la direzione dell'università invece che pagare il mio congedo di maternità. Bisogna confrontare le basi materiali della mia esistenza e l'identità di uomo che si definisce donna, e che ha studiato Derrida, come ho fatto io. Quest'uomo ha tutto il sostegno filosofico, oltre ai finanziamenti universitari, per rafforzare la sua posizione e definire le preoccupazioni di classe un "progetto fallito": questo è ciò che insegnano nel postmodernismo - la fine della logica, la fine della storia, la futilità della lotta sociale e della resistenza. Siamo in questo partito perché siamo d'accordo con ciò che ha detto Karl Marx? Comprendiamo la necessità di sfuggire a questa educazione capitalistica che ci disabilita; che disabilita la nostra capacità di unire e di comprendere ciò che abbiamo in comune e di agire su di esso; che ci insegna a feticizzare la nostra sconfitta? Mi sono stati offerti vari lavori per parlare della mia "sconfitta", di ciò che mi rende diverso, come donna... Si può approdare alle carriere accademiche essendo "anti-patriarcali" e considerando se stessi come "una classe per noi". Ma non siamo in questo partito perché crediamo di essere una classe “di genere”: nessun marxista-leninista dovrebbe crederci. Si può sicuramente guadagnare di più insegnando agli altri a credere di essere una classe in sé, ma noi siamo qui perché difendiamo la verità, non la carriera. Difendiamo Stalin perché difendiamo la verità storica, non perché Stalin ci distingue come "diversi". Sono sicuro che oggigiorno alcuni possono venire in questo partito per essere 'loro stessi': un altro modo "radicale" di feticizzare la loro "identità" e dichiararsi "diversi" da altri gay o altre lesbiche o altre persone "di genere". Difendere Stalin può diventare un altro modo di autoidentificarsi. Ma non siamo qui per difendere le nostre identità individuali; siamo qui per trovare veramente ciò che ci può condurre alla società comunista. Se vogliamo aiutare le persone che si trovano in uno stato di dipendenza, allora dobbiamo essere comunisti e avere il coraggio di parlare delle cose che sono un'alternativa a ciò che ci insegnano. In primo luogo, dobbiamo diventare consapevoli di quali siano esattamente le bugie e gli errori che la classe dominante ci sta insegnando, e di come queste ideologie ci disabilitino, mentre ci nascondiamo in una narrazione sulla “legittimazione” individuale, "azione" e "auto-liberazione". Ci insegnano che abbiamo un agire più "ibrido", "fluido", individuale, distaccato dalla biologia o dai fondamenti materiali, dal precariato. Ci insegnano che in realtà è fuori moda aspettarsi di godere della pensione, di un reddito o di un'abitazione permanente; è trendy essere "raminghi"; è creativo vivere nella precarietà e non avere un lavoro permanente. Ci insegnano ad amare il "cambiamento" e disprezzare la "stabilità"; unirci agli altri per amare la nostra "miseria" - ciò che il capitalismo ci ha rubato. Ci insegnano ad amare le imposizioni del capitalismo, i traumi dello sfruttamento; insegnano alla gente a pensare che questo atteggiamento sia rivoluzionario. Ma è falsa coscienza e nient'altro. Fanno una parodia della classe lavoratrice. Questa ideologia ci segrega, ci isola in folle solitarie e passive di "io". Ci insegnano a odiare ciò che è sano e ad amare invece le nostre malattie. Il momento della verità è venuto per me quando è stato negato il mio dottorato di ricerca. La mia tesi era una critica all'educazione "inclusiva" del New Labour. In esso, parlavo della disabilità degli studenti e, apparentemente, commettevo “l'errore" di non riuscire a collegare la disabilità con la politica dell'identità, e ne parlavo invece in termini di classe. Sostenevo che l'educazione borghese opprime i bambini non perché siano disabili, fisici o mentali, ma perché sono bambini della classe lavoratrice. Sostenevo che il capitalismo definisce l'identità borghese come capacità; le persone sono considerate capaci quando appartengono alla borghesia e si sottomettono alla sua ideologia. Il capitalismo considera l'identità della classe lavoratrice come una disabilità e cerca di "gestirla" e integrarla nel suo sistema di sfruttamento. Nel momento in cui ho iniziato a trarre tali conclusioni, gli esaminatori hanno contestato la mia metodologia con "motivi etici" e mi hanno negato il dottorato. Ho dovuto ripresentare la mia tesi, perché, secondo gli esaminatori, stavo "etichettando" le persone chiamandole "classe lavoratrice". L'unica autentica identità è stata da loro censurata come "etichettatura". Mi è stato proibito di parlare della classe dei miei studenti, mentre potevo condurre senza problemi sondaggi sui "desideri sessuali" dei bambini delle scuole elementari. Sono in questo partito perché il comunismo è l'unico discorso, l'unica filosofia, l'unico modo per parlare delle cose come stanno e radunare le persone non attorno alla loro "deficienza", ma attorno alla loro unica identità collettiva, l'unica che abbiamo e che è basata sulla nostra classe. Non siamo qui per feticizzare i nostri traumi, come li viviamo sotto il capitalismo. In una società comunista, le persone sperimentano se stesse e gli altri in modo diverso, ad esempio in una società come quella cubana. Non possiamo paragonarci a Cuba. Cuba si è sviluppata lungo un percorso socialista; il popolo è al potere; essi approvano una legislazione rilevante per la loro società e il suo posto nella sfera internazionale. Ai bambini cubani non viene insegnato ciò che insegnano ai nostri figli. Lo Stato e il governo socialista filtrano le cose in modo molto diverso perché l'economia non è la stessa che abbiamo qui. Le leggi cubane sulla LGBTQ non possono essere paragonate alla politica britannica dominante. Dobbiamo ripristinare le cose che ci uniscono e non le cose che ci dividono. L'unica cosa che ci unisce è la classe, e se ti preoccupi del benessere degli omosessuali, delle donne violentate, dei bambini disabili ecc., devi dichiarare che l'unica opzione che hanno è quella di agire collettivamente, in modo politico organizzato, basato sui loro interessi di classe, e non su un vago idealismo. Il marxismo-leninismo è l'unico modo per garantire il successo della lotta dei lavoratori. In quanto leninisti, marxisti, non diciamo alle persone che ciò che stanno attraversando è qualcosa che dovrebbero indossare come identità, perché tali identità isolanti li disabilitano. I "diritti dei transgender" rappresentano l'ideologia borghese; l'intera questione confonde la realtà. È puro idealismo, perché la realtà è che non possiamo scegliere la nostra identità a volontà. È un'illusione, un errore e un crimine insegnare alle persone a pensare di poter scegliere in questo modo, sotto il capitalismo. Siamo qui per aiutarli a dissipare le loro illusioni borghesi, e le nostre per prime, per quanto gravose e dolorose possano essere. Traduzione e sintesi a cura di fp
gennaio 2019 redazione
Internazionale comunista
1919-2019: i cento anni dell'Internazionale Comunista Dal 2 al 6 marzo 1919 si svolse a Mosca il primo Congresso del Comintern, in un momento di crescita del movimento rivoluzionario mondiale e di generale entu-siasmo per la nuova organizzazione, tanto che il secondo Congresso, un anno dopo, con le famose 21 condizioni, ritenne necessario porre un freno all'adesio-ne di quei partiti socialisti ancora impregnati di opportunismo Fabrizio Poggi Dopo il centenario della Rivoluzione d'Ottobre, nel 2017; dopo il bicentenario della nascita di Karl Marx, nel 2018; i comunisti celebrano quest'anno i cento anni di quella Conferenza comunista internazionale, apertasi il 2 marzo 1919 a Mosca, che il 4 marzo proclamò la fondazione dell'Internazionale Comunista e si trasformò nel primo Congresso del Comin-tern. L'atmosfera in cui si tenne l'incontro era di generale entusiasmo, per la crescita del movi-mento rivoluzionario mondiale; tutti gli interventi in quel primo Congresso, conclusosi il 6 marzo, esprimevano la certezza che in molti paesi europei si sarebbe presto arrivati alla ri-voluzione proletaria. Il delegato del giovane Partito comunista tedesco, Hugo Eberlein, dis-se che non era “lontano il tempo in cui il proletariato tedesco porterà la rivoluzione alla sua vittoriosa conclusione”. Il rappresentante ungherese concluse: “Possiamo già ora pre-dire che il Comunismo in Ungheria rivestirà un ruolo decisivo”. Molti delegati si dichiararo-no convinti che “l'idea di collaborazione con la borghesia è già praticamente spenta all'in-terno del movimento operaio e il proletariato sempre più decisamente volta le spalle ai ca-pi social-riformisti”. In effetti, nonostante la sanguinosa repressione della rivoluzione a Berlino, nel gennaio precedente, a opera del governo socialdemocratico, con il massacro di centinaia di operai e dei capi del movimento spartachista, col feroce assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Lu-xemburg, poi di Leo Jogiches e di tanti altri capi comunisti negli eccidi di marzo, la situa-zione europea infondeva entusiasmo: di lì a poco sarebbero state proclamate Repubbliche sovietiche in Ungheria, Baviera, Slovacchia, poi però soffocate nel sangue, al pari delle ri-voluzioni tedesca e finlandese. Anche in campo riformista si cercava di riallacciare i legami internazionali. Tra i partiti so-cialisti restii ai tentativi di rianimare la morta II Internazionale o di trovare “terze vie” (In-ternazionale “due e mezzo”) alcuni chiesero l'adesione all'IC. Tra il 1° e il 2° Congresso, i partiti socialisti di Francia, Italia, Germania, Norvegia e altri avevano rotto con l'Interna-zionale di Berna, orientandosi verso Mosca. Si trattava di partiti centristi, diretti da elemen-ti di destra e ciò dettò la necessità di adottare le famose 21 condizioni per l'ammissione al-l'IC, approvate dal 2° Congresso nel 1920, tra cui le principali erano il riconoscimento della dittatura del proletariato, espulsione dal partito di riformisti e centristi, centralismo demo-cratico. La degenerazione della II Internazionale Lenin e i bolscevichi russi denunciavano da molti anni la degenerazione della II Interna-zionale e allo scoppio della prima guerra mondiale, col vergognoso atteggiamento dei prin-cipali capi riformisti, avevano cominciato a parlare della necessità della fondazione di una nuova Internazionale, comunista. Il 1° novembre 1914, Lenin scriveva sul Sotzialdemocrat, organo del Partito bolscevico: “La maggioranza dei capi dell'attuale II Internazionale socia-lista ... hanno tradito il socialismo votando i crediti di guerra, ripetendo le parole d’ordine scioviniste (“patriottiche”) della borghesia dei “loro” paesi, giustificando e difendendo la guerra, partecipando ai ministeri borghesi... Il fallimento della II Internazionale è il falli-mento dell’opportunismo, che si è sviluppato sul terreno delle particolarità del periodo sto-rico trascorso (cosiddetto “pacifico”) ... Oggi non si può costituire un’effettiva unione in-ternazionale dei lavoratori senza rompere decisamente con l’opportunismo... Alla III Inter-nazionale spetta il compito di organizzare le forze del proletariato ... per la guerra civile contro la borghesia di tutti i paesi, per il potere politico, per la vittoria del socialismo!”. Alcuni embrioni della futura III Internazionale erano spuntati prima del 1914. Nonostante i partiti socialisti fossero ridotti ad appendici governative, di fronte alla prospettiva della guerra, al VII Congresso di Stoccarda della II Internazionale nel 1907 e a quello straordi-nario di Basilea nel 1912 si erano levate voci contro la guerra. Il manifesto di Basilea di-chiarava che “i lavoratori gridano ai governi un ammonimento che è una sfida: osate di proclamare la guerra e noi reagiremo con tutti i mezzi. Se dobbiamo morire, non moriremo uccidendo i nostri fratelli, ma ci sacrificheremo per la causa della emancipazione operaia, cercando di rovesciare per sempre il dominio della borghesia”. La coscienza dell'irriforma-bilità della II Internazionale e dell'impellenza della creazione di una nuova Internazionale si faceva strada, e non solo tra i dirigenti bolscevichi. Nella corrispondenza con Aleksandr Shliapnikov dell'ottobre 1914, Lenin scriveva che “No-stro compito oggi è la lotta inflessibile e aperta contro l'opportunismo internazionale e co-loro che lo coprono (Kautsky)... È sbagliata la parola d'ordine della “pace”: la parola d'or-dine deve essere quella della trasformazione della guerra nazionale in guerra civile”. Un mese dopo, in “La guerra e la socialdemocrazia russa”, lanciava l'appello a trasformare la guerra imperialista in guerra civile, accolto sprezzantemente dai vertici social-sciovinisti e dagli opportunisti alla Kautsky. A essi rispose Rosa Luxemburg, rinfacciando a Kautsky di aver trasfigurato l'appello del Manifesto dei Comunisti, trasformandolo in “Proletari di tutti i paesi unitevi in tempo di pace e prendetevi reciprocamente alla gola in tempo di guerra”. Nel 1915, alla Conferenza di Zimmerwald, si crearono una destra e una sinistra e quest'ul-tima, disse Lenin, costituiva “un primo passo verso la III Internazionale; un timido e incoe-rente passo verso la scissione dall'opportunismo”. Un anno dopo, a Kienthal, ancora “un modesto passo in avanti – in sostanza si segna il passo” (Lenin): la destra di Zimmerwald era ancora per la conciliazione con i social-sciovinisti e respingeva l'idea di una III Interna-zionale. Ne “Il programma militare della rivoluzione”, Lenin scriveva che “La lotta contro l'imperialismo, se non è strettamente collegata alla lotta contro l'opportunismo, è una fra-se vuota o un inganno. Uno dei principali difetti di Zimmerwald e di Kienthal, una delle cause fondamentali del possibile fiasco di questi germi della III Internazionale, consiste appunto nel fatto che la questione della lotta contro l'opportunismo non è stata, non dico, risolta nel senso della necessità di rompere con gli opportunisti, ma neppure posta aper-tamente”. Nella primavera del '15 scriveva ad Aleksandra Kollontaj: “Come si può “riconoscere” la lotta di classe senza capire che è inevitabile che in dati momenti essa si trasformi in guerra civile?”; e nel dicembre 1916, rivolto a Ines Armand: “Bisogna saper combinare la lotta per la democrazia con la lotta per la rivoluzione socialista, subordinando la prima alla secon-da”. In numerose opere di quel periodo, Lenin continuò a denunciare l’opportunismo e il social-sciovinismo, delineando al contempo le basi ideologiche della nuova Internazionale. “La di-fesa della collaborazione delle classi” scriveva Lenin, “il ripudio dell'idea della rivoluzione socialista e dei metodi rivoluzionari di lotta … la trasformazione in feticcio della legalità borghese, la rinuncia al punto di vista di classe e alla lotta di classe... queste sono le basi ideologiche dell'opportunismo”. Verso l'Internazionale Comunista Ancora rivolto alla Kollontaj, nel marzo del '17 Lenin scriveva: “È chiaro che “Zimmerwald” è fallita… La maggioranza di Zimmerwald è costituita da Turati e C, Kautsky e Ledebour, Merrheim: tutti costoro sono passati sulla posizione del socialpacifismo, condannato così solennemente (e così sterilmente!) a Kienthal... Il “centro” di Zimmerwald poi è Robert Grimm, il quale il 7 gennaio 1917 si è alleato con i socialpatrioti della Svizzera per la lotta contro la sinistra!”. In quell'anno, tra le famose “Tesi di Aprile”, scriveva: “Rinnovare l'In-ternazionale. Prendere l'iniziativa della creazione di una Internazionale rivoluzionaria con-tro i social-sciovinisti e contro il "centro"; la VII Conferenza del POSDR (b), poi, impegnava il Partito a prendere l’iniziativa di creare una Terza Internazionale. Nell'agosto successivo, rivolto all'Ufficio estero del CC, scriveva: “Considero la partecipazione alla conferenza di Stoccolma e a qualsiasi altra insieme coi ministri (e farabutti) Cernov, Tsereteli, Skobelev, un vero e proprio tradimento … tutta questa “semi”-socialsciovinistica Commissione di Zimmerwald, che dipende dagli italiani e dai ledebouriani, i quali desiderano l'”unità” coi socialsciovinisti, è la più deleteria delle istituzioni... Noi commettiamo il più grave degli er-rori … mandare per le lunghe o differire la convocazione di una conferenza della sinistra per la fondazione della III Internazionale… I bolscevichi, la socialdemocrazia polacca, gli olandesi, la Arbeiterpolitik, il Demain: ecco un nucleo già sufficiente. Ad esso si aggiunge-ranno di certo... una parte dei danesi... una parte dei giovani svedesi... una parte dei bul-gari, i sinistri dell'Austria, una parte degli amici di Loriot in Francia, una parte dei sinistri in Svizzera e in Italia e poi gli elementi... del movimento anglo-americano”. Nel gennaio 1918, una conferenza di partiti e gruppi socialisti, indetta a Pietroburgo dal Partito bolscevico, decise la convocazione della conferenza internazionale. Un ulteriore stimolo venne dalla fondazione, nella seconda metà del 1918, di partiti comunisti in Au-stria, Polonia, Ungheria, Finlandia, Lettonia, Argentina. La situazione suscitava entusiasmo, ma ciò che più mancava, come osservava Lenin, era il fattore soggettivo: l'organizzazione internazionale dei comunisti avrebbe aiutato a superare quella carenza. A conclusione del-l'articolo pubblicato sulla Pravda dell'11 ottobre 1918, dal titolo “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” (dato il procrastinarsi dei tempi della pubblicazione dell'omonima o-pera e l'urgenza di smascherare le calunnie al potere sovietico lanciate da Kautsky che, nonostante tutto, godeva ancora di una certa influenza, Lenin aveva sintetizzato il conte-nuto del libro in un articolo di giornale) Lenin scriveva che “La più grande disgrazia e il maggior pericolo per l'Europa è il fatto che qui non c'è un partito rivoluzionario. Ci sono partiti di traditori, del tipo degli Scheideman, Renaudel, Henderson, Webb e Co, oppure degli spiriti servili del tipo di Kautsky. Non c'è un partito rivoluzionario... [questa è] una grande disgrazia e un grande pericolo. Per questo, è necessario smascherare in ogni modo i rinnegati del tipo di Kautsky, sostenendo i gruppi rivoluzionari dei proletari effettivamente internazionalisti, che ci sono in tutti i paesi. Il proletariato volterà presto le spalle ai tradi-tori e ai rinnegati e seguirà quei gruppi, formerà da essi i propri capi”. Dopo la Rivoluzione d'Ottobre, dopo l'urgenza di far fronte alla guerra civile e arginare i primi interventi di truppe straniere, a Mosca si tornò a mettere al centro la creazione della nuova Internazionale. Due fattori convinsero i bolscevichi che la situazione fosse matura per la creazione della Terza Internazionale. Il primo, fu la fondazione, a dicembre 1918, del Partito comunista in Germania, considerata il cuore del movimento rivoluzionario in Eu-ropa; il secondo, a febbraio 1919, fu il congresso socialdemocratico di Berna, che condan-nava la Rivoluzione d'Ottobre e ribadiva l'ostilità alla rivoluzione socialista. Il 1° Congresso dell'IC Si giunse così alla fondazione dell'Internazionale Comunista, le cui prime deliberazioni, per la sostanza stessa della propria nascita, in lotta con l'opportunismo socialdemocratico, si incentrarono sulla denuncia del tradimento dei principi del socialismo scientifico da parte della vecchia II Internazionale. Ciò si riflesse nei principali documenti adottati al Congres-so. Contro le formule opportunistiche che consideravano la repubblica parlamentare borghese come la migliore delle repubbliche e ponevano lo Stato “al di sopra delle classi”; contro i centristi socialdemocratici che parlavano di “democrazia pura”, o di “democrazia in genera-le”, contrapposta al potere proletario della Russia sovietica, i comunisti consideravano ur-gente smascherare tali concezioni riformiste, che idealizzavano la democrazia borghese. “Il punto di vista democratico-formale” scriveva Lenin, è proprio “il punto di vista del demo-cratico borghese, il quale non riconosce che gli interessi del proletariato e della lotta di classe proletaria stanno al di sopra”. E ancora: “La democrazia è una delle forme dello sta-to borghese, difesa da tutti i traditori dell'autentico socialismo, che si trovano ora alla testa del socialismo ufficiale e che sostengono che la democrazia contraddice la dittatura del proletariato”. L'assassinio di Liebknecht, Luxemburg e di centinaia di operai tedeschi, costi-tuiva una tragica prova del cinismo della democrazia borghese. Il Congresso dichiarò che non esiste alcuna “democrazia pura”, che rispecchia un'unica “volontà popolare”, dato che nella società divisa in classi e nello Stato di classe non può esserci una volontà unica. Già nel 1916 Lenin aveva scritto che “la democrazia è anch'essa una forma di stato, che dovrà scomparire allorché scomparirà lo Stato” e che “la democrazia è anch'essa il dominio di “una parte della popolazione sull'altra”, è anch'essa uno stato”. Avrebbe poi ribadito il con-cetto all'VIII Congresso del Partito bolscevico, nel marzo 1919: “Oggi vediamo che molti ex-marxisti – ad esempio, in campo menscevico – sostengono che nel periodo della batta-glia decisiva tra proletariato e borghesia possa regnare la democrazia in generale”. In quel periodo di ascesa del movimento rivoluzionario, in cui era all'ordine del giorno l'ab-battimento del capitalismo, il congresso fondativo dell'IC non poteva non porre come cen-trale la questione della conquista del potere da parte del proletariato, la questione della forma statale del potere proletario. Contro le litanie opportuniste sulla “democrazia pura”, seguendo i concetti del Manifesto di Marx ed Engels, secondo cui la borghesia non lascia volontariamente il potere, il Congresso fece propri i concetti leninisti su democrazia e ditta-tura. “La cosa più importante, ora” aveva scritto Lenin un anno prima, “è dire addio a quel pregiudizio intellettuale borghese, secondo cui dirigere lo Stato possono solo speciali fun-zionari, interamente dipendenti dal capitale”; al contrario, la strada verso la “progressiva liquidazione dello Stato” passa per “il sistematico coinvolgimento di un numero sempre maggiore di cittadini al diretto e quotidiano adempimento della propria parte di onere alla direzione dello Stato”. Lo Stato proletario All'inizio degli anni '90 del XIX secolo Friedrich Engels aveva detto che“... l'unica istituzione che il proletariato trova pronta dopo la propria vittoria, è proprio lo Stato. Per la verità, questo Stato necessita di cambiamenti molto significativi, prima di poter adempiere alle sue nuove funzioni”. Ora, stravolgendo il pensiero di Engels, gli opportunisti sostenevano che egli proponesse non di distruggere il vecchio Stato, ma solo di cambiarne le funzioni. In realtà, Engels polemizzava con gli anarchici, secondo i quali il primo atto della rivoluzio-ne socialista sarebbe stato la liquidazione di ogni Stato, anche dello Stato proletario. Dopo la Comune di Parigi, sia Engels che Marx avevano sempre parlato di “spezzare”, “elimina-re”, “tagliare”, “liquidare” lo Stato borghese, quale macchina per l'oppressione della classe operaia, e sostituirlo con il nuovo Stato proletario. Il primo Congresso dell'IC ritenne fon-damentale chiarire che l'instaurazione del potere proletario equivale a eliminare, spezzare la macchina statale borghese e creare una struttura statale nuova, che in Russia si era concretizzata nei Soviet, definiti da Gramsci “forma immortale di organizzazione della so-cietà” e che avevano cominciato a diffondersi in numerosi paesi europei, quali embrioni di un nuovo potere. La “rivoluzione è un'autentica rivoluzione e non vuota e gonfiata retorica demagogica” scriveva Gramsci nell'estate 1919, “solo quando si incarna in uno Stato di un tipo determi-nato, allorché diviene sistema organizzato di potere... La rivoluzione proletaria è tale solo quando dà vita a uno stato di tipo nuovo – lo stato proletario – e si incarna in esso… Lo Stato socialista non può incarnarsi nelle istituzioni dello Stato capitalista, ma è una crea-zione fondamentalmente nuova rispetto ad esse… La formula “conquista dello Stato” deve essere intesa in questo senso: creazione di un nuovo tipo di Stato, generato dalla espe-rienza associativa della classe proletaria, e sostituzione di esso allo Stato democratico-parlamentare”. Un tratto importantissimo del potere proletario consiste nella sua funzione di repressione della resistenza delle classi sfruttatrici e nella costruzione del socialismo. L'essenza della questione, aveva già scritto Lenin, è “se si conserva la vecchia macchina statale (legata con mille fili alla borghesia e interamente impregnata di routine e immobilismo) o se essa venga distrutta e sostituita con una nuova”. Nel 1917, in “Stato e rivoluzione”, scriveva che “L'opportunismo non conduce il riconoscimento della lotta di classe per l'appunto fino al momento principale, fino al periodo del passaggio dal capitalismo al comunismo, fino al periodo dell'abbattimento della borghesia e della sua piena liquidazione. Di fatto, questo periodo è inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un accanimento senza precedenti, in forme quanto mai aspre e, conseguentemente, anche lo Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo nuovo (per i proletari e i non possidenti in genera-le), e dittatoriale in modo nuovo (contro la borghesia)”. Uno Stato che, in Russia, si espri-meva nei Soviet degli operai dei soldati e dei contadini. Il “passaggio dal capitalismo al comunismo” produrrà un'immensa “varietà di forme politiche” nei diversi paesi, scriveva Lenin, “ma la essenza sarà inevitabilmente una: la dittatura del proletariato”. E Gramsci, su L'Ordine Nuovo: “L'essenziale fatto della rivoluzione russa è l'instaurazione di un tipo nuovo di Stato: lo Stato dei Consigli”; poi, nel luglio 1919, continuava: “Aderire alla Inter-nazionale comunista significa aderire alla concezione dello Stato soviettista e ripudiare o-gni residuo della ideologia democratica, anche nel seno della attuale organizzazione del movimento socialista e proletario”. E a novembre, pensando all'Italia, scriveva: “Gli operai e i contadini d'avanguardia … hanno indicato al Partito la via della presa del potere, la via del governo, la cui base costituzionale non sia il parlamento eletto a suffragio universale, sia dagli sfruttati che dagli sfruttatori, bensì il sistema dei Consigli degli operai e dei conta-dini, che incarnino sia il governo del potere industriale, sia quello del potere politico, che servano quale strumento per la rimozione dei capitalisti dal processo di produzione e per la privazione del loro ruolo di classe dominante in tutti gli organismi nazionali di gestione centralizzata dell'attività economica del paese”. I documenti del 1° Congresso dell'IC Il 4 marzo 1919 il Congresso approva la Piattaforma dell'IC. In essa si dice che, date le crescenti contraddizioni del sistema capitalista, l'umanità “è minacciata di completo an-nientamento” e vi è “una sola forza che può salvarla, ed è il proletariato”. La “conquista del potere politico da parte del proletariato significa la liquidazione del potere politico della borghesia”, con “il suo esercito, la sua polizia, i suoi giudici e direttori di carcere, i suoi preti, funzionari”. E ciò “non significa soltanto un cambiamento della compagine ministe-riale, ma l'annientamento dell'apparato statale del nemico, il disarmo della borghesia, degli ufficiali controrivoluzionari, delle guardie bianche e l'armamento del proletariato, dei solda-ti rivoluzionari, della guardia rossa operaia; la destituzione di tutti i giudici borghesi e l'in-sediamento di tribunali proletari; l'abolizione del dominio dei funzionari statali reazionari e la creazione di nuovi organi d'amministrazione proletari. La vittoria del proletariato sta nel distruggere l'organizzazione del potere avversario e nell'organizzazione del potere proleta-rio”. Si afferma quindi che, “come ogni Stato, lo Stato proletario è un apparato coercitivo... di-retto contro i nemici della classe operaia … per spezzare e rendere impossibile la resisten-za degli sfruttatori”. Di contro, “la democrazia borghese, non è niente altro che la dittatura mascherata della borghesia. La tanto esaltata "volontà collettiva del popolo" non esiste più di quanto esista il popolo come un tutto unico. Di fatto le masse e le loro organizzazioni sono totalmente estromesse dall'effettiva amministrazione statale. Nel sistema sovietico l'amministrazione passa per le organizzazioni di massa, e tramite loro per le masse stesse, poiché i soviet accostano un numero sempre crescente di lavoratori all'amministrazione statale”. Il nuovo Stato proletario, si afferma nella Piattaforma, espropria la borghesia e socializza la produzione; condizione della vittoria, è però la “rottura non solo con i diretti lacchè del capitale e i boia della rivoluzione comunista, ruolo ricoperto dalla destra socialdemocratica, ma anche la separazione dal “centro” (kautskyani) che nel momento decisivo abbandona il proletariato e flirta con i suoi nemici dichiarati”. È maturo il tempo, si afferma, per la lotta del proletariato internazionale per il potere, per la dittatura del proletariato, che deve spezzare la resistenza della borghesia e assicurare il passaggio al socialismo. “La dittatura del proletariato è la lotta di classe del proletariato che ha vinto e ha preso nelle proprie mani il potere politico contro la borghesia vinta, ma non ancora liquidata”. Il Congresso approva poi le 22 Tesi di Lenin su “Democrazia borghese e dittatura del pro-letariato”, in cui vengono sviluppati i concetti già esposti in Stato e rivoluzione e La rivolu-zione proletaria e il rinnegato Kautsky. Vi si illustra il carattere limitato, di classe, della democrazia borghese e la necessità storica della sua sostituzione con la dittatura del prole-tariato: “In nessun paese capitalistico esiste la “democrazia in generale”, ma esiste soltan-to la democrazia borghese”. Si denuncia il ruolo della socialdemocrazia, che usa ipocrita-mente le formule di “democrazia pura”, “democrazia in generale” e “dittatura in generale”, senza specificare di quale classe e contro quale classe, per calunniare lo Stato sovietico, lottare in generale contro la rivoluzione proletaria e difendere, di fatto, la borghesia. Il po-tere sovietico, dice Lenin, è la forma statale concreta, scoperta dalle masse stesse, della dittatura del proletariato. La storia insegna che nessuna classe oppressa è mai giunta al dominio, senza attraversare un periodo di dittatura, cioè di conquista del potere politico e di repressione violenta della più disperata e più rabbiosa resistenza degli sfruttatori, che non arretrano dinanzi a nessun delitto. La borghesia, continua Lenin, il cui dominio è dife-so oggi dai socialisti che parlano contro la "dittatura in generale" e si spolmonano per la "democrazia in generale", ha conquistato il potere nei paesi progrediti a prezzo di “una se-rie di insurrezioni, guerre civili, repressione violenta di re, feudatari, proprietari di schiavi e dei loro tentativi di restaurazione. I socialisti di tutti i paesi … hanno illustrato al popolo migliaia e milioni di volte il carattere di classe di queste rivoluzioni borghesi, di questa dit-tatura borghese. Perciò, l'odierna difesa della democrazia borghese sotto forma di “demo-crazia in generale" e le odierne urla e grida contro la dittatura del proletariato sotto forma di urla contro la "dittatura in generale", rappresentano un aperto tradimento del sociali-smo, il passaggio di fatto dalla parte della borghesia… Tutti i socialisti, illustrando il carat-tere di classe della civiltà borghese, della democrazia borghese, del parlamentarismo bor-ghese, hanno interpretato l'idea che già Marx ed Engels, con maggior precisione scientifi-ca, avevano espresso con le parole secondo cui la repubblica borghese più democratica non è altro che una macchina per la repressione della classe operaia da parte della bor-ghesia, della massa dei lavoratori da parte di un pugno di capitalisti”. Parlando dello Stato proletario, Lenin afferma che l'essenza del potere sovietico consiste nel fatto che “la costante e unico fondamento di tutto il potere statale, di tutto l'apparato statale è l'organizzazione di massa proprio di quelle classi che erano oppresse dal capitali-smo, cioè operai e semi-proletari... Proprio quelle masse che, anche nelle repubbliche bor-ghesi più democratiche, pur avendo per legge uguali diritti, di fatto, con mille mezzi e trucchi, erano escluse dalla partecipazione alla vita politica e dal godimento dei diritti e li-bertà democratiche, partecipano ora in permanenza e immancabilmente, e in modo decisi-vo, alla gestione democratica dello stato”. Del resto, in Stato e rivoluzione, aveva già scrit-to che “la rivoluzione deve consistere non nel fatto che una nuova classe comandi, diriga per mezzo della vecchia macchina statale, ma nel fatto che essa spezzi quella macchina e comandi, diriga con una nuova macchina”. E nel dicembre del 1919, a proposito di Assem-blea costituente e Dittatura del proletariato, scriverà: “Pieni di pregiudizi piccolo-borghesi, avendo dimenticato la cosa più importante dell'insegnamento di Marx sullo Stato, i signori “socialisti” della II Internazionale guardano al potere statale come a qualcosa di sacro, un idolo oppure la risultante di elezioni formali, l'assoluto della “democrazia conseguente”. Nel “Manifesto dell'IC al proletariato di tutto il mondo” si afferma infine che “Settantadue anni fa, il Partito Comunista annunciò al mondo il proprio programma sotto forma di "Ma-nifesto". Già allora il comunismo, appena apparso sull'arena della lotta, fu circondato dalle vessazioni, menzogne, odio e persecuzioni delle classi possidenti. L'epoca dell'ultima deci-siva lotta è giunta più tardi di quanto si attendessero e sperassero gli apostoli della rivolu-zione sociale. Ma essa è giunta. Noi comunisti, rappresentanti del proletariato rivoluziona-rio di diversi paesi d'Europa, America e Asia, riuniti nella Mosca sovietica, ci sentiamo e ci riconosciamo quali successori e dirigenti di quella causa, il cui programma era stato pro-clamato 72 anni fa. Il nostro compito consiste nel generalizzare l'esperienza rivoluzionaria della classe operaia, epurare il movimento dall'opportunismo e dal social-patriottismo, uni-re gli sforzi di tutti i partiti veramente rivoluzionari del proletariato mondiale e con ciò faci-litare e accelerare la vittoria della rivoluzione comunista in tutto il mondo”. Oltre a Piattaforma, Tesi e Manifesto, tra i principali documenti del Congresso ci furono le Risoluzioni su: Atteggiamento verso le correnti “socialiste” e la conferenza di Berna, Terro-re bianco, Coinvolgimento delle operaie alla lotta per il socialismo; le Tesi sulla situazione internazionale e la politica dell'Intesa; l'Appello agli operai di tutti i paesi. Nel luglio 1919, in risposta a un intervento del leader del Partito operaio indipendente bri-tannico, Ramsay MacDonald, a proposito della fondazione dell'IC e della rottura con l'In-ternazionale gialla di Berna, Lenin scrive che con persone quali MacDonald, “tipico rappre-sentante della II Internazionale, degno compagno d'armi di Scheidemann e Kautsky, di Vandervelde e Branting e compagnia bella”... la scissione è necessaria e inevitabile, perché non si può compiere la rivoluzione socialista a fianco di coloro che difendono la causa della borghesia. … Noi consideriamo l'Internazionale di Berna, nel suo complesso, un'Interna-zionale gialla, di traditori e di rinnegati, perché tutta la sua politica è una “concessione” al-la borghesia. Ramsay MacDonald sa bene che abbiamo costituito la III Internazionale e abbiamo rotto incondizionatamente con la II, poiché ci siamo convinti della sua irrimedia-bilità, della sua incorreggibilità, del suo ruolo di serva dell'imperialismo, di conduttrice del-l'influenza borghese... nel movimento operaio. … L'Internazionale “di Berna” è ... un'orga-nizzazione di agenti dell'imperialismo internazionale, che agiscono all'interno del movimen-to operaio. Per vincere effettivamente l'opportunismo, che ha condotto alla fine ignominio-sa della II Internazionale, per aiutare di fatto la rivoluzione ... bisogna: fare tutta l'agita-zione e la propaganda dal punto di vista della rivoluzione, in opposizione al riformismo... Nessuno dei partiti dell'Internazionale “di Berna” soddisfa questa esigenza. Nessuno dimo-stra anche solo d'aver capito che in tutta l'agitazione e propaganda bisogna spiegare la differenza tra riforme e rivoluzione, bisogna educare incessantemente alla rivoluzione (...)”. “... esiste una sola Internazionale di fatto ed esistono due uffici, due burocrazie dell'Inter-nazionale operaia: uno a Mosca, un altro a Berna”, scriveva Gramsci nel giugno 1919; “u-no, vicino, che non riscuote nessun prestigio, che non gode nessuna autorità, larva evane-scente che passeggia l'Europa occidentale col passaporto vidimato e timbrato dai governi capitalistici. L'altro, lontano, comunicante con i suoi aderenti, saltuariamente, con senzafilo lacunosi e mal tradotti; ma vivo nelle coscienze, attivo ed operante come tutte le energie storiche che scaturiscono dalla necessità sociale. L'internazionale operaia è una sola, l'In-ternazionale comunista rivoluzionaria”. A cento anni di distanza, oggi che il posto dei social-sciovinisti a difesa degli interessi della “propria” borghesia e del “proprio” Stato è occupato dai liberal-reazionari del PD e il ruolo di centro-conciliatore è rivestito dalle loro appendici della “sinistra” sakharoviana, è compi-to dei comunisti dar vita a una organizzazione strutturata su base marxista-leninista, radi-cata tra i reparti d'avanguardia della classe operaia, che smascheri i reggicoda “democrati-ci” di capitalisti e banchieri, per giungere a spezzare, frantumare il loro apparato statale, sulla strada della dittatura del proletariato e del socialismo.