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LA NUOVA RUSSIA DEL CAPITALISMO ELTSINIANO-PUTINIANO Proteste manifestazioni e scioperi ignorati dai mass media che si occupano solo dell'opposizione liberal-borghese o confessionale Per qualche ragione, l'atteggiamento di molta pubblicistica di sinistra (qualunque significato si attribuisca al termine) nei confronti della Russia odierna si divide in due grandi filoni. Da un lato, la venerazione di tutto quanto proviene da Mosca, ignorando persino le critiche rivolte al Cremlino dal KPRF di Gennadij Zjuganov (non certo un partito “bolscevico”), di cui, pure, spesso ci si fa portavoce. Dall'altro, il completo silenzio su qualsiasi manifestazione dell'opposizione che non sia quella liberal-borghese o confessionale, come se altra non ne esistesse. Raro leggere qualcosa, ad esempio, sui 200 dipendenti licenziati dai supermarket SPAR e SemJA di Pietroburgo, caricati il 30 dicembre dalla polizia mentre stavano picchettando gli uffici di Intertorg, chiedendo il pagamento di 10 milioni di rubli di salari arretrati. Lo stesso giorno, a Mosca, una cinquantina di custodi addetti a manutenzione e pulizia dei caseggiati del rione “Lomonosov” avevano chiesto un incontro con l'impresa, per lamentare l'organico ridotto alla metà, il non esser ammessi al convitto se non dopo le 18, anche se malati (sono tutti migranti da altre Repubbliche dell'ex URSS, privi di abitazioni, con salari dai 20 ai 27mila rubli: 3-400 euro) mancata fornitura di tenute invernali e di materiali. Il direttore li sbatte fuori dell'ufficio e loro cominciano la protesta in strada. Risultato: tutti alla stazione di polizia e in tribunale. A metà dicembre c'è stata una settimana di “sciopero all'italiana” (seguendo alla lettera regolamenti e istruzioni) dei conducenti di tram a Pietroburgo, contro la videosorveglianza e la perdita dei premi alla minima infrazione. Si chiedeva anche la modifica dell'impianto salariale, che ora dipende dal numero di corse, il che li costringe a velocità pericolose, con conseguenti incidenti, anche mortali. Manifestazioni di protesta si sono avute al cantiere navale di Kostroma, per i salari in arretrato di due mesi; uno sciopero dei caldaisti a Blagoveščensk, per un ritardo di sei mesi; a fine dicembre avevano manifestato i mille lavoratori moscoviti dello stabilimento di Karačarovskij, contro la liquidazione dell'azienda. Ma, per molti lavoratori, non c'è alcun contratto e non conoscono il padrone, che si rivolge loro via Instagram. Cose che accadono quotidianamente in ogni paese capitalista che si rispetti. Denis Šafen, presidente del sindacato regionale di Murmansk per la S.p.A. “Tander”, da cui dipende la catena alimentare “Magnit”, descrive la situazione in tali negozi. Non ci sono cassieri o magazzinieri: ci sono solo commessi; e per lo più donne, che lavorano 13-14 ore al giorno, con un breve intervallo per il pranzo. Sono loro a occuparsi di tutto: casse, prodotti sugli scaffali, spingono carrelli; si occupano spesso del controllo delle merci, che di solito si effettua alle 4-5 di mattina. Alla vigilia del controllo, preparano il negozio e dunque si trattengono fino all'1 e alle 2 del mattino. Tutto questo tempo, ovviamente, non è pagato come dovrebbe. Si riduce continuamente l'intervallo del pranzo; non si tien conto degli straordinari, che sono pagati una misera o non pagati affatto. Il salario ufficiale di un commesso, dice Šafen, è di 16-19.000 rubli, compresi i premi: ma di rado raggiunge il “minimo salariale”. Il salario base è 4.000 rubli e i premi sono a discrezione del padrone: il Codice del lavoro gli permette di pagarli o no. Poi ci sono le multe: una commessa sta togliendo i prodotti scaduti e all'improvviso la chiamano alla cassa, il controllore urla che è arrivato il camion e c'è da scaricarlo e lei non fa a tempo a mettere le etichette dei prezzi. Con una tale disorganizzazione, è impossibile che non ci siano mancanze e il padrone le compensa con le multe sui salari. Così che c'è un grosso ricambio di personale: spesso le persone se ne vanno dopo il primo stipendio. A proposito del “minimo salariale”, si deve osservare che, secondo il KPRF, è oggi di 12.130 rubli, ossia 188 dollari, inferiore a quello della maggior parte dei Paesi latino-americani, dell'Africa sub-sahariana (Gabon: 270$; Guinea Equatoriale: 224 $) e persino dell'Ucraina, che lo ha ora portato a 199 dollari. La frazione del KPRF alla Duma aveva presentato un disegno di legge per portarlo a 25.000 rubli, ma vi si è opposto il partito governativo Russia Unita. La Federazione dei Sindacati Indipendenti, chiede addirittura un “paniere di consumo” minimo di 40.000 rubli. La protesta operaia Pur se appare difficile parlare di movimento operaio vero e proprio, ancor meno guidato da organizzazioni di classe, proteste e manifestazioni operaie abbracciano più o meno tutta la Russia, anche se sui media occidentali non riscuotono la stessa visibilità dei “ragazzi di Navalnyj” o delle ONG liberal-religiose. Secondo la rete web “ZabastKom” (zabastovka= sciopero – dall'italiano “basta”) la maggior parte delle proteste operaie nel 2019 è stata innescata da bassi salari e ritardi nella riscossione: a luglio 2019, i lavoratori aspettavano ancora 2,57 miliardi di rubli. Rispetto al 2018, però, la causa primaria dei conflitti è passata dai ritardi (30,4% dei casi) ai livelli salariali (33,6%); seguono, chiusura di aziende, condizioni di lavoro, licenziamenti. La maggior parte delle vertenze si è registrata in trasporti, manifatture e sanità; quindi: industria estrattiva, edilizia, istruzione e scienza, servizi pubblici, commercio. Si è trattato per lo più di richieste rivolte direttamente al padrone, scioperi e manifestazioni, con alterni risultati. Oltre il 77% dei conflitti ha visto una vittoria più o meno parziale e nel 35% dei casi le richieste dei lavoratori sono state pienamente accolte. Renat Karimov, leader del sindacato dei lavoratori migranti, dice che “il movimento operaio russo è abbastanza organizzato nei settori in cui i posti di lavoro sono legali e necessitano di lavoro specializzato: il settore dei trasporti, ad esempio, o dei marittimi. Ha avuto successo la lotta di piloti e assistenti di volo, contro la riduzione di giornate libere. Ma c'è un “settore” gigantesco di 15-20 milioni di persone, di fatto senza contratti: per quegli operai è molto difficile la difesa dei diritti”. Il vice presidente della Confederazione del lavoro, Oleg Šein, a suo tempo tra gli esponenti del RKRP, oggi deputato del socialdemocratico “Russia Giusta”, attacca il Codice del lavoro adottato nel 2001 (i precedenti risalivano al 1918, 1922 e 1971) che in pratica, dice, “aumenta l'orario di lavoro, con conseguente forte aumento degli incidenti. Col nuovo codice, inoltre, di fatto i sindacati hanno perso la possibilità di rappresentare i lavoratori. Occorrono cambiamenti nella legislazione sul lavoro” dice Šein, che “allarghino i diritti dei sindacati; ma ciò è possibile solo con cambiamenti politici, per i quali siamo molto indietro”. Karimov lamenta soprattutto la carenza di sindacati combattivi, di un forte partito proletario: le persone sono disperse, i conflitti di lavoro sono di natura locale, dice; non ci sono scioperi di solidarietà, che d'altronde sono proibiti dall'attuale legislazione. Attraverso il Partito comunista, i lavoratori sono rappresentati nell'arena politica, ma sono rappresentati in forma distorta, che non corrisponde al loro ruolo nella società. C'è molta ingiustizia sociale: le persone con ricchezze miliardarie continuano ad arricchirsi e i restanti milioni di persone diventano più povere”. Viktor Kotelnikov, sindacalista di Samara, dice che la mostruosa stratificazione tra ricchi e poveri porterà a un corto circuito. Si sono formate tre classi, dice: la prima è costituita dall'amministrazione feudale dei vertici del potere, che ci deruba con le imposte indirette; la seconda dai proprietari dei mezzi di produzione, proprietari di fabbriche, palazzi, navi. Infine, la classe operaia, che conduce un'esistenza miserabile: prima viene spolpata dai capitalisti; poi, ciò che rimane, va alla burocrazia. Scelte liberali Intanto, si riduce ulteriormente il controllo statale su imprese strategiche, quali Sovkomflot, RusGidro, Transneft, Rostelekom, Ferrovie, Aeroflot, Rosselkhozbank. Tutte aziende che nel 2018 avevano portato alle casse federali utili fino al 65% più del 2017. E le privatizzazioni portano al declino del potenziale industriale. Secondo lo scienziato Jurij Savelev, dalle “80mila macchine utensili prodotte nel 1985, si è scesi a 9.000 nel 2000, a 4.232 nel 2018. Compriamo tutto all'estero”. È così che si approfondisce sempre più il divario tra miliardari – i vari Potanin (Nornikel), Alekperov (Lukoil), Mordašov (Severstal), Abramovič (Evraz) - dei settori energetico, chimico, metallurgico, e il resto della popolazione: dal 2010 al 2019, i primi hanno incrementato i propri patrimoni di decine di miliardi dollari, mentre i redditi della popolazione sono diminuiti dell'8,3%. Pare che il 3% dei più ricchi detenga l'89% delle risorse finanziarie del paese. Secondo il KPRF, la povertà sta attanagliando sempre più non solo gli anziani, falcidiati dall'innalzamento dell'età pensionistica: il 61% delle persone tra i 18 e i 40 anni sarebbe oltre la soglia di povertà. Il “coefficiente Gini” del livello (da 0 a 1) di stratificazione sociale, dice l'analista Aleksej Korenev, è “oggi per la Russia di 0,44, più o meno lo stesso dell'impero romano al suo massimo splendore; mentre in epoca sovietica era di 0,25 e solo a fine anni '80 era salito a 0,28: grosso modo quanto è oggi nei paesi scandinavi”. Ma, evidentemente, il governo giudica ancora troppo basso lo 0,44; ecco dunque che l'IVA, passata nel 2019 dal 18 al 20% per tutti, viene eliminata per quei “poveri” oligarchi “gravati” da sanzioni occidentali. Quanto a tasse, nulla di più sfacciato della flat tax: ci sono 5 diversi coefficienti (dal 9 al 35%, a seconda di stipendio, dividendi, obbligazioni, lotterie, ecc.), ma quello base, uguale per tutti, è al 13% e la maggioranza governativa alla Duma ha sempre respinto ogni progetto di tassazione progressiva. Non ha dubbi Nikolaj Arefeev del KPRF: “Il governo lavora per l'oligarchia! Se un oligarca viene privato di una proprietà da un tribunale straniero, viene compensato dal bilancio russo; se all'estero è soggetto a sanzioni, non paga le tasse in Russia”. È in questa situazione che si accentua il calo di popolazione che, scrive ROTFront "va avanti dagli anni '90, dalla vittoria del capitalismo. Un calo favorito da impoverimento, declino degli standard di vita, colpi ricevuti da istruzione e sistema sanitario, che hanno determinato il calo di aspettativa di vita e natalità, unite all'aumento della mortalità. L'innalzamento dell'età pensionabile sta ora facendo il resto”. Secondo il demografo Vladimir Timakov, “intorno al 2050 la popolazione russa sarà ridotta a circa 120 milioni, rispetto ai 146 attuali”: effetto delle riforme liberali eltsiniane, della catastrofica situazione economica e socio-assistenziale, che negli anni '90 e 2000 fecero registrare una “mortalità record”. Negli anni eltsiniani, dice Timakov “le perdite sono state di 12 milioni di nati in meno e 7 milioni di morti in più: un calo di 20 milioni di persone”. Un nuovo zarismo? Se il KPRF dice che “il sogno dell'oligarchia al potere in Russia è di ripristinare il tipo pre-rivoluzionario di società divisa in ceti”, c'è chi replica che “abbiamo già una società di censo, medievale. Lo strato superiore dei ricchi detiene quasi tutta la ricchezza, commercia in risorse naturali, che invece dovrebbero appartenere al popolo”. Dunque, “come possono non sentirsi nuovi principi e conti, ai quali tutto è permesso e ai quali la vita sembra una fiaba? Hanno accesso alla migliore medicina, hanno residenza all'estero, i loro figli studiano all'estero. Chiaro che considerino tutti gli altri bestiame, come i servi della Russia zarista. Nel 1917 il popolo smise di sopportare, mentre oggi noi tolleriamo in silenzio”. In definitiva, si può concordare con i comunisti del RKRP, a proposito della famosa frase di Putin, che "il crollo dell'URSS è la più grande catastrofe geopolitica del secolo". In realtà, il crollo dell'URSS rappresentò “un'intera serie di catastrofi: ideologica, socio-economica, demografica. Ma il liberale Putin si rammarica solo del lato geopolitico. Lui non rimpiange il sistema economico sovietico e le sue conquiste sociali: assenza di disoccupazione, istruzione e sanità gratuite. Oltretutto, su scala geopolitica, l'URSS non sarebbe stata un ostacolo, per i liberali, nel defraudare il sottosuolo e venderne il bottino. Putin si rammarica però solo del crollo geopolitico: non del sistema sociale”. È il capitalismo. Come diceva il vecchio Sismondi “L'uomo isolato accumulava i prodotti per utilizzarli dopo; l'uomo sociale vede ammassare il frutto dei suoi sudori da parte di colui che li godrà”.
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ORGANIZZARSI PER ROMPERE LE CATENE DELLO SFRUTTAMENTO Davanti all’attacco borghese la lotta della classe oppressa e sfruttata deve superare le decine di organizzazioni sedicenti comuniste che disperdono in mille rivoli le poche avanguardie coscienti, facendoli combattere in ordine sparso Anni di battaglie operaie, proletarie e sociali hanno prodotto molte avanguar-die di lotta. Oggi è arrivato il momento - e ne siamo in grado - di cominciare a fare un bilancio basandoci su dati concreti. Lotte di resistenza, a volte eroiche, che però non sono riuscite a formare a-vanguardie comuniste. La mancanza di un’organizzazione politica unitaria del-la classe rappresenta il fallimento di tutti noi impegnati da decenni nel tenta-tivo di costruire un’organizzazione dei comunisti in Italia e, sebbene ne siamo in parte tutti responsabili, la responsabilità più grave è quella degli intellettua-li e dei dirigenti dei vecchi partiti pseudo comunisti e revisionisti. Alcune di queste forze – il PCI e successivamente Rifondazione Comunista e il Pdci - una volta nell’area del governo sono state responsabili delle guerre im-perialiste, chiamandole “umanitarie” o “missione di pace”, difendendo gli inte-ressi del capitale e dell’imperialismo italiano nel mondo, tradendo la stessa “Costituzione nata dalla Resistenza” (Costituzione borghese frutto di rapporti di forza dopo la lotta antifascista/antinazista), negando persino l’art. 11 che recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli al-tri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”. Gli operai comunisti che hanno preso coscienza e conoscono le leggi che stanno alla base della società capitalista sono quadri capaci di organizzare, o-rientare, dirigere sia le lotte sindacali, economiche e sociali che politiche, sia parziali o generali, e oggi sono in grado di non delegare più agli intellettuali la costruzione del loro partito. Gli intellettuali di cui oggi ha bisogno la classe operaia sono gli operai che, at-traverso lo studio e la comprensione dei classici del marxismo-leninismo, hanno assimilato nello scontro di classe e nel rapporto prassi-teoria-prassi la giustezza di questa teoria. Gli intellettuali e i militanti comunisti provenienti da altre classi sociali diven-tano intellettuali rivoluzionari e sono benvenuti nelle nostre file solo se si pongono al servizio della classe e del loro partito. L’esperienza storica ci insegna che pochi quadri comunisti ma organizzati, possono essere egemoni sulla grande massa e che anche un’organizzazione piccola può essere alla testa di grandi masse. In questi anni la mancanza di una politica di classe, marxista, ha contribuito a sottomettere gli operai ai partiti borghesi. Evidente a tale riguardo è la divi-sione prodotta dalla separazione fra lotta economica e politica, che ha visto da una parte coloro che lottavano per costruire il “sindacato di classe” e dall’altra quelli che concepivano la lotta politica come mera lotta parlamenta-re e istituzionale. Concezioni che hanno cristallizzato la frammentazione e fa-vorito la dispersione delle lotte in mille rivoli di conflitti parziali, in aziende, fabbriche, settori produttivi e territorio portandole, a volte anche di là dalle loro intenzioni, tra le compatibilità borghesi. La divisione delle organizzazioni rivoluzionarie - in Italia come altrove - non è solo soggettiva e organizzativa, deriva da condizioni materiali e storiche. Il capitalismo e l’imperialismo, da sempre, corrompono strati di aristocrazia o-peraia e dirigenti di movimenti pseudo-rivoluzionari, concedendo briciole deri-vanti dai sovrapprofitti a capi e capetti che si ritagliano i loro piccoli spazi e prosperano nelle nicchie del sistema. Quindi, anche se la classe è una, oggi purtroppo sono molte le organizzazioni e i partiti sedicenti “comunisti” che si arrogano il diritto di rappresentarla pre-sentandosi come l’unico vero e autentico partito comunista. Spesso queste organizzazioni e mini-partiti - alcuni senza un operaio al loro interno - in con-correnza feroce fra loro, non riescono a trovare momenti di unità d’azione neanche nella lotta anticapitalista. L’avanguardia rivoluzionaria, i futuri capi del movimento operaio non possono essere che gli operai intellettuali, che uniscono pensiero e azione, operai che partecipano alla lotta di classe avendo assimilato la teoria rivoluzionaria della liberazione proletaria. Oggi molte “avanguardie comuniste” si sono diluite nelle lotte o inserite nei giochi del parlamentarismo borghese, costituendo agguerriti stati maggiori i cui capi sono sempre ospitati dai media borghesi in TV o sui giornali nella mi-sura in cui si limitano a criticare aspetti secondari del capitalismo, limitandosi a proporre “miglioramenti”, senza mai evidenziare un progetto o una visione alternativa al capitalismo e dichiarare apertamente di lottare per distruggere lo Stato borghese a favore del potere proletario e del socialismo. Per questo è più valida che mai l’affermazione che “l’emancipazione della classe deve essere opera della stessa classe operaia”, anche se - come ricor-davano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista - “... questa or-ganizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico, torna ad esse-re spezzata in ogni momento dalla concorrenza tra gli operai stessi”. La classe operaia e il proletariato mondiale da troppo tempo non hanno un loro partito, una internazionale operaia comunista con sezioni nei vari paesi, con una strategia unitaria contro il capitalismo e l’imperialismo. La guerra di classe - che il capitalismo internazionale, l’imperialismo (nono-stante le contraddizioni fra blocchi imperialista contrapposti) conduce gior-nalmente contro i popoli oppressi e il proletariato per rapinare le materie pri-me, nella ricerca del massimo profitto - continua a produrre morti, feriti e in-validi in tutto il mondo e mai, come in questo momento, mette in pericolo persino la stessa sopravvivenza del nostro pianeta. La lotta fra le classi, sebbene latente in molte parti del mondo, in altre si ma-nifesta violentemente. Le recenti lotte e sollevazioni popolari contro i governi (Francia) e regimi al servizio degli imperialisti in Cile, Ecuador, Bolivia, Haiti e la resistenza antim-perialista–antisionista del popolo palestinese, dei popoli e governi venezuela-no e siriano e altri che resistono alla penetrazione imperialista, per quanto importanti e che per questo vanno sostenute, hanno però il limite di non por-si l’obiettivo della distruzione del sistema capitalista/imperialista e della con-quista del potere politico in mano alla classe operaia rivoluzionaria. La storia dimostra che anche le lotte più radicali per cambiare la realtà eco-nomica, politica e sociale responsabile dello sfruttamento capitalista necessi-tano di uno strumento in grado di unificare il proletariato e la classe operaia sui suoi interessi immediati e storici, per superare la frammentazione del pro-letariato, la divisione, e per la sua ricomposizione politica verso l’obiettivo dell’abbattimento del sistema capitalista. Oggi serve un’organizzazione unica del proletariato rivoluzionario, la sola in grado di dirigere questo processo. Da troppi anni la classe operaia italiana è priva di un’organizzazione politica, di un partito comunista che dichiari aper-tamente di battersi per la distruzione del sistema borghese e per il socialismo. Davanti all’attacco borghese, oggi la lotta della classe oppressa e sfruttata ha necessità di superare le decine di organizzazioni sedicenti comuniste che di-sperdono in mille rivoli le poche avanguardie coscienti, facendoli combattere in ordine sparso. Quindi oggi non abbiamo bisogno di una formazione politica che agisca “in nome” del proletariato, ma di un’organizzazione, di un reparto d’avanguardia della classe operaia composta in maggioranza da appartenenti all’unica classe realmente antagonista al capitale: la classe operaia. Un’organizzazione di o-perai e proletari rivoluzionari, di militanti comunisti che hanno assimilato e praticano quotidianamente nello scontro di classe e nel conflitto sociale la te-oria della liberazione del proletariato dallo sfruttamento. Bisogna ripartire dalla materialità dei rapporti di produzione, dalla centralità della classe operaia e proletaria che, al di là della sua coscienza attuale, ha interessi antagonistici al capitale. Rimettere al centro del lavoro politico rivo-luzionario la centralità della classe significa usare e applicare il marxismo le-ninismo come una guida per l’azione. Il proletariato liberando se stesso libera tutta l’umanità.
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IL PROGETTO DELLA BORGHESIA Dalla deindustrializzazione al capitalismo 4.0: obiettivi economici della borghesia lombarda e il suo attacco frontale al comunismo Nell’ennesima fase in cui il calo del saggio di profitto obbliga il capitalismo a cambiamenti radi-cali nella struttura produttiva e, quindi, nell’organizzazione del lavoro, i comunisti devono capi-re per primi come il capitalismo si sta ristrutturando per poter agire e non alienarsi dalla realtà e dalla classe di riferimento. Le condizioni materiali di vita determinano le forme assunte da di-ritto, politica, filosofia, arte, religione… quindi la realtà economica è la sola che vale la pena di studiare. Marx anticipava il concetto di primato dell’economia su ogni altro ambito della vita. Se il nostro scopo è combattere e sconfiggere il capitalismo, e non possiamo farlo senza l’antagonista di classe, ossia senza i lavoratori, e poiché il capitalismo occulta lo sfruttamento, scambiando per relazione tra cose e merci i rapporti fra gruppi umani, i rapporti di forza fra classi (feticismo della merce), per essere utili ed efficaci dobbiamo comprendere come il capita-le progetta l’organizzazione produttiva, per capire come sfrutterà il lavoro e quindi come i co-munisti devono attrezzarsi per capire e combattere uno sfruttamento di tipo nuovo. Non averlo compreso in passato e non aver agito di conseguenza ha determinato l’attuale sconfitta. A questo scopo la storia del nord-ovest milanese è esemplare Era un’area di insediamento della grande industria (l’Alfa Romeo e la raffineria più grande d’Europa ne sono solo gli esempi più conosciuti). Era un’area fortemente po-liticizzata e sindacalizzata e, addirittura, radicalizzata (erano presenti nel territorio cellule BR all’Istituto Tecnico Industriale Cannizzaro di Rho, all’Alfa Romeo di Arese, di Bollate era il Bonisoli che fece parte della cellula che attaccò la scorta di Aldo Moro, persino l’oratorio di Pero era un laboratorio politico di estrema sinistra con un prete estremista ed era frequentato da fi-gli di operai dei grandi insediamenti industriali della zona e che aderirono ad organizzazioni e-xtra parlamentari o di lotta armata). Lo smantellamento di queste due aree produttive è questione cruciale che non abbiamo saputo veder per tempo, analizzare e quindi contrastare efficacemente. La deindustrializzazione del nord-ovest milanese rap-presenta un momento centrale di raccordo fra le scelte neoliberiste del capitalismo mondiale e l’attuazione di tale modello da parte del capitalismo italiano. Evidente-mente una storia che parte da lontano. Una storia che è la realizzazione della strategia del ca-pitalismo mondiale con tappe chiare e rintracciabili; una storia che inizia con la decrescita dei tassi di profitto industriali negli Usa dagli anni ’70 e la crescita del petroldollaro. È il momento il cui capitale decide che è più conveniente spostare gli investimenti dall’economia reale a quella finanziaria e gli interventi legislativi a livello globale sono immediatamente conseguenti: nel 1979 la deregulation finanziaria determina la riaffermazione del modello liberista, l’inizio della fase delle liberalizzazioni e della distruzione del Welfare State là dove esisteva. Intanto l’imperialismo (Vietnam) crea il suo abisso finanziario che provoca la crescita incontrollata del Debito Pubblico cui gli USA reagiscono iniziando a stamparsi la moneta fuori da ogni vincolo. Le conseguenze non si fanno attendere: speculazione su cambi valutari e sempre più voglia dei grandi capitali di investire in finanza. Negli anni ’80, con il modello socialista ormai in crisi, si realizza l’egemonia economica e culturale degli Usa in un mondo sempre più unipolare e privo di alternative sistemiche: edonismo reaganiano e yuppismo italiano, il modello “Milano da bere” promuovono una crescita con ulteriore indebitamento pubblico e privato. Intanto in Italia nel 1981 si realizza il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia con un'ulteriore crescita Debito Pubblico, una decrescita dei tassi di profitto industriali e una crescita degli investimenti finanziari specu-lativi. Il capitalismo era chiaramente cambiato. Gli servivano quindi leggi per assecondare l’ulteriore concentrazione della ricchezza. Quindi attacca il Debito Pubblico e costruisce l’idea che il Debito possa essere ridotto e controllato solo attraverso la distruzione del Welfare e l’affidamento dei servizi alla gestione privatistica “più efficiente e meno costosa per la collettivi-tà”; ha bisogno di liberare capitali per le speculazioni e lo fa costruendo l’idea di un nuovo mo-dello urbano che necessita della deindustrializzazione per aumentare la qualità della vita della collettività; tenta la strada delle delocalizzazioni. Il vero obiettivo è la distruzione della fabbrica e del lavoro garantito da diritti, troppo costoso per una borghesia accaparratrice, la distruzione della coesione di classe, perché la sua parcellizzazione, oltre che indebolire pro-gressivamente le sue possibilità di lottare, faranno prevalere la cultura individualista e qualun-quista, ossia il mare in cui il liberismo può spadroneggiare. Non è casuale la sequenza degli eventi: settembre 1980 crisi della Fiat con 15000 licenziamenti (mobilità) e sconfitta sindacale con cui inizia la fase discendente per il movimento operaio; 1985 il PCI e la CGIL vengono sconfitti nel referendum sulla scala mobile; nel 1987 l’Alfa Ro-meo passa dallo Stato alla Fiat e i lavoratori da 18000 diventano 4000. Intanto si sviluppava il dibattito intellettuale. In quegli anni alla Statale di Milano si discuteva ancora negli storici cortili e nelle aule occupate: studi come quelli di Sapelli “Sul capitalismo italiano” o “Cleptocrazia” pa-lesavano il concetto di capitalismo italiano come capitalismo straccione e parassitario abituato ad appoggiarsi allo Stato con la collettivizzazione del debito privato e anticipavano l’inchiesta Mani Pulite. Eravamo perfettamente in grado di comprendere che la costante della politica in-dustriale in Italia era il rapporto industria/politica. Capivamo tutto sui bassi saggi di profitto in-dustriali che necessitavano di una riduzione dei costi per liberare i capitali e destinarli agli in-vestimenti finanziari; sapevamo che la politica non avrebbe fatto altro che assecondare con leggi questo processo di deindustrializzazioni garantendo la terziarizzazione, le delocalizzazioni, le esternalizzazioni; dicevamo altrettanto chiaramente che l’obiettivo del capitale era la distru-zione del lavoro produttivo, la parcellizzazione del mondo del lavoro, che la politica e leggi a-vrebbero assecondato la borghesia perché lo Stato è borghese ed è strumento della classe dominante. Ma la borghesia è stata più capace di noi, già divisi e marginali e, da lì a breve, pri-vi di ogni riferimento organizzativo nazionale e internazionale. E la borghesia iniziò il suo attac-co senza trovare alcun ostacolo. Nel 1990 Amato, per ridurre il Debito Pubblico, sdoganò privatizzazioni, ticket sanitari, ICI, blocco delle assunzioni e aumento dell’età pensionabile. Intanto nel 1989 crollava il Muro di Berlino, nel 1990-91 crollava l’URSS, nel 1991 chiuse i battenti il PCI, nel 1992 firmarono il Trattato di Maastricht. L’obiettivo principale di Maastricht fu da subito la stabilità dei prezzi che implicava chiaramente l’abbattimento dell’inflazione; per contrastare l’inflazione era necessaria una decrescita dei consumi e quindi il blocco salari; per evitare gli aumenti salariali era neces-sario distruggere la possibilità di lotta da parte dei lavoratori: alla borghesia servivano leggi per distruggere il lavoro stabile e la collaborazione sindacale. Infatti nel 1993 passa la concertazio-ne sindacale, nel 2003 la Legge Biagi, nel 2014 il Testo unico sulle rappresentanze. L’attacco alla libertà sindacale e al diritto di sciopero è frontale perché è l’unico strumento dei lavoratori per attuare la lotta di classe, come ci disse Gramsci “gli operai non devono dimenticare mai che dai padroni otterranno sempre per quanto saranno forti”. I dati del 2010 ci dicono che gli scambi mondiali per merci e servizi hanno un valore di 19.500 miliardi di $ mentre transazioni finanziarie sono di 3,6 miliardi di dollari (un valore di 200 volte superiore!). Ma i soldi che van-no all’economia finanziaria vengono comunque dall’economia produttiva: le merci producono denaro che va alle banche che danno capitale da prestito. Marx ci diceva che il denaro fabbrica denaro. Quindi a chi chiede buone leggi (tutti indignati e riformisti) dobbiamo rispondere che “non sono le leggi a determinare i rapporti sociali ma i rapporti sociali a deter-minare le leggi “ (Gramsci). Non servono buone riforme ma togliere il potere eco-nomico al capitale. Ora, 2019, nel nord-ovest milanese, al posto delle grandi fabbriche, abbiamo: uno dei centri commerciali più grandi d’Europa, logistica e terziario, lavoro precario e senza regole, il 20% delle case di proprietà delle famiglie dei lavoratori sono finite all’asta, un tasso di abbandono scolastico al 4% e in crescita, un'evidente proletarizzazione del ceto medio con fenomeni di ra-dicalizzazione politica attestati sul populismo leghista e neofascista. Abbiamo partiti comunisti divisi e marginali, sindacati padronali che assecondano mobilità e licenziamenti, sindacati di ba-se troppo impegnati a difendere il proprio orticello e incapaci di incidere. Il capitalismo ha con-seguito il suo obiettivo. Ma tutto ciò non basta. È necessario dare il colpo di grazia. Il capitalismo non è certo buonista come certa sinistra… Ed ecco il nuovo cambiamento: il capitalismo 4.0, industria 4.0, smart economy, Internet of things. Un uovo modello di produzione e gestione aziendale. Non è la ro-botica. L'ignoranza dei comunisti rispetto a questo tema non è tollerabile per chi pretende di occuparsi di lavoro e lavoratori. Il Mise definisce l’industria 4.0 come “macchinari connessi al web, analisi delle informazioni ri-cavate dalla rete e direttamente dai consumatori per gestire flessibilmente il processo produtti-vo”. In pratica, dalla rete arrivano informazioni su gusti e ordini, si analizzano punti di forza e debolezza della produzione, si adatta attraverso l’informatica in tempo reale la produzione al mercato. Ansip, vice presidente della commissione europea per il digitale afferma: “l’Ict è il set-tore che cresce di più, il mondo sta andando online, dobbiamo avere connettività globale per creare crescita sostenibile, dare forza a start up e pmi; l’economia digitale renderà il mondo più equo, con maggiore inclusione sociale e più ricchezza a lungo termine per tutti”. Nel 2018 i dati Iulm dicono che: “solo il 20% delle aziende italiane dichiara l’effettiva adozione di soluzioni di Intelligenza Artificiale, uno scenario di scarsa consapevolezza su cos’è: sul fatto che intelligenza artificiale è l’abilità dei computer di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana; applicata alla produzione rappresenta una nuova rivoluzione non solo industriale ma anche so-ciale e umana”. In Italia sembra evidenziarsi una carenza di risorse economiche da destinare all’industria 4.0 a causa di una struttura produttiva storicamente parcellizzata e fondata su pmi, a causa di una carenza tecnologica cronica e di personale adeguato. Quindi si rischia di avere un sistema a due velocità “AI-Divide”: poche grandi imprese affronteranno questa tra-sformazione e troppe imprese pensano invece che non sia adatta a loro. Intanto Confindustria ringrazia il Governo: “grazie al Governo e al Piano Impresa 4.0 (credito d’imposta per chi investe) avremo un forte aumento nei comparti strategici industria, building, energia e infrastrutture” (tutti settori ad alta intensità di capitale) e chiede al Governo nuovi fi-nanziamenti per infrastrutture e per creare il portare Piano Impresa 4.0 nel settore delle co-struzioni al fine di realizzare Edificio Sostenibile 4.0, ossia un passo verso la “città elettrica del futuro”. Arrivano anche i primi dati: le imprese che hanno adottato il modello 4.0 hanno avuto una crescita di fatturato del 58% ma l’86% delle imprese segnala difficoltà a reperire ingegneri e tecnici e segnala difficoltà nel mantenere i livelli occupazionali del personale non qualificato. In Italia (dati Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano) a giugno del 2018 l’industria 4.0 era in crescita del 30% e in Lombardia la sua maggiore localizzazione (guarda caso con immediata recessione oc-cupazionale pari a -1%). Ancora una volta il nord-ovest milanese sarà il laboratorio in cui la borghesia spe-rimenterà le sue nuove forme di accumulazione. Un laboratorio progettato fin dal 1996 dal “celeste” Formigoni su mandato di “poteri celestiali invisibili”: Malpensa, il polo fieristico Rho-Fiera, Expo, Il centro commerciale di Arese, il futuro “mall” (cen-tro commerciale camuffato da un nuovo nome visto che i centri commerciali sono in crisi in tutto il mondo) di Cascina Merlata, il post Expo con Mind (Milano Innovation District), chilometri di rete stradale, Alta Velocità, prolungamento della metropoli-tana. A fronte di tutta questa “celestiale bellezza” in tre mesi sono aumentate le crisi industriali improvvise e le “crisi” di aziende sane. Un esempio? L'Ex Iveco, ora Cnh Industrial di Pregnana Milanese, multinazionale del gruppo Exor (famiglia Agnelli) che chiuderà nel 2020 lasciando a casa 300 lavoratori oltre i lavoratori delle 40 società in appalto e delle 110 aziende dell’indotto. Chiuderà pur essendo considerata un modello per produttività, organizza-zione e utili. Chiuderà perché gli Agnelli hanno deciso, con il piano “transform 2 win”, di centra-lizzare la produzione a Torino dove investiranno in industria e logistica 4.0 e, grazie ai finan-ziamenti Ue al sostegno di Trump all’agricoltura statunitense, investiranno nel green e macchi-ne agricole. I lavoratori italiani coinvolti nella riorganizzazione saranno 17.000 e almeno 700 i licenziati perché non qualificati per il nuovo modello industriale. Nelle numerosissime assemblee pubbliche tenutesi dal 2017 in poi ci è stato detto: “l’area E-xpo sarà il laboratorio sociale di tutti i cambiamenti 4.0. Infatti diventerà “Parco della scienza e dell’innovazione” sul modello della Silicon Valley. Il tutto sarà gestito da progetto MIND, Milano Innovation District di Lenlease (società australiana che fattura 50 miliardi di euro anno e ha ottenuto una concessione di sfruttamento su area expo per 99 anni; dovrà gestire 1.000.000 mq dentro Expo di cui 250.000 mq. a suo piacimento). È uno sviluppo privato dell’area e il privato è svincolato dalle procedure del codice d’appalto e quindi sarà tutto più fa-cile da gestire per i privati che vogliono insediarsi. Ma Mind avrà successo solo se il territorio asseconderà lo sviluppo e quindi servirà intercettare le PMI del territorio e il territorio dovrà fornire le competenze (scuole). Tutte le scuole dovranno collaborare (Rho ha tutti gli indirizzi delle scuole superiori). Dentro Mind ci promettono 50.000 posti di lavoro nuovi ma il terri-torio dovrà fornire competenze adeguate; inoltre arriveranno 60.000 persone al giorno che do-vremo far insediare nel territorio rendendolo attrattivo. In Mind si insedieranno nuove multina-zionali e migliori lavoratori che potranno insediarsi nel territorio se lo stile di vita che sapre-mo offrire sarà attraente. Mind sarà un ecosistema dell’innovazione e delle scienze della vita di livello internazionale. Bisogna investire e il pgt non dovrà essere un ostacolo. Ad oggi l’area in-dustriale di via Risorgimento - che ha 173 fabbriche con 3300 lavoratori - ha pgt a bassa tra-sformabilità; bisogna cambiarlo per poter cambiare la destinazione d’uso dei capannoni in commercio, ricettivo, indifferenza fra le attività, terziario, attività innovative 4.0 e anche attività temporanee. La popolazione mondiale ha un trend in crescita ma è in declino la capacità di crescita economica e c’è un aumento dell’età media; quindi bisogna migliorare la qualità della vita”. Il Presidente del Consiglio di Regione Lombardia ha affermato: “Rho è l’asse di sviluppo strategico dell’economia italiana, come previsto da Piano Formigoni del 1996 (Malpensa, Fiera, Expo, Parco scientifico); l’Alfa Romeo e la raffineria sono crepate ed è finalmente en-trata la luce”. Ma vediamo “le magnifiche sorti progressive” in che cosa consistono. Il post Expo prevede, nel Parco della scienza, l’insediamento di: • Human Technopole, un centro di ricerca sulla qualità della vita (7 ambiti di ricerca: geneti-ca, dna, neurologia, alimentazione, sociologia e trasformazioni sociali…) e porterà almeno 1500 ricercatori reclutati in UE; • Università Statale, attualmente distribuita su 13 poli, verrà raggruppata in 3 poli (Festa del Perdono, Città Studi, Expo). In Expo verranno 47 corsi di laurea con 20000 studenti e 2000 prof e ricercatori. Scienze for Citizen formerà i migliori studenti che troveranno immediata-mente lavoro nell’industria 4.0 o nelle multinazionali dell’area; • L’Ospedale Galeazzi si trasferirà totalmente in Expo (sia ospedale che centro ricerca) in nuova struttura di 6 piani. Porterà: 1500 posti letto, 1000 lavoratori di personale ausiliario, 700 medici, 500 ricercatori, 5000 utenti al giorno. Ovviamente è gestito da una fondazione privata; • Multinazionali prevalentemente chimiche, farmaceutiche e alimentari: alcune hanno già op-zionato terreni in Expo e saranno tutte collegate a ricerche di Human Technopole, Universi-tà e Galeazzi. Il Post Expo avrà un impatto per 7 miliardi di euro di investimento, con ampliamento delle aree residenziali, dei servizi alle imprese, dei servizi alla persona e ricreativi e nuove infrastrutture con miglioramento della viabilità e dei mezzi pubblici. Ovviamente i Sindaci dell’area, indipen-dentemente dal colore politico, sono trasversalmente entusiasti. Il Sindaco di Rho (PD) dichia-ra: “obiettivo: post expo deve essere grande opportunità di trasformazione del territorio e Rho deve saper cogliere l’opportunità diventando area di stanziamento stabile dei nuovi lavoratori e studenti (non seguire esempio di Città Studi che di sera è zona morta). Via Risorgimento (zona industriale) non deve essere una barriera a questo sviluppo, non deve essere una barriera tra post Expo, Rho e Arese ma deve diventare un grande boulevard che unisce il post Expo a Rho e al centro commerciale di Arese e al centro commerciale di Cascina Merlata (fra Pero e Mila-no)”. Dichiarazione di Assolombarda: “ Le aree da trasformare sono Ex Alfa Romeo, Cascina Merlata, post Expo, Bovisa e lo Scalo Farini. Bisogna creare infrastrutture a carico del pubblico e far riferimento al documento di Assolombarda “Il futuro del lavoro” per assecondare crescita. Ogni giorno arriveranno a Rho 60000 persone (oggi ha 50000 residenti) e quindi fuori Expo l’ambito trasformabile dovrà essere su 5 comuni con 3.000.000 mq per nuove costruzioni, ter-ziario e residenziale. Bisogna investire in mobilità, scuola, tempo libero, sport, socialità, immo-bili residenziali. Bisogna aumentare la qualità urbana. Il progetto si svilupperà fra il 2018 e il 2023”. Alla domanda: “ma se la zona industriale di via Risorgimento dovrà diventare un grande boulevard dove finisce il lavoro?” Non otteniamo nessuna risposta se non “il lavoro non è com-petenza dei Comuni”. E invece noi sappiamo cosa succederà e la nostra pratica politica lo con-ferma immediatamente. Alla prima giornata di apertura dello “Sportello Lavoro Rhodense”, ser-vizio che abbiamo inaugurato proprio nell’autunno in collaborazione con altre organizzazioni sindacali e politiche del territorio nell’ambito del coordinamento di lotte del Nord-Ovest Milane-se, servizio che abbiamo voluto perché coscienti che la situazione lavorativa peggiorerà velo-cemente, immediatamente si sono presentate lavoratrici di un’azienda francese in via Risorgi-mento che chiuderà a breve. L’impresa ha deciso di accentrare la produzione in Francia svilup-pando il modello 4.0 (grazie a finanziamenti UE e del governo francese) e quindi abbandonerà l’Italia licenziando e risparmiando. Inoltre il proprietario del capannone in cui l’impresa è at-tualmente localizzata sembra essere molto contento della decisione perché potrà finalmente vendere l’area a impresa ricettiva multinazionale. Sessanta lavoratori dequalificati italiani sa-ranno disoccupati, l’azienda accentrerà la produzione in madrepatria grazie ad investimenti pubblici che le consentiranno di riconvertirsi in modello 4.0 e aumentando gli utili, a noi resterà l’ennesimo grande hotel con lavoro a chiamata per giovani che si abitueranno al precariato pe-renne. Il progetto sociale della borghesia D’altro canto la borghesia lombarda ha già presentato il suo piano pubblicamente. A maggio 2018 Assolombarda ha presentato alla regione Lombardia “Il futuro del la-voro”, libro bianco sul lavoro. Non è un libro di ciò che gli imprenditori desiderano ma di ciò che ordinano alla politica di fare, di ciò che dovrà essere il futuro del lavoro, ma non solo. È stato definito il Main Kampf della borghesia lombarda. In sostanza la borghesia dichiara chiusa la fase delle delocalizzazioni in questa nuova fase della globalizzazione, in cui il mercato interno del lavoro, totalmente ormai deregolamentato, offre migliori opportunità di sfruttamen-to in patria perché maggiormente qualificato e adatto a sfruttare l’occasione della rivoluzione 4.0. Nell’organizzazione del lavoro dell’industria 4.0 non esiste più l’orario di lavoro e il luogo di lavoro, il salario non è più rapportabile al tempo e al luogo in cui il lavo-ratore viene usato ma solo alla performance del lavoratore, alla sua individuale abilità e utilità per l’impresa. Il mercato del lavoro dovrà essere caratterizzato da un nuovo concetto di stabilità “non più basata sul posto di lavoro ma sulla costruzione di car-riere discontinue”. Ma il piano della borghesia lombarda va oltre l’impresa. Il libro bianco presenta un quadro chiaro del progetto sociale della borghesia. L’invecchiamento del-la popolazione comporterà forti pressioni sulla sostenibilità del welfare che non potrà più essere universale ma necessariamente aziendale, la contrattazione dovrà essere aziendale, tutti gli e-lementi poco produttivi (ammalati, cronici, disabili) dovranno essere resi più produttivi, le don-ne dovranno sostituire la maternità con voucher per il pagamento di baby-sitter, la rappresen-tanza dei lavoratori deve recepire gli accordi fra le parti, gli studenti dovranno iniziare l’alternanza fin dalle elementari visitando le aziende del territorio, i manager potranno insegna-re in aula con pari dignità degli insegnanti, il diritto del lavoro dovrà essere semplificato per “non essere pregiudizialmente ostile all’impresa”. Un progetto complessivo di società to-talmente assoggettata agli interessi esclusivi dell’impresa. La borghesia afferma: “con l’avvento della IV Rivoluzione Industriale… emerge una rinnovata relazione tra aree urbane, territorio e catene globali del valore… la dimensione globale non esaurisce lo spazio delle im-prese … esiste oggi un ruolo fondamentale nel livello locale e territoriale che, proiettandosi verso il mondo, cambia volto … questo avviene mediante la costruzione di ecosistemi e hub territoriali che sappiano attrarre tutti gli attori che concorrono a creare valore… la fabbrica non è più soltanto un perimetro entro il quale avviene la produzione, ma si sviluppa orizzontalmente giungendo a coincidere con un’intera area urbana e con il territorio circostante. I modelli di integrazione locale partono quindi dall’impresa e si allargano intercet-tando tutto ciò che può portare valore all’impresa … infrastrutture fisiche e digitali, scuole che forniscono competenze, università, parchi scientifici, centri di ricerca completano lo sviluppo in house, istituzioni garantiscono infrastrutture materiali e immateriali … una geografia dei lavori che avrà sempre più come stella polare le competenze e la qualità del capitale umano”. Tutto questo è Mind! Tutto questo sta già avvenendo nella Silicon Valley italiana, in una frazione che si chiama Mazzo di Rho… E non basta. Il vero scopo del libro bianco della borghesia è l’attacco frontale al co-munismo. Non può essere un caso che il libro bianco di Assolombarda inizi proprio con la se-guente affermazione: “gli ultimi anni hanno fatto registrare ampi miglioramenti nel mercato del lavoro e nella sua regolamentazione ma lo scenario presenta ancora molti elementi di criticità e, soprattutto, continua ad essere caratterizzato da con-tese ideologiche e politiche, con preoccupanti orientamenti di ritorno al passato. Non sorprende quindi, il cospicuo divario che ci allontana dal resto d’Europa su tutti i principali indicatori del mercato del lavoro a partire dal nodo della produttività”. Quindi se vogliamo resistere e tornare ad essere efficaci e percepiti come utili dobbiamo non ab-bandonare il metodo del materialismo storico: è il metodo la nostra arma vincente che ci consente di non scollarci dalla realtà. Non siamo più negli anni '70, comprendere la nuova fase del capitali-smo, usare i suoi stessi strumenti e a volte il suo stesso linguaggio, essere coscienti della sua for-za, sapere che loro sanno di noi e organizzarci di conseguenza; studiare il nemico, l’economia, il capitalismo e la struttura produttiva; di conseguenza chiederci cos’è il proletariato oggi e cosa sarà nel futuro e, se sarà sempre meno una tuta blu e sempre più un tecnico. Come superare la separa-tezza attuale, che si amplierà in futuro, fra comunisti e proletariato e nuovo proletariato? Tre sono le nostre lotte: economica, politica, ideologica. In questa fase di resistenza: presenza nei sindacati, organizzazione politica per organizzare i lavoratori per combattere le sconfitte e garantire ai lavora-tori rapporti di forza adeguati nello Stato borghese verso il Partito che faccia lotta ideologica e ogni membro sia un dirigente attraverso la preparazione ideologica e di massa. Non può essere un processo di ricostruzione accelerato ma deve essere iniziato prima possibile per occupare quello spazio politico che la stessa evoluzione dello sfruttamento potrebbe creare.
30 marzo 2020 redazione
da nu. 2
SCALA DI MILANO: PROCESSO PER I LAVORATORI MORTI D’AMIANTO Amianto alla Scala fino agli anni Novanta, dossier shock dei familiari delle vittime: "Bonificata solo grazie ai lavoratori È quanto denunciato in un dossier curato dai rappresentanti di una serie di associa-zioni, tra cui il 'Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, diffuso il 19 febbraio nel giorno in cui in Tribunale a Milano è ripreso il processo a carico di cinque ex dirigenti del teatro, accusati di omicidio colposo in relazione alle morti di una decina di lavoratori che avrebbero respirato le fibre killer in teatro, pri-ma delle bonifiche dei locali. Secondo le associazioni e i lavoratori, gli "interventi di bonifica" sono stati "ottenuti non per obbligo di legge e per prevenzione, ma per le denunce dei lavoratori, gli unici che hanno posto la necessità di porre rimedio all'ina-lazione di fibre di amianto da parte degli ignari spettatori del Teatro alla Scala". In questo processo i 5 dirigenti imputati sono accusati di omicidio colposo in relazio-ne alla morte di nove lavoratori, elettricisti, attrezzisti, un macchinista, una cantante lirica e un siparista, esposti alla sostanza cancerogena dagli anni Settanta in poi. La 'pattona', è spiegato nel dossier, "è crollata durante una prova di scena nel 1992 ed è stata dismessa in modo grezzo con forbicioni e flessibili, senza misure di preven-zione per i lavoratori". Il 25 marzo la prossima udienza. Riportiamo il dossier completo dal titolo: Breve storia della presenza dell’amianto alla Scala. Nonostante la ristrutturazione del Piermarini (2002-2004), in teatro il problema a-mianto ha continuato a esistere. Lo dimostra il caso del sottotetto sopra la cupola della Sala, dove l’amianto era utilizzato per l’isolamento termico-acustico della volta platea, intorno agli oblò dove passa il fascio di luce dei fari, sui rivestimenti dei tubi dell’acqua. Arrivò su tutti i giornali milanesi, la forte polemica scoppiata tra il Comita-to scaligero sostenuto dalla CUB Informazione e Spettacolo, e la direzione del Teatro e l’Amministrazione comunale, il quale hanno dapprima negato il problema, e poi tentato di rinviare la bonifica della volta platea. In quell’occasione, divenne di domi-nio pubblico la realtà denunciata dai lavoratori: per anni le fibre di amianto sono sta-te respirate, sia dal personale del Teatro che dagli ignari spettatori, estasiati dalle musiche e dallo spettacolo, ma investiti dalle fibre killer. La nostra tenacia ha portato al risultato dell’intervento di bonifica, conclusa il 16 ot-tobre 2009 con un Certificato di Restituibilità dell’ASL di Milano a seguito “dell’intervento di rimozione di amianto in matrice friabile”. Ancora il 28 aprile 2010 i lavoratori tecnici del teatro avevano inoltrato un esposto all’Asl per denunciare le condizioni di lavoro in un luogo malsano e insicuro, “il locale seguipersona del lam-padario storico” dove gli operatori passano tantissime ore al giorno durante le prove e gli spettacoli. Durante i sopralluoghi sono stati scoperti ancora residui di amianto sotto la stoffa grigia delle pareti, “sfuggito” agli esperti della bonifica dell'estate pre-cedente e a quella del 2004. A giugno 2010 è stata fatta una nuova denuncia per realizzare la seconda bonifica conclusa ad agosto dello stesso anno. L’oggetto con maggior concentramento delle fibre è stato la famosa “Pat-tona”, una mole di lamiera di 17x12 mt. foderata di stoffa in amianto, posi-zionata tra il palcoscenico e la sala. Fungeva da tagliafuoco e isolamento acustico, si chiudeva e apriva contemporaneamente al sipario per i cambi di scena e alla fine dello spettacolo, oppure per svolgere in buca le prove dell’orchestra mentre in pal-coscenico si montava una scena. Per molti anni la “pattona”, ad ogni suo movimen-to, rilasciava le fibre di amianto che si disperdevano in palcoscenico in Sala e in buca dell’orchestra. E’ crollata durante una prova di scena nel 1992 e dismessa in modo grezzo, tagliata con i flessibili, senza misure di prevenzione per i lavoratori scaligeri. In palcoscenico l'amianto si trovava in diverse forme, nella componentistica mec-canica ed elettrica degli impianti e dei proiettori di scena, nelle guarnizioni degli sti-piti delle porte tagliafuoco, nelle coperte di amianto antincendio per proteggere l’ambiente dal calore emesso dai proiettori, queste ultime venivano interposte per evitare il contatto diretto dei corpi illuminanti con fondali, telette e altri oggetti sce-nografici appesi in soffitta. Anche quando si realizzavano le saldature in scena du-rante gli allestimenti, si mettevano per terra per evitare incendi. Le coperte venivano usate anche in sala per evitare il pericolo di incendio del legno e delle stoffe decorative; venivano custodite dai vigili del fuoco anche durante le prove degli spettacoli in II galleria cosi come anche nei palchi chiamati “bar-cacce” dove si montavano i proiettori. I condotti di aspirazione e ventilazione del palcoscenico erano rivestiti in amianto; attraverso rivestimenti d’amianto, arrivava l’aria condizionata anche al palco reale. L'amianto veniva usato in scena attraverso i lunghi guanti per spegnere i corpi in-candescenti come torce e candele. Anche i grossi tavoli di lavoro della sartoria, uti-lizzati per stirare e cucire avevano sotto il panno della stoffa un rivestimento in a-mianto. Tutti questi materiali e attrezzature sono stati adoperati o in contatto diretto da diverse categorie di lavoratori, come vigili del fuoco, elettricisti, meccanici, attrez-zisti, macchinisti, sarte, scenografi-pittori falegnami calzolai, parrucchieri, ispettori, maestri collaboratori, comparse, da tutte le masse artistiche (ballerini, professori d'orchestra, coristi). Nonché in modo indiretto dagli impiegati. La sala prove del coro situata al 3° piano del vecchio edificio è stata bonificata so-lo alla fine degli anni '80. Ricordiamo che l’amianto era presente in altri locali del complesso del teatro, ini-ziando dalla Palazzina di via Verdi che era collegata direttamente al teatro e che per tantissimi anni ha ospitato la scuola di ballo dove centinaia di bambine/i ragazzi/e hanno studiato per 8-12 ore al giorno; anche gli uffici amministrativi per alcuni sono stati ospitati in quella palazzina con soffitti e muri rivestiti d’amianto, compresa la tromba della scala principale. L'edificio è stato bonificato parzialmente alla fine degli anni '90 ma è tuttora in attesa di una bonifica totale. Anche alla Piccola Scala (fino al 2001) esisteva un sipario rigido scorrevole in tes-suto di amianto che fungeva da isolamento termico/acustico. Dopo la chiusura al pubblico fu utilizzata come prolungamento del palcoscenico e fungeva da deposi-to delle scenografie tra uno spettacolo e l'altro, nel retro dei palchi della Piccola c'e-rano dei laboratori di pittura e alcuni piccoli uffici ricavati dalla vecchia struttura. I camini dei fumi della centrale termica erano rivestiti in amianto. Si trovava inoltre, nelle soffittature di locali, come quelli al piano terra della sala prove dei musicisti percussionisti e dentro il magazzino generale di ricambi e cancelleria. Altre sedi del Teatro L’amianto era presente anche nei locali dei laboratori del Teatro alla Scala, prima dislocati nelle sedi di Pero e di Bovisa, dove i tetti in eternit rilasciavano fibre che si depositavano sulle scene nelle stanze dei laboratori e nelle celle dove venivano con-servate sia le scene che i costumi, che poi venivano condotti sul palco del Piermarini. L’amianto alla Bovisa era presente nelle coperte ma soprattutto nella famosa “minie-ra”, il luogo dove si lavorava il ferro che armava le scene, e serviva per proteggere i lavoratori durante le saldature Dal 20 febbraio 2001 questi laboratori hanno traslocato presso l'ex insediamento industria-le delle acciaierie Ansaldo in via Bergognone a Milano, dove sono stati esposti lavoratori e coristi, dato che l’area venne bonificata dall’amianto solo nel 2005/6. Ancora: a Figino in via Capo Rizzuto, dove esiste un altro storico deposito di scenografie, a maggio del 2009 da parte del Comitato e della Cub è stata denunciata la presenza di a-mianto sui tetti; solo nel 2018 è avvenuta la bonifica (65000 mq). In via Daimler dove ci sono grandi Magazzini di deposito scene, durante il monitoraggio in tutte le sedi scaligere deciso dall’ufficio tecnico solo nel 2016, sono stati individuate e successivamente bonifica-te le catene di sostegno del capannone ricoperte di amianto. Durante questo monitoraggio generale, all'ex cinema Abanella sede da tantissimi anni della sala prove dell’orchestra, so-no state rinvenute delle coperte in amianto nella sala proiezione e nelle condotte del ri-scaldamento. Gli ultimi ritrovamenti di amianto Ottobre 2014: Esposto all’ASL per rinvenimento da parte degli elettricisti di proiettori di lu-ci con componentistica di amianto: Abbiamo convinto la Direzione ad analizzare il parco lu-ci del teatro alla Scala: è stato così trovato amianto in proiettori di tipo Pollux, Polaris, Svoboda, Castor e Sirio. Segnalati anche i Mizar cioè proiettori da 500w. La lista completa dei proiettori contaminati è stata intorno a 200 pezzi, in seguito smaltiti tutti. Marzo 2015: Inizia il cantiere della palazzina di via Verdi 3 di proprietà della fondazione Scala, per bonificare sia i piloni in acciaio che le putrelle avvolti in amianto. Il Processo, le morti causate dall’amianto Elenchiamo, a imperitura memoria, le dieci vittime per le quali si sta celebrando il proces-so. 1: Enzo Mantovani (mesotelioma) deceduto in agosto del 2000; è stato la prima vittima per amianto in teatro. Lavorava in palcoscenico come meccanico e addetto alla manovra del sipario antiacustico (pattona) con fodera in tessuto di amianto. 2: A.P. è morto nel 2005. Lavorava nell'ex laboratorio costruzioni scene e deposito della Bovisa come fale-gname, dopo all’Ansaldo. 3: Roberto Monzio Compagnoni, deceduto a novembre 2011, ca-rismatico caposquadra dei vigili del fuoco lavorava al presidio antincendio permanente in Scala. Esposto all’amianto per ambiente contaminato e anche a causa di tute, guanti che indossava e a teli ignifughi in amianto che utilizzava. 4: F.B. deceduto nel 2012. Tecnico di palcoscenico, macchinista esposto per contatto diretto e ambientale in palcoscenico. 5: S.P. deceduto nell’aprile del 2012. Lavorava nella squadra trasporti in via Capo Rizzuto a Figino, poi negli anni '90 nei laboratori per la movimentazione e trasporto delle scene si-tuato nel quartiere della Bovisa, via Baldinucci. Dopo il trasloco all’Ansaldo dei laboratori scaligeri in via Bergognone nel 2001, il suo lavoro si era svolto presso la portineria dello stabile. 6: P. S. deceduto nel 2013. Aveva lavorato come musicista alla Scala dal '60 all’83 in quali-tà di flautista. 7: L.P. deceduta a causa di mesotelioma ad aprile 2013. Aveva lavorato co-me corista fin dagli anni '60 al 1991/92. 8: B.P. lavorava come tecnico di palcoscenico macchinista dal '73 al '93 muore a 59 anni di cancro al polmone. 9: F.C. colpito da meso-telioma pleurico ed oggi l’unico testimone vivente degli ammalati alla Scala, nel processo amianto/Scala; ha lavorato vicino al sipario della Piccola Scala, dove vi era lo studio e il magazzino dei fonici. 10: E.M., celebre pianista e direttore d’orchestra. L'asbestosi cronica è invece la malattia che ha colpito Demetrio Asta, ex siparista della Scala che andò in pensione nel '91, deceduto l’11 novembre del 2014. Un risultato positivo dalle lotte del Comitato: riconosciuto il diritto alla sorve-glianza sanitaria Nell’ottobre 2013 l'ASL iscrive nel registro degli ex esposti amianto della Regione Lombar-dia i lavoratori Scala e come conseguenza riconosce loro il diritto alla sorveglianza sanita-ria, stabilendo una catalogazione di tutte le categorie professionali, secondo i criteri stabili-ti dal PRAL approvato dalla Giunta Regionale con deliberazione n. 8/1526 del 22 dicembre 2005. Successivamente L’ASL di Milano ha inviato per posta a diverse centinaia di lavora-tori ed ex lavoratori del Teatro alla Scala i certificati di riconoscimento della loro passata esposizione all’amianto Nel Dicembre 2013 fu sancito un Protocollo d'intesa fra il nostro Comitato, l'Asl, Fondazio-ne Scala e la Clinica del lavoro per attivare la sorveglianza sanitaria. Un grave problema ancora aperto: il difficile rapporto tra Amianto e (in)Giustizia A marzo 2019, il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, Il Comitato ambiente e salute del Teatro alla Scala, all’Associazione Italiana Esposti amian-to, medicina democratica, sindacati di base CUB e SGB, hanno discusso con esperti di Di-ritto e Medicina, rappresentanti di movimenti sorti in difesa della salute dei lavoratori e dei cittadini esposti alle fibre killer, sugli ostacoli che si incontrano nel riconoscere le respon-sabilità penali dei soggetti che hanno diretto i luoghi di lavoro senza prevenire i danni alla salute e all’ambiente. Si tratta di un problema ancora aperto, soprattutto a Milano, dove tuttavia esiste un dato innegabile: centinaia di lavoratori deceduti a causa dell’amianto respirato nei luoghi di la-voro. Questo è il quadro nel quale si sta celebrando il processo ai dirigenti della Scala.
febbraio2020 redazione
da n.1/2020

Il progetto della borghesia
Dalla deindustrializzazione al capitalismo 4.0: obiettivi economici della borghesia lombarda e il suo attacco frontale al comunismo

Nell’ennesima fase in cui il calo del saggio di profitto obbliga il capitalismo a cambiamenti radicali nella struttura produttiva e, quindi, nell’organizzazione del lavoro, i comunisti devono capire per primi come il capitalismo si sta ristrutturando per poter agire e non alienarsi dalla realtà e dalla classe di riferimento. Le condizioni materiali di vita determinano le forme assunte da diritto, politica, filosofia, arte, religione… quindi la realtà economica è la sola che vale la pena di studiare. Marx anticipava il concetto di primato dell’economia su ogni altro ambito della vita. Se il nostro scopo è combattere e sconfiggere il capitalismo, e non possiamo farlo senza l’antagonista di classe, ossia senza i lavoratori, e poiché il capitalismo occulta lo sfruttamento, scambiando per relazione tra cose e merci i rapporti fra gruppi umani, i rapporti di forza fra classi (feticismo della merce), per essere utili ed efficaci dobbiamo comprendere come il capitale progetta l’organizzazione produttiva, per capire come sfrutterà il lavoro e quindi come i comunisti devono attrezzarsi per capire e combattere uno sfruttamento di tipo nuovo. Non averlo compreso in passato e non aver agito di conseguenza ha determinato l’attuale sconfitta.

A questo scopo la storia del nord-ovest milanese è esemplare

Era un’area di insediamento della grande industria (l’Alfa Romeo e la raffineria più grande d’Europa ne sono solo gli esempi più conosciuti). Era un’area fortemente politicizzata e sindacalizzata
e, addirittura, radicalizzata  (erano presenti nel territorio cellule BR all’Istituto Tecnico Industriale Cannizzaro di Rho, all’Alfa Romeo di Arese, di Bollate era il Bonisoli che fece parte della cellula che attaccò la scorta di Aldo Moro, persino l’oratorio di Pero era un laboratorio politico di estrema sinistra con un prete estremista ed era frequentato da figli di operai dei grandi insediamenti industriali della zona e che aderirono ad organizzazioni extra parlamentari o di lotta armata). Lo smantellamento di queste due aree produttive è questione cruciale che non abbiamo saputo veder per tempo, analizzare e quindi contrastare efficacemente. La deindustrializzazione del nord-ovest milanese rappresenta un momento centrale di raccordo fra le scelte neoliberiste del capitalismo mondiale e l’attuazione di tale modello da parte del capitalismo italiano. Evidentemente una storia che parte da lontano. Una storia che è la realizzazione della strategia del capitalismo mondiale con tappe chiare e rintracciabili; una storia che inizia con la decrescita dei tassi di profitto industriali negli Usa dagli anni ’70 e la crescita del petroldollaro. È il momento il cui capitale decide che è più conveniente spostare gli investimenti dall’economia reale a quella finanziaria e gli interventi legislativi a livello globale sono immediatamente conseguenti: nel 1979 la deregulation finanziaria determina la riaffermazione del modello liberista, l’inizio della fase delle liberalizzazioni e della distruzione del Welfare State là dove esisteva. Intanto l’imperialismo (Vietnam) crea il suo abisso finanziario che provoca la crescita incontrollata del Debito Pubblico cui gli USA reagiscono iniziando a stamparsi la moneta fuori da ogni vincolo. Le conseguenze non si fanno attendere: speculazione su cambi valutari e sempre più voglia dei grandi capitali di investire in finanza. Negli anni ’80, con il modello socialista ormai in crisi, si realizza l’egemonia economica e culturale degli Usa in un mondo sempre più unipolare e privo di alternative sistemiche: edonismo reaganiano e yuppismo italiano, il modello “Milano da bere” promuovono una crescita con ulteriore indebitamento pubblico e privato. Intanto in Italia nel 1981 si realizza il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia con un'ulteriore crescita Debito Pubblico, una decrescita dei tassi di profitto industriali e una crescita degli investimenti finanziari speculativi. Il capitalismo era chiaramente cambiato. Gli servivano quindi leggi per assecondare l’ulteriore concentrazione della ricchezza. Quindi attacca il Debito Pubblico e costruisce l’idea che il Debito possa essere ridotto e controllato solo attraverso la distruzione del Welfare e l’affidamento dei servizi alla gestione privatistica “più efficiente e meno costosa per la collettività”; ha bisogno di liberare capitali per le speculazioni e lo fa costruendo l’idea di un nuovo modello urbano che necessita della deindustrializzazione per aumentare la qualità della vita della collettività; tenta la strada delle delocalizzazioni. Il vero obiettivo è la distruzione della fabbrica e del lavoro garantito da diritti, troppo costoso per una borghesia accaparratrice, la distruzione della coesione di classe, perché la sua parcellizzazione, oltre che indebolire progressivamente le sue possibilità di lottare, faranno prevalere la cultura individualista e qualunquista, ossia il mare in cui il liberismo può spadroneggiare.
Non è casuale la sequenza degli eventi: settembre 1980 crisi della Fiat con 15000 licenziamenti (mobilità) e sconfitta sindacale con cui inizia la fase discendente per il movimento operaio; 1985 il PCI e la CGIL vengono sconfitti nel referendum sulla scala mobile; nel 1987 l’Alfa Romeo passa dallo  Stato alla Fiat e i lavoratori da 18000 diventano 4000. Intanto si sviluppava il dibattito intellettuale. In quegli anni alla Statale di Milano si discuteva ancora negli storici cortili e nelle aule occupate: studi come quelli di Sapelli “Sul capitalismo italiano” o “Cleptocrazia” palesavano il concetto di capitalismo italiano come capitalismo straccione e parassitario abituato ad appoggiarsi allo Stato con la collettivizzazione del debito privato e anticipavano l’inchiesta Mani Pulite. Eravamo perfettamente in grado di comprendere che la costante della politica industriale in Italia era il rapporto industria/politica. Capivamo tutto sui bassi saggi di profitto industriali che necessitavano di una riduzione dei costi per liberare i capitali e destinarli agli  investimenti finanziari; sapevamo che la politica non avrebbe fatto altro che assecondare con leggi questo processo di deindustrializzazioni garantendo la terziarizzazione, le delocalizzazioni, le esternalizzazioni; dicevamo altrettanto chiaramente che l’obiettivo del capitale era la distruzione del lavoro produttivo, la parcellizzazione del mondo del lavoro, che la politica e leggi avrebbero assecondato la borghesia perché lo Stato è borghese ed è strumento della classe dominante. Ma la borghesia è stata più capace di noi, già divisi e marginali e, da lì a breve, privi di ogni riferimento organizzativo nazionale e internazionale. E la borghesia iniziò il suo attacco senza trovare alcun ostacolo.
Nel 1990 Amato, per ridurre il Debito Pubblico, sdoganò privatizzazioni, ticket sanitari, ICI, blocco delle assunzioni e aumento dell’età pensionabile. Intanto nel 1989 crollava il Muro di Berlino, nel 1990-91 crollava l’URSS, nel 1991 chiuse i battenti il PCI, nel 1992 firmarono il Trattato di Maastricht.  L’obiettivo principale di Maastricht fu da subito la stabilità dei prezzi che implicava chiaramente l’abbattimento dell’inflazione; per contrastare l’inflazione era necessaria una decrescita dei consumi e quindi il blocco salari; per evitare gli aumenti salariali era necessario distruggere la possibilità di lotta da parte dei lavoratori: alla borghesia servivano leggi per distruggere il lavoro stabile e la collaborazione sindacale. Infatti nel 1993 passa la concertazione sindacale, nel 2003 la Legge Biagi, nel 2014 il Testo unico sulle rappresentanze. L’attacco alla libertà sindacale e al diritto di sciopero è frontale perché è l’unico strumento dei lavoratori per attuare la lotta di classe, come ci disse Gramsci “gli operai non devono dimenticare mai che dai padroni otterranno sempre per quanto saranno forti”. I dati del 2010 ci dicono che gli scambi mondiali per merci e servizi hanno un valore di 19.500 miliardi di $ mentre transazioni finanziarie sono di 3,6 miliardi di dollari (un valore di 200 volte superiore!). Ma i soldi che vanno all’economia finanziaria vengono comunque dall’economia produttiva: le merci producono denaro che va alle banche che danno capitale da prestito. Marx ci diceva che il denaro fabbrica denaro.

Quindi a chi chiede buone leggi (tutti indignati e riformisti) dobbiamo rispondere che “non sono le leggi a determinare i rapporti sociali ma i rapporti sociali a determinare le leggi “ (Gramsci). Non servono buone riforme ma togliere il potere economico al capitale.

Ora, 2019, nel nord-ovest milanese, al posto delle grandi fabbriche, abbiamo: uno dei centri commerciali più grandi d’Europa, logistica e terziario, lavoro precario e senza regole, il 20% delle case di proprietà delle famiglie dei lavoratori sono finite all’asta, un tasso di abbandono scolastico al 4% e in crescita, un'evidente proletarizzazione del ceto medio con fenomeni di radicalizzazione politica attestati sul populismo leghista e neofascista. Abbiamo partiti comunisti divisi e marginali, sindacati padronali che assecondano mobilità e licenziamenti, sindacati di base troppo impegnati a difendere il proprio orticello e incapaci di incidere. Il capitalismo ha conseguito il suo obiettivo.
Ma tutto ciò non basta. È necessario dare il colpo di grazia. Il capitalismo non è certo buonista come certa sinistra…  Ed ecco il nuovo cambiamento: il capitalismo 4.0, industria 4.0, smart economy, Internet of things. Un uovo modello di produzione e gestione aziendale. Non è la robotica. L'ignoranza dei comunisti rispetto a questo tema non è tollerabile per chi pretende di occuparsi di lavoro e lavoratori.
Il Mise definisce l’industria 4.0 come “macchinari connessi al web, analisi delle informazioni ricavate dalla rete e direttamente dai consumatori per gestire flessibilmente il processo produttivo”. In pratica, dalla rete arrivano informazioni su gusti e ordini, si analizzano punti di forza e debolezza della produzione, si adatta attraverso l’informatica in tempo reale la produzione al mercato. Ansip, vice presidente della commissione europea per il digitale afferma: “l’Ict è il settore che cresce di più, il mondo sta andando online, dobbiamo avere connettività globale per creare crescita sostenibile, dare forza a start up e pmi; l’economia digitale renderà il mondo più equo, con maggiore inclusione sociale e più ricchezza a lungo termine per tutti”. Nel 2018 i dati Iulm dicono che: “solo il 20% delle aziende italiane dichiara l’effettiva adozione di soluzioni di Intelligenza Artificiale, uno scenario di scarsa consapevolezza su cos’è: sul fatto che intelligenza artificiale è l’abilità dei computer di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana; applicata alla produzione rappresenta una nuova rivoluzione non solo industriale ma anche sociale e umana”. In Italia sembra evidenziarsi una carenza di risorse economiche da destinare all’industria 4.0  a causa di una struttura produttiva storicamente parcellizzata e fondata su pmi, a causa di una carenza tecnologica cronica e di personale adeguato. Quindi si rischia di avere un sistema a due velocità “AI-Divide”: poche grandi imprese affronteranno questa trasformazione e troppe imprese pensano invece che non sia adatta a loro.
Intanto Confindustria ringrazia il Governo: “grazie al Governo e al Piano Impresa 4.0 (credito d’imposta per chi investe) avremo un forte aumento nei comparti strategici industria, building, energia e infrastrutture” (tutti settori ad alta intensità di capitale) e chiede al Governo nuovi finanziamenti per infrastrutture e per creare il portare Piano Impresa 4.0 nel settore delle costruzioni al fine di realizzare Edificio Sostenibile 4.0, ossia un passo verso la “città elettrica del futuro”. Arrivano anche i primi dati: le imprese che hanno adottato il modello 4.0 hanno avuto una crescita di fatturato del 58% ma l’86% delle imprese segnala difficoltà a reperire ingegneri e tecnici e segnala difficoltà nel mantenere i livelli occupazionali del personale non qualificato. In Italia (dati Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano) a giugno del  2018 l’industria 4.0 era in crescita del 30% e in Lombardia la sua maggiore localizzazione (guarda caso con immediata recessione occupazionale pari a -1%).
Ancora una volta il nord-ovest milanese sarà il laboratorio in cui la borghesia sperimenterà le sue nuove forme di accumulazione. Un laboratorio progettato fin dal 1996 dal “celeste” Formigoni su mandato di “poteri celestiali invisibili”: Malpensa, il polo fieristico Rho-Fiera, Expo, Il centro commerciale di Arese, il futuro “mall” (centro commerciale camuffato da un nuovo nome visto che i centri commerciali sono in crisi in tutto il mondo) di Cascina Merlata, il post Expo con Mind (Milano Innovation District), chilometri di rete stradale, Alta Velocità, prolungamento della metropolitana. A fronte di tutta questa “celestiale bellezza” in tre mesi sono aumentate le crisi industriali improvvise e le “crisi” di aziende sane. Un esempio? L'Ex Iveco, ora Cnh Industrial di Pregnana Milanese, multinazionale del gruppo Exor (famiglia Agnelli) che chiuderà nel 2020 lasciando a casa 300 lavoratori oltre i lavoratori delle 40 società in appalto e delle 110 aziende dell’indotto. Chiuderà pur essendo considerata un modello per produttività, organizzazione e utili. Chiuderà perché gli Agnelli hanno deciso, con il piano “transform 2 win”, di centralizzare la produzione a Torino dove investiranno in industria e logistica 4.0 e, grazie ai finanziamenti Ue al sostegno di Trump all’agricoltura statunitense, investiranno nel green e macchine agricole.  I lavoratori italiani coinvolti nella riorganizzazione saranno 17.000 e almeno 700 i licenziati perché non qualificati per il nuovo modello industriale.
Nelle numerosissime assemblee pubbliche tenutesi dal 2017 in poi ci è stato detto: “l’area Expo sarà il laboratorio sociale di tutti i cambiamenti 4.0. Infatti diventerà “Parco della scienza e dell’innovazione” sul modello della Silicon Valley. Il tutto sarà gestito da progetto MIND, Milano Innovation District di Lenlease (società australiana che fattura 50 miliardi di euro anno e ha ottenuto una concessione di sfruttamento su area expo per 99 anni; dovrà gestire 1.000.000 mq dentro Expo di cui 250.000 mq. a suo piacimento). È uno sviluppo privato dell’area e il privato è svincolato dalle procedure del codice d’appalto e quindi sarà tutto più facile da gestire per i privati che vogliono insediarsi. Ma Mind avrà successo solo se il territorio asseconderà lo sviluppo e quindi servirà intercettare le PMI del territorio e il territorio dovrà fornire le competenze (scuole).  Tutte le scuole dovranno collaborare (Rho ha tutti gli indirizzi delle scuole superiori). Dentro Mind ci promettono 50.000 posti di lavoro nuovi ma il territorio dovrà fornire competenze adeguate; inoltre arriveranno 60.000 persone al giorno che dovremo far insediare nel territorio rendendolo attrattivo. In Mind si insedieranno nuove multinazionali e migliori lavoratori che potranno insediarsi nel territorio se lo stile di vita che sapremo offrire sarà attraente. Mind sarà un ecosistema dell’innovazione e delle scienze della vita di livello internazionale. Bisogna investire e il pgt non dovrà essere un ostacolo. Ad oggi l’area industriale di via Risorgimento - che ha 173 fabbriche con 3300 lavoratori - ha pgt a bassa trasformabilità; bisogna cambiarlo per poter cambiare la destinazione d’uso dei capannoni in commercio, ricettivo, indifferenza fra le attività, terziario, attività innovative 4.0 e anche attività temporanee. La popolazione mondiale ha un trend in crescita ma è in declino la capacità di crescita economica e c’è un aumento dell’età media; quindi bisogna migliorare la qualità della vita”.
Il Presidente del Consiglio di Regione Lombardia ha affermato: “Rho è l’asse di sviluppo strategico dell’economia italiana, come previsto da Piano Formigoni del 1996 (Malpensa, Fiera, Expo, Parco scientifico); l’Alfa Romeo e la raffineria sono crepate ed è finalmente entrata la luce”.
Ma vediamo “le magnifiche sorti progressive” in che cosa consistono. Il post Expo prevede, nel Parco della scienza, l’insediamento di:

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Human Technopole, un centro di ricerca sulla qualità della vita (7 ambiti di ricerca: genetica, dna, neurologia, alimentazione, sociologia e trasformazioni sociali…) e porterà almeno 1500 ricercatori reclutati in UE;

·         Università Statale, attualmente distribuita su 13 poli, verrà raggruppata in 3 poli (Festa del Perdono, Città Studi, Expo). In Expo verranno 47 corsi di laurea con 20000 studenti e 2000 prof e ricercatori. Scienze for Citizen formerà i migliori studenti che troveranno immediatamente lavoro nell’industria 4.0 o nelle multinazionali dell’area;

·         L’Ospedale Galeazzi si trasferirà totalmente in Expo (sia ospedale che centro ricerca) in nuova struttura di 6 piani. Porterà: 1500 posti letto, 1000 lavoratori di personale ausiliario, 700 medici, 500 ricercatori, 5000 utenti al giorno. Ovviamente è gestito da una fondazione privata;

·         Multinazionali prevalentemente chimiche, farmaceutiche e alimentari: alcune hanno già opzionato terreni in Expo e saranno tutte collegate a ricerche di Human Technopole, Università e Galeazzi.
Il Post Expo avrà un impatto per 7 miliardi di euro di investimento, con ampliamento delle aree residenziali, dei servizi alle imprese, dei servizi alla persona e ricreativi e nuove infrastrutture con miglioramento della viabilità e dei mezzi pubblici. Ovviamente i Sindaci dell’area, indipendentemente dal colore politico, sono trasversalmente entusiasti. Il Sindaco di Rho (PD) dichiara: “obiettivo: post expo deve essere grande opportunità di trasformazione del territorio e Rho deve saper cogliere l’opportunità diventando area di stanziamento stabile dei nuovi lavoratori e studenti (non seguire esempio di Città Studi che di sera è zona morta). Via Risorgimento (zona industriale) non deve essere una barriera a questo sviluppo, non deve essere una barriera tra post Expo, Rho e Arese ma deve diventare un grande boulevard che unisce il post Expo a Rho e al centro commerciale di Arese e al centro commerciale di Cascina Merlata (fra Pero e Milano)”. Dichiarazione di Assolombarda: “ Le aree da trasformare sono Ex Alfa Romeo, Cascina Merlata, post Expo, Bovisa e lo Scalo Farini. Bisogna creare infrastrutture a carico del pubblico e far riferimento al documento di Assolombarda “Il futuro del lavoro” per assecondare crescita. Ogni giorno arriveranno a Rho 60000 persone (oggi ha 50000 residenti) e quindi fuori Expo l’ambito trasformabile dovrà essere su 5 comuni con 3.000.000 mq per nuove costruzioni, terziario e residenziale. Bisogna investire in mobilità, scuola, tempo libero, sport, socialità, immobili residenziali. Bisogna aumentare la qualità urbana. Il progetto si svilupperà fra il 2018 e il 2023”. Alla domanda: “ma se la zona industriale di via Risorgimento dovrà diventare un grande boulevard dove finisce il lavoro?” Non otteniamo nessuna risposta se non “il lavoro non è competenza dei Comuni”. E invece noi sappiamo cosa succederà e la nostra pratica politica lo conferma immediatamente. Alla prima giornata di apertura dello “Sportello Lavoro Rhodense”, servizio che abbiamo inaugurato proprio nell’autunno in collaborazione con altre organizzazioni sindacali e politiche del territorio nell’ambito del coordinamento di lotte del Nord-Ovest Milanese, servizio che abbiamo voluto perché coscienti che la situazione lavorativa peggiorerà velocemente, immediatamente si sono presentate lavoratrici di un’azienda francese in via Risorgimento che chiuderà a breve. L’impresa ha deciso di accentrare la produzione in Francia sviluppando il modello 4.0 (grazie a finanziamenti UE e del governo francese) e quindi abbandonerà l’Italia licenziando e risparmiando. Inoltre il proprietario del capannone in cui l’impresa è attualmente localizzata sembra essere molto contento della decisione perché potrà finalmente vendere l’area a impresa ricettiva multinazionale. Sessanta lavoratori dequalificati italiani saranno disoccupati, l’azienda accentrerà la produzione in madrepatria grazie ad investimenti pubblici che le consentiranno di riconvertirsi in modello 4.0 e aumentando gli utili, a noi resterà l’ennesimo grande hotel con lavoro a chiamata per giovani che si abitueranno al precariato perenne.
Il progetto sociale della borghesia
D’altro canto la borghesia lombarda ha già presentato il suo piano pubblicamente. A maggio 2018 Assolombarda ha presentato alla regione Lombardia “Il futuro del lavoro”, libro bianco sul lavoro. Non è un libro di ciò che gli imprenditori desiderano ma di ciò che ordinano alla politica di fare, di ciò che dovrà essere il futuro del lavoro, ma non solo. È stato definito il Main Kampf della borghesia lombarda. In sostanza la borghesia dichiara chiusa la fase delle delocalizzazioni in questa nuova fase della globalizzazione, in cui il mercato interno del lavoro, totalmente ormai deregolamentato, offre migliori opportunità di sfruttamento in patria perché maggiormente qualificato e adatto a sfruttare l’occasione della rivoluzione 4.0. Nell’organizzazione del lavoro dell’industria 4.0 non esiste più l’orario di lavoro e il luogo di lavoro, il salario non è più rapportabile al tempo e al luogo in cui il lavoratore viene usato ma solo alla performance del lavoratore, alla sua individuale abilità e utilità per l’impresa. Il mercato del lavoro dovrà essere caratterizzato da un nuovo concetto di stabilità “non più basata sul posto di lavoro ma sulla costruzione di carriere discontinue”. Ma il piano della borghesia lombarda va oltre l’impresa. Il libro bianco presenta un quadro chiaro del progetto sociale della borghesia.  L’invecchiamento della popolazione comporterà forti pressioni sulla sostenibilità del welfare che non potrà più essere universale ma necessariamente aziendale, la contrattazione dovrà essere aziendale, tutti gli elementi poco produttivi (ammalati, cronici, disabili) dovranno essere resi più produttivi, le donne dovranno sostituire la maternità con voucher per il pagamento di baby-sitter, la rappresentanza dei lavoratori deve recepire gli accordi fra le parti, gli studenti dovranno iniziare l’alternanza fin dalle elementari visitando le aziende del territorio, i manager potranno insegnare in aula con pari dignità degli insegnanti, il diritto del lavoro dovrà essere semplificato per “non essere pregiudizialmente ostile all’impresa”. Un progetto complessivo di società totalmente assoggettata agli interessi esclusivi dell’impresa. La borghesia afferma: “con l’avvento della IV Rivoluzione Industriale… emerge una rinnovata relazione tra aree urbane, territorio e catene globali del valore… la dimensione globale non esaurisce lo spazio delle imprese … esiste oggi un ruolo fondamentale nel livello locale e territoriale che, proiettandosi verso il mondo, cambia volto … questo avviene mediante la costruzione di ecosistemi e hub territoriali che sappiano attrarre tutti gli attori che concorrono a creare valore… la fabbrica non è più soltanto un perimetro entro il quale avviene la produzione, ma si sviluppa orizzontalmente giungendo a coincidere con un’intera area urbana e con il territorio circostante. I modelli di integrazione locale partono quindi dall’impresa e si allargano intercettando tutto ciò che può portare valore all’impresainfrastrutture fisiche e digitali, scuole che forniscono competenze, università, parchi scientifici, centri di ricerca completano lo sviluppo in house, istituzioni garantiscono infrastrutture materiali e immateriali … una geografia dei lavori che avrà sempre più come stella polare le competenze e la qualità del capitale umano”.

Tutto questo è Mind! Tutto questo sta già avvenendo nella Silicon Valley italiana, in una frazione che si chiama Mazzo di Rho…

E non basta. Il vero scopo del libro bianco della borghesia è l’attacco frontale al comunismo. Non può essere un caso che il libro bianco di Assolombarda inizi proprio con la seguente affermazione: “gli ultimi anni hanno fatto registrare ampi miglioramenti nel mercato del lavoro e nella sua regolamentazione ma lo scenario presenta ancora molti elementi di criticità e, soprattutto, continua ad essere caratterizzato da contese ideologiche e politiche, con preoccupanti orientamenti di ritorno al passato. Non sorprende quindi, il cospicuo divario che ci allontana dal resto d’Europa su tutti i principali indicatori del mercato del lavoro a partire dal nodo della produttività”. Quindi se vogliamo resistere e tornare ad essere efficaci e percepiti come utili dobbiamo non abbandonare il metodo del materialismo storico: è il metodo la nostra arma vincente che ci consente di non scollarci dalla realtà. Non siamo più negli anni '70, comprendere la nuova fase del capitalismo, usare i suoi stessi strumenti e a volte il suo stesso linguaggio, essere coscienti della sua forza, sapere che loro sanno di noi e organizzarci di conseguenza; studiare il nemico, l’economia, il capitalismo e la struttura produttiva; di conseguenza chiederci cos’è il proletariato oggi e cosa sarà nel futuro e, se sarà sempre meno una tuta blu e sempre più un tecnico. Come superare la separatezza attuale, che si amplierà in futuro, fra comunisti e proletariato e nuovo proletariato? Tre sono le nostre lotte: economica, politica, ideologica. In questa fase di resistenza: presenza nei sindacati, organizzazione politica per organizzare i lavoratori per combattere le sconfitte e garantire ai lavoratori rapporti di forza adeguati nello Stato borghese verso il Partito che faccia lotta ideologica e ogni membro sia un dirigente attraverso la preparazione ideologica e di massa.
Non può essere un processo di ricostruzione accelerato ma deve essere iniziato prima possibile per occupare quello spazio politico che la stessa evoluzione dello sfruttamento potrebbe creare.